Il silenzio-assenso e i silenzio-diniego

Il silenzio assenso e il silenzio diniego

episodio 1283

Trascrizione

Oggi parliamo del silenzio-assenso, che è un’espressione molto usata soprattutto nel linguaggio burocratico e amministrativo. C’è di mezzo il rapporto tra i cittadini e l’amministrazione pubblica, cioè lo Stato.

Significa, in parole semplici:

Se l’amministrazione non risponde entro un determinato termine, entro un certo numero di gioeni, il suo silenzio può valere come un “sì”.

Il “silenzio” quindi è da intendere come una mancata risposta da parte dell’amministrazione,mentre l’assenso è un si, è un “va bene”. Viene dal verbo assentire, che significa “dire si”. L’assenso è l’opposto del dissenso, che significa quindi “dire no”. Assenso sta quindi per “essere d’accordo”, mentre dissenso sta per “non essere d’accordo”.

In questo caso, il silenzio viene interpretato come consenso, cioè come un’autorizzazione.

Questa è l’idea del silenzio-assenso.

Nella pubblica amministrazione il meccanismo può verificarsi quando un cittadino presenta una domanda a un’amministrazione pubblica.

Per esempio:

Ho presentato una richiesta per ottenere un’autorizzazione.

L’amministrazione ha un certo periodo di tempo per rispondere.

Il termine scade e non arriva nessuna risposta.

Se la legge prevede il silenzio-assenso per quel procedimento, la mancata risposta (cioè il silenzio) equivale all’accoglimento della domanda. La domanda viene accolta.

Quindi quella autorizzazione viene concessa senza che l’amministrazione l’abbia approvata espressamente. Si dice in questi casi che vale la regola del silenzio assenso.

Attenzione: questo non significa che ogni silenzio sia un sì.

Questo è il punto più importante.

Il silenzio-assenso non è una regola generale per qualsiasi richiesta. È un istituto giuridico (si chiama così)  previsto dalla legge e, soprattutto nel diritto amministrativo, esistono eccezioni e casi in cui il silenzio non produce l’accoglimento della domanda. Anzi, spesso è esattamente l’opposto, come vedremo.

Perciò non possiamo dire semplicemente:

«Se la Pubblica Amministrazione non risponde, allora ho ottenuto quello che chiedevo».

Bisogna verificare che tipo di procedimento è e quale disciplina si applica.
Attenzione perché a questo punto devo dirvi che esiste anche il silenzio-diniego. Si può chiamaer anche o silenzio-rifiuto.

Ma come? Non dovrebbe chiamarsi silenzio-dissenso?

Ebbene no! Si chiama solenzio-diniego.

Infatti, benché l’opposto di assenso sia il dissenso – questa almeno è la parola più logicamente legata all’opposto di assenso – si usa in questi casi la parola diniego. Il diniego è nei fatti non solo un no, ma è un respingimento di una richiesta. Il respingimento è l’opposto dell’accoglimento.

Diniego deriva dal verbo negare, attraverso una forma antica collegata a diniegare, e indica appunto l’atto di negare qualcosa o rifiutare una richiesta. È un verbo piuttosto formale.

Nel silenzio-diniego, quindi il silenzio può produrre, nei casi previsti, l’effetto di un rifiuto.

Il verbo diniegare però difficilmente lo vedrete usato. Per esistere esiste, ma si usa veramente in casi rarissimi.  Esiste anche dissentire (legatpo al dissenso), e questo si usa molto di più:

Mi sia consentito dissentire!

Mi consenta di disentire!

Formale anche questo. La parola diniego si usa pertanto spesso al posto di “rifiuto” nei documenti amministrativi.

In un documento amministrativo è molto più probabile trovare diniego che rifiuto.

«La richiesta è stata oggetto di diniego.

Si usano anche “rifiuto” e “dissenso” nei documenti amministrativi, ma non sono perfettamente sinonimi di diniego. La distinzione è utile:

Rifiuto è una parola comune e corretta anche in ambito amministrativo. Indica il fatto di non accettare o non concedere qualcosa.
«La richiesta è stata rifiutata.»

Diniego è un termine più tecnico e formale, molto frequente nel diritto amministrativo. Indica il rifiuto di una richiesta o di un’istanza.
«L’amministrazione ha adottato un provvedimento di diniego.»

Dissenso infine, significa invece mancanza di accordo, cioè avere un’opinione diversa o non condividere una proposta/decisione. Non significa necessariamente rifiuto.
«L’amministrazione ha espresso il proprio dissenso rispetto alla proposta.

Quindi non l’ha rifiutata, ma semplicemente non è daccordo.

Tornando a bomba, Il silenzio-diniego e il silenzio-assenso esistono solo nei casi espressamente previsti dalla legge. Volete un esempio per entrambi?
Silenzio diniego: Quando scade il termine fissato dalla legge senza che l’amministrazione risponda, (tipo 60 giorni) il silenzio non è una semplice mancanza (silenzio-inadempimento), ma vale come un vero e proprio diniego formale.

Silenzio-assenso: Immagina di voler aprire la tua attività commerciale:

Tu presenti la domanda: Invii al Comune una comunicazione ufficiale per dire che stai per aprire il negozio. Il Comune ha 60 giorni di tempo per controllare che tutti i tuoi documenti e requisiti siano in regola. Il Comune però non dice nulla: Passano i 60 giorni e il Comune non ti contatta mai. Non ti manda un “sì” e non ti manda un “no”. Dal 61° giorno, grazie al silenzio-assenso, sei ufficialmente autorizzato a tenere aperto il negozio. Il silenzio del Comune equivale a un “va bene, puoi procedere”.

E’ tutto per oggi.

CILS B2

Senti chi parla

Senti chi parla

episodio 1282

Benvenuti nella’episodio di oggi di ItalianoSemplicemente.it (oppure ItalianoSemplicemente.com, se preferite).

Oggi parliamo di un’espressione molto comune nel parlato italiano: “Senti chi parla!”.

Parliamo di incoerenza. L’incoerenza non è altro che la mancanza di coerenza.

È il prefisso in che ci fa capire questo. In “incoerenza”, infatti, in- è un prefisso con valore negativo, cioè indica la mancanza o il contrario di ciò che esprime la parola di base. Accade anche in molti altri casi, come nella parola inattivo che sta per non attivo

Oppure inutile = non utile

Invisibile = non visibile

Poi a volte

Inoltre, in- cambia forma davanti ad alcune consonanti, per adattarsi alla pronuncia:

impossibile, immobile, illogico, irregolare, irresponsabile, ma si tratta sostanzialmente dello stesso prefisso negativo, modificato per ragioni fonetiche.
Torniamo però all’incoerenza e alla esclamazione “senti chi parla”.

L’incoerenza è quando quello che una persona dice non è in accordo con quello che fa, oppure quando dice una cosa e poi ne fa un’altra che la contraddice. In pratica quando manca la coerenza c’è mancanza di accordo tra due cose, c’è una contraddizione. C’è una mancanza di logica.

Vediamo subito una situazione.

Marco entra in casa e vede Sabrina sul divano. Intorno a lei ci sono vestiti, libri, bicchieri e piatti.

Marco guarda la stanza e dice: Sabrina, ma come fai a vivere in questo caos?

Sabrina: Che vuoi?

Marco: Guarda qua! Non si riesce nemmeno a camminare. Devi essere un po’ più ordinata.

Sabrina lo guarda e scoppia a ridere. Allora dice a Marco:

Senti chi parla!

Marco: Cosa vorresti dire?

Sabrina: Ma hai presente casa tua?

Marco: Casa mia è ordinata!

Sabrina: Sì, certo… L’ultima volta che sono venuto da te, ho trovato le tue scarpe in cucina.

Marco: Vabbè, quello è un dettaglio.

Sabrina: Un dettaglio?

Marco: Sì. Che vuoi che sia!

Sabrina: E i vestiti sul pavimento?

Marco: Anche quelli sono un dettaglio.

Sabrina: E i piatti lasciati nel lavandino per tre giorni?

Marco rimane in silenzio per qualche secondo. Poi alla fine ammette: Va bene, forse hai ragione.

Ecco, questa è proprio la situazione tipica in cui possiamo usare questa espressione.

Senti chi parla!” significa più o meno:

“Guarda chi sta parlando!”, ma il senso è simile a:

“Non posso credere alle mie orecchie”.

La usiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa, ma quella persona ha esattamente lo stesso difetto. È chiaramente una espressione informale.

Per esempio, immaginiamo che un amico ci dica:

Devi smettere di arrivare sempre in ritardo!

E noi sappiamo che lui arriva sempre in ritardo.

Possiamo rispondere:

Senti chi parla!

Cioè: “Proprio tu mi vieni a parlare di puntualità?”

Di solito è un’espressione ironica, spesso usata per scherzare, anche se in alcuni contesti può avere un tono più polemico.

Quindi, la prossima volta che qualcuno vi critica per un difetto che ha anche lui o lei, potete sorridere e dire:

Senti chi parla!

Un’ultima osservazione.

Questa esclamazione è simile a un’altra, che abbiamo già visto.

Anzi, può sembrare simile ma non lo è affatto. Parlo di “a chi lo dici!” che infatti non si può usare in sostituzione di “senti chi parla”.

Infatti “senti chi parla!” ha un tono ironico e/o polemico. Si usa come abbiamo visto per evidenziare un’ipocrisia, quando una persona ti critica per un comportamento o un difetto che è il primo a commettere.

A chi lo dici!” invece, se ricordate, ha un tono caloroso ed empatico. Si usa per esprimere totale solidarietà e condivisione di fronte a una situazione faticosa o negativa (“ti capisco perfettamente, ci sono passato anch’io”).

Infine, considerando che parliamo di critiche, ci sono altre due espressioni che abbiamo già trattato e che si avvicinano molto a “senti chi parla” che è più informale e più usata.

Mi riferisco a “da quale pulpito viene la predica” e “predicare bene ma razzolare male“. Date un’occhiata se volete all’episodio dedicato al verbo predicare.

È tutto per oggi.

Italiano professionale – Lezione 45: la spintarella e la raccomandazione.

Italiano professionale – Lezione 45: la spintarella e la raccomandazione.

Programma del corso di Italiano Professionale

spintarella, raccomandazione, clientelismo, nepotismo, favoritismo

Questa è la lezione n.45 del Corso di Italiano professionale. Siamo all’interno della sezione n. 4 (lavorare i Italia) e oggi ci occupiamo di una problematica italiana, che probabilmente sarà presente anche in altri paesi, ma non ne sono così sicuro. Impareremo alcuni termini e espressioni italiane molto utili per capire alcune dinamiche tutte italiane.

L’espiosodio è riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Rimasuglio, resto, resti, rimanenza, avanzo e residuo

Rimasuglio, resto, resti, rimanenza, avanzo e residuo (scarica audio)

episodio 1281

Trascrizione

Ciao a tutti e benvenuti in un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di una famiglia di parole che hanno tutte qualcosa in comune: hanno a che fare con ciò che rimane.

E questa parola, rimane, è proprio la parola chiave dell’episodio.

Per esempio, se mangio una mela e ne lascio un pezzetto sul piatto, posso dire:

«È rimasto un pezzo di mela».

Ma posso anche dire:

«È rimasto un rimasuglio di mela».

Oppure:

«È avanzata un po’ di mela».

E ancora:

«È rimasto un residuo di mela».

Ma attenzione: queste frasi non sono perfettamente equivalenti.

E oggi vediamo perché.

Cominciamo dalla parola più semplice: RESTO. Il resto è ciò che rimane di qualcosa dopo che una parte è stata utilizzata, consumata, tolta o presa.

Per esempio:

«Ho mangiato metà della torta e ho lasciato il resto in frigorifero».

Il resto, quindi, è semplicemente la parte che rimane.

Ma resto ha anche altri significati.

Se entro in un negozio e compro qualcosa che costa 17 euro e pago con 20 euro, il commerciante mi deve dare 3 euro di resto.

«Quanto ti ha dato di resto?»

«Tre euro».

Quindi attenzione: il resto può essere ciò che rimane di una cosa, ma può anche essere il denaro che ci viene restituito quando paghiamo più del necessario.

E c’è anche un’altra espressione molto importante:

«Per il resto…» sul quale, vi ricordo c’è un episodio apposito.

Per esempio:

«Il viaggio è stato bellissimo. Per il resto, non abbiamo avuto nessun problema».

Qui per il resto significa più o meno per tutto il resto, per quanto riguarda le altre cose.

Adesso passiamo a resti, che è il plurale di resto.

Ma c’è una cosa interessante.

Quando parliamo di cibo, soprattutto di cibo già mangiato in parte, resti può assumere una sfumatura particolare.

Per esempio:

«Metti i resti della cena in frigorifero».

Qui parliamo di ciò che è rimasto della cena.

Ma resti può anche riferirsi ai resti umani.

E qui il significato cambia completamente.

Per esempio, possiamo parlare dei:

«resti di un’antica civiltà»

oppure dei:

«resti archeologici».

E in questo caso non stiamo parlando di un pezzo di torta avanzato!

Pensate, per esempio, ai resti di una città romana.

In Italia abbiamo moltissimi resti archeologici dell’epoca romana: strade, mosaici, edifici, statue, acquedotti.

Sono ciò che è rimasto di una civiltà antica.

E proprio qui troviamo una parola molto interessante: rimanenza.

Rimanenza deriva dal verbo rimanere e indica, in generale, ciò che rimane. Siamo sempre lì.

È una parola piuttosto formale però. Viene utilizzata soprattutto in alcuni contesti.

Per esempio, in un negozio possiamo parlare delle rimanenze di magazzino. Ne abbiamo parlato anche in un episodio della rubrica Italiano commerciale. Ricordate? Resto qui finché non rispondete…

Scherzi a parte, se un negozio ha comprato cento magliette e ne ha vendute novanta, le dieci magliette che rimangono costituiscono la rimanenza di magazzino.

Ma difficilmente diremmo:

«Ho mangiato la pizza e ho messo la rimanenza nel frigorifero».

Suonerebbe molto strano! Si può fare, per carità, ma non si usa in questi casi.

In questo caso diremmo piuttosto:

«Ho messo in frigorifero la pizza avanzata».

Quindi rimanenza è una parola più tecnica, più burocratica, più commerciale.

E questo è interessante anche per chi studia l’italiano perché una stessa idea può essere espressa con parole diverse a seconda del contesto.

Ed eccoci a una parola molto comune: avanzo.

Un avanzo è qualcosa che è rimasto dopo essere stato utilizzato o consumato.

Si usa soprattutto quando parliamo di cibo.

«Ci sono degli avanzi della cena».

«Non buttare via gli avanzi, me li mangio domani».

«Domani possiamo mangiare gli avanzi di oggi».

In Italia questa parola è molto comune, anche perché nella nostra cultura tradizionale buttare il cibo non è mai stato visto molto bene.

E qui possiamo fare un piccolo salto nella storia italiana se non vi dispiace. Per secoli moltissime famiglie italiane hanno avuto pochi soldi e poco cibo a disposizione. Per questo si è sviluppata quella che oggi chiamiamo cucina povera, cioè una cucina basata su ingredienti semplici, economici e facilmente disponibili.

E una caratteristica fondamentale di questa cucina era proprio il recupero degli avanzi.

Un esempio famosissimo è la frittata di pasta. La conoscete?

È semplicissima: rimane della pasta dal giorno prima?

Non si butta! Si aggiungono le uova e si prepara una frittata.

E anche la famosa ribollita toscana nasce dalla tradizione di utilizzare il pane e altri ingredienti rimasti.

Quindi, in un certo senso, gli avanzi hanno contribuito a creare alcuni piatti della tradizione italiana.

E questo è un bellissimo esempio di come una necessità economica possa trasformarsi in una tradizione gastronomica.

Adesso arriviamo a una parola molto simpatica: rimasuglio.

Un rimasuglio è un piccolo resto, spesso una quantità minima, ciò che è rimasto dopo aver utilizzato quasi tutto.

Per esempio:

«Nel frigorifero è rimasto solo un rimasuglio di formaggio».

Oppure:

«C’era un rimasuglio di vino nella bottiglia».

Il rimasuglio, quindi, ci fa pensare a qualcosa di poco, spesso a una piccola quantità che rimane.

E può avere (in genere è proprio così) anche una sfumatura leggermente negativa o ironica.

Se dico:

«Ho trovato un rimasuglio di pizza nel frigorifero»

sto facendo capire che non è rimasta una bella pizza intera! È rimasto soltanto un piccolo pezzo.

Un rimasuglio, insomma, è quasi il resto del resto.

Un’altra parola importante è residuo. Anche residuo significa ciò che rimane, ma è una parola più tecnica e impersonale.

Per esempio:

«Sul fondo della bottiglia è rimasto un residuo di vino».

«Dopo la combustione è rimasto un residuo».

«Bisogna eliminare i residui di colla».

Non useremmo normalmente residuo per parlare di una cena tra amici.

Non direi:

«Gianni, vuoi mangiare il residuo della mia lasagna?»

A meno che Gianni non lavori in un laboratorio scientifico! Allora questa sarebbe una battuta più che altro!

Direi piuttosto:

«Vuoi mangiare quello che è rimasto della mia lasagna?»

oppure:

«Vuoi mangiare gli avanzi?»

Questa versione non mi piace però. Direi che appare un po’ offensiva in questo caso.

Non lo chiamarei neanche rimasuglio però perché come dicevo ha in genere una accezione negativa e poi comunque si tratta di una quantità minima se la chiamo rimasuglio.

Quindi possiamo ricordare:

avanzo è molto comune, soprattutto per il cibo.

residuo è più tecnico, scientifico o formale.

rimanenza è spesso commerciale, amministrativo o contabile.

rimasuglio è un piccolo resto, spesso con una sfumatura colloquiale e negativa.

resto è una parola generale per indicare ciò che rimane.

Attenzione anche alla parola scarto.

Uno scarto è qualcosa che viene eliminato perché considerato non utile, non necessario o non adatto.

Per esempio:

«Le bucce delle verdure possono essere considerate uno scarto».

Oppure:

«Questo prodotto presenta alcuni scarti di lavorazione».

Ma scarto non è esattamente sinonimo di avanzo.

Se rimane una fetta di torta e la metto in frigorifero, è un avanzo.

Se invece considero quella fetta inutile e la butto via, diventa, in quel contesto, uno scarto.

Quindi la differenza è interessante:

avanzo è qualcosa che rimane

scarto è qualcosa che viene eliminato perché non viene più considerato utile

FACCIAMO UN PICCOLO RIEPILOGO: Se dopo una festa rimangono tre bottiglie di vino, possiamo dire:

«È rimasto del vino».

Se rimane del cibo:

«Sono rimasti degli avanzi».

Se rimane soltanto una piccolissima quantità:

«È rimasto un rimasuglio».

Se parliamo di un negozio:

«Ci sono ancora delle rimanenze di magazzino».

Se parliamo di una sostanza o di un processo tecnico:

«È rimasto un residuo».

Se qualcosa viene eliminato perché non serve:

«È uno scarto».

E se parliamo di ciò che è rimasto di un’antica civiltà:

«Sono resti archeologici».

Qualcosa è rimasto ancora per concludere l’episodio…

Prima di concludere e prima del ripasso, voglio lasciarvi con una piccola curiosità.

In Italia esiste come dicevo una tradizione molto forte legata al recupero degli avanzi. Un esempio molto famoso è il polpettone.

Non esiste una sola ricetta del polpettone: ne esistono tantissime.

E spesso, nella cucina familiare tradizionale, serviva anche a recuperare ingredienti rimasti dal giorno precedente: carne avanzata, pane raffermo, formaggio, uova…

Si metteva tutto insieme e si trasformava in un nuovo piatto.

È proprio questa una delle caratteristiche della cucina italiana tradizionale: non sprecare, ma trasformare.

Vediamo se avete capito. Vi faccio alcune domande.

Prima domanda.

In un negozio rimangono dieci magliette invendute.

Sono:

A. rimasugli
B. rimanenze
C. resti archeologici

La risposta è…

B: rimanenze.

Seconda domanda.

Dopo una cena rimane metà della lasagna.

Possiamo parlare di:

A. avanzo
B. residuo
C. scarto

La risposta è:

A: avanzo.

Terza domanda.

Nella bottiglia rimane una quantità piccolissima di vino.

Possiamo dire:

«È rimasto un…»

rimasuglio di vino.

Quarta domanda.

Dopo una lavorazione industriale rimane una sostanza.

È un:

residuo.

E infine:

una parte di un’antica città romana che è arrivata fino ai nostri giorni è un:

resto archeologico.

Poi pensate ad un pezzettino di pizza avanzato. E’ un avanzo se non avevate più fame. E’ uno scarto se è una parte che non avete mangiato perché magari era bruciato. E’ un rimasuglio se è proprio una piccola quantità, poco attraente per questo motivo.

Bene!

Adesso resta solo il ripasso.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Dopo questa splendida e abbondante cena italiana è rimasto di tutto: un po’ di pasta, qualche pezzo di pane e soprattutto un piccolo rimasuglio di tiramisù (che peccato!).

Christophe: Ma quale peccato d’Egitto , il resto del tiramisù lo mangio io, mentre voi potete occuparvi degli avanzi della pasta e del pane!

Nancy: lasciatemi almeno un po’ di pane e il prosciutto dell’antipasto, perché domani voglio fare una bella passeggiata tra i resti dell’antica Roma. Così avrò di che saziarmi.

Anne Marie: Dopo una cena così abbondante mi sento già come se avessi attraversato il Rubicone

Ulrike: mi sognerò la carbonara di stasera vita natural durante!

Estelle : La carbonara è un caposaldo della cucina italiana, ma, non me ne vogliano gli italiani, io ho bandito i carboidrati dalla mia dieta.

Carmen: Sì, anch’io sarei di questo avviso, il fatto è che di riffa o di raffa, in un ristorante italiano è facile abbuffarsi di carboidrati …vabbè, vorrà dire che la mia dieta la riprendo da lunedì prossimo.

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Vicenda, vicendevole, vicendevolmente

A vicenda, vicendevolmente e vicendevole (scarica audio)

episodio 1280

Trascrizione

Oggi parliamo di qualcosa legato alla reciprocità: a vicenda, vicendevole e vicendevolmente.

Parlare di reciprocità vuol dire spesso che l’argomento è l’amicizia, quindi parliamo di aiutarsi, di amore, di rispetto, ma non è detto. L’importante è che ci sia una doppia direzione. Anche l’odio reciproco è ammesso, sebbene sconsigliato.

La locuzione “a vicenda”, non a caso, significa “l’uno verso l’altro”.

Cioè io verso di te e tu verso di me, se parliamo di noi due.

Se io ti amo e tu mi ami, allora ci amiamo a vicenda. Oppure:

Es:

Marco e Luca si aiutano a vicenda.

Significa che Marco aiuta Luca e Luca aiuta Marco. Uno aiuta l’altro. Si aiutano l’un l’altro.

Un non madrelingua, se non conosce questa modalità, potrebbe dire che Marco e Lucia si aiutano entrambi. Lo fanno anche molti Italiani. Ma non è esattamente la stessa cosa.

Ancora più semplicemente si può dire che Marco e Luca si aiutano. Senza aggiungere altro.

C’è da dire però che “entrambi” significa tutti e due; “a vicenda” significa l’uno verso l’altro.

Quindi se io e te amiamo lo sport, lo amiamo entrambi.

Se ci amiamo, ci amiamo a vicenda.

Altri esempi:

si rispettano a vicenda

si ascoltano a vicenda

si sostengono a vicenda

Possiamo a vicendevole , che è un aggettivo e significa proprio reciproco.

C’è un rapporto di vicendevole rispetto tra i due colleghi.

Il significato è quasi identico a “rispetto reciproco”, ma “vicendevole” è più formale.

Vicendevolmente è l’avverbio e significa reciprocamente.

I due artisti si influenzarono vicendevolmente.

Nel parlato, però, è più naturale dire:

I due artisti si influenzarono a vicenda.

Vediamo UN ESEMPIO DAL RINASCIMENTO ITALIANO.
A Firenze, durante il Rinascimento (indicativamente dal 1400 alla fine del 1500) artisti, intellettuali e mecenati si incontravano e si influenzavano a vicenda.

Per la cronaca, i mecenati erano persone ricche e potenti che finanziavano e proteggevano artisti, scrittori e intellettuali, permettendo loro di lavorare e creare le proprie opere.

Il termine deriva da Mecenate, un influente personaggio dell’antica Roma che sostenne poeti e artisti.

I mecenati quindi offrivano denaro e protezione agli artisti; gli artisti, con le loro opere, aumentavano la fama dei mecenati.

Possiamo quindi dire:

Artisti e mecenati si sostenevano a vicenda.

Quindi si sostenevano l’un l’altro. Possiamo dire anche così.

Anche passato e presente dialogavano a vicenda: gli architetti rinascimentali studiavano l’antica Roma e la reinterpretavano creando qualcosa di nuovo.

In sintesi quindi:

A VICENDA significa reciprocamente.

Marco e Giulia si aiutano a vicenda.

VICENDEVOLE significa reciproco.

Tra i due c’è una vicendevole stima.

VICENDEVOLMENTE significa reciprocamente.

I due scrittori si influenzarono vicendevolmente.

Nel parlato, si usa soprattutto a vicenda, reciprocamente e l’un l’altro.

Alla prossima! Vi lascio al ripasso del giorno. Se avete problemi, vi consiglio di aiutarvi reciprocamente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Carmen: Nel gruppo con il passare del tempo, è possibile alzare l’asticella perché i membri parlano, scambiano idee migliorando a vicenda la loro competenza.

Marcelo: Ammiro le persone che sono sempre ben disposte ad aiutarsi a vicenda.
Non lo fanno per un proprio interesse, semplicemente a loro piace dare supporto ed essere sempre a disposizione! Avercene di persone come loro nel proprio gruppo di amici!
Ma attenzione!… non aiutatevi a vicenda aspettandovi qualcosa in cambio, mi raccomando, fatelo perché siete di buon cuore!

Lingua italiana. Qual è il mio livello?