494 Manco a farlo apposta

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“Manco a farlo apposta” è un’espressione colloquiale che ha tre diverse forme. Infatti si può sostituire il primo termine manco con neanche o nemmeno.

Manco a farlo apposta

Neanche a farlo apposta

Nemmeno a farlo apposta

Apposta” in questo caso significa con intenzione, deliberatamente, di proposito, con volontà, quindi fare qualcosa “apposta” vuol dire fare questa cosa con la volontà di farla, volendolo fare. Si può dire anche anche “appositamente” al posto di “apposta”.

A volte il termine “apposta” significa anche “per questo motivo“. Ad esempio se dico:

“te l’ho detto apposta”, cioè: te l’ho detto per questo motivo, te l’ho detto proprio per questo.

Altre volte indica qualcosa di adatto, mirato, ma non cambia molto. Se ad esempio vogliamo dire che c’è bisogno di una legge particolare, su un certo argomento, per combattere un certo reato, possiamo dire:

Ci vorrebbe una legge (fatta) apposta!

Cioè: ci vorrebbe una legge proprio per questo motivo, proprio per ottenere questo risultato, proprio su questo aspetto, una legge adatta proprio a questo. Una legge appositamente disegnata per questo aspetto.

Invece “l’ho fatto apposta” sta per “l’ho fatto di proposito“, volontariamente.

Se invece non l’ho fatto apposta, questa cosa dunque è casuale, è il frutto del caso, e accade non perché c’è la volontà, non perché è stato fatto apposta.

Mi hai calpestato il piede!

Scusa non l’ho fatto apposta!

Questa risposta viene data quando non è evidentemente molto chiaro se un fatto è la conseguenza di una volontà oppure no.

Non l’ho fatto apposta” significa “non l’ho fatto volontariamente“.

In circostanze simili, quando cioè non è del tutto chiaro quando un evento, un fatto, è fortuito, casuale oppure no, si può usare l’espressione “manco a farlo apposta”.

Però in questo caso non ci stiamo scusando con nessuno, e ciò che è accaduto non è un fatto negativo per nessuno in genere.

Semplicemente facciamo notare, con questa espressione, che qualcosa è accaduto in modo fortuito o casuale, quando questa casualità non è chiarissima. Potrebbe sembrare invece ci sia una pianificazione.

Somiglia molto all’espressione “guarda caso” alla quale abbiano dedicato un episodio. Non c’è ironia in questo caso e neanche nessun sospetto di falsa casualità. Si sta dicendo che questa cosa che è accaduta non sarebbe accaduta neanche se l’avessimo fatto apposta, neanche se avessimo voluto che accadesse, nemmeno se ci fosse stata una volontarietà, una pianificazione da parte di qualcuno. Quindi c’è stupore che questa cosa accaduta sembri proprio fatta apposta, ma è assolutamente casuale. Una coincidenza in pratica!

Es:

Ieri ho messo le telecamere nel mio giardino e manco a farlo apposta proprio ieri sera dei ladri hanno provato a entrare in casa.

Quindi è successa una cosa casuale, che non sarebbe successa neanche se fosse stata pianificata, neanche se fosse stato fatto apposta. In questo caso sarebbe stato impossibile pianificarlo, tra l’altro.

Ieri non sono andato al lavoro per la prima volta dopo 10 anni e neanche a farlo apposta, proprio ieri c’è stato un grosso incendio nel palazzo dell’ufficio.

Che coincidenza! Si potrebbe dire, e invece è stato tutto frutto del caso.

Stamattina pensavo alla mia ex fidanzata, e manco a farlo apposta la incontro in metropolitana.

Sofie: secondo me pochi animali sono adatti per stare in casa con noi esseri umani. Da bambino ho portato in casa delle rane, e le ho messe nella vasca da bagno. Non ti dico la faccia di mia madre quando è entrata in bagno!

Rafaela: ci credo! Ci sono persone che hanno anche il drago barbuto o anche dei maiali nani. Avete presente?

Lejla: ma ti rendi conto dove arriva la follia umana? Ancora ancora un criceto o un coniglio, ma un maiale! Io non lo so guarda !

Ulrike: ma che sarebbe il drago barbuto? Mi state prendendo in giro?

Hartmut: no, no, è una sorta di lucertolone che cresce fino a quasi diventare un coccodrillo.

Flora: Stando ai dati sembra che ce ne siano parecchi nelle case italiane. Il fatto è che molto spesso non vivono nel loro ambiente ideale. Gli va di lusso se hanno un giardino a disposizione.

Irina: con buona pace degli animalisti.

493 Averne ben donde

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Eccoci ad una espressione italiana molto interessante e direi anche molto elegante: averne ben donde.

Apparentemente incomprensibile per un orecchio non madrelingua, ma vediamo se riesco a far luce su questa espressione in qualche minuto.

Dunque, iniziamo dal verbo avere. Iniziamo da averne. Come possiamo usare “averne” in una frase meno complicata?

Dunque, sapete che la particella “ne” alla fine del verbo si riferisce a qualcosa: avere qualcosa.

Ad esempio:

di automobili mi piacerebbe averne tre.

Oppure:

Quanti motivi hai per imparare l’italiano? Solitamente non è sufficiente averne solamente uno. Servono almeno due motivi (è solo un esempio).

Anche i motivi, le ragioni dunque si possono avere. E qui ci avviciniamo all’espressione si oggi.

Infatti “averne ben donde” di utilizza per esprimere che si ha un buon motivo di fare qualcosa. Generalmente usiamo averne e non avere. Si usa quasi sempre in questa forma infatti, con “ne”, messo più spesso prima del verbo, e quasi mai dopo:

Io ne ho ben donde

Tu ne hai ben donde

Lui/lei ne ha ben donde

Noi ne abbiamo ben donde

Voi ne avete ben donde

Loro ne hanno ben donde

Attenti agli esempi:

Marco sta piangendo e ne ha ben donde, perché la sua bellissima fidanzata l’ha appena lasciato.

Ne ha ben donde, come a dire: ha un buon motivo per piangere, un motivo molto valido, veramente valido.

Questo è il senso: un motivo valido, un buon motivo.

I membri che riescono a comporre delle belle frasi di ripasso con le espressioni già spiegare, hanno ben donde di essere soddisfatti.

Se qualcuno ti distrugge l’automobile nuova hai ben donde di essere arrabbiato con lui.

Sei arrabbiato? Ne hai ben donde!

In Italia tutti vogliono avere il vaccino per primi: avvocati, religiosi, eccetera. Solo le persone che lavorano alle casse dei supermercati (che invece ne avrebbero ben donde) non si sono fatte ancora sentire.

Si usa quasi sempre così: “ben donde“, e questo ben indica la validità del motivo.

Ma da dove viene questo “donde“?

Potrei dire:

Donde viene questo “donde“?

Questo termine, infatti, viene dal latino, e al di là della frase di oggi, donde ha un senso simile a “da dove”, “da cui”, inteso nel senso di “origine”, o “punto di partenza” :

Per spiegare questa espressione non sapevo donde (da dove) iniziare

Donde (da dove) vieni?

Sono tornato al punto donde (da cui) ero partito

Suona un po’ vecchiotto come utilizzo usato in questo modo.

Anche un buon motivo, in fondo, è un punto di partenza. Questo forse deve aver pensato anche Giacomo Leopardi che nella poesia che si intitola “All’Italia” scrive:

Piangi, che ben hai donde, Italia mia

Poesia molto attuale direi. Anche adesso, infatti, in questo periodo di pandemia, l’Italia ha valide ragioni per piangere. Speriamo ancora per poco.

Marguerite: Io non ho ancora preso il vaccino x il covid, ma entro l’anno, stando a ciò che si dice, dovrei averlo.
Mariana: Bisogna munirsi di pazienza
Rafaela: Che vedano di sbrigarsi, questi governi, ad immunizzarci tutti.
Irina: Prende corpo l’idea di una immunità di gregge a metà luglio. Dopodiché potrò partire alla volta dell’Italia!!

492 Passarla liscia

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Passarla liscia

Oggi vediamo un’espressione informale usata in tutt’Italia: passarla liscia, che ha lo stesso significato di cavarsela, riuscire a evitare una punizione o una conseguenza negativa, soprattutto se deriva da un proprio comportamento sbagliato.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

Un automobilista ha superato i 200 km orari in autostrada, ma non l’ha passata liscia e la Polizia l’ha multato.

Quindi l’automobilista, dopo aver superato il limite di velocità in autostrada, sperava di passarla liscia ma non c’è riuscito. Sperava che la polizia non si accorgesse di questa infrazione ma invece non l’ha passata liscia e ha dovuto pagare la multa.

Si usa il verbo passare, nel senso di superare, lasciarsi alle spalle qualcosa senza pagare.

Si può usare anche per indicare il superare un pericolo o una difficoltà, in genere per pura fortuna.

È la seconda volta che crolla la mia casa ma anche stavolta l’ho passata liscia.

In questo caso è simile a “è andata bene“, “l’ho scampata bella“. Passarla liscia si usa solo al femminile: sempre passarla, mai passarlo.

Però generalmente è più usato nel senso di scansare una punizione, una punizione meritata per aver sbagliato qualcosa.

La usano spesso i genitori con i propri figli:

È la quarta volta che rientri a casa molto tardi la sera. Non credere di passarla liscia!

Con il pallone i ragazzi hanno rotto il vetro di una finestra ma l’hanno passata liscia perché nessuno li ha visti.

Ma perché liscia?

Liscio e liscia si usano anche in un’altra espressione: andare liscio. In questo caso indica l’assenza di problemi.

Com’è andata?

Tutto liscio!

È andato tutto liscio.

Tutto liscio come l’olio.

Le cose lisce, gli oggetti lisci, infatti, scivolano, al contrario delle cose ruvide, che incontrano resistenza con l’attrito.

I problemi quindi scivolano via, è come se non ci fossero.

Io la passo liscia

Tu la passi liscia

Lui la passa liscia

Lei la passa liscia

Noi la passiamo liscia

Voi la passate liscia

Loro la passano liscia

potete ascoltare e leggere proprio adesso:

Rafaela. Come saprete tutti, ho un cane a casa. L’altro ieri questa bestiola, tanto bella quanto vispa, è scappata via.

Ulrike: Lì per li, ho perso il lume della ragione per via della paura che le accadesse qualche guaio, sola soletta per le strade. Volevo andare in giro gridando a squarciagola il suo nome affinché rivenisse da me. Ero sconvolta emotivamente e allo stesso tempo arrabbiata di brutto. Avevo bisogno di aiuto.

Marguerite: In quel mentre, mio marito mi guardò in malo modo e, udite udite, invece di darmi una mano mi fece questa paternale:

Hartmut: Ma come si fa!! Sembrerebbe che la tua brutta bestia lo faccia apposta per vederti andare su tutte le furie! Di fatto è troppo maleducata, devi metterle dei paletti. Bisogna insegnarle tutto da capo a dodici. In via cautelativa meglio tenerla incatenata. Punto e basta.

Irina: Nel prosieguo la cagnetta si è fatta viva, e io, per rimettermi in sesto mi sono sorseggiata un bicchiere di spumante con mio marito che, tutto sommato, di per sé non è un vero cattivone.

Ottimo lavoro ragazzi! Qualcuno avrà già notato che passarla liscia ha qualcosa in comune con passare in cavalleria! Ma sono le persone a passarla liscia, mentre sono le questioni a passare in cavalleria.

491 Vedi di

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Quando diamo un consiglio ad Vedi di (scarica audio)

Quando diamo un consiglio ad una persona, come possiamo iniziare? Soprattutto se vogliamo spingere una persona, magari un amico, a fare qualcosa, ci sono diversi modi. Dipende un po’ da ciò di cui stiamo parlando e anche se questa cosa influisce su chi parla. E come facciamo a seconda che si tratti di qualcosa di simile a una richiesta, un favore, e meno di un consiglio?

Cerca di smettere di fumare!

Secondo me dovresti andare più piano con la macchina

Posso dirti una cosa? Perché non smetti di lamentarti?

Mi permetto di dirti che, secondo me, dovresti chiedere scusa a tua madre.

In queste frasi prevale a volte la cortesia, altre volte la stanchezza di vedere una situazione negativa che non cambia, o anche la curiosità.

Se questa cosa ci dà fastidio, possiamo decidere di essere gentili, oppure no, e allora il consiglio diventa un rimprovero:

Ma perché non smetti di fumare? Mi dà fastidio che ti fai del male così!

Che aspetti a rallentare? Vai troppo forte!

E piantala di lamentarti!!

Dai, che pizza che sei, smettila!

Chiedi scusa a tua madre e basta! Non ti sopporto.

Se vogliamo essere brevi, sintetici, categorici (cioè che non vogliamo una replica, una risposta a ciò che diciamo) e nello stesso tempo irritati perché la cosa riguarda anche noi, uno dei modi è usare il verbo “vedere” in questo modo:

Vedi di smetterla di parlare, mi dai fastidio!

Ehi, vedi di star zitto!

Vedi di rallentare, se non vuoi che io alzi la voce.

Vedete di fare silenzio mentre dormo, ok?

Vedete di finire il lavoro entro domani! Mi raccomando!

Vedi di toglierti da davanti alla TV!

Avevo fatto un accenno a questo uso di vedere in un episodio passato in cui si parlava di “vedi un po’ e vediamo un po’. Ma in questo caso c’è la preposizione “di”.

Il modo più corretto per chiamare una frase di questo tipo è “esortazione” . In effetti esiste il verbo esortare, che non è offensivo.

Esortare significa indurre a un certo comportamento, spingere a fare qualcosa facendo leva sugli affetti o sulla ragione; incitare, spronare.

Vedi di andare piano!

Equivale a:

Ti esorto alla prudenza (o a essere prudente).

Una prima differenza è che esortare vuole la preposizione “a”.

La differenza più importante è che usare “vedere di” è molto colloquiale come modalità, e chi la usa in qualche modo è in una condizione di superiorità, come un genitore o un datore di lavoro. C’è irritazione sicuramente.

Se non siete in una condizione simile non è consigliabile usare il verbo vedere in questo modo. Infatti sarebbe come dire che se non segui il mio consiglio puoi immaginare cosa potrebbe succedere. Suona come una minaccia!

Anche un po’ sgarbato e maleducato come “consiglio”. Senza dubbio. Dipende anche dal tono.

Spesso si usa proprio sotto forma di minaccia. Attenti al tono e alla differenza tra una minaccia e una frase arrabbiata:

Vedi di star zitto…

Vedi di andartene…

In casi estremi può anche sostituire o integrare la parolaccia italiana più famosa:

Vedi di toglierti dalla mia vista!

Vedi di andare a quel paese!

E adesso, non dovrei dirlo, ma vedete di fare un bel ripasso!!

Anthony: Questa mattina AVEVO proprio SENTORE che SAREBBE TOCCATO A ME scrivere un ripasso. Allora non ELUDO alle mie responsabilità IN QUALITÀ DI membro del gruppo e VEDO DI SFODERARNE uno CON I FIOCCHI. Era nessun altro che la capa Ulrike ad esortarmi a darmi da fare. PAVENTANDOMI la sua reazione se sono VENUTO MENO a questa sua esortazione, mi sono messo all’opera DI BUONA LENA.

Ulrike: apprezzo il tuo entusiasmo IN QUANTO mio collaboratore. Però molte volte nel passato, erano sia la scarsa qualità del tuo lavoro sia la tua inclinazione ad usare le parolacce davanti ai clienti a farmi CADERE LE BRACCIA. Non voglio che esca di nuovo un OBBROBRIO come il tuo ultimo tentativo.

Anthony: agli ordini, capo. MI MUNISCO di attenzione e con questo ripasso ambisco a farne uno che piacerà IN TOTO ai nostri clienti (cioè i nostri amici membri del gruppo). persona, come possiamo iniziare? Soprattutto se vogliamo spingere una persona, magari un amico, a fare qualcosa, ci sono diversi modi. Dipende un po’ da ciò di cui stiamo parlando e anche se questa cosa influisce su chi parla. E come facciamo a seconda che si tratti di qualcosa di simile a una richiesta, un favore, e meno di un consiglio?

Cerca di smettere di fumare!

Secondo me dovresti andare più piano con la macchina

Posso dirti una cosa? Perché non smetti di lamentarti?

Mi permetto di dirti che, secondo me, dovresti chiedere scusa a tua madre.

In queste frasi prevale a volte la cortesia, altre volte la stanchezza di vedere una situazione negativa che non cambia, o anche la curiosità.

Se questa cosa ci dà fastidio, possiamo decidere di essere gentili, oppure no, e allora il consiglio diventa un rimprovero:

Ma perché non smetti di fumare? Mi dà fastidio che ti fai del male così!

Che aspetti a rallentare? Vai troppo forte!

E piantala di lamentarti!!

Dai, che pizza che sei, smettila!

Chiedi scusa a tua madre e basta! Non ti sopporto.

Se vogliamo essere brevi, sintetici, categorici (cioè che non vogliamo una replica, una risposta a ciò che diciamo) e nello stesso tempo irritati perché la cosa riguarda anche noi, uno dei modi è usare il verbo “vedere” in questo modo:

Vedi di smetterla di parlare, mi dai fastidio!

Ehi, vedi di star zitto!

Vedi di rallentare, se non vuoi che io alzi la voce.

Vedete di fare silenzio mentre dormo, ok?

Vedete di finire il lavoro entro domani! Mi raccomando!

Vedi di toglierti da davanti alla TV!

Avevo fatto un accenno a questo uso di vedere in un episodio passato in cui si parlava di “vedi un po’ e vediamo un po’. Ma in questo caso c’è la preposizione “di”.

Il modo più corretto per chiamare una frase di questo tipo è “esortazione” . In effetti esiste il verbo esortare, che non è offensivo.

Esortare significa indurre a un certo comportamento, spingere a fare qualcosa facendo leva sugli affetti o sulla ragione; incitare, spronare.

Vedi di andare piano!

Equivale a:

Ti esorto alla prudenza (o a essere prudente).

Una prima differenza è che esortare vuole la preposizione “a”.

La differenza più importante è che usare “vedere di” è molto colloquiale come modalità, e chi la usa in qualche modo è in una condizione di superiorità, come un genitore o un datore di lavoro. C’è irritazione sicuramente.

Se non siete in una condizione simile non è consigliabile usare il verbo vedere in questo modo. Infatti sarebbe come dire che se non segui il mio consiglio puoi immaginare cosa potrebbe succedere. Suona come una minaccia!

Anche un po’ sgarbato e maleducato come “consiglio”. Senza dubbio. Dipende anche dal tono.

Spesso si usa proprio sotto forma di minaccia. Attenti al tono e alla differenza tra una minaccia e una frase arrabbiata:

Vedi di star zitto…

Vedi di andartene…

In casi estremi può anche sostituire o integrare la parolaccia italiana più famosa:

Vedi di toglierti dalla mia vista!

Vedi di andare a quel paese!

E adesso, non dovrei dirlo, ma vedete di fare un bel ripasso!!

Anthony: Questa mattina AVEVO proprio SENTORE che SAREBBE TOCCATO A ME scrivere un ripasso. Allora non ELUDO alle mie responsabilità IN QUALITÀ DI membro del gruppo e VEDO DI SFODERARNE uno CON I FIOCCHI. Era nessun altro che la capa Ulrike ad esortarmi a darmi da fare. PAVENTANDOMI la sua reazione se sono VENUTO MENO a questa sua esortazione, mi sono messo all’opera DI BUONA LENA.

Ulrike: apprezzo il tuo entusiasmo IN QUANTO mio collaboratore. Però molte volte nel passato, erano sia la scarsa qualità del tuo lavoro sia la tua inclinazione ad usare le parolacce davanti ai clienti a farmi CADERE LE BRACCIA. Non voglio che esca di nuovo un OBBROBRIO come il tuo ultimo tentativo.

Anthony: agli ordini, capo. MI MUNISCO di attenzione e con questo ripasso ambisco a farne uno che piacerà IN TOTO ai nostri clienti (cioè i nostri amici membri del gruppo).

490 Munirsi di

Munirsi di (scarica audio)

Avete mai letto gli annunci in cui si ricercano baby sitter o persone per fare le pulizie di casa?

Questo è un esempio:

Cercasi babysitter automunita in zona

L’annuncio è chiaro: si cerca (cercasi) una baby sitter in zona, cioè che abiti nello stesso quartiere, la stessa zona in cui si trova questo annuncio, e questa baby-sitter deve essere automunita.

Automunita significa munita di automobile. In pratica la baby-sitter che si sta cercando deve avere una automobile propria, quindi deve essere indipendente dal punto di vista degli spostamenti, perché deve, evidentemente, anche accompagnare il bambino o la bambina dove è necessario.

Si sta parlando del verbo munirsi.

Essere munito di qualcosa ha il significato di avere qualcosa, possedere qualcosa.

Quindi se io sono automunito significa che ho un’auto mia, che possiedo un’auto.

In questo caso si tratta di un unico termine, ma generalmente si usa semplicemente il verbo munirsi o munire.

Quando usiamo questo verbo generalmente lo facciamo per indicare qualcosa che bisogna avere per raggiungere uno scopo.

Spesso è legato alla protezione personale, alla difesa e alla sicurezza:

Se si va a camminare nel bosco meglio munirsi di un bastone.

Il mio computer è munito di un buon antivirus

La città è munita di mura di protezione

Si usa, come avete visto, la preposizione di.

Per andare in America bisogna munirsi di passaporto.

Il senso è simile a provvedere, fornire e dotare. Il senso del bisogno, della necessità per un fine preciso è fondamentale per poter usare questo verbo.

Si può usare comunque anche in modo non riflessivo.

Se vogliamo che i ladri non entrino nella nostra casa, bisogna munire le finestre di inferriate e munirsi anche di un buon allarme.

Ci si può munire anche di qualità:

Bisogna munirsi di pazienza con i bambini.

Altri esempi:

Il portone di casa è munito di una serratura elettronica.

Mario è ben munito di soldi. Sposatelo!!

Sono sempre munito di buone idee per nuovi episodi

Adesso ripassiamo:

Mariana: la mia scelta di imparare italiano è meramente di piacere.

Rafaela: stando ai dati, la motivazione più comune è l’arricchimento culturale

Wilde: spesso e volentieri anche per esigenze di studio, di lavoro, per turismo o per ragioni affettive.

489 Stare a

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Oggi parliamo del verbo stare, cosa che abbiamo fatto più volte in passato, ma oggi ne parliamo a proposito di quando stare è seguito dalla preposizione a, o dalle preposizioni articolate al, alle, alla, agli e alle.

Iniziamo da “stare a casa”.

Io sto a casa

Tu stai a casa

Eccetera

Facile in questo caso, perché si utilizza il senso più comune di stare, inteso come essere o trovarsi in un luogo, spesso nel senso di non andar via,quindi anche simile a restare.

Stai a casa e non ti muovere (resta a casa)

Sto a casa tutto il fine settimana (resto a casa, rimango a casa)

Dove stai? Stai a casa? (trovarsi)

In senso simile è da intendere “stare a guardare”, che equivale a restare a guardare, non distogliere lo sguardo, o anche semplicemente guardare detto con enfasi. Lo stesso vale per “stare a sentire”

Stai a guardare cosa so fare!

Stai a sentire ciò che ho da dirti!

Non stare a sentire Giovanni, non vale la pena.

In senso sempre simile ci sono le locuzioni “stare all’erta“, che abbiamo già trattato, e “stare al gioco” di cui abbiamo accennato quando abbiamo parlato della differenza tra essere e stare.

Sia “stare all’erta” che “stare al gioco” invitano a non smettere di fare qualcosa, che sia stare attenti o rispettare le regole di un gioco o di uno scherzo.

E allora passiamo a un altro modo di usare “stare a“, come ad esempio “stare ai fatti“.

In questo caso si parla di fatti, cioè di cose accadute. Stare in tal caso è sempre simile a restare, ma nel senso non fisico, materiale. Stare o restare ai fatti significa attenersi solamente ai fatti e non ad altre cose. Attenersi è più formale rispetto a stare in questo caso.

Come dire: guardiamo solamente ai fatti, alle cose accadute, senza guardare altre cose, senza andare (in senso figurato) a guardare cose diverse dai fatti.

Es: l’essere umano si sta comportando bene sulla terra? Stando ai fatti, in pochi anni abbiamo inquinato il mondo. Non sembra che ci siamo comportati molto bene.

Ma possiamo parlare non solo di fatti, ma anche di altre cose. Ciò che conta è che si stiano riferendo solamente a questo e non ad altro.

Es: faccio una dieta per dimagrire: Stando a ciò che dice la mia bilancia, la dieta sembra funzionare. Sono dimagrito 2 kg in una settimana.

Ancora un esempio:

se vogliamo capire qualcosa di quanto è accaduto quando è affondato il Titanic, non possiamo solo stare solo alle parole dei sopravvissuti. Bisogna anche leggere la scatola nera della nave o analizzare i resti della nave per capire cosa è accaduto.

Altro esempio:

Domanda: Cosa era successo a Maria? Perché non si è fatta sentire per un mese!

Risposta: Stando alle sue parole, è stata molto male ultimamente.

Oppure:

Stando al nome della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” sembrerebbe che gli episodi durino solo 2 minuti.

Stando a ciò che si dice degli italiani, non sembra amino molto il rispetto dele regole, neanche quando sono loro stessi a deciderle!

Adesso ripassiamo un po’:

Marguerite: Ho letto che molte parole e frasi italiane di uso quotidiano vengono dalla Divina commedia di Dante Alighieri, ma sarà vero?

Ulrike: Certo che è vero, come mesto, la bolgia, “quatto quatto” e l’espressione “senza infamia e senza lode” . Ma ce ne sono una caterva.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

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Inizia così la Divina commedia:

Nel mezzo del cammin di nostra vita.

Si tratta del  primo verso della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Oggi, che è il giorno dedicato a Dante, voglio parlarvi proprio di questo “verso” della Divina commedia.

I versi, come saprete, sono ciascuno delle singole parti in cui si articola un testo metrico definito da un particolare disegno ritmico e alla fine del quale, di solito, si va a capo.

Allora questo verso è il primo della Divina Commedia, e il primo della parte dedicata all’Inferno, dove vanno i cattivi.

Questo primo verso è quello più famoso del Poema.
Il poema è la Divina commedia.

Questo è un termine che più in generale indica un’opera letteraria in versi, di notevole estensione. Quindi si tratta di grandi opere letterarie, proprio come la Divina Commedia.

Ma cosa significa questo primo verso?
Questo verso è da leggere insieme ai due versi immediatamente successivi:

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.»

Vediamoli insieme.
Questi tre versi. Faccio riferimento a quella che è l’interpretazione più diffusa di questi versi, e quindi quella più attendibile, credibile.

Dante Alighieri parla della vita, della vita di un essere umano, che a quei tempi durava circa 70-80 anni.

“Il mezzo del cammin di nostra vita” sarebbe interpretabile dunque come il centro della nostra vita, quando quindi abbiamo una età attorno ai 35-40 anni.

La vita dunque è un cammino che termina a circa 80 anni e quando siamo nel mezzo del cammino abbiamo circa 40 anni.

Dante si immagina dunque per una selva oscura (siamo nel secondo verso).

Una selva è come un bosco, un luogo dove ci sono molti alberi, molta vegetazione.
Si parla generalmente si selva e non di bosco quando però la vegetazione è molto fitta o quando è molto facile perdersi in questo bosco.

Siamo in questa selva dunque e abbiamo 40 anni circa.

Questa selva è “oscura”. Questa immagine della selva oscura, cioè buia, rappresenta lo stato d’animo di un essere umano che, intorno all’età di 40 anni circa, attraversa un momento di confusione interiore. La sua mente è confusa, e l’uomo si sente perduto, come se si trovasse in una selva oscura, fitta di alberi, dove è facile perdersi.

E infatti nel terzo verso si legge che “la diritta via era smarrita”.

La via, cioè il cammino della vita, ad un certo punto della vita viene persa, viene smarrita.

Non sappiamo più dove ci troviamo, come quando ci troviamo in un bosco oscuro, pieni di alberi, un bosco molto fitto. Ci siamo persi.

Sembra che Dante, nel periodo in cui scrisse l’opera, vivesse infatti un momento di crisi, uno sbandamento morale. Questa è la selva oscura.

“Mi ritrovai”. Il verbo ritrovarsi si usa proprio per indicare il non accorgersi di questo. All’improvviso si è ritrovato in una selva oscura. Ovviamente ritrovai è il passato remoto.

Ma non si tratta solamente di Dante nella Divina Commedia. Si parla invece dell’essere umano in generale, che, senza accorgersene, perde la via del bene, la via positiva, per farsi travolgere dal peccato.

Si parla quindi delle sorti degli uomini nel loro complesso, del destino dell’essere umano.

In senso letterale dunque, Dante aveva smarrito il sentiero per il quale stavo andando e si perse in una selva oscura, tanto che scoprì che la “diritta via”, quella del bene, era smarrita, era persa. Ma questa, come si è detto, è una immagine figurata per indicare il destino dell’umanità che si fa travolgere dal peccato e dall’immoralità.

Attenzione però perché la via del bene, la diritta via è solo momentaneamente smarrita, perché alla fine del poema, Dante riacquista la via del bene e la grazia di Dio.

Speriamo che accada lo stesso anche a tutti noi!

488 Chiedere lumi, attendere lumi

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Il termine lume, nella

lingua italiana, indica una luce.

In genere questo termine si utilizza quando si parla del lume di una candela, o del lume di una lampada. Nel caso della candela è una luce debole, leggera, fioca.

Il lume può essere, nel linguaggio comune, anche la stessa lampada, e non la luce che essa emana.

Una lampada a petrolio quindi diventa un lume a petrolio.

Il lume è un termine che si usa spesso nella letteratura nella poesia in sostituzione del termine luce.

Questo è il senso proprio di lume, che al plurale diventa lumi.

Ebbene, lumi, al plurale, invece si usa soprattutto nell’espressione “chiedere lumi” e anche “attendere lumi”, ma in questi due casi il lume non è una luce.

Il significato delle espressioni però è legato alla parola lume, quindi alla luce. In questo caso non si sta chiedendo a qualcuno di illuminare una stanza buia, o di “chiedere un lume” inteso come una lampada. Anche “attendere lumi” non significa aspettare una luce.

Non si sta chiedendo questo ma il senso è figurato, sia col verbo chiedere, sia con attendere.

Si sta, in questo caso, chiedendo una spiegazione, un chiarimento per qualcosa che noi non capiamo. Si spesso in senso ironico.

Il lume indica infatti la luce, ma la luce ci fa vedere ciò che al buio non si vede, quindi in senso figurato ci fa capire qualcosa che, senza una spiegazione, non riusciamo a capire. Questo è il motivo per cui si utilizza chiedere lumi al posto di chiedere una spiegazione.

Si tratta di spiegazioni particolari.

Generalmente si usa infatti quando non è colpa nostra quando non capiamo o non conosciamo qualcosa.

Es: come mai papà ha deciso di licenziarsi?

No so, appena torna chiediamo lumi a lui.

Quindi i lumi sono delle spiegazioni, ma possono anche dei chiarimenti, intesi come istruzioni su cosa fare, su come procedere.

Cosa facciamo con queste scatole che abbiamo in cucina?

Bisogna chiedere lumi a mamma. Le ha messe lei qui.

Questa è un’istruzione precisa che dobbiamo ricevere da mamma. È a lei che chiediamo lumi.

Attendiamo lumi da mamma.

Si può dire anche così.

Sarebbe come dire:

Aspettiamo che mamma ci illumini.

La luce, se ci pensate, è anche il simbolo dell’idea, che ci illumina la mente.

Notate che c’è quasi sempre una nota ironica o poetica quando uso il lume in senso figurato.

Attendere lumi e chiedere lumi si usa alquanto spesso nel linguaggio di tutti i giorni e anche si legge spesso sui giornali e nelle notizie in generale. Il senso spesso non è ironico in questo caso. Si chiedono semplicemente spiegazioni, o, come detto, chiarimenti su come comportarsi.

Es: il sindaco di Roma chiude le scuole nonostante le indicazioni del governo fossero diverse. Sono stati chiesti lumi al sindaco di Roma.

Qui si tratta di spiegazioni, per capire il motivo della chiusura delle scuole.

Il governo chiede lumi agli esperti di virus per capire quali decisioni prendere

In questo caso si tratta di un parere professionale, un importante punto di vista.

Attenzione perché non c’è mai l’articolo in queste locuzioni. Succede spesso nelle espressioni della lingua italiana, ci avete fatto caso?

Esiste anche “il lume della ragione”. In questo caso l’articolo c’è, ma il motivo è che sto indicando un lume particolare, ben preciso: il lume della ragione.

Qui si usa la luce per indicare la mente, la razionalità, la ragione.

Se una persona “perde il lume della ragione” significa conseguentemente che perde la ragione. Quindi chi perde il lume della ragione impazzisce.

Prima del ripasso del giorno, termino l’episodio citando Giacomo Leopardi, che nello Zibaldone scrive:

La ragione è un lume; la Natura vuol essere illuminata dalla ragione non incendiata. Come io dico accadde appresso i Greci e i Romani: al tempo…

Mariana: episodio dopo episodio, sapete che il mio Italiano inizia a prendere forma?

Irina: beato te, il mio Italiano invece è ancora un obbrobrio.

Ulrike: sempre ottimista eh? Mai che te ne esci con un segnale di entusiasmo. Prendi spunto da Mariana. Non ti farebbe male.

487 La pappardella

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Avete mai mangiato le pappardelle?

Sono sicuro di sì, ma se non lo avete ancora fatto, vi raccomando vivamente di farlo al più presto, non appena mettete piede in Italia.

Le pappardelle sono un tipo di pasta. Una pasta di farina e uova, tagliata in strisce più larghe rispetto alle tagliatelle. Si mangiano in tutti i ristoranti d’Italia, specie in Toscana e nel Lazio.

Pappardelle è il plurale di pappardella. Ma cos’è una pappardella?

La versione singolare non si usa in genere con la pasta alimentare, cosa questa che avviene anche con altri tipi di pasta, come le penne, i rigatoni, gli spaghetti eccetera.
Per la pasta si usa sempre il plurale, a parte rare eccezioni. Un esempio di eccezione è la “sagra della pappardella“.
Ma la sagra è una festa, e quella della pappardella (si svolge in molte località italiane) è appunto dedicata alle pappardelle. In questo caso, se parliamo di sagre, si usa spesso anche il singolare.

C’è un altro caso in cui si usa il singolare, e questo riguarda molti tipi di pasta.
Anche gli spaghetti infatti, o altri tipi di pasta, vengono chiamati al singolare, ma questo è soprattutto una usanza dei camerieri e dei ristoratori.
Quando prendono le loro “comande” (ordinazioni) ai tavoli, scrivono ad esempio: uno spaghetto ai funghi, un rigatone alla parmigiana e una penna al pomodoro“. Ma questo fa parte del gergo del cameriere, fa parte del loro linguaggio. “Uno spaghetto” significa “un piatto di spaghetti” eccetera.  Analogamente può accadere che venga ordinata “una pappardella ai funghi porcini”, cioè un piatto di pappardelle ai funghi porcini.

La pappardella (al singolare) però è un termine che si usa, nella lingua italiana per indicare anche un discorso o uno scritto farraginoso, cioè molto lungo, prolisso, confuso e dunque anche noioso. Quando si legge qualcosa di molto noioso e non ne abbiamo voglia, spesso si sentono commenti di questo tipo:

Durante la lezione, ho dovuto sopportare tutta la pappardella dei testi classici antichi. Due ore di una noiosissima lezione.

 Oggi ho il corso di teatro. Bisogna recitare tutta la pappardella a memoria! 

Spesso si parla proprio di imparare a memoria qualcosa, come un testo scritto, in genere noioso. 

A scuola è una parola che si usa spesso, quando ad esempio il professore rimprovera gli studenti di non usare il cervello ma di impararsi la pappardella a memoria, oppure quando c’è qualcosa che va imparato assolutamente a memoria, anche se è molto noioso.

Non dovete imparare la pappardella a memoria, ma usare il cervello per ragionare. 

Vediamo comunque un altro esempio:

I politici, quando fanno la campagna elettorale in tutt’Italia, a volte hanno fino a 10 discorsi da fare in luoghi diversi e ogni volta recitano la stessa pappardella.

Quindi i politici, che devono fare il loro discorso alle persone in luoghi diversi, fanno spesso sempre lo stesso discorso, che diventa quindi una pappardella da imparare a memoria.

Mia madre, ogni volta che rientro tardi da casa mi recita sempre la stessa pappardella sul rispetto e sulle regole da rispettare.

Si usa il termine pappardella perché contiene “pappa”, e la pappa ha il significato di “cibo”. Si usa coi i bambini:

Mangia la pappa che è buona! Apri la bocca bel bambino!

Si usa però “pappa” anche per indicare un impasto, un miscuglio di ingredienti, a volte che non riesco neanche a distinguere tra loro. Se poi prendo del pane cotto e lo metto in acqua o brodo e magari aggiungo olio, aglio, pomodoro ottengo la “pappa al pomodoro“, un piatto tipico della cucina fiorentina. I senso figurato allora quando ho un discorso o uno scritto confuso, con molte parole (gli ingredienti) confuse, questa la posso chiamare “una pappa”, o una pappardella proprio per indicare che è lunga e noiosa.
Con il termine pappardella molto spesso si utilizza l’espressione  “attaccare il Pippone” che abbiamo già spiegato e altrettanto spesso si può utilizzare il verbo sorbire: sorbirsi una pappardella sorbire una pappardella. Anche sorbire è un verbo a cui abbiamo dedicato un episodio.

Ulrike: se questi episodi fossero una pappardella non staremmo qui ad ascoltarli. Te lo dico senza remore.
Sofie: e in questo caso tutti gli episodi ci andrebbero di traverso.
Irina: per carità! State freschi se pensate che sarei membro dell’associazione in quel caso!

 

 

 

486 Dare il benservito

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Dare il benservito

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Nella lingua italiana, quando siete in opposizione con qualcuno, quando cioè avete un avversario, un oppositore, uno che non la pensa come voi, ebbene, in queste situazioni, volete voi avere la meglio, volete batterlo, volete che la vostra idea o opinione prevalga sulla sua.

C’è in particolare una situazione di cui mi interessa parlare oggi cioè di quando finalmente la vostra idea prevale, quando riuscite a prendervi una soddisfazione nei suoi confronti.

Non parliamo necessariamente di un incontro sportivo ma piuttosto di conflitti ideologici, di diverse idee e punti di vista, o, al lavoro, diversi idee nel risolvere un problema, o diversi obiettivi da raggiungere. Insomma, tu e questa persona non andate d’accordo e ad un certo punto riuscite ad avere la meglio.

Più in generale possiamo parlare di prendersi una soddisfazione personale nei confronti di una persona.

In questi casi c’è una esclamazione molto adatta: tiè!

Questa esclamazione, molto colloquiale e anche abbastanza offensiva, ha il significato di “tieni”, come quando si dà una cosa ad una persona e la si invita a prenderla. Il senso però è di: 

Ho vinto io e tu hai perso

Ho avuto la meglio!

Alla faccia tua (offensivo)

Hai perso, ben ti sta!

Ti sta bene!

Questo è ciò che meritavi!

Così impari a contraddirmi!

Più brevemente:

tiè!

In questo modo si esprimere una maligna soddisfazione per qualcosa di spiacevole capitato ad altri:

Tiè, così impari!

Come a dire: sono contento che è successa questa cosa per te molto negativa.

A volte questa esclamazione è accompagnata da un gesto, il cosiddetto gesto dell’ombrello, ugualmente offensivo e volgare.

Ulrike
Le preoccupazioni che riguardano il vaccino AstraZeneca sono prive di fondamento? Io non lo so, come la vedete voi ?

Irina
Io non ci capisco, ho letto però che sembra ci siano degli esami che comprovino un nesso fra casi mortali e questo vaccino.

Rafaela
Infatti, i dubbi che riguardano i rischi del vaccino spuntano a destra e a manca .

Mariana
Il mio dirimpettaio mi ha dato dell’ allarmista, quando gli ho detto di non voler vaccinarmi con AstraZeneca. Pensate un po’ !

Hartmut
Vabbè, finora la maggior parte degli esami resta sul vago, quindi è da prendere con le molle.

Anthony
Giusto! Urge piuttosto un’accelerazione dei vaccini, altro che storie! per quanto mi riguarda, se mi chiamassero accetterei senz’altro un vaccino con AstraZeneca. Ciò non toglie però che sto seguendo le voci degli scienziati con attenzione.

 

485 Prendere spunto

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Sapete cos’è uno spuntino?
È semplicemente un piccolo pasto. In inglese si direbbe uno snack. In italiano potremmo anche dire “una leggera refezione al di fuori o in sostituzione dei pasti principali”.
La refezione è, per dirlo in parole più semplici, un pasto.
Bene, allora si potrebbe pensare che lo spuntino sia il diminutivo di spunto.
Secondo questa logica anche lo spunto sarebbe un pasto. Sarebbe persino più grande dello spuntino!
Invece no. Lo spunto è un’occasione iniziale da cui si prende ispirazione.
Cosa significa? Posso usare il termine spunto in diversi modi. Oggi però mi interessa in particolare parlare della locuzioni prendere spunto (o trarre spunto) e offrire lo spunto.
Il primo modo per usarlo è quando si parla con una o più persone e si introduce un argomento di discussione collegandosi a qualcosa di cui si è già parlato. Questo però si fa quasi esclusivamente durante una lezione o una spiegazione o anche una conferenza, una riunione. Un po’ accademico e formale come contesto.
Quindi si prende l’occasione di introdurre un’idea, un progetto, un piano, a partire da qualcosa di già detto.
Es: se stiamo parlando di lingua italiana e di Dante Alighieri io potrei dire:

Vorrei prendere spunto da questo argomento per parlarvi del periodo storico in cui è stata scritta la divina commedia.

Spesso quando si fa questa operazione si può cambiare anche completamente discorso. L’importante è trovare un legame tra le due questioni. Trovare lo spunto, l’occasione, cogliere l’opportunità per agganciarsi.
Quando si prende spunto, spesso si aspetta l’occasione giusta per farlo. Si aspetta che si abbia una ragione, per trovare un collegamento che mi dia questa possibilità.

Vorrei prendere spunto da quanto detto poc’anzi da Giovanni sulla divina commedia per parlarvi di un aspetto particolare…

È un po’ come dire:

Colgo l’occasione per parlarvi di un aspetto particolare della divina commedia…
Vorrei collegarmi a quanto detto da Giovanni a proposito di Dante Alighieri…
Visto che si è parlato di Dante Alighieri, approfitto per parlarvi di…

Si può prendere spunto da qualcosa anche per fare una domanda:

Mi scusi, prendo spunto da quanto appena detto per farle una domanda…

È un linguaggio, come detto, che appartiene più al mondo accademico. Non dico che sia molto formale, ma neanche colloquiale.
Un secondo modo di usare prendere spunto è nel senso di imitare e ispirarsi.

Un pittore per dipingere un quadro può prendere spunto da un altro quadro, o dalla tecnica usata da un altro pittore.

È una sorta di punto di partenza, punto iniziale per trarre ispirazione, per prendere ispirazione, per prendere spunto, qualcosa da cui partire.
I due quadri potranno alla fine avere qualcosa in comune.
Ma il pittore può prendere spunto anche da un sogno, o da una persona o un’immagine che gli è rimasta impressa. Anche questa è più un ispirazione che un’imitazione.
L’imitazione e l’ispirazione vanno bene entrambe comunque per usare l’espressione.
Una squadra di calcio che vive un momento di difficoltà perché le vittorie non arrivano può prendere spunto da un’altra squadra che, in un momento simile, è riuscita a superare il problema.

Prendiamo spunto da loro!

È come dire:

Facciamo come loro, imitiamoli.

Si può anche prendere più di uno spunto:

Ti piace il dolce che ho fatto? Ho preso qualche spunto da una ricetta vista in TV.

Vale a dire: mi sono lasciata ispirare da una ricetta in TV. Ho visto una ricetta in TV e ho imparato due o tre cose che non conoscevo. Magari mi riferisco alla tecnica usata, o magari solo che la farina da usare è quella tipo 0 e che la temperatura del forno è di 180 gradi. Non è detto che io abbia copiato interamente la ricetta.
Queste sono le due modalità per usare prendere spunto.
Prendere spunto a volte si scrive con l’articolo: prendere lo spunto.
Si può fare sempre in realtà, ma si fa soprattutto per dare più importanza a ciò che si vuole dire, quindi ridurre il senso di “approfittare dell’occasione”, “agganciarsi a un discorso” e dare maggiore enfasi in discorsi più seri. Si avvicina al senso approfittare dell’occasione per riflettere.

L’essere umano dovrebbe prendere lo spunto dalla pandemia che stiamo vivendo per riflettere maggiormente su un modo di vivere più consapevole.
Le donne vittime di violenza da parte di uomini crescono sempre di più. Si dovrebbe prendere lo spunto da questo fatto per affrontare seriamente il problema.

Esiste anche offrire lo spunto. Non è difficile capire come si usa:

La pandemia che stiamo vivendo dovrebbe offrire lo spunto all’essere umano per riflettere maggiormente su un modo di vivere più consapevole.
L’aumentare de casi di violenza sulle donne ci deve offrire lo spunto per affrontare seriamente il problema.

Offrire lo spunto si usa sempre con l’articolo. Si può usare lo spunto o uno spunto o qualche spunto.

Questo di cui lei ha appena parlato mi offre lo spunto per introdurre un argomento interessante…
Vorrei offrire a tutti voi uno spunto di riflessione adesso…
Magari qualcuno può anche trarre spunto da questo episodio per una frase di ripasso.

Stavolta ho usato “trarre spunto” (anche con l’articolo se si dà enfasi) che è analogo a prendere spunto.
Che ne dite allora? Ripassiamo?

Bogusia:

Buonasera ragazzi, oggi voglio parlarvi pane al pane, vino al vino, perché stamattina, sentendomi in vena, ho messo a punto un ripasso con una caterva di espressioni di due minuti. L’ho subito spedito a Giovanni, ma è passato un pezzo prima di ricevere un suo riscontro. Questo non mi va per niente a genio perché non vi dico quanto mi sono scervellata fino a quel momento. Di volta in volta ho la sensazione che ciò che scrivo non sia abbastanza degno di nota. A volte perdo persino il lume della ragione , perché qualcosa non mi torna. Allora, memore di tutti questi miei interventi che restano senza nessun commento da parte sua per lungo tempo ci resto male . Questo è quanto. Ma non mi sono lamentata invano perché alla fine Gianni ha accolto le mie preghiere. Magari a voi non vi tange, ma mi farebbe specie, perché se fosse così non vi sareste sorbiti questo mio tentativo di ripasso.

484 Prendere atto

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Dopo aver visto diversi utilizzi del verbo prendere che hanno a che fare con il movimento e la trasformazione, come prendere corpo,e prendere forma e “prendere piede” oggi vediamo una locuzione che invece usa il verbo prendere in un modo più vicino al senso proprio del verbo.

Infatti nella locuzione “prendere atto” (di qualcosa) il verbo prendere indica qualcosa che diventa nostro, qualcosa che viene preso, o meglio, viene acquisito, E’ qualcosa che entra in nostro possesso, ma non nel senso materiale. Infatti prendere atto si usa con le informazioni. Quando veniamo a conoscenza di un fatto o di una notizia in qualche modo è come se diventasse nostra, è come se la prendessimo con noi.
E’ quindi un “prendere” figurato, che somiglia molto al verbo “acquisire“, “considerare“, o “prendere in considerazione“.o, meglio ancora “constatare“.

Prendere in considerazione” è molto più usata come locuzione, ma non è esattamente equivalente a “prendere atto“.

Infatti un “atto” è un fatto, qualcosa di accaduto, o comunque una verità da non trascurare. Generalmente si tratta di un fatto che si è verificato e che ad un certo punto arriva a noi. Noi ne veniamo a conoscenza. Ma questa cosa di cui veniamo a conoscenza può anche essere una deduzione logica, una conseguenza di un fatto, e non il fatto stesso.

Es:

Maria mi ha rifiutato ancora una volta. Devo prendere atto del fatto che evidentemente non sono il suo tipo.

Questa è una deduzione, è una conseguenza della realtà (Maria non mi vuole!).

In effetti si usa spesso in questo modo, quando ci si deve convincere di qualcosa attraverso un ragionamento.

Potrei anche dire:

Dopo 10 volte che provo a fare inutilmente l’esame di matematica devo prendere atto

In modo più semplice posso dire che:

La polizia ha preso atto che la banca è stata rapinata.

Questa è una semplice constatazione, perché quando la polizia è arrivata ha visto, cioè si è accorta che la banca è stata rapinata, che la banca ha subito una rapina. Non è una deduzione ma una constatazione, è un fatto concreto che si è realizzato. Non c’è bisogno di fare una deduzione, ma posso usare ugualmente “prendere atto”.

Quindi “prendere atto” si usa quando si fa una deduzione, e in questo caso è simile a “cercare di accettare“, in quanto si tratta sempre di deduzioni negative, sgradevoli, e anche quando si fa una constatazione.

Nel caso della constatazione, l’uso è abbastanza formale. Io ho fatto l’esempio della polizia che prende atto di un fatto accaduto, ma anche al lavoro si usa spessissimo, nella politica e anche nel linguaggio giornalistico.

Vediamo alcuni esempi, sia di constatazione, sia di deduzione

Il direttore dell’azienda ha preso atto delle richieste dei lavoratori (constatazione)

Il Governo, preso atto dell’aumento dei contagi da Covid, ha deciso di dichiarare la zona rossa nazionale (constatazione)

La professoressa, preso atto dei buoni voti degli studenti, ha voluto dare loro una settimana di riposo dallo studio (constatazione)

Alcuni italiani che non credevano nel virus del Covid, di fronte al numero elevatissimo di morti, hanno dovuto prendere atto del fatto che si sbagliavano (deduzione)

Notate che spesso quando si “prende atto” di qualcosa, subito dopo accade qualcosa, si fa qualcosa, si reagisce a questa “presa d’atto” attraverso un’azione. E questa azione è influenzata da ciò di cui si prende atto. Non a caso il termine “atto” può indicare anche un documento. Pensiamo agli atti di un processo,

Il direttore dell’azienda, se dichiara di aver preso atto delle richieste dei lavoratori, evidentemente ha intenzione di fare qualcosa per andare incontro a questi lavoratori.

Il Governo, quando prende atto dell’aumento dei contagi da Covid, ha subito deciso di dichiarare la zona rossa nazionale. Se non ne avesse preso atto, non avrebbe agito in quel modo.

Analogamente, la professoressa, quando prende atto dei buoni voti degli studenti, decide di premiarli con una settimana di riposo dallo studio.

So cosa volete dirmi adesso: che devo prendere atto del fatto che non riesco mai a fare una spiegazione in due minuti. Va bene, ne prendo atto, ma voi dovrete prendere atto che questo episodio, come tanti altri, meritava una spiegazione più dettagliata.

Ripasso espressioni precedenti:

Ulrike:

Giochiamo un po’? Un indovinello vi va? Domanda retorica, lo so. Allora cominciamo: con quale espressione della rubrica dei due minuti si può dire che una cosa o un fare sono di scarsa importanza o di poco valore, ragion per cui non varebbe la pena di darle importanza? Ora tocca a voi.

Hartmut:
Vuoi che non lo sappiamo, è chiarissimo. Aggiungo un ulteriore indizio: dedicarsi ad una cosa inutile che non ha nessun effetto, non è cosa.

Mariana:
Chiarissimo dici? Vabbè, magari sono dura di comprendonio, ma questo tipo di indovinello non mi va, anzi mi fa persino voltare il cervello. Non contate su di me.

Anthony:
Ma va‘, vuoi darti subito alla fuga Hartmut? Dai, facciamo un po’ mente locale e vedrai che troveremo la soluzione nel giro di pochi minuti.

Bogusia:
Hai ragione, ma prima che ci incartiamo con questa caterva di espressioni della rubrica, dacci un altro indizio Ulrike oppure tu Hartmut.

Sofie:
La neccessità di un ulteriore indizio secondo me non si pone, anzi lascerebbe il tempo che trova, dato che gli indizi presentati sono ben chiari. Avete capito? Ho appena usato l’espressione misteriosa.🙂

483 Prendere piede

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E’ il terzo episodio dedicato al verbo prendere. Ci state prendendo gusto spero. Spero cioè che vi stia iniziando a piacere.

Oggi però è il turno di “prendere piede“.

Prendere piede è una locuzione simile a “prendere corpo“, e “prendere forma“. Ancora una volta prendere esprime cambiamento, mutazione, trasformazione in qualcosa; stavolta, in particolare, c’è qualcosa che si sta affermando.

Ad affermarsi può essere un’abitudine, una moda, una usanza, un modo di fare. La cosa che conta è che la questione riguarda le persone, cioè il numero di persone che fanno qualcosa. Quando prende piede una moda ad esempio, questa moda, questo modo di vestirsi ad esempio, si diffonde, quindi si afferma in modo consistente. Molte persone in iniziano a vestirsi in un certo modo e la cosa inizia a diffondersi. C’è questo fenomeno in aumento che riguarda molte persone.

Si può usare anche il verbo “attecchire“. Per ricordarlo pensate ad “attaccare”, ma non pensate ad attaccare nel senso della guerra (attaccare il nemico) ma nel senso di contagiare, come quando si dice che una persona attacca l’influenza ad un’altra persona, cioè la passa ad un’altra persona. Oppure nel senso di attaccare come la colla, che serve per attaccare due oggetti o due superfici.

Attecchire è abbastanza simile e in senso proprio è tipico delle piante. Si mette una pianta nel terreno  e si vede cosa succede nel tempo. Se la pianta attecchisce, mette le radici e tutto è andato bene: la pianta è sopravvissuta e sta crescendo. Si potrebbe dire che “ha funzionato”, nel senso che siamo riusciti a far attecchire la pianta al terreno. Vedete come attecchire è simile a attaccare. In effetti la pianta con le radici si è attaccata al terreno   D’altronde esiste anche il piede di insalata e il piede di lattuga, che è un modo comune di chiamare una singola pianta, un singolo cespo di insalata.

In senso figurato attecchire si può usare al posto di diffondersi, affermarsi, prendere piede

Avete notato che ogni tanto la moda anni settanta sembra prendere piede nuovamente?

Anche una moda che prende piede sicuramente possiamo dire che “funziona”. Ha attecchito tra la gente. Inizia ad emergere, a diffondersi, a farsi strada.

Dicevo che prendere piede si utilizza anche per le abitudini se si parla di più persone, e più in generale qualunque cosa possa diffondersi ed affermarsi.

Tra gli italiani sta prendendo piede l’abitudine di mettersi la mascherina prima di uscire di casa!

 La variante inglese del Covid sta prendendo piede anche in Italia.

Whatsapp ha preso piede già da qualche anno in tutto il mondo.

Si usa in realtà anche con le ipotesi, a volte impropriamente, proprio come “prendere corpo“. Es:

Sta prendendo piede l’ipotesi di un allungamento del calendario scolastico, per consentire agli studenti di recuperare il tempo perduto a causa del Covid.

Dipende dal senso che si vuole dare alla frase. In questo caso ad esempio potrei voler dire che questa ipotesi di allungare le lezioni per un periodo di tempo aggiuntivo sta prendendo piede nel senso che inizia a trovare un sacco di persone che sarebbero d’accordo con questa idea.

Vedete come col verbo prendere c’è una certa flessibilità nell’utilizzo.

Irina: Sono di un avviso particolare sull’apprendimento della lingua italiana: Mi butto a pesce su ogni episodio per approfondire il mio vocabolario. Non lascio nulla d’intentato pur di migliorare il mio livello.
Devo ammettere  che a volte mi cascano le braccia, perché sembra che il mio cervello somigli a un colino.
Non mi capacito di come ogni due per tre dimentichi delle parole. Forse questo accade perché parlare mi procura batticuore, ho una fifa blu di sbagliare. 
Peraltro va aggiunto che sbaglio un sacco. Ogni volta, parlando a tu per tu con qualcuno, sono lì lì per mollare tutto.
Ciò non toglie che io abbia intenzione di continuare, purché vedrò un miglioramento significativo. A ben pensare, l’amore per la lingua italiana mi far andare avanti di buona lena.
Non so cos’altro dire, se non che tentar non nuoce.
Infatti, nonostante i problemi di cui vi ho parlato,  tanto non me la sento di arrendermi.
Do fondo a tutta la mie energie, perché mi sono prefissa di migliorare. A questo punto non mi va di piantar baracca e burattini.
Finora ho visto i sorci verdi con la grammatica, ma d’ora in poi cambio registro con Italiano Semplicemente. Questo sito è una fucina di idee e un pozzo d’ispirazione.

482 Prendere forma

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Prendere forma è una locuzione simile a prendere corpo, che abbiamo visto nell’ultimo episodio. Può capitare anche che vengano usate una al posto dell’altra, ma in realtà c’è una differenza. La cosa in comune è che il verbo prendere indica sempre una trasformazione, un cambiamento. La differenza è che prendere forma non si usa, o meglio non dovrebbe usarsi per le ipotesi che si concretizzano, ma si usa per indicare che le caratteristiche di qualcosa iniziano a delinearsi, iniziano a definirsi. Questa cosa inizia ad assumere delle caratteristiche precise.

Es: guarda mia figlia, adesso ha 14 anni. Fino allo scorso anno era ancora una bambina. Adesso la donna inizia a prendere forma.

Questo è un esempio in cui mi riferisco alla forma fisica, la forma intesa in senso materiale. La ragazza inizia ad assumere le forme femminili, di una donna, e non più di una bambina. In senso immateriale invece:

Il progetto inizia a prendere forma.

Parliamo di un progetto qualsiasi, le cui caratteristiche iniziano ad essere evidenti.

Questo giorni in Italia sta prendendo forma il piano vaccinale contro il Covid.

Infatti ci sarà presto una comunicazione da parte del governo in cui si spiegheranno tutte le caratteristiche del piano: chi sarà vaccinato, dove, quando, dove prenotare la vaccinazione, chi sarà abilitato a farlo eccetera. Qualunque cosa allora può prendere forma nel momento in cui iniziamo a vedere dei cambiamenti che rendono questa cosa più chiara, con caratteristiche precise, che fino ad ora non erano emerse. Ancora una volta non dobbiamo mettere l’articolo, come in “farsi strada” e “prendere corpo” , perché è una locuzione con un significato preciso. Se lo facciamo ci riferiamo a una forma precisa e dobbiamo indicare questa forma.

La ragazza sta assumendo la forma di una donna. Il progetto inizia a prendere la forma di ciò che avevamo in mente.

Adesso ripassiamo: Mariana: va detto che comporre delle frasi per ripassare gli episodi precedenti non è facile, ma ci consente di metterci alla prova. Ulrike: le prime volte che si prova a farlo è facile che fiocchino gli errori. Wilde: che vuoi, da che mondo è mondo una lingua non si impara in un giorno!

L’emiciclo – POLITICA ITALIANA (n.4)

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L’emiciclo

Parliamo ancora di politica e dei termini di esclusivo uso in ambito politico.

Questa è la volta dell’emiciclo.

Questo termine deriva dall’architettura, infatti si tratta di un mezzo cerchio, cioè di un elemento di forma semicircolare. Emi significa “mezzo”, in lingua greca, mentre la parola ciclo deriva da kyklos che indica il concetto di “cerchio”.

Quindi metà cerchio = emiciclo.

Non è strano fare queste composizioni. Pensate alla bicicletta, che ha due ruote, quindi due cerchi, quindi bi (che significa due) più “cicletta” che è un diminutivo di ciclo. Oppure pensate alla motocicletta, che ha il motore.

Questo “emiciclo” (metà cerchio) è un termine che nella politica viene spesso usato per indicare le due aule più importanti della politica italiana: la Camera dei deputati a Montecitorio oppure il Senato della Repubblica a Palazzo Madama. Sapete infatti che il sistema parlamentare italiano ha due camere. Si dice allora che è un sistema “bicamerale“.

Infatti le due aule, la camera dei deputati e il Senato sono aule composte da tante postazioni, tanti sedili, disposti a forma di emiciclo. Un semicerchio.

Questa in realtà è la forma di molte grandi stanze, molte sale che servono a fare riunioni, dove i sedili sono disposti a semicerchio. Ma quando si parla dell’emiciclo, al TG o sui giornali, è quasi sempre la camera dei deputati o il Senato, che insieme rappresentano il parlamento italiano.

481 Prendere corpo

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Ricordate l’episodio scorso?

Abbiamo parlato in particolare di “farsi strada“. Mi riferisco a quando si fa strada un’ipotesi. Dimentichiamo per un attimo lr persone che fanno strada o che si fanno strada ma pensiamo solo alle ipotesi che si fanno strada, cioè che diventano più concrete.

Ebbene, in questi casi possiamo dire anche che l’ipotesi “prende corpo“. Più facile da ricordare e sicuramente non vi confondere con gli altri usi di “farsi strada“.

“Prendere corpo” è dunque equivalente, ha lo stesso significato di “farsi strada”, ma solo in questo caso specifico delle ipotesi che diventano più concrete.

Vediamo alcuni esempi:

Sta prendendo corpo l’ipotesi di un fidanzamento tra Giovanni e Maria.

Sta prendendo sempre più corpo l’ipotesi di una cessione di Cristiano Rinaldo da parte della Juventus

Quindi Giovanni e Maria molto probabilmente si fidanzeranno. Non è una certezza, però rispetto a prima, è sicuramente l’ipotesi più probabile.

Lo stesso dicasi per la cessione di Ronaldo da parte della Juventus.

Queste ipotesi stanno prendendo corpo.

Perché su dice così?

Ogni corpo, come il corpo umano, è reale, si può toccare.

Quando qualcosa prende corpo, questa cosa non è ancora reale, ma il verbo “prendere” si usa per trasmette il senso della trasformazione verso qualcosa di reale. Qualcosa sta diventando reale, sta diventando qualcosa di riconoscibile, qualcosa che ha un corpo. Pensate all’espressione “prendere l’abitudine” o a “prenderci la mano“. Anche in questi casi il verbo prendere si usa per trasmettere una trasformazione.

L’espressione si può usare in ogni contesto, anche il più formale quando si parla di qualcosa che si potrebbe avverare.

Non si tratta di un “corpo” materiale naturalmente. L’espressione è figurata. Si tratta appunto ancora di ipotesi, che in quanto tali, sono supposizioni, sono frutto dell’immaginazione. Ma ci stiamo avvicinando alla realtà. E’ in corso un avvicinamento ritenuto realisticamente possibile.

È con le ipotesi che si usa prevalentemente l’espressione “prendere corpo“.

Nei prossimi episodi vediamo invece altre due locuzioni, abbastanza simili: prendere forma e prendere piede.

Così capiremo meglio anche l’utilizzo del verbo prendere.

Dico davvero. Non vi sto prendendo in giro!

Adesso ripassiamo:

Rauno: Stava prendendo corpo l’idea di vaccinare tutti gli italiani entro l’anno, sennonché tutti questi problemi con i vaccini adesso stanno rallentando le cose.
Ulrike: C’è un crescendo di preoccupazione in tutta Europa attorno agli eventuali effetti collaterali dei vaccini.
Lejla: in merito, i dati non sono ancora allarmanti. Ma gli allarmisti ci sono sempre. Basta non lasciarsi coinvolgere

480 Fare e farsi strada

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Fare strada e farsi strada

Tutti voi conoscete il termine strada, giusto?

La strada è, in senso proprio, il luogo dove le macchine, le automobili, e in generale gli autoveicoli e i motoveicoli si muovono.

Ci sono le strade, le autostrade, e, volendo, anche le vie, le stradine, i viottoli, i viadotti, le bretelle autostradali, eccetera. La strada si percorre in senso materiale, fisico, ma si può anche “fare” :

Che strada fai per andare a casa?

Risposta: Faccio la strada di sempre, la solita strada

In questo caso si usa normalmente il verbo fare.

Ma cosa succede se tolgo l’articolo? Fare la strada, diventa “fare strada”.

Oggi voglio parlarvi proprio dell’espressione “fare strada”, e anche di “farsi strada”.

Quando ci sono delle macchine su una strada, spesso qualche automobile procede ad una velocità maggiore delle altre, allora la macchina più veloce sorpassa la macchina lenta. La macchina veloce supera la macchina lenta. Possiamo usare i due verbi superare o sorpassare indifferentemente.

Se però la strada è stretta e la macchina lenta non si accorge che ha una macchina che vuole passare, la macchina veloce suona il clacson: bep bep. La macchina lenta allora fa passare la macchina veloce. Posso anche dire che la macchina veloce chiede strada alla macchina lenta, oppure chiede alla macchina lenta di farle strada:

Fammi strada, devo passare!

Allora la macchina lenta fa strada alla macchina veloce.

Se ci pensiamo, quando una macchina fa strada ad un’altra, facendola passare, fa un gesto di cortesia.

A proposito di cortesia. “Fare strada” ha anche un altro significato. Si usa proprio in formule di cortesia, quando sono insieme ad una persona ospite e io devo mostrarle dove andare.

Prego, si accomodi, le faccio strada!

Prego accomodati, ti faccio strada.

Quindi io vado avanti e questa persona mi segue. In pratica io mostro la strada da percorrere e quindi precedo gli altri indicando il cammino:

Seguitemi, vi faccio strada!

Anche questo significa “fare strada” a qualcuno.

Ma c’è anche un altro modo di usare questa locuzione. Stavolta ci sono solamente io.

Fare strada” in questo caso significa fare carriera. Significa avere successo, migliorare la propria condizione:

Giovanni è un ragazzo che farà strada

Maria è molto intelligente, farà sicuramente strada nella vita

Quando si ha successo, se ci pensate, è come se si vincesse una sfida con gli altri perché si emerge rispetto ad altre persone.

Non è facile fare strada nel mondo dello spettacolo

Significa che non è facile emergere nel mondo dello spettacolo.

Ma esiste anche “farsi strada“. Il verbo fare diventa farsi se si riferisce a se stessi, o alle persone in generale, ma anche quando si riferisce a un qualcosa di esterno.

Se lo riferisco alle persone, posso ad esempio dire:

Non è facile farsi strada nel mondo dello spettacolo

Farsi strada significa trovare il modo di emergere, superando gli ostacoli e i problemi. Significa andare avanti con caparbietà. Ci si fa strada quando si cerca di andare avanti lottando, cercando di superare le difficoltà. Fare strada invece è semplicemente il risultato finale, il fatto di emergere.

Se hai un problema nella vita devi affrontarlo, non aspettare che ti aiutino gli altri. Bisogna farsi strada da soli.

E’ possibile anche farsi strada tra la folla, tra la gente, andando avanti e cercando di passare eventualmente anche spostando le persone con le mani.

Permesso, scusate, devo passare!

Ci si può fare strada anche a gomitate! A mali estremi, estremi rimedi!

Se qualcuno si fa strada quindi, questa persona vuole passare, vuole superare le difficoltà e fa ciò che può per andare avanti.

Farsi strada tra la folla

Io mi faccio strada per poter passare

Tu ti fai strada per poter passare

Lui/lei si fa strada per passare

eccetera.

Attenzione adesso. Ho detto che farsi strada si usa anche con riferimento a un qualcosa e non solo a qualcuno.

Es:

Si fa strada l’ipotesi di un rinvio delle elezioni

Sembra farsi strada l’ipotesi di un rinvio delle elezioni

Questo significa che questa ipotesi sta diventando più probabile. E’ dunque una possibilità che si sta facendo più concreta. Si rafforza questa ipotesi.

Pensate a tante ipotesi possibili sul futuro, che potete vedere come delle automobili su una strada. Quando una ipotesi si fa strada, è come se superasse le altre ipotesi in termini di probabilità.

Quindi se è una persona a farsi strada, questa persona avanza, va avanti superando i problemi o le altre persone.

Se è una ipotesi a farsi strada, questa ipotesi diventa più probabile e concreta rispetto alle altre.

Posso usare anche le idee al posto delle ipotesi. Il concetto non cambia. Idea in questo caso sta per ipotesi. Stesso significato.

Quindi ricapitolando, si può fare strada al lavoro, o in qualsiasi attività dove ci si fa notare, si emerge, si fa carriera o si diventa esperti di qualcosa.

Si può far strada a qualcun altro se lo si fa passare, se lo si fa andare avanti. È anche una formula o cortesia quando si precede una persona indicando così la strada da percorrere.

Infine, c’è anche farsi strada. Ci si fa strada quando si va avanti superando le difficoltà, aiutandoci con le proprie forze. Quando è un’ipotesi a farsi strada invece questa ipotesi diventa più probabile.

Questo è quanto.
MARIANA: è il momento di rispolverare qualche episodio caduto nel dimenticatoio?
ULRIKE: daccordissimo. Lungi da me dall’essere di diverso avviso.
EMMA: allora vi propongo di fare mente locale e ricordarmi quell’espressione che si usa quando… avete presente quando vi pentite di una scelta perché scoprite che comporta fatica?
LEJLA: “hai voluto la bicicletta?” ti risparmio il finale perché lo conosci!!

479 L’ultima spiaggia

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L'ultima spiaggia

Se amate l’Italia amate probabilmente anche le spiagge italiane.

L’ultima spiaggia” però non è la spiaggia più lontana Italiana. Non è neanche l’ultima volta dell’estate che vedete una spiaggia italiana. Niente di tutto questo.

Niente a che fare con il mare e la sabbia. L’ultima spiaggia è invece una locuzione che indica un’ultima speranza, un’estrema possibilità di risolvere una situazione.

L’espressione che abbiamo visto insieme nell’ultimo episodio, se ricordate, è simile: l’extrema ratio l’ho definita in modo simile. Ma stavolta si parla di ultima possibilità, non di ultima possibile soluzione.

L’extrema ratio è una possibile soluzione che noi stessi scegliamo di applicare quando tutte le altre non hanno funzionato, perché siamo consapevoli delle conseguenze negative di questa soluzione.

Invece l’ultima spiaggia è l’ultima volta che abbiamo la possibilità di risolvere questo problema. Non ci saranno altre occasioni. Non si tratta di una soluzione diversa e percicolosa, ma solo di un’altra possibilità per riuscire a fare qualcosa di positivo. Poi basta.

Es:

La prossima partita sarà l’ultima spiaggia per la squadra italiana. Se l’Italia non vince sarà fuori dal campionato del mondo.

Nello sport si usa spesso per trasmettere il senso di ultima POSSIBILITÀ, il senso di “ora o mai più”.

La locuzione viene da un libro, un romanzo. Ma questo quasi nessun italiano lo sa. Non è importante saperlo per poterla usare.

Ci sono due modi per usarla.

Il primo modo è dire che l’ultima occasione è ultima spiaggia, o rappresenta l’ultima spiaggia, o costituisce l’ultima spiaggia.

Questa partita è l’ultima spiaggia per l’Italia

Ma si può anche dire:

L’Italia è all’ultima spiaggia…

L’Italia si trova all’ultima spiaggia…

Si usa anche fuori dello sport ma si tratta sempre di un’ultima possibilità:

Mi hanno bocciato 5 volte all’esame di italiano finora. Il prossimo sarà l’ultima spiaggia. Se sarò bocciato ancora, lascerò l’università.

Un’espressione colloquiale, non formale quindi. Spesso si parla di ultima chance con quasi lo stesso significato. L’ultima spiaggia però ha spesso un senso più drammatico.

Inoltre la chance, cioè la possibilità in senso stretto, è legata ai singoli tentativi, come quando si cerca di colpire un bersaglio. L’ultima spiaggia ha un uso più generale, legato sempre alla perdita di qualcosa di importante. Vi consiglio pertanto di non abusare nell’utilizzo di questa espressione.

Bogusia: si leggono, qui nel gruppo, in modo indefesso le opere della letteratura italiana. Voglio ringraziare tutti i lettori che non cincischiano mai, e così facendo ci offrono, bontà loro, il loro contributo per il nostro quotidiano destreggiamento, Ci tendono la mano, dandoci la possibilità di scoprire i vari scrittori, per qualcuno forse sconosciuti. Spesso e volentieri ci si dimentica che lo stanno facendo per noi, il che non è cosa da poco.
Bisogna quindi farne tesoro e seguire con attenzione questa bella musica che viene dalla loro lingua. Si meritano il nostro plauso, eccome.

478 Extrema ratio

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Episodio 478 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Parliamo di una espressione latina molto usata e molto utile da conoscere. Extrema ratio è l’espressione in questione. Si scrive con la x al posto della s. L’espressione si può usare quando abbiamo un problema da risolvere e, tra le possibili soluzioni, vogliamo indicare quella più pericolosa, quindi anche quella che sceglieremmo per ultima. Tradotta significa proprio questo: “ultima soluzione“, “estremo rimedio“. L’aggettivo estremo, scritto però con la s e non con la x, in italiano indica, tra le altre cose, qualcosa di pericoloso. Pensiamo agli “sport estremi“, che sono i più pericolosi, come lo sci o l’arrampicata sulle montagne. L’estremo è spesso anche legato alla morte, come l’estrema unzione, che è la benedizione che si riceve prima di morire, o anche il gesto estremo, che in pratica indica il gesto di togliersi la vita. L’estremo è legato al pericolo anche perché esiste l’espressione “essere in estremo pericolo“, cioè correre un forte pericolo di morire. Esiste anche l’espressione: “a mali estremi, estremi rimedi”, di cui abbiamo già parlato nell’episodio 375. Insomma, una soluzione estrema è una soluzione a cui si ricorre quando non vi siano altre vie d’uscita, quando resta solamente questa possibilità, e questa è la soluzione più pericolosa, la più dolorosa o la più violenta. Il termine ratio, che si pronuncia “razzio”, indica invece la ragione, l’intelletto, la razionalità. E allora l’extrema ratio è una soluzione estrema, una soluzione che si decide di prendere razionalmente, con razionalità, usando la testa, consapevoli dei rischi che si corrono o delle conseguenze ovvie. Per questo motivo è estrema. Vediamo qualche esempio:

Per sconfiggere il covid ci sono metodi diversi, e la chiusura totale, il cosiddetto lockdown, è una scelta da prendere come extrema ratio. Per funzionare funziona, ma a forte danno dell’economia. La stessa scelta di chiudere le scuole è un’extrema ratio.

Prima di prendere una scelta simile bisogna cercare tutte le alternative possibili. Un altro esempio:

Come si fa a salvare un’azienda che sta per fallire? Ci sono varie strade. Come extrema ratio si possono anche licenziare tutti i lavoratori in eccesso.

Ci si deve augurare che questa sia veramente una extrema ratio. A volte comunque si può usare anche se non c’è pericolo legato a questa soluzione ultima. In questo caso potrebbero diminuire i benefici anziché arrivare i pericoli. Resta il fatto che come alternativa è sempre l’ultima. Sarebbe allora un po’ come dire “meglio che niente“. Adesso chiedo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente se hanno una frase per non dimenticare le espressioni precedenti. Una cosa che faccio sempre è chiedere loro una frase di ripasso. Se poi non arriva niente, giocoforza, come estrema ratio, ci penso io a realizzarla e poi loro la registrano. Meglio che niente! Stavolta però non c’è stato bisogno. A te la parola Bogusia. Bogusia: Ho preso una brutta piega recentemente, non partecipando alle chiacchiere del gruppo. È già grasso che cola se dico buongiorno. Mera pigrizia da parte mia? Può darsi . Di volta in volta mi trovo sguarnita di idee. Boh, adesso, ho abbozzato abbastanza con questo mio atteggiamento. Mi sono messa a studiare di nuovo, ma ho sentore che gli errori fioccheranno. Di paventare giornate difficili da recuperare con le espressioni, però non me lo sento, poiché si sa che basta ritagliarsi del tempo per ascoltare il contenuto piacevole degli episodi. Con i due minuti di italiano semplicemente è anche possibile quando si ha il tempo risicato. Questo esercizio va fatto ogni giorno però, altrimenti giocoforza si dimentica quanto imparato.

477 Si o ci si?

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Episodio 477 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Un episodio ancora una volta dedicato a “ci si”. Ce ne siamo già occupati in un episodio precedente. era il n. 32 di questa rubrica.

Oggi vediamo la differenza tra “si” e “ci si“. In questo modo non ci saranno più dubbi.

Mi riferisco sempre al “si” senza accento, che si usa quando si parla in modo impersonale, come sto facendo adesso.

Parliamo in modo impersonale quando il soggetto non è chiaramente espresso e parliamo di noi o di tutti, cioè della gente in generale. Spesso si parla di regole da rispettare.

Quando si parla in modo impersonale, un errore comune tra i non madrelingua è dimenticare la particella “ci” quando questa è necessaria. Ad esempio:

Si deve indossare la mascherina sugli autobus (verbo indossare)

Ci si deve preoccupare se una persona non indossa la mascherina in un autobus (verbo preoccuparsi)

Ma quando è necessaria questa “ci”? C’è una regola?

La risposta è semplice: “ci” è necessario quando i verbi sono riflessivi, cioè quando l’azione del verbo è rivolta verso se stessi (come preoccuparsi) o se due o più soggetti compiono un’azione e nello stesso tempo la subiscono (come darsi la mano). Dipende dal tipo di verbo riflessivo.

Quindi, quando si parla in modo impersonale, se i verbi non sono riflessivi, ci vuole solamente “si”. Altrimenti si usa “ci si“. Questo accade soprattutto quando si inizia la frase con “quando”, oppure “se”, “nel caso in cui”, “qualora” eccetera. Cosa che accade spessissimo quando si parla in modo impersonale.

Quando si mangia, si tiene la bocca chiusa! (verbo tenere, non riflessivo)

Se si deve fare questa cosa, allora facciamola! (verbo fare)

Si deve finire questo lavoro entro oggi (verbo finire)

Se si vuole, si può consegnare subito il compito (verbo volere)

Fate attenzione invece con i verbi riflessivi come ad esempio pettinarsi, impegnarsi, disinteressarsi, stringersi (la mano), sposarsi, divertirsi. pulirsi, sbagliarsi, scatenarsi. Ascoltate i seguenti esempi, dove la voce è anche quella di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente. In questi esempi che ascolterete ci sono sia verbi riflessivi che non riflessivi. Così potete vedere la differenza. Cogliamo l’occasione per ripassare alcune puntate precedenti:

Ci si deve voler bene se si vuol vivere a lungo (verbo volersi).

Tra amici ci si dice tutto (verbo dirsi)

Fernando: Quando ci si pettina, si deve fare lentamente. Mi fa specie che tu non lo sappia, visto che sei una parrucchiera.

Irina: Se ci si impegna, si può superare l’esame col massimo dei voti, salvo sfortuna.

Ulrike: Quando ci si disinteressa della propria moglie, alla fine si finisce per divorziare. Bisogna darsi una regolata.

Hartmut: Facciamo un gioco. Al mio “via” ci si stringe tutti la mano, purché poi ci si lavi le mani.

Anthony: Quando ci si sposa, si deve essere convinti, benché poi si possa divorziare.

Rauno: Ci si diverte molto in vacanza, vero? Ad esempio ci si può scatenare in discoteca

Mariana: E’ risaputo che ogni volta che se ne ha l’occasione, ci si deve lavare le mani.

Anthony: Qualora ci si sbagli, va detto subito.

Fate attenzione perché a volte “ci” indica un luogo. Tipo:

Al mare ci si andrà quando farà più caldo.

Ma andare non è riflessivo.

Questo però è un altro caso. Si parla sempre in modo impersonale, ma ma la presenza del “ci” fa riferimento al luogo e non al verbo riflessivo o meno.

Quindi “ci” va sempre messo in questo caso.

Allora ci si vede al prossimo episodio.

Italiano Professionale – lezione 32: Situazioni ipotetiche

Situazioni ipotetiche

Durata: 22 minuti

 

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La strega senza rughe

La strega senza rughe

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“con ghi e con ghe c’è un’acca lì in mezzo, con ge e con gi si toglie di lì, con a, con o, con e e anche con u, la acca invece non serve più“.

Durata: 15:37

la strega senza rughe

476 Giocoforza

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Giocoforza (scarica audio)

Episodio 476 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

La caratteristica che rende la rubrica, unica nel suo genere, è la presenza, alla fine di ogni episodio, di un ripasso degli episodi passati. In questo modo, è giocoforza impossibile dimenticare.

Proprio “giocoforza” è l’argomento della puntata di oggi.

Significa inevitabilmente, necessariamente, obbligatoriamente.

Ma perché dovremmo usare giocoforza se non l’abbiamo mai fatto finora?

Se non volete usarlo, sempre meglio conoscerne almeno il significato e l’uso, altrimenti vi spiego anche come si usa. Notiamo che compare la “forza“.

Nel linguaggio colloquiale, quando qualcosa è obbligatorio o quando è inevitabile spesso si usa la locuzione “per forza“. Si usa soprattutto quando non si ha voglia, quando un’azione non è spontanea o volontaria, ma bisogna farla per forza, obbligatoriamente.

Devo studiare per forza oggi? Proprio non ne ho voglia!

Andiamo a trovare Giovanni?

Risposta: No, non ne ho voglia!

Devi venire per forza. Non puoi non venire.

Ebbene, giocoforza è simile ma meno informale, meno legato alle emozioni personali.

Si usa quando non si può fare a meno di fare qualcosa, quando un’azione è inevitabile, quando non c’è altra strada. Quindi obbligatorio ma solo in questo senso, non un obbligo imposto da una persona, da un dovere o da una regola da seguire.

In questi casi si può anche usare l’espressione “per forza di cose“, anch’essa più informale rispetto a giocoforza e forse anche più utilizzata.

Es: la pandemia ha comportato giocoforza misure restrittive.

Quindi: Per forza di cose si sono dovuti prendere dei provvedimenti. Non c’era un’altra strada.

Le circostanze hanno imposto delle decisioni, altrimenti le conseguenze sarebbero state ancora peggiori. Non si poteva evitare di prendere provvedimenti. E’ stata una scelta obbligata. Potrei anche dire che “è stato inevitabile prendere provvedimenti”.

L’esempio che ho fatto è il più semplice possibile.

Molto spesso però si usa insieme al verbo essere nella locuzione: “essere giocoforza“.

La presenza di “gioco“, dà quasi l’idea di una strategia di gioco. Questo rende il termine non troppo colloquiale. Comunque possiamo usarlo per qualunque tipo di discorso, anche in senso ironico:

Quando i miei figli si picchiano è giocoforza intervenire.

In questa frase posso anche non usare la locuzione col verbo essere:

Quando i miei figli si picchiano devo giocoforza intervenire.

Quando i miei figli si picchiano, giocoforza è necessario un mio intervento.

Comunque la maggioranza delle volte si usa col verbo essere. Vediamo altri esempi:

Appena ho scoperto la rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, era la puntata 476. A quel punto fu giocoforza iniziare dal primo episodio.

Gli attaccanti titolari sono tutti infortunati. È giocoforza chiamare un ragazzo dalla squadra primavera.

Anche se oggi sono povero, il mio futuro non è giocoforza segnato.

Di fronte alla violenza è giocoforza cedere

Se domani piove, è giocoforza restare a casa

Se ci pensate, la questione è simile a quella dell’episodio scorso, dove si è parlato del verbo andare usato per esprimere il senso di dovere, o obbligo in modo impersonale.

Non è un caso che ho voluto affrontare subito il termine giocoforza.

Ad esempio le frasi:

I compiti vanno fatti subito!

Questo lavoro va finito entro domani!

Si parla sempre di necessità, di dovere, di bisogno, spesso di regole da rispettare o di doveri appunto. Obblighi in questo senso. Non si tratta di scelte inevitabili, di qualcosa di obbligatorio e ineluttabile.

Nel caso di giocoforza invece, come ho detto anche all’inizio dell’episodio, non ci sono alternative, non ci sono altre scelte. Un obbligo in questo senso. Inoltre quest’obbligo è sempre la conseguenza di una causa, qualcosa che ci obbliga, qualcosa che rende necessaria o obbligatoria un’azione.

Vediamo un esempio per chiarire maggiormente la differenza:

Va fatta attenzione quando si guida la macchina con la neve.

Se nevica tantissimo è giocoforza mettere le catene alle ruote.

Irina: adesso è giocoforza ripassare, sennò dimentichiamo, giusto? Però finora non mi ero mai imbattuta in questo termine.

Lejla: Adesso che la conosciamo però, non è solo appannaggio dei madrelingua!

Hartmut: però bisogna anche imparare ad usare questa nuova parola. E qui ti voglio!

Ulrike: è vero. Ma verrà il giorno che non avremo altra scelta. Allora faremo di necessità virtù.

475 Il verbo andare: ci va, va detto, va fatto

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Oggi parliamo del verbo andare, che ha un uso particolare che voglio spiegarvi. Iniziamo da “ci va“.

Vedremo insieme come “ci va” possa avere 4 diversi utilizzi: avere voglia,  andare in un luogo, c’entra, bisogna mettere. 

Per questo motivo il senso di “ci va” non è facile da capire per un non madrelingua.

Il senso cambia anche a seconda del senso da dare alla particella “ci”. “Va” come sapete è la terza persona singolare del verbo andare.

Aver voglia

Vediamo il primo modo di usare “ci va”: esprime il senso di  aver voglia.

A me va di andare al cinema stasera. A te va? Ti va di andare al cinema?

Se anche a te va, posso dire che a noi va di andare al cinema.

I miei amici potrebbero rispondere:

A noi invece non va

Oppure:

A noi non ci va

Non ci va perché…

In questo caso il “ci” si riferisce a noi. Inoltre a volte (quando c’è anche “noi”) potrei anche togliere “ci” e il senso non cambia.

A noi non va

Cioè: noi non abbiamo voglia di andare al cinema. Uso “ci” per indicare noi.

Mi va (a me)

Ti va (a te)

Gli va (a lui)

Le va (a lei)

Ci va (a noi)

Vi va (a voi)

Gli va (a loro)

Andare in un luogo

Un secondo significato di “ci va” è invece quando “ci” si riferisce ad un luogo:

Io vado in città. Tu vai mai in città?

No, non ci vado mai.

E Giovanni? Giovanni ci va mai?

Quindi “ci” indica la città in questo caso.

Ci va Giovanni in città?

Si, ci va.

Io ci vado

Tu ci vai

Lui ci va

Noi ci andiamo

Voi ci andate

Loro ci vanno.

Il “ci” indica sempre lo stesso luogo. Stavolta non cambia mai perché indica un luogo e non noi.

Vediamo un terzo e un quarto modo di usare ci va.

C’entra

Nel terzo modo significa c’entra (entra dentro, oppure c’è spazio, ci passa), nel quarto modo significa bisogna mettere

Es:

Ci va un elefante nella tua macchina?

Sicuramente non ci va, a meno che non sia molto piccolo.

Stavolta “ci va” significa “c’entra”, cioè “Entra dentro”, “c’è spazio” , e si usa quando si parla di spazio.

Ci vanno 10 persone nella tua auto?

No, non ci va un elefante e non ci vanno neanche 10 persone.

Necessità, bisogno, dovere

Vediamo adesso il senso di necessità, bisogno, dovere.

Sulla pasta ci va il parmigiano?

Risposta: dipende. Se è una pasta col pesce non ci va. Altrimenti, molto spesso ci va.

Ecco, questa volta “ci” si riferisce alla pasta: insieme o sopra la pasta.

Insieme alla pasta ci va il parmigiano.

“Ci va” significa che il parmigiano è adatto, è appropriato, significa che ci sta bene insieme. Potrei anche dire, in questo caso, anche che “ci va” implica un dovere.

Sulla pasta bisogna mettere il parmigiano.

Posso anche dire infatti:

Sulla pasta ci va messo il parmigiano.

Il senso è lo stesso: devi mettere il parmigiano sulla pasta.

Ma se dico “ci va”, io non mi sto rivolgendo a te e a nessuno in particolare.

Parlo in generale invece.
Sto dicendo che bisogna mettere il parmigiano sulla pasta.

Quindi il verbo andare in questo caso esprime qualcosa di necessario, qualcosa che bisogna fare, quindi è legato al dovere, ma in modo impersonale.

Mi spiego meglio.
La particella “ci” in questo caso indica un oggetto: la pasta.

Ma la particella “ci” non è obbligatoria ai fini di esprimere la necessità, o il senso del dovere. È sufficiente il verbo andare che sostituisce il verbo dovere:

Sulla pasta ci va il Parmigiano

Sulla pasta va il Parmigiano? Sì!

Sulla pasta ci va messo il parmigiano? Sì

Sulla pasta va messo il ketchup? No!!!

Sulla pasta si deve mettere il parmigiano.

Sulla pasta va messo il parmigiano.

Queste sono tutte frasi equivalenti. Uso andare o dovere.

In questo modo si possono fare tantissimi esempi, ogni volta esprimendo un bisogno, una necessità, qualcosa da fare usando il verbo andare.

Il verbo andare quindi, qui volevo arrivare, si può usare anche in questo modo, non solo nel senso di insieme, sopra (questo significato si riferiva al verbo mettere) ma con qualsiasi altro verbo che segue. La maggior parte dei verbi non richiedono la particella “ci”, ma rimane il senso del dovere o del bisogno.

Questo lavoro va fatto entro stasera (deve essere fatto entro stasera, si deve fare entro stasera, bisogna farlo entro stasera, è necessario farlo entro stasera)

Va detto che sulla pasta con i funghi porcini non a tutti piace mettere il parmigiano (bisogna dire che… )

Questo latte va bevuto entro una settimana (bisogna berlo, è necessario berlo, si deve bere)

Va presa una decisione subito. (si deve prendere, bisogna prendere, è necessario prendere)

Questi ragazzi vanno puniti per ciò che hanno fatto (devono essere puniti, si devono punire, è necessario siano punili)

Notate cosa abbiamo fatto?

Si usa sempre il participio passato per esprimere questo dovere impersonale, o meglio questa necessità, questo bisogno:

Questo libro va assolutamente letto (si deve leggere, deve essere letto)

Le leggi vanno rispettate (si devono rispettare, devono essere rispettate)

Tutti questi documenti vanno firmati (devono essere firmati, si devono firmare)

Posso anche cambiare tempo:

Questo documento andava firmato ieri (doveva essere firmato ieri, si doveva firmare ieri) Come mai non è stato fatto?

Sulla pasta (ci) andava (messo) il parmigiano, non il ketchup.

Questo lavoro andrebbe fatto (dovrebbe essere fatto, si dovrebbe fare) entro oggi, ma possiamo fare un’eccezione

Un ultimo esempio: gli episodi di italiano semplicemente vanno ascoltati oltre che letti.
Va aggiunto che per poterli ascoltare tutti, bisogna essere membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Questo va detto.

Irina: giusto, ma tutti possono scaricare gli episodi audio, previa registrazione come membro dell’associazione.

Lejla: se ancora non l’hai fatto, puoi ovviare facilmente facendolo ora.

Mariana: vai a capire come mai non ci avevi pensato prima, vero?

Ulrike: Non aver paura, avrai il supporto da parte di tutti i membri, e potrai anche tu dare il tuo apporto ai prossimi episodi con la tua voce.

Anthony: noi abbiamo fatto molto progressi, e nel giro di qualche mese, se tanto mi dà tanto, potrai farne anche tu.

Vincere e perdere

Vincere e perdere

Quanti sono i sinonimi di vincere e perdere?

Sono parecchi, ognuno con la sua sfumatura di significato. Se avete venti minuti di tempo da dedicarmi li scoprirete tutti.

Un episodio che potete ascoltare più volte se volete. Alla fine faremo anche un esercizio di ripetizione.

Allora, puo cambiare l’intensità, il tono, il contesto, l’emozione.

Solitamente si parla di sport, ma non si vincono e perdono solamente le partite.

Esistono anche le competizioni, le gare, i conflitti, le dispute, gli scontri, i confronti, gli incontri, le battaglie, le guerre, i dibattiti, quindi potremmo parlare anche di politica, di confronti tra uomini, donne, militari, politici e via dicendo.

In moltissimi campi c’è chi vince e c’è chi perde, e vincere e perdere sono sempre i verbi più usati indubbiamente.

La particolarità di questi due verbi è che sono i più generici e quelli che hanno un contenuto emotivo meno intenso.

Per questo motivo ha più senso usarli quando vogliamo dare una semplice comunicazione, quando vogliamo informare. Per lo stesso motivo si usa meno indicando l’avversario e più indicando cosa è stato vinto o perso.

Non è vietato indicare l’avversario, ma conta di più l’informazione che l’emozione:

La Roma vince lo scudetto

Il partito X vince le elezioni.

Il tennista y perde la finale.

Il pugile z ha vinto gli ultimi 20 incontri.

Giovanni ultimamente perde con tutti gli avversari.

La nostra proposta alla fine ha vinto.

La partita è stata vinta con la strategia.

L’Italia ha vinto la coppa del mondo nel 2006

Quando invece voglio dire che la vittoria è avvenuta contro un avversario specifico, posso usare, è questo è ciò che avviene solitamente, il verbo battere.

Se si batte qualcuno si tratta di un avversario.

Si può battere anche un record però.

Non si vince il record, perché il record non è l’oggetto della vittoria, il premio in palio.

Il record si supera, quindi si fa meglio degli altri che ci hanno preceduto. In pratica battendo il record si battono tutti gli avversari.

Verbo molto utilizzato in tutti i campi, il verbo battere.

La Roma batte la Juventus, (normalmente è il contrario),

il ciclista ha battuto tutti i record del mondo,

il politico è stato battuto in un confronto televisivo.

In questi casi si parla sempre di vittoria e di sconfitta, ma si indica il vincitore e lo sconfitto, la squadra vincitrice e quella battuta, vinta, sconfitta.

Il vincitore batte il perdente, mentre il perdente è (o “viene”) battuto dal vincitore.

Passiamo ad abbattere, che sembra simile a battere ma non lo è molto in realtà.

Prima di tutto c’è più intensità, nel senso che, quando uso abbattere per indicare la vittoria contro un avversario, l’essere abbattuto è molto più umiliante che essere battuto.

Possiamo usarlo quando c’è una vittoria netta, schiacciante, indiscutibile, quando cioè il vincitore umilia l’avversario con la propria superiorità; quando chi vince mostra tutti i limiti dell’avversario, che in questo caso viene abbattuto dal vincitore.

Un verbo molto intenso, che si usa, fuori delle competizioni anche al posto di uccidere. Gli animali vengono abbattuti ad esempio.

Anche i bersagli possono essere abbattuti. Infatti abbattere significa anche provocare la caduta, far cadere, buttare giù, mandare a terra.

Nel pugilato significa far cadere l’avversario a terra, cioè, in gergo pugilistico, “metterlo al tappeto”.

Nei confronti di un avversario, quando l’umiliazione è molto pesante, possiamo usare anche i verbi distruggere, schiacciare, eclissare e asfaltare.

Notare che questi verbi utilizzano un’immagine figurata. La distruzione di un avversario usa l’immagine di un avversario fatto a pezzi, come un oggetto.

E schiacciare? Le noci si schiacciano; c’è l’immagine di una compressione, di una pressione.

Questo verbo si usa non solo per indicare una vittoria, ma una superiorità, una netta supremazia che normalmente si risolve in una vittoria.

Spesso si parla infatti di vittoria schiacciante, ciò netta, indiscutibile, inequivocabile. Nessuno può mettere in discussione una vittoria schiacciante.

Anche schiacciare, come potete immaginare, ha una forte componente emotiva.

Come anche asfaltare, verbo abbastanza recente, coniato in ambito politico nel senso figurato.

Deriva dall’asfalto, il materiale usato per ricoprire le strade percorse dalle automobili. Le strade quindi vengono asfaltate, e se lo usiamo con gli avversari, asfaltare un avversario è molto umiliante. Anche questa è una netta vittoria. Abbastanza offensivo usare asfaltare.

Anche eclissare è abbastanza forte. Si usa l’immagine di un pianeta o una stella che viene oscurata, completamente nascosta da un altro corpo celeste.

Possiamo usarlo per una singola sfida, e in questo caso significa superare di gran lunga. Ancora una volta è una vittoria schiacciante.

Più in generale possiamo usare eclissare nel senso di far passare l’avversario in secondo piano nell’attenzione o nella stima generale.

Potremmo dire che Dante Alighieri ha eclissato i poeti contemporanei.

Poi esiste anche il verbo stravincere, che indica sempre una netta vittoria.

C’è anche il verbo superare, che è abbastanza freddo, diciamo così, o forse dovrei dire “tecnico”.

Non c’è una intensità in questo caso. È simile a vincere, ma si usa nei confronti di un avversario. “Superare un avversario” significa battere l’avversario, vincere contro questo avversario.

Il verbo in questione in realtà non si usa solo in questo modo, in ambito di una competizione.

Anche un esame può essere superato. Si va avanti, si passa al prossimo esame, si lascia questo esame alle proprie spalle.

Anche gli ostacoli e i problemi si possono superare e il senso è lo stesso.

È la stessa cosa che avviene anche quando un corridore ne supera un altro, quando una macchina supera un’altra macchina. Questo in realtà è l’utilizzo principale del verbo superare. Ciò non toglie che possa essere usato anche al posto di battere, sconfiggere, vincere contro un avversario. In questo caso, come detto, non c’è però emozione.

È così anche per il successo e l’affermazione. Questi sono sostantivi e non verbi, ma possiamo ugualmente usarli se il nostro scopo non è umiliare, o sottolineare la superiorità di chi vince contro chi perde, ma semplicemente comunicare chi ha vinto e chi ha perso.

L’ultimo successo del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020 (ad esempio).

L’ultima affermazione del Barcellona contro il real Madrid risale al 2020.

Esiste comunque anche il verbo affermarsi.

Il Barcellona si afferma contro il Real Madrid.

Il senso è sempre lo stesso: la vittoria del Barcellona contro il real Madrid.

Il Barcellona batte il real Madrid.

Possiamo però anche dire:

Il Tennista si è affermato tra i primi 3 del mondo.

È simile quindi anche a “portare sé stessi”, “farsi valere”, quindi non è necessariamente come vincere, ma anche conseguire un buon risultato.

Ci si può affermare anche come un buon medico.

È simile ad imporsi e anche emergere e avere la meglio e avere successo. Se mi affermo contro un avversario comunque vuol dire che l’ho battuto.

Se poi vogliamo dire che è stato un ampio successo, ma senza umiliare chi ha perso, possiamo dire che è stato un trionfo.

Un trionfo normalmente si ha quando si ha una superba affermazione. Ricordiamoci che non vogliamo umiliare chi perde, quindi non possiamo usare verbi troppo forti, come asfaltare, eclissare o abbattere.

Trionfare indica ugualmente una vittoria schiacciante, netta, ma è maggiormente legata all’onore e alla conquista di un premio finale, come una medaglia d’oro alle olimpiadi o ai mondiali. Il trionfo infatti ha a che fare con la folla che acclama i vincitori.

Comunque anche le vittorie non schiaccianti hanno dei modi particolari per essere indicati.

Una vittoria di misura è una vittoria ottenuta con il minimo scarto, come, nel calcio, si indicano le vittorie con un solo gol di differenza: 1-0, 2-1 eccetera.

Una vittoria risicata indica ugualmente una vittoria ottenuta col minimo vantaggio. Una vittoria sul filo di lana è invece una vittoria ottenuta all’ultimo momento, come quella in zona Cesarini, di cui abbiamo già parlato.

Notate come la vittoria non è come la vincita. C’è anche in questo caso una competizione, un gioco, ma si usa la vincita quando si indica il ricavato di questa competizione o anche di una scommessa. Specie se si parla di soldi.

Giovanni ha realizzato una grossa vincita.

Significa che Giovanni ha vinto del denaro. Molto denaro in questo caso.

Esiste però anche la rivincita.

Questa ha più a che fare con le competizioni. La rivincita è una seconda prova che può essere concessa all’avversario perdente o sconfitto, nel gioco e nello sport in generale.

Hai perso. Vuoi la rivincita?

Cioè: vuoi giocare ancora? Vuoi avere l’opportunità di provare a battermi dopo aver perso?

Una rivincita si può concedere:

Ho vinto ma ti concedo la rivincita.

Vale a dire: ti darò l’occasione per rifarti.

Una rivincita si può negare (il contrario di concedere) :

Non puoi negarmi la rivincita!

Si può prendere:

Voglio prendermi la rivincita, e stavolta ti sconfiggerò.

A proposito di sconfiggere. Di questo verbo ancora non abbiamo parlato. Un verbo molto adatto alle battaglie e alle guerre, in ambito militare quindi.

Sconfiggere equivale a battere e superare. Si usa molto nello sport:

È il terzo avversario sconfitto in un mese

Sconfiggeremo chiunque si opporrà alla nostra squadra.

Dobbiamo ancora riprenderci dall’ultima sconfitta subita

Venendo dal linguaggio militare è abbastanza forte come verbo.

Annientare è decisamente più forte però. Sempre molto adatto in ambito militare. Nello sport è nella politica si usa abbastanza spesso. Simile a asfaltare e abbattere. Annientare contiene “niente”, che è ciò che rimane dell’avversario sconfitto. Non rimane niente!

Molto simile a distruggere anche.

Come possiamo chiamare una sconfitta inaspettata?

Possiamo chiamarla défaillance.

Sarebbe una debolezza improvvisa, e non si usa solo nelle competizioni. Si tratta di una figuraccia ad ogni modo.

La nostra squadra ha vinto tutte le partite. Abbiamo avuto una sola défaillance per aver sottovalutato l’avversario.

Invece una grossa sconfitta è una batosta, o una débâcle, o anche una disfatta. Spesso si usa anche una sonora sconfitta. Altre volte anziché di vittoria si parla di una lezione impartita agli avversari.

Vorrei concludere con due verbi particolari: sbarazzarsi e liberarsi.

Si usano spesso con la preposizione di per indicare la cosa di cui si parla:

Mi sono sbarazzato del mio avversario.

La Juventus si sbarazza facilmente delle piccole squadre.

Sbarazzarsi è assolutamente analogo a liberarsi, che però è più tenue, più leggero come verbo. Sbarazzarsi è sicuramente più umiliante.

Sono verbi che, in senso proprio si usano con le cose che fanno fastidio, gli impedimenti, gli intralci, i problemi, le cose inutili.

Quando ci si libera o ci si sbarazza di un avversario, sicuramente si batte, si supera questo avversario, che adesso non dà più fastidio, non è più di intralcio.

In genere si usano frasi di questo tipo:

Il calciatore si libera facilmente degli avversari e fa gol.

La Juventus si sbarazza senza problemi delle squadre meno blasonate.

L’attaccante si sbarazza della stretta marcatura del difensore prima di segnare il gol della vittoria

Vedete che non si usano solo per indicare una vittoria. Sono due verbi sinili a superare, sebbene stavolta c’è una componente emotiva.

Concludiamo con il verbo conquistare, che si usa con i trofei, i titoli e i traguardi in generale.

Quindi conquistare lo scudetto è come vincere lo scudetto. Simile anche a ottenere e raggiungere.

Ottenere una qualificazione equivale a conquistare e raggiungere una qualificazione.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:

Khaled: Ho vinto la coppa del mondo.

Irina: Ho battuto tutti gli avversari

Bogusia: Il record è stato battuto

Anthony: Abbattere l’avversario.

Andrè: Abbiamo vinto nettamente

Hartmut: È stata una vittoria schiacciante

Irina: Siamo stati distrutti dall’avversario. Era troppo forte

Olga: Stavolta dobbiamo asfaltare i nostri avversari politici

Ulrike: Battendo il record abbiamo eclissato i campioni del passato

Rauno: Qual è il prossimo avversario da superare?

Lejla: Stiamo avendo un successo dopo l’altro.

Rafaela: Dobbiamo affernarci come miglior gruppo aziendale

Sofie: La Juventus si è imposta sul Real Madrid

Ulrike: Dopo il trionfo dei mondiali del 2006, l’Italia non ha più vinto.

Emma: Ci si aspettava una superba affermazione invece è arrivata una vittoria di misura

Bogusia: Abbiamo vinto sul filo di lana

Rauno: Dopo la vittoria risicata della scorsa settimana, adesso gli avversari vogliono la rivincita.

Olga: Mi aspetto una sonora sconfitta dal prossimo incontro!

Sofie: Ci distruggeranno, sono troppo più forti di noi.

Irina: L’ultima volta ci hanno annientato. Stavolta dobbiamo impartire una lezione agli avversari.

Lejla: Ci dobbiamo sbarazzare dei nostri avversari

Emma: Prima di tutto, bisogna superare gli avversari sul piano atletico.

Sofie: L’obiettivo è conquistare la coppa del mondo

474 Fioccare

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richiesta adesione Buongiorno.

Non sono molto sicuro di questo, ma credo che il verbo fioccare non sia usato dai non madrelingua.

Va bene allora proviamo a vedere se riesco a spiegarvelo in modo tale da invertire la tendenza 🙂
Dunque, fioccare viene dal fiocco di neve. La neve infatti cade dal cielo sotto forma di fiocchi. E i fiocchi di neve sono tanti, direi che nessuno li ha mai contati! Un po’ come le gocce di pioggia.
Comunque, quando nevica, si dice spesso che fiocca. Quindi il verbo fioccare è simile al verbo nevicare. Anziché dire che nevica si può dire che fiocca, in modo colloquiale.

Guarda come fiocca fuori!
Da noi sta fioccando, e da voi? Fiocca anche da voi?

Ma non finisce qui naturalmente, perché fioccare si usa anche in modo figurato. Si usa anche per indicare dei fatti, per lo più negativi, che si susseguono rapidamente e in gran quantità.

Si usa spesso con le critiche:

Le critiche fioccano!

Es:

Dopo questa decisione del governo fioccheranno le critiche!

Possiamo anche usare i fiocchi:

A questa decisione del governo seguiranno critiche a fiocchi!

Tantissime critiche ci saranno, una dietro l’altra.

Vediamo altri esempi:

Controlli anti-Covid in Italia: fioccano le multe e le denunce!

Ancora una volta: tante multe, tante denunce sono seguite ai controlli previsti per evitare la diffusione del Covid.

State attenti al termine fiocchi, perché come abbiamo visto dell’episodio 113, intitolato “con i fiocchi“, questo termine si usa anche per indicare cose molto positive, appunto con i fiocchi, ma questi fiocchi non sono i fiocchi di neve ma i fiocchi che si fanno per abbellire i pacchi, come ricorderete dalla spiegazione. Però in quel caso si dice “con i fiocchi” e non si usa il verbo fioccare.

Non sempre si tratta di cose negative comunque:

Fioccano le richieste di lavoro in modalità agile (smart working)

Quindi ci sono tantissime richieste da parte dei lavoratori, per usare la modalità di lavoro agile, cioè da casa, anziché recarsi sul luogo di lavoro.

Diciamo che usare “fioccare” è un modo per dare enfasi alla frase. Posso anche dire che:

In tutta Italia fioccano le località turistiche

Però siamo al limite in questo caso perché stiamo semplicemente dicendo che in Italia ci sono tantissime località turistiche. 

Ha molto più senso se invece dico ad esempio che:

In Italia, spessissimo le macchine parcheggiano in doppia fila e non vengono multate. Fosse accaduto in altri paesi sarebbero fioccate le multe.

Inoltre ha più senso usare “fioccare” quando c’è un susseguirsi di tanti fatti, uno dietro l’altro, come i fiocchi di neve, ed in genere si tratta di fatti che sono successivi ad un accadimento, quindi si parla spesso di una reazione:

Appena è arrivata la sposa, con quel vestito rosso fiammante, sono fioccati i complimenti ma fioccavano anche gli sguardi critici da parte di alcuni invitati.

Adesso ripassiamo. 

Lejla: oggi è la festa delle donne. C’è molto da fare ancora prima di festeggiare l’uguaglianza tra uomo e donna, sebbene l’ultimo secolo non sia passato invano.

Ulrike: oggi se ne parla molto più di prima, ma al di là delle mere dichiarazioni, occorrono i fatti. È da un pezzo che lo dico. 

Sofie: ciò non toglie che sia comunque molto importante che se ne parli acché le intenzioni diventino fatti concreti. 

Mariana: non voglio illudermi che la piena uguaglianza avvenga presto, ma mi piacerebbe almeno che non siano più tollerate e consentite violenze di genere.

473 Mero e mera

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Quando volete ridurre, cioè diminuire l’importanza o il significato di qualcosa, potete usare l’aggettivo “mero” e “mera” (al femminile). Lo spiego meglio: questi aggettivi si usano per circoscrivere i limiti di questa cosa. Normalmente a questo scopo si utilizzano “solo” o “solamente” che però hanno utilizzi più ampi: Ad esempio:
Il tuo gatto ci sta ascoltando?
Sì, ma è solamente un gatto, non capisce ciò che diciamo.
Oppure:
Mi devi dire altre cose o solamente questo?
Ecco, in questi casi non posso usare “mero” e “mera”. Non posso dire cioè ad esempio:
E’ un mero gatto
Devo dirti mero questo
Invece mero e mera si usano, nell’uso odierno al posto di “solamente” ma il suo significato è più vicino a “nient’altro che”, quando vogliamo escludere tutto il resto, soprattutto quando qualcuno potrebbe avere dei dubbi in merito.
Ecco i modi più utilizzati:
Un mero caso: “Ci siamo incontrati per mero caso”, cioè solamente per caso, per puro caso, cioè casualmente.
Una mera coincidenza: Si è trattato di una mera coincidenza, nient’altro che una coincidenza. Una pura coincidenza.
Una mera ipotesi: Facciamo un’ipotesi, ma è solo una mera ipotesi, nient’altro che questo. Non voglio creare discussioni.
Una mera curiosità: Per curiosità, state seguendo la lezione? Non vi sto giudicando, non mi fraintendete, la mia è una mera curiosità.
Una mera svista: Accidenti ho sbagliato indirizzo di posta elettronica e adesso Giovanni non crederà che si è trattato di una mera svista.
Potete usarlo sempre davanti ad un qualcosa per sminuire il significato:
Un poliziotto che esegue l’ordine del suo capo di arrestare una persona, di fronte ad una protesta da parte di questa persona, può dire:
Non prendertela con me, io sono un mero esecutore! Cioè io eseguo solamente un ordine, non sono io che ho deciso il tuo arresto. Io faccio solamente il mio dovere.
Se invece dovesi vincere un premio importante, potrei esprimere la mia soddisfazione in questo modo:
La mia soddisfazione per aver vinto il premio di miglior professore al mondo va al di là del mero premio economico.

Questo significa che non sono soddisfatto per aver vinto dei soldi, ma per quello che significa il premio.

Esiste anche l’avverbio “meramente” che posso usare in alternativa all’aggettivo:
“E’ una mera questione formale” diventa “è una questione meramente formale”. Che significa “è una pura formalità”, “è solamente un problema di forma”, non di altro tipo.
“E’ un problema meramente matematico” è come dire “E’ un mero problema matematico” e significa che non è altro che questo, un problema matematico, non pensare ad altre cose.
Avete notato che posso spesso tradurre “mero” con “puro“, nel senso di “non c’è altro“. Infatti il senso proprio del termine nasce con le sostanze “mere”, cioè “pure”, nel senso di non mescolate con altre sostanze. I romani lo usavano ad esempio per indicare il vino non mescolato con acqua. Oggi in questo modo in pratica non si usa più se non in alcuni casi, abbastanza tecnici, per circoscrivere, isolare qualcosa:
Questo prodotto costa 100 euro, ma 30 euro sono di trasporto. Il mero costo del prodotto è di 70 euro.
Per ultimo, mero non può usarsi da solo, senza specificare, come posso invece fare con solo, solamente e anche puro.
Non posso dire:
Questa cosa è mera.
Inoltre non può andare dopo il sostantivo ma solo prima:
E’ una mera abitudine quella di fare i ripassi alla fine degli episodi
Non posso dire che “è una abitudine mera”. Sempre prima del sostantivo dunque. Ci farete l’abitudine comunque a forza di ripassare questo episodio.
Adesso ripassiamo, appunto:

Anthony: Mi annovererei senza dubbio tra i membri del gruppo a cui piace scherzare, anche eccessivamente a volte. Ciò non toglie che posso subito tornare a Bomba per seguire il piano settimanale.

Mariana: Sai, mi chiedo spesso se tu hai contezza di quanto spesso deragli le conversazioni rispetto all’argomento del giorno!

Khaled: lo/la stai cazziando? Questa tua critica è un po’ fuori luogo. Non trovi?

Rauno: Io per scrupolo ci tengo a precisare che è anche possibile darci a volte ad alcune deviazioni perché da così emergono degli spunti da cui imparare ancora di più.

Ulrike: sono d’accordo. Con l’ampia partecipazione dei membri siamo proprio a cavallo e il problema delle deviazioni non si pone.

472 Beato te

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Che significano le espressioni “beato te“, “beati loro“, “beata lei” e “beato lui”? 

Beato te è una esclamazione che significa “quanto sei fortunato!”. E’ un modo simpatico per dire che a me piacerebbe essere nei tuoi panni. 

Beato te che vai in vacanza in Italia!

Maria ha superato l’esame di italiano al primo colpo? Beata lei, quanto la invidio!

Beato Mario che vive in campagna!

Beato colui che riesce a vivere senza desiderare le ricchezze.

Non si tratta di invidia però. Ha un senso molto più attenuato, è più un apprezzamento e anche un desiderio di poter godere dello stesso bene che altri possiedono. Nel’invidia invece c’è rivalità, e non felicità per l’altro. L’invidia per questo è addirittura uno dei sette vizi capitali, secondo la dottrina cattolica (opposto alla virtù della carità). 

L’espressione “beato te” non contiene quindi rivalità e malanimo, ma si usa quando si apprezza qualcosa di altre persone, una condizione, qualcosa di accaduto, una prospettiva futura, una qualità posseduta eccetera. E’ come dire “come vorrei fosse accaduto a me”, “piacerebbe anche a me”, “che bello sarebbe se accadesse anche a me”. 

L’aggettivo in realtà viene dalla religione, dalla condizione di beatitudine, quindi il beato, sostantivo, è colui che gode della beatitudine eterna. La beatitudine è simile alla santità e rappresenta una tappa obbligatoria verso la santità. Prima di diventare santi bisogna diventare beati.

Ma torniamo all’aggettivo.

A volte si usa anche per scherzo, come nell’espressione “beato tra le donne” che si può utilizzare quando un uomo si trova ad essere l’unico uomo insieme a tante donne. Può anche essere rivolto a una condizione, come in “beata gioventù“, con cui si apprezza la condizione della gioventù, dell’essere giovani e tutto ciò che ne deriva.

In senso ironico, “beato” si usa anche quando diciamo di apprezzare qualcosa che in realtà è un grosso difetto: “beata ignoranza” potremmo dire ad esempio a persone che reputiamo ignoranti, se vogliamo intendere che questa loro ignoranza gli impedisce di affrontare dei grossi problemi, e per questo sono da invidiare.
Il senso comunque è ironico e il tono con cui si pronuncia questa esclamazione è importante.
Posso usare l’ironia anche in frasi simili, tipo:

Beato te che ancora credi nell’amore!

Speri ancora che questi episodi durino due minuti? Beato te!

Ricordatevi infine che se mi rivolgo a te, si dice “beato te” e non  “beato tu”.
Ora vediamo un breve ripasso delle puntate precedenti.

Irina:  Ciao caro amico! Sei scomparso di nuovo… Stavo scalpitando per il tuo messaggio da giorni ormai, ma sono rimasta a bocca asciutta. Mi chiedo se io abbia detto qualcosa che non ti vada a genio. Forse devo dare una stretta ai miei sentimenti. Immagino che dopo San Valentino la tua vita sia proprio scatenata con le nuove amiche. Ma io non mi scoraggio, bensì resto ottimista, in quanto ancora in balia dei miei sogni. *Sicché per non saper né leggere né scrivere, io continuo ad aspettare notizie da te.

471 Invano

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Questo è l’episodio numero 471 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Di cosa parliamo oggi?

Parliamo di religione ed in particolare del terzo comandamento della religione cattolica:

Non nominare il nome di Dio invano

Cosa significa invano?

Significa inutilmente, o meglio indica le cose vane, futili o false.

Quindi il terzo comandamento afferma che non è in generale vietato nominare il nome di Dio, ma non per motivi vani, cioè di poca importanza.

Ebbene, “invano“, che nasce proprio dal terzo comandamento, si usa nella lingua italiana subito dopo un verbo, in modo leggermente diverso: si usa per indicare le azioni che si rivelano inutili. Si potrebbe tradurre con “inutilmente“, o “in modo inutile” ma il modo corretto di usare invano è quando parliamo di un‘azione che non va a buon fine, che non riesce al fine voluto, che non dà alcun risultato positivo, e quindi una cosa fatta invano è priva di effetto, è senza un esito positivo.

Si usa, come dicevo,  dopo un verbo, proprio per indicare quell’azione, espressa da quel verbo, che si rivela inutile, priva di effetto.

Abbiamo combattuto inutilmente?

Allora abbiamo combattuto invano. Il combattimento non ha prodotto nessun risultato. Abbiamo perso.

Avete tentato di convincermi a fare episodi più brevi ma non ci siete riusciti? Allora avete tentato invano di convincermi.

Semplice vero?

Continuate a seguire gli episodi di italiano semplicemente e vi prometto che non sarà invano. Adesso vorrei una frse di ripasso di alcune espressioni precedentemente spiegate.

Ulrike: avete sentito? Il presidente ci ha chiamato in causa per una frase di ripasso. Io non me la sento proprio. L’ultima volta che ne ho sfoderata una me ne sono uscita con un vero obbrobrio. Con me dunque ha chiesto invano, vedete voi.

Bogusia: un obbrobrio? È un parolone. Mi fa specie che lo dica proprio tu perché non mi ricordo neanche di una ciofeca di ripasso fatto da te. Se questo è vero, come è vero, allora se non lo facciamo dovremo iniziare da capo a dodici. E questo non mi va giù.

470 Un obbrobrio

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Un sostantivo molto particolare, che bisogna fare attenzione ad usare, è obbrobrio. Sostantivo curioso anche per la pronuncia per un non madrelingua.

Obbrobrio è un sostantivo molto negativo che potete usare per descrivere soprattutto delle opere che non vi piacciono per niente. Queste opere offendono il senso estetico. Questo è il senso di obbrobrio.

Se vedete un brutto quadro, potete dire che:

Questo quadro è un obbrobrio!

Oddio, Che obbrobrio!

Ci sono termini simili, e quelli più comuni in questo caso sono sicuramente “bruttissimo“, e peggio ancora “schifo“.

Questo squadro è uno schifo!

Obbrobrio non si usa di solito per le persone che non ci piacciono. Si riferisce al gusto estetico sicuramente e ha un uso abbastanza ampio per giudicare negativamente qualsiasi cosa dal punto di vista visivo, ma solitamente si usa per le opere, spesso anche non solo dal punto di vista visivo. 

Questo compito è un obbrobrio! E’ pieno di errori.

Questa legge è un obbrobrio, è scritta con i piedi!

Si può usare anche in questo modo, ma il più adatto è per un giudizio estetico.

Le nuove costruzioni fatte dal comune sono un vero obbrobrio. Ma chi è l’architetto?

 Notate che obbrobrio è un sostantivo. Per questo dico “un obbrobrio”. Non è un aggettivo. Quindi obbrobrio sarebbe l’equivalente di schifo e non di schifoso. Sia “schifo” che “schifoso” sono troppo dispregiativi comunque.  Un artista, un critico d’arte o un esperto non userebbe mai questi due termini. Schifo e schifoso si usano per manifestare una sensazione di profonda ripugnanza o disgusto. Troppo forte decisamente.

Comunque l’equivalente di schifoso, e quindi l’aggettivo da usare è “obbrobrioso“, ma “un obbrobrio” è molto più usato e anche più semplice da pronunciare.

I termini più simili a obbrobrio, oltre a schifo e schifoso sono: “osceno”, “oscenità”, “orrore”, “terrificante” e volendo anche “abominio”, “disonore”, “ignominia” e “vergogna”. Informalmente si dice spesso anche “non si può vedere” e “non si può proprio vedere”.

Komi: Una volta ho provato a fare dei quadri, Ho fatto qualcosa come 30 quadri. Non erano un granché, ma non credo così brutti da potersi definire obbrobri.

Rafaela: Bisogna essere portati per dipingere, è così per tutte le arti.

Olga: Fermo restando che anche la pratica e l’esercizio sono cose importanti.

Irina: io comunque ero tanto incapace quanto te. I miei disegni a scuola erano di un brutto che non vi dico! Non credo di essere ingenerosa nei miei riguardi!

469 Se è vero come è vero

Se è vero come è vero (scarica audio)

Buongiorno. Mi è stato chiesto di spiegare il significato dell’espressione: “se è vero come è vero” (6 parole).
Questa è un’espressione che si usa quando si vuole esprimere una conseguenza di una cosa vera, o che siamo sicuri che sia vera, o che si presume sia vera.
Detto così sembra strano, ma l’espressione si usa semplicemente per dare importanza, enfasi a una affermazione,
La possiamo usare in diversi modi.

Se è vero, come è vero, che il Covid si sia diffuso da un mercato dove si vendevano animali vivi, bisogna prestare più attenzione in futuro a questo genere di mercati.

Notate che è bene fare una pausa dopo “è vero“. Infatti ho messo una virgola prima di “come è vero“. Ma potete anche non fare questa pausa. Se la fate però, allora c’è più enfasi, e la vostra conclusione alla fine della frase sarà maggiormente valorizzata.

Se è vero, come è vero, il proverbio “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, bisognerebbe sempre controllare che i propri figli non frequentino persone sbagliate.

In questo modo quindi si dà più importanza, più enfasi, più valore alla nostra affermazione finale.

Se è vero che Giovanni è un bravo insegnante, come è vero che tutti i membri dell’associazione sono bravissimi, allora possiamo pensare anche noi di farne parte.

Questo è un altro modo per usare l’espressione. C’è sempre un’affermazione finale a cui voglio dare enfasi. Sembra che io stia facendo un confronto tra Giovanni e i membri, ma in realtà sono due motivi diversi che servono a dare enfasi all’affermazione finale.

Comunque posso far tornare la frase nella forma precedente se preferite.

Se è vero, come è vero che Giovanni e i membri sono bravissimi, allora anche noi ci iscriviamo all’associazione.

Posso fare altri esempi. Possiamo cambiare il contesto come vogliamo:

Se è vero, come è vero, che mi hai tradito più volte, allora questo significa che puoi fare a meno di me. Addio!

Se è vero che la popolazione mondiale cresce sempre di più, come è vero, allora dovremmo abituarci alle pandemie.

Come vedete posso spostare la seconda parte della frase, come ho appena fatto.

In fin dei conti è proprio come dire:

Poiché la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Siccome la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Dacché la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Dato che la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Dal momento che la popolazione mondiale cresce sempre di più, dovremmo abituarci alle pandemie.

Usare l’espressione “se è vero come è vero” è un’ottima alternativa, anche piuttosto elegante. Si usa spesso anche quando si vogliono dimostrare delle cose, o quando si vogliono fare ipotesi su quanto accaduto. E allora si usa la logica basandosi su dei fatti o su cose probabilmente accadute, vere, cose che con ogni probabilità, sono delle verità.

Irina: Se è vero, come è vero, che questi episodi debbano due durare più o meno due minuti, perché stai continuando a fare esempi? Ci stiamo attardando!

Bogusia: forse perché vuoi essere sicuro che tutti abbiano compreso l’episodio in toto.

Rafaela: o forse perché non vuoi che si scateni una pioggia di critiche al metodo che utilizzi?

Ulrike: avete ragione, purché si resti entro dei limiti accettabili di tempo.

Rauno: Cos’è, non ti vanno a genio gli episodi più lunghi?

Hartmut: bando alle ciance ragazzi, ci vediamo al prossimo episodio.

Giovanni: grazie del bel ripasso ragazzi, prima di lasciarvi però voglio farvi un indovinello.

Un indovinello che abbiamo anche condiviso sul gruppo whatsapp dell’associazione. I membri pertanto già lo conoscono. Nel nostro gruppo facciamo spesso questi giochi divertenti che aiutano a memorizzare alcuni termini e alcuni utilizzi particolari di questi termini della lingua italiana. Voglio quindi condividere con tutti i visitatori del sito questo indovinello perché si sappia quali sono le attività che facciamo nel gruppo qualora qualcuno sia curioso di questo o voglia iscriversi.

Io vi fornisco 10 indizi, 10 suggerimenti, e voi dovete indovinare la parola misteriosa, dovete indovinare di cosa si tratta. La soluzione è una parola italiana. Alla fine ascolteremo Irina, un membro dell’associazione che, avendo trovato la soluzione, ha voluto creare una frase con questa parola misteriosa usando diverse espressioni della lingua italiana. Allora ascoltate questi 10 indizi:

La parola misteriosa
1 – si possono riprendere
2 – si indossa facendo sport
3 – si può sciogliere
4 – si fa al supermercato
5 – una successione
6 – facendola, si attende
7 – se si salta si manca di rispetto a qualcuno
8 – si possono serrare (plurale)
9 – vattene!
10 – lo fa una macchina che produce maglie di lana

La parola misteriosa, lo avrete forse intuito, è FILA. Infatti riprendere le fila di un discorso significa tornare a quel discorso, cioè continuare a parlarne. Inoltre FILA si indossa perché è una famosa marca di abbigliamento sportivo. La fila si può sciogliere: si riferisce alla fila creata dalle persone, una dietro l’altra. Quando le persone non sono più in fila, si dice che la fila è stata sciolta. Inoltre la fila si fa anche alla cassa del supermercato per pagare le merci acquistate. Una fila è anche una successione, una serie continuata nel tempo, come una fila di disgrazie. Tornando alla fila del supermercato (ma non solo), quando si fa la fila, si aspetta che arrivi il proprio turno. Se invece qualcuno fa il furbo e prova a saltare la fila (si dice così), ciòoè prova a passare avanti ad un’altra persona, si manca di rispetto alle persone che stanno davanti a noi. Non si salta la fila!! Inoltre esiste l’espressione “serrare le file” (“file” in questo caso è il plurale di “fila”) che credo meriti una spiegazione in un episodio a parte. Fila! E’ anche un invito che si fa ad una persona, di solito un bambino, un figlio. Fila via!!

Equivale a vai, vai via, vattene!

Inoltre la macchina che produce maglie di lana cosa fa? Fila, perché viene dal verbo filare. Significa ridurre in filo delle fibre tessili con una lavorazione. Si può filare la lana, la seta, il cotone, eccetera.

Bene, adesso ascoltiamo la frase di Irina che si è divertita a usare la “fila” in vari modi creando una frase di senso compiuto.

Irina: Di primo acchito pensavo di perdere il filo della conversazione, cioè l’indovinello mi ha dato del filo da torcere. Poi ho capito il filo conduttore e sono arrivata al filo del traguardo.
Adesso tutto fila liscio. Grazie Gianni! Hai descritto la parola per filo e per segno.

Giovanni: bravissima Irina, che, tanto per usare ancora un’altra espressione, milita tra le fila dell’associazione dal settembre del 2020. Grazie allora anche a tutti gli altri membri che hanno partecipato a questo episodio, Bogusia, Rafeala, Ulrike, Rauno e Hartmut.

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468 Uscirsene con

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Il verbo uscire è molto interessante perché pur non esistendo la versione riflessiva uscirsi, esiste invece “uscirsene“, ed è quasi sempre seguito da “con“. Fa parte del linguaggio colloquiale e di conseguenza si usa abbastanza di frequente.

Il verbo uscirsene deriva da un uso particolare del sostantivo “uscita“.

L’uscita non è soltanto il contrario dell’entrata, cioè non è solo una porta dalla quale si esce.

Scusi dov’è l’uscita di questo ristorante?

L’uscita è anche il movimento verso l’esterno:

L’uscita dei ragazzi dalla scuola è alle 13:10

Una uscita però è parecchie altre cose ancora, soprattutto in senso figurato.

In particolare, anche le parole escono dalla bocca. Ci avevate pensato?

Allora un’uscita indica anche una battuta di spirito, o anche una espressione imprevedibile o bizzarra.

I bambini hanno/fanno spesso delle uscite molto imbarazzanti

Cioè:

I bambini spesso dicono cose molto imbarazzanti.

Si può usare sia il verbo fare che avere. Fare un’uscita, avere un’uscita.

Potrei anche dire che:

I bambini spesso se ne escono con delle cose molto imbarazzanti.

In questo modo si usa il verbo uscirsene. Come vedete si parla di “uscite” nel senso descritto prima.

Quindi se qualcuno se ne esce con qualcosa, vuol dire che dice qualcosa di improvviso, di curioso, di bizzarro, di imbarazzante. Vuol dire che fa o che ha un’uscita di un certo tipo, ad esempio un’uscita curiosa, imbarazzante, infelice.

L’uscita infelice, in particolare, si usa spesso e indica una frase che sarebbe stato meglio non dire per diverse ragioni.

Comunque, che voi usiate l’uscita o il verbo uscirsene, si tratta sempre di qualcosa che non ti aspetti, qualcosa che lascia stupiti e che vale la pena di raccontare a qualcun altro, qualcosa spesso di eclatante.

Stavamo a cena con l’ambasciatore, quando Giovanni se ne esce con una barzelletta osé!

Giovanni, non puoi fare questo genere di uscite con l’ambasciatore!

Si usa spesso parlando di brutte figure come in questo caso. Ma non solo:

Domani finalmente è il giorno dello spettacolo teatrale di tuo fratello. Ti prego, non te ne uscire con una scusa e che non puoi venire, ok?

È possibile comunque usare uscirsene anche se parlo di idee, di invenzioni, di numeri, cioè prestazioni o giocate calcistiche ad esempio.

La cosa che conta è che siano cose inaspettate.

L’attaccante, dopo una prestazione incolore, se ne esce con un gol da cineteca!!

Più informalmente, uscirsene a volte si usa anche al posto di uscire, quando una persona lascia un luogo. Molto simile anche a andarsene e a starsene, ma più spesso è un’uscita non definitiva. Può avere il senso di stare fuori per un po’ da un luogo. In questo caso difficilmente trovate anche il “con”. 

Tra poco me ne esco a fumare una sigaretta.

Me ne esco a prendere una boccata d’aria. Ci vediamo tra 5 minuti.

Se n’è uscito di casa sbattendo la porta

Se n’è uscito di casa con una faccia molto arrabbiata

Andrè: Dacché studio l’italiano, non avevo mai incontrato il verbo uscirsene.

Irina: beh, allora tanto vale continuare con questi episodi di italiano semplicemente.

Anthony: tanto più che Giovanni se ne esce con un nuovo episodio più o meno ogni giorno.