L’istanza – ITALIANO PROFESSIONALE

L’istanza

Durata: 11 minuti

Sezione: approfondimenti

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Oggi vediamo il termine istanza, in questo nuovo approfondimento di italiano professionale.

 Disponibile ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

richiesta adesione iscrizione associazione

824 Variato, svariato, variare e svariare

Variato, svariato, variare e svariare (scarica audio)

Trascrizione

Ulrike: Ciao Gianni, in uno dei recenti episodi hai usato la parola svariato (hai detto “svariate espressioni”).

C’è un differenza tra svariato e variato? Esistono entrambi i verbi svariare e variare?

Non riesco a stabilire una differenza chiara. Magari non c’è?

Giovanni: ti ringrazio per la domanda Ulrike.

Una bella domanda devo dire.

Svariate espressioni significa semplicemente parecchie espressioni, quindi tante, una quantità non definita di espressioni, ma comunque un discreto numero. Io l’ho usata in questo senso.

Svariate e svariati, sempre al plurale, ha anche questo significato. Si tratta di uno dei tanti modi diversi per esprimere il concetto di “elevato numero” di qualcosa. Ma vediamo meglio.

Se passiamo al singolare abbiamo svariato e svariata.

Qui bisogna fare attenzione perché potrei ugualmente esprimere lo stesso concetto:

Nella lingua italiana c’è uno svariato numero di regole grammaticali.

Oppure:

Nel sito italiano Semplicemente c’è una svariata quantità di episodi.

Questo uso di “svariato”, sia al singolare che al plurale però, è da intendere non sempre esattamente come un numero elevato di qualcosa.

È vero che posso dire che una persona anziana ha uno svariato numero di anni, ma “svariato” può avere lo stesso senso di “variato”, senza la esse iniziale.

C’è qualcosa che varia, cioè che cambia. Il verbo variare infatti è simile a “cambiare” quindi parliamo di cose diverse, cioè variate. Possiamo anche dire cose svariate.

Questo uso però non è molto diffuso.

Nell’uso più diffuso però si parla generalmente di tipologie diverse. Quindi non è esattamente come tante cose (tutte uguali), ma tante tipologie diverse della stessa cosa.

Es:

Nel museo ci sono tanti quadri di stili svariati.

Al pranzo di nozze c’erano le pietanze più svariate

Quindi si parla di stili diversi, di generi diversi, di tipologie diverse.

Una cosa è dire che ci sono svariati quadri (nel senso di tanti) e un’altra cosa è dire che ci sono quadri di svariati stili.

Questo secondo modo di usare “svariati” e “svariate”, i cui si parla di varietà, è sicuramente più appropriato e più usato.

Quindi ad esempio:

La Fiat ha realizzato svariati modelli di automobili.

La nostra agenzia ha venduto svariate tipologie di appartamenti.

Quindi è vero che le automobili sono tante, ma di stili diversi, e i modelli sono svariati. Ogni modello è diverso dall’altro.

Anche gli appartamenti sono tanti ma diversi tra loro.

Con questo significato, svariati, con la esse iniziale, sicuramente si usa di più rispetto a variati, senza la esse iniziale.

Infatti variati, variato, variate e variata si usano maggiormente quando uso il verbo variare e solo in alcuni casi si preferisce a svariato se lo usiamo come aggettivo:

Io ho una alimentazione molto variata.

In questo caso è aggettivo e si preferisce variata a svariata.

Solitamente però non è così.

Io recentemente ho variato la mia alimentazione.

Questo invece è un uso del verbo variare.

Non possiamo usare svariare in questo caso.

Anche svariare esiste come verbo, ma ha un significato un po’ diverso.

L’utilizzo più usato di questo verbo indica sempre un tipo di cambiamento, una variazione, ma è molto vicino anche a uno spostamento, una deviazione, come ad indicare una qualità nel riuscire a cambiare senza problemi.

Si usa molto nello sport:

Questo calciatore riesce a svariare su tutta la parte sinistra del campo.

Questo significa che questo calciatore riesce a spostarsi con delle azioni estemporanee, improvvisate e avvolgenti. Non ha problemi a spostarsi di posizione. Occupa le posizioni più svariate.

È come dire che varia la sua posizione ma lo fa con efficacia e scioltezza.

Mio figlio, quando suona il pianoforte, riesce a svariare da Mozart a Beethoven senza alcun problema.

Il verbo svariare indica dunque sempre una variazione, ma c’è una certa intraprendenza nel variare qualcosa, una qualità nel riuscire a variare.

Un altro uso di svariare è “svariare con la fantasia”, o “svariare con la mente” che si usano nel senso di muovere la mente, avere idee diverse, cercare di lavorare con l’immaginazione, non pensare sempre alle stesse cose.

Per capire quali nuovi bisogni nasceranno nell’uomo tra 1000 anni bisogna certamente svariare con la fantasia: avremo forse bisogno di respirare su Marte? Oppure avremo bisogno di viaggiare nel tempo? Riuscite a svariare con la mente e a immaginare?

Quindi ricapitoliamo: svariato, generalmente si usa per indicare tipologie diverse, generi diversi, mentre variato è più usato come verbo. Esiste anche svariare ma si usa diversamente perché può indicare una qualità nel cambiare o nel muoversi, anche con la mente.

Adesso ripassiamo alcuni episodi precedenti e poi, nell’ormai consueto esercizio finale, vi faccio 10 domande sull’episodio di oggi, che prevedo non saranno molto semplici. Potete mettervi alla prova per capire se avete assimilato le SVARIATE informazioni che vi ho dato. Si tratta di indovinare la parola mancante in ogni frase. Alla fine avrete anche la soluzione.

Ricordo a tutti che per diventare membri basta richiedere la propria adesione nella pagina dell’associazione.

Marcelo: ieri sera il caldo che faceva mi dava sui nervi, e per calmarmi mi sono incamminato verso i sentieri del monte San Pietro!

Hartmut: Eh, che vuoi che ti dica, caro Marcelo. Gli addetti ai lavori hanno detto che dobbiamo rassegnarci a queste temperature per via dello scellerato atteggiamento di noi uomini.

Khaled: Sapete che questi stessi sentieri sono stati percorsi nientepopodimeno che da Papa Lucio III nell’anno 1185! Sono dei veri meandri per raggiungere la cima.

Karin: Ho letto che ci sono due percorsi per ascendere. Una corsia per quelli a cui piace arrampicarsi e un’altra corsia, ma preferenziale, solo per anziani e bimbi.

Irina: Si, vero. La prima è difficile farla tutta una tirata, ma per me che sono molto in forma, entrambe sono abbastanza congeniali!

Sofie: E fu così che dovettero andarla a prendere con l’elicottero!! Una grave perdita per tutti noi!

Danita: cosa? Sarebbe una battuta questa? Abbastanza gratuita direi.

Peggy: Dà prova di coraggio Irina, fagliela vedere che non ti manca il fegato. Altro che elicottero!

Esercizi

10 domande per mettervi alla prova sull’episodio. Seguono le risposte.

 Disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

richiesta adesione iscrizione associazione

Fare da tramite – ITALIANO PROFESSIONALE

Fare da tramite

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Questo approfondimento di italiano professionale riguarda le intermediazioni. Parliamo di rapporti professionali e anche dei verbi che si usano quando non c’è un rapporto diretto tra due persone.

Durata MP3: 10:47 minuti

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

richiesta adesione

Brevi manu – ITALIANO PROFESSIONALE

Brevi manu

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Descrizione

Dopo aver visto “per le vie brevi”  vediamo un’altra locuzione: “brevi manu”. Anxhe questa lezione fa parte del corso di Italiano Professionale.

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

823 I meandri

I meandri (scarica audio)

Trascrizione

 

Irina: Sembrava non mi venisse niente in mente, mentre d’emblée, dai meandri dei miei pensieri è sbucato un ripasso.

Giovanni: iniziava in questo modo il ripasso dell’episodio 722. In quell’occasione qualcuno si sarà chiesto il significato del termine meandri.

Un termine che si utilizza prevalentemente al plurale. Il singolare è meandro.

Ma cos’è un meandro?

È un oggetto?

No, il meandro non è qualcosa di materiale.

È un luogo?

Più o meno. Ci stiamo avvicinando.

In effetti i meandri, nel loro significato proprio, indicano quelle serpentine, quelle curve a forma di S che si verificano nel corso di alcuni fiumi che hanno una bassa pendenza. È simile al termine ansa quando si parla di fiumi. Ansa, più in generale, somiglia conunque più a insenatura.

Può anche indicare, ma soprattutto al plurale, un movimento intricato, complicato di strade dove è difficile orientarsi. Possiamo chiamarlo labirinto, oppure dedalo, in alternativa.

Si usano anche i termini groviglio, intreccio e intrico, che danno maggiormente l’idea di confusione. Meandro dà invece maggiormente l’idea della complicazione e di qualcosa di nascosto dove ci si perde facilmente.

Anche nei meandri del fiume ci finisce dell’acqua che sembra essersi persa nel suo percorso, rimanendo intrappolata in un meandro, senza via d’uscita.

Possiamo allora dire che se andiamo a Roma, rischiamo di perderci nei meandri della città.

Oppure possiamo dire che in una casa molto grande c’è un meandro di corridoi e di stanze o c’è un meandro di cunicoli.

I meandri possono indicare anche dei luoghi nascosti, difficili da trovare, da raggiungere, soprattutto in senso figurato.

Ci sono molte informazioni e ricordi nascosti nei meandri della nostra memoria.

L’uomo può fare cose bellissime ma anche cose orribili, che possono uscire dai meandri dei nostri pensieri più profondi.

C’è un ricordo che si è perso nei meandri della mia mente.

Viaggio nei meandri dell’animo umano”, potrebbe essere il titolo di un film o di un libro in cui si esplora l’animo umano alla ricerca delle sue caratteristiche, anche quelle più nascoste.

Sicuramente si tratta di un termine che i non madrelingua non usano, o che almeno non usavano fino ad oggi.

Sappiate che se vi perdete qualcosa in casa, probabilmente sarà finito in qualche meandro nascosto.

Infine voglio dirvi che l’aggettivo recondito è spesso collegato al concetto di meandro. Si dice dii luogo nascosto e appartato, anche con un’idea di segretezza.

Recondito significa nascosto, sperduto, spesso anche molto lontano, e si usa ad esempio per indicare dei luoghi sperduti dove finiscono gli oggetti o le persone quando non si trovano o dei luoghi in senso figurato. Spesso è associato agli “angoli“.

Si dice anche di qualcosa quasi inaccessibile, irraggiungibili e spesso profondo e misterioso:

Le verità recondite

I reconditi misteri della fede

Angoli. È anche così che vengono chiamati i luoghi quando sono difficilmente raggiungibili, sperduti, lontani, remoti.

Si parla allora di angoli reconditi, di luoghi sperduti, di meandri nascosti, di luoghi molto lontani. In questo senso dunque un angolo e un meandro possono essere considerati più o meno sinonimi.

Ricordate l’aggettivo remoto? Lo abbiamo trattato in un episodio passato e parlavamo in quel caso soprattutto di lontananza.

Nella speranza che non vi siate persi nei meandri della spiagazione, vi invito ad ascoltare il ripasso di oggi, in cui parliamo proprio di meandri.

Poi per i membri dell’associazione propongo infine le 10 oramai consuete domande sull’episodio di oggi, alla fine, dopo la spiegazione.

Come sempre, chi vuole entrare nella nostra associazione basta fare richiesta. Diventando membri vi aspetta anche il gruppo whatsapp dove si discute e si fa pratica tutti i giorni su ciascun episodio. Ci sono ovviamente io che vi aiuto a chiarire tutti i dubbi.

Senza contare che si ha accesso esclusivo a tutti gli episodi dedicati ai soli membri, tra cui il corso di Italiano Professionale.

Edita: Mi è capitato di perdermi nei meandri di alcuni vicoli di Roma. In questi casi è bene portare con sé una cartina.

Mary: infatti. Non che un cellulare non basti, ma metti che poi non hai campo?

Marcelo: per quanto mi riguarda, mi oriento molto facilmente (basti pensare che non uso normalmente Google maps e men che meno cartine) e posso anche cambiare strada se quella iniziale sembra complicata.

Peggy: però, secondo un antico detto, chi lascia la strada vecchia per quella nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova.

Esercizi

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Programma settimanale 25-30 luglio 2022

Programma settimanale 25-30 luglio 2022

Quotidianamente nel gruppo whatsapp dell’associazione si fanno le attività seguenti:

– vengono registrate le frasi di ripasso degli episodi precedenti.

– Si corregge la pronuncia quando è sbagliata)

– Si correggono le frasi quando sbagliate

– Si fanno esempi e si chiariscono dubbi

Programma

Lunedì: spiegazione di “i meandri”

Martedì: Trascrizione e commento del notiziario sul gruppo whatsapp dell’associazione (solo per membri) + spiegazione di ” Lo squallore”

Mercoledì: Italiano professionale – “brevi mano” (solo per membri).

Giovedì: la giornata della voce sul gruppo whatsapp + ripasso episodi precedenti (solo per membri)

Venerdì: cultura italiana: ascoltiamo, vediamo e commentiamo uno spezzone del film “Roma città aperta!

Sabato: leggiamo e commentiamo una storia del Decamerone nel gruppo whatsapp dell’associazione Italiano Semplicemente (solo per membri)

Per iscrizioni: italianosemplicemente.com/chi-siamo

822 Dare su

Dare su

Trascrizione

Vediamo oggi un uso particolare ma molto diffuso del verbo dare. “Dare su” è la locuzione alla quale mi riferisco, che ha due utilizzi in particolare.

Il primo è “dare sui nervi” che può essere anche “dare ai nervi”.

Si tratta di una espressione colloquiale che si usa quando qualcosa (soprattutto parliamo di un atteggiamento o un comportamento di una persona), ci dà fastidio, o meglio, quando questa cosa ci innervosisce.

Che significa?

Se una cosa ci rende nervosi, ci irrita, si può anche dire che ci dà sui/ai nervi.

Però sono soprattutto le persone e i loro comportamenti a dare sui nervi.

Se non si tratta di questo, solitamente possiamo usare il verbo numero innervosire, rendere nervosi o anche l’espressione “farsi prendere dal nervosismo” , che significa sempre irritarsi.

Dunque, un contrattempo può farmi innervosire.

Lo stesso vale per tutte le cose inaspettate che hanno conseguenze negative su di noi.

Quando passa il treno? Quest’attesa mi sta innervosendo/snervando

Non farti prendere dal nervoso per così poco!

Se invece si tratta di comportamenti è molto facile che si usi l’espressione dare sui nervi.

Giovanni quando insiste in questo modo mi dà proprio sui nervi!

Ma cosa sono i nervi?

Parliamo semplicemente delle fibre nervose, quindi si riferiscono al nostro sistema nervoso.

Nel linguaggio comune però con il termine nervi si intende la condizione psichica di una persona e si usa specialmente in espressioni figurate allusive a un insufficiente controllo della propria emotività in certe situazioni, o un intenso logorio psichico.

Si usano spesso espressioni tipo “avere i nervi” o anche “avere i nervi a fior di pelle”, “avere i nervi a pezzi”.

Quando si deve mantenere il controllo invece è bene mantenere i nervi saldi.

Molte cose comunque fanno venire i nervi. Si usa anche “urtare i nervi” con lo stesso senso di “dare sui nervi”.

Che nervi che mi fai venire!

Mi urti i nervi!

Mi dai sui nervi!

Sono frasi equivalenti.

In generale il cattivo umore spesso è manifestato con una frase che contiene il termine nervi.

Il secondo modo di usare “dare su” invece è simile al verbo affacciarsi.

La finestra della mia camera sul cortile.

Quindi quando mi affaccio dalla finestra della camera si vede il cortile. La finestra della camera si affaccia sul cortile, cioè la finestra dà sul cortile.

In quale camera vuoi dormire? Va bene quella che dà sul giardino o preferisci l’altra che dà sulla strada?

Si può utilizzare in teoria anche con le porte, con le facciate cioè con i muri, non solo con le finestre. Al posto di dare a volte si usa anche guardare:

La finestra guarda sulla strada.

Mi affaccio alla finestra e cosa vedo?

Vedo la strada.

Altre volte il verbo non si usa proprio:

La finestra sul cortile

Questo, tra l’altro, è anche il titolo di un vecchio film.

Attenzione perché non sempre, quando incontriamo “dare su” siamo di fronte a questi due utilizzi di cui vi ho parlato: dare sui nervi e dare nel senso di affacciarsi.

Questo sì deve ai tanti utilizzi del verbo dare.

Es:

Avete consigli da dare sulla lingua italiana?

Ognuno può, dare su questo argomento il suo contributo.

Abbiamo alcune notizie da dare su di noi.

È sbagliato dare su questo aspetto letture diverse dalla nostra.

La mia automobile il meglio lo dà su strada sterrata.

Adesso un bel ripasso e poi per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente faccio 10 domande sull’episodio di oggi. Seguiranno anche le risposte.

Nel ripasso di oggi si parla di vacanze.

Peggy: Visto che oramai l’aria nel gruppo sa di vacanza, non ti dico che voglia che ho di andare a lavorare in questo periodo. Non me la sento di fare qualunque cosa, ma solo di sognare di avviarmi seduta stante per una vacanza bell’e buona. Quale che sia il posto con una bella spiaggia mi andrà benissimo.

Khaled: Io invece, sebbene non sia proprio in vena di concludere il mio lavoro, (sarà comunque con i fiocchi però) ,dovrò farlo e tra una settimana e passa sarò tranquillo/a di godere della mia vacanza in montagna con la famiglia, spaziando in luoghi colmi di verde. Ragazzi, ho sentore che sarà uno svago da dio.

Hartmut: Guarda, il facente funzione del mio direttore mi ha chiesto di fare gli straordinari tutto agosto. Ma va’ ! Non esiste proprio, gli ho risposto. Ho già sacrificato due anni di vacanze estive. Questa volta non c’è santo che tenga, partirò di sicuro. Buone vacanze a tutti.

Esercizi

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

821 Avere fegato, coraggio, le palle

Avere fegato, coraggio, le palle

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di coraggio.

Dovete sapere che il termine coraggio deriva dal termine cuore.

Se ci pensiamo infatti le persone coraggiose, quelle che hanno coraggio, hanno una elevata forza d’animo, che permette loro di affrontare situazioni difficili, situazioni che farebbero battere il cuore per le forti emozioni e in particolare la paura. Loro invece riescono a dominare la paura di fronte a situazioni difficili.

Per esprimere il concetto di coraggio ci sono diverse modalità nella lingua italiana. Esistono anche svariate espressioni o frasi fatte.

Le persone che dimostrano molto coraggio si dice ad esempio che hanno un coraggio da leone.

Ci vuole un coraggio da leone per affrontare Mike Tyson sul ring, ad esempio.

Dar prova di coraggio. Questa è un’altra frase molto usata.

Per dar prova di coraggio ci vuole ovviamente un’occasione.

Un’occasione in cui una persona dimostra di aver coraggio. Quella occasione è la dimostrazione, dunque rappresenta la prova che non manca il coraggio a questa persona.

Per rappresentare il coraggio spesso si utilizza il fegato.

Sapete cos’è il fegato? È un organo del corpo. Per la precisione il fegato è un grosso organo che nell’essere umano è situato nel l’addome e chissà perché ha sempre rappresentato un simbolo di coraggio.

Avere fegato. Questa è l’espressione normalmente utilizzata per dire che una persona è molto coraggiosa.

Si usa spesso nei film.

Non hai il fegato di sfidarmi a duello!

Non sempre però possiamo usare il fegato al posto del coraggio.

Ad esempio se vogliamo esortare, spingere qualcuno a non perdersi d’animo, a resistere, a perseverare, ad insistere, a non mollare davanti a situazioni difficili, a non scoraggiarsi di fronte alle sfide e agli ostacoli possiamo semplicenete dirle:

Coraggio!

Coraggio, ce la puoi fare.

In questo caso non possiamo usare il fegato, che piuttosto si utilizza quando manca il coraggio e vogliamo offendere questa persona:

Colpiscimi, avanti! Ti manca il fegato per farlo!

Non hai abbastanza fegato per sfidarmi!

Esiste poi il cosiddetto “coraggio della disperazione” , cioè quel coraggio che insorge, che nasce nell’animo di fronte a situazioni disperate, per le quali non sembra esistere alcuna via di uscita. E allora, di fronte a una situazione così disperata non resta che una strada da percorrere:! Farsi coraggio e andare avanti.

Farsi coraggio è un’altra locuzione molto usata.

Fatti coraggio, dai, non mollare!

Anche questo è un modo per esortare ad avere coraggio.

Stavo per abbandonare la sfida, poi mi sono fatto coraggio e ho proseguito.

Ti devi fare coraggio, dimostra a tutti che hai del fegato!

In alcune occasioni il termine coraggio si utilizza per sottolineare la sfacciataggine, l’impudenza di una persona.

Se ad esempio un ragazzo viene trovato a rubare, lui potrebbe provare a giustificarsi nonostante la colpa evidente.

Allora si potrebbe dire a questo ragazzo:

hai ancora il coraggio di parlare?

La sfacciataggine, anche detta impudenza, è la mancanza di ritegno. Di fronte a situazioni chiare, in cui è evidente la propria colpevolezza, si ha il coraggio di negare la verità evidente, tanto che si avrebbe voglia di prendere a schiaffi questa persona, per quanta mancanza di rispetto ha avuto.

In effetti ci vuole coraggio anche per avere un comportamento di questo tipo, che si definisce appunto impudente o anche insolente.

Attenzione, non ho detto imprudente, con la erre, ma impudente. Infatti l’imprudenza è la mancanza di prudenza, cioè dell’attenzione necessaria quando si parla d sicurezza.

Esiste anche l’espressione “prendere il coraggio a due mani” .

Questa è un’altro modo per esortare ad avere coraggio.

Prendi il coraggio a due mani e affronta la sfida!

Si tratta di un grande coraggio di cui c’è bisogno.

Prima abbiamo visto anche la locuzione “farsi coraggio” usata per spingere qualcuno ad avere coraggio nel frase qualcosa.

Non tutti però riescono a farsi coraggio, perché il coraggio uno non se lo può dare, diceva il poeta Manzoni.

Una frase quest’ultima che è talvolta ripresa e usata contro delle persone che, loro malgrado, mancano di coraggio, perché non l’hanno mai avuto.

Questo tipo di persone possono essere indicate in modo diverso. Uno di questi è cacasotto.

Un eggettivo ovviamente molto familiare che viene da “cagarsi sotto” cioè avere talmente paura da farsela addosso. Farsela sotto e farsela addosso sono altre due espressioni che indicano paura e si riferiscono sempre, in modo figurato, alla stessa attività del farsi la cacca addosso. Ce ne siamo già occupati.

Visto che ci sono, non posso non citare l’espressione “avere le palle”, del tutto simile a “avere fegato” ma ovviamente ne rappresenta la versione volgare. Le palle sono il modo più diffuso per chiamare i testicoli maschili.

Avere le palle, almeno in teoria, sarebbe dunque una prerogativa maschile, ma oramai questa è un’espressione entrata nel linguaggio colloquiale e indica l’assenza di paura nell’affrontare una situazione di pericolo o imbarazzo.

Non hai le palle per chiedere il divorzio da tua moglie!

Giovanni, insultato ingiustamente dal professore, ha avuto le palle di rispondergli, rischiando la bocciatura.

Comunque, che si parli di fegato o di palle, sempre di coraggio stiamo parlando.

Tutt’altra cosa è se le palle sono anche definite “quadrate“.

Le palle quadrate sono un modo molto originale di indicare una persona molto sicura di sé oppure una persona molto competente in una certa materia o in una certa professione.

In genere questa sicurezza implica anche coraggio, ma più in generale si parla in questo caso di sicurezza, di capacità di raggiungere con determinazione e convinzione un obiettivo.

Beninteso, la forma dei testicoli è assolutamente fuori discussione. Non c’entra nulla.

In realtà è la forma del quadrato che rappresenta in qualche modo queste caratteristiche di una persona.

Una persona “quadrata” è una persona che ha le sue regole, regole precise da rispettare, è molto precisa e non cambia mai idea, sa il fatto suo e non è molto flessibile. Trasmette sicuramente un pregio, da una parte: la precisione, la chiarezza delle idee e degli atteggiamenti, la linearità, e anche la correttezza e la competenza, ma anche alcuni difetti: la rigidità, la scarsa flessibilità, e difficilmente si mette in discussione.

Essere delle persone quadrate non è però come avere le palle quadrate, modalità volgare ovviamente quest’ultima, che indica come detto alta professionalità in un mestiere o molta sicurezza nei propri mezzi.

Insomma, avere le palle, avere le palle quadrate e essere persone quadrate solitamente hanno significati un po’ diversi.

Adesso ripassiamo e poi potete fare un test con 10 domande per capire quanto avere capito dell’episodio di oggi. Quest’ultima è una possibilità offerta ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, ma tutti voi potete unirsi a noi se volete. Inviate la vostra richiesta dalla pagina italianosemplicemente.com/chi-siamo.

Ora vi saluto perché vado al mare.

Marcelo: ragazzi, scommettete che anche oggi il nostro presidente sta a spaparanzarsi su una sdraio su qualche spiaggia sarda?

Ulrike: embè? Ne va della sua professionalità? Piuttosto sta ricaricando le energie.

Peggy: beato lui. Putacaso avessi il coraggio di licenziarmi seduta stante mi precipiterei a fare una cosa del genere come il nostro presidente. Meglio mi sentirei se tutto questo godimento fosse a titolo non oneroso.

Albéric: apro una parentesi. Sapete che una volta l’ho accusato di essere un fannullone che non fa niente dalla mattina alla sera e lui mi ha fissato negli occhi imperterrito e mi ha detto di rispettare l’undicesimo comandamento. La cosa piu’ inquietante e’ che ha pronounciato queste parole non lasciando trasparire nessuna emozione.

Anthony: e cosa sarebbe l’undicesimo comandamento? Attendiamo lumi. Non tenerci sulle spine però!

Peggy: c’è già un episodio in merito.

Esercizio:

10 domande e risposte disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

820 Imperterrito

Imperterrito

Trascrizione

Giovanni: Un aggettivo interessante quello di cui voglio parlarvi oggi: imperterrito.

Ha a che fare con le emozioni.

Anthony: Ci sono infatti delle persone che, in certe situazioni, si mostrano assolutamente padroni delle emozioni, tanto che non lasciano trasparire alcuna emozione, alcun turbamento, quando invece le circostanze sembrano alquanto meritevoli di emozioni ed altre persone non sarebbero rimaste così imperterrite.

Invece c’è chi, imperterrito, si mostra assolutamente calmo e padrone di sé, sembra indifferente a quanto sta accadendo.

Si solito è successivo ad un verbo:

Giovanni ascoltava imperterrito le accuse di tutti i suoi compagni dopo aver sbagliato un’occasione da gol.

Quindi Giovanni, durante una partita di calcio, ha sbagliato un gol e tutti i compagni lo hanno accusato. Lui invece di sentirsi e di mostrarsi imbarazzato o colpevole, sembrava non provare alcuna emozione e li guardava imperterrito, cioè senza mostrare emozioni.

C’è anche una sfumatura di spavalderia, come a volersi mostrare superiore, indifferente, quasi a voler sfidare qualcuno:

Tutti dicevano a Maria che i leoni sono pericolosi, ma lei rimase imperterrita davanti al felino che ruggiva.

Maria dunque non mostrava alcuna paura davanti al leone. Ostentava indifferenza di fronte al leone (non ho usato casualmente questo verbo, per rappresentare la nota di spavalderia), leone che, in teoria, avrebbe dovuto turbarla, spaventarla, terrorizzarla, scuoterla o suscitare in lei almeno una reazione emotiva.

Giovanni: Dunque chi ostenta indifferenza di fronte a cose che dovrebbero tirarlo o suscitare una qualsiasi reazione lo fa in modo imperterrito.

Anthony: Avete visto che si utilizza quasi come un intercalare, infatti quasi sempre si potrebbe togliere senza danno per la frase, tipo:

Lui continuava imperterrito la sua strada nonostante i pericoli.

Altre volte invece è diverso:

Mi guardava imperterrito

Imperterrito somiglia molto a imperturbabile.

Imperturbabile, cioè non si può perturbare, cioè non si può turbare.

Se qualcosa mi turba, mi dà fastidio, mi disturba, mi scuote emotivamente.

Giovanni: Una persona ad esempio può essere imperturbabile, cioè capace di dimostrare in qualsiasi occasione una calma composta e serena. Impossibile turbare una persona imperturbabile.

Anthony: Una persona imperturbabile non si scompone, non mostra alcun turbamento di fronte a fatti e situazioni difficili, rimane impassibile, imperterrita.

Come altro sinonimo spesso si usa anche impavido, per sottolineare l’assenza di paura, oppure a volte anche ostinato, quando si continua imperterriti a fare la stessa cosa, nonostante gli insuccessi, ma questo è un uso più raro del termine.

Altre volte si utilizza anche l’aggettivo impassibile, ad indicare che nessuna emozione riesce a passare, cioè ad apparire evidente sul viso.

Giovanni::Adesso meglio ripassare, tanto per non perdere l’abitudine.

Marcelo: si dice che fare un lavoro che ti va molto a genio sia un po’ come non lavorare.

Peggy: Al principio, pensavo così anch’io. Tuttavia con il passare del tempo, mi sono reso/a conto che a volte il concetto non è così semplice. Qualche fattore, che so, la responsabilità, la scadenza che ci corre dietro, persino le persone con cui collaboriamo influenzano il nostro stato d’anima di brutto. Dunque, al di di tutto, è sempre meglio avere un lavoro che ci sconfinfera piuttosto che il contrario. Altro che storie!

Albéric:

Marcelo: si dice che fare un lavoro che ti va molto a genio sia un po’ come non lavorare.

Peggy: Al principio, pensavo così anch’io. Tuttavia con il passare del tempo, mi sono reso/a conto che a volte il concetto non è così semplice. Qualche fattore, che so, la responsabilità, la scadenza che ci corre dietro, persino le persone con cui collaboriamo influenzano il nostro stato d’anima di brutto. Dunque, al di di tutto, è sempre meglio avere un lavoro che ci sconfinfera piuttosto che il contrario. Altro che storie!

Albéric:
Un ragionamento da prendere con le molle quello di cui ci parla Marcelo. Coloro che la pensano così, pare che non sappiano distinguere i concetti di lavoro e fatica. Lavoro è energia volta ad un fine determinato. Benaccetto se divertente, ma resta pur sempre lavoro.

Adesso mettiamoci alla prova con 10 domande sull’episodio.

Esercizi

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

819 Gratuito e oneroso

Gratuito e oneroso

Trascrizione

Anthony:

Ragazzi buonasera. Oggi parliamo di gratuità.

Cosa? Non sapete cosa sia la gratuità?

Vi dice nulla la parola gratis?

La gratuità riguarda le cose gratuite. La gratuità è la possibilità di fruire di un bene o di un servizio senza pagamento.

Insomma la gratuità, con l’accento sulla a, è delle cose gratis, che non si pagano.

Magari fosse solo questo, vero?

Si, è vero, le cose gratuite non si pagano. Quindi la gratuità riguarda le cose gratuite.

Ma una cosa è gratuita non solo quando è gratis.

Se qualcuno vi regala un libro, lo fa gratuitamente, senza compenso o pagamento. Non bisogna dare soldi, perché non sono richiesti.

Le cose gratuite, si dice anche che non sono a titolo oneroso, cioè non si pagano.

Questo è un linguaggio burocratico. Quando si acquista un bene o un servizio, si paga per averlo, quindi si tratta di beni e servizi a pagamento.

Non si tratta di un omaggio. Si dice appunto che questi beni o servizi sono a titolo oneroso.

Ma soldi a parte, le cose gratuite sono sempre poco gradite.

Infatti si dice spesso di comportamenti gratuiti.

Perché si dicono gratuiti e perché sono qualcosa di negativo?

Prima di tutto notate l’accento della pronuncia di gratuito.

Riguardo al perché, si dice che un comportamento è gratuito quando è immotivato, cioè quando manca un motivo che lo giustifica, manca un fondamento logico, una ragione alla base del comportamento.

Si usa sempre però nel caso di torti o cose che recano danno a qualcuno.

Sei proprio stupido!

Risposta: La gratuità della tua offesa mi stupisce!

Anche in questo caso si parla di gratuità, sebbene non ci sia niente di gratis, ma c’è comunque qualcosa di gratuito, qualcosa che non corrisponde ad altro, qualcosa che non è una reazione motivata a un comportamento, ma è qualcosa di gratuito.

Perché mi hai offeso gratuitamente? Cosa ho fatto per meritarmi questo?

Quindi c’è in realtà una analogia tra le cose gratuite perché non si pagano, cioè cui non corrisponde alcuna forma di pagamento o di compenso e quelle gratuite perché non corrispondono a una ragione precisa.

In entrambi i casi manca una corrispondenza.

Dunque cosa può essere gratuito dal punto di vista figurato?

Solitamente una affermazione quando è priva di qualsiasi motivo o fondamento.

Spesso anche le accuse sono gratuite.

Sei stato tu a rubare dal mio portafogli!

Risposta: perché questa accusa gratuita nei miei confronti? Sai bene che non ho mai rubato in vita mia.

Spesso è qualcosa di immeritato, come in questo caso.

Se io ti do un calcio nel sedere, tu puoi dirmi che si tratta di qualcosa di assolutamente gratuito, perché non ti spieghi il motivo di questo calcio.

Sia il termine gratuità che l’aggettivo oneroso sono non esattamente di uso comune. Oneroso nell’uso colloquiale diventa “a pagamento”, mentre gratuito diventa gratis e quando si tratta di comportamenti si usa offensivo, immotivato, senza ragione, o si usano termini come cattiveria e crudeltà.

Usare la gratuità è molto più sofisticato e anche elegante quando si vuole accusare una persona:

Questo tuo atteggiamento è assolutamente gratuito.

La gratuità della tua accusa mi lascia sconcertato

L’aggettivo oneroso spesso si trova nell’espressione “a titolo oneroso” che sta per a pagamento.

Si tratta di linguaggio giuridico. Un tipico atto a titolo oneroso è la compravendita (lo scambio di un bene verso un prezzo).

La vendita di un immobile è un contratto a titolo oneroso.

Anche il mutuo per acquistare casa è a titolo oneroso, sebbene esista anche quello a titolo non oneroso, cioè, a titolo gratuito o detto più semplicemente, gratuito.

Ovviamente non posso usare il titolo oneroso quando parliamo di comportamenti. I concetti di gratuità e di onerosità in questo caso non possono usarsi in modo contrario.

Esercizio

Peggy: io l’unica cosa gratuita che abbia mai ricevuto sono degli insulti. È accaduto una volta con uno che mi accusava di avergli rubato il parcheggio. E dire che aveva la faccia pure simpatica.

Hartmut:

magari ti ha insultato tanto per.

Irina:
Che vuoi che ti dica Peggy. Questo tipo di insulti purtroppo fanno parte del traffico stradale, allora niente di trascendentale, anzi, da prendere con filosofia. Sono in tanti quegli uomini, benché sembrino simpatici, che ritengono la ricerca di un parcheggio una gara e la perdita del parcheggio desiderato una vera e propria sconfitta.

Estelle:
In queste circostanze prima di tutto bisogna stare zitti, e secondo poi non arrabbiarsi! Checcé se ne dica, questo tizio avrebbe potuto prenderti a pugni. Sei cascata bene!

Esercizio: 10 domande e 10 risposte.

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

818 Perdite e sconfitte

Perdite e sconfitte

Trascrizione

Giovanni: attualmente mi trovo in vacanza e appena fuori del nostro appartamento, all’improvviso, si è scoperta una grossa perdita d’acqua dall’asfalto. Credo che dovranno intervenire urgentemente altrimenti si potrebbe rompere l’asfalto e magari qualche automobile potrebbe finire male.

Allora mi è subito venuto in mente questo termine: “perdita“.

In questo caso ho parlato di una perdita d’acqua, che si verifica quando dell’acqua esce da dove non dovrebbe uscire.

Una perdita d’acqua proviene dalla rottura di un tubo o anche da una guarnizione di gomma che non funziona più.

Se vedete dell’acqua sul pavimento o sul muro, probabilmente avete una perdita da qualche parte, oppure avete lasciato il rubinetto aperto.

Il rubinetto perde? Questo accade quando, pur chiudendo il rubinetto dell’acqua, continua a uscire un po’ d’acqua dal rubinetto. La cosa potrebbe anche farti perdere la pazienza…

Comunque meglio la perdita d’acqua che la perdita dei capelli. A quella generalmente non c’è rimedio.

Anche la perdita del fiato è abbastanza preoccupante perché si vede che siete affaticati e avete bisogno di riposare. Evidentemente avete corso a perdifiato. A meno che non abbiate visto una ragazza (o un ragazzo) tanto bella da far perdere il fiato.

Quest’ultima è un’espressione idiomatica.

Il fiato si perde anche col caldo o col freddo eccessivo. Quest’ultima è anch’essa una sensazione, provocata dall’improvviso cambio della temperatura però, e non dalla bellezza di una persona.

Questa perdita di fiato può essere considerata positiva, ma mai come quella relativa alla perdita di peso 🙂

Comunque, quello che mi interessa oggi è distinguere la perdita dalla sconfitta.

Dico questo perché quando si perde una partita parliamo di sconfitta, ma se un calciatore si fa male torniamo al concetto di perdita.

Ronaldo si fa male e per tre partite non potrà giocare. Una perdita importante per la squadra.

Ci sarà una regola? Certo!

Come definizione del termine perdita troviamo “una improvvisa mancanza di una determinata disponibilità, associata spesso a detrimento, danno, rovina”.

Insomma qualunque cosa sia a disposizione e all’improvviso non lo è più. In questi casi possiamo parlare di una perdita. In genere le perdite sono sempre brutte notizie!

La perdita dei capelli ne sono un chiaro esempio, ma possiamo parlare anche della perdita della vista e della vita.

Quando hai perso la vista?

La perdita della vista risale al 2020.

Che è come dire che ho perso la vista nel 2020.

Si possono anche avere perdite al gioco. In questo caso sono i soldi che non ci sono più.

Riferito a persone, vi si associa il significato di morte.

Ho perso mio padre nel 1973.

È stata una grave perdita per me.

Si usa molto comunque in campo economico:

Quest’anno siamo in perdita.

Questa è una eccedenza dei costi sui ricavi in operazioni economiche.

I costi superano i ricavi. Quindi siamo in perdita.

La sconfitta è una perdita? No, perché non è qualcosa che avevamo e che poi abbiamo perduto.

La sconfitta è invece un insuccesso. Si parla di guerre, di battaglie o di competizioni sportive. La cosa che conta è che ci sia un avversario che ci sconfigge.

La sconfitta è l’esito (il risultato) negativo di una guerra o di una battaglia o di una partita, gara, competizione, anche politica.

Possiamo anche parlare dell’eliminazione di una malattia o di un male sociale o morale.

La sconfitta dell’aids.

Come sconfiggere il corona virus?

Esistono anche le sconfitte amorose, le più difficili da digerire forse.

Quello che non dobbiamo fare comunque è confondere la perdita con la sconfitta.

Eppure si può perdere la vita, un posto di lavoro ma anche una partita e la guerra.

Eppure la perdita della vita è la perdita del posto di lavoro indicano la perdita di qualcosa che prima si aveva e all’improvviso non si ha più.

Va bene, lasciamo perdere adesso e facciamo un ripasso di qualche episodio passato. Poi i membri possono rispondere a 10 domande per testare la comprensione dell’episodio di oggi.

Chi vuole mettersi alla prova può diventare membro collegandosi alla pagina italianosemplicemente.com/chi-siamo

Essere membri di Italiano Semplicemente significa anche avere accesso a tutti gli episodi del sito, a tutti gli audio-libri, al corso per principianti e alle lezioni di italiano professionale e italiano commerciale.

Insomma, cosa aspettate? Vi prometto che non sarà una perdita di tempo!

Adesso il ripassino.

Ulrike:
Se il presidente chiede un ripassino e nessuno alza le terga per abbozzarne uno, cosa significa?

Peggy:
Che vuoi che ti dica. Può darsi che manchi solo un bell’assist, un qualcosa che apra una breccia per tuffarsi nell’elenco della rubrica.

Estelle:
Vabbé, sono sincero/a. Io semplicemente non oso uscirmene con un ripasso improvvisato. Pavento che vengano a galla tutte le mie lacune linguistiche. Quale vergogna!

Sofie:
Macché vergogna Estelle, non esiste proprio! Buttati! Cimentarsi nell’esercizio di rispolverare le espressioni precedenti della rubrica è proprio un metodo edificante per colmare le nostre lacune. E poi c’è sempre Gianni, instancabilmente disposto a correggere il nostro lavoro.

Esercizi

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

817 Che vuoi che…

Scarica pdf domande e risposte su questo episodio (solo per membri)

ISCRIVITIENTRA

Che vuoi che…

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: che volete che vi spieghi oggi?

Forse potrei fare qualche esempio su come una brevissima pausa o il tono sia a volte importante per capire il senso di una frase.

Oppure potrei mettervi alla prova su come distinguere una vera domanda da una domanda retorica.

Potremmo fare entrambe le cose allora.

Ricordate l’episodio sulle domande retoriche, spero.

Una domanda retorica non è una vera domanda, anche se può sembrare una domanda.

Che volete che vi spieghi oggi?

Questa è una vera domanda.

Che vuoi che ne sappia io?

Questa è una domanda retorica.

Come distinguere? Questo è un dubbio che potrebbe nascere sempre quando c’è “che vuoi che” seguito da qualcos’altro.

Vediamo allora cosa può essere questo qualcos’altro:

Che vuoi che sia?

Questa è un’altra domanda retorica.

Questo genere di domanda, col verbo essere al congiuntivo, si usa per sminuire qualcosa, per sdrammatizzare, per dare meno importanza a qualcosa.

Es: un ragazzo è triste e spiega il motivo a un suo amico:

Maria mi ha lasciato. È una tragedia!

Risposta dell’amico:

ma che vuoi che sia? Alla nostra età più esperienze si hanno, meglio è.

È come dire: non è niente di grave, niente di così importante.

Esiste anche la forma al plurale “che vuoi che siano”.

Es:

Dovrò fare cinque esami quest’anno all’università.

Risposta: che vuoi che siano cinque esami in un anno?

Cioè: non sono tanti cinque esami.

Andiamo avanti:

Che vuoi, che non lo sappia?

Questa è un’altra domanda retorica. Significa: certo che lo so, è una cosa ovvia, lo trovi strano che io ne sia a conoscenza?

Avrete notato che in questo caso c’è una piccola pausa dopo “vuoi”.

La frase è equivalente a:

vuoi che non lo sappia?

Abbiamo già visto questo “vuoi che non“, e mettere un secondo “che” all’inizio serve solo a dare maggiore enfasi alla frase. Questo si può fare sempre.

Andiamo avanti:

Che vuoi che ti dica…

Questa può essere una vera domanda ma generalmente non lo è. È un’altra domanda retorica.

Questa frase si utilizza nel linguaggio colloquiale quando non si ha una chiara idea di qualcosa. Solitamente si tratta di cercare una ragione che ci spieghi qualcosa ma non ne abbiamo proprio idea e proviamo spesso a dare comunque una risposta.

Es.

Sai perché Giovanni ha deciso di diventare un prete?

Risposta: che vuoi che ti dica, sarà perché ha parlato con Dio, o forse perché ha avuto una crisi mistica.

Che è un po’ come dire: non saprei proprio cosa dirti, non lo so. Non so come rispondere, ma provo a ragionare e provo a dare una risposta.

Non è come dire: che vuoi che ci mangiamo oggi?

Questa è una vera domanda ma può diventare retorica se il frigo è vuoto.

che vuoi che ci mangiamo oggi che il frigo è vuoto?

Come distinguere? L’uso del congiuntivo può spiegare qualcosa? In realtà è vero che la frase “che vuoi che ti dica” è sempre usata in modo retorico e esprime sempre una forma di incertezza, di dubbio e di ricerca di una risposta. Spesso è preceduta da un “mah”:

Mah, che vuoi che ti dica?

A volte denota scoraggiamento, delusione:

Come va tuo figlio all’università?

Mah, che vuoi che ti dica, ha fatto un esame in due anni, speriamo riesca a sbloccarsi.

Dipende spesso anche dal verbo che si usa.

Che vuoi che faccia?

Questa in genere è una vera domanda. Spesso provocatoria, ma pur sempre una domanda.

Es:

Perché nei tuoi episodi fai tanti esempi?

Risposta: che vuoi che faccia, un episodio senza esempi? Non è possibile!

Vediamo adesso:

Che vuoi che ne sappia…

Un’altra domanda retorica.

In questo modo si esprime un convincimento mostrando un po’ di fastidio.

Chiedi a Giovanni come si usa il congiuntivo.

Risposta: ma che vuoi che ne sappia Giovanni di grammatica, che lui non la sopporta?

In queste frasi, col verbo sapere ma anche con altri verbi, c’è sempre una seconda parte della frase che inizia con “che”, come nel caso appena visto.

Altro esempio:

Che vuoi che ti racconti della vacanza, che l’ho passata interamente in quarantena per via del covid?

La seconda parte della frase serve a giustificare la prima, serve a spiegare il motivo.

“Che vuoi che” è equivalente a “cosa vuoi che”, e se sono molto arrabbiato possiamo anche aggiungere una parolina intermedia:

Che cavolo vuoi che abbia scritto sul compito, che non avevo studiato per niente?

Cosa cacchio vuoi che ci siamo detti io e Cathy, che lei non parla una parola di italiano?

Cosa diamine vuoi che ne capisca io di lingua latina, che non me l’ha mai insegnata nessuno?

C’è sempre un tono abbastanza irritato, perentorio, deciso.

Lo stesso concetto può avvenire comunque anche senza necessariamente contenere “che vuoi che”, ma il verbo volere non manca quasi mai.

Solo per farvi un esempio:

Ti aiuto io a recuperare matematica a scuola:

Risposta possibile:

Cosa vuoi aiutarmi tu, che non hai mai preso una sufficienza in matematica?

Abbiamo visto le forme più utilizzate: che vuoi che sia, che vuoi che ne sappia, che vuoi che ti dica, ma “che vuoi che” può essere seguito in realtà da tutti i verbi al congiuntivo, spesso con un tono scocciato, infastidito per qualcosa che si ritiene ovvio.

Es:

Mi dici perché 10 anni fa non mi hai fatto il regalo di compleanno?

Risposta:

ma cosa vuoi che mi ricordi di 10 fa che a malapena ricordo cosa ho mangiato oggi!

Oppure, se mia moglie mi dice: stai male? Sei un po’ troppo silenzioso oggi.

Mia risposta:

ma niente, che vuoi che abbia? Sono solo un po’ stanco.

Tanto per concludere l’episodio, se si parla con più persone si può anche dire “che volete che…“. Questo vale per tutti gli verbi.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Poi, tutti voi membri potrete verificare quanto avrete appreso di questo episodio rispondendo a 10 domande. Lo scorso episodio almeno un paio di domande hanno creato qualche difficoltà anche ai più bravi.

Chi volesse mettersi alla prova in questo e in altri futuri episodi invii la richiesta alla pagina di iscrizione all’associazione italianosemplicemente.com/chi-siamo

Ulrike: quale regione italiana vorreste visitare? A me piace il vino, ragion per cui vanno bene tutte. Dovendo scegliere però direi Toscana, che è più congeniale ai gusti di mio marito in fatto di cultura.

Marcelo: io meglio che sto alla larga dai vini. Il medico dice che potrebbe pregiudicare la mia salute.

Peggy: io non sono al corrente di quale siano i vini italiani più buoni, ma a detta di molti, si casca sempre bene.

42 – LA RICEVUTA BANCARIA – ITALIANO COMMERCIALE

La ricevuta bancaria

Trascrizione

Sofie: Lezione numero 42 di due minuti con Italiano Commerciale.

Oggi parliamo della RICEVUTA BANCARIA.

Audio MP3 e Trascrizione PDF

 disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

816 Le terga

Le terga

(scarica audio)

Per i membri (registrati)

Trascrizione

Giovanni:

Episodio 816 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Da questo episodio ci sarà anche un modo per mettersi alla prova dopo aver letto e ascoltato la spiegazione: un file pdf a disposizione che potrete scaricare e stampare. Ci sono 10 semplici frasi da completare con le parole chiave dell’episodio. Nella seconda pagina troverete anche le soluzioni. Per poter visualizzare e scaricare questo file è necessario iscriversi all’associazione Italiano Semplicemente. 

Ma iniziamo con la spiegazione.

Come si chiama quella cosa che sta davanti e dietro ad ogni automobile, dove ci sono scritti numeri e lettere?

Si chiama targa. La targa è, più in generale, una sottile piastra di metallo che porta incisa una scritta, delle lettere, numeri o indicazioni.

Quella dei veicoli riporta la sua carta d’identità, e sta sempre dietro ogni veicolo.

Ebbene, anche se le targhe si trovano dietro le macchine (oltre che davanti nel caso delle autovetture), la targa non ha niente a che fare con le terga. Anche le terga stanno dietro, ma stanno solamente dietro.

Il termine terga è il femminile di tergo e significa proprio dorso, schiena, dietro.

Vi spiego meglio.

Notate innanzitutto che terga è femminile plurale e il singolare femminile (la terga) non esiste e non esiste neanche il plurale maschile.

Le terga indicano, a seconda delle occasioni, le spalle, la parte posteriore del corpo oppure il sedere, che sempre nella parte posteriore del corpo si trova.

Di uso frequente è l’espressione voltare le terga (o voltare il tergo). Significa volgere le spalle, voltare le spalle, ma con un atteggiamento di sprezzo, con ostilità.

Una persona che volta le terga ad un’altra, praticamente si volta dall’altra parte, si gira, le dà le spalle, e questo indica la mancanza di un aiuto, anzi una indifferenza verso i problemi di questa persona a cui vengono voltate le terga. Le terga in questo caso indicano vagamente anche il sedere oltre alle spalle.

La forma maschile, dicevo, è tergo. La locuzione “a tergo” si usa spesso in contesti tecnici per indicare che una cosa si trova dietro un’altra.

A parte questo uso tecnico, sul quale non mi soffermo, “a tergo” si usa anche nel senso di dopo, successivamente. Molto giornalistico come uso:

A tergo dell’incontro con il presidente, si terrà una conferenza stampa.

Abbiamo deciso, a tergo della conferenza di oggi, di non appoggiare più il Governo.

A tergo” si usa spesso anche per indicare la parte posteriore di un foglio di carta. È una alternativa a “retro“, però retro si usa in senso materiale, tipo fare una stampa fronte-retro, cioè stampare su entrambi i lati del foglio.

Tergo, oltre ad essere più formale, si usa in particolare per rinviare a quanto è scritto nel retro di un foglio, cioè per indicare che bisogna leggere dietro, che bisogna leggere o scrivere o porre attenzione al retro di un foglio.

Es:

A tergo del presente documento potete trovare le indicazioni per raggiungere l’hotel in cui si terrà l’incontro.

Si prega di firmare a tergo dell’assegno

Si deve apporre la firma a tergo della scheda elettorale

Nello sport si usa spesso invece “da tergo”.

Un calciatore ad esempio, interviene da tergo quando commette un fallo su un altro giocatore, cioè quando fa un intervento irregolare intervenendo da tergo, cioè da dietro. Il giocatore che riceve il fallo quindi non vede nulla. Per questo gli interventi da tergo sono molto pericolosi. Si usa spesso nelle radiocronache delle partite di calcio.

Al di là del calcio, posso anche dire che non ho partecipato alla riunione ma l’ho seguita da tergo. Cioè ho assistito senza partecipare, da dietro. Mi trovavo fisicamente dietro rispetto alle persone che partecipavano.

Torniamo alle terga, al plurale.

Abbiamo già parlato di voltare le terga e abbiamo detto che le terga indicano, a seconda delle occasioni, le spalle, la schiena, il dorso, cioè la parte posteriore del corpo, oppure il sedere.

Infatti se vedo una persona seduta sulla mia automobile, io, che ne sono molto geloso, potrei dire:

Potresti togliere le terga dalla mia auto?

Si tratta di un invito ad alzarsi o a “alzare le chiappe” se volessi essere più esplicito e volgare.

Oppure posso dire:

Chiunque abbia mai messo le terga su una bicicletta sa bene che è uno sport molto faticoso.

Dopo due ore passate in bicicletta poi è facile esclamare: ah, le mie povere terga!

A volte è un modo per evitare di dire chiappe o sedere o culo.

Un altro esempio:

I politici italiani tolgono difficilmente le proprie terga dalle poltrone del governo.

È l’ora del ripasso che come sempre avviene a tergo dell’episodio, e dopo potrete mettervi alla prova rispondendo alle 10 domande sul presente episodio per capire quanto avete appreso da 1 a 10.

Rauno: Ah Gianni, ci risiamo! Si fa presto a dire facciamo un ripasso. Ed io, valutando l’utilità per il mio apprendimento, generalmente mi sento seduta stante disposta a mettermi all’opera, ma quanto devo scervellarmi prima che si apra una breccia creativa che mi ispiri un tema degno di nota!

Marcelo: per essere un di cui dell’ episodio, niente male come ripasso!

Peggy: io invece, ho appena letto l’episodio che verte su Viterbo. Desidero assai visitarla in men che non si dica. Ora che faccio, mi incammino verso questa città dei papi come una vera pellegrina? Vabbè, forse è solo un pio desidero visto che sta facendo questo caldo, senza contare che sono decisamente a corto di tempo.

815 la breccia

La breccia

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete presente la breccia di Porta Pia a Roma?

Si tratta della cosiddetta “presa di Roma“, un evento storico importantissimo avvenuto nel 1870 con cui è avvenuta l’annessione di Roma al Regno d’Italia. Con la breccia di Porta Pia si ebbe quindi la fine dello Stato Pontificio e fu un momento di profonda rivoluzione per il potere dei papi.

Ma cos’è la breccia? Perché si chiama proprio breccia di Porta Pia?

Porta Pia è una delle ultime opere di Michelangelo Buonarroti.

È una delle porte delle mura aureliane di Roma.

Il venti settembre 1870 ci fu un combattimento tra le truppe del Regno d’Italia e quelle dello Stato Pontificio. Furono esplosi molti colpi di cannone da parte italiana col tentativo di aprire un varco, un’apertura, una breccia, appunto, da cui passare per portare a termine la missione della presa di Roma.

Bisognava prendersi Roma. Per farlo occorreva aprire una breccia nelle mura.

Alla fine accadde proprio questo, infatti a circa 30 metri sulla sinistra di Porta Pia si apri una breccia da cui passarono le truppe.

Il termine breccia ha esattamente il significato di una apertura praticata mediante strumenti bellici (cioè armi) in un recinto difensivo.

Questo termine si usa però anche al di fuori dell’ambito militare. Altrimenti non avrei fatto un episodio dedicato alla breccia.

In particolare esiste l’espressione “far breccia“, cioè fare breccia. Il senso figurato indica riuscire a colpire, riuscire a entrare, ma si intende colpire intimamente, quindi impressionare. Molto simile a “fare colpo” su qualcosa.

Sono riuscito a far breccia nel cuore di Maria

È una modalità direi più poetica per dire che sono riuscito a far colpo su Maria, ad aprire un passaggio per arrivare al suo cuore.

Questa è la breccia di cui si parla: l’apertura che mi permette di arrivare al suo cuore, ai suoi sentimenti.

Si può usare anche in modo più ampio, anche al di fuori dell’ambito sentimentale, nel senso di suscitare una certa impressione, destare interesse.

In questo senso “fare colpo” è comunque l’espressione più usata.

La mia macchina fa sempre colpo sulle ragazze

Far breccia meglio usarlo quando vogliamo indicare un certo sforzo nel raggiungere un contatto generalmente emotivo, per raggiungere un obiettivo.

Es: i costruttori su macchine cinesi prestano grande attenzione al design e alla qualità per far breccia nelle scelte dei consumatori europei.

C’è quindi questa necessità di aprirsi un varco per infrangere la resistenza opposta da qualcuno. Bisogna, in questo caso convincere i consumatori europei, cosa non facile.

C’è sempre una certa resistenza opposta che si vuole vincere.

Un cantante con un pubblico anziano potrebbe avere l’obiettivo di far breccia tra le nuove generazioni.

I nuovi calciatori acquistati da una squadra sperano di riuscire a far breccia nei cuori dei tifosi.

Vedere che la breccia è in qualche modo sempre legata alla speranza nel riuscire ad ottenere qualcosa: quando si apre una breccia la speranza aumenta.

Marcelo: quindi se ho ben compreso, con una pia illusione non si ha alcuna possibilità che si apra una breccia di speranza.

Ulrike: a meno che tu non abbia una corsia preferenziale.

Peggy: meglio stare alla larga dalle spintarelle. Preferisco fare il nullafacente tutta la vita piuttosto che essere sempre in debito con qualcuno.

Danielle: de gustibus; io se mi propongono un lavoro lo accetto seduta stante, altro che storie!

814 Incamminarsi

Incamminarsi

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: tutti conoscete il verbo camminare vero?

Niente di più facile.

Credo risulti molto utile imparare anche un verbo simile: incamminarsi.

Incamminarsi significa avviarsi verso un luogo a piedi, iniziare un percorso a piedi.

Come usarlo?

Es.

Siamo nel bosco. Tra un’ora sarà notte. Siamo ancora lontani da casa, quindi è meglio che ci incamminiamo.

Dunque: ci incamminiamo sta per “iniziamo a camminare”.

Di solito c’è una destinazione nota, ma può accadere che sia l’intero percorso ad essere noto. La cosa che conta però è che si inizi a camminare:

Incamminiamoci verso casa

Voi incamminatevi, io vi raggiungo tra poco.

Ci siamo incamminati verso il parco

Avrete notato che mentre camminare vuole l’ausiliare avere (es: i ragazzi hanno camminato), incamminarsi vuole il verbo essere:

I ragazzi si sono incamminati intorno alle 14, poi non abbiamo più avuto notizie

Mi sono incamminato un’ora fa

Ti sei incamminato troppo tardi

Maria si è incamminata prima di Giovanni

Noi ci siamo incamminati la mattina presto

I ragazzi si sono incamminati per ultimi

Incamminarsi è simile a avviarsi:

Io intanto mi avvio, ti aspetto al supermercato.

Mentre però ci si può avviare anche in moto, in macchina, in bicicletta o con qualunque altro mezzo, per incamminarsi non si devono usare nient’altro che i propri piedi.

È tutto per oggi.

Danielle: che dite? È capace che Giovanni non ce lo chieda il ripasso oggi?

Albéric: Questa è nient’altro che una tua pia illusione. Farà il suo solito appello, non c’è santo che tenga.

Marcelo: Pensate che la sua richiesta sarà rivolta erga omnes oppure sarà una richiesta fatta ad personam a qualcuno che si fa sentire di meno?

Irina: Giovanni non è solito chiamare in causa membri specifici, ma se faccio mente locale mi sembra di ricordare che l’abbia fatto nell’episodio dedicato all’espressione cogliere sul vivo.

Peggy: sbagli! Non voglio, appunto, coglierti sul vivo ma sei mezzo rimbambita! In quel caso ha nominato Antonio tanto per fare un esempio, quando parlava dell’episodio qui ti voglio.

Irina: rimbambita? Questo è il colmo! Fatti sotto allora! Non sia mai detto che io non abbia il coraggio di rispondere a tono ad una provocazione così sopra le righe.

Per le vie brevi – ITALIANO PROFESSIONALE

Per le vie brevi

(scarica audio)

tutte le lezioni di italiano per il lavoro

i verbi professionali (audio-libro)

Trascrizione

Ammettiamo che dovere spedire una comunicazione per lavoro. Si può trattare di una richiesta oppure di una risposta ad una richiesta, ma comunque una comunicazione di carattere ufficiale.

Ammettiamo anche che questa domanda o questa risposta sia già stata anticipata a voce o via sms o via WhatsApp o in qualunque altra modalità non ufficiale e ora si tratta semplicemente di confermarla per iscritto.

La comunicazione scritta è ovviamente quella ufficiale e nel testo della comunicazione dobbiamo però far riferimento a questa comunicazione avuta in precedenza. Come fare?

Ad esempio possiamo dire così?

Come già anticipato a voce, le confermiamo che la sua richiesta non può essere accolta.

In questo caso si tratta ad esempio di una risposta di una pubblica amministrazione a un cittadino che ha fatto una richiesta.

A voce ci è stato detto che la richiesta è stata rifiutata ma la comunicazione ufficiale arriva successivamente per iscritto.

Oppure:

Come già detto faccia a faccia ….

Come ci siamo già detti in precedenza…

Come le è stato già comunicato al telefono stamattina…

Come già anticipato via whatsapp…

Queste sono tutte forme che possiamo usare all’orale, ma per le comunicazioni ufficiali esiste una formula ben precisa che si usa esclusivamente allo scritto, all’interno di una mail, una raccomandata o una lettera: per le vie brevi.

Es:

Come da accordi per le vie brevi, le trasmettiamo la nostra offerta economica.

Facendo seguito agli accordi per le vie brevi, si trasmette in allegato l’elenco delle strutture di nostro interesse

Come anticipato per le vie brevi, si comunica che la riunione prevista per il giorno 2 marzo è posticipata al 3 maggio, alla stessa ora e nello stesso luogo.

Dagli esempi si capisce anche che a volte si tratta anche solamente di fare una premessa alla nostra comunicazione, citando una precedente comunicazione non ufficiale, alla quale si fa seguito.

Ma perché si dice “per le vie brevi”?

Le vie brevi indicano una comunicazione diretta, immediata. E’ proprio ciò che avviene quando si parla al telefono o faccia a faccia o tramite un sms.

La comunicazione è breve, rapida, ma non può essere una comunicazione ufficiale perché non è stata messa per iscritto.

Le comunicazioni scritte sono spesso ricche di termini complicati per i non madrelingua. L’espressione di oggi ne è un esempio.

“Per” all’inizio significa “attraverso”, quindi “per le vie brevi” sta per “attraverso la via di comunicazione più breve”.

Nel prossimo episodio di italiano professionale vediamo un’altra modalità, abbastanza simile, relativa alle comunicazioni.

813 Capace che

Capace che

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: voglio parlarvi di un modo particolare per esprimere una possibilità.

Nella lingua italiana esistono molti modi per farlo. Sappiamo ad esempio che è previsto l’uso del congiuntivo quando si esprime una possibilità o un dubbio:

Credo si tratti di questo…

Immagino sia così..

Presumo possa essere accaduto questo…

Senza stare ad esplorare tutte le possibilità, oggi ne vediamo una in particolare: l’uso di “capace che”.

Es:

Oggi capace che nevichi!

Il significato più vicino a questa frase è:

Potrebbe accadere che oggi nevichi.

Oppure potremmo dire:

È possibile che oggi nevicherà

Può darsi che oggi nevicherà

È una modalità informale ma molto diffusa.

Quasi sempre c’è il verbo al congiuntivo, ma soprattutto all’orale non sempre si usa:

Perché Giovanni non risponde al telefono?

Risposta: capace che stia/sta facendo la doccia.

È abbastanza fréquente anche l’uso del verbo essere, ma non è obbligatorio:

È capace che Giovanni non ti sente/senta perché ha la suoneria spenta.

A volte è una risposta secca equivalente a “può darsi” , “è possibile“:

Secondo me a casa non c’è nessuno, che ne dici?

Risposta: è capace!

Questo non è l’unico caso in cui manca la congiunzione che.

Infatti posso anche dire:

Oggi è capace a piovere

Questo possiamo farlo solo se non parliamo di persone, perché usare la congiunzione “a” fa pensare alla classica capacità, cioe l’abilità nel riuscire a fare qualcosa.

Notate infatti che non stiamo parlando della capacità di una persona. Non c’è nessuno in questi casi che è capace o incapace a fare qualcosa. Parliamo invece della semplice possibilità che qualcosa accada o che sia accaduto.

Si sta esprimendo un’opinione e si afferma che le cose potrebbero stare in un certo modo. Non si ha nessuna certezza, ma è solo una possibilità non troppo remota.

Somiglia anche a “forse“, “è probabile“:

Dovete anche sapere che non esiste la forma negativa.

Non posso dire “non è capace che” oppure “incapace che” per dire che qualcosa è improbabile.

Vediamo altri esempi:

Guarda che facce quei due. Capace che stanotte non abbiano neanche dormito!

Dai sbrighiamoci, altrimenti nostro padre è capace che non ci faccia più uscire per una settimana!

Secondo me a quest’ora capace che dorma e neanche se ne accorge che rientriamo tardi.

Capace che abbiamo già superato i due minuti? Altroché!

Allora ripassiamo:

Ulrike: Ah che bello, Marcelo ed Edgardo sono tornati alla carica per viziarci con le loro belle foto dell’Italia. Temevo che si fossero beccati anche loro il virus e Invece, vivaddio, qualcuno viene risparmiato. Oggi comunque se ne sono usciti con nuove belle foto dal Sud-Italia.

Peggy: E fu così che dimenticarono l’Uruguay…

Marcelo: Sono stato chiamato in causa e allora eccomi qua: Marcelo in carne e ossa. Vi assicuro che sia io che Edgardo ce la siamo cavata senza avere nessuna corsia preferenziale. Direi che si è trattato di mera fortuna.

812 Pio e pia

Pio e pia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: voglio parlarvi di un uso particolare del termine pio e pia (al femminile).

Carla:

Pio: voce imitativa del verso dei pulcini o degli uccellini di nido (per lo più raddoppiata: pio pio).

Giovanni: grazie Carla. No, veramente non mi riferivo al verso del pulcino, ma grazie per averlo detto. In effetti pio è anche questo.

Giorgio:

Pio significa anche devoto: un atteggiamento pio, cioe credente convinto e praticante. Conosco molte famiglie pie.

Giovanni: grazie Giorgio, ma si dice pie. Pia è il femminile singolare di pio e pie è il femminile plurale.

Comunque ci stiamo avvicinando al concetto di pio di cui voglio parlarvi oggi.

Infatti Giorgio vi ha parlato di devozione, cioè della adesione agli aspetti spirituali e formali del culto (di una qualunque religione) o delle pratiche religiose in genere.

Quindi una persona molto pia rispetta le regole imposte dalla sua religione, crede ciecamente in essa. Si dice anche che questa persona è praticante perché segue scrupolosamente le pratiche di una religione.

Allora arriviamo al senso scherzoso di pio e pia.

Bianca:

Illusorio, utopistico, forse in quanto frutto di un abbandono ingenuo e sprovveduto alla divinità.

Giovanni: ecco, proprio questo significato intendevo. Grazie Bianca. Quanti aiutanti oggi!

Illusorio, ha detto Bianca, utopistico. Chi crede troppo nella sua religione, chi si fida ciecamente, crede a tutto ciò che dice la sua religione e rischia di prendere una cantonata. Questo è il senso ironico.

E allora, ogni volta che una persona si illude, ogni volta che ha una speranza vana, cioè che non si realizzerà mai, possiamo dire che ha una pia illusione.

Se ha un desiderio irrealizzabile, allora possiamo dire che ha un pio desiderio.

Se spera in qualcosa che secondo noi non accadrà mai, possiamo dire che la sua è una pia speranza.

Spesso, come ho fatto anch’io poco fa, si usa vana e vano al posto di pia e pio: una vana speranza, un vano desiderio, una vana illusione. Ma vano ha un senso un po’ diverso. Significa inutile, inconsistente, privo di utilità. Anche uno sforzo può essere vano. Anche delle parole possono essere vane quando non sono ascoltate o quando non sono servite a nulla.

Spero che le mie non lo saranno ovviamente. Oppure lo saranno?

Carla:

Se ti illudi che tutti abbiano capito la tua spiegazione, la tua è una pia illusione, caro Giovanni.

Giovanni: ah, facciamo anche gli spiritosi adesso? Secondo me invece hanno capito tutti!

Bianca:

Adesso meglio che ripassiamo.

Giovanni: questo veramente spetta a me dirlo! Non cominciamo!

Irina: stamattina mi sento proprio bene. Per questo ho rifatto il tampone rapido dopo sei giorni. Coltivavo la speranza, poi rivelatasi vana, di essermi negativizzato. Una pia illusione la mia.

Ulrike: Che vuoi Irina. Un tampone evidentemente realizzato anzitempo. Devi armarti di pazienza. Il virus non si lascia tallonare.

Anthony: sapete che oggi dice male pure a me cioè l’insorgere di sintomi me lo sento anch’io ormai da 2 giorni. Si tratta di un certo non so che di raffreddare leggero. Mi tocca fare il tampone. Purtroppo sono a corto di test fai da te e non me la sento di uscire di casa!

811 La bottarella

La bottarella

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: buongiorno a tutti.

Per la spiegazione dell’episodio di oggi mi sarebbe di grande aiuto Anna Marchesini, una famosa comica italiana che riusciva ad affrontare gli argomenti più delicati, ovviamente in modo esilarante.

Ci proverò anch’io oggi. La parola che vi spiegherò è BOTTARELLA.

Inizierò con i significati più innocui.

Anzitutto, una bottarella è una piccola botta, vale a dire un piccolo colpo, un colpetto, un colpettino, una pacca.

Si usa maggiormente nel Lazio in questo senso, soprattutto nel caso di piccoli incidenti stradali.

Qualcuno ha dato una bottarella alla mia auto, esattamente sul paraurti, uscendo dal parcheggio.

Hanno preso una bottarella sulla fiancata dell’auto.

Non è un grave danno, comunque si tratta di qualcosa di visibile.

La bottarella si usa anche quando un dispositivo non funziona perfettamente.

Non vi capita mai che dando una bottarella con la mano al vostro computer, alla radio, o meglio ancora, a qualche strumento meccanico, si sistema miracolosamente?

Una piccola botta su un lato e tutto funziona!

Di solito quello è il sintomo che tra non molto tempo non funzionerà più neanche la bottarella.

Es:

Non funziona più la macchinetta per fare il caffè con le cialde!

Risposta: dagli una bottarella sul fianco e vedrai che funziona.

A volte si usa anche col senso di “spintarella“, un aiutino per andare avanti al lavoro.

Chi ha bisogno di questo tipo di bottarella evidentemente non ha le qualità necessarie per essere preferito agli altri concorrenti.

Ma veniamo alla bottarella legata al concetto di fugacità, di cui abbiamo parlato lo scorso episodio.

Stavolta però la poesia e la malinconia di cui abbiamo parlato non c’entrano proprio niente. Infatti questo tipo di bottarella indica un rapporto sessuale di breve durata, dunque fugace.

La bottarella, in questo senso, è un termine usato quasi esclusivamente dagli uomini, e ovviamente fa parte del linguaggio colloquiale.

Un termine abbastanza maschilista direi.

Attenzione alla differenza tra sveltina e bottarella. Anche la sveltina è un rapporto sessuale di breve durata, ma la definizione esatta di sveltina è “incontro sessuale frettoloso” .

C’è dunque un problema di tempo a disposizione per fare un “normale” rapporto sessuale, che ha bisogno invece di tempi decisamente più lunghi.

Tutto questo tempo non c’è però, e questo problema si risolve con una sveltina, un rapporto fatto alla svelta.

La bottarella è tutt’altra cosa: La bottarella si dà, la sveltina si fa.

Mi spiego meglio.

La sveltina coinvolge equamente i due partner che consumano un veloce rapporto sessuale, mentre la bottarella si utilizza quasi sempre quando si dà un giudizio su una ragazza o una donna. Teoricamente comunque si potrebbe usare anche nei confronti di un uomo con lo stesso senso:

Guarda quella ragazza laggiù. Gliela daresti una bottarella?

Questo è un giudizio di qualità, ma non implica nient’altro che la gradevolezza fisica, l’aspetto fisico che giustificherebbe la voglia di avere un rapporto veloce (dunque non impegnativo) con quella persona.

Tra l’altro questa gradevolezza non è molto alta. Anzi, normalmente se uso questo termine è perché la ragazza viene ritenuta sufficientemente carina ma niente di più:

Non so tu, ma io una bottarella gliela darei!

La fugacità è prevalentemente indicativa della mancanza di sentimento, del sesso poco impegnativo e non necessariamente nella velocità nell’esecuzione.

Spesso lo stesso termine si usa anche in senso ancora più dispregiativo del sesso femminile:

La nostra amica è troppo nervosa ultimamente. Secondo me ha bisogno di una bottarella rivitalizzante.

Mi rendo conto di essere sceso molto in basso rispetto al passato episodio in cui vi ho parlato di Petrarca e Boudelaire, ma il mio compito è aiutarvi a capire ogni tipo di conversazione e dunque non ci dobbiamo formalizzare troppo.

Tra l’altro capire la lingua italiana può essere importante anche in questo caso.

Se un italiano vi dicesse che vi darebbe volentieri una bottarella, potete rispondere così:

Dalla a tua sorella!

L’italiano non insisterà a questo punto.

Adesso che siamo scesi più in basso che più non si può, vediamo cosa ci hanno preparato i membri di Italiano Semplicemente per ripassare gli episodi passati.

Ulrike: Ho sentore che Gianni abbia un nuovo episodio pronto. Ha chiesto un ripassino, il che è tutto dire. Io purtroppo sono ancora sguarnita di forza mentale a causa del covid. All’inizio speravo in un attacco virale piuttosto fugace, invece no; quale idea peregrina questa. Allora tocca a voi!

Albéric: Un ripasso di domenica, seduta stante, questo è il colmo! La fa facile lui quando la metà del cucuzzaro è ammalata di Covid per non aver preso le dovute distanze al ristorante durante la riunione dei membri.
E cosa ci dice Gianni? Attaccatevi al tram! Bella faccia tosta che non è altro! Non vorrei sfondare una porta aperta ma secondo me il virus non guarda in faccia a nessuno. Basta mangiare un piatto di pasta in compagnia, il che è tutto dire. Allora per il ripassino, se la veda lui!

Estelle: se un così breve ripasso non fosse congeniale a qualcuno, potrei dirvi che, tanto per aggiungere qualcosa, anch’io ho avuto il Covid e non sembravo più io per quanto ero stanca. Se vi sembra un di più fate finta che non abbia detto nulla.

810 La fugacità e il fascino dell’effimero

La fugacità e il fascino dell’effimero

Audio MP3 e Trascrizione PDF disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ISCRIVITIENTRA

Trascrizione

Giovanni: avete mai ricevuto uno sguardo fugace? Potrei chiamarla anche una rapida occhiata. Ma da oggi in poi abbiamo un nuovo aggettivo, molto più elegante da usare.

Fugace è un aggettivo molto interessante perché si può usare in molte occasioni.

Fugace, in origine, è ciò che fugge, che scappa (il verbo è fuggire) ma in realtà questo aggettivo non si usa normalmente in questo modo. Almeno non nel senso di scappare fisicamente.

Al limite, potrei definire una persona fugace non perché scappa via, ma per il suo atteggiamento fugace, cioè è una persona che ha paura di mostrarsi così com’è e allora tende a “scappare” , nel senso che i suoi rapporti con le persone (o con qualche persona) sono veloci, senza troppe confidenze, senza intimità. Potremmo anche parlare di persona sfuggente o sfuggevole.

Una persona così ci dà la sensazione che nasconda qualcosa o che, appunto, abbia paura di mostrarsi.

In generale l’aggettivo fugace si usa però per indicare le cose che hanno breve durata, che durano poco.

Spesso si tratta di cose piacevoli, e il fatto che durino poco, cioè che siano fugaci, non è pertanto una bella notizia.

C’è chi dice che tutte le gioie e i piaceri della vita siano fugaci.

D’altronde, dice il proverbio, la felicità dura come il sole di marzo.

Un aggettivo poetico, senza dubbio.

Spesso fugace si utilizza al posto di “veloce“:

Una volta sono andato in TV ma è stata un’apparizione fugace.

Quindi la mia apparizione è stata breve, brevissima.

Come detto, uno sguardo può essere fugace, una gioia, ma anche la giovinezza può essere definita fugace, considerando che non dura mai quando vorremmo.

Una speranza fugace, un dubbio fugace: entrambi, in questo caso durano poco, scompaiono subito.

E della fugacità della bellezza ne vogliamo parlare? E quella della vita?

Un aggettivo finora alquanto malinconico.

Fa pensare soprattutto alle cose belle che finiscono subito e che non tornano più.

Il poeta Petrarca parlava della fugacità del tempo e ne era ossessionato. Il titolo del suo sonetto “La vita fugge e non s’arresta un’oraè tutto dire.

Per non parlare di come Charles Boudelaire pensava al tempo, come “il nemico” (il titolo di una sua poesia) per la sua fugacità.

Ciò che è fugace viene spesso definito anche “effimero” .

Ma se fugace equivale a effimero, come mai si sente parlare del cosiddetto fascino dell’effimero? Cosa c’è di affascinante in ciò che dura poco?

A me effimero fa pensare ad una cosa che adesso c’è e tra un attimo non c’è più. Non resta niente.

Il termine effimero indica sempre qualcosa che di breve durata, come ad esempio i prodotti di scarsa qualità, che si rompono subito o che vengono subito sostituiti da altri prodotti maggiormente alla moda.

Il fascino dell’effimero è una frase che in realtà attacca il fenomeno del consumismo, basato sul consumo continuo di cose, anche se inutili e di poca durata. Anzi queste cose sono affascinanti proprio perché durano poco. Non sappiamo resistere all’acquisto di qualcosa di nuovo.

Possiamo dire che oggi viviamo nella società dell’effimero.

Effimero deriva dal greco e significa “che dura un solo giorno” , come la vita di alcuni insetti.

Può essere effimero anche un sogno che svanisce la mattina al risveglio (dopo un attimo non c’è più) o un desiderio che non si realizzerà mai o anche una promessa mai mantenuta.

Il tuo sogno di diventare ricco e famoso è più effimero di una promessa d’amore fatta su una spiaggia d’estate.

In effetti “effimero” , rispetto a fugace, fa più pensare al fatto che, dopo la breve durata, non rimane niente.

Si dice che bisogna stare lontani dalle cose effimere, soprattutto dai piaceri effimeri, perché sono inutili, inconsistenti e non lasciano traccia.

Fugace invece sottolinea maggiormente la velocità, la breve durata e spesso si associa al piacere che finisce presto, in men che non si dica.

Oggi vi ho parlato anche di Petrarca, di Boudelaire e di poesie.

E dire che la mia intenzione iniziale era di parlarvi di un’altra cosa che non ha nulla di poetico, (ma proprio niente!) ma che tuttavia è la cosa più fugace che ci sia.

Ve ne parlerò nel prossimo episodio, salute permettendo (per la cronaca mi sono appena beccato il Covid).

Per adesso ripassiamo fugacemente qualche episodio passato:

Irina: Giovanni, mi stai dicendo che ciò che finisce anzitempo può essere fugace? Oppure è il contrario?

Anthony: però le cose fugaci possono essere anche piacevoli proprio perché durano poco. Ma non voglio anticipare il prossimo episodio. La cosa potrebbe dare adito a polemiche.