300 – Avere agganci

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Trascrizione

Emanuele: benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, per migliorare il proprio italiano gradualmente, ogni giorno.

Agganciare
Un pesce preso al “gancio” (anche detto “amo”)

Giovanni: hai mai provato, parlo con i maschietti, ad agganciare una ragazza in discoteca? Hai mai provato ad aggamciarne una? Anche un ragazzo si può agganciare.

Lejla: io non ci provavo ad agganciarli, perché non venivo mai degnato di uno sguardo!

Sofie: Beh, non puoi sapere se andava male. Non avevi che da provare!

Giovanni: In questo caso, cara Lejla, si può anche decidere di agganciare un cliente. Anche un cliente si può agganciare. Magari è più facile. Lo puoi e lo vuoi agganciare per vendergli un prodotto.

Il verbo agganciare, che deriva dal termine gancio, si può utilizzare al posto di rimorchiare, sia che si parli di voler conquistare una ragazza o un ragazzo, sia che si parli di automobili.

Quando un’auto si ferma per un guasto, quando non funziona più, bisogna portarla dal meccanico per ripararla, e allora si utilizza un gancio, un oggetto di metallo, che serve a rimorchiare l’auto fino al meccanico.

“Vado a rimorchiare una ragazza”, quindi, oppure “vado ad agganciare una ragazza” si usa, tra i giovani, per indicare il tentativo di conoscere una ragazza, per poterla tirare verso di sé, per poterla conquistare. Un’attività che non riesce sempre.

Ad ogni modo l’immagine del gancio si utilizza anche in un’altra espressione italiana:

Avete un aggancio, o avere degli agganci.

L’aggancio in questo caso è una conoscenza, quindi si tratta di una persona che si conosce e che potrebbe risultare utile per raggiungere un obiettivo personale. Una persona influente quindi. Che riesce ad influenzare alcune decisioni.

Si usa moltissimo in Italia e a dire il vero non è una cosa molto positiva, perché si usa spesso per indicare una o più conoscenze che potrebbero aiutarti per ottenere favori. Favori che avvantaggiano te, ma spesso svantaggiano altre persone.

Se quindi mi serve ottenere un documento amministrativo importante in tempi brevi, spesso questo non è possibile, ma se hai un aggancio al comune, o in qualsiasi ufficio dell’amministrazione pubblica, potresti ottenere questo documento, perché c’è questa persona che ti aiuterà.

Ci sono moltissime persone “ben agganciate” in Italia, che hanno quindi ovunque dei buoni agganci e questo dà loro una forma di privilegio, una forma quindi di potere. Con un aggancio si può ottenere un lavoro senza meritarlo, con un altro aggancio ottenere un prestito.

E tu, ti ritieni una persona ben agganciata? Hai molti agganci? Conosci persone influenti?

Non è una cosa di cui andare orgogliosi però.

Ulrike: Che sarà mai, Giovanni!

Andrè: Non è niente di che, dai, in tutto il mondo è così.

– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

Il verbo PRENDERE nelle 52 espressioni idiomatiche italiane – VIDEO-CHAT

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Descrizione

Stasera, 28 giugno 2020, ore 19 italiane, piattaforma zoom, appuntamento per spiegare le espressioni utilizzate nella storia (52). Per partecipare: https://italianosemplicemente.com/chi-siamo

Trascrizione

Ciao!! Vi ho preso di sorpresa? Tranquilli,
Adesso vi racconterò una storia che parla del verbo prendere.
Spero non la prendiate male se parlerò velocemente. Non mi prendete per matto però!
Se non riuscirà a prendere forma una bella storia, prenderla male non vi aiuterà a migliorare il vostro italiano. Quindi spero la prendiate bene, come quando venite bocciati ad un esame e non ne fate un dramma.
Poi c’è chi la prende con filosofia: apprezzo molto queste persone che danno il giusto peso alle delusioni.
A proposito: siete persone che se la prendono se qualcuno vi prende in giro?
Non ve la prendete con me però, io non c’entro nulla.
Parlo velocemente ma solo perché non mi piace prendermela comoda.
Certo, voi non madrelingua rischiate seriamente di prendere lucciole per lanterne, ma oggi avevo voglia di fare un episodio divertente, perciò meglio
Prendere la palla al balzo, no?
Saper prendere l’occasione al volo d’altronde è una qualità non da poco.
Non prendete alla lettera le mie frasi perché sono tutte espressioni figurate. Lo so, state pensando che io sia un po’ pazzo, ma state prendendo un granchio, e non vi sto neanche prendendo in giro. Oggi volevo divertirmi sebbene l’obiettivo è molto impegnativo: ma a un certo punto ho preso il toro per le corna e ho iniziato a scrivere.
Non mi prendete troppo sul serio però.
Piuttosto a me piace molto essere preso per la gola e voi? Sono sicuro che anche a voi! Che mi prenda un colpo se non è così!
Comunque voi starete pensando che vi stia prendendo per il culo, o per i fondelli, o magari per il naso.
Se invece non lo pensate è perché avete preso una bella cotta per la lingua italiana.
Allora in questo caso,
Prendete baracca e burattini, o armi e bagagli, se preferite, e fatevi un bel giro in Italia.
Adesso state attenti. Quale espressione ho usato per ultima?
Vi ho preso in castagna? Eravate distratti?
Se state ancora ascoltando avete proprio preso a cuore questo mio tentativo di oggi.
Credo che storie di questo tipo siano molto utili: si impara divertendosi. Si prendono quindi 2 piccioni con una fava.
Allora posso continuare?
Spero non pensiate che ciò che dico sia da prendere con le molle!!
Non che dobbiate prendere per buono tutto ciò che dico. Fate pure le vostre verifiche se volete.
Ma per chi mi avete preso? Per uno che dice sciocchezze?
Non prendete per oro colato nulla di ciò che dico. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.
Poi, chi si fida troppo, si dice che finisce per
Prenderlo in quel posto, prima o poi…
Non vi aspettavate parolacce? Vi ho preso in contropiede?
Capita a tutti non preoccupatevi.
Ma io voglio solo esplorare completamente la lingua italiana quindi è necessario spiegarvi bene le cose.
Se amate la lingua italiana dovete sopportare anche questo. In amore si prendono spesso cantonate, no?
Ma la lingua italiana non tradisce e non delude, non si possono prendere fregature e neanche sòle di nessun tipo.
L’unica cosa è che questo racconto sta prendendo una brutta piega.
Difficile sopportare uno come me, vero?
Prendermi a mali parole però non è la soluzione, anche se siete tipi che prendono fuoco facilmente. Se prendete di matto sapete cosa vi dico? Cosa vi prende?
Sapete che ho preso ad odiare gli esercizi di grammatica e a me piace divertirmi quando insegno l’italiano. Se un professore di italiano prova a contestarmi io gli faccio vedere i miei 100 associati:
Prendi e porta a casa! Che soddisfazione!
Cosa aspetti a cambiare metodo anche tu, caro professore? Prendi e cambia metodo, è facile e divertente.
Non conosci la strada?
Prendi a destra e poi a sinistra, poi prendi l’autostrada per Roma e vieni a trovarmi. Te lo spiego io volentieri! Così alla fine anche tu avrai preso le Misure del metodo.
Prenderà molto anche te questo metodo, vedrai!
A quel punto ci prenderemo molto anche noi due.
Comunque piacere. Mi chiamo Giovanni. E scusate se vi ho preso alla sprovvista, senza avvisare.

299 – Uso del futuro per fare ipotesi

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Il futuro per fare ipotesi

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Emanuele: benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”, per migliorare il proprio italiano gradualmente, ogni giorno.

Giovanni: Quale sarà l’oggetto di questo episodio n. 299? Si tratta di un uso particolare del futuro.

Normalmente il futuro si utilizza per eventi che devono ancora accadere, altrimenti che futuro sarebbe?

Ebbene, in realtà il futuro, nella lingua parlata prevalentemente, si usa anche per esprimere eventi passati.

Emma: Passati? Sicuro Giovanni? Non ti sta dando di volta il cervello?

Giovanni: Sì, sì, sicuro, e lo fanno tutti gli italiani.

Lo posso fare quando non sono sicuro di qualcosa che potrebbe essere accaduto, e faccio delle ipotesi che credo siano plausibili.

Ad esempio.

Se un giorno non dovesse andare online un episodio di questa rubrica, qualcuno potrebbe dire:

Come mai Giovanni oggi non ha ancora pubblicato episodi? Si sarà dimenticato?

Come dire: si è dimenticato secondo voi? – Forse si è dimenticato.

Hartmut: Questa non è una ipotesi peregrina.

Giovanni: Potreste anche dire:

O forse avrà avuto da fare? (Forse ha avuto da fare)

O magari avrà avuto problemi con Internet.

Rauno: Sarà in qualche luogo remoto?

Sofie: Vedrai che si fa vivo entro stasera. Bisogna armarsi di pazienza.

Giovanni: vedo che siete in vena di ripasso oggi. Si potrebbe aggiungere:

Sarà il caso di chiamarlo? Che ne dici? Oppure a quest’ora starà dormendo?

Comunque, io rispondo dicendo:

Dimenticato? Mi sono dimenticato? Non direte sul serio! Spero starete scherzando!

Ecco, in questi ultimi casi è stato usato il futuro non per spiegare il passato, come prima, non per fare un’ipotesi sul passato, ma per proporre una soluzione (sarà il caso di chiamarlo?), per fare cioè un’ipotesi sul futuro (starà dormendo adesso?) o di spiegazione a posteriori (Spero starete scherzando!). Una alternativa al congiuntivo quindi.

Spero tu stia scherzando!

Spero starai scherzando!

Quindi utilizzo il futuro anche per qualcosa che riguarda il futuro, ma in modo diverso da come avviene normalmente. Anche le mie risposta: “Non direte sul serio!”, “non starete scherzando!”, o anche altre, topo: “Mica starai scherzando!” è un’ipotesi sul futuro che però mi auguro non sia vera.

“Sarà il caso di chiamarlo” è invece come dire: “che ne dici, lo chiamiamo?” E’ una proposta, un’ipotesi anche questa.

Si può usare anche in questo modo il futuro, se non sono sicuro di qualcosa da fare.

Dove sarà Giovanni? (uso normale del futuro). Non so, sarà andato al mare? (ipotesi futura). Magari starà a divertirsi da qualche parte (ipotesi futura). Oppure sarà andato in vacanza! (ipotesi sul passato).

Ma secondo voi sarà il momento di finire questo episodio?

Immagino vi sarete stancati!

Lejla: No, ma ci dovrà essere un motivo per cui hai dato a questa rubrica questo nome? Vai a capire!

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298 – Qui ti voglio!

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Qui ti voglio

Giovanni: Qualche tempo fa abbiamo visto insieme un’espressione particolare: qui casca l’asino.

L’asino, poveraccio, non c’entra nulla con questa espressione (se volete dare un’occhiata metto un link sulla trascrizione di quell’episodio).

C’è un’espressione simile a “qui casca l’asino“, che, se non lo ricordate, si utilizza quando c’è qualcosa di difficile, che potrebbe quindi portare a fare un errore. L’espressione è “qui ti voglio”.

Fernando: Ok ma laddove ci siano dubbi? Puoi spiegare meglio?

Rauno: Sennò questa nuova espressione potrebbe andarci di traverso!

Giovanni: Certo. Il significato di “Qui ti voglio” è abbastanza simile. Una delle differenze è che ci si rivolge direttamente ad una persona, o anche a più persone – in questo caso diventa:

Qui vi voglio!

Si parla in generale si sfide, o di punti delicati da superare, o di prove da vincere

Inizia allo stesso modo “qui” che non indica un luogo, ma, in modo figurato, un momento, un aspetto.

Dicendo “qui” si vuole in realtà dire: a questo punto, in questo momento, su questo aspetto. “Qui ti voglio” è spesso un’abbreviazione di una frase più lunga:

Qui ti voglio vedere all’opera!

oppure:

Qui voglio vedere come te la cavi!

Qui voglio vedere se sei veramente bravo!

Qui voglio vedere come riuscirai a risolvere tutte le difficoltà che verranno!

Qui arriva il difficile!

Spesso c’è una “e” (o anche una è) prima, per rendere la frase più esclamativa:

E qui ti voglio!

È qui che ti voglio!

Dicevo che non è esattamente come “qui casca l’asino” anche perché l’asino che cade è un’immagine che rappresenta un fallimento, un ostacolo molto grande che solitamente non si riesce a superare. Si usa anche a posteriori, cioè dopo che è stato commesso un errore in un punto difficile.

Hartmut: Un po’ come parlare a ragion veduta?

Giovanni: Sì, più o meno, se in passato si hanno avute esperienze simili.

Mentre si può usare anche come  avvertimento (quindi prima) come a dire:

Attento, perché qui si sbaglia facilmente, quasi tutti sbagliano!

Qui ti voglio” è meno pessimista, più simile a “questa è una bella sfida da vincere”, “qui entrano in campo le tue qualità”, “in questo momento arriva la parte complicata”, quindi è più sfidante, più ottimistica come esclamazione.

Poi esiste anche la versione “qui ti volevo!” che ha lo stesso significato, e non si usa solo a posteriori, perché spesso ha il senso di “in questo punto volevo vedere come te la cavavi”, “è qui che ero curioso di vederti alla prova”, “questo è un punto che ho sempre pensato essere il più delicato”.

Potete quindi scegliere: “qui ti voglio” o “qui ti volevo“, perché si usano entrambe quando qualcosa sta accadendo, quando quel momento difficile è appena arrivato.
Infatti spesso si dice:

Adesso ti voglio!

Poi, a posteriori ovviamente meglio usare “qui ti volevo“.

Qualche esempio:

Si fa presto a dire che l’Italia è pronta ad affrontare una crisi sanitaria, poi se arriva veramente un virus, qui ti voglio!

Dici che sei bravo a conquistare il cuore di una donna. Ma stasera ho invitato alla festa la più bella e la più antipatica della città. E qui ti voglio!

A volte può anche indicare non qualcosa di difficile, ma un aspetto di una questione sulla quale si ha un’idea precisa, un aspetto importante che può rappresentare la prova per verificare qualcosa, come l’amore ad esempio.

Sai, la fidanzata di mio nonno ha 35 anni. Diceva di amarlo, ma appena ha saputo che mio nonno non era ricco come pensava, l’ha lasciato.

E qui ti volevo!

Nel senso di: ecco, questa era la prova da superare. Adesso sappiamo la verità!

Non credo ci sia una risposta migliore di questa!  Risposte quasi analoghe sono appunto “qui casca l’asino” oppure:

Lo sapevo!

Ma questa risposta significa che avevi già un’idea ed è stata confermata dai fatti. Mentre “qui ti voglio” è imparziale, diciamo.

Lo stesso vale per:

Lo immaginavo!

Oppure anche:

Era nell’aria!

O anche:

André: e ti pareva!

Giovanni: Bravo! E anche questa l’abbiamo già spiegata.

Un’ultima cosa: attenti a non dire:

Ti voglio qui! 

Invertire infatti può essere molto pericoloso… se detto ad una donna potrebbe sembrare un invito sessuale!!

Mi raccomando!

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Protetto: I tratti del viso – come descrivere le persone – VIDEO-CHAT

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297 – Andare a tentoni

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Andare a tentoni

Giovanni: ci sono dei termini in italiano che, pur esistendo sia al singolare che al plurale, si usano solo al plurale. Uno di questi è “tentoni“, termine che deriva dal verbo tentare, cioè provare.

Bogusia: Allora vuoi tentare di spiegarci questa parola “tentoni”? Non fosse altro che per poterla usare al più presto, prima che la dimentichi!

Lejla: Ogni cosa a suo tempo, armati di un po’ di pazienza!

Giovanni: Grazie! Allora, “Andare a tentoni” è la frase in cui si usa questo termine (al plurale). Si parla di un modo di camminare, o meglio, di un modo di procedere, un tipo di andatura.

Si dice che una persona “va a tentoni” o “procede a tentoni“.

Il verbo procedere significa andare avanti, muoversi in avanti, sia fisicamente che in modo figurato, procedere cioè verso un obiettivo da raggiungere.

Dunque questo è un modo di muoversi incerto, come se non vedessimo, come se fossimo ciechi, non vedenti.

Chi va a tentoni mette le mani avanti solitamente perché non si sa mai dovesse sbattere contro qualcosa! Allora per sicurezza le mani si alzano in avanti per proteggersi da eventuali urti.

Quindi, al buio, nell’oscurità, si va a tentoni, nel senso che si tenta di andare avanti, senza avere un’idea chiara di dove si stia andando. Quindi andare a tentoni è una cosa che facciamo tutti al buio se va via improvvisamente la luce a casa ad esempio.

Si usa molto spesso anche in modo figurato, quando non si ha la più pallida idea di come fare.

Rauno: Giovanni, hai appena chiamato in causa un’espressione che hai già spiegato qualche tempo fa: non avere la più pallida idea!

Giovanni: sì, hai ragione. Allora, dicevo che si va a tentativi (si può anche dire così), si procede per tentativi, se vogliamo dirla in modo più raffinato, ma andare a tentoni rende perfettamente l’idea dell’incertezza.

Con l’emergenza Covid spesso le autorità sono andate avanti a tentoni. Si è proceduto a tentoni, poiché non si sapeva esattamente cosa fare, quindi si sono fatti dei tentativi, ma senza un programma articolato preciso.

Anche un medico potrebbe curare una persona a tentoni, non sapendo esattamente quale malattia abbia.

Al lavoro, un dirigente potrebbe lamentarsi perché nel lavoro si procede a tentoni, senza una direzione precisa, senza un obiettivo.

Magari si prende una decisione….

Andrè: Se non fosse che è stata già presa in precedenza e non ha funzionato!

Giovanni: esatto, anche questo è andare a tentoni.

Il dirigente in questi casi potrebbe prendere e licenziare tutti?

Giovanni: Si, certo, ma quando si va a tentoni al lavoro c’è qualcosa che non va e magari è soprattutto colpa sua! Allora dovrebbe licenziare anche se stesso.

Xin: Una magra consolazione per i dipendenti!

Giovanni: Già!

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296 – Andare di lusso

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andare di lusso

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Giovanni: Qual è il contrario di povero? Ricco. Si parla di ricchezza e di povertà. Si parla ovviamente di soldi, di condizioni economiche di una persona

Questo però si usa con le persone. Invece se parlo di luoghi, potrei dire che un luogo, se è bellissimo e arredato in modo elegante e con grande spesa economica, posso dire che è un luogo lussuoso. Camere, appartamenti, case, arredate lussuosamente. “Una casa di lusso” è quindi una casa costosa, arredata con lusso, appartenente evidentemente a persone ricche.

Non posso però dire che una foresta è lussuosa, poiché non c’è l’intervento dell’uomo.

C’è un’espressione interessante che usa la parola “lusso” che però non ha nulla a che fare con la ricchezza: “andare di lusso”.

Quando va di lusso, potremmo dire che “va bene”. Quindi andare di lusso significa “andare bene”, ma in che senso?

Se mi chiedono: come va? é come dire “come stai?” In questo caso posso rispondere: va bene, grazie, sto bene.

Ma andare di lusso non si può usare in questi casi. Non posso rispondere “va di lusso”.

Infatti andare di lusso significa va bene considerate le circostanze.

Lejla: Che significa? Ce lo spiegherai a tempo debito?

Giovanni: No no! Ve lo spiego subito! Significa che posso usare questa espressione quando devo riportare l’esito di un esame, o un qualsiasi risultato positivo, quando questo risultato poteva essere molto peggiore, considerate le circostanze. Insomma, ci si aspettava che il risultato fosse peggiore. Molto peggiore.

Ad esempio.

Com’è andato l’esame? Eri molto preoccupato che non avevi studiato molto.

Beh, sono stata promosso con 28/30. Mi è andata di lusso!

Quindi si può dire certamente che “è andato bene (l’esame”) o “è andata bene”, o “mi è andato/andata bene” ma se dico che “è andata di lusso” o “mi è andata di lusso” voglio dire che sono stato fortunato, che tra tutti i possibili esiti, risultati, sono pienamente soddisfatto, vista la mia preparazione. Considerato che non avevo studiato molto.

Si tratta di uno dei mille modi di usare il verbo andare in modo figurato.

Attenzione perché non è detto che se è andata di lusso sia andata benissimo. Anche un risultato appena positivo può essere giudicato soddisfacente se consideriamo le circostanze. Al contrario, se invece sono preparatissimo e prendo il massimo voto ad un esame, non posso certamente usare questa espressione, proprio perché mi aspettavo un voto alto.

Ovviamente posso usare l’espressione in mille circostanze diverse.

Andrè: Il virus ha interessato il Sud Italia?

Giovanni: Sì, ma molto poco. Al sud Italia con il corona virus c’è andata di lusso. Abbiamo avuto pochissimi casi. Al nord invece non c’è andata affatto di lusso…

Hanno annullato il nostro volo per San Paolo!

Xiaoheng: vai a capire perché!

Giovanni: Non saprei ma c’è andata di lusso perché abbiamo trovato un altro aereo solo un’ora dopo a metà prezzo poi!

Qual è il contrario di andare di lusso? Beh, se voglio continuare ad usare la preposizione “di” forse potrei dire: E’ andata di merda!

Evidentemente significa che è andata male, malissimo! O quantomeno che mi aspettavo di meglio…

Emma: ci aggiorniamo domani Giovanni?

Giovanni: Si certo, ci aggiorniamo domani …. vediamo com’è andata oggi… 5 minuti…. non vi è andata esattamente di lusso ma almeno spero che mi sia spiegato bene.
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Il verbo ANDARE nelle espressioni idiomatiche italiane

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Descrizione

Si tratta del file audio del video chat dei membri dell’associazione in cui abbiamo spiegato il verbo ANDARE nelle espressioni idiomatiche che lo utilizzano.

  • – andare a farsi friggere
  • – andare in malora
  • – andare in rovina
  • – andare a monte
  • – è andata!
  • – e andiamo!!
  • – andare per i trenta
  • – andarci di mezzo
  • – andare pazzo per
  • – andare sul sicuro
  • – ne va di…
  • – va fatto
  • – Andare in vigore
  • – andare a ruba
  • – andare sul sicuro
  • – va da sé
  • – vai a quel paese
  • – andare a gonfie vele
  • – andarci piano
video chat 23 giugno italiano semplicemente
La video chat dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

295 – Una caterva

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caterva_immagine
Fonte

Trascrizione

Iberé: su cosa verte l’episodio numero 295 della rubrica 2 minuti con Italiano Semplicemente?

Giovanni: Verte sulla caterva. Possiamo sicuramente dire che su Italianosemplicemente.com ci sono ormai una caterva di episodi. Infatti siamo arrivati a 889 episodi pubblicati dal luglio 2015, quando è nato il sito.

Una caterva di episodi significa moltissimi episodi. Ma quando possiamo usare il termine caterva? Che ne dite, ve lo spiego?

Sofie: Aggiudicato! Vai Giovanni!

Giovanni: Intanto sappiate che è un termine informale. Niente di volgare  comunque, semplicemente un modo familiare per indicare un numero molto elevato.

Tra gli 889 episodi pubblicati ce n’è uno in particolare in cui abbiamo trattato tutti i modi in cui si può indicare una grande quantità. Vi metto il link se volete dare un’occhiata, ma la caterva l’avevo dimenticata, e chissà quanti altri ancora ce ne sono.

Perché si usa caterva e non altre modalità come moltissimi? Spesso perché c’è un senso negativo, a volte legate ad un giudizio negativo

Rauno: Professore, com’è andato il compito?

Giovanni: Male, anzi malissimo… hai fatto una caterva di errori!

Quell’uomo ha una caterva di figli. Anche lo scrittore Pirandello lo utilizzava proprio per indicare una quantità non precisata, ma molto numerosa di figli.

Ma si può usare in realtà ogni volta che voglio sottolineare una quantità esagerata di qualcosa:

Ho letto una caterva di libri nella mia vita!

A volte si usa anche al plurale: caterve.

Col il lock down ho visto caterve di persone assaltare i supermercati.

Quindi la caterva, le caterve.

Chiunque osi criticarmi verrà travolto da una caterva di insulti.

Insomma, si usa spesso in contesti negativi come anche altri sinonimi come “orda” o “schiera”, “massa“, torma” o “fottio” (quest’ultimo è volgare però).

Carmen: Giovanni, non è che vuoi spiegarci anche l’origine del termine caterva?

Giovanni: Volentieri. Pensate che l’origine di caterva viene dall’antica Roma. La caterva era un corpo di milizie barbariche, quindi una specie di esercito, evidentemente molto numeroso ma disordinato. Si usava questo termine per contrapporlo alla cosiddetta “legione romana”, e le legioni formavano l’esercito romano, notoriamente molto ordinato e disciplinato. Tutto il contrario della caterva, composta da barbari!

Emma: Giovanni, hai sforato anche oggi, a dispetto del nome di questa rubrica. Poi dice perché mi arrabbio!

Lejla: non vedo perché tu debba arrabbiarti, visto che stai imparando una cosa nuova anche oggi. Non rischi certamente di andare in tilt!

Fernando: calmi, calmi, smorziamo i toni!
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294 – cogliere sul vivo

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Giovanni: ci sono alcuni verbi della lingua italiana particolarmente utilizzati per formare espressioni tipiche, come ad esempio il verbo cogliere. Abbiamo già visto insieme cogliere alla sprovvista, nell’episodio 36. Oggi vediamo “cogliere sul vivo“, che non ha niente in comune con “dal vivo” spiegato nell’episodio 191.

Se quanto venite colti alla sprovvista siete, se ricordate, impreparati, quando venite colti sul vivo (colti di pronuncia con la o aperta), o anche colti nel vivo (potete scegliere la preposizione da usare) venite colpiti nel vostro punto debole. Il “vivo” rappresenta quindi la vostra parte sensibile, il vostro punto debole. Si usa l’immagine della vita per rappresentare la sensibilità.

Ma in che senso il nostro punto debole?

Nel senso che ognuno di noi ha dei punti deboli, non punti deboli del corpo, non si parla di questo, ma di alcuni lati del nostro carattere che fanno emergere la nostra suscettibilità, che ci fanno avere una reazione immediata perché sono aspetti importanti per noi e quindi sensibili.

Di solito quando si è colti sul vivo si ha una reazione immediata.

Potete usare anche il verbo “pungere“, al posto di cogliere. Forse pungere rende ancora meglio il senso di debolezza (la zanzara quando punge fa male, come anche quando veniamo punti da un ago).

Allora se Giovanni è molto timido, non dovreste criticarlo per questo, e se lo fate lo cogliere sul vivo e lui probabilmente si offenderà.

Se Ulrike invece cambia idea continuamente e glielo fate notare, evidentemente è vostra intenzione pungerla sul vivo.

Ulrike:
Non vi dico quanto mi piace raccogliere tutte le occasioni per esercitarmi nel parlare. Nonostante ciò non riesco a smarcarmi dalla paura di sbagliare. Ora però la misura è colma, allora prendo e lascio che siano altri a sorbirsi questa fatica!

Bogusia:
Beh.. sembri un’anima in pena, ma Ulrike, caschi male con questa lagna. Non è la prima volta che ti sento parlare così, sempre con la minaccia vana di voler mollare e uscire dalla nostra associazione. Siamo alle solite direi.

Sofie:
Infatti, anch’io sono insofferente a questo tuo comportamento. Passi che ti lamenti in continuazione, che poi però, solo poche ore dopo, fai la sostenuta con la proposta di una videochat, proprio come se nulla fosse, questo non mi torna.

Andrè:
Amiche, lasciate correre, e soprattutto smorzate i toni. Ognuno ha le sue debolezze.

Può darsi che Ulrike voglia solo un po’ di conforto ogni tanto. Non dovreste mostrarvi indisposte.
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L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

293 – Niente di che

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Giovanni: come facciamo nella lingua italiana a dimostrare modestia?

La modestia è una caratteristica di una persona, un atteggiamento che si dimostra mostrando i limiti delle proprie possibilità. Insomma chi mostra modestia sminuisce le proprie azioni e qualità, non si vanta di ciò che fa, non vuole sembrare superiore agli altri ma al contrario, anche quando si posseggono delle qualità, il modesto dice frasi come:

Non sono molto bravo a giocare a calcio.

Non è vero che so recitare bene, almeno non meglio degli altri attori.

Il modesto quindi si sminuisce, forse per non essere al centro dell’attenzione, forse per timidezza.

Comunque, se il modesto ti fa un grande favore, tu lo ringrazi, e lui potrebbe rispondere:

Non preoccuparti, non è niente di che.

Come a dire: non mi devi ringraziare, non si tratta di un grande favore, non è niente di cui ringraziare, niente di che vantarsi, nulla di importante. Come dire: figurati!

A dire la verità l’espressione “niente di che” che avete capito essere una contrazione di una frase più lunga “niente di che vantarsi”, spesso viene anche usata in modo più ampio, ad esempio al posto di “niente di cui preoccuparsi”, o con lo stesso significato di “niente di importante”, “nulla di rilevante”. Si usa quindi anche ogni volta che le aspettative di chi ascolta sono eccessive, o per non far preoccupare, per tranquillizzare, e non solo quando si vuole dimostrare modestia. Si usa anche per giudicare (negativamente) la qualità di qualcuno o qualcosa.

Riguardo alla modestia, spesso si usa questa espressione proprio per dimostrare modestia, pur sapendo il grande valore del gesto compiuto.

Facciamo alcuni esempi:

Oddio! Che regalo meraviglioso che mi hai fatto, non dovevi!!

Tranquilla, non è niente di che.

Ho saputo che Giuseppe si è fidanzato. Com’è la sua fidanzata? L’hai vista?

Si, niente di che, a dire il vero.

Verônica: non è che sei invidioso vero?

Si, può darsi, ma sarebbe come a dire che ci si aspettava una ragazza più carina.

Come hai mangiato al ristorante ieri sera?

Niente di che, mi aspettavo di mangiare molto meglio

Fernando: quindi a maggior ragione sarai stato deluso, no?

Esattamente. Ma forse il motivo è che lo Chef non stava bene ed è stato sostituito.

Khaled: hanno avuto una grave defezione quindi.

Giovanni: Già.

Personalmente spero che questo episodio non sia giudicato con un “niente di che”.

Un saluto da Giovanni. Avete ascoltato anche alcune voci, quelle di alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente, che vi hanno aiutato a ripassare delle espressioni passare. Quella di oggi è la n. 293. Niente male vero?
– – –

L’inizio e/o la fine, o le frasi intermedie di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

292 – Che c’azzecca?

Audio

Trascrizione

Giovanni: Emanuele, sai un sinonimo del verbo indovinare?

Emanuele: certo, il verbo azzeccare.

Giovanni: bravo! Ci azzecchi sempre tu!

Emanuele: si, grazie, ma non ho tirato ad indovinare, io conoscevo il verbo azzeccare.

Giovanni: allora puoi spiegare cosa c’azzecca il verbo indovinare col verbo azzeccare?

Emanuele: questo non lo so papà. Non conosco proprio il legame tra azzeccare e indovinare.

Giovanni: forse allora è necessario spiegare qualcosa.

Azzeccare, è vero, si usa quando si tira ad indovinare, quindi non esattamente quando si risponde correttamente ad una domanda.

Tirare ad indovinare significa dare la risposta ad una domanda, soprattutto quando questa risposta non si conosce, ma… non si sa mai, perché la risposta potrebbe anche essere esatta. In quel caso si dice che chi ha risposto ha azzeccato la risposta.

Ma negli ultimi anni si è diffusa un’espressione in tutta Italia: che c’azzecca?

La diffusione è avvenuta grazie al giudice Antonio Di Pietro, originario della regione Molise. Di Pietro, durante i processi per corruzione nella politica italiana, negli anni ’90, processi molto seguiti in TV, quando faceva domande agli imputati e riceveva strane risposte, risposte che sembrava non avessero legami con la sua domanda, per sottolineare il suo stupore usava spesso dire:

Ma che’azzecca?

Il che significa: che c’entra? Cosa questo ha a che fare con la mia domanda?

Andrè: Insomma ci stai dicendo che la risposta non era congrua alla domanda?

Proprio così.

Anthony: non era un tipo che lasciava correre questo giudice.

No, per niente. Insomma, l’espressione, che inizialmente faceva parte in qualche modo di un dialetto locale, è diventata conosciuta da tutti e oggi tutti la usano quando vogliono manifestare la mancanza di un legame tra due cose. Naturalmente si tratta di linguaggio familiare, sebbene il giudice Di Pietro lo utilizzasse simpaticamente anche in occasioni importanti come dei processi.

Lejla: vuoi dire che non si curava molto di parlare correttamente italiano?

Giovanni: Beh diciamo che ogni tanto gli sfuggiva qualche parola dialettale ma era molto divertente seguire i suoi processi.

Avrete sicuramente capito che le voci che avete ascoltato, a parte la mia, sono dei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Qualcuno di voi infatti si sarà chiesto: ma che c’azzeccano gli stranieri?

Ebbene nelle loro frasi hanno usato alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Ecco cosa c’azzeccano gli stranieri.

Un’ultima cosa: la zeta in “azzeccare” dovrebbe essere dura, come in azione e colazione, e non come gazzella o “zeta“, ma questa non è una cosa fondamentale. Avrei potuto lasciar correre ed invece ve l’ho voluto dire…
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291 – Andava o è stato?

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Trascrizione

Giovanni: Molti stranieri hanno difficoltà nell’utilizzare correttamente il tempo dei verbi. Ovviamente.

Vediamo oggi qualcosa sul verbo andare e in particolare quando usare l’imperfetto o il passato prossimo: devo usare “andavo” oppure “sono stato“? Andavi o “sei andato”? “Andava” oppure “è stato“? eccetera.

La risposta dipende anche dal significato che diamo al verbo andare:

Margherita ha fatto un esame.

La sua amica, il giorno successivo la chiama perché è curiosa di sapere come… è andata.

Allora le chiede: come è andato l’esame? Oppure: com’è andata?

Bene, è andato/andata alla grande! E’ andato/andata benissimo!

Com’è andata alla gara di nuoto?

E’ andata male, ho perso!

Ah, mi spiace, vedrai che la prossima volta andrà meglio!

Giovanni parla con suo figlio e gli dice: in matematica non vai molto bene, devi recuperare, devi studiare un po’ di più.

E suo figlio gli risponde:

Papà, tu come andavi in matematica quando avevi la mia età?

Andavo bene, replico io. Andavo bene in tutte le materie tranne in italiano. Lì andavo male, avevo 5.

Quando ero un bambino, abitavo vicino alla scuola, quindi andavo a piedi.

E tu come andavi?

Avete capito che questa domanda ha due possibili significati: andare nel senso di rendimento scolastico (andavo male, andavo bene), oppure andare nel senso di recarsi a scuola, quindi: andavo a piedi, andavo in autobus, andavo in bicicletta.

Non si può rispondere “sono stato a piedi“, oppure “sono stato bene“. Nel primo caso non ha nessun senso, nel secondo invece: “sono stato bene” ha tutto un altro senso, perché significa che ci si riferisce allo stato d’animo:

Xiaoheng: Come sei stato alla festa ieri sera? Non mi tenere sulle spine!

Giovanni: Bene, sono stato proprio bene, c’era tanta gente e ci siamo divertiti moltissimo!

Sono stato tutto il tempo a parlare con gli amici, gli stessi amici con cui andavo a scuola da piccolo. Andavano tutti male loro, io ero l’unico che andava bene a scuola. Forse anche perché io abitavo molto vicino alla scuola: andavo a piedi infatti. Loro invece andavano tutti in treno. La festa è finita alle due di notte. Siamo stati molto felici di rivederci.

Iberê: Una festa con i fiocchi?

Giovanni: Esatto!

Andrè: Immagino che oggi accuserai il colpo per aver fatto tardi.

Sofie: Sì, può darsi!

Ulrike: Allora come lo vedi un bel caffè?

Giovanni: Ottima idea!
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290 – In sospeso

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Trascrizione

Giovanni: Quella di oggi è una locuzione (non mi piace per niente questa parola ma la devo usare!) molto utilizzata da tutti gli italiani: In sospeso.

Si tratta del verbo sospendere.

Mariana: Vuoi fare il sostenuto anche oggi Giovanni?

No, non è il verbo “sostenere” ma è “sospendere“, che a volte sono verbi simili.

Per farvela breve, quando qualcosa è “in sospeso” (uso il verbo sospendere) significa che è ancora da finire, ancora da terminare o da pagare. Attenzione però a due cose importantissime.

1 – Si usa per rappresentare qualcosa di fermo, che non è in stato di movimento, quindi se sto facendo un compito di italiano e non ho ancora terminato, non posso dire che il compito è in sospeso, perché semplicemente lo devo ancora terminare. Posso dire che è in via di completamento, che sto terminando, che tra poco terminerò, ma non che è in sospeso.

“In sospeso” si usa invece quando qualcosa è iniziato e poi si è interrotto e non si sa bene fino a quando la situazione non cambierà.

Dovevano pagarmi oggi lo stipendio, ma il pagamento è ancora in sospeso. Chissà perché e chissà quando si sbloccherà la situazione!

oppure:

Ho chiesto alla mia fidanzata di sposarmi. Lei però ancora non mi risponde. Ed io sarò in sospeso finché non deciderà.

Quindi io mi trovo in uno stato di dubbio, di attesa. Chissà quando deciderà e chissà cosa mi risponderà…

Si usa anche “tenere in sospeso” quando c’è la volontà di creare un’attesa, uno stato di dubbio e di incertezza.

La mia ragazza mi tiene in sospeso da un mese. Ma quando si deciderà?

Cristine: Ma ti rendi conto che una ragazza ha bisogno di tempo?

Carmen: Infatti, ma passi un giorno, passi anche una settimana, ma non può durare all’infinito!

Se Poi, se qualcuno mi tiene in sospeso, posso anche dire che sono stato lasciato in sospeso.

Tenere in sospeso e lasciare in sospeso sono due espressioni usate molto spesso.

Non voglio lasciare nulla in sospeso con te, quindi ti pago ciò che devo pagarti, così possiamo dirci addio!

Poi esistono le questioni in sospeso:

Io e Giovanni abbiamo una questione in sospeso

Ho chiesto al mio capo un aumento dello stipendio ma la questione è ancora in sospeso

Una questione in sospeso è qualcosa che non trova una conclusione. A volte poi è relativa ad una litigio, a qualcosa da chiarire tra due persone che è rimasta così, in sospeso.

Veronica: Spesso, quando le questioni rimangono in sospeso, prima o poi arriva la resa dei conti!

Naturalmente ogni volta che uso questa locuzione si deve chiarire di cosa si sta parlando, perché altrimenti non si capisce. Cosa è in sospeso?

Al lavoro sono ancora in sospeso.

In che senso scusa?

nel senso che non si sa se mi rinnoveranno il contratto

Quindi è necessario specificare, anche nella stessa frase:

Il mio rinnovo contrattuale è ancora in sospeso.

2. E’ molto importante usare la preposizione “in” altrimenti il concetto non è chiaro. Infatti la “sospensione” ha molti significati diversi, come anche il verbo “sospendere“.

Ci sono espressioni comunque con un significato simile:

Restare col fiato sospeso, ad esempio, significa trattenere il respiro, ma si usa quando si ha una forte emozione oppure quando sta accadendo qualcosa di molto importante che porterà a risultati incerti.

Quando ci sono i calci di rigore tutti i tifosi restano col fiato sospeso! Poi, se tutto va bene, tirano un sospiro di sollievo…

L’episodio finisce qui. Oggi ho fatto un esperimento. Le frasi di ripasso le abbiamo utilizzate all’interno dell’episodio anziché metterle alla fine come facciamo sempre.

Se vi piace possiamo continuare così anche nei prossimi episodi.

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289 – la congruità

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Giovanni: mi chiedo spesso: la durata di due minuti per un episodio è una durata congrua? Oppure ai visitatori di Italiano Semplicemente piacciono episodi più lunghi?

La congruità è una caratteristica interessante perché si può usare quando parliamo di qualsiasi argomento.

Stiamo parlando di adeguatezza. Mi chiedo cioè se due minuti siano un tempo adatto, un tempo rispondente alle esigenze dei visitatori. Mi chiedo se sia una durata opportuna, adatta, perché se non fosse una durata congrua sarebbe probabilmente troppo corta o magari troppo lunga.

La congruità serve sempre ad associare due elementi che in qualche modo devono essere legati tra loro. Quando mi chiedo se esiste congruità, quando mi chiedo se una cosa qualsiasi è congrua devo sempre chiedermi:

Deve essere congrua rispetto a cosa?

La durata di 2 minuti per un episodio può essere congrua rispetto alle esigenze di Ulrike dalla Germania, che magari ama gli episodi brevi, ma potrebbe non essere congrua per le esigenze di Sofie, che invece magari ama episodi più lunghi.

Ma quante cose possono essere congrue? Qualsiasi cosa può esserlo.

Se io acquisto un buon corso di italiano per 1 euro… beh, evidentemente questo prezzo non è congruo al valore del corso. Il prezzo non è un prezzo opportuno, non è quello giusto, non c’è proporzionalità tra il valore del corso e il prezzo.

Si usa molto in economia e negli affari:

L’offerta fatta per l’appartamento non è congrua, quindi l’abbiamo rifiutata.

Un partito può avere una congrua rappresentanza in Parlamento. Quindi è soddisfacente, è abbastanza alta.

Posso usare la congruità anche nella vita di tutti i giorni:

Per fare una doccia occorre una congrua quantità d’acqua. Altrimenti non sarà sufficiente per lavarsi.

Spesso stiamo parlando di una quantità, ma non specifichiamo l’esatta quantità, diciamo solamente che deve essere congrua, cioè sufficiente per ottenere un certo risultato, o sufficiente rispetto a qualche altra cosa. Parliamo in ogni caso di un confronto tra due quantità o caratteristiche che possono avere un valore che possiamo dire alto o basso.

Possiamo anche affrontare in modo congruo delle esigenze.

Cioè con la dovuta attenzione, dando la giusta importanza alle cose.

In modo congruo si dice anche “congruamente“.

Dobbiamo congruamente affrontare il problema dell’inquinamento.

Allora devo trovare strumenti adeguati per fare questo.

E la congruenza? E’ come la congruità?

Sì, esiste anche la congruenza. Quando due cose non si sposano bene tra loro (si dice anche così), quando non si nota un legame chiaro quando invece dovrebbe esserci, possiamo dire che non c’è congruenza tra queste due cose. Le due cose non sono congruenti.

Giovanni è un po’ strano ultimamente. Non c’è molta congruenza tra quello che dice e come si comporta. Non ti sembra?

In questo caso il confronto è reciproco. Tra loro, due cose non sono congruenti. Oppure lo sono.

Allora in questi casi non c’è alto e basso, non c’è un elemento che ha o non ha abbastanza una caratteristica rispetto ad un’altra, ma c’è solo una mancanza di sintonia, solo qualcosa che stona, qualcosa che non va, una mancanza di logica. Quindi mentre la congruità fa riferimento all’adeguatezza di un elemento rispetto ad un altro, nel caso della congruenza le due cose si confrontano tra loro per vedere se sono congrue tra loro.

Se due persone vanno d’accordo probabilmente c’è una congruenza nei valori delle due persone, una certa vicinanza. Insomma non possono essere totalmente opposti.

Si tratta di un linguaggio probabilmente poco comune nel linguaggio parlato, ma è molto adatto in un contesto lavorativo, dove c’è domanda e offerta quindi si è abituati a fare confronti, confronti che possono essere congrui oppure no. Molto usato nel linguaggio scritto commerciale e giornalistico.

Al lavoro quindi, o in affari, se ti fanno un’offerta economica e non la ritieni sufficiente, anziché dire:

L’offerta non è giusta

È troppo poco

Non va bene

Puoi dire: l’offerta non è congrua, non riteniamo che l’offerta sia congrua, non c’è congruità tra il valore offerto e quello reale.

Se invece chi vuole acquistare fa ottimi apprezzamenti, dice “meraviglioso questo appartamento” e poi l’offerta è scarsa, si può rispondere dicendo:

Non c’è congruenza tra le dichiarazioni e l’offerta.

Bene, vi invito a ripetere l’ascolto se non è tutto chiaro. Alla prossima.

Scusate per la durata eccessiva ma tra complessità del concetto e durata della spiegazione ci deve essere una certa congruenza.

Ripasso:

Xiaoheng: È così ci siamo sorbiti un altro episodio di due minuti.

Due minuti? Un parolone, direi.

Meglio se lasciamo correre!

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288 – Fare il sostenuto

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fare il sostenuto

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Giovanni: ascoltate questa frase:

Giovanni non mi sta molto simpatico, poi ultimamente fa il sostenuto.

Fare il sostenuto è ovviamente un’espressione idiomatica.

Giovanni fa il sostenuto significa che Giovanni assume l’atteggiamento da sostenuto, quindi si usa il verbo fare, ma in realtà sarebbe: Giovanni si comporta da sostenuto, assume questo atteggiamento.

Ma cosa significa? Sostenuto viene da sostenere, che è un verbo che in genere si usa per esprimere un’opinione. Ad esempio

Io sostengo di aver ragione

Francesco sostiene che la verità sia un’altra

Invece in questo caso “sostenuto” non c’entra con “sostenere” inteso in questo modo, ma come “sostenere” nel senso di “portare”, “non far cadere”. o anche “aiutare”

“Io ti sostengo” ad esempio significa che io ti sorreggo, fisicamente o moralmente. Io faccio in modo che tu non cada o che tu non ti abbatta, o magari ti sostengo economicamente, ti supporto, ti aiuto, per non farti avere difficoltà economiche. Si parla di sostegno economico, di sostegno morale, di sostegno fisico, esiste anche il sostegno politico.

Sostenere ha anche a che fare con la velocità: se cammino a passo/ritmo sostenuto vado velocemente, lo stesso se lavoro a ritmo sostenuto, cioè lavoro velocemente. Ha inoltre a che fare con l’altezza, perché se dico che sono sostenuto da una corda, o da un pavimento allora questa corda o questo pavimento mi sostengono, cioè mi impediscono di cadere in basso. Anche in questo caso si può parlare di un sostegno. Anche un bastone può essere un sostegno, poiché mi impedisce di cadere.

Ci stiamo avvicinando, perché se io mi comporto da sostenuto, o meglio se faccio il sostenuto, significa che cerco di stare “in alto”, ma in un senso particolare. Non è un comportamento giudicato positivamente, anzi.

Chi fa il sostenuto, in genere ostenta, cioè mostra palesemente un atteggiamento di distaccata superiorità. In pratica questa persona si comporta come se fosse “superiore”, come se fosse più “in alto”, in qualche modo e reagisce agli eventi come se non avessero effetto su di lui.

Questa espressione si usa soprattutto quando una persona anziché mostrarsi offesa di qualcosa, fa finta di niente, mostra indifferenza, mostra distacco, ma in realtà è molto dispiaciuta per aver ricevuto un’offesa: non ti guarda in faccia, cammina a testa alta, non ti sorride, risponde seriamente alle domande e se gli chiedi:

C’è qualche problema?

Ti risponde: nulla, non c’è nessun problema!

Ad esempio: stiamo programmando una vacanza in Brasile tra amici ma non lo diciamo a Giovanni.

Giovanni voleva venire ma quando è venuto a sapere di questo viaggio a cui non è stato invitato, ha fatto il sostenuto e non si è mostrato offeso, mostrando invece indifferenza.

Divertitevi!

Ha detto….

Io ho molto da fare quest’estate…

Ci sono alcune espressioni simili, tipo atteggiarsi, o avere la puzza sotto il (o al) naso,  darsi delle arie, tirarsela. Ma “fare il sostenuto” è spesso legata alle offese ed è anche meno informale delle altre.

Comunque si può fare il sostenuto anche in altre circostanze, non solo quando si è offesi.

Se una donna mi guarda molto innamorata io potrei fare il sostenuto e non mostrarmi coinvolto emotivamente.

Potrei parlare di mia figlia e fare il sostenuto mentre elenco tutte le sue qualità. Poi alla fine potrei non resistere più, iniziare a sorridere e a mostrare tutte le mie vere emozioni.

In generale quindi questa espressione si può usare quando non si vogliono mostrare le vere emozioni. 

Adesso sentiamo un bel ripasso da parte di Bogusia.

Bogusia (Polonia): Una mia amica non si è mai capacitata di come io possa imparare l’italiano senza studiare la grammatica. Funziona che è una meraviglia.
Di sorbire tutte quelle regole grammaticali non me la sentivo più. Neanche per sogno. Passi che ho comprato tanti libri, passi pure che ho perso tanto tempo per fare gli esercizi, però non sono riuscita a sopportare più il fatto che non potevo esprimermi così, di punto in bianco, all’occorrenza. Mi ronzavano per la testa solamente le regole grammaticali. Intendiamoci, non è che io sia dura di comprendonio. Darmi per vinta, proprio non è cosa, pensavo, e mi sono data alla ricerca di soluzioni a destra e a manca. Poi ho trovato il metodo TPRS. Mi sono detta: perso per perso, proviamoci. Ho preso e ho iniziato ad ascoltare gli episodi di italiano semplicemente. Adesso, a ragion veduta, è stata la decisione azzeccata. I remoti ricordi della battaglia contro la grammatica lasciamoli pure correre. È l’ora della svolta. Un giorno, vedrai, partendo alla volta di qualsiasi luogo in Italia, vuoi per una ragione vuoi per un’altra, non verranno più meno le parole, non ti sentirai più fuori luogo e riuscirai ad ovviare ai discorsi più complessi. Basta solo aderire all’Associazione italiano semplicemente e in men che non si dica sarai in grado di sfoderare le frasi che vuoi senza sgarrare e accusare il colpo per mancanza di parole. Tutto questo passerà in cavalleria. È fattibile, altro che storie. Con l’associazione caschi bene, perché nel nostro gruppo Whatsapp c’è sempre qualcuno per darti manforte , non c’è dubbio di sorta.

Giovanni: sì, in effetti Bogusia ha ragione, il metodo funziona. potete provarlo anche voi.

Che ne dite, sembrava un atteggiamento abbastanza sostenuto il mio?

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287 – Degnarsi di

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Giovanni: oggi parliamo della dignità.

Cos’è la dignità? È un pregio? Oppure un difetto? È sicuramente una caratteristica dell’uomo, dell’essere umano, ed è qualcosa che si sente; è simile al rispetto, anche verso sé stessi.

Per avere dignità bisogna avere dei valori morali importanti e questi sentimenti, questi valori si devono tradurre in comportamenti adeguati, devono diventare comportamenti dignitosi, che dimostrano rispetto per i valori più importanti.

Difficile spiegare in poco tempo il concetto di dignità, ma voglio dirvi che nella lingua italiana si usano spessissimo frasi come:

Non sei degno del mio rispetto

Che significa “non meriti il mio rispetto”, quindi io non ti rispetto perché non te lo meriti, non sei degno del mio rispetto.

Essere degni di qualcosa in generale viene inteso come meritare questa cosa, e ci si riferisce generalmente a dei meriti morali: rispetto, amore, amicizia, stima, ammirazione.

In genere chi non ha caratteristiche positive, legate al rispetto delle altre persone o di sé stesso, si dice che non ha dignità e chi non ha dignità non viene reputato meritevole di ricevere non solo sentimenti positivi ma anche premi, onori, complimenti. Ma a questa persona probabilmente neanche interessa il parere degli altri.

Possiamo dire anche che questa persona non è degna di qualcosa:

Non sei degno di far parte della mia famiglia

Cioè non sei all’altezza, non sei abbastanza meritevole, non hai abbastanza qualità morali e cose di questo tipo.

È un’offesa abbastanza grave.

Si usa anche il verbo “degnarsi” di fare qualcosa. Il verbo degnarsi, riferito a sé stessi, dunque, si usa quando si parla di comportamenti dignitosi. Non parliamo però stavolta di qualità morali in generale di una persona ma di un singolo comportamento, che potrebbe non essere “dignitoso”.

Ad esempio se scrivo un messaggio di auguri di Natale a Giovanni e lui non mi risponde, potrei pensare che Giovanni non è stato educato con me, ma posso anche dire che Giovanni non si è degnato di rispondere ai miei auguri.

Questo verbo quindi si usa per singoli comportamenti.

Solitamente si usa in frasi negative ma non sempre. Si tratta però sempre di rimproveri, di giudizi negativi.

Non ti sei degnato neanche di guardarmi mentre ti parlavo.

Sono tuo padre, dovresti degnarti di venire a trovarmi, ogni tanto. Non credi?

A volte si usa anche in modo leggermente diverso:

Maria non mi ha degnato di uno sguardo

Equivalente a:

Maria non si è degnata di guardarmi

Si tratta sempre di giudizi, ma dicendo però “non mi ha degnato” è come se io non fossi degno di essere guardato da lei. Io sono stato trattato da persona indegna, cioè non degno di essere guardato, come se non meritassi di essere guardato da Maria.

Insomma la dignità è sempre la protagonista della frase, una volta è la dignità di Maria, l’altra volta è la mia ad essere messa in discussione.

Ora voi potreste dirmi:

Per il rispetto verso il nome della rubrica dovresti degnarti di terminare questo episodio.

Ok, avete ragione, l’episodio finisce qui, solo il tempo di una frase di ripasso con Sofie dal Belgio.

Sofie: Ho un po’ di tempo libero e avrei voluto fare una bella telefonata con mia madre se non fosse che lei si sente sempre in dovere di darmi qualche buon consiglio. Così ho rinunciato.
Figlia mia, dice sempre, se stai da sola e hai due minuti devi fare di necessità virtù e dare un’occhiata al corso d’Italiano Semplicemente. Mamma, scusa ma
non me la sento di sorbirmi i tuoi soliti discorsi. In fin dei conti hai anche ragione tu.
A inizio anno mi ero prefissa di ascoltare almeno un episodio dei due minuti al giorno e non vorrei venir meno alle mie buone intenzioni. Adesso mi ci metto, non fosse altro che per smarcarmi dal senso di colpa.

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286 – Se non fosse che…

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Giovanni: voi stranieri sapete bene che il congiuntivo è difficile da utilizzare non è vero?

Sappiate che il congiuntivo molto spesso si utilizza anche in modi particolari, in alcune espressioni tipiche del linguaggio soprattutto parlato.

Qualche puntata fa abbiamo visto ad esempio “non fosse altro che” in cui si usa il congiuntivo del verbo essere: “fosse” (la terza persona singolare del congiuntivo imperfetto).

Fosse” si usa anche in altre espressioni come ad esempio “se non fosse che“.

Oggi voglio spiegarvi proprio questo modo particolare di usare “fosse”. Si tratta di congiuntivo imperfetto.

Ebbene il congiuntivo imperfetto del, verbo essere “fosse”, si può usare per  fare ironia.

Esempio:

La ragazza mi darebbe un bacio volentieri se non fosse che sono bruttissimo.

Avrei potuto dire: se non fossi bruttissimo la ragazza mi darebbe un bacio. Questa frase è correttissima ma non è ironica.

Si tratta di una modalità molto usata all’orale, un po’ meno allo scritto in quanto abbastanza colloquiale.

Tuttavia essendo un modo per fare ironia, per strappare un sorriso, questo fa sì che si usi anche allo scritto quando si espone un fatto o una opinione.

Ad esempio:

Il ministro ha detto che sul ponte di Messina bisogna andare piano con la macchina, altrimenti si fanno incidenti. Allora si potrebbe commentare questa notizia dicendo:

L’opinione del ministro è condivisibile, cioè il ministro ha ragione, se non fosse che il ponte di Messina non è stato costruito.

In questo modo si fa ironia sulla frase del ministro.

La frase è equivalente a:

Il ministro avrebbe ragione se il ponte di Messina fosse stato costruito.

Può capitare che la frase a volte sia non ironica, ma è più difficile.

Ad esempio potrei dire che:

Ho perso molti soldi per colpa della crisi e la cosa sarebbe molto preoccupante se non fosse che a molte altre persone è accaduto la stessa cosa.

In questo caso uso “se non fosse che” per cambiare il mio punto di vista.

Un altro esempio:

C’è un calciatore che ha guadagnato talmente tanto denaro che ha acquistato 3 ferrari, una maserati e una lamborghini. Bellissime auto, se non fosse che questo calciatore non ha la patente.

Vedete che c’è sempre un po’ l’effetto sorpresa ogni volta. È questo che rende spesso la frase ironica.

Si rappresentano ogni volta situazioni strane, bizzarre, paradossali. In questi casi è opportuno usare questa particolare espressione.

Un ultimo esempio:

Questo è un episodio che ha una durata di circa 5 minuti complessivamente. Niente di strano, se non fosse che fa parte di una rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano semplicemente”.

Allora è il momento di ripassare le espressioni passate. Le ripasserei volentieri tutte, se non fosse che si tratta di ben 285 episodi.

Sofie:

Oggi ho sentito una cosa strana. All’inizio pensavo fosse una fesseria o quantomeno una notizia priva di fondamento, ma… no! A quanto pare si parlava sul serio.

Adesso siamo nel pieno della fase tre ma tu, hai contezza della situazione? Alcune cose non sono come prima! Se vai in biblioteca e vedi una persona, un tuo amico che ha appena riconsegnato il libro che volevi leggere da tanto tempo potresti cogliere l’occasione al volo e chiedergli il libro per portartelo via a casa… Allora il bibliotecario potrebbe dire “Giù le mani!” Eh sì, all’insegna delle misure anti Covid-19 anche un libro pur essendo un oggetto inanimato va in quarantena per 10 giorni dopo essere stato toccato dalla persona che l’ha preso in prestito precedentemente….

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285 – venir meno

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Venir meno

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Giuseppina: Qualche puntata fa abbiamo visto il termine defezione. Ebbene molto spesso nelle stesse circostanze si può usare “venir meno“, che esprime sempre una mancanza.

Si può usare venir meno ogni volta che ci aspettiamo qualcosa che poi però non accade. Questa è la regola generale.

È una modalità che si usa generalmente in ambienti di lavoro, ma la usano spesso anche i giornalisti. I ragazzi in genere non la usano.

Si usa in quattro modi diversi.

La prima modalità è quando muore qualcuno:

Franco è venuto meno

può significare che Franco è deceduto, ma generalmente in questi casi si usa dire che Franco è venuto a mancare.

Una frase tipica è “è venuto a mancare all’affetto dei suoi cari” che può diventare “è venuto meno all’affetto dei suoi cari”.

Seconda modalità: Anche quando una persona perde i sensi, cioè quando sviene si può utilizzare venir meno:

Maria è venuta meno all’improvviso ed è caduta.

Anche in questo caso si può usare l’espressione “venire a mancare“.

Quindi Maria ha perso i sensi, magari ha avuto un calo di pressione.

Terza modalità: Generalmente venir meno si usa quando una persona non rispetta un impegno preso in precedenza, ad esempio quando non mantiene una promessa.

Ad esempio se il tuo amico Giovanni ti promette:

Domani ti vengo a trovare, promesso!

Poi invece Giovanni non viene, quindi Giovanni viene meno alla sua promessa, viene meno alla sua parola, viene meno alla parola data.

In tali casi si usa anche questa espressione: venir meno alla parola data.

Giovanni, perché sei venuto meno alla tua promessa? Perché sei venuto meno al tuo impegno? Perché sei venuto meno alla tua parola?

Il che equivale a dire:

Perché non hai mantenuto la promessa? Perché non sei venuto? Perché non hai fatto ciò che avevi detto?

Analogamente riguardo ad un arbitro di calcio posso dire che:

L’arbitro non deve venir meno al suo ruolo di super partes, cioè non deve venir meno al suo ruolo di arbitro imparziale. L’arbitro non deve cioè favorire una delle due squadre.

La quarta modalità, anch’essa molto utilizzata, non si riferisce a impegni e responsabilità, ma semplicemente a qualcosa che doveva accadere e poi non accade più.

Se oggi sono interessato ad andare al ristorante e poi invece cambio idea, posso dire che il mio interesse è venuto meno.

Analogamente può venir meno la mia presenza ad un appuntamento per un inconveniente.

Oppure:

Con la diminuzione del contagio è venuta meno la necessità di costruire reparti speciali per i malati Covid.

Ora ripassiamo, non vorrei venir meno alle vostre aspettative:

Ulrike: Oggi tocca a me sfoderare alcune frasi di ripasso. Non è che voglia darmi importanza, per questo, tanto meno intendo fare la saputella. Ragion per cui se non ci sono problemi ho preparato qualcosina. Allo stesso tempo questo è utile per me, perché così tento di ovviare al solito problema della dimenticanza. Ormai siamo all’episodio 285: Buttate pure un occhio sull’elenco della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Pavento seriamente di andare in tilt per tutte le espressioni che mi ronzano per la testa e quasi ogni giorno Giovanni ne aggiunge un’altra. Non resta che rispolverare le puntate precedenti nel migliore dei modi, cioè usandole attivamente con qualche frase di ripasso. Appunto.


L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

284 – Non fosse altro che…

Audio

Non fosse altro che

Trascrizione

Giovanni: Quando si vuole dire che una cosa è sufficiente per giustificare qualcosa (un’azione, un’opinione) si usa spesso un’espressione particolare:

Non fosse altro che…

A volte si mette anche l’apostrofo:

Non foss’altro che…

Vediamo qualche esempio:

Domani mi piacerebbe andare al cinema insieme a Giovanni e Carla, non fosse altro che per vedere se si amano veramente.

Probabilmente ci sono più motivi per andare al cinema, non solo quello, ma è sufficiente soddisfare questa curiosità, cioè vedere se c’è amore tra Giovanni e Carla.

Spesso poi si usa quando non si è proprio convinti di fare qualcosa, ma allo stesso tempo varrebbe la pena farlo solo per togliersi uno sfizio, una curiosità, non fosse altro che per quel motivo, anche se questo potrebbe portare conseguenze negative saremmo disposti a farlo lo stesso. Ad esempio:

Guarda, licenziarmi è l’ultima cosa che farei, il lavoro è molto importante per me, ma a volte penso: chissà che faccia farebbe il mio sgarbato direttore. Lo farei non fosse altro che per questo.

Quindi si usa in due modi principalmente: quando un motivo è sufficiente per fare o non fare qualcosa o quando si prova o si proverebbe molta soddisfazione a fare questa cosa.

Attenzione perché “non fosse altro che” è diverso da “non è altro che”.

Ad esempio:

Vorrei sapere il segreto che mi nascondi, non fosse altro che per soddisfare la mia curiosità

Vorrei sapere il segreto che mi nascondi. Non è altro che per soddisfare la mia curiosità.

Nel primo caso la soddisfazione della curiosità è sufficiente, ma potrebbero anche esserci altri motivi per cui si vuole conoscere il segreto.

Nel secondo caso (non è altro che) significa che è solo per quello, è solamente per soddisfare la curiosità. Non ci sono altre ragioni.

Ora ripassiamo:

Emma: abbiamo un grosso problema al lavoro. Per colpa tua la situazione ci è sfuggita di mano. Siamo alle solite. Laddove volessi chiedere manforte a qualcuno non avrei la più pallida idea di chi chiamare in causa. Tra l’altro, non vedo come sia fattibile rimanere sul vago, e far finta di niente nel momento in cui il nostro collega renderà conto di quella vendita al direttore. Poi dice perché ti avverto prima. Fai sempre cose che finiscono a nostro discapito, ma adesso ora ne paghi lo scotto. Eccome!


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283 – Defezione

Audio

defezione

Trascrizione

Giovanni: ogni volta che vado a giocare a calcetto con i miei amici ci sono delle defezioni all’ultimo minuto e alla fine non si gioca mai.

Ci sono delle defezioni: cosa sono le defezioni? Avete già capito che è qualcosa di non positivo.

Ogni volta che c’è una defezione si parla di persone che dovevano esserci, dovevano essere presenti (ad una riunione, ad un appuntamento o altre occasioni) e alla fine non ci sono. In genere si parla di impegni presi da qualcuno, qualcosa su cui contavano altre persone, qualcosa di importante che prevedeva la presenza fisica in un luogo, come un campo di calcio: quando un giocatore diceva di venire a giocare e alla fine non viene più, ecco che c’è una defezione, c’è una persona che si è tirata indietro, c’è qualcuno che è venuto meno.

Agli allenamento della squadra di oggi ci sono state due defezioni: due calciatori che hanno avuto problemi di salute.

Molti stranieri avevano prenotato le vacanze in Italia ma poi ci sono state molte defezioni.

Vale a dire che molti stranieri hanno disdetto la vacanza prenotata: hanno telefonato e hanno detto: mi spiace ma non veniamo più.

Quando viene a mancare qualcuno, in qualunque occasione (tranne in caso di morte), è opportuno usare il termine defezione. Non si tratta di un termine usato da tutti, ma tutti gli italiani lo capiscono senza problemi.

I ragazzi non lo usano ad esempio, preferiscono parlare di “assenze“, un termine usato nella scuola.

Giovanni non viene più, Giovanni sarà assente. Giovanni mancherà.

Ma potete tranquillamente dire: abbiamo una defezione, c’è una defezione per la partita di oggi. Si tratta di Giovanni.

Si usa spesso anche in politica o in economia, e in tutti i campi dove spesso si parla di impegni e responsabilità:

Potremmo avere alcune defezioni per colpa del coronavirus.

Tra i professori ci potranno essere defezioni all’inizio dell’anno.

Quando si parla di defezioni spesso si utilizza un’espressione particolare che approfondiamo al prossimo episodio: “venir meno“.

Per ora ascoltiamo un bel ripasso da parte di Emma:

Emma: c’è chi pensa che di fronte agli accadimenti derivanti dal coronavirus, il governo giallo – rosso purtroppo è venuto meno alle aspettative, il che ci ha preso alla sprovvista parecchio. Con situazioni inedite, ci vogliono delle capacità specifiche per fare ripartire l’economia, sia per il bene delle imprese sia per quello dei cittadini.


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N.9 – CHE GIORNO è OGGI? – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

PRIMI PASSI: CORSO DI ITALIANO PER PRINCIPIANTI

primi_passi

9^ lezione – nona lezione – lezione n. 9: DA DOVE VIENI?

Audio

Emanuele: Primi passi. Lezione numero nove (9): CHE GIORNO è OGGI?

Emanuele: ciao papà, che giorno è oggi?

Giovanni: ciao Emanuele, oggi è il 5 giugno 2020

Emanuele: è il 5 giugno?

Giovanni: sì, oggi è il cinque giugno.

Emanuele: di quale anno?

Giovanni: 2020. È il 5 giugno 2020.

Emanuele: sei sicuro? Non era ieri il 5 giugno?

Giovanni: no, oggi è il 5 giugno. E’ venerdì 5 giugno dell’anno 2020.

Emanuele: che data è oggi?

Giovanni: oggi è il 5 giugno: venerdì 5 giugno.

Emanuele: é questa la data di oggi papà? Il 5 giugno?

Giovanni: sì, oggi è il giorno 5 del mese di giugno dell’anno 2020. Questa è la data di oggi.

Emanuele: in quale mese siamo papà?

Giovanni: siamo nel mese di giugno.

Emanuele: di quale anno?

Giovanni: del 2020. Il 5 giugno del 2020.

Emanuele: in quale anno siamo papà?

Giovanni: siamo nell’anno 2020

Emanuele: non siamo nell’anno 2019?

Giovanni: no Emanuele, il 2019 è terminato. Siamo nel 2020.

Emanuele: nel mese di giugno?

Giovanni: sì, e oggi è il giorno 5.

Emanuele: oggi è giovedì 4 giugno?

Giovanni: no, oggi non è giovedì 4 giugno. Oggi è venerdì 5 giugno.

Emanuele: domani che giorno è?

Giovanni: domani è sabato.

Emanuele: e dopodomani?

Giovanni: dopodomani è domenica.

Emanuele: tra due giorni è domenica?

Giovanni: esatto. Tra due giorni è domenica. Dopodomani è domenica.

Emanuele: ieri che giorno era?

Giovanni: ieri era giovedì.

Emanuele: e l’altro ieri?

giovanni: l’altro ieri era mercoledì.

Emanuele: e tre giorni fa?

Giovanni: tre giorni fa era martedì.

Emanuele: ok, ho capito.

Giovanni: bene. A domani.

Emanuele: a domani papà.

282 – Neanche per sogno!

Audio

Neanche per sogno, manco per sogno

Trascrizione

Giovanni: quanti modi ci sono per dire no?

Molti. Oggi ne vediamo uno che esprime un forte no, un forte dissenso, direi anche fortissimo.

L’espressione è “neanche per sogno“.

La parola neanche credo la conosciate tutti: è formato da né e da anche, che insieme diventano “neanche“, che si usa come neppure e nemmeno.

In effetti l’espressione di oggi “neanche per sogno” può diventare “neppure per sogno” o “nemmeno per sogno” con lo stesso identico significato.

Quando si usa questa espressione?

Si usa quando voglio dire no, e aggiungiamo che è un forte no, è un no che ci sarebbe anche se le cose sarebbero più gravi, ben peggiori di come sono. Oppure quando sono semplicemente molto convinto.

Il “sogno” rappresenta i nostri pensieri notturni. A volte i sogni rappresentano i nostri desideri, le nostre maggiori speranze, ciò che desideriamo, ma in questo caso si parla di un modo creativo di esprimere un assoluto dissenso.

Neanche per sogno significa:

assolutamente no!

Potremmo anche dire dire:

Non ci penso neanche!

Ma che scherzi?

O semplicemente: assolutamente no!

Ad esempio: ti piacerebbe morire?

Risposta: neanche per sogno!

Potrei anche dire:

Non me lo sogno neanche! Non ci penso nemmeno!

Vogliamo andare al mare?

Nemmeno per sogno! Non me lo sogno neanche di uscire con questo caldo!

Ovviamente è una espressione informale che si usa solo all’orale. Se volete essere eleganti o state scrivendo una comunicazione di lavoro un forte dissenso può essere espresso con:

Questa cosa non ci interessa minimamente!

Non è assolutamente il caso.

La prego, non insista!

Non ho il minimo dubbio in merito!

e l’ultimo modo è:

Neanche per idea

Nemmeno per idea, neanche per idea, neppure per idea: l’idea al posto del sogno. Il senso non cambia.

Ora ripassiamo un’espressione precedente con Emma:

Emma: Gianni non ha lasciato nulla di intentato per rendere la conversazione più motivata via Zoom con i membri di Italiano semplicemente. Oltretutto, in fatto di episodi nuovi suggeriti dai membri, ne abbiamo discusso veramente durante la Video chat, e così non è venuto meno alla sua promessa.


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N.8 – DA DOVE VIENI – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

PRIMI PASSI: CORSO DI ITALIANO PER PRINCIPIANTI

primi_passi

8^ lezione – ottava lezione – lezione n. 8: DA DOVE VIENI?

Audio

Emanuele: Primi passi. Lezione numero otto (8): DA DOVE VIENI.

Emanuele: ciao, io mi chiamo Emanuele

Giovanni: ciao Emanuele, il mio nome è Giovanni

Emanuele: io vengo da Roma e tu? Tu da dove vieni?

Giovanni: io vengo da Milano. Tu vieni da Roma

Emanuele: io vengo da Roma, tu vieni da Milano

Giovanni ed Emanuele: noi veniamo dall’Italia. Noi veniamo da Roma e Milano.

Giovanni: E voi? Voi da dove venite?

Tu Ulrike da dove vieni?

Ulrike: Io vengo dalla Germania. Io vengo da Berlino.

Lejla: Io vengo dalla Bosnia Erzegovina. Io vengo da Sarajevo.

Sofie: Io vengo dal Belgio. Io vengo da Gent.

Andrè: io vengo dal Brasile, vengo da Araraquara.

Giovanni: Ulrike è tedesca, Lejla è bosniaca, Sofie è belga. E Andrè è brasiliano.

Hartmut: anche io vengo dalla Germania. Vengo da Hagen.

Emma: Io vengo da Taiwan. io vengo da Taipei.

Amelia: Io vengo dalla Cina. io vengo da Qingdao.

Sofie: Io vengo dal Belgio. Io vengo da Gent. Emma è taiwanese e Amelia è cinese.

Giovanni: Ulrike viene dalla Germania, Lejla viene dalla Bosnia Erzegovina, Sofie viene dal Belgio.

Emanuele: Emma viene dalla città di Taipei, Amelia viene dalla città di Qingdao. Io vengo da Roma. Vengo dalla città di Roma. Io sono italiano.

Loro vengono da tutti i posti del mondo. Io vengo dall’Italia.

281 – Sorbire

Audio

Sorbire

Trascrizione

Giovanni:

Ecco, state per sorbirvi altri due minuti con Italiano Semplicemente. No, per carità, speriamo non sia così, lo spero… poi se fosse così non stareste ascoltando questo nuovo episodio. Sorbire è il verbo che non avete capito.

Io sorbisco, tu sorbisci, lui sorbisce, noi sorbiamo, voi sorbite, loro sorbiscono.

Si parla ancora una volta di sopportazione e di pazienza, argomento di cui abbiamo parlato anche negli ultimi episodi. Infatti sorbire significa proprio sopportare, ma veramente questo è il suo senso figurato.

Infatti sorbire in realtà significa bere lentamente, bere a piccoli sorsi una bevanda, assaporandola, gustandola, sorseggiandola, cioè un sorso alla volta, un po’ alla volta.

Ma questo sorseggiare, questo bere lentamente, poco di frequente si esprime attraverso l’uso di sorbire. A volte si fa ma non così spesso. Comunque nulla vi vieta di venire in Italia per sorbirvi un buon caffè.

Scherzi a parte, il verbo sorbire si usa quasi sempre quando c’è qualcosa di molto noioso che noi sopportiamo, quando facciamo contro voglia qualcosa. Tutte le cose noiose che siamo più o meno costretti a sopportare si sorbiscono.

una spugna assorbente

Notate come somiglia anche al verbo assorbire. Una spugna assorbe acqua ad esempio. L’acqua entra lentamente nella spugna che si riempe di acqua. Tutti i tessuti in fondo hanno un potere assorbente. Ma, pensate, un po’, l’origine di assorbire è la stessa di sorbire, derivano dalla stessa parola latina.

Ma cosa si può sorbire? Quando si usa sorbire?

Sarà costretto a sorbirmi una riunione in ufficio domani

Evidentemente la riunione sarà molto noiosa. Ho detto “sorbirmi” una riunione, infatti spesso si usa la modalità riflessiva, per sottolineare che sarò io quello che sorbirà la riunione, sono io che dovrò sopportarla. Me la devo sorbire io! Che noia!

un alytro esempio:

Ho dovuto sorbire tante umiliazioni nella mia vita per via del mio cognome

Anche le umiliazioni si sorbiscono infatti. Non possiamo sempre reagire in fondo. E in effetti quando sorbiamo qualcosa la sopportiamo senza reagire. E’ il concetto stesso di pazienza e sopportazione.

Adesso che mi hai invitato a cena dovrai sorbirti le mie chiacchiere

Ci siamo dovuti sorbire 3 ore di lezioni di matematica oggi!!!

Sapete che quando si parla si sorbire qualcosa di noioso spesso si usa anche sciroppare.

Sciroppare viene da sciroppo, nome spesso usato per le medicine che si bevono col cucchiaio… lo sciroppo bisogna berlo per forza, ed allora occorre rassegnazione, pazienza. La mamma ha detto di bere questo sciroppo? Allora bisogna sciropparselo senza fiatare! Un po’ più informale rispetto a sorbirsi ma ha lo stesso significato e si usa sempre in modo figurato.

Sarà capitato anche a voi che vi siete dovuti sciroppare tutta la serata le chiacchiere di una persona molto noiosa…

Ora ripassiamo qualche espressione passata e nel frattempo potete sorbirvi un bel “sorbetto” al limone:

Carmen: Se il prossimo episodio durerà ancora così tanto prendo e mando una bella mail di protesta Giovanni!
Rauno: dai, non mi dire che non sei disposta a lasciar correre!
Hartmut: Non è che sei nervosa per altri motivi?
Mariana: Non hai che da dirlo in questo caso, siamo tutti tuoi amici


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