659 Aggettivo + di un

Aggettivo + di un (scarica audio)

Descrizione

Giovanni: questo episodio lo dedico a un uso particolare della preposizione di che nessuno vi spiegherà mai. Nessuno tranne italiano semplicemente, ovviamente.

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658 Alla

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Trascrizione

Giovanni: questo episodio lo dedichiamo alla preposizione alla.

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La bagarre – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 17)

La bagarre (scarica audio)

Indice degli episodi

bagarre

Descrizione

Avete mai sentito di parlare, nel corso di un notiziario, di una bagarre in parlamento o al senato? Questa è l’occasione giusta per parlarvi di alcuni termini e verbi particolari, perché quando si assiste ad una bagarre in parlamento si assiste a una fase accesa e concitata, una baruffa, quindi c’è del subbuglio, del trambusto, insomma c’è parecchia confusione quando si parla di bagarre.

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Incorrere – VERBI PROFESSIONALI (n.71)

657 Pur sempre

Pur sempre

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Trascrizione

In questo episodio parliamo per la seconda volta di “pur“, ma in un modo diverso rispetto a quando l’abbiamo fatto la prima volta.

La prima volta che abbiamo incontrato “pur di” che, come abbiamo visto, si può usare quando vogliamo indicare un risultato minimo che dobbiamo ottenere. “Pur di” sta per “purché si avveri un fatto” o un desiderio, oppure “purché si raggiunga un certo risultato.”

Oggi invece vediamo “pur sempre” che è una locuzione dal significato simile a “comunque“, nel senso che, dopo aver fatto una affermazione, “pur sempre” precede una seconda affermazione con la quale si riconosce un valore, una qualità, una caratteristica, oppure si esprime qualcosa che si verifica nonostante ciò che viene espresso nella frase principale.

Es:

Mio padre è molto anziano, ma è pur sempre in ottime condizioni fisiche e mentali

Non mi piacciono per niente alcuni leader politici, ma non desidero certamente la loro morte. Sono pur sempre degli esseri umani.

Lo so, Giovanni risponde male a tutti recentemente, ma io devo aiutarlo, resta pur sempre un mio caro amico.

I figli non vogliono quasi mai fare il percorso di vita desiderato dai loro genitori. Questa resta pur sempre una loro scelta.

Se ci pensiamo, ogni volta, quando usiamo questa locuzione, in qualche modo si stabilisce un minimo, si riconosce qualcosa che nonostante ciò che abbiamo detto, resta valida. Ancora una volta abbiamo a che fare con un minimo di qualcosa, come nell’uso di “pur di”. Stavolta il nostro obiettivo è limitare le conseguenze della frase principale, quindi far capire che ciò che abbiamo detto nella frase principale non impedisce qualcosa.

Si può usare il verbo essere:

Gianni è pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Oppure il verbo resta o rimanere, e in questo caso possiamo anche eliminare “pur”, che tuttavia serve a rafforzare il concetto:

Gianni resta pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Gianni rimane pur sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Gianni resta/rimane sempre un amico, non possiamo abbandonarlo!

Può comunque capitare che davanti a pur sempre troviate: bisogna, occorre, dobbiamo,  si deve ecc.

Es:

Lo so che non sei stanco, ma dovrai pur riposare un po’!

 Immagino siate soddisfatti della lezione di oggi, ma bisognerà pur ripassare gli episodi passati anche stavolta, o no?

Quindi la parola passa si membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (California): Ragazzi vi propongo di esporre i vantaggi e gli svantaggi nell’essere single, cioè, da solo, vale a dire non sposato e non fidanzato, ossia scapolo o celibe che dir si voglia nel caso di un uomo e zitella o nubile nel caso di una donna.

Albèric (Francia): beh il primo vantaggio dello stare da solo è che non devi rendere conto a nessuno di ciò che fai. Buttalo via!

Peggy (Taiwan): ma da soli ci si sente soli, o no? Nessuno di cui avere cura e nessuno che si prende cura di te! E poi non puoi neanche condividere le bollette!  

Hartmut (Germania): ma almeno non sarai cazziato tutti i giorni per qualche presunto sgarro o errore che hai commesso! Per non parlare dei numerosi aut aut che ho ricevuto!

Ulrike (Germania): io, a ragion veduta, se tornassi indietro mi sposerei qualche anno più tardi.

Sofie (Belgio): io sono attualmente libera, ma guardandomi attorno, per non saper né leggere né scrivere, non credo mi sposerò mai, ma questo non significa che resterò sola. 

Marcelo (Argentina): ma cosa dite tutti quanti? I vostri sono pensieri privi di fondamento! La vita di coppia è bellissima. Se non si condivide la nostra vita con una persona, che senso ha vivere?

Andrè (Brasile): Sono d’accordo con te Marcelo. Inoltre credo che se io non fossi sposato sarei ormai nell’aldilà da un pezzo! Avevo uno stile di vita un po’ matto, spesso sopra le righe. Mi ha messo il guinzaglio corto mia moglie!

Cat (Belgio): É vero André, io sono stata combattuta nello sposarmi, ma ora, che ho sforato i 40 anni di vita matrimoniale, ti dico che devi tenere a bada i tuoi sentimenti di rabbia nelle situazioni difficili. Non voglio rispolverare tutte le situazioni che ho vissuto. Sono passati molti anni, ma è successo in men che non si dica. Comunque devo aprire un parentesi. A scanso di equivoci, anche se abbiamo passato molti momenti difficili, mai abbiamo lasciamo nulla di intentato per recuperare. Ci sono alcuni che ci dicono: ome avete fatto? Meritate tutto il mio rispetto, con la R maiuscola! Ci saranno pure vantaggi nell’essere single, ma ormai per me non è più il caso di elencarli…

656 Quanto a

Quanto a

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Video YouTube 

Trascrizione

Giovanni: abbiamo dedicato fino ad oggi svariati episodi al termine “quanto“. Abbiamo visto la differenza tra quantomeno e tantomeno, poi la locuzione in quanto tale, poi abbiamo spiegato anche questo è quanto, poi in quanto, tanto quanto, poi ancora per quanto, quanto mai e infine quanto ti devo. Tutte questi modi diversi di usare “quanto” semplicemente perché quando uniamo “quanto” a diverse preposizioni, si dà luogo a locuzioni particolari con significato proprio, di tipo limitativo, causale, concessivo, Oggi vediamo “quanto a“, equivalente a “in quanto a“. Si tratta di una locuzione che introduce una limitazione, cioè serve a specificare a cosa mi sto riferendo, a cosa sto facendo riferimento. Vediamo qualche esempio e poi vediamo quante modalità ci sono per esprimere lo steso concetto:

La partita, (in) quanto a spettacolo, non ha deluso le aspettative In questa frase la parte principale è: “La partita non ha deluso le aspettative”

Poi però sento il bisogno di specificare meglio. Da quale punto di vista la partita non ha deluso? In che senso? Di cosa sto parlando in particolare? Risposta:

  • Dal punto di vista delle aspettative
  • Quanto alle aspettative
  • In quanto alle aspettative
  • Riguardo alle aspettative
  • Per quanto riguarda le aspettative
  • Per quanto concerne le aspettative (più formale)
  • In merito alle aspettative
  • Meritatamente alle aspettative
  • Circa le aspettative
  • In fatto di aspettative
  • Limitatamente alle aspettative
  • A livello di aspettative
  • A proposito di aspettative
  • parlando di aspettative
  • Relativamente alle aspettative
  • Per quanto attiene (formale)

quanto a

Vedete quanti modi diversi ci sono, alcuni dei quali li abbiamo già incontrati nell’episodio dedicato a “circa” (era il numero 212 della rubrica). Stavolta usiamo “quanto“, seguito però dalla preposizione “a” che assume un ruolo determinante, fondamentale nel dare il senso limitativo alla locuzione. Infatti “in quanto” (senza la preposizione a)  o anche ad esempio “in quanto che” hanno altro significato, simile rispettivamente a perché, poiché e dal momento che. “In quanto” (sempre senza preposizione a) come abbiamo visto nell’episodio 437, può anche assumere un significato simile a “quale“, “come”, “in qualità di”. Occorre fare altri esempi, potrei dire. Lo faccio io in quanto presidente dell’associazione.

Oggi dovete fare tutti 100 esercizi come compito a casa. Quanto a te, Giovanni, domani ti interrogherò. Quindi preparati.

Quanto a te, Giovanni”. Anche in questo caso posso sostituire la locuzione con “riguardo a te”, “per quanto riguarda te”, “relativamente a te”, “per quanto concerne te”.

Il tuo tema di italiano, in quanto a fantasia, è eccezionale. Quanto alla grammatica però, ci sono troppi errori.

Ho fatto due specifiche diverse in questo caso, ho dato due giudizi su due questioni diverse, la fantasia e la grammatica.

Quanto a chiarezza, gli episodi di questa rubrica sono molto ben fatti, ma in quanto alla durata, non riesco ancora a stare nei due minuti promessi.

Notate una cosa importante. Quando uso una preposizione articolata, in realtà molto spesso (non sempre) potrei anche non farlo, quindi “quanto alla durata” può diventare “in quanto a durata” e anche “quanto a durata“. Quest’ultima è leggermente più colloquiale ma ugualmente utilizzata anche nello scritto. “In” all’inizio si può mettere oppure no. Senza è più colloquiale. Lo stesso dicasi per la scelta di usare “a” al posto di “al”, “allo” alla”, “alle”, “agli”. Più colloquiale con “a” ma non si può sempre usare la preposizione semplice. Vediamo altri esempi per capire meglio:

Allora ci vediamo più tardi ok? In quanto al problema di cui stavamo parlando, ne discutiamo domani.

In questo caso “al” non può diventare “a” perché mi sto riferendo a uno specifico problema (il problema di cui stavamo parlando)

Com’è Francesco, simpatico? Oppure vi ha creato problemi? Risposta: Guarda, (in) quanto a problemi, ce ne ha creati parecchi, ma non è affatto antipatico. direi un po’ troppo esigente. Vuoi sapere com’è andata la tua gara? Allora, in quanto a/al tempo direi benissimo, (in) quanto invece a/alla disciplina, può ancora migliorare. Come va quanto a lavoro? Risposta: non ho molto da fare recentemente Quanto al nuovo lavoro, come va? Risposta: va tutto bene, grazie

Voi mi chiederete adesso: ma quanto dura questo episodio? E quando arriverà il ripasso quotidiano? Risposta: Quanto alla durata, ho avuto bisogno di un po’ più di tempo. Quanto invece al ripasso, arriva subito. Le voci sono come sempre quelle dei membri dell’associazione. Quanto a noi, ci sentiamo domani.  

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (California): Oggi ragazzi è veramente un tempaccio qui. Ha diluviato tutta la notte salvo un’oretta stamani.

Peggy (Taiwan): anche da me piove. Non sarebbe un problema se non fosse che non poso fare lavatrici. Comunque da qualche minuto a questa parte ha smesso.

Edita (Repubblica Ceca): Il cielo da me non si presta a facili previsioni. A momenti ci sono nuvole, a momenti scompaiono. Le previsioni dicono che pioverà ma ancora non c’è nessun temporale in vista.

Rafaela (Spagna): dai che ci scappa ancora un’altra frase!

Ulrike (Germania): Eseguo l’ordine di continuare. Ma l’argomento mi va di traverso un po’. Un discorso sul tempo, dai… siamo alla frutta? Comunque il tempo è quello che è anche qui in Italia. Volevo fare una passeggiata ma visto che piove, come non detto!

Marcelo (Argentina): non sia mai detto che rinuncio alla passeggiata! anche in caso di acquazzone, quant’è vero Iddio, alla passeggiata non ci rinuncio!

655 Più che altro

Più che altro (scarica audio)

Video YouTube con sottotitoli

https://youtu.be/AOs2XwbrQYI

Trascrizione

Giovanni: una locuzione italiana tra le più usate è sicuramente “più che altro“.

Si può usare in qualunque tipo di discorso e contesto, e si usa semplicemente per mettere in risalto un aspetto.

In genere stiamo dando una spiegazione, oppure stiamo solo rispondendo ad una domanda.

L’obiettivo però è sempre quello di risaltare, evidenziare una cosa rispetto al resto.

La locuzione non usa termini strani o figurati. Infatti “più che altro” significa esattamente questo:

In misura maggiore rispetto al resto

Soprattutto

Prevalentemente

Maggiormente

Principalmente

In prevalenza

In misura prevalente/preponderante/maggiore

Altro” rappresenta tutto il resto che viene messo in secondo piano.

Es:

Mio figlio pratica più che altro calcio.

Questo significa che mio figlio pratica diverse attività sportive, diversi sport, ma prevalentemente calcio, soprattutto calcio, maggiormente calcio, principalmente calcio, in misura maggiore calcio.

Perché farsi il vaccino Covid?

Qualcuno potrebbe rispondere:

Più che altro è una questione di rispetto per gli altri.

Perché non farsi il vaccino?

Coloro che sono contrari potrebbero dirvi che più che altro è una questione di principio.

Questo significa che entrambe le persone hanno più motivi per farsi o non farsi il vaccino, ma vogliono mettere in evidenza il motivo più importante. Poi volendo si può aggiungere altro.

In effetti “più che altro“, pur essendo equivalente a “soprattutto“, che è la forma più usata, si usa soprattutto quando si dà una spiegazione, qualunque essa sia, e si vuole evidenziare l’aspetto più importante. Perché usare più che altro allora, visto che ci sono molte alternative?

Questa locuzione direi che è un po’ meno tecnica, meno fredda delle altre e più colloquiale, molto adatta quindi ad essere usata in dialoghi e scambi di opinioni.

Spessissimo precede “perché” e “per“:

Perché studio l’italiano?

Più che altro perché mi piace, poi anche perché quando vado in Italia è certamente molto utile.

Più che altro per piacere.

Adesso volete sapere perché facciamo dei ripassi alla fine di ogni episodio?

Più che altro lo facciamo per usare le espressioni già imparate, ma anche per divertirci, per parlare e anche per sforzarci nell’usare l’inventiva e l’immaginazione.

In questo ripasso rispolveriamo anche qualche lezione di Italiano Professionale, che i membri possono trovare su google drive o anche sul sito con username e password. Per tutti gli altri la soluzione è diventare membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Daria (Russia): Buongiorno a tutti!
Ecco il mio tentativo di fare un ripasso delle lezioni di Italiano professionale. A dire il vero mi mancava l’opportunità di usare l’italiano pertanto vi propongo questo ripasso senza indugi.
Allora, permettete che mi presenti.
Mi chiamo Daria, vivo a Mosca e lavoro in un’azienda farmaceutica americana.
A dire il vero, ho cambiato lavoro due mesi fa e adesso faccio del mio meglio per imparare a svolgere le mie nuove mansioni.
Ho una certa esperienza in campo farmaceutico e mi sono fatta le ossa nel mercato russo.
Adesso lavoro per un gruppo di paesi e ci sono tante cose da imparare.
Il mio capo è una donna e si trova a Londra. Con il suo aiuto sto cominciando a prenderci la mano e tra non molto diventerò un’esperta internazionale.
I miei colleghi sono anche di altri paesi come Italia, Turchia, India. Tutti sanno il fatto loro e sono molto aperti a condividere esperienze.
Come tante altre persone siamo costretti a lavorare da casa a causa della pandemia. Per compensare la mancanza del “contatto di persona” facciamo numerose discussioni online e abbiamo creato un forte clima di feducia, ma ad onor del vero c’è anche una problematica legata alla communicazione online: mi rimane pochissimo tempo a disposizione per fare il lavoro. Ma come fare? Forse si deve andare dritti al punto e non perdere tempo per discussioni vuote?
Come fate voi? Vorrei sentire anche altre opinioni basate sulla vostra esperienza di lavoro online.

Albéric (Francia): A me non vanno molto a genio le videochat. Preferisco sempre scrivere. Ma spesso mi vedo costretto a partecipare facendo del mio meglio per tagliare corto quando possibile. Il più delle volte spengo la videocamera, una magra consolazione

André (Brasile): ciao Daria, sicuramente ti è venuto un po’ di magone nel tuo primo giorno di lavoro, sbaglio? Devo dirti che io lavoro presso un
laboratorio analisi, quindi siamo più o meno nello stesso settore, ma non ho mai fatto il mio mestiere
in modalità on-line! quindi purtroppo non vedo come aiutarti! credo che tu debba semplicemente tener fede ai tuoi principi. Sono sicuro che te la caverai benissimo.

Marcelo (Argentina): Io adesso sono in pensione, ma quando lavoravo in ufficio, mi vedevo spesso costretto a viaggiare in macchina per piú di due ore. Era come fare un percorso a tappe. Quando arrivavo in ufficio, il mio dirimpettaio, vedendo che ero di malumore mi diceva: siamo alle solite. Io non raccoglievo la provocazione, anche perché c’era del lavoro da finire. Così non mi sono mai messo a discutere con lui. Col passare del tempo però mi sono reso conto che a suo modo il collega cercava di aiutarmi. Tant’é vero che ancora oggi e dopo tanti anni, l’amicizia continua. Eccome se continua! Ci vediamo almeno due volte alla settimana e ricordiamo sempre come i problemi spuntavano a destra e a manca, e che se non fosse per i suoi consigli quotidiani tipo fare di necessitá virtú, unire l’utile al dilettevole o munirsi di pazienza, oggi non saremmo piú amici. Ma torniamo a Bomba considerando la caterva di cose che c’era da fare e il tempo che ho perso andando in ufficio e tornando a casa, vi dico, sensa farla tanto lunga, di approfittare e gioire del lavoro da remoto. Risparmierete tempo e benzina, senza contare l’inquinamento. Si, certo, i rapporti sociali da casa sono quello che sono, ma che volete, mica si può avere la botte piena e la moglie ubriaca!

654 Quant’è vero Iddio

Quant’è vero Iddio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: come usare il nome di Dio senza fare peccato, senza bestemmiare e neanche dar troppo fastidio a nessuno?

Ci sono varie locuzioni che nel linguaggio colloquiale vengono utilizzate dagli italiani e oggi vi parlerò di “quant’è vero Iddio“.

Iniziamo da Iddio, che si scrive con l’iniziale maiuscola come segno di rispetto. Iddio è una variante di Dio, usata per lo più con tono solenne o anche solamente enfatico:

Tipo:

Iddio padre onnipotente, salvaci dal male!

Nel linguaggio familiare però si usa più frequentemente per enfatizzare, come reazione a qualcosa:

O Signore Iddio!

O santo Iddio!

Soprattutto se accade qualcosa all’improvviso, che ci spaventa, o se ascoltiamo una brutta notizia, possiamo usare queste due espressioni.

Altrettanto diffusa, soprattutto tra le persone più anziane c’è anche:

O Madonna santissima!

O Maria santissima!

L’espressione quant’è vero Iddio si usa invece quando si esprime un forte convincimento.

È in realtà una specie di giuramento, una promessa che si fa a sé stessi o ad altri, una promessa talmente solenne che siete disposti a chiamare in causa Dio.

Questo accade sempre come reazione ad un fatto, che vi spinge a reagire per far sì che questo fatto non accada più o per risolvere il problema definitivamente. C’è qualcosa che ci ha stancato e che va risolto definitivamente.

Quindi ad esempio se dei ragazzi giocano a pallone sotto la mia finestra e la colpiscono proprio con una pallonata, rompendola, questo potrebbe farmi molto arrabbiare.

Magari sono diverse volte che li avviso dicendo loro che non si può giocare li e che è pericoloso, ma senza ottenere alcun risultato.

Quando però sento il vetro andare in mille pezzi grido:

Quant’è vero Iddio stavolta chiamo i carabinieri!

Quant’è vero Iddio stavolta glielo buco ‘sto pallone!

È curioso l’inizio: quant’è vero…

Si sta usando il termine “quanto“, per fare un confronto tra qualcosa di vero, qualcosa di indiscutibile e la mia promessa. Quanto si può usare per fare confronti:

Ho tanti anni quanto te

Io sono intelligente quanto te

Oppure:

Mangio quanto ne ho voglia

Ecc.

Allora “quanto è vero Iddio chiamo i carabinieri” è qualcosa di simile a:

Così come è vero che esiste Dio, allora io chiamerò i carabinieri.

Se è vero che esiste Dio, allora faccio questa cosa.

“Quanto è” diventa “quant’è“, con l’apostrofo, ma volendo si può scrivere anche separatamente con due parole.

Con questa espressione pertanto si fa una specie di promessa, ci si ripromette di fare qualcosa, sebbene poi nella realtà questa promessa spesso non venga mantenuta.

Pertanto la frase spesso resta solo una minaccia, magari per spaventare una persona o metterla in guardia per il futuro.

Quante volte ho sentito mia madre dire:

Quant’è vero Iddio stavolta t’ammazzo!

Lo ha detto più volte al nostro gatto quando rubava il cibo dal tavolo.

Ma il gatto è ancora vivo!

Allo stesso modo, al posto di Dio, si usa il proprio nome:

Quant’è vero che mi chiamo Giovanni, adesso me la paghi!

Come dire: prometto che me la pagherai, e questo è vero quanto è vero che io mi chiamo Giovanni. Si fa anche qui un confronto per dare credibilità alla propria affermazione.

Nessuno può mettere in dubbio il mio nome giusto? E neanche l’esistenza di Dio.

Naturalmente se ci sono altre cose che ritenete più credibili rispetto a Dio o al vostro nome, potete usarle come termine di paragone:

Quant’è vero che sono tuo padre, tu non uscirai più con i tuoi amici la sera per un mese!

La cosa che conta veramente è che siate arrabbiatissimi e che desideriate fortemente un cambiamento.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente. Ma prima un saluto speciale a Daria dalla Russia, che si unita nuovamente al nostro gruppo whatsapp dell’associaizone. Daria ha partecipato in passato a molti episodi. Allora ti dico bentornata e anche che questo ripasso è dedicato a te:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony (Stati Uniti): siamo felici che la nostra amica moscovita Daria sia tornata alla carica. Non mi fa mica specie in realtà. Gli studenti d’italiano dappertutto nel mondo hanno preso atto che questo gruppo va per la maggiore tra chi vuole imparare a parlare l’italiano come si deve. Dacché siamo così in tanti qua nell’associazione, non siamo mai sguarniti di persone con cui interagire e da cui imparare.

Peggy (Taiwan): questi ripassi poi non sono mai un pro forma, perché è proprio con i ripassi che le espressioni si fissano nella mente.

Marcelo (Argentina): benché bisogna fare mente locale per ricordarle tutte. Meno male che abbiamo un indice di riferimento altrimenti il grosso degli episodi non li ricorderei.

Karin (Germania): abbiamo superato i 650 episodi, senza contare che ce ne sono tanti altri che si trovano in altre rubriche. I membri più indefessi li hanno tutti a mente.

Daria (Russia): allora dovrò correre ai ripari perché sono mancata troppo a lungo. Ah, ho dimenticato di qualificarmi! sono io Daria, ma mi avrete sicuramente riconosciuta dall’accento. E grazie del vostro caloroso saluto. Bando alle ciance però. Adesso prendo e mi cimento subito con gli episodi che mi sono persa!

653 Essere alle prese con

Essere alle prese con (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Ecco un’altra espressione che sarà molto usata nei vostri ripassi in quanto molto semplice e al contempo adatta a essere usata in molte occasioni.

L’espressione è “essere alle prese con” qualcosa o qualcuno

Molti studenti già la conosceranno sicuramente ma vale sicuramente la pena di spiegarla.

Già conosciamo (si fa per dire) i molteplici usi del verbo prendere nella lingua italiana, e per coloro che vogliono farsi un’idea di quanto ho appena detto vi consiglio di dare un’occhiata all’episodio dedicato al verbo prendere.

Essere alle prese con qualcosa, come vi dicevo, è molto semplice perché significa essere impegnati in un’attività che presenta delle difficoltà o quantomeno comporta molto tempo.

Tutto qui.

Esempio.

Sono quasi due anni che l’intera umanità è alle prese con un virus.

Sapete di cosa sto parlando vero?

I poliziotti sono alle prese con dei manifestanti no-vax che stanno creando problemi.

Mia madre è sempre alle prese con le faccende domestiche.

Sono stato fino alle 21 alle prese con un cliente.

L’espressione non si usa per tutte le attività ma solo quelle lunghe e/o impegnative.

Pertanto non potete dire che, ad esempio, siete alle prese con l’ascolto di un album dei Pink Floyd poiché trattasi di un’attività piacevole.

Si deve usare sempre la preposizione “con” o le preposizioni articolate col e coi e al limite cogli, collo, colla e colle, sebbene queste ultime tre generalmente non si usano e si preferisce usare con lo, con la e con le.

Sono alle prese con lo (collo) scarico del water che non vuole funzionare

Sono alle prese col la (colla) prova di grammatica

Sono alle prese con le (colle) solite faccende domestiche

Sono alle prese coi (con i) vicini che si lamentano dei rumori

I calciatori sono alle prese cogli (con gli) impegni delle squadre nazionali.

Per due giorni sono stato alle prese col (con il) solito problema alla schiena

La parola adesso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che sono stati alle prese con ripassi impegnativi recentemente. Anche questo non è da meno direi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): pare che il Covid stia riprendendo vigore. Troppi pochi vaccini ancora. Fintantoché non l’avremo sconfitto non sarò tranquillo.

Ulrike (Germania): io sono molto facile al contatto con gli altri, amo la vita sociale. Quanto ancora potrò resistere? Se penso alla vita che facevo prima mi viene subito il magone.

Edita (Repubblica Ceca): A me invece piace stare da solo. Faccio di necessità virtù Anche se questo non va per la maggiore.

Cat (Belgio): Non so se e quando riuscirò a farmene una ragione di questa situazione. Vivere all’insegna della malattia e della distanza sociale? Proprio non è cosa per me!

Marcelo (Argentina): per farcela occorre vaccinarsi di più, altrimenti forniamo un assist al virus che crea varianti in continuazione!

Marguerite (Francia): Se è vero com’è vero che i virus vanno sconfitti con i vaccini, bisogna cercare di convincere questi no-vax, che pensano che siamo tutti stupidi. Il fatto è che probabilmente ciascun dal proprio cuor l’altrui misura. A parte gli scherzi, bisogna capire da cosa nasce questa ribellione, qual è il malessere sociale che ha causato questi movimenti di protesta. Io non sono per la discriminazione a prescindere.

André (Brasile): credo che il problema sia che ci sono ancora molte persone che se ne fregano del COVID. Soprattutto i giovani.

Albéric (Francia): Hai ragione Andrém Ne ho fin sopra i capelli di loro. Ne abbiamo ancora per molto ad aspettare che invecchino? Come sarebbe bello un mondo senza giovani! Una mera utopia!

Rauno (Finlandia): Più che altro un’idea peregrina! Senza giovani non c’è futuro. Poi tanti cinquantenni non sono da meno quanto a sciocchezze.

Cat (Belgio): Assai più di peregrina M9! È soprattutto – passami il termine – una fesseria con la F maiuscola!
Harjit (India): adesso non è il caso di continuare. Altrimenti di qui a poco mi aspetto qualche lamentela sulla durata dell’episodio.

Spiegazione in lingua russa

alle prese

652 Prendere due piccioni con una fava

Prendere due piccioni con una fava (scarica audio)

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Prendere due piccioni con una fava

Trascrizione

Giovanni: Oltre che unire l’utile al dilettevole, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio, c’è anche un’altra espressione abbastanza simile per esprimere la soddisfazione che si ottiene da un’azione. Infatti un’espressione idiomatica italiana molto diffusa per esprimere l’ottenimento di un duplice obiettivo attraverso un’unica azione, raggiungere due scopi con una sola azione. è prendere due piccioni con una fava.

Una strana espressione a prima vista, ma cominciamo dalla fava. La fava è una pianta leguminosa, quindi produce dei legumi, simili ai fagioli e simile ai fagiolini come aspetto. Ebbene, pare sia proprio la fava che era un tempo utilizzata per cacciare i piccioni selvatici. un metodo abbastanza crudele. Dunque ogni piccione mangiava una fava e così veniva catturata attraverso un filo legato alla fava stessa.

Non credo fosse possibile usare una sola fava per catturare due piccioni, ma tant’è che questa è l’espressione che viene usata quando si vogliono ottenere due risultati con una sola azione.

Vi faccio qualche esempio:

Facendo un episodio ogni giorno, riesco a prendere due piccioni con una fava: essere utile per molti stranieri che vogliono migliorare la conoscenza della lingua italiana e allo stesso tempo avere l’opportunità di parlare con persone di tutto il mondo. Infatti di questo episodio come anche degli altri ne parliamo nel gruppo whatsapp dell’associazione.

Se domani vado al mare, posso prendere un po’ di sole e rilassarmi e magari potrei prendere due piccioni con una fava se incontro quella ragazza che mi piace tanto.

Un duplice obiettivo con una sola azione. A proposito di “duplice“. Deriva da “due” ed è analogo a “doppio”.

Analogamente esiste anche triplice che viene da “tre” e quadruplice che viene da “quattro”.

Es:

I documenti vanno presentati in duplice copia

Quindi è necessario presentare due copie dei documenti.

Si potrebbe anche dire:

La nostra azione ci permette di conseguire/ottenere un duplice effetto

Il criminale ha commesso un duplice omicidio

Il nostro obiettivo è duplice: insegnare la lingua e far divertire gli studenti. Anzi è anche triplice: lo facciamo senza ammazzare gli studenti di grammatica!

Qualcuno si starà chiedendo come si chiamano questi aggettivi dal numero 5 in poi. In realtà il loro uso è rarissimo, tanto che anche gli italiani è difficile che li conoscano: quintuplice, sestuplice, settemplice, ottuplice…

Non ci pensate che è meglio. Piuttosto, adesso che avete imparato una nuova espressione, con questo episodio potete prendere due piccioni con una fava ripassando qualche episodio passato. La parola ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Edita (Repubblica Ceca): In inglese non tiriamo le fave ai piccioni. In compenso ammazziamo gli uccelli con le pietre. Si dice dice infatti “kill two birds with one stone“. Scusate se la mia non è una signora pronuncia. E aggiungo che in Repubblica Ceca, per esprimere: “prendere due piccioni con una fava, diciamo: “uccidere due mosche con un colpo”.

Andrè (Brasile): in portoghese invece a cascar male sono i conigli (matar dois coelhos com uma cajadada só).

Ulrike (Germania): in Germania siamo più buoni e abbiamo preso di mira le mosche come in Repubblica ceca. Si dice infatti (zwei Fliegen mit einer Klappe schlagen)

Irina (Russia): comunque prendere i piccioni usando una fava mi sembra un metodo poco ortodosso e per giunta poco rispettoso verso gli animali. In russo comunque questo proverbio viene come: “uccidere due lepri con un sparo”. Anche noi non ci andiamo piano con questi poveri animali.

Marguerite (Francia): Noi siamo i più buoni di tutti: il modo di dire francese che è: “faire d’une pierre deux coups“. Da noi tutte le bestie la passano liscia.

Harjit (India): neanche a noi va a genio fare del male agli animali, e quindi usiamo l’espressione “una freccia due bersagli” con nessuna allusione alla caccia.

Peggy (Taiwan): a casa mia si dice “un’alzata, due prese” ma anche “un arco, due aquilepurché gli amanti degli animali non si arrabbino. Forse avrei dovuto sincerarmene e dire la seconda frase previa autorizzazione!

651 Unire l’utile al dilettevole

Unire l’utile al dilettevole (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: cosa c’è di più bello nel fare una cosa utile e al contempo questa cosa è anche divertente?

Diciamolo meglio: cosa c’è di più bello nell’unire l’utile al dilettevole?

Unire l’utile al dilettevole è una locuzione italiana molto diffusa, dal significato abbastanza chiaro. Se non è chiaro, probabilmente è per via del fatto che il termine dilettevole non si riesce a comprendere.

Dilettevole è un aggettivo che ha lo stesso significato di gradevole, piacevole, divertente, spassoso.

Deriva dal termine diletto, che quindi è un sentimento, una sensazione di compiacimento o di soddisfazione, analogo al divertimento, ma non è detto si debba ridere. La cosa che conta è che sia qualcosa di gradevole, qualcosa che ci dà soddisfazione.

Quindi quando un’attività è utile, spesso accade che non è affatto gradevole, ma dobbiamo farla lo stesso.

Invece quando si unisce l’utile al dilettevole si fa qualcosa che è sia utile che dilettevole.

Dilettevole è un aggettivo che si usa quasi sempre in questa locuzione. In genere si preferisce usare “gradevole”, ad ogni modo dilettevole è adatto soprattutto per descrivere un’attività, qualcosa che si fa.

Un’attività che dà piacere, gioia, sollievo o conforto possiamo dire che ci dà diletto e che questa attività è dilettevole.

Non si usa in genere per descrivere una persona, al contrario di gradevole.

Poi esiste anche dilettare:

L’aurora boreale è uno spettacolo che diletta la vista.

Dunque vedere l’aurora boreale è una gioia per gli occhi, dà soddisfazione e piacere.

Ci diletta vederla? Ovviamente sì.

Ogni giorno mi diletto a scrivere un nuovo episodio.

Un’attività che evidentemente mi procura piacere.

Perché insegno l’italiano agli stranieri? Lo faccio per diletto, cioè perché mi piace. Mi diletta farlo.

Adesso voglio dilettarvi con un bel ripasso, che dà diletto a chi lo fa, a chi lo registra e chi lo ascolta.

Komi (Congo): un mio caro amico mi ha raccontato che sua moglie si è assentata qualche giorno e adesso tocca a luifare le lavatrici e le lavastoviglie, però lui, nonostante glielo avesse promesso, poi voleva assumere una colf, perché, in quanto uomo, non dovrebbe occuparsi delle faccende domestiche. È una questione di principio, a suo dire.

Harjit (India): mamma mia! Si dà il caso che siamo nel 2021! Il tuo amico si trovasse qualsiasi altro pretesto!

Mary (Stati Uniti): Un principio privo di fondamento secondo me! Ci sono donne che devono armarsi di pazienza per sopportare i loro mariti! Altro che storie!
.
Marcelo (Argentina): A chi tocca non s’ingrugna! Lui dovrebbe senza remore far che la sua relazione non ne risenta.

Peggy (Taiwan): Anche a me pare che questa situazione debba essere presa con le molle. Al suo posto darei manforte alla povera moglie.

Irina (California): Non è tempo di venir meno alle sue promesse. Buon per lui se fa le cose come si devono.

André (Brasile): Per caso il tuo amico si chiama Giovanni? A me ha detto di sentirsela di autare sua moglie con le faccende domestiche, ma in realtà quand’è il momento fa sempre il finto tonto e esce di casa per giocare a calcetto con gli amici. Non l’aiuta neanche per sogno! Io al posto di sua moglie, non sarei così accondiscendente.

Karin (Germania): La questione secondo me non si pone, sempre che lui non abbia voglia di vedere le brutte fra poco quando tornerà la sua dolce metà.

Albéric (Francia): Pensate che lui non sarà all’altezza? A me lui ha detto che per togliersi questo sassolino dalla scarpa ha preso e ha mandato di sua volontà la moglie dalla mamma! “Non ho niente da rosicare” mi hai detto! Una bella faccia tosta comunque! Sapevo che non me la raccontava giusta!

Ulrike (Germania):
Veramente un comportamento fuori luogo. Di questo passo dove andrà a finire questo! Se lei un giorno gli desse il benservito ne avrebbe ben donde.

650 Una questione di principio

Una questione di principio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: non sono sicuro se uno studente non madrelingua di livello intermedio della lingua italiana sappia usare il termine “principio“.

La prima cosa che viene in mente ad un italiano è il fatto che somiglia molto alla parola “inizio“.

Può infatti rappresentare il primo momento:

Al principio non mi resi conto di ciò che stava accadendo

Il principio del mio discorso contiene i ringraziamenti

E’ il momento di dare principio al mio nuovo libro

Ricomincia dal principio

Quindi si parla di tempo ma non solo. Posso anche parlare di tempo e di spazio:

Il principio del nostro viaggio fu visitare Roma.

Spesso viene direttamente contrapposto al termine “fine”. Quindi c’è ad esempio il principio di un libro e la fine di un libro. E’ dunque un termine più concreto rispetto a “inizio” perché spesso si preferisce quando il periodo è circoscritto e specificato, o comunque dove almeno l’inizio è ben determinato:

Il principio dell’anno

Il principio del mese

il principio di una nuova vita

Non è un caso che all’inizio degli studi di una lingua si parli di principiante di una lingua.

Questa persona si trova al principio degli studi, che iniziano in un momento determinato.

Si usa spesso, ad ulteriore conferma di questo, la frase “dal principio alla fine, che significa completamente, per tutta la durata, per tutta l’estensione, per tutta la lunghezza ecc.

Devo studiare la prima guerra mondiale dal principio alla fine

Dal principio alla fine del libro

I tifosi hanno sostenuto la squadra dal principio alla fine della partita

Il tuo discorso è chiaro dal principio alla fine

Spesso succede che, sempre perché si parla di periodi con un inizio ben preciso, il termine principio sia simile anche a causa, origine di uno o più cose che sono accadute dopo.

Il Covid fu il principio delle difficoltà di Marco
La vincita alla lotteria fu il principio della fortuna della mia famiglia

Un secondo significato molto importante del termine è simile al termine “concetto“, di qualcosa che sta alla base di un ragionamento o di una convinzione, che possono formare anche una vera disciplina, una scienza, una dottrina.

Simile anche al “fondamento” di cui ci siamo occupati nell’episodio 256.

Come si usa quindi il termine principio in questo senso?

Posso dire che ogni religione ha i suoi principi su cui è fondata, i suoi convincimenti, qualcosa che è considerato vero o valido.

Anche una scienza ha i suoi principi. Infatti si parla di “metodo scientifico” , fondato su principi come il principio della riproducibilità degli esperimenti per alcune scienze, oppure il principio di dire la verità e agire razionalmente sulla base di dati di pubblico dominio, accessibili. I principi impongono delle regole da rispettare o cose in cui credere, quindi coinvolgono questioni anche morali, come i principi del cristianesimo. I dieci comandamenti da rispettare sono tra i principi fondamentali della fede cristiana.

Quando costruisco una disciplina su delle basi generali, posso ugualmente chiamarli principi, perché è da questi principi che deriva tutta la teoria.

Avete fatto caso che molti libri scolastici si chiamano così:

Principi di economia

Principi di statistica

Principi del diritto

ecc.

Ma anche più banalmente, senza chiamare in causa religioni, scienze o discipline, anche un semplice ragionamento è basato su dei principi che è qualcosa che si ritiene vero, quindi convinzioni o presupposti essenziali. Anche questi sono principi.

Io ad esempio parto dal principio che per imparare una lingua occorre ascoltare molto e parlare molto. I principi su cui si basa il mio pensiero sono le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

Se tu mi dici che per ottenere un risultato, per raggiungere un obiettivo puoi usare qualsiasi mezzo, io posso risponderti che il principio secondo cui il fine giustifica i mezzi non lo accetto. Questo è un principio sbagliato.

Il tuo discorso è basato su un principio sbagliato.

Una frase molto diffusa è poi “una questione di principio“.

Questa frase si usa quando si tiene molto ad una regola, si ritiene che una regola sia importante, che un principio sia importante, e che quindi vada rispettato, anche quando, al limite, le conseguenze del non rispettarlo possono sembrare trascurabili.

Vediamo come si usa:

Non puoi passare in questa strada, non vedi che è senso vietato? Non importa se è notte e non c’è nessuno adesso. E’ una questione di principio.

Quindi questa regola non dev’essere posta in discussione, questo divieto vale sempre, anche se non passa nessuno, anche se è notte.

No, io non mi vaccino perché sono contrario al vaccino. Non importa se sarò licenziato, non importa se il vaccino è gratuito. Ne faccio una questione di principio.

Lo Stato non deve pagare i tamponi ai no-vax, è una questione di principio.

Un’altra frase molto usata è:

In linea di principio

Che significa: sul piano teorico.

In genere quando usiamo questa locuzione lo si fa sempre in contrapposizione ad una nostra idea che è contraria, perché la teoria e la pratica spesso non vanno d’accordo.

Non sono contrario in linea di principio ai vaccini, però mi sembra ingiusto costringere le persone a farlo.

Significa che non ho alcun convincimento che mi fa andar contro ai vaccini, non ho prove che siano nocivi per l’uomo, non sono un no-vax, però sono contrario all’obbligo alla vaccinazione per una questione di libertà, anche se vaccinarmi non va contro ad un mio principio.

Evidentemente chi ragiona in questo modo si basa sul principio secondo cui non si possono obbligare le persone a vaccinarsi per una questione di libertà. Un principio che non trova invece d’accordo coloro che mettono il principio della salute al primo posto.

La tua libertà finisce dove comincia la mia!

Anche questo è un principio.

Si parla spesso anche di sani principi.

Se una persona è di sani principi significa che è una persona onesta e corretta, ma lo si può dire anche di chi non ha mai fumato, ha sempre creduto nello studio, non si è mai drogato, chi desidera avere una famiglia e crescere dei figli.

Sin dal principio dell’episodio sapevo che sarei andato ben oltre i due minuti. Pazienza. A chi mi ascolta e si lamenta di questo rispondo che in linea di principio avete ragione ma non ne facciamo una mera questione di principio altrimenti non riesco a dire tutto ciò che vorrei.

Non resta che ripassare allora. La parola ai membri:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Rafaela (Spagna): scusate ragazzi, vorrei sapere se conoscete Torquator Tasso. Badate bene, ho messo una r in più (Torquator) e qualcuno potrebbe pensare si tratti di un errore. Urge allora una delucidazione in merito.

Albéric (Francia): bisogna prendere atto che ci sono quantomeno tre cose che hanno questo nome, con o senza erre.

M3: A scanso di malintesi qualcuno potrebbe fare luce? Attendo lumi.

Marcelo (Argentina): Torquato Tasso è stato un scrittore e poeta italiano del XVI secolo. Il suo capolavoro è considerato il poema “Gerusalemme liberata”. L’opera, che poi sarebbe stata pubblicata solo a 40 anni dalla sua morte, verte sulla prima crociata e la guerra tra cristiani e musulmani.

Harjit (India) : cosa dire circa il secondo significato? Torquato Tasso è anche un’opera teatrale di Johann Wolfgang von Goethe, uno scrittore tedesco, direi anzi lo scrittore tedesco per antonomasia. Goethe ha scritto quest’opera durante un viaggio in Italia e ha anche visitato la citta di Ferrara, là dove Torquato Tasso aveva vissuto.

Hartmut (Germania): Torquator Tasso (con la erre finale stavolta) è invece un cavallo tedesco. Si tratta di un cavallo da corsa. Quest’anno ha partecipato alla famosa corsa Prix de l’Arc de Triomphe in Francia. Volete sapere se ho scommesso su di lui?
Nemmeno per sogno! Infatti mai avrei pensato che Torquator Tasso potesse raggiungere uno dei primi posti, e i fatti era quotato 1:100! A priori le probabilità che vincesse erano remote. Sennonché invece ha vinto!

Rauno (Finlandia): bravissimi! Siete stati molto concisi. Ben vengano i membri che hanno queste idee geniali sui ripassi. Così possiamo unire l’utile al dilettevole, o se vogliamo prendere, come si suol dire, due piccioni con una fava.

Peggy (Taiwan): hai detto unire l’utile al dilettevole? Questa non è stata ancora spiegata ancora! E neanche prendere due piccioni con una fava. Le hai usate anzitempo, forse per sbaglio?

Irina (California): infatti fortuna vuole che sarà l’argomento del prossimo episodio. Ormai la frittata è fatta. Ci aggiorniamo domani.

649 La frittata è fatta

La frittata è fatta (scarica audio)

Trascrizione

Giuseppina: qualche tempo fa abbiamo visto un’espressione particolare in cui è presente la parola “frittata“.

Sto parlando di rigirare o rivoltare la frittata, che, se ricordate, significa rimangiarsi quanto detto o promesso in precedenza, o anche cambiare le carte in tavola (un’altra espressione simile).

Rimanendo sempre in tema di frittata, oggi vediamo come “fare una frittata“.

Questa però non è una lezione di cucina, non voglio insegnarvi una ricetta anche perché è abbastanza facile fare una frittata nel senso proprio del termine.

Basta prendere delle uova, sbatterle, metterci del sale se volete e poi versare le uova in una padella in cui avete fatto scaldare poco olio.

No, non è questo che vorrei fare oggi, sebbene l’abbia appena fatto!

Voglio invece dirvi che fare una frittata ha anche un senso figurato. Stiamo parlando di un grosso guaio combinato da qualcuno, un guaio solitamente irreparabile. Si tratta di guai mai troppo seri comunque in questo caso.

Vediamo qualche esempio:

Un uomo si è distratto col telefono mentre guidava senza accorgersi che c’era la polizia. Quando se n’è accorto ormai la frittata era fatta.

Se si fosse accorto prima della polizia avrebbe potuto rimediare ma così non è stato e ha preso una bella multa.

Per fare uno scherzo a sua moglie, Giovanni le ha detto via whatsapp di avere un’amante e che sarebbe andato a vivere con lei. La moglie, che ci ha creduto, è stata felice di questo e gli ha confessato che anche lei ha un amante da anni e finalmente anche lei potrà essere felice finalmente. Giovanni non l’ha presa bene ma ormai la frittata è fatta.

Come avrete capito una volta fatta la frittata, anche quella con le uova intendo, è impossibile tornare indietro. Ormai le uova sono state sbattute, buttate in padella e cotte.

Questa è l’immagine di ferimento. Infatti quando si dice che la frittata è fatta spesso si apre la frase con “ormai“:

Ormai la frittata è fatta.

Si usa quasi sempre in questo modo, oppure col verbo rischiare o quando comunque mi avvicino a fare un guaio:

Mi sono distratto alla guida e ho rischiato seriamente di fare una frittata.

Per poco non facevo una frittata stamattina. Durante l’esame di italiano stavo per dire che non ho mai studiato la grammatica!

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): a me le frittate piacciono con le patate e le zucchine. Poi metto sempre un po’ di formaggio che è la morte sua.

Marcelo (Argentina): io le uova le faccio alla coque. Tre minuti o giù di lì e via! Così il tuorlo rimane liquido.

Komi (Congo): il tuorlo liquido non se ne se parla proprio! Ne potrebbe andare della mia salute! Mi sembrerebbe di fornire un assist ai virus e di questi tempi non mi sembra il caso.

Enrico (Italia): forse questo significa quallcosa…

Harjit (India): mamma mia che fisime! Mi fai venire in mente mia nonna a tratti. Anche lei aveva la fissazione delle malattie. Solo a sprazzi era tranquilla e serena. Però la sua frittata con le cipolle era la migliore. Ma meglio che la finiamo qua prima che mi venga il magone!

648 Facile

Facile (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi un episodio dedicato all’aggettivo facile.

Tutti voi sicuramente sapete usarlo correttamente e anche facilmente immagino.

Le cose facili non richiedono infatti una particolare dote, non presentano difficoltà o molta applicazione.

Mi interessa però parlarvi dell’espressione:

Avere qualcosa facile.

e

Essere facile a far qualcosa

Si tratta di esprimere una capacità, una particolare abilità o anche l’incapacità a fare qualcosa.

Se dico:

Sono facile all’ira

Vuol dire che mi arrabbio facilmente, che non riesco a controllarmi. Non ne sono capace, sono incline all’ira.

Analogamente posso dire che:

Sono facile a perdere il controllo

Cioè non riesco a controllarmi. Perdo facilmente il controllo.

Sono facile ad arrabbiarmi

Sono facile all’arrabbiatura

Cioè mi arrabbio facilmente.

Sono facile al bere

Questo significa che cedo facilmente, che non ho qualche capacità di controllo con l’alcool.

Posso anche usare il verbo avere:

Ho l’arrabbiatura facie

Stesso significato si “essere facile all’ira”. Il verbo avere si usa con i sostantivi:

Ho la pistola facile

Ma posso farlo anche col verbo essere:

Sono di pistola facile

Questo significa che sparo facilmente, che non riesco a controllarmi quando ho una pistola in mano. Mi manca questa capacità di controllo.

C’è quasi sempre, anche col verbo avere, questo senso di mancanza di controllo. Questa è la capacità di cui si parla, quasi sempre.

Giovanni ha l’insulto facile

Chiaramente Giovanni ricorre facilmente all’insulto, quindi insulta con una certa facilità, non si fa molti problemi, non ha capacita di controllarsi.

Marco ha il bicchiere facile

Questo è più complicato, ma sapendo che ha a che fare col controllo si può capire che Marco ha dei problemi legati all’alcool.

Spesso c’è un sostantivo dunque, come in questo caso (bicchiere) che però allude all’incapacità di controllo.

Potete anche non parlare di controllo, sebbene sia meno frequente. Se ad esempio mi oriento facilmente, posso dire che ho l’orientamento facile.

In sostanza l’espressione si può usare per qualunque attività che risulti facile per una persona.

L’uso del verbo essere o avere dipende dalla circostanza. Quando c’è un sostantivo che rende bene l’idea di ciò che volete dire potete usare preferibilmente il verbo avere, altrimenti il verbo essere:

Sono facile ad ingrassare

Questa è una capacità non nel senso proprio del termine ma si usa anche così.

Maria ha lo starnuto facile

Evidentemente Maria è un soggetto allergico o è sempre raffreddata. Anche questa non è una vera capacità, ma resta la mancanza di controllo.

Un arbitro può avere il cartellino facile

Si parla di un arbitro severo perché ammonisce (cartellino giallo) o espelle (cartellino rosso) facilmente i calciatori.

Questo arbitro è facile all’esplulsione o all’ammonizione.

Questa è l’alternatuva usando il verbo essere.

Altri esempi?

Giovanna ha la lacrima facile

Giovanna è facile al pianto

Quindi Giovanna piange facilmente, non riesce a controllarsi, non ha questa capacità.

Adesso ripassiamo, altrimenti qualcuno potrebbe dire che sono facile all’esagerazione nelle spiegazioni.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Karin (Germania): avete visto che Il Nobel per la Fisica 2021 è stato assegnato all’italiano Giorgio Parisi? Pare sia un signor fisico.

Anthony (Stati Uniti): capirai!

Komi (Congo): come sarebbe a dire capirai? Parisi è stato premiato per le sue ricerche sui sistemi complessi. Mica pizza e fichi.

Edita (Repubblica Ceca): non so valutare la bontà delle sue ricerche.

Albéric (Francia): a me la parola sistemi, già da sola, mi fa pensare a cose pesanti da leggere e studiare.

Cat (Belgio): se poi sono anche complessi, questo provoca in me un vero turbamento!

Anthony (Stati Uniti): e perché mai? Neanche fossi una persona poco intelligente! Non ti buttare giù così.

Rauno (Finlandia) e Marguerite (Francia): tanto di cappello a Parisi comunque. L’umanità farà sicuramente tesoro delle sue ricerche.

Circostanziare – VERBI PROFESSIONALI (n.70)

Il verbo CIRCOSTANZIARE

Descrizione

Il verbo CIRCOSTANZIARE è il numero 70 dei verbi professionali. Vediamo anche la differenza tra la circostanza e la situazione, la condizione e il contesto. Durata: 12 minuti

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La tangente, la bustarella, la mazzetta e il pizzo – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 16)

La tangente (scarica audio in giornata)

Indice degli episodi

 

Descrizione

In questo episodio parliamo di alcuni termini specifici relativi alla criminalità organizzata, in particolare dei termini mazzetta, bustarella, tangente, e pizzo. Vediamo anche i due verbi estorcere e taglieggiare.

Durata: 10 minuti

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647 Essere un signore

Essere un signore

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Trascrizione

Giovanni:

Vi faccio una domanda. Io sono un signore?

Qualcuno potrebbe rispondermi:

Tu sei il signor Giovanni

Si, tu sei un uomo di una certa età quindi sei un signore

Oppure

Tu sei un signor professore di italiano

Nel primo caso è un titolo di cortesia o di rispetto per gli uomini: il signor Giovanni; il signor notaio; il signor ministro.

Nel secondo caso come abbiamo visto si fa riferimento a oggetti o cose degni di nota, notevoli per le loro qualità o caratteristiche.

Allora io vi dico che il termine signore ha anche un altro significato.

Infatti essere un signore è un’espressione che si può usare per indicare una persona che ha dei comportamenti molto educati. Nel caso si una donna naturalmente diventa essere una signora.

Spesso si sente usare anche il termine galantuomo, che però non ha l’equivalente femminile, e inoltre quando usiamo il termine signore non intendiamo solamente essere una persona perbene, dai modi gentili e educati.

Negli ambienti bene in effetti significa esattamente questo: essere una persona dalle buone maniere, una persona a modo, come si suol dire, che sa comportarsi come si deve, con educazione e garbo. In questi casi spesso si dice:

Essere un vero signore

Signori si nasce

Ricordate che perbene si usa soprattutto riguardo all’onestà ma anche per l’educazione e la gentilezza.

Un signore invece si usa soprattutto per indicare, oltre che l’educazione, in modi molto gentili, il comportamento in alcuni frangenti, e il modo di reagire.

Apre sempre la porta al passeggero dell’automobile. Un vero signore.

Fai il signore, lascia la mancia al cameriere.

Un signore non reagisce agli insulti

I veri signori si riconoscono dai piccoli gesti quotidiani.

Si è comportato da vero signore, ha pagato tutto il conto da solo

Fai il signore, sorridi anche se vorresti picchiarlo!

Attenzione però perché “fare il signore” può anche avere un significato negativo. Significa infatti anche vivere di rendita, o vivere al di sopra delle proprie disponibilità, o vivere alle spalle di altre persone senza preoccuparsi di quanto si spende.

Vedi quel ragazzo? Fa il signore lui! Fuma, spende, la macchina nuova ogni 5 anni, mentre la mamma lavora 13 ore al giorno.

E adesso torniamo alla frase “un signore con la S maiuscola” che abbiamo incontrato qualche episodio fa.

Adesso potete capire come un “signore con la S maiuscola” possa anche essere inteso come un “vero signore“, un signore come si deve, un uomo dai modi molto gentili, come pochi altri.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mariana (Brasile): ho letto che anche il tempo è galantuomo. Perché, che voi sappiate?

Albéric (Francia): perché alla fine il tempo ristabilisce sempre la verità, ripara tutti i torti. Sicché basta aspettare e il tempo fa sempre giustizia.

Marcelo: tu zitto zitto hai imparato un sacco di cose più di me sulla lingua italiana.

Jing (Cina): non è che non ce la racconta giusta e non ci ha detto che ha vissuto in Italia?

Cat (Belgio): hai sempre il sospetto che qualcuno ti menta! Una vera fissazione la tua!

646 Avere il magone

Avere il magone

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Trascrizione

il magone

Foto di mohamed Hassan da Pixabay

Giovanni: sicuramente tutti voi, almeno una volta nella vita avete provato una particolare sensazione, che consiste in una persistente afflizione. Il nome a cui dare questa sensazione è MAGONE.

Vediamo bene. Un’afflizione sapete cos’è? Quando una persona è afflitta è in uno stato di tristezza e di angustia, quindi quando è triste, angustiata, cioè quando è tormentata; sopraffatta dal bisogno o dalle preoccupazioni o dal dolore.

Avere o provare un “magone”  è una sensazione che si prova soprattutto quando si avverte un “nodo alla gola”. Anche questa è un’espressione molto usata.
Quando il cuore batte forte si sente in effetti una sensazione  al collo, come se si avesse un “nodo” alla gola. E’ un segnale spesso di origine nervosa e si associa ad uno stato di ansia o di depressione:
Il “magone” è un termine più informale, che sottolinea ugualmente un stato di agitazione costante. Avete presente l’espressione “un’anima in pena“? Quella è la sensazione che emerge dall’esterno, guardando una persona che ha un magone per qualche motivo, e si trova in uno stato di agitazione o tristezza tale che non riesce a pensare ad altro.

Il magone si usa spesso quando si fanno esami all’università per sottolineare l’agitazione. Oppure un atleta, prima di fare una prova, potrebbe essere assalito dal magone.

Mi è venuto un po’ di magone pensando alle cose che devo fare in ufficio. Forse non ce la farò.

Il magone può venire anche per una sensazione di nostalgia, dispiacere per qualcosa che si lascia, per qualche cambiamento avvenuto e pensando al passato, pensando ai bei momenti passati viene un po’ di magone.

Anche uno studente, rientrando a scuola dopo l’estate, potrebbe essere travolto dal magone.

Anche quando si perde un’occasione, al pensiero di ciò che poteva accadere potrebbe venire il magone: la nostra testa va, col pensiero, a ciò che era o a ciò che poteva essere e invece non è più o non potrà essere. 

Il nodo alla gola è probabilmente più intensa come sensazione, più adatta per descrivere l’emozione o l’agitazione per qualcosa che sta per accadere, come un esame o un calcio di rigore in una finale di coppa del Mondo (o campionati Europei…).

A coloro che ascoltano da poco tempo gli episodi di Italiano Semplicemente, pensando che questo è il numero 646 della rubrica dei “due minuti“, potrebbe venire il magone per l’ansia di dover ascoltare tutti gli episodi passati. Ma fatevi subito passare il magone, perché adesso ne ripassiamo qualcuno, come facciamo sempre. Ascoltate i ripassi dalla voce dei membri dell’associazione, perché la registrazione dei ripassi è appannaggio solamente dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. 

Una ultimissima cosa voglio dirvi. Qualcuno potrebbe vedere nell’ansia qualcosa di analogo rispetto al magone, e infatti il magone può essere usato al limite al posto di ansia, ma l’ansia viene fondamentalmente per qualcosa che preoccupa e che riguarda l’immediato futuro, quindi una preoccupazione per qualcosa di brutto che potrebbe accadere. Il magone invece si può avere anche pensando semplicemente al passato, come si è detto prima. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Marguerite (Francia): dicesi magone la sensazione di un groppo alla gola dunque. Un groppo alla gola comunque è sempre meglio che un calcio nel sedere! 

Hartmut (Germania): Ma lei chi è? Le spiegazioni le da solo Giovanni in questo sito! Fornisca le sue generalità per favore!

Harjit (India): non esageriamo dai, Marguerite da qualche tempo a questa parte viene sempre trattata male. meglio non infierire.

Irina (Stati Uniti): a proposito di magone, mi viene in mente il quadro di Van Gogh di quel vecchietto seduto sulla sedia con la testa tra le mani. Ce l’avete presente?

Peggy (Taiwan): come no, ma se continuiamo a parlare di magone di questo passo ci mettiamo tutti a piangere in men che non si dica!

Marguerite (Francia); allora allegria! Dicesi allegria un vivace stato d’animo gioioso e spensierato! 

Ulrike (Germania): ma questa ancora insiste? Abbi la bontà di fare silenzio una volta per tutte invece di dire stupidate.

 

645 Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

Strizzare l’occhio e fare l’occhiolino

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA) (REGISTRATI)

Trascrizione

Giovanni: sapete che ci sono un sacco di modi di usare l’occhio, intendo il termine “occhio” , nella lingua italiana. A quanto pare l’occhio non serve solamente per la vista.

Uno di questi modi è strizzare l’occhio (attenti alla pronuncia della zeta) poi ce ne sono anche altri, che hanno un senso figurato tipo:

Chiudere un occhio

Occhio!!

Chiudere gli occhi

Fare l’occhio languido

Buttare un occhio

Dare un’occhiata

Avere occhio

Strabuzzare gli occhi

Ecc.

Oggi vediamo la prima frase che ho detto, cioè strizzare l’occhio. Partiamo da strizzare, che tecnicamente, ma solo nel caso dell’occhio, equivale a chiuderlo per un attimo. Parlo al singolare perché solamente un occhio va chiuso per un attimo, altrimenti state chiudendo gli occhi.

Strizzare normalmente è simile a stringere, o meglio, torcere fortemente qualcosa in modo da farne uscire il liquido di cui è imbevuto.

Si può strizzare una spugna, oppure uno straccio. Quando si strizza l’occhio invece semplicenete si chiude per un attimo, a volte molto rapidamente, senza farsi vedere dagli altri, e in questo caso meglio usare l’espressione “fare l’occhiolino“, a volte più lentamente, enfatizzando il movimento, accompagnandolo con un movimento della bocca.

Ma perché si strizza l’occhio? E perché si fa l’occhiolino?

Lo si può fare per diverse ragioni.

È innanzitutto un gesto di complicità. La complicità non consiste solamente nel fare una rapina insieme ad un altro criminale. Infatti anche in quel caso si parla di complicità, perché si tratta di una partecipazione a un’azione criminosa o moralmente riprovevole. Si sente spesso parlare di un rapinatore di una banca e di alcuni complici che lo hanno aiutato a fare la rapina. Rubare i soldi, rapinare i soldi in una banca è appunto un’azione criminosa.

Parliamo non di questa complicità, ma di un altro tipo di accordo e di aiuto, cioè quella che si può chiamare una intesa. Si parla perlopiù di scherzi.

Se Giovanni e Marco fanno uno scherzo a me, si può dire che sono due complici. Posso dire che hanno un’intesa, e questa complicità è finalizzata a farmi uno scherzo. La complicità è sempre in qualche modo ai danni di altre persone.

Giovanni mi fa uno scherzo con la complicità di Marco.

Per fare un accordo di questo tipo bisogna parlarne prima, quindi Giovanni e Marco probabilmente si sono parlati e poi mi hanno fatto lo scherzo.

Ma uno scherzo può anche essere improvvisato, senza nessun accordo precedente. Se Giovanni inizia a fare questo scherzo ai miei danni, per divertirsi con me, io non devo capire che si tratta di uno scherzo, ma Marco, se è presente anche lui in quel momento, lui invece deve capirlo, anche se Giovanni non gli ha detto nulla prima. Ecco che Giovanni, per far capire a Marco che mi sta facendo uno scherzo, gli strizza l’occhio, gli fa l’occhiolino senza farsi vedere da me, altrimenti lo capirei anch’io.

Questo gesto sostituisce una spiegazione a parole e significa “stai al gioco, si tratta di uno scherzo”.

A quel punto Marco capisce tutto e risponde, volendo, anche lui con l’occhiolino.

Giovanni e Marco a qusto punto sono complici nello scherzo ai miei danni. La loro complicità, il loro accordo, sono iniziati nel momento in cui Marco ha capito il significato dell’occhiolino fatto da Giovanni.

Strizzare l’occhio comunque può anche semplicenete essere un gesto che esprime amicizia, quindi un amico può strizzare un occhio ad un altro semplicemente strizzandogli un occhio anziché dire “ciao”, o anche facendo entrambe le cose.

Solitamente però il gesto di strizzare l’occhio serve a non farsi vedere o sentire da altri.

Si può anche strizzare l’occhio ad una ragazza o un ragazzo per manifestarle/gli che ti piace, e in questo caso sostituisce un sorriso.

È un po’ anche come dire: ci vediamo dopo. Anche questa è una complicità, che però può anche mettere in imbarazzo perché può essere recepita come una forma di esagerazione e anche come un gesto poco educato.

Ma chi ti ha dato questa confidenza per farmi l’occhiolino? Noi due non abbiamo nessuna complicità!

Strizzare l’occhio si sente spesso anche nei notiziari, nei telegiornali e quindi in tv e alla radio, perché si usa in politica, quando si vuole far riferimento ad un certo tipo di complicità.

Pensiamo ai partiti di destra, o meglio di destra moderata o di centro destra, perché non dicono di essere di estrema destra, ma allo stesso tempo spesso si dice che facciano l’occhiolino ai fascisti, che strizzino l’occhio alla destra più estrema.

Si vuole dire che, sebbene non apertamente, abbiano dei legami di complicità con la destra estrema, con i gruppi più estremi e dunque violenti.

Questa complicità si può notare da alcuni comportamenti dei politici, da delle dichiarazioni pubbliche di alcuni politici, da frasi che si ascoltano, da gesti che si fanno in pubblico, eccetera.

Ovviamente si può strizzare l’occhio anche alla sinistra o ad altri gruppi e schieramenti politici.

C’è sempre comunque qualche atteggiamento un po’ ambiguo, poco chiaro alla base. Qualcosa di nascosto.

Potremmo anche parlare di una manifestazione che strizza l’occhio ai no-green pass, o di una legge che strizza l’occhio alle grandi aziende.

A volte, come in questo caso, si tratta di una legge favorevole a qualcuno, che porta giovamento alle grandi aziende in questo caso (di tipo economico in questo caso), sebbene non sia presentata ufficialmente in questo modo.

Questo è strizzare l’occhio.

Notate infine che se si strizzano entrambi gli occhi il significato cambia completamente.

Questo gesto si fa quando non si crede a qualcosa che si vede, tanto che si strizzano gli occhi (con le mani però) perché ciò che si vede sembra incredibile.

L’espressione è simile a strabuzzare gli occhi, cioè aprirli (stavolta è aprirli) in modo tale che gli occhi sembrano uscire dalle orbite, anche per terrore oltre che per meraviglia.

Questo è strabuzzare gli occhi.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit (India):
Fra i migliori cantautori italiani annovererei senz’altro Francesco Guccini. Un cantautore di vecchio stampo come si suol dire, Quale delusione per i suoi fan quando Guccini 9 anni fa o giù di lì , ha smesso di cantare. Tanti speravano che tornasse alla carica. Nisba però. Ce ne faremo una ragione.

Mary (Stati Uniti): comunque, bontà sua, ne ha fatti parecchi di capolavori.

Marcelo (Argentina): Vasco Rossi è, a mio modesto parere, tanto bravo quanto lui, ma si rivolge ad un pubblico più giovane.

Mary (Stati Uniti): a proposito di giovani, la butto lì: Jovanotti? Non fosse altro che per per la sua voce unica e il suo stile sempre giovanile.

Xin (Cina): io dico Rino Gaetano. Mi rendo conto che se n’è andato tanti anni fa, ma il cielo da allora è sempre più blu.

Peggy (Taiwan) e Marguerite (Francia): grande Rino. Scomparso anzitempo purtroppo. Per non saper né leggere né scrivere io voto per Fabrizio de André. Un poeta e al contempo un cantautore.

Sofie (Belgio): Lucio Battisti non era un cantautore perché Mogol componeva le sue canzoni. Però tanto di cappello anche a lui. Tant’è vero che la sua inimitabile voce, atipica, apparentemente stonata, la rende unica nel suo genere.

Edita (Repubblica Ceca): io ho ascoltato dal vivo solamente Lucio dalla, Renato Zero e Paolo Conte. Cantautori con la C maiuscola. Ve li consiglio, vi piaceranno nella misura in cui siete capaci di apprezzare la buona musica. Non me ne vogliano gli altri.

Evincere – VERBI PROFESSIONALI (n.69)

Evincere (scarica audio)

Descrizione

Giovanni: il verbo EVINCERE è il numero 69 dei verbi professionali.

Per capire evincere, meglio dirlo subito, non aiuta vedere che c’è da dentro il verbo vincere.

Invece evincere ha a che fare con il ragionamento, quindi con il pensiero. Ragionare a cosa serve?

Serve ad esempio a capire le conseguenze di ciò che accade, serve a capire la logica degli eventi, serve a trarre delle conclusioni, fare deduzioni.

Quando riusciamo a capire una conseguenza di un fatto, possiamo usare il verbo EVINCERE. Non solo questo verbo però.

Questo si capisce anche dalla definizione di evincere:

Dedurre, desumere, ricavare.

Questi sono tre verbi analoghi. Tutti hanno anche a che fare con il ragionamento.

Una prima cosa da dire per iniziare a distinguere il verbo EVINCERE è che si usa quasi sempre in modo impersonale:

Si evince

Si può evincere

Si potrebbe evincere

Questa è la parte centrale solitamente delle frasi col verbo evincere. Subito dopo va indicato il risultato del ragionamento, mentre prima bisogna indicare l’origine, ciò da cui si evince il risultato.

Es:

Dalle sua risposta si evince che non ha capito la domanda.

Cioè ho ascoltato la risposta che ha dato e da questa risposta, ascoltando questa risposta, si capisce, si deduce, di evince, si ricava che la domanda non è stata compresa.

Verrebbe da dire che evincere è simile quindi anche a “capire” è “comprendere“, e questo è senz’altro vero e si evince dall’esempio precedente.

Vedete che si tratta di un ragionamento che vogliamo estrarre da un fatto.

Se una persona appena mi incontra mi dice “ciao Giovanni, come stai?” da questo si evince facilmente che questa persona mi conosce.

Difficilmente troverete “io evinco”, “tu evinci” eccetera e ancora più difficilmente lo troverete utilizzato al passato, futuro, passato remoto eccetera.

Al massimo potete trovare, oltre alla forma impersonale:

Puoi evincere

Possiamo evincere

Potete evincere

Potrai evincere

Comunque si usa in modo impersonale quasi sempre:

Dal numero delle vittime del Covid si può evincere che si è trattato di una pandemia.

Dal peso della bilancia si evince che quest’ultima settimana ho mangiato troppo.

Dalla puzza di bruciato che sento evinco (si evince) che stasera non si cena.

Se mi riferisco ad una persona o più persone, con io, tu, lui, lei o loro, meglio usare il verbo dedurre o ricavare o desumere

Non c’è Giovanni oggi in ufficio. Ne deduco che abbia avuto problemi.

Quale insegnamento ricaviamo da quanto accaduto?

Dalla confusione che vedo, desumo che questa sia la stanza di Emanuele

Non c’è una legge precisa che dice che bisogna usare un verbo e non un altro nelle varie circostanze, perché anche dedurre, desumere e ricavare sono altrettanto diffusi e adatti nelle stesse situazioni, anche in senso impersonale.

In ambito familiare e tra amici non si usa però evincere e neanche dedurre e desumere. Più facile usare capire e ricavare:

Dalla tua faccia capisco che sei arrabbiato con me

Cosa ricaviamo da questa sconfitta? Sicuramente possiamo ricavare alcuni insegnamenti da usare in futuro.

Ricavare però spesso è legato al ricavo economico, all’utilità economica.

Dedurre invece, sebbene molto vicino nel significato, spesso si usa in filosofia e in matematica, nel senso che c’è un risultato che si ricava per deduzione, attraverso una deduzione, qualcosa di ovvio, di matematico, di logico.

Evincere invece esprime più un’operazione di deduzione che presume un ragionamento meno logico, meno matematico, una deduzione che tutti possono fare e che è normale fare. Non c’è bisogno di fare ragionamenti numerici o complicati. Ci si riferisce come detto di solito a tutti, essendo impersonale, pertanto è un pochino più accademico rispetto ai verbi simili.

Ci vediamo al prossimo verbo professionale. Da questa frase si evince facilmente che l’episodio è finito.

Se volete potete dare un’occhiata anche all’episodio, secondo me utilissimo, dedicato a come esprimere le conseguenze.

644 Un signore con la S maiuscola

Un signore con la S maiuscola

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Trascrizione

Giovanni: allora ragazzi, dopo aver parlato della bontà negli ultimi due episodi, bontà che come abbiamo detto può misurare le qualità di qualcuno o qualcosa (la bontà di una persona, di un lavoro fatto, di un prodotto ecc.) oggi non ci allontaniamo tanto dal discorso, perché parliamo sempre di qualità.

Nell’episodio dedicato all’espressione bell’e buono se ricordate abbiamo parlato dell’uso della lettera maiuscola per sottolineare la eccezionale qualità, bellezza o bontà di qualcosa.

Questo è la prima cosa di cui voglio parlarvi oggi. Si tratta comunque di linguaggio familiare.

Infatti se ad esempio sappiamo che in un ristorante si mangia benissimo, potremmo dire che è un ristorante con la R maiuscola.

Non è un caso che nella lingua italiana la lettera maiuscola si usi anche, tra le altre cose, in segno di rispetto, tipo quando diamo del lei ad una persona lo scriviamo con la elle maiuscola (Lei), anche all’interno della parola a volte (voglio scriverLe per dirLe…).

Questo discorso vale per tutte le lettere ovviamente nell’espressione “con la maiuscola“.

. Un tecnico esperto di computer, potremmo definirlo, per fargli un complimento, come un tecnico con la T maiuscola.

Questo possiamo farlo ogniqualvolta ciò che stiamo valutando ha caratteristiche migliori, in termini di qualità ben definite, dei suoi simili.

Le caratteristiche devono essere ben definite, quindi se dico che la mia casa è una casa con la C maiuscola, si capisce che ha qualcosa che la rende forse molto bella, ma forse molto comoda o forse entrambe le qualità. Forse volevamo dire molto grande? Non è ben chiaro.

Deve essere ben chiaro a cosa ci riferiamo quando usiamo questa espressione. La cosa può anche essere scherzosa:

Una squadra con la S maiuscola

Una nonna con la N maiuscola

Un’amicizia con la A maiuscola

Questi sono esempi abbastanza evidenti, e più o meno è lo stesso se parlo di un uomo con la U maiuscola. Dipende però dal discorso che stiamo facendo. 

Se una donna dice che il suo uomo è un uomo con la U maiuscola, magari facendo un sorrisetto compiaciuto, probabilmente si riferisce a qualcosa di intimo. Si tratta di qualcosa di eccezionale e, parlando di prestazioni, l’espressione diventa persino più semplice:

La mia squadra oggi ha fatto una gara maiuscola. 

Nello sport si usa molto spesso: una gara maiuscola, una prova maiuscola, una prestazione maiuscola ecc. Si tratta di una grande prestazione, anzi di una GRANDE prestazione. 

La seconda cosa che voglio dirvi oggi è l’uso del termine “signor”  (al maschile senza la e finale) e “signora“, sempre per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa e che si usano sempre in modo familiare e con tono scherzoso con riferimento a qualcosa di eccellente, eccezionale, di grande valore o bontà o bellezza:

Questo non è un sito per imparare l’italiano, ma è un signor sito per imparare l’italiano!

 Non parlo ovviamente di un signore, inteso come un uomo distinto o di mezza età, ma sto dicendo che questa cosa è eccezionale.

La mia macchina ha 30 anni e non si è mai rotta. é veramente una signora automobile.

E’ sostanzialmente come dire che è un’ automobile con la A maiuscola.

Si usa anche al femminile come si è visto:

Una signora automobile

Una signora lavatrice 

Ecc 

Adesso avete queste due possibilità in più dunque per sottolineare l’eccezionalità di qualcosa. Usatele secondo quale suoni meglio a seconda dell’occasione. Chiaramente non suona bene parlare di un “signor uomo” o di una “signora donna” perché non si capirebbe bene cosa vogliate dire.. Meglio usare la maiuscola in questo caso. Tra l’altro un signore con la S maiuscola può avere a un significato particolare di cui parleremo tra qualche episodio. 

Adesso concludiamo con un signor ripasso. Complimenti a chi l’ha realizzato. 

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mary (Stati Uniti): Chi ti sentiresti di annoverare tra le più grandi donne italiane?

Anthony (Stati Uniti): come la vedi Margherita Hack? Secondo me è la scienziata per eccellenza

Peggy (Taiwan): la vedo bene anch’io, ma con tutto il dovuto rispetto per lei, in cima alla lista c’è Maria Montessori, vuoi per il suo pensiero, vuoi per ciò che ha fatto per i bambini.

Ulrike (Germania): ce ne sono tante ma Rita Levi Montalcini mi piace moltissimo: medico, premio nobel, senatrice. E poi smettiamola una volta per tutte di dire che doveva fare figli anziché studiare!

Albéric (Francese): hai ragione. Sono veramente stucchevoli questi commenti! Ce ne vuole di pazienza. 

Edita (Repubblica Ceca): vogliamo non nominare la grande Mina? Non una semplice cantante, bensì un personaggio pubblico che “bucava lo schermo”, come si suol dire. Senza contare che è stata anche la prima donna a indossare una minigonna in televisione. Non so se rendo..

Marcelo (Argentina): non so, non le conosco tutte, ma per non saper né leggere né scrivere io vi farei conoscere mia madre!

Marguerite (Francia) e Anthony (Stati Uniti): ma dai, come te ne esci così? Si intende donne che tutti conoscono, personaggi pubblici. Tua madre non sarà da meno sicuramente rispetto alle altre, e sono sicura che non sfigura neanche davanti ai fornelli!

Lia (Brasile): siere duri di comprendonio forse? È altrettanto chiaro che stava scherzando, come è solito fare da qualche giorno a questa parte.

 

643 La bontà

La bontà (scarica audio)

la bontà

Trascrizione

Giovanni: avevo promesso che oggi ci saremmo occupati di bontà, dunque che bontà sia!

La bontà, innanzitutto, è la caratteristica di ciò che è buono. È ovviamente una qualità.

Che bontà queste fettuccine!

Senti che bontà questo gelato!

Questo piatto è di una bontà pazzesca!

Ma la bontà non è solo una questione di palato. Non solo il cibo può essere buono o cattivo. Nel caso del cibo, consiste nella squisitezza, nel sapore eccezionalmente gradevole.

Per una persona vale la stessa cosa, ma in questo caso la bontà consiste in altro.

Si parla di caratteristiche positive della persona, la sensibilità e la comprensione nei confronti dei mali altrui, quindi si parla di bontà d’animo, di bontà di cuore e quella di carattere.

È dunque un sentimento e una dimostrazione di benevolenza verso gli altri.

Può anche fare riferimento a qualità come la cortesia e la gentilezza.

Anche un lavoro può essere buono o cattivo, cioè ben fatto oppure no, allora posso dire ad esempio:

Devo valutare la bontà del tuo lavoro.

Considerata la bontà del tuo lavoro, meriti una promozione.

Si usa spesso però in modi anche particolari.

Abbiamo già visto ad esempio l’espressione bontà sua, bontà tua, bontà loro, espressioni spesso ironiche.

C’è una modalità particolare, anch’essa ironica, simile a questa appena descritta. L’espressione è “avere la bontà di” fare qualcosa. Questa espressivi può usarsi sia per esprimere une vera bontà:

Es:

Una donna ha avuto la bontà di dare da mangiare a dei cani affamati e di trovargli un padrone.

Sia in senso ironico:

Il mio direttore ha avuto la bontà di ricevermi (il mio direttore, bontà sua, mi ha ricevuto)

Abbi la bontà di ascoltare quanto ho da dirti (queste frasi hanno un senso ironico, quindi contengono in realtà un rimprovero sottile)

Ti ho fatto una domanda. Abbi la bontà di rispondermi.

Abbi la bontà di attendere il tuo turno (questo potete dirlo a chi vi vuole passare avanti nella fila, senza rispettare l’ordine di arrivo)

A volte si usa anche in modo completamente opposto al significato di bontà.

La mia ragazza ha avuto la bontà di lasciarmi

Il mio direttore ha avuto la bontà di licenziarmi.

Questo è un modo per evidenziare il brutto gesto che è stato fatto e non certamente la bontà.

Altre volte comunque, a parte l’essere buoni, la bontà può indicare la buona qualità di qualcosa:

La bontà del tessuto di questi capi d’abbigliamento è indiscutibile

Oppure può indicare l’efficacia:

La bontà di una soluzione si misura con la facilità nel metterla in pratica per risolvere un problema definitivamente.

Adesso, se Giovanni ha la bontà di terminare questo episodio (sono autoironico) possiamo dedicarci al ripasso del giorno:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albèric (Francia): stamattina riflettevo sullo stile di alcuni scrittori perché vorrei cimentarmi anch’io. Ad Esempio Giovanni Verga, tra i narratori italiani più noti della seconda metà dell’800, nella sua narrativa fa appello a due  tecniche: l’impersonalità, che consiste nell’evitare di esprimere giudizi personali e la regressione, cioè scegliere di parlare non dal proprio punto di vista, ma da quello del popolo.

Ulrike (Germania): Alberto Moravia invece dà molta importanza ai dialoghi, usando parole di uso comune, con l’obiettivo di descrivere accuratamente i pensieri e le emozioni dei protagonisti che si incontrano di volta in volta, facendone anche un’interessante indagine psicologica. Anche lui scrive in modo distaccato, così la realtà appare più chiaramente per quella che è.

Hartmut (Germania): Beh, si fa sentire lo stile di Dostoevskij, che Moravia leggeva. Il suo stile si contraddistingue per descrizioni molto accurate, ma mai eccessivamente lunghe e noiose, bensì frasi brevi, che elevano il ritmo narrativo e coinvolgono il lettore anche perché si ripete spessissimo il pronome “io” e questo fa sentire il lettore parte del racconto.

Mary (Stati Uniti): non so se vi interessa, ma riguardo al mio stile personale, posso dire che preferisco scrivere in terza persona e non in prima. Preferisco usare pronomi come lui, lei e loro. Mi ispiro a Tolstoj ma credo di scrivere anche meglio di lui.  Sono migliore di lui sicuramente. Modestamente ci capisco di brutto!

Anne France (Francia): sai, sono seriamente combattuto tra mandarti a quel paese e accompagnartici personalmente per essere sicuro che non sbagli strada!  Scusate ma io questo atteggiamento altezzoso non lo lo sopporto! Crede di saperla lunga! Possibile mai che uno si dica migliore di Tolstoj?

Peggy (Taiwan): dai, non bisogna perdere la bussola per così poco! E poi in fondo ogni scrittore ha le sue fissazioni da artista.  Evidentemente si sente qualcuno in questo campo. Che c’è di male? 

Harjit (India): va bè ragazzi, non la facciamo troppo lunga. Il suo carattere è quello che è. Bisogna farsene una ragione, tanto poi se nessuno legge ciò che scrive, inutile parlarne 🙂  

 

642 Fornire un assist

Fornire un assist (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: qual era una delle specialità di Francesco Totti ma anche di Michelle Platinì, Falcao e Roberto Baggio? Era fornire assist ai compagni di squadra.

Fare un assist significa fare un passaggio che consente di realizzare un gol. Si potrebbe chiamare anche un passaggio smarcante, per dirla all’italiana, un passaggio che mette il compagno di squadra in condizioni di realizzare un gol o un punto, se parliamo di sport in generale. Ma non è detto che poi questo gol verrà realizzato.

Questi calciatori che ho citato prima erano bravissimi a fare assist.

Allora dovete sapere che fare o fornire o anche dare un assist è un’espressione che si utilizza anche al di fuori del calcio e dello sport.

Infatti assist viene dal verbo aiutare e fornire un assist invece significa fornire un’occasione propizia, cioè dare l’occasione, fornire l’opportunità ad un altra persona di ottenere un vantaggio. Insomma si tratta sempre di una forma speciale di aiuto, in pratica.

Vediamo qualche esempio:

Il problema che hanno avuto WhatsApp, Facebook e Instagram che per cinque ore non hanno funzionato ha fornito un assist a Twitter e telegram, un assist involontario, e Telegram e Twitter cercheranno adesso di sfruttarlo per aumentare i loro utenti.

Quindi questo “aiuto” possiamo chiamarlo un assist, che per essere chiamato tale non deve essere necessariamente involontario, e neanche necessariamente fornito agli avversari, come nel caso di prima, ma spesso è così.

Inoltre spesso è un fatto che accade a fornire un assist e non l’azione di una persona.

Es: se al lavoro, durante una riunione, il direttore dice una cosa, con questa affermazione potrebbe fornire un assist a un mio collega che potrebbe dire:

L’ho sempre detto io, ma a me non mi ascolta mai nessuno.

Avete capito che l’assist dunque è un aiuto che però poi va sfruttato, va concretizzato, quindi non è detto che si trasformi in un vero vantaggio per chi riceve un assist.

Un semplice aiuto non possiamo chiamarlo sempre un assist, a meno che la condizione descritta non sia soddisfatta. A volte è semplicemente un favore, una cortesia.

L’assist in qualche modo somiglia più ad un invito a fare qualcosa, un invito a fare un’azione quasi spontanea, perché porta ad un riconoscibile vantaggio per questa persona.

Pensate anche all’episodio che abbiamo dedicato al termine pretesto, ci sono infatti delle similitudini, ma il pretesto è una scusa, come abbiamo visto, che serve a mascherare i veri morivi per cui si compie un’azione.

Invece l’assist è un’occasione da sfruttare, spesso fornita involontariamente da altri.

Rifletteteci.

Adesso ripassiamo perché il tempo passa, sennò fornirei un assist ai miei detrattori, a coloro che dicono che questi episodi durano sempre più di due minuti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite (Francia): Giovanni, risponde al vero che nel prossimo episodio parlerai della bontà?

Giovanni: confermo.

Sofie (Belgio): Giovanni, abbi la bontà di rispondere spiegando un minimo almeno. Mi fa specie che tu sia così sintetico, proprio tu che in genere parli per ben oltre i 2 minuti nei tuoi episodi.

Giovanni: Non posso proprio darti torto Sofie.

Ulrike (Germania): Giovanni, bontà sua, ha bene in mente cosa deve fare per farci comprendere il significato di questo termine. È così che lo ripaghi? Sei un po’ ingenerosa Sofie.

Sofie: Ma dai Ulrike, non fare la ruffiana. Lo so che Gianni è un pezzo da 90 però in quanto tale dovrebbe anche capire che cerco solo di mettere alcuni paletti. Se no i suoi discorsi diventano interminabili. Poi sono sicura che lui è capace di prendere il mio cosiddetto rimprovero con filosofia.

Karin (Germania): la bontà di un episodio si misura in molti modi diversi. In primo luogo direi dalla chiarezza. Per me nulla quaestio su questo. Ciò non toglie che a volte mi servirebbero più esempi.

Edita (Repubblica Ceca): va bene dai, non anticipiamo niente, sennò di questo passo sveliamo tutto in anticipo.

Peggy (Taiwan): allora ci aggiorniamo domani.

I portaborse e i galoppini POLITICA ITALIANA (Ep. n. 15)

I portaborse e i galoppini

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Trascrizione

Dopo aver parlato dei malpancisti e dei cerchiobottisti, oggi è il turno dei galoppini e dei portaborse, altri due termini che si usano per qualificare delle persone, o meglio, forse dovrei dire per “etichettare” delle persone.

Prima domanda: si tratta dello stesso tipo di persone? I due termini sono sinonimi? Risposta: sì.

Seconda domanda: allora chi sono? Di chi si tratta?

Sapete che i personaggi politici solitamente si fanno aiutare da alcune persone, che potremo chiamare dei collaboratori. A volte si chiamano “assistente” o “segretario” e in questo caso si tratta di una persona incaricata di mansioni varie e riservate per conto di altra persona, come il segretario di un ministro. Attenzione perché c’è un senso più comune del termine “segretario”, che indica una qualifica connessa a svariate mansioni, in campo pubblico o privato, di carattere professionale o anche occasionale, quali ad esempio il disbrigo della corrispondenza (le lettere, le email, gli inviti a riunioni o convegni ecc.), lo svolgimento di pratiche amministrative e burocratiche, il coordinamento di un servizio o di un’organizzazione. Esiste pertanto il segretario, o la segretaria di un ufficio qualunque, come quello comunale e provinciale; esiste il segretario di una redazione, in giornali e riviste. I segretari lavorano in una segreteria. Esiste il segretario d’ambasciata e il più importante è il segretario di Stato, che in America è attualmente Tony Blinken, mentre in Italia tutti i ministri, sebbene non si usi più adesso, se non nella prassi, si chiamano anche segretari di Stato. Comunque in altre nazioni questa figura assume ruoli sempre importanti ma diversi.

Quando si parla di portaborse si parla di qualcosa di molto più modesto, e infatti si chiamano così le persone che hanno un ruolo poco importante, un collaboratore di un personaggio importante, sia nell’ambiente politico che universitario, ma in senso per lo più spregiativo. Infatti il “portaborse” viene da portare le borse, quindi il suo ruolo sarebbe quello di aiutare il personaggio politico a portare la borsa, che può essere pesante. Quindi capite bene che, sebbene non sia esattamente questo il ruolo del portaborse, è facile capire come questo termine sia abbastanza dispregiativo.

Chi fa il portaborse lo fa, nell’opinione comune, gratuitamente o per pochi soldi, con un contratto precario nella migliore delle ipotesi, nella speranza che prima o poi arrivi una gratificazione, una ricompensa di qualche tipo.

Anche il termine “galoppino” è curioso, perché viene da galoppare, che equivale a correre. Un verbo, galoppare che viene dall’ippica, quindi dai cavalli. I cavalli infatti galoppano, cioè vanno al galoppo quando corrono veloci. Galoppino è persino più spregevole di portaborse, perché si potrebbe descrivere come una persona impegnata in umili servizi e commissioni varie, che corre e destra e a manca per conto d’altri. Una persona che sbriga le faccende più diverse per aiutare qualcuno.

Ovviamente non troverete mai un annuncio per la ricerca di galoppini o portaborse, perché questo è un linguaggio colloquiale, che tutti usano, ma informale.

Quello fa il galoppino per un politico. Sarebbe ora che inizi a trovarsi un lavoro!

Esistono anche i cosiddetti “galoppini elettorali“, in genere ragazzi che vanno in giro a caccia di voti per un partito o per un candidato.

Riguardo al termine portaborse (che al plurale non cambia), esiste anche un film con questo titolo, un film del 1991, in cui si capisce che questo termine è usato anche per indicare cose poco lecite, poco legittime, tipo finanziamenti illeciti ai partiti e tangenti. Cosa sono le tangenti? Ne parliamo nel prossimo episodio dedicato alla politica italiana.

641 Bell’e buono

Bell’e buono (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: la bellezza e la bontà. Oggi parliamo di queste due caratteristiche che possono essere associate ad esempio a delle persone, ma non solo.

Alla bontà tra l’altro voglio dedicare un episodio a parte perché è interessante come viene usata nella lingua Italiana.

Oggi invece voglio parlarvi di un’espressione in cui compaiono entrambe le caratteristiche.

L’espressione è “bell’e buono“.

Però qui né la bellezza tantomeno la bontà c’entrano qualcosa, infatti l’espressione si usa per sottolineare un termine, un sostantivo usato in una frase.

Si tratta in particolare di sottolineare una caratteristica di una persona o di un aspetto o un oggetto, e la usiamo spesso quando siamo arrabbiati, ma non solo.

Vediamo qualche esempio:

Se vado a piazza di Spagna, quindi al centro di Roma ed ordino un caffè al tavolo, il cameriere me lo porta e poi mi presenta il conto, pari con mia grossa sorpresa a dieci euro il allora dico:

Ma questo è un furto bell’e buono!

Chiaro no? Io credo che 10 euro per un caffè sia un prezzo esagerato quindi questo è un vero e proprio furto.

Vero e proprio: Questo è un secondo modo, equivalente al primo, per sottolineare il mio pensiero e in particolare in questo caso la parola furto.

Queste due modalità si usano anche quando il termine che vado a sottolineare è abbastanza “forte” e spesso non proprio adatto a descrivere il fatto, come in questo caso, perché si usa il termine furto ma non sarebbe il caso di farlo perché non c’è stato un vero e proprio reato, un vero furto. Nessuno ha rubato veramente.

Come vedete la bellezza e la bontà non c’entrano nulla.

Notate che bell’e buono si scrive con l’apostrofo e fate caso anche alla pronuncia (non c’è la o di bello e buono si pronuncia con due b)

Solitamente i termini che vengono sottolineati sono sempre negativi:

Ho comprato una macchina che si è rotta subito. Una fregatura bell’e buona! (stavolta al femminile)

Franco è un cretino bell’e buono! Meglio lasciarlo perdere.

Ciò non toglie che io possa dire anche qualcosa di positivo:

Hai vinto 1 milione di euro alla lotteria? Ma questa è una fortuna sfacciata bell’e buona!

Cioè è una fortuna autentica, è vera fortuna.

Potremmo in effetti sostituire bell’e buona con “vera” e bell’e buono con “vero” tranquillamente. Lo stesso vale con “autentico” e “autentica”. Anche “puro” e “pura” rendono bene l’idea. Bell’e buono però va solo alla fine della nosra frase:

Hai vinto alla lotteria?

La tua è pura fortuna (di solito si mette prima l’aggettivo in questi casi, ricordate l’episodio?)

La tua è vera fortuna

la tua è vera e propria fortuna (due aggettivi, stesso discorso)

la tua è fortuna bell’e buona (questa è l’eccezione che conferma la regola)

La tua è fortuna con la F maiuscola

Anche questa è una modalità simile, anche se non esattamente equivalente: usare la maiuscola (la lettera grande) per sottolineare l’importanza o l’unicità di qualcosa. Non è detto però ci sia animosità. Lo vediamo meglio in un prossimo episodio comunque.

Ah, hai trovato un’altra donna? e me lo dici così?

Sei uno stronzo con la S maiuscola!

Sei uno stronzo bell’e buono!

Sei un autentico stronzo!

Sei proprio un bello stronzo!

Quest’ultimo esempio fa riferimento all’uso di “bello” davanti a un aggettivo. date un’occhiata se non ricordate.

Ma a proposito di bellezza, sapete dirmi cos’è la bellezza? Sapreste definirla?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): sapete che spesso accade che ciò che è buono è anche bello, o forse è bello proprio perché è buono. Una mamma è sempre buona col suo bambino, perché gli dedica tempo e si occupa di lui, e in quanto tale, risulta al contempo anche bella.

Marcelo (Argentina): ma la bellezza genera anche invidia spesso e volentieri e quindi desiderio e voglia di possesso. Senza la bellezza non ci sarebbero state neanche tante guerre. Come facciamo allora?

Anthony (Stati Uniti): secondo Platone la bellezza è semplicemente armonia, ordine e proporzione alla vista. In pratica la forma è sostanza, e Aristotele non era di diverso avviso.

Marta (Argentina): ma si dà il caso che esista anche la bellezza interiore, cioè le virtù morali. Dante Alighieri ad esempio, parlando della sua Beatrice diceva: tanto gentile e tanto onesta pare. Anche questa è bellezza. Dante si riferiva alla nobiltà d’animo e al suo decoro, cioè la sua dignità.

Andrè (Brasile): Dante non aveva occhi e pensieri che per Beatrice, ma c’è bellezza e bellezza. Il Dalai Lama dice che tutti contribuiscono alla bellezza del mondo. Tutte le creature, ivi incluse quelle meno belle, suppongo.

Mary (Stati Uniti): tra l’altro, come diceva il cantante Pino Daniele, ogni scarrafone è bello a mamma sua, cioè anche il figlio più brutto vuoi che non piaccia alla propria madre?

Karin (Germania): queste vostre riflessioni mi fanno pensare all’idea che Kant aveva circa la bellezza, che è ben diversa dalla piacevolezza. Non confondiamo. Ritengo sia il caso di chiarire bene: Secondo Kant la bellezza deve essere disinteressata, quindi non deve essere contaminata dal benché minimo interesse verso l’oggetto o la persona. In poche parole ciò che è bello non è ciò che piace. I desideri e i sensi a dire di Kant non devono avere nessun ruolo.

Peggy (Taiwan): che confusione! Non mi ci raccapezzo molto tra tutte queste teorie. Non ne contesto la giustezza perché ad un tratto mi sono un po’ perso. E dire che quando una cosa è bella è così evidente! Mica si fanno tutti questi ragionamenti! Ma dimmi tu!

640 Giù di lì

Giù di lì (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: eccoci arrivati all’episodio 640 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi terminiamo il discorso su “lì”, parlando di “giù di lì“.

Ancora una volta stiamo parlando di lì con l’accento, che in genere si usa per indicare un luogo vicino (ma non troppo) a chi parla.

Anche in questo caso lì si utilizza per indicare una vicinanza, ma nel senso più ampio possibile, quindi una vicinanza spaziale, o temporale o nel significato o qualsiasi altro tipo.

Vediamo qualche esempio:

Giovanni ha 50 anni o giù di lì.

Che significa? Che Giovanni potrebbe avere un’età pari a 50 anni o vicino ai 50 anni.

Potrebbe essere 49 o 51, 48 o 52. Insomma la sua età non è molto lontana dai 50 anni.

Questo significa giù di lì, che è sempre preceduta da “o”, ciò “oppure”.

È una modalità informale, colloquiale ma molto diffusa in tutt’Italia.

“50 anni o giù di lì” significa quindi “più o meno 50 anni”.

Altri esempi:

Quanti errori avrò fatto nell’ultimo esercizio? Una decina o giù di lì.

Quindi più o meno ho fatto 10 errori. Approssimativamente 10 errori.

Quanti episodi avremo fatto su Italiano Semplicemente? Non saprei, forse 2000 o giù di lì

Quindi abbiamo fatto pressappoco, circa 2000 episodi.

Quante persone c’erano al concerto? C’erano un centinaio di persone o giù di lì.

“Giù di lì” va sempre dopo la misura che esprimiamo:

30 anni o giù di lì

1000 persone o giù di lì

10 km o giù di lì

Invece se uso pressappoco o circa, all’incirca e più o meno, si scrivono quasi sempre prima

Più o meno 1000 persone

All’incirca 30 anni

Pressappoco 10 km

Ci sono alcune volte però, quando non si tratta di numeri, che “giù di lì” è più difficile sostituirlo:

Giovanni abita a Roma o giù di lì

In questo caso giù di lì sta per “ vicino“, “da quelle parti“, “lì intorno“, “lì vicino“.

Attenzione perché “giù di lì” si può usare anche quando si parla di scendere (giù) da un luogo.

Se mio figlio piccolo (un bambino) sale sul tavolo ad esempio, gli dico:

Scendi giù di lì!

Vieni giù di lì!

In questo caso verrebbe spontaneo usare “giù da lì“, cioè “da quel luogo“, e in effetti non è sbagliato, ma solo in questo caso.

Allora adesso che sono passati 4 minuti o giù di lì, è l’ora del ripasso, che vi faccio ascoltare subito.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Khaled (Egitto): c’è qualcuno che potrebbe spiegare il significato della parola illuminismo? Attendo lumi.

Sofie (Belgio): illuminismo viene proprio dalla parola lume, che è una luce. È un movimento che ha avuto infatti lo scopo di illuminare le menti e il mondo, attraverso la ragione, per allontanare la superstizione e l’ignoranza che derivano da teorie prive di fondamento.

Anthony (Stati Uniti): Gli uomini, stando a questo pensiero, si possono salvare non attraverso Dio e la religione ma mediante l’uso del libero pensiero.

Marguerite (Francia): anche le nuove idee di libertà, uguaglianza e fratellanza hanno origine dall’illuminismo. Liberté Égalité e fraternité. Questo si deve a noi francesi. Lasciatemelo rivendicare con orgoglio.

Hartmut (Germania): anche due grandi filosofi tedeschi, Marx ed Hegel, da par loro, hanno dato il loro contributo. E anche oggi il loro pensiero ha un certo ascendente sulle persone.

Anne France (Francia): ma la religione quindi è eliminata in toto? E come la mettiamo con la salvezza dell’anima? Non mi pare da prendere alla leggera l’esclusione di Dio. Io, passatemi il termine , sono lontana anni luce da questo pensiero.

639 Di lì a poco

Di lì a poco (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: quando si studia l’italiano si impara, tra le altre cose, la differenza tra qui e lì.

Si impara ad esempio che qui e lì indicano dei luoghi vicini oppure un po’ più lontani. Si parla di luoghi e di spazio.

Lì, con l’accento, si usa in diversi modi in realtà, e tutti questi modi non fanno sempre riferimento al concetto di vicinanza o lontananza da un luogo, una vicinanza spaziale.

Se dico “La bottiglia si trova lì”, magari indicando col dito, sto certamente parlando di una bottiglia che sta poco lontano da me.

Oppure posso dire che “sta lì” nel senso di “si trova in quel luogo” o “lì vicino” cioè vicino a quel luogo anche se quel luogo è lontanissimo.

Se allarghiamo gli orizzonti, abbiamo visto già l’espressione “siamo lì” e si è visto come il concetto di vicinanza non è detto si riferisca sempre allo spazio. In questo caso infatti si potrebbe parlare anche di vicinanza nel senso, nel significato, negli effetti o nel risultato.

Altre volte “lì”, in posizione finale serve a rafforzare qualcosa:

È quel libro lì che devi comprare

Come a dire: proprio quello, esattamente quel libro, quello che hai appena detto o quello di cui abbiamo appena parlato.

Poi abbiamo già visto insieme anche l’espressione “lì per lì” , che significa “sul momento”, come abbiamo visto. Lo spazio qui non c’entra ma c’entra il tempo e la stretta vicinanza rispetto ad un momento.

Abbiamo anche visto “essere li lìper fare qualcosa.

Ma ci sono altre due espressioni che mi interessa spiegarvi.

Oggi vediamo “di lì a poco” e domani “giù di lì“.

Nell’espressione “di lì a poco” si utilizza il concetto di vicinanza con riferimento al tempo. Quindi lì rappresenta un momento nel passato, quindi non nell’immediato presente ma un momento già passato di cui si parla.

“Di lì” sta per “da quel momento”, mentre “a poco” sta per “poco tempo dopo” .

Quindi “di lì a poco” significa “poco tempo dopo quel momento”.

L’espressione si usa quando si vuole parlare di un fatto accaduto dopo un certo momento, abbastanza vicino.

Es:

Maria si è laureata a marzo del 2000 e di lì a poco aveva già trovato un lavoro.

Quindi Maria è fortunata perché appena si è laureata è passato poco tempo prima che trovasse un lavoro. Maria, dal momento in cui si è laureata, dopo poco tempo aveva già trovato un’occupazione.

Un’espressione veloce, colloquiale e molto usata.

Notare che ai sta parlando del passato, altrimenti, se parliamo del presente meglio dire “di qui a poco”.

Quanto ti manca prima di essere pronta cara, lo sarai di qui a poco?

Lo so, faccio sempre lunghe spiegazioni, ma prometto che di qui in avanti cercherò di essere più sintetico.

Di qui a un mese avremo fatto altri 30 episodi di questo tipo.

Sia qui che lì, pertanto, assumono anche valore temporale. Poco infatti sta per “poco tempo“, ma questo tempo può essere espresso in giorni o minuti ore ecc. In questo caso poco diventa pochi:

Di qui a pochi secondi avrò terminato la spiegazione

Dopo l’incidente, di lì a pochi giorni mi ripresi.

Per sintetizzare al massimo , “di qui a poco” significa “tra poco”.

Di lì a poco” invece posso tradurlo più semplicemente con “poco dopo”.

Adesso ripassiamo con un po’ di storia:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut (Germania): la vogliamo finire una volta per tutte con questi ripassi complicati? Quasi fossimo studenti e tu Giovanni un professore di storia e letteratura italiana!

Bogusia (Polonia): sai che a monte di questa tua rabbia e intransigenza, potrebbe esserci proprio una scarsa cultura?

Marguerite (Francia) e Edita (Rep. Ceca): Potrebbe aiutarti anche un po’ di meditazione. All’inizio potresti essere impaziente, ma col prosieguo dell’esperienza ne trarrai sicuro giovamento

Mary (stati Uniti): nel frattempo però, disponendo di tempo risicato, non possiamo più parlare d’altro. Vorrà dire che se ne riparla domani . Giusto il tempo di accennare alla definizione che del tempo ne dà sant’Agostino: il tempo non esiste. Questo si deve al fatto che Il passato non esiste in quanto non è più; il futuro non esiste in quanto non è ancora; e il presente diventa continuamente passato.

Peggy (Taiwan): qualcosa non mi torna… ma se il tempo non esiste, allora neanche questa rubrica dei due minuti esiste?

Sergio (Argentina): eccome se esiste invece! questa è la famosa eccezione che conferma la regola!

638 A questa parte

637 Fintantoché