Benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
Oggi parliamo di una parola molto interessante, una parola che può sembrare un po’ tecnica, un po’ medica anche, ma che in realtà ha anche un uso figurato molto frequente nella lingua italiana: rigurgito.
Interessante soprattutto, ma non solo, nel linguaggio della politica.
Una parola curiosa, intensa, persino un po’ sgradevole, se vogliamo dirla tutta. D’altronde anche il termine “politica” oggi non ha una grandissima reputazione.
Allora, partiamo dal significato più concreto.
Il rigurgito, in senso proprio, è la risalita di liquidi o di cibo dallo stomaco verso la bocca, senza arrivare necessariamente al vomito. Una bella immagine vero?
È un fenomeno fisico, spesso legato a disturbi digestivi. Ogni tanto può accadere,soprattutto se si mangia tanto.
Ad esempio:
Dopo un pasto troppo abbondante, Giovanni ha avuto un leggero rigurgito.
Oppure:
Il neonato ha avuto un piccolo rigurgito dopo aver mangiato.
Le neo mamme sanno di cosa parlo…
In questo contesto, il termine è spesso usato in medicina, ma anche nel linguaggio quotidiano.
Parlando di politica posso dire:
Recentemente in Italia ci sono stati dei rigurgiti fascisti
Vediamo bene.
Qui entra in gioco una cosa importante: il verbo da cui deriva.
Rigurgitare.
Che significa appunto risalire, tornare su, riaffiorare.
E già da questo verbo possiamo intuire il passaggio al senso figurato.
Perché ciò che “torna su” non è solo il cibo.
Possono tornare su anche idee, emozioni, tensioni, istinti, fenomeni sociali.
Ed ecco allora il significato figurato di rigurgito.
Nel linguaggio metaforico, figurato, un rigurgito è una manifestazione improvvisa, spesso violenta o indesiderata, di qualcosa che sembrava sopito, ma che in realtà non era scomparso.
Pensate a espressioni come:
Un rigurgito di violenza
Un rigurgito di razzismo
Un rigurgito di nostalgia
Un rigurgito d’orgoglio
Un rigurgito fascista
In tutti questi casi, si parla di qualcosa che riaffiora con forza, come se fosse rimasto nascosto sotto la superficie, per poi emergere all’improvviso.
Ed è proprio questa l’idea centrale.
Il rigurgito figurato non è una semplice comparsa.
È un ritorno.
Un ritorno spesso sgradevole, inatteso, disturbante.
Per questo la parola ha una sfumatura negativa nella maggior parte dei casi.
Se dico:
C’è stato un rigurgito di odio sui social
non sto parlando di un episodio isolato e innocente.
Sto evocando qualcosa di profondo, di tossico, che riemerge.
Qualcosa che forse non era mai stato davvero eliminato.
Certo, potrei usare il verbo riemergere ma non avrebbe la stessa forza emotiva.
Potrei anche utilizzare il verbo riaffiorare, ma questo è un verbo decisamente più poetico. L’immagine che evoca è quello dei fiori che nascono, che crescono o che ricrescono, quindi crescono nuovamente dopo essere stati tagliati. Ma quest’immagine non è adatta se vogliamo manifestate fastidio, o addirittura odio o disprezzo per un problema sociale che credevano superato, come il fascismo appunto, come la violenza o cose simili.
Vedete dunque quanto sia potente questa parola.
Ha una carica espressiva notevole.
È una parola che colpisce.
E infatti viene usata molto anche nel giornalismo e nel dibattito pubblico, proprio quando si vuole descrivere il ritorno di fenomeni preoccupanti.
Vediamo qualche altro esempio:
Quando si avvicina la data del 25 aprile in Italia, non si può fare a meno di notare un ritorno di rigurgiti fascisti.
Questa frase usa chiaramente rigurgiti in senso figurato.
Non si parla di qualcosa di fisico, ma del riemergere improvviso di idee, atteggiamenti o comportamenti legati al fascismo.
Dire “rigurgiti fascisti” significa quindi che, in prossimità del 25 aprile, giorno della Liberazione in Italia, riaffiorano manifestazioni, dichiarazioni o simboli che richiamano il fascismo.
La parola rigurgiti dà un’idea molto precisa: qualcosa che sembrava superato o nascosto, ma che torna fuori in modo sgradevole e preoccupante.
Credevamo di aver digerito il fascismo. E invece ecco che in prossimità del giorno della Liberazione, si assiste a dei rigurgiti fascisti.
Insomma, la frase vuole dire che, avvicinandosi il 25 aprile, si assiste spesso a episodi che riportano alla luce nostalgie o atteggiamenti fascisti.
Ma attenzione.
Non sempre il rigurgito è negativo.
In certi casi può anche riferirsi a qualcosa di positivo, sebbene più raramente.
Per esempio:
Nel finale della partita, la squadra ha avuto un rigurgito d’energia.
Qui il senso è quello di una ripresa improvvisa, di un ritorno inatteso di forza; anche se, diciamolo, si tratta di un uso meno comune.
Più frequente, invece, è il tono critico e spesso allarmato.
E allora possiamo dire che rigurgito è una parola che descrive un ritorno improvviso e intenso, sia in senso fisico che figurato.
Nel primo caso, qualcosa risale dallo stomaco.
Nel secondo, qualcosa riaffiora dalla società, dalla mente, dal passato.
In fondo, il meccanismo è simile stesso.
Qualcosa che era dentro… torna fuori, e non sempre nel modo più piacevole.
Dunque, se volete arricchire il vostro vocabolario con un termine forte e molto espressivo, rigurgito è certamente una parola da tenere a mente, anzi, da non lasciar riaffiorare solo in caso di necessità!
C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, certi cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).
È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale nella sua storia.
Il vassallaggio, nell’era del medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che sotto questi aspetti gli era superiore.
Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama,nell’Emiciclo o nei dintorni del Colle. Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.
Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio; una prebenda, diremmo oggi, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore. Il vassallo giurava quindi fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi!
È qui che potremmo usare una modalità moderna, il cosiddetto “approccio vassallo”: un modo di agire, generalmente un approccio “politico” in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia per presidiare, cioè per difendere solo gli interessi del capo. Il vassallo difende il suo capo.
Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende. Insomma, una forma di connivenzasistemica. Ce ne sono tanti di cosiddetti vassalli nel sistema politico italiano e molti sono giornalisti che vanno in TV. È tutto il sistema politico Italiano, come credo anche in altre parti del mondo, che funziona così. Per questo parlavo di connivenza “sistemica”.
Questo approccio vassallo che hanno alcune persone si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti, di cerchiobottisti e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta sempre compatto, immobile. È pieno di vassalli questo gruppo!
Ma che differenza c’è tra un portaborse, un galoppino e un vassallo? I primi due li abbiamo già incontrati se ricordate.
Fondamentalmente il portaborselavora per il politico, il galoppinolavora per far eleggere il politico e il vassallo lavora per compiacere il politico. Tutti comunque ottengono qualcosa in cambio.
E l’arrivista? Anche questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo? Oppure è il vassallo ad essere arrivista?
Beh, un vassallo può essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, se usa cioè la fedeltà per “arrivare” da qualche parte. Infatti gli arrivisti vogliono diventate qualcuno di importante, vogliono conquistare posizioni.
Ma molti vassalli non sono arrivisti: sono fedeli per convenienza minima (vogliono mantenere la poltrona, ad esempio), non per conquistare nuove posizioni.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno: è fedele solo a sé stesso.
E allora può capitare di assistere ad una bagarrein Parlamento con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti che a loro volta si confondono tra i portaborse e galoppini, e può capitare che il codazzo del leader si affanni a inseguire micro-consensi immediati.
In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente, può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali, chi parla di ingerenzaesterna o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, chi pretende moral suasion e chi invoca un minimo di contraddittorio. Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a meraretorica, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi, pesa più dei contenuti.
In certi momenti, quando ci sono solo vassalli, persino una vittoria di Pirro può essere presentata come trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffaprende il sopravvento sulle cose che contano veramente e sui fatti.
Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo e il qualunquismo al posto di un confronto autentico.
E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.
Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi e indovinate perché?
Brevemente, mentre i vassalli erano i grandi feudatari, in rapporto diretto col sovrano, i valvassori sono il ceto feudale intermedio, quindi sono i dipendenti dei vassalli. Non rispondevano direttamente al re, ma a un grande feudatario. Gestivano porzioni importanti di territorio e a loro volta potevano avere uomini alle proprie dipendenze. Rappresentavano il ceto nobile intermedio. Alla base della gerarchia ci sono i valvassini cioè i piccoli feudatari, che sono appuntoi dipendenti dei valvassori. Il loro ruolo era prevalentemente locale, ma facevano comunque parte della catena gerarchica feudale.
Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica che esiste nella politica moderna.
Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:
Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.
La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.
La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.
L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.
Versione più semplice, con spiegazioni aggiuntive.
C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, cioè di dipendenza e sottomissione, cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).
È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale, cioè legato al sistema del feudalesimo, nella sua storia.
Il vassallaggio, nell’era del Medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che, sotto questi aspetti, gli era superiore. In altre parole, un rapporto gerarchico rigido.
Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama (cioè il Senato), nell’Emiciclo (l’aula parlamentare) o nei dintorni del Colle (cioè il Quirinale, la Presidenza della Repubblica).
Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.
Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio, una prebenda, vale a dire un compenso o privilegio, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore, il sovrano ,il re.
Il vassallo giurava fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi! In parole povere: lui obbediva e il signore lo ricompensava in qualche modo.
È qui che potremmo usare una modalità moderna, non sempre esplicitata ma perfettamente riconoscibile, quella dell’approccio vassallo, che è un modo di agire, generalmente un approccio politico in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia, cioè smette di decidere con la propria testa, per presidiare, cioè proteggere e difendere solo gli interessi del capo. Se parliamo di approccio evidentemente non appartiene solo a una persona, ma è un modus operandi tipicamente Italiano.
Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, cioè quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende.
Insomma, una forma di connivenza sistemica, vale a dire la complicità silenziosa dentro un sistema.
Questo approccio vassallo si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti (cioè persone interne al gruppo ma scontente), di cerchiobottisti (persone che cercano di dare ragione a tutti), e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta compatto, immobile, nonostante tutto. L’approccio vassallo ha la meglio.
Vediamo adesso la differenza tra un portaborse, un galoppino e un vassallo.
Detto in breve:
Il portaborse abbiamo visto che lavora per il politico, cioè lo assiste. Gli “porta le borse”, un modo figurato per indicare un aiuto.
Il galoppino lavora per far eleggere il politico, cioè fa campagna elettorale. Il galoppino “galoppa” cioè corre, si affanna, con l’obiettivo di farlo eleggere.
Il vassallo invece lavora per compiacere il politico, cioè gli è servile, vuole che sia contento e gli è fedele.
E l’arrivista? Questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo oppure è il vassallo ad essere arrivista?
Un vassallo è quasi un servitore, quindi può al limite essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, cioè come mezzo per salire di posizione. per conquistate potere, cariche pubbliche magari. Ma il vassallo non tradisce mai il suo signore.
Molti vassalli non sono arrivisti dunque: sono fedeli per convenienza ma si accontentano di mantenere la poltrona, non per conquistare nuove posizioni, non per ottenere altro.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno in genere: è fedele solo a sé stesso, cioè alla propria carriera.
E allora, può capitare di assistere a una bagarre, cioè una rissa verbale, in Parlamento, con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti, che a loro volta si confondono tra i portaborse e i galoppini, e può accadere che il codazzo del leader, cioè il suo seguito, le persone più fedeli, si affanni a inseguire consensi immediati, anche se piccoli.
In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle (tutte parole che indicano pagamenti illeciti), o quesiti di par condicio, cioè di equilibrio mediatico, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, cioè stia facendo giochi di potere poco trasparenti, magari dalla celebre stanza dei bottoni, vale a dire dal luogo metaforico dove si decide tutto.
In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticatureistituzionali (comportamenti o atti pubblici che violano le buone regole del funzionamento istituzionale, pur senza essere necessariamente illegale) e chi parla di ingerenza esterna (interferenza), o di derivaautoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, cioè una forma di protesta tramite abbandono dell’aula parlamentare; chi pretende moralsuasion (persuasione istituzionale) e chi invoca, cioè desidera e reclama, un minimo di contraddittorio, cioè una discussione reale.
Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, cioè a parole vuote, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi pesa più dei contenuti.
In certi momenti, quando ci sono troppi vassalli, persino una vittoriadi Pirro, cioè una vittoria inutile, può essere presentata come un trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa, cioè il vuoto, il niente, prende il sopravvento sulle cose che contano veramente.
Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo (atteggiamento ostentatamente muscolare) e il qualunquismo (indifferenza verso la politica) al posto di un confronto autentico.
E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.
Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi, e indovinate perché?
Brevemente:
I vassalli erano i grandi feudatari, cioè i principali signori locali, in rapporto diretto col sovrano;
I valvassori erano il ceto intermedio, cioè i subordinati dei vassalli. Potremmo dire che sono u vassalli dei vassalli.
I valvassini erano i piccoli feudatari, in altre parole i dipendenti dei valvassori, quindi i vassalli dei vassalli dei vassalli.
Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica, cioè il sistema di livelli di potere, che esiste nella politica moderna.
Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:
Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.
La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.
La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.
L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.
Questo episodio è particolarmente ricco di ripassi della rubrica dedicata al linguaggio della politica e per questo può risultare ostico e indigesto per molti stranieri. Allo stesso tempo però consente di rispolverare gli episodi passati e di fare grandi passi in avanti. Abbiate fede e sarete ricompensati :-). Adesso se volete potete mettervi alla prova con il quiz finale. Potete se volete anche scaricare il file PDF con le risposte esatte.
Quiz a risposta multipla
1. Chi era il vassallo nel Medioevo?
A. Chi riceveva una prebenda
B. Chi guidava l’esercito
C. Chi eleggeva il sovrano
—
2. Cosa caratterizza l’approccio vassallo?
A. Indipendenza politica
B. Difesa degli interessi del capo
C. Equilibrio tra poteri
—
3. Il sistema dei “pesi e contrappesi” garantisce:
A. Fedeltà al leader
B. Nomine politiche automatiche
C. Bilanciamento dei poteri
—
4. Il portaborse svolge:
A. Controllo dei bilanci
B. Assistenza diretta al politico
C. Mediazione parlamentare
—
5. Il galoppino si occupa di:
A. Vigilanza istituzionale
B. Redazione di decreti
C. Campagna elettorale
—
6. L’arrivista persegue:
A. La fedeltà assoluta al capo
B. Il bene del gruppo
C. La propria carriera
—
7. I valvassori rappresentano:
A. I piccoli feudatari locali
B. Il ceto feudale intermedio
C. Il sovrano
—
8. I valvassini erano:
A. Funzionari della corte
B. Piccoli feudatari
C. Grandi feudatari
—
9. “Intrallazzare” significa:
A. Seguire il regolamento
B. Fare giochi di potere poco trasparenti
C. Mediare tra partiti
—
10. L’espressione “Aventino” indica:
A. Appello alla Corte costituzionale
B. Alleanza tra gruppi parlamentari
C. Abbandono dell’aula come protesta
—
11. Il vassallo riceveva:
A. Protezione e benefici economici
B. Comandi militari
C. Solo titoli nobiliari
—
12. Il vassallo moderno è fedele a:
A. Sé stesso
B. Il capo
C. Il gruppo parlamentare
—
13. Il “codazzo del leader” indica:
A. Il seguito fedele del leader
B. L’opposizione interna
C. I cittadini elettori
—
14. I malpancisti sono:
A. Persone scontente dentro un gruppo
B. Gli elettori fedeli
C. Funzionari governativi
—
15. I cerchiobottisti cercano di:
A. Dare ragione a tutti
B. Difendere il capo
C. Fare campagne elettorali
—
16. Una vittoria di Pirro è:
A. Una vittoria inutile
B. Una vittoria simbolica
C. Una vittoria militare
—
17. “Fuffa” indica:
A. Vuoto o parole senza contenuto
B. Un documento ufficiale
C. Una norma vincolante
—
18. Il celodurismo indica:
A. Atteggiamento ostentatamente muscolare
B. Indifferenza verso la politica
C. Una strategia di alleanze
—
19. Il qualunquismo indica:
A. Indifferenza verso la politica
B. Uso della violenza politica
C. Obbedienza al capo
—
20. Il vassallo può essere anche:
A. Un arrivista
B. Un oppositore accanito
C. Un giudice indipendente
Giovanni: Cari membri e cari ascoltatori di Italiano Semplicemente, ben trovati a questo nuovo episodio dedicato al linguaggio della politica, un linguaggio spesso affascinante, altre volte complicato, qualche volta persino fastidioso.
Oggi parliamo di una parola che sicuramente avete già sentito, specialmente nei dibattiti politici, nei talk show, ma anche a scuola, durante lezioni di storia o filosofia. La parola di oggi è: retorica. Per realizzare questo episodio mi sono avvalso (verbo avvalersi) anche dell’intelligenza artificiale che mi ha aiutato a spiegare bene qualche esempio che segue nella spiegazione.
La retorica è dunque la parola del giorno. È detta anche l’arte del parlare bene, e affonda le sue radici nell’antica Grecia, dove era considerata una disciplina fondamentale per chi voleva partecipare alla vita pubblica. Platone, Aristotele, Cicerone… tutti filosofi che hanno riflettuto a lungo sul potere della parola, sulla capacità di convincere, di emozionare, di commuovere o, perché no, di ingannare.
Già, perché la retorica ha un doppio volto: da una parte è l’arte del discorso efficace, dall’altra rischia di diventare l’arte del dire tutto e niente, del girare intorno ai problemi senza affrontarli davvero. Una volta vi ho spiegato la parola fuffa. Non siamo molto lontani.
In politica la parola “retorica” si usa spesso, infatti, in senso negativo. Sentiamo frasi come:
Basta con la solita retorica!
Quella del ministro è solo retorica!
Dietro la retorica dei buoni propositi non c’è nulla di concreto.
In questi casi la retorica è vista come parole vuote, discorsi fatti solo per apparire, per colpire l’ascoltatore, ma senza contenuto reale, senza proposte, senza fatti.
Una sorta di fumo negli occhi.
Ecco, potremmo dire che in politica, la retorica è come il trucco sul volto: può rendere tutto più bello, più credibile, più elegante, ma può anche nascondere difetti, bugie, manipolazioni.
Attenzione però: non tutta la retorica è negativa. Quando un politico riesce a parlare in modo chiaro, coinvolgente, appassionato, e magari riesce anche a spiegare bene un problema complesso, sta usando bene la retorica.
Il problema nasce quando si parla tanto per parlare, quando si usano frasi fatte, parole ad effetto, promesse esagerate, senza dire davvero nulla.
Un altro esempio?
Dobbiamo costruire un futuro migliore, un’Italia più giusta, più verde, più libera!
Risposta:
Bellissimo, certo. Ma come lo facciamo? Quando? Con quali soldi? Se mancano queste risposte, siamo nel campo della retorica fine a sé stessa.
Vi faccio notare che quando assume una connotazione negativa, accade spesso di usare la preposizione articolata del o della, dello, degli, dei e delle.
Questa costruzione serve a specificare e sottolineare il tipo di discorso vuoto o pomposo a cui ci si riferisce. È un modo per incasellare e criticare un certo stile comunicativo, associandolo subito a un tema.
Es:
La retorica del cambiamento
Il reddito di cittadinanza ha fallito. Con noi, parte una nuova stagione di politiche attive per il lavoro: meno assistenzialismo, più opportunità concrete!
Questo è tipico di governi che annunciano riforme strutturali, anche se i cambiamenti poi si rivelano minimi o confusi.
La retorica dei valori non negoziabili
Difenderemo l’identità culturale dell’Italia e i nostri confini. L’immigrazione si affronta con regole chiare: sicurezza, famiglia, sovranità nazionale. Su questo non si tratta.
Una frase di questo tipo viene spesso usata in chiave identità ria.
La retorica della legalità
Lo Stato deve tornare nei quartieri abbandonati alle mafie. Più forze dell’ordine, più videosorveglianza, più giustizia. Non ci piegheremo mai alla criminalità organizzata.
Questa potrebbe essere una frase pronunciata magari da esponenti che, in parallelo, attaccano magistrati o promuovono condoni fiscali e edilizi.
La retorica del merito
Dobbiamo valorizzare i giovani migliori, non chi ha solo conoscenze o appartenenze. L’università deve premiare chi ha talento, non chi ha rendite di posizione.
È Spesso proclamata in contesti in cui i concorsi pubblici o le nomine seguono logiche politiche.
La retorica della solidarietà
È nostro dovere sostenere le famiglie in difficoltà, i lavoratori poveri, i pensionati
E voi, cosa ne pensate? Vi capita spesso di sentire discorsi pieni di retorica? E vi siete mai accorti di usare voi stessi qualche formula un po’… troppo retorica?
Adesso parlando di retorica, facciamo un breve ripasso dei passati episodi della rubrica:
E mentre i pasdaran del cambiamento promettono l’investitura di una nuova classe dirigente, tra i malpancisti e i cerchiobottisti che affollano l’Emiciclo, continua la bagarre delle parole: si invoca la moral suasion, si parla di meritocrazia come se fosse la panacea di tutti i mali, ma intanto nella stanza dei bottoni si continua a intrallazzare come sempre. Insomma, tra condoni mascherati da riforme e armi di distrazione di massa, resta solo da chiedersi: è l’ennesima vittoria di Pirro… o stiamo davvero andando verso la fumata bianca?
Alla prossima puntata del linguaggio della politica. E come sempre, niente retorica, solo italiano semplice, anzi Semplicemente!
—
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Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo del mal di pancia, anzi dei mal di pancia, al plurale.
Nel linguaggio della politica, i “mal di pancia” indicano i malumori, le insofferenze o le proteste interne a un partito o a una coalizione.
Non si parla quindi di veri dolori fisici, ma di disagi e contrasti tra le varie anime o correnti di un gruppo politico, soprattutto quando ci sono decisioni divisive o quando alcuni membri non sono d’accordo con la linea ufficiale del partito.
Esempio:
La riforma ha provocato mal di pancia nella maggioranza.
Vuol dire che alcuni membri della maggioranza governativa non sono contenti della riforma e magari minacciano di non votarla o di contestarla.
L’espressione “mal di pancia” deriva ovviamente dal linguaggio comune: quando si ha un mal di pancia fisico, si avverte un fastidio interno, magari non gravissimo, ma comunque fastidioso, e a volte difficile da ignorare.
Attenzione perché solo i mal di pancia funzionano così, quindi non si possono usare ad esempio i “mal di testa”, i “mal di schiena” o i “mal di gola” , e nemmeno la parola “dolori”.
In politica “mal di pancia” è stata adottata come metafora per indicare un disagio interno al “corpo” del partito o della coalizione. Come dicevo, non si usa al singolare ma sempre al plurale: I mal di pancia, qualche mal di pancia, numerosi mal di pancia, eccetera.
Proprio come il mal di pancia può essere sopportato o può peggiorare fino a richiedere un intervento, anche i “mal di pancia politici” possono restare sottotraccia o sfociare in crisi vere e proprie, come voti contrari, dimissioni, o addirittura scissioni.
È un’espressione efficace perché rende l’idea di qualcosa che disturba dall’interno, magari non visibile immediatamente, ma capace di creare problemi se non viene affrontato.
Vediamo altri due esempi:
La nuova legge sul fisco ha provocato molti mal di pancia tra i deputati della maggioranza, soprattutto quelli più vicini alle imprese.
Qui si sottolinea il disagio interno a causa di una proposta non gradita.
Nonostante i mal di pancia nel partito, il governo è riuscito a far approvare il decreto in Parlamento.
Si evidenzia che, pur in presenza di malumori, la maggioranza ha tenuto.
L’espressione si usa quasi solamente parlando di politica, ma talvolta possiamo allargare il campo. Basta che ci sia un gruppo in cui qualcuno avverte un qualche tipo di disagio o sofferenza per una decisione.
Praticamente si usa ogni volta che ci sono tensioni interne a un gruppo, piccole o grandi, spesso latenti ma potenzialmente problematiche.
Contro questo tipo di mal di pancia l’unica medicina è la pazienza, e spesso bisogna ingoiare il rospo, come si suol dire, anche se sarà poi difficile da digerire…
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
—
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Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo del termine bipartisan.
Questo termine innanzitutto inizia per “bi” e questo spesso indica la presenza di due cose.
Deriva dal latino bis, che significa “due” o “doppio”. Viene usato in molte parole per indicare la presenza di due elementi o il concetto di duplicazione.
Oltre a “bicicletta” (che ha due ruote), ci sono molte altre parole italiane che iniziano con “bi-” e riflettono questa dualità (termine interessante).
Un essere bipede ad esempio cammina su due piedi.
Il binocolo è uno strumento con due lenti per vedere a distanza.
Il bimestre è un periodo di due mesi.. Eccetera
Nel caso di “bipartisan”, “bi-” indica invece il coinvolgimento di due parti o gruppi, tipicamente due partiti politici.
“Bipartisan” è un termine quindi usato principalmente in politica per descrivere un accordo, una decisione o un’iniziativa che è sostenuta da entrambi i principali partiti politici di un paese, spesso in contesti in cui questi partiti hanno visioni opposte.
In un sistema politico come quello degli Stati Uniti, per esempio, il termine si riferisce a situazioni in cui sia i Democratici che i Repubblicani collaborano o sostengono una proposta.
Questo termine “bipartisan” viene usato per indicare un approccio cooperativo tra partiti diversi, spesso necessario per superare divisioni politiche e raggiungere un consenso su questioni importanti.
Ecco alcuni esempi di utilizzo del termine “bipartisan”:
È stata approvata una legge bipartisan sulla tassazione, dimostrando che i due partiti principali possono collaborare su questioni di interesse nazionale.
La politica estera del paese ha spesso goduto di un ampio sostegno bipartisan, poiché entrambi i partiti riconoscono l’importanza di mantenere relazioni diplomatiche stabili.
Una commissione bipartisan è stata creata per studiare e proporre riforme elettorali che possano migliorare il sistema democratico, garantendo trasparenza e correttezza.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
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