Giovanni: Cari membri e cari ascoltatori di Italiano Semplicemente, ben trovati a questo nuovo episodio dedicato al linguaggio della politica, un linguaggio spesso affascinante, altre volte complicato, qualche volta persino fastidioso.
Oggi parliamo di una parola che sicuramente avete già sentito, specialmente nei dibattiti politici, nei talk show, ma anche a scuola, durante lezioni di storia o filosofia. La parola di oggi è: retorica. Per realizzare questo episodio mi sono avvalso (verbo avvalersi) anche dell’intelligenza artificiale che mi ha aiutato a spiegare bene qualche esempio che segue nella spiegazione.
La retorica è dunque la parola del giorno. È detta anche l’arte del parlare bene, e affonda le sue radici nell’antica Grecia, dove era considerata una disciplina fondamentale per chi voleva partecipare alla vita pubblica. Platone, Aristotele, Cicerone… tutti filosofi che hanno riflettuto a lungo sul potere della parola, sulla capacità di convincere, di emozionare, di commuovere o, perché no, di ingannare.
Già, perché la retorica ha un doppio volto: da una parte è l’arte del discorso efficace, dall’altra rischia di diventare l’arte del dire tutto e niente, del girare intorno ai problemi senza affrontarli davvero. Una volta vi ho spiegato la parola fuffa. Non siamo molto lontani.
In politica la parola “retorica” si usa spesso, infatti, in senso negativo. Sentiamo frasi come:
Basta con la solita retorica!
Quella del ministro è solo retorica!
Dietro la retorica dei buoni propositi non c’è nulla di concreto.
In questi casi la retorica è vista come parole vuote, discorsi fatti solo per apparire, per colpire l’ascoltatore, ma senza contenuto reale, senza proposte, senza fatti.
Una sorta di fumo negli occhi.
Ecco, potremmo dire che in politica, la retorica è come il trucco sul volto: può rendere tutto più bello, più credibile, più elegante, ma può anche nascondere difetti, bugie, manipolazioni.
Attenzione però: non tutta la retorica è negativa. Quando un politico riesce a parlare in modo chiaro, coinvolgente, appassionato, e magari riesce anche a spiegare bene un problema complesso, sta usando bene la retorica.
Il problema nasce quando si parla tanto per parlare, quando si usano frasi fatte, parole ad effetto, promesse esagerate, senza dire davvero nulla.
Un altro esempio?
Dobbiamo costruire un futuro migliore, un’Italia più giusta, più verde, più libera!
Risposta:
Bellissimo, certo. Ma come lo facciamo? Quando? Con quali soldi? Se mancano queste risposte, siamo nel campo della retorica fine a sé stessa.
Vi faccio notare che quando assume una connotazione negativa, accade spesso di usare la preposizione articolata del o della, dello, degli, dei e delle.
Questa costruzione serve a specificare e sottolineare il tipo di discorso vuoto o pomposo a cui ci si riferisce. È un modo per incasellare e criticare un certo stile comunicativo, associandolo subito a un tema.
Es:
La retorica del cambiamento
Il reddito di cittadinanza ha fallito. Con noi, parte una nuova stagione di politiche attive per il lavoro: meno assistenzialismo, più opportunità concrete!
Questo è tipico di governi che annunciano riforme strutturali, anche se i cambiamenti poi si rivelano minimi o confusi.
La retorica dei valori non negoziabili
Difenderemo l’identità culturale dell’Italia e i nostri confini. L’immigrazione si affronta con regole chiare: sicurezza, famiglia, sovranità nazionale. Su questo non si tratta.
Una frase di questo tipo viene spesso usata in chiave identità ria.
La retorica della legalità
Lo Stato deve tornare nei quartieri abbandonati alle mafie. Più forze dell’ordine, più videosorveglianza, più giustizia. Non ci piegheremo mai alla criminalità organizzata.
Questa potrebbe essere una frase pronunciata magari da esponenti che, in parallelo, attaccano magistrati o promuovono condoni fiscali e edilizi.
La retorica del merito
Dobbiamo valorizzare i giovani migliori, non chi ha solo conoscenze o appartenenze. L’università deve premiare chi ha talento, non chi ha rendite di posizione.
È Spesso proclamata in contesti in cui i concorsi pubblici o le nomine seguono logiche politiche.
La retorica della solidarietà
È nostro dovere sostenere le famiglie in difficoltà, i lavoratori poveri, i pensionati
E voi, cosa ne pensate? Vi capita spesso di sentire discorsi pieni di retorica? E vi siete mai accorti di usare voi stessi qualche formula un po’… troppo retorica?
Adesso parlando di retorica, facciamo un breve ripasso dei passati episodi della rubrica:
E mentre i pasdaran del cambiamento promettono l’investitura di una nuova classe dirigente, tra i malpancisti e i cerchiobottisti che affollano l’Emiciclo, continua la bagarre delle parole: si invoca la moral suasion, si parla di meritocrazia come se fosse la panacea di tutti i mali, ma intanto nella stanza dei bottoni si continua a intrallazzare come sempre. Insomma, tra condoni mascherati da riforme e armi di distrazione di massa, resta solo da chiedersi: è l’ennesima vittoria di Pirro… o stiamo davvero andando verso la fumata bianca?
Alla prossima puntata del linguaggio della politica. E come sempre, niente retorica, solo italiano semplice, anzi Semplicemente!
—
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo del mal di pancia, anzi dei mal di pancia, al plurale.
Nel linguaggio della politica, i “mal di pancia” indicano i malumori, le insofferenze o le proteste interne a un partito o a una coalizione.
Non si parla quindi di veri dolori fisici, ma di disagi e contrasti tra le varie anime o correnti di un gruppo politico, soprattutto quando ci sono decisioni divisive o quando alcuni membri non sono d’accordo con la linea ufficiale del partito.
Esempio:
La riforma ha provocato mal di pancia nella maggioranza.
Vuol dire che alcuni membri della maggioranza governativa non sono contenti della riforma e magari minacciano di non votarla o di contestarla.
L’espressione “mal di pancia” deriva ovviamente dal linguaggio comune: quando si ha un mal di pancia fisico, si avverte un fastidio interno, magari non gravissimo, ma comunque fastidioso, e a volte difficile da ignorare.
Attenzione perché solo i mal di pancia funzionano così, quindi non si possono usare ad esempio i “mal di testa”, i “mal di schiena” o i “mal di gola” , e nemmeno la parola “dolori”.
In politica “mal di pancia” è stata adottata come metafora per indicare un disagio interno al “corpo” del partito o della coalizione. Come dicevo, non si usa al singolare ma sempre al plurale: I mal di pancia, qualche mal di pancia, numerosi mal di pancia, eccetera.
Proprio come il mal di pancia può essere sopportato o può peggiorare fino a richiedere un intervento, anche i “mal di pancia politici” possono restare sottotraccia o sfociare in crisi vere e proprie, come voti contrari, dimissioni, o addirittura scissioni.
È un’espressione efficace perché rende l’idea di qualcosa che disturba dall’interno, magari non visibile immediatamente, ma capace di creare problemi se non viene affrontato.
Vediamo altri due esempi:
La nuova legge sul fisco ha provocato molti mal di pancia tra i deputati della maggioranza, soprattutto quelli più vicini alle imprese.
Qui si sottolinea il disagio interno a causa di una proposta non gradita.
Nonostante i mal di pancia nel partito, il governo è riuscito a far approvare il decreto in Parlamento.
Si evidenzia che, pur in presenza di malumori, la maggioranza ha tenuto.
L’espressione si usa quasi solamente parlando di politica, ma talvolta possiamo allargare il campo. Basta che ci sia un gruppo in cui qualcuno avverte un qualche tipo di disagio o sofferenza per una decisione.
Praticamente si usa ogni volta che ci sono tensioni interne a un gruppo, piccole o grandi, spesso latenti ma potenzialmente problematiche.
Contro questo tipo di mal di pancia l’unica medicina è la pazienza, e spesso bisogna ingoiare il rospo, come si suol dire, anche se sarà poi difficile da digerire…
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
—
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo del termine bipartisan.
Questo termine innanzitutto inizia per “bi” e questo spesso indica la presenza di due cose.
Deriva dal latino bis, che significa “due” o “doppio”. Viene usato in molte parole per indicare la presenza di due elementi o il concetto di duplicazione.
Oltre a “bicicletta” (che ha due ruote), ci sono molte altre parole italiane che iniziano con “bi-” e riflettono questa dualità (termine interessante).
Un essere bipede ad esempio cammina su due piedi.
Il binocolo è uno strumento con due lenti per vedere a distanza.
Il bimestre è un periodo di due mesi.. Eccetera
Nel caso di “bipartisan”, “bi-” indica invece il coinvolgimento di due parti o gruppi, tipicamente due partiti politici.
“Bipartisan” è un termine quindi usato principalmente in politica per descrivere un accordo, una decisione o un’iniziativa che è sostenuta da entrambi i principali partiti politici di un paese, spesso in contesti in cui questi partiti hanno visioni opposte.
In un sistema politico come quello degli Stati Uniti, per esempio, il termine si riferisce a situazioni in cui sia i Democratici che i Repubblicani collaborano o sostengono una proposta.
Questo termine “bipartisan” viene usato per indicare un approccio cooperativo tra partiti diversi, spesso necessario per superare divisioni politiche e raggiungere un consenso su questioni importanti.
Ecco alcuni esempi di utilizzo del termine “bipartisan”:
È stata approvata una legge bipartisan sulla tassazione, dimostrando che i due partiti principali possono collaborare su questioni di interesse nazionale.
La politica estera del paese ha spesso goduto di un ampio sostegno bipartisan, poiché entrambi i partiti riconoscono l’importanza di mantenere relazioni diplomatiche stabili.
Una commissione bipartisan è stata creata per studiare e proporre riforme elettorali che possano migliorare il sistema democratico, garantendo trasparenza e correttezza.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
—
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Descrizione: Il mandato in politica indica un incarico, potere e responsabilità derivanti dal consenso popolare o istituzionale. Vediamo i verbi e le modalità più comuni di usare questo termine.
Contraddire significa letteralmente “dire il contrario”, ovvero affermare qualcosa che è in opposizione o in contrasto con ciò che è stato detto da un’altra persona. Il termine contraddittorio si usa però prevalentemente in contesti politici.
Descrizione: Informazioni utilissime per uno straniero che deve acquistare un appartamento in Italia. Vediamo le differenze tra un condono edilizio e la sanatoria.
Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo di due termini che si possono usare in diverse circostanze, tra cui quando si parla di questioni legate alla politica. I termini in questione sono attivista e arrivista, che al plurale diventano attivisti, attiviste, arrivisti ed arriviste.
“Attivista” e “arrivista” sono entrambi utilizzati nel contesto della politica italiana, ma hanno significati e connotazioni molto diverse.
Un attivista è una persona che si impegna attivamente per promuovere cause o ideali politici, sociali o ambientali. Generalmente, gli attivisti sono mossi da un forte senso di impegno civico e dedicano tempo ed energie alla difesa di ciò in cui credono. Sono persone “attive”, cioè si danno da fare, si impegnano per una motivazione politica, impiegano il loro tempo per questa loro causa. Non sono remunerate per questo, cioè non ricevono un pagamento. Semplicemente vogliono portare avanti, aiutare a diffondere la loro idea politica.
Esempi:
Gli attivisti per i diritti civili manifestano pacificamente per chiedere maggiori garanzie di libertà e uguaglianza.
L’associazione ambientalista ha organizzato un evento per sensibilizzare l’opinione pubblica sui cambiamenti climatici, coinvolgendo numerosi attivisti.
“Attivista” non è limitato esclusivamente al contesto politico. Può essere utilizzato in una vasta gamma di contesti per descrivere persone impegnate attivamente in cause o movimenti sociali, ambientali, umanitari o di qualsiasi altra natura.
Un arrivista invece è una persona che agisce principalmente per ottenere vantaggi personali, spesso a discapito degli altri o dei valori etici. Gli arrivisti, o meglio le persone arriviste, tendono a perseguire il proprio interesse personale senza riguardo per principi o ideali, e possono essere visti come opportunistici e privi di scrupoli. Un arrivista vuole “arrivare” da qualche parte, ma l’obiettivo è personale, egoistico.
Esempi:
Il politico è stato accusato di essere un arrivista, poiché sembra interessato solo alla carriera politica senza una reale passione per il servizio pubblico.
Il nuovo dirigente del partito è stato criticato per il suo comportamento arrivista, cercando solo di accrescere il proprio potere anziché lavorare per il bene del partito e dei cittadini.
Stai promuovendo questa campagna per la sensibilizzazione sull’educazione ambientale, ma hai chiesto finanziamenti solo per il tuo progetto personale anziché per l’intera causa. Non credi che questo sia un atteggiamento arrivista?
In sintesi, mentre gli attivisti si impegnano per promuovere cause altruistiche e ideali con cui si identificano, gli arrivisti tendono a cercare solo il proprio interesse personale, senza curarsi degli altri o dei principi morali. Non è una bella cosa essere etichettati come arrivisti.
C’è da dire che un attivista può anche essere arrivista. È possibile, ma nella pratica è meno comune. Un attivista è generalmente visto come una persona che si impegna per una causa o un’idea altruistica, spesso sacrificando il proprio tempo e le proprie risorse per promuoverla. Tuttavia, nulla impedisce a una persona di essere sia un’attivista che un arrivista, poiché questi concetti si riferiscono a sfere diverse della personalità e del comportamento.
Un individuo potrebbe essere coinvolto attivamente in attività di attivismo per promuovere una causa, ma al contempo potrebbe avere obiettivi personali che si concentrano sul proprio vantaggio individuale, senza necessariamente considerare l’impatto sociale o il benessere degli altri. In questo caso, potremmo considerare quella persona come un “attivista arrivista“.
Tuttavia, l’atteggiamento arrivista è sempre visto in modo negativo, poiché implica un’attenzione eccessiva ai propri interessi personali a discapito delle motivazioni altruistiche o degli obiettivi condivisi dalla comunità di attivisti.
In generale, la maggior parte degli attivisti è spinta da un forte senso di impegno sociale e non è motivata principalmente da desideri egoistici.
Anche carrierista si usa a volte, con lo stesso senso di arrivista. Il carrierista vuole fare carriera, cioè vuole progredire nel mondo del lavoro, vuole andare avanti, assumere cariche più importanti e guadagnare di più. La sua carriera è la cosa più importante. Carrierista è più specifico se vogliamo in ambito lavorativo ma si usa meno rispetto ad arrivista. Nel linguaggio politico sono più o meno equivalenti, ma secondo me ha più senso usare arrivista in quanto si può riferire anche al guadagno di una posizione sociale di rilievo o a diventare più ricco eccetera. In comune i due termini hanno che entrambi a volte non si fanno troppi scrupoli nell’agire, chi per un motivo (una causa, un ideale) chi per un altro (interessi personali).
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
Descrizione: Il prestanome è una persona il cui nome compare al posto di quello di un’altra persona, che per qualche motivo non può utilizzare il proprio nome. Vediamo anche alcuni sinonimi e come si usano nel linguaggio comune.
Segue una breve canzone dal titolo “hai la testa di legno?”
Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Descrizione: Espressioni come “mettere il bavaglio” o “legge bavaglio” sono molto diffuse sui giornali e dai media in generale. Nell’episodio spieghiamo anche la differenza tra il bavaglio e il bavaglino. Alla fine dell’episodio facciamo ascoltare una breve canzone dedicata al bavaglio.
Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente
“ Lacci e lacciuoli” di trova abbastanza spesso utilizzata quando si parla di politica. Si usa per lamentarsi degli ostacoli eccessivi posti dalla burocrazia.
Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Una simpatica espressione di cui voglio parlarvi è “Va tutto bene madama la marchesa“.
Questa espressione è usata in modo ironico per indicare che le cose non vanno affatto bene, anche se apparentemente sembra tutto sotto controllo. È un modo sarcastico per sottolineare una situazione in realtà problematica o complessa.
Questa espressione evidenzia il comportamento di minimizzare o sdrammatizzare situazioni difficili o drammatiche.
L’origine risale a una canzone francese. In italiano infatti si dovrebbe dire “va tutto bene signora marchesa”, ma in questo modo è sicuramente più originale.
In pratica la storia è questa: il marito della marchesa si era suicidato. Una Tragedia! Oltretutto era scoppiato un incendio nel palazzo ed è morto anche un cavallo.
Il servitore, cioè il maggiordomo della marchesa doveva rassicurarla. Così, nonostante la gravità degli eventi, viene tranquillizzata in modo eccessivamente ottimista e superficiale dal servitore.
Si sottolinea così ironicamente il tentativo di minimizzare una situazione disastrosa.
L’espressione “va tutto bene madama la marchesa” si usa spesso parlando di politica, poiché i governanti cercano sempre di dire che va sempre tutto bene, che non ci sono gravi problemi nel paese, così, chi invece sta all’opposizione commenta spesso dicendo:
Smettiamola di dire va tutto bene madama la marchesa, perché non va bene proprio niente in Italia!
Teoricamente si può usare anche al di fuori dell’ambito politico, ma bisogna trovare un’occasione in cui ci sia una sdrammatizzazione da parte di qualcuno oppure semplicemente si tratta di fare ironia su un fatto accaduto.
Es:
Oggi è stata una giornata Tranquilla: Abbiamo solo perso il treno, perso le valigie e piove a dirotto. Insomma, va tutto bene madama la marchesa!
Qui si evidenzia in modo ironico che è stata una giornata di… vabbè avete capito…
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Siete felici quando piove? In Italia non tanto, e da sempre esiste una simpatica rspressione per indicare questo dispiacere:
Piove, governo ladro!
È un’esclamazione che oggi si utilizza solamente in senso ironico, perché il Governo italiano non ha chiaramente nessuna colpa quando piove e nessun merito quando è bel tempo. È utilizzata quindi per esprimere insoddisfazione o malcontento verso il governo cogliendo l’occasione quando le condizioni meteorologiche sono avverse, come quando cade la pioggia.
Eppure all’origine (almeno questa è una delle ipotesi sull’origine di questa espressione) questa esclamazione aveva, eccome, a che fare con le decisioni del Governo, ma non perché questo aveva il potere di far piovere, quanto perché quando pioveva, i contadini lombardi (circa 200 anni fa) sapevano che il governo austriaco (c’era la dominazione austriaca a quei tempi) avrebbe aumentato la tassa sul seminato, perché con la pioggia sarebbe migliorato il raccolto.
La tassa sul seminato era un’imposta sulla macinazione del frumento e dei cereali in genere.
Dunque: più pioggia, più raccolto, più tasse. Questa decisione non era chiaramente ben accolta dai contadini che quindi, alla vista della pioggia, imprecavano:
Piove, governo ladro!
Non si sa se sia veramente questa l’origine dell’espressione, ma valeva la pena parlarvene perché oggi si usa spesso per esprimere, quasi sempre con il sorriso, un dissenso verso i governanti di turno. Oggi, tra l’altro, è bel tempo e non osso dire nulla contro il Governo!
Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Oggi vediamo il termine AVENTINO.
L’Aventino è una delle sette colline di Roma.
A Roma in realtà vengono chiamati colli.
I famosi sette colli di Roma. Del “Colle“, in particolare, abbiamo già parlato.
Uno di questi è l’Aventino.
Gli altri sei colli di Roma sono: Campidoglio, Celio, Esquilino, Palatino, Quirinale e Viminale.
Questi colli hanno un’importanza storica e culturale molto grande per la città di Roma, poiché su di essi si sono sviluppate alcune delle principali attrazioni turistiche, monumenti e luoghi di interesse della città.
Il termine AVENTINO viene utilizzato spessissimo nella politica italiana per indicare un movimento di opposizione o di contestazione.
Questo perché ai tempi degli antichi romani gli abitanti dell’Aventino, in gran parte artigiani e commercianti, come forma di protesta contro le decisioni dei Patrizi (le persone benestanti, quelle più ricche, la classe d’élite dell’antica società romana) si riunivano sull’Aventino e facevano una protesta non violenta.
Si parla di Aventino anche quando, nel 1924, quando c’è stata una storica protesta e molti deputati dell’opposizione rifiutarono di tornare nell’aula della Camera e partecipare ai suoi lavori. Si è trattato di una secessione nei confronti del governo Mussolini (il Duce) in seguito alla scomparsa di Giacomo Matteotti avvenuta nel giugno dello stesso anno.
Da allora, il termine “Aventino” è stato spesso utilizzato per indicare un’opposizione a un governo o a una decisione politica.
Non si tratta come detto di una rivolta violenta però.
La caratteristica dell’Aventino è il rifiuto di partecipare alla vita politica ed economica della città o del paese o al limite anche di un gruppo che fa attività politica, almeno fino a quando quelle richieste non verranno accettate. L’unica differenza rispetto ai tempi antichi è che oggi non si va più fisicamente sul colle dell’Aventino a protestare.
Vediamo qualche esempio:
Un partito ha deciso di sciogliere la sua sezione di Roma, a seguito di una serie di contrasti interni. Questo episodio è stato definito dalla stampa come un “Aventino interno” del partito , ovvero una sorta di protesta interna contro la linea ufficiale del partito.
Il partito di opposizione resterà sull’Aventino contro l’arroganza del governo.
Sulla decisione di eleggere come presidente il candidato indagato per mafia, il partito di opposizione sceglie l’Aventino: “impossibile un confronto democratico”, secondo i partecipanti alla protesta.
Se dunque dei parlamentari di un partito, anziché recarsi al parlamento e votare democraticamente, decidono di non partecipare alle votazioni, possiamo parlare di Aventino, una forte protesta, una forte opposizione a una decisione politica di qualunque tipo. L’impatto mediatico è sicuramente garantito, anche se non è detto ci siano risultati concreti dal punto di vista politico.
L’Aventino però può riguardare, sebbene si usi più raramente in questo modo, anche il popolo, non solo un gruppo parlamentare.
I cittadini, che protestano per l’aumento delle tasse, dicono: “staremo sull’Aventino fino a quando il governo non cambierà idea”.
L’obiettivo è sempre quello di ottenere un risultato protestando contro una decisione politica.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della politica.
– – – – – – – –
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Oggi vediamo il termine malcostume.
Questo termine deriva chiaramente da male (cattivo, negativo) + costume.
Il termine “costume” non si riferisce in questo caso al costume da bagno.
Sappiamo che il termine costume indica infatti anche un capo d’abbigliamento. Il costume si indossa al mare, al lago o in piscina.
Il termine costume però si usa anche per indicare gli usi, le tradizioni o le prassi di un popolo una comunità oppure all’interno di un sistema politico o di una determinata istituzione.
Il “malcostume” (si scrive tutto attaccato) si riferisce a un comportamento o una pratica (o condotta) socialmente inaccettabile, considerata volgare, indecente o immorale. Non si usa solamente parlando di società e politica.
Può anche indicare un abbigliamento o uno stile inappropriato, che viola i canoni culturali o di buon gusto.
Il malcostume può però variare a seconda del contesto culturale, delle norme sociali e delle convenzioni di una determinata comunità.
Ad esempio, ciò che potrebbe essere considerato un malcostume in un certo paese o in un ambiente lavorativo, potrebbe essere accettabile in un ambiente informale o durante certe occasioni sociali o in altri paesi.
L’uso del termine “malcostume” può variare anche a seconda del contesto specifico. La politca è appunto uno di questi.
In particolare in questo contesto il malcostume viene “denunciato” o “condannato“.
Ad ogni modo può essere utilizzato per riferirsi a comportamenti o abbigliamenti provocatori, volgari o di cattivo gusto.
Può essere impiegato per criticare l’eccessiva esibizione del corpo, l’uso di un linguaggio volgare o osceno, la mancanza di rispetto per le norme sociali o l’abbigliamento inappropriato per un determinato evento.
In generale viene utilizzato per sottolineare la non conformità alle aspettative sociali riguardanti il comportamento e l’abbigliamento.
Spesso viene associato a un giudizio negativo sulla condotta delle persone coinvolte. Per condotta si intende il comportamento abituale di un individuo nei suoi rapporti sociali. Anche a scuola esiste la condotta. In particolare esiste il “voto in condotta” che è un giudizio dato sul comportamento sociale dello studente.
In contesti politici, il malcostume può essere utilizzato per riferirsi a comportamenti o pratiche ritenute moralmente o eticamente inappropriati da parte di politici o figure pubbliche. Si denuncia nel senso che si dichiara pubblicamente che c’è un comportamento negativo che va condannato, che non va bene perché nuoce, va male alla società.
Parliamo del “costumepolitico“, che in particolare riguarda le norme non scritte o le convenzioni che governano il comportamento dei politici, i processi decisionali e le dinamiche delle istituzioni politiche.
Ad esempio, il “costumepolitico” può riguardare l’etica nella politica, come il rispetto delle regole di trasparenza e l’onestà.
Quando si parla di “malcostume” in un contesto politico, ci si riferisce pertanto a comportamenti o pratiche che violano (attenzione all’accento) o sono contrari a queste norme non scritte.
Ad esempio la corruzione, l’uso abusivo del potere, la violazione delle regole etiche o la mancanza di rispetto per il processo democratico possono essere considerati forme di “malcostume” politico.
Il nepotismo, la tangente (ne abbiamo già parlato, ricordate?) o l’abuso di potere per ottenere benefici personali o finanziari illeciti.
Ogni comportamento sleale può comunque essere condannato e segnalato come malcostume. Il termine potrebbe essere infatti utilizzato per condannare azioni sleali o scorrette durante le campagne elettorali, come la diffusione di informazioni false o calunniose sugli avversari politici.
Un abuso di autorità ad esempio. Il malcostume potrebbe essere menzionato per indicare l’uso improprio del potere o l’abuso di autorità da parte di politici, ad esempio nel caso di violazioni dei diritti umani o della libertà di stampa.
Il termine potrebbe essere impiegato anche per criticare politici che non rispettano le regole etiche o le norme di comportamento attese, come l’utilizzo di informazioni riservate a proprio vantaggio o la mancanza di trasparenza nelle attività politiche.
L’aggettivo “scostumato” è interessante perché questo aggettivo viene utilizzato per descrivere generalmente una singola persona o un comportamento che è considerato volgare, indecente o moralmente inaccettabile.
Il malcostume indica invece, in genere, un comportamento non di un singolo, ma di un gruppo, di una parte di una comunità: una abitudine diffusa.
Scostumato si usa per un individuo che si comporta in modo contrario alle norme sociali, anche in maniera provocatoria o offensiva: l’uso di un linguaggio volgare, gesti osceni o abbigliamento provocante, uno stile inappropriato, che viola (notate sempre l’accento. Il verbo è violare) i canoni culturali o di buon gusto. Un aggettivo, questo, che non si usa in genere parlando di politica.
Se una persona va in giro nuda si può dire che è una persona scostumata.
È un sinonimo di “volgare” e sintomo di cattiva educazione. È però un aggettivo abbastanza formale. Gli adolescenti e i giovani non lo usano. In tv si sente a volte ma è pronunciato da persone educate che non vogliono essere volgari.
Vediamo qualche esempio di come usare il termine malcostume:
Bisogna colpire il malcostume diffuso attraverso la vigilanza e il controllo.
È necessario prevenire il malcostume all’interno della magistratura.
Troppe persone non fanno correttamente la raccolta differenziata dei rifiuti. Questo malcostume è irrispettoso nei confronti della legge.
Dilaga (verbo dilagare, che indica una diffusione nella società) il malcostume tra i dipendenti pubblici nel comune, troppo facilmente corrompibili dalla malavita organizzata.
Avrete capito che il malcostume va combattuto, va condannato, va demonizzato, perseguito e prevenuto in ogni ambito perché è un male di una società e potrebbe dilagare. Ho usato anche il verbo perseguire. Meglio se lo spieghiamo nel prossimo episodio dedicato al linguaggio della politica.
Alla prossima.
– – – – – – – –
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Giovanni: Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della salute.
Buongiorno Anthony
Anthony: buongiorno a te Giovanni.
Giovanni: è arrivato il momento di spendere qualche parola sulla tachicardia. Che ne pensi?
Anthony: ottima idea! Parliamo del cuore che batte troppo velocemente.
Giovanni: lo chiedo a te perché sei un medico e voglio farti qualche domanda sulla quale sarai sicuramente ferrato!
Anthony: mi auguro di sì!
Giovanni: bene, cerchiamo di spiegare qualche termine e espressione particolare legati a un disturbo del cuore come la tachicardia.
Innanzitutto, come tanti altri disturbi, il termine Tachicardia termina con – cardia.
In generale, il suffisso “-cardia” viene utilizzato per descrivere qualsiasi cosa che riguardi il cuore, non solo disturbi, come ad esempio procedimenti medici, farmaci e trattamenti terapeutici: l’elettrocardiogramma ad esempio.
Anthony: La Tachicardia, in particolare è un disturbo cardiaco caratterizzato da un aumento della frequenza cardiaca a riposo, ovvero il cuore batte più rapidamente rispetto alla norma.
Giovanni: ma che significa “a riposo” quando parliamo di frequenza cardiaca a riposo?
Anthony: “A riposo” significa senza fare sforzi. Quando si parla di frequenza cardiaca “a riposo“, ci si riferisce alla misurazione del battito cardiaco in condizioni di totale relax, in cui il corpo non è sotto stress o sotto l’influenza di fattori esterni che possano aumentare il battito cardiaco. Il contrario è “sotto sforzo” cioè durante un esercizio fisico intenso. Il battito aumenta quando facciamo sforzi chiaramente.
Giovanni: “A riposo” chiaramente si scrive con la a senza acca! Si tratta della preposizione “a”, che ha lo stesso ruolo in altre locuzioni simili, come “a caldo”, “a freddo”, “a iosa“, “a cavolo”. In pratica la preposizione “a” ha la funzione di specificare il modo in cui viene eseguita un’azione.
Ma partiamo dalle basi: il cuore è l’organo muscolare che pompa il sangue attraverso il sistema circolatorio.
Il cuore quindi pompa il sangue, lo fa scorrere, lo spinge grazie al suo continuo pompaggio. Il cuore stesso è una pompa. Pompa è anche sostantivo.
Il verbo “pompare” viene spesso utilizzato per descrivere l’azione del cuore, in quanto il cuore è un organo muscolare che si contrae e si rilassa per spingere il sangue attraverso le arterie e le vene del corpo. In questo senso, si può dire che il cuore pompa il sangue nel sistema circolatorio.
Quindi abbiamo scoperto anche questi due verbi: contrarsi e rilassarsi. Il cuore si contrae e si rilassa.
Poi abbiamo già usato la parola “disturbo” per indicare che qualcosa non va, qualcosa non funziona bene nel nostro corpo o nella nostra mente. Non c’è nessuno che “disturba” ma c’è qualcosa che crea un disturbo, diciamo un malfunzionamento.
Anthony: In ambito medico, la parola “disturbo” viene utilizzata per indicare un insieme di sintomi o di comportamenti che causano un disagio significativo nella vita di una persona e che sono considerati clinicamente rilevanti.
Giovanni: I disturbi possono essere di natura mentale, emotiva o fisica. Ci sono i disturbi dell’umore, i disturbi d’ansia, disturbi del sonno, disturbi dell’alimentazione, disturbi della personalità, disturbi dell’attenzione e iperattività, tra gli altri. Hai parlato dei “sintomi” che causano un disagio. Un’altra parola interessante.
I sintomi sono le manifestazioni o le sensazioni che una persona percepisce come indicazioni di un problema di salute o di un disturbo fisico o mentale. Sono dei segni evidenti di una malattia o di un disturbo, come il dolore, la febbre, la tosse, la nausea, la vertigine, la stanchezza, il prurito, l’irritazione, la perdita di appetito, il cambiamento dell’umore, ecc.
Dunque si diceva che il cuore pompa il sangue. Poi si è detto che si contrae e si rilassa. Ma il cuore batte anche. Se il cuore batte, allora siamo vivi. Il cuore batte continuamente. Allora esiste il cosiddetto battito cardiaco, cioè il battito del cuore.
Anthony: I battiti cardiaci sono le contrazioni del cuore (ogni volta che il cuore si contrae abbiamo una contrazione) che spingono il sangue attraverso le arterie e le vene. Ogni volta che il cuore batte, cioè che si contrae, assistiamo ad un battito cardiaco.
Giovanni: Che battito cardiaco bisogna avere? Quale battito cardiaco è considerato normale?
Anthony: Il battito cardiaco normale varia a seconda dell’età, del livello di attività fisica e di altri fattori. In media, il battito cardiaco a riposo di un adulto sano dovrebbe essere compreso tra 60 e 100 battiti al minuto (si usa la sigla bpm, tre lettere che sono le iniziali di battiti al minuto).
Tuttavia, il battito cardiaco può variare notevolmente da persona a persona. In generale, se è inferiore a 60 bpm è considerato bradicardia. In pratica questo accade quando il cuore batte troppo lentamente.
Giovanni: E’ grave?
Anthony: Diciamo che dipende. Alcune persone possono avere un battito cardiaco più lento o più veloce rispetto alla media senza che ciò rappresenti un problema di salute. Un battito cardiaco inferiore a 60 bpm può essere considerato normale per alcune persone, specialmente per gli atleti o per coloro che hanno una buona forma fisica. In questi casi, il cuore è in grado di pompare una maggiore quantità di sangue con ogni battito.
Giovanni: il che significa….
Anthony: il che significa che il battito cardiaco può essere più lento ma comunque efficace nel fornire ossigeno e nutrienti al corpo. Tuttavia in molti casi la bradicardia potrebbe essere associata a sintomi come stanchezza, vertigini o svenimenti. D’altra parte, un battito cardiaco superiore a 100 bpm è considerato tachicardia.
Giovanni: ma da cosa dipende?
Anthony: può essere causato da una serie di fattori, tra cui lo stress, l’ansia, l’esercizio fisico intenso, la febbre e altre condizioni mediche.
Giovanni: Stiamo parlando quindi della “frequenza cardiaca“: il numero di battiti cardiaci al minuto.
Abbiamo anche nominato le vene e le arterie: è li che scorre il sangue. Si chiamano “vasi sanguigni“, e servono a trasportare il sangue dal cuore ai tessuti e agli organi del corpo. I “vasi” normalmente servono solamente a contenere, sono dei contenitori, ma i vasi sanguigni contengono e anche trasportano il sangue.
L’aggettivo sanguigno è interessante perché può anche essere usato in senso figurato per definire una persona. Ci si riferisce alle sue caratteristiche emotive o psicologiche. Una persona “sanguigna” si usa per indicare una personalità passionale, impetuosa o impulsiva. Una persona con “un temperamento sanguigno” o che ha “un’irruenza sanguigna”. Non si tratta d persone moderate e riflessive, ma non è detto sia negativo come aggettivo associandolo ad una persona. Viene spesso associato a passione, forza e vitalità, e allora è positivo, ma può anche essere interpretato in modo negativo se utilizzato per descrivere una personalità impulsiva o aggressiva.
Tornando alle arterie e alle vene, fanno lo stesso lavoro? Cosa hanno di diverso le arterie dalle vene? Sono entrambi vasi sanguigni, ma cosa li distingue?
Anthony: Le vene fanno l’opposto delle arterie: sono i vasi sanguigni che portano il sangue dai tessuti e dagli organi al cuore. Le vene poi hanno pareti più sottili e meno elastiche rispetto alle arterie.
Poi ci sono anche i capillari, che sono sempre vasi sanguigni, ma sono i più piccoli vasi sanguigni e hanno pareti molto sottili che consentono lo scambio di sostanze tra il sangue e i tessuti.
Giovanni: capillare somiglia non a caso alla parola “capello”. La cosa più sottile che abbiamo.
E’ interessante come il termine “arteria” si usi anche parlando di strade e autostrade. A Roma ad esempio ci sono parecchie arterie che portano le macchine dentro e fuori la città.
Le arterie stradali o autostradali sono dunque una metafora che si riferisce alle principali strade di comunicazione che attraversano una regione o un paese o che collegano una città con la periferia o diverse città e regioni tra loro. Queste strade sono spesso chiamate “arterie” per il loro ruolo fondamentale nel trasporto di persone, beni e servizi attraverso un territorio, così come le arterie del sistema circolatorio che trasportano il sangue dal cuore ai tessuti del corpo.
Ma torniamo alla tachicardia. Da cosa può essere causata?
Anthony: Oltre all’ansia, lo stress, la febbre, l’ipertiroidismo, anche da abuso di sostanze come la caffeina o l’alcol, o anche da patologie più gravi come le aritmie cardiache o le malattie cardiache.
Giovanni: Accidenti, quest’ansia è davvero pericolosa! Lo chiedo ad Estelle, la nostra farmacista francese.
Estelle: Ciao a tutti! Già, l’ansia è veramente pericolosa. E non dobbiamo bere troppo caffè né bere troppo alcool. Mi raccomando.
Giovanni: grazie Estelle. Tu ci parlerai nel prossimo episodio della sana alimentazione, una cosa a cui in Italia teniamo parecchio. Intanto però dicci una cosa: quanti caffè si possono bere ogni giorno per non avere la tachicardia? E quanti bicchieri di vino italiano (o francese!) ci sono consentiti?
Estelle: Purtroppo in medicina la risposta è sempre la stessa: dipende! Parlando in generale però, se parliamo di caffè italiani (quindi molto corti, serviti in una tazzina) tre caffè sono sufficienti e anche salutari per un adulto. In media si ritiene che un consumo moderato di caffeina sia di circa 400 mg al giorno.
Giovanni: che corrispondono più o meno a 3 o al massimo 4 caffè (fatti con la moka) ogni giorno. Quindi massimo 3 caffè al giorno. E vino? Quanto ne possiamo bere? Dipende anche qui?
Estelle: Hai indovinato! Il consumo di birra e vino (e altri alcolici) può causare tachicardia in alcune persone, e la quantità che può essere consumata senza sviluppare tachicardia dipende da diversi fattori individuali. Per questo motivo, è importante prestare attenzione ai segnali del proprio corpo e limitare il consumo di alcol se si sperimentano sintomi come battito cardiaco accelerato o palpitazioni.
Giovanni: palpitazioni? E cosa sono? Come la tachicardia?
Anthony: Non esattamente. Le palpitazioni sono una sensazione soggettiva di un battito cardiaco irregolare, accelerato o “saltellante”. Spesso sono descritte come un “battito cardiaco forte”, o “sensazione di avere il cuore in gola” o una “sensazione di farfalle nello stomaco”.
Giovanni: le farfalle nello stomaco? Io credevo che solo quando siamo innamorati si sentono le farfalle nello stomaco!
Anthony: non è un caso infatti. Anche in quel caso il cuore può accelerarsi.
Giovanni: Avere o sentire le “farfalle nello stomaco” è un’espressione comune usata per descrivere una sensazione di eccitazione o ansia che si manifesta nell’area dello stomaco. Questa sensazione può essere associata a diverse situazioni, come quando si è innamorati, quando si è ansiosi o quando si è nervosi per un evento importante.
Quando siamo esposti a situazioni stressanti o eccitanti (io preferisco queste), c’è un aumento del flusso sanguigno verso gli organi vitali, compreso lo stomaco. Questo aumento del flusso sanguigno può causare la sensazione di formicolio o, appunto, di farfalle nello stomaco.
Con le farfalle nello stomaco possiamo concludere questo episodio. Un saluto a tutti e ci vediamo al prossimo episodio dedicato alla salute in cui parleremo della sana alimentazione.
Estelle: Ciao a tutti
Anthony: un saluto anche da me! Il vostro dottorino!
– – – – – – – –
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Oggi vediamo il verbo insorgere, usato quasi esclusivamente in ambito politico. Vediamo perché.
Il verbo “insorgere” significa “opporsi attivamente” o “ribellarsi” a qualcosa o qualcuno che viene percepito come ingiusto o inaccettabile.
In ambito politico, il termine viene spesso utilizzato per riferirsi a movimenti di protesta, manifestazioni, scioperi e rivolte popolari contro governi, istituzioni o decisioni ritenute discriminatorie o dannose.
Il verbo “insorgere” è spesso usato in ambito politico soprattutto perché si riferisce a un’azione collettiva di protesta o di ribellione contro un sistema o un’autorità che viene percepita come illegittima o ingiusta.
Si tratta di una protesta collettiva dunque, che possiamo chiamare col termine insurrezione.
È un verbo che esprime un forte senso di opposizione e di resistenza. Una resistenza attiva, e quindi viene usato soprattutto in contesti di conflitto sociale e politico.
“Insorgere” somiglia ad altri verbi che esprimono un’azione di opposizione o di resistenza, come “protestare”, “opporsi”, “ribellarsi”, “sollevarsi”, “alzarsi”, “manifestare”.
Tutti questi verbi si riferiscono a un’azione di opposizione attiva e possono essere usati in contesti simili.
Quando dico “attiva” intendo che questa insurrezione ha un obiettivo preciso, vuole contrastare, vuole opporsi con l’obiettivo di ottenere un risultato. Una resistenza attiva non è una resistenza che serve solo a resistere, ad allungare la sofferenza o la vita.
Il verbo “insorgere” ha chiaramente a che fare con il verbo “sorgere” che a prima vista sembrerebbe riguardare solamente il sole, che sorge ogni mattina.
In realtà anche una domanda può sorgere. Spesso si dice che una domanda “sorge spontanea” .
Molto simile al verbo nascere. Un sospetto può ugualmente sorgere. Anche un edificio o una montagna possono farlo.
L’edificio sorge a fianco del parlamento
La casa abusiva è sorta in una sola notte
La maestosa montagna sorgeva all’orizzonte, dominando la vista con la sua imponenza.
Può sorgere anche un’idea o un problema, o un dubbio.
Mi sorge un dubbio
È appena sorto un problema
L’idea è sorta dalla geniale mente di Marco
Molto spesso si tratta di una nascita improvvisa, di una crescita inaspettata.
C’è un legame tra sorgere e insorgere perché entrambi derivano dal latino “surgere“, che significa infatti “alzarsi” o “elevarsi“, proprio come fa il sole la mattina, quando si alza in cielo per illuminare il mondo.
“Insorgere” invece significa letteralmente “alzarsi controqualcosa” o “elevarsi in opposizione“.
In questi casi di insurrezione o protesta collettiva, protesta di massa, si parla anche di un “sollevamento di protesta” come ad esempio un sollevamento popolare.
Ad insorgere può essere il popolo in generale, magari contro una decisione del governo che non li trova d’accordo, oppure può insorgere un gruppo parlamentare o l’insieme dei dipendenti di un’azienda, o anche i sindacati dei lavoratori.
Perché l’uso del prefisso “in“? Se è sorta questa domanda, vi rispondo subito. “In” indica una sorta di inversione di una situazione data. Scusate il gioco di parole.
Cosa viene invertito? È Il senso del verbo sorgere.
“Sorgere” significa infatti “alzarsi” in senso positivo, mentre “insorgere” significa “alzarsi” in senso negativo, ovvero contro qualcosa o qualcuno.
Accade spesso questo con la preposizione in. Pensate a credibile e incredibile, pensate a indimenticabile o a intollerante.
Chiarito quest’ultimo dubbio, ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.Anzi no…
Vediamo altri 10 esempi di uso del verbo insorgere perché mi sono appena ricordato di altri due utilizzi particolari del verbo insorgere. Prima faccio gli esempi e poi ve ne parlo:
1. Il partito di opposizione insorge contro la nuova legge fiscale proposta dal governo.
2. I cittadini insorsero contro la corruzione dilagante nel loro paese.
3. Se non si prendono misure adeguate, il conflitto potrebbe insorgere nuovamente.
4. Dopo l’ultimo scandalo politico, molti gruppi di attivisti sono insorti per chiedere riforme.
5. La popolazione è insorta contro il regime autoritario che governava il paese.
6. Il sindacato è insorto contro la decisione dell’azienda di licenziare centinaia di lavoratori.
7. La tensione tra i due paesi insorge periodicamente a causa della disputa territoriale.
8. Dopo le elezioni, i sostenitori del partito vincitore sono insorti in festa nelle strade.
9. I giovani studenti sono insorti in protesta contro le misure di austerità del governo.
10. Non appena si è diffusa la notizia della nuova tassa, la popolazione è insorta in massa contro il governo.
Nell’esempio n. 3 vediamo che anche un conflitto può insorgere. In questo caso sta per nascere all’improvviso, crescere inaspettatamente e/o molto velocemente. Lo stesso vale con la tensione, quando insorge, come nell’esempio n. 7. Sempre di fenomeni collettivi parliamo però.
Infine, nell’esempio n. 8, “insorgere in festa“, non ha nulla a che fare con la protesta e la ribellione. Questa è un’espressione invece che indica una specie di festeggiamento di massa, un’occasione di festa collettiva.
Potrei anche dire che:
Dopo la vittoria del campionato del mondo, i tifosi sono insorti in festa.
Se vogliamo restare nella politica, un altro esempio può essere:
Dopo la notizia della liberazione del prigioniero politico, la popolazione è insorta in festa per celebrare il ritorno della libertà.
Adesso posso salutarvi veramente.
Alla prossima.
– – – – – – – –
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Una parolina che ogni tanto si vede usare quando si parla di politica è sgrammaticatura.
Ma che c’entra la grammatica?
Normalmente infatti una sgrammaticatura indica un erroregrammaticale.
Un compito pieno di sgrammaticature è pertanto un compito pieno di errori di grammatica.
Il fatto è che parlando di politica, a questo termine si associa l’aggettivo istituzionale o anche costituzionale.
Cos’è una sgrammaticatura istituzionale o costituzionale?
Si tratta sempre di una specie di errore in fondo, perché qualcuno già da qualche anno, ha pensato di usare questa espressione in occasione di episodi in cui c’è stato un modo scorretto di applicare le regole istituzionali.
Le istituzioni ad ogni livello e anche i personaggi che ricoprono cariche politiche hanno un compito preciso, dettato dalle leggi, cioè dalla costituzione o altre norme o da regolamenti, e anche il modo di assolvere a queste funzioni è definito, se non dalle norme, dalla prassi. Assolvere in questo caso significa compiere, adempiere. Parliamo di doveri.
Ebbene, ci sono casi in cui tali compiti o tali comportamenti non sono stati rispettati esattamente come si doveva ma si sono verificate scorrettezze, inesattezze, errate interpretazioni delle norme, o comportamenti non esattamente coerenti con la figura ricoperta da un personaggio delle istituzioni o dalle istituzioni stesse.
Spesso si parla di conflitti sulle competenze dei vari organi amministrativi o di governo.
Vi faccio alcuni esempi:
Una regione Italiana e alcuni comuni entrano in conflitto perché i comuni hanno organizzato degli incontri per prendere decisioni di interesse comune, ma non hanno coinvolto la Regione su una questione sulla quale è proprio la Regione a stanziare le risorse.
La regione pertanto lamenta una sgrammaticatura istituzionale, cioè una scorrettezza, o, nel migliore dei casi, un errore.
Vediamo un ultimo esempio riguardante una sgrammaticatura costituzionale:
La costituzione prevede che un cittadino italiano possa non andare a votare durante un referendum, ma un pubblico ufficiale non può indurre all’astensione i cittadini, non può cioè consigliare loro di non andare a votare o convincerli in tal senso.
Qualora questo accada qualcuno potrebbe parlare di sgrammaticatura costituzionale.
In tal caso (come nel precedente esempio) si sta utilizzando una modalità alternativa per denunciare una scorrettezza, un errore o, come in questo ultimo esempio, un atto illegittimo.
Quando però si parla di sgrammaticature istituzionali, a volte lo si fa per minimizzare l’accaduto, declassandolo come sgrammaticatura, paragondolo cioè ad un’errore grammaticale, cioè una cosa di poco conto, l’accaduto.
Così, una dichiarazione inopportuna, ad esempio con contenuti razzisti di una carica istituzionale viene derubricata (cioè declassata) come sgrammaticatura istituzionale, come a dire:
Queste dichiarazioni il presidente non può dirle perché non è previsto dal regolamento.
In un altro paese magari sarebbero state richieste le sue dimissioni per una questione così importante.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.
– – – – – – – –
Sai che puoi ascoltare gli episodi anche su Spotify? Puoi abbonarti se vuoi e avrai accesso a tutti gli episodi pubblicati!
Un termine molto usato in ambito politico è il presidio.
Il termine presidio indica la protezione, la vigilanza e la sorveglianza di un luogo o di una situazione. Allo stesso modo il verbo presidiare indica l’azione del proteggere, tutelare.
Un presidio può servire anche a controllare, a difendere un luogo. Infatti il presidio militare è un contingente di truppe di stanza in un luogo, guarnigione. Si dice che questo contingente di truppe è di stanza in un luogo. Questo gruppo (contingente) di militari è “stanziato” (verbo stanziare) in un luogo con l’obiettivo di difenderlo.
Anche delle persone normali, come dei volontari posso fare un presidio, possono cioè presidiare qualcosa, come una banca, una scuola eccetera.
Il verbo presidiare quindi si riferisce all’azione di esercitare il presidio su un luogo, un edificio o una zona di interesse.
In politica si usano spesso frasi come:
Le istituzioni dello Stato sono il presidio della democrazia.
Questo significa che le istituzioni servono a tutelare, a garantire la democrazia.
Uno Stato deve presidiare la libertà democratica di un paese
Gli ambiti in cui si usano questi termini sono vari e spaziano dalla sicurezza pubblica, alla salute, all’ambiente, all’educazione, alla difesa, all’agricoltura e tanto altro ancora.
Ci sono alcuni presidi che ricorrono più spesso, come il presidio medico, il presidio di polizia, il presidio ambientale, il presidio di sicurezza o il presidio sanitario.
Il presidio di polizia è un luogo dove la polizia esercita un’azione di controllo, quindi può essere anche un edificio o una sola stanza in cui è necessaria la presenza di poliziotti.
Se parliamo di presidio sanitario le cose si fanno più complicate. Infatti ad esempio la farmacia è un presidio sanitario sul territorio. Anche un centro di riabilitazione privato lo è.
In generale ogni struttura fisica (ospedale, poliambulatorio, ambulatorio, ecc.) dove si effettuano le prestazioni o le attività sanitarie è un presidio sanitario.
Ma un presidio sanitario è anche il nome che viene dato a tutti quegli ausili sanitari (ad esempio le carrozzelle) cioè quegli strumenti utili per compiere azioni che sarebbero altrimenti impossibili o difficili da eseguire.
I presìdi sanitari sono i pratica degli oggetti che aiutano a prevenire o curare determinate patologie (come il catetere per l’incontinenza, i pannoloni etc.). Anche le protesi sono degli ausili sanitari.
Poi ci sono anche i presidi medico-chirurgici ma in questo caso si tratta di disinfettanti e sostanze come germicide o battericide, ma anche gli insetticidi, tipo per uccidere le zanzare.
Apriamo una breve parentesi grammaticale (non vi ci abituate).
Attenzione perché si dice e si scrive presidi medico-chirurgici. Medico al singolare e chirurgici al plurale. Infatti quando si hanno dei nomi composti da due o più parole riunite da un trattino, funziona sempre così. La prima al singolare e la seconda al plurale.
Quindi i presidi si dicono medico-chirurgici (medico, non medici).
Vale la stessa regola in tutti i casi di questo tipo, es:
Lezioni pratico-teoriche
Lezioni teorico-pratiche
Le questioni politico-parlamentari
Problemi scolastico-educativi
Problemi educativo-scolastici
Questioni economico-sociali
Questioni socio-economiche
ecc
Chiudiamo la parentesi.
Presidi medico-chirurgici: Si tratta di prodotti che vanno autorizzati dal Ministero della Salute e una volta autorizzati, i prodotti devono riportare in etichetta la dicitura “Presidio Medico Chirurgico” e il numero di registrazione che viene fornito proprio dal Ministero della Salute.
Quindi sul termine presidio si potrebbero creare confusioni. Non avviene questo però col verbo presidiare, che significa solamente controllare o proteggere. C’è il senso della presenza fisica, stare sempre fisicamente in quel luogo.
Fanno eccezione il presidio della legalità, della democrazia. In questi casi c’è più il senso della “tutela”
Giovanni: Come si usa il verbo commissariare? Si tratta di un verbo che si utilizza solamente quando parliamo di politica. Chiaramente deriva dal termine commissario. Cos’è un commissario allora? È una persona a cui vengono affidati temporaneamente dei compiti importanti.
Il verbo “commissariare” si usa allora per indicare l’azione di affidare qualcosa a un commissario, ovvero a una persona incaricata di assumere temporaneamente il controllo di una situazione o di un’attività, con il compito di risolvere eventuali problemi o difficoltà.
Ecco alcuni esempi di come si può utilizzare il verbo “commissariare” in una frase:
Il sindaco ha deciso di commissariare la gestione del servizio idrico per risolvere i problemi di inefficienza. Evidentemente ci sono dei problemi con la fornitura dell’acqua.
La società ha deciso di commissariare l’azienda per ristrutturarla e renderla più efficiente.
Il governo ha commissariato l’ente previdenziale per risanarne le finanze.
Il commissario allora avrà proprio questo compito: ristrutturare e rendere più efficiente l’azienda. Per questo motivo è stato nominato.
L’assemblea dei condomini ha deciso di commissariare il condominio per risolvere i problemi di manutenzione e gestione comune.
Questo commissario dovrà risolvere questi problemi e dopo che li avrà risolti sarà nominato un nuovo amministratore del condominio.
Spesso è un comune italiano ad essere commissariato.
Il commissariamento di un comune avviene quando, a causa di gravi problemi amministrativi, finanziari o di altro tipo, il governo centrale decide di nominare un “commissario straordinario” per gestire la situazione al posto degli organi amministrativi del comune stesso.
Spesso si parla di commissari straordinari non solo perché non si tratta di una gestione ordinaria (quindi è straordinaria), normale, perché ad esempio è una soluzione temporanea. Poi infatti si dovrà tornare alla normalità.
Si chiama straordinario soprattutto per un altro motivo: il commissario straordinario ha poteri straordinari.
Il commissario straordinario ha il compito di risolvere i problemi che hanno portato al commissariamento, riportando la situazione sotto controllo e garantendo la corretta gestione degli affari comunali. In genere, il commissario ha poteri speciali che gli permettono di adottare decisioni in modo rapido ed efficace, al fine di risolvere i problemi nel più breve tempo possibile.
Il commissariamento è quindi un provvedimento eccezionale (nel senso che deve essere una eccezione) che viene adottato solo in casi di estrema necessità, quando l’amministrazione comunale (ad esempio) non è in grado di garantire i servizi essenziali e la corretta gestione degli affari pubblici. In alcuni casi, il commissariamento può durare per un periodo limitato, fino a quando la situazione non si è risolta, mentre in altri casi può durare per un periodo più lungo, fino a quando non vengono risolti tutti i problemi e non viene garantita una gestione regolare e trasparente del comune.
Alcuni dei più noti commissari straordinari sono il commissario straordinario per la ricostruzione (dopo un terremoto ad esempio) , per il rischio idrogeologico, per i rifiuti di una città o per le bonifiche di un territorio.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.
Giovanni: la lingua che si usa in politica e quella che si usa in guerra hanno un verbo in comune: mobilitare.
Un verbo che trova applicazione anche in altri ambiti ma volevo colpire la vostra attenzione. Lo ammetto!
Scherzi a parte, vediamo meglio cosa significa questo verbo e come si usa.
“Mobilitare” significa mettere in movimento, far agire, organizzare e coordinare le persone, le risorse o gli sforzi per raggiungere un obiettivo comune. Questa è la sintesi estrema.
In ambito politico, il verbo mobilitare viene spesso usato per descrivere l’azione di raccogliere e organizzare le persone per partecipare a una manifestazione o a una protesta.
Ad esempio:
Il sindacato ha mobilitato i lavoratori per una manifestazione contro la riforma del lavoro in atto.
In altri ambiti, il verbo mobilitare può essere usato per indicare l’azione di attivare, coordinare o organizzare risorse di qualunque tipo o persone per un’attività specifica.
Ad esempio:
La polizia ha mobilitato tutte le sue risorse per cercare il sospettato della rapina in fuga.
L’azienda ha mobilitato i suoi dipendenti per la raccolta fondi a favore dell’ospedale.
Il verbo mobilitare viene preferito ad altri verbi come “organizzare” o “attivare” quando si vuole sottolineare l’idea di mettere in movimento o far agire un insieme di persone o risorse per raggiungere un obiettivo comune in modo coordinato.
C’è una regia dietro ogni mobilitazione, una mente, una persona che ha organizzato la mobilitazione.
Mobilitare è simile anche a mettere insieme, riunire, raggruppare, unificare.
In guerra si mobilitano le truppe, i soldati, le forze in campo per battere il nemico.
In politica si mobilitano gli elettori o le persone in generale. Al limite si possono mobilitare tutte le risorse a disposizione per raggiungere un obiettivo.
Si possono mobilitare anche le risorse economiche, o mobilitare delle forze, ad esempio quando si vogliono raccogliere dei fondi per una specifica finalità, come nell’esempio visto sopra.
Tante persone mettono 1,2 o 10 euro a testa per un fine preciso: questa è una mobilitazione di forze, di energie e di risorse.
Le mobilitazioni, specie in ambito politico, spesso fanno paura perché tante persone tutte assieme possono creare problemi di ordine pubblico e di sicurezza. Allora anche le forze dell’ordine possono mobilitare i loro uomini per evitare conseguenze negative.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.
Giovanni: Qualche volta abbiamo parlato di vittorie, perdite e sconfitte. Ricordate? Oggi parliamo di una particolare tipologia di vittoria: la vittoria di Pirro.
Capita spesso di ascoltare questa espressione alla radio, in TV e soprattutto al telegiornale.
Dovete sapere che Pirro era un lontano parente di Alessandro Magno, ed è stato un re dell’Epiro intorno all’anno 300 avanti Cristo. L’Epiro è una zona che si trova tra la Grecia e l’Albania.
Proprio durante il regno di Pirro, avvennero delle campagne contro Roma, e nell’anno 280 a.c. l’Italia meridionale fu invasa dalle truppe di Pirro.
Il termine “campagna” qui è intesa nel senso di operazione bellica, quindi un tentativo di conquista di territori. Sono famose anche la campagna di Russia, quella d’Egitto; le campagne d’Africa.
Insomma, con queste campagne si cercava di conquistare Roma, e a volte sono state vinte delle battaglie che però successivamente si sono dimostrate inutili. Infatti l’Epiro venne poi conquistato dai romani e qualche secolo dopo confluì nell’Impero romano d’Oriente.
Per questo motivo queste campagne contro Roma sono state all’origine della frase “vittoria di Pirro“, che sta ad indicare una vittoria priva di conseguenze, senza un reale impatto strategico.
Povero Pirro.
La frase è ormai entrata nel linguaggio non solo della politica, ma anche degli affari o di sport si usa spesso per descrivere un successo inutile o effimero, dove il “vincitore” ne esce sostanzialmente male. E’ una vittoria inutile, che non porta vantaggi. La vittoria resta una vittoria ma a cosa serve una vittoria se è inutile? A niente. Questa è la vittoria di Pirro.
Ammettiamo ad esempio che ci siano delle elezioni.
Tutti i partiti fanno una campagna elettorale. Ecco che ritorna il termine “campagna”.
Anche in politica ci sono le “campagne” dunque, ma stavolta si tratta di operazioni organizzate a un determinato fine: vincere le elezioni. Ci sono tanti tipi di campagne, ma ne parleremo un’altra volta.
Se allora un partito riesce a prendere la maggioranza dei voti in una sola città, ma sommando i voti a livello nazionale, vince lo schieramento elettorale opposto, quella vittoria si può dire che è una vittoria di Pirro.
Cosa importa che in quella città si sia raggiunta questa vittoria? A cosa è servito? A nulla.
Un esempio nello sport: una squadra in Champions League vince una partita che però non serve a raggiungere la qualificazione.
Anche questa è una vittoria di Pirro: inutile.
Al lavoro: la mia azienda mi vuole licenziare perché sono accusato di essere poco produttivo. Alla fine il direttore dell’azienda non riesce a dimostrare l’accusa, anzi il direttore viene anche arrestato per corruzione. L’azienda però fallisce e tutti i dipendenti (me compreso) vengono licenziati.
Ho vinto io? Può darsi, ma sempre di una vittoria di Pirro si tratta!
Giovanni: oggi parliamo di potere, e quando parliamo di potere c’è quasi sempre di mezzo la politica. Ci occupiamo in particolare del termine gotha.
È evidentemente un termine che non ha origini italiane.
Vi spiego meglio. C’è una città tedesca che si chiama proprio Gotha, e nell’anno 1763 nasceva l’almanacco di Gotha, una specie di lista o meglio, di rubrica in cui compaiono però solamente le persone più importanti.
Questo almanacco conteneva inizialmente i nomi dei sovrani e nobili tedeschi, poi col tempo è stato pubblicato in diverse edizioni in diversi paesi europei con i nomi delle famiglie nobili e aristocratiche di diversi paesi, con informazioni genealogiche, quindi su quali famiglie provenivano, sui titoli, proprietà e altre informazioni rilevanti.
Oggi, quando si usa il termine gotha si intende generalmente una lista di nomi di persone importanti, in genere in un certo ambito.
“Il” gotha non è pertanto una singola persona ma un insieme di persone.
Se ad esempio dico che ad una riunione era presente il gotha della finanza italiana si vuole dire che hanno partecipato le persone più importanti, più autorevoli, quelle che contano di più, che hanno più potere nel mondo della finanza italiana.
C’è spesso il senso di “potere” nel termine gotha. Un potere che è nelle mani di poche persone.
Conseguentemente è facile che si parli del “gotha della politica italiana” o del gotha italiano o europeo o mondiale. I
n questo caso non ne fanno necessariamente parte solo personaggi politici, ma più in generale persone che contano, che hanno potere.
Va notato che il Gotha, inteso come almanacco, non è più pubblicato dal 1944, e quindi l’uso di questo termine oggi va sempre considerato come immagine di importanza e di potere.
Es:
Al matrimonio sarà presente il gotha aziendale italiano.
Una trasmissione televisiva in cui si esibisce il gotha della cucina mondiale.
Arrestato un uomo politico che aveva contatti col gotha della mafia.
Notate che difficilmente il termine si utilizza per indicare un gruppo dirigenziale di una singola azienda o di un singolo partito politico seppure può considerarsi lecito. Il gotha è generalmente qualcosa di più ampio, che appartiene ad una società:
Il gotha della finanza
Il gotha italiano
Il gotha americano
Il gotha della politica italiana
Si può comunque usare anche in questo modo:
Il gotha di Google
Il gotha dell’azienda
Il gotha del partito democratico
Si usano, a seconda del contesto (anche diversi e più leggeri della politica), anche altri termini.
Alla mia festa ci sarà la crema del calcio italiano.
Si usa spesso anche “la crème” con lo stesso senso di “la crema”: la parte più qualificata di una collettività.
Il senso è simile al gotha ma c’è meno il senso del potere e più quello della notorietà. Spesso c’è anche i quello di maggiore stile, nobiltà, eleganza.
Ancora più selezionata è la crème de la crème.
Es:
Alla prima del teatro La Scala di Milano ci sarà la crème de la crème della società.
Anche il termine élite è abbastanza usato.
Si tratta della parte più autorevole o raffinata di un gruppo, di un ambiente, di una collettività.
In questo caso emerge il senso della minoranza: poche persone in possesso di autorità, potere e influenza sociale e politica.
Far parte dell’élite è molto difficile
In quella scuola si è formata gran parte dell’élite romana
L’élite è la classe di comando, quella che sta nella stanza dei bottoni e che prende decisioni.
Più informale ma con un senso molto simile è il “fior fiore“, come abbiamo già visto in un episodio.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.
Giovanni: oggi lascio la parola a Danielle, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che vi leggerà questo episodio dedicato alla politica italiana. Anche per voi può essere piacevole ascoltare una seconda voce di tanto in tanto. Vai Danielle!
Danielle: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo dei colletti bianchi.
Il colletto è il bordo di una camicia o una giacca, che risulta disposto attorno al collo.
Ovviamente le camicie bianche hanno il colletto bianco, ma “colletti bianchi” è il nome che viene dato a una particolare categoria di lavoratori.
Si tratta di professionisti come medici, magistrati, insegnanti, impiegati, dirigenti e funzionari pubblici o anche manager d’azienda.
Ma che c’entra con la politica?
Lasciatemi spiegare prima perché vengono chiamati così.
Innanzitutto l’origine è la lingua inglese: “white collars”, quindi sarà più facile capire per molti non madrelingua italiana.
Si tratta di professioni che si possono svolgere indossando camicie bianche perché richiedono un lavoro esclusivamente intellettuale e non fisico.
I colletti bianchi svolgono attività che richiedono una formazione specialistica e un alto livello di conoscenza tecnica.
I colletti bianchi però sono sempre citati oggi non come categoria privilegiata di lavoratori, ma come invece un ceto sociale particolarmente inclinea commettere certi tipi di reati.
In fondo queste professioni sono esercitate da persone che, in un modo o nell’altro, gestiscono il potere.
Sono rispettabili persone, più colte e istruite rispetto alla media: professionisti che si occupano di bilanci aziendali, di relazioni pubbliche, di azioni in borsa, di rapporti tra soggetti pubblici e privati eccetera.
Persone che possono influenzare il mondo dell’economia e della politica e che spesso e volentieri lo fanno in modo illecito.
Quando si parla di colletti bianchi è praticamente sempre in contesti in cui il candore (la purezza) del bianco viene sporcato da reati come falso in bilancio, corruzione, appropriazione di denaro pubblico, eccetera.
I colletti bianchi non si sporcano le mani di sangue, non commettono omicidi, non fanno attentati mafiosi o altri atti criminali clamorosi di questo tipo. Questo non significa che non ci siano legami tra la criminalità organizzata e questi reati ovviamente.
I loro reati pertanto spesso sono invisibili anche perché nessuno denuncia queste attività illecite, perché sono attività a danno pressoché di tutti gli altri e nessuno tranne i colletti bianchi ne è a conoscenza.
In Italia (e non solo) la politica ha un legame con i “colletti bianchi” in quanto questi lavoratori sono considerati una parte importante della società e dell’economia. Le politiche pubbliche (dunque le decisioni della politica) che riguardano la formazione professionale, l’occupazione e la protezione sociale hanno un impatto diretto sulla vita dei colletti bianchi.
Ad esempio, le politiche fiscali che riguardano le imposte sul reddito e la previdenza sociale possono influire sulla remunerazionee sulle prospettive di carriera dei colletti bianchi.
Inoltre, i colletti bianchi, essendo sono spesso rappresentati in posizioni di comando in molte industrie, tra cui sanità, finanza e tecnologia, possono esercitare una notevole influenza sulla politica attraverso i loro interessi professionali e economici.
In sintesi, la politica italiana e i colletti bianchi sono legati da un rapporto di interdipendenza, in cui le politiche pubbliche hanno un impatto sulle condizioni di vita e di lavoro dei colletti bianchi, e questi ultimi, a loro volta, possono influire sulla formulazione delle politiche pubbliche attraverso la loro posizione e il loro potere economico e professionale.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato alla politica italiana.
Giovanni: grazie a Danielle per l’aiuto e complimenti per l’ottima pronuncia.
Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della stanza dei bottoni.
E’ necessario aprire una breve parentesi sul termine “bottone“.
Si usa questo termine generalmente per indicare un piccolo oggetto di forma tondeggiante (ma ce ne sono di varie forme), che si usa con le camicie, le giacche, i cappotti e serve per riunire e chiudere due parti di un indumento. I bottoni si allacciano e si slacciano, mentre si usa il verbo abbottonare (o abbottonarsi) per indicare l’atto di chiudere (o congiungere) le due parti delle camicie o delle giacche usando i bottoni che vanno infilati negli appositi occhielli.
Abbottona/abbottonati la giacca ché fa freddo!
Prima si mette la cravatta e poi si abbottona la camicia.
Per l’operazione inversa invece si usa il verbo sbottonare e sbottonarsi. é interessante che sia abbottonarsi che sbottonarsi, quindi i verbi riflessivi, hanno anche un uso figurato.
Infatti abbottonarsi si usa anche per indicare una “chiusura” di altro tipo, e quindi non indica solamente l’azione di abbottonare i bottoni della propria giacca o camicia, ma anche, in senso figurato, nel senso di chiudersi in un cauto riserbo. Una persona “abbottonata” è una persona che non sembra affatto disponibile a parlare, a condividere informazioni. Quindi significa chiudersi nel silenzio per riserbo o per cautela.
Di contro, sbottonarsi significa anche iniziare a parlare, schiudersi, quindi aprirsi al dialogo, specie dopo una iniziale chiusura. Si usa spesso con la negazione:
Non ti sbottonare
Giovanni non si sbottona mai
Il presidente non si sbottona sulla possibile trasformazione della società
Maria è una persona prudente, una che non si sbottona facilmente neanche con gli amici.
Ci sono espressioni come “attaccare bottone“, un’espressione di cui ci siamo già occupati, che ha a che fare con l’approccio. Quando si cerca di avvicinare qualcuno per per parlargli, per tentare un approccio, si usa spesso l’espressione “attaccare bottone”. Simile anche a abbordare. Poi esiste anche “attaccare un bottone“, che più informalmente diventa “attaccare il pippone“, che abbiamo spiegato nello stesso episodio di attaccare bottone. Il senso è quello di infastidire, molestare qualcuno con dei lunghi e noiosi discorsi.
Non finisce qui perché esiste anche la cosiddetta “stanza dei bottoni“, espressione con cui si indica, in modo figurato il luogo in cui si prendono le decisioni. I bottoni sarebbe un modo alternativo per indicare i pulsanti. A dire il vero però un pulsante non viene praticamente mai chiamato bottone, al di fuori di questa espressione. La forma di un bottone comunque può essere abbastanza simile a quella di un pulsante. Più in generale infatti qualsiasi oggetto di forma tondeggiante che assomigli a un bottone, possiamo chiamarlo così, anche se ha usi diversi. In tal caso parliamo di un pulsante, quindi di un organo di comando che si può premere con un dito.
Dunque la stanza in cui si premono i pulsanti è il luogo in cui si prendono le decisioni. Ci si riferisce in particolare alle decisioni politiche e economiche, quindi si sta parlando del potere decisionale.
Nel linguaggio della politica si usa abbastanza spesso perché esprime in modo sintetico la capacità di poter influenzare le decisioni più importanti. Ovviamente quando si prende una decisione importante non si preme alcun pulsante, ma questa è ovviamente un’immagine figurata.
Vediamo qualche frase di esempio di attualità:
Il mondo ha un urgente bisogno di ridurre l’impatto ambientale dell’uomo, ma purtroppo nella stanza dei bottoni del mondo ci sono altre priorità.
Occorre riuscire a colmare la distanza tra il sud e il nord dell’Italia, a prescindere da chi si trovi nella stanza dei bottoni.
Una parte dello schieramento governativo si sta lamentando del fatto che nella stanza dei bottoni comandino solamente il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia.
Parliamo sempre del luogo di “esercizio del potere“. Il luogo in cui si esercita il potere è appunto la stanza dei bottoni.
Voglio, in chiusura di questo episodio, parlarvi di questo interessante uso del verbo esercitare.
L’uso prevalente di esercitare è quello di tenere in attività, cioè tenere in esercizio, in allenamento.
Esercitare la memoria
Esercitarsi facendo esercizi ginnici
ecc.
Esercitare significa però anche adoperare un potere, far valere un proprio potere in virtù di una investitura. Questo significa che, ad esempio, poiché un personaggio politico ricopre una certa carica pubblica, allora ha determinate facoltà, ha determinati poteri che può decidere di utilizzare o meno.
Se lo fa, allora esercita il suo potere, quindi lo utilizza, lo fa valere.
C’è anche chi approfitta di questo potere e va oltre ciò che è consentito. In questo caso si parla di “abuso di potere“. Ma di questo ne parliamo nel prossimo episodio.
– – – – – –
Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo dell’iter. Ho già accennato a questo termine nell’episodio facente parte del corso di italiano professionale dedicato alla prassi.
L’iter è però semplicemente una procedura.
Un termine che si usa spesso in politica, ma anche parlando di procedure amministrative e burocratiche.
Vi faccio alcuni esempi:
Una legge, per essere approvata, deve seguire il suo iter.Si tratta di una serie di passi che necessariamente devono essere seguiti per poter arrivare alla sua approvazione definitiva.
Nel caso di una legge si chiama iter legislativo o più specificamente procedimentolegislativo. È un procedimento formale che quindi avviene attraverso varie fasi, vari passaggi. In questo caso sono la presentazione, l’approvazione, la promulgazione e la pubblicazione.
Non voglio entrare nel dettaglio ma la cosa importante da sapere è che solo una procedura politica o amministrativa può essere chiamata iter.
Se sto preparando un dolce e sto seguendo una determinata procedura, questo non è un iter.
Solitamente, proprio come qualunque tipo di procedura, si usa il verbo seguire.
Seguire un iter.
Notate che iter viene dal latino e significa viaggio, marcia e come ogni viaggio ha una destinazione.
Nel caso di iter burocratico/amministrativo, spessissimo si parla di “trafila“, che talora viene preferito all’utilizzo di iter:
La trafila amministrativa.
La trafila burocratica.
Indica sempre una serie di passaggi obbligatori, ma spesso con una eccezione negativa. Notate che nella parola trafila c’è la “fila”, e fare la fila non è sempre piacevole.
Es:
La pratica avviata per ottenere la cittadinanza italiana ha seguito una trafila molto lunga.
In questo caso avrei potuto usare anche il termine iter, trattandosi di una questione amministrativa.
In realtà il termine trafila indica più in generale una serie di prove, di difficoltà, di disavventure attraverso le quali è necessario passare per poter raggiungere un certo obiettivo. In questo caso non è opportuno usare iter.
Es:
Prima di inventare la lampadina, Edison è passato per una lunga trafila di tentativi e di insuccessi.
Anche al lavoro e nello sport, in modo simile, si usa spesso il termine trafila, per indicare il percorso lavorativo/professionale di una persona prima di arrivare a raggiungere una posizione di importante:
Es:
Vi racconto la lunga trafila che ho dovuto seguire prima di diventare il direttore dell’azienda.
La storia di Giovanni, dalla trafila tra le squadre giovanili fino all’esordio con la squadra nazionale.
Ci diamo appuntamento al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.
– – – – – –
Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della moral suasion.
Una locuzione quasi esclusivamente politica. In questo ambito infatti, si usa in alcune occasioni al posto di “persuasione“.
Sapete cos’è la persuasione?
La persuasione è ciò che si fa quando si cerca di convincere qualcuno della propria idea. Si cerca di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso la parola o lo scritto.
La persuasione è una vera capacità, un’abilità, quasi un’arte direi.
Chi sa persuadere (questo è il verbo che dovremmo usare al posto di “convincere“) ha una forma di potere che coloro che non ne sono capaci non hanno.
La moral suasion è però una persuasione morale. Si cerca di persuadere facendo leva su dei valori morali.
E’ dunque un invito a correggere o rivedere determinate scelte o comportamenti in politica perché ritenuti moralmente sbagliati.
Ma tutti possono fare questa moral suasion?
Non esattamente.
In genere la moral suasion è proveniente da una personalità, una persona importante o da un organismo a cui è riconosciuta da tutti una certa autorevolezza.
Il presidente della Repubblica italiana, dall’alto del Colle, può ad esempio esercitare moral suasion nei confronti di politici o correnti politiche o partiti politici che hanno intenzione di prendere certi provvedimenti che il presidente ritiene immorali.
Questa autorità, qualunque essa sia, generalmente ha un ruolo imparziale, saggio, equanime (dovrei usare un’altra definizione ma la spiegherò nel prossimo episodio dedicato alla politica) e ha obblighi di vigilanza di qualche tipo, lavora in genere a garanzia delle istituzioni, e utilizza, in questo caso, questo suo potere non attraverso atti formali, documenti, approvazioni ufficiali, provvedimenti di qualunque tipo, ma semplicemente cerca di convincere, cerca di indurre ad un comportamento moralmente e socialmente corretto.
Sto cercando altri verbi adatti per descrivere l’obiettivo della moral suasion.
Indurre va bene ma anche orientare: si cerca di orientare dei comportamenti. La moral suasion si propone di orientate, di influenzate scelte e comportamenti.
Quindi questa autorità non ricorre direttamente ai poteri che la sua carica o la legge le mette a disposizione per l’esercizio delle sue funzioni ma usa la sua autorevolezza.
Chi è vittima della moral suasion potrebbe essere insensibile alle questioni morali, ma la moral suasion punta anche e soprattutto sull’impatto sociale della moral suasion, sulle sue conseguenze, non quelle giuridiche ma quelle sull’immagine, sulla notorietà, sulla reputazione di chi subisce la moral suasion.
Il termine suasion (notate la pronuncia) potrebbe sembrare di origine inglese ma è latina. Significa proprio persuasione.
Vediamo qualche esempio:Il presidente della repubblica esercita la sua moral suasion affinché il governo corregga il decreto che potrebbe favorire una maggiore evasione fiscale.La moral suasion si esercita. Proprio come il potere.
Se vogliamo usare parole e verbi diversi potremmo dire che il presidente “fa pressione” sul governo affinché eccetera eccetera.
Oppure, il presidente cerca dipersuadere o di dissuadere. Questo è interessante, perché la moral suasion si può utilizzare sia per persuadere che per dissuadere, a seconda dei casi.
Una cosa infatti è dire: “devi fare così”, “è meglio prendere questa decisione”, “questa è la strada corretta da seguire” (questo è persuadere), e un’altra cosa è dire: “non devi fare questo”, “questo provvedimento è immorale” ecc.
In quest’ultimo caso parliamo di dissuasione e di dissuadere.
Se non avete ancora capito la differenza, basti pensare a una persona che vuole suicidarsi. Bisogna dissuaderla! E bisogna persuaderla del fatto che la vita è bella e va vissuta.
Si può tranquillamente fare un collegamento tra la moral suasion e l’espressione “avere un ascendente“ su una persona, che vi ho già spiegato, ma quest’ultima non è tipicamente politica, ma si può usare ogniqualvolta una persona abbia una certa capacità di influenzare le scelte e le decisioni di altre, senza essere un’autorità nazionale o una importante istituzione.
Comunque, all’inizio ho detto che la locuzione moral suasion è “quasi” esclusivamente politica. Anche in economia esiste la Moral suasion.
La pubblicazione di una notizia sui giornali o sui telegiornali ha il potere di dissuadere aziende che potrebbero infrangere la legge o dei regolamenti.
Potete comunque usare la moral suasion anche in senso ironico, quando si tratta di convincere una persona a intraprendere una decisione oppure a non farlo.
Es.Mia moglie non vuole partecipare a uno scambio di coppia. Perché non ci provi tu, che sei la sua migliore amica, a fare un po’ di moral suasion
Scherzi a parte, anche una istituzione nazionale può esercitare la moral suasion, ma per poterlo fare deve avere un potere di vigilanza, come la Consob, che è l’organo di controllo del mercato finanziario italiano, o l’autorità per anticorruzione o organismi di questo tipo.
Chi vuole adesso può rispondere a alcune domande su questo episodio per mettersi alla prova. Per farlo basta diventare membri di Italiano Semplicemente, la nostra associazione creata per conoscere l’italiano e l’Italia. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.
Le domande e le risposte sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo delle armi di distrazione di massa.
Un’espressione che è derivata dalle “armi di distruzione di massa” (con la lettera u al posto della a). La frase di oggi si usa abbastanza spesso in ambito di comunicazione su questioni politiche.
Il termine “armi“, lo sapete, è il plurale di “arma“: un’arma, due armi.
Un’arma è un qualsiasi oggetto di cui ci si può servire come mezzo materiale di offesa o di difesa, cioè per colpire o per difendersi.
In genere si tratta comunque di uno strumento fabbricato appositamente per la guerra, per la difesa personale, o anche per la caccia o per lo sport (il “tiro a segno”). Parliamo quindi di armi come la pistola, il fucile, il coltello ecc.
Le armi di distruzione di massa sono quelle che distruggono, quindi quelle più potenti, che permettono di colpire e uccidere tante persone, di distruggere persino l’intera umanità. Per “massa” si intende proprio questo. Parliamo di armi come la bomba atomica, le armi biologiche, le armi chimiche e quelle radiologiche.
Il concetto di massa lo troviamo anche nei mezzi di comunicazione di massa, come la tv e la radio, che sono dei mezzi, cioè degli strumenti, dei modi per comunicare con una grande quantità di persone.
Ma perché armi didistrazione? In questo caso non si vuole distruggere nessuno. Piuttosto, si vuole distrarre qualcuno da qualcosa.
Mi spiego meglio.
Le distrazioni sono cose che distraggono. Il verbo è “distrarre“, un verbo che si può usare in modi diversi. Può significare svagarsi, divertirsi, quindi possiamo dire che quest’estate intendo distrarmi un po’ più del solito. Il senso è quello di non pensare al lavoro, quindi di spostare la mia attenzione su cose meno impegnative e divertenti se possibile.
Il secondo senso è perdere l’attenzione. Perdere la propria attenzione, deconcentrarsi, che se vogliamo è lo stesso significato di prima, ma qui intendiamo non una distrazione al fine di divertirsi, ma nel senso di non riuscire più a restare concentrato su qualcosa. Posso dire ad esempio che mi sono distratto durante la lezione di italiano e ho perso una parte della spiegazione.
Qui, e anche prima, ho usato il verbo distrarre in senso riflessivo (distrarsi), ma si può comunque dire che ho distratto un amico, che quindi non è riuscito a stato attento durante tutta la lezione. Si è deconcentrato. Nel caso del divertimento invece non si può usare che in senso riflessivo. Al massimo posso dire che ho aiutato un amico a distrarsi dopo una settimana di intenso lavoro.
Si può indicare la cosa dalla quale ci si distrae. Si usa la preposizione “da” a questo scopo:
Distrarsi dal lavoro, distrarsi dalla lezione:
Come non distrarsi dal lavoro se il proprio ufficio si affaccia su piazza di Spagna?
Gli studenti, se c’è rumore, potrebbero distrarsi dalla lezione
In teoria poi, anche lo sguardo si può distrarre.
Distrarre lo sguardo è esattamente come distoglierelo sguardo, che significa allontanarlo da qualcosa o qualcuno perché c’è altro che ha attirato la nostra l’attenzione. Al posto di sguardo posso usare anche l’attenzione.
Si usa soprattutto in senso figurato. Posso quindi dire che:
Quando si guida non si deve distrarre lo sguardo (l’attenzione) dalla strada.
Ma anche:
Non bisogna distrarre lo sguardo (l’attenzione) dalle questioni importanti della vita
Tornando alle “armi di distrazione di massa“, c’è qualcuno che vuole distrarre una massa di persone. Ma in che senso? Non si parla di far divertire una grande quantità di persone, ma si tratta di indurre, provocare una distrazione di massa, nel senso che qualcuno vuole che le persone di una intera nazione, ad esempio, distolgano lo sguardo, distraggano lo sguardo (in senso figurato), quindi spostino la loro attenzione da delle questioni.
In poche parole, usare delle armi di distrazione di massa è un gioco di parole per dire che in politica spesso c’è la volontà di fare in modo che la massa, cioè il popolo, i media, i giornalisti, i giornali eccetera, non parlino di alcune questioni, ma distraggano l’attenzione su altre questioni, spostino l’interesse su questioni meno importanti, diverse, meno scottanti, meno pericolose per il governo ad esempio.
Ad esempio, qualcuno definisce alcune trasmissioni televisive, molte seguite dalla massa, delle armi di distrazione di massa, perché in questo modo la massa non vede il telegiornale e così non si accorge di alcune decisioni politiche o dell’andamento dell’economia.
Se in TV vediamo che è un continuo parlare di questioni private del presidente del consiglio o di altri personaggi politici anziché parlare dell’emergenza energetica, della povertà che aumenta, dell’aumento dei prezzi e della disoccupazione, allora qualcuno potrebbe dire che si stanno utilizzando delle armi di distrazione di massa, per distrarre la massa, per spostare l’attenzione dalle questioni importanti, dirigendola su argomenti e notizie frivole, attraenti ma molto meno importanti in generale.
Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della deriva autoritaria.
Si tratta di una locuzione usata esclusivamente in ambito politico e non solo riguardo a questioni politiche italiane.
Iniziamo dalla prima parola: la deriva.
Il termine deriva, in senso proprio, si usa quando un corpo viene trascinato da un fluido in cui il corpo è immerso o che galleggia.
Ad esempio si parla spesso delle balene alla deriva, che vengono trascinate dal mare verso la spiaggia, oppure la deriva dei continenti, che indica lo spostamento dei continenti, proprio come se fossero delle barche. È come se i continenti o le balene fossero abbandonati in balia del movimento del mare.
In realtà però ll termine “deriva” si usa specialmente in senso figurato, per indicare sempre un “movimento”, ma non fisico.
Per deriva in questi casi si intende una tendenza incontrollabile, specialmente sul piano sociale e politico.
Questo movimento, questa tendenza, ha però una “direzione” negativa.
Quindi non solo le Balene e i continenti possono andare alla deriva, ma anche una situazione sociale o politica che sta peggiorando in modo incontrollato.
Es:
Nella nostra famiglia stiamo andando alla deriva: nostra figlia ormai esce si casa e rientra magari due giorni dopo senza neanche dirlo a noi genitori e nostro figlio ci manda a quel paese con molta facilità.
Quindi diciamo che in questo esempio parliamo di una situazione familiare in cui si sta perdendo il rispetto per i genitori e questa situazione sta andando verso una direzione sbagliata sempre di più.
Ebbene, in politica si parla invece di deriva autoritaria. Cos’è che sta peggiorando stavolta? Quale situazione ha preso una tendenza preoccupante e incontrollabile?
In quale contesto stiamo assistendo ad un “movimento” verso qualcosa di negativo?
Il termine “autoritaria” è “autoritario” descrive in questo caso l’amministrazione politica di uno stato.
Uno stato autoritario non è uno stato democratico. C’è un partito egemone o anche un dittatore. C’è comunque un governo autoritario, che fa il bello e il cattivo tempo, che decide tutto, che impone la propria politica.
Ebbene quando si assiste ad una deriva autoritaria, si nota un cambiamento nell’amministrazione e nella politica di uno stato. Quello stato sta prendendo una direzione autoritaria, va verso l’autoritarismo o peggio ancora verso la dittatura.
Più la democrazia è a rischio, più la tendenza è quella che porta all’autoritarismo, quindi ha senso parlare di deriva autoritaria.
Per ovvie ragioni è una locuzione più utilizzata dai partiti democratici per indicare che un governo sta portando una nazione verso l’autoritarismo e quindi che nel paese si sta assistendo ad una perdita di democrazia:
Stiamo assistendo ad una deriva autoritaria
Spesso si usa anche il termine “china“: Una china autoritaria, con lo stesso senso di direzione verso l’autoritarismo.
Durante la manifestazione abbiamo assistito alla polizia che picchiava ingiustamente i pacifici manifestanti. C’è chi vede il rischio di una deriva autoritaria.
Attenzione perché la china non è la Cina scritta in lingua inglese.
Il termine china, che il mio cellulare si ostina a scrivere con la C maiuscola, è, in senso proprio, un terreno o un percorso in discesa. Ma in senso figurato si usa per descrivere, proprio come la deriva, una direzione verso qualcosa di negativo.
Anche al di fuori della politica posso dire che le cose si mettono su una brutta china, quindi stanno volgendo al male. Posso dire anche, più semplicemente, che le cose stanno andando male, che la situazione è preoccupante.
Informalmente poi si usa spesso il cattivo o brutto andazzo. La china è dunque come l’andazzo, ma si usa anche in contesti più seri, specie se parliamo di politica.
Non mi piace l’andazzo che sta prendendo questa situazione
La brutta china che sta prendendo la politica italiana mi preoccupa molto.
L’andazzo si chiama così perché indica un brutto modo in cui stanno andando le cose.
La china invece, con l’immagine di una discesa, indica una tendenza, sempre negativa come detto.
Lo stesso vale per la deriva, con l’immagine di un movimento progressivo verso qualcosa di negativo.
Se parliamo di autoritarismo, non si usa però l’andazzo, ma solamente la china e la deriva.
Come dicevo il termine andazzo è informale, molto colloquiale e si usa normalmente per lamentarsi di come stanno andando le cose. Si usa spesso con i figli:
Sono tre giorni che non mangi la carne! Non mi piace questo andazzo!
Stai rientrando troppo tardi la sera, cos’è questo andazzo? Dove andremo a finire?
Prendere una bruttapiega è un modo analogo, ugualmente informale per esprimere lo stesso concetto.
Usare il termine china, sempre con la iniziale minuscola, o addirittura deriva, in questi contesti, sarebbe veramente esagerato.
Le domande e le risposte sono normalmente disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni:
Ciao a tutti, oggi per la rubrica dedicata alla politica italiana, voglio parlarvi del cosiddetto “codazzo“.
Sapere bene che un personaggio politico importante molto spesso è circondato fisicamente da un certo numero di altre persone. Ci sono le guardie del corpo a anche altri politici dello stesso partito o gruppo politico, e altre persone che in qualche modo hanno a che fare con quel personaggio.
Ebbene, normalmente si usa il termine “seguito” (attenzione all’accento, che cade sulla lettera “e”) che fa pensare a delle persone che seguono quel personaggio. Il seguito in realtà è usato più in generale per indicare un gruppo di persone che fanno da scorta o da compagnia a un alto personaggio, non solo della politica:
L’ìimperatore e il suo seguito
Il presidente e il suo seguito
Seguito, con lo stesso accento, si usa però anche per indicare una successione, una serie numerosa, più o meno collegata. posso dire ad esempio: dopo un lungo seguito di anni Es:
I lavoratori italiani, prima di andare in pensione hanno lavorato per un lungo seguito di anni.
Quindi hanno lavorato tanti anni. Si vuole dire che questi anni sono stati uno di seguito all’altro.
Esiste poi anche “seguito” nel senso di “ciò che segue”: es:
I primi cinque minuti del film mi sono piaciuti, ma il seguito del film è stato noioso.
Ho ascoltato solo i primi episodi della rubrica della politica Italiana di Italiano semplicemente. Sono curioso però di ascoltare il seguito degli episodi.
Restando però al primo utilizzo del termine “seguito” riferito ad un gruppo di persone che sta intorno ad un grosso personaggio (ad esempio politico), si può chiamare anche in altri modi, come ad esempio “accompagnamento“, termine abbastanza neutro, e anche col nome di “codazzo“. In questo caso si intuisce che c’è una accentuazione spregiativa. E’ la parte finale “azzo” che ci suggerisce qualcosa di negativo 🙂
La parte iniziale invece viene a “coda“, e le code stanno sempre dietro per definizione. La coda, tra le altre cose, serve anche a “scodinzolare“, un verbo che indica il muovere la coda in segno di felicità. Un po’ ciò che fanno anche coloro che appartengono al codazzo di gente che si trova attorno ad un personaggio importante.
Si può parlare di codazzo, senza aggiungere altro, oppure (come si fa solitamente) si specifica, quindi si aggiunge qualcosa:
Un codazzo di gente attorno a un parlamentare
Un codazzo di fan che chiedono l’autografo a Francesco Totti
Un codazzo di ammiratori per il calciatore intervistato
Un codazzo di fedelissimi che circonda il politico
Un codazzo di adulatori attorno a un cantante
Un codazzo di auto che seguono quella del presidente
Il primario dell’ospedale è sempre accompagnato da un codazzo di altri medici e infermieri.
Se ne parla quasi sempre comunque in termini di protesta, o “pubblicità negativa” se non nel caso di aspra critica nei confronti di qualcuno che ha il codazzo, oppure per sminuire l’importanza di queste persone, che sono meno importanti del personaggio principale.
Negli altri casi è più appropriato usare “seguito” e “accompagnamento“.
Notate anche che se usiamo “seguito“, possiamo usare anche la locuzione “al seguito”, che comunque si usa anche in senso più generale, simile a “insieme” o “appresso” o anche “cose o persone o fatti che seguono, che vengono dopo”. In questo caso spessissimo non stiamo parlando di uso dispregiativo, come quando usiamo codazzo.
Es:
Il medico con al seguito un sacco di infermieri
Molte persone vanno in vacanza con il cane al seguito
Sono stati invitate 100 persone alla festa di Giovanni, con al seguito parenti familiari e amici
Nella partita di domani a Torino verranno 20000 persone al seguito della squadra
Ci sarà un dibattito al/a seguito della proiezione del film
Potete entrare in casa mia ma è vietato portare al seguito i cellulari
Domande
1. Il termine codazzo si usa spesso per fare un complimento. Vero o falso?
2. Un sinonimo di codazzo è _ _ _ _ _ _ _
3. Il termine seguito, come sinonimo di codazzo, ha l’accento tonico che cade sulla lettera “-”
4. Il termine codazzo è un modo per definire: a) una brutta coda b) una fila di persone che fa la spesa c) un gruppo di persone
5. Completa la frase: il politico si recava al parlamento con _ _ S_ _ _ _ _ _ un gruppetto di portaborse
6. Il termine codazzo si può usare per a) sminuire b) esaltare c) insultare pesantemente
7. Il codazzo si può trovare a) attorno ad un personaggio politico b) dietro ad un personaggio politico
Soluzioni
1. Falso.
2. Un sinonimo di codazzo è SEGUITO
3. Il termine seguito, come sinonimo di codazzo, ha l’accento tonico che cade sulla lettera “E”
4. c) un gruppo di persone
5. Il politico si recava al parlamento con AL SEGUITO un gruppetto di portaborse
6. a) sminuire
7. a) attorno ad un personaggio politico b) dietro ad un personaggio politico
Le domande e le risposte sono normalmente disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni: Ciao a tutti, oggi vediamo un nuovo episodio dedicato alla politica italiana.
C’è un aggettivo, adatto a descrivere una persona, che è molto usato nella politica italiana.
Parliamo infatti di un aggettivo che descrive una persona che ha un particolare comportamento, un atteggiamento di superiorità, ma soprattutto che ha un certo tipo di pensiero, pensiero che viene espresso attraverso delle parole, dunque attraverso una o più frasi, commenti, osservazioni, durante una discussione, una conversazione, e spesso anche un un dibattito televisivo
Questo aggettivo è qualunquista.
Va bene sia per le donne che per gli uomini, non si fanno distinzioni di sesso, età e religione.
Mai sentito parlare del qualunquismo?
Marcelo: ho sentito qualche anno fa che il qualunquismo è un movimento che disprezzava la partecipazione politica dei cittadini. Questo è quello che ricordo.
Giovanni: ricordi abbastanza bene Marcelo.
Può esserci disprezzo o indifferenza.
Il qualunquista è quindi colui o colei che dimostra indifferenza o persino disprezzo nei confronti degli impegni e dei problemi del momento, specialmente politici e sociali.
Il qualunquista non ha alcuna fiducia nelle istituzioni pubbliche, non crede nella politica e probabilmente non va neanche a votare alle elezioni.
Secondo il qualunquista la politica dà solamente fastidio e non c’è alcuna differenza tra un personaggio politico e un altro.
Il qualunquista non crede dunque neanche nella democrazia e men che menonel fatto che delle persone possano rappresentarlo per difendere i suoi diritti e interessi. Probabilmente perché pensa che tutti ragionino come lui, avendo cura solo dei propri interessi. D’altronde, come si suol dire,ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.
Molta gente in Italia la pensa in questo modo e spessissimo si sentono frasi come:
I politici sono tutti uguali!
Inutile votare, nessuno mi rappresenta veramente!
L’intera classe politica è inutile.
La politica non dovrebbe interessarsi di queste cose!
Ma non crediate che questo sia solamente il modo di pensare di molti italiani, perché come ha anticipato Marcelo poco fa, il qualunquismo in realtà è stato un movimento di opinione italiano, nato nel secondo dopoguerra, cioè dopo la seconda guerra mondiale, che si faceva portavoce del cittadino medio,dell’uomoqualunque.
Ecco il motivo del nome.
Secondo il qualunquismo, lo Stato dovrebbe solamente amministrare usando il buonsenso, e i partiti politici sono inutili a questo scopo.
Parliamo quindi, se non vogliamo usare la parola qualunquismo, di disimpegno, disinteresse, noncuranza, apatia, agnosticismo, cinismo.
Questi termini sono molto simili, anche se riflettono un aspetto ogni volta diverso del qualunquismo.
Il nome quindi deriva dall’uomoqualunque.
È vero quindi che il qualunquista è un seguace del movimento politico del qualunquismo, ma possiamo dare del qualunquista a chiunque dimostri disprezzo o anche solo indifferenza per la politica.
Es. Se una persona qualunque (scusate il gioco di parole) vi dice:
Io non credo nei partiti politici, tanto sono tutti uguali!
Potreste rispondere:
Ma non fare il qualunquista!
Oppure vi dice:
Democrazia? Politica? Io non ci credo! I tuoi interessi devi curarteli da solo!
Non gli stiamo dicendo che lui o lei è seguace del movimento del qualunquismo, che oggi non esiste più.
Stiamo dicendo invece che non bisogna essere superficiali e che l’uomo è un animale sociale e la politica ha una sua utilità, eccome se ce l’ha!
Analizziamo i termini simili che ho accennato prima: disimpegno, disinteresse, noncuranza, apatia, agnosticismo, cinismo.
Il disimpegno è tipico di chi non si impegna, e qui parliamo di impegno politico. È un disinteresse verso qualsiasi credo, partito o ideologia. Spesso è anche un rifiuto a dare una funzione, un senso, sociale alla propria opera, al proprio impegno per il sociale.
Abbiamo detto: disinteresse, perché non c’è alcun interesse per le questioni politiche e quindi le questioni di comune interesse.
La noncuranza, caratteristica che si addice a chi manifesta un atteggiamento di superiorità, che però diventa trascuratezza. Non ci si cura, cioè manca la cura, l’interesse, ma è una mancanza voluta, ostentata, fastidiosa, altezzosa.
L’apatia, cioè quella incapacità abituale di partecipazione o di interesse, sul piano affettivo o anche intellettivo, come se niente riuscisse a attirare l’attenzione.
L’agnosticismo. Termine interessante perché la persona agnostica non prende mai una posizione né in politica né nella religione. L’agnostico non si sbilancia mai.
Il cinismo è probabilmenteil termine meno vicino tra quelli elencati. Infatti una persona si dice cinica quando ostenta disprezzo o indifferenza nei confronti dei valori umani piu comunemente accettati dalla società in cui vive. Quindi si parla di disprezzo per i valori, più in generale.
La persona cinica è quindi anche insensibile, resta impassibile di fronte anche a delle crudeltà. C’è poca umanità in questo atteggiamento.
Non solo indifferenza ma anche freddezza e insensibilità. Spero di essermi spiegato bene. Bisogna dire che i qualunquisti non dicono con orgoglio di essere qualunquisti; non usano quindi questo aggettivo per descrivere il loro pensiero, e questo perché è usato per offendere.
C’è poi anche l’aggettivo qualunquistico, che si usa per descrivere non le persone, che si chiamano qualunquiste, ma le loro idee, i loro atteggiamenti e i loro discorsi.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica italiana.
Adesso potete fare, se volete, il seguente esercizio con 10 domande, per verificare se avete afferrato il concetto.
Domande
1. Il termine qualunquismo deriva dal nome di un _ _ _ _ _ _ _ _ _.
2. Se devo descrivere le idee di un qualunquista, posso dire che sono QUALUNQU_ _ _ _ _ _ _ .
3. Il qualunquista è una entusiasta della partecipazione politica. Vero o falso?
4. Il movimento del qualunquismo si faceva _ _ _ _ _ VOCE delle idee dell’uomo qualunque.
5. Il qualunquista non si _ _ _ _ _ _ _ in politica e non crede nell’impegno sociale.
6. La _ _ _ CURA _ _ _ _ è una caratteristica che si manifesta attraverso un atteggiamento di superiorità e trascuratezza.. Tali persone si dicono _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ .
7. Una persona apatica è affetta da _ _ _ _ _ _ .
8. L’_ _ _ _STICO invece non prende mai una _ O _ I _ I _ N _ né in politica né nella religione. Non si _ _ _ _ _ _ _ _ _ mai.
9. Non fare il _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ _ e vai a votare! _ _ _ _ _ _ posizione una buona volta!
10. Sei sempre così insensibile e freddo verso i problemi della comunità. Più che qualunquista tu sei il peggior _ _ _ _ _ _ che abbia mai incontrato in vita mia.
Soluzioni
1. Il termine qualunquismo deriva dal nome di un MOVIMENTO.
2. Se devo descrivere le idee di un qualunquista, posso dire che sono QUALUNQUISTICHE.
3. Il qualunquista è una entusiasta della partecipazione politica. Vero o falso?
4. Il movimento del qualunquismo si faceva PORTAVOCE delle idee dell’uomo qualunque.
5. Il qualunquista non si IMPEGNA in politica e non crede nell’impegno sociale.
6. La NONCURANZA è una caratteristica che si manifesta attraverso un atteggiamento di superiorità e trascuratezza.. Tali persone si dicono NONCURANTI.
7. Una persona apatica è affetta da APATIA.
8. L’AGNOSTICO invece non prende mai una POSIZIONE né in politica né nella religione. Non si SBILANCIA mai.
9. Non fare il QUALUNQUISTA e vai a votare! PRENDI posizione una buona volta!
10. Sei sempre così insensibile e freddo verso i problemi della comunità. Più che qualunquista tu sei il peggior CINICO che abbia mai incontrato in vita mia.
Esercizi
10 domande per mettervi alla prova sull’episodio. Seguono le risposte.
Le domande e le risposte sono normalmente disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Giovanni: Avete presente quando vedete qualcosa che non vi piace per niente e avete una gran voglia, una voglia matta di fare un bel repulisti? Oppure magari avete voglia di fare piazza pulita!
Non sapete cosa significa? Neanche io, e quando non capisco qualcosa sapete cosa faccio?
Mamma, che significa fare repulisti e fare piazza pulita? Me lo spieghi per favore mamma?
Giuseppina: Fare repulisti, oppure fare un repulisti, è una locuzione che si utilizza per indicare l’eliminazione completa di qualcosa. Si dice anche fare piazza pulita. In tutti i casi si tratta di un modo enfatico per dare risalto ad una eliminazione totale.
Dopo aver fatto piazza pulita, o dopo un bel repulisti, non c’è più traccia di qualcosa.
Quando usarle queste espressioni?
Possiamo usare in riferimento a furti ad esempio o a prove di straordinaria voracità.
i ladri hanno fatto repulisti in casa;
Giovanni ha fatto repulisti di quel che c’era in tavola;
In questo parlamento ci vorrebbe un bel repulisti per mettere le cose a posto e far funzionare l’Italia.
Quindi si può usare anche per indicare una drastica e radicale eliminazione allo scopo di metter ordine in qualcosa o per ottenere un obiettivo.
In questo ufficio ci vorrebbe un buon repulisti. Nessuna cosa è al suo posto.
Dovete fare piazza pulita di tutte questi oggetti inutili.
Piazza pulita è più informale ma ugualmente efficace. Forse anche di più.
Giovanni: grazie mamma. Hai fatto repulisti di tutti i miei dubbi! Lo so, lo so, non si usa in questo modo in genere, anche se si comprende, perché normalmente se lo faccio c’è sempre qualcosa che mi dà fastidio e che credo sia bene eliminare (quasi sempre), oppure per fare una battuta per indicare un eccesso, come l’esempio di prima in cui una persona si mangia tutto ciò che c’è sulla tavola, senza lasciare nulla.
C’è in genere una gran voglia di fare pulizia, di sbarazzarsi di qualcosa che dà fastidio. La piazza da pulire è un’immagine figurata ovviamente. Normalmente le piazze infatti sono piene di persone, ma quando si fa piazza pulita (di qualcosa o qualcuno), questa piazza deve restare vuota.
Attenzione poi perché repulisti si scrive con la lettera “e” come priva vocale. RIPULISTI infatti (con la i) è il passato remoto di ripulire (tu ripulisti). Già, ma stiamo facendo proprio questo, vogliamo “dare una ripulita” a qualcosa per liberarla completamente, come abbiamo visto.
Esiste anche questa espressione “dare una (bella) ripulita” – stavolta con la lettera i – proprio con lo stesso significato:
Io dico che bisognerebbe dare una bella ripulita ai vertici del governo per far funzionare l’Italia.
Diamo una bella ripulita alla stanza prima che arrivino gli ospiti.
Esiste anche “darsi una ripulita“. Cioè darla a sé stessi, ma qui parliamo di vestirsi meglio, ma più in generale cercare di apparire più pulito e gradevole, quindi anche farsi la barba, eventualmente anche i capelli.
Adesso ripassiamo attraverso una bella vignetta, che inserisco nell’episodio. In questa vignetta si vede Hitler che fa una carezza a Putin, come farebbe un genitore ad un figlio. Potete esercitarvi attraverso delle frasi che potrebbe dire Hitler oppure Putin e che sarebbero appropriate alla situazione:
Irina (Hitler): Vedrai che verrà a galla la tua vera natura !
Ci occupiamo del verbo controbattere, che è composto da due parti: contro e battere. Cosa hanno in comune queste due parti?
La cosa in comune è che siamo di fronte ad un avversario, o ad un nemico.
Gli avversari (nello sport) e i nemici infatti vanno battuti cioè sconfitti, o almeno neutralizzati.
Però anche i nostri avversari e nemici vogliono batterci, e allora noi per non farci battere dobbiamo o possiamo controbattere.
Questo significa controbattere: Rispondere, replicare ai colpi dell’avversario con altri colpi.
Se siamo in guerra si può dire ad esempio (ipotizziamo una guerra tra Germania e Francia):
La Germania controbatte agli attacchi della Francia ricorrendo a dei droni.
Praticamente se parliamo di nemici e di vere battaglie o guerre, controbatTere significa rispondere al fuoco nemico con altro fuoco, o comunque attaccando in qualche modo.
Quando si controbatte a un attacco si fa un cosiddetto contrattacco.
Sia il verbo controbattere che il contrattacco si usano molto anche nello sport.
Come controbattere la tattica del fuorigioco?
Questa frase può anche essere:
Come controbattere alla tattica del fuorigioco?
Vale a dire: come fare per contrastareuna squadra che applica la tattica del fuorigioco? (notate: contrastare la/una/un… e controbattere la oppure anche una/un, a/ai ecc.).
Dopo aver attaccato la Roma, la Juventus si è dovuta difendere dal contrattacco della Roma.
Quando si fa un contrattacco, o quando si parte al contrattacco si controbatte.
Il verbo controbattere si usa però anche in senso figurato nel senso di replicare, rispondere.
Per controbattere quindi non c’è bisogno di avere un vero nemico o un vero avversario, ma è sufficiente avere qualcuno che mi fa un’accusa oppure anche che cerca di sostenere una tesi diversa dalla mia, una persona che un’idea diversa dalla mia.
Posso controbattere a delle accuse cercando di difendermi oppure addirittura accusando a mia volta il mio accusatore.
È simile quindi a replicare e rispondere e, proprio come questi due verbi, anche quando usiamo controbattere spesso usiamo, come visto sopra, la preposizione a.
Bisogna controbattere alle accuse che abbiamo ricevuto. Non possiamo restare in silenzio.
Non so come controbattere a chi mi insulta urlando.
Possiamo usare anche “che“:
Io potrei dire a mia moglie che non dovremmo accontentarci di avere rapporti sessuali solo con il nostro partner. Lei potrebbe controbattere che io avrei dovuto avvisarla prima del matrimonio e non dopo.
Il verbo in questione si usa spesso quando c’è un semplice confronto di idee e non solo uno scambio di accuse.
Certo, quando si controbatte non si tratta di una semplice risposta, perché ci sono sempre idee contrapposte, o obiettivi contrapposti, valori contrapposti, similmente, interessi contrapposti. Questo è importante.
Oltre alla preposizione “a” (per indicare la persona o l’accusa a cui si risponde) e alla ingiunzione “che”, si può anche usare la preposizione “di”, alternativa a “che”:
Lei mi dice che sono uno stupido. Io controbatto di non insultare.
Cioè: Io controbatto che non deve insultare.
Oppure:
Alla mia accusa, Giovanni controbatté che non ne sapeva nulla (o di non saperne nulla).
Potrei coMunque dire:
Rispose che non ne sapeva nulla
Replicò che non ne sapeva nulla
Naturalmente per usare rispondere basta una semplice domanda, non è necessaria una sfida, un confronto o uno scontro.
Replicare è molto simile, ma ha anche altri significati come ad esempio ripetere o eseguire di nuovo (es: replicare una cura) o anche riprodurre, copiare (es. replicare un quadro).
Direi che replicare, quando si usa con senso simile a controbattere, non è esattamente una risposta, ma quando si replica semplicemente si può aggiungere un pensiero in più sull’argomento, senza smentire, contraddire o rispondere direttamente a una domanda.
È un verbo molto usato nei confronti televisivi, soprattutto politici o quando si sostiene un’idea, e molto meno adatto nello sport e anche nel caso di rispondere al fuoco perché in questi casi c’è un vero scontro uno contro l’altro e controbattere è più adatto.
Nel caso di accuse dirette alle quali si risponde, una replica somiglia maggiormente ad una risposta, mentre controbattere implica quasi sempre un contrattacco, quindi replicare è più difensivo o neutro e controbattere è più offensivo. Quando dico “offensivo” non intendo offendere una persona con parolacce e insulti ma offensivo nel senso di attaccare, non solo difendere.
Replicare è più televisivo come verbo. Inoltre se c’è una domanda, poi c’è la risposta, quindi quello e rispondere. La Replica implica un dibattito, un confronto, al limite una sfida, ma più andiamo sulla sfida, sullo scontro, e maggiormente diventa più adatto il verbo controbattere
Molto simile è anche ribattere, che ha vari significati, ma si può usare anche nel senso di controbattere, ma è meno bellicoso come verbo. Rispondere con delle obiezioni, questo è il senso di ribattere.
Un’altra caratteristica di ribattere è che, analogamente a rispondere e replicare, è molto adatto ad essere usato come inciso. Controbattere un po’ meno.
Es:
Se ti dico questo, ribattei/risposi/replicai, ho le mie ragioni.
Ulrike: Adesso ripassiamo e facciamo al contempo un ulteriore esempio.
Albéric: io quindi dovrei adesso trovare un argomento valido per un ripasso? State freschi!
Danielle: capirai, con quasi 800 episodi alle spalle, è impossibile non utilizzarne almeno uno. Per non contare le altre rubriche. A parte Peggy ovviamente che è senz’appello.
Mai come in questi giorni, con la guerra in Ucraina, i media utilizzano il termine escalation.
Si teme un’ escalation della violenza in Ucraina
Il conflitto va verso una pericolosa escalation
Il termine è chiaramente di origine inglese e letteralmente significa “scalata” (o anche escalazione). Nel senso di operazione che si fa quando qualcosa sale in alto. Non è una botta che si dà con la scala (tipo la sassata) né un qualcosa che serve a salire (tipo la scalinata).
In effetti si potrebbe usare sempre scalata al posto di escalation.
Il fatto è che il termine scalata ha molti altri significati, quindi si preferisce escalation (anche perché fa più figo sicuramente)
Ad ogni modo il termine indica in questo caso un aumento progressivo e graduale, in termini di intensità, dell’uso delle armi in un conflitto, in una guerra.
Il conflitto, in poche parole, si sta intensificando progressivamente, sta aumentando di intensità oppure diventa più ampio dal punto di vista territoriale.
Più in generale però questo aumento graduale si può usare anche parlando di fenomeni diversi dalle guerre:
A seguito dell’alleggerimento delle pene, in Italia si teme una escalation della droga.
Anche in questo caso parliamo di intensità e di diffusione di un fenomeno. Però parliamo dell’uso della droga e non di quello delle armi.
Per non parlare solo di cose negative, possiamo anche parlare di escalation economica:
La pandemia interrompe l’escalation economica della Cina
Parliamo di crescita economica in questo caso. Sempre di un aumento (del prodotto interno lordo) si tratta in fondo.
Cambiamo fenomeno. Se parliamo di diffusione del virus Covid:
Escalation di contagi in Italia
In casi diversi da quelli che ho citato difficilmente si trova un ambito di applicazione frequente del termine escalation.
Ciò non toglie che io possa parlare di una “escalation del terrorismo” (anche questo in fondo è abbastanza difficile frequente) o addirittura della escalation degli errori grammaticali in una classe di studenti o della escalation dell’ignoranza culturale nella popolazione.
Esiste poi anche la de-escalation. che è il contrario.
Bisogna promuovere la de-escalation militare in Ucraina
Ci auguriamo che la Russia dia segni di de-escalation
La de-escalation è nient’altro che una discesa, una diminuzione, una attenuazione di intensità di un fenomeno, e normalmente si parla ancora di intensità relativa a fenomeni gravi e pericolosi.
Spesso si sente parlare di “zoccolo duro“, che è un’espressione usata soprattutto nella politica italiana. In questo ambito indica gli elettori che non cambiano idea facilmente e che quindi continuano a votare per un partito anche se cambiano le condizioni o si verificano eventi particolari come dichiarazioni politiche o decisioni particolari dei leader di un partito che possono far cambiare idea agli elettori.
Lo zoccolo viene definito “duro” ad indicare una rigidità, quindi il contrario di “morbido”. Una cosa morbida infatti può modificarsi nella forma.
In realtà l’espressione si può usare in tutti i casi in cui c’è un gruppo di persone con opinioni o interessi comuni che sono più resistenti e difficilmente cambiano idea nel sostenere una causa o nel praticare un’attività nonostante il verificarsi di qualcosa che potrebbe ridurne il numero.
Ad esempio si potrebbe parlare dei tifosi più violenti all’interno del gruppo dei tifosi di una squadra di calcio. Allora lo zoccolo duro è quella percentuale di tifosi violenti che non si riduce più nonostante siano aumentate le pene e i controlli della polizia.
Oppure si potrebbe parlare dei no-vax e di un nuovo vaccino più sicuro degli altri. Cosa succede ai no-vax? Si riducono? Scompaiono completamente? Oppure c’è uno zoccolo duro di no-vax che resta contrario ai vaccini nonostante tutto?
Si potrebbe parlare anche dello zoccolo duro della resistenza in Ucraina sottoposta ai continui bombardamenti russi: tale zoccolo duro è composto da chi non si arrende mai, fino alla fine.
L’uso del termine zoccolo (rigorosamente al maschile, mi raccomando, altrimenti diventa una parolaccia) non si riferisce, almeno in teoria, allo zoccolo degli animali, ma pensate alla forma dello zoccolo che somiglia ad un piccolo istogramma, cioè alla rappresentazione grafica di dati numerici (una possibile rappresentazione grafica).
Tra l’altro lo zoccolo è anche una calzatura di legno, una scarpa di legno; e se pensate alla forma dello zoccolo, e soprattutto al tacco di legno, questo ha una forma squadrata anch’essa simile ad un piccolo istogramma.
L’episodio finisce qui, e approfitto per ricordarvi la pagina in cui ci sono tutte le altre espressioni idiomatiche del sito. Basta andare sul menu’ in alto: livello intermedio e poi cliccare su frasi idiomatiche e modi di dire. Vi ricordo infine i due audiolibri dedicati alle espressioni idiomatiche che potete trovare sia in PDF e MP3, (1 audiolibro – 2 audiolibro) sia in versione kindle (1 audiolibro – 2 audiolibro) che cartacea su Amazon.
Inoltre vi ricordo che diventando membri dell’associazione Italiano Semplicemente potrete avere accesso a tutti gli episodi audio del sito (sono circa di 2000 per ora) suddivisi per categoria: principianti, intermedio, italiano professionale, politica italiana, italiano commerciale, italiano per ispanofoni, per cinesi e a tutti gli audiolibri, nonché partecipare alla discussione quotidiana sul nostro gruppo whatsapp.
Un saluto a tutti da Giovanni.
Spero che uno zoccolo duro di voi sia arrivato a leggere tutto l’episodio fino alla fine!
Politica italiana, episodio numero 19. Parliamo della connivenza. Un termine che quando si legge e quando si utilizza parliamo sempre di malaffare, di malavita, di criminalità, di affari illeciti, di ruberie. Un tacito assenso che diventa colpevolezza.
File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
Avete mai sentito di parlare, nel corso di un notiziario, di una bagarre in parlamento o al senato? Questa è l’occasione giusta per parlarvi di alcuni termini e verbi particolari, perché quando si assiste ad una bagarre in parlamento si assiste a una fase accesa e concitata, una baruffa, quindi c’è del subbuglio, del trambusto, insomma c’è parecchia confusione quando si parla di bagarre.
La trascrizione è disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
In questo episodio parliamo di alcuni termini specifici relativi alla criminalità organizzata, in particolare dei termini mazzetta, bustarella, tangente, e pizzo. Vediamo anche i due verbi estorcere e taglieggiare.
Durata: 10 minuti
Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
Dopo aver parlato dei malpancisti e dei cerchiobottisti, oggi è il turno dei galoppini e dei portaborse, altri due termini che si usano per qualificare delle persone, o meglio, forse dovrei dire per “etichettare” delle persone.
Prima domanda: si tratta dello stesso tipo di persone? I due termini sono sinonimi? Risposta: sì.
Seconda domanda: allora chi sono? Di chi si tratta?
Sapete che i personaggi politici solitamente si fanno aiutare da alcune persone, che potremo chiamare dei collaboratori. A volte si chiamano “assistente” o “segretario” e in questo caso si tratta di una persona incaricata di mansioni varie e riservate per conto di altra persona, come il segretario di un ministro. Attenzione perché c’è un senso più comune del termine “segretario”, che indica una qualifica connessa a svariate mansioni, in campo pubblico o privato, di carattere professionale o anche occasionale, quali ad esempio il disbrigo della corrispondenza (le lettere, le email, gli inviti a riunioni o convegni ecc.), lo svolgimento di pratiche amministrative e burocratiche, il coordinamento di un servizio o di un’organizzazione. Esiste pertanto il segretario, o la segretaria di un ufficio qualunque, come quello comunale e provinciale; esiste il segretario di una redazione, in giornali e riviste. I segretari lavorano in una segreteria. Esiste il segretario d’ambasciata e il più importante è il segretario di Stato, che in America è attualmente Tony Blinken, mentre in Italia tutti i ministri, sebbene non si usi più adesso, se non nella prassi, si chiamano anche segretari di Stato. Comunque in altre nazioni questa figura assume ruoli sempre importanti ma diversi.
Quando si parla di portaborse si parla di qualcosa di molto più modesto, e infatti si chiamano così le persone che hanno un ruolo poco importante, un collaboratore di un personaggio importante, sia nell’ambiente politico che universitario, ma in senso per lo più spregiativo. Infatti il “portaborse” viene da portare le borse, quindi il suo ruolo sarebbe quello di aiutare il personaggio politico a portare la borsa, che può essere pesante. Quindi capite bene che, sebbene non sia esattamente questo il ruolo del portaborse, è facile capire come questo termine sia abbastanza dispregiativo.
Chi fa il portaborse lo fa, nell’opinione comune, gratuitamente o per pochi soldi, con un contratto precario nella migliore delle ipotesi, nella speranza che prima o poi arrivi una gratificazione, una ricompensa di qualche tipo.
Anche il termine “galoppino” è curioso, perché viene da galoppare, che equivale a correre. Un verbo, galoppare che viene dall’ippica, quindi dai cavalli. I cavalli infatti galoppano, cioè vanno al galoppo quando corrono veloci. Galoppino è persino più spregevole di portaborse, perché si potrebbe descrivere come una persona impegnata in umili servizi e commissionivarie, che corre e destra e a manca per conto d’altri. Una persona che sbriga le faccende più diverse per aiutare qualcuno.
Ovviamente non troverete mai un annuncio per la ricerca di galoppini o portaborse, perché questo è un linguaggio colloquiale, che tutti usano, ma informale.
Quello fa il galoppino per un politico. Sarebbe ora che inizi a trovarsi un lavoro!
Esistono anche i cosiddetti “galoppini elettorali“, in genere ragazzi che vanno in giro a caccia di voti per un partito o per un candidato.
Riguardo al termine portaborse (che al plurale non cambia), esiste anche un film con questo titolo, un film del 1991, in cui si capisce che questo termine è usato anche per indicare cose poco lecite, poco legittime, tipo finanziamenti illeciti ai partiti e tangenti. Cosa sono le tangenti? Ne parliamo nel prossimo episodio dedicato alla politica italiana.
Avete mai avuto il mal di pancia? Lo sapevate che coloro che hanno il mal di pancia, in politica hanno un nome preciso: i malpancisti. Che strano vero?
Apriamo una breve parentesi sul suffisso – ista.
Usiamo un suffisso – ista, per il singolare e – isti per il plurale.
Il suffisso -ista in generale indica una persona che svolge un’attività, oppure che segue un’ideologia o presenta determinate caratteristiche. Non si usa solamente in politica naturalmente.
Pensiamo all’autista che guida l’auto, al barista che si occupa del bar o all’elettricista che lavora con l’elettricità. Pensiamo anche alla persona femminista, che si riferisce all’ideologia e si riferisce al femminismo e a chi lo sostiene.
Si usa molto questo suffisso anche nelle parole di nuova formazione. Pensiamo anche al cosiddetto cerchiobottista, cioè la persona che evita di compiere una scelta decisa.
Anche questa spesso è una caratteristica che si addice a molti politici. Deriva dal detto dare un colpo al cerchio e uno alla botte. I politici in effetti spesso si comportano in modo da non scontentare nessuno, per non perdere voti e sostenitori. Allora una volta sostengono le idee di una certa parte della popolazione e altre volte le idee di un’altra parte, anche se sono opposte tra loro. Non si capisce mai da quale parte stanno i cerchiobottisti.
Si dice così perché una volta esisteva il mestiere del bottaio, che costruiva le botti, che servono a contenere vino o olio.
Quando costruiva la botte, che è fatta di legno con dei cerchi di metallo, il bottaio, per fare bella tonda la botte, alternava delle martellate un po’ sul cerchio di ferro e un po’ sul legno, per non fare troppo male all’uno e all’altro.
Quindi dava una botta al cerchio di ferro e poi alla botte di legno. Un simpatico modo di dire che si addice molto ai politici che cercano di barcamenarsi tra una posizione politica e l’altra.
Barcamenarsi come verbo esprime ugualmente quest’idea di cercare di cavarsela in qualche modo in situazioni difficili, e spesso si usa quando nelle difficoltà si cerca di sopravvivere, ma si può usare anche quando si cerca di evitare di assumere una posizione che possa compromettere i propri interessi. Simile anche a destreggiarsi, di cui ci siamo già occupati.
I cerchiobottisti, politica a parte, si trovano sempre in una situazione da dover gestire quando ci sono interessi opposti e quindi è normale che se ne parli spesso in politica, ma volendo si potrebbe uscire da questo contesto.
In merito al malpancista, invece, potete usare questo appellativo solo parlando di politica.
Torniamo dunque ai malpancisti, cioè a coloro che hanno il mal di pancia.
Ma in che senso?
Forse i politici mangiano pesante?
Forse, questo è vero, qualcuno mangia troppo, ma non è questo il problema.
Sapete che il mal di pancia viene quando qualcosa non funziona allo stomaco, specie nella digestione.
Qui casca l’asino! Infatti tra le cose che non si possono digerire ci sono anche le decisioni politiche.
Esiste infatti la cosiddetta “linea di partito” , che rappresenta il programma o il piano politico da perseguire secondo le idee del partito in questione, quindi gli obiettivi da raggiungere. Questo perché ogni partito ha una sua visione, identità, linea o finalità politica di interesse pubblico ovvero relativa a questioni fondamentali circa la gestione dello Stato e della società o anche solo su temi specifici o particolari.
Ma non tutti sono completamente d’accordo su tutto. Allora potrebbe crearsi del malcontento tra i politici, una insofferenza, un fastidio, un malumore.
Se poi questi politici sono un gruppo numeroso, che possono creare problemi, queste persone vengono etichettate con il termine malpancisti, cioè coloro che non si trovano in sintonia con la direzione del partito in merito ad alcune scelte.
Spesso sono sempre le stesse persone i malpancisti, perché si creano dei cosiddetti “schieramenti” , dei gruppetti di parlamentari o senatori, chiamate anche “fronde” all’interno dello stesso partito, che sono rappresentati in genere da un solo personaggio in particolare che dunque li rappresenta.
Vediamo qualche esempio:
La fronda malpancista del Partito democratico si oppone alla riforma della giustizia.
I malpancisti del centro destra, col loro atteggiamento di dissenso, fanno arrabbiare il loro capo.
L’Italia vota il green pass, nonostante i malpancisti.
Malumori nella Lega: i malpancisti sono contrari alla linea del presidente Draghi ma alla fine si adeguano
I malpancisti solitamente non si spingono fino al palese dissenso, non votano contro, però comunque si fanno sentire e cercano spesso di ottenere qualcosa in cambio per farsi passare il mal di pancia: una promessa su una futura legge ad esempio, e in generale cercano di far passare la loro linea almeno su alcuni punti.
Ci vediamo al prossimo episodio sulla politica italiana.
Vi capiterà spessissimo di sentir parlare di Palazzo Madama.
Palazzo Madama è l’edificio sede del senato della repubblica italiana e si trova a Roma. È un edificio storico di Roma.
Sapete che il Senato della Repubblica è uno dei due organi del Parlamento, insieme alla Camera dei Deputati. È l’organo alto, cioè il più importante del sistema bicamerale.
Dove si trova esattamente? Si trova situato nella omonima piazza Madama. Anche la piazza ha lo stesso nome. Ma perché questo nome?
Madama è un termine antico che indica una signora, una donna, come si suol dire, d’alto lignaggio.
Oggi non si usa più ma in tempi ormai passati si usava per indicare le donne importanti, appartenenti a un ceto sociale elevato, un alto lignaggio, appunto.
Infatti quel palazzo è appartenuto alla famiglia Medici, un’antica famiglia italiana di origine toscana, molto importante nella storia d’Italia e d’Europa a partire dal XV secolo e fino al XVIII secolo.
In particolare in quell’edificio vi abitò Margherita d’Austria, moglie di Alessandro d’Austria. Dopo la morte del marito il palazzo fu detto “palazzo della Madama d’Austria” e successivamente semplicemente palazzo Madama.
Anche oggi spessissimo nei TG e nelle notizie anziché parlare del palazzo del senato o del senato, si parla di palazzo Madama:
Attenzione perché un palazzo Madama si trova anche a Torino, ma si tratta di un altro edificio. Anche quel palazzo comunque deve il suo nome a due nobili signore che vi hanno risieduto in passato.
L’Aula di Palazzo Madama ha approvato la legge sul green pass
La riforma della giustizia civile è approdata in aula a Palazzo Madama
La commissione Giustizia di Palazzo Madama decide di dare il via alla discussione in aula sul disegno di legge contro l’omotransfobia
Oggi a palazzo Madama si discuterà la riforma del processo civile.
Giovanni: Benvenuti in questo episodio dedicato al linguaggio della politica.
Ogni volta che si parla di elezioni del presidente della repubblica italiana, si parla del famoso semestre bianco.
Sapete che il presidente della repubblica, anche detto “Capo dello Stato” oggi è Sergio Mattarella.
Ebbene, il Presidente della Repubblica è eletto ogni sette anni e che essere eletto Presidente della Repubblica ogni cittadino che abbia compiuto cinquanta anni d’età e goda dei diritti civili e politici.
Ma che cos’è il semestre bianco del presidente della repubblica?
Sapete che un semestre è un periodo di sei mesi.
Due mesi si chiamano bimestre.
Tre mesi trimestre
Quatto mesi quadrimestre
Cinque mesi pentamestre
Sei mesi semestre
Come ho detto ogni sette anni ci sono le elezioni del presidente della repubblica. In questo caso si parla di settennato.
Il “mandato” del presidente dura quindi sette anni. Il “settennato“, è come il biennio (che dura però due anni), il triennio (tre anni), il quadriennio (4 anni), il quinquennio (5 anni), sessennio, settennato, eccetera. Il settennato è pertanto un periodo che dura 7 anni.
In realtà si dovrebbe chiamare “settennio“, (e così infatti si chiama nella lingua italiana un periodo di 7 anni) ma la durata del mandato del presidente della Repubblica oramai viene chiamato “settennato“, come a voler coniare un periodo che è solo relativo al mandato del Presidente della Repubblica italiana. Probabilmente deriva dal francese. Infatti fin dalla costituzione del 1875, il capo dello Stato durava per sette anni: septennat è il termine usato in francese divenuto poi quello abituale parlando della prima carica dello Stato..
Gli ultimi sei mesi del mandato settennale sono chiamati appunto “semestre bianco“. È quindi la parte conclusiva del mandato settennale del presidente della repubblica.
Ho detto mandato settennale, stavolta parlo dell’aggettivo.
Il mandato dura sette anni, pertanto è settennale.
Perché dare un nome a questo ultimo semestre? In questo periodo cambia qualcosa nei poteri del presidente. Infatti le sue prerogative subiscono delle limitazioni: in base al dettato costituzionale infatti, il capo dello stato (che in questo periodo viene detto “uscente” perché potrebbe essere sostituito una volta scaduti questi sei mesi) non può più sciogliere le camere (questo è il suo potere più grande) a meno che queste, a loro volta, non siano già entrate negli ultimi 6 mesi della legislatura.
Sciogliere le camere significa far cessare, da parte del capo dello Stato, l’attività del parlamento prima del termine della legislatura indicendo nuove elezioni. Dopo lo scioglimento delle camere, essere semplicemente non esistono più.
Ma perché ridurre il potere del presidente durante il semestre bianco?
Si vuole semplicemente evitare che il presidente della repubblica, all’approssimarsi della fine del suo mandato, potesse sciogliere le camere con l’obiettivo di far eleggere un parlamento più favorevole ad una sua ipotetica rielezione. Quindi è una precauzione.
Perché il semestre viene detto bianco? Semplicemente perché il bianco è indicativo dell’assenza di colore, così il bianco può rappresentare l’assenza di qualche altra cosa. Allora in questo caso si tratta del potere. Il suo potere più grande è quello di sciogliere le camere (la camera dei deputati e/o quella dei senatori), cosa che non può fare durante il suo ultimo semestre. ecco perché viene detto semestre bianco.
Giuseppina: Un termine più volte utilizzato in politica dai giornali è “prebenda“. Purtroppo, dovrei dire, perché non fa molto onore alla politica e alla nazione che si parli di “prebende“.
Ma cos’è una prebenda? Il dizionario dice: Guadagno, più o meno lauto, conseguito con estrema facilità.
E’ sicuramente un facile guadagno, conseguito, cioè ottenuto in cambio di qualcosa, ma si usa quando questo guadagno, sebbene legittimo è giudicato ingiusto, eccessivo, immeritato.
Una prebenda è simile a un premio, un guadagno ottenuto da qualcuno senza che questo qualcuno ne abbia veramente diritto. Ma come usare questo termine?
Per questo basta dare un’occhiata ai giornali per vedere come lo usano. Generalmente si tratta di guadagni non solo facili, ma anche immeditati, eccessivi, frutto di una politica malata e ingiusta. Una prebenda è ingiusta per definizione. E qualcun altro sta pagando per questo.
C’è chi dice ad esempio che i parlamentari, e in generale i politici ricevano, per il loro lavoro, una prebenda troppo elevata.
Una prebenda può essere lo stipendio da parlamentare o senatore, o qualunque altro guadagno che possano avere. Ad esempio i parlamentari ricevono, una volta che non sono più parlamentari, i cosiddetti vitalizi, ogni mese per tutta la vita, e questi vitalizi sono una vera e propria pensione, che però chiamare pensione di anzianità sarebbe improprio.
Se qualcuno ritiene che questa somma che ricevono sia ingiusta e eccessiva, allora può chiamarla “prebenda“.
La prebenda però è un concetto più ampio del vitalizio. Anche un aumento dello stipendio, se reputato ingiusto, può essere chiamato prebenda.
Recentemente la Guardia di Finanza, che per mestiere deve controllare che i cittadini paghino le tasse correttamente e che non si facciano cose contro la legge in ambito fiscale e tributario, sta svolgendo delle indagini in un’operazione che ha chiamato “mala prebenda“, perché pare che alcune persone abbiano cercato di ottenere dei soldi dallo Stato indebitamente, cioè senza averne diritto. Queste persone volevano ottenere dei soldi dallo Stato, soldi che sarebbero stati considerati una prebenda, cioè un facile guadagno, ma più che facile, direi un illecito guadagno.
Si legge spesso sui giornali che qualcuno “avrebbe concesso favori in cambio di ricche prebende”.
È un termine che si collega sempre a azioni sospette legate a guadagni non necessariamente illeciti, ma come minimo eccessivi.
Si può in dafinitiva parlare di un sinonimo spregiativo di guadagno, o di lucro (anche questo è un altro termine usato spesso in questi casi). Altri sinonimi, ma con un senso diverso, sono profitto (usato perlopiù negli affari), provento (può indicare un qualsiasi genere di entrata), reddito (un concetto più economico), rendita (usato per descrivere i guadagni da capitale o da titoli) e ricavo (una somma di denaro che si ricava cioè che deriva, che viene da una vendita, una prestazione e una operazione economica).
Giovanni: Buongiorno a tutti. Oggi per la rubrica dedicata alla politica italiana parliamo dell’investitura. Si parla di investitura quando una persona riceve un mandato o un grado importante. Una persona viene così investita di un mandato, oppure viene investita di un grado, di una carica o un incarico.
Pensate un attimo al vestito, cioè ciò che indossiamo come indumento. Molto spesso un “vestito”, o meglio, come una persona è vestita, è indicativo di diverse caratteristiche di una persona. In ambito lavorativo, il medico, ad esempio, indossa un camice, un poliziotto una divisa, eccetera. Di conseguenza quando una persona riceve un’investitura è come se ricevesse un vestito da mettere, un vestito che rappresenta il suo ruolo, il mandato che ha ricevuto, il grado conferito.
Generalmente si parla di una carica politica o ecclesiastica, quando viene nominato un vescovo ad esempio. Il termine comunque indica il conferimento di una carica o di un incarico di qualsiasi tipo.
Allora l’investitura è simile al conferimento, ma mentre è l’incarico a essere conferito, l’investitura si fa ad una persona, che viene quindi investita di un incarico. Questa persona riceve l’investitura di un incarico o un mandato.
Se questa persona viene investita, o “è investita” di un incarico, questo mi farebbe pensare al verbo “investire“.
Ma “essere investiti” significa anche essere travolti da un’automobile:
Sono stato investito da un’auto
Allora in questo caso dell’investitura è importante la preposizione che si usa, che è “di”.
Essere investiti di un incarico
Spiderman è stato investito di poteri soprannaturali
Giovanni sarà investito di un ruolo importante all’interno dell’associazione
In realtà non è necessario ricevere un incarico per ricevere un’investitura, infatti vi faccio un esempio:
Se il presidente di un partito di nome Mario Rossi, parlando di un importante esponente della politica italiana di nome Paolo Bianchi, dicesse:
“Bianchi è il futuro del nostro partito” Ecco, Mario Rossi punta molto su Paolo Bianchi, crede molto in lui, tanto da spingersi a dire che Bianchi, secondo lui, rappresenta il futuro del partito. Questa è ugualmente un’investutura.
Posso dire che c’è stata un’investitura da parte di Mario Rossi nei confronti di Paolo Bianchi. Sarebbe quasi come dire che Mario Rossi sarebbe disposto ad investire su Paolo Bianchi. Non a caso ho detto che Mario Rossi “punta” su Mario Bianchi. Puntare su qualcuno, su una persona, significa scommettere su di lui o lei, sia in senso puramente economico che morale. Ci sono quindi delle similitudini tra l’investimento e l’investitura. Quindi l’investitura è sia il conferimento di una vera carica, di un titolo, di un mandato, sia la dichiarazione di una “scommessa” che si fa attraverso una designazione, un’attribuzione da parte di una persona che ha una certa importanza. Infatti fare un’investitura non è una cosa che possono fare tutti. Bisogna essere una persona importante per farne una. Infine, si può usare l’investitura anche al di fuori delle cariche politiche. Ad esempio, Filippo di Edimburgo, prima di morire, ha voluto fare un’investitura per Carlo, suo figlio, chiedendogli di prendersi cura della madre e del resto della famiglia. In questo caso è una richiesta, ma somiglia molto ad un mandato. In fondo non si può rifiutare un’investitura di questo tipo perché viene da molto in alto. La stessa cosa può avvenire nel mondo dello sport, come nel calcio, se un grande campione fa un’investitura a favore di un altro calciatore dichiarando che questo calciatore diventerà il suo erede. In questi giorni in Italia si parla di diverse investiture. Una è quella di Giuseppe Conte, che dovrà essere investito della carica di capo politico del movim
ento 5 Stelle. Un’altra riguarda il tennis, in cui un grande campione di tennis ha investito del ruolo di protagonista futuro un altro tennista più giovane, e un’altra un’investutura di cui si parla riguarda la musica. Pare che Michelle Hunziker abbia ricevuto un’investitura da Gerry Scotti per condurre la prossima edizione del festival di Sanremo. Vedremo se sarà proprio così. Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. Ciao.
Giovanni: Buongiorno a tutti. Oggi per la rubrica dedicata alla politica italiana parliamo della Bulgaria, Come sarebbe a dire? Ve lo faccio raccontare dalla voce di Ulrike, membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Cosa c’entra la Bulgaria?
Ulrike: L’espressione Editto bulgaro nasce nel 2002 ed è usata per indicare una forte volontà politica che vuole imporre prepotentemente una decisione.
Il termine editto indica una ordinanza, una specie di legge emanata da un’autorità, e questo è un termine che si usava soprattutto nell’antica Roma. E’ chiaro quindi che il termine editto fa pensare ad una forte autorità.
A sottolineare ancor di più l’autorità e la prepotenza si usa l’aggettivo “bulgaro“. che non significa che è stata fatta in Bulgaria, ma che questa decisione viene imposta dittatorialmente.
Questo aggettivo, nel linguaggio politico e giornalistico si usa abbastanza spesso, non solo con riferimento alle decisioni bulgare o editti bulgari. Si usa anche quando si parla di “percentuali bulgare” o anche “elezioni bulgare“. Si alludeal comunismo stalinista che in Bulgaria è stato particolarmente forte, nella seconda metà del secolo scorso. Un regime autoritario e repressivo, particolarmente rigido e dittatoriale. Come conseguenza, le decisioni cosiddette “bulgare” sono quelle imposte con autorità e quindi anche prese all’unanimità o quasi (nessuno si oppone, cioè nessuno è contrario ad una decisione presa da una forte autorità) e quindi le percentuali bulgare sono vicine al 100%.
Se sentite parlare di toni da “editto bulgaro“, ad esempio, evidentemente c’è stata un decisione politica autoritaria, alla quale non ci si può opporre. Questo dà fastidio a molti perché l’Italia, almeno nella maggioranza delle persone, è abbastanza insofferente a tutto ciò che è autoritario, come potete immaginare; quindi trovate molte notizie sul web e nei TG in cui si parla di cose tipo decisioni bulgare o editti bulgari. Meno ce ne sono, meglio è, ma è sempre una buona cosa che se ne continui a parlare…
C’è un verbo che si usa spessissimo quando di parla di politica. Dovrei aggiungere “purtroppo”.
Infatti il verbo di cui sto parlando è intrallazzare.
Si utilizza per indicare due o più persone che, all’insaputa di altri, stanno facendo qualcosa tipo trattative segrete, accordi al fine di ottenere un vantaggio personale. Si tratta sempre di curare interessi particolari in modo non trasparente e per lo più illegale.
È un verbo che si usa spesso nella politica quando si parla male della classe, appunto, politica, teatro di continui accordi di interesse, che quando sono poco leciti e nascosti possiamo chiamarli intrallazzi.
Di parla ad esempio degli intrallazzi dipotere, o di intrallazzinotturni per sottolineare ancor più la segretezza.
Per intrallazzare occorre quindi essere almeno in due persone. Non posso farlo da solo.
Vediamo qualche esempio. Prenderò spunto dalle notizie che trovo sul web, in modo da fare esempi calzanti:
Un certo tipo di politica continua ad intrallazzare impunita. Ma dov’è la giustizia?
Cosa stanno intrallazzando quei due? Sono due ore che parlano sottovoce.
Il verbo si presta bene per parlare di politica, ma sempre in termini negativi: accordi segreti, affari poco chiari, e ci sono quasi sempre di mezzo interessi economici.
Non è detto, ma in genere è così. Si parla di gruppi di interesse, di corruzione, di malavita organizzata e di malaffare.
Per capire meglio quando usare questo verbo, bisogna confrontarlo con verbi simili, come inciuciare, trafficare, tramare, confabulare, ordire, escogitare e architettare.
L’inciucio, nella politica, è un accordo tra persone o gruppi per imbrogliare qualcun’altro.
Ma l’intrallazzo è più generico. Un inciucio è più semplice perché ha un fine preciso in un’occasione precisa.
In un gruppo di politici ad esempio, che devono esprimere una preferenza, un inciucio consiste in una intesa raggiunta “sottobanco” tra alcuni politici del gruppo che quindi di nascosto di accordano su cosa votare o su chi votare. Ma è un accordo non alla luce del sole.
Ebbene, per fare questo inciucio, cioè per raggiungere questo accordo nascosto, si possono notare gruppetti di persone che parlano tra loro sottovoce, che confabulando tra loro, tramano forse alle spalle di qualcuno che sarà la vittima di questo inciucio.
Confabulare è abbastanza simile a intrallazzare ma il primo è più innocente, meno legato ad interessi economici, ma resta la cosa fatta di nascosto. Si tratta di comunicare, parlare a bassa voce in modo misterioso.
Che state confabulando voi due?
Tramare è un po’ più complesso, perché prevede un piano, una trama da tessere, da disegnare, ma sempre di nascosto.
Tramare però sottolinea l’azione o la coalizione contro qualcuno e si può tramare anche da soli. Anche per questo si usa meno però in politica, dove l’intrallazzo riempe i titoli dei giornali. C’è anche “ordire” che ha ugualmente a che fare con la trama, si concentra più sull’organizzare di nascosto qualcosa di illecito o di malvagio. Quando si usa “ordire” si pensa più al pensiero che c’è dietro l’inganno, dietro il raggiro.
Ordire è simile a pensare.
Anche quando si ordisce qualcosa (in genere un piano) contro qualcuno si può anche essere soli. Molto simile ad escogitare, che però si concentra sul risultato ottenuto con la mente:
Escogitare un piano
Escogitare un’evasione
Escogitare un rimedio
Significa trovare con la mente, riflettendo o immaginando.
Trafficare si usa molto spesso, ma in genere si parla di commercio illecito o almeno discutibile. Si può usare però anche nel senso di darsi da fare con impegno, sempre però con qualcosa di nascosto. Trafficare in questo caso è un’attività che non si fa da soli, e non è un caso che il traffico indica anche una concentrazione intensa di veicoli in una strada.
Informalmente trafficare si utilizza similmente a intrallazzare, perché c’è sempre l’interesse economico coinvolto, ma è reciproco, magari a danno della maggioranza però. Si tratta sempre di accordi economici generalmente illeciti.
Indubbiamente l’intrallazzo è molto più adatto per descrivere gli accordi politici illeciti. Difficile che non si parli di politica quando si usa questo verbo. Di può parlare anche di carriera e di lavoro.
Ad esempio, si può dire che una persona ha fatto carriera solamente intrallazzando, quindi attraverso conoscenze e accordi segreti e non grazie al merito.
A volte si usa anche per indicare una relazione sentimentale segreta.
Si dice che tu stia intrallazzando con una donna sposata. È vero?
Poi c’è architettare, abbastanza simile, ma non è tipico della politica il suo utilizzo. In questo caso non è neanche detto che ci sia una cattiva intenzione e un imbroglio. Di tratta di costruire ingegnosamente un piano, una strategia, studiare nei minimi particolari un progetto prima dell’attuazione. Infatti gli architetti sono coloro che progettano le costruzioni degli edifici.
A volte si usa anche al posto di tramare, quindi a danno di altri.
Parliamo ancora di politica e dei termini di esclusivo uso in ambito politico.
Questa è la volta dell’emiciclo.
Questo termine deriva dall’architettura, infatti si tratta di un mezzo cerchio, cioè di un elemento di forma semicircolare. Emi significa “mezzo”, in lingua greca, mentre la parola ciclo deriva da kyklos che indica il concetto di “cerchio”.
Quindi metà cerchio = emiciclo.
Non è strano fare queste composizioni. Pensate alla bicicletta, che ha due ruote, quindi due cerchi, quindi bi (che significa due) più “cicletta” che è un diminutivo di ciclo. Oppure pensate alla motocicletta, che ha il motore.
Questo “emiciclo” (metà cerchio) è un termine che nella politica viene spesso usato per indicare le due aule più importanti della politica italiana: la Camera dei deputati a Montecitorio oppure il Senato della Repubblica a Palazzo Madama. Sapete infatti che il sistema parlamentare italiano ha due camere. Si dice allora che è un sistema “bicamerale“.
Infatti le due aule, la camera dei deputati e il Senato sono aule composte da tante postazioni, tanti sedili, disposti a forma di emiciclo. Un semicerchio.
Questa in realtà è la forma di molte grandi stanze, molte sale che servono a fare riunioni, dove i sedili sono disposti a semicerchio. Ma quando si parla dell’emiciclo, al TG o sui giornali, è quasi sempre la camera dei deputati o il Senato, che insieme rappresentano il parlamento italiano.
Parliamo di politica italiana, e per farlo iniziamo da un concetto semplice:
Cos’è la serenità? E cosa c’entra con la politica? Lo vediamo gradualmente.
Il dizionario, in merito, non lascia dubbi: la serenità è la condizione in cui si trova il cielo, è quindi lo stato del cielo quando è sgombro di nubi, quando cioè non ci sono nuvole nel cielo. La stessa cosa si può dire anche del tempo atmosferico: il cielo è sereno, il tempo è sereno. Non si parla di politica dunque.
C’è anche uno scioglilingua molto divertente sul termine “sereno”. Uno scioglilingua serve a sciogliere la lingua. Ecco lo scioglilingua:
Se oggi seren non è, doman seren sarà, se non sarà seren si rasserenerà.
Cioè: se oggi non è sereno, sarà sereno domani, e se neanche domani sarà sereno, vedrai che si rasserenerà, cioè diventerà sereno. E’ uno scioglilingua che sembra un proverbio che invita ad essere ottimisti.
Ma la serenità è anche una condizione dell’animo umano. Così come il cielo può essere sgombro di nubi, la nostra mente può essere sgombra di pensieri, di problemi, di turbamenti, Quindi la serenità è anche l’assenza di preoccupaszioni, di turbamenti.
Il termine in realtà si usa molto più spesso parlando di stato d’animo che di condizioni meteo.
Le frasi più usate sono ad esempio:
La cosa che più conta nella vita è la serenità
La mia è una famiglia serena
Bisogna sopportare con serenità i problemi della vita
Quell’incidente ha turbato la serenità della mia famiglia.
Questo esame di italiano non mi fa stare sereno
eccetera.
Ora, l’aggettivo “sereno” si usa spesso anche al posto di tranquillo, pacato.
Sono sereno (cioè sono tranquillo, non sono preoccupato)
Se ci avviciniamo al tema della politica, questa è una affermazione piuttosto diffusa quando un uomo politico o un personaggio pubblico viene coinvolto in una indagine giudiziaria. Viene accusato di qualche reato. Quando i giornalisti gli chiedono qualcosa sulla vicenza, lui o lei molto spesso rispondono in questo modo:
Sono sereno!
Come a dire: non mi preoccupo, perché sono innocente. Credo nella giustizia e alla fine la verità uscirà fuori e si vedrà che sono innocente.
Questa frase però: “sono sereno” negli ultimi anni si usa molto meno rispetto a prima, e c’è un motivo ben preciso.
La questione risale al 17 gennaio 2014. Enrico Letta era il presidente del consiglio italiano. Il Governo da lui presieduto sembrava in pericolo perché un suo collega di partito, che si chiama Matteo Renzi, politico molto noto in Italia e in tutto il mondo, sembrava essere interessato a diventare lui il presidente del Consiglio prendendo il posto di Enrico Letta.
Quel giorno però in una trasmissione televisiva, Renzi volle rasserenare, rassicurare Letta, cioè volle tranquillizzarlo, e perciò disse: disse la seguente frase rivolta al suo collega di partito:
Enrico stai sereno!
Come a dire: Enrico, non preoccuparti, perché io non ho nessuna intenzione di far cadere il tuo governo. Quindi Enrico stai sereno
Solo un mese dopo quella dichiarazione però nacque il Governo Renzi. Quindi forse non doveva stare così sereno Enrico Letta.
Da allora, ogni volta che un italiano pronuncia la frase “stai sereno” si pensa a quell’episodio e si dà alla frase il significato opposto. Si usa anche per scherzo, per farsi due risate, quindi si usa di proposito questa frase, proprio per essere ironici, anche al di fuori della politica. Naturalmente i più giovani, che non si interessano di politica, non sanno nulla di questa storia e non ci troverebbero nulla da ridere.
Per un non madrelingua credo comunque sia interessante sapere cosa si nasconde a volte dietro una frase apparentemente molto semplice.
Nella politica italiana si sente abbastanza spesso parlare del predellino, un termine che anche se tradotto in altre lingue non aiuta certamente a capire.
Infatti il predellino è semplicemente uno scalino, un gradino sul quale si poggia il piede per salire su una carrozza, su un treno o un altro veicolo.
Esistono anche i predellini intesi semplicemente come gradini, per rialzarsi, usati ad esempio dalle persone anziane, che non possono usare una normale scala.
Uno di questi predellini divenne famoso in Italia, quando, nel 2007, accadde che Silvio Berlusconi, uomo politico e imprenditore italiano molto famoso, salì proprio sul predellino della sua automobile e appoggiò le mani sul tetto della macchina.
Non era in realtà un vero predellino, ma lo usò proprio a questo scopo: per andare più in alto.
Non salì quindi sul predellino per entrare nell’automobile, bensì per stare ad un’altezza maggiore, affinché tutti intorno a lui potessero vederlo. Si trovava in una piazza di Milano molto famosa, nel centro della città, e fece un annuncio: annunciò la nascita di un nuovo partito politico: il popolo delle libertà. Questo annuncio venne fatto non durante un congresso, una riunione di partito, e neanche ospite di una trasmissione televisiva.
Berlusconi preferì invece farla in mezzo alla sua città, in mezzo alla gente che lo acclamava.
Da quel giorno il termine predellino viene usato molto spesso nel linguaggio della politica e quel discorso è ricordato come “il discorso del predellino“.
Oggi, ogni volta che un personaggio politico fa un importante annuncio in pubblico, non quindi all’interno dei palazzi della politica, si parla sempre di discorso del predellino, oppure si fanno confronti con quel famoso annuncio del 2007 fatto da Silvio Berlusconi. In genere se ne parla con toni ironici, per prendere in giro il politico protagonista di volta in volta.
Può capitare di incontrare il termine “predellino” o la frase “salire sul predellino”.
Sappiate quindi che si tratta sempre di quel discorso del 2007, o anche volendo di un’altra dichiarazione politica importante, che può essere la nascita di un nuovo partito o una nuova leadership; ma la cosa che conta è che questa dichiarazione viene fatta fuori dai luoghi istituzionali ma in mezzo alla strada, con l’obiettivo probabilmente di apparire più vicini ai bisogni della gente.
Benvenuti in questa nuova rubrica di Italiano Semplicemente, dedicata questa volta alla politica italiana. Sono moltissimi i termini e le espressioni da spiegare e che spiegheremo perché potrebbero risultare abbastanza difficili da capire.
In campo politico poi nascono continuamente neologismi e nuove espressioni.
Iniziamo dal “Colle“. I non madrelingua sicuramente conoscono la collina, che sta in mezzo tra la pianura e la montagna. Si tratta comunque di un rilievo, diciamo di medie proporzioni: non molto grande, non come la montagna, non così in alto. Il colle sta dunque più in alto rispetto al terreno circostante ma più bassa delle montagne. Il colle è abbastanza simile alla collina, ma quando si parla di un colle, questo colle generalmente ha sempre un nome, o perché è l’unico colle di quella zona territoriale, o anche perché è noto per qualche motivo.
La città di Roma è a volte detta anche “il Colle“. Così viene chiamata volte. Non è un caso che, molto più frequentemente Roma è chiama “la città dei sette colli“. Infatti a Roma ci sono sette colli famosi. Ognuno di questi ha un nome.
Ma cosa c’entra la politica?
C’entra, perché su uno dei sette colli di Roma sorge il palazzo che è sede del Presidente della Repubblica Italiana. Questo palazzo si chiama “Quirinale” e anche il colle sul quale si trova questo palazzo ha lo stesso nome. E’ evidentemente considerato il colle più importante, visto che viene persino detto “il Colle” nel linguaggio giornalistico politico. Vi dirò di più: la stessa presidenza della Repubblica viene indicata con questo nome: il Colle, che a questo punto, considerata l’importanza, va scritto con l’iniziale maiuscola: la “C” maiuscola.
Questo significa che spesso si legge:
Il Colle ha deciso di formare un nuovo governo (cioè la presidenza della Repubblica lo ha deciso)
Per il Colle bisogna iniziare subito il dialogo politico
Il presidente del Consiglio sale oggi al Colle (vuol dire he va al Quirinale, entra nel palazzo del Quirinale)
Il prossimo anno ci saranno le elezioni al Colle
Quindi ci si riferisce a volte al palazzo, altre volte alla presidenza come istituzione.