I vassalli – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 54)

I vassalli (scarica audio)


Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, certi cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).

È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale nella sua storia.

Il vassallaggio, nell’era del medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che sotto questi aspetti gli era superiore.

Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama, nell’Emiciclo o nei dintorni del Colle. Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.

Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio; una prebenda, diremmo oggi, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore. Il vassallo giurava quindi fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi!

È qui che potremmo usare una modalità moderna, il cosiddetto “approccio vassallo”: un modo di agire, generalmente un approccio “politico” in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia per presidiare, cioè per difendere solo gli interessi del capo. Il vassallo difende il suo capo.

Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende. Insomma, una forma di connivenza sistemica. Ce ne sono tanti di cosiddetti vassalli nel sistema politico italiano e molti sono giornalisti che vanno in TV. È tutto il sistema politico Italiano, come credo anche in altre parti del mondo, che funziona così. Per questo parlavo di connivenza “sistemica”.

Questo approccio vassallo che hanno alcune persone si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti, di cerchiobottisti e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta sempre compatto, immobile. È pieno di vassalli questo gruppo!

Ma che differenza c’è tra un portaborse, un galoppino e un vassallo? I primi due li abbiamo già incontrati se ricordate.
Fondamentalmente il portaborse lavora per il politico, il galoppino lavora per far eleggere il politico e il vassallo lavora per compiacere il politico. Tutti comunque ottengono qualcosa in cambio.

E l’arrivista? Anche questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo? Oppure è il vassallo ad essere arrivista?

Beh, un vassallo può essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, se usa cioè la fedeltà per “arrivare” da qualche parte. Infatti gli arrivisti vogliono diventate qualcuno di importante, vogliono conquistare posizioni.

Ma molti vassalli non sono arrivisti: sono fedeli per convenienza minima (vogliono mantenere la poltrona, ad esempio), non per conquistare nuove posizioni.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno: è fedele solo a sé stesso.
E allora può capitare di assistere ad una bagarre in Parlamento con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti che a loro volta si confondono tra i portaborse e galoppini, e può capitare che il codazzo del leader si affanni a inseguire micro-consensi immediati.

In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle o quesiti di par condicio, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, magari dalla celebre stanza dei bottoni, dove i colletti bianchi decidono più del dovuto. Quest’ultimo paragrafo è effettivamente difficile da afferrare al volo.

In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente, può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali, chi parla di ingerenza esterna o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, chi pretende moral suasion e chi invoca un minimo di contraddittorio. Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi, pesa più dei contenuti.

In certi momenti, quando ci sono solo vassalli, persino una vittoria di Pirro può essere presentata come trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa prende il sopravvento sulle cose che contano veramente e sui fatti.

Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo e il qualunquismo al posto di un confronto autentico.

E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.

Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi e indovinate perché?

Brevemente, mentre i vassalli erano i grandi feudatari, in rapporto diretto col sovrano, i valvassori sono il ceto feudale intermedio, quindi sono i dipendenti dei vassalli. Non rispondevano direttamente al re, ma a un grande feudatario. Gestivano porzioni importanti di territorio e a loro volta potevano avere uomini alle proprie dipendenze. Rappresentavano il ceto nobile intermedio. Alla base della gerarchia ci sono i valvassini cioè i piccoli feudatari, che sono appunto i dipendenti dei valvassori. Il loro ruolo era prevalentemente locale, ma facevano comunque parte della catena gerarchica feudale.

Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica che esiste nella politica moderna.

Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:

Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.

La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.

La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.

L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.

Ricordo a tutti che per ascoltare tutti gli episodi della rubrica e del sito, occorre diventare vassalli… ah scusate, volevo dire membri dell’associazione Italiano Semplicemente!

Versione più semplice, con spiegazioni aggiuntive.

C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, cioè di dipendenza e sottomissione, cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).

È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale, cioè legato al sistema del feudalesimo, nella sua storia.

Il vassallaggio, nell’era del Medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che, sotto questi aspetti, gli era superiore. In altre parole, un rapporto gerarchico rigido.

Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama (cioè il Senato), nell’Emiciclo (l’aula parlamentare) o nei dintorni del Colle (cioè il Quirinale, la Presidenza della Repubblica).

Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.

Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio, una prebenda, vale a dire un compenso o privilegio, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore, il sovrano ,il re.

Il vassallo giurava fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi! In parole povere: lui obbediva e il signore lo ricompensava in qualche modo.

È qui che potremmo usare una modalità moderna, non sempre esplicitata ma perfettamente riconoscibile, quella dell’approccio vassallo, che è un modo di agire, generalmente un approccio politico in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia, cioè smette di decidere con la propria testa, per presidiare, cioè proteggere e difendere solo gli interessi del capo. Se parliamo di approccio evidentemente non appartiene solo a una persona, ma è un modus operandi tipicamente Italiano.

Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, cioè quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende.

Insomma, una forma di connivenza sistemica, vale a dire la complicità silenziosa dentro un sistema.

Questo approccio vassallo si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti (cioè persone interne al gruppo ma scontente), di cerchiobottisti (persone che cercano di dare ragione a tutti), e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta compatto, immobile, nonostante tutto. L’approccio vassallo ha la meglio.

Vediamo adesso la differenza tra un portaborse, un galoppino e un vassallo.
Detto in breve:

Il portaborse abbiamo visto che lavora per il politico, cioè lo assiste. Gli “porta le borse”, un modo figurato per indicare un aiuto.

Il galoppino lavora per far eleggere il politico, cioè fa campagna elettorale. Il galoppino “galoppa” cioè corre, si affanna, con l’obiettivo di farlo eleggere.

Il vassallo invece lavora per compiacere il politico, cioè gli è servile, vuole che sia contento e gli è fedele.

E l’arrivista? Questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo oppure è il vassallo ad essere arrivista?

Un vassallo è quasi un servitore, quindi può al limite essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, cioè come mezzo per salire di posizione. per conquistate potere, cariche pubbliche magari. Ma il vassallo non tradisce mai il suo signore.

Molti vassalli non sono arrivisti dunque: sono fedeli per convenienza ma si accontentano di mantenere la poltrona, non per conquistare nuove posizioni, non per ottenere altro.

Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno in genere: è fedele solo a sé stesso, cioè alla propria carriera.

E allora, può capitare di assistere a una bagarre, cioè una rissa verbale, in Parlamento, con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti, che a loro volta si confondono tra i portaborse e i galoppini, e può accadere che il codazzo del leader, cioè il suo seguito, le persone più fedeli, si affanni a inseguire consensi immediati, anche se piccoli.

In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle (tutte parole che indicano pagamenti illeciti), o quesiti di par condicio, cioè di equilibrio mediatico, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, cioè stia facendo giochi di potere poco trasparenti, magari dalla celebre stanza dei bottoni, vale a dire dal luogo metaforico dove si decide tutto.

In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali (comportamenti o atti pubblici che violano le buone regole del funzionamento istituzionale, pur senza essere necessariamente illegale) e chi parla di ingerenza esterna (interferenza), o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, cioè una forma di protesta tramite abbandono dell’aula parlamentare; chi pretende moral suasion (persuasione istituzionale) e chi invoca, cioè desidera e reclama, un minimo di contraddittorio, cioè una discussione reale.
Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, cioè a parole vuote, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi pesa più dei contenuti.

In certi momenti, quando ci sono troppi vassalli, persino una vittoria di Pirro, cioè una vittoria inutile, può essere presentata come un trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa, cioè il vuoto, il niente, prende il sopravvento sulle cose che contano veramente.

Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo (atteggiamento ostentatamente muscolare) e il qualunquismo (indifferenza verso la politica) al posto di un confronto autentico.

E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.

Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi, e indovinate perché?

Brevemente:

I vassalli erano i grandi feudatari, cioè i principali signori locali, in rapporto diretto col sovrano;

I valvassori erano il ceto intermedio, cioè i subordinati dei vassalli. Potremmo dire che sono u vassalli dei vassalli.

I valvassini erano i piccoli feudatari, in altre parole i dipendenti dei valvassori, quindi i vassalli dei vassalli dei vassalli.

Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica, cioè il sistema di livelli di potere, che esiste nella politica moderna.

Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:

Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.

La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.

La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.

L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.

Questo episodio è particolarmente ricco di ripassi della rubrica dedicata al linguaggio della politica e per questo può risultare ostico e indigesto per molti stranieri. Allo stesso tempo però consente di rispolverare gli episodi passati e di fare grandi passi in avanti. Abbiate fede e sarete ricompensati :-). Adesso se volete potete mettervi alla prova con il quiz finale. Potete se volete anche scaricare il file PDF con le risposte esatte.

Quiz a risposta multipla

1. Chi era il vassallo nel Medioevo?

A. Chi riceveva una prebenda
B. Chi guidava l’esercito
C. Chi eleggeva il sovrano

2. Cosa caratterizza l’approccio vassallo?

A. Indipendenza politica
B. Difesa degli interessi del capo
C. Equilibrio tra poteri

3. Il sistema dei “pesi e contrappesi” garantisce:

A. Fedeltà al leader
B. Nomine politiche automatiche
C. Bilanciamento dei poteri

4. Il portaborse svolge:

A. Controllo dei bilanci
B. Assistenza diretta al politico
C. Mediazione parlamentare

5. Il galoppino si occupa di:

A. Vigilanza istituzionale
B. Redazione di decreti
C. Campagna elettorale

6. L’arrivista persegue:

A. La fedeltà assoluta al capo
B. Il bene del gruppo
C. La propria carriera

7. I valvassori rappresentano:

A. I piccoli feudatari locali
B. Il ceto feudale intermedio
C. Il sovrano

8. I valvassini erano:

A. Funzionari della corte
B. Piccoli feudatari
C. Grandi feudatari

9. “Intrallazzare” significa:

A. Seguire il regolamento
B. Fare giochi di potere poco trasparenti
C. Mediare tra partiti

10. L’espressione “Aventino” indica:

A. Appello alla Corte costituzionale
B. Alleanza tra gruppi parlamentari
C. Abbandono dell’aula come protesta

11. Il vassallo riceveva:

A. Protezione e benefici economici
B. Comandi militari
C. Solo titoli nobiliari

12. Il vassallo moderno è fedele a:

A. Sé stesso
B. Il capo
C. Il gruppo parlamentare

13. Il “codazzo del leader” indica:

A. Il seguito fedele del leader
B. L’opposizione interna
C. I cittadini elettori

14. I malpancisti sono:

A. Persone scontente dentro un gruppo
B. Gli elettori fedeli
C. Funzionari governativi

15. I cerchiobottisti cercano di:

A. Dare ragione a tutti
B. Difendere il capo
C. Fare campagne elettorali

16. Una vittoria di Pirro è:

A. Una vittoria inutile
B. Una vittoria simbolica
C. Una vittoria militare

17. “Fuffa” indica:

A. Vuoto o parole senza contenuto
B. Un documento ufficiale
C. Una norma vincolante

18. Il celodurismo indica:

A. Atteggiamento ostentatamente muscolare
B. Indifferenza verso la politica
C. Una strategia di alleanze

19. Il qualunquismo indica:

A. Indifferenza verso la politica
B. Uso della violenza politica
C. Obbedienza al capo

20. Il vassallo può essere anche:

A. Un arrivista
B. Un oppositore accanito
C. Un giudice indipendente

Il contraddittorio – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 48)

audio mp3

Il contraddittorio

Durata: 8 minuti

Contraddire significa letteralmente “dire il contrario”, ovvero affermare qualcosa che è in opposizione o in contrasto con ciò che è stato detto da un’altra persona. Il termine contraddittorio si usa però prevalentemente in contesti politici.

L’esonero – IL LINGUAGGIO DEL CALCIO (Ep. 20)

L’esonero (scarica audio)

Indice episodi del linguaggio del calcio

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al mondo del calcio.

Oggi parliamo dell’esonero. Questo è un termine particolare perché a seconda del contesto ha diversi significati.

L’esonero, nel contesto del calcio si riferisce alla rimozione di un allenatore dalla sua posizione, dal suo incarico, solitamente a causa dei risultati insoddisfacenti della squadra.

“Esonerare” pertanto, in questo caso, significa liberare l’allenatore dalle sue responsabilità, dai suoi oneri.

Voi direte: ma non si chiama licenziamento questo?

Beh, nel calcio non si usa questo termine,

La differenza principale tra “esonero” e “licenziamento” è nel contesto in cui vengono utilizzati. Il primo è lo sport, il secondo è il lavoro.

L’Esonero si riferisce quindi alla rimozione anticipata di un allenatore o di un membro dello staff tecnico a causa delle prestazioni insoddisfacenti della squadra. L’esonero in realtà è comune in generale nel mondo dello sport, quando una squadra non ottiene i risultati attesi.

Ho detto rimozione anticipata perché ogni allenatore ha un contratto e l’esonero avviene sempre prima della scadenza del contratto. Ad ogni modo l’allenatore verrà pagato fino alla scadenza del contratto. Questa è un’altra differenza rispetto al licenziamento.

Licenziamento è un termine più ampio e può essere applicato a diverse situazioni lavorative, ma al di fuori dello sport. Entrambi implicano la fine del rapporto, ma le ragioni e il contesto possono essere molto diversi. Ad ogni modo col licenziamento si perde ugualmente il lavoro, proprio come con l’esonero, che però prevede il pagamento dello stipendio fino al termine contrattuale.

In ambito universitario poi, l’esonero ha un altro significato. In ambito universitario, il termine “esonero” può riferirsi a due cose diverse.

Es:

Domani ho il primo esonero di matematica.

Che significa? Si parla in questo caso di un esame, ma non equivale all’esame, poiché l’esonero, che avviene normalmente in forma scritta, è un esame che si riferisce a solo una parte del programma di quello specifico esame. Di conseguenza bisognerà fare due o tre esoneri per completare l’intero esame scritto di Matematica.

In pratica, facendo un esonero, successivamente lo studente sarà esonerato dallo studiare quella parte di esame su cui è già stato valutato. A volte gli esoneri permettono anche di superare l’intero esame e di evitare anche l’esame orale, qualora fosse previsto.

Per questo motivo viene chiamato esonero.

La chiave è capire il significato del verbo esonerare.

Esonerare, in generale, significa dispensare qualcuno da un compito. Se io sono esonerato dal fare qualcosa, significa che non devo fare quella cosa, non è un mio compito. Solitamente si tratta di un dovere affidato da un superiore che ad un certo punto decide che una persona in particolare possa essere esentata dal fare quella cosa, possa non avere o non avere più quel compito, quel dovere.

Si può trattare di qualunque dovere o obbligo e si applica in ogni contesto, non solo allo sport.

Esonerare è un verbo generico, mentre l’esonero, in ambito sportivo, ha anche quel significato aggiuntivo specifico analogo al licenziamento.

Attenzione, perché i calciatori non sono esonerati come gli allenatori. Loro possono essere ceduti, mandati in prestito in altre squadre, messi fuori squadra, messi fuori rosa, mandati in panchina o in tribuna, ma non possono essere esonerati, se non da dei compiti.

Solo gli allenatori e altri membri dello staff tecnico possono essere esonerati nel senso di licenziati.

È chiaramente legato al verbo esonerare perché quando un allenatore viene esonerato non ha più il suo ruolo, il suo compito di guidare la squadra e di allenarla poiché è stato rimosso dall’incarico.

L’esonero è proprio questo: la rimozione di un incarico sportivo.

Possiamo chiamarlo anche un allontanamento da un incarico.

Si sente spesso:

L’allenatore è stato allontanato dal suo incarico.

Curioso l’utilizzo del verbo “allontanare”. Questa espressione però, anche col verbo rimuovere, si usa per tutti gli incarichi, anche nel linguaggio burocratico, politico e aziendale.

Al di fuori del calcio quindi, considerato il significato del verbo esonerare, che come detto è generico, l’esonero non è proprio un licenziamento, ma solo una motivata esenzione dall’adempimento di un obbligo. Motivata perché c’è sempre un motivo alla base dell’esonero.

Ad esempio, uno studente potrebbe essere esonerato da un esame se dimostra di averlo già fatto in altre facoltà. Quindi, in questo caso, l’esonero è un’opportunità per evitare di affrontare determinati esami o corsi.

Oppure, una persona potrebbe essere esonerata, cioè esentata, dall’indossare la cintura di sicurezza in automobile per il fatto di avere determinate patologie, a differenza degli altri che sono obbligati, in auto, a indossare la cinture di sicurezza. Questo esonero esiste solo per certe persone, non per tutte.

Vediamo qualche altro esempio di utilizzo di esonerare e esonero.

Mourinho è stato appena esonerato. Al suo posto, alla guida della Roma, l’ex calciatore De Rossi.

I proprietari della squadra hanno esonerato il tecnico per motivi che i tifosi non hanno compreso.

È la terza volta che l’allenatore viene esonerato.

I calciatori con problemi fisici sono esonerati dagli allenamenti di gruppo con la squadra.

In questo ultimo esempio significa che i calciatori con problemi fisici non devono allenarsi con il resto della squadra, proprio perché hanno problemi fisici.

Vedete che in questo caso non c’è nessun licenziamento ma solo un esenzione da un compito, che possiamo anche chiamare esonero da un compito.

Avete capito che l’esenzione e l’esonero sono termini simili.

L’esenzione si definisce come un privilegio o una posizione giuridica che consente di rimanere liberi da un obbligo comune.

Esentare è un verbo più “importante” perché si usa prevalentemente parlando di tasse.

Se si gode del privilegio di non pagare le tasse, se questo è previsto dalla legge, si dice che si ha diritto all’esenzione.

Si è esentati dal pagare le tasse.

Esistono esenzioni ad esempio per malattie croniche, esenzioni per malattie rare, esenzioni per reddito basso. Esenzioni per invalidità, esenzioni per gravidanza, eccetera. Possiamo anche dire che queste persone sono esonerate dal pagare le tasse, ma è un verbo poco “giuridico”.

Lo so, dovevamo parlare di calcio, ma mi è scappata la mano, come al solito.

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Il capro espiatorio (ep. 1032)

Il capro espiatorio

DURATA MP3: 11 min. circa

Il capro espiatorio è una persona o un gruppo su cui vengono scaricate colpe,per qualcosa, anche se queste persone non sono responsabili. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 16 episodi precedenti.

ENTRAADERISCI

Lacci e lacciuoli – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 43)

Lacci e lacciuoli

DURATA MP3: 7 min. circa

Lacci e lacciuoli” di trova abbastanza spesso utilizzata quando si parla di politica. Si usa per lamentarsi degli ostacoli eccessivi posti dalla burocrazia.

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

ENTRAADERISCI