2 minuti con Italiano Semplicemente – Episodi 101-200- (MP3+PDF)

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514 La mossa e le mosse

la mossa

La mossa e le mosse (audio)

Buongiorno ragazzi, oggi ci soffermiamo sui termini mossa e mosse, che è il plurale.

Cosa sono le mosse?

Sembra un sostantivo vero? Infatti c’è l’articolo.

Mosso però è il participio passato del verbo muovere, quindi indica movimento.

Infatti una mossa è proprio questo: un movimento di una persona o di un animale o anche del movimento di una parte: un braccio, una gamba eccetera.

Quindi una mossa è come un atto, un gesto, un movimento appunto.

Quando si usa?

Si può usare ad esempio come sinonimo semplice di movimento, in genere accompagnato da un aggettivo che descrive questa mossa. Generalmente un movimento singolo e rapido, ma non solo:

Il bambino ha fatto una mossa brusca col braccio e si è fatto male
Il mio collo ha fatto un’insolita mossa

Ho avuto una mossa involontaria col piede e ho rotto la sedia

Franco mi ha fatto una mossa con la testa e io ho capito che era d’accordo

Mentre parla, Mario fa molte mosse con la testa

Ma oltre che indicare un singolo movimento fisico del corpo o di una parte del corpo, le mosse sono anche dei comportamenti, degli atteggiamenti, in genere indicano qualcosa di negativo, ma non sempre:

Lucia somiglia alla madre anche nelle mosse

Come a dire che Lucia si comporta fisicamente come la madre, sembra la madre quando si muove.

Non fare tutte quelle mosse, con me non funziona.

Qui si intende, con mosse, proprio un modo fi fare, un atteggiamento finto, forzato, a volte una finta gentilezza, ma esagerata. Tanto esagerata che si riconosce.

Giovanna fa sempre troppe mosse con i ragazzi della sua età. Non è per niente naturale

La mossa è anche un movimento iniziato ma non terminato:

Mario ha fatto la mossa di darmi uno schiaffo ma poi si è fermato

Mi hai invitato a cena ma non hai neanche fatto la mossa di pagare il conto. Che maleducato.

Da questo esempio “una mossa” si capisce come indica l’intenzione di fare qualcosa. Posso anche dire:

Non doveva pagare lui, ma a me bastava la mossa!

Posso usare anche “gesto” in questo caso.

In ogni caso si sta parlando di manifestare, mostrare una intenzione, una volontà di fare qualcosa. Il verbo da usare è fare: “fare la mossa di” seguito dal verbo all’infinito.

Poi, una mossa si usa anche in alcune espressioni tipo:

Datti una mossa!

Cioè: sbrigati, muoviti, fai in fretta. Questo è “darsi una mossa“.

Ma le mosse (al plurale) si posso dare anche agli altri. “Dare le mosse” significa spingere, stimolare a fare qualcosa. Ad esempio:

Il sito Italianosemplicemente.com darà probabilmente le mosse a qualcuno per insegnare la propria lingua con lo stesso metodo.

Il tuo esempio darà le mosse anche ad altri

In realtà non solamente una persona può dare le mosse.

La pandemia ha dato le mosse all’Italia per una forte innovazione tecnologica e digitale.

Un significato interessante è poi quello che deriva dalla strategia. Nel gioco degli scacchi, quando si muove un pezzo sulla scacchiera, quella è una mossa:

Tocca a te fare la mossa, poi tocca a me.

Che mossa fai adesso?

Adesso muovo il cavallo! Questa è la mia mossa.

Sono bravissimo, ti faccio scacco in tre mosse!

Allora ogni volta che si parla di strategia, questa parola “mossa” indica bene un’azione che un individuo o un gruppo compie scegliendola tra le varie possibili.

La prossima mossa del governo sarà quella di abbassare le tasse

Oggi compirò la mossa decisiva a scuola: mi farò interrogare in matematica!

Non sarà una mossa azzardata licenziarsi dal tuo lavoro?

Bravo, questa sì che è una bella mossa!

In amore si dice sia l’uomo che deve fare la prima mossa

In senso figurato esistono infine varie espressioni, in cui si usa soprattutto il plurale: mosse.

Prendere le mosse” ad esempio, che significa iniziare a fare qualcosa (in genere iniziare a parlare) partendo da un punto di riferimento, o anche prendere a modello, prendere a esempio, simile a prendere lo spunto, che abbiamo già visto.

Il presidente, appena iniziato il discorso, ha preso le mosse dalle ultime vicende europee.

Quindi il presidente ha iniziato a parlare agganciandosi alle ultime vicende europee, a qualcosa che ultimamente è accaduto a livello europeo.

“Prendere lo spunto” è spesso più simile a “imitare”, invece “prendere le mosse” va usato proprio nel senso di agganciarsi a qualcosa, anche come un semplice “iniziare“, o “dare inizio“, o “fornire l’occasione giusta“. E’ più elegante però.

Nel mio racconto prendo le mosse dal 2019, quando è iniziata la pandemia

L’indagine ha preso le mosse da un altro procedimento penale che era già in corso

Il nostro progetto ha preso le mosse nel 2015 e da allora non ci siamo più fermati

Si tratta quindi di un modo diverso per indicare un inizio.

Se ci pensate, molto spesso accade che prendere e dare le mosse hanno lo stesso utilizzo:

Se si prendono le mosse da qualcosa o da qualcuno, è questo qualcosa o qualcuno che dà le mosse.

Se io prendo le mosse da te, tu dai le mosse a me.

Dipende quindi dal punto di vista da cui si guarda.

La pandemia ha dato le mosse ad una forte innovazione tecnologica

L’innovazione tecnologica prende le mosse dalla pandemia

Adesso ripassiamo: chi fa la prima mossa?

Sofie: la faccio io la prima mossa. Perché non rispolveriamo qualche espressione passata? Non fosse che per impressionare tutti sulle nostre capacità linguistiche?

Emma: Mi sta bene, ti darò manforte anche perché fortuna vuole che avevo questa frase pronta da illo tempore!

Hartmut: Io non mi preparo mai prima, ma non è una cattiva idea. La prossima volta lo farò anch’io, sperando di essere all’altezza della situazione.

Mariana: vabbè, tanto siamo qui apposta per migliorare no? E’ normale fare errori, vivaddio!

513 Togliersi un sassolino dalla scarpa

Togliersi un sassolino dalla scarpa (scarica audio)

Giovanni: Vi ricordate dello sfizio?

Ebbene, una forma particolare di sfizio è quella che consiste nel togliersi un sassolino dalla scarpa.

Lo sfizio, abbiamo detto, è qualcosa che si toglie, qualcosa che vogliamo toglierci. Anche i sassolini dalla scarpa è qualcosa che possiamo toglierci, che possiamo estrarre, tirar via dalla nostra scarpa.

Sono fastidiosi i sassolini quando entrano nelle scarpe, non è vero?

Per questo motivo non vediamo l’ora di toglierceli per ricevere questa soddisfazione.

Questa ovviamente è un’immagine figurata ma rende molto bene l’idea del fastidio.

Questa espressione si può usare quando non ce la fate più a sopportare una situazione. In genere si tratta di dire qualcosa a qualcuno tipo:

È un po’ di tempo che voglio dirti che non ti sopporto più!

Caro direttore, le posso dire una cosa? Lei è veramente un ignorante!

Ahhhhh, finalmente mi sono tolto questo sassolino dalla scarpa!

Adesso ripassiamo un po’ qualche espressione precedentemente spiegata.

Mariana: Ciao Irina, come stai? Senti, mi sto preoccupando, non parliamo da illo tempore.

Irina. Scusa Mariana, ero occupatissima. Sai, mi sono messa in proprio: Un piccolo caffè aperto solo da pochi giorni. Non ti dico guarda! È una mera pazzia con questa burocrazia.

Mariana. Davvero? Con questa notizia mi hai preso alla sprovvista. Allora adesso sei felice di brutto Finalmente ha preso corpo quello che sognavi già da tanto tempo. Beata te!

Irina: sono felice e ne ho ben donde. Infatti ho dovuto munirsi di pazienza, e dare fondo a tutte le forze per scavalcare le difficoltà burocratiche.

Mariana. Capisco, posso immaginarmelo. Adesso so perché avevi il tempo così risicato.

Irina: Eccome! Non si può eludere nessun obbligo dovendo avere tutte le carte in regola.

Mariana: E purtroppo bisogna mettere anche dei paletti al divertimento. Manca il tempo per togliersi lo sfizio di uno svago. Quasi vivessi solamente per il lavoro.

Irina: eh già, ma adesso bando alle ciance, perché non ci incontriamo e prendiamo un caffè insieme? Ti aspetto nel mio caffè. Se tanto mi dà tanto avremmo molto da raccontarci.

Mariana: Con tanto piacere. A dopo allora. Sto scalpitando di vederti.

512 All’altezza

All’altezza (scarica audio)

Giovanni: Siamo arrivati all’episodio n. 512 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo dell’altezza. Precisamente parliamo di “essere all’altezza“, una locuzione che può essere usata in due modi diversi.

Prima di tutto, essere all’altezza di qualcuno, cioè di una persona, significa essere al suo livello.

Ad esempio posso dire:

Un pugile ha dimostrato di essere all’altezza del suo maestro.

Oppure:

Un pugile si è dimostrato all’altezza del suo maestro.

Queste due frasi, che hanno lo stesso significato, vogliono dire che un pugile ha dimostrato di essere un atleta bravo come il suo maestro.

Se parlo di qualcosa, e non di qualcuno:

Non sono all’altezza di fare questo esercizio

In questo caso sto dicendo che non sono in possesso dei requisiti per fare questo esercizio, ma si usa normalmente quando si parla di sfide e di compiti. Non sono all’altezza di affrontare questo compito, questa sfida:

In entrambi i casi, si ha un livello di riferimento. Questo livello è rappresentato da una persona (come “il suo maestro”) o la difficoltà di una sfida. 

Hai le capacità di superare questo livello? Ce la puoi fare? Allora sei all’altezza. Altrimenti non sei all’altezza di questo compito o di questa persona.

Normalmente, quando si vuole indicare un livello da superare, come un livello di preparazione o di bravura, si usa “essere in grado” di fare qualcosa, cioè essere capace di fare questa cosa.

Ma se si parla di altezza si parla di qualità globali, spesso anche morali. L’altezza viene spesso legata all’animo, alla moralità, alla magnanimità o alle facoltà intellettive in generale. 

Si usa spesso “essere all’altezza della situazione“, dove la situazione è proprio il compito da affrontare. Si parla quindi della capacità di saperne valutare la gravità, affrontando e risolvendo le difficoltà che presenta.

Ma l’altezza è anche un concetto geometrico: l’altezza di un triangolo, l’altezza di una piramide eccetera. 

Non è un caso che “essere all’altezza” si utilizza anche quando si danno indicazioni stradali, quindi se venite in Italia e chiedete indicazioni ad un italiano, tipo:

Scusi, dove si trova il museo delle cere?

Risposta:

Si trova all’altezza di Piazza Venezia.

Si parla di luoghi dunque e essere o trovarsi all’altezza di un luogo significa semplicemente “essere vicino“, “trovarsi vicino” a un luogo. Ma è una vicinanza che si utilizza specialmente per indicare un punto di riferimento per far capire dove si trova qualcosa esattamente o dove è avvenuto un evento esattamente.

Andate verso il centro, e quando vi trovate all’altezza  del Colosseo, provate a chiedere informazioni a qualcuno.

Quindi all’altezza sta per “vicino” un luogo, “presso” un luogo, “nelle vicinanze” di un luogo.

Stamattina, in via Giulia, all’altezza di piazza Esedra, c’è stato un incidente.

 Per lavori stradali chiude la strada che collega Roma a Fiumicino all’altezza di via della Magliana.

Questa strada che collega Roma a Fiumicino è abbastanza lunga, allora per far capire in quale punto ci saranno i lavori stradali, indico “via della magliana” come punto di riferimento generale.

Attenzione adesso, perché “essere all’altezza di un luogo” può anche indicare qualcosa che non ha sufficienti qualità.

Es:

Il ristorante dove siamo andati a pranzo oggi, al centro di Roma, non è all’altezza del luogo.

Significa che questo ristorante non raggiunge il livello di qualità richiesto. Da un ristorante che si trova in quel luogo ci si aspetta di più.

Quindi sto facendo un confronto tra ciò che mi aspetto e quello che ho notato.

Allo stesso modo posso dire:

Lo studente non è all’altezza del nostro liceo.

Nel senso che dal nostro liceo viene richiesto un livello di preparazione molto alto e lo studente non raggiunge questo livello.

Adesso vediamo se i membri dell’associazione Italiano Semplicemente si dimostrano all’altezza di un ripasso:

Komi (Congo): Oggi ho voluto togliermi lo sfizio di una lunghissima passeggiata, e strada facendo ho ascoltato alcuni episodi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. C’è da dire che mi sono divertito di brutto, tant’è vero che l’ho fatto per 3 ore di fila. Mi sono proprio scatenato

 

32 – Il versamento e “verso pagamento” – ITALIANO COMMERCIALE

File audio  e trascrizione disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Durata: 9:24

Tipo file: MP3 & PDF

 

Descrizione

Oggi ci occupiamo del versamento, un termine che in ambito commerciale è molto importante.

Infatti un versamento è ogni operazione commerciale o bancaria consistente nel pagamento o nel deposito di una somma di denaro.

Quindi un versamento è un pagamento?

Quando io effettuo un versamento sto facendo un pagamento? Stiamo emettendo un pagamento?

Il 5° audio-libro della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

𝑭𝒐𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒑𝒆𝒓𝒕𝒊𝒏𝒂: 𝑨𝒏𝒂𝒔𝒕𝒂𝒔𝒊𝒚𝒂 𝑺𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆𝒛

2 minuti con Italiano Semplicemente – Episodi 401-500- (MP3+PDF)

Avercela con

Avercela con (audio)

espressioni idiomatiche italiane

due minuti con Italiano Semplicemente

Cosa significa avercela con una persona?

Ha due significati che mi appresto a spiegarvi.

Il primo utilizzo indica l’essere arrabbiati con una persona, o, più precisamente, provare rancore verso una persona.

Si usa in questo caso anche “prendersela con“, anche se è leggermente diverso usare questo verbo. Sono due verbi pronominali ma ognuno ha le sue carattetistiche.

Vediamo poi perché.

Avercela con una persona significa dunque serbare rancore verso questa persona per qualche cosa; qualcosa che è accaduto, qualcosa che questa persona ha fatto o che ha detto, e per questo motivo ci si sente offesi.

E allora posso dire che io ce l’ho con questa persona, o che io me la prendo con questa persona.

Perché ce l’hai con me?

Ce l’ho con te perché mi hai offeso. Mi hai detto stupido.

Cosa? Non puoi avercela con me per questo. Io scherzavo!

Quando ce l’hai con una persona, normalmente questo si dimostra attraverso un atteggiamento rancoroso, un atteggiamento pieno di rancore. Ma cos’è il rancore?

Tutto ha origine con un torto o un’offesa subita.

Il rancore è chiamato anche risentimento.

Come tutti i sentimenti è qualcosa che si prova, ma il verbo più adatto per il rancore è “serbare“, simile a “nascondere” dentro di noi.

Si può dire anche covare rancore. Il rancore è qualcosa che viene nascosto ma che può anche crescere, ed è per questo che si usa anche il verbo “covare“. Proprio come fa la gallina 🐔 quando cova il suo uovo 🥚. Lo nasconde e lo fa crescere.

Il rancore è dunque un’avversione, spesso profonda, covata nell’animo, dentro di noi, in seguito a un’offesa o a un torto ricevuto.

Bisogna dire che avercela con qualcuno è, comunque, un’espressione colloquiale, ed esprime in genere un sentimento più leggero, meno importante del rancore. Si usa dire anche “essere risentiti” con una persona. In questo caso si prova risentimento. Anche il risentimento in genere si usa per cose più importanti rispetto a “avercela con” qualcuno.

Spesso, quando ce l’hai con una persona, questo si manifesta attraverso il mostrarsi offesi, quindi semplicemente stando in silenzio, altre volte invece attraverso atti, conportamenti diversi, come una voce arrabbiata, parolacce, accuse, e a volte anche l’uso della violenza.

Vediamo adesso la differenza tra avercela con una persona e prendersela con una persona.

Quando ce l’hai con una persona, stai incolpando questa persona di qualcosa, ma si vuole indicare soprattutto il tuo rancore, il tuo sentimento verso di lei.

Se invece io me la prendo con questa persona, sto indicando la mia reazione.

Spesso si usano i due verbi indifferentemente, ma di solito “avercela con” indica il sentimento e “prendersela con” indica la reazione, e somiglia molto a “accusare“, “incolpare”.

Perché ce l’hai con me?

Ce l’ho con te perché mi hai detto che sono brutto e mi sono offeso. Sono un po’ risentito nei tuoi confronti

Non devi prendertela con me, ma con madre natura, che ti ha fatto così brutto!

Per capire bene la differenza, basti pensare che ce la si può prendere anche con cose diverse dalle persone.

Ad esempio potrei prendermela con la sfortuna, cioè incolpare la sfortuna, imputare alla sfortuna dei fatti negativi, ma non si usa dire “avercela con la sfortuna”, perché sarebbe come offendersi con la sfortuna, che non ha senso.

Casomai si usa dire che la sfortuna ce l’ha con me, quindi il contrario, come se la sfortuna mi avesse preso di mira, ma sappiamo bene che la sfortuna è cieca.

Così almeno si dice per indicare la sua imparzialità.

A volte però sembra veramente che ce l’abbia con noi.

Adesso vediamo il secondo uso di “avercela con“, che si può usare nel senso di rivolgersi ad una persona, parlare con una persona e non con un’altra.

Si usa in modo colloquiale quando ci può essere un dubbio riguardo alla persona con cui sto parlando.

Es:

“Adesso vai a fare i compiti”, dice il papà ad uno dei suoi figli.

Ma sono presenti due figli nella stanza. Marco e Paolo. Con chi sta parlando il papà?

Marco domanda allora:

Con chi ce l’hai papà?

Ce l’ho con Paolo, non con te.

Che significa:

Con chi stai parlando papà?

Sto parlando con Paolo, non con te.

Oppure:

A chi ti stai rivolgendo papà?

Mi sto rivolgendo a Paolo, non a te.

C’è da dire che a volte questa modalità si usa anche quando si è un po’ alterati, arrabbiati e può sicuramente apparire un po’ sgarbato, ma dipende anche dal tono che si usa, specie se si tratta di un sollecito:

Ehi, Paolo, ce l’ho con te, vuoi venire o no?

Comunque, che siate irritati o no, in questo caso non potete usare “prendersela con”.

Notate infine che “avercela con” ha questi due significati che vi ho detto solamente quando c’è la preposizione “con”.

Lo stesso vale per “prendersela“. In questo caso però se non usate alcuna preposizione, si tratta semplicemente di essere offesi:

Perché fai l’offeso?

Me la sono presa.

Perché te la sei presa così tanto? Dai, non fare l’offeso.

Me la sono presa perché non sei venuto alla mia festa di compleanno.

Quindi, ricapitoliamo: “avercela con” è una locuzione informale per indicare che una persona prova del rancore verso un’altra.

Io ce l’ho con te

Tu ce l’hai con me

Lui ce l’ha con tutti

Lei ce l’ha con la sorte

Noi ce l’abbiamo con l’arbitro

Voi ce l’avete con i professori

Loro ce l’hanno con tutti

Prendersela con” è abbastanza simile, ma indica più il colpevole e meno l’emozione verso questa persona.

Avercela con“, poi, si usa anche nel senso di parlare con una persona, rivolgersi e a lei, e spesso con un tono scocciato e sgarbato.

Infine, la preposizione “con” è importante e non si può togliere, altrimenti cambia il significato.

Ce l’ho fatta a finire l’episodio, e avercela fatta per me è molto importante.

Questo è un esempio di ciò che può accadere senza “con”.

Ce l’avete con me perché non vi faccio fare un esercizio di ripetizione?

Allora facciamolo, così poi se non riuscite a memorizzare non potete prendervela con me.

Ripeti anche tu:

Con chi ce l’hai?

Ce l’ho con Maria perché non mi chiama più.

Maria invece ce l’ha con suo fratello perché non le presta l’automobile.

Tu non dovresti prendertela con me. Io non c’entro coi tuoi problemi.

Non puoi prendertela per cosi poco.

Tutti se la prendono con me perché urlo sempre.

Se abbiamo problemi personali non è giusto prendersela con gli amici.

Perché quella faccia? Sembri risentito!

Il perdono è la chiave che sblocca la porta del risentimento

Allora, io adesso vi dico una cosa: sto per terminare l’episodio…… Ehi, ce l’ho con voi!

Esimere – VERBI PROFESSIONALI (n.66)

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Descrizione

Esimere è il verbo professionale n. 66. Un verbo molto professionale, adatto soprattutto con le responsabilità e i doveri morali. esimere, esimersi

511 Vivaddio

Vivaddio (scarica audio)

Siamo arrivati all’episodio n. 511 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente e stavolta riuscirò a rientrare nei due minuti di tempo.

Oggi parliamo del termine “vivaddio”, scritto generalmente in una sola parola,  che, secondo i dizionari, è un’esclamazione fortemente asseverativa, cioè è una esclamazione con la quale si afferma qualcosa con una certa decisione.

Questo episodio, vivaddio, durerà non più di due minuti!

Voi tutti state pensando che non ci riuscirò, ma, vivaddio, stavolta non accetto compromessi!

Si usa vivaddio quindi per dare maggiore efficacia a un’affermazione:

Se mi prendete in giro, dovrete fare i conti con me, vivaddio!

Se però si va a vedere l’utilizzo che se ne fa, basta guardare ad esempio le notizie su internet, si usa anche come alternativa a “fortunatamente“, con un senso a volte vicino a “era ora“, o anche “meno male” o “per fortuna che è così“. Chiaramente c’è un’allusione a Dio, e dire “vivaddio” è come in qualche modo ringraziare Dio che le cose stiano in questo modo.

Vediamo qualche esempio:

Da quanto tempo, vivaddio, l’Italia non giocava così bene una partita?

Hai sgridato tuo figlio tante volte, ma ora, vivaddio, ha finalmente capito.

Le parole nuove si dimenticano facilmente, ma vivaddio esistono i ripassi dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ulrike: Giovanni chiede un ripassino. Ho sentore che alluda ad un nuovo episodio.

Komi: sì, ed è anche breve, quindi dobbiamo giocoforza fare un breve ripasso.

Irina: per quanto, i ripassi non dovrebbero essere conteggiati nei due minuti

Hartmut: E noi come di consueto, non ce la sentiamo di eludere compiti di questo tipo.

Bogusia: Così nel giro di qualche minuto il ripassino prenderà forma.

Carmen: Probabilmente non sarà il fior fiore dei ripassi, ma sicuramente non sarà un obbrobrio.

 

Sollevare da un incarico – ITALIANO PROFESSIONALE

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Descrizione 

Questa lezione del corso di Italiano Professionale, per non madrelingua, verte sulla sollevazione degli incarichi, vale a dire su una forma particolare di licenziamento.

510 Per quanto

Per quanto (scarica audio)

Ecco un’altra parola della lingua italiana che può creare problemi: “quanto”.

Preparatevi perché questo episodio vi piacerà molto, ma allo stesso tempo non dobbiamo pensare al tempo. Detto in poche parole, non aspettatevi un episodio di due minuti, anche perché sono praticamente già passati.

Voglio parlarvi in particolare di “quanto” , preceduto dalla preposizione “per” .

Vi assicuro che per quanto possa sembrare semplice, questa locuzione può creare parecchi problemi ad un non madrelingua.

Adesso vediamo meglio cosa voglio dire.

Prima di tutto, quanto può indicare una quantità, allora posso dire:

Per quanto tempo ancora studierai oggi? Due ore?

Vuoi vendermi la tua automobile? Per quanto me la vendi? Me la vendi per 1000 euro?

In queste frasi a volte “per” possiamo anche ometterla, e altre volte posso anche sostituirla con altre preposizioni:

Quanto tempo ancora studierai oggi?

Stesso significato.

A quanto me la puoi vendere l’automobile?

Fortunatamente (si fa per dire) ci sono casi in cui “per quanto” va interpretato diversamente:

Per quanto io mi sforzi, non riesco proprio a concentrarmi oggi.

Per quanto lui si applichi nello studio, ha ancora troppo fa recuperare.

Per quanto io possa essere fedele a mia moglie, di fronte a una fotomodella disponibile non saprei resistere.

In questo caso si vuole indicare qualcosa di ancora non sufficiente per ottenere un risultato. Simile a “nonostante“, “anche se“, “sebbene“, ma c’è una quantità o un livello insufficiente.

Abbiamo anche un altro modo di usare “per quanto“:

Per quanto ho studiato mi fa male la testa

Non riesco a muovermi per quanto ho mangiato

Tutti mi invidiano per quanto piaccio alle donne

In questo caso si sottolinea qualcosa di eccessivo, che ha raggiunto un limite massimo non ben definito che sta producendo o ha prodotto un effetto, un risultato.

Simile, ma dal risultato opposto, è quando voglio indicare l’inutilità di un’azione:

Per quanto gridasse, nessuno lo sentì.

Si usa con un significato ancora simile a “nonostante” anche prima di un aggettivo o un avverbio e in questi casi si vuole indicare qualcosa che si ritiene improbabile che accada:

Per quanto stupido, Giovanni si accorgerà che lo stiamo imbrogliando

Per quanto malvolentieri, dovrò rinunciare al mio viaggio in Italia quest’anno.

Non c’è quindi una quantità o un livello stavolta. Ma poco cambia.

Esiste anche la locuzione “per quanto sia“, molto simile a “nonostante tutto“, che si può usare quando giungiamo ad una conclusione, esprimiamo un pensiero, un giudizio che è abbastanza solido e non può essere ancora messo in discussione. Es:

Tutti dicono che Giovanni è sincero, ma per quanto sia, io non riesco a fidarmi.

È vero, i vaccini sono sicuri, ma per quanto sia, preferisco non rischiare

C’è anche “per quanto possibile” o “per quanto sia possibile“:

Ti aiuterò per quanto possibile

Per quanto sia possibile, bisogna evitare affollamenti nei locali

Un altro modo molto diffuso di usare per quanto è nella locuzione “per quanto riguarda“, o, più formalmente: “per quanto concerne“, o “per quanto attiene“.

Si usa questa locuzione per introdurre un argomento da trattare, di solito dopo aver terminato un precedente discorso su altre questioni.

Poi c’è anche “per quanto mi risulti” o “per quanto ne so io“, locuzioni equivalenti a “che io sappia” e che servono a limitare l’ambito della risposta. Analoghe locuzioni sono “per quanto ho visto“, “per quanto ho potuto vedere” e simili. In questi casi Spesso si usa anche “quello”.

Es. “per quello che ne so..”

Infine, l’uso che troverete più strano è quando si usa al posto di ma, benché, tuttavia (attenti anche alle pause): 

Ok, non sei d’accordo con me. Voglio ascoltarti, per quanto, sono sicuro di quello che dico.

Gli esperti dicono che la casa crollerà. Bisogna assolutamente andar via da questo posto, per quanto, io abbia molti dubbi in proposito.

Non credo valga la pena di andare a vedere la partita Roma- Barcellona, per quanto, in passato la Roma abbia giocato bene a volte contro le grandi squadre.

A tal proposito, vi avverto che a volte è molto difficile per un non madrelingua capire il senso di una frase.

Come detto a volte “per quanto” significa “nonostante”, altre volte sta per “benché”, altre ancora indica un eccesso. Allora notate l’importanza di usare l’indicativo o il congiuntivo per capire il significato:

Per quanto ho dubbi, preferisco non rischiare (ho troppi dubbi per rischiare)

Per quanto abbia dubbi, preferisco rischiare (nonostante abbia molti dubbi, preferisco rischiare)

Notate come i numerosi utilizzi di questa locuzione, che a volte hanno qualcosa in comune, la rendono utilizzabile per ogni possibile argomento.

Se ad esempio devo fare un esame di italiano:

Per quanto io abbia studiato, mi sento ancora molto impreparato.

Per quanto ho studiato, ho un mal di testa terribile.

Ho studiato molto, per quanto, ci sono alcuni argomenti in cui avrei difficoltà a rispondere.

Per quanto tempo ancora dovrò studiare per sentirmi preparato?

Bene. Vi consiglio di ascoltare l’episodio più volte e di cercare su internet la frase “per quanto”, specie su google news.

Adesso, per quanto abbiamo ampiamente superato il tempo che ci era concesso, occorre riservare spazio per un per quanto breve, ripasso:

Irina (California): Giovanni, dilungarsi così, senza tener conto del tempo, non va bene. Sembra quasi tu voglia mettere alla prova la nostra pazienza.

Mariana (Brasile): averne di episodi come questi però!

Anthony (Stati Uniti): sicché tu sei favorevole agli episodi più lunghi?

Veronica (Brasile): anche io lo sono, purché siano interessanti però. E questo lo è stato parecchio. Tant’è vero che lo ascolterò un paio di volte ancora.

Lia (Brasile): ok, fermo restando che bisogna cercare di accorciare la durata, altrimenti il nome della rubrica lascia il tempo che trova.

Wilde (Brasile): pur di non lasciare niente in sospeso, Gianni si espone anche alle nostre critiche. Però dopo cotanto episodio, come si fa a contestare?

Khaled (Egitto): infatti. Ragion per cui io, se non fosse per il Virus, lo inviterei a cena per ringraziarlo

Enrico: rischi permettendo

509 Quasi

Quasi (scarica audio)

Quasi avverbio lingua italiana

Trascrizione

Episodio 509 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Siamo quasi arrivati a 510.

A proposito di “quasi“. Non so se vi siete mai chiesti in quanti modi può essere usato questo avverbio.

Il modo che conoscete tutti è sicuramente quello in cui significa “poco meno che“, “un po’ meno di” cioè una misura non tanto inferiore alla completezza. Simile a circa, pressappoco, ma “quasi” indica che si è molto vicini a qualcosa, un luogo o una quantità, una caratteristica. Siamo vicini ma non ci siamo ancora.

Tipo:

Siamo quasi arrivati a Roma

Il bicchiere è quasi pieno

Sono quasi soddisfatto

Il lavoro è quasi finito

Il panino l’ho pagato quasi 10 euro

Eccetera.

Un uso particolare di quasi è invece quando si utilizza nel senso di “come se“.

Mi hai guardato quasi fossi un alieno

Cioè:

Mi hai guardato come se fossi un alieno.

Camminava lentamente quasi avesse 100 anni.

Cioè:

Camminava lentamente come se avesse 100 anni.

Giovanni ha divorato il pranzo quasi non mangiasse da una settimana.

cioè:

Giovanni ha divorato il pranzo come se non mangiasse da una settimana.

Avrete sicuramente notato che in questo caso si usa il verbo al congiuntivo. Niente di male, niente di strano perché è la stessa cosa che facciamo quando usiamo “come se“.

Voglio inoltre farvi notare che si può anche raddoppiare il quasi, che diventa “quasi quasi“. Si usa quando voglio esprimere un giudizio o una decisione che sta cambiando. Si usa soprattutto quando si ha una tentazione di fare qualcosa, ma non sono ancora deciso:

Quasi quasi domenica vado al mare…

Andate al cinema? Quasi quasi vengo anch’io!

Quasi quasi adesso ripassiamo, che ne dite?

Hartmut (Germania)
Possibile mai che siamo in debito di un ripasso ?

Anthony (Stati Uniti)
Ma come si fa ad abbozzare un ripasso così di punto in bianco. Per me proprio non è cosa .

Veronica (Brasile)
Siamo alle solite, ossia sarà Gianni a farlo questo benedetto ripasso?

Ulrike (Germania)
Non sia mai! Cerchiamo di terminarlo noi. Siamo già a buon punto. Altrimenti Gianni potrebbe perdere la bussola per via del fatto che non ci applichiamo abbastanza.

Mariana (Brasile):
Vabbè, sarebbe ingeneroso nei nostri confronti, ma per non saper né leggere né scrivere, a scanso di equivoci meglio farne uno coi fiocchi.

Komi (Congo)
Credo possa bastare così no? Abbiamo dato fondo a tutte le nostre energie!

508 Averne fin sopra i capelli

Averne fin sopra i capelli (scarica audio)

Trascrizione

Episodio 508 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Se siete arrivati fin qui evidentemente ancora non ne avete fin sopra i capelli di Italiano Semplicemente.

Spero che non arriverà mai quel momento. E allora oggi vorrei parlarvi proprio dell’espressione “averne fin sopra i capelli“.

Averne fin sopra i capelli è una simpatica espressione che esprime una forma di stanchezza per qualcosa. Non parlo di stanchezza fisica ma della stanchezza intesa come atteggiamento caratterizzato da una progressiva riduzione dell’interesse per qualcosa, dovuta a sazietà, sfiducia o delusione.

Questa progressiva riduzione spesso riguarda anche la pazienza.

Quando vi trovate in questa condizione, si dice normalmente di essere stufi.

Stufarsi di qualcosa è esattamente questo.

C’è di mezzo la pazienza e quindi la sopportazione, cioè la capacità di esercitare a lungo la pazienza.

Quando arriviamo al punto di non poterne più, quando cioè la sopportazione finisce, ci sono diversi modi di dire in italiano, ad esempio:

La goccia che fa traboccare il vaso

Abbiamo un vaso (un contenitore che rappresenta la nostra capacità di sopportazione) e questo vaso è completamente pieno di acqua (che rappresenta tutto ciò che abbiamo già sopportato).

Adesso non c’è più spazio per altre cose che possiamo sopportare. Quindi basta una sola goccia a far traboccare il vaso.

In questo modo di dire si usa l’efficace metafora del contenitore per indicare il grado di sopportazione.

La stessa metafora del contenitore è quella usata anche nell’espressione “averne fin sopra i capelli”.

I capelli rappresentano la parte più in alto del nostro corpo, proprio come la fine del vaso dalla quale trabocca l’acqua in eccesso.

Perché si usa averne?

Tutto viene dall’espressione “averne abbastanza“, che ha ugualmente il significato di “essere stufi“.

È stato uno dei primi episodi di italiano semplicemente di cui vi inserisco il link nella trascrizione dell’episodio. Averne abbastanza è la versione “soft” di “averne fin sopra i capelli”.

Del tutto simile anche a “non poterne più“, che abbiamo ugualmente visto insieme qualche tempo fa.

Notare che le tre espressioni usano la preposizione “di”:

Non ne posso più di te

Ne ho abbastanza di te

Ne ho fin sopra i capelli di te

“Fin” significa “fino” quindi indica un limite massimo. “Fin sopra i capelli” significa “fino a sopra i capelli“, ad indicare che la nostra sopportazione è arrivata nella parte più alta possibile, anzi, persino più in alto!

Vi faccio qualche esempio:

Basta, ne ho fin sopra i capelli di te, delle tue scuse, del tuo atteggiamento irrispettoso nei miei confronti. Voglio il divorzio!

Gli italiani ne hanno fin sopra i capelli del Covid. Non ne possono più di stare a casa. Ne hanno abbastanza di tutta questa situazione.

Rauno: stavo pensando che, ammesso e non concesso che avremo la meglio sul Covid, voglio fare un bel viaggio.

Lia: non appena ci sarà l’opportunità, voglio recuperare il tempo perduto anch’io.

Mariana: oramai il 2020 è andato. Peccato, ma a dire degli esperti, tra poco ne usciremo.

Anthony: saràSenti, io finché non vedo, non credo! Prima di cantar vittoria aspettiamo il fischio finale!

507 Avercene di

Avercene (scarica audio)

Trascrizione

Episodio 507 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi parliamo dell’espressione “avercene“, che deriva dal verbo avere e che si usa quando vogliamo sottolineare l’importanza di qualcosa o qualcuno.
Esattamente si sta parlando di esprimere questa importanza attraverso il desiderio di “avere” qualcosa o qualcuno di simile alla cosa di cui vogliamo sottolineare le qualità.
Se ad esempio vogliamo sottolineare che Mario è uno studente perfetto, che studia, uno studente educato e disciplinato, che non crea problemi, rispetto a tanti altri studenti che invece hanno meno qualità, posso dire:

Avercene di studenti come Mario!

Questo significa che le qualità di Mario non sono molto comuni, e che ci piacerebbe avere molti studenti come lui. Stiamo esprimendo quindi la mancanza di studenti come lui, con le sue qualità.
Vediamo altri esempi. Se io parlo con un amico e dico:
Mio figlio ha un problema a scuola. Non sa se avrà la media del 9 o quella del 10.
Il mio amico potrebbe rispondermi:

Avercene di questi problemi!

Capite che in questo caso la risposta è ironica. Il mio amico dice che anche a lui piacerebbe avere di questi problemi, cioè a lui piacerebbe avere problemi come questi, perché non sono questi i veri problemi. Questo è il senso della sua risposta.
A volte si usa anche “ad avercene“. Ma non cambia nulla. Stesso significato.
Si usa spesso per evidenziare la differenza tra qualcosa o qualcuno che ha molte qualità rispetto ad altro o altre persone. In questo senso allora stiamo evidenziando sia la qualità di uno, sia la mancanza di qualità degli altri.
Un allenatore di una squadra di calcio, di fronte a delle critiche rivolte ad uno dei suoi calciatori, per sottolineare che lui non è d’accordo, può dire:

Avercene di calciatori come lui!

Come a dire: lui non va criticato, perché le sue qualità sono molte di più delle sue debolezze o mancanze.
Molto spesso si trova poi una forma alternativa: “averne“. La particella “ce” si riferisce a noi, analogamente a “averci”. È la stessa cosa comunque di avercene. La cosa che conta è la preposizione che segue: “di”.

Averne di questi problemi!
Averne di studenti come Mario!

In questo caso è più comprensibile il significato:

Mi piacerebbe averne di più di studenti come Mario.
Sarebbe bello avere sempre problemi di questo tipo.
Sarebbe bello averne sempre di questi problemi (“ne” rappresenta i problemi)
Ad avercene di questi problemi! (versione più espressiva e colloquiale)
Avercene di studenti come Mario.

Adesso ripassiamo qualche espressione degli episodi precedenti. Ci aiuterà qualche membro dell’associazione. Averne di membri così!
Bogusia (Polonia): sì è parlato molto male del vaccino Astrazeneca. Ma stando ai dati sulle reazioni avverse ai vaccini sembra che Astrazeneca sia persino meno pericoloso degli altri.
Mariana (Brasile): in che senso? Ti sei sincerata che non sia una notizia falsa?

Veronica (Brasile): l’ho letto anch’io. Adesso spero che i governi ne prendano atto.

Anthony: speriamo. Al di là di questo però, la cosa più importante è che funzionino sempre, anche con le varianti, sennò il prossimo anno siamo da capo a dodici.

506 Cantar vittoria

Cantar vittoria (scarica audio)

Trascrizione

Un tuo amico ha un esame scritto di lingua italiana e sta aspettando il risultato. Ma prima di sapere l’esito dell’esame, lui già esulta e dice che sarà sicuramente promosso.

Tu quale consiglio gli dai?

E cosa dici a te stesso quando la tua squadra del cuore vince ma mancano ancora 5 minuti alla fine della partita?

La risposta è:

Aspetta a cantare vittoria!

E’ proprio questa l’espressione del giorno: “cantare vittoria” significa proprio questo: proclamarsi vincitore, esultare per un successo.

Si può usare “cantar” oppure “cantare“. È la stessa cosa

Questa espressione si utilizza solamente quando questa proclamazione, questa esultanza, questa gioia per aver vinto è ancora prematura.

E’ ancora troppo presto, bisogna aspettare, non è ancora detto.

Aspetta a cantar vittoria!

Una frase semplice, in fondo, dove usiamo il verbo “cantare”, che esprime proprio la gioia che proviamo per il successo che però deve ancora venire. Non è ancora sicuro.

Naturalmente non parliamo sempre di sport, ma di un “successo” in generale. Vediamo qualche altro esempio:

Ho contattato l’agriturismo per la riunione dei membri dell’associazione, ai primi di luglio 2021. Il problema Covid dovrebbe essere più o meno risolto per quel periodo, ma aspettiamo ancora a cantar vittoria.

Si sa che cantar vittoria troppo presto equivale a vendere la pelle dell’orso prima di averlo ucciso...

Si usa molto spesso anche questo modo di dire, che ha lo stesso significato di “cantar vittoria“: farsi illusioni troppo presto su qualcosa che in realtà non è scontato e, aggiungo, neanche facile da ottenere.

Adesso ripassiamo:

Ulrike (Germania): L’episodio che verte sul plagio ritengo sia fantastico, e ne ho ben donde. Se tanto mi dà tanto, questa sorta di episodi continuerà ad essere davvero utilissima.

Anthony (Stati Uniti): C’è chi preferisce la grammatica alla ripetizione, ma checché se ne dica, il ripasso è sempre più adatto per un miglioramento della lingua.

Mariana (Brasile): Giusto. In questo modo le espressioni precedenti possono prendere piede nella nostra mente. Questa forma di studio fa proprio al caso mio.

Sofie (Belgio): Si dà il caso che anche l’audio sia fantastico. Stando a ciò che dicono le sette regole d’oro, il senso dell’udito è molto importante.

Irina (Stati Uniti): Eccome! Mi va sempre a genio adoperare insieme il testo e l’audio. Faccio sempre più caso ai miei progressi, e il mio Italiano inizia finalmente a prendere forma

L’investitura – POLITICA ITALIANA (n.7)

L’investitura (scarica audio)

Tutti gli episodi

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno a tutti. Oggi per la rubrica dedicata alla politica italiana parliamo dell’investitura.
Si parla di investitura quando una persona riceve un mandato  o un grado importante. Una persona viene così investita di un mandato, oppure viene investita di un grado, di una carica o un incarico.

Pensate un attimo al vestito, cioè ciò che indossiamo come indumento. Molto spesso un “vestito”, o meglio, come una persona è vestita, è indicativo di diverse caratteristiche di una persona. In ambito lavorativo, il medico, ad esempio, indossa un camice, un poliziotto una divisa, eccetera. Di conseguenza quando una persona riceve un’investitura è come se ricevesse un vestito da mettere, un vestito che rappresenta il suo ruolo, il mandato che ha ricevuto, il grado conferito. 

Generalmente si parla di una carica politica o ecclesiastica, quando viene nominato un vescovo ad esempio. Il termine comunque indica il conferimento di una carica o di un incarico di qualsiasi tipo.

Allora l’investitura è simile al conferimento, ma mentre è l’incarico a essere conferito, l’investitura si fa ad una persona, che viene quindi investita di un incarico. Questa persona riceve l’investitura di un incarico o un mandato.

Se questa persona viene investita, o “è investita” di un incarico, questo mi farebbe pensare al verbo “investire“.

Ma “essere investiti” significa anche essere travolti da un’automobile:

Sono stato investito da un’auto

Allora in questo caso dell’investitura è importante la preposizione che si usa, che è “di”.

Essere investiti di un incarico

Spiderman è stato investito di poteri soprannaturali

Giovanni sarà investito di un ruolo importante all’interno dell’associazione

In realtà non è necessario ricevere un incarico per ricevere un’investitura, infatti vi faccio un esempio:

Se il presidente di un partito di nome Mario Rossi, parlando di un importante esponente della politica italiana di nome Paolo Bianchi, dicesse:

“Bianchi è il futuro del nostro partito”
Ecco, Mario Rossi punta molto su Paolo Bianchi, crede molto in lui, tanto da spingersi a dire che Bianchi, secondo lui, rappresenta il futuro del partito. Questa è ugualmente un’investutura.

Posso dire che c’è stata un’investitura da parte di Mario Rossi nei confronti di Paolo Bianchi.
Sarebbe quasi come dire che Mario Rossi sarebbe disposto ad investire su Paolo Bianchi.
Non a caso ho detto che Mario Rossi “punta” su Mario Bianchi.
Puntare su qualcuno, su una persona, significa scommettere su di lui o lei, sia in senso puramente economico che morale.
Ci sono quindi delle similitudini tra l’investimento e l’investitura.
Quindi l’investitura è sia il conferimento di una vera carica, di un titolo, di un mandato, sia la dichiarazione di una “scommessa” che si fa attraverso una designazione, un’attribuzione  da parte di una persona che ha una certa importanza.
Infatti fare un’investitura non è una cosa che possono fare tutti. Bisogna essere una persona importante per
farne una.
Infine, si può usare l’investitura anche al di fuori delle cariche politiche.
Ad esempio, Filippo di Edimburgo, prima di morire, ha voluto fare un’investitura per Carlo, suo figlio, chiedendogli di prendersi cura della madre e del resto della famiglia. In questo caso è una richiesta, ma somiglia molto ad un mandato. In fondo non si può rifiutare un’investitura di questo tipo perché viene da molto in alto.
La stessa cosa può avvenire nel mondo dello sport, come nel calcio, se un grande campione fa un’investitura a favore di un altro calciatore dichiarando che questo calciatore diventerà il suo erede.
In questi giorni in Italia si parla di diverse investiture. Una è quella di Giuseppe Conte, che dovrà essere investito della carica di capo politico del movim

ento 5 Stelle. Un’altra riguarda il tennis, in cui un grande campione di tennis ha investito del ruolo di protagonista futuro un altro tennista più giovane, e un’altra un’investutura di cui si parla riguarda la musica. Pare che Michelle Hunziker abbia ricevuto un’investitura da Gerry Scotti per condurre la prossima edizione del festival di Sanremo.
Vedremo se sarà proprio così.
Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.
Ciao.

505 Il contentino

Il contentino (scarica audio)

Trascrizione

contentino

Sei contento? Sei contenta?
Se lo sei, allora saprai sicuramente cos’è un contentino.
Purtroppo però il contentino non è un piccolo contento! Non esiste il piccolo contento!
Se io sono contento, potrei dire che sono felice, sebbene la felicità non equivalga esattamente alla contentezza.
Infatti la contentezza è uno stato d’animo simile alla felicità, ma è più relativo a una soddisfazione per un episodio accaduto, mentre la felicità è più grande, più importante, coinvolge il soddisfacimento dei maggiori desideri della propria vita, un appagamento totale.
Il contentino invece è un premio di consolazione. Che significa? Significa che avere un contentino non ci dà la felicità, e neanche la contentezza, ma qualcosa in meno, solo per non essere completamente insoddisfatti. A questo serve il contentino, a non essere completamente insoddisfatti.
In realtà non fa piacere ricevere un contentino, perché somiglia molto ad una presa in giro.
L’uso più frequente di questo termine è nell’espressione “dare un contentino“, che consiste in un piccolo premio o altra cosa in sostituzione di quanto si doveva dare. Il contentino quindi viene dato solo per non scontentare totalmente l’altra parte, l’altra persona, per non far restare troppo male questa persona, che si aspettava qualcosa in più. In questo modo questa persona non protesterà o comunque sarà meno delusa.
Es:

Un bambino che si aspetta un bel cellulare nuovo, fiammante, come regalo di compleanno riceve invece un walky talky, che rappresenta il contentino per non farlo piangere.

Chi si aspetta un cagnolino potrebbe invece ricevere, come contentino, un bel peluche che abbaia con le pile.
In tempi di crisi economica causata dal Covid, le famiglie che hanno perso un lavoro devono accontentarsi del contentino che gli dà il governo, qualche centinaio di euro al mese.

Il termine contentino allora è sicuramente legato all’avverbio “almeno“, che esprime, in modo simile, un qualcosa di cui accontentarsi, simile a “soltanto”, “solamente”, “se non altro”, quindi qualcosa di piccolo o meno importante che è sempre meglio di niente.
Adesso possiamo ripassare qualche espressione già spiegata, ma non ascolterete la voce di madrelingua italiani. Speriamo che come contentino possano andare bene anche le voci dei membri dell’associazione.

Ulrike (Germania)
Ciao amici, probabilmente verrò meno nel gruppo negli prossimi giorni. Può darsi che non me la senta.

Olga (Saint Kitts e Nevis)
Beh.. non restare sul vago. Il. Motivo di questa tua possibile defezione è legato a qualcosa di bello o di brutto?

Rauno (Finlandia)
Ma come sarebbe a dire defezione? È un parolone direi. È risaputo nel gruppo che lei oggi si è vaccinata. Ovviamente sta paventando eventuali postumi del vaccino.

Emma (Taiwan)
Certo, penso ne abbia ben donde. Però benché ci sia qualche rischio di danni collaterali dei vaccini, io sto scalpitando nell’attesa del mio turno.

Irina (Stati Uniti)
Anch’io! Sono convinta che la paura di eventuali rischi di subire gravi danni in seguito ad un’infezione da Covid lasci il tempo che trovi.

Wilde (Brasile)
Ciò non toglie che ci siano preoccupazioni senz’altro comprensibili. Urge continuare a chiedere lumi agli scienziati sui rischi e l’utilità dei vaccini.

Carmen (Germania)
Speriamo che saranno all’altezza in merito. Però malgrado tutti i dubbi, l’unica via d’uscita dalla pandemia è la vaccinazione della stragrande maggioranza dei cittadini di ogni paese. Si parla di una percentuale pari a qualcosa come il 70 o l’80 percento. Altro che storie!

Il plagio, la pirateria e il diritto d’autore – ITALIANO PROFESSIONALE

Il plagio e il diritto d’autore (scarica audio)

Nel mondo del lavoro si sente spessissimo parlare di plagio. Si parla altrettanto spesso di pirateria, con lo stesso significato. In entrambi i casi si parla del cosiddetto “diritto d’autore“.
Allora in questo episodio di Italiano Professionale inserirò anche alcuni verbi professionali, che sono già stati oggetto di episodi passati (vi inserisco il link all’interno dell’episodio), di conseguenza questo episodio finirà per essere anche un episodio di ripasso.

Il significato di plagio e pirateria, è molto simile a quello di furto. In tutti i casi si ha la proprietà di qualcosa. Sono entrambi dei reati, sebbene il furto sia giudicato più grave.

Cosa fanno i ladri? I ladri rubano, cioè si appropriano delle cose altrui. Ho usato il verbo appropriarsi, cioè far diventare proprio. Si parla quindi di proprietà. A chi appartiene questa automobile? Di chi è la proprietà di questa automobile?

Quando parliamo di plagio e pirateria però non si parla di oggetti rubati, ma fondamentalmente di idee rubate.
Per commettere il reato di plagio infatti è sufficiente imitare qualcosa, apportando lievi modifiche a qualcosa e cambiandone il titolo.
Così facendo ci si appropria di una qualche paternità sull’opera.
In sostanza, non ci si può avvalere delle opere altrui per ottenere dei vantaggi personali, perché in questo modo si cagiona anche un danno al proprietario dell’opera, cioè di chi detiene la proprietà dell’opera.
Spesso il confine tra il furto e il plagio è sottile, e un avvocato difensore di un ladro, in alcuni casi, potrebbe adoperarsi nel cercare di derubricare il furto in plagio per ottenere delle pene meno pesanti. Non credo sia cosa facile però.

Mi viene in mente il parmigiano e il parmesan cheese. Il parmesan cheese possiamo chiamarlo un plagio, in uso all’estero. Un tentativo di spacciare un prodotto, il parmesan scheese, per il vero parmigiano italiano.

Naturalmente il “parmigiano” non appartiene a nessuno in particolare, non ha un proprietario, quindi non è un plagio nel vero senso del termine. Il vero plagio ha bisogno di una vera proprietà.

Molto spesso si parla di plagio in ambito artistico e letterario. Si dice ad esempio che molti cantanti si siano “ispirati” un po’ troppo ad altre canzoni, molto famose, per scrivere il loro pezzo. Ma questo pezzo, questa canzone, risulta alla fine troppo somigliante all’originale. In questo caso si parla di plagio. Abbiamo quindi una falsa attribuzione a sé di opere o anche di scoperte, invenzioni scientifiche i cui diritti di invenzione spettano ad altri, i veri autori, i veri proprietari.

La questione riveste una certa importanza come potete immaginare, esiste infatti una legge per capire quando si tratta di plagio oppure no, e l’esito di questo confronto ha delle conseguenze penali ovviamente. Si chiama legge sul diritto d’autore e ci sono anche direttive europee. Quindi di volta in volta, quando c’è una denuncia di plagio, bisognerà valutare se si tratta di plagio oppure no.
Prima parlavo di appropriazione di idee di altre persone. In realtà la definizione esatta non è idea, ma “un’opera dell’ingegno altrui”, quindi un’opera che scaturisce dalla mente di altre persone. Il termine ingegno indica quello che possiamo chiamare il principio attivo dell’intelligenza.
Se diamo un’occhiata alle notizie sul web, notiamo che ci sono molte notizie che attualmente parlano di plagio.
Ad esempio Dolce & Gabbana, la famosa casa di moda, è stata accusata di plagio per aver copiato delle ceramiche spagnole. E coloro che hanno denunciato questo plagio, hanno dichiarato che a loro non dà fastidio che qualcuno si ispiri alle loro opere, ma invece dà fastidio di essere copiati in modo sfacciato. Comunque chiunque denunci di essere stato plagiato deve suffragare le proprie accuse con delle prove.
Prima parlavo della pirateria come sinonimo di plagio, ma forse è meglio chiarire che questo termine assume un significato più ampio.
Questo termine viene da”pirati“, che sono coloro che in mare, assalgono e depredano a proprio beneficio navi di qualunque nazionalità, rubano il loro carico e anche le persone imbarcate.
Quindi non siamo lontani dal concetto di plagio.
Esiste anche la pirateria aerea, ma la questione non cambia. Si tratta di sequestrare un aereo mentre è in volo, minacciando con le armi costringendolo a dirigersi verso una destinazione diversa.
In senso figurato però il concetto di pirateria è un atto, un comportamento di abuso associato a un atteggiamento fraudolento. Inoltre anche gli utilizzatori, cioè chi acquista questi prodotti possono essere accusati di pirateria.
Quindi il pirata è anche chi utilizza in modo clandestino, quindi di nascosto, anche senza pagare le tasse, oltre a chi vende  abusivamente e senza autorizzazione, prodotti generalmente come come libri, dischi, cd, dvd eccetera. Il plagio quindi è il reato commesso solamente da chi copia il prodotto, mentre la pirateria, termine poco giuridico, è commesso anche da chi acquista questo prodotto.
La pirateria più famosa è probabilmente quella informatica. E questa è l’attività di chi riesce a entrare all’interno di reti di informazioni e archivî di dati informatici, copia programmi o dati riservati. Avete presente i cosiddetti hacker? Non c’è una vera traduzione in italiano di questo termine. Possiamo chiamarlo un esperto informatico disonesto, o, appunto, un pirata informatico.
Infatti gli hacker possono fare anche pirateria perché se, una volta entrati in possesso di dati riservati, ne ricavano dei vantaggi economici illeciti.
Abbastanza diffusa è anche la pirateria editoriale, cioè che si riferisce ai libri.

Voglio terminare con il verbo plagiare, che ha ovviamente il significato di copiare, attribuire a sé stessi un’opera di altri, sebbene viene spesso usato anche in modo simile a “convincere“. Si usa infatti nella psicologia in questo senso.
Il plagio in questo caso è un termine che viene usato in due modi diversi. Il primo modo indica una sorta di abuso che consiste nel ridurre una persona in uno stato di totale soggezione al proprio potere.
Quindi la persona plagiata fa tutto ciò che dice la persona che l’ha plagiata, che impartisce ordini alla persona plagiata, che si attiene a sua volta tutte le sue disposizioni. In questi casi si parla comunemente di lavaggio del cervello o di manipolazione mentale. Anche questo dunque si chiama plagio.
Questo modo di plagiare non ha niente a che fare però con i prodotti e il mondo del lavoro, invece, il secondo modo di usare “plagiare” nella psicologia è per indicare il “plagio incosciente”. Cos’è?
Si tratta di quando un musicista, ad esempio, copia, senza rendersene conto, una musica di un altro musicista. Non lo fa apposta, non intende farlo, ma sempre di plagio si tratta. Non si può quindi addossare la colpa alla distrazione o dire che si tratta di una coincidenza.

La misura del peso e del volume

La misura del peso e del volume (scarica audio )

Buongiorno a tutti.

Mi è stato chiesto di fare un episodio, da parte di Alexandre, che parli del peso e del volume. Ringrazio Alexandre per la richiesta.

Questa però non vuole essere una lezione di fisica, bensì quella di chiarire qualche termine di uso comune nella vita di tutti i giorni.

Parliamo soprattutto di quando andiamo a fare la spesa e dobbiamo acquistare qualcosa nel reparto gastronomia: prosciutto, mortadella, qualche tipo di formaggio, qualunque cosa che il commesso del supermercato debba pesare per darci la quantità di prodotto che ci occorre.

In questi casi parliamo del peso, che come sapete si esprime in grammi. Questa è l’unità di misura del peso.

Quando però si parla con il commesso di solito non ci si esprime in termini di grammi, ma in termini di etti.

Un etto equivale a 100 grammi.

A scuola i professori ci hanno insegnato il termine ettogrammo per indicare 100 grammi, ma quando si fa la spesa si utilizza sempre il termine etto che al plurale diventa etti.

Per favore mi dà due etti di salame piccante?

Se un etto sono 100 grammi, due etti equivalgono a 200 grammi ovviamente.

Se invece ad esempio vogliamo duecentocinquanta grammi dobbiamo chiedere due etti e mezzo.

Quando si arriva a 500 grammi, cioè 5 etti, si preferisce parlare di mezzo chilo, cioè mezzo chilogrammo di prodotto.

Mezzo chilo significa la metà di 1 chilo, che equivale a 1000 grammi.

Se scendiamo sotto i 100 grammi invece, possiamo scegliere se usare i grammi o gli etti.

Se si tratta 50 grammi, possiamo chiamare questa quantità mezz’etto, mentre se scendiamo al di sotto dei 50 grammi dobbiamo esprimerci in termini di grammi.

Vorrei 10 grammi di zafferano per favore

Mi dà per cortesia 25 grammi di lievito di birra?

Mezz’etto di parmigiano grattugiato, grazie.

Se non parliamo del peso ma del volume, al supermercato si parla di litri.

Le bottiglie di latte ad esempio contengono 1 litro di latte. Invece le bottiglie di vino sono solitamente pari a 750 millilitri.

L’acqua minerale invece è normalmente imbottigliata in bottiglie da 1 litro oppure 1 litro e mezzo.

L’olio d’oliva può essere venduto in bottiglie da 750 ml, come il vino, 1 litro (come l’acqua e il latte) oppure in lattine da 5 o 10 litri.

Avrete sicuramente capito che ci vogliono 1000 millilitri, indicati col simbolo ml, per formare 1 litro.

Comunque ci sono anche altri formati, infatti per prodotti come la birra e la coca cola e simili si utilizzano bottiglie di vetro o plastica da mezzo litro, 1 litro, 2 litri o anche lattine da 150 millilitri, 330 millilitri, 500 ml.

In particolare le lattine da 330 e 500 millilitri spesso vengono espresse in centilitri. Quindi si parla di lattine da 33 e 50 centilitri (la cui sigla universale è cl).

Non voglio fare un elenco infinito dei differenti formati delle confezioni dei liquidi che sono in commercio, ma quelli di cui vi ho parlato sono indubbiamente i più diffusi.

Forse è il caso di aggiungere alcuni nomi che si utilizzano per particolari confezioni di liquidi. Quando ad esempio acquistiamo una confezione di acqua normalmente da 6 bottiglie, unite assieme da un involucro di plastica, parliamo di una di una confezione da 6 bottiglie d’acqua. Invece quando le bottiglie sono di vetro generalmente sono inserite all’interno di cassette di plastica, che vengono chiamate anche casse d’acqua. Le casse si usano anche per il vino, ma parliamo del vino sfuso, che viene messo in bottiglie di vetro, destinate ad essere successivamente lavate e utilizzate nuovamente. Il vino sfuso è venduto normalmente in negozi specializzati in vendita di vino e non in normali supermercati. Si porta in negozio un qualunque contenitore e si riempie con il vino che viene estratto dalle botti.

Un liquido, ma in generale una merce qualunque viene venduta sfusa quando si vendono sciolte, quindi non confezionate, non all’interno di una confezione. Quindi ad esempio le caramelle sfuse, i fagioli sfusi, noci, ma soprattutto il vino sfuso, venduto quindi a misura, cioè non imbottigliato.

Un’altro nome di un contenitore normalmente usato per il vino in vendita è il fiasco.

Il fiasco
Il fiasco

È un recipiente di vetro, come una normale bottiglia, ma ha una forma ovale e di solito è rivestito di erbe essiccate o di materiale plastico. Inoltre il collo della bottiglia è lungo e stretto.

A proposito di casse, c’è anche la cassa di birra, che può contenere sia lattine che bottiglie, di numero variabile.

Ma la birra, se è venduta in grande quantità, spesso è contenuta all’interno di contenitori chiamati fusti.

Un fusto di birra è un unico contenitore, simile ad una grande lattina, che può contenere 5,10, 30 o 50 litri di birra. Ma l’acquisto di fusti di birra normalmente avviene da parte di commercianti di bar, ristoranti o pub che vendono a loro volta il prodotto alla propria clientela.

L’episodio finisce qui, speriamo che Alexandre sia soddisfatto. Un saluto a tutti.

504 Lo sfizio

Lo sfizio (scarica audio)

Lo sfizio

Oggi ci occupiamo dello sfizio, parola diffusissima in tutta Italia, ma di uso colloquiale.

Lo sfizio è una specie di desiderio, ma un desiderio particolare, un desiderio capriccioso.

In effetti sfizio e capriccio sono due sinonimi, e indicano entrambi la voglia di qualcosa.

Non si tratta di desideri importanti, tipo desiderare la pace nel mondo o di avere una famiglia. Gli sfizi sono voglie capricciose, desideri di cose abbastanza futili, di poca importanza; quei desideri che vogliamo soddisfare per divertimento o per avere una soddisfazione personale che ci procura un qualche tipo di gratificazione.

Insomma, vogliamo toglierci uno sfizio.

È proprio questo l’utilizzo principale di questa parola. Lo sfizio è qualcosa che si toglie, qualcosa che vogliamo toglierci. Uso il verbo togliere per indicare il soddisfacimento di questo desiderio, questa voglia, che è quasi un bisogno di essere soddisfatti.

Oggi vado in centro e mi voglio togliere lo sfizio di un bel gelato.

Sarebbe come dire: mi voglio prendere la soddisfazione di gustarmi un bel gelato.

È tanto tempo che desidero farlo, quindi voglio togliermi questo sfizio, questo capriccio. Non voglio più avere questo pensiero in mente.

Spesso si dice anche “è solo uno sfizio” parlando di un desiderio che vogliamo soddisfare. Dicendo “solo” si evidenzia la poca importanza dello “sfizio“. L’utilizzo più frequente resta comunque l’espressione “togliersi lo sfizio“.

L’uso del verbo togliere sta proprio ad indicare la voglia di non avere più un pensiero in mente ed essere così soddisfatti.

Soddisfare una voglia” è molto simile a “togliersi uno sfizio“. E non è un caso che moltissimi esercizi commerciali in Italia si chiamano proprio così: “lo sfizio“, per invitare le persone a soddisfare un loro desiderio; in questo caso un loro appetito.

Questi desideri possiamo chiamarli desideri “sfiziosi“, un aggettivo, questo, che si addice anche alle cose che si mangiano:

Un pranzo sfizioso è un pranzo che ci attrae, ci attira per la sua particolarità, e non vediamo l’ora di assaggiare qualche pietanza.

Ma ci si può togliere uno sfizio in tantissimi modi diversi, non solo attraverso il cibo.

È sufficiente avere una voglia, un piccolo desiderio che, una volta soddisfatto, ci gratificherà.

Hai voglia di mandare a quel paese una persona da tanto tempo?

Dai, togliti questo sfizio e ti sentirai molto meglio.

Irina: manco a farlo apposta, stavo proprio pensando a uno sfizio che vorrei togliermi: andare due settimane in Italia.

Mariana: uno sfizio che potrai toglierti solo virus permettendo.
Hartmut: Siamo ottimisti, sta prendendo corpo l’ipotesi di apertura totale nel mese di giugno in Italia.

Ulrike: Per scrupolo però, sempre meglio aspettare un mesetto prima di prenotare

Emma: Poi con queste varianti: la brasiliana, l’inglese, adesso anche la giapponese… speriamo che a settembre non saremo da capo a dodici

503 Spartano

Spartano (scarica audio)

Vi hanno mai detto che siete un tipo un po’ spartano?

Oppure che la vostra casa ha un aspetto spartano?

Sappiate che non è esattamente un complimento.

Infatti spartano non è solo il nome di un abitante della città di Sparta, nell’antica Grecia, ma nella lingua italiana, se qualcosa viene definito spartano, si parla di severità, semplicità, austerità, sobrietà. Mi spiego meglio:

Se si parla di oggetti, si parla di oggetti semplici, limitati all’essenziale. Dunque in una casa spartana c’è un arredamento spartano. In pratica non c’è quasi nulla se non ciò che è assolutamente necessario. Non parliamo di appartamenti grandi o piccoli. Nel caso della casa, quel che conta è l’arredamento.

Anche una cena può essere spartana. Non morirete di fame, ma non aspettatevi cose complicate o abbondanti. Solamente cose semplicissime e limitate nella quantità.

Anche una persona, al limite, può essere definita così: spartana. Una persona semplice, sobria, che vive spartanamente, vive con poche semplici cose. E se una persona di questo vi invita a cena, aspettatevi una cena spartana!

In realtà non è solamente una questione di semplicità. Se parlo di persone ad esempio, ci si riferisce alla loro rigidità, cioè poca flessibilità. Si sta parlando della loro educazione, una educazione severa e austera.

L’austerità è il controllo imposto ai propri desideri ed esigenze. È una rigidità, un’educazione all’intransigenza e all’inflessibilità nei confronti di sé stessi. Un uomo austero non si concede vizi, non fuma, non abusa di sostanze stupefacenti, non compra più del necessario, non beve e non fa tardi. Una vita all’insegna dell’austerità e della sobrietà. Una vitaccia insomma! 🙂

In tempi di crisi economica si parla spesso di austerità, ma in questo caso specifico le limitazioni sono imposte dallo stato: pochi consumi privati e poca spesa pubblica perché si deve risanare l’economia del paese.

La sobrietà è abbastanza simile all’austerità. Ma mentre l’austerità fa pensare alla rigidità e quindi ad un difetto, la sobrietà si presenta più come un pregio.

La sobrietà è una moderazione nel soddisfacimento degli appetiti e delle esigenze naturali. Un po’ meno forte rispetto all’austerità, che fa pensare soprattutto all’educazione rigida.

Comunque parlavamo dell’essere spartani. Questo aggettivo non è un caso che coincida con il nome degli abitanti di Sparta, una città greca caratterizzata proprio da una educazione rigida e militare. Gli spartani avevano regole precise da rispettare ed erano quindi rigidi come persone.

Sembra infatti che il bambino spartano ricevesse un’educazione di base, non troppo approfondita. Ciò che veramente era importante era l’educazione militare. La disciplina era più importante della matematica e della geografia.

Se volessimo cercare dei contrari all’aggettivo spartano, dovremmo cercare l’abbondanza e passeremmo dalla Grecia all’Egitto: un appartamento faraonico, cioè sfarzoso,

E adesso ripassiamo:
Bogusia: Del nome di Gaetano Salvemini, ne avete contezza? Penso di sì, quali membri dell’associazione culturale di italiano semplicemente . Quando ho ascoltato la spiegazione della locuzione ”passarla liscia“ , di punto in bianco mi sono ricordata della sorte del suddetto storico e politico italiano. Si dà il caso che, manco a farlo apposta, sia stato l’unico, dell’intera famiglia, a passarla liscia, dal terremoto di Messina del 1908, appunto.
È stato proprio l’esempio che ha fatto Gianni sul crollo della casa, ad avermi dato lo spunto per questo ripasso. Gaetano Salvemini ne aveva ben donde di essere felice sopravvivendo al crollo della sua casa, oppure doveva piangere per aver perso l’intera famiglia? Io direi che è giocoforza piangere e provare a iniziare una nuova vita da capo a dodici.

502 Illo tempore

Illo tempore (scarica audio)

Curiosa questa locuzione: “illo tempore“, evidentemente di origine latina, ma tutt’oggi ancora utilizzata per indicare tanto tempo fa.

Esattamente si usa per indicare un tempo lontano che quasi non si ricorda più. Un tempo lontanissimo dunque.

Si usa spesso in modo scherzoso:

Ehi, ma tu non sei Vincenzo? Oddio! È da illo tempore che non ci vedevamo!

I diritti delle donne sono rivendicati da illo tempore.

L’economia mondiale messa in crisi da una pandemia. Alcuni virologi ci avevano illo tempore avvertito.

In Italia, non pagare le tasse è un’attività diffusa da illo tempore da molti imprenditori.

Illo tempore andammo in Italia. Ricordi come eravamo giovani?

Spesso si usa la preposizione “da”, (da illo tempore), ma troverete a volte anche “in illo tempore”, simile a “c’era una volta” o, ancora meglio “in principio”, o “all’inizio” quando questo inizio però risale a molto ma molto tempo fa.

Mariana: a proposito di tempo, quanto tempo passerà prima dell’episodio numero 1000? Vuoi che non passerà almeno un annetto?

Hartmut: e vabbè, tanto che abbiamo da fare?

Olga: un anno? Non male come scadenza, ma ci si potrebbe arrivare anche anzitempo

Lia: al di là del tempo che ci vorrà, io credo che non aspetteremo invano.

André: comunque il primo episodio di questa rubrica risale al 1 giugno 2019. Se tanto mi dà tanto, ci vorrà almeno 1 anno e 9 mesi, quindi l’episodio numero 1000 sarà non prima del capodanno 2023. Non c’è bisogno di scervellarsi tanto.

501 Il senso

Il senso (audio)

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Trascrizione

Oggi facciamo il gioco della parola misteriosa. Io vi darò 10 indizi, e voi dovrete indovinare la parola di cui sto parlando.
Ecco i 10 indizi. Poi vi darò ovviamente la soluzione e vi spiegherò un indizio alla volta. Questo è un gioco che facciamo spesso nel nostro gruppo whatsapp dell’associazione.
Ecco gli indizi:
1- può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
2 – questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
3 – al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
4 – Qualche discorso ne è privo
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
6 – Secondo un certo punto di vista.
7 . Può essere doppio.
8 – Una istintiva repulsione.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Dunque.
La parola misteriosa è “senso” e adesso vediamo perché.
1- Può essere una capacità dell’uomo e anche degli animali.
Infatti esistono ad esempio i cinque sensi, la vista, l’udito, il gusto, l’odorato, il tatto. Attraverso questi sensi abbiamo la capacità, o se vogliamo la facoltà, di vedere, ascoltare, gustare, odorare e toccare. Esiste anche il cosiddetto sesto senso, una particolare capacità di cui sono dotate soprattutto le donne. Il sesto senso è infatti la capacità d’intuizione. La capacità di dedurre, di capire, attraverso forme alternative alla logica, ma solo attraverso l’intuito, la percezione.
Esiste anche il senso dell’orientamento, e anche questa è una nostra capacità. Più in generale parliamo della capacità di sentire, avvertire, distinguere, intuire.
2 – Questa cosa esiste se si trova una spiegazione.
Infatti quando una cosa ha senso significa che è sensata, cioè può essere dedotta attraverso un ragionamento logico, oppure ha semplicemente un significato. Quando una cosa non ha senso, invece, o non ha significato o c’è qualcosa che non ci convince. Il termine senso spesso serve a identificare uno dei possibili significati di un termine o di una frase, o a identificare bene la volontà di chi parla quando ci sono dei dubbi.
Se dico ad esempio che non mi piace l’italiano, qualcuno potrebbe chiedere un chiarimento:

In che senso non ti piace l’italiano?

È io: mi sono spiegato male. Non parlo della lingua italiana, ma dell’uomo italiano.
3 – Al plurale, si usa nel linguaggio burocratico per indicare la conformità al contenuto di una legge.
Infatti “ai sensi” si usa quando si parla di una norma. Ad esempio, ai sensi della legge n. 50 è vietato fumare nei luoghi pubblici. Quindi ai sensi si potrebbe tradurre con “secondo quanto previsto” dalla norma in questione.
4 – Qualche discorso ne è privo
Infatti se un discorso è privo di senso vuol dire che non ha un senso logico, analogamente a quanto abbiano già detto.
5 – Può essere vietato quando quello opposto è consentito.
Qui parliamo del senso di marcia, inteso come verso di marcia. Infatti ci sono delle strade che si percorrono solamente in un senso. Si tratta delle strade a senso unico. In questo caso dunque quando la circolazione è consentita in uno dei due sensi, non lo è nell’altro senso.
6 – Secondo un certo punto di vista.
Questo indizio si riferisce alla locuzione, molto comune “in un certo senso” che significa proprio secondo un certo punto di vista.
Ad esempio se io dico:

In un certo senso a me piace soffrire per amore.

Potrei riferirmi ad esempio alla sensazione di essere vivi, oppure al fatto che l’amore, qualora conquistato, sarà ancora più forte. C’è dunque un aspetto a cui mi riferisco in particolare, ma questo può essere considerato solo un mio punto di vista personale.
7 Può essere doppio
Mi riferisco al cosiddetto doppio senso, che solitamente si scrive in una sola parola: doppiosenso. cioè ad una frase che si presta a una duplice interpretazione. Le frasi a doppiosenso sono spesso volute, e questa ambiguità, questo possibile doppio significato, specie se voluto, ha solitamente un tratto malizioso, spesso anche volgare.
Se io dico ad esempio:

Alla mia amica piace molto il pesce

Qualcuno potrebbe pensare ad un riferimento sessuale voluto, e questa è, in ogni caso, una frase a doppiosenso.
8 – Una istintiva repulsione.
Quando qualcosa non ci piace. perché ci provoca una reazione fisica o morale, quando ci suscita un’istintiva repulsione, possiamo dire che ci fa senso. È, se vogliamo, simile a “fare schifo” o “fare ribrezzo”. “Mi fa senso” utilizza il verbo fare, ma nel senso di provocare, suscitare, e il termine senso rappresenta una reazione istintiva che ci allontana, che ci respinge da questa cosa.
9 – Uno stato fisico che si avverte.
Questo indizio si collega al precedente, perché in generale il termine senso indica uno stato fisico, un modo di sentirsi, fisico ma anche psichico o sentimentale. Di solito è uno stato abbastanza indefinito ma comunque intenso. Si può provare/avvertire un senso di benessere, un senso di malessere, eccetera.
10 – Quello buono suggerisce spesso una soluzione.
Parliamo in questo caso del buonsenso, che si scrive tutto attaccato solitamente, che è quella capacità che hanno le persone che ragionano in modo corretto e equilibrato, specialmente quando ci sono necessità pratiche. Abbiamo dedicato un bell’episodio al buonsenso.
E adesso ripassiamo.

Anthony: ottima parola misteriosa oggi! All’inizio qualcosa non mi tornava con gli indizi. Mi stavo per arrendere, ma poi ci sono arrivato e mi sono salvato in calcio d’angolo.

Ulrike: sì! la parola misteriosa rimane senz’altro un esercizio assai utile. Non è mica una cosa che facciamo pro forma.

Sofie: l’altra tappa, assolutamente essenziale del nostro programma settimanale è la video-chat con Zoom che si fa il giovedì sera. È sempre un’ottima esperienza confrontarsi a tu per tu con gli altri membri.

Rafaela: alcuni di loro però sono restii e non se la sentono di partecipare. Sono da incoraggiare, sì, ma dobbiamo anche tener conto che ognuno di loro avrà un suo buon motivo se non riesce a partecipare. Motivo che va rispettato.

Mariana: Su questo non sono affatto di diverso avviso. Mica da tallonare sono! Allora ci sentiamo e ci vediamo alla prossima conversazione?

Giovanni: anche al prossimo episodio.

Grazie per la collaborazione a Mariana, Ulrike, Sofie, Irina, Lia, Rafaela, Emma, Anthony e Rauno.

500 Mezzo

Mezzo (scarica audio)

Buongiorno a tutti e benvenuti nell’episodio n. 500 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Considerato che siamo arrivati a 500, cioè abbiamo fatto mezzo migliaio di episodi di questa rubrica, ho pensato di dedicare l’episodio al termine mezzo, che ha diversi utilizzi e significati.

Prima di tutto la pronuncia, che è come ribrezzo, pezzo e palazzo, cioè con la zeta aspra o sorda.

Passiamo al significato principale. Mezzo significa “metà“, analogamente a “mezza” che è il femminile. La metà di qualcosa.

Mezzo chilometro infatti sono 500 metri.

Mezzo litro è la metà di un litro, cioè 500 millilitri.

Mezza giornata è la metà di una giornata.

Mezz’ora è esattamente trenta minuti, cioè la metà di un’ora.

Una mezza porzione è la metà di una porzione. Potete chiederla al ristorante se non avete troppa fame.

Vorrei una mezza porzione di penne all’arrabbiata!

A volte la misura è solamente indicativa, non precisa. Infatti un signore di mezza età indica un uomo di età intorno ai 50-60 anni.

A che punto siamo del nostro viaggio?

Più o meno a mezza/metà strada.

Lo stadio era mezzo vuoto

Se parlo di una persona e dico che è mezza matta, allo stesso modo, sto dicendo non che è pazza a metà, anche perché non esiste una misura quantitativa della pazzia, ma che probabilmente ha un caratteraccio, irascibile e magari che reagisce a volte in modo troppo impulsivo, magari anche inaspettatamente violento.

Quante persone c’erano al supermercato?

C’era mezzo mondo!

Anche in questo caso si vuole indicare una quantità indicativa, semplicemente elevata in particolare.

Soprattutto se mezzo e mezza sono preceduti da un, uno e una, l’approssimazione aumenta:

Abbiamo una mezza giornata di tempo libero

Ho una mezza idea di cui ti voglio parlare.

Abbiamo fatto un mezzo migliaio di episodi (circa 500 episodi. Se tolgo “un”, gli episodi sono esattamente 500)

È stato un mezzo fallimento

Anche in quest’ultimo esempio “un” serve non a indicare l’esatta metà, altrimenti devo togliere “un”. Si vuole invece indicare un fallimento, non un completo fallimento ma giù di lì.

In questo esempio c’è anche un altro utilizzo di mezzo. Infatti alcune volte, sempre con un, uno e una, si usa mezzo per sminuire qualcosa, per evidenziare una caratteristica negativa, o per dire che manca qualcosa:

Giovanni è un mezzo professore

Non hai speso una mezza parola per me

Sei solo una mezza cartuccia (cioè sei un incompetente)

Tutti dicono che sono un mezzo fallito

Se però parliamo solamente di mezzo, solo al maschile quindi, i significati aumentano.

Come ti senti?

Oggi non molto bene. Mi sento mezz’e mezzo

Cioè non sto troppo bene. Come a dire che la mia condizione di salute è a metà strada tra la malattia e la salute completa.

È cosa succede se facciamo a mezzo? Significa che facciamo a metà, cioè metà io e metà tu. Un’espressione che si usa quando c’è qualcosa da dividere.

Equivale al fifty fifty inglese.

Ho vinto 10000 euro, ma stai tranquillo, facciamo a mezzo.

In mezzo“, quindi se usiamo la preposizione “in” , mi riferisco alla posizione, quindi equivale a “tra” oppure al centro di qualcosa:

In mezzo a noi c’è un traditore (tra)

In mezzo alla strada c’è una buca (al centro).

Ci sono poi una serie infinita di locuzioni con un significato specifico, come essere in mezzo a una strada (essere in una situazione disastrosa economicamente), andarci di mezzo, togliersi di mezzo eccetera. Pian piano le vedremo tutte. Basta avere pazienza.

Il termine mezzo, sempre al maschile, indica molto spesso uno strumento o qualcosa di utile a uno scopo:

Esistono i mezzi di comunicazione di massa, come la radio e la TV, che servono a comunicare alla massa, e ci sono i mezzi pubblici (i mezzi di trasporto pubblici) come gli autobus e i treni ad esempio, che servono a far muovere le persone da un posto all’altro.

È cosa dire dei mezzi di produzione (i macchinari) e dei mezzi di pagamento come la carta di credito?

Impiegherò ogni mezzo per insegnarvi l’italiano.

Il fatto di servire a qualcosa è molto importante e questo caratterizza tutti i mezzi. D’altronde se uso qualcosa per ottenere un risultato posso anche dire:

Per mezzo di…

Es:

Ha ottenuto un lavoro per mezzo di alcune amicizie.

Quindi “per mezzo di” significa “con” o “attraverso”, “tramite”, “grazie all’aiuto di”.

Non voglio annoiarvi ulteriormente, anche perché si è fatta la mezza e quindi è ora di pranzo.

Solo il tempo per spiegarvi che “la mezza” è un modo colloquiale per indicare l’ora di mezzogiorno e mezzo, cioè le ore 12.30 del mattino.

Si è fatta la mezza” quindi significa che sono le ore 12.30. Buon appetito allora. Adesso ripassiamo un po’ qualche episodio passato, anche perché, neanche a farlo apposta ascoltate cosa aveva pensato Anthony di questo episodio:

Anto: Ué Giovanni, vedi di non fare la solita pappardella con l’episodio di oggi, eh? Trovi sempre un modo di farla lunga.

Irina: Fioccano sempre le critiche quando si tratta di un episodio lungo ma se il tema è complesso, è giocoforza che i tempi si allungano.

Emma: Non passerà in cavalleria questa tua ennesima critica. Farò si che questa volta tu non la passi liscia.

Ulrike: Anto, sono d’accordo con gli altri. Te ne sei uscito con un vero e proprio obbrobrio (i.e. una cazzata). Vedi tu di munirti di pazienza invece.

Anto: va bene ragazzi. Mi avete dato il benservito. Ma sappiate che non intendevo ledere (o minare) l’eccellenza del nostro presidente.

Giovanni: almeno non mi hai dato del mezzo presidente…

499 Vacci piano

Vacci piano (scarica audio)

 

Irina: (membro dell’associazione Italiano Semplicemente)

Ehi Giovanni, vacci piano con questi episodi, hanno detto una volta a Giovanni.

Giovanni: sì, è proprio vero, grazie Irina. Una volta mi hanno detto proprio così: vacci piano, cioè, Giovanni, fai troppi episodi. Vacci piano! 

Vacci piano” è una locuzione italiana che non ha nulla a che vedere con i vaccini…

Scherzi a parte, “vacci” è formato dall’imperativo del verbo andare (va) seguito da “ci”, che solitamente indica un luogo:

Voglio andare al mare!

E allora vacci!

Questo è un esempio di utilizzo standard di “vacci“.

Se non parlo di te ma di una terza persona invece:

Mio fratello vuole andare al mare

E allora ci vada!

Analogamente, se parlo di più persone:

I miei fratelli vogliono andare al mare

E allora ci vadano!

Spesso “vacci” lo troviamo nel linguaggio colloquiale anche in frasi di protesta, abbastanza sgarbate, scortesi, poco educate, tipo:

Vai a gettare l’immondizia!

Vacci tu, io non ne ho voglia!

Vai a quel paese!

Ma vacci tu!

Bene. L’espressione “vacci piano” non c’entra proprio nulla però col verbo andare.

Infatti vacci piano si usa per dire che la persona con cui si parla ha esagerato, oppure che non deve esagerare.

Posso parlare di qualsiasi forma di esagerazione, sia se parlo di una quantità eccessiva di qualcosa, sia se parlo di esagerazione riguardante un gesto, un commento, qualsiasi cosa.

Spesso si usa perché in passato ci sono state esagerazioni di qualche tipo, qualcosa di detto o fatto in modo esageratamente veloce, sgarbato, indelicato eccetera.

Allora, l’invito, non troppo cortese, è di non farlo più e di darsi una regolata insomma, tanto per usare un’espressione già spiegata.

Vediamo qualche esempio:

Vuoi un po’ di zucchero nel caffè?

Sì grazie, ma vacci piano!

Vale a dire: non mettere troppo zucchero. Attento alla quantità, non esagerare.

Un altro esempio:

Padre: Cosa? Nostro figlio ti ha mancato di rispetto? Adesso ci parlo io.

Madre: va bene, ma vacci piano!

Anche in questo caso significa: non esagerare, sii moderato, fai attenzione.

Vacci piano è quindi un invito, certamente informale, alla moderazione.

Stiamo dando del tu al nostro interlocutore. Ma difficile usare questa espressione dando del lei, proprio perché si tratta di una espressione colloquiale che prevede un minimo di confidenza.

Ci vada piano“, di conseguenza, si usa più spesso per indicare una terza persona:

Ho detto a Giovanni di parcheggiare la tua macchina nuova. Spero ci vada piano.

Spero cioè che Giovanni usi accortezza, spero che faccia attenzione con la macchina nuova, altrimenti la potrebbe danneggiare.

Se volessi invitare alla moderazione una persona che non conosco, dando quindi del lei a questa persona, esistono altre modalità:

La prego di fare attenzione

Mi raccomando, non esageri

La invito alla prudenza

Faccia attenzione

Sia moderato

Le chiedo la massima accortezza

Hartmut: oggi ho assistito in TV ad un episodio di maschilismo in cui la vittima è stata Ursula Von der Leyen, la presidente della Commissione europea, ospite del presidente turco. Era qualcosa che ci si poteva aspettare da Erdogan?

Mariana: chissà se la passerà liscia adesso.

Irina: certo, magari non lo farebbe più se potesse tornare indietro, ma col senno di poi non si ragiona mai.

Giovanni: andiamoci piano ragazzi, stiamo sempre parlando di presidenti!

vacci piano

498 Del senno di poi ne son piene le fosse

Del senno di poi ne son piene le fosse (scarica audio)

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Del senno di poi ne son piene le fosse

Sofie:
Avete mai incontrato la frase “Del senno di poi ne son piene le fosse“? È la versione poetica di “le fosse sono piene del senno di poi”.

Ma che significa?

Si tratta di un antico proverbio, molto noto da tutti gli italiani, un proverbio che ci insegna una cosa molto importante:

Non bisogna valutare un fatto o un comportamento a posteriori, cioè dopo, “poi”, quando è ormai troppo tardi e non si può più rimediare.

È chiaro che non si può prevedere il futuro, perciò a priori (cioè prima, e non poi) posso solo sperare che la mia decisione si rivelerà giusta. Ma chi lo sa!

Non possiamo infatti sapere prima cosa accadrà, però ragionare dopo è troppo facile, e molte persone, dopo, dicono cose tipo:

Eh, però se facevamo così, se avessimo detto questo…

Se non ci fossimo comportati in questo modo forse le cose sarebbero andate diversamente.

Insomma, ragionare a posteriori, non serve proprio a niente.

Allora usare il “senno del/di poi” serve proprio a contestare (in modo abbastanza poetico) le persone che ragionano a posteriori.

Posso dire ad esempio:

Eh, ma si fa presto a parlare così, col senno del poi!

Il senno, (con due enne) rappresenta la mente, l’intelligenza. È la facoltà che ognuno di noi ha di intendere, giudicare e operare con prudenza. Avere o usare il senno significa quindi avere equilibrio, intelligenza e fare le scelte giuste.

Ma “il senno di poi” è il senno di coloro che giudicano a posteriori.

Ma è ovvio che dopo che le cose sono accadute puoi sapere meglio la cosa più assennata che si poteva fare, la cosa giusta, conoscendo meglio di prima quale sarà la conseguenza di tutte le scelte che ho a disposizione.

Il fatto è che non saremo mai in quella condizione. Le scelte vanno fatte prima, non dopo.

La frase “col senno di poi” si usa abbastanza spesso.

Es:

con il senno di poi non lo farei più;

con il senno del poi è facile giudicare;

Non puoi ragionare col senno del poi. È troppo facile.

Altrettanto spesso si trova la frase che dà il titolo a questo episodio:

Del senno di poi son piene le fosse.

Questa si usa sempre allo stesso scopo, cioè per contestare tutti coloro che, dopo un fatto, dicono quel che si doveva o poteva fare prima.

Dunque anche un questo caso la frase è una critica rivolta a queste persone.

Fosse – attenzione all’accento tonico grave sulla lettera o – è il plurale di fossa, che è una sorta di buca nel terreno.

Una fossa è uno scavo praticato nel terreno, di misure e grandezze diverse secondo l’uso cui è destinato.

Generalmente le fosse indicano uno scavo nel terreno in cui si mettono i cadaveri, quindi i morti. Una fossa è come una tomba, una sepoltura, e questo termine si trova in molte espressioni italiane, tipo “scavare la fossa a qualcuno” , cioè tramare ai danni di qualcuno e “essere con un piede nella fossa” , cioè essere vicino alla morte.

Dunque la frase “del senno di poi ne son piene le fosse” sottolinea l’inutilità del giudizio fatto a posteriori, perché parlare dopo ormai è troppo tardi ed è del tutto inutile, alludendo al fatto che solo dopo la morte si conosce veramente come si sarebbe dovuto vivere.

Anche Manzoni ha utilizzato questa espressione ne “i promessi sposi” e questo naturalmente contribuì molto alla sua diffusione nella lingua italiana. Ad ogni modo le origini del proverbio sono ancora più antiche.

Potete dunque usare l’espressione “col senno di poi” che forse può essere usata in più occasioni, oppure “del senno di poi ne son piene le fosse“, che è sicuramente più poetica ma anche più polemica.

Non siate timidi però, usatele pure queste espressioni non appena ne avete l’occasione.

Fernando: ho saputo che in Italia è stata abolita la censura dei film. Una decisione di una certa portata direi.

Wilde: finalmente i registi non dovranno più rimettersi al giudizio di un’autorità, anche se la cosa può andar di traverso a qualcuno.

Khaled: sentite! Era proprio ora! E’ una notizia cheva molto a genio anche me.

Editto bulgaro – POLITICA ITALIANA (n.6)

Editto bulgaro (scarica audio)

Giovanni: Buongiorno a tutti. Oggi per la rubrica dedicata alla politica italiana parliamo della Bulgaria, Come sarebbe a dire? Ve lo faccio raccontare dalla voce di Ulrike, membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Cosa c’entra la Bulgaria?

Ulrike: L’espressione Editto bulgaro nasce nel 2002 ed è usata per indicare una forte volontà politica che vuole imporre prepotentemente una decisione.

Il termine editto indica una ordinanza, una specie di legge emanata da un’autorità, e questo è un termine che si usava soprattutto nell’antica Roma. E’ chiaro quindi che il termine editto fa pensare ad una forte autorità. 

A sottolineare ancor di più l’autorità e la prepotenza si usa l’aggettivo “bulgaro“. che non significa che è stata fatta in Bulgaria, ma che questa decisione viene imposta dittatorialmente.

Questo aggettivo, nel linguaggio politico e giornalistico si usa abbastanza spesso, non solo con riferimento alle decisioni bulgare o editti bulgari. Si usa anche quando si parla di “percentuali bulgare” o anche “elezioni bulgare“. Si allude al comunismo stalinista che in Bulgaria è stato particolarmente forte, nella seconda metà del secolo scorso. Un regime autoritario e repressivo, particolarmente rigido e dittatoriale. Come conseguenza, le decisioni cosiddette “bulgare” sono quelle imposte con autorità e quindi anche prese all’unanimità o quasi (nessuno si oppone, cioè nessuno è contrario ad una decisione presa da una forte autorità) e quindi le percentuali bulgare sono vicine al 100%. 

Se sentite parlare di toni da “editto bulgaro“, ad esempio, evidentemente c’è stata un decisione politica autoritaria, alla quale non ci si può opporre. Questo dà fastidio a molti perché l’Italia, almeno nella maggioranza delle persone, è abbastanza insofferente a tutto ciò che è autoritario, come potete immaginare; quindi trovate molte notizie sul web e nei TG in cui si parla di cose tipo decisioni bulgare o editti bulgari. Meno ce ne sono, meglio è, ma è sempre una buona cosa che se ne continui a parlare…

497 Sincerarsi

Sincerarsi (scarica audio)

Sincerarsi e sincerare
Buongiorno, sarete stupiti di non sentire la voce di Giovanni vero? Infatti io sono Xiaoheng e sono un membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Approfitto dell’occasione per salutare tutti gli altri membri.
Con questo vorrei sincerare tutti che vi trovate sempre sul vostro sito preferito per imparare l’italiano.
Il fatto è che Giovanni mi ha chiesto se volessi provare a registrare un episodio dedicato ai verbi sincerare e sincerarsi.
Allora siete pronti?Sincerare te, ad esempio vuol dire che io voglio che tu sia sicuro di qualcosa:
Io ti voglio sincerare di qualcosa.

Quando una persona prova a sincerarne un’altra, vuol dire che sta cercando di renderla persuasa, sta cercando di assicurare questa persona della verità di una cosa.

È importante sapere che è bene usare questo verbo quando vogliamo che una persona si tranquillizzi attraverso la sicurezza, la certezza che qualcosa è vero:
Es:
vi dico questo per sincerarvi della mia buona fede

Cioè: voglio che voi siate sicuri che io sia in buona fede. Voglio convincervi di questo.
Quindi sincerare una persona di qualcosa è simile a convincerla, persuaderla. Se però usiamo “sincerare” è perché teniamo di più a lei, le mostriamo allora una maggiore vicinanza e empatia. Si usa soprattutto quando c’è qualcosa che potrebbe generare preoccupazione, incertezza e allora ci sforziamo affinché questa persona si senta tranquilla e sicura.

Questo verbo si usa però soprattutto verso se stessi: sincerare sé stessi, cioè sincerarsi.
Anche in questo caso c’è un contesto di preoccupazione e incertezza. Allora per stare più tranquilla, voglio essere sicura, voglio accertarmi di qualcosa, voglio sincerarmi di qualcosa.
Significa quindi accertarsi, assicurarsi, convincersi.

Es: mi hanno detto che mio figlio sta bene, ma adesso lo chiamo perché voglio sincerarmi che le cose stiano realmente così.

Ho comprato questo apparecchio e ora voglio sincerarmi che funzioni. Vado subito a provarlo.
Non credi che io sia un membro dell’associazione? Se non ci credi, te ne puoi sincerare di persona. Scrivi a Giovanni e chiedi a lui. In questo modo te ne sarai sincerato.
Come vedete, sincerarsi è simile anche a verificare e appurare, perché c’è di mezzo la verità. Ricordate però che per usare questo verbo nel modo corretto, occorre anche che ci sia di mezzo la preoccupazione, la sicurezza, la tranquillità.

Voglio terminare l’episodio con un consiglio orientale:

Prima di parlare in italiano occorre sincerarsi di avere una pronuncia perfetta?
Assolutamente no!!

Irina: io non ho nulla da dire oggi ma con questo non vorrei scatenare delle proteste.
Ulrike: non fioccheranno proteste per così poco. Tranquillo/a.
Khaled: va bene, ma alla fine un piccolo ripasso c’è scappato lo stesso mi pare, no?

496 Senti o ascolta?

File audio disponibile per i soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro puoi registrarti qui

 

Quando volete essere ascoltati da una persona, quando cioè volete chiedere ascolto, quando volete dire che volete essere ascoltati, cioè che la persona che sta davanti a voi stia attenta a ciò che dite, avete diverse scelte:

Senti cosa ho da dirti…

Ascolta

Ascolta cosa ho da dirti…

Scusa, ascoltami per favore…

Senti un po’, ma chi ti credi di essere?

Ascoltami un attimo…

In particolare voglio farvi notare che in questo caso usare il verbo sentire oppure ascoltare non è sempre la stessa cosa.

Nel linguaggio colloquiale si usano entrambi i verbi, ma sentire, al di là deisentimenti”, si usa anche nel senso di ascoltare, ma prevalentemente quando siamo arrabbiati, stanchi, irritati, e quando vogliamo chiudere la conversazione, spesso con una frase autoritaria.

Figlio: Papà, ascolta, posso uscire stasera con Marco?

Padre: No, sai che c’è il virus e non si può.

Figlio: Ti prego papà, solo un paio d’ore.

Padre: No, non insistere.

Figlio: Dai papà!

Padre: Senti figliolo, in questa casa tu fai quello che dico io ok??

Sono stato indubbiamente autoritario con mio figlio. In questi casi si usa prevalentemente sentire e non ascoltare, ma attenzione, non è sbagliato usare ascoltare.

Se invece voglio essere gentile, delicato, con lui, o voglio dargli un consiglio e non un ordine, ascoltare è il verbo sicuramente da preferire.

Ascolta figliolo, c’è il pericolo concreto di ammalarsi, non è perché non voglio farti uscire.

Senti papà, ma se mi vedo tutti i giorni con Marco, che pericolo c’è!

Ascolta tuo padre che ti vuole bene!

Anche quando c’è una notizia da dare, o quando si fa una proposta, ascoltare è sempre da preferire.

Ma perché si usa sentire per essere autoritari o arrabbiati e ascoltare è più gentile?

Il fatto è che ascoltare implica la volontà di capire quello che si sente. Infatti “ascolta” ha spesso il senso di “accogli questo consiglio”, dunque ascoltare è l’azione di udire fatta con volontà e consapevolezza, non è solo udire con le orecchie.

Sentire invece è proprio usato al posto di udire, è il semplice fatto di udire un suono o una voce e non implica necessariamente la disponibilità a capire. Allora à volte è proprio perché non capisci che ti chiedo di “sentire” ciò che ho da dirti, con un tono spesso arrabbiato o autoritario.

Ma torneremo con un altro episodio su questi due verbi perché meritano un approfondimento. Adesso voglio ascoltare qualche frase di ripasso degli episodi precedenti.

Marguerite: ascoltate un po’ adesso: l’università di Harvard propone di oscurare il sole per combattere il riscaldamento globale. Anche come extrema ratio a me sembra eccessivo.

Mariana: la proposta secondo me lascia il tempo che trova.

Lejla: io direi anche che è una vera sciocchezza, se non fosse che è stata fatta da una famosa università.

Ulrike: beh, magari avrà un suo perché questa proposta.

Lia: può darsi, ma ci sono tanti rischi legati a questo esperimento di cui tener conto , fermo restando che va fatto un accordo mondiale per realizzarlo.

Fernando: di sicuro fioccherebbero le proteste da tutte le parti.

Carmen: a me sembra decisamente improbabile che ciò accadrà. E poi, quale fondamento scientifico può avere una proposta del genere?

Anthony: di questa idea peregrina siete molto dubitosi e ne avete ben donde!

Il verbo Sapere – Esercizio di ripetizione con tutte le coniugazioni

IL VERBO Sapere (scarica audio)

a cura di Sofie (Belgio), membro dell’associazione Italiano Semplicemente

Vediamo il verbo sapere in tutte le sue forme e approfittiamo per ripassare alcuni episodi già spiegati.

Indicativo presente

– Io so: So benissimo che Luigi non è sempre sincero, a volte fa il ruffiano
– Tu sai: È vero ma, sai, a suo modo è anche simpatico.
– Lui sa: Lui sa benissimo che io tengo fede alle mie promesse
– Noi sappiamo: Ma che c’azzecca? Sappiamo tutti che tu ti consideri una santa!
– Voi sapete: Sapete che cosa non mi torna?
– Loro sanno: Smettila, la questione non si pone, lo sanno già tutti.

Indicativo imperfetto

– Io sapevo: Ieri l’ho sgridato ma non sapevo che fosse reduce da una settimana di lavoro massacrante
– Tu sapevi: Non sapevi che è una persona da prendere con le molle?
– Lui sapeva: La docente non sapeva come aiutare l’alunno duro di comprendonio.
– Noi sapevamo: Dopo due ore siamo tornati a casa perché non sapevamo se si sarebbero ancora fatti vivi.
– Voi sapevate: E voi? Che, lo sapevate e non avete detto niente? Perché fate sempre i finti tonti?
– Loro sapevano: Queste persone non si sono iscritte all’associazione perché non sapevano che Italiano Semplicemente non ha niente a che spartire con la grammatica.

Indicativo passato prossimo

– Io ho saputo: Eravamo agitatissimi e stavamo per dire delle ingiurie. Per fortuna ho saputo smorzare i toni.
– Tu hai saputo: Allora hai saputo tenere a bada la voglia di cazziarli!
– Lui ha saputo: Eleonora è una persona molto coraggiosa che non si perde mai d’animo. Per fortuna anche dopo l’ennesima sconfitta ha saputo fare di necessità virtù.
– Noi abbiamo saputo: Non l’abbiamo eletto perché abbiamo saputo in tempo che aveva avuto molti agganci.
– Voi avete saputo: Avete saputo in anticipo che il PC si sarebbe impallato di nuovo?
– Hanno saputo: per poco non sono stati bocciati all’esame, ma per fortuna, rispondendo molto bene all’ultima domanda, hanno saputo salvarsi in calcio d’angolo.

Indicativo trapassato prossimo

– Io avevo saputo: Finalmente ho avuto il coraggio di dirgli ciò che avevo saputo da sempre, cioè che alla fin fine la sua ragazza se ne frega di lui.
– Tu avevi saputo: Ti si leggeva in faccia che avevi sempre saputo che nel giro di qualche mese l’affare sarebbe andato a monte.
– Lui aveva saputo: Alla sua età faceva ancora progetti a lunga scadenza, fermo restando che aveva saputo sin dall’inizio che la sua malattia era terminale.
– Noi avevamo saputo: Avevamo saputo che non saresti venuto e invece di aspettarti abbiamo fatto una capatina dai miei genitori.
– Voi avevate saputo: L’esame del mese scorso non era per niente facile, per fortuna avevate saputo ritagliarvi del tempo per prepararlo bene.
– Loro avevano saputo: Hanno ottenuto il lavoro perché avevano saputo fare buona impressione al colloquio.

Passato remoto

– Io seppi: Quando seppi che a pagare lo scotto sarebbe stata mia figlia diventai un’anima in pena.
– Tu sapesti: Balzava agli occhi che ti stavano prendendo in giro ma in quel momento non sapesti rispondergli a tono.
– Lui seppe: Quando seppe che ero arrivato in finale cominciò a gufarmi contro.
– Noi sapemmo: Quando sapemmo che la brutta notizia sul vaccino Astra Zeneca era priva di fondamento tirammo un sospiro di sollievo
– Voi sapeste: Appena sapeste che aveva frodato il fisco, gli deste il benservito.
– Loro seppero: Quando seppero che stava prendendo corpo l’ipotesi di un mutamento del virus cambiarono strategia.

Trapassato remoto

– Io ebbi saputo: Appena ebbi saputo che mio figlio rientrava spesso dopo mezzanotte gli misi dei paletti.
– Tu avesti saputo: Appena avesti saputo di aver superato l’esame ti scatenasti.
– Lui ebbe saputo: Appena ebbe saputo che suo genero sfruttava la moglie si vide costretto a intervenire sulla loro relazione
– Noi avemmo saputo: Quando avemmo saputo che furono di diverso avviso tagliammo corto e ce ne andammo.
– Voi aveste saputo: Appena aveste saputo che il virus si trasmetteva soprattutto negli asili nido, correste ai ripari attraverso misure adeguate.
– Loro ebbero saputo: Dopo che ebbero saputo che avevo la zeppola non mi degnarono più di uno sguardo.

Futuro semplice

– Io saprò: Stasera vado a vedere la partita di calcio e così saprò se la cosiddetta malattia di Gianni è solo un pretesto per marinare la scuola o meno.
– Tu saprai: È ovvio che a volte Gianni non lo reggi più ma ascolta qualche suo episodio e saprai apprezzarlo molto di più!
– Lui saprà: di primo acchito la mia proposta gli sembrerà un’assurdità ma sono sicura che dopo qualche riflessione saprà coglierne il significato più profondo.
– Noi sapremo: Ma quale significato profondo? Datti una regolata! A breve sapremo tutti che ti sei montata la testa.
– Voi saprete: Se volete essere al corrente degli ultimi pettegolezzi, andate dal parrucchiere in paese. Saprete tutto di tutti ma state attenti alle voci false e tendenziose.
– Loro sapranno: Se sei a debito di una bella espressione italiana, rivolgiti ai membri dell’associazione. In men che non si dica loro sapranno rispolverare tutti gli episodi dei due minuti.

Futuro anteriore

– Io avrò saputo: Quando avrò saputo che ciò che dici risponde al vero accetterò volentieri il tuo invito!
– Tu avrai saputo: Avrai anche saputo esordire con una frase poetica ma il prosieguo della conversazione non è stato un granché.
– Lui avrà saputo: Temo che mia figlia si stia innamorando di quel bel ragazzo! Avrà saputo vedere la sostanza e non la forma?
– Noi avremo saputo: Soltanto quando avremo saputo avere contezza completa di quanto stia accadendo saremo in grado di affrontare la situazione Covid 19. Con tutte le notizie false che ci arrivano a destra e a manca continuiamo ad andare a tentoni!
– Loro avranno saputo: Quando questi direttori d’orchestra avranno saputo giostrare la rosa dei loro musicisti saranno in grado di riscuotere successo e fama a livello internazionale.

Condizionale presente

– Io saprei: Mi armo di pazienza. Se tu mi dovessi rispondere picche ti saprei aspettare per tutta la vita.
– Tu sapresti: Sapresti l’ora esatta? A volte il mio orologio sgarra di qualche minuto.
– Lui saprebbe: Se Angela non cincischiasse durante la spiegazione dell’insegnante adesso saprebbe rispondere alle domande.
– Noi sapremmo: Se durante la nostra assenza i nostri figli avessero fatto bisboccia, lo sapremmo perché abbiamo chiesto al nostro dirimpettaio di dare un’occhiata regolarmente.
– Voi sapreste: Stasera giochiamo la prima partita della stagione. Sapreste darci manforte?
– Loro saprebbero: Se non avessero calcato troppo la mano saprebbero molte più cose sulla vita sociale del loro figlio. Adesso il povero ragazzo è introspettivo e riservato nei loro confronti.

Condizionale passato

– Io avrei saputo: Avrei saputo aiutarlo a farsi strada se non avesse preso la decisione scellerata di licenziarsi.
– Tu avresti saputo: Non ti nascondo che mi sono licenziata. Altrimenti avresti saputo presto che mi sarei dovuta calare le braghe per accontentare la direttrice. Non si poteva andare avanti così.
– Lui avrebbe saputo: Se non avesse indugiato così a lungo a firmare un nuovo DPCM, avrebbe saputo molto prima che le mezze misure non sono sufficienti.
– Noi avremmo saputo: Caro figlio, grazie per essere stato sincero con noi. Non devi mai nasconderci le cose. Infatti avremmo saputo dal tuo comportamento che la tua ex-fidanzata si è fatta viva di nuovo. Occhio però!
– Voi avreste saputo: Ah, siamo alle solite. Ma io sono più furbo di come pensate: lo avreste saputo solo se lo avessi voluto. E così è stato.
– Loro avrebbero saputo: Se i giocatori avessero dato seguito alle parole dell’allenatore avrebbero saputo smarcare i difensori della squadra avversaria.

Congiuntivo presente

– Io sappia: Ciao Lucia, mio marito era abbastanza ubriaco ieri sera durante la cena. Spero che non se ne sia uscito con le sue solite barzellette imbarazzanti?

Stai tranquilla, non che io sappia.
– Tu sappia: Buongiorno, sto cercando un regalo per la mia fidanzata. Ah, bello, pensavi a un romanzo? Beh, a dire il vero, non ne ho la più pallida idea. Che tu sappia, quali libri piacciono alle ragazze?’
– Lui sappia: Aspetta, chiamo il direttore. Si dà il caso che lui sappia proprio tutto sui libri che piacciono alle ragazze.
– Noi sappiamo: Abbiamo molta fiducia in nostro figlio, siamo sicuri che sarà promosso benché sappiamo che non è votato allo studio.
– Voi sappiate: Scusatemi se torno alla carica ma lo faccio affinché voi sappiate che mi piacerebbe veramente poter lavorare in questa azienda.
– Loro sappiano: Spero tanto che i nuovi ministri sappiano rimettere in sesto il paese dopo la crisi economica.

Congiuntivo passato

– Io abbia saputo: che io abbia saputo sconfiggere il covid non è certamente merito mio. Questo va detto. Sono solo molto giovane.
– Tu abbia saputo: Mi dispiace che tu abbia saputo la notizia da un giornale. Avrebbero dovuto dirtelo a tu per tu!
– Lui abbia saputo: Credo che Luigi abbia saputo dei controlli sul lungomare. Infatti si è munito di una autocertificazione
– Noi abbiamo saputo: che noi abbiamo saputo proprio da te il nome della tua ragazza è un mero caso. Ma adesso ci sfugge di mente.
– Voi abbiate saputo: Spero che abbiate saputo godere dell’ammazza-caffè che vi hanno offerto Sandro e Paolo?
– Loro abbiano saputo: Eccome se ne abbiamo goduto! De-li-zio-so!!! Quello al sambuco è il migliore che i due abbiano saputo preparare!

Congiuntivo imperfetto

– Io sapessi: Il professore si aspettava che io sapessi rispondere almeno all’ottanta per cento delle domande prima che scadesse l’ora di tempo, ma dopo 50 minuti non ero ancora a cavallo.
– Tu sapessi: Vorrei che tu sapessi che io non prendo la seggiovia neanche per sogno!
– Lui/lei sapesse: Non vorrei che mia moglie sapesse che ci incontriamo ogni martedì. Ci rimarrei male se dovesse scoprirlo e poi decidesse di lasciarmi.’
– Noi sapessimo: Ma che dici? Ti pare che prima o poi non avrà sentore di adulterio? Stai fresco! Poi sappiamo come sono gli uomini. Ancora ancora se non lo sapessimo….
– Voi sapeste: Non immaginavo che voi sapeste sempre tutto. Ma a ragion veduta avrei potuto ipotizzarlo. E allora io mi domando e dico: come ho fatto a non rendermene conto prima?
– Loro sapessero: Dai, non farla lunga! Stai zitto, bugiardino che non sei altro! Se gli uomini sapessero tutto allora ….. No, meglio che io resti sul vago.

Congiuntivo trapassato

– Io avessi saputo: Se avessi saputo che mi avrebbero colto sul vivo, sarei rimasta zitta.
– Tu avessi saputo: Se tu avessi saputo saperci fare coi bambini, il rapporto che adesso hai con loro sarebbe migliore.
– Lui avesse saputo: Se Gianni avesse saputo in anticipo che sua nonna gli sarebbe venuta incontro, probabilmente avrebbe comprato la casa di campagna.
– Noi avessimo saputo: Ha venduto la sua dimora perché non voleva che sapessimo che la casa fu ristrutturata in modo così obbrobrioso. Se lo avessimo saputo prima avremmo potuto impedirlo.
– Voi aveste saputo: se non aveste saputo prendere spunto da questa bella storia per farne un film, oggi non sareste qualcuno ad Hollywood.
– Loro avessero saputo: Se avessero saputo che di lì a poco il nemico sarebbe stato sul piede di guerra probabilmente sarebbero stati più attenti. E dire che li avevano avvisati.

Imperativo Presente

– Sappi: Il professore è sempre stato accondiscendente ma sappi che adesso anche per lui la misura è colma.
– Sappia: Mi scusi. Da dove parte il treno per Bologna?

Dovrebbe recarsi al binario tre ma sappia che di volta in volta i treni partono con un ritardo di qualche minuto.

– Sappiate: Okay, sono d’accordo per assumervi come camerieri ma sappiate che dovrete cimentarvi anche in cucina!
– Sappiano: Ma di che cosa si lamentano? Sappiano che ho preso atto di tutte le loro richieste e che ho fatto di tutto per andargli incontro.

Infinito Presente

– Sapere: Vorrei sapere chi crede ancora alle sue supercazzole! Lui non dice altro che frasi fatte di paroloni senza senso!

Infinito passato

– Aver saputo: Dopo aver saputo che alla festa mi sarei dovuta sorbire tutte le lamentele di mia suocera ho fatto finta di essere malata e sono rimasta a casa.

Participio presente

– Sapiente: Tu sola sei sapiente di quello che tutti gli altri ignorano. Te ne capaciti oppure no?

Participio passato

– Saputo: Ho saputo che tu e la tua nuova segretaria sareste diventati amanti ancora prima che lo sapessi tu! Ma stai tranquillo. Le tue tresche non mi tangono più.

Gerundio presente

– Sapendo: Sapendo che non sarà altro che l’ennesima tua infatuazione a breve termine me ne faccio una ragione.

Gerundio passato

– Avendo saputo: Avendo saputo delle tue numerose avventure mi prefissi di ignorarle per non soffrire.

495 Essere/diventare qualcuno

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

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Vi ricordate dell’espressione “puntare su qualcuno“? Si tratta dell’episodio 181 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, e in questo episodio abbiamo usato “qualcuno” per indicare una persona indefinita. “Qualcuno” si usa in generale anche con riferimento ad un numero indeterminato e ristretto di cose o persone:

C’è qualcuno a cui interessa questo episodio? (spero di sì…) 🙂

Gli episodi di Italiano Semplicemente sono solitamente brevi, ma ce n’è qualcuno che supera i 20 minuti di durata.

Qualcuno di voi vuole una spiegazione dell’espressione “essere qualcuno“?

Allora se qualcuno di voi è interessato, esiste appunto questa strana modalità di usare “qualcuno“:

Essere qualcuno o diventare qualcuno.

Che vuol dire che io, ad esempio, vorrei essere o diventare qualcuno?

E’ un modo questo per dire che mi piacerebbe diventare una persona importante.

Potrei anche dire:

Vorrei essere o diventare qualcuno di importante

“Qualcuno di importante” diventa più semplicemente “qualcuno”

Giovanni si crede qualcuno nel mondo dell’insegnamento

Marco crede d’essere qualcuno nello spettacolo

Adesso che sono il direttore, mi sento finalmente qualcuno

In questo mondose non sei qualcuno, non conti niente!

Diventare qualcuno nella moda è sempre stato il mio sogno

Si usa quasi solo al maschile: qualcuno, e raramente si vede usare “qualcuna“.

Quindi anche se si parla di una ragazza che ad esempio si sente importante, si usa solitamente il maschile:

Maria si sente qualcuno.

 Potete usare anche il femminile comunque. 

Vorrei aggiungere che:

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente non si sentono qualcuno in quanto tali.

Mariana: Hai ragione Gianni, ma manco a farlo apposta, tocca a noi adesso a parlare.

Lia: vorrei aggiungere che non ci sentiamo qualcuno, ma ne avremmo ben donde.

Hartmut: vediamo di finirla adesso di scherzare ragazzi. Qualcuno potrebbe annoiarsi.

Ulrike: Perché annoiarsi? Mica stiamo leggendo una pappardella

Irina: No, una pappardella no, ma per scrupolo meglio cercare di non allungare troppo questi episodi.

Marguerite: Ciò non toglie che siano molto interessanti. 

Anthony: Certo, ma al netto di questo, non bisogna illuderli che si tratti di episodi della durata di due minuti esatti.

Fernando: va bene, allora a proposito del ripasso, questo è quanto.

 

Intrallazzare – POLITICA ITALIANA (n.5)

Intrallazzare (scarica audio)

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Intrallazzare

C’è un verbo che si usa spessissimo quando di parla di politica. Dovrei aggiungere “purtroppo”.

Infatti il verbo di cui sto parlando è intrallazzare.

Si utilizza per indicare due o più persone che, all’insaputa di altri, stanno facendo qualcosa tipo trattative segrete, accordi al fine di ottenere un vantaggio personale. Si tratta sempre di curare interessi particolari in modo non trasparente e per lo più illegale.

È un verbo che si usa spesso nella politica quando si parla male della classe, appunto, politica, teatro di continui accordi di interesse, che quando sono poco leciti e nascosti possiamo chiamarli intrallazzi.

Di parla ad esempio degli intrallazzi di potere, o di intrallazzi notturni per sottolineare ancor più la segretezza.

Per intrallazzare occorre quindi essere almeno in due persone. Non posso farlo da solo.

Vediamo qualche esempio. Prenderò spunto dalle notizie che trovo sul web, in modo da fare esempi calzanti:

Un certo tipo di politica continua ad intrallazzare impunita. Ma dov’è la giustizia?

Cosa stanno intrallazzando quei due? Sono due ore che parlano sottovoce.

Il verbo si presta bene per parlare di politica, ma sempre in termini negativi: accordi segreti, affari poco chiari, e ci sono quasi sempre di mezzo interessi economici.

Non è detto, ma in genere è così. Si parla di gruppi di interesse, di corruzione, di malavita organizzata e di malaffare.

Per capire meglio quando usare questo verbo, bisogna confrontarlo con verbi simili, come inciuciare, trafficare, tramare, confabulare, ordire, escogitare e architettare.

L’inciucio, nella politica, è un accordo tra persone o gruppi per imbrogliare qualcun’altro.

Ma l’intrallazzo è più generico. Un inciucio è più semplice perché ha un fine preciso in un’occasione precisa.

In un gruppo di politici ad esempio, che devono esprimere una preferenza, un inciucio consiste in una intesa raggiunta “sottobanco” tra alcuni politici del gruppo che quindi di nascosto di accordano su cosa votare o su chi votare. Ma è un accordo non alla luce del sole.

Ebbene, per fare questo inciucio, cioè per raggiungere questo accordo nascosto, si possono notare gruppetti di persone che parlano tra loro sottovoce, che confabulando tra loro, tramano forse alle spalle di qualcuno che sarà la vittima di questo inciucio.

Confabulare è abbastanza simile a intrallazzare ma il primo è più innocente, meno legato ad interessi economici, ma resta la cosa fatta di nascosto. Si tratta di comunicare, parlare a bassa voce in modo misterioso.

Che state confabulando voi due?

Tramare è un po’ più complesso, perché prevede un piano, una trama da tessere, da disegnare, ma sempre di nascosto.

Tramare però sottolinea l’azione o la coalizione contro qualcuno e si può tramare anche da soli. Anche per questo si usa meno però in politica, dove l’intrallazzo riempe i titoli dei giornali. C’è anche “ordire” che ha ugualmente a che fare con la trama, si concentra più sull’organizzare di nascosto qualcosa di illecito o di malvagio. Quando si usa “ordire” si pensa più al pensiero che c’è dietro l’inganno, dietro il raggiro.

Ordire è simile a pensare.

Anche quando si ordisce qualcosa (in genere un piano) contro qualcuno si può anche essere soli. Molto simile ad escogitare, che però si concentra sul risultato ottenuto con la mente:

Escogitare un piano

Escogitare un’evasione

Escogitare un rimedio

Significa trovare con la mente, riflettendo o immaginando.

Trafficare si usa molto spesso, ma in genere si parla di commercio illecito o almeno discutibile. Si può usare però anche nel senso di darsi da fare con impegno, sempre però con qualcosa di nascosto. Trafficare in questo caso è un’attività che non si fa da soli, e non è un caso che il traffico indica anche una concentrazione intensa di veicoli in una strada.

Informalmente trafficare si utilizza similmente a intrallazzare, perché c’è sempre l’interesse economico coinvolto, ma è reciproco, magari a danno della maggioranza però. Si tratta sempre di accordi economici generalmente illeciti.

Indubbiamente l’intrallazzo è molto più adatto per descrivere gli accordi politici illeciti. Difficile che non si parli di politica quando si usa questo verbo. Di può parlare anche di carriera e di lavoro.

Ad esempio, si può dire che una persona ha fatto carriera solamente intrallazzando, quindi attraverso conoscenze e accordi segreti e non grazie al merito.

A volte si usa anche per indicare una relazione sentimentale segreta.

Si dice che tu stia intrallazzando con una donna sposata. È vero?

Poi c’è architettare, abbastanza simile, ma non è tipico della politica il suo utilizzo. In questo caso non è neanche detto che ci sia una cattiva intenzione e un imbroglio. Di tratta di costruire ingegnosamente un piano, una strategia, studiare nei minimi particolari un progetto prima dell’attuazione. Infatti gli architetti sono coloro che progettano le costruzioni degli edifici.

A volte si usa anche al posto di tramare, quindi a danno di altri.