Darsi pace

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E’ possibile ascoltare e/o scaricare il file audio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Eccoci di nuovo qui ragazzi, è ancora lunedì e come tutti i lunedì vi spiego una espressione tutta italiana.

Questo è il programma di oggi dunque: spieghiamo l’espressione “darsi pace”.

Io sono Giovanni e la trascrizione integrale di questo nuovo episodio si trova sul sito italianosemplicemente.com.

Darsi pace: due parole, due semplici parole con un significato particolare.

Potremmo dire che si tratta di una locuzione, oppure la potete chiamare espressione idiomatica.

Ad ogni modo sicuramente avrete notato, cioè vi sarete accorti che in questa espressione mancano articoli, o avverbi o preposizioni.

Succede a volte nelle espressioni italiane. Non sempre è così ovviamente.

Infatti se ad esempio diamo un’occhiata alle molte espressioni che contengono la parola “darsi”, notiamo che volte ci sono articoli, a volte preposizioni, a volte nulla. Ad esempio:

Darsi alla pazza gioia, darsi battaglia, darsi all’ippica, darsi da fare, darsi delle arie, darsi il cambio, darsi la morte, darsi pena, darsi pensiero, darsi per vinto, darsi una mano, darsi una mossa.

Vediamo di spiegare la frase di oggi è capirete che non è banale inserire o togliere un articolo.

La parola “pace” la conoscete tutti: pace è il contrario di guerra.

“Darsi” invece viene da “dare”.

Il verbo dare, rivolto a sé stessi, diventa darsi. Darsi significa dare a sé stessi. Non sempre però, fate attenzione. Pensate alla frase “darsi la mano“: in questo caso è uno scambio, due persone si danno la mano: io do la mano a te e tu la dai a me.

In questo caso invece è dare a sé stessi la pace. Ognuno da la pace a sé stesso.

Succede la stessa cosa con la frase “darsi le arie“, solo per fare un esempio. Un’altra espressione figurata.

Ma quante cose possono darsi a sé stessi? La pace è una di queste cose, ma ovviamente anche qui il senso è figurato. Non parliamo di una “non guerra” , dell’assenza di una guerra, di una vera guerra.

Se fosse così, se l’obiettivo fosse cambiare e passare da uno stato di guerra ad uno stato di pace, allora diremmo: “darsi la pace”.

Ad esempio, l’obiettivo degli esseri umani, prima di tutto dovrebbe essere quello di darsi la pace. Questo vale soprattutto per gli Stati in guerra, quelli che attualmente vivono uno stato di guerra, senza pace, dove le persone muoiono, si uccidono, vivono un conflitto.

Se invece togliamo l’articolo “la” la frase darsi la pace diventa “darsi pace“.

In effetti questa pace di cui parliamo in questa espressione è una pace interiore. Non si tratta di un conflitto combattuto con le armi, con le esplosioni,con i fucili e con i carri armati. Si tratta invece di una condizione interiore, di un conflitto interiore, che avviene dentro di noi, nella nostra mente.

Quando una qualsiasi situazione viene vissuta con un atteggiamento negativo, con uno stato mentale sofferente, uno stato d’animo negativo, preoccupato, ansioso, nervoso, in tutti questi casi possiamo dire che questa persona, quella che vive questa condizione mentale non si dà pace, non si sta dando pace, non riesce a darsi pace.

Di conseguenza dall’esterno, guardando, osservando questa persona si potrebbe dire una frase tipo: perché non ti dai pace? Perché questa persona non si dà pace?

È chiaro che si sta facendo riferimento ad una pace diversa, ad una pace interiore, ad uno stato d’animo sofferente, quindi ad una persona che non è in pace con sé stessa.

Possiamo anche dire così, che non è in pace con sé stessa: questo stato di nervosismo, quest’ansia, questa preoccupazione perenne, duratura, questo essere sempre preoccupati, ansiosi, nervosi ci fa vivere una condizione difficile quindi non siamo in una condizione di pace interiore.

Ebbene in tutte queste occasioni possiamo quindi usare questa espressione “darsi pace“, e senza nessun articolo.

Spesso, questo bisogna dirlo, si usa in frasi con una negazione, a meno che si tratti di un invito a darsi pace!

Ad esempio:

Non riesco a darmi pace. Ho perso le chiavi di casa. Devo ritrovarle assolutamente. Dove le avrò perse?

Oppure:

Come mai non ti dai mai pace? Cos’è che ti preoccupa? Hai degli ospiti a cena e sei preoccupato? Ogni volta non riesci mai a darti pace in queste occasioni.

Oppure:

Tuo fratello non riesce a darsi pace, da quando il medico gli ha detto che ha la pressione un po’ alta è diventato molto nervoso e non è mai tranquillo.

Ancora:

Nella mia famiglia non riusciamo a darci pace da quando i ladri sono entrati in casa a rubare. Siamo sempre preoccupati e non dormiamo più bene come prima la notte.

Vediamo con voi:

Voi brasiliani non vi date pace da quando Bolsonaro ha vinto le elezioni. Fatevene una ragione e vedrete che le cose potrebbero non essere così negative.

In Inghilterra i politici sembra non riescano a darsi pace da quando si parla di brexit. Tutti i giornali parlano di uno stato di preoccupazione continuo della classe politica.

Se invece non voglio usare la negazione posso dire ad esempio:

Datti pace un attimo! Sei troppo agitato! Prendi una bella camomilla calda!

Questo è un invito. Senza la negazione si tratta di un invito. Datti: cioè dai a te stesso.

Allo stesso modo potrei rivolgere questo invito ad una terza persona:

tuo padre si dia pace.

Più difficilmente invece troverete questo invito rivolto a voi o loro: datevi pace e si diano pace, ma può comunque capitare.

Si usa quasi sempre con te: datti pace, e con lui o lei: si dia pace.

Con la negazione invece si usa con tutte le persone (prova a ripetere):

Io non mi do pace

Tu non ti dai pace

Lui non si dà pace

Noi non ci diamo pace

Voi non vi date pace

Loro non si danno pace.

Prima ho usato anche l’espressione “farsene una ragione“, che abbiamo già spiegato sulle pagine di italiano semplicemente, ed in effetti le due espressioni possono essere utilizzate nello stesso contesto.

C’è una certa similitudine.

Infatti chi non si dà mai pace, a prescindere dal motivo, farebbe bene a farsene una ragione. Le persone che continuano ad agitarsi, ad essere preoccupate per qualcosa non si danno pace e allo stesso tempo non se ne fanno una ragione, non riescono a farsene una ragione. Non ci riescono perché non si danno mai pace.

In sostanza queste persone non trovano mai la tranquillità.

Le due espressioni si possono usare una al posto dell’altra, perché in entrambi i casi siamo in presenza di una persona che non riesce ad accettare fino in fondo un qualcosa che per lui rappresenta un problema.

Lo stato di ansia e di preoccupazione che ne deriva è eccessivo, e soprattutto non si trovano soluzioni, non si cercano neanche le soluzioni.

Molto simile è anche un’altra espressione: darsi una calmata.

L’spressione darsi una calmata è però più informale (decisamente) e può essere offensiva.

Inoltre si usa esclusivamente quando si è molto nervosi e si perde il controllo, si urla, ci si agita molto. In questi casi puoi dire:

Adesso datti una calmata e siediti; respira e poi ne parliamo con calma.

Invece darsi pace è molto più ampia come frase, si usa in molte occasioni diverse e non è offensivo. Darsi pace poi è un processo più lungo: ci vuole più tempo per darsi pace.

Anche se viene a mancare una persona cara (cioè se muore una persona cara) può capitare che qualcuno non riesca a darsi pace per questo e non si rassegni per questa perdita.

Attenzione poi anche alla similitudine con un’altra espressione italiana che abbiamo già spiegato sulle pagine di italianosemplicemente.

L’espressione in questione è “prendere atto“, e vi invito a leggere ed ascoltare anche questa spiegazione per capire le differenze.

Ad ogni modo, molto brevemente, prendere atto significa considerare, tenere in considerazione, tener conto.

È un’espressione più formale, decisamente, che si può utilizzare anche per iscritto, anche nella forma scritta, mentre invece darsi pace è informale e difficilmente la utilizzate al lavoro o nella forma scritta.

Prendere atto ad ogni modo è una bella espressione, molto utile al lavoro e vi consiglio di dare un’occhiata anche a questa espressione.

Spero sia abbastanza chiaro.

Se quindi non riuscite a imparare l’italiano e vi state preoccupando per questo adesso che avete trovato italiano semplicemente potete darvi finalmente pace.

Un saluto da Giovanni, e vi ricordo che siete tutti invitati nell’associazione Italiano Semplicemente, ufficialmente registrata in Italia. Se volete perfezionare il vostro italiano basta fare richiesta attraverso una semplice mail dal sito italianosemplicemente.com.

Le meraviglie di Roma: la bocca della verità

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Trascrizione

Giovanni: Buongiorno amici di italiano semplicemente, chi vi parla e Giovanni il creatore del sito italianosemplicemente.Com.

Oggi però voglio lasciare la parola a Bogusia, un membro dell’associazione italiano semplicemente che ha deciso di farmi e di farvi (anche a voi) un regalo.

Bogusia vi racconterà una storia la storia della bocca della verità e la ringrazio per questo ma Bogusia farà anche un omaggio a me e alla associazione anche mettendo alla prova le sue ottime capacità di utilizzare molte espressioni che abbiamo spiegato all’interno del sito.

Molte espressioni idiomatiche, ma Bogusia, essendo membro dell’associazione ha utilizzato anche molti verbi professionali, i verbi che nascono per essere utilizzati prevalentemente in ambienti lavorativi ma che possono essere usati anche in altri contesti; questa ne è una dimostrazione.

Vedrete come Bogusia oltre quindi ad un certo numero di espressioni idiomatiche italiane utilizza verbi come addossare, spacciare spacciarsi, promuovere, valutare suffragare, avvalersi e fruire (e non solo) ad esempio, molti verbi professionali che abbiamo spiegato all’interno del corso di italiano professionale ma lascio la parola a Bogusia.

Ciao Bogusia, grazie per tutto questo. lLascio a te la parola dunque.

Bogusia: Buongiorno, cari ascoltatori di radio italiano semplicemente.

Per coloro che non mi conoscono mi chiamo Bogusia e sono polacca.

Un Caloroso benvenuto a tutti voi che mi ascoltate.

Io sono un membro dell’associazione italiano semplicemente e – spero che mi crediate – ne sono assai fiera.

Le feste natalizie sono arrivate, sono le feste più belle dell’anno, almeno secondo me, e con queste festività anche tutti gli auguri.

Prendo l’occasione al volo per fare i miei auguri a tutti coloro che mi stanno ascoltando.
Pensavo anche che con questo intervento potessi fare gli auguri e il ringraziamento al nostro professore e fondatore dell’associazione Giovanni, l’uomo di Roma che ci si mette con tanto impegno per aiutare agli stranieri nell’apprendimento dell’italiano: non solo è sempre disponibile con tutti coloro che abbiano delle domande o dei dubbi, ma registra per noi a iosa interessantissimi episodi con cui l’apprendimento va a gonfie vele.

Checché se ne dica riguardo all’apprendimento delle lingue, imparare l’italiano con Italiano Semplicemente è come andare a nozze.

Si impara mentre si fanno altre cose.

Non so come faccia Gianni ma vi giuro che le sue idee sono inesauribili.

Forse alza troppo il tiro di tanto in tanto (nel senso che a volte pretende troppo da noi) ma riesce sempre farlo in modo divertente e riesce rende sempre a rendere bene l’idea con le sue spiegazioni.

Macché, mi potreste dire voi, ci sono tantissimi siti nella rete, ci sono tantissimi libri per imparare la grammatica, non ci serve il metodo l’italiano semplicemente.

Che sarà mai.

La mia risposta, qualora fosse richiesta, sarebbe la seguente: è vero, anche io seguo altri siti e ascolto altre persone, ma purtroppo la maggior parte del materiale che offre la rete è realizzato in modo approssimativo.

Il problema è che spesso questi materiali lasciano a desiderare in quanto lo scopo è quasi esclusivamente quello di promuovere i loro prodotti a pagamento oppure parlano sempre degli stessi argomenti.
È già grasso che cola se spiegano qualche espressione in modo breve.
Nell’associazione Italiano Semplicemente si parla di tutto, ce n’è per ognuno di noi, per tutti i gusti ed interessi.

Per noi tutto fa brodo appunto, ma ci deve essere amore altrimenti il brodo viene senza sapore.

Non vorrei dilungarmi troppo, spero che prendiate la palla al balzo e raccogliate il mio invito, incuriositi da queste mie parole.

Abbiamo anche un gruppo whatsapp che è sempre molto attivo, e tutti ci aiutiamo a vicenda.

Se, come spero, decidete di aderire all’associazione, vi assicuro che ne vale la pena.

Qualora foste interessati ad apprendere l’italiano prendete questa occasione al volo, e sareste al posto giusto.

Del resto, penso che questo sia il modo più opportuno di ringraziarmi Gianni.

Vorrei adesso continuare dando uno spunto per un nuovo episodio: forse potrebbe trattarsi di una nuova serie, cioè “Le meraviglie di Roma” , che è la sua città.

Vagliando le diverse possibilità, per una serie di questo tipo sveglierei la “bocca della verità”.

Mi piacerebbe poter provare se la leggenda dice la verità in merito.

Magari si tratta solo di fandonie, oppure no.

Mi piacerebbe scoprirlo.

Guai a me? No, ne sono sicura!

Adesso prendo il toro per le corna e racconto la leggenda che ha a che fare con questo posto conosciutissimo.

Si dice che se un bugiardo mette la mano all’interno della bocca, la bocca gliela taglierà.

Molto tempo fa a tutti coloro che raccontavano troppe menzogne, un boia mascherato e posizionato apposta dietro la scultura tagliava la mano con una arma tagliente.

Poveri loro!

La tradizione vuole che la capacità della Bocca della verità di smascherare i bugiardi una volta non abbia funzionato e questo fu grazie all’astuzia di una donna.

Ecco la storia: Si racconta che c’era una ragazza sposata che aveva anche un amante, col quale tradiva il proprio marito; tutti lo sapevano ma non riuscivano a suffragarlo con delle prove.

Alla fine il marito decise di valutare la sincerità della moglie attraverso la famosa scultura.

La donna sembra spacciata, ma mentre la ragazza si recava verso il mascherone, l’amante, già d’accordo con lei, travestito per non farsi riconoscere , si era spacciato per un pazzo, la baciò all’improvviso!

Essendo all’apparenza il gesto di un matto, fu subito perdonato e poté andarsene.

Ma perché fecero questo?

Perché hanno fatto questa messa in scena ?

É proprio qui l’astuzia della donna!

Quel bacio in strada permise alla donna di dire, senza mentire, che nessun uomo l’aveva mai baciata, tranne il marito e quel pazzo di poco prima… ovvero il suo amante.

La donna aveva detto la verità!

Certo che con la verità aveva mascherato la sua bugia, il suo tradimento, ma era stata sincera, per cui la mano non le venne tagliata e la bocca della verità rimase così, per la prima volta nella storia, beffata.

Ecco la fine della leggenda.

Adesso tocca a voi: potete anche voi usufruire potere della Bocca della Verità se pensiate che io racconti delle bugie riguardo ai vantaggi di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente: portate me a Roma di fronte alla Bocca della Verità e verifichiamo insieme.

A proposito di Italiano Semplicemente: vorrei dare la benvenuta a Leily dal Brasile, che è appena diventata un membro dell’associazione.

Non che vi dobbiate sentire addossata qualche colpa per non aver fatto come Leily!

Vi consiglio però di avvalervi anche voi della possibilità di imparare con Italiano Semplicemente.

Non declinate il mio invito se state cercando di migliorare il vostro italiano.

Ancora una volta grazie mille a tutti per avermi concesso del vostro tempo.

Vorrei augurarvi un felicissimo anno nuovo 2019.

Fruite nel miglior modo possibile del tempo che verrà e mettete nella lista dei buoni propositi l’approfondimento dell’italiano.

Un abbraccio e a presto.

Giovanni: Grazie mille, davvero una bella storia quella che ha raccontato Bogusia alla fine, che ringrazio tanto anche per i complimenti a me e alla associazione.

La storia quindi della bocca della verità che, sapete, non conoscevo neanch’io fino in fondo.

Non conoscevo questa questa leggenda e mi ha molto incuriosito e credo che darò un’occhiata adesso su internet per saperne un po’ di più.

Sì, grazie Bogusia poi anche perché ha salutato e ha dato il benvenuto anche a Leily, brasiliana, nuovo membro dell’associazione: è l’undicesima brasiliana ma mentre Bogusia stava registrando questo episodio nel frattempo si è scritto anche Jean Marie, dalla Francia.

Benvenuto Dunque anche a Jean Marie all’interno dell’associazione: Il primo francese, quindi un motivo in più per festeggiare.

E grazie ancora per l’ascolto e a Bogusia ancora una volta per questo bel ringraziamento e questo che sto bell’episodio che ci ha regalato.

Un’ultima cosa: Ovviamente sì, accetto l’idea delle meraviglie di Roma che hai appena inaugurato tu con questo episodio.

La rubrica denominata “Le meraviglie di Roma”: seguiranno quindi altri episodi; in futuro parleremo di tutte queste cose belle che ci sono a Roma: tutte le opere d’arte, attrazioni turistiche varie, anche poco conosciute, e… ne vedremo delle belle!

Il linguaggio della Moda

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E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Giovanni: oggi ragazzi parliamo di moda.

Sapete cosa sia la moda? E conoscete il linguaggio della moda? In italiano ci sono parecchie espressioni, parecchi termini specifici sulla moda.

Ne parliamo oggi insieme ad un nostro amico che ascolterete tra poco. Un insegnante di italiano.

Sapete che con il termine “moda” (con la o aperta) si Intende in generale il gusto particolare del momento, ciò che piace a molte persone in quel momento o in un certo luogo anche.

Cosa piace alle persone in un certo momento?

Queste cose, quelle che incontrano il gusto, cioè che incontrano la preferenza delle persone si dice che “sono di moda“, o che “vanno di moda“.

Dal punto di vista commerciale la moda è costituita dai prodotti che maggiormente sono venduti rispetto agli altri.

Tutti questi prodotti possiamo dire che sono di moda. In realtà però non possiamo parlare di tutte le tipologie di prodotti. Non tutte.

Ovviamente ognuno ha i suoi gusti, ma ci sono delle tendenze generali, dei gusti, delle preferenze di molte persone che tendono a prevalere rispetto ai gusti dei singoli.

E questa tendenza, questi gusti possono cambiare, possono modificarsi e di fatto più o meno cambiano di anno in anno: un anno le persone preferiscono il colore rosso per i loro vestiti e l’anno dopo piace di più il verde ad esempio. Questo accade tutti gli anni e quando accade qualcosa di questo tipo parliamo di moda.

Ripeti: le mode cambiano di anno in anno.

Una cosa può essere di moda oppure può andare di moda, o semplicemente può andare.

Il verbo andare, da solo, si può utilizzare per indicare la tendenza della moda.

Cosa va quest’anno?

Quest’anno va di moda il giallo, tutti indossano vestiti gialli, oppure vanno le gonne corte, oppure quest’anno vanno i capelli corti.

Non possiamo fare la stessa cosa col verbo essere però.

È di moda = va.

Il giallo va = il giallo è di moda

Rispondi alla domanda:

quale colore va quest’anno?

Potete rispondere dicendo semplicemente:

Il giallo. Oppure:

Quest’anno va il giallo

Quest’anno va di moda il giallo

Quest’anno il giallo è di tendenza

Lo scorso anno invece magari andava il rosso (ad esempio) e andavano di moda i capelli lunghi.

Questi sono solo esempi comunque.

In generale quando si parla di moda, come dicevo, non si parla di tutti i tipi di prodotti: si parla prevalentemente di vestiti, quindi di abbigliamento, sia maschile che femminile.

Ma la moda si estende a tutto ciò che riguarda la cura e l’aspetto delle persone, o anche la bellezza della casa, insomma le cose personali, tutto ciò che viene mostrato agli altri.

Ma anche un quartiere di una città a volte può essere di moda. Perché no!

Quindi possiamo avere un profumo di moda, oppure una gonna, un pantalone, o anche un colore come abbiamo visto prima.

Ogni anno infatti c’è un colore tra gli altri che è più di moda rispetto agli altri.

Quando un colore è di moda allora molti dei vestiti, molti dei capi d’abbigliamento, hanno quel particolare colore.

C’è poi la cosìddetta alta moda, L’alta moda, la “haute couture” Che è quel settore dell’abbigliamento nel quale operano i creatori di abiti di lusso, abiti costosi, gli stilisti dell’alta moda.

Gli abiti di lusso sono gli abiti più costosi, che hanno un prezzo più elevato, più alto rispetto agli altri.

C’è da dire che la moda è diventato un grande business, un grande affare, ma ci sono, almeno in alcuni paesi, degli abiti che è tradizione indossarli in particolari occasioni e fanno parte della cultura di un paese.

Se parliamo ad esempio del Marocco, c’è un capo d’abbigliamento che non passa mai di moda: qual è questo capo?

Ce lo facciamo raccontare da Zahid, che insegna italiano in Marocco. Ciao Zahid.

Ascoltiamo dunque Zahid, che ci spiega qualcosa su questo tradizionale abito femminile.

Zahid: Il caftan, l’abito tradizionale della donna marocchina, ė un vestito lungo, generalmente ha due strati sovrapposti.

Esistono innumerevoli varietà di caftan: ce ne sono di classici e moderni, eleganti per le grandi occasioni ma anche semplici, adatti per essere utilizzati tutti i giorni.

La produzione del caftan, come di altri abiti marocchini quali la djellaba, la gandoura e altri, ė relativamente costosa poiché la maggior parte del lavoro è fatto a mano.

Il caftan marocchino sta accrescendo la sua notorietà, sia nel mondo arabo che in quello occidentale.

Compare nelle più prestigiose sfilate di moda, e non solo a Casablanca e a Marakech ma anche a Parigi ad esempio: ricordiamo la sfilata che si tiene al carousel del Louvre, dove il caftan ė presente, e apprezzati stilisti marocchini e stranieri di anno in anno presentano nuovi modelli, classici e moderni ma sempre di alta classe, rinnovando il gusto ma preservando, nello stesso tempo, il suo stile originario.

Giovanni: una domanda Zahid, ma le donne in Marocco lo indossano? Tutti i giorni voglio dire.

Zahid: no, il caftan non si mette tutti i giorni, ma solo nelle occasioni importanti, per esempio le feste tradizionali, o una festa di matrimonio.

Giovanni: ah bene. Grazie Zahid.

Nell’associazione abbiamo una bella ragazza marocchina, si Chiama Assma. Chissà se lei l’abbia mai indossato quest’ambito. Ce lo facciamo dire proprio da lei. Ciao Assma!

Assma: Buongiorno a tutti io sono assma, membro dell’associazione e devo dire che io questo abito tradizionale l’ho indossato al matrimonio di mio cugino. Era la prima volta nella mia vita, e mi sono sentita una 👑 regina.

Giovanni: Ci sono alcune parole e frasi che ha utilizzato Zahid e che trovo interessanti dal punto di vista della pronuncia. Quindi dopo aver chiesto a zahid, vi invito a ripetere le seguenti parole:

Accrescere

Notorietà

Accrescere la notorietà

Il caftan sta accrescendo la sua notorietà

Sfilate di moda

Prestigiose

Prestigiose sfilate di moda

Le più prestigiose sfilate di moda

Il caftan sta accrescendo la sua notorietà nelle più prestigiose sfilate di moda

Quindi Zahid, hai parlato di un vestito lungo che sta accrescendo la sua notorietà.

In questo caso però non possiamo dire che il caftan stia diventando di moda, perché la moda si riferisce alle preferenze delle masse, che cambiano anno dopo anno. Non possiamo quindi usare in questo caso le varie espressioni che si usano quando parliamo di moda.

Vediamo qualcuna di queste espressioni legate alla moda.

Ad esempio quando la moda cambia, quando cambia il modo di vestirsi delle persone, si tratta prevalentemente di variazioni di stile, solo di piccoli dettagli, a volte no.

Ma come cambia la moda? Chi decide cosa andrà di moda il prossimo anno?

Chi è a lanciare una nuova moda ed a decretare la fine della vecchia? Chi è che lancia una nuova moda?

Lanciare una moda è appunto una di queste espressioni. Lanciare una moda significa ispirare le altre persone con il proprio modo di vestire e dare il via ad un fenomeno di massa. Molti iniziano ad imitare queste persone nel vestirsi. E queste persone hanno appena lanciato una moda: tutti li seguono.

Oggi a lanciare la moda sono i grandi personaggi pubblici, cantanti, attori, non solo gli stilisti dunque.

Quando poi un oggetto o un vestito passano di moda, allora questo significa che le persone hanno delle nuove preferenze, dei nuovi gusti, e quell’oggetto non va più, non è più di moda. Dunque è passato di moda. Si dice anche che è fuori moda.

I pantaloni a zampa d’elefante non vanno più, sono fuori moda. Sono passati di moda. Non è più di moda indossare i pantaloni a zampa d’elefante. Andavano negli anni ’70, che io sappia.

Quindi: passare di moda, essere fuori moda – anche una persona può essere fuori moda se non veste alla moda, se non mette abiti che sono in voga in quel momento.

Le tradizioni dunque solo qualcosa che resiste alla moda. Le tradizioni resistono alla moda, altrimenti non si sarebbero chiamate così.

Potremmo dire che il termine tradizione possa considerarsi come il contrario, l’opposto del termine moda. Oppure che gli abiti tradizionali non passano mai di moda. La tradizione non può essere di moda e non può passare di moda.

Passare di moda è un’espressione tipica del linguaggio dell’abbigliamento. Come fuori moda anche.

Difficilmente qualcosa torna di moda o torna ad essere di moda dopo essere passato di moda. Può conunque accadere e a volte accade, che dopo 10, 20 o 30 anni ci sia qualcosa che ritorni di moda o ritorni in voga.

Una improvvisa diffusione e un successo crescente, questo accade quando qualcosa è in voga o è in gran voga.

Un termine questo che può andar bene anche per una persona famosa, un cantante in gran voga, quindi semplicemente molto famoso, che riscuote molto successo

in un momento particolare

Quando questa diffusi. ne avviene allora questo “prodotto” (diciamo!) incontra un largo favore da parte delle persone. Questo è un altro modo per dire lo stesso concetto: “Incontrare il favore” è un’altra espressione che possiamo usare in questo caso.

Infine la frase seguire la moda. Zahid a te la parola. Puoi spiegare tu questa espressione? Io nel frattempo saluto e ringrazio tutti per l’ascolto. Alla fine ascoltiamo qualche frase sulla moda da parte di alcuni studenti di Zahid e di qualche membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Un bel connubio questo!

Zhaid: seguire le moda è una tendenza naturale, significa gusto per il bello e piacere per il nuovo. Con la moda ci divertiamo, e diamo ai ritmi quotidiani il colore della creatività e il sapore della fantasia.

Spero di essere stato chiaro.

Vi saluto dal Marocco, che è sempre stato paragonato ad un albero con le radici in Africa ma con le foglie esposte in area Europea.

Un saluto particolare al professor Gianni, e a tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente ed anche ai miei studenti.

Bogusia (Polonia): Bisognerebbe valutare con attenzione cosa indossare per non sentirsi soli, almeno all’apparenza. Ma visto che la moda di oggigiorno cambia con una velocità non indifferente, non bisogna essere molto rigidi quando si segue la moda. Si può essere alla moda anche con pochi soldi, e sapersi avvalere sapientemente di quanto abbiamo accumulato nell‘armadio.
La moda serve ad esprimere un sentimento interiore e una creatività personale.

Ulrike (Germania): ognuno dovrebbe trovare lo stile proprio. La moda fa delle proposte. La moda è il buono ed il cattivo gusto. Solo l’indifferenza non è moda. Non mi piace vestire alla moda, ma essere io stessa di moda.

Andrè (Brasile): nell’abbigliamento di tutti i giorni, la moda brasiliana ha una costante: fa trionfare i colori: giallo, verde smeraldo, rosa intenso, azzurro cielo, rosso corallo e arancione sono i colori quasi sempre presenti a prescindere dalla moda del momento. Tutti sono ricchi di ispirazioni tropicali con un tocco di creatività.

Gema (Spagna):
La Moda mi aiuta a riconoscere Il periodo in cui hanno girato un film.

Amina, studente di Zahid: per me la moda non serve a niente.

Brahim, studente di Zahid: io vesto sempre di giallo. La moda non mi interessa.

Alcune frasi da Mariana dal Brasile – membro n. 20 dell’Associazione

scarica audio di Mariana

Testo di Mariana:

– la moda nasce per le strade e muore negli armadi
– la Moda nasce dall’osservazione attenta delle persone
– la moda esprime l’appartenenza ad un gruppo, oppure ad un ideale.
– la Moda serve a esprimere un sentimento interiore e una creatività personale
– essere alla moda mi fa sentire meno solo
– ho molti vestiti nell’armadio. Spero ritorni la moda per poterli indossare nuovamente
– con la moda esprimo me stessa, il mio modo di essere
– la moda è come l’amore: Viene, passa, ritorna e mai si scorda
– la moda riflette il mio pensiero
– anche chi passa di moda passa alla storia

– secondo me la moda serve a sentirsi accettati dagli altri
– Il termine moda indica uno o più comportamenti collettivi con criteri mutevoli.

 

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Il congiuntivo: 41 esempi

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com.

Oggi facciamo un bell’episodio di esempi sul congiuntivo, e lo facciamo rendendo omaggio ad alcune città: gli esempi di oggi riguarderanno le città di Or Akiva, in Israele, Berlino (Germania), Bruges (in Belgio), Oristano, città della Sardegna, in Italia e infine la città di Canpinas, in Brasile

Da queste località provengono infatti le ultime donazioni fatte ad italiano Semplicemente e mi fa piacere rendere loro omaggio con un episodio dedicato.

Ho trovato pertanto alcune curiosità su queste città e voglio condividerle con voi.

Se volete potete ripetere le singole frasi. Attenzione all’utilizzo del. Congiuntivo.

– se la distanza tra Roma e Or Akiva, in Israele, fosse inferiore ai quattromila chilometri (c. imperfetto) forse ci farei un salto di tanto in tanto. Se partissi adesso (c. Imperfetto) che è il 24 dicembre, non è detto che riesca ad arrivare in tempo per il 26 (c. presente. Verbo riuscire).

– È possibile che qualora partissi da Berlino (c. Imperfetto) a piedi per andare a Bruges, in Belgio, impiegherei ben sette giorni. Sette giorni a piedi? Fossi scemo! (c. imperfetto).

– sto aspettando un amico dal Brasile. Ha detto che è appena partito con la sua bicicletta. Temo che non ce la faccia ad arrivare per l’ora di cena (c. presente). Arriverà domani? Neanche per domani credo possa farcela.

Se fosse partito un mese fa probabilmente oggi sarebbe qui (c. trapassato).

– È facile che prima o poi io riesca a visitare Berlino (c. presente). Finora non ci sono mai riuscito. Sento che il giorno è vicino, me lo sento. Ma che io lo senta o meno forse non è molto importante (c. presente).

– sono andato in Brasile a maggio. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che io fossi addirittura stato invitato da un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Eppure è proprio così (fossi stato, congiuntivo trapassato. Verbo invitare).

– non è importante che io sia già stato in Brasile. Voglio tornarci presto! (congiuntivo passato).

– Oristano è una città italiana che si trova in Sardegna, e devo dire che io non credevo che lì ci fossero visitatori di italiano Semplicemente (c. Imperfetto).

– Siete stati a Bruges ma eravate distratti? Ebbene se aveste prestato attenzione vi sareste accorti che a Bruges c’è il primo birradotto al mondo, cioè un sistema che permette di trasportare la birra attraverso un sistema di tubature sotterranee (se aveste prestato, congiuntivo trapassato).

– sapevate che il cimitero di Or Akiva, in Israele, ha un sito web che permette di ricercare le persone seppellite in quel cimitero? Basta inserire nome e cognome. Se però qualcuno ve ne avesse già parlato, questa non sarebbe una novità (Congiuntivo trapassato).

– dovete sapere che la città di Canpinas, in Brasile, nel corso degli anni ’70 ha raddoppiato le sue dimensioni grazie ai flussi migratori. Molti italiani si trasferirono a Campinas in quel periodo. La città per questo suo veloce sviluppo viene chiamata la “Principessa dell’Ovest”, ovest perché si trova ad ovest rispetto a San Paolo, la capitale dello stato omonimo. Tutto questo è accaduto senza che io ne sapessi nulla finora! (congiuntivo imperfetto).

– vi racconto queste curiosita soltanto affinché possiate conoscere notizie interessanti su alcune località del mondo (Congiuntivo presente)

– gli abitanti di Bruges sono molto sensibili al problema dell’inquinamento. Recentemente una grande balena è stata realizzata con rifiuti di plastica ed è stata esposta proprio a Bruges. Fossimo anche noi italiani così virtuosi! (congiuntivo imperfetto).

– molto interessante la scritta che si legge sul logo della città di Or Akiva. Si tratta di un versetto biblico che tradotto recita così: ve lo faccio ascoltare da una signora israeliana di nome Bella.

Bella: “se le tue origini sono umili, il tuo futuro sarà prospero“.

Grazie Bella, un omaggio all’umiltà dunque. Prospero significa felice, ricco soddisfacente. Un futuro radioso potremmo anche dire.

Se qualcuno non ci crede e vuole recarsi a vedere questa scritta di persona, ci andasse pure! Non se ne pentirà (congiuntivo imperfetto).

– se solo fossi un pochino più libero, volerei subito a Berlino a trovare un’amica, che mi porterebbe a fare un giro della Città sempre che si trovasse anche lei a Berlino, considerando che sta spesso in Italia (se fossi, si trovasse, sempre congiuntivo imperfetto).

– mi sono sempre trovato particolarmente a mio agio con i brasiliani. Che io abbia vissuto in Brasile in una mia vita precedente? Chissà! (congiuntivo passato)

– credete che io abbia già terminato l’episodio? (congiuntivo passato). Se fosse vero (cong. Imperfetto) voi avreste già completamente imparato l’uso del Congiuntivo, sia che abitiate a Campinas (cong. Presente), sia che siate di Berlino, di Oristano oppure di Bruges.

– È possibile che nell’episodio di oggi abbiate trovato alcuni esempi più interessanti di altri (cong. passato), in questa eventualità, abbiate pazienza! (cong. presente) perché che io mi sia impegnato molto non ci sono dubbi (cong. passato).

– gli abitanti di Oristano si chiamano oristanesi. Se invece vi avessi parlato degli abitanti di Sassari (altra città della Sardegna) vi avrei parlato dei sassaresi (se avessi parlato, congiuntivo trapassato).

– se uno studente della lingua italiana berlinese desse (c. Presente) una mano con l’italiano ad uno studente belga di Bruges, e quest’ultimo non stesse attento alle spiegazioni (c. Presente) il primo direbbe al secondo: temo che tu non sia abbastanza concentrato (c. Presente).

“È possibile che io abbia bevuto troppa birra” , risponderebbe il secondo (c. passato). Che io sia ubriaco? (c. passato).

No, replicherebbe lo studente tedesco, invece è probabile che a quest’ora tu sia molto stanco (c. presente).

Suppongo che l’episodio termini qui (c. presente).

Grazie ai donatori di Oristano, Bruges, Berlino e Campinas. Grazie a tutti per l’ascolto. Ed il fatto che siate arrivati fino alla fine mi rende felice. Che io sia un a persona che si accontenta di poco?

Non credo proprio!

Siate sempre più numerosi a seguire italiano Semplicemente! Caschi il mondo!

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La fortuna dell’uomo. Ripassiamo I verbi professionali

Audio

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Descrizione

Un episodio per ripassare i verbi professionali in un contesto non professionale. Parliamo di religione e di libertà.

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno a tutti amici di Italianosemplicemente.com. Lascio la parola a mia madre per questo nuovo episodio dedicato ai verbi professionali.

Giuseppina: Che cos’è la fortuna dell’uomo ed a cosa può assomigliare?

Questo è l’argomento dell’episodio di oggi, basato su un testo scritto da un visitatore di italiano Semplicemente, un uomo di nome Bretislav, di nazionalità slovacca. Bretislav è un uomo di fede cristiana e quello che ascolterete è quindi un messaggio cristiano.
A me fa piacere pubblicare il suo messaggio non perché però è un messaggio cristiano ma perché i contenuti sono molto interessanti ed io ho voluto prendere il suo testo e utilizzarlo per una lezione di italiano professionale. In che modo? Semplicemente ho inserito molti verbi professionali all’interno, verbi che normalmente si utilizzano in ambiente lavorativo ma che possono anche utilizzarsi in altri contesti. In questo caso parliamo di fede ma anche di libertà.
Ecco il testo: Che cos’è la fortuna dell’uomo ed a cosa può assomigliare?
Cercherò di trovare una risposta a questa domanda che mi ha dettato l’ispirazione del momento. Se tornassimo al tempo della prima storia dell’umanità potremmo immaginare che la gente di quel tempo probabilmente non aveva ben chiaro il concetto di “fortuna“.

Forse non ci aveva neanche mai riflettuto, ma chi può dirlo? Ad ogni modo anche per un uomo di oggi questa non rappresenta una facile impresa se ci pensiamo fino in fondo.
Tanti uomini infatti sceglierebbero i soldi come chiave del successo e del riconoscimento nella società, e quindi per questa via anche per la fortuna che ci porta a questo.

É un mondo individualista quello moderno, e ci sentiamo obbligati a perseguire mille obiettivi individuali, e guai a disattenderne uno.
Altri invece troveranno magari la fortuna nella propria famiglia e si adopereranno per il bene dei suoi membri.
Per altri ancora ciò che veramente conta per potersi considerare fortunati è invece la cosiddetta “dolce vita” cioè vivere senza avere particolari problemi ma più che altro cose che la vita la allietano.
C’è da dire che il mondo di oggi offre molte più possibilità di un tempo e più visuali del mondo sono possibili. Tra le altre cose ci sono molti modi diversi per come usufruire del tempo libero.
L’uomo (inteso come essere umano) dispone di grandissima scelta e moltissime informazioni su come decidere di vivere al meglio la sua vita.

In proposito vale la pena di ricordare quanto affermato da Barry Schvarz, un sociologo e psicologo americano.
Schvarz aveva scritto un libro: “The paradox of choise“, cioè “il Paradosso della scelta“ dove possiamo leggere che quante più possibilità abbiamo tanto più difficile è la scelta e tanto meno siamo felici“.

Molto interessante vero?

Una riflessione in merito è d’obbligo: dobbiamo renderci conto che tutte le cose tangibili ci servono per un tempo relativamente breve, brevissimo. I soldi, reputati così importanti da molti, possiamo perderli in un batter d’occhio, e la stessa cosa vale per le nostre proprietà, quelle che ci affanniamo ad accumulare per sentirci più sicuri.

E la salute? Chiunque converrà nel metterla ai primi posti nella graduatoria delle cose che contano, se non al primo posto.
Non possiamo però dire che durerà per sempre.

Forse proprio per questo, potrebbe obiettare qualcuno, sono cose da tener conto e di cui ringraziare… ma chi dobbiamo ringraziare?

Questa è una delle tante domande. E la nostra famiglia e i suoi membri che amiamo con tutto noi stessi? Tutto questo non vive eternamente. Un’ultima considerazione: possiamo dire che la vita porta cose e avvenimenti che sono piacevoli o spiacevoli, e non tutto dipende da noi.

Allo stesso tempo le gioie, i guai e tutte le cose che sembrano insopportabili sono spesso anche inevitabili e quindi non è possibile evitarli.

Non abbiamo la facoltà di gestire con certezza la nostra vita e predisporre del tempo come vogliamo.

Siamo esseri umani, con pregi e difetti, limiti e potenzialità.

Credo che non sia un peccato evitare le esperienze piacevoli se non nuocciono a nessuno, così come amare la gente, congiunti e amici intimi e fruire delle bellezze della vita.

Ma… dobbiamo essere preparati che tutto può cambiare, può migliorare ma anche volgere al peggio.

Apprezzare la vita proprio per la sua fugacità e non dare tutto per scontato, questo è il senso della vita secondo me e mi sembra importante che tutti cerchino il senso della propria vita e di dare così un senso alla parola “fortuna”, parola tanto semplice quanto contraddittoria.

Penso ad un’altra parola per me molto importante: il “servizio”. Quando cerchi il senso della vita devi valutare la giusta importanza da dare al servizio.
Ma di quale servizio parliamo?
Pensiamo spesso al servizio come un termine commerciale, qualcosa da eseguire o che ci permette di arrotondare lo stipendio, o magari lo colleghiamo all’umiltà, o persino alla miseria.

Il vero significato del termine invece è diverso: Si può adempiere alla missione del servizio verso gli altri, anche i meno simpatici: questo fa esplodere misteriosamente il significato della vita e ci aiuta a raggiungere la pace con noi stessi.

Adoperiamoci a questo fine e quello che sembrerà un aiuto dato sarà invece una salvezza ricevuta.

Non un servizio eseguito, ma un investimento per noi stessi al fine di promuovere il vero significato della parola “servizio”.

Abbiamo una scelta da fare. Oppure no, forse non ne abbiamo.

Questo non è molto importante in realtà, e tra l’altro non dovremmo essere così sicuri di ciò che spesso invece neanche mettiamo in discussione.

Restiamo ognuno al servizio dell’altro in ogni caso, perché saremo sotto la protezione di Dio, il nostro unico Creatore con la C maiuscola.

Questa consapevolezza è l’unica fortuna che possiamo augurarci.

Questo è il testo di Bretislav adattato con numerosi verbi professionali.

Probabilmente non sono riuscita pienamente a rappresentare il pensiero del nostro amico Bretislav, che saluto.

Probabilmente non ho dato abbastanza evidenza a concetti come la fede cristiana, come la salvezza e la vita eterna come ricompensa ad una vita condotta in modo cristiano.

Grazie a Bretislav per questo testo, che ho un po’ stravolto, ma spero che abbiate compreso le mie intenzioni: le emozioni come la fede e la religione, qualunque essa sia, può risultare utile per imparare l’italiano, persino per usare dei verbi professionali.

I verbi usati sono:
Dettare, disattendere, adoperarsi, Usufruire, disporre, rendere, fruire, volgere, valutare, eseguire, arrotondare, adempiere, investire e promuovere.

Giovanni: ciao mamma, grazie, e grazie a tutti i visitatori per l’ascolto. Se volete ascoltare e leggere le spiegazioni dei singoli verbi professionali chiedete l’adesione all’associazione italiano Semplicemente. Un abbraccio.

Ascoltare e ripetere. Ecco un modo divertente per imparare una lingua

Audio

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Descrizione

Un esperimento divertente che vi mostra un modo molto produttivo per parlare ed ascoltare nello stesso tempo. Sopratutto per pronunciare correttamente.

Il congiuntivo e la lotteria di Natale in Spagna

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Altri episodi:

– Uso del congiuntivo. La concordanza dei tempi

come evitare il congiuntivite

Trascrizione

Giovanni: Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com, oggi come promesso facciamo un episodio dedicato al congiuntivo, ma naturalmente lo facciamo non in modo noioso ma nello stile di Italiano Semplicemente.

Un episodio dedicato anche ad uno dei paesi che recentemente hanno fatto una donazione e in questo modo aiutano italiano Semplicemente. Il paese in questione è la Spagna. Per questo ho chiesto aiuto a Monica, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, madrilena, che ci racconta qualcosa sulla Spagna, che riguarda il Natale. Notate bene quando Monica usa il congiuntivo. Lo fa svariate volte. Le rivediamo anche dopo insieme.

Allora Monica ti lascio la parola.

Monica: In Spagna, le feste natalizie cominciano il 22 dicembre, il giorno della lotteria di Natale.

Credo sia questa la tradizione più condivisa fra tutti gli spagnoli, qualunque sia l’origine geografica, la sua ideologia politica o anche la sua credenza religiosa.
I giorni precedenti tutti compriamo dei biglietti. Questi biglietti sono molto particolari perché si possono dividere in tante parti, in tanti pezzi.
Tutti i pezzi riportano lo stesso numero identificativo, quindi va da sé che la cosa è stata pensata affinché il biglietto possa essere diviso in più parti. In questo modo anche l’eventuale premio verrebbe diviso tra molte persone. Quindi se una di queste persone avesse fortuna, se cioè il suo biglietto fosse quello vincitore, il suo premio sarebbe diviso tra famigliari e amici.

Questo accade chiunque sia il possessore del biglietto fortunato.
Lo scambio dei pezzi dei biglietti avviene nel momento degli auguri di Natale.

È un modo per dimostrare che teniamo l’uno all’altro e che se fossimo fortunati e diventassimo ricchi saremmo molto lieti di condividere la nostra fortuna.
Il 22 dicembre, tutte le stazioni radio e TV trasmettono dal Teatro Real di Madrid l’estrazione dei premi come se si trattasse di uno spettacolo.
La gente aspetta tutta la notte in coda per essere in prima fila ad assistere all’estrazione dei biglietti vincenti da parte dei bambini di una antica scuola. Questi bambini estraggono delle palline a coppia: una pallina contiene il numero del biglietto vincitore e l’altra pallina il premio associato.
Il momento più aspettato e più visto, anche in TV, è l’arrivo del primo premio chiamato EL GORDO (che significa Il grosso).
Alla fine quasi tutti rimaniamo un po’ delusi, ma ci accontentiamo pensando che la cosa più importante nella vita non sia il denaro.

Per questo, molti dicono che il 22 dicembre sia anche il giorno della salute.

Giovanni: grazie Monica molto interessante non sapevo di questa tradizione spagnola. Allora rivediamo insieme l’uso del congiuntivo analizzando le frasi in cui Monica lo ha utilizzato… (continua sul file audio).

Monica: Ciao amici, vi mando i miei auguri per un buon Natale e un anno 2019 molto felice.

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Non ti ci mettere pure tu

Audio

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente.

L’espressione di oggi è “non ti ci mettere pure tu“, espressione informale, che usano tutti gli italiani, anche in versioni leggermente diverse, vediamo tra poco come.

Si tratta di una frase che si dice in una circostanza particolare, quando si è arrabbiati.

E’ accaduto qualcosa, anzi è accaduto più di qualcosa, ed ai nostri occhi sono accadute tutte cose negative. Non si tratta di tragedie, catastrofi naturali, non di grosse cose, ma comunque di cose negative, che ci hanno messo di cattivo umore, che ci fanno pensare che una giornata non è delle migliori.

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Ebbene in queste situazioni potrebbe capitare di pronunciare una frase di questo tipo: non ti ci mettere pure tu!

Ma quando la pronunciamo? Quando possiamo pronunciarla?

Beh intanto nella frase c’è il pronome personale “tu”, quindi è evidente che si sta parlando con qualcuno.

Non ti ci mettere pure tu!

E’ un’esclamazione rivolta ad una persona, che si pronuncia con tono severo.

Il verbo “mettere” non va interpretato nel senso standard, abituale. Mettere significa collocare in un posto: mettere i libri nella libreria; mettere i piatti in tavola; mettere le chiavi sul tavolo; mettere i panni in lavatrice, eccetera. Mettere in realtà ha tantissimi significati, ma in questo caso stiamo parlando di “mettercisi“.

In mezzo, tra mettere e mettercisi c’è “metterci”. Ne abbiamo già parlato in un episodio della differenza tra mettere, metterci e mettercisi. Vi invito a dare un’occhiata. E’ l’episodio in cui abbiamo spiegato la particella ci e la frase “ci sta”.

“Metterci”, ad esempio “metterci 30 minuti”  significa impiegare. Nello stesso modo si usa anche volerci:

Le due frasi seguenti ad esempio sono equivalenti:

Per andare al lavoro ci si mettono 30 minuti, ma potrebbero volercene anche 40. Di minuti ce se ne potrebbero mettere anche 50 con molto traffico.

Per andare al lavoro ci vogliono 30 minuti, ma ce ne se potrebbero mettere anche 40. Di minuti potrebbero anche volercene 50 con molto traffico.

Ok quindi questo è impiegare, metterci, volerci.

Invece “mettercisi” si riferisce alle persone e in un primo significato indica impegno, concentrazione. Ad esempio. Proviamo a pronunciare alcune frasi con metterci e mettercisi, di diversa difficoltà:

Io per andare al lavoro ci metto trenta minuti (verbo metterci=impiegare=volerci)

Se mi ci metto riesco a finire il lavoro entro oggi (mi ci metto – mettercisi = mi impegno – impegnarsi)

Tu ci metti quaranta minuti ad andare al lavoro (metterci = impiegare=volerci)

Se ti ci metti riuscirai a impiegare 35 minuti (mettercisi=impegnarsi)

Se ti ci metti ci metterai 35 minuti (ti ci metti = ti impegnerai; ci metterai=impiegherai)

Puoi metterci 30 minuti se andrai velocissimo (puoi metterci = puoi impiegare)

Potresti metterci 25 minuti se andrai con lo scooter (potresti metterci = potresti impiegare)

Esiste anche una espressione molto usata: “Mi ci metto con impegno” che significa proprio che mi impegnerò, sarò molto concentrato.

Se un ragazzo dice: devo fare tutti i compiti entro oggi! Se mi ci metto con impegno ce la farò”.

La madre potrebbe rispondere: “mettercisi con impegno potrebbe non bastare se non sei stato attento durante la lezione in classe”.

Quindi mettercisi = impegnarsi, applicarsi, stare concentrato su qualcosa.

Nella frase di oggi però: “non ti ci mettere pure tu” il verbo mettercisi non è usato in questo modo.

Infatti esiste un secondo modo di usare il verbo. In questo caso si vuole dire alla persona che quello che è accaduto è già sufficiente, non c’è bisogno di te, del tuo intervento, mi sono già accadute abbastanza cose negative oggi.

Il verbo è sempre “mettercisi” ma si usa quindi quando qualcosa o qualcuno si aggiunge ad una situazione già problematica.

Facciamo alcuni esempi con l’aiuto di qualche membro dell’associazione Italiano Semplicemente:

Bogusia: Non ne posso più oggi amore! Non solo mi sono svegliata troppo tardi, ma poi ho trovato la mia macchina rigata da un pazzo, inoltre è piovuto a catinelle e infine, ciliegina sulla torta, il traffico mi ha impedito di arrivare in tempo al lavoro. E adesso arrivi tu che vuoi consigliarmi di alzarmi più presto? Ti prego, non ti ci mettere pure tu caro!!!

Grazie Bogusia. Ottimo esempio. Molto divertente! Ci mancava solo la pioggia a catinelle! Beh per quella bastava un bell’ombrello!

Un altro esempio?

Ulrike: Da quando ho comunicato agli amici di voler separarmi da mio marito non mancano i loro consigli e commenti in merito. L’ultima volta però mi sono arrabbiata: “basta così, ne ho abbastanza. Non ti ci mettere pure tu!” ho detto ad una mia amica. Spero non si sia offesa, ma credo che capirà la mia situazione. Ero esasperata!

Bene, grazie Ulrike, in effetti una separazione è sempre difficile da gestire e da capire a volte, quindi se poi ci si mettono anche i troppi consigli di amici e parenti potremmo perdere la pazienza. Hai ragione.

Enrique: Ciao ragazzi, penso che il significato di questa espressione “non ti ci mettere pure tu” o “non ti ci metter anche tu” sia molto simile all’espressione “ci mancava solo questa“, cioè ci sono già abbastanza problemi e tu non solo non risolvi niente, ma addirittura peggiori le cose ancora di più, cioè aggiungi un problema addizionale a tutti quelli che avevamo prima, non dai una mano ma tutt’altro, peggiori le cose ancora di più. Non ne sono certo ma penso che questo sia il significato dell’espressione, cioè molto prossimo a “ci mancava solo questa“. Forse un po’ più personalizzato verso la persona con cui parliamo, ma penso che questa espressione è molto simile a “ci mancava solo questa”. 

Ottimo anche per te Enrique. Giustamente hai detto che “pure” vuol dire “anche” e possiamo in alternativa usare anche al posto di pure senza problemi.

Poi hai ragione, “non ti ci mettere anche tu” è rivolto direttamente al nostro interlocutore, mentre invece “ci mancava solo questa/o” è una frase che si usa parlando di eventi accaduti che si aggiungono e peggiorano una situazione già problematica, come la pioggia a catinelle dell’esempio di Bogusia.

A volte la ciliegina sulla torta viene usata ironicamente per sdrammatizzare una situazione problematica. Sdrammatizzare significa rendere meno drammatica, meno grave una situazione, semplicemente scherzandoci un po’ su.

Ad esempio:

Piove, c’è traffico e, ciliegina sulla torta, mi hanno anche rigato la macchina. Ci mancava solo questa!

Bogusia prima ha usato proprio l’espressione “ciliegina sulla torta” per indicare ironicamente che per completare una situazione già difficile mancava qualcosa, come la ciliegina, cioè una piccola ciliegia, può aggiungere un tocco decorativo ad una torta, ed in questo modo una torta è perfetta. Una frase ironica ovviamente. Anche questa si usa in situazioni del genere. E come dicevo anche “dulcis in fundo” è una espressione equivalente ironica e col medesimo significato di “ciliegina sulla torta“. “Il dolce (viene) in fondo” è un proverbio latino spesso citato per indicare qualcosa di bello (o ironicamente di brutto) che arriva per ultimo e inatteso.

Se preferite ironizzare e sdrammatizzare una situazione difficile potete usare una di queste due espressioni dunque.

Qualche altro esempio e terminiamo l’episodio di oggi. Usiamo “ci mancava solo questo” ed anche “mettercisi“. Notate che mettercisi si può usare non solo rivolto all’interlocutore ma anche verso altri soggetti o eventi esterni. Infatti posso dire ad esempio:

In Italia le cose non vanno molto bene, ed adesso ci si mette anche il cattivo tempo a peggiorare la situazione!

La situazione sociale in Francia era già difficile, ora ci si mettono pure i gilè gialli!

Ieri la mia ragazza mi ha lasciato ed ho perso il lavoro. Poi la sera sono anche caduto dallo scooter. Ci mancava solo questa!

Ragazzi, oggi è una giornataccia, me ne sono già successe abbastanza, vi prego, non vi ci mettete pure voi adesso!

Noooo! Davvero la Juventus ha perso la finale di Champions League? Dopo la sconfitta con l’Inter in campionato ci mancava solo questa! 

Mia sorella mi ha urlato al telefono stamattina! Oggi poi ho anche l’esame di italiano e mi ha fatto innervosire! Spero che ora non ci si metta pure l’autobus che ritarda!

Non bastava l’allagamento della casa, ora ci si mettono anche i ladri. Una giornataccia!

L’episodio finisce qui. Ascoltate altre volte, fate delle pause se necessario, mettetevici con impegno e vedrete che per imparare bene l’italiano non ci metterete molto tempo.

Un saluto da me e da tutti i membri dell’associazione.

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Terminare una presentazione – un tentativo

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Trascrizione

Giovanni: buongiorno a tutti ragazzi. Allora oggi facciamo un episodio speciale, un episodio che fa riferimento alla lezione n. 20 del corso di Italiano Professionale. Come accade puntualmente da qualche tempo ci aiuterà Daria, ragazza russa e membro dell’associazione Italiano Semplicemente che si esercita con i contenuti di questa lezione con un breve testo nel quale parla di una situazione lavorativa, di una presentazione (se ricordate è questo il soggetto della lezione n.20). Si parla in particolare del finale di una presentazione.

Lascio la parola a Daria, con la quale mi complimento per l’ennesima volta per il contenuto di questo episodio.

Daria: Buongiorno a tutti.
Nella lezione numero 20 parlavamo della parte finale di una presentazione.
Oggi anche io vorrei dare un piccolo contributo cercando di creare un piccolo episodio utilizzando qualcuna delle belle espressioni o anche delle frasi o verbi particolari che hanno utilizzato Andrè, Giovanni ed Ulrike.
Dunque, la modalità di organizzare una presentazione mostrata nel corso di italiano professionale è abbastanza diffusa nella mia azienda. Credo che sia adatta soprattutto per gli incontri che si svolgono durante un corso di formazione oppure per un semplice (si fa per dire) workshop.

È importante il modo di presentare perché deve permettere, tra le altre cose, anche di concludere una presentazione in modo molto professionale.
Ultimamente ho notato l’importanza e l’utilità nel chiedere ai partecipanti di esprimersi riguardo al tipo di informazione che si aspettano di ascoltare, in questo modo emergono i loro obiettivi e non solo quelli di chi presenta. Questo può avvenire in diversi modi.
Si potrebbe chiedere ad esempio ai partecipanti di esprimersi sulle loro aspettative, prestando attenzione alle loro risposte: è sempre bene tenere a mente tutto ciò che interessa al pubblico.
In alcuni casi, dipende anche dal nostro modus operandi, potrebbe essere conveniente anche scrivere le risposte su una lavagna mobile. Avete presente quelle lavagne composte da fogli di carta che si possono sfogliare? Usate queste lavagne e magari anche pennarelli colorati così che le possano vedere e ricordare con facilità ciò che appuntate.
Io personalmente uso questo strumento abbastanza spesso e ci sono alcuni buone ragioni perché secondo me vale la pena di farlo.
Prima di tutto perché quanto viene scritto intuitivamente si percepisce come importante, quindi quando fissiamo su carta un’informazione di questo tipo il messaggio appare più importante rispetto alle parole dette.
In questo modo tra l’altro la platea assorbe con più facilità gli obiettivi, poiché formulati in modo chiaro, preciso e dettagliato. È anche un utile strumento di confronto tra chi assiste, per capire quanto ci si avvicina o quanto si è lontani rispetto agli altri.
C’è anche un altro vantaggio: nel caso io non abbia una risposta pronta ad una o più osservazioni, questo trucco (chiamiamolo così) mi dà il tempo necessario per pensarci. Posso rifletterci su proprio mentre espongo e rappresento graficamente dei concetti.
Alla fine della presentazione è una buona cosa ritornare alla lavagna e controllare insieme al pubblico se tutte le loro aspettative siano state soddisfatte. In caso contrario è sicuramente utile riflettere sul motivo, anche pubblicamente intendo.
Magari non è più neanche utile rispondere a una certa domanda in virtù delle risposte già fornite.
Se questo accade è buon segno e ci dà un riscontro dell’utilità del confronto.
Se invece qualcosa non è ancora chiaro, avendo riportato, cioè già fissato questo punto sulla lavagna posso star tranquilla e sicura che non lo dimenticherò e potrò cercare di rispondere più tardi, magari anche in privato, dopo la presentazione.
Bene, diciamo che nn so dare fino in fondo un giudizio obiettivo su me stessa, ma spero che il mio intervento sia tornato utile per voi.
Buon lavoro a tutti!

Giovanni: benissimo Daria, grazie ancora. Allora Daria innanzitutto ha parlato di una lavagna, di una lavagna mobile. Si tratta semplicemente di quello che in italiano viene chiamato “treppiedi”, uno strumento che ci permette di scrivere delle cose. Normalmente la lavagna classica è fatta con un materiale di colore nero sul quale si scrive con dei gessi, dei gessetti. Oggi però si utilizza di più questa lavagna mobile, mobile perché si muove grazie al treppiedi, cioè grazie ai tre piedini sulla quale è appoggiata. Una lavagna di questo tipo ha dei fogli bianchi che vengono sfogliati, cioè vengono alternati uno dietro l’altro in maniera tale che poi ci si possa ritornare, sfogliando all’indietro le pagine. Il verbo sfogliare, molto interessante. La differenza rispetto ala lavagna classica è che in questo caso possiamo tornare a ciò che abbiamo scritto prima sulla lavagna, ciò che ci siamo appuntati in precedenza.

Daria usa anche questo verbo: “appuntarsi“, verbo riflessivo, cioè scrivere al fine di ricordarsi, scrivere al fine di ricordare ciò che abbiamo scritto, quindi prendere un appunto, appuntarsi.

Quindi ci sono alcuni termini complicati all’interno di questa lezione ma fondamentalmente si ricalca ciò che viene detto nella lezione n. 20 che però è più lunga e al suo interno vengono spiegati anche molti verbi professionali adatti ad una presentazione. Ci sono anche le voci di Ulrike ed André, che saluto, altri due membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Vorrei rassicurare Daria che non era convinta di aver fatto una “bella figura”. Sicuramente il suo contributo risulterà utile a molte persone e come si dice in questi casi buon lavoro a tutti, come detto anche da Daria, per rincontrarci alla prossima lezione del corso di Italiano Professionale, che stiamo preparando. Daria inizia a prepararti ok?

—–

Per avere accesso alla lezione n. 20 e a tutto il corso di Italiano Professionale chiedi di aderire all’Associazione Italiano Semplicemente.

Tutto fa brodo

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Trascrizione

Buonasera amici di Italianosemplicemente.com, oggi come tutti i lunedì vi spiego il significato di un’espressione idiomatica italiana.

La frase di oggi è “tutto fa brodo“. Simpatica espressione italiana usata poco o per niente dagli stranieri. Almeno fino ad oggi!

Si tratta di un’espressione molto usata invece dagli italiani, un’espressione informale, à cui si fa ricorso spesso ma sempre in circostanze familiari o informali, tra amici e conoscenti.

Iniziamo a spiegare le parole e poi il significato della frase.

A seguire vi farò degli esempi di utilizzo ed ogni tanto vi inviterò anche a ripetere qualche frase per attivare anche quel muscolo interessante che si chiama lingua.

Allora iniziamo da “tutto“. Tutto è il contrario di “Niente” quindi indica un insieme completo, o la quantità complessiva di qualcosa. Ad esempio “capire tutto”, che è il contrario di “non capire niente” , o nulla.

La seconda parola è “fa“: è il verbo fare all’indicativo presente, terza persona singolare.

Infine la terza e più importante parola: “brodo“. Brodo si pronuncia con la o aperta.

Ripeti: brodo. Facile da pronunciare.

Il brodo è anche come parola singola quasi mai usata dagli stranieri ma molto spesso dagli italiani.

La parola brodo infatti, che si trova nell’espressione di oggi, “tutto fa brodo” è presente in realtà anche in altre espressioni italiane molto utilizzate come ad esempio:

andare in brodo di giuggiole (che si usa quando si è molto felici)

è un brodo (espressione che si usa per indicare che l’acqua del mare o di una piscina o quella in un qualsiasi contenitore, è molto calda)

Ecco: il calore, cioè l’alta temperatura è una caratteristica importante del brodo perché questo è un termine che nasce in cucina.

Il brodo è una pietanza, un piatto, cioè un alimento, la cui caratteristica è quella di essere composto essenzialmente d’acqua calda.

Ripeti: il brodo è essenzialmente composto d’acqua.

Al ristorante però se chiedete un brodo dovete specificare al cameriere, perché ci sono moltissime varianti diverse. Infatti oltre all’acqua calda si deve aggiungere almeno un altro alimento, qualcosa che insaporisca l’acqua, qualcosa che aggiunga sapore all’acqua calda.

C’è il:
– brodo vegetale
– brodo di pollo
– brodo di carne
– tortellini in brodo
– brodo di tacchino
– canederli in brodo (piatto del nord Italia)
– cappelletti in brodo
– passatelli in brodo
– brodo di pesce

Se usciamo dalla cucina esiste anche il brodo primordiale che non c’entra nulla col cibo ma che ha a che fare con l’origine dell’universo.

Diciamo che dal punto di vista culinario, cioè in cucina, come avete sentito ci sono molti tipi di brodo. Tutte sono pietanze il cui ingrediente fondamentale è l’acqua.

Si prepara facendo bollire nell’acqua un secondo ingrediente, quindi carne, degli ortaggi o anche dei legumi, con l’aggiunta volendo di sale, aromi o spezie. Se l’acqua è poca il brodo si chiama “brodo ristretto“.

Ripeti: il brodo ristretto ha poca acqua

Ma cosa c’entra con l’espressione di oggi?

C’entra invece perché in pratica avete capito che per fare un brodo va bene qualsiasi alimento o quasi. Possiamo dire che, in questo senso, tutto fa brodo, cioè per preparare anzi per fare un brodo va bene tutto: tutto fa brodo.
“Tutto fa brodo” è quindi un’espressione che viene utilizzata spesso in Italia anche al di fuori della cucina ma che origina proprio in cucina.

Ed infatti quando si è in condizioni economiche estremamente negative possiamo dire che “tutto fa brodo”, ovvero che ci si riduce a insaporire l’acqua calda con i più diversi prodotti alimentati, anche ricorrendo a patate o persino bucce di patate, croste di formaggio e cose di questo tipo.

Dunque, “Tutto fa brodo” nasce per indicare una situazione di disagio economico estremo, ma se esco dalla cucina posso usare questa frase anche in altre occasioni, l’importante è che ogni volta si usi quando si ricorre a qualcosa di generico per raggiungere un obiettivo minimo: posso aver bisogno di qualcosa che mi avvicini all’obiettivo, qualcosa che mi aiuti a raggiungerlo, senza badare troppo alla qualità di questo qualcosa.

Facciamo un esempio. Parliamo di furti, quindi di ladri che rubano, che vanno a rubare negli appartamenti.

Capita spesso che dei ladri entrino per rubare in un appartamento ma che non abbiano un obiettivo preciso. Rubano quello che trovano: possono trovare quadri, dei gioielli, tv, ma anche bestiame, attrezzi agricoli. Possiamo dire che per loro tutto fa brodo.

Nel senso che rubano ciò che trovano, senza badare troppo al valore, la cosa importante è dare un senso, un significato al loro tempo impiegato ed anche al rischio che corrono entrando in una casa. Tutto fa brodo, quello che c’è si prendono.

Vi faccio un altro esempio. Ammettiamo di fare un concorso per essere assunto in una azienda. Quindi un concorso lavorativo.

Come tutti i concorsi c’è il relativo bando di concorso, dove ci sono scritti i requisiti che deve avere il candidato, la persona che vuole ottenere quel lavoro.
Senza i requisiti non si può partecipare a questo concorso, e quindi è impossibile ottenere questo posto di lavoro senza requisiti.

Ebbene tra i requisiti potrebbero essere richieste almeno tre pubblicazioni scientifiche ad esempio.

Ebbene, se non è importante la qualità di queste pubblicazioni necessarie, ma ciò che conta è che siano almeno tre, allora anche in questo caso possiamo dire che tutto fa brodo.

Ripeti: tutto fa brodo.

Infatti bastano tre qualsiasi pubblicazioni, di qualiasi tipo. Ok?

Il brodo in questo caso è costituito dalle tre pubblicazioni necessarie. Questo è il nostro obiettivo. Questo è il brodo. Per raggiungere questo obiettivo bastano tre pubblicazioni.

Anche in questo caso vedete che l’obiettivo è generico, ed occorre qualsiasi cosa che abbia certe caratteristiche per raggiungerlo. In tutte queste occasioni potete usare “tutto fa brodo”.

È tutto per oggi, vi lascio alle vostre attività e spero che abbiate ascoltato questa spiegazione utilizzando il vostro tempo morto, come in palestra, lavando i piatti, in autobus mentre si va al lavoro eccetera. Vi ricordate delle sette regole d’oro vero?

Grazie a tutti, anche ai donatori di italiano semplicemente che aiutano a sostenere il sito anche senza usare la pubblicità.

Ho deciso di toglierla dal sito da un paio di mesi perché credo dia fastidio a chi voglia leggere la trascrizione del file audio.

Finché riesco ad aiutarvi senza pubblicità lo faccio sempre volentieri.

Un saluto da Giovanni.

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Buone nuove ma con l’amaro in bocca dalla Germania – episodio di ripasso

Audio

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Trascrizione

Intruduziome di Giovanni

Ulrike: Buongiorno dalla Germania, io sono Ulrike, e oggi voglio raccontarvi un episodio accaduto in Germania, il mio paese, che ci deve far riflettere tutti, a presvindere dalla nazionalità.
Proprio ieri il guidatore di un tir è stato condannato da un tribunale della città di Brandenburgo a 2 anni e 6 mesi di reclusione per il reato di omicidio colposo di due pompieri volontari: una condanna da scontare obbligatoriamente in prigione.
Vi spiego meglio.
Provo a ricapitolarvi brevemente quello che è successo un anno fa sulla A2, non lontano dalla capitale tedesca. Ebbene, dopo uno scontro fra due macchine il guidatore di un furgone è rimasto incastrato nella sua cabina di guida.
Sul posto dell’incidente sono intervenuti, tra le altre forze di soccorso, anche quella di alcuni vigili del fuoco, vigili volontari che provenivano dal paese più vicino al luogo dell’incidente.


A quel punto un tir (quello di cui vi ho parlato prima) è arrivato a tutta velocità proprio al centro della scena del soccorso, tamponando prima una macchina della polizia, poi due altre macchine dei vigili del fuoco, delle quali una si è ribaltata schiacciando i due malaugurati pompieri, strappati dalla vita a solo 38 e 46 anni, che tra l’altro lasciano mogli e figli.
Il giudice si è convinto del fatto che la causa della tragedia sia stata un colpo di sonno del guidatore, cosa senz’altro evitabile perché – così il giudice nella spiegazione orale della sentenza – quando ci si accorge di un aumento della stanchezza si potrebbe *mettersi da parte* in tempo, cioè fare una pausa per evitare il peggio.
Le famiglie delle vittime però, oltre il lutto subito, correvano anche il rischio di *trovarsi in guai* economici perché la legge non prevedeva un risarcimento dei danni subiti durante una manovra di soccorso per i pompieri non professionisti. Quelli volontari appartenevano esattamente a questa categoria.
Ho detto prevedeva però, quindi ho parlato al passato, perché la tragedia in questione, per il suo scalpore, sei mesi dopo ha dato adito ad una modifica legislativa con effetto retroattivo che ha equiparato i pompieri volontari a quelli professionisti.
Colpo di scena dunque!
Erano molti anni in realtà che i vigili del fuoco volontari (quindi non professionisti) provavano a formulare delle richieste per la parificazione con le forze professionali.
Ebbene, come accade sovente, anche loro hanno dovuto prendere atto che solo una tragedia dolorosa come la morte dei loro due colleghi, poteva finalmente dare il l via libera ad un vero cambiamento. Va da sé che questo debba essere reputato da tutti un ennesimo amaro successo.

Conclusione di Giovanni

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Notizie dal Brasile. Episodio di ripasso

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Trascrizione

Rauno: Buongiorno a tutti, io sono Rauno, dalla Finlandia, ed oggi ho il compito di introdurre questo episodio di ripasso. Ripassiamo alcune espressioni italiane che abbiamo spiegato sulle pagine di italiano semplicemente, e lo facciamo ascoltando la voce del nostro corrispondente dal Brasile, Andrè Arena, che ci racconta una notizia interessante. Non è una bella notizia vero Andrè?

Andrè: Buongiorno da Andrè Arena: purtroppo non sono buone per niente le ultime notizie dal Brasile, mio malgrado.
Infatti la triste novità è che arriva in Brasile un nuovo tipo di violenza!
Una violenza che noi brasiliani siamo abituati a guardare solo in TV, come ad esempio l’attentato antisemita a Pittsburgh negli Stati UNITI nell’ottobre scorso.

Se non bastasse, adesso, oltre alla criminalità nata dal crimine organizzato e dal traffico di droghe, ieri pomeriggio, un uomo ha aperto il fuoco nella cattedrale di Campinas, nello stato di São Paulo, uccidendo quattro persone e ferendone altre tre, poi alla fine si è suicidato! Non si sa ancora quale possa essere il motivo della strage, ma certo che a priori era difficile prevedere una simile notizia. Non mi resta che raccontarla a posteriori.
Lo Statuto del Disarmo, una legge brasiliana del 2003, proibisce il porto d’armi da parte di civili ma Jair Bolsonaro, il nuovo presidente, intende eliminare questa norma. Potremmo dire che chi vivrà vedrà. Di fatto non mi sembra una buona notizia a prescindere da questo infausto avvenimento.
Ora mi congedo, ancora una volta con una brutta notizia!
Alla prossima, chissà con qualcosa di gioioso, in stile brasiliano. Quello vero.

Lia: Grazie Andrè, la prossima volta ci darai una buona notizia ed una cattiva notizia che ne dici? Io comunque sono Lia, e sono brasiliana anch’io.

Comunque bravo André hai utilizzato bene quattro espressioni. A priori ed a posteriori, poi hai usato mio malgrado, a prescindere e infine hai usato anche il verbo congedarsi, un verbo riflessivo particolare che abbiamo spiegato nel corso della lezione n. 20 del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

Mi piace molto questa nuova modalità che abbiamo trovato per fare alcuni episodi di ripasso.

Finisce qui questa nuova puntata di “quasi cento secondi con Andrè Arena, grazie ai visitatori e ascoltatori di italiano semplicemente ed ai donatori anche, ai quali sarà dedicato uno dei prossimi episodi. Come facciamo recentemente dedichiamo degli episodi ai donatori parlando del loro paese di provenienza. Nell’episodio che verrà dedicato agli ultimi donatori parleremo del congiuntivo e faremo esempi di utilizzo parlando allo stesso tempo di caratteristiche e curiosità dei paesi dai quali vengono le donazioni.

Non perdete questa puntata perché sarà piena di esempi e molto utile per voi stranieri.

Un saluto dal Brasile.

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A priori e a posteriori

Audio

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon.

 

Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Sono le 14 e 20 venti minuti in Italia e oggi vorrei parlavi di “a priori” e “a posteriori“.

Parlare di queste due espressioni significa parlare del tempo e di come esprimere la successione degli eventi temporali.

Prima e dopo sono due dei modi che si posso usare per descrivere il tempo ed il succedersi degli eventi.

Questi almeno sono le parole che gli stranieri usano maggiormente: prima, opposto a dopo, indica anteriorità nel tempo e si usa per indicare un tempo precedente.

Invece “dopo” ed anche “poi” si usano per indicare un tempo successivo. In realtà prima e dopo si usano anche per indicare anteriorità e posteriorità nello spazio, non solo nel tempo, ma oggi ci occupiamo solamente del tempo.

Se vi dico ad esempio:

E’ nato prima l’uovo o la gallina?

Dopo un attimo di riflessione qualcuno di voi potrebbe dire: è nato prima l’uovo. Poi dall’uovo è nata la prima gallina che quindi è nata dopo.

Altri direbbero: è nata prima la gallina, poi la gallina ha fatto l’uovo, che quindi è nato dopo.

Questo eterno dilemma continua ad essere un mistero, ad ogni modo le espressioni di oggi sono in realtà due locuzioni latine: a priori e a posteriori, che hanno anch’esse a che fare col tempo. Se traduciamo letteralmente queste due locuzioni significano “da ciò che è prima” e “da ciò che viene dopo”.

Non si tratta quindi esattamente di “prima” e “dopo” nel senso che non posso sostituire prima con “a priori” e dopo con “a posteriori”.

Si tratta in realtà di qualcosa di diverso. L’utilizzo di queste due locuzioni risale ai tempi di Aristotele, il famoso filosofo Greco, e venivano utilizzate per contrapporre l’idea della conoscenza da quella dell’esperienza. Viene prima l’esperienza o prima la conoscenza? Se viene prima l’esperienza faccio una deduzione, altrimenti faccio una induzione.

Adesso ve lo spiego meglio. Una deduzione è un ragionamento, che consente di derivare una conseguenza logica da una data premessa: da una verità generale si può ricavare una verità particolare in essa implicita. Da una verità generale si deduce una verità secondaria.

L’induzione è invece il contrario di deduzione. L’induzione è anch’esso un procedimento logico ma il processo è opposto  a quello della deduzione: da un particolare si risale a qualcosa di più generale: da una constatazione di fatti particolari  si risale ad affermazioni generali. Il processo è opposto.

In questi casi si parla a volte anche di congettura (che però ha un accezione negativa), o anche di supposizione.

Ad esempio posso dire: per arrivare alla soluzione bisogna fare un ragionamento induttivo! Bisogna cioè risalire dal basso verso l’alto.

Questa è l’induzione: dal basso verso l’alto. Il procedimento che stiamo facendo, quando facciamo un’induzione, è asserire, affermare qualcosa sulla base di una o più constatazioni, sulla base di qualcosa che è stato constatato, verificato.

La deduzione invece è il contrario.

Quando faccio una deduzione arrivo a una conclusione sulla base di un ragionamento o di un’indagine. Faccio un ragionamento oppure do un mio giudizio partendo da un’esperienza vissuta. In questi casi possiamo anche usare il verbo “desumere” al posto di “dedurre”. Una deduzione quindi avviene a posteriori, dopo aver vissuto un’esperienza.

Quindi adesso è chiaro il legame tra deduzioni, induzioni e “a priori” e “a posteriori”.

Le deduzioni si fanno a posteriori e le induzioni a priori, cioè prima di vivere l’esperienza.

Infatti dicevamo che ai tempi di Aristotele si parlava di esperienza e di conoscenza. Voi direte sicuramente che se io conosco qualcosa vuol dire che ho avuto prima un’esperienza, quindi l’esperienza viene prima e la conoscenza dopo. Prima ho esperienza e poi la conoscenza.

Esempio:

Dalla tua espressione ne deduco che non sei d’accordo con me, giusto?

Vedo la tua espressione e, dopo questa esperienza vissuta, deduco che tu non sei d’accordo con me. Questo ragionamento avviene a posteriori rispetto all’esperienza.

Avete già capito che siamo profondamente immersi in un concetto puramente filosofico, ed io l’ho interpretato in questo modo.

Ad ogni modo non parliamo solo di filosofia: avete capito intanto che in qualche modo stiamo parlando di prima e di dopo: prima l’esperienza e dopo la conoscenza. E’ un concetto abbastanza comune utilizzabile nella vita di tutti i giorni.

Queste due locuzioni infatti si usano normalmente nella lingua italiana e non c’è bisogno di Aristotele per usarle.

Non si tratta certamente di un linguaggio che appartiene a tutti gli italiani però. Almeno la metà degli italiani non usa e non ha mai usato queste due locuzioni, pur conoscendone più o meno il significato.

Vediamo qualche esempio corretto di utilizzo:

Quando ho pensato di spiegarvi queste due locuzioni ho subito capito che si trattava di un’impresa non facile, ma non potevo certamente rinunciare a priori a spiegarvele.

Qual è l’esperienza? L’esperienza consiste nella spiegazione stessa. Provare a dare una spiegazione.

Quello che voglio dire con questa frase è che senza provare a dare una spiegazione, già da prima della spiegazione, non potevo pensare si potesse trattare di un’impresa impossibile. Non potevo dirlo a priori: è vero, ho pensato, è un po’ complicato, ma non posso rinunciare a priori alla spiegazione.

Prima voglio provarci, poi, ma solo a posteriori, potrò dare il mio giudizio finale sulla difficoltà di questa spiegazione. Rinunciare a priori non mi sembra giusto.

Secondo esempio:

Ad oggi l’Associazione Italiano Semplicemente conta 60 membri. Sarà difficile ma non posso escludere a priori che non si arrivi ai 100 membri prima della fine del 2018.

In questo caso l’esperienza è vedere cosa accade da oggi al 31 dicembre.

Quindi quello che voglio dire è che è difficile a priori ipotizzare il numero dei membri alla fine dell’anno, (senza aver vissuto l’esperienza quindi) ma non posso escludere del tutto a priori la possibilità di arrivare a 100 membri al 31 dicembre.

Se succederà, cioè se arriveremo a 100 prima della fine dell’anno mi stupirei e a posteriori cercherei di capire, di spiegarmi cosa ha potuto causare questo aumento molto veloce, cercherei cioè di ricostruire a posteriori le ragioni di questo exploit, di questo successo. Una volta vissuta l’esperienza (cioè a posteriori) sarà mio compito capire le ragioni di ciò.

Un altro esempio:

Un calciatore si infortuna: si fa molto male al ginocchio giocando una partita di calcio, ma i mondiali sono vicini. Come facciamo? Ci sarà il tempo per recuperare la forma fisica? Rischiamo di farlo giocare lo stesso ai mondiali? Potrebbe farsi molto male se non si sarà ripreso del tutto.

Arrivano i mondiali di calcio e alla fine il calciatore gioca e segna 10 gol. La sua squadra vince i mondiali!

Possiamo dire che:

A priori fargli giocare i mondiali sembrava una scelta azzardata, rischiosa, mentre a posteriori la scelta è stata molto azzeccata. Fortunatamente è andata bene, nonostante a priori non potessimo immaginarlo.

Notiamo una cosa: è possibile confondere l’espressione “a prescindere” con “a priori“?

Sicuramente per uno straniero questo è possibile. Questo accade perché anche “a prescindere” si riferisce spesso al tempo ed al futuro, come abbiamo spiegato recentemente in un episodio dedicato questa espressione.

Ma vi invito a notare che “a prescindere” indica maggiormente qualcosa di non importante, e non qualcosa che viene “prima” da un punto di vista temporale.

Ad esempio posso dire che:

Io ti voglio bene a prescindere dal fatto che sei mio figlio oppure no.

Oppure che:

Domani andrò al mare a prescindere dal fatto che pioverà o meno.

Nei due esempi appena visti non posso dire che “ti voglio bene a priori”, perché non stiamo parlando del tempo, infatti non deve accadere nulla, non c’è nulla che deve accadere e che può farmi cambiare idea sul mio sentimento. Quello che voglio dire quando dico che “ti voglio bene a prescindere” è che non mi importa se sei mio figlio o se non lo sei.

Se invece dicessi: “ti voglio bene a priori” oppure  “a priori ti voglio bene” questa frase potrebbe venire interpretata come un sentimento che potrebbe cambiare se scoprissi che non sei mio figlio! In questo caso (usando a priori) voglio sottolineare che il tempo è importante, quando invece con “a prescindere” sto dicendo che non mi interessa la nostra parentela: non faccio riferimento al tempo.

Analogamente, se io domani andrò al mare a prescindere dalle condizioni meteo, ci andrò comunque, non mi interessa delle condizioni del tempo. Invece non posso dire:

A priori, domani andrò al mare comunque.

Non posso dirlo perché “a priori” non esprime un’indifferenza verso le condizioni meteo, anzi, esprime un’idea che io ho sul futuro e in base a quell’idea io esprimo un parere.

Un altro modo di esprimere un concetto simile è precedentemente e successivamente.

Questi due avverbi come prima e dopo (o poi) si usano ugualmente per descrivere gli eventi nel tempo e si riferiscono a qualcosa che avviene in precedenza, prima, cioè anteriormente nel tempo oppure dopo, cioè poi, successivamente, in un secondo momento.

Però questi due avverbi si usano innanzitutto maggiormente quando si parla del passato e non del futuro, e più precisamente quando mi trovo a descrivere una situazione e la devo collocare temporalmente prima o dopo un certo fatto o evento. Inoltre sono termini meno generici di prima e dopo, che si usano anche per lo spazio e non solo per il tempo.

Posso anche usare precedentemente e successivamente al presente e al futuro comunque, ma non sto esprimendo una preferenza tra un’esperienza e una conoscenza. Sto semplicemente descrivendo dei passaggi temporali partendo da un evento dato. Ho un punto di riferimento preciso.

Ad esempio:

Io dal 2015 mi occupo di Italiano Semplicemente. Precedentemente non esisteva italianosemplicemente.com. 

Ho gestito altri siti in passato, ma Italiano Semplicemente è nato solo successivamente a queste precedenti esperienze.

Non so dirvi oggi quando il sito smetterà di esistere. Non posso dirlo a priori. Anche perché ad oggi non riesco ad immaginare i motivi di una interruzione delle attività del sito.

Prima che io vi annoi comunque è meglio fare un esercizio di ripetizione e solo successivamente decretare la fine dell’episodio.

A priori

A posteriori

Ragionamento induttivo

Ragionamento deduttivo

A priori non riesco a fare previsioni

A posteriori potrò darti un mio giudizio

A priori giocare i mondiali sembra una scelta azzardata

A posteriori possiamo dire di aver fatto bene!

Ciao ragazzi vi aspetto al prossimo episodio di italianoSemplicemente.com, grazie a tutti per l’ascolto.

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La Costituzione Italiana (livello Principianti)

Prima lezione disponibile per tutti. Tutti i restanti articoli de “La Costituzione italiana” saranno a disposizione dei soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Audio (Articolo 1)

Vai all’articolo 2

Trascrizione

art_1

Giovanni: La Costituzione Italiana – Principi fondamentali – Articolo 1:
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Questo è un principio fondamentale?

Sì, questo è un principio fondamentale?

È un principio importante?

Assolutamente sì, è un principio importante, importantissimo: è un principio fondamentale.

Cos’è l’Italia?

L’Italia è una Repubblica democratica.

L’Italia è una Repubblica?

Sì, l’Italia è una Repubblica.

L’Italia è una monarchia?

No, non è una monarchia. L’Italia è una Repubblica.

In Italia c’è il re?

No, in Italia non c’è il re.

In Italia c’è la regina?

No, non c’è neanche la regina.

Perché in Italia non ci sono né il re né la Regina?

Perché l’Italia è una Repubblica, non una Monarchia.

L’Italia è un paese Repubblicano? O monarchico?

È un paese Repubblicano, non monarchico. L’Italia è un paese Repubblicano.

Che tipo di Repubblica è l’Italia?

Democratica. L’Italia è una Repubblica democratica.

Esiste la democrazia in Italia?

Sì, in Italia esiste la democrazia.

Perché?

Perché l’Italia è una Repubblica democratica.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Su cosa è fondata la Repubblica Italiana?

Sul lavoro. La Repubblica italiana è fondata sul lavoro.

Qual è la cosa più importante secondo la Repubblica Italiana?

Il lavoro. La cosa più importante secondo la Repubblica Italiana è il lavoro.

La Repubblica Italiana è costruita sul lavoro?

Sì, esatto, la Repubblica Italiana è costruita sul lavoro.

È fondata sull’amore la Repubblica Italiana?

No, non sull’amore ma sul lavoro.

Il lavoro rappresenta le fondamenta di cosa?

Della Repubblica italiana. Il lavoro rappresenta le fondamenta della Repubblica italiana.

Il lavoro è alla base della monarchia?

No, il lavoro non è alla base della monarchia ma della Repubblica italiana.

Cosa c’è alla base della Repubblica italiana?

Il lavoro. Il lavoro è alla base della Repubblica italiana.

Perché?

Perché la Repubblica italiana è fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

A chi appartiene la sovranità?

Al popolo. La sovranità appartiene al popolo.

Appartiene a me la sovranità dell’Italia?

No, non a me ma al popolo.

A chi appartiene la sovranità nella Repubblica italiana?

Al popolo. È al popolo che appartiene la sovranità.

Il popolo è sovrano?

Sì, il popolo è sovrano.

Perché? Perché il popolo è sovrano?

Perché l’Italia è una Repubblica.

Chi è il titolare della sovranità nella Repubblica?

Il popolo.

A chi appartiene la sovranità nella monarchia?

Al re. Appartiene al re la sovranità nella monarchia.

E nella Repubblica? A chi appartiene nella Repubblica?

Nella Repubblica appartiene al popolo.

Cosa esercita il popolo nella Repubblica italiana?

La sovranità. Il popolo esercita la sovranità nella Repubblica italiana.

Nella Repubblica italiana c’è la sovranità popolare?

Esattamente. Nella Repubblica italiana c’è la sovranità popolare.

Cosa viene esercitato dal popolo?

La sovranità. È la sovranità che viene esercitata dal popolo.

A chi appartiene l’esercizio della sovranità?

Al popolo. L’esercizio della sovranità appartiene al popolo.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Come viene esercitata la sovranità popolare?

Nelle forme e nei limiti della Costituzione.

L’esercizio della sovranità popolare come avviene?

L’esercizio della sovranità popolare avviene nelle forme e nei limiti della Costituzione.

In quale modo il popolo esercita la sovranità popolare?

Nelle forme e nei limiti della Costituzione

La Costituzione va rispettata dal popolo?

Certamente. La Costituzione va rispettata.

Come va rispettata? Completamente? In tutte le sue forme e i tutti i suoi limiti?

Sì, La Costituzione va rispettata completamente, cioè in tutte le sue forme e in tutti i suoi limiti.

Chi deve rispettare la Costituzione?

Il popolo. Il popolo deve rispettarla.

Nelle forme di cosa Il popolo deve rispettarla?

Nelle forme della Costituzione.

E nei limiti di cosa?

Nei limiti della Costituzione.

La Costituzione fissa dei limiti e delle forme da rispettare?

Certo, la Costituzione fissa dei limiti e delle forme che vanno rispettate.

La Costituzione italiana fissa limiti e forme che vanno rispettati nell’esercizio della sovranità popolare da parte del popolo? È così?

Certamente. È proprio così!

È Il popolo che fissa i limiti e le forme da rispettare? È il popolo a fissarli? È così?

No, non è così! Non è il popolo ma la Costituzione a fissare i limiti e le forme. Non è il popolo a fissarli, ma è la Costituzione a fissarli.
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.


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Consigli utili per fare una buona presentazione in pubblico

Audio

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Trascrizione

Introduzione di Giovanni

Buongiorno a tutti.
Oggi vorrei provare ad usare alcuni dei verbi professionali del corso e le frasi ideomatiche adatte per descrivere qualche nuova idea in una presentazione. Immaginiamo di aver gia fatto una introduzione e che gli ascoltatori abbiano anche capito quali saranno i punti salienti e più importanti per loro e che abbiano ben capito anche la struttura ed i tempi della presentazione.
Molto spesso chi presenta inizia subito la presentazione con il primo punto della scaletta. Secondo me, non è detto che questa sia sempre la strategia migliore. Mi spiego meglio.
Ritengo che prima di iniziare il discorso principale sia molto utile concedere la parola alla platea.

Ritengo sia sufficiente chirdere ai partecipanti di presentarsi ed esprimere le loro aspettative sulla presentazione. In questo modo gli obiettivi di ogni partecipante saranno più chiari e la presentazoiine sarà sicuramente orientata su dei binari più confacenti alle aspettative della platea. Anche chi presenta ha bisogno di essere orientato.
Se la presentazione non è così lunga, a volte serve fermarsi un attimo e porre la propria mente alle osservazioni importanti del pubblico. E’ molto probabile che già dopo l’introduzione sia ben chiaro chi, tra il pubblico partecipante sarà tra le persone più e meno entusiaste e partecipative delle altre.
Un relatore con una certa esperienza è in grado di identificare subito le persone più attente, quelle che faranno domande e anche quelle su cui si potrà contare nel caso di bisogno: si tratta di leggere alcuni segni non verbali del loro coinvolgemento, ad esempio se rivolgono tutta la loro attenzione a chi presenta.
Durante la presentazione il loro apporto potrebbe essere molto gradito.

Ad esempio, se chi presenta dovesse chiedere un parere su un argomento, loro sarebbero i primi ad avviare una discussione costruttiva.
Un’altra categoria ben definita di partecipanti sono coloro chi ci aiutano a raggiungere più facilmente l’obiettivo della nostra presentazione.

Queste persone sono quelle che con i loro interventi dimostrano d’essere più informati degli altri, e questo può avvalorare gli assunti esposti durante la presentazione qualora incontrino il loro consenso.
Anche quando si espongono delle difficoltà o dei punti critici, il loro contributo può essere importante in termini di delucidazioni aggiuntive.
In conclusione vorrei anche condividere con voi un problema abbastanza frequente nel. Corso di seminari, incontri e tavole rotonde. Mi riferisco all’eventualità improvvisa di dover ridurre la presentazione all’ultimo momento e dover quindi raccontarla per sommi capi.

Se colui che presenta possiede abbastanza esperienza nei discorsi pubblici, sa certamente dove andare a parare, ma
Accade spesso che quando le presentazioni si susseguono una dietro l’altra, ci possono essere ritardi non programmati. Questo è una eventualità alla quale occorre prepararsi in anticipo, ma se avete bene in mente la gerarchia dei contenuti, potete anzi dovete saltare qualche parte della presentazione. Ad onor del vero sarebbe ancor meglio valutare se sia il caso di lasciare anche il tempo per rispondere alle domande dopo una breve presentazione. E non abbiate paura che una domanda pericolosa possa capitarvi tra capo e collo all’improvviso. Può capitare e non c’è nulla di strano.

Tenete presente che una domanda di questo tipo, sebbene possa mettervi in difficoltà, può risvegliare l’attenzione del pubblico. Valutate questo fatto con attenzione e vedrete che anche questa può essere un’occasione per voi.

Poi non è mica possibile sapere tutte le risposte.
Fatevene una ragione e prendetela con filosofia. Questo atteggiamento gioverà molto alla vostra tranquillità.

Conclusione di Giovanni

Vita da cani – episodio di ripasso

Audio

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Trascrizione

Introduzione di Giovanni.

André Arena: Buon giorno da André Arena da Brasile. Qual è l’estremo dell’imbecillità dell’essere umano? In Brasile, il personale di sicurezza di un negozio di una grande catena internazionale di supermercati, è accusato di aver ferito e ucciso un cane. Le immagini disponibili, pubblicate *su Facebook* mostrano l’animale con le zampe posteriori ferite e segni di sangue sul pavimento. Qualche giorno fa, il cane veniva addirittura nutrito da alcuni collaboratori del supermercato, ma la squadra di sicurezza dell’esercizio commerciale è stata informata di una visita prevista nel negozio da parte del direttore. Pare che al personale di sicurezza sia stato stato chiesto di fare una “pulizia” del luogo e, in conseguenza si ciò, vuoi per essere sicuri di aver capito bene il concetto di pulizia, vuoi per non avere preoccupazioni, povero animale sia stato bastonato senza pietà fino alla morte.
La legge brasiliana sui reatiambientali considera un crimine la pratica di abuso, maltrattamento, ferimento o mutilazione di animali e può portare ad una pena detentiva da tre mesi ad un anno, oltre che a una bella multa salata.
Speriamo veramente che sia applicata, a prescindere da chi commetta il crimine. Se andrà come deve andare, male che va I colpevoli si faranno tre mesi in gattabuia.

Chiusura di Giovanni

André Arena, Il corrispondente dal Brasile di Italiano Semplicemente

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Macché

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente, un episodio veloce oggi per spiegare una parolina: “macché”.

Mi voglio ricollegare all’episodio in cui è stata spiegata l’espressione “ma di che!” che come abbiamo visto ha più di un significato e utilizzo. Molto simile è l’espressione (composta da una singola parola): macché!

Macché è una opposizione a qualcosa, esprime una negazione.

Abbiamo visto che “ma di che” – per chi non ricorda vi invito a leggere l’episodio – si può usare anche per esprimere una forte negazione.

Ma quali sono allora le differenze con macché?

Iniziamo da una puntualizzazione.

Macché deriva da “ma che“, due parole separate, che però si usano insieme (senza attaccarle) in frasi interrogative.

Ma che (parole staccate) quindi si usa diversamente da macché.

Ma che stai dicendo?

Ma che stai scherzando?

Ma che dici, davvero?

Si tratta di frasi interrogative che esprimono anche uno stupore, una incredulità ed inoltre si tratta di vere domande.

Macché invece, con due “c” e con l’accento acuto sulla e, si usa per negare, come si è detto. Non è un semplice no, ma un no più convinto, equivale a “proprio no!“, “neanche per idea“, neppure per idea“, “ma no!, cosa dici“.

La differenza rispetto a “ma di che” è che “ma di che” si utilizza per affermare la propria opinione, si usa per rimarcare la contrapposizione tra due idee: tu hai un’idea e qualcuno ne ha un’altra, allora alzando la voce dico: “ma di che!” (cioè ma di che stai parlando?) una domanda che diventa una esclamazione come abbiamo visto.

Macchè invece si usa prevalentemente per dire qualcosa che non è una opinione, ma una verità assoluta. Solitamente si usa quando si parla del passato, per smentire seccamente qualcosa, per dare un’informazione più che un’opinione.

Alcune volte il confine tra macché e “ma di che” è molto sottile, ma nel caso di opinioni è più facile trovare “ma di che” mentre nel caso di informazioni è più facile trovare macché.

Perché la linea è sottile? Perché a volte può crearsi il dubbio su quale delle due espressioni usare?

Il motivo è che anche macché, come “ma di che”, ha un contenuto emotivo. In entrambe le espressioni chi parla non solo comunica un’informazione o un’opinione, ma anche un’emozione. Ci sono dei casi in cui è possibile avere il dubbio su quale usare, mentre in altri casi meno. Quando non si tratta di un’opinione, non abbiamo nessun dubbio: usiamo macché, che comunica sempre una contrarietà, una sensazione di opposizione all’argomento, alla frase che si sta negando. Spesso si esprime anche dispiacere o rammarico, o rassegnazione.

Domanda: E’ arrivata la lettera?

Risposta: macché!

La lettera non è arrivata e questo non mi rende felice. Non è una bella notizia. Non è un’opinione la mia, ma è un fatto concreto che la lettera non è arrivata. Avrei voluto che fosse arrivata, speravo, ma purtroppo non lo è. Vediamo quando si può creare il dubbio:

Mamma ha detto che la lettera è arrivata!

Risposta: macché!

In questo caso la risposta è sia un’opinione (infatti mamma ha una diversa opinione dalla mia) sia una negazione convinta. In questo caso avremmo potuto dire anche “neanche per idea!, “non è vero!“, oppure “ma di che“, sebbene forse quest’ultima è un po’ esagerata in questo caso. Non c’è uno scontro diretto tra due opinioni infatti. Un altro esempio:

Secondo me Giovanni è stanco di fare episodi per Italiano Semplicemente!

Macché stanco, lui è un vulcano inesauribile di idee ed è anche molto motivato, come ti viene in mente?

In questo caso lo stesso è una opinione, ma possiamo usare “macché”, perché come prima non è uno scontro diretto con chi parla, e poi si esprime comunque una forte convinzione. Infine possiamo aggiungere “stanco”, possiamo dire: “macché stanco“, sottolineando la cosa che stiamo negando. Questo non possiamo farlo con “ma di che”, che invece sottolinea di più la contrapposizione, e direi meno il convincimento.

Macché in generale si utilizza di più per parlare di fatti, di cose accadute, e questo lo rende più convincente.

Notate che quando si tratta di eventi passati e stiamo dando un’informazione, come abbiamo detto con “macché” vogliamo comunicare a volte un dispiacere, altre volte una contrarietà, altre un’emozione contrastante con questa verità. Invece quando usiamo “macché” per esprimere un’opinione (in uno dei casi in cui potremmo usare anche “ma di che”) sottolineiamo la negazione e non il dispiacere, l’enfasi in questo caso è sul negare quanto abbiamo sentito (macché stanco!) e non sul comunicare dispiacere o rammarico ad esempio.

Facciamo alcuni esempi (ripetete le risposta):

Hai superato l’esame oggi?

Macché! era molto complicato, dovrò riprovare tra due mesi

Oppure:

Come sta la zia? So che che sei andato a trovarla. Sta meglio dopo l’incidente che ha avuto?

Macché, non sta per niente meglio purtroppo!

Oppure:

Come mai hai quest’aria sognante? Secondo me sei innamorato di Maria!

Macché innamorato, stavo pensando alla partita di calcetto di stasera!

Oppure:

Hai visto che la Roma affronterà il Real Madrid in finale? Vincerà la Roma secondo te?

Macché, faremo l’ennesima figuraccia, vedrai!

Quindi ricapitolando: macché esprime una forte negazione e si può usare in due casi: o per negare un avvenimento, qualora qualcuno ci faccia una domanda e noi dobbiamo rispondere negativamente con contrarietà, dispiacere, rassegnazione o rammarico, oppure quando si utilizza per dare un’opinione, analogamente a “ma di che“, ma quando il confine tra l’opinione e l’informazione è sottile, oppure quando la circostanza non è così oppositiva tra due opinioni diverse da giustificare l’utilizzo di “ma di che”, che infatti è molto forte, spesso anche segno di maleducazione. “Macchè” in questi casi è una risposta anche più convinta, equivale a “no, credimi!“, “sei fuori strada“, e frasi di questo tipo. Anche macché, questo è importante dirlo, è una espressione informale.

In contesti formali potreste dire:

Non direi, piuttosto credo sia vero il contrario!

Non mi sento di sottoscriverlo, tutt’altro direi!

Questo non corrisponde alla verità!

Infine come abbiamo detto “macché” consente di aggiungere qualcosa dopo, cioè ciò che si sta negando: macché stanco, macché allegro, eccetera.

A proposito di contesti formali, nel corso di Italiano Professionale è prevista una lezione interamente dedicata a come esprimere assenso e dissenso (cioè accordi e disaccordi) in contesti lavorativi. Se siete interessati potete fare richiesta di adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Un saluto a tutti da Giovanni ed alla prossima

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Ma di che!

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com oggi è lunedì e come tutti i lunedì vi spiego una espressione tutta italiana. L’espressione di oggi è “ma di che!“.

Siamo nell’ambito della comunicazione informale, del linguaggio di tutti i giorni, ed in questo caso si tratta anche di una esclamazione.

Ma di che!

Sì scrive col punto esclamativo come tutte le esclamazioni.

Andrè: scusa, ma di che si tratta?

Bravo, bella domanda Andrè. Ma di che si tratta? Non è questo però il modo di usare l’espressione di cui voglio parlarvi oggi. Per come hai usato tu le parole “ma di che” non si tratta di una vera “espressione”, di un’esclamazione. Infatti la congiunzione “ma” ha un significato diverso. Nel tuo caso “ma” indica incertezza, dubbio, indica una richiesta di chiarimento da parte mia.  “Ma” può anche essere usata però per fare un’obiezione:

Ad esempio abbiamo fissato un appuntamento per oggi pomeriggio ed io ti dico: ci vediamo domani allora?

Tu potresti rispondermi: ma l’appuntamento non era per domani?

Oppure semplicemente:

Ma che stai dicendo?

Sì può usare in diverse modi quindi.

L’espressione di oggi poi, (ma di che!) intesa come esclamazione, si può usare in particolare in due occasioni e modi totalmente opposti tra loro.

L’episodio di oggi, è bene sottolinearlo, è utile per fare un approfondimento su alcuni aggettivi, usati per descrivere uno stato d’animo particolare. Uno “stato d’animo” indica come ci sentiamo in quel momento, indica il nostro “stato” nel nostro animo: tristezza, felicità, eccetera. Vedremo tra poco di quale stato d’animo stiamo parlando.

Vediamo comunque quali sono le due modalità opposte di usare questa frase come esclamazione:

Nel primo caso si tratta di una forma di gentilezza e nel secondo caso di un segnale di eccessiva confidenza, spesso anche di maleducazione.

Vediamo prima il caso della gentilezza.

Sapete che quando qualcuno vi ringrazia, vi porge i suoi ringraziamenti, voi potete rispondere in diversi modi: prego, figurati, non preoccuparti, non c’è problema, che sarà mai, oppure se si dà del lei: si figuri, non si preoccupi.

Volendo quando una persona vi ringrazia potete anche dire:

di che!

È un modo per sottolineare che la cortesia fatta non è costata fatica, ed è un gesto di cortesia, di educazione.

Una forma analoga è:

e di che?

Stesso significato ma volendo anche con la forma interrogativa. Ovviamente pur essendo sotto forma di domanda, non è una vera domanda.

Oppure ancora:

Ma di che!

Questa forma (con ma) sottolinea ancora di più che non c’è da ringraziare, che il favore fatto è poca cosa, poco importante. Aggiungere “ma” dà all’esclamazione un tono di protesta, una protesta “gentile” comunque che ha come fine non mettere in imbarazzo la persona, non farla sentire in debito, cioè come se dovesse restituire il favore.

Sono possibili anche forme combinate:

Ma di che, figurati, per così poco!

Ok? Quando diciamo “di che” è come se la frase fosse stata abbreviata, accorciata. Come dire:

Ma di che/cosa mi stai ringraziando?

La frase “ma di che” è equivalente a “ma di cosa“: “cosa” al posto di “che” è meno informale. Potete usarla anche con persone che non conoscete. Anche in occasioni importanti, senza problemi.

Usare “che” invece è un pochino più di uso familiare.

Dicendo quindi “ma di che” intendiamo dire: perché mi ringrazi? Di cosa mi ringrazi, di che mi ringrazi? La parola “ma” ha come abbiamo detto solo un senso di dare enfasi, serve solamente per dare più forza alla frase, ed allo stesso tempo c’è una obiezione “gentile”, come abbiamo sottolineato prima.

Passiamo invece alla seconda circostanza, quando l’espressione “ma di che” è invece segno di maleducazione.

Questa espressione la potete sentir utilizzare dagli italiani quando si vuole dire una cosa abbastanza simile:

Cosa stai dicendo?

Il significato però non è quello di chiedere una spiegazione. Non è quello di mettere a proprio agio la persona, non c’è nessuna obiezione “gentile”. Stavolta l’obiezione è una forte obiezione, c’è adesso una ricerca dello scontro.

Ancora una volta non si tratta di una domanda, ma di una esclamazione.

Può anche significare semplicemente:

No!

Ma generalmente qualcosa di simile ma non esattamente un no!

Qualcosa più simile a:

Che stai dicendo? Ciò che dici è falso, ciò che dici è assurdo, quello che stai dicendo non è la verità, oppure: non è come pensi tu, stai veramente lontano dalla realtà dei fatti. E’ una obiezione vera e proprio, si vuole contrapporre la propria opinione an quella dell’altro, cercando di far prevalere la propria in modo arrogante e anche presuntuoso a volte.

Sono veramente tante le circostanze in cui possiamo usare una frase oppositiva di questo genere, anche se spesso (quasi sempre) non esiste una vera necessità di essere arroganti e maleducati.

In tutti questi casi stiamo discutendo con una persona, ciascuno dice la sua opinione a proposito di un qualsiasi argomento. Se io non sono d’accordo posso esprimere il mio dissenso in moltissimi modi diversi. L’espressione che decido di utilizzare per rispondere dipende da ciò che per me è più importante comunicare in quel momento.

Spesso le espressioni che si usano sono quelle che sono allo stesso tempo brevi ed insieme ricche di significato.

Se dovessimo sostituire una risposta di questo tipo (ma di che!) con un’altra dovremmo fare discorsi più lunghi, spiegare bene, stare attenti anche alle parole che usiamo. Ma quando siamo arrabbiati non abbiamo né tempo né bisogno, né voglia di farlo. Ci serve qualcosa di veloce, che arriva subito all’orecchio e magari accompagnare il tutto con un gesto.

Facciamo un esempio:

Arrivate a Roma con la vostra macchina e cercate un parcheggio perché volete visitare il Colosseo.

Sapete che non è facile parcheggiare a Roma. Vedete però un parcheggio libero, state per entrare ma subito viene velocemente occupato da un’altra automobile. Allora tutto arrabbiato scendete dalla vostra auto e dite: quel parcheggio era mio, stavo parcheggiando io!

E il guidatore dell’altra automobile vi risponde:

Ma di che! Il parcheggio era libero!

Ecco, questo tipo di risposta può capitare spesso. E’ come dire: “di che stai parlando?” “non è vero!“. Risposte simili sarebbero:

  • Non è affatto vero!
  • Cosa stai dicendo?
  • Sei pazzo?
  • Ti rendi conto di cosa stai dicendo?

A Roma, è bene puntualizzarlo, potreste ascoltare anche:

Ma de che!

Con “de” e non “di”. La pronuncia tipica dei romani si legge poi in un modo particolare: “madde che!”.

E’ una risposta sgarbata comunque, non è un semplice:

Scusi, credo che lei si sbagli!

Questa risposta, molto più educata direi, benché equivalente dal punto di vista del messaggio di fondo, non è equivalente dal punto di vista complessivo del messaggio che viene trasmesso. In “ma di che” c’è più convinzione, più trasporto emotivo, ma anche più maleducazione. C’è nervosismo anche (a Roma, soprattutto gli automobilisti sono molto nervosi), non c’è rispetto per l’altro, non c’è la voglia di ascoltare le ragioni altrui, ma c’è invece voglia di discutere, e a volte di litigare. Raramente anche quella di arrivare alle mani!

Questo tipo di frase: “ma di che!” si pronuncia spesso con un tono arrabbiato, e come dicevo spesso accompagnato da un gesto di stizza, come a rimarcare, come a sottolineare ancora di più la contrapposizione tra le due opinioni, i due punti di vista.

Un “gesto di stizza” è un movimento (in questo caso fatto con la mano) che esprime una arrabbiatura, una collera, una irritazione, una stizza appunto; una collera non violenta ma improvvisa e scontrosa, che nasce da un sentimento di scontentezza, di contrarietà, di fastidio. Un gesto di stizza è un gesto stizzito (si dice anche così) e le stesse persone che fanno un gesto di stizza possiamo dire che sono persone stizzite (attenzione alla pronuncia di “stizza” e “stizzito“, la zeta è sorda, come “pazzo“, e non come pranzo o razzo.

Questo aggettivo si usa per indicare che una persona è vivamente irritata, per qualcosa che l’ha infastidita o contrariata (non cose gravi). si dice anche che la persona è risentita, seccata.

Il gesto di stizza che accompagna questa espressione lo potete vedere sul sito italianosemplicemente.com, all’interno dell’episodio dedicato a questa espressione. Si tratta di un movimento con la mano, che gli italiani usano qualche volta per comunicare questo tipo di sentimenti.

Bene ragazzi, l’episodio finisce qui, avete visto che lo stato d’animo di cui parlavamo all’inizio dell’episodio è descrivibile in moltissimi modi diversi: collera, irritazione, contrarietà, fastidio, risentimento.

Un piccolo esercizio di ripetizione ora. Riprendiamo l’esempio del parcheggio e vediamo modalità gentili contrapposte ad una frase maleducata di rispondere. Usate la frase di oggi per rispondere alla mia richiesta:

Scusi signore, credo che lei si sia confuso. Risposta: Ma di che!

Mi perdoni, le faccio notare che c’ero prima io! Risposta: Ma di che!

Chiedo scusa signore, forse lei era distratto, ma il posto in cui si è appena messo ci stavo parcheggiando io. Risposta: Ma di che!

Chiedo scusa signore, forse lei era distratto, ma il posto che lei ha appena occupato era riservato a me. Risposta: Ma di che!

Grazie a tutti per l’ascolto, grazie ai visitatori e ai donatori che permettono di sostenere Italiano Semplicemente e di non avere neanche la pubblicità sul sito. Questa è una grande cosa!

Alla fine di ogni mese decido se mettere o togliere la pubblicità per il mese successivo ed anche per il mese di dicembre ce l’abbiamo fatta! (vedi grafico donazioni)

Ho ringraziato tra l’altro i donatori con degli episodi ad hoc, è una cosa anche divertente da fare!

Un caro saluto da Roma. Io fortunatamente vengo al lavoro con lo scooter…

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