449 Se tanto mi dà tanto

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Ecco una bella espressione che potete utilizzare ogni volta che volete fare una deduzione logica.

Quando accade qualcosa e, come conseguenza, vi aspettate una risposta, una reazione o un fatto più o meno logico che debba accadere – almeno secondo voi – potete usare “se tanto mi dà tanto”.

Es: continuiamo a inquinare la terra con la plastica. Se tanto mi dà tanto, tra 100 anni dovremo trovare un altro pianeta su cui abitare.

Si tratta quindi di una deduzione, si tratta di immaginare un prevedibile sviluppo di un fatto reale: l’inquinamento in questo caso.

Potremmo anche dire:

Se accade ciò che penso…

Se la logica non mi inganna…

Se le cose vanno avanti così…

In base alla logica o alla nostra esperienza passata, allora crediamo di sapere cosa accadrà adesso.

Vediamo un altro esempio:

Ogni volta che Italiano Semplicemente pubblica un nuovo episodio, mi sento più sicuro. Se tanto mi dà tanto, nel giro di sei o sette mesi saprò usare almeno 200 nuove espressioni italiane!!

Irina: esatto! E questo grazie ai ripassi con i fiocchi che facciamo tutti i giorni.

Bogusia: io vorrei sapere quale sarà il prossimo episodio invece. Starò sulle spine fino a domani.

Olga: scusate ma tenete conto che io, in quanto arrivata da poco tempo nell’associazione, ancora ho molti episodi passati da ascoltare.

Ulrike: non preoccuparti, puoi anche iniziare dall’episodio di oggi e poi vedere solamente quelli che di volta in volta ripassiamo. Così sarà più facile.

Anthony: infatti. Bisogna consentire alla mente di assorbire gli episodi un po’ alla volta, senza dar fondo a tutte le tue energie.

Flora: vedrai che tra un paio di mesi ti sentirai a cavallo!

448 Tener conto

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Il verbo tenere è molto usato nelle locuzioni e nelle espressioni, anche idiomatiche, italiane.

Uno dei modi di usare il verbo tenere è “tener conto“.

Potremmo dire che questa locuzione è assolutamente equivalente a “considerare” o anche “tenere in considerazione“.

Il verbo tenere quindi viene usato per esprimere, in questo caso, qualcosa da non lasciare, ma non nel senso materiale. Qualcosa da non trascurare, da non dimenticare.

C’è quindi qualcosa di importante che va considerato, proprio perché è importante.

Nel linguaggio informale normalmente quando si vuole evidenziare questo si usano anche altre modalità.

Ad esempio:

Andiamo al cinema? Ti passo a prendere alle otto questa sera.

Ok, ma guarda che viene anche Giovanni.

Guarda che” è una delle forme equivalenti. Molto informale ma molto usata come modalità.

Potrei dire:

Tieni conto che viene anche Giovanni.

Prendi in considerazione che viene anche Giovanni.

Considera che viene anche Giovanni.

In aggiunta a “che” si usa, ma è un pochino meno informale, anche il termine “fatto”.

Tieni conto anche del fatto che viene anche Giovanni.

Prendi in considerazione il fatto che viene anche Giovanni.

Considera anche il fatto che viene anche Giovanni.

Tener conto si usa anche per sottolineare qualcosa su cui riflettere, qualcosa che merita attenzione, una circostanza che bisogna valutare attentamente.

In questi casi, più formalmente, si può usare “tenere in debita considerazione“, o “fare la debita valutazione” o “tenere nel debito conto” una circostanza, un fatto o qualunque cosa che meriti attenzione. Aggiungere l’aggettivo “debita” o “debito” sottolinea l’importanza dell’aspetto da considerare. La debita attenzione è l’attenzione che merita.

Se vi state chiedendo il perché si utilizzi il termine conto, non dimenticate, tenete conto che contare significa anche “avere importanza”.

Inoltre il conto è anche un’operazione matematica, come il conto del ristorante, cioè la somma da pagare per ciò che si è mangiato.

Quando si fa un conto, non bisogna dimenticare nulla, o meglio, bisogna tener conto di tutto ciò che va conteggiato, considerato.

Se non lo fai, non ne stai tenendo conto.
Che ne dite adesso facciamo altri esempi?

Hartmut: tieni conto del fatto che hai già superato i due minuti. Lo farai a tempo debito magari in altri episodi.

Mariana: sarebbe un peccato se dimentichiamo di tenere nel debito conto l’importanza della durata.

Olga: Ciao amici, mi consentite solo una domanda?

Emma: Beh, caschi male, perché da più di un’ora mi sto a scervellare preparando un ripasso e adesso che finalmente sono a cavallo devo continuare.

Ulrike: Come sarebbe a dire caschi male, siamo tanti qui, qualcuno sarà disposto a ritagliarsi del tempo per una risposta. Vai Olga

Olga: Allora, sicuramente avrete presente che Giovanni ci spedisce ogni giorno un nuovo episodio, a volte anche due. Mi sento in debito con lui, di volta in volta di più. In che modo potrei dargli il meritato plauso?

Bogusia: Macché, non preoccuparti troppo, tanto è risaputo che lui si diverte e poi ci ha chiamato in causa lui, ossia è lui che ha voluto la bicicletta e adesso …

Sofie: pure io penso che il presidente non voglia batter cassa, purché partecipiamo e diciamo grazie anche attraverso i nostri progressi. Benché, a pensarci bene, ogni tanto una donazione dovrebbe essere benaccetta.

Cambiare i connotati

Cambiare i connotati

Cambiare i connotati e il verbo connotare Buongiorno da Giovanni.

Sapete cosa sono i connotati?

Sono i nostri tratti del volto, le caratteristiche del nostro viso, ciò che ci contraddistingue, ciò che ci rende unici e riconoscibili.

Oggi però molte persone preferiscono cambiare i propri connotati, rifacendosi le labbra, gli zigomi, il naso, il mento eccetera. Rifarsi i connotati quindi è esattamente come cambiarsi i connotati. 

Questo significa cambiare i connotati in senso proprio, ma, come avrete immaginato, la frase ha anche un senso figurato.

Se dichiarate che volete cambiare i connotati di un’altra persona, non significa che siete un chirurgo estetico,  ma che lo volete picchiare, che la volete malmenare fino a cambiargli il volto, fino a deformargli il volto, fino a renderlo irriconoscibile.

I connotati sono quindi i tratti distintivi del viso. Si potrebbe dire, state attenti, che i connotati ci connotano, cioè connotano noi, perché ognuno di noi ha i propri connotati.

Infatti esiste anche il verbo connotare.

Un verbo abbastanza professionale o formale se vogliamo, e ha un significato simile a associare ad un nome o a un significato, quindi simile al senso dei connotati, che identificano una persona.

Es: Quale caratteristica connota maggiormente gli italiani? Forse il fatto di gesticolare? Forse la simpatia?  Forse lo stile?

Come avreste espresso questa frase prima di conoscere il verbo connotare? Forse usando “identificare” o “associare” o anche “contraddistinguere“?

Quale caratteristica identifica maggiormente gli italiani? 

Qual è la caratteristica principale degli italiani?

Quale caratteristica viene associata maggiormente agli italiani?

Per cosa si contraddistinguono gli italiani?

Si utilizza molto anche “connotazione”, un termine simile a “significato”. Infatti indica un significato particolare che viene attribuito ad una parola insieme al suo significato più importante.

Ad esempio le parole anziano e vecchio, hanno una diversa connotazione, in quanto, pur indicando tutte lo stesso concetto, si usano in circostanze diverse. Potrei dire la stessa cosa anche di un solo termine che ha diverse connotazioni a seconda del modo in cui viene usato, tipo il termine “altezza“. Infatti se parlo di una persona, l’altezza può indicare quella espressa in centimetri ma anche l’altezza morale, l’altezza d’animo, la sua magnanimità. Una qualità morale dunque.  
Un saluto a tutti. Vi ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi audio del sito tutti possono aderire all’associazione Italiano Semplicemente.

Una volta richiesta l’adesione ricevere un nome utente e una password che potete usare per scaricare tutti gli episodi, inoltre potrete partecipare a tutte le nostre attività: gruppo whatsapp, esercizi di ascolto e registrazione con la vostra voce, video chat settimanali e riunione dei membri. 

Un saluto a tutti. 

 

 

N.12 – UN APPUNTAMENTO – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

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Descrizione

Lezione numero 12 per principianti della lingua italiana – PRIMI PASSI.
Sofie e Giovanni si incontrano al bar dopo un lungo viaggio.
L’episodio contiene anche 36 domande e risposte che riguardano il breve dialogo.

Durata: 13:11

447 Il fior fiore

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E’ interessante come il termine “fiore” sia spesso usato per rappresentare non solo la bellezza ma anche la parte migliore di qualcosa.

Se ad esempio dico che mio figlio si torva nel fiore degli anni, voglio dire che si trova nel mezzo della giovinezza, l’età migliore. Si parla anche del fiore della vita per indicare questo periodo di tempo.

fiore all'occhielloAllo stesso modo, essere il fiore all’occhiello, significa essere il motivo di maggior prestigio e di vanto di una persona, di un’azienda eccetera.

Tecnicamente l’occhiello è un taglio fatto su una giacca, una fessura, precisamente sul risvolto sinistro della giacca, dove si può inserire qualcosa che va mostrato: un distintivo, un fazzoletto colorato, e appunto anche un fiore.

Potremmo dire che, ad esempio, la pizza è il fiore all’occhiello dell’Italia, o che il fiore all’occhiello della mia azienda è un particolare prodotto, di cui sono molto orgoglioso.

Per indicare la parte migliore di qualcosa, la parte scelta, selezionata di un insieme, posso usare semplicemente la parola “fiore“:

il fiore della città è la parte migliore della città.

Il fiore della nazione è la parte migliore della nazione, quella di cui essere più orgogliosi.

Il fiore della letteratura italiana è la parte migliore della letteratura italiana, intesa come interpreti, personaggi.

Posso usare anche “un” e anche la forma abbreviata “fior”:

Marco è un fior di architetto .

Cioè è uno dei migliori architetti.

Ma anche in senso negativo lo posso usare, ovviamente il senso è ironico:

 Giovanni è un fior di delinquente.

Quindi Giovanni é uno dei delinquenti peggiori, o migliori (dipende dai punti di vista), quasi ci fosse stata una selezione.

Spesso poi si raddoppia: un fior fiore.

Alla riunione dei membri parteciperà il fior fiore dell’associazione.

Scherzi a parte, si sente parlare spesso del “fior fiore“, di tante cose, come della società.

Si usa anche nel commercio sapete?
Quando si vuole dire che un prodotto ha un’elevata qualità, possiamo dire che rappresenta non solo il fiore all’occhiello di quell’azienda, ma anche il fior fiore come prodotto:

il fior fiore dei carciofi

il fior fiore della salumeria italiana

Se ho un ristorante, posso dire che nel mio ristorante viene a mangiare il fior fiore della società.

Infine, a volte indica anche un’alta quantità.
In questo caso si usa “fior fiori” (al plurale):

 Sul nostro sito abbiamo pubblicato fior fiori di episodi audio

Si vuole evidenziare questa quantità per qualche motivo.

Es:

Basta, ti lascio perché sei troppo avaro!

Cosa? Ma ti ho fatto fior fiori di regali!

credo che abbiate capito sebbene non vi abbia fatto fior fiori di esempi.

Adesso sentiamo alcune voci del fior fiore dell’associazione Italiano Semplicemente per un bel ripasso:

Hartmut: circa la qualità dei membri, non c’è nessun dubbio!
Irina: giusto, vedremo se sarà così anche nel presieguo della vita dell’associazione.
Ulrike: non dobbiamo che aspettare per vedere

Cadere in piedi

Cadere in piedi (scarica)

Cadere in piedi. È possibile?

Cadere per definizione implica la perdita dell’equilibrio e quindi una caduta, appunto. Non si può restare in piedi una volta caduti.

Non è così però nell’espressione “cadere in piedi”, che significa salvarsi per fortuna, per caso da una situazione rischiosa. Si usa abbastanza spesso quando si scampa da un pericolo, sfuggire da un pericolo, ma scampare da una situazione rischiosa e quindi da un pericolo non è esattamente come questa espressione

Infatti mentre scampare significa proprio salvarsi, sfuggire da un pericolo quasi sempre reale, materiale, nel caso di cadere in piedi il salvataggio non riguarda un pericolo fisico, ma una situazione diversa, comunque rischiosa.cadere in piedi

Il caso, la fatalità, gioca un ruolo ugualmente importante.

Avete presente quando lanciate un gatto in alto facendolo roteare col corpo? Il gatto alla fine riesce sempre a cadere in piedi, nel senso di atterrare sulle quattro zampe, senza sbattere la schiena quindi.

Quest’immagine potrebbe aiutarvi a memorizzare l’espressione. Ma il gatto non cade in piedi per fortuna ma per abilità.

Invece gli esseri umani, quando cadono in piedi è perché riescono a superare, senza subire danni, conseguenze negative, una situazione problematica, rischiosa, potenzialmente pericolosa, ma ne escono  più per buona sorte che per capacità personali.

Vediamo un esempio:

Ogni volta che si fa un nuovo governo, ci sono dei politici che cadono sempre in piedi.

L’immagine che si vuole dare è lo stupore, la meraviglia che si prova vedendo che ci si ritrova in piedi incredibilmente.

I mille usi del verbo prendere

I mille usi del verbo prendere

Sapere usare il verbo prendere? In questo episodio vediamo tutti i principali utilizzi.

Allora, prendere innanzitutto significa “afferrare” e per prendere, in questo senso, bisogna usare le mani.

Allora prendere è, se vogliamo il contrario di lasciare.

Ma prendere si contrappone anche a dare. In questo caso però non si prende e si dà solo con le mani.

Se tu dai una cosa a me, io prendo questa cosa da te. Questa cosa può essere un oggetto, ma anche amore, affetto eccetera.

In effetti prendere non ha solo a che fare con la materia e le mani.

Prendere lo stipendio” è un altro utilizzo molto frequente del verbo.

Hai preso lo stipendio questo mese?

No, lo prendo domani.

Se andate in un bar, si può prendere un caffè.

Cosa prendi? Offro io!

Oh, che gentile. Io prendo un cappuccino e un cornetto!

No, io no grazie, il cornetto mi fa ingrassare, meglio prendere le distanze dai grassi.

Ecco. “Prendere le distanze” è un utilizzo particolare. Significa stare lontano da qualcosa, quindi simile a mantenere le distanze, oppure, in senso figurato, non essere d’accordo con l’opinione di una persona.
Simile quindi a “discostarsi“. Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”. Abbastanza formale come espressione “prendere le distanze”.

Se usate questa espressione potrebbero prendervi per un personaggio politico.

Questo in realtà è stato solo un modo per usare “prendere”: “prendere per” qualcuno o qualcosa.

Significa scambiare per qualcuno o qualcosa.

Per chi mi hai preso? Io non sono la persona che pensi tu! Mi hai preso (scambiato, con fuso) per qualcun altro.

C’è poi chi prende fuoco facilmente, che indica una persona che si arrabbia facilmente. Si può usare anche con i veri incendi: il bosco ha preso fuoco! Bisogna spegnerlo!

Se c’è un incendio, con chi dobbiamo prendercela? Chi è il colpevole?

Prendersela con qualcuno significa infatti accusare
qualcuno, incolpare qualcuno.

Non te la prendere con me, io non sono stato!

State attenti, perché “prendersela“, se non uso “con“, può significare offendersi.

Non te la prendere! (cioè non ti offendere)

Prendere in questi ultimi casi è quindi accettare, reagire, sebbene prendere bene e prendere male significhi anche colpire bene e colpire male:

Il calciatore ha preso male la palla ed è andata fuori.

C’è anche “prendere la mira“, (diverso da prendere di mira), un’operazione che si fa al fine di poter colpire con maggiore precisione.
Dicevo che prendersela significa anche offendersi.

Perché te la sei presa? (perché ti sei offeso?)

Ci sono frasi simili però:
Prendere male qualcosa
Prenderla male

Es: Se Giovanni è stato bocciato ad un esame posso dire:

Giovanni come ha preso la bocciatura all’esame? L’ha presa bene o male? Qui ha il senso di accettare, farsi una ragione di qualcosa.

Posso dire:
Prenderla male, ma anche “prendersela a male“.
A volte è difficile scegliere tra prendere, prendersi e prendersela. Potete dire la stessa cosa con frasi diverse:- Te la prendi se ti dico che non voglio studiare più con te?– La prendi male se non voglio studiare più con te?- Te la prendi a male se non voglio studiare più con te?– Non prendertela ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prenderla a male, ma non mi piace studiare italiano con te!- Non prendertela a male, ma non mi piace studiare italiano con te!
Ovviamente esiste anche “prenderla bene” ma c’è solo questa forma.
Si usa con le cose che accadono o con le notizie, che potrebbero essere accettate oppure no dalle persone.

Bravo, l’hai presa bene la notizia.Come l’ha presa Maria?Stefano non l’ha presa bene la sconfitta della sua squadra.

Torniamo alle mani, o anche ai piedi: Prendere a schiaffi, a calci, a pugni.

Qui significa colpire una persona con degli schiaffi, con dei calci o con dei pugni.

Se poi mi limito (si fa per dire) ad insultarla, senza toccarla, la potrei prendere a mali parole.
Speriamo che non se la prenda troppo dopo che l’ho preso a mali parole.Se mi prende sul serio però si offenderà.
Ecco: prendere sul serio significa credere, considerare vero ciò che dico. Più che altro si usa per indicare la credibilità di una persona, l’affidabilità delle sue parole, e anche quando una persona scherza, e quindi non va presa sul serio.

Quando invece mi riferisco ad una frase, o qualcosa a cui posso decidere di credere oppure no, meglio usare:

Prendere per buono.

Si usa spesso non solo quando si crede a qualcosa (si prende per buono, cioè per vero) ma anche quando si vuole verificare in un secondo momento.

Per ora prendo ciò che mi hai detto per buono, ma dopo verificherò.

Io vi dico quello che so io, ma non prendete per buono ciò che dirò: dovete verificare.


Si può anche prendere una boccata d’aria: basta uscire in guardino o andare fare una bella passeggiata: si esce, si prende la macchina, si “prende una strada” di campagna, poi si “prende a destra”, poi a sinistra…

Quindi prendere su usa spesso anche per indicare le direzioni da prendere: prendere a destra o a sinistra significa voltare, girare a destra o a sinistra. Così come “prendere l’autostrada” sta per imboccare l’autostrada.
Si usa anche con le indicazioni verso delle località: prendere per Roma, prendere per Parigi, cioè andare verso Roma o verso Parigi.

Prendere il largo invece potete usarlo al mare, quando vi allontanate dalla riva, dalla terra. Ma potete usarlo anche nello sport, quando si vince in modo schiacciante.
In quel caso è il vostro punteggio che si allontana dal punteggio del vostro avversario.

Prendere in giro, per il naso, per il culo, per i fondelli.

Queste sono tutte modalità equivalenti (a volte volgari) per indicare il “prendersi gioco” di qualcuno: fargli credere qualcosa, ingannarlo per puro divertimento.

Poi prendere ha anche il senso di iniziare a far qualcosa,

Prendere a odiare, prendere a amare. Notate l’uso della preposizione “a” in questo caso.

Ho preso ad amare la lingua italiana, quindi da un po’ di tempo ho preso a studiarla.

Tra l’altro esiste anche riprendere:

Avevo smesso con l’italiano, ma adesso ho ripreso a studiarlo.

Questo senso di iniziare. a volte è improvviso:

Mi stavo stancando, quindi ho preso e me ne sono andato

Prendere e andarsene” si usa spesso per indicare un’azione improvvisa, e spesso è la conseguenza di un’emozione o di un pensiero che ci ha fatto muovere per andar via da un luogo.

Se mi dai ancora fastidio, prendo e me ne vado!

Si può prendere e fare qualsiasi cosa, non solo andarsene:

All’improvviso, ha preso ed è partito per l’Italia!

Adesso parliamo di rapporti personali: se non vai d’accordo con una persona, possiamo anche dire che “non ti prendi” con questa persona:

Con Maria proprio non mi prendo!

Significa che non risultiamo simpatici a vicenda.

Si può anche dire:

Io so come prenderlo, fidati di me.

Non so come prenderlo.

In questi casi si indica un comportamento: so come comportarmi con lui, oppure non so come comportarmi, quale atteggiamento prendere, assumere.

In caso contrario, puoi prendere in simpatia qualcuno.

Anche qui in qualche modo c’è qualcosa che inizia, o anche un cambiamento:

Fino a qualche tempo fa io e Maria non ci prendevamo, ma adesso ci siamo presi in simpatia.

Le preposizioni sembrano abbiano un ruolo importante per capire il senso di prendere.

Se uso “per”, “prendere per” qualcuno, significa come detto scambiare per un’altra persona.

Ciao Giovanni!

No, io sono Mario, non Giovanni.

Ah scusa, ti avevo preso per Giovanni.

Si usa spesso anche come esclamazione:

Ma per chi mi hai preso?

Se dico ad esempio:

Hai dimenticato di pagare il caffè oppure l’hai fatto apposta?

Io rispondo: Ma per chi mi hai preso? Per un ladro?

Che significa: chi credi che io sia, un ladro? Mi hai scambiato per un ladro?

Torniamo ora a prendersela.

Abbiamo detto che significa offendersi oppure incolpare qualcuno (prendersela con).

Ma esiste anche:

Prendersela comoda

Che significa: non sbrigarsi, fare le cose con comodo, andare lentamente.

Dai, quanto ci metti a prepararti? Te la prendi troppo comoda! Datti una mossa!

Se uso un sostantivo, tante cose si possono prendere, materiali e non. Spesso si può usare anche un verbo diverso:

Prendersi una responsabilità (assumersi)
Prendere l’autobus (salire)
Prendere la Laurea (laurearsi)

Prendere le armi (arruolarsi)

Prendere un premio è analogo a prendere una laurea o un qualsiasi titolo, che è stato “assegnato” a una persona.

Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso:

Prendiamo un caffè? Tu cosa prendi?

Ma anche prendere un prestito (si parla di una somma di denaro), o prendere “in prestito” (una casa, un’auto, una bicicletta ecc.) qualcosa gratuitamente che però devo restituire o anche “prendere in affitto“ (in questo caso si paga)

Si possono anche prendere lezioni di matematica o di altre materie.

Si può prendere una sgridata, un rimprovero, degli insulti.

Si è detto prima di prendere a calci, schiaffi e pugni. In generale si possono prendere le botte (se qualcuno ci picchia, ci colpisce più volte), si può prendere un colpo alla testa (se sbattiamo da qualche parte), oppure se colpisci un bersaglio puoi dire:

Preso! (cioè “colpito!”)

Si usa anche nel senso di indovinare, ma si usa la particella “ci”:

Hai indovinato! = Ci hai preso!

Anche gli animali si possono prendere:

Prendere una lepre però significa catturare la lepre, mentre prendere un cane o un gatto normalmente sta per metterlo in casa, farlo entrare in famiglia.

Invece prendere un granchio, oltre che al senso fisico, è anche una espressione che significa “sbagliarsi”. Si dice anche “prendere un abbaglio”. Si tratta di un errore grossolano: credevi una cosa e invece la verità era un’altra.

In questi casi potresti farti prendere dal nervoso. Quando un’emozione ti assale, ti cambia lo stato d’animo, si può usare il verbo prendere:

Mi ha preso un nervoso che non ti dico!

Non devi farti prendere dall’ansia.

Non farti prendere dalla paura

Si tratta di qualcosa di improvviso, come quando vieni preso alle spalle da una persona..

Se qualcuno ti prendere alle spalle ti sorprende. Non te lo aspetti perché non lo puoi vedere, in quanto arriva da dietro. Ma si può usare anche in senso più ampio:

Mi stai chiedendo se voglio sposarti? Scusa ma devo pensarci, mi hai preso alle spalle.

L’uso più diffuso però è nel senso di avere un danno da qualcuno o qualcosa:

La crisi economica mi ha preso alle spalle. Non ero preparato e ho dovuto vendere la mia azienda.

Il senso della sorpresa c’è anche in un’altra espressione idiomatica:

Prendere in castagna

In questo caso siamo sorpresi (scoperti) mentre facciamo qualcosa di sbagliato. Un’espressione informale ma molto usata.

Con lo stesso senso si usa anche prendere qualcuno con le mani nel sacco, o prendere qualcuno sul fatto, o anche coglierlo sul fatto, o, in senso giuridico, prendere qualcuno in flagrante, o in flagranza di reato, vale a dire prenderlo, mentre commette un reato. Da non confondere la flagranza con la fragranza.

Si può ovviamente prendere una malattia come anche una sbornia, se vi ubriacate, se cioè bevete troppo alcool.

A volte la cosa è improvvisa:Mi ha preso una paura!Mi ha preso un sonno!

Che equivale a dire:

Sono stato preso dalla paura
Sono stato preso dal sonno

Anche la smania può prendere.
Non ti far prendere dalla smania di ascoltare tutti gli episodi in un solo giorno!
In questo caso è la voglia di finire tutto subito, questa è la smania, simile alla mania, ma cambia l’accento.

La “mania” ma non uguale perché la smania è uno stato di agitazione, di inquietudine, una specie di malessere, un effetto di tensione nervosa o di un diffuso senso di disagio e d’insoddisfazione. Può anche essere un desiderio intenso. una voglia incontenibile, come quando ti prende la smania di divertimento.

Così come si prende una malattia, o una smania, o una sbornia, si può, in modo analogo, “prendere una sbandata” per una ragazza o un ragazzo o un uomo o una donna. Questo verbo “sbandare” si prende a prestito dalla linguaggio dell’automobile, poiché sbandare è perdere il controllo della propria automobile che va quindi pericolosamente “fuori strada” con la macchina.

Ovviamente se si prende una sbandata per una ragazza si perde il controllo delle proprie emozioni.

Non è esattamente come innamorarsi, ma sembra più una cosa passeggera; quantomeno si usa in questi casi, quando non è una cosa molto seria.

Ricordate che prima abbiamo parlato di scambiare una persona per un’altra? Si è usato “prendere per” un’altra persona.

In modo simile, si possono prendere le sembianze di qualcuno.

Si può quindi cercare si somigliare a qualcuno: prendere le sembianze. Se ci riuscirai sembrerai proprio quella persona, avrai il suo stesso aspetto o anche la sua stessa espressione del volto.

Col verbo prendere si indica quindi, come si è visto, un coinvolgimento emotivo con “prendere una sbandata”, ma si può anche essere presi da una ragazza, che è un po’ meno intenso ma è sempre un coinvolgimento.

Però si può anche essere presi dal lavoro (per il lavoro non si può prendere una sbandata): pensiamo solo a quello, non abbiamo tempo né energie per altro.

Si può “prendere a bordo” una persona nel senso di farla salire su una nave o su un’auto ma si usa anche quando si fa entrare qualcuno in un’azienda, un’associazione, o qualsiasi altra cosa che riguarda delle attività da fare insieme.

Molto semplice e usato è anche prendere una decisione o un’abitudine. Anche qui posso usare “assumere” se voglio.

A proposito di decisioni: In Italia circa 200 mila uomini ogni anno prendono moglie, e quindi anche 200 mila donne prendono marito. Ci si prende una bella responsabilità in questi casi no?
A volte le persone che si sposano lo fanno perché sono presi alla sprovvista da una gravidanza imprevista, ma questo è un altro discorso. Sicuramente, se si è presi alla sprovvista, non si sono prese le dovute precauzioni!

Prendere precauzioni” (senza articolo) si usa molto spesso: significa decidere di fare qualcosa prima che accada qualcosa di non desiderato.

Prima si prendono precauzioni, mentre dopo si possono solamente “prendere provvedimenti“, cioè prendere una decisione per trovare una soluzione.

Ormai è tardi però: chissà da chi prenderà il bambino o la bambina. Prenderà dalla madre o dal padre?

In questo caso significa “somigliare“, sia fisicamente che caratterialmente.

Nostro figlio è molto disordinato! Ha preso tutto da te!

Può darsi che abbia preso da me – si potrebbe rispondere – ma bisogna prendere in considerazione anche le amicizie che frequenta.

Prendere in considerazione” è semplicemente “considerare”. Si usa anche “prendere atto” ma ha un significato a volte diverso: conoscere, considerare a posteriori, accettare come vero per il futuro.

Io ad esempio dovrei prendere atto del fatto che gli episodi molto lunghi richiedono molto impegno da parte di chi ascolta e legge, per questo motivo per il futuro meglio fare episodi più brevi.

Comunque si possono prendere le misure anche degli episodi più lunghi se si impara ad ascoltarli più volte o un pezzo alla volta.

Prendere le misure” normalmente significa misurare qualcosa: misurare la lunghezza di un tavolo ad esempio.

In senso figurato invece significa saper gestire, senza avere sorprese. Essere in grado di gestire qualcosa o qualcuno.

Posso prendere le misure di una persona e così facendo imparo a comportarmi con questa persona senza avere sorprese, senza essere “preso alla sprovvista“.

Posso prendere le misure di un lavoro: impari come si fa, impari a svolgere le varie mansioni senza difficoltà

Ma da dove prende origine il verbo prendere? Ovviamente prende origine dal latino.

Ci sono poi tante espressioni idiomatiche e frasi fatte che non ho citato:

Prendi e porta a casa
Prendere o lasciare
Prendere fischi per fiaschi
Prendere in contropiede
Prendere il due di picche
Prendere la palla al balzo
E tante altre espressioni.

Tranquilli però. Ci prenderemo del tempo per spiegarle tutte. Non vi prendo in giro: prendete questa affermazione per buona e continuate a seguirci. Poi vedremo se ho detto la verità.

446 Una ciofeca

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Noi italiani siamo fissati per il caffè! Lo sapete vero?

E sapete cosa diciamo quando beviamo un caffè che non è buono?

Diciamo che è una ciofeca!

Una ciofeca è solo questo (o quasi): una bevanda dal sapore cattivo: non solo un caffè quindi ma anche un tè o un’altra bevanda, specie se molto amara.

Ma la ciofeca in Italia è soprattutto un caffè schifoso, spesso troppo lungo. Un caffè “annacquato” si dice a volte, ma per indicare il sapore pessimo “ciofeca” è l’ideale!

Ma perché il caffè è venuto una ciofeca? Solo perché è troppo lungo? No, spesso è colpa del caffè stesso, di scarsa qualità, oppure è conservato male, Altre volte è colpa dell’acqua. Altre volte è colpa della quantità di caffè. Hai fatto la montagnola nella moka? Spero di sì. Quanto caffè hai messo? Meglio di più che di meno, ricorda, ma non pressarlo col cucchiaino, altrimenti, anche in questo caso,  ti viene una ciofeca! Bleah!

Il termine “ciofeca” è persino uscito naturalmente dal linguaggio del caffè. Oggi si usa anche quando vogliamo disprezzare qualcosa, dicendo che è di pessima qualità. Non solo il caffè quindi.

Non ci piace un lavoro fatto da un nostro collega? Quello che hai fatto è una vera ciofeca, è completamente da rifare.

Questo cellulare è una mezza ciofeca, la batteria si scarica subito e le foto sono scarsissime!

Hartmut: Almeno Italiano Semplicemente non è una ciofeca! Sarebbe molto ingeneroso!

Irina: dicendo questo scateneresti l’ira di tutti i membri dell’associazione!

Xin: come minimo direi! Te la caveresti a buon mercato!

Bogusia: Ma dimmi tu cosa devo sentire! Vado a farmi un caffè che è meglio!

Caccia alle streghe

Caccia alle streghe (audio solo per membri

Caccia alle streghe

Avete mai assistito ad una caccia alle streghe?

Succede ogni volta che c’è una persecuzione spietata, eccessiva contro qualcuno che invece potrebbe non avere colpe.

Il verbo cacciare quindi si usa nel senso di inseguire, cercare, trovare qualcuno da condannare ed eliminare.

In questa espressione però questa caccia è un’azione apparentemente ingiustificata, pretestuosa, si cerca qualcuno con un pretesto.

Ma perché questo accanimento? Perché ce l’hanno tutti con questa persona?

Ma soprattutto perché si usa questa espressione?

L’espressione si riferisce a quello che accadeva nel periodo del medioevo, nel periodo fino all’anno 1000 più o meno.

A quei tempi si faceva materialmente la caccia alle streghe, infatti il popolo credeva alla stregoneria e al diavolo, e questo consentiva (diciamo che era il pretesto) ai tribunali di imprigionare, di torturare anche e di condannare a morte uomini e donne con l’accusa di stregoneria.

Questo quindi si faceva per sbarazzarsi di persone scomode. Non si trattava di paura delle streghe e del diavolo, ma, con la scusa della stregoneria, con questo pretesto si mandavano a morte le persone che “davano fastidio”, che creavano problemi.

Anche oggi si usa questa espressione, ovviamente non per torturare o uccidere, ma comunque per accusare qualcuno, per farlo fuori dalla politica ad esempio, quando si crede ci sia una scusa, un pretesto qualsiasi che rende giustificabile questa caccia, questa ricerca delle “streghe“.

Si parla in questi casi di clima di caccia alle streghe per indicare una situazione di questo tipo.

I sostenitori di Trump ad esempio parlano di clima di caccia alle streghe perché credono che non sia giusto questo accanimento contro Trump, che sta affrontando persino l’impeachment.

Ovviamente chi parla di caccia alle streghe (si usa sempre al plurale femminile) crede che non sia giusta questa persecuzione, e che si abbia solo una buona scusa per condannare una persona e danneggiarla in qualche modo.

In generale questo vale sempre: quando si giudica eccessiva una condanna e una persecuzione contro qualcuno, si parla di caccia alle streghe.

ITALIANO PROFESSIONALE (Principianti) – La Costituzione Italiana – Art.11

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Descrizione

Lettura dell’articolo 11 e 30 domande con risposta.

Durata: 8:46 

art. 11 costituzione italiana

Buttarsi a pesce

Buttarsi a pesce 

Buttarsi a pesce

Buttarsi a pesce. Un’espressione molto usata in tutta Italia.

Il motivo?

Perché si parla di occasioni, di ottime occasioni, spesso irripetibili, cioè di occasioni che non capitano molto spesso.

Un’occasione, sapete, è un’opportunità, qualcosa a volte che può dare grossi vantaggi se si approfitta immediatamente. Quando capitano cose di questo tipo, subito cerchiamo di approfittarne, perché l’occasione potrebbe scomparire. In questi casi ci buttiamo a pesce su questa occasione.

Significa fare qualcosa di getto, senza pensarci troppo, con grande entusiasmo, proprio come fanno i pesci quando accorrono sul cibo gettato loro in acqua.

Ho trovato una casa bellissima ad un prezzo molto conveniente e mi ci sono buttato a pesce!

Appena vede una ragazza carina, Giuseppe ci si butta a pesce!

Perché usiamo il verbo buttarsi? In realtà possiamo anche usare gettarsi. Ma non parliamo di buttare o gettare via qualcosa che non serve più. Non è questo il senso.

Il verbo è buttarsi, quindi siamo noi che ci buttiamo.

Questo verbo si usa spesso in realtà per indicare qualcosa che si fa velocemente, senza pensare, tipo approcciare una ragazza, fare un esame senza pensarci troppo, senza pensare ai rischi e ai problemi eventuali, senza aver paura, perché la ricompensa potrebbe essere molto alta!
Su questa occasione mi ci butto a pesce!

Buttarla in caciara

Buttarla in caciara

Buttarla in caciara

Buttarla in caciara è l’espressione di oggi.

Si usa durante le discussioni; una qualsiasi discussione, dove ciascuno cerca di convincere gli altri che ha ragione, che la propria opinione è la migliore di tutte.

Nel corso della discussione, qualcuno potrebbe rendersi però conto che le cose non stanno andando bene per lui.

Qualcun altro sta avendo la meglio, e questo potrebbe infastidire questa persona.

Allora a questo punto questa persona, innervosita, inizia a essere provocatoria, inizia a generare discussioni, ad alzare la voce, inizia a generalizzare, a mettere tutto in discussione, perché questo confronto non sta andando bene per lui. L’obiettivo a questo punto è che nessuno abbia la meglio.

Insomma, si inizia a discutere ad alta voce, come se ci trovassimo in una caciara. Qualcuno l’ha buttata in caciara, è sua la colpa.

La caciara cos’è? Indica indica il luogo dove si fa, dove si produce il formaggio, detto anche “cacio” informalmente. Nella caciara si produce il formaggio. In pratica si tratta del caseificio. Questo sarebbe il termine corretto.

Buttarla in caciara è l’espressione che si può appunto usare in queste situazioni.

Quando vediamo una persona che inizia a provocare, a urlare, perché non accetta che la discussione non sta andando come voleva lui o lei, possiamo dire che questa persona la sta buttando in caciara.

Cioè in pratica sta trasformando il luogo in cui si sta discutendo in una caciara, un luogo dove ci sono persone poco istruite evidentemente, poco educate probabilmente, che urlano anche, tra le altre cose.

Il termine caciara, nella lingua informale si utilizza anche per indicare una situazione rumorosa, come anche casino, confusione, bordello, eccetera. Anche questi sono termini molto infornali.

Buttarla” invece significa trasformare qualcosa in qualcosa di peggiore, spingere qualcosa verso un cambiamento peggiorativo, quindi trasformare questa discussione in una situazione confusa e rumorosa diventa in poche parole: buttarla in caciara.

Se dico che Giovanni la butta sempre in caciara potrei, in alternativa, dire:

Giovanni fa sempre un sacco di confusione quando ha torto.

Giovanni non accetta mai che le sue proposte non siano accettate.

Giovanni parla a sproposito quando le cose non vanno come dice lui.
Giovanni è disposto a tutto pur di non accettare di non aver ragione.

Insomma Giovanni la butta sempre in caciara!!
È un’espressione informale naturalmente come ho detto, ma, come spesso accade, non esiste un modo formale per dire proprio la stessa cosa.

Braccia rubate all’agricoltura

Braccia rubate all’agricoltura (scarica audio)

braccia rubate all'agricoltura

Con questa espressione, si ironizza su una o più persone che non sono capaci, secondo noi, a fare il loro mestiere, quando il loro mestiere non è manuale ma intellettuale.

Sapete che esistono i lavori manuali, come ad esempio il muratore, la colf, la badante, ma soprattutto i lavori agricoli, che sono i più duri e faticosi.

In questi lavori si usano le mani, le braccia e le gambe, ma soprattutto le braccia, per sollevare grossi pesi, ad esempio. Le forza fisica è molto importante e meno importante invece è l’intelletto.

Non è un caso che esista il “bracciante agricolo“, che si chiama anche semplicemente bracciante.

Un bracciante agricolo è una tipologia di lavoratore, nome che indica un operaio che lavora in agricoltura ma non è il proprietario del terreno.

Poi ci sono i lavori intellettuali, giudicati migliori di quelli manuali, perché sono i lavori in cui si usa unicamente il proprio intelletto, dove è necessario aver studiato, come l’avvocato, lo scienziato e il politico. Sono giudicati lavori migliori di quelli manuali anche perché di solito si guadagna di più.

Se il tuo mestiere è intellettuale, quando voglio dire che il tuo lavoro intellettuale non lo sai fare perché non hai studiato abbastanza o per niente, o perché non sei portato, o perché non sei abbastanza intelligente per fare quel lavoro, dove invece bisogna saper usare la testa, posso dire che le tue sono braccia rubate all’agricoltura.

Ovviamente le braccia non si possono “rubare“, ma detto in questo modo è ironico, e il senso è quello di aver rinunciato ad usare due braccia che potevano servire per lavorare la terra, per faticare, e invece si è deciso di usare la testa, che invece non serve a niente…

Allora era meglio usare le braccia! Quelle braccia sono rubate all’agricoltura!

Che incompetenti che sono molti uomini politici vero?

Tutte braccia rubate all’agricoltura!

Braccia rubate all'agricoltura

445 Fare incetta e accaparrarsi

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Fare incetta e accaparrarsi

In tempi di pandemia, spessissimo si è parlato di accaparramento.

Se ne parla soprattutto quando le persone, impaurite dalla possibilità di restare senza cibo, per via delle crisi, vanno al supermercato e prendono tutto ciò che possono prendere. In questo modo potrebbe accadere che non resti più nulla per qualcuno, una volta che gli scaffali sono stati svuotati.

Gli scaffali sono i mobili dove vengono appoggiati i prodotti del supermercato.

Il verbo accaparrarsi significa quindi assicurarsi, procurarsi l’uso di qualcosa prima che lo facciano altri.

Ad esempio:

Sono andato al supermercato e mi sono accaparrato una bella scorta di pasta.

Quindi ho preso tantissima pasta, prima che altri facessero la stessa cosa: mi sono assicurato di prenderne tanta perché con questa crisi non si sa mai!

Ci sono alcuni paesi che con la pandemia da Covid hanno cercato di fare incetta di vaccini e mascherine

Fare incetta è esattamente come accaparrarsi.

E’ vero che accaparrarsi deriva dal termine caparra, ma usato in questo modo ha poco a che fare con la caparra, termine che spiegheremo nella rubrica due minuti con l’Italiano commerciale.

Lo stesso significato di accaparrarsi ha quindi l’espressione “fare incetta” di qualcosa.

Se voglio fare incetta di olio d’oliva, vado al supermercato e cerco di acquistarne la maggiore quantità possibile.

Posso usare fare incetta anche in senso non materiale.

Ad esempio se un politico fa incetta di tutti i voti vuol dire che non resta più nulla ai suoi avversari alle elezioni.

Anche incetta quindi si usa per indicare una raccolta di beni, prodotti, fatta per paura o per sicurezza, ma si può trattare anche di voti, preferenze o comunque altre cose che si tolgono ad altri.

Si può fare incetta anche di titoli, o di medaglie alle olimpiadi. Quando qualcuno vince sempre tutti i premi sicuramente posso dire che fa o ha fatto incetta di premi. Posso dire lo stesso di un programma TV, che fa incetta di ascolti, perché i telespettatori hanno in maggioranza guardato quel programma TV.

Adesso allora ripassiamo qualche puntata passata.

Anne France: io sono Anne e non ho nulla da dire che sia veramente degno di nota.

Ulrike: io sono… e non ti consento di dire queste cose. Sei bravissima/o invece

Irina: almeno tanto quanto me, o forse anche di più.

Hartmut: sicché state facendo a gara per chi è più bravo?

Rafaela: embè?

BRANCOLARE NEL BUIO

BRANCOLARE NEL BUIO (scarica audio)

Brancolare nel buio

Brancolare nel buio: questa espressione si utilizza quando siamo in una situazione in cui stiamo cercando di trovare una soluzione ma non sappiamo come fare nel modo più assoluto.

Cosa succede quando spegniamo la luce di notte? Succede che non vediamo più nulla. Si vede solamente il buio. Tutto nero!

Allora la prima cosa che facciamo è mettere le mani avanti e muoverci lentamente. Avanziamo lentamente a tentoni.

Perché? Perché non vediamo dove andiamo, perché non sappiamo dove stiamo andando, non ne abbiamo nessuna idea.

Ecco, questa è l’immagine di quando siamo in una situazione in cui non si sa più cosa fare.

Si usa soprattutto in una circostanza:

Quando la polizia sta cercando un criminale ma non ha nessun indizio. La polizia brancola nel buio!

In realtà possiamo usarla ogni volta che siamo alla ricerca della direzione giusta da prendere, cioè della decisione da prendere, quando non sappiamo però neanche da dove iniziare e allora decidiamo di procedere per tentativi, senza riuscire a orientarci.

In queste situazioni posso usare anche il verbo “annaspare“, che sottolinea maggiormente la difficoltà che abbiamo. Infatti annaspare è ciò che si fa quando siamo in acqua, stiamo affogando e muoviamo le braccia alla ricerca di qualcosa a cui aggrapparsi per non affogare.

A proposito di acqua.

Potremmo anche dire, in queste situazioni difficili, che non sappiamo che pesci pigliare (o prendere).

Un’espressione più informale ma che rende ugualmente l’idea dell’imbarazzo e dell’indecisione in cui ci troviamo.

Speriamo che almeno non stiate più annaspando alla ricerca di un sito per imparare l’italiano. Avete finito di brancolare nel buio con Italiano Semplicemente.

Io invece con l’inglese ancora non so che pesci pigliare, cosa mi consigliate?

29 – La cauzione – ITALIANO COMMERCIALE

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Cosa significa CAUZIONE? Quando possiamo usare questo termine e dopo potrebbe capitare di leggerlo? Quando possiamo usarlo nel commercio?

Durata: 5 minuti

Frasi fatte: AVERE IL BRACCINO CORTO

Avere il braccino corto (scarica audio)

Oggi spieghiamo “avere il braccino corto”.

Cosa possiamo dire ad una persona che è molto attaccata ai soldi?

Volendo potremmo usare un aggettivo. C’è n’è più di uno di questi aggettivi che possono usarsi per etichettare queste persone: avare, taccagne, spilorce, tirchie.

Ad un amico che spende o offre con difficoltà possiamo dirgli quindi che è avaro, spilorcio, taccagno o tirchio.

C’è un’espressione molto simpatica che si usa in tutta l’Italia che è “avere il braccino corto“.

Il braccino ovviamente rappresenta il braccio, e l’immagine del braccio corto vuole rappresentare il gesto che si fa quando si paga, quando si tirano fuori in soldi dal portafogli: si prendono con la mano e si allunga la mano verso la persona a cui sono destinati i soldi.

Quindi si deve allontanare il denaro dal proprio corpo per avvicinarlo a quello di un’altra persona.

Se hai il braccino corto vuol dire che hai difficoltà ad allontanare il denaro dal tuo corpo.

Questa è un’espressione che potete usare in modo scherzoso con un amico che non si offre mai per pagare il caffè. Potete dirgli quindi:

Dai, non avere il braccino corto, offri tu il caffè oggi!

Frasi fatte: BOTTE DA ORBI

Botte da orbi (scarica audio)

Una simpatica frase che si può usare quando due o più persone si picchiano è dare o darsi BOTTE DA ORBI.

Per descrivere cosa accade in questi casi ci sono in realtà diverse modalità.

Le persone, quando si picchiano, si colpiscono dandosi (attraverso) dei colpi usando una qualsiasi parte del corpo (mani e piedi soprattutto) o anche attraverso oggetti/corpi contundenti. Si chiamano così, specie nel linguaggio giuridico, gli oggetti non taglienti che possono produrre lesioni interne.

Se uso le mani, posso dare dei pugni se tengo la mano chiusa e degli schiaffi con la mano aperta. Con i piedi invece si danno solo calci. Le mani posso usarsi anche per dare spinte o anche spintoni.

In generale possiamo dire che queste persone si picchiano ma anche che si danno le botte o che fanno a botte.

Nella sostanza queste persone si colpiscono. Si dice anche che si menano dei colpi a vicenda, o, più informalmente semplicemente che si menano.

Menare colpi infatti equivale a dare colpi, o anche sferrare colpi.

In questi casi possiamo anche dire che volano gli schiaffi o che sono volati calci e pugni.

Se queste persone si picchiano molto, se cioè i colpi sono numerosi e intensi, possiamo dire che queste persone si danno un sacco di botte (questa è la forma più diffusa), o, meno informale, che se le danno di santa ragione.

A volte può capitare anche di incontrare l’espressione “un fracco di botte/legnate”.

Passando all’espressione che dà il titolo all’episodio nel caso di tante botte possiamo anche parlare di botte da orbi.

Come a indicare che gli orbi picchiano più forte o di più degli altri.

Ma chi sono gli orbi?

Gli orbi sono coloro che non vedono, quindi sono i non vedenti, anche detti ciechi.

È solamente un’immagine figurata ovviamente. Il senso è che i colpi che volano non sono solo tanti ma anche furiosi e selvaggi, violenti.

Gli “orbi”, non potendo vedere, menano botte e colpi a casaccio, colpiscono “alla cieca”, come si dice in questi casi, cioè senza guardare.

In realtà l’espressione botte da orbi si usa anche se ci sono degli scontri verbali, quindi a parole, non solo fisicamente. La usano spesso i giornalisti ad esempio quando descrivono delle forti discussioni fatte da politici che si insultano l’un l’altro.

E voi avete mai visto volare botte da orbi?

444 Consentire o acconsentire?

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Che differenza c’è tra i verbi consentire e acconsentire?

I due verbi sono in realtà molto simili, ma non identici.

Un uso di consentire è quando si parla di opinioni, di punti di vista.

Quando ci sono più persone possono esserci diversi punti di vista, uguali, simili, diversi o completamente diversi.

Per esprimere un consenso potete usare consentire. È un po’ formale però:

Se tu mi dici che la grammatica italiana è complicata, io ti potrei rispondere che consento con te, che consento pienamente con la tua opinione.

Quindi vuol dire che mi trovo d’accordo con te, che concordo con le tue opinioni, con i tuoi pensieri o affermazioni.

Consentire pero si usa anche per esprimere un permesso, qualcosa che si rende possibile.

La guida di un’automobile non consente distrazioni.

Non ti consento di parlare.

Consento solo agli amici di chiamarmi per nome

I miei genitori mi consentono di uscire solo prima di cena

Quindi è simile a permettere, concedere e accordare.

A proposito di permessi. Vediamo acconsentire.

Il verbo acconsentire significa dare il proprio consenso o assenso. In pratica significa dire di sì. Ma si tratta di un permesso da dare. Non è un sì qualunque.

Se io ti chiedo:

Conosci un po’ l’italiano?

Se dici di sì, non stai acconsentendo, perché non ti è stata fatta una richiesta di permesso, ma una semplice domanda.

Invece ad esempio:

Figlio: Papà, io esco con alcuni amici stasera. Acconsenti?

Padre: Si figliolo, acconsento. Vai pure e divertiti.

Quindi: dico di sì, la mia risposta è sì.

Oppure, se uso consentire, vediamo come cambia la frase:

Papà, mi consentì di uscire stasera?

Si, ti consento di uscire.

Si, te lo consento.

Quindi acconsentire significa essere d’accordo, dire di sì. Qualcuno ha chiesto un permesso e questo viene concesso.   Notate adesso le seguenti frasi

Il padre acconsentì alla richiesta del figlio.

Il padre acconsentì a far uscire il figlio

Il padre acconsentì che il figlio uscisse.

Questo significa, come ho detto, che il figlio ha fatto una richiesta. Quindi acconsentire significa concedere quanto viene richiesto o proposto.

Notate un’altra cosa. Consentire e acconsentire si distinguono perché se io consento a te di parlare dopo che me lo hai chiesto, allora posso dire che acconsento alla tua richiesta e che ti consento (quindi a te)! di parlare.

Si acconsente a una richiesta

Si consente a una persona di…

Quindi:

Io acconsento alla tua richiesta

e

Io ti consento di parlare

Oppure:

Io acconsento alla tua richiesta di parlare

Posso usare anche “che“:

Io acconsento che tu parli

Io acconsento a che tu possa parlare

In definita si acconsente a una richiesta cioè si dice sì ad una richiesta.

Si può acconsentire dicendo sì, ma anche ok, d’accordo, va bene, e anche con un cenno della testa o della mano 👌.

Infine, anche consentire si può usare anche riferendosi non alla persona, ma all’oggetto.

Consentire il trattamento dei dati personali

Consento il passaggio delle auto nel mio cortile

Notate la differenza però:

Acconsentire al trattamento dei dati personali

Acconsento al passaggio delle auto nel mio cortile

Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri di usare alcune episodi precedenti per produrre un piccolo ripasso. L’elevato numero di episodi a disposizione vi consente di parlare di qualsiasi cosa. Giusto?

Hartmut: se dici sempre di sì però diventi accondiscendente.

Rauno: bisogna rispondere usando il buonsenso però. Non si può neanche dire sempre di no.

Olga: giusto. Dire sempre sì è sbagliato tanto quanto dire sempre no.

Lia: parole sagge! Io non ho nulla da aggiungere in merito. Quindi ci sentiamo al prossimo episodio.

Frasi fatte: SOLO SOLETTO

Solo soletto (scarica audio)

Solo soletto

Il termine “soletto” suonerà un po’ strano agli studenti non madrelingua.

Significa semplicemente “solo“, riferito ad una persona che si trova fisicamente sola in un luogo, senza la presenza di altre persone.

Il diminutivo di solo, cioè soletto, è stato usato da Dante Alighieri due volte all’interno della Divina Commedia.

La prima volta quando si parla del poeta stesso, nel canto XII dell’Inferno, indicandolo come l’unico (quindi solo lui) a cui è concesso il privilegio di questo viaggio nell’Aldilà.

Dopo essere stato introdotto da Dante, soletto ha resistito fino ai giorni nostri, dove si itilizza nell’espressione “stare solo soletto“, che equivale a “stare solo”, “stare da solo”, oppure “stare solo solo” ma “soletto” è più espressivo.

In genere si utilizza quando non si è in contesti di pericolo. Spesso, piuttosto, si usa per indicare una condizione di solitudine ma anche piacevole.

Molto di frequente si usa anche “starsene” al posto di stare, per dare l’idea della solitudine volontaria:

Perché te ne stai lì solo soletto?

Amo starmene solo soletto a leggere davanti ad un bel fuoco.

Stava a casa sola soletta.

Ho passato tutto il tempo solo soletto a casa mia

Dopo la festa con gli amici, tutto solo soletto, me ne sono tornato a casa.

Sto ascoltando questo episodio di Italiano Semplicemente solo soletto

Frasi fatte: UNA BOTTA DI VITA

Una botta di vita (scarica audio)

In questi tempi di pandemia, in cui passiamo le nostre giornate sempre in casa, ogni tanto abbiamo bisogno di “una botta di vita“. Anche andare a fare una passeggiata può essere considerata una botta di vita, o uscire con due amici a prendere un caffè.

Per alcuni persino uscire di casa a comprare il pane può costituire una botta di vita.

Questa espressione, piuttosto ironica, si usa per indicare un momento di vivacità, un momento in cui si assapora il gusto della vita.

Qualsiasi cosa di divertente o piacevole, qualsiasi attività, specie fatta all’aperto, possiamo chiamarla in questo modo.

Riguardo alla “botta“, normalmente rappresenta un colpo, qualcosa che produce anche rumore.

In questo caso si usa in modo figurato per indicare una cosa improvvisa e insolita, qualcosa di inatteso, inaspettato, che rompe la monotonia quotidiana.

Quindi per poter usare questa espressione deve trattarsi di una cosa molto insolita, inaspettata e allo stesso tempo divertente.

Ci vediamo alla prossima frase fatta italiana.

Frasi fatte: ESSERE IN BOLLETTA

Essere in bolletta (scarica audio)

Essere in bolletta

Per indicare che non ci sono più soldi, esistono diverse modalità nella lingua italiana. La più famosa è ESSERE AL VERDE, poi c’è anche NON AVERE IL BECCO DI UN QUATTRINO.

Un’espressione analoga è ESSERE IN BOLLETTA o TROVARSI IN BOLLETTA. Anche questa un’espressione informale.

Riguardo alla prima parte, si usa “essere in” perché in questo modo si indica normalmente una condizione nella quale ci si trova:

Essere in mutande

Essere in cattive condizioni

Essere in difficoltà

Eccetera.

Il termine bolletta invece indica solitamente qualcosa da pagare. Esiste infatti la bolletta della luce e la bolletta del gas o dell’acqua. È un documento ufficiale che riporta i consumi che dobbiamo pagare.

La bolletta è il diminutivo di bolla, che storicamente indica una specie di certificato che serve ad attestare l’ufficialità di un documento. Questa è l’origine.

Essere in bolletta quindi si usa per dire non solo che non abbiamo più soldi, ma è anche l’espressione più indicata per dire che abbiamo debiti o delle bollette che non possiamo pagare.

443 Degno di nota

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degno di nota

Ecco un’altra frase che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio di oggi: DEGNO DI NOTA.

Accade nel canto XX della Divina Commedia, nell’ottavo girone, dove Dante vede avanzare una schiera di dannati che lentamente camminano con la faccia all’indietro come in una processione: si tratta degli indovini, che vengono puniti impedendo loro di “guardare avanti”, avendo in vita peccato facendo proprio questo: indovinare, prevedere il futuro, cioè guardare avanti.

Così Dante, guardando queste anime, chiede a Virgilio (la sua guida) se fra questi indovini ve ne fosse qualcuno degno di nota, cioè conosciuto, noto, o qualcuno che valesse la pena di notare, qualche personaggio noto, famoso.

Allo stesso modo oggi si usa questa espressione quando vogliamo indicare qualcosa o qualcuno che merita di essere notato, qualcosa o qualcuno dunque di importante, di notevole; qualcuno che meriti attenzione, che non è come gli altri.

La dignità è un concetto abbastanza difficile da spiegare, e in genere è una caratteristica associata alle persone. Tra l’altro esiste anche come ricorderete, l’aggettivo dignitoso.

Ma essere degno di qualcosa, come abbiamo visto anche nell’episodio 287, significa meritare questa cosa, più semplicemente.

Se sei degno di attenzione meriti la mia attenzione o quella di altri.

Se sei degno di stima meriti la stima delle persone.

Eccetera.

In questo caso abbiamo “degno di nota” che è più generale e significa importante: meritare una nota, cioè meritare considerazione, attenzione, meritare di essere menzionato, o annotato se vogliamo.

Qualsiasi cosa può essere degna di nota: un documento, una notizia, una frase, uno studente eccetera e può anche indicare una qualità, ma non è affatto detto.

A proposito di qualità: adesso attenti perché abbiamo un bel ripasso degno di nota, che consta di una trentina di episodi passati.

State concentrati ed ascoltate la voce di Emma, che fa parte degnamente dell’associazione Italiano Semplicemente.

Emma: Gianni è un professore eccellente. Per tendere la mano a noi membri, questa volta ci ha chiamato in causa con una caterva di indovinelli, cosicché possiamo ingranare con la lingua giocando.
A dire il vero, alcuni membri se la cavano benissimo, ma di contro, altri meno, tra cui, mio malgrado, sono annoverata.. Mi incarto ogni due per tre nello scervellarmi per trovare la risposta. Sicché mi domando e dico: “ o sono io la dura di comprendonio o magari questo gioco non fa proprio al caso mio? O peggio, persino questo gioco è soltanto appannaggio delle teste più veloci. Se fosse così, sono passibile di miglioramento? E qui ti voglio!”.
Inoltre è meglio precisare, a scanso di equivoci, che questo ripasso che ho scritto non vuole essere la benché minima lagna, se non altro quanto a me e al mio livello di italiano, bensì un pretesto per rispolverare qualche episodio passato. Che io sappia, ripetere giova, eccome! Non ci resta pertanto che esercitarci di continuo.
Con i miei sentiti auguri, saluto tutti i membri dell’associazione, nella speranza che via via, con l’allenamento, riusciamo a destreggiarci con la lingua sempre meglio.
Di nuovo buon anno e tanti Auguri.

442 Non mi tange

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non mi tange

Una delle frasi che Dante Alighieri ha portato nel linguaggio comune è NON MI TANGE.

Tutti usano questa espressione in Italia: essa esprime un concetto potrei dire “geometrico”.

Avete presente due rette parallele? Se sono parallele, due rette non si incontrano mai, quindi nessuna delle due tange l’altra. Tangere significa infatti incontrare, toccare o anche scalfire.

Da un punto di vista geometrico diciamo ad esempio che una retta è tangente ad una circonferenza quando si toccano in un solo punto, ma nell’uso comune il verbo tangere si usa spesso scherzosamente per indicare che qualcosa non ci tocca neanche in un punto.

La frase si usa quasi sempre con la negazione: NON mi tange.

Esempio:

Le tue accuse verso di me non mi tangono.

Significa che non hanno alcun effetto su di me. In questo senso quindi le accuse non mi toccano: non influiscono sul mio umore, non mi fanno cambiare idea, non mi preoccupano, non mi scalfiscono, non mi importano.

DANTE Alighieri la utilizza nel secondo canto dell’inferno, quando si parla di Beatrice che, trovandosi nell’inferno, non si lascia influenzare dalle sofferenze che si trovano in questo luogo:

La vostra miseria non mi tange

dice Beatrice.

L’espressione si usa nel linguaggio comune a volte in modo scherzoso, altre volte in modo sprezzante, per indicare quanto poco effetto su di te, sulle tue emozioni, sui tuoi interessi, abbia il comportamento di una persona.

Es:

Sai cosa dice Giovanni di te? Dice che sei la persona più brutta al mondo!

Ciò che dice Giovanni non mi tange proprio!

Emma: a me invece mi tange eccome!

Anthony: scusate si può aprire una parentesi sul Covid?

Irina: no, grazie, io sono per il rilassamento oggi!

Hartmut: anche io, potrebbe risentirne l’apprendimento!

Frasi fatte: Bell’e buono

Bell’e buono (scarica audio)

Bell'e buono

C’è una frase fatta, di uso comune, per indicare una evidente caratteristica di qualcosa o qualcuno: bell’e buono.

Quando volete sottolineare che questa caratteristica è senza dubbio vera, quando è indiscutibile, quando nessuno può negare che sia così, potete dire ad esempio:

Sei uno stupido bell’e buono!

Nessuno può negare che sei uno stupido! Non c’è nessun dubbio su questo!

Bell’e buono si scrive con l’apostrofo. Sta per “bello e buono”, infatti potete usare anche questa forma senza apostrofo.

La frase è informale ovviamente.

Normalmente si è molto arrabbiati quando si usa questa espressione.

Si usa anche al femminile:

Sei un’imbrogliona bell’e buona!

Oppure, se scoprite che una persona sta cercando di truffarvi se riconoscete la truffa potete dire:

Ma questa è una truffa bell’e buona!

Ci vediamo alla prossima frase fatta.

Batti e ribatti

Batti e ribatti (scarica audio)

batti e ribatti

Cosa può avvenire durante una discussione tra due o più persone? Una di queste cose è sicuramente un batti e ribatti.

Infatti un batti e ribatti avviene quando due persone o due gruppi di persone fanno una discussione che spesso viene definita serrata.

Due persone si accusano l’un l’altra?

In questo caso c’è un batti e ribatti di accuse.

Si offendono ripetutamente?

Sei stato tu a far cadere il governo!

Non è vero, è colpa della tua incapacità!

No, lo sanno tutti che sei un incompetente!

Io incompetente? E tu allora? Non sei neanche laureato!

Avete assistito ad un batti e ribatti di insulti!

A dire il vero l’espressione si usa anche quando si insiste molto e alla fine si ottiene un risultato:

Giovanni voleva ottenere un aumento di stipendio e così tutti i giorni andava dal suo capo a battere cassa. Sai che alla fine, batti e ribatti, ce l’ha fatta!

In questo caso è simile a “dai e dai”. Potremmo anche dire:

Batti oggi, batti domani, alla fine ha ottenuto l’aumento!

Notate che in questo caso non c’è “un” batti e ribatti. Si usano invece i verbi battere e ribattere, come a dire:

a forza di battere e ribattere alla fine c’è riuscito

Nel caso invece di una discussione, dove si usa “un”, come dicevo spesso si parla di discussione serrata, simile a discussione accesa, animata, ma c’è anche il senso della velocità. E’ anche una discussione incalzante, rapida, veloce.

C’è il senso del ritmo, per indicare che l’accusa di una persona arriva subito dopo quella dell’altra.

Frasi fatte: battere cassa

Battere cassa (scarica file audio)

Benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente dedicato alle frasi fatte.

Battere cassa è la frase fatta del giorno.

Una frase informale che significa esigere un pagamento.

Esigere un pagamento a sua volta vuol dire chiedere ad una persona o a un’azienda di pagare ciò che deve pagare.

Vediamo alcuni esempi di uso:

Quel cliente non ha più pagato la merce che ha preso.

Bisogna battere cassa altrimenti non pagherà più.

La cassa è il macchinario che hanno tutti i commercianti che serve a mettere i soldi ed emettere gli scontrini.

Battere cassa è quindi un modo per dire: quando mi paghi?

La frase si usa a volte però anche al di fuori dei pagamenti. Si sta sempre però chiedendo qualcosa con insistenza.

Es:

Ho fatto un favore ad un mio collega, quindo adesso potrò chiederne uno io a lui. Appena avrò l’occasione andrò a batter cassa.

Quindi si può usare anche nel senso di chiedere qualcosa indietro, chiedere di ottenere qualcosa. Anche una ricompensa può essere chiesta battendo cassa (senza articolo “la” , mi raccomando).

Dopo tutto ciò che ho fatto per lei, adesso è il momento che faccia lei qualcosa per me. Vado a batter cassa!

Italiano Professionale – lezione 30: Il titolare e il facente funzione

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Descrizione

Lezione 30 del corso di Italiano Professionale. Ci troviamo sempre nella sezione n. 3, dedicata alle riunioni e agli incontri.
L’argomento è il “facente funzione” o “facente funzioni“.

Vediamo però tutti i termini usati per indicare la sostituzione temporanea di una persona in ambito lavorativo.

facente funzioni

441 Previo

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Previo

previoSapete che se una parola inizia con “pre” in italiano quasi sempre si riferisce a qualcosa che viene “prima”, qualcosa che sta “davanti”, qualcosa di necessario spesso.

  • Ad esempio:
  • Precedente
  • Preliminare
  • Preparatorio
  • Preambolo
  • Premessa
  • Pretesto

Ci sono tante parole di questo tipo. Il concetto di “prima” può cambiare ogni volta. Ad esempio abbiamo già visto la parola “pretesto“, nell’episodio 134, e un pretesto è simile ad una scusa, qualcosa che ci prepariamo prima, di solito, per giustificare un’azione.

Tra questi termini comunque ce n’è anche un altro poco noto ai non madrelingua: PREVIO o PREVIA.

Previo indica direttamente qualcosa che deve stare davanti, che deve avvenire prima di qualcos’altro.

Si parla quindi di qualcosa che ha la precedenza, di qualcosa di preliminare, qualcosa di indispensabile, qualcosa che occorre fare. Nel linguaggio comune si usa poco, poiché si preferisce usare altre forme per esprimere lo stesso concetto. Si usa invece spesso nel linguaggio burocratico e amministrativo, dove inevitabilmente si parla di cose “necessarie” da fare, di adempimenti obbligatori.

Vediamo qualche esempio comunque:

L’esame si svolgerà nei prossimi 20 giorni, previo avviso pubblicato sul sito dell’università

Quindi prima uscirà l’avviso sul sito dell’università, e successivamente si svolgerà l’esame.

Qual è la cosa necessaria in questo caso? Qual è la cosa che deve avvenire prima? La pubblicazione dell’avviso sul sito dell’università. Senza questo avviso non ci sarà nessun esame.

Ovviamente si userà previo o previa a seconda che la cosa necessaria è maschile o femminile rispettivamente.

Si potranno incontrare i professori tutti i lunedì previa richiesta appuntamento telefonico

Quindi per poter incontrare i professori bisogna fare necessariamente una richiesta telefonica in precedenza, altrimenti niente incontro.

Notate due cose:

La cosa necessaria sta solitamente alla fine. Inoltre la cosa necessaria va scritta senza articolo:

  • Previo appuntamento
  • Previa richiesta
  • Previo invio dei documenti
  • Previa telefonata in anticipo

eccetera

Dicevo che solitamente nel linguaggio comune si preferisce evitare questa forma, ritenuta un po’ troppo formale e allora:

 Puoi passare a casa mia previa telefonata

diventa

Prima di passare a casa mia meglio se mi fai uno squillo

e:

Posso uscire stasera ma solo previa autorizzazione da parte di mia madre

diventa ad esempio:

Stasera potrò uscire solo se mia madre mi autorizza

Esiste anche previamente, un avverbio, che quindi si usa prima dei verbi:

Prima di lavorare in Italia bisogna previamente imparare la lingua

Non si può fare un esame senza previamente aver studiato

Natalia: allora grazie Giovanni, al di là del fatto che forse non userò mai questo termine.

Bogusia: vedi tu, quanto a me, credo che lo farò invece.

Irina:  Anche io, sulla scorta di questa spiegazione poi sarà sicuramente più facile

Ulrike: forti anche del fatto che potremo esercitarci nel gruppo whatsapp dell’associazione.

440 Tanto quanto

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Tanto quanto

In questo episodio ci occupiamo di tanto e di quanto.

Potrei dire che in questo episodio ci occupiamo tanto di quanto, quanto di tanto.

Sia tanto che quanto sono termini legati alla quantità.

Tanto è usato ovviamente per esprimere una grande quantità o anche una grande intensità.

Ho guadagnato tanto

Ti amo tanto

Lo stesso vale per “quanto“, che si usa normalmente nelle domande:

Quanto hai guadagnato oggi?

Quanto mi ami?

Se invece usiamo i due termini insieme, sto parlando sempre di quantità e di intensità, ma sto anche facendo un confronto.

Quanto mi ami?

Ti amo tanto quanto tu ami me

Cioè io amo te quanto tu ami me. In pratica ognuno ama l’altro nella stessa misura, con la stessa intensità.

Quanta pasta vuoi?

Tanta quanto basta per riempire il piatto.

Quindi “tanto quanto” serve a fare un confronto alla pari: la stessa quantità, o la quantità necessaria, lo stesso livello, la stessa intensità.

Posso anche distanziare i due termini ma in questo caso sto facendo un confronto tra cose diverse:

Sei tanto bella quanto intelligente.

Vale a dire che:

La tua bellezza è pari alla tua intelligenza.

Posso anche arricchire con più o meno:

Quanto più ti conosco, tanto più mi piaci.

O più brevemente:

Più ti conosco, più mi piaci

Cioè: all’aumentare della tua conoscenza, aumenta anche il mio sentimento per te.

Oppure:

Quanto meno ti vedo, tanto più mi manchi.

O più brevemente:

Meno ti vedo, più mi manchi.

Cioè: al diminuire dei nostri incontri, aumenta la mia voglia di vederti.

Posso fare altri esempi:

Quanto più ti fanno arrabbiare, tanto più devi avere pazienza

Notate che “quanto” serve a fissare il termine di confronto, mentre “tanto” serve a indicare il secondo elemento che eguaglia il primo. “Tanto” ha il ruolo di “altrettanto” in questo caso.

Inoltre tanto può diventare tanta, al femminile, e quanto può diventare quanta, ma quanto può restare anche al maschile:

Ha tanta fantasia quanta creatività.

Però attenzione perché:

Ho tanto bisogno di lavoro quanto (bisogno) di felicità

Invece il plurale lo posso usare in entrambi i casi quando sto confrontando due quantità, due numeri:

Hai tante idee quante le cose che inizi ma non porti a termine.

Quindi sto confrontando il numero di idee con il numero delle cose che inizi ma non porti a termine, e dico che sono la stessa quantità.

Un altro esempio:

Hai tanti figli quanti nipoti

 

Tanti – tanti

C’è da dire che se confronto la stessa quantità con sé stessa, allora posso usare due volte “tanto/a/i/e”

Se dico infatti:

Spendi tanti soldi quanti ne guadagni

Significa che spendi tutti i soldi che guadagni. Allora posso anche dire, più brevemente:

Tanti soldi guadagni, tanti ne spendi.

In questo caso la sequenza è temporale, prima guadagni e poi spendi: tanto guadagni, tanto spendi. La stessa cifra.

Giovanni ha una mira infallibile, infatti tanti colpi esplode, tanti vanno a segno.

Quindi il primo “tanti” equivale a “quanti”, perché è il termine di confronto, mentre il secondo equivale a “altrettanti”.

Hai fatto innamorare tanti uomini quanti te ne ho presentati

Cioè:

Tanti uomini ti ho presentato e tanti ne hai fatti innamorare

 

Non solo quantità

Attenzione a un’altra cosa adesso, perché non è neanche detto che si parli di quantità.

La cosa che conta è che si faccia un confronto:

Se tu mi dici che la matematica non è una scienza, io ti rispondo che:

La matematica è una scienza tanto quanto la chimica.

Confronto la matematica e la chimica. Le quantità non c’entrano.

Qui significa “allo stesso modo“, “essere sullo stesso piano“.

La matematica è una scienza allo stesso modo di quanto lo sia la chimica.

È un po’ come dire che sia la matematica che la chimica sono scienze, ma se uso “tanto quanto la chimica” voglio portare la matematica allo stesso livello della chimica.

 

Distinzioni e preferenze

Ma il confronto posso farlo anche per distinguere:

A me non piace tanto A, quanto B.

È importante fare la pausa, per questo motivo c’è la virgola:

A me non piace tanto insegnare la lingua, quanto far innamorare gli studenti della lingua

Ovviamente se volete fare semplicemente una distinzione, meglio usare altre modalità, tipo usare “ma” , “invece” , “piuttosto”.

Se utilizzo tanto e quanto è perché in questo caso voglio esprimere la preferenza per B senza escludere A.

È possibile anche togliere “tanto” e cosi facendo aumenta la distanza tra A e B. L’aggiunta di “invece” e “piuttosto” hanno ugualmente questo ruolo.

Non mi piacciono tanto gli episodi corti, quanto quelli interessanti.

Non mi piacciono gli episodi corti, quanto invece quelli interessanti.

Non mi piacciono gli episodi corti, quanto piuttosto quelli interessanti.

Allora adesso ripassiamo qualche episodio precedente, con l’aiuto tanto dei membri più esperti dell’associazione, quanto di quelli che hanno meno esperienza.

Ulrike: ciao a tutti, circa la durata degli episodi, in questo caso non va a discapito dell’interesse.

Rafaela: poi ci sono anche i ripassi che arrivano a valle di ogni episodio e che vale la pena di aspettare.

Kumi: si, a meno che non si sia dato fondo a tutte le energie.

Irina: ma per noi che ci cimentiamo è comunque importante a prescindere.

439 Scatenare

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Scatenare 

Scatenare è un verbo interessante. Si può usare in bagno, in discoteca, parlando con un amico o in un laboratorio chimico

Deriva dal termine catena. La catena tra le altre cose può servire a incatenare, simile a legare.
Allora se incatenare significa mettere delle catene, scatenare ha il senso opposto: togliere le catene, quindi liberare dalle catene.
Si può ad esempio scatenare un cane, cioè liberarlo dalle catene. Dopo averlo scatenato l’animale è libero.

Dicevo che si può utilizzare in bagno perché scatenare si usa talvolta per indicare quando si tira la catena.
Oggi di bagni con la catena ce ne sono rimasti pochi, così si usa maggiormente il verbo scaricare, poiché c’è un pulsante da premere al posto della catena da tirare e premendo il pulsante si svuota lo scarico.

Comunque il senso di liberare lo troviamo in qualche modo anche nello scarico del bagno perché l’acqua non è più nel contenitore, ma viene liberata “scatenando“.

Questo senso di libertà e di movimento generato, provocato, lo troviamo anche nell’utilizzo principale del verbo scatenare, che è quello di iniziare improvvisamente un’azione, o di avviare una serie di azioni una dietro l’altra, a ripetizione, o meglio “a catena”.
Scatenare quindi è simile a provocare, innescare, causare, dare avvio.
Posso ad esempio fare qualcosa e facendo questo scatenare un sentimento, in genere negativo, in una persona.
Es:

Ho acquistato una ferrari e così ho scatenato l’invidia da parte dei miei vicini

Sono io che ho scatenato l’invidia da parte dei vicini.
Posso anche dire però che questo mio gesto ha fatto scatenare l’invidia.

In generale significa quindi far sorgere all’improvviso un sentimento o un istinto, che può anche essere violento.

Anche una guerra si può scatenare.

La dichiarazione del presidente ha scatenato la guerra.

L’ha provocata quindi, ma c’è il senso di un qualcosa di improvviso e dagli effetti violenti e spesso devastanti.

Una reazione è una cosa che spesso viene associata al verbo scatenare. Non solo però la reazione di una persona, ma anche una reazione chimica ad esempio.

Scatenare è simile anche a Incitare, istigare alla ribellione, alla violenza, spingere ad una reazione violenta:

L’opposizione vuole scatenare il popolo contro lo stato.

Quindi si può scatenare qualcosa (la guerra) ma anche qualcuno (il popolo, la folla).

Parlando di persone, queste si possono scatenare anche da sole, quindi posso usare anche la forma riflessiva: scatenarsi.
Il senso diventa quello di abbandonarsi senza controllo agli istinti, specie quelli violenti.
C’è sempre il senso di qualcosa che viene liberato, di non più trattenuto.

La folla dello stadio si scatena ad ogni gol della squadra.

La folla si lascia andare, non si trattiene, si abbandona, si sfoga, si libera.
Posso anche dire:

Una folla scatenata ha preso d’assalto il supermercato

Oppure:

i manifestanti si scatenarono contro la polizia

Quindi scatenarsi contro significa avventarsi contro qualcuno, aggredire qualcuno.

Ma scatenarsi non sempre è pericoloso e violento.
Infatti ci si può scatenare anche in discoteca.
In questo modo ci si libera, si balla in modo energico e si esprime il proprio piacere per la musica e la voglia di divertirsi.
Allora scatenarsi è simile a entusiasmarsi e infiammarsi.

Se qualcosa ti piace molto ti puoi scatenare quindi.

I bambini sono spesso scatenati quando stanno insieme

Ho un amico che si scatena appena sente parlare di calcio: inizia a parlare e non si ferma più.

Nello sport invece scatenarsi può significare esprimere al massimo e in modo inarrestabile le proprie doti e capacità.

L’attaccante si scatena e segna tre gol

Si può scatenare anche una pioggia improvvisa, una tempesta di neve, una bufera.

Anche l’immaginazione si può scatenare, la curiosità e ogni altra facoltà quando si esprime senza freni.

Un’altra cosa che può scatenarsi è una bicicletta. Ma il senso qui è completamente diverso perché
La bici si scatena quando la sua catena, quella che provoca il movimento, si scollega dai pedali.
Allora in questo caso si toglie la catena, e bisogna fermarsi e sistemare la catena.

Ripasso

Ulrike:
In quanto membro dell’associazione italiano semplicemente per l’anno nuovo mi sono prefissa di partecipare alle attività del suo gruppo WhatsApp.

Anthony: Ah, sicché nel futuro ti vedremo qui ogni due per tre?

Hartmut: Che volete, magari doveva convincersi. Adesso però, benché sia stata assente fino ad ora, il suo proposito mi va proprio a genio, purché ci darà una mano d’ora in poi.

Bogusia: Cosicché potrà esserci d’aiuto anche con i ripassi.

Khaled: Giusto, e in quanto ai ripassi il suo esordio è venuto proprio a tempo debito, sicché ci dà subito lo spunto per abbozzarne uno.

Olga: Meno male, dacché il nuovo episodio è pronto, occorre sbrigarsi, suppongo Gianni stia già scalpitando per il ripasso.

438 Cosicché e sicché

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cosicché e sicché

Cosicché e sicché

Oggi vediamo la differenza tra “cosicché” e “sicché“, due congiunzioni probabilmente poco usate dai non madrelingua.

Sono abbastanza simili in realtà, ma non esattamente, sicché adesso vi spiego la differenza.

Iniziamo da cosicché. Si usa in due modi diversi.

Cosicché: i cambiamenti

Nel primo caso si parla di cambiamenti.

Se ad esempio dico:

Piove, perciò prendo l’ombrello

Posso dire tranquillamente:

Piove, cosicché prendo l’ombrello

Ma in questo caso perciò e quindi sono più adatti.

Nel caso di una variazione invece meglio usare cosicché:

Pensavo ci fosse il sole. Invece pioveva, cosicché ho dovuto prendere l’ombrello

Ogni volta che c’è un cambiamento pertanto è una buona idea usare cosicché. 

Quindi “cosicché” è molto simile a perciò, quindi, ma più simile a “pertanto”,  “in conseguenza di ciò”.

C’era tantissima gente in strada, cosicché siamo dovuti tornare a casa

Stavamo per sposarci, ma il Covid ci ha impedito di farlo alla data programmata, cosicché siamo ancora in attesa di fissare una data per il matrimonio.

Anche qui è chiaro il cambiamento, causato da un inconveniente, un problema inaspettato.

Cosicché: possibilità e potenzialità

Nel secondo caso si parla di possibilità e potenzialità: Una cosa è possibile grazie ad un’altra. Non parlo necessariamente di causa ed effetto, di una semplice conseguenza, piuttosto di un fattore che può determinare delle conseguenze, o che può rendere possibile una conseguenza.

In questo caso cosicché è più simile a: in modo tale da, di modo che, affinché

Es:

La settimana prossima saranno vaccinati gli insegnanti, cosicché si possano riaprire le scuole

Ecco: la riapertura delle scuole è possibile grazie alla vaccinazione degli insegnanti. 

Bisogna rafforzare i controlli della Casa Bianca, cosicché nessuno possa entrare quando vuole

Occorre più trasparenza, cosicché sia possibile controllare i conti pubblici senza alcun problema

Notate che nel caso di cambiamenti, spesso si parla al passato, pertanto nella maggioranza dei casi non si usa il congiuntivo. Quando invece parliamo di possibilità o potenzialità,  di cose che sono state o saranno possibili solo grazie a qualcosa, è consigliato usare il congiuntivo:

Con tutta quella neve abbiamo dovuto mettere le catene alla macchina cosicché potessimo continuare il viaggio

Comunque spesso il congiuntivo non è obbligatorio neanche in questo caso:

Ho deciso di spostare la lezione di italiano  dal lunedì al martedì cosicché il lunedì potrò giocare a basket. (Se volete maggiori informazioni in merito, c’è un episodio dedicato proprio al congiuntivo)

C’è quindi questa possibilità di giocare a basket il lunedì, che diventa reale quando decido di spostare al martedì la lezione di italiano.

Questi dunque sono i due principali casi in cui cosicché è molto adatto: cambiamenti e possibilità

Passiamo a sicché.

Sicché: i cambiamenti

Si usa esattamente come cosicché nel primo caso (anche staccato: così che) quindi per esprimere una conseguenza  in modo analogo a quindi e perciò, specie quando ci sono dei cambiamenti, proprio come cosicché.

Non sopportavo che mia moglie mi tradisse, sicché adesso sono di nuovo single.

Da questo punto di vista quindi sicché è identico a cosicché, forse anche un po’ più secco, più deciso, netto: una conseguenza inevitabile diciamo:

Ho mangiato troppo in questi ultimi anni, sicché adesso ho 20 kg in sovrappeso.

Nessuno mi aiutava, sicché ho fatto tutto da solo

Come a dire: non poteva che accadere questo, è stata una conseguenza inevitabile.

 Nel secondo caso visto prima però, quindi nel caso di possibilità e potenzialità, sicché non è molto adatto.

Normalmente quindi la frase:

Adesso mangerò meno sicché dimagrirò sicuramente

Non è scorretto di per sé, ma si preferisce usare cosicché, in modo tale da. perché non è una conseguenza inevitabile ma una possibilità.

Invece sicché ha un uso specifico. 

Sicché: frasi interrogative conclusive

Si può usare infatti con un tono interrogativo per invitare altre persone a trarre delle conclusioni. 

Sicché, cosa hai deciso, verrai con noi al corso di italiano? 

Anche in questo caso potrei usare quindi o perciò, ma anche in questo caso sicché esprime in modo più netto e deciso un concetto finale, conclusivo. A volte può esserci irritazione, impazienza:

Cara, io devo dirti la verità… amo un’altra. 

Ah, sicché, hai deciso di lasciarmi? E cosa avrebbe lei più di me?

In questi casi la frase è sotto forma di domanda, ma spesso si tratta di domande retoriche o di deduzioni logiche (come in quest’ultimo caso). Spessissimo si tratta di domande ironiche. Solo a volte è una vera domanda, diciamo più una richiesta di conferma, come a dire: io so questa cosa, è vera?

Sicché hai una nuova fidanzata, complimenti!

Sicché stasera vieni anche tu alla festa vero?   

L’episodio è durato più del previsto, cosicché meglio fare un ripasso molto breve:

Irina: bene, anche brevissimo, purché non si salti il ripasso però. Per me è fondamentale.

Ulrike: Quanto a me, sono completamente d’accordo.

Sofie: Io no invece. Certi episodi sono di un breve che finiscono subito! 

M4: sicché hai intenzione di continuare a contraddire sempre tutti? Non hai il mio plauso in questo caso.

Sofie: Assolutamente no. Dico solo la mia idea cosicché tutti possano conoscerla. Questo è quanto.

 

437 In quanto

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In quanto

Oggi vediamo la differenza tra “in quanto”, “in quanto a” e “quanto a“. Pare che queste preposizioni, usate prima o dopo, abbiano una certa importanza.

Iniziamo da “in quanto“, che si utilizza con lo stesso significato di “quindi” e “perciò“. Un altro modo, questo, per esprimere le conseguenze. Abbiamo affrontato il problema delle conseguenze più volte. Vi ricordo gli episodi attraverso dei link: Esprimere le conseguenze – Ragion per cuidacchépoichéin virtù.

Ad esempio: 

Dobbiamo fare un episodio breve in quanto siamo nella rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente”.

Sono stato battezzato in quanto la mia famiglia è cattolica

Credo nel futuro in quanto ottimista 

Quindi “in quanto” ha lo un uso molto simile a “quindi”, “perciò”, ma anche a “poiché”, “dato che”, “considerato che”, “visto che”, ed anche “quale“.

Se invece uso la preposizione “a” immediatamente dopo ottengo “in quanto a“, una locuzione molto simile a “circa“, che abbiamo spiegato nell’episodio n. 212 e quindi significa “relativamente a“, “riguardo a“, “in merito a“.

Torniamo quindi all’episodio “in merito a” visto due puntate fa, per indicare qualcosa, per circoscrivere un aspetto.

Ci sono però alcune cose interessanti da specificare.

Prima di tutto “in quanto a” è più colloquiale rispetto a “in merito a“:

In quanto alla cosa di cui mi volevi parlare, la vediamo domani ok?

Secondo: si usa spesso per indicare cose che meritano meno importanza o per sottolineare dei difetti.

Abbiamo detto le cose più importanti. In quanto ai dettagli li vedremo domani. 

La ragazza è carina ma non è il massimo in quanto a educazione 

Il compito di italiano che hai fatto non è molto buono in quanto a creatività

Più raramente si usa anche per evidenziare pregi:

Non sei male in quanto a idee.

Italiano semplicemente si contraddistingue in quanto alla qualità delle lezioni  

In modo simile posso usare anche “in fatto di“, “a livello di“:

In fatto di fantasia, non mi batte nessuno!

A livello di comodità, la mia macchina è il massimo!

Anche in questo caso parliamo sempre dello stesso uso di “in merito a“, ma in modo più colloquiale.

Ora, a volte succede anche di non mettere “in” all’inizio, ma generalmente l’utilizzo in questo caso è ancora più informale. Sto sempre indicando qualcosa, ma questa forma senza “in” spesso si utilizza per esprimere un sentimento negativo o comunque sempre per sottolineare cose meno importanti,  

(in) quanto a te,  facciamo i conti dopo!

A voi, amici, vi aiuto volentieri. (In) quanto a coloro che mi criticano sempre, si arrangeranno! 

Adesso ripassiamo. Quanto alla durata di questo episodio, non ve ne preoccupate troppo…

Kumi (Giappone): io non mi preoccupo Gianni, ma cerchiamo di darci una regolata comunque.

Rauno Finlandia): di cosa parlerà il prossimo episodio di bello?
Lia (Brasile): pare che nessuno sappia questo. In quanto a me, non faccio eccezione.
Rafaela (Spagna): invece secondo me, zitta zitta tu ne sai qualcosa…

28 – L’acconto – ITALIANO COMMERCIALE

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Trascrizione

Lezione 28 di due minuti con Italiano commerciale. Parliamo dell’acconto.

Nella lezione 17 abbiamo parlato del conguaglio. Sia nel caso dell’acconto che nel caso del conguaglio si parla di pagamenti. Ne parliamo spesso ma è inevitabile nel commercio. Infatti abbiamo parlato anche dell’emissione di un pagamento, ma anche del corrispettivo, della ricevuta, della fattura, del pagamento forfettario ed anche dei proventi e introiti. 

Oggi parliamo dell’acconto. Quando dobbiamo effettuare un pagamento, o quando dobbiamo ricevere un pagamento, possiamo decidere di dividere il pagamento in due o più parti.

La prima parte del pagamento si chiama acconto o anticipo. L’acconto pertanto viene versato come pagamento parziale, a cui seguirà un successivo pagamento a saldo. Ma il saldo lo vedremo in un altro episodio.

L’acconto si utilizza spesso quando si tratta di pagamenti sostanziosi, di grosse cifre.

Un acconto si può avere, nel senso di ricevere oppure si può dare cioè versare:

L’acconto è una parte della cifra pattuita in una compravendita o in una transazione commerciale, come ad esempio quando un commerciante firma un contratto per un acquisto presso un fornitore. Quando c’è una compravendita c’è un contratto che ha ad oggetto il trasferimento di qualcosa dietro il pagamento di un prezzo.

L’acquirente paga subito un acconto, poi quando riceve la merce pagherà la cifra restante. Come tutti i pagamenti che avvengono nel commercio,  anche l’acconto viene tassato normalmente quindi l’acconto è assoggettato all’IVA, di cui abbiamo già parlato. Allo stesso modo, deve essere fatturato nel momento in cui viene pagato. Si deve emettere pertanto una fattura. Anche della fattura si è già parlato.

l'accontoDicevo che spesso si parla di anticipo di un pagamento,  ma questo è un termine che ha molti più utilizzi, tra cui appunto quella di una somma di denaro che viene anticipata. L’acconto invece ha a che fare solamente con i pagamenti.

Esistono anche delle tipologie di acconto legate alla tassazione, ma ne parleremo in altri episodi di Italiano commerciale.

436 Nel merito

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Nel merito

Entrare nel merito

In merito all’episodio di ieri, abbiamo visto che usare la preposizione “in” davanti a “merito” è come dire “riguardo a” oppure ‘per quanto riguarda’  con riferimento a un campo circoscritto.

A volte si dice anche “in quanto a” ed altre “quanto a“. Questo però lo vediamo nel prossimo episodio.
Se ricordate vi avevo accennato al fatto che esiste anche “nel merito“.
Usiamo “nel merito” quando vogliamo entrare dentro quell’aspetto, cioè più in profondità. Infatti si usa spesso il verbo entrare.

Entrare nel merito

Se entriamo nel merito di una questione vogliamo esaminarla, trattarla, discuterla nei suoi aspetti essenziali, quelli più importanti.
Ad esempio:

Oggi ho voluto entrare nel merito di questa locuzione, mentre nell’ultimo episodio ve ne avevo solamente fatto un accenno.

La locuzione nasce nel diritto processuale, infatti quando un giudice prende la decisione, decidendo chi ha ragione e chi ha torto, il giudice entra nel merito. Il merito rappresenta proprio la questione sulla quale il giudice prende una decisione.
Il giudice entra nel merito e quindi analizza la questione e poi prende la sua decisione.
In generale entrare nel merito significa sempre questo, e tutti possono farlo, non solo i giudici.

Possiamo usare questa espressione ogni volta che vogliamo approfondire un aspetto, senza restare in superficie.

Un professore entra nel merito di un argomento ogni volta che fa una spiegazione.

Quindi per indicare un argomento, un aspetto qualsiasi si usa “in merito” mentre per analizzarlo si entra nel merito.

Chiunque è chiamato a risolvere dei problemi per trovare soluzioni deve entrare nel merito.

Possiamo anche decidere di non entrare nel merito di qualcosa, magari perché crediamo non sia necessario oppure per mancanza di tempo.
Si usa spesso anche in questo modo infatti.

Adesso però, senza entrare troppo nel merito, vorrei qualche frase di ripasso in merito ai vantaggi di far parte dell’associazione Italiano semplicemente.

Khaled: a me piace il gruppo whatsapp dei membri. Finalmente posso parlare in italiano, benché sia piuttosto timida ancora.

Irina: a me piace parlare della cultura italiana, purché lo si faccia in modo anche divertente.

Rafael: a me piace un po’ tutto, ma mi vanno molto a genio le letture del sabato soprattutto.

Xiaoheng: a me non piace molto la mia voce, di contro però capisco l’importanza del parlare

435 In merito

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In merito

in meritoSe conoscete il termine merito, non è detto conosciate anche la locuzione “in merito” che non ha niente a che fare con il merito.
Il termine merito infatti indica l’attribuzione di una qualità, un valore.
In merito” si usa invece per indicare una questione, un argomento di cui parlare o di cui si è già parlato, e per indicare questa questione si utilizza la preposizione “a”:

In merito a

È equivalente a “riguardo a“, ma è un po’ meno informale.
Esempio, appena dopo una spiegazione del professore, potete fare la domanda:

Avrei una domanda in merito

Significa: avrei una domanda su questo argomento, vorrei fare una domanda riguardo a questo.
In questo caso potreste semplicemente chiedere:

Avrei una domanda

Se volete invece indicare una questione diversa dovete specificarla:

Avrei una domanda in merito alla preposizione da usare.

È lo stesso che:

Avrei una domanda riguardo alla preposizione da usare.

In merito” quindi serve a centrare l’argomento.
Se si vuole cambiare argomento, si potrebbe anche utilizzare “per quanto riguarda” che è più discorsivo, quindi usato maggiormente all’orale:

Per quanto riguarda la pronuncia di “merito”, c’è un accento grave sulla lettera e.
In merito alla pronuncia…
Riguardo alla pronuncia…

Nel prossimo episodio vediamo “nel merito” che ha un significato diverso. Ma la vediamo domani. Oggi non voglio entrare nel merito.
Vi lascio al ripasso adesso, dove ascolterete le voci di Carmen e Anthony. Se avete domande in merito a questo episodio potete lasciare un commento.

Anthony: È giunto il tempo di fare dei buoni propositi, che ne dici?
Carmen: ti prefiggi  sempre una caterva di cose all’inizio dell’anno. Ma poco dopo vieni meno e transigi ai tuoi propositi. Così ogni volta ricadi nelle abitudini precedenti, ossia battere la fiacca. Ci metterei la mano sul fuoco che anche questa volta  ci risiamo. È sempre la solita solfa. I propositi del nuovo anno lasciano il tempo che trovano.
Anthony: risparmiami il tuo epilogo. Vedrai che questa è la volta buona.
Carmen: Ascolta, ti suggerisco di fare tesoro di un mio consiglio per non prendere una brutta piega anche questa volta. Devi renderti conto di una cosa: urge armarsi di pazienza. Di prima acchito sembra di non fare alcun progresso, comunque  via via vedrai i frutti. Se tieni duro il meritato esito non tarderà. Mi raccomando tienilo a mente. Ci vuole pazienza.
Anthony: Dunque, mettiamo che io voglia fare sport ogni giorno, cosa potrei fare di bello?
Carmen: idea: Andrai tu a spasso con il cane e sarò io a battere la fiacca.

434 Il prosieguo

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  • Il prosieguo

    Il prosieguo

    Si dice il prosieguo o il proseguo? E che differenza c’è con il proseguimento e con seguito (e seguìto)?

    La risposta alla prima domanda è “Il prosieguo“, con la “i”, sebbene si utilizzi, ma meno comunemente anche la forma senza i: il proseguo.

    Ma cos’è il prosieguo? Prosieguo viene da proseguire, continuare. In proseguire non c’è la lettera “i”, tra la “s” e la “e” quindi verrebbe spontaneo scrivere e dire proseguo. In realtà la forma più corretta è prosieguo.

    Quindi c’è qualcosa che è iniziato e si sta parlando di un eventuale proseguimento.

    Ma il termine prosieguo, nonostante sia equivalente al proseguimento, cioè ciò che viene dopo, si utilizza prevalentemente in una locuzione: “in prosieguo”, e soprattutto “in prosieguo di tempo”, ma ci sono esempi di utilizzo in cui si usano anche altre a cose oltre al tempo: “in prosieguo di qualcosa” significa in un momento successivo, quindi significa “in seguito a qualcosa“, “successivamente a qualcosa“. 

    Il termine prosieguo si utilizza anche come sostantivo: “il prosieguo” di qualcosa. Anche in questo caso si indica, e ancora più direttamente, ciò che accade in un momento successivo: “il prosieguo” è ciò che accade, ma bisogna indicare “di cosa”.

    Vediamo qualche esempio in modo da capire quando possiamo usare “in prosieguo” e “il prosieguo“:

    I professori potranno ricevere i genitori degli alunni in prosieguo all’orario scolastico.

     Questo significa che i genitori vedranno i professori appena dopo che sono terminate le lezioni, nel prosieguo dell’orario scolastico.

    E’ sicuramente un termine meno usato rispetto a proseguimento, ma sottolinea maggiormente il legame tra il prima e il dopo. E’ una specie di allungamento del tempo precedente, quindi generalmente è abbastanza vicino.

    Non avete ancora capito? Sarà tutto più chiaro nel prosieguo dell’episodio

     Gli studenti non erano molto attenti, ma durante il prosieguo della lezione, il loro interesse crebbe.

    Anche con il Covid, bisogna garantire il prosieguo delle lezioni.

    E’ importante quindi che le lezioni proseguano, che vadano avanti. 

    Notate che “in seguito” è abbastanza simile ma è più simile a “dopo“, “successivamente“, quindi c’è meno il senso della continuità, c’è meno legame tra il prima e il dopo. Inoltre spesso c’è il senso della “causa”, quindi di qualcosa che accade dopo che è successo qualcosa. Tuttavia questo è ancora più evidente se uso la preposizione “a”

    A seguito” si usa proprio per indicare la causa e ciò che è successo dopo.

    Se dico:

    A seguito dell’emergenza dovuta al Covid, le lezioni in presenza si sono interrotte.

     C’è una causa: il Covid, che ha determinato l’interruzione delle lezioni in presenza.  

    Notate che l’accento di seguito è sulla “e”. Invece se parlate del verbo “seguire” al participio passato, l’accento è sulla “i”: seguìto. 

    Ho seguito tutte le lezioni, ma a seguito dell’emergenza Covid, queste sono avvenute a distanza

    Avete seguito attentamente la spiegazione? Allora, come al solito, restate attenti al prosieguo dell’episodio, in cui ripassiamo le puntate precedenti.

    Irina: A volte sembra che io sia un po’ dura di comprendonio, ma fermo restando che non faccio altro che studiare, di tanto in tanto il mio cervello mi fa vedere i sorci verdi.
    Che io tenti di rispolverare le locuzioni precedenti o meno, spesso non mi sento in grado di sfoderare un linguaggio decente, trovandomi a tu per tu con un italiano.
    Ma checché se ne dica, la speranza è l’ultima a morire. Devo solo armarmi di pazienza.
    Sono sicura che il lavoro sarà appagante e spero anche divertente.

Essere o stare? Ci sono, ci sto, ci sta, ci stanno

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Ci sto, ci sta, ci stanno, c’è, ci sono

Può risultare difficile a volte capire, per un non madrelingua, quando usare il verbo giusto.
Questo accade ad esempio con i verbi essere e stare, soprattutto quando mettiamo la particella ci davanti.

Oggi parliamo di questo.
Ci sono o ci sto?
Ci sei o ci stai?
Ci sono o ci stanno?

Vedrete che ci sono alcune circostanze in cui potete usare indifferentemente i due verbi e altri casi in cui questo non posso farlo.

Esprimere accordo o disaccordo

Vediamo qualche esempio e vediamo di fare chiarezza.

Ci state?

Ecco, iniziamo proprio da “ci state”.
La vostra risposta può essere:

Si, ci sto
Si, ci stiamo

Questo significa:
d’accordo, ok, va bene, aggiudicato, per me va bene, accetto, sono d’accordo.

Ogni volta che siete d’accordo oppure no potete usare questa modalità.
In genere però “ci sto” e “ci stiamo” ecc (o non ci sto, non ci stiamo, non ci stanno ecc) comportano un impegno personale. Non è un semplice “va bene”, ma c’è un coinvolgimento.

Vogliamo iniziare a studiare subito? Ci stai?

Andiamo a Roma quest’estate? Ci state?

Sfide e scommesse

Altre volte può essere una sfida o una scommessa:

Scommettiamo che la Roma vince lo scudetto quest’anno? Mi dai 100 euro se la Roma vince?

Ci stai?

In tutti questi casi visti finora, è bene dirlo, non posso usare il verbo essere. Quando si chiede un’opinione o si fa un accordo, o si accetta una sfida o una scommessa posso usare solo il verbo stare.

Presenza fisica e concentrazione

Vediamo invece quando posso usare anche il verbo essere.

Domani andiamo tutti al cinema insieme. Ci devi stare anche tu!
Ci devi essere!

In questo caso è la stessa identica cosa usare essere o stare.

Ci stai domani a casa di Giovanni?
Ci sei domani a casa di Giovanni?

Il verbo essere o stare in questo caso indica la presenza in un luogo.

Vengo a trovarti domani.

Ci sarai a casa?
Ci starai a casa?

Potete scegliere il verbo che preferite, sebbene stare sia un pochino più colloquiale.

Che c’è da mangiare? C’è/ci sta qualcosa in frigo? Ci sta/c’è qualcosa di fresco?

La presenza può anche essere mentale e non fisica:

Giovanni, ti vedo distratto, ci sei? Ci stai?

Che significa: sei con noi? Sei mentalmente presente?

Esistono però due espressioni che meritano la vostra attenzione:

Esserci con la testa.
Starci con la testa.

Entrambe si utilizzano per indicare un comportamento strano, un comportamento irrazionale di una persona e anche la pazzia.

Si parla di una persona che non ragiona più, che non usa più la testa, cioè il cervello.

Il verbo stare in questi casi è più adatto. Ad ogni modo le due espressioni possono essere usate sia per indicare la presenza mentale, la concentrazione o anche un comportamento irrazionale, e persino la pazzia vera e propria.

A volte può indicare anche una condizione momentanea in conseguenza di un trauma.

Bisogna starci con la testa per fare questo lavoro (concentrazione)

Giovanni non c’è più con la testa ultimamente. Ha molti problemi in famiglia (concentrazione o comportamento irrazionale).

Ma che fai? Ma ci stai con la testa? Hai fatto cadere tutti i bicchieri! (concentrazione).

Da quando ha perso il figlio Marco non ci sta più con la testa. È irascibile, scontroso, vuole stare sempre solo (conseguenza di un trauma)

Ma cosa fa quell’uomo? Mangia la pasta con le mani?
Non ci fare caso, non ci sta con la testa (pazzia, malattia mentale).

In questi casi potete usare sia essere che stare, ma come detto stare è più adatto, più informale e più utile per estremizzare il concetto fino alla pazzia.

Accettare scherzi e sconfitte

C’è un altro caso, oltre alla richiesta di opinione, in cui si può usare solamente il verbo stare: quando si fanno degli scherzi o quando si devono accettare le conseguenze di qualcosa di negativo dal punto di vista personale, come una sconfitta.

Hai perso, ci devi stare!

Vale a dire: devi saper accettare la sconfitta, bisogna saper perdere.

In questo caso non ha senso usare il verbo essere.

Accettare una sconfitta quindi è simile ad accettare un invito o una sfida.

Ci stai domani se andiamo al. Cinema? (invito)
Facciamo una sfida a chi arriva prima a casa? Ci stai? (sfida)
Maria ci sta sempre quando perde (sconfitta)

Uguale con gli scherzi:

Francesca non sta mai agli scherzi.

Attenzione:

Con la frase “stare agli scherzi” però potete non usare “ci”. Stare agli scherzi significa ugualmente “accettare” gli scherzi, anche se pesanti, fastidiosi per chi li riceve.

Posso quindi dire:

Devi stare agli scherzi
Devi starci agli scherzi
Ci devi stare agli scherzi
Non state mai agli scherzi
Non ci state mai agli scherzi.

Se non pronunciate “agli scherzi” è però obbligatorio usare ci:

Ti arrabbi sempre, non ci stai mai!
Devi starci, non ti irritare.

Invece se nominate gli scherzi potete scegliere, ma meglio senza ci:

Io (ci) so stare agli scherzi!
Loro non (ci) sanno stare agli scherzi.

Anche in questo caso non ha senso usare il verbo essere perché è una locuzione con un significato preciso e cristallizzato.

Stare al gioco

C’è un caso simile agli scherzi, in cui ugualmente si usa solamente stare:

Stare al gioco: ci stai al gioco?

Stare al gioco significa assecondare un comportamento, “giocare insieme”, ma è inteso nel senso di uno scherzo, o di una finzione. Può significare “accettare le regole” e rispettarle ma anche non opporsi ad uno scherzo fatto ad altre persone.

Voglio fare uno scherzo a Giovanni. Tu ci stai al gioco?

In questo caso non si può usare essere.

Anche stare al gioco ha ormai assunto un significato preciso.

Se tu “stai al gioco”, se cioè “ci stai” significa che non ti opponi, o che fai finta di niente o anche che “non rovini lo scherzo”, che “partecipi al gioco anche tu”.

Anche qui c’è il senso di accettare qualcosa in fondo, ma lo scherzo, il gioco, non è contro di te, ma un’altra persona. Vedete anche l’episodio sulla frase “reggere il gioco” che è interessante.

Qualcosa di accettabile, adeguato, appropriato

Andiamo avanti e vediamo un altro modo di usare ci + stare che non può essere sostituito da ci + essere.

Si usa quando qualcosa è adeguato o normale, insomma accettabile.

Ancora una volta si parla di accettare ma non c’è nessuno che deve accettare. Si parla in generale.

Ci sta che qualche volta si perde

Come a dire: non è strano, ci sta, è accettabile, si può accettare, si può tollerare, può capitare.

Anche in questo caso il verbo essere non può essere usato.

Altre volte indica qualcosa non solo si accettabile, ma di adatto, adeguato, che serve, qualcosa di necessario:

Dopo 3 ore di lezione ci sta (bene) una pausa di almeno 10 minuti.

C’è, in questo caso, appunto il senso di adeguato, adatto. Altre volte addirittura indica qualcosa di desiderabile

Se dico:

Adesso un caffè ci sta tutto!

Cioè: un caffè è proprio ciò che ci vuole: è appropriato.

Come ci sta il formaggio sulla pasta?

Ci sta benissimo.

Anche qui: non possiamo usare il verbo essere. In questo caso si parla di una buona associazione, di appropriatezza: il formaggio ci sta bene, si associa perfettamente con la pasta. Potremmo dire che è la morte sua.

Ugualmente con l’accoppiamento dei colori o di vestiti.

Come ci sta la cravatta verde con la giacca blu?

Non ci sta bene. I colori verde e blu si associano male. Ci stanno male insieme. Non è appropriato come accoppiamento.

Il verbo essere in pratica si può sostituire al verbo stare solo nei casi visti all’inizio, quando parlo della presenza fisica, concentrazione, pazzia e strani comportamenti. Poi dopo vediamo altri casi abbiate pazienza.

Ma non finisce qui.

Dimensioni

Ci sta può significare anche “c’entra“, nel senso fisico, nel senso di spazio:

Ci sta questo armadio nella tua camera?

Cioè: C’entra? C’è spazio?

Questo è il senso.

Anche in questo caso il verbo essere non si può usare. Infatti “c’è” e “ci sono” non possono sostituire in questo caso ci sta e ci stanno.

Diverso è il caso della presenza fisica, come si è visto. Se ad esempio chiamo a casa di un amico posso chiedere:

C’è marco?

Ci sta marco?

Solo in questo caso, negli esempi visti finora, quindi posso usare indifferentemente essere e stare. “C’è” infatti è la forma apostrofata di “ci è”.

C’entra

Abbiamo parlato di c’entra prima, parlando di spazio.

Se ci pensate, c’entra si usa anche per l’appropriatezza:

Che c’entra la maionese sulla pasta? Che ci sta a fare?

Che c’entri tu? Non ti immischiare! Che ci stai a fare?

Posso spesso usare “stare” in questi casi ma non “essere”.

Che ci stai a fare qui? Non dovevi essere a casa?

È informale ma si usa spesso.

Vedete che si parla di presenza fisica, ma uso stare perché la tua presenza non è appropriata.

Per questo motivo si usa quasi sempre il verbo stare in questi casi. “Essere” suona veramente male: non ci sta bene, potrei dire.

Tra l’altro non sempre si parla di presenza fisica:

Che ci stai a fare con Maria?

In questo caso stare si intende star insieme, essere una coppia, essere fidanzati..

Comodità, agio

Vediamo un altro caso in cui invece stare non è sostituibile da essere:

Io ci sto bene con te.

Ci sto bene a casa mia.

In questi casi: ci sto bene/male, ci stai bene/male, ci stanno bene/male, eccetera significa stare bene, trovarsi bene, essere comodi, essere a proprio agio, provare comodità eccetera.

Posso anche dire:

Io ci sto bene/male con Margherita

In tutti questi casi stiano esprimendo quindi una sensazione positiva o negativa, una situazione comoda o scomoda. Non posso neanche in questo casi usare il verbo essere.

Autocritica e disponibilità

Ci sono altri due casi di cui voglio parlarvi:

Abbiamo preso il Covid perché non usavamo la mascherina: Ci sta bene!

Voglio dire che abbiamo ottenuto ciò che meritavamo. È un’autocritica.

Il “ci” in questo caso sta per “a noi”. Se parliamo di altre persone diventa mi, ti, vi, gli, le.

Infine, se dico che:

La ragazza ci sta!

Questo è un utilizzo di “stare” simile al primo caso visto in questo episodio, parlando di essere d’accordo, quindi “ci sta” esprime accordo, ma si parla di “disponibilità” in questo caso. Una disponibilità particolare però.

La ragazza che “ci sta” è una ragazza disponibile, una ragazza che cede alle lusinghe di un ragazzo, che viene conquistata da un ragazzo.

Si tratta di un linguaggio giovanile, informale, e si parla spesso in questo modo anche per indicare un aspetto negativo di una ragazza, che è troppo disponibile da questo punto di vista. In pratica questa ragazza non è una ragazza seria.

Si può usare anche con persone di sesso maschile, ma i ragazzi, si sa, è normale che siano più “disponibili” delle ragazze.

Comunque anche in questo caso non possiamo usare essere perché non parliamo di presenza fisica o dei casi visti all’inizio: pazzia, comportamenti strani, irrazionali e concentrazione.

Qualcosa sta arrivando

Anche il verbo essere ovviamente, sempre con ci davanti, in alcune occasione non può essere sostituito da stare. Vediamo quando.

Ad esempio se dico:

Ci siamo!

Questo può anche indicare che qualcosa sta per accadere, è vicino, quindi prepariamoci.

È curioso che si usa solo la forma al plurale anche se sono solo.

Domani farò l’esame. Ci siamo quasi!

Essere come ausiliare

Poi naturalmente non posso usare stare quando essere è ausiliare:

In Italia ci siamo stati 2 volte.

Stavolta addirittura ho usato entrambi i verbi! Infatti più in generale quando essere è verbo ausiliare non posso sostituirlo:

A casa ci sono arrivato da solo

Ci siamo visti ieri

E in tutte le espressioni idiomatiche e frasi fatte solitamente è lo stesso.

Ci sono rimasto male

Ci sta a cuore la tua felicità

Identificare

Comunque, pensandoci bene, possiamo usare essere e stare indifferentemente anche quando parliamo di identificare qualcosa o qualcuno, anche indicando delle caratteristiche:

Ci sono/sto anch’io

Ci stanno/sono anche i miei amici

Usare il verbo stare in questi casi è più colloquiale. È più corretto usare essere o anche esistere.

Ad esempio:

Ci sono/stanno due miei amici che vorrebbero conoscerti.

Questi amici hanno questa caratteristica: vorrebbero conoscerti.

Ci sono/stanno dei posti nel mondo che vorrei tanto visitare.

Ci stanno/sono alcune persone che hanno gli occhi di diverso colore.

Ci sono/stanno (esistono) problemi se resto a casa tua?

Ora, ci stanno/sono (esistono) molte persone che amano gli esercizi di ripetizione.

Esercizio di ripetizione

Allora facciamolo, così ripassiamo tutti i casi visti finora:

Ci sta/c’è del vino per la cena?

Non ci sono/stanno problemi se vuoi dormire a casa mia.

Ci stai a fare uno scherzo a Giovanni?

Che ci sta (c’è) da mangiare?

Che ci stai a fare qui?

Non stai mai agli scherzi!

Ci sei/stai domani a casa?

Facciamo una gara, ci stai?

Dai, che dopo 10 anni di matrimonio ogni tanto si litighi ci può stare.

Siamo in 7. Non ci stiamo tutti nella mia macchina.

Ho provato a baciare delle ragazze in discoteca ma nessuna ci stava.

Domani riunione? No, domani non ci sto/sono, sono in ferie.

Ci sta/c’è un amico al telefono che ti cerca

L’episodio è finito. Ci siamo esercitati abbastanza no?

Hei, ci siete/state ancora?