Rimasuglio, resto, resti, rimanenza, avanzo e residuo

Rimasuglio, resto, resti, rimanenza, avanzo e residuo (scarica audio)

episodio 1281

Trascrizione

Ciao a tutti e benvenuti in un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di una famiglia di parole che hanno tutte qualcosa in comune: hanno a che fare con ciò che rimane.

E questa parola, rimane, è proprio la parola chiave dell’episodio.

Per esempio, se mangio una mela e ne lascio un pezzetto sul piatto, posso dire:

«È rimasto un pezzo di mela».

Ma posso anche dire:

«È rimasto un rimasuglio di mela».

Oppure:

«È avanzata un po’ di mela».

E ancora:

«È rimasto un residuo di mela».

Ma attenzione: queste frasi non sono perfettamente equivalenti.

E oggi vediamo perché.

Cominciamo dalla parola più semplice: RESTO. Il resto è ciò che rimane di qualcosa dopo che una parte è stata utilizzata, consumata, tolta o presa.

Per esempio:

«Ho mangiato metà della torta e ho lasciato il resto in frigorifero».

Il resto, quindi, è semplicemente la parte che rimane.

Ma resto ha anche altri significati.

Se entro in un negozio e compro qualcosa che costa 17 euro e pago con 20 euro, il commerciante mi deve dare 3 euro di resto.

«Quanto ti ha dato di resto?»

«Tre euro».

Quindi attenzione: il resto può essere ciò che rimane di una cosa, ma può anche essere il denaro che ci viene restituito quando paghiamo più del necessario.

E c’è anche un’altra espressione molto importante:

«Per il resto…» sul quale, vi ricordo c’è un episodio apposito.

Per esempio:

«Il viaggio è stato bellissimo. Per il resto, non abbiamo avuto nessun problema».

Qui per il resto significa più o meno per tutto il resto, per quanto riguarda le altre cose.

Adesso passiamo a resti, che è il plurale di resto.

Ma c’è una cosa interessante.

Quando parliamo di cibo, soprattutto di cibo già mangiato in parte, resti può assumere una sfumatura particolare.

Per esempio:

«Metti i resti della cena in frigorifero».

Qui parliamo di ciò che è rimasto della cena.

Ma resti può anche riferirsi ai resti umani.

E qui il significato cambia completamente.

Per esempio, possiamo parlare dei:

«resti di un’antica civiltà»

oppure dei:

«resti archeologici».

E in questo caso non stiamo parlando di un pezzo di torta avanzato!

Pensate, per esempio, ai resti di una città romana.

In Italia abbiamo moltissimi resti archeologici dell’epoca romana: strade, mosaici, edifici, statue, acquedotti.

Sono ciò che è rimasto di una civiltà antica.

E proprio qui troviamo una parola molto interessante: rimanenza.

Rimanenza deriva dal verbo rimanere e indica, in generale, ciò che rimane. Siamo sempre lì.

È una parola piuttosto formale però. Viene utilizzata soprattutto in alcuni contesti.

Per esempio, in un negozio possiamo parlare delle rimanenze di magazzino. Ne abbiamo parlato anche in un episodio della rubrica Italiano commerciale. Ricordate? Resto qui finché non rispondete…

Scherzi a parte, se un negozio ha comprato cento magliette e ne ha vendute novanta, le dieci magliette che rimangono costituiscono la rimanenza di magazzino.

Ma difficilmente diremmo:

«Ho mangiato la pizza e ho messo la rimanenza nel frigorifero».

Suonerebbe molto strano! Si può fare, per carità, ma non si usa in questi casi.

In questo caso diremmo piuttosto:

«Ho messo in frigorifero la pizza avanzata».

Quindi rimanenza è una parola più tecnica, più burocratica, più commerciale.

E questo è interessante anche per chi studia l’italiano perché una stessa idea può essere espressa con parole diverse a seconda del contesto.

Ed eccoci a una parola molto comune: avanzo.

Un avanzo è qualcosa che è rimasto dopo essere stato utilizzato o consumato.

Si usa soprattutto quando parliamo di cibo.

«Ci sono degli avanzi della cena».

«Non buttare via gli avanzi, me li mangio domani».

«Domani possiamo mangiare gli avanzi di oggi».

In Italia questa parola è molto comune, anche perché nella nostra cultura tradizionale buttare il cibo non è mai stato visto molto bene.

E qui possiamo fare un piccolo salto nella storia italiana se non vi dispiace. Per secoli moltissime famiglie italiane hanno avuto pochi soldi e poco cibo a disposizione. Per questo si è sviluppata quella che oggi chiamiamo cucina povera, cioè una cucina basata su ingredienti semplici, economici e facilmente disponibili.

E una caratteristica fondamentale di questa cucina era proprio il recupero degli avanzi.

Un esempio famosissimo è la frittata di pasta. La conoscete?

È semplicissima: rimane della pasta dal giorno prima?

Non si butta! Si aggiungono le uova e si prepara una frittata.

E anche la famosa ribollita toscana nasce dalla tradizione di utilizzare il pane e altri ingredienti rimasti.

Quindi, in un certo senso, gli avanzi hanno contribuito a creare alcuni piatti della tradizione italiana.

E questo è un bellissimo esempio di come una necessità economica possa trasformarsi in una tradizione gastronomica.

Adesso arriviamo a una parola molto simpatica: rimasuglio.

Un rimasuglio è un piccolo resto, spesso una quantità minima, ciò che è rimasto dopo aver utilizzato quasi tutto.

Per esempio:

«Nel frigorifero è rimasto solo un rimasuglio di formaggio».

Oppure:

«C’era un rimasuglio di vino nella bottiglia».

Il rimasuglio, quindi, ci fa pensare a qualcosa di poco, spesso a una piccola quantità che rimane.

E può avere (in genere è proprio così) anche una sfumatura leggermente negativa o ironica.

Se dico:

«Ho trovato un rimasuglio di pizza nel frigorifero»

sto facendo capire che non è rimasta una bella pizza intera! È rimasto soltanto un piccolo pezzo.

Un rimasuglio, insomma, è quasi il resto del resto.

Un’altra parola importante è residuo. Anche residuo significa ciò che rimane, ma è una parola più tecnica e impersonale.

Per esempio:

«Sul fondo della bottiglia è rimasto un residuo di vino».

«Dopo la combustione è rimasto un residuo».

«Bisogna eliminare i residui di colla».

Non useremmo normalmente residuo per parlare di una cena tra amici.

Non direi:

«Gianni, vuoi mangiare il residuo della mia lasagna?»

A meno che Gianni non lavori in un laboratorio scientifico! Allora questa sarebbe una battuta più che altro!

Direi piuttosto:

«Vuoi mangiare quello che è rimasto della mia lasagna?»

oppure:

«Vuoi mangiare gli avanzi?»

Questa versione non mi piace però. Direi che appare un po’ offensiva in questo caso.

Non lo chiamarei neanche rimasuglio però perché come dicevo ha in genere una accezione negativa e poi comunque si tratta di una quantità minima se la chiamo rimasuglio.

Quindi possiamo ricordare:

avanzo è molto comune, soprattutto per il cibo.

residuo è più tecnico, scientifico o formale.

rimanenza è spesso commerciale, amministrativo o contabile.

rimasuglio è un piccolo resto, spesso con una sfumatura colloquiale e negativa.

resto è una parola generale per indicare ciò che rimane.

Attenzione anche alla parola scarto.

Uno scarto è qualcosa che viene eliminato perché considerato non utile, non necessario o non adatto.

Per esempio:

«Le bucce delle verdure possono essere considerate uno scarto».

Oppure:

«Questo prodotto presenta alcuni scarti di lavorazione».

Ma scarto non è esattamente sinonimo di avanzo.

Se rimane una fetta di torta e la metto in frigorifero, è un avanzo.

Se invece considero quella fetta inutile e la butto via, diventa, in quel contesto, uno scarto.

Quindi la differenza è interessante:

avanzo è qualcosa che rimane

scarto è qualcosa che viene eliminato perché non viene più considerato utile

FACCIAMO UN PICCOLO RIEPILOGO: Se dopo una festa rimangono tre bottiglie di vino, possiamo dire:

«È rimasto del vino».

Se rimane del cibo:

«Sono rimasti degli avanzi».

Se rimane soltanto una piccolissima quantità:

«È rimasto un rimasuglio».

Se parliamo di un negozio:

«Ci sono ancora delle rimanenze di magazzino».

Se parliamo di una sostanza o di un processo tecnico:

«È rimasto un residuo».

Se qualcosa viene eliminato perché non serve:

«È uno scarto».

E se parliamo di ciò che è rimasto di un’antica civiltà:

«Sono resti archeologici».

Qualcosa è rimasto ancora per concludere l’episodio…

Prima di concludere e prima del ripasso, voglio lasciarvi con una piccola curiosità.

In Italia esiste come dicevo una tradizione molto forte legata al recupero degli avanzi. Un esempio molto famoso è il polpettone.

Non esiste una sola ricetta del polpettone: ne esistono tantissime.

E spesso, nella cucina familiare tradizionale, serviva anche a recuperare ingredienti rimasti dal giorno precedente: carne avanzata, pane raffermo, formaggio, uova…

Si metteva tutto insieme e si trasformava in un nuovo piatto.

È proprio questa una delle caratteristiche della cucina italiana tradizionale: non sprecare, ma trasformare.

Vediamo se avete capito. Vi faccio alcune domande.

Prima domanda.

In un negozio rimangono dieci magliette invendute.

Sono:

A. rimasugli
B. rimanenze
C. resti archeologici

La risposta è…

B: rimanenze.

Seconda domanda.

Dopo una cena rimane metà della lasagna.

Possiamo parlare di:

A. avanzo
B. residuo
C. scarto

La risposta è:

A: avanzo.

Terza domanda.

Nella bottiglia rimane una quantità piccolissima di vino.

Possiamo dire:

«È rimasto un…»

rimasuglio di vino.

Quarta domanda.

Dopo una lavorazione industriale rimane una sostanza.

È un:

residuo.

E infine:

una parte di un’antica città romana che è arrivata fino ai nostri giorni è un:

resto archeologico.

Poi pensate ad un pezzettino di pizza avanzato. E’ un avanzo se non avevate più fame. E’ uno scarto se è una parte che non avete mangiato perché magari era bruciato. E’ un rimasuglio se è proprio una piccola quantità, poco attraente per questo motivo.

Bene!

Adesso resta solo il ripasso.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Dopo questa splendida e abbondante cena italiana è rimasto di tutto: un po’ di pasta, qualche pezzo di pane e soprattutto un piccolo rimasuglio di tiramisù (che peccato!).

Christophe: Ma quale peccato d’Egitto , il resto del tiramisù lo mangio io, mentre voi potete occuparvi degli avanzi della pasta e del pane!

Nancy: lasciatemi almeno un po’ di pane e il prosciutto dell’antipasto, perché domani voglio fare una bella passeggiata tra i resti dell’antica Roma. Così avrò di che saziarmi.

Anne Marie: Dopo una cena così abbondante mi sento già come se avessi attraversato il Rubicone

Ulrike: mi sognerò la carbonara di stasera vita natural durante!

Estelle : La carbonara è un caposaldo della cucina italiana, ma, non me ne vogliano gli italiani, io ho bandito i carboidrati dalla mia dieta.

Carmen: Sì, anch’io sarei di questo avviso, il fatto è che di riffa o di raffa, in un ristorante italiano è facile abbuffarsi di carboidrati …vabbè, vorrà dire che la mia dieta la riprendo da lunedì prossimo.

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Vicenda, vicendevole, vicendevolmente

A vicenda, vicendevolmente e vicendevole (scarica audio)

episodio 1280

Trascrizione

Oggi parliamo di qualcosa legato alla reciprocità: a vicenda, vicendevole e vicendevolmente.

Parlare di reciprocità vuol dire spesso che l’argomento è l’amicizia, quindi parliamo di aiutarsi, di amore, di rispetto, ma non è detto. L’importante è che ci sia una doppia direzione. Anche l’odio reciproco è ammesso, sebbene sconsigliato.

La locuzione “a vicenda”, non a caso, significa “l’uno verso l’altro”.

Cioè io verso di te e tu verso di me, se parliamo di noi due.

Se io ti amo e tu mi ami, allora ci amiamo a vicenda. Oppure:

Es:

Marco e Luca si aiutano a vicenda.

Significa che Marco aiuta Luca e Luca aiuta Marco. Uno aiuta l’altro. Si aiutano l’un l’altro.

Un non madrelingua, se non conosce questa modalità, potrebbe dire che Marco e Lucia si aiutano entrambi. Lo fanno anche molti Italiani. Ma non è esattamente la stessa cosa.

Ancora più semplicemente si può dire che Marco e Luca si aiutano. Senza aggiungere altro.

C’è da dire però che “entrambi” significa tutti e due; “a vicenda” significa l’uno verso l’altro.

Quindi se io e te amiamo lo sport, lo amiamo entrambi.

Se ci amiamo, ci amiamo a vicenda.

Altri esempi:

si rispettano a vicenda

si ascoltano a vicenda

si sostengono a vicenda

Possiamo a vicendevole , che è un aggettivo e significa proprio reciproco.

C’è un rapporto di vicendevole rispetto tra i due colleghi.

Il significato è quasi identico a “rispetto reciproco”, ma “vicendevole” è più formale.

Vicendevolmente è l’avverbio e significa reciprocamente.

I due artisti si influenzarono vicendevolmente.

Nel parlato, però, è più naturale dire:

I due artisti si influenzarono a vicenda.

Vediamo UN ESEMPIO DAL RINASCIMENTO ITALIANO.
A Firenze, durante il Rinascimento (indicativamente dal 1400 alla fine del 1500) artisti, intellettuali e mecenati si incontravano e si influenzavano a vicenda.

Per la cronaca, i mecenati erano persone ricche e potenti che finanziavano e proteggevano artisti, scrittori e intellettuali, permettendo loro di lavorare e creare le proprie opere.

Il termine deriva da Mecenate, un influente personaggio dell’antica Roma che sostenne poeti e artisti.

I mecenati quindi offrivano denaro e protezione agli artisti; gli artisti, con le loro opere, aumentavano la fama dei mecenati.

Possiamo quindi dire:

Artisti e mecenati si sostenevano a vicenda.

Quindi si sostenevano l’un l’altro. Possiamo dire anche così.

Anche passato e presente dialogavano a vicenda: gli architetti rinascimentali studiavano l’antica Roma e la reinterpretavano creando qualcosa di nuovo.

In sintesi quindi:

A VICENDA significa reciprocamente.

Marco e Giulia si aiutano a vicenda.

VICENDEVOLE significa reciproco.

Tra i due c’è una vicendevole stima.

VICENDEVOLMENTE significa reciprocamente.

I due scrittori si influenzarono vicendevolmente.

Nel parlato, si usa soprattutto a vicenda, reciprocamente e l’un l’altro.

Alla prossima! Vi lascio al ripasso del giorno. Se avete problemi, vi consiglio di aiutarvi reciprocamente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Carmen: Nel gruppo con il passare del tempo, è possibile alzare l’asticella perché i membri parlano, scambiano idee migliorando a vicenda la loro competenza.

Marcelo: Ammiro le persone che sono sempre ben disposte ad aiutarsi a vicenda.
Non lo fanno per un proprio interesse, semplicemente a loro piace dare supporto ed essere sempre a disposizione! Avercene di persone come loro nel proprio gruppo di amici!
Ma attenzione!… non aiutatevi a vicenda aspettandovi qualcosa in cambio, mi raccomando, fatelo perché siete di buon cuore!

Lingua italiana. Qual è il mio livello?

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Le moine e i comportamenti affettati

Le moine (scarica audio)

episodio 1279

Trascrizione

Gianni: Ciao e benvenuti in un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo delle “moine”. Avete mai sentito dire da una persona dire ad esempio:

«dai, non fare tutte queste moine!»

Oppure:

«Paola ha cominciato a fare le moine per ottenere quello che voleva.»

Che cosa significa fare le moine?

La parola moina, ma soprattutto usata al plurale, indica un comportamento affettato, esageratamente gentile, dolce o seducente, che spesso serve a ottenere qualcosa.

Quindi, se una persona fa le moine, significa che si comporta in modo particolarmente dolce, carino o affettuoso, magari proprio perché vuole ottenere un favore.

Per esempio:

«Mio figlio, quando vuole qualcosa, comincia a fare le moine.»

Cioè: diventa improvvisamente molto dolce e affettuoso perché vuole ottenere qualcosa da me.

Oppure:

«Non fare le moine e dimmi direttamente che cosa vuoi!»

In questo caso la persona sta dicendo: non cercare di convincermi facendo il carino; dimmi semplicemente quello che vuoi.

Attenzione però: fare le moine non significa necessariamente essere falsi o manipolatori. Dipende dal contesto.

Possiamo usare questa espressione anche in modo scherzoso. Per esempio, immaginate un bambino che vuole un gelato.

«Papà, sei il papà migliore del mondo! Ti voglio tanto bene!»

E il padre risponde:

«Ah, ho capito! Stai facendo le moine perché vuoi un gelato!»

Quindi le moine sono tutte quelle manifestazioni di affetto, dolcezza o gentilezza un po’ esagerate, spesso finalizzate a ottenere qualcosa.

La parola può essere usata anche parlando di una persona adulta.

«Quando vuole qualcosa dal suo capo, fa sempre le moine.»

Oppure:

«Non mi piacciono le persone che fanno continuamente le moine.»

Un’espressione molto vicina è fare il carino con una persona.

«Non fare il carino con me: so benissimo che cosa vuoi.»

Ma c’è una differenza: fare le moine sottolinea maggiormente il comportamento affettuoso, sdolcinato o seducente.

Beh però non c’è sempre la fregatura quando stai facendo le moine.

Se dico:

«Maria fa le moine al suo fidanzato.»

In questo caso può semplicemente significare che gli fa tante coccole, gli parla in modo dolce, cerca le sue attenzioni.

Questo può essere, ma chissà perché, c’è sempre un pensiero malizioso quando si sente questa parola.

Al singolare è moina. Normalmente, è vero, si incontra molto più spesso al plurale. Ciò non toglie che si possa usare in qualche caso anche la forma singolare:

Guardalo quello scemo di tuo padre. Gli basta una moina dalla figlia che lui gli concede tutto!

Comunque sia, so a cosa state pensando.

State pensando al comportamento che ho definito “affettato”, che spesso hanno coloro che fanno le moine.

Affettato è un’altra parola interessante, perché in italiano il suo uso più comune è però quello relativo ai salumi.

Proprio così: salame, prosciutto, mortadella, prosciutto cotto, bresaola e via dicendo.

Al supermercato, per esempio, possiamo comprare del prosciutto affettato, cioè del prosciutto tagliato a fette, generalmente a fette molto sottili.

Quello è l’affettato.

Ma in questo caso affettato ha un significato completamente diverso, anche se la parola è la stessa.

In questo caso deriva da affetto. Può sembrare una parola simile ad affettuoso, ma è un po’ diverso.

Quando diciamo che una persona ha un comportamento affettato, intendiamo dire che si comporta in maniera poco spontanea, esageratamente studiata, come se stesse recitando una parte.

E infatti una persona che fa le moine può assumere proprio questo tipo di comportamento: può mostrarsi molto dolce, gentile o affettuosa, ma in maniera esagerata e non del tutto spontanea.

Insomma, fa le moine. Tutto chiaro no?

Ulrike: Grazie dell’episodio Gianni. C’è un episodio su ingraziarsi, arruffianarsi e altri modi comportamentali, simili direi, che però hanno una connotazione più negativo rispetto a fare le moine. Sempre se ho capito bene.

Gianni: Sì, hai capito bene. C’è una sfumatura importante tra queste espressioni: tutte possono indicare un comportamento finalizzato a conquistare il favore di qualcuno, ma non hanno la stessa connotazione.

Fare le moine può essere scherzoso o affettuoso; non è necessariamente negativo.

Ingraziarsi qualcuno come visto è cercare di conquistare il favore di qualcuno. Può essere neutro, ma spesso lascia intendere un interesse personale. Es:

«Cerca di ingraziarsi il nuovo direttore.».

Non è necessario fare delle moine per ingraziarselo, tra l’altro.

Arruffianarsi qualcuno invece è cercare di ottenere il favore di qualcuno con atteggiamenti servili o adulazione. L’atteggiamento del ruffiano è decisamente negativo se parliamo seriamente. Es:

«Si è arruffianato il capo per ottenere una promozione.»

Poi c’è anche adulare cioè fare complimenti esagerati, spesso non sinceri, per ottenere qualcosa. L’adulatore lo può fare per diversi motivi, anche per conquistare la sua preda.

Lusingare è un altro verbo intéressante. Può essere positivo o negativo; significa gratificare qualcuno facendolo sentire importante o apprezzato. Il lusinghiere fa le lusinghe.

Quindi sì: “fare le moine” può stare all’inizio di questa scala, mentre arruffianarsi è decisamente più dispregiativo.

E adesso possiamo al ripasso del giorno. Voi amate fare le moine?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: Avete presente i gattini che, facendo le fusa, si strofinano contro le nostre gambe? Fanno le moine, tanto per dire al loro servo umano che è ora del cibo. Furbi belli e buoni, che non sono altro.

Marcelo: Quando lavori in una grande ditta, è frequente trovare persone con un atteggiamento affettato che cercano di sembrare simpatiche e buoni amici! Sono le stesse che fanno le moine al capo per fare carriera! Alla fin fine si mostrano per quello che sono! Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!

Qual è il mio livello della lingua italiana?

Impara l'italiano con le mini-storie

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Le ripetizioni

Le ripetizioni (scarica audio)

episodio 1278

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola molto interessante: ripetizione. Anzi, soprattutto del suo plurale: ripetizioni.

Sapete tutti che la ripetizione,al singolare è la prima regola d’oro di italiano semplicemente, vero?

Infatti questo è il significato più importante e usato per la forma singolare.

Ma al plurale?

Un italiano che sente dire:

«Mio figlio va a ripetizioni»

«Mio figlio prende ripetizioni»

Questo Italiano capisce immediatamente che il figlio prende lezioni private, per esempio di matematica, inglese o italiano, perché ha qualche difficoltà oppure vuole migliorare.

Ma attenzione: ripetizione e ripetizioni possono avere diversi significati.

Il significato più generale è quello legato al verbo ripetere.

Se faccio una cosa una seconda volta, c’è una ripetizione.

Per esempio:

«La ripetizione dell’esercizio è necessaria per imparare.»

Oppure:

«Questa canzone contiene la ripetizione dello stesso ritornello.»

In questo caso ripetizione indica semplicemente il fatto di fare o dire qualcosa di nuovo, uguale o simile a qualcosa che è già stato fatto o detto.

Possiamo quindi parlare della ripetizione di una parola, della ripetizione di un gesto, della ripetizione di un esercizio, della ripetizione di una frase.

La parola può indicare anche una nuova esecuzione di qualcosa.

Per esempio, un insegnante può dire:

«Facciamo una ripetizione dell’esercizio.»

Significa: facciamo di nuovo l’esercizio.

Anche nello sport possiamo sentire:

«Fai dieci ripetizioni.»

Qui la ripetizione è ogni singola volta in cui si esegue un esercizio.

Per esempio, se faccio dieci flessioni, ho fatto dieci ripetizioni.

E infatti in palestra è molto comune dire:

«Fai tre serie da dieci ripetizioni.»

Cioè: fai l’esercizio dieci volte, riposati, e poi ripetilo per altre due serie. Ogni serie è composta da 10 ripetizioni.

Ed eccoci al significato che spesso sorprende gli stranieri.

Le ripetizioni, al plurale, sono anche lezioni private, generalmente date a uno studente da un insegnante o da una persona competente in una determinata materia.

Per esempio:

«Mio figlio prende ripetizioni di matematica.»

Significa che qualcuno gli dà lezioni private di matematica.

Possiamo dire:

«Prendo ripetizioni di inglese.»

«Do ripetizioni di italiano.»

«Devo andare a ripetizioni.»

«Mia figlia ha bisogno di ripetizioni di latino.»

Attenzione a una cosa importante: in questo significato si usa normalmente il plurale.

Diciamo:

«Prendo ripetizioni.»

molto più naturalmente di:

«Prendo una ripetizione.»

Perché le ripetizioni sono normalmente considerate come un’attività composta da più lezioni.

Ma perché si chiamano proprio “ripetizioni”?

La domanda è interessante.

Perché lo studente, con l’aiuto dell’insegnante, ripete e approfondisce ciò che ha studiato a scuola.

Quindi il significato di ripetizioni deriva proprio dall’idea di ripetere, esercitarsi e consolidare ciò che si è imparato.

Oggi, però, una persona che dà ripetizioni non necessariamente fa ripetere allo studente la stessa cosa molte volte.

Può spiegare un argomento, fare esercizi, correggere gli errori o preparare uno studente a un esame.

Per questo “dare ripetizioni” è diventata un’espressione con un significato molto preciso: dare lezioni private.

Ci sono due espressioni molto comuni.

Dare ripetizioni significa insegnare.

«Marco dà ripetizioni di matematica.»

Marco, quindi, è la persona che insegna.

Prendere ripetizioni, invece, significa ricevere lezioni private.

«Luca prende ripetizioni di matematica.»

Luca è lo studente.

Possiamo anche dire:

«Ho bisogno di prendere ripetizioni.»

oppure:

«Sto dando ripetizioni a un ragazzo delle superiori.»

C’è poi un’altra espressione interessante:

«Ho dovuto ripetere l’anno.»

Qui ripetere non significa semplicemente dire o fare qualcosa un’altra volta.

Significa frequentare nuovamente lo stesso anno scolastico perché non si è stati promossi.

Per esempio:

«Non è stato promosso e dovrà ripetere la seconda.»

Quindi non confondiamo:

ripetere una parola significa dire di nuovo una parola.

ripetere un esercizio significa fare di nuovo un esercizio.

ripetere un anno significa frequentare nuovamente quell’anno scolastico.

prendere ripetizioni invece sta per ricevere lezioni private.

Attenzione poi alla parola ripetente. Solo chi ripete l’anno, poiché è stato bocciato alle scuole superiori o anche negli anni precedenti,alle scuole elementari o medie, si può chiamare ripetente. Non certamente chi prende ripetizioni.

Es:

“Nella mia classe ci sono due ripetenti.”

Significa che due studenti della classe stanno frequentando l’anno scolastico per la seconda volta.

E al singolare?

Al singolare abbiamo ripetizione.

Possiamo dire:

«La ripetizione di questa frase è inutile.»

«Facciamo un’altra ripetizione.»

«Questa è la terza ripetizione dello stesso errore.»

Ma quando parliamo delle lezioni private, come detto, normalmente diciamo:

«Prendo ripetizioni.»

non:

«Prendo una ripetizione.»

La differenza è quindi molto importante:

Una ripetizione è qualcosa che viene ripetuto o un’esecuzione ripetuta.

Le ripetizioni invece sono anche, e molto comunemente, lezioni private.

E adesso, quando sentirete un italiano dire:

«Domani pomeriggio ho le ripetizioni.»

Non pensate che passerà il pomeriggio a ripetere la stessa parola cento volte!

Probabilmente significa semplicemente che ha una lezione privata.

Adesso parlatemi delle vostre esperienze di ripetizioni sotto forma di ripasso:

Estelle (Francia): Non hai mai carezzato l’idea di fare ripetizioni per mandare il tuo livello d’italiano alle stelle ?

Marcelo (Argentina): Durante il liceo e i primi passi all’università, per arrotondare davo ripetizioni di Matematica e anche di Contabilità. Ero molto entusiasta del concetto di “partita doppia”, una creazione dell’italiano Luca Pacioli risalente al 1494, un metodo fondamentale che ancora oggi viene utilizzato nelle ditte!
Luca e il suo metodo erano veramente sui generis!

Manuale di preparazione all'esame CILS B1

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Scrollare

Scrollare (scarica audio)

episodio 1277

Trascrizione

Oggi parliamo di un verbo interessante e, soprattutto, di un verbo che negli ultimi anni ha acquistato un nuovo significato.

Parliamo di scrollare.

Conoscete questo verbo?

Probabilmente sì, soprattutto se usate spesso il telefono o i social network. Ma forse non sapete che scrollare esisteva già in italiano prima dell’arrivo di Internet e degli smartphone.

Vediamo allora i due significati.

In italiano, tradizionalmente, scrollare significa scuotere, cioè muovere qualcosa con energia, spesso per far cadere qualcosa che si trova sopra o dentro.

Per esempio, possiamo dire:

Ho scrollato l’albero per far cadere le mele.

Significa che ho scosso l’albero, l’ho mosso con forza, in modo che le mele cadessero.

Ma possiamo usare scrollare anche con alcune parti del corpo.

Per esempio:

Giovanni ha scrollato la testa.

In questo caso significa che ha mosso la testa da una parte all’altra, generalmente per esprimere disaccordo o per dire di no o comunque disapprovazione.

Vuoi venire con noi?

No, grazie.

E lui scrolla la testa.

Cioè, muove la testa da una parte all’altra per dire di no.

Un’altra espressione molto comune è:

Scrollare le spalle.

Se una persona scrolla le spalle, generalmente vuole mostrare indifferenza, come per dire: “Non lo so”, “Non mi interessa”, “Non posso farci niente”. Può anche voler dire “pazienza” o “che vogliamo farci”?.

Immaginate che qualcuno vi chieda:

Perché Marco non è venuto?

E voi non lo sapete.

Potete semplicemente scrollare le spalle.

È come dire:

Boh! Non ne ho idea.

Spessissimo c’è anche del menefreghismo, nel senso che non lo sapete ma neanche vi interessa granché.

E c’è anche un’espressione molto interessante:

Scrollarsi di dosso qualcosa.

Attenzione ad usare la preposizione “di”.

Letteralmente significa scuotersi per liberarsi di qualcosa che si è attaccato addosso.

Ma, naturalmente, si usa anche in senso figurato.

Per esempio:

Devo scrollarmi di dosso questa paura.

Significa: devo liberarmi di questa paura.

Oppure:

Dopo quella brutta esperienza, è difficile scrollarsi di dosso la sensazione di pericolo.

Quindi, in questo caso, non c’è niente di materiale da scuotere: scrollarsi di dosso significa liberarsi, lasciarsi alle spalle qualcosa.

Oggi, però, quando diciamo scrollare, molto spesso pensiamo al nostro smartphone.

Avete presente quando prendete il telefono e, con un dito, fate scorrere lo schermo verso l’alto o verso il basso?

Ecco: state scrollando.

Per esempio:

Stavo scrollando Instagram quando ho visto il tuo messaggio.

Oppure:

Ho passato mezz’ora a scrollare i social.

In questo caso scrollare significa far scorrere i contenuti sullo schermo.

Questo nuovo significato deriva dall’inglese to scroll, che significa appunto far scorrere una pagina o un contenuto sullo schermo.

E quindi oggi possiamo sentire frasi come:

Scrolla verso il basso.

Devi scrollare la pagina per vedere il resto.

Se voi ad esempio adesso scrollate l’episodio verso il basso, vedrete alla fine l’immagine di due libri realizzati da Italiano Semplicemente per aiutare i non madrelingua a superare l’esame CILS, all’università di Siena.

Altro esempio:

Continuavo a scrollare e non trovavo quello che cercavo.

A volte si usa anche il sostantivo inglese scrolling:

Passo troppo tempo a fare scrolling sui social.

Ma possiamo tranquillamente dire anche:

Passo troppo tempo a scorrere i social.

Questa seconda espressione è più italiana e non ha bisogno dell’inglese.

Ed è proprio questo l’aspetto interessante della parola scrollare.

Il verbo esisteva già in italiano con il significato di scuotere, ma la tecnologia e l’inglese gli hanno dato un nuovo significato.

Quindi attenzione: scrollare un albero significa scuoterlo. Scrollare la testa significa muoverla per esprimere, generalmente, un rifiuto o un disaccordo. Scrollare le spalle significa mostrare indifferenza e scrollarsi di dosso una paura significa liberarsi di quella paura.

Ma scrollare una pagina web significa farla scorrere sullo schermo.

Due significati molto diversi, dunque, ma un’unica parola.

E adesso vi lascio con una domanda.

Se siete davanti al telefono e continuate a far scorrere Instagram senza trovare niente di interessante, potete dire:

«“Sto scrollando.”»

Ma attenzione a non scrollare troppo!

Perché magari, mentre scrollate, passa un’ora…

E voi nemmeno ve ne accorgete!

Alla prossima puntata di Italiano Semplicemente! Intanto ripassiamo con delle freddure o ele barzelette

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano semplicemente.

Hartmut (Germania): Il caffè alla moka dice al bollitore: «Calmati, ti vedo un po’ troppo fumantino oggi, rischi di sbottare

Julien (Lussemburgo): Come fanno i ladri di panini a darsi gli ordini in totale segretezza? «Aumm aumm

Carmen (Germania): Un tennista scarso va dal medico e dice: «Dottore, il mio servizio è disastroso!». Il medico risponde: «Non si preoccupi, valuteremo la sua situazione in seconda battuta

Edita (Repubblica Ceca): Il mio sogno di diventare famoso sta sfumando … per fortuna non aveva molto colore.

Ulrike (Germania): Il chirurgo al paziente prima dell’operazione: «Tranquillo, io ho un mio modus operandi ben preciso». Il paziente: «Sì, ma spero che dopo ci sia anche un modus guarendi!»

Estelle (Francia): Un sarto cieco fa una giacca a un cliente e gli dice: «Ecco fatto, la taglia l’ho presa a spanne …» E il cliente: «Ah ecco! Infatti le maniche le arrivano alle caviglie!»

Edita (Repubblica Ceca): Un’aquila di città va da un pollo e le fa: «A me questa vita in città ha davvero tarpato le ali …». E il pollo: «Sì, ma almeno a te non ti fanno al forno con le patate!»

Flora (Italia): Perché i caldarrostai non vanno mai in panico durante le crisi finanziarie? Perché c’è sempre qualcuno pronto a togliere le castagne dal fuoco per loro!

Carmen (Germania): Un pedone distratto sbatte contro l’angolo di un palazzo e fa: «Ah! Ho proprio preso una cantonata … in pieno viso!»

CILS TRE C1

CILS B2

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