Metti alla prova la tua conoscenza della lingua e della storia italiana (Livello B1-C2)
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🔍 Diagnosi Personalizzata & Episodi da Ripassare
In base agli errori commessi e alle domande omesse, ti consigliamo di rileggere i seguenti episodi nel libro “Accadde il…”:
Nell’episodio precedente abbiamo parlato dei dettamidella legge e dei dettami in generale: principi, regole o indicazioni che orientano il nostro comportamento. Ricordate?
Oggi rimaniamo in tema e vediamo tre espressioni molto usate: dettare legge, dettare le regole e dettare le condizioni. Ci siamo già occpati del verbo dettare, come verbo professionale. Però oggi voglio soffemarmi su questo uso particolare del verbo.
Cominciamo da dettare legge, senza articolo (non è “dettare la legge”). Non significa scrivere materialmente delle leggi, ma imporre la propria volontà, esercitando un potere sugli altri.
Pensate a un capo che decide tutto da solo, senza ascoltare nessuno. Possiamo dire che detta legge in ufficio. Oppure, nello sport, un giocatore particolarmente forte può dettare legge in campo, cioè dominare la partita.
Dettare le regole (con l’articolo), invece, significa stabilire come ci si deve comportare e quali norme bisogna rispettare. Un’organizzazione sportiva, per esempio, detta le regole di una competizione. In questo caso non c’è niente di negativo. L’espressione diventa critica quando qualcuno pretende di decidere tutto senza accettare obiezioni.
E veniamo a dettare le condizioni (con l’articolo). Qui siamo soprattutto nel campo delle trattative e degli accordi. Significa stabilire a quali condizioni si è disposti ad accettare un accordo.
Se un proprietario dice: «Vendo la mia azienda, ma soltanto se manterrete tutti i dipendenti», sta dettando le condizioni della vendita.
Mettiamo dunque un po’ d’ordine.
Chi detta legge impone la propria volontà.
Chi detta le regole stabilisce le norme da seguire.
Chi detta le condizioni stabilisce i termini di un accordo.
Come vedete, le tre espressioni sono simili, ma non sono intercambiabili.
E il legame con i dettami dell’episodio precedente? È proprio l’idea di stabilire qualcosa che orienta il comportamento altrui.
Esistono anche altre espressioni interessanti: dettare i tempi, dettare i ritmi, dettare l’agenda, dettare una linea. In tutti questi casi si tratta, in modi diversi, di stabilire un ritmo, delle priorità o un orientamento da seguire.
Sono scaduti i due minuti, quindi vi lascio al ripasso. Lo ascolterete prima dalla mia voce e poi da quella dei membri.
Marcelo: Da quando è arrivato il nuovo direttore, è lui a dettare le condizioni e noi dobbiamo stare ai suoi dettami.
Estelle: Già che ci sei, chiedigli anche se intende smettere di sfruculiarei dipendenti per ogni minima cosa!
Carmen: Vuoi ridere? La sai l’ultima? Ha detto che siamo liberi di esprimere suggerimenti, purché coincidano in tutto e per tutto con i suoi!
Ulrike: per un po’ credevo fosse una brava persona, poi a ben vedere, mi sono accorto che non è che sia particolarmente aperto al confronto: detta legge, e chi non è d’accordo rischia una bella batosta. Intendo un cazziatone o addiriittura il licenziamento.
Oggi parliamo di odori, profumi e puzza. Ve l’aspettavate? Questo episodio lo inseriamo nella rubrica delle espressioni idiomatiche, elle locuzioni e dei modi di dire, che è un contenitore più ampio e più adatto ad episodi come questo, che sono decisamente più lunghi del solito.
Allora. Questo delgli odori elle puzze è un argomento che, diciamolo, riguarda tutti noi, perché ogni giorno sentiamo odori di ogni genere: alcuni piacevoli, altri decisamente meno.
Partiamo proprio dalla parola odore, che è la più generica.
Un odore può essere buono, cattivo, forte, debole, intenso, leggero, gradevole o sgradevole. Insomma, la parola odore non esprime necessariamente un giudizio positivo o negativo. È il contesto a dirci se stiamo parlando di qualcosa di piacevole oppure no.
Per esempio, posso dire:
«Sento un odore strano in cucina».
Non sto dicendo che sia buono o cattivo, ma semplicemente che c’è qualcosa che mi colpisce ilnaso.
Se invece voglio sottolineare che l’odore è piacevole, posso parlare di profumo.
«Che buon profumo! Cos’hai cucinato?»
Oppure:
«In questo giardino si sente il profumo delle rose».
Attenzione però: il profumo non riguarda soltanto i fiori. Possiamo parlare del profumo del pane appena sfornato, del caffè, del basilico, del mare, della pelle di una persona. E naturalmente esistono i profumi che ci mettiamo addosso:
«Che profumo usi? È buonissimo!».
E se vogliamo esprimerci in modo un po’ più raffinato, possiamo usare anche fragranza, soprattutto quando parliamo di fiori, cosmetici, saponi o alimenti. Per esempio:
«Una fragranza delicata, con note floreali».
In ambito alimentare si parla anche della fragranza del pane e dei prodotti appena preparati, per indicarne la freschezza e l’aroma.
Non confondete però la fragranza con la flagranza.
La fragranza, con la R, riguarda gli odori, i profumi e le sensazioni olfattive piacevoli. Possiamo parlare della fragranza di un fiore, di un sapone o di un pane appena sfornato.
La flagranza, invece, è una parola che incontriamo soprattutto nel linguaggio giuridico. Pensate all’espressione “in flagranza di reato”: significa che una persona viene sorpresa mentre sta commettendo un reato.
Torniamo a noi.
Ecco un’altra parola interessante: aroma. La usiamo soprattutto quando parliamo di caffè, vino, spezie, erbe aromatiche e alimenti.
L’aroma è l’insieme delle sensazioni olfattive caratteristiche di una sostanza.
«Questo caffè ha un aroma intenso»
«Si percepisce un aroma di vaniglia».
Non è, almeno in teoria, una parola riservata agli odori piacevoli, anche se spesso viene usata in questo senso.
E veniamo adesso al lato meno piacevole della questione: la puzza!
La parola puzza (si pronuncia con la zeta sorda) è molto comune e diretta. Non lascia molti dubbi: qualcosa ha un odore cattivo.
Dicevo che La z di puzza è una zeta sorda, cioè si pronuncia senza far vibrare le corde vocali, come nella parola pizza.
Quindi: «Questa spazzatura puzza!» Si sente bene la zeta dura, proprio come in pizza.
«Qui c’è una puzza tremenda!»
«Che puzza di fumo!»
«Questa spazzatura puzza da morire!»
Possiamo anche usare il verbo puzzare, che è estremamente utile nella conversazione quotidiana.
Attenzione alla costruzione: si dice puzzare di qualcosa.
«Questa stanza puzza di fumo».
«Le tue scarpe puzzano di formaggio!».
E se la situazione è davvero insopportabile? Possiamo dire che qualcosa puzza da morire, puzza da far schifo oppure fa una puzza terribile. Sono espressioni informali, ma molto naturali nel parlato.
C’è poi un’espressione che merita attenzione: mandare un cattivo odore.
«Il frigorifero manda un cattivo odore».
È un modo un po’ meno diretto di dire che qualcosa puzza. Se invece vogliamo essere più eleganti, possiamo dire che qualcosa emana un odore sgradevole. Usiamo emanare al posto di mandare. Ma si può fare solo in questo caso ok? Non mandatemi a quel paese!
Simile anche “sprigionare“. Deriva chiaramete da prigione. Quindi sprigionare significa far uscire dalla prigione, come quando viene sprigionare un prigioniero, o un carcerato.
Ma il verbo si usa anche parlando di odori, specie in cucina, quando i profumi, gli odori, vengono sprigionati, cioè escono da un piatto o da una sostanza.
Sprigionare è un verbo molto versatile e si usa quando un odore o una fragranza si diffonde nell’aria a partire da una fonte specifica, un po’ come se venisse “liberato”. Proprio come un prigioniero!
“Appena schiacci una foglia di basilico fresco, sprigiona un aroma pazzesco.”
Poi c’è anche “provenire” se ci concentriamo sulla provenienza dell’odore. Da dove viene l’odore? Da dove proviene?
«Dalla cantina proviene un odore sgradevole».
Notate la differenza: puzzare è immediato e colloquiale; emanare un odore sgradevole è più neutro e formale.
Ma non è finita qui. Se un odore è particolarmente intenso, possiamo dire che è penetrante, cioè che si avverte con forza e sembra quasi entrare nel naso. Un odore penetrante può essere buono oppure cattivo: pensate al profumo intenso di un formaggio stagionato o all’odore pungente dell’ammoniaca.
Possiamo dire anche odore pungente, quando la sensazione è forte e quasi irritante. L’aceto, l’ammoniaca e certe sostanze chimiche possono avere un odore pungente.
Un’altra parola è acre. Un odore acre è aspro, forte, spesso irritante. Pensate al fumo acre che resta nell’aria dopo un incendio.
E che dire di nauseabondo? Questo aggettivo indica qualcosa che provoca disgusto, fino a far venire la nausea.
«Un odore nauseabondo proveniva dai cassonetti».
È una parola più espressiva di sgradevole: non ci limitiamo a dire che l’odore non ci piace, ma facciamo capire che è davvero disgustoso.
Se invece l’odore è così forte da riempire tutto l’ambiente, possiamo dire che si sente dappertutto, che si diffonde per tutta la casa oppure che impregna l’ambiente.
«L’odore di fritto ha impregnato tutte le tende».
E qui arriviamo a un verbo importante: impregnare. Quando un odore impregna qualcosa, penetra nei tessuti, nei mobili o nell’ambiente e tende a rimanere.
«La giacca è impregnata di fumo».
«In questa stanza si sente ancora l’odore della vernice».
A volte, poi, gli odori non sono soltanto forti: sono anche persistenti. Un odore persistente è un odore che rimane a lungo, che dura, che resta nell’aria anche quando la causa è scomparsa.
«Il profumo che hai messo è molto persistente: si sente ancora dopo ore».
Naturalmente, questa caratteristica può essere positiva o negativa!
Passiamo adesso a un’altra espressione molto utile: “sentire odore di qualcosa”.
Possiamo usarla in senso letterale:
«Sento odore di bruciato!».
È una frase che conviene prendere sul serio, perché potrebbe esserci qualcosa che sta andando a fuoco.
Ma possiamo usarla anche in senso figurato.
«Qui sento odore di guai».
Non significa che i guai abbiano un odore vero e proprio: significa che sospetto che stia per succedere qualcosa di spiacevole.
E se dico «Questa storia puzza», o «Questa storia mi puzza» che cosa voglio dire? Che non mi convince, che c’è qualcosa di sospetto, che forse qualcuno non la racconta giusta. Questa espressione l’abbiamo anche vista in un episodio.
Per esempio:
«Mi ha detto che ha vinto diecimila euro senza aver mai comprato un biglietto. Questa storia (mi) puzza!».
Notate che qui puzzare non riguarda più il naso, ma il nostro giudizio su una situazione.
Vediamo adesso come descrivere un odore quando non sappiamo esattamente a che cosa assomiglia.
Possiamo dire che è dolciastro, se ricorda qualcosa di dolce ma in modo eccessivo o poco gradevole. «C’è un odore dolciastro in questa stanza». In certi contesti può risultare persino nauseante.
Possiamo dire che è stantio, soprattutto quando parliamo di aria chiusa, acqua o alimenti che hanno perso freschezza.
«Qui dentro c’è un odore di chiuso, di aria stantia».
Possiamo parlare di odore di muffa, quando sentiamo quell’odore caratteristico degli ambienti umidi o dei tessuti rimasti bagnati troppo a lungo. Quella è la muffa.
E poi c’è l’odore di marcio, tipico di qualcosa che si sta decomponendo o è andato a male.
«Questo pesce ha un odore di marcio: non mangiarlo!».
Se invece qualcosa ha un odore molto simile a quello di un’altra sostanza, possiamo usare la preposizione “di”: odore di terra bagnata, di benzina, di legno, di erba appena tagliata, di pioggia.
Oppure possiamo dire che qualcosa sa di una certa sostanza, ma attenzione: “sapere di” può riferirsi anche al gusto.
«Questa stanza sa di fumo»
significa che si sente odore di fumo.
«Questo vino sa di tappo»
significa che presenta un difetto percepibile soprattutto attraverso l’olfatto e il gusto.
E se entriamo in una stanza e diciamo:
«Qui si sente un buon profumino!»
usiamo un diminutivo che rende l’espressione più familiare e affettuosa. Il profumino della torta, del ragù o del pane caldo ci fa venire l’acquolina in bocca.
All’opposto, possiamo dire puzzetta, ma qui entriamo in un registro scherzoso o infantile. Una puzzetta può essere quella piccola emissione di gas intestinale che qualcuno cerca di negare, nonostante le prove olfattive siano schiaccianti!
A proposito di persone, possiamo anche dire che qualcuno ha un buon odore, che profuma oppure, più brutalmente, che puzza. Quest’ultima espressione può risultare offensiva, quindi è bene fare attenzione al contesto e al tono.
Se vogliamo essere diplomatici, possiamo dire: «Forse hai messo troppo profumo» oppure «C’è un odore un po’ forte». Non sempre è necessario dire le cose nel modo più diretto possibile.
E ora una piccola distinzione: olfatto è il senso che ci permette di percepire gli odori; odorare significa percepire o emanare un odore, ma nell’italiano quotidiano spesso preferiamo sentire e annusare.
«Sento un odore di bruciato»
«Il cane annusa il terreno».
«Questi fiori odorano di vaniglia»
Il verbo *odorare* può avere anche un tono più letterario o descrittivo, mentre *annusare* mette l’accento sull’atto di avvicinare il naso a qualcosa per sentirne l’odore.
Ecco un’ultima espressione: “fiutare qualcosa”. In senso proprio, significa percepire un odore con il naso, ma in senso figurato vuol dire intuire qualcosa, spesso prima degli altri.
«Il direttore ha fiutato l’affare e ha comprato subito il terreno».
Non ha certo annusato il terreno per decidere! Ha capito che poteva essere un buon investimento.
Un’altra parola interessante è olezzo, che è un termine un po’ raffinato, letterario, che si usa meno frequentemente nella lingua parlata di tutti i giorni.
Indica un odore, che può essere gradevole oppure sgradevole, anche se oggi si incontra spesso in contesti in cui si vuole sottolineare un odore cattivo, magari con una certa ironia.
Si può dire, ad esempio, «l’olezzo dei fiori», ma anche «un olezzo nauseabondo», cioè un odore talmente cattivo da provocare la nausea.
Se invece volete essere più diretti e far capire subito che un odore è sgradevole, potete usare parole come puzza, fetore o tanfo.
Una cosa però è certa: un cattivo odore non può inebriare. Infatti solo gli odori possono essere inebrianti. Inebriante significa infatti capace di provocare una sensazione intensa, quasi di ebbrezza. Si parla soprattutto di profumi inebrianti, come quello dei gelsomini o delle rose. Dedicherò un episodio comunque all’ebbrezza.
Terminiamo questo episodio con “maleodorante“. Maleodorante è un aggettivo perfetto per descrivere qualcosa che emana un cattivo odore o una puzza! Deriva dall’unione di male + odorante (che fa odore), quindi significa letteralmente “che ha un cattivo odore”.
Adesso facciamo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me:
Che puzza!
Senti che profumo! Che hai cucinato?
Che profumo ti sei messo?
Senti anche tu questo strano odore?
Da dove proviene questa puzza?
Getta l’immondizia, senti che fetore!
Il cane ha fiutato una traccia!
L’olfatto.
L’olfatto (o odorato) è uno dei cinque sensi dell’essere umano.
L’olfatto è il senso deputato alla percezione degli stimoli odorosi presenti nell’ambiente
Senzazioni olfattive
Il cane annusa il terreno
Che odore nauseabondo!
Che aria stantia! Apriamo la finestra!
Che odore persistente! Dopo un’ora ancora si sente.
Il cibo dimenticato nel frigorifero ha iniziato a sprigionare un odore davvero nauseabondo.
Maleodorante
I vestiti della palestra nella borsa dell’allenamento erano ormai maleodoranti
La fragranza di questi cornetti è incredibile!
Ci sentiamo al prossimo epusodio! Adesso il ripasso.
Buongiorno a tutti. Oggi vi spiego la parola disdicevole.
All’interno della rubrica “accadde il”, nell’episodio dedicato alla parola deprecabile ho solamenteaccennato a un suo possibile sinonimo: disdicevole. Oggi vorrei soffermarmi proprio su questa parola, perché presenta alcune sfumature interessanti.
Che cosa significa disdicevole?
Si tratta di un aggettivo che indica qualcosa di sconveniente, inappropriato, poco decoroso, qualcosa che non si addice a una determinata situazione o chenon è conforme a ciò che ci si aspetta in un certo contesto.
Pensate, per esempio, a una persona che si presenta a una cerimonia ufficiale in pigiama.
Potremmo dire che il suo abbigliamento è disdicevole, perché non è adeguato all’occasione.
Oppure immaginate un dirigente che, durante una riunione di lavoro, si mette a insultare i colleghi. Il suo comportamento potrebbe essere definito disdicevole, perché non si addice al ruolo che ricopre e alla situazione in cui si trova.
Del verbo addirsi ci occupiamo la prossima volta comunque. Infatti ho appena detto che un atteggiamento disdicevole non si addice a quella determinata situazione.
Ma attenzione: disdicevole non significa necessariamente gravissimo o scandaloso. Può indicare anche qualcosa che semplicemente non sta bene (altra espressione interessante), qualcosa che è sconveniente – non dal punto di vista economico comunque – o che rischia di far perdere rispettabilità a chi lo fa.
Bisogna dire che è un aggettivo un po’ raffinato però, uno di quelli che usano solo certi tipi di persone.
Comunque, di sicuro potremmo dire che parlare ad alta voce al cinema, interrompere continuamente una persona che sta parlando o presentarsi a un appuntamento elegante con un abbigliamento trasandato possono essere comportamenti disdicevoli, a seconda delle circostanze.
Vediamo ora la differenza rispetto a deprecabile, la parola da cui siamo partiti.
I due aggettivi possono sovrapporsi, ma non sono sempre intercambiabili.
Deprecabile mette soprattutto l’accentosulla condannamorale di un comportamento: qualcosa merita di essere biasimato o deplorato. Disdicevole, invece, richiama più direttamente ciò che non si addicea una situazione, ciò che è sconveniente o contrario al decoro.
Diffondere deliberatamente notizie false per danneggiare qualcuno è un comportamento deprecabile, perché merita una condanna morale. Ricorderete sicuramente che deliberatamente è stato oggetto di un episodio passato, vero?
Comunque, se questo è deprecabile, presentarsi a una cerimonia solenne con un atteggiamento irrispettoso può invece essere definito disdicevole, perché non è consono all’occasione. Naturalmente, lo stesso comportamento può essere sia deprecabile sia disdicevole, se presenta entrambe le caratteristiche.
Possiamo usare questa parola anche in espressioni come:
«È disdicevole parlare in questo modo a una persona anziana».
«Trovo disdicevole che un rappresentante delle istituzioni si comporti così».
«Non vorrei fare una figura disdicevole davanti ai tuoi colleghi».
Notate anche che, come accennavo poco fa, si tratta di una parola piuttosto formale. Nella conversazione quotidiana, spesso diremmo semplicemente sconveniente, inappropriato, inopportuno oppure fuori luogo. Anche di “fuori luogo” ci siamo già occupati.
Disdicevole, però, è utile quando vogliamo esprimerci con maggiore precisione o con un registro più ricercato.
Ecco, dunque, il punto da ricordare: qualcosa è disdicevole quando non si addice alla situazione, quando soprattutto contrasta con il decoro o con le aspettative legate a un certo ruolo o a una certa circostanza.
Il contrario di disdicevole? Direi sicuramente consono e decoroso, perché mantengono quel registro un po’ raffinato di disdicevole.
Esempio:
«Un abbigliamento consono all’occasione».
Consono è molto vicino a “adatto, giusto”.
Decoroso invece sottolinea di più il rispetto delle regole del decoro. C’è un legame più forte con la morale. Decoroso è vicinissimo anche a dignitoso. Decoroso, richiama quindi maggiormente il decoro, la dignità e il rispetto delle convenzioni sociali. Può quindi contenere una valutazione più marcata del comportamento, anche sul piano morale.
Comunque, anche “opportuno” e “appropriato” sono molto adatti per indicare la cosa giusta da fare, una cosa adatta ad una situazione.
E adesso tocca a voi: provate a formulare una frase con disdicevole. Potete descrivere un comportamento che avete osservato, oppure inventare una situazione. L’importante è usare la parola nel contesto giusto!
Marcelo: Buongiorno amici. Alcune cose inopportune accadono anche nel mio club sportivo, come vedere persone che criticano finoall’inverosimile senza partecipare attivamente alle riunioni degli associati.
Per me questo è un atteggiamento disdicevole come non ce ne sono altri! A voi vi sovviene qualche episodio analogo?
Grazie tante per quella raccolta che sa di sapienza tranquilla.