Già che ci sei

Già che ci sei

Audio in preparazione

episodio 1250

  • Associazione Italiano Semplicemente

Trascrizione

Bentornati su Italiano Semplicemente e in particolare nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

L’espressione di oggi è molto comune nella lingua italiana parlata: “già che ci sei”.

Una locuzione semplice e ma utilissima nella vita quotidiana. Gli italiani la usano continuamente: in famiglia, al lavoro, al supermercato, perfino quando vogliono approfittarsi gentilmente della disponibilità altrui.

Vediamo subito un esempio:

Giovanni, vai in cucina?

Sì.

Ah, già che ci sei, mi prendi anche un bicchiere d’acqua?

Ecco. Qui il significato è chiaro:

dato che stai già andando lì, approfitta della situazione per fare anche qualcos’altro.

È una specie di:

  • “visto che…”
  • “dal momento che…”
  • “approfittando del fatto che…”

E potremmo sostituire questa espressione anche con “visto e considerato che”, una locuzione che abbiamo già trattato in un altro episodio.

Per esempio:

Già che ci sei, compra anche il pane.

oppure:

Visto e considerato che sei già lì, compra anche il pane.

Il significato è molto simile.

Ma “già che ci sei” è più colloquiale, più spontaneo, più quotidiano.

Attenzione però: spesso questa espressione nasconde una strategia tutta italiana.

Infatti raramente ci si limita a una sola richiesta.

“Già che ci sei” è pericolosa, perché può trasformarsi rapidamente in una lista infinita di commissioni.

Vado un attimo al supermercato.

Qualcuno risponde immediatamente:

Ah, già che ci sei, prendi il pane.

Poi però arriva un’altra voce:

Già che ci sei, controlla anche se c’è il latte senza lattosio.

E subito dopo:

Ah, e già che ci sei passa pure in farmacia.

Tra l’altro, questa locuzione si usa moltissimo anche negli uffici.

Il collega ti vede passare vicino alla stampante:

Ah Giovanni, già che ci sei, puoi stampare anche questo documento?

Oppure:

Già che ci sei, puoi mandare una mail pure a Francesca?

Ed è proprio qui che bisogna stare attenti.

Perché “già che ci sei” sfrutta un principio psicologico molto interessante: se una persona sta già facendo qualcosa, sembra quasi naturale aggiungere un piccolo favore supplementare.

Dal punto di vista grammaticale, la struttura è curiosa.

“Già”, in questa locuzione, assume un valore vicino a:

  • “visto che”
  • “dal momento che”.

Interessante è anche l’uso di “ci”.

Molti stranieri si chiedono:
“Ma cosa significa esattamente questo ci?”

In realtà, come si può capire, qui “ci” indica un luogo o una situazione, un contesto.

“Già che ci sei” significa letteralmente:
“già che sei lì”
“già che ti trovi in quella situazione”.

Il “ci”, quindi, sostituisce un luogo o una circostanza già nota nel contesto della conversazione.

Per questo motivo esistono anche varianti molto comuni che iniziano con “già” come:

  • “già che sei lì”
  • “già che ti ci trovi”.

Per esempio:

Devi andare in centro?

Sì.

Bene, già che ti ci trovi, passa anche in banca.

Qui il “ci” rafforza proprio l’idea del trovarsi in un certo posto.

Letteralmente:
“già che ti trovi lì”.

Naturalmente questa espressione si usa anche dando del Lei.

In questo caso diremo:

  • “già che c’è”
  • “già che si trova lì”
  • “già che ci si trova”.

Per esempio:

Scusi, già che è in cucina, potrebbe portarmi un bicchiere d’acqua?

Oppure:

Già che si trova in centro, potrebbe passare anche in farmacia?

Come vedete, la struttura rimane identica, cambia solamente il registro di cortesia.

A volte si sente anche:

  • già che siamo qui
  • già che parliamo di questo
  • già che avete iniziato.

Per esempio:

Già che siamo a Roma, potremmo visitare anche il .

Oppure anche:

Già che stai studiando l’italiano, ascolta anche i podcast di Italiano Semplicemente.

È interessante notare che questa locuzione ha anche una funzione molto italiana dal punto di vista sociale.

Rende le richieste più morbide

Dire:
“Comprami il pane” può sembrare un ordine.

Dire invece:
“Già che ci sei, mi prendi il pane?” suona più naturale, più leggero, quasi casuale, come se il favore non costasse fatica, anche se magari costerà mezz’ora di fila.

Allora, già che ci sono, aggiungo che adesso qualche membro dell’associazione si occuperà del ripasso del giorno. Parliamo di persone insistenti.

Estelle: Personalmente ne ho fin sopra i capelli di tutti queste chiamate telefoniche per l’acquisto di pannelli fotovoltaici. Non ti lasciano in pace, ti incalzano di domande e se non metti dei paletti subito all’inizio della conversazione, ti infinocchiano senza vergogna!

Sofie: Ciao Andre, che fai, mi aiuti con il trasloco sabato prossimo?

Andre: Scusa, ma è già la terza volta che me lo chiedi. Continui a tornare alla carica come un venditore di aspirapolveri.

Sofie: È che se non ti tallono un po’, resti sempre sul vago.

Andre: Non è vero. È solo che ne ho fin sopra i capelli di scatoloni, mobili e di amiche che hanno “solo due sedie da spostare”.

Sofie: Due sedie? Ci sarebbero anche un armadio, un divano e pure un pianoforte.

Andre: Ecco, appunto. Stavolta devo mettere dei paletti: massimo tre scatoloni e niente oggetti che pesino più di me.

Sofie: Ma sei sempre così rigido? Non ti ci facevo proprio.

Andre: No, è che dopo l’ultima volta sono diventato molto insofferente ai traslochi e ai “Ciao ci vediamo” come unica ricompensa.

Sofie: Dai, non fare il drammatico. Ti offrirò anche una bibita.

Andre: E tu non fare la finta tonta. Sai benissimo che il problema non è la bibita, ma il tuo “solo un attimo” che poi dura più di sei ore.

Sofie: Quindi vieni?

Andre: Sofie, ma lo vuoi capire o no? Comunque, taglio corto: sabato ho un improvviso impegno spirituale con il mio divano.

Sofie: Non puoi abbandonarmi così!

Andre: eccome se posso! E, detto pure con affetto eh, ma in questo momento non ti reggo più.

Sofie: Va bene… allora chiamo Antonio il dottorino. Lui mi aiuterà di sicuro.

Andre: Ottima idea. Ma preparati: anche lui ne avrà fin sopra i capelli della tua insistenza e ti manderà subito a quel paese.

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Quando ‘stesso’ non significa ‘uguale

Stesso (scarica audio)

episodio 1246

Trascrizione

Bentornati su Italiano Semplicemente e in particolare nella rubrica ” due minuti con Italiano Semplicemente”.

C’è una parola italiana che sembra semplicissima.

Una parola che tutti conoscono.

Una parola che spesso si traduce con same in inglese, o même in francese.

Questa parola è “stesso”. Facile vero?

Eppure… attenzione.

Perché “stesso” non significa soltanto uguale o identico.

A volte assume un valore molto più sottile, elegante e persino enfatico.

Pensiamo a questa frase.

Anche quest’anno Giovanni, il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, ha organizzato la riunione dei membri. Alcuni membri parteciperà e ci sarà anche lo stesso Giovanni con la sua famiglia.

Oppure:

Ho sentito dire che la riunione sarà nella zona del Cilento e lo stesso Giovanni ha confermato la notizia.

Qui “stesso” non significa affatto “uguale”.

Non indica somiglianza.

Non vuol dire neppure “medesimo” nel senso più comune.

Qui ha un altro ruolo.

È come dire:

Proprio Giovanni, Giovanni in persona, nientemeno che Giovanni.

Ecco il punto.

In questi casi “stesso” svolge una funzione enfatica, rafforzativa.

Serve a mettere in evidenza il referente.

A sottolineare che si tratta proprio di quella persona, e non di un’altra.

È un uso che deriva dal latino ipse, che aveva proprio questa funzione rafforzativa.

Per questo motivo, quando diciamo:

Lo stesso direttore è intervenuto alla riunione

intendiamo:

perfino il direttore,
il direttore in persona,
proprio lui.

È dunque un uso assolutamente particolare.

C’è però una sfumatura da osservare.

Nella frase:

Lo stesso Giovanni ci va

l’espressione può assumere un valore quasi narrativo.

Serve a riprendere un nome già menzionato e a riportarlo al centro dell’attenzione.

È come se dicessimo:

proprio quel Giovanni di cui stavamo parlando.

Se diciamo “anche Giovanni ci va”, è lo stesso, ma non è detto mi riferisca al medesimo Giovanni di cui stavo parlando.

Ad ogni modo in questi casi si perde qualcosa. Manca l’enfasi. Ciò che manca è il valore della partecipazione di Giovanni.

Ad ogni modo si può usare anche così, senza dare enfasi.

In questi casi è solo una forma di richiamo, è una ripresa elegante, un modo per evitare la ripetizione semplice del nome, ma comunque sottolinearlo.

Vediamo altri esempi e vediamo quanta enfasi c’è o è solo un richiamo.

Il presidente stesso ha firmato il documento.

Quindi proprio il presidente, proprio lui, in persona. C’è abbastanza enfasi in questo caso.

Oppure:

Lo stesso Giovanni, che ieri sembrava indeciso, oggi ha cambiato idea.

Qui richiama una persona già nota (Giovanni) nel discorso e la rimette in primo piano. Anche qui focalizziamo l’attenzione su Giovanni, che, evidentemente come altre persone, ha cambiato idea. Ma Giovanni appare più importante.

Oppure:

La proposta è stata sostenuta dagli esperti e dallo stesso ministro.

Beh, il ministro è il ministro…

Oppure:

Per comprendere il messaggio del libro, possiamo affidarci alle parole di chi lo ha scritto: è lo stesso autore infatti che, nella prefazione, chiarisce il suo intento e ne illustra il senso profondo.

Anche in questo caso si vuole attribuire maggiore peso alla persona citata.

Si rafforza l’argomento citando proprio l’autore.

Si può anche enfatizzare qualcosa e non qualcuno: un oggetto, un fatto, un concetto, perfino un’intera situazione.

Per esempio:

Il problema sta nello stesso regolamento.

cioè nel regolamento stesso, nel regolamento in sé.

La risposta è contenuta nella domanda stessa.

Attenzione qui, perché spesso si preferisce invertire e mettere la parola “stesso” alla fine.

Infatti potrebbe essere ambiguo dire “La risposta è contenuta nella stessa domanda”, perché in questo caso “stessa” torna più facilmente al suo significato ordinario di identità o uguaglianza.

Se dico:

“La risposta è contenuta nella stessa domanda” l’ascoltatore potrebbe interpretare la frase come:
nella medesima domanda di cui si parlava prima,
oppure in quella domanda e non in un’altra.

Insomma, qui stessa può sembrare semplicemente equivalente a medesima.

Se invece dico:
“La risposta è contenuta nella domanda stessa” l’effetto cambia.

La posizione finale dà maggiore rilievo al valore enfatico.

È come dire:
nella domanda in sé,
nella domanda stessa, proprio in essa.

Questa collocazione evita ambiguità e rafforza il significato.

Per questo motivo, quando si vuole mettere in evidenza un oggetto, un concetto o una situazione, l’italiano spesso preferisce spostare stesso dopo il nome.

Con le persone, invece, entrambe le posizioni sono più naturali.

Lo stesso Giovanni
Giovanni stesso

ma con le cose la posizione finale è spesso più elegante e più precisa.

Dunque l’ordine delle parole non è un dettaglio secondario. Può cambiare la sfumatura e a volte chiarisce l’intenzione comunicativa.

L’episodio finisce qui.

Siete sorpresi di questo utilizzo di “stesso”? Lo saranno probabilmente anche alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Comunque tranquilli, è lo stesso italiano che a volte, ci sorprende.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti a cura degli stessi membri. Parliamo di problemi con l’automobile.

André: Volevo comprarmi una Fiat, ma l’ho trovata con una caterva di problemi (gli italiani lo sanno bene!). Ho firmato il contratto e adesso sto cercando di sistemare tutto in via amichevole con il venditore… speriamo non invano. Ma si sa: ho voluto la bicicletta? E adesso pedalo!

Marcelo: Fortuna ha voluto che la mia macchina non sia mai rimasta in panne e non mi abbia mai lasciato appiedato!
Se fosse successo qualche guasto, fatta salva una foratura, non avrei potuto fare niente. Adesso a differenza di venti anni fa, per risolvere qualche problema devi essere un esperto di computer!… mannaggia alla modernità!

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