Oggi parliamo di un’espressione molto interessante e anche… piuttosto delicata da usare: mettere qualcuno davanti al fatto compiuto.
Portiamo da un esempio:
Tornate a casa tranquilli, magari dopo una lunga giornata di lavoro, e qualcuno vi dice connonchalance:
Ah, dimenticavo… ho già decisotutto per le vacanze. Partiamo domenica.
E voi restate lì… un po’ interdetti.
Non vi è stato chiesto nulla, non avete potuto dire la vostra, non avete partecipato alla decisione.
Insomma, siete stati messi davanti al fatto compiuto.
Facile vero?
Ma che significa esattamente?
Significa che qualcuno ha preso una decisione senza consultarvi, e ve la comunica solo quando ormai è troppo tardi per intervenire. Il fatto è compiuto. Il verbo usato è compiere.
Il “fatto”, cioè la decisione, è già “compiuto”, cioè realizzato.
In circostanze simili si dice anche che una persona:
fa di testa propria (informale)
non consulta nessuno
decide unilateralmente (più formale)
A volte può capitare di mettere qualcuno davanti al fatto compiuto, certo. Magari si ha fretta, oppure sipensadifare la cosa giusta facendo di testa propria.
Però, alla fin fine, coinvolgere gli altri è quasi sempre la scelta migliore.
Perché nessuno ama sentirsi escluso, o peggio ancora… messo davanti al fatto compiuto.
Si usa il verbo mettere perché, in italiano, questo verbo non serve solo a indicare un’azione concreta, come appoggiare un oggetto da qualche parte, ma anche a descrivere una situazione in cui qualcuno viene “posto” in una certa condizione. Ho appena usato il verbo porre, sinonimo di mettere.
Il verbo mettere si usa spesso in senso figurato:
mettere qualcuno in difficoltà
significa farlo sentire in difficoltà
mettere qualcuno a proprio agio significa farlo sentire tranquillo
mettere qualcuno nei guai invece sta per causargli problemi.
Allora, anche quando diciamo mettere qualcuno davanti al fatto compiuto, è ancora un’immagine figurata.
Il verbo “mettere” serve proprio a rendere questa idea di passaggio forzato: prima avevi la possibilità di partecipare, di dire la tua, di influire; dopo, invece, ti ritrovi in una situazione che devi solo accettare. Non hai più margine di intervento.
L’espressione è molto efficace proprio perché mette insieme questa idea di “collocare qualcuno” con l’immagine del “davanti”, che rafforza la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di inevitabile, e anche con l’idea del “fatto compiuto”, cioè qualcosa che non si può più modificare.
In fondo, è un modo elegante per dire: ho deciso io, e tu ormai puoi solo prenderne atto.
Ah quasi dimenticavo.
Lo avrete probabilmente già intuito, ma si può anche dire mettere qualcuno di fronte al fatto compiuto.
Adesso rilpassiamo gli episodi passati. Ditemi se a voi qualcuno vi ha mai messo davanti al fatto compiuto oppure se siete voi che lo avete fatto.
Oggi parliamo di una parola elegante, discreta, quasi timida: “sommessamente”. L’abbiamo già incontrata nella rubrica “accadde il” in cui abbiamo visto la differenza tra sommessamente e umilmente. Ma una cosa non vi avevo detto in quell’episodio.
Dunque, sommessamente è un avverbio, questo è chiaro, che deriva dall’aggettivo “sommesso”, e già questo ci dà un indizio importante: entrambe le parole hanno a che fare con qualcosa di attenuato, non appariscente, quindi diciamo “tenue”, sia nel tono della voce sia nell’atteggiamento.
Cominciamo proprio da sommesso.
Una voce sommessa è una voce bassa, contenuta, quasi trattenuta. Non è necessariamente un sussurro, ma ci si avvicina. È il contrario di una voce alta, squillante, aggressiva. Se dico:
“Giovanni ha parlato con tono sommesso”
sto dicendo che quella persona ha scelto, volontariamente o meno, di non imporsi, di non farsi notare troppo, di non disturbare. Spesso parliamo di una persona un po’ triste, abbattuta per qualcosa che gli è successo. Non è detto però. Potrebbe essere una persona rassegnata oppure volutamente discreta.
Ma sommesso/a non riguarda solo la voce. Può riferirsi anche a un atteggiamento:
“Un sorriso sommesso”
“Una protesta sommessa”
In questi casi, l’idea è sempre quella di qualcosa di contenuto, trattenuto, quasi in secondo piano, qualcosa di quasi nascosto.
Passiamo adesso a “sommessamente”.
Come spesso accade con gli avverbi in -mente, indica il modo in cui si compie un’azione:
“Ha risposto sommessamente”
“Ha protestato sommessamente”
Fin qui, tutto lineare: significa parlare o agire con discrezione, senza alzare i toni.
Ma veniamo all’uso più interessante, quello che vi piacerà sicuramente e che i libri di grammatica non dicono:
“ricordo sommessamente…”.
Qui succede qualcosa di molto italiano, molto sottile: l’avverbio viene usato in modo ironico. Sto parlando in prima persona. L’ironia si usa solo in questo caso.
Se io dico:
“Ricordo sommessamente che questa idea l’avevo proposta io”
non è detto in questo caso che io stia parlando a bassa voce, né che io sia davvero modesto. Anzi, probabilmente sto facendo esattamente il contrario: sto rivendicando qualcosa, ma fingendo di farlo con discrezione.
È una specie di finta modestia, spesso un po’ pungente.
In pratica, il messaggio reale è:
“Te lo dico con calma… ma guarda che ho ragione io.”
Oppure:
“Non vorrei dirlo… ma l’avevo detto!”
Quindi sommessamente, in questo uso, diventa quasi un marcatore ironico. Serve a smorzare solo in apparenza una frase che in realtà è abbastanza decisa. In genere si fa un sorrisino malizioso per accompagnare la frase.
Lo stesso vale in altri contesti:
“Mi permetto sommessamente di dissentire”
“Faccio sommessamente notare che…”
Anche qui, chi parla non è davvero timido: sta esprimendo un dissenso, ma lo veste di cortesia, spesso proprio con un leggero sorriso ironico.
È un modo molto efficace per essere garbati… senza rinunciare a dire la propria.
In definitiva, possiamo dire che:
sommesso descrive qualcosa di attenuato, discreto, poco rumoroso
sommessamente indica un’azione fatta con lo stesso tono
ma in certi contesti, soprattutto con verbi come ricordare, notare, permettersi, assume un valore ironico e leggermente provocatorio
Alla fin fine, è una parola piccola, ma molto raffinata: ti permette di dire cose anche piuttosto forti… senza alzare la voce. O almeno, facendo finta di non farlo.
Adesso ripassiamo. Cercate di immaginare un dialogo in cui un gruppo di 5 amici devono organizzare una cena con Roberto Benigni a Roma.
Marcelo: Io aneloda una vita una serata con lui. Una serata semplice, senza troppi salamelecchi però. Non è che l’obiettivo debba esere quello di fare una bella figura.
Carlos oppure Monica Aineto: A me interessa il giusto fare bella figura: propongo di divertirci innanzitutto.
Danielle oppure Maria Eugenia: non so come la vedete voi, ma io direi di fare un minimo di sforzo economico e portarlo in un posto elegante, purchénon sia fuori Roma.
Natalia: Ragazzi io non so se posso venire. Ho molto lavoro arretrato. C’ho provato a chiedere un permesso,ma tant’è.
Fernando oppure Osvaldo: va bene. Se ci sono sviluppi, cambiamenti e decisioni di qualunque tipo, ti teniamo aggiornato.
André: ragazzi, siete sicuri che Roberto Benigni ci verra? Io cerco di ritagliarmidel tempo, ma senza tanti giri di parole: vengo se arriva anche Monica Bellucci!
Oggi torniamo su un’espressione di cui abbiamo già parlato in passato: “che me ne faccio?”, oppure “che te ne fai?”, “che ce ne facciamo?” e così via.
In quell’episodio abbiamo visto che questa espressione si usa quando qualcosa non ci serve, quando non ne vediamo l’utilità per una certa persona. In altre parole, è un modo piuttosto comune per dire: a cosa mi/ti/gli/le/ci/vi serve? oppure che utilità ha per me/te/lei/lui/noi/voi/loro?
Se qualcuno vi offre qualcosa che per voi è inutile, potreste dire:
Che me ne faccio?
Ad esempio:
Vuoi un altro telefono?
Un altro telefono? Che me ne faccio? Ne ho già due!
Questa non è una vera domanda in realtà. Somiglia più a un’affermazione.
Il pronome ne si riferisce proprio a quella cosa di cui si parla. È come dire: che utilità ricavo da questa cosa? Probabilmente nulla!
Fin qui tutto chiaro.
Oggi però voglio parlarvi di un’espressione molto simile, che può creare qualche dubbio agli stranieri: “che ci fai?”
A prima vista le due espressioni sembrano quasi uguali, ma il significato a volte è diverso.
Nell’episodio precedente vi avevo detto che la frase “che me ne faccio di” è equivalente a “che/cosa ci facciocon“. In realtà non volevo appesantire troppo la lezione, ma adesso i tempi sono maturi per vedere qualche differenza.
Infatti “che ci fai?” può anche non riguardare l’utilità di qualcosa.
Perché dico può?
Perché quel “ci” può riferirsi sia a un luogo, sia all’uso o, appunto, all’utilità o all’inutilità di qualcosa.
Iniziamo dal luogo.
Qui “ci” non indica una cosa, ma un luogo o una situazione.
Se vedo una persona in un posto inaspettato potrei dire:
Che ci fai qui?
In altre parole:
Cosa stai facendo qui? Non mi aspettavo di trovarti qui. E’ necessario specificare il luogo in questo caso (es: qui).
Facciamo qualche esempio.
Immaginate di entrare in ufficio la domenica e di trovare un collega alla scrivania.
Potreste dirgli:
Ma che ci fai in ufficio di domenica?
Oppure immaginate di vedere un vostro amico sul tetto di casa.
Oh! Che ci fai lì sopra?
Come vedete, qui non si parla di utilità, ma di presenza in un luogo o di un’azione che sorprende.
Passiamo adesso al concetto di utilità usando “ci”.
Facciamo ora un confronto diretto tra le due espressioni “che/cosa te ne fai” e “che/cosa ci fai”.
Se dico:
Che te ne fai di questo libro?
Sto chiedendo quale utilità abbia quel libro per quella persona. Evidentemente, io non so quale è l’utilità per te, e molto probabilmente, se uso questa frase, non ha alcuna utilità per te. In questi casi la frase può anche cambiare forma per enfatizzare questo mio pensiero. Es:
Adesso voglio vedere cosa te ne farai di questo libro!
Che te ne farai adesso? Lo leggerai, lo metterai in libreria a prendere polvere, getterai o lo regalerai a qualcuno?
C’è spesso ironia in questo tipo di frasi.
Se invece dico:
Che ci fai con quello strano oggetto?
La domanda può avere due significati diversi. Chiaramente non stiamo parlando di un luogo perché c’è la preposizione “con”, ma potrebbe anche non esserci e in questo caso è il contesto e il dialogo che vi aiuta a capire che non parliamo di un luogo ma dell’utilità di qualcosa.
Prima di tutto, come detto, può avere un senso simile o identico a “cosa/che te ne fai“, nel senso che stiamo manifestando direttamente la nostra opinione. Se usiamo “che/cosa ci fai”, “che/cosa ci faccio” e usiamo un tono duro, diretto, quella, ancora una volta, non è per niente una domanda, ma una affermazione abbastanza chiara. Significa in questo caso: non ci faccio niente, non mi serve a niente (che ci faccio) oppure non ci fai niente, non ti serve a niente (che ci fai).
Es.
Se accetti questo lavoro ti posso dare 500 euro al mese.
Risposta: e che ci faccio con 500 euro al mese?
Significa chiaramente che 500 euro al mese sono pochi, che non basteranno per vivere neanche decentemente. Non sarano di nessuna utilità perché sono troppo pochi.
In questo caso si potrebbe chiaramente anche usare “che me ne faccio di 500 euro al mese”? Ma in generale quando usiamo “che me ne faccio” ho il problema di avere qualcosa di inutile e di cui dovrò probabilmente sbarazzarmi; voglio liberarmi di qualcosa che non mi serve.
Questa è già una piccola sfumatura interessante.
Es:
Mi hanno regalato un pianoforte! Ma che me ne faccio? é troppo grande e non saprei dove metterlo.
Oppure, immaginate una persona che compra una barca pur vivendo in montagna.
Qualcuno potrebbe dirgli:
Una barca? Che te ne fai?
Qui il senso è chiaro: non ti serve a niente. Probabilmente dovrai sbarazzarti di quella barca.
Però se uso “ci” si apre alla possibilità che adesso stiamo facendo una vera domanda e non una domanda retorica.
Questo però dipende essenzialmente dal tono che usiamo. La mia curiosità adesso può anche essere semplicemente quella di conoscere cosa ci farai con quella cosa, cioè che uso ne farai. E’ una modalità ugualmente informale. In questo caso è una vera domanda.
Se vedete qualcuno armeggiare con una barca in un molo, potreste chiedere:
Che ci fai con quella barca?
Qui il significato probabilmente è: Ci fai i giri con la tua famiglia per divertimento? Oppure ci fai le gare di velocità.
In questo caso è una vera domanda. Ma se chiedo, usando un tono ironico:
Ma che ci fai con quella barca!
Potrebbe voler dire che è una barca di poco valore, piccolissima, o che, conoscendo quella persona, secondo te non la sa guidare.
Chiaramente, se usassi una frase diversa:
Che ci fai su quella barca?
“Ci” stavolta richiama un luogo, una situazione o un contesto. Sono stupito di vederti su una barca, e magari sono stupito di vederti su una barca di quel tipo: magari è una bella barca, lussuosa, grande, e questo mi coglie del tutto di sorpresa!
Ma stavolta ho usato la preposizione “su” e in questo caso sto chiaramente parlando della barca e non della sua utilità.
Possiamo quindi riassumere così:
Che te ne fai? A cosa ti serve? Probabilmente a niente. E’ inutile per te. Sbarazzatene! Che ci fai qui? Cosa stai facendo qui? Non ti aspettavo di vederti qui. Che ci fai con…? Che uso ne fai? (non ti serve a niente!) oppure indica una scarsa quantità.
Sono tre modalità molto simili, ma con sfumature spesso diverse, che gli italiani usano continuamente.
Parliamo di alleggerimenti, a cui abbiamo dedicato anche un episodio.
Valeria (Brasile): Nel calcio si parla di alleggerire quando un difensore, vedendo la mala parata, passa indietro la palla al portiere per togliersi il peso della pressione: è il classico alleggerimento.
Carmen (Germania) e Lucia (Spagna): E nel linguaggio comune alleggerire significa ridurre un peso o una tensione: un professore, ad esempio, può alleggerire un compito considerato troppo gravoso.
Liliana (Moldavia): Quando si dice “alleggerire la pressione”, se non ho capito male, basta una battuta o un gesto per colmare il silenzio e far rilassare tutti.
Danita (Stati Uniti): Nel calcio, poi, se non alleggerisci, anche a costo di sembrare pauroso, si rischia che la squadra faccia acqua da tutte le parti perchè c’è il rischio concreto di perdere palla davanti alla porta.
Osvaldo (Brasile): Insomma, nel gioco come nella vita, saper alleggerire al momento giusto è una vera peculiarità dei più esperti: sembra poco, ma bisogna avere certe capacità. Qualcuno poi c’è più portato di altri, ma hai detto niente!