Esprimere odori, profumi e puzze

Esprimere odori, profumi e puzze

audio in registrazione

Trascrizione

Oggi parliamo di odori, profumi e puzza. Ve l’aspettavate? Questo episodio lo inseriamo nella rubrica delle espressioni idiomatiche, elle locuzioni e dei modi di dire, che è un contenitore più ampio e più adatto ad episodi come questo, che sono decisamente più lunghi del solito.

Allora. Questo delgli odori  elle puzze è un argomento che, diciamolo, riguarda tutti noi, perché ogni giorno sentiamo odori di ogni genere: alcuni piacevoli, altri decisamente meno.

Partiamo proprio dalla parola odore, che è la più generica.

Un odore può essere buono, cattivo, forte, debole, intenso, leggero, gradevole o sgradevole. Insomma, la parola odore non esprime necessariamente un giudizio positivo o negativo. È il contesto a dirci se stiamo parlando di qualcosa di piacevole oppure no.

Per esempio, posso dire:

«Sento un odore strano in cucina».

Non sto dicendo che sia buono o cattivo, ma semplicemente che c’è qualcosa che mi colpisce il naso.

Se invece voglio sottolineare che l’odore è piacevole, posso parlare di profumo.

«Che buon profumo! Cos’hai cucinato?»

Oppure:

«In questo giardino si sente il profumo delle rose».

Attenzione però: il profumo non riguarda soltanto i fiori. Possiamo parlare del profumo del pane appena sfornato, del caffè, del basilico, del mare, della pelle di una persona. E naturalmente esistono i profumi che ci mettiamo addosso:

«Che profumo usi? È buonissimo!».

E se vogliamo esprimerci in modo un po’ più raffinato, possiamo usare anche fragranza, soprattutto quando parliamo di fiori, cosmetici, saponi o alimenti. Per esempio:

«Una fragranza delicata, con note floreali».

In ambito alimentare si parla anche della fragranza del pane e dei prodotti appena preparati, per indicarne la freschezza e l’aroma.

Non confondete però la fragranza con la flagranza.

La fragranza, con la R, riguarda gli odori, i profumi e le sensazioni olfattive piacevoli. Possiamo parlare della fragranza di un fiore, di un sapone o di un pane appena sfornato.

La flagranza, invece, è una parola che incontriamo soprattutto nel linguaggio giuridico. Pensate all’espressione “in flagranza di reato”: significa che una persona viene sorpresa mentre sta commettendo un reato.

Torniamo a noi.

Ecco un’altra parola interessante: aroma. La usiamo soprattutto quando parliamo di caffè, vino, spezie, erbe aromatiche e alimenti.

L’aroma è l’insieme delle sensazioni olfattive caratteristiche di una sostanza.

«Questo caffè ha un aroma intenso»

«Si percepisce un aroma di vaniglia».

Non è, almeno in teoria, una parola riservata agli odori piacevoli, anche se spesso viene usata in questo senso.

E veniamo adesso al lato meno piacevole della questione: la puzza!

La parola puzza (si pronuncia con la zeta sorda) è molto comune e diretta. Non lascia molti dubbi: qualcosa ha un odore cattivo.

Dicevo che La z di puzza è una zeta sorda, cioè si pronuncia senza far vibrare le corde vocali, come nella parola pizza.

Quindi: «Questa spazzatura puzza!» Si sente bene la zeta dura, proprio come in pizza.

«Qui c’è una puzza tremenda!»

«Che puzza di fumo!»

«Questa spazzatura puzza da morire!»

Possiamo anche usare il verbo puzzare, che è estremamente utile nella conversazione quotidiana.

Attenzione alla costruzione: si dice puzzare di qualcosa.

«Questa stanza puzza di fumo».

«Le tue scarpe puzzano di formaggio!».

E se la situazione è davvero insopportabile? Possiamo dire che qualcosa puzza da morire, puzza da far schifo oppure fa una puzza terribile. Sono espressioni informali, ma molto naturali nel parlato.

C’è poi un’espressione che merita attenzione: mandare un cattivo odore.

«Il frigorifero manda un cattivo odore».

È un modo un po’ meno diretto di dire che qualcosa puzza. Se invece vogliamo essere più eleganti, possiamo dire che qualcosa emana un odore sgradevole. Usiamo emanare al posto di mandare. Ma si può fare solo in questo caso ok? Non mandatemi a quel paese!

Simile anche “sprigionare“. Deriva chiaramete da prigione. Quindi sprigionare significa far uscire dalla prigione, come quando viene sprigionare un prigioniero, o un carcerato.

Ma il verbo si usa anche parlando di odori, specie in cucina, quando i profumi, gli odori, vengono sprigionati, cioè escono da un piatto o da una sostanza.

Sprigionare è un verbo molto versatile e si usa quando un odore o una fragranza si diffonde nell’aria a partire da una fonte specifica, un po’ come se venisse “liberato”. Proprio come un prigioniero!

“Appena schiacci una foglia di basilico fresco, sprigiona un aroma pazzesco.”

Poi c’è anche “provenire” se ci concentriamo sulla provenienza dell’odore. Da dove viene l’odore? Da dove proviene?

«Dalla cantina proviene un odore sgradevole».

Notate la differenza: puzzare è immediato e colloquiale; emanare un odore sgradevole è più neutro e formale.

Ma non è finita qui. Se un odore è particolarmente intenso, possiamo dire che è penetrante, cioè che si avverte con forza e sembra quasi entrare nel naso. Un odore penetrante può essere buono oppure cattivo: pensate al profumo intenso di un formaggio stagionato o all’odore pungente dell’ammoniaca.

Possiamo dire anche odore pungente, quando la sensazione è forte e quasi irritante. L’aceto, l’ammoniaca e certe sostanze chimiche possono avere un odore pungente.

Un’altra parola è acre. Un odore acre è aspro, forte, spesso irritante. Pensate al fumo acre che resta nell’aria dopo un incendio.

E che dire di nauseabondo? Questo aggettivo indica qualcosa che provoca disgusto, fino a far venire la nausea.

«Un odore nauseabondo proveniva dai cassonetti».

È una parola più espressiva di sgradevole: non ci limitiamo a dire che l’odore non ci piace, ma facciamo capire che è davvero disgustoso.

Se invece l’odore è così forte da riempire tutto l’ambiente, possiamo dire che si sente dappertutto, che si diffonde per tutta la casa oppure che impregna l’ambiente.

«L’odore di fritto ha impregnato tutte le tende».

E qui arriviamo a un verbo importante: impregnare. Quando un odore impregna qualcosa, penetra nei tessuti, nei mobili o nell’ambiente e tende a rimanere.

«La giacca è impregnata di fumo».

«In questa stanza si sente ancora l’odore della vernice».

A volte, poi, gli odori non sono soltanto forti: sono anche persistenti. Un odore persistente è un odore che rimane a lungo, che dura, che resta nell’aria anche quando la causa è scomparsa.

«Il profumo che hai messo è molto persistente: si sente ancora dopo ore».

Naturalmente, questa caratteristica può essere positiva o negativa!

Passiamo adesso a un’altra espressione molto utile: “sentire odore di qualcosa”.

Possiamo usarla in senso letterale:

«Sento odore di bruciato!».

È una frase che conviene prendere sul serio, perché potrebbe esserci qualcosa che sta andando a fuoco.

Ma possiamo usarla anche in senso figurato.

«Qui sento odore di guai».

Non significa che i guai abbiano un odore vero e proprio: significa che sospetto che stia per succedere qualcosa di spiacevole.

E se dico «Questa storia puzza», o «Questa storia mi puzza» che cosa voglio dire? Che non mi convince, che c’è qualcosa di sospetto, che forse qualcuno non la racconta giusta. Questa espressione l’abbiamo anche vista in un episodio.

Per esempio:

«Mi ha detto che ha vinto diecimila euro senza aver mai comprato un biglietto. Questa storia (mi) puzza!».

Notate che qui puzzare non riguarda più il naso, ma il nostro giudizio su una situazione.

Vediamo adesso come descrivere un odore quando non sappiamo esattamente a che cosa assomiglia.

Possiamo dire che è dolciastro, se ricorda qualcosa di dolce ma in modo eccessivo o poco gradevole. «C’è un odore dolciastro in questa stanza». In certi contesti può risultare persino nauseante.

Possiamo dire che è stantio, soprattutto quando parliamo di aria chiusa, acqua o alimenti che hanno perso freschezza.

«Qui dentro c’è un odore di chiuso, di aria stantia».

Possiamo parlare di odore di muffa, quando sentiamo quell’odore caratteristico degli ambienti umidi o dei tessuti rimasti bagnati troppo a lungo. Quella è la muffa.

E poi c’è l’odore di marcio, tipico di qualcosa che si sta decomponendo o è andato a male.

«Questo pesce ha un odore di marcio: non mangiarlo!».

Se invece qualcosa ha un odore molto simile a quello di un’altra sostanza, possiamo usare la preposizione “di”: odore di terra bagnata, di benzina, di legno, di erba appena tagliata, di pioggia.

Oppure possiamo dire che qualcosa sa di una certa sostanza, ma attenzione: “sapere di” può riferirsi anche al gusto.

«Questa stanza sa di fumo»

significa che si sente odore di fumo.

«Questo vino sa di tappo»

significa che presenta un difetto percepibile soprattutto attraverso l’olfatto e il gusto.

E se entriamo in una stanza e diciamo:

«Qui si sente un buon profumino!»

usiamo un diminutivo che rende l’espressione più familiare e affettuosa. Il profumino della torta, del ragù o del pane caldo ci fa venire l’acquolina in bocca.

All’opposto, possiamo dire puzzetta, ma qui entriamo in un registro scherzoso o infantile. Una puzzetta può essere quella piccola emissione di gas intestinale che qualcuno cerca di negare, nonostante le prove olfattive siano schiaccianti!

A proposito di persone, possiamo anche dire che qualcuno ha un buon odore, che profuma oppure, più brutalmente, che puzza. Quest’ultima espressione può risultare offensiva, quindi è bene fare attenzione al contesto e al tono.

Se vogliamo essere diplomatici, possiamo dire: «Forse hai messo troppo profumo» oppure «C’è un odore un po’ forte». Non sempre è necessario dire le cose nel modo più diretto possibile.

E ora una piccola distinzione: olfatto è il senso che ci permette di percepire gli odori; odorare significa percepire o emanare un odore, ma nell’italiano quotidiano spesso preferiamo sentire e annusare.

«Sento un odore di bruciato»

«Il cane annusa il terreno».

«Questi fiori odorano di vaniglia»

Il verbo *odorare* può avere anche un tono più letterario o descrittivo, mentre *annusare* mette l’accento sull’atto di avvicinare il naso a qualcosa per sentirne l’odore.

Ecco un’ultima espressione: “fiutare qualcosa”. In senso proprio, significa percepire un odore con il naso, ma in senso figurato vuol dire intuire qualcosa, spesso prima degli altri.

«Il direttore ha fiutato l’affare e ha comprato subito il terreno».

Non ha certo annusato il terreno per decidere! Ha capito che poteva essere un buon investimento.

Un’altra parola interessante è olezzo, che è un termine un po’ raffinato, letterario, che si usa meno frequentemente nella lingua parlata di tutti i giorni.

Indica un odore, che può essere gradevole oppure sgradevole, anche se oggi si incontra spesso in contesti in cui si vuole sottolineare un odore cattivo, magari con una certa ironia.

Si può dire, ad esempio, «l’olezzo dei fiori», ma anche «un olezzo nauseabondo», cioè un odore talmente cattivo da provocare la nausea.

Se invece volete essere più diretti e far capire subito che un odore è sgradevole, potete usare parole come puzza, fetore o tanfo.

Terminiamo questo episodio con “maleodorante“. Maleodorante è un aggettivo perfetto per descrivere qualcosa che emana un cattivo odore o una puzza! Deriva dall’unione di male + odorante (che fa odore), quindi significa letteralmente “che ha un cattivo odore”.

Adesso facciamo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me:

Che puzza!

Senti che profumo! Che hai cucinato?

Che profumo ti sei messo?

Senti anche tu questo strano odore?

Da dove proviene questa puzza?

Getta l’immondizia, senti che fetore!

Il cane ha fiutato una traccia!

L’olfatto.

L’olfatto (o odorato) è uno dei cinque sensi dell’essere umano.

L’olfatto è il senso deputato alla percezione degli stimoli odorosi presenti nell’ambiente

Senzazioni olfattive

Il cane annusa il terreno

Che odore nauseabondo!

Che aria stantia! Apriamo la finestra!

Che odore persistente! Dopo un’ora ancora si sente.

Il cibo dimenticato nel frigorifero ha iniziato a sprigionare un odore davvero nauseabondo.

Maleodorante

I vestiti della palestra nella borsa dell’allenamento erano ormai maleodoranti

La fragranza di questi cornetti è incredibile!

 

Ci sentiamo al prossimo epusodio!

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Disdicevole

Disdicevole (scarica audio)

episodio 1293

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vi spiego la parola disdicevole.

All’interno della rubrica “accadde il”, nell’episodio dedicato alla parola deprecabile ho solamente accennato a un suo possibile sinonimo: disdicevole. Oggi vorrei soffermarmi proprio su questa parola, perché presenta alcune sfumature interessanti.

Che cosa significa disdicevole?

Si tratta di un aggettivo che indica qualcosa di sconveniente, inappropriato, poco decoroso, qualcosa che non si addice a una determinata situazione o che non è conforme a ciò che ci si aspetta in un certo contesto.

Pensate, per esempio, a una persona che si presenta a una cerimonia ufficiale in pigiama.

Potremmo dire che il suo abbigliamento è disdicevole, perché non è adeguato all’occasione.

Oppure immaginate un dirigente che, durante una riunione di lavoro, si mette a insultare i colleghi. Il suo comportamento potrebbe essere definito disdicevole, perché non si addice al ruolo che ricopre e alla situazione in cui si trova.

Del verbo addirsi ci occupiamo la prossima volta comunque. Infatti ho appena detto che un atteggiamento disdicevole non si addice a quella determinata situazione.

Ma attenzione: disdicevole non significa necessariamente gravissimo o scandaloso. Può indicare anche qualcosa che semplicemente non sta bene (altra espressione interessante), qualcosa che è sconveniente – non dal punto di vista economico comunque – o che rischia di far perdere rispettabilità a chi lo fa.

Bisogna dire che è un aggettivo un po’ raffinato però, uno di quelli che usano solo certi tipi di persone.

Comunque, di sicuro potremmo dire che parlare ad alta voce al cinema, interrompere continuamente una persona che sta parlando o presentarsi a un appuntamento elegante con un abbigliamento trasandato possono essere comportamenti disdicevoli, a seconda delle circostanze.

Vediamo ora la differenza rispetto a deprecabile, la parola da cui siamo partiti.

I due aggettivi possono sovrapporsi, ma non sono sempre intercambiabili.

Deprecabile mette soprattutto l’accento sulla condanna morale di un comportamento: qualcosa merita di essere biasimato o deplorato. Disdicevole, invece, richiama più direttamente ciò che non si addice a una situazione, ciò che è sconveniente o contrario al decoro.

Diffondere deliberatamente notizie false per danneggiare qualcuno è un comportamento deprecabile, perché merita una condanna morale. Ricorderete sicuramente che deliberatamente è stato oggetto di un episodio passato, vero?

Comunque, se questo è deprecabile, presentarsi a una cerimonia solenne con un atteggiamento irrispettoso può invece essere definito disdicevole, perché non è consono all’occasione. Naturalmente, lo stesso comportamento può essere sia deprecabile sia disdicevole, se presenta entrambe le caratteristiche.

Possiamo usare questa parola anche in espressioni come:

«È disdicevole parlare in questo modo a una persona anziana».

«Trovo disdicevole che un rappresentante delle istituzioni si comporti così».

«Non vorrei fare una figura disdicevole davanti ai tuoi colleghi».

Notate anche che, come accennavo poco fa, si tratta di una parola piuttosto formale. Nella conversazione quotidiana, spesso diremmo semplicemente sconveniente, inappropriato, inopportuno oppure fuori luogo. Anche di “fuori luogo” ci siamo già occupati.

Disdicevole, però, è utile quando vogliamo esprimerci con maggiore precisione o con un registro più ricercato.

Ecco, dunque, il punto da ricordare: qualcosa è disdicevole quando non si addice alla situazione, quando soprattutto contrasta con il decoro o con le aspettative legate a un certo ruolo o a una certa circostanza.

Il contrario di disdicevole? Direi sicuramente consono e decoroso, perché mantengono quel registro un po’ raffinato di disdicevole.

Esempio:

«Un abbigliamento consono all’occasione».

Consono è molto vicino a “adatto, giusto”.

Decoroso invece sottolinea di più il rispetto delle regole del decoro. C’è un legame più forte con la morale. Decoroso è vicinissimo anche a dignitoso. Decoroso, richiama quindi maggiormente il decoro, la dignità e il rispetto delle convenzioni sociali. Può quindi contenere una valutazione più marcata del comportamento, anche sul piano morale.

Comunque, anche “opportuno” e “appropriato” sono molto adatti per indicare la cosa giusta da fare, una cosa adatta ad una situazione.

E adesso tocca a voi: provate a formulare una frase con disdicevole. Potete descrivere un comportamento che avete osservato, oppure inventare una situazione. L’importante è usare la parola nel contesto giusto!

Marcelo: Buongiorno amici. Alcune cose inopportune accadono anche nel mio club sportivo, come vedere persone che criticano fino all’inverosimile senza partecipare attivamente alle riunioni degli associati.
Per me questo è un atteggiamento disdicevole come non ce ne sono altri! A voi vi sovviene qualche episodio analogo?

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Ergersi e erigersi

Ergersi e erigersi (scarica audio)

episodio 1292

Trascrizione

Buongiorno a tutti.

Vi è mai capitato di conoscere qualcuno che si erge a giudice, a esperto o addirittura a paladino della giustizia? Vi è capitato di sicuro, Ve lo dico io!

Magari non sapeva granché dell’argomento, ma parlava come se avesse la verità in tasca!

Ergersi è il verbo del giorno. Ergersi equivale a erigersi, un secondo verbo. Nella lingua parlata e scritta contemporanea si preferisce quasi sempre la forma ergersi.

che suona più naturale di erigersi, ma si possono usare entrambe senza fare errori. Per comodità nell’episodio userò solamente la forma ergersi, che ha solamente una “i” in meno.

I verbi significano, in senso proprio, alzarsi, sollevarsi, stare in posizione eretta.

In senso proprio però, normalmente non si usa con le persone.

Per esempio, una torre si erge al centro della piazza: cioè svetta, si innalza e si distingue dagli edifici circostanti. La vedi che sta lì, al centro, e sta più in alto. Quindi è anche evidente.

Ma il verbo è molto interessante anche in senso figurato. Soprattutto direi.

Stavolta sono le persone ad ergersi.

Quando diciamo che qualcuno si erge a giudice, intendiamo che assume il ruolo di chi giudica gli altri, magari senza averne l’autorità o senza conoscere bene i fatti.

Pensate a un collega che, durante una riunione, comincia a criticare tutti e a distribuire sentenze come se fosse un magistrato. Potremmo dirgli:

«Ma chi ti credi di essere? Perché ti ergi a giudice di tutti?».

Attenzione: ergersi a non significa semplicemente svolgere una funzione. Anzi. Significa piuttosto assumere, o pretendere di assumere, un determinato ruolo o una certa posizione, spesso, spessissimo con una sfumatura critica.

Ecco altri esempi:
– Non puoi ergerti a esperto di economia se non hai mai studiato la materia.
– Il politico si è erto a difensore dei cittadini, ma finora non ha fatto nulla per loro.
– Non ergetevi a giudici della vita altrui: ognuno ha i propri problemi.
– Dopo quella vittoria, si ergeva a paladino della squadra, come se il merito fosse soltanto suo.

Se non c’è la sfumatura negativa, beh, torniamo al senso proprio.

Un monumento può ergersi maestoso davanti a un palazzo; una montagna può ergersi sopra la pianura. In questi casi si tratta semplicemente di qualcosa che si innalza e domina visivamente ciò che lo circonda. Avrete notato che manca la preposizione a in questo caso. Ecco dove distinguere l’uso proprio da quello figurato!

Insomma, una torre può ergersi verso il cielo senza dare fastidio a nessuno. Una persona che si erge a giudice, invece, rischia di risultare presuntuosa. Anzi lo diventa automaticamente.

E voi? Vi è mai capitato di incontrare qualcuno che si erge a esperto di tutto, anche di argomenti di cui non sa assolutamente nulla?

Adesso mi faccio una domanda: a quali episodi passati possiamo collegare questo verbo?

Beh, mi vengono in mente fare il bello e il cattivo tempo, le raccomandazioni e la spintarella, ed anche l’aggettivo ruffiano, il verbo impressionare, la portata, degnarsi e anche altri episodi che permettono di parlare di chi si attribuisce un’autorità, pretende di decidere per tutti o si comporta come se fosse superiore agli altri.

Comunque ci pensano i membri adesso a fare delle frasi adatte come forma di ripasso.

Marcelo: Che vuoi che ti dica amico, anche nei gruppi c’è sempre uno che si erge a giudice supremo.
In qualsiasi discussione, si erge a esperto e si vanta della sua conoscenza a 360 gradi. È sempre uno dei migliori, se non il migliore in assoluto.

Gerd: su questo hai sicuramente ragione. Non serve nemmeno dirgliene quattro. Tornerebbe alla carica sicuramente. Magari invece dargli retta una volta tanto potrebbe essere una soluzione, che ne pensi?

Esame CILS C1

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Si vede che

Si vede che

Audio in preparazione

episodio 1291

Trascrizione

Oggi, cari amici di Italiano Semplicemente, parliamo di un’espressione semplicissima ma molto usata dagli italiani: “si vede che”. La potete usare praticamente in qualunque discorso stiate facendo.

La prima situazione è quella più facile: vedo qualcosa e lo noto.

Per esempio, guardo una persona e le dico:

“eh, si vede che sei stanco.”

Hai le occhiaie, le borse sotto gli occhi, sbadigli… insomma, la stanchezza si vede proprio.

Posso dire anche:

“Si vede che sei preoccupato.”

“Si vede che sei dimagrito.”

“Si vede che ti sei allenato.”

In questo caso “si vede che” significa più o meno “si nota che”, “è evidente che”. Ha quasi sempre a che fare con la vista, con quello che vedo. Faccio una deduzione da ciò che vedo. Sono sicuro però di ciò che dico perché è evidente.

Ho detto che il senso è quasi sempre legato alla vista perché posso anche dire, ad esempio:

Si vede hai studiato

In questo caso magari ti ho ascoltato e mi sono convinto di questo. Però magari ti ho anche sentito sicuro di te, non ho visto sul tuo viso segnali di preoccupazione e indecisione. Insomma la vista può entrarci ma non è detto. È semplicemente qualcosa che è evidente ai miei occhi.

Ma c’è un secondo uso, ancora più interessante.

A volte infatti non vediamo direttamente quello che è successo: vediamo, anzi notiamo soltanto degli indizi e facciamo una deduzione. Stavolta è solo un’ipotesi però mi un’ipotesi che ritengo molto probabile.

Per esempio:

“Come mai Marco è tutto sudato?”

Risposta: “mah, si vede che ha corso.”

Dunque io non ho visto Marco correre. Vedo però che è sudato e quindi faccio un’ipotesi che ritengo probabile. Non evidente ma probabile.

In questo caso “si vede che ha corso” significa qualcosa come:

A quanto pare ha corso
Probabilmente ha corso
Evidentemente ha corso
Deve aver corso

Quindi “Si vede che ha corso” = “Probabilmente ha corso.”

Un altro esempio:

“Perché Luca non risponde al telefono?”

Risposta: “Si vede che è occupato a fare altre cose.”

Non lo so con certezza pero. Lo deduco da quello che sta succedendo. Magari l’ha lasciato a casa ed è uscito. Magari gliel’hanno rubato, magari ha la suoneria disattivata. Chi lo sa.

Ed è proprio qui che il tono di voce diventa importante per distinguere i due utilizzi.

Se dico:

“Si vede che sei stanco.”

con tono tranquillo, sto semplicemente osservando qualcosa.

Posso dirlo con tono affettuoso:

“Si vede che sei stanco… dai, riposati.”

sto mostrando attenzione e preoccupazione. Però di fatto ho una certezza. Sei stanco e si vede chiaramente.

Ma se sto facendo un’ipotesi, uso un tono diverso.

Come mai la porta e casa è aperta?

Mah, si vede che era di fretta e non ha controllato bene.

Questo secondo utilizzo naturalmente è sempre la risposta ad una domanda di un’altra persona. Anche questo ci aiuta a capire la differenza.

Comunque anche il tono mi aiuta a capire che ciò che voglio dire è:

Evidentemente era di fretta

Con ogni probabilità è dovuto scappare di corsa. Avrà avuto un urgenza.

Questi sono due modi equivalenti che ricorderete sicuramente.

Abbiamo già visto in altri episodi come l’uso del futuro può aiutarci a esprimere qualcosa di poco certo, per esprimere un’ipotesi. Ed anche l’espressione “con ogni probabilità” non esprime una certezza assoluta, anche se ci siamo più vicini. Di certo, non ho visto nulla neanche in questo caso. Non c’era niente di evidente.

In un contesto quotidiano possiamo quindi usare tranquillamente:

“Si vede che…”
“A quanto pare…”
“Probabilmente…”
“Sembra che…”

In un contesto più formale, invece, possiamo trovare:

“È evidente che…”
“Si può dedurre che…”
“Si evince che…”
“È ragionevole ritenere che…”

Per esempio, in una relazione amministrativa è più naturale scrivere:

“Dai dati disponibili si evince che…”

piuttosto che:

“Si vede che…”

Quest’ultima è perfettamente italiana, ma appartiene soprattutto alla lingua comune e parlata.

Insomma, ricordate due idee.

Si vede che sei stanco: lo noto direttamente. Per me è evidente.

“Si vede che hai dimenticato le chiavi”: non ti ho visto, ma lo deduco da qualche indizio. Spesso anche la nn logica è il contesto ci aiutano.

E poi c’è una terza cosa da ricordare: il tono: convinto se c’è evidenza, certezza, mentre è dubbioso se si tratta di una deduzione personale.

Esame CILS B2

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