Oggi vediamo una piccola espressione italiana molto comune, breve ma molto espressiva: “questa poi!”
Si tratta di un’espressione di stupore, un’esclamazione che viene pronunciata quando si riceve una notizia che sorprende, spesso più di quanto non fossimo già sorpresi da altre cose. E’ abbastanza simile all’ultima esclamazione trattata “ma non mi dire!” perché anche questa è legata allo stupore, ma stavolta non c’è ironia: E’ puro e semplice stupore. Uno stupore che va oltre!
Proviamo ad analizzarla un po’ più da vicino.
La prima parola è “questa”.
“Questa” indica proprio la notizia, la cosa che abbiamo appena sentito. È come se dicessimo:
questa cosa,
questa notizia,
questa faccenda qui.
Poi c’è “poi”.
Ed è proprio “poi” che dà all’espressione la sua sfumatura particolare. In questo caso “poi” indica che questa notizia ci sorprende ancora di più, quasi come se fosse l’ultima di una serie di sorprese.
In altre parole, è come dire:
questa sì che è sorprendente!
questa supera tutte le altre!
Quindi “questa poi!” è in realtà un’espressione abbreviata, ellittica, cioè una frase accorciata. A seconda del contesto, potrebbe significare qualcosa come:
Questa poi non me l’aspettavo!
Questa notizia è veramente sorprendente!
Ma, per essere ancora più precisi, il senso espresso è spesso più vicino a qualcosa di questo tipo:
Rispetto al resto, questa cosa è davvero sorprendente!
Come se dicessimo:
Tutto mi sarei aspettato, ma questa proprio no!
Per esempio, immaginate che qualcuno racconti una serie di notizie:
Mario ha cambiato lavoro.
Luca si trasferisce all’estero.
E pensa che Paolo si sposa domani!
E voi rispondete:
Questa poi!
Cioè: questa sì che mi sorprende davvero.
L’espressione quindi non indica soltanto stupore, ma spesso anche uno stupore particolarmente forte, quasi come se quella notizia superasse le altre.
Per questo motivo “questa poi!” si sente spesso in conversazioni informali, quando una persona vuole reagire in modo immediato e spontaneo a qualcosa che ha appena sentito.
Solitamente “questa poi!” viene anche accompagnata da altre espressioni di stupore, che rafforzano la reazione di sorpresa. Per esempio:
Questa poi! Non ci posso credere!
Questa poi! Ma davvero?
Questa poi! Incredibile!
Questa poi! Ma guarda un po’!
In questi casi l’esclamazione introduce la sorpresa, e le altre frasi servono a rafforzarla.
Immaginiamo ad esempio che qualcuno dica:
Paolo, che non ha mai studiato, ha preso trenta all’esame.
E qualcuno reagisce dicendo:
Questa poi! Ma davvero?
Oppure:
Questa poi! Non ci posso credere!
L’espressione quindi serve a reagire immediatamente a una notizia sorprendente, spesso con un tono spontaneo e un po’ teatrale, che come sapete, fa molto Italiano!
Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Nancy: Beh, insomma! Medvedev veramente ha tenuto botta arrivando fino al tie-break due volte. Non si può dire che Sinner gli abbia fatto vedere i sorci verdi.
Danielle: Sai che c’è ? Magari qualcuno ha ancora qualche dubbio sul valore di Sinner; ma io il beneficio del dubbio non glielo do più: questo ragazzo ha una solidità mentale impressionante. Nei momenti topicidell’incontro dà sempre il meglio di sè.
Oggi torniamo su un’espressione di cui abbiamo già parlato in passato: “che me ne faccio?”, oppure “che te ne fai?”, “che ce ne facciamo?” e così via.
In quell’episodio abbiamo visto che questa espressione si usa quando qualcosa non ci serve, quando non ne vediamo l’utilità per una certa persona. In altre parole, è un modo piuttosto comune per dire: a cosa mi/ti/gli/le/ci/vi serve? oppure che utilità ha per me/te/lei/lui/noi/voi/loro?
Se qualcuno vi offre qualcosa che per voi è inutile, potreste dire:
Che me ne faccio?
Ad esempio:
Vuoi un altro telefono?
Un altro telefono? Che me ne faccio? Ne ho già due!
Questa non è una vera domanda in realtà. Somiglia più a un’affermazione.
Il pronome ne si riferisce proprio a quella cosa di cui si parla. È come dire: che utilità ricavo da questa cosa? Probabilmente nulla!
Fin qui tutto chiaro.
Oggi però voglio parlarvi di un’espressione molto simile, che può creare qualche dubbio agli stranieri: “che ci fai?”
A prima vista le due espressioni sembrano quasi uguali, ma il significato a volte è diverso.
Nell’episodio precedente vi avevo detto che la frase “che me ne faccio di” è equivalente a “che/cosa ci facciocon“. In realtà non volevo appesantire troppo la lezione, ma adesso i tempi sono maturi per vedere qualche differenza.
Infatti “che ci fai?” può anche non riguardare l’utilità di qualcosa.
Perché dico può?
Perché quel “ci” può riferirsi sia a un luogo, sia all’uso o, appunto, all’utilità o all’inutilità di qualcosa.
Iniziamo dal luogo.
Qui “ci” non indica una cosa, ma un luogo o una situazione.
Se vedo una persona in un posto inaspettato potrei dire:
Che ci fai qui?
In altre parole:
Cosa stai facendo qui? Non mi aspettavo di trovarti qui. E’ necessario specificare il luogo in questo caso (es: qui).
Facciamo qualche esempio.
Immaginate di entrare in ufficio la domenica e di trovare un collega alla scrivania.
Potreste dirgli:
Ma che ci fai in ufficio di domenica?
Oppure immaginate di vedere un vostro amico sul tetto di casa.
Oh! Che ci fai lì sopra?
Come vedete, qui non si parla di utilità, ma di presenza in un luogo o di un’azione che sorprende.
Passiamo adesso al concetto di utilità usando “ci”.
Facciamo ora un confronto diretto tra le due espressioni “che/cosa te ne fai” e “che/cosa ci fai”.
Se dico:
Che te ne fai di questo libro?
Sto chiedendo quale utilità abbia quel libro per quella persona. Evidentemente, io non so quale è l’utilità per te, e molto probabilmente, se uso questa frase, non ha alcuna utilità per te. In questi casi la frase può anche cambiare forma per enfatizzare questo mio pensiero. Es:
Adesso voglio vedere cosa te ne farai di questo libro!
Che te ne farai adesso? Lo leggerai, lo metterai in libreria a prendere polvere, getterai o lo regalerai a qualcuno?
C’è spesso ironia in questo tipo di frasi.
Se invece dico:
Che ci fai con quello strano oggetto?
La domanda può avere due significati diversi. Chiaramente non stiamo parlando di un luogo perché c’è la preposizione “con”, ma potrebbe anche non esserci e in questo caso è il contesto e il dialogo che vi aita a capire che non parliamo di un luogo ma dell’utilità di qualcosa.
Prima di tutto, come detto, può avere un senso simile o identico a “cosa/che te ne fai“, nel senso che stiamo manifestando direttamente la nostra opinione. Se usiamo “che/cosa ci fai”, “che/cosa ci faccio” e usiamo un tono duro, diretto, quella, ancora una volta, non è per niente una domanda, ma una affermazione abbastanza chiara. Significa in questo caso: non ci faccio niente, non mi serve a niente (che ci faccio) oppure non ci fai niente, non ti serve a niente (che ci fai).
Es.
Se accetti questo lavoro ti posso dare 500 euro al mese.
Risposta: e che ci faccio con 500 euro al mese?
Significa chiaramente che 500 euro al mese sono pochi, che non basteranno per vivere neanche decentemente. Non sarano di nessuna utilità perché sono troppo pochi.
In questo caso si potrebbe chiaramente anche usare “che me ne faccio di 500 euro al mese”? Ma in generale quando usiamo “che me ne faccio” ho il problema di avere qualcosa di inutile e di cui dovrò probabilmente sbarazzarmi; voglio liberarmi di qualcosa che non mi serve.
Questa è già una piccola sfumatura interessante.
Es:
Mi hanno regalato un pianoforte! Ma che me ne faccio? é troppo grande e non saprei dove metterlo.
Oppure, immaginate una persona che compra una barca pur vivendo in montagna.
Qualcuno potrebbe dirgli:
Una barca? Che te ne fai?
Qui il senso è chiaro: non ti serve a niente. Probabilmente dovrai sbarazzarti di quella barca.
Però se uso “ci” si apre alla possibilità che adesso stiamo facendo una vera domanda e non una domanda retorica.
Questo però dipende essenzialmente dal tono che usiamo. La mia curiosità adesso può anche essere semplicemente quella di conoscere cosa ci farai con quella cosa, cioè che uso ne farai. E’ una modalità ugualmente informale. In questo caso è una vera domanda.
Se vedete qualcuno armeggiare con una barca in un molo, potreste chiedere:
Che ci fai con quella barca?
Qui il significato probabilmente è: Ci fai i giri con la tua famiglia per divertimento? Oppure ci fai le gare di velocità.
In questo caso è una vera domanda. Ma se chiedo, usando un tono ironico:
Ma che ci fai con quella barca!
Potrebbe voler dire che è una barca di poco valore, piccolissima, o che, conoscendo quella persona, secondo te non la sa guidare.
Chiaramente, se usassi una frase diversa:
Che ci fai su quella barca?
“Ci” stavolta richiama un luogo, una situazione o un contesto. Sono stupito di vederti su una barca, e magari sono stupito di vederti su una barca di quel tipo: magari è una bella barca, lussuosa, grande, e questo mi coglie del tutto di sorpresa!
Ma stavolta ho usato la preposizione “su” e in questo caso sto chiaramente parlando della barca e non della sua utilità.
Possiamo quindi riassumere così:
Che te ne fai? A cosa ti serve? Probabilmente a niente. E’ inutile per te. Sbarazzatene! Che ci fai qui? Cosa stai facendo qui? Non ti aspettavo di vederti qui. Che ci fai con…? Che uso ne fai? (non ti serve a niente!) oppure indica una scarsa quantità.
Sono tre modalità molto simili, ma con sfumature spesso diverse, che gli italiani usano continuamente.
Parliamo di alleggerimenti, a cui abbiamo dedicato anche un episodio.
Valeria (Brasile): Nel calcio si parla di alleggerire quando un difensore, vedendo la mala parata, passa indietro la palla al portiere per togliersi il peso della pressione: è il classico alleggerimento.
Carmen (Germania) e Lucia (Spagna): E nel linguaggio comune alleggerire significa ridurre un peso o una tensione: un professore, ad esempio, può alleggerire un compito considerato troppo gravoso.
Liliana (Moldavia): Quando si dice “alleggerire la pressione”, se non ho capito male, basta una battuta o un gesto per colmare il silenzio e far rilassare tutti.
Danita (Stati Uniti): Nel calcio, poi, se non alleggerisci, anche a costo di sembrare pauroso, si rischia che la squadra faccia acqua da tutte le parti perchè c’è il rischio concreto di perdere palla davanti alla porta.
Osvaldo (Brasile): Insomma, nel gioco come nella vita, saper alleggerire al momento giusto è una vera peculiarità dei più esperti: sembra poco, ma bisogna avere certe capacità. Qualcuno poi c’è più portato di altri, ma hai detto niente!
Nel linguaggio del calcio c’è un verbo molto interessante: alleggerire.
Non è un verbo esclusivo del calcio, naturalmente. È un verbo della lingua italiana di uso molto comune. Però nel calcio assume un significato particolare, più tecnico, che vale la pena di conoscere.
Cominciamo proprio dal significato generale.
Il verbo alleggerire deriva dall’aggettivo leggero.
Alleggerire significa quindi renderepiù leggero qualcosa, cioè diminuire il peso.
Ad esempio:
Alleggerire una valigia: togliendo qualcosa dalla valigia la rendiamo più leggera
Alleggerire il carico di un camion: quando è troppo pesante
Alleggerire uno zaino: per non avvertiredolore alla schiena
In questi casi si parla proprio di peso fisico: togliamo qualcosa per rendere meno pesante un oggetto.
Ma molto spesso il verbo alleggerire si usa anche in senso figurato.
Possiamo alleggerire:
una situazione: facendo una battuta
un discorso: usando meno termini tecnici
un clima di tensione: cercando di trovare elementi positivi
Per esempio:
Facciamo una battuta per alleggerire l’atmosfera.
Questo capitolo del libro è stato alleggerito per renderlo più scorrevole.
In questi casi non si parla di peso reale ma di peso metaforico: tensione, difficoltà, pesantezzapsicologica.
Vedete quindi che il verbo alleggerire è molto versatile.
Anche nel calcio alleggerire sottolinea questo aspetto: rendere la situazione meno pesante, ma più che altro meno pericolosa.
Nel calcio infatti alleggerire ha un uso particolare e molto frequente nelle telecronache.
A volte il cronista dice:
Il centrocampista alleggerisce all’indietro.
In questo caso il giocatore passa la palla indietro, magari al portiere, per rallentare il gioco e far respirare la squadra.
Anche qui l’idea è la stessa: alleggerire la pressione.
È curioso notare come il significato calcistico derivi perfettamente da quello generale.
Nella lingua comune:
alleggerire = rendere meno pesante
Nel calcio:
alleggerire = rendere meno pericolosa o meno pressante una situazione difensiva
In entrambi i casi c’è sempre l’idea di togliere peso.
Un peso fisico, nella vita quotidiana.
Un peso tattico o psicologico, nel calcio.
Vediamo qualche esempio:
Il centrocampista alleggerisce all’indietro.
Meglio alleggerire sul portiere.
Il difensore alleggerisce la pressione passando dietro.
Questo verbo è particolarmente tipico del linguaggio giornalistico e televisivo del calcio.
Nella lingua parlata tra amici si direbbe più semplicemente:
la passa indietro
la ridà al portiere
torna dal portiere
E anche oggi abbiamo visto come il linguaggio del calcio non sia altro che una piccola finestra sulla lingua italiana. Ed è proprio questo il bello di questa rubrica.
Perché, alla fin fine, parlando di calcio… stiamo sempre parlando anche di italiano.
Nello sport in generale poi, si può usare questo verbo anche in questo modo:
Alleggerire le gambe dopo una partita o un allenamento attraverso lo stretching, Si tratta di fare esercizi mirati, come allungamenti al muro e massaggi che aiutano a ridurre contratture e gonfiore, migliorando il flusso sanguigno per un rapido recupero muscolare.
Oggi parliamo di una cosa curiosa della lingua italiana: i nomi collettivi.
Sapete cosa sono?
Sono parole che indicano un insieme di cose o di persone, ma usando una sola parola.
In altre parole, invece di nominare tante cose una per una, l’italiano preferisce fare economia. Come se dicesse: perché fare la fatica di contarle tutte, quando possiamo racchiuderle in una sola parola?
Facciamo qualche esempio.
Se vedete una sola ape, direte semplicemente:
Guarda, un’ape!
Ma se le api diventano tante, ronzano tutte insieme e cominciano a girare nell’aria… a quel punto non parliamo più di api singole.
Parliamo di uno sciame. lo so, potremo usare semplicemente il plurale: le api, ma posso usare il nome del gruppo, e un gruppo di api si chiama sciame.
Ora immaginiamo una scena in un negozio. Entra un cliente. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Dopo un po’ il negoziante potrebbe dire:
Ultimamente i clienti sono aumentati.
Ma se usiamo il nome del gruppo diciamo:
Ultimamente la clientela è aumentata.
Qui non si parla di un cliente preciso, ma di tutti i clienti nel loro insieme.
Passiamo ai fiori. Un fiore è bello, certo.
Ma se qualcuno vi regala molti fiori insieme, non vi porta venti fiori uno per uno dicendo:
“Questo è un fiore, questo è un altro fiore…”
Oppure:
Questi sono i fiori!
Meglio ancora dire che vi porta un bel mazzo di fiori.
Poi ci sono le foglie. Una foglia, due foglie, tre foglie… ma quando sono tantissime, magari tutte cadute a terra in autunno, possiamo parlare di fogliame.
La lingua italiana qui diventa quasi poetica. Pensate a una passeggiata nel bosco:
Il sentiero era coperto di fogliame.
Non state contando le foglie. State guardando l’insieme.
Andiamo avanti. Una isola è una sola. Ma quando ci sono molte isole vicine tra loro, formano un arcipelago.
Poi abbiamo una parola molto interessante: biblioteca.
Un libro è un libro.
Ma una biblioteca è un luogo pieno di libri. Una specie di regno dei libri.
Passiamo al mare. Una nave naviga da sola.
Ma se molte navi viaggiano insieme, magari militari, allora formano una flotta.
Oggi però questa parola non si usa solo per il mare: anche gli aerei di una compagnia o gli autobus di una città possono formare una flotta.
Sulla terraferma invece possiamo trovare una sola pecora.
Ma se le pecore sono tante e camminano tutte insieme dietro al pastore, allora parliamo di un gregge.
E quando ci sono molte persone in uno stesso luogo, magari davanti a un concerto o allo stadio?
Non diciamo necessariamente: “C’erano molte persone”.
Possiamo dire semplicemente:
“C’era una folla.”
Nel bosco invece troviamo un pino. Ma tanti pini insieme formano una pineta.
Sul campo di battaglia troviamo un soldato.
Ma molti soldati insieme diventano un esercito.
Guardiamo il cielo. Una stella è una stella.
Ma quando più stelle formano un disegno nel cielo, allora abbiamo una costellazione.
E nel cielo possiamo vedere anche uno stormo di uccelli.
Infine andiamo in campagna. Una vite è una pianta d’uva.
Ma tante viti insieme formano un vigneto.
Avete notato che molti animali hanno nomi collettivi molto particolari?
Per esempio, quando i lupi stanno insieme si parla di branco.
I pesci invece formano un banco.
Gli uccelli che volano insieme formano uno stormo.
E i cani da caccia possono formare una muta.
La cosa interessante è che queste parole non si possono scambiare.
Non diremo mai uno stormo di lupi, né un branco di pesci.
Ogni animale ha, per così dire, il suo gruppo ufficiale.
Un’altra curiosità riguarda gli alberi e le piante. Molti nomi collettivi indicano anche un luogo. Pensiamo a parole come pineta, vigneto, uliveto, castagneto.
In questi casi spesso compare il suffisso -eto o -eta, che suggerisce proprio l’idea di un luogo pieno di qualcosa. Un vigneto è quindi un luogo pieno di viti, mentre un uliveto è un terreno pieno di ulivi.
Infine esistono parole che sono collettive senza che ce ne accorgiamo.
Pensate a parole come gente, popolo o bestiame. Sono parole grammaticalmente singolari, ma dentro di loro si nasconde una moltitudine.
Quando diciamo “la gente parla molto di questa storia”, in realtà ovviamente stiamo pensando a tantissime persone.
Insomma, i nomi collettivi ci mostrano una cosa molto interessante: quando gli elementi diventano numerosi, la lingua cambia prospettiva. Non guarda più il singolo individuo, ma l’insieme.
Una pecora diventa un gregge.
Un uccello diventa uno stormo.
Una nave diventa una flotta.
Insomma, è un po’ lo spirito dei moschettieri: uno per tutti, tutti per uno.
Bene, direi che per oggi possiamo fermarci qui.
Ma adesso vi propong una serie di frasi per verificare se avete davvero capito bene. Un quiz che potete ascoltare con le soluzioni dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente e che quindi diventa, come al solito, anche un bel ripasso degli episodi precedenti. A proposito! Quale nome usare per indicare i membri dell’associsazione? Beh, avete varie possibilità:
il gruppo dei membri
la comunità dei membri
la squadra (più informale)
la famiglia di Italiano Semplicemente (molto caloroso)
Esercizio: Completa con il nome collettivo (o individuale) corretto
Nancy: Gerome, timidissimo, ha deciso di prendere il toro per le corna: ha colto un singolo __________ profumato per aggiungerlo al suo mazzo e dichiararsi finalmente ad Estelle. (Suggerimento: qui serve il nome individuale del fiore)
Marcelo: Il generale Sacchi, che non è certo un quaquaraquà, comanda l’__________ argentino con pugno di ferro. (Suggerimento: qui serve il nome del gruppo di soldati)
Carmen: In quella biblioteca enorme non riuscivo a trovare il mio __________ preferito; ne ho abbastanza di cercarlo! – dissi – scommetto che Albéric lo sta usando per ingannare il tempo e non lo restituirà mai! (Suggerimento: qui serve l’oggetto singolo che si legge)
Capirai! È bastata una folata di vento perché una piccola __________ si staccasse dal ramo; ora tutto il fogliame è a terra e mi tocca pulire, mannaggia! (Suggerimento: qui serve la parte singola dell’albero)
Gema: In mare c’era una nave solitaria che sembrava latitare all’orizzonte, ma all’improvviso è apparsa l’intera __________: un vero pezzo da novanta della marina militare! (Suggerimento: qui serve il gruppo di navi)
Leily: Il povero pastore è caduto a rotta di collo giù per la collina perché una __________ smarrita non riusciva a ricongiungersi al suo gregge. (Suggerimento: qui serve l’animale singolo)
Aaha giustissimo