Quel dico non dico

Quel dico non dico

audio in preparazione

episodio 1258

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo dell’espressione “Quel dico non dico“.

L’espressione è molto interessante e anche molto usata nella lingua italiana, soprattutto quando si parla di comunicazione poco chiara, di allusioni e di messaggi lasciati a metà.

“quel dico non dico”.

Può sembrare curiosa, perché è composta semplicemente dai verbi dire e non dire.

Ma che significa esattamente?

Immaginate una persona che voglia comunicarvi qualcosa senza però dirla apertamente.

Magari vi dice:

Sai, ho sentito certe cose su quel collega…

Ah sì? Cosa hai sentito?

No, niente, lasciamo perdere…

Oppure:

Diciamo che qualcuno potrebbe avere dei problemi…

Chi?

Non importa.

Ecco, in questi casi si crea un’atmosfera fatta di mezze parole, di allusioni, di frasi lasciate in sospeso.

Questo è proprio il dico non dico.

Si tratta infatti di un modo di parlare in cui si lascia intendere qualcosa senza esprimerla chiaramente.

Spesso si usa l’espressione con l’articolo:

“un dico non dico” e soprattutto “quel dico non dico”.

Ad esempio:

Tra i due c’era un continuo dico non dico che rendeva impossibile capire la verità.

Oppure:

Quel suo dico non dico mi ha fatto pensare che sapesse molto più di quanto volesse ammettere.

Lei era un po’ ambigua, hai presente quel dico non dico che ti mette in imbarazzo?

A ben vedere, il dico non dico può avere diverse finalità.

Talvolta serve per prudenza, altre volte per diplomazia. In certi casi, invece, serve semplicemente a suscitare curiosità.

Pensate ai giornalisti quando scrivono:

Una nota personalità sarebbe coinvolta nella vicenda…

senza però fare nomi.

Oppure a certi politici che amano parlare per allusioni.

Da che mondo è mondo, infatti, non tutti hanno il coraggio di dire apertamente ciò che pensano.

C’è chi preferisce muoversi tra le righe. C’è chi lascia intendere. C’è chi fa capire senza esporsi troppo.

E così nasce il dico non dico.

L’espressione può anche avere una sfumatura negativa. Se qualcuno esagera con le allusioni, infatti, può risultare irritante.

Dopo un po’ viene voglia di dirgli:

“Parla chiaramente oppure taci!”

In altre parole, il dico non dico può sembrare una strategia per non assumersi responsabilità.

Si lascia trapelare un’informazione, ma senza affermarla davvero.

Se poi qualcuno protesta, si può sempre rispondere:

“Io non ho detto niente.”

Una situazione piuttosto comoda, non c’è che dire.

Nel linguaggio sentimentale il dico non dico è frequentissimo.

Pensate a due persone che si piacciono ma che non vogliono scoprirsi troppo.

Frasi ambigue, guardi, messaggi indiretti, complimenti velati.

Tutto questo crea quel caratteristico dico non dico che spesso precede una dichiarazione più esplicita.

Insomma, il dico non dico è un modo di comunicare che si colloca a metà strada tra il silenzio e la dichiarazione aperta.

Non si parla chiaramente, ma nemmeno si tace del tutto. Si lascia intendere, si suggerisce, si allude.

E chi ascolta deve cercare di leggere tra le righe.

Si tratta di un’espressione molto efficace perché descrive un comportamento universale.

Chi di noi non si è mai imbattuto, almeno una volta, in un fastidioso o intrigante dico non dico?

Qualche altro esempio:

Quel suo dico non dico mi ha insospettito.

Tra i giornalisti c’era un continuo dico non dico sulla vicenda.

Basta con questo dico non dico, parla chiaramente!

Nel loro rapporto c’era un affascinante dico non dico.

Le sue allusioni e il suo dico non dico non aiutavano a capire la situazione.

Ha lasciato intendere molte cose con un sapiente dico non dico.

Quel dico non dico ha alimentato ulteriormente le voci.

La riunione si è conclusa in un clima di dico non dico e di incertezza.

Ci vediamo al prossimo episodio.

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La prevenzione dello stress – IL LINGUAGGIO DELLA SALUTE (Ep. n. 9)

La prevenzione dello stress

Audio in preparazione

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Trascrizione

Bentrovati a tutti gli ascoltatori di Italiano Semplicemente, e benvenuti a un nuovo episodio della rubrica dedicata alla salute

Oggi parliamo di stress, e lo facciamo in particolare in termini di prevenzione. Il nostro amico e membro di Italiano Semplicemente Valentin, che fa un mestiere legato allo stress, mi ha dato questo suggerimento e fornito molte informazioni, in base alle quali abbiamo costruito insieme questo episodio.

Allora iniziamo a parlare di prevenzione dello stress, cosa che riguarda più o meno tutti noi.

Naturalmente sarà questa un’occasione propizia per approfondire qualche parola interessante, e sarà anche l’occasione per ripassare qualche episodio, come di consueto.

Dovete sapere che più di un terzo dei lavoratori in Europa è soggetto a stress sul lavoro. Dunque un terzo di loro soffre di stress, è sottoposto a stress.

Sia i lavoratori che le aziende e le organizzazioni in generale dovrebbero evitarlo fin dall’inizio anziché gestirlo a posteriori, quando è già un problema. Come dice il proverbio, prevenire è meglio che curare.

Ma cos’è lo stress? Sembra una parola non italiana e infatti in origine non nasce in Italia.

L’idea originaria è quella della tensione, della pressione esercitata su qualcosa o qualcuno.

Nel Novecento il termine “stress” è stato adottato prima in fisica e ingegneria: indicava la sollecitazione subita da un materiale.

Interessante l’uso del verbo “adottare“. Significa in questo caso che “La fisica ha iniziato a usare ufficialmente e abitualmente quel termine”.

In generale, può voler dire anche “utilizzare”, “prendere”, “fare proprio”, “iniziare a usare stabilmente” qualcosa.

Per esempio:

adottare un bambino;

adottare una legge;

adottare una strategia;

adottare un sistema informatico;

adottare una misura di sicurezza;

adottare un termine linguistico.

Continuando a parlare di stress, ad esempio, una trave sotto carico subisce uno stress. Una trave è un elemento lungo e robusto che serve a sostenere un peso. È una parola molto comune nell’edilizia e nell’architettura. La trave deve reggere un peso. Avete presente quei soffitti con le travi a vista di legno? Belle, vero?

Oltre alle travi, anche un metallo può deformarsi per stress meccanico. Se viene esercitata una forza meccanica molto a lungo, ad esempio con un grande peso, il metallo si piega.

Poi il medico Hans Selye trasferì il termine stress alla biologia e alla psicologia per descrivere la risposta dell’organismo a pressioni, minacce o cambiamenti.

Da lì il termine è entrato in moltissime lingue, compreso l’italiano. Potrei anche dire “di lì a poco” oppure “da quel momento” è entrato in molte lingue.

In italiano oggi “stress” indica quasi sempre una tensione psicologica (“sono stressato”), quindi uno stato di affaticamento mentale.

Lo stress, potremmo dire, si verifica quando le richieste poste su un organismo superano la sua capacità. Sono eccessive. Questo può derivare da uno sforzo estremo una tantum, o da un esaurimento prolungato quando il recupero è insufficiente.

“Le richieste poste su un organismo”, ho detto. Ho usato il verbo porre, che come abbiamo già visto è simile al verbo mettere ma che ha molti altri utilizzi (si può ad esempio porre una domanda).

Il benessere è l’assenza dello stress coniugata alla soddisfazione del lavoro, o meglio, della vita, allo scopo percepito e a emozioni generalmente positive. L’assenza di stress si sperimenta quando l’individuo dispone di capacità sufficienti per far fronte alle proprie esigenze.

Nella situazione ideale, le richieste sono stimolanti a un livello che corrisponde appena alla capacità massima della persona. Mi raccomando, ho detto “appena” e non “a malapena”. C’è una bella differenza.

Se invece dicessi: “il livello delle richieste che corrisponde a malapena alla capacità massima” sembrerebbe quasi che la persona riesca a sostenere quella situazione con fatica estrema, sul punto di non farcela. Si passerebbe da una condizione ottimale a una condizione quasi stressante.

Solitamente “a malapena” si usa quando qualcosa avviene con grande difficoltà, in misura minima o quasi insufficiente. Ricordate l’espressione “Grasso che cola”? Il senso è assolutamente analogo.

Comunque, quando ciò accade, quando si raggiunge questo livello di cui parlavo, emerge spesso un fenomeno chiamato flow: le persone perdono il senso del tempo, perdono la consapevolezza di sé stesse e provano una profonda soddisfazione.

È curioso come molte parole della psicologia moderna vengano mantenute in inglese: stress, burnout, mindset, flow… Le pubblicazioni scientifiche sono spesso in inglese, e quando una traduzione adeguata non c’è, la parola inglese viene adottata.

Tradurre “flow” non è semplicissimo, perché in psicologia indica uno stato mentale molto specifico.

In italiano non esiste una parola unica perfettamente equivalente, quindi spesso si usano perifrasi.

Flusso” infatti è la traduzione letterale più vicina, fa pensare a qualcosa che scorre, che si muove, come al flusso del sangue nelle vene o al flusso dei turisti a Roma, ma da sola in italiano suona un po’ vaga o tecnica.

Quando accade il flow, cioè quando ci si trova in questo stato, le persone si trovano in uno stato di concentrazione totale: perdono il senso del tempo e si sentono profondamente coinvolte in ciò che fanno.

Mi fa pensare a quando lavoravo in pizzeria, quando il flusso dei clienti era tale da non poter mai alzare la testa da ciò che facevo. Ed anch’io ero nel pieno del “flusso mentale”, uno stato in cui tutto sembra scorrere naturalmente.

Questo avviene anche nello sport o appunto al lavoro quando facciamo davvero ciò che ci appassiona. In effetti il mestiere del pizzaiolo era veramente appassionante per me.

Esiste anche una distinzione cromatica per spiegare lo stato mentale: una zona verde, rossa o nera.

Chiaramente il colore spiega in parte.

Nella zona verde siamo calmi, aperti di mente e pronti a connetterci con gli altri. Il sistema nervoso parasimpatico è attivo, attento alle proprie emozioni e a quelle altrui.

Quando il sistema nervoso parasimpatico è attivo, non solo ci riprendiamo e ci risolleviamo, sia psicologicamente che fisicamente, ma siamo anche in grado di essere creativi e di apprendere maggiormente.

A me capita spesso al lavoro, ma questo mi accade soprattutto quando voglio aggiungere qualcosa di mio, di personale. Il flusso delle idee nella mia testa, in quei casi, è notevole. Perché il soggetto mi interessa, c’è una motivazione intrinseca. Questa è un’altra caratteristica del flow, e spiega perché mi accade in quella condizione.

Quando però entriamo nella zona rossa ecco che arriva lo stress.

In italiano si dice che siamo “sotto stress”. Sinceramente preferisco quando siamo sotto Natale. Condizione ben più rilassante.

Quando siamo nella zona rossa è il sistema nervoso simpatico a prendere il sopravvento su quello parasimpatico.

È curioso, almeno per me, che entri in gioco la “simpatia” del sistema nervoso a determinare il nostro stato mentale. Scherzi a parte, quando prevale il parasimpatico siamo creativi, quando prevale quello simpatico siamo stressati. Un po’ antipatico questo sistema “simpatico”, non è vero?

La ragione è che il termine “simpatico” era stato scelto in passato quando i ricercatori avevano osservato che questo sistema creava una risonanza “in simpatia” tra gli organi. Il termine “parasimpatico” fu introdotto molto più tardi e indica che questa parte del sistema è anatomicamente diversa e funziona in gran parte in parallelo.

Col simpatico diventiamo mentalmente rigidi. Il rischio di problemi di salute aumenta, interessando anche il sistema immunitario. Questo uso del verbo interessare lo abbiamo visto in un episodio, se ricordate. Quindi ci si ammala più facilmente se siamo stressati.

Il sistema cardiovascolare e la digestione sono ugualmente interessati, e lo sono quanto più a lungo lo stress persiste. Attenzione qui, perché “quanto più” non equivale sempre a “tanto più”. A volte sì, altre volte no. In questo caso avrei anche potuto usare “tanto più”, ma non sempre è così. Poi a volte si usano entrambe le forme, come quando dico ad esempio:

Quanto più mangio, tanto più ingrasso.

Ad ogni modo, nella zona rossa non siamo molto ricettivi a nuove idee; non riusciamo ad apprendere, memorizzare o ragionare con lucidità; possiamo solo svolgere, eseguire compiti di routine, abituali, cose che facciamo sempre e che non richiedono creatività.

Le conseguenze negative sul lavoro e nella vita personale però sono evidenti. Diventiamo frustrati oltre che stressati.

Può andare peggio però. Al peggio non c’è mai fine, come dice un proverbio italiano.

Dopo un periodo prolungato nella zona rossa, quando le risorse sono completamente esaurite, precipitiamo nel baratro della depressione, del burnout o del trauma.

Ecco un’altra parola inglese che abbiamo oramai fatto nostra: burnout.

È interessante notare che anche qui la lingua inglese ha vinto per efficacia metaforica e sintesi: “burnout” evoca immediatamente l’idea del “consumarsi fino a spegnersi”, mentre l’italiano tende a descrivere il fenomeno in modo più analitico ma meno visivo.

Potremmo dire esaurimento (sono proprio esaurito!), esaurimento psicofisico, esaurimento da stress cronico, sindrome da esaurimento lavorativo (più tecnica), o anche crollo da sovraccarico.

Le energie disponibili in questo stato si abbassano drasticamente, la motivazione svanisce, scompare e perdiamo il gusto per le attività e le relazioni. La zona nera è la peggiore, com’era intuibile.

Ci sono quindi solo buone ragioni per restare nella zona verde. Ma come fare?

Nell’immediato basta fare una pausa, respirare lentamente, allontanarsi, fare una passeggiata, chiedere un momento di tregua, tipo un caffè coi colleghi più simpatici (non però come il sistema simpatico!).

Nel medio e lungo termine invece occorre concedersi tempo sufficiente per recuperare, idealmente ogni giorno, almeno ogni settimana.

Quando emergono emozioni forti o difficili, la respirazione lenta può aiutare, così come riflettere su quale dei propri bisogni è insoddisfatto o minacciato.

Pratiche utili per ritrovare l’equilibrio includono il rilassamento, la meditazione, lo yoga, la respirazione lenta, abbracciare le persone care e gli animali domestici, giocare con i bambini, cantare in un coro, fare teatro o sport. Queste attività aiutano nel momento dello stress, e quando vengono praticate regolarmente, aumentano la resilienza contro lo stress e le emozioni negative.

Poi occorre riflettere su ciò che si potrebbe cambiare nella propria vita lavorativa o privata.

Parlate di ciò che vi causa stress?

Esprimete i vostri bisogni?

Chiedete agli altri come evitare insieme situazioni stressanti?

Spesso, tacere non fa che aumentare lo stress. La sfida è farsi sentire con gentilezza, rimanendo sensibili ai bisogni altrui, per raggiungere soluzioni che funzionino per entrambe le parti, non solo per una.

Una cosa semplice per prevenire lo stress poi è pianificare.

Al lavoro e a casa, la pianificazione è uno strumento pratico per evitare picchi di carico e, con essi, lo stress. Altrettanto importante è il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri.

Quando stiamo nella zona rossa o nera, il nostro stato d’animo è spesso negativo. Siamo incazzati a volte e ce l’abbiamo col mondo intero.

Di conseguenza facciamo più facilmente osservazioni sarcastiche o ironiche, critichiamo o imponiamo invece di discutere, e così creiamo un ambiente stressante. Come organismi in un ecosistema che inquinano senza rendersene conto, ci sorprendiamo poi delle reazioni tossiche che riceviamo. Ma dovremmo davvero sorprenderci? Affatto.

Questo viene talvolta definito micro-aggressione: è nocivo per le relazioni e per il benessere, e poi alimenta lo stress in modo del tutto evitabile.

Ciò che invece nutre le relazioni è l’ascolto profondo. Quando si ascolta con piena attenzione e con la genuina intenzione di capire, con rispetto e benevolenza, si diventa naturalmente più comprensivi e disponibili.

A patto di non perdere di vista i propri bisogni, questo crea relazioni profondamente soddisfacenti e solidali, che ci riportano nella zona verde, riducono lo stress e ci danno la forza di affrontare le sfide.

Bene, spero di non avervi stressato con questo episodio. Grazie a Valentin per la ricchezza e l’utilità dell’argomento trattato.

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A ben vedere

A ben vedere

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episodio 1257

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo dell’espressione “a ben vedere”.

A ben vedere è un’espressione elegante e utile della lingua italiana.

Si usa quando, dopo una prima impressione, si arriva a una conclusione diversa osservando meglio una situazione.

È come dire:

se ci pensiamo bene

a guardare meglio

a un esame più attento

in realtà

tutto sommato

L’espressione è composta da tre elementi:

a = introduzione della locuzione;

ben = forma abbreviata di “bene” che, se non ricordo male, è presente in altre espressioni a cui abbiamo dedicato un episodio, come essere ben disposti, volevo ben dire, averne ben donde, ben detto e ben fatto.

vedere = osservare, esaminare. Quindi non solo vedere con gli occhi.

Letteralmente significa quindi: “guardando bene”.

Facciamo qualche esempio.

All’inizio pensavo che Giovanni fosse antipatico. A ben vedere, però, era soltanto molto timido.

In questo caso il giudizio iniziale cambia dopo un’osservazione più accurata.

Oppure:

Sembrava una spesa eccessiva. A ben vedere, invece, ci ha fatto risparmiare parecchi soldi negli anni successivi.

Anche qui emerge una valutazione diversa rispetto alla prima impressione.

L’espressione si usa spesso per introdurre una riflessione più profonda:

Molti credono che il lavoro da casa faccia lavorare meno. A ben vedere, in molti casi aumenta persino la produttività.

Notate che a ben vedere non indica semplicemente un’opinione personale. C’è l’idea che una persona abbia esaminato i fatti con maggiore attenzione e sia arrivata a una conclusione più ponderata.

Per questo motivo l’espressione è molto frequente nei giornali, nei saggi, nei dibattiti e nei discorsi formali.

Vediamo qualche altro esempio:

A ben vedere, le due proposte non sono poi così diverse.

A ben vedere, la situazione è meno grave di quanto sembri.

A ben vedere, aveva ragione lui fin dall’inizio.

A ben vedere, non si tratta di un problema economico ma organizzativo.

Oltre a quelle già citate poco fa, a ben vedere esistono anche altre espressioni simili:

a ben guardare

a ben pensarci

a conti fatti

in definitiva

in fondo

Tuttavia, a ben vedere, non sono perfettamente equivalenti. ‘A ben vedere” richiama soprattutto l’idea di un’osservazione più attenta della realtà.

Immaginate di guardare un quadro da lontano. Da una certa distanza vedete soltanto delle macchie di colore. Avvicinandovi, però, distinguete figure, dettagli e sfumature.

Ecco, a ben vedere significa proprio questo: andare oltre la prima impressione.

A ben vedere, infatti, molte incomprensioni nascono proprio dal fatto che ci fermiamo alla superficie delle cose senza approfondire abbastanza.

Adesso ripassiamo con l’aiuto di alcuni membri della nostra associazione che a ben vedere sono anche i membri della nostra “famiglia”.

Per rilassare ruspondete alla seguente domanda: cosa fareste se poteste spendere tutti i soldi che volete per 24 ore?

Marcelo: Se avessi tutti i soldi che voglio per 24 ore, mi fionderei a comprare castelli, isole e yacht di ogni genere, ma in linea di massima cercherei anche di trovare la quadra per non buttare via tutto in modo estemporaneo.

Anne Marie: Io, a differenza di molti, farei piazza pulita dei debiti di parenti e amici, perché vedere la loro frustrazione sparire sarebbe una soddisfazione non da poco.

Carmen: Mi dirai che sono esagerato, ma spenderei una fortuna per visitare il mondo: mi piacerebbe spaziare dall’Antartide al Giappone senza stare lì a contare i centesimi.

Danielle: Io invece comprerei opere d’arte, auto d’epoca e ville storiche; de gustibus, ma è questo che mi fa brillare gli occhi.

Estelle: Io farei investimenti a non finire, perché 24 ore passano in un battibaleno e non vorrei ritrovarmi senza nulla allo scadere del tempo.

Hartmut: Che vuoi che ti dica? Io approfitterei dell’occasione per finanziare ospedali e scuole; può sembrare poco egoistico ma è molto edificante.

Nancy: me ne andrei in Patagonia con la mia famiglia. Mi piacerebbe soggiornare sulle rive del Lago Traful e godermi paesaggi a dir poco mozzafiato. Per me quello sarebbe il connubio perfetto tra natura, tranquillità e avventura.

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Sfruculiare

Sfruculiare (scarica audio)

episodio 1256

Trascrizione

Buongiorno a tutti gli amanti della lingua italiana e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo del verbo sfruculiare, un curiosissimo verbo che ha origine a Napoli e che si usa prevalentemente al centro sud ma si comprende e si usa un po’ in tutto lo stivale.

Sfruculiare significa stuzzicare, provocare qualcuno o, se vogliamo usare un altro verbo simile, punzecchiare qualcuno in modo insistente. È anche simile, nel senso materiale, al verbo sfregare.

Non è detto che se sfruculiamo qualcuno lo facciamo per cattiveria, anzi, in genere lo si fa in modo bonario o scherzoso.

Lo scopo di sfruculiare in genere è proprio quello dì infastidire o far spazientire una persona. Spazientire significa far perdere la pazienza a una persona.

L’obiettivo è dunque provocare una reazione.

Se dico “smettila di sfruculiarmi!” significa che devi smetterla di infastidirmi o di punzecchiarmi, di provocarmi.

A Napoli poi si usa l’espressione “Non sfruculiare la mazzarella di San Giuseppe!”, che si usa come avvertimento per non abusare della pazienza di qualcuno e rischiare una reazione. Ci torniamo tra un po’.

Comunque, in generale sfrucugliare, sfruculiare o sfruguliare, con la g, si usa nel senso di stuzzicare insistentemente qualcuno finché lui o lei perde la pazienza.

Ma possiamo anche sfruculiare un foruncolo, perché ci dà fastidio, ma evidentemente stiamo esagerando anche in questo caso, e potremmo peggiorare la situazione e provocare arrossamenti o persino infezioni.

Possiamo usare questo verbo ad esempio quando vogliamo impicciarci e facciamo domande a ripetizione, e così facendo diamo fastidio, insistiamo troppo.

Vuoi smettetela di sfruculiarmi?

Può però essere usato anche nel senso si spulciare, frugare o cercare con curiosità tra diverse cose.” Sfruculiare tra le carte“, ad esempio , significa rovistare, scartabellare, spulciare dei documenti o esaminare documenti e scartoffie con attenzione, spesso alla ricerca di qualcosa di specifico o per pura curiosità.

Vediamo qualche esempio e poi passiamo al ripasso degli episodi precedenti.

A forza di sfruculiare tra le carte, ho trovato il colpevole del reato.

Perché stai sfruculiando tra i miei documenti? Fatti gli affari tuoi.

Smettila di sfruculiarmi con tutte queste domande. Mi stai infastidendo.

Aspettate perché volevo un attimo tornare al detto napoletano “non sfruculiare la mazzarella di San Giuseppe!” che in napoletano diventa “”Nun sfruculià’ a mazzarella ‘e San Giuseppe”.

La Mazzarella (con la a) è una mazza, cioè un bastone. Il bastone di San Giuseppe è un bastone che si trova nella chiesa di San Giuseppe dei Nudi.

L’origine dell’espressione non è certa, ma probabilmente è legata al fatto che i fedeli toccavano continuamente il bastone e ne staccavano persino delle schegge, delle piccole parti; per questo il custode richiamava ripetutamente le persone affinché non la toccassero. Da questa situazione è nato probabilmente l’attuale modo di dire.

In generale, l’immagine è abbastanza chiara: se continui a sfruculiare, cioè a provocare e stuzzicare, rischi di attirarti una reazione, come se qualcuno impugnasse quel bastone per rimetterti in riga, per farti capire che stai esagerando.

Per questo, bastone a parte, il significato figurato del detto è: “non provocare troppo.” “Non cercarti guai.” “Non tirare troppo la corda.” “Non stuzzicare chi potrebbe reagire.”

E adesso, nella speranza di non sfruculiare troppo i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, chiedo loro un ripasso delle espressioni precedenti, parlando di consigli.

Qual è il consiglio migliore che ti abbiano mai dato? L’hai seguito?

Estelle: Secondo me il migliore consiglio è quello richiesto. In tal caso costituisce un’aiuto prezioso e resta solo farsi sotto e andare avanti. Al contrario, i consigli dati spontaneamente sono raramente seguiti. Quelli hanno spesso sentore di rimprovero.

Marcelo: personalmente non sono del tuo stesso avviso!
Ricordo sempre i consigli ricevuti e sono pronto ad accoglierli di buon grado.

Carmen: anch’io ne faccio tesoro, sapendo che mi torneranno utili prima o poi.

Edita: Quando sono messo/a alla prova e provo frustrazione, faccio mente locale finché non trovo un consiglio che calzi a pennello con la situazione.

Anne Marie: Giusto, è un modo molto efficace per trovare la quadra!

Julien: Il miglior consiglio che ho ricevuto è: costanza e tenacia sempre.
Ma, a dire il vero, non arrivo sempre al traguardo e devo correggere il tiro!

Nancy: Chi insiste e resiste, aggiunge e conquista! Questo è il miglior consiglio mai ricevuto. Voi come la vedete?

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Usufruire – VERBI PROFESSIONALI (n. 102)

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

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Descrizione

Usufruire significa beneficiare di un diritto, un servizio o un vantaggio disponibile. Un verbo molto usato nel linguaggio burocratico.