Rimbecillire: quando il cervello va in bambola

Il verbo rimbecillire e l’aggettivo imbecille

audio in preparazione

episodio 1217

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di un verbo da usare con moderazione: rimbecillire.

Perché da usare con moderazione? Beh, semplicemente perché rimbecillire tecnicamente significa “diventare imbecille”. Detto così fa sorridere però.

Più esattamente non si tratta necessariamente di un insulto.

Potremo dire che significa “rendere sciocco”, o, più formalmente “ottundere le capacità mentali” (ho usato un verbo complicato?). Allora diciamo che rimbecillire è vicino a “mandare/andare in pappa il cervello“, che è un’espressione a voi più familiare considerato che l’abbiamo già incontrata. Il senso è abbastanza simile. La cosa in comune è che sono ugualmente modalità poco edulcorate; piuttosto dirette direi. Rimbecillire infatti è un verbo forte e va usato con misura, a meno che non si voglia passare il segno. Tuttavia il verbo è estremamente efficace per descrivere alcune persone o per spiegare certi comportamenti che vuoi o non vuoi, danno da pensare.

Ad ogni modo si può usare anche parlando di sé stessi.

Pensiamo, ad esempio, all’uso smodato che si fa oggi dei social: notifiche a raffica, caratteri cubitali, contenuti che il nostro smartphone ci propina uno dietro l’altro… A forza di sequele di notifiche e raffiche di post, qualcuno finisce per rimbecillirsi, cioè per diventare stupido, imbecille, cioè finisce per perdere la ragione. Ma devo spiegare meglio il senso perché non è esattamente così.

Il rimbecillimento è un’involuzione, lenta ma inesorabile. E apriti cielo se lo fai notare! Aspettatevi una sfuriata come minimo!

Allora: rimbecillire non è sinonimo perfetto di diventare stupido o imbecille. Somiglia piuttosto a “stordire”. “Stordire” è però spesso temporaneo. “Rimbecillire”, invece, suggerisce un effetto più profondo e duraturo.

Uno scoppio improvviso ci può stordire, come uno schiaffo ben assestato, ma per rimbecillirsi bisogna agire sulle facoltà mentali. Alla fine è come se si perdessero le proprie capacità critiche. Quindi rimbecillire non indica quasi mai un fatto improvviso, ma un processo graduale. Ci si rimbecillisce col tempo, per esposizione continua a qualcosa: abitudini, comportamenti, stimoli ripetuti. Per questo si usa spesso parlando di televisione, social network, cattive frequentazioni o attività ripetitive che non richiedono alcuno sforzo mentale. Il cervello va “in modalità provvisoria”, per usare un linguaggio tecnologico. Cioè continua a funzionare, ma con capacità ridotte, senza spirito critico, senza profondità, limitandosi alle funzioni minime indispensabili.

Quando si rimbecillisce, diminuiscono le capacità di ragionare, di capire, di valutare le cose con lucidità. In altre parole, si entra in un processo attraverso cui una persona diventa progressivamente più imbecille, cioè meno intelligente nel senso pratico e critico del termine.

Es:

La televisione spazzatura rimbecillisce.
Passare ore a scorrere video inutili finisce per rimbecillire.

In questo senso, rimbecillire non è solo un insulto, ma anche una critica a un meccanismo.

E che dire di “imbecillire”, senza la “ri”? È più neutro, più da vocabolario. Il prefisso ri- aggiunge un’idea di processo, di reiterazione: una cosa tira l’altra, da cosa nasce cosa, e alla fine il cervello va in frantumi.

Ci sono poi sinonimi solo apparenti:
ottundere, che come abbiamo detto poco fa è più formale;
istupidire/instupidire, meno colorito di rimbecillire. Qui l’attenzione è sul risultato: diventare stupidi. Manca però l’idea di logoramento progressivo che invece è molto presente in rimbecillire.
rincretinire, affine ma più colloquiale, spesso suona un po’ esagerato.

Riferito a una persona precisa può risultare offensivo. Invece riferito a un fenomeno o a un’abitudine è invece perfettamente accettabile.

Questo tipo di contenuti su Instagram dopo un po’ rimbecillisce

Questa frase suona come una critica sociale.

Se parli così velocemente tu mi rimbecillisci!

Ecco, questa frase può suonare amichevole e scherzosa se detta nel modo giusto ma può anche suonare come un attacco personale.

Si usa anche in modo riflessivo:

Se continui così, ti rimbecillisci

Poi attenzione ad una cosa. Imbecille è un aggettivo particolare. Di solito “gli imbecilli” sapete chi sono?

Questo aggettivo non indica necessariamente una persona poco intelligente dal punto di vista cognitivo. Molto spesso, nell’uso comune, l’imbecille è chi si comporta da imbecille, non chi “lo è” in senso assoluto.

Quando diciamo “gli imbecilli”, di solito non pensiamo a chi ha difficoltà di comprensione, ma a chi compie azioni stupide, dannose o irresponsabili. Si usa in senso analogo a “idioti“.

Sono imbecilli, per esempio:

  • coloro che rovinano i monumenti,

  • coloro che trasformano una manifestazione pacifica in una manifestazione violenta,

  • chi non rispetta le regole minime della convivenza civile.

In questi casi, imbecille non descrive un limite intellettivo, ma una mancanza di senso civico, di responsabilità e di giudizio. È un’etichetta che nasce dal comportamento, non dalla persona in sé. Nei TG e nei notiziari si usa spessissimo.

Es:

I soliti imbecilli hanno devastato la statua

Imbecillire e ancora di più rimbecillire però, spessissimo sono verbi più ingenui e meno legati a fenomeni o atteggiamenti di questo tipo.
Non rimandano tanto a comportamenti dannosi o violenti, quanto piuttosto a una perdita di lucidità, a un abbassamento dell’attenzione e dello spirito critico.

E adesso, considerato che l’episodio non è stato in fondo così lungo e complesso da rimbecillirvi, possiamo fare un ripasso degli episodi precedenti.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

M1:
Sul verbo rimbecillire c’è di che discutere: tuttavia non è una bazzecola, anzi, nevvero? Ci voleva una buona volta qualcuno che mettesse la questione sul piatto.

M2:
Invero, a sentir certi discorsi in politica si finisce per rimbecillire la gente: non c’è da stupirsi. Vale a dire che c’era da aspettarselo, visto l’andazzo in tutte le nazioni al mondo da qualche tempo a questa parte.

M3:
Siamo tutti oramai avvezzi a contenuti scadenti che mandano in pappa il cervello. Ci vorrebbe una bella rivoluzione, altro che storie.

M4:
A quanto vedo. A rimbecillire sono ormai i più importanti personaggi al mondo. Vada per la rivoluzione!

M5:
Eppure c’è chi stigmatizza e biasima l’uso del verbo, come fosse proibito, quasi spacciandolo per uso indebito della parola.

M6:
Però un po’ di lucidità noi ce l’abbiamo Ancora. Non vi sfiora nemmeno l’idea che gira gira, a pagarne lo scotto siamo sempre noi?

M7:
Cosa non si fa per il potere: si edulcora tutto, e si sposta il limite sempre più in avanti.

M8:
Sfido io che poi si tocchi il fondo del barile e lo si raschi per disperazione.

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Mi interessa il giusto

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

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Descrizione: Un’espressione che nasconde qualcosa di molto “italiano”. Con l’occasione ripassiamo la varietà dei significati da dare alla parola “giusto”.
Seguono 10 domande a risposta multipla.
Nell’episodio ripassiamo anche gli episodi passati seguenti:

– guardare la sostanza e non la forma

restare sul vago

parlare dei massimi sistemi

 addetta ai lavori,

evitare

cogliere alla sprovvista

– piuttosto

 mettere a punto

suffragare

spuntarla!

 Lasciate che

Sempre che

 

 – ACCEDI
mi interessa il giusto

I vassalli – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 54)

I vassalli (scarica audio)


Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, certi cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).

È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale nella sua storia.

Il vassallaggio, nell’era del medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che sotto questi aspetti gli era superiore.

Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama, nell’Emiciclo o nei dintorni del Colle. Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.

Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio; una prebenda, diremmo oggi, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore. Il vassallo giurava quindi fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi!

È qui che potremmo usare una modalità moderna, il cosiddetto “approccio vassallo”: un modo di agire, generalmente un approccio “politico” in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia per presidiare, cioè per difendere solo gli interessi del capo. Il vassallo difende il suo capo.

Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende. Insomma, una forma di connivenza sistemica. Ce ne sono tanti di cosiddetti vassalli nel sistema politico italiano e molti sono giornalisti che vanno in TV. È tutto il sistema politico Italiano, come credo anche in altre parti del mondo, che funziona così. Per questo parlavo di connivenza “sistemica”.

Questo approccio vassallo che hanno alcune persone si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti, di cerchiobottisti e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta sempre compatto, immobile. È pieno di vassalli questo gruppo!

Ma che differenza c’è tra un portaborse, un galoppino e un vassallo? I primi due li abbiamo già incontrati se ricordate.
Fondamentalmente il portaborse lavora per il politico, il galoppino lavora per far eleggere il politico e il vassallo lavora per compiacere il politico. Tutti comunque ottengono qualcosa in cambio.

E l’arrivista? Anche questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo? Oppure è il vassallo ad essere arrivista?

Beh, un vassallo può essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, se usa cioè la fedeltà per “arrivare” da qualche parte. Infatti gli arrivisti vogliono diventate qualcuno di importante, vogliono conquistare posizioni.

Ma molti vassalli non sono arrivisti: sono fedeli per convenienza minima (vogliono mantenere la poltrona, ad esempio), non per conquistare nuove posizioni.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno: è fedele solo a sé stesso.
E allora può capitare di assistere ad una bagarre in Parlamento con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti che a loro volta si confondono tra i portaborse e galoppini, e può capitare che il codazzo del leader si affanni a inseguire micro-consensi immediati.

In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle o quesiti di par condicio, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, magari dalla celebre stanza dei bottoni, dove i colletti bianchi decidono più del dovuto. Quest’ultimo paragrafo è effettivamente difficile da afferrare al volo.

In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente, può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali, chi parla di ingerenza esterna o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, chi pretende moral suasion e chi invoca un minimo di contraddittorio. Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi, pesa più dei contenuti.

In certi momenti, quando ci sono solo vassalli, persino una vittoria di Pirro può essere presentata come trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa prende il sopravvento sulle cose che contano veramente e sui fatti.

Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo e il qualunquismo al posto di un confronto autentico.

E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.

Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi e indovinate perché?

Brevemente, mentre i vassalli erano i grandi feudatari, in rapporto diretto col sovrano, i valvassori sono il ceto feudale intermedio, quindi sono i dipendenti dei vassalli. Non rispondevano direttamente al re, ma a un grande feudatario. Gestivano porzioni importanti di territorio e a loro volta potevano avere uomini alle proprie dipendenze. Rappresentavano il ceto nobile intermedio. Alla base della gerarchia ci sono i valvassini cioè i piccoli feudatari, che sono appunto i dipendenti dei valvassori. Il loro ruolo era prevalentemente locale, ma facevano comunque parte della catena gerarchica feudale.

Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica che esiste nella politica moderna.

Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:

Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.

La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.

La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.

L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.

Ricordo a tutti che per ascoltare tutti gli episodi della rubrica e del sito, occorre diventare vassalli… ah scusate, volevo dire membri dell’associazione Italiano Semplicemente!

Versione più semplice, con spiegazioni aggiuntive.

C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, cioè di dipendenza e sottomissione, cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).

È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale, cioè legato al sistema del feudalesimo, nella sua storia.

Il vassallaggio, nell’era del Medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che, sotto questi aspetti, gli era superiore. In altre parole, un rapporto gerarchico rigido.

Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama (cioè il Senato), nell’Emiciclo (l’aula parlamentare) o nei dintorni del Colle (cioè il Quirinale, la Presidenza della Repubblica).

Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.

Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio, una prebenda, vale a dire un compenso o privilegio, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore, il sovrano ,il re.

Il vassallo giurava fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi! In parole povere: lui obbediva e il signore lo ricompensava in qualche modo.

È qui che potremmo usare una modalità moderna, non sempre esplicitata ma perfettamente riconoscibile, quella dell’approccio vassallo, che è un modo di agire, generalmente un approccio politico in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia, cioè smette di decidere con la propria testa, per presidiare, cioè proteggere e difendere solo gli interessi del capo. Se parliamo di approccio evidentemente non appartiene solo a una persona, ma è un modus operandi tipicamente Italiano.

Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, cioè quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende.

Insomma, una forma di connivenza sistemica, vale a dire la complicità silenziosa dentro un sistema.

Questo approccio vassallo si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti (cioè persone interne al gruppo ma scontente), di cerchiobottisti (persone che cercano di dare ragione a tutti), e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta compatto, immobile, nonostante tutto. L’approccio vassallo ha la meglio.

Vediamo adesso la differenza tra un portaborse, un galoppino e un vassallo.
Detto in breve:

Il portaborse abbiamo visto che lavora per il politico, cioè lo assiste. Gli “porta le borse”, un modo figurato per indicare un aiuto.

Il galoppino lavora per far eleggere il politico, cioè fa campagna elettorale. Il galoppino “galoppa” cioè corre, si affanna, con l’obiettivo di farlo eleggere.

Il vassallo invece lavora per compiacere il politico, cioè gli è servile, vuole che sia contento e gli è fedele.

E l’arrivista? Questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo oppure è il vassallo ad essere arrivista?

Un vassallo è quasi un servitore, quindi può al limite essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, cioè come mezzo per salire di posizione. per conquistate potere, cariche pubbliche magari. Ma il vassallo non tradisce mai il suo signore.

Molti vassalli non sono arrivisti dunque: sono fedeli per convenienza ma si accontentano di mantenere la poltrona, non per conquistare nuove posizioni, non per ottenere altro.

Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno in genere: è fedele solo a sé stesso, cioè alla propria carriera.

E allora, può capitare di assistere a una bagarre, cioè una rissa verbale, in Parlamento, con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti, che a loro volta si confondono tra i portaborse e i galoppini, e può accadere che il codazzo del leader, cioè il suo seguito, le persone più fedeli, si affanni a inseguire consensi immediati, anche se piccoli.

In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle (tutte parole che indicano pagamenti illeciti), o quesiti di par condicio, cioè di equilibrio mediatico, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, cioè stia facendo giochi di potere poco trasparenti, magari dalla celebre stanza dei bottoni, vale a dire dal luogo metaforico dove si decide tutto.

In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali (comportamenti o atti pubblici che violano le buone regole del funzionamento istituzionale, pur senza essere necessariamente illegale) e chi parla di ingerenza esterna (interferenza), o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, cioè una forma di protesta tramite abbandono dell’aula parlamentare; chi pretende moral suasion (persuasione istituzionale) e chi invoca, cioè desidera e reclama, un minimo di contraddittorio, cioè una discussione reale.
Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, cioè a parole vuote, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi pesa più dei contenuti.

In certi momenti, quando ci sono troppi vassalli, persino una vittoria di Pirro, cioè una vittoria inutile, può essere presentata come un trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa, cioè il vuoto, il niente, prende il sopravvento sulle cose che contano veramente.

Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo (atteggiamento ostentatamente muscolare) e il qualunquismo (indifferenza verso la politica) al posto di un confronto autentico.

E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.

Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi, e indovinate perché?

Brevemente:

I vassalli erano i grandi feudatari, cioè i principali signori locali, in rapporto diretto col sovrano;

I valvassori erano il ceto intermedio, cioè i subordinati dei vassalli. Potremmo dire che sono u vassalli dei vassalli.

I valvassini erano i piccoli feudatari, in altre parole i dipendenti dei valvassori, quindi i vassalli dei vassalli dei vassalli.

Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica, cioè il sistema di livelli di potere, che esiste nella politica moderna.

Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:

Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.

La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.

La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.

L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.

Questo episodio è particolarmente ricco di ripassi della rubrica dedicata al linguaggio della politica e per questo può risultare ostico e indigesto per molti stranieri. Allo stesso tempo però consente di rispolverare gli episodi passati e di fare grandi passi in avanti. Abbiate fede e sarete ricompensati :-). Adesso se volete potete mettervi alla prova con il quiz finale. Potete se volete anche scaricare il file PDF con le risposte esatte.

Quiz a risposta multipla

1. Chi era il vassallo nel Medioevo?

A. Chi riceveva una prebenda
B. Chi guidava l’esercito
C. Chi eleggeva il sovrano

2. Cosa caratterizza l’approccio vassallo?

A. Indipendenza politica
B. Difesa degli interessi del capo
C. Equilibrio tra poteri

3. Il sistema dei “pesi e contrappesi” garantisce:

A. Fedeltà al leader
B. Nomine politiche automatiche
C. Bilanciamento dei poteri

4. Il portaborse svolge:

A. Controllo dei bilanci
B. Assistenza diretta al politico
C. Mediazione parlamentare

5. Il galoppino si occupa di:

A. Vigilanza istituzionale
B. Redazione di decreti
C. Campagna elettorale

6. L’arrivista persegue:

A. La fedeltà assoluta al capo
B. Il bene del gruppo
C. La propria carriera

7. I valvassori rappresentano:

A. I piccoli feudatari locali
B. Il ceto feudale intermedio
C. Il sovrano

8. I valvassini erano:

A. Funzionari della corte
B. Piccoli feudatari
C. Grandi feudatari

9. “Intrallazzare” significa:

A. Seguire il regolamento
B. Fare giochi di potere poco trasparenti
C. Mediare tra partiti

10. L’espressione “Aventino” indica:

A. Appello alla Corte costituzionale
B. Alleanza tra gruppi parlamentari
C. Abbandono dell’aula come protesta

11. Il vassallo riceveva:

A. Protezione e benefici economici
B. Comandi militari
C. Solo titoli nobiliari

12. Il vassallo moderno è fedele a:

A. Sé stesso
B. Il capo
C. Il gruppo parlamentare

13. Il “codazzo del leader” indica:

A. Il seguito fedele del leader
B. L’opposizione interna
C. I cittadini elettori

14. I malpancisti sono:

A. Persone scontente dentro un gruppo
B. Gli elettori fedeli
C. Funzionari governativi

15. I cerchiobottisti cercano di:

A. Dare ragione a tutti
B. Difendere il capo
C. Fare campagne elettorali

16. Una vittoria di Pirro è:

A. Una vittoria inutile
B. Una vittoria simbolica
C. Una vittoria militare

17. “Fuffa” indica:

A. Vuoto o parole senza contenuto
B. Un documento ufficiale
C. Una norma vincolante

18. Il celodurismo indica:

A. Atteggiamento ostentatamente muscolare
B. Indifferenza verso la politica
C. Una strategia di alleanze

19. Il qualunquismo indica:

A. Indifferenza verso la politica
B. Uso della violenza politica
C. Obbedienza al capo

20. Il vassallo può essere anche:

A. Un arrivista
B. Un oppositore accanito
C. Un giudice indipendente

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