Serviti e riveriti

Serviti e riveriti

audio in preparazione

episodio 1265

Trascrizione

Ricordate il verbo servire? Nell’episodio dedicato a questo poliedrico verbo non ho menzionato un’espressione che si sente spessissimo: “serviti e riveriti”.

L’ho citata al plurale maschile, ma chiaramente si può usare anche al singolare maschile e femminile e al plurale femminile.

Se vi dico:

A casa di mia nonna siamo stati serviti e riveriti.

Che cosa significa?

Significa che siamo stati trattati con ogni riguardo, con estrema attenzione e gentilezza. Non ci è mancato assolutamente nulla.

Anzi, forse ci hanno perfino viziati.

Ma perché si dice proprio serviti e riveriti? Soprattutto quest’ultimo verbo può creare difficoltà.

Il verbo servire è facile da capire: qualcuno vi porta da mangiare, vi aiuta, si mette a vostra disposizione. In questo caso, è questo il significato. Questa persona vi sta servendo.

Il verbo riverire, invece, è meno comune. Vuol dire mostrare grande rispetto, quasi deferenza.

Infatti esiste,oltre alla deferenza, anche la riverenza.

Il verbo riverire oggi si usa raramente da solo, ma appartiene alla stessa famiglia di parole di riverenza.

Fare una riverenza significa infatti inchinarsi in segno di rispetto. Perciò, essere serviti e riveriti non vuol dire soltanto essere serviti, ma anche essere trattati con grande riguardo, quasi come persone degne di una riverenza. Non a caso, spesso si usa questa espressione per dire che qualcuno è trattato come un re o una regina.

Essere serviti e riveriti, dunque, significa essere serviti con tutti gli onori, con mille attenzioni.

Esiste, non a caso, anche il termine “reverendo”, che è un aggettivo rispettoso per chiamare un parroco,un prete. Significa letteralmente “degno di rispetto e riverenza”. Posso dire ad esempio il reverendo padre Giovanni e la reverenda madre per una suora.

Poi ci sono i reverendissimi, aggettivi appannaggio dei vescovi, cardinali ed abati,che stanno un gradino sopra i normali preti.

Tornando alla reverenza, per farvi un esempio, pensate a certi ospiti che, appena arrivano, ricevono caffè, dolci, bibite, frutta, poi il pranzo, poi il dessert… e ogni due minuti qualcuno chiede:

Vuoi ancora qualcosa?

Ecco: sono proprio serviti e riveriti!

Naturalmente questa espressione può essere usata anche con una sfumatura ironica. Anzi direi che si usa quasi sempre così.

Per esempio:

Quel ragazzo ha quasi trent’anni e vive ancora con i genitori. È servito e riverito da mattina a sera.

In questo caso si vuole dire che è troppo coccolato e non deve fare alcuno sforzo.

Oppure:

Al lavoro Matteo pretende di essere servito e riverito.

Qui il significato è negativo: quella persona si aspetta che gli altri facciano tutto per lei.

L’espressione si usa spesso anche per criticare chi ha aspettative eccessive.

Immaginate qualcuno che entra in un ristorante economico e si lamenta per ogni minimo dettaglio.

Un italiano potrebbe dirgli:

Che cosa vuoi? Essere servito e riverito?

È un modo per ricordargli che non può pretendere un trattamento da re.

Attenzione, però: essere serviti e riveriti si riferisce sempre alle persone. Non si dice, ad esempio, che un’automobile o un oggetto sono serviti e riveriti.

Vediamo qualche altro esempio.

Durante il soggiorno in albergo siamo stati serviti e riveriti.

Gli ospiti del matrimonio sono stati serviti e riveriti fino alla fine della festa.

I nonni servono e riveriscono sempre i loro nipoti.

Come vedete, questa espressione richiama un’idea molto italiana dell’ospitalità: far sentire l’ospite accolto, importante e benvoluto. A parte gli usi ironici, ovviamente.

Naturalmente c’è un limite. Se si esagera, si rischia di abituare qualcuno a ricevere tutto senza fare nulla in cambio. E allora, più che servito e riverito, qualcuno potrebbe diventare… un po’ troppo viziato!

A proposito di vizi, nel prossimo episodio mi divertiamo un po’ con i vizi e gli stravizi.

Adesso però ripassiamo qualche episodio passato, per non dimenticare. In particolare andiamo a pescare qualche episodio dalla rubrica delle espressioni idiomatiche e modi di dire.

Ripasso in registrazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Parliamo di vizi.

Marcelo: Mio cugino è talmente viziato che pretende tutto e subito; checché se ne dica, con lui non c’è proprio verso.

Edita: Già, e quando gli dici di no si incazza subito: mannaggia a lui, mannaggia! Sembra che il mondo gli debba tutto.

Marguerite: da piccolo, ancora ancora era gestibile, ma adesso è proprio una brutta gatta da pelare.

Anne Marie: Io, invece, ne ho abbastanza dei viziati: mica gli è tutto dovuto!

Hartmut: con me non funziona però. I viziati dovranno farsene una ragione: non c’è trippa per gatti.

M6: con mio figlio , che è un viziato coi fiocchi, è ora di prendere il toro per le corna e insegnargli che bisogna anche saper sbarcare il lunario da soli, senza l’ausilio dei genitori.

Estelle: già! Altrimenti, quando uscirà di casa, vedrà i sorci verdi e capirà che la realtà è mica pizza e fichi!

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Scusa o mi dispiace?

Scusa o mi dispiace? (scarica audio)

episodio 1264

Trascrizione

Ciao a tutti da Giovanni.

Oggi affrontiamo una differenza che può creare confusione tra voi non madrelingua Italiana: la differenza tra “scusa” e “mi dispiace”.

Qualche tempo fa , se ricordate, abbiamo già parlato della differenza tra “dispiace” e “mi dispiace”.

Ricordate?

Riassumendo, quando diciamo:

“Mi dispiace” stiamo parlando di un sentimento personale. Stiamo dicendo che proviamo rincrescimento, tristezza o rammarico per qualcosa. Proviamo dispiacere.

Se invece diciamo:

“Dispiace” senza il pronome “mi”, il tono diventa più impersonale, più distaccato.

Ad esempio:

Mi dispiace molto per quello che ti è successo.

oppure:

Dispiace vedere una città così bella in queste condizioni.

Ma oggi vogliamo fare un passo ulteriore.

Quando dobbiamo dire “scusa” e quando invece dobbiamo dire “mi dispiace”?

La prima cosa da capire è che “scusa” serve soprattutto a chiedere perdono per qualcosa che abbiamo fatto noi.

Per esempio:

Scusa per il ritardo.

Scusa, ti ho interrotto.

Scusami, ho dimenticato il tuo compleanno.

In tutti questi casi c’è una responsabilità personale.

Abbiamo commesso un errore, magari piccolo, magari grande, e chiediamo all’altra persona di perdonarci.

Mi dispiace“, invece, non serve necessariamente a chiedere perdono. Molto spesso serve semplicemente a esprimere partecipazione emotiva.

Pensate a queste frasi:

Mi dispiace che tu abbia perso il lavoro.

Mi dispiace per la tua malattia.

Mi dispiace per la morte di tuo nonno.

Qui non abbiamo alcuna colpa. Non stiamo chiedendo scusa. Stiamo soltanto mostrando vicinanza e comprensione.

Naturalmente ci sono situazioni in cui le due espressioni possono sembrare molto simili.

Immaginate di rompere accidentalmente il bicchiere preferito di un amico.

Potreste dire:

Scusa!

oppure:

Mi dispiace!

Nel primo caso state chiedendo perdono.

Nel secondo state esprimendo il vostro rammarico, si tratta di una manifestazione di empatia.

Spesso comunque gli italiani usano entrambe le formule:

Scusa, mi dispiace davvero.

In questo modo chiedono perdono e, allo stesso tempo, mostrano che sono sinceramente dispiaciuti.

Esiste poi una forma più breve e colloquiale:

Mi spiace.

“Mi spiace” e “mi dispiace” significano esattamente la stessa cosa. Si tratta sempre di dispiacere. Lo “spiacere” non esiste infatti.

La differenza è soprattutto di registro.

Mi dispiace” è leggermente più formale e completa.

Mi spiace” è più frequente nella lingua parlata.

Un amico potrebbe dirvi:

Mi spiace, oggi non posso venire.

oppure:

Mi spiace per quello che è successo.

Nessuno troverà strana questa espressione.

Quindi se un amico vi dice:

Ho perso il lavoro.

e voi rispondete:

“Scusa.”

la frase suona strana, perché non siete voi i responsabili.

La risposta naturale è:

Mi dispiace.

oppure:

Mi spiace.

Al contrario, se pestate il piede a qualcuno sull’autobus, dire:

Mi dispiace.

va bene, ma molto spesso gli italiani preferiscono:

Scusi!

oppure:

Mi scusi!

perché in quel caso si tratta di una vera e propria richiesta di perdono.

A volte le due espressioni convivono nella stessa frase, ma il loro significato di base rimane diverso.

Tipo:

Scusa se non ti ho avvisato del ritardo, mi spiace averti fatto aspettare.

Bene, adesso vi saluto, ma prima di concludere, vale la pena ricordare che la parola “scusa” compare anche in alcune espressioni idiomatiche molto italiane.

Una di queste è:

“Scusa se è poco!”

A prima vista potrebbe sembrare una richiesta di perdono, ma in realtà non c’entra nulla con le scuse.

Si usa in modo ironico per sottolineare che qualcosa è importante, notevole o addirittura straordinario. Molto simile a “mica pizza e fichi” come significato.

Immaginate questo dialogo:

Sai, Mario è riuscito a imparare tre lingue straniere in due anni. Eh, scusa se è poco!

Oppure:

Giovanni ha fatto circa 2000 episodi in dieci anni. Scusa se è poco!

Il significato è più o meno questo:

Non mi sembra una cosa da poco!

Non sottovalutare quello che ho appena detto!
È un risultato notevole!

Anche in questo caso emerge una caratteristica tipicamente italiana: usare una parola in un senso completamente diverso da quello originario, affidandosi all’ironia e al contesto.

Nessuno sta chiedendo scusa a nessuno.

Anzi, chi pronuncia questa espressione sta facendo esattamente il contrario: sta enfatizzando l’importanza di un fatto.

Lo abbiamo visto anche in altri episodi di Italiano semplicemente.

Adesso vi saluto veramente.alla prossima. Nel ripasso di oggi parliamo di abitudini. La parola ai membri della nostra associazione.

Carmen: Gianni, cosa stai combinando nella tua camera? Non ti viene in mente che forse potresti dare manforte per la vita in comunità? Che so, Fare la spesa tanto per fare un esempio. Ma mi senti? Non mi dire che sei ancora a giocare con i videogiochi!

Marcelo: cosa sono questi diktat? Sono in vacanza, ti farò la spesa domani, che diamine!

Estelle: non traccheggiare, non ce ne sono più di pomodori per stasera e già che ci sei, passa anche in farmacia a prendere i medicinali per tuo padre.

Mariana: sempre la stessa storia con i figli. Cazziatoni e filippiche a non finire, ma da un orecchio entrano e dall’altro escono.

Julien: Scusami, ma sono sempre disposto a aiutarti e a fare ciò che mi chiedi!
Non è che non voglio aiutarti, è che sono gli ultimi giorni di vacanza, questi!
Sai che c’è, ti voglio bene lo stesso, mamma, e sarò sempre con te per aiutarti!

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La batosta

La batosta

audio in preparazione

episodio 1263

Trascrizione

Ciao a tutti da Giovanni.

Avete mai preso una bella batosta

A scuola, al lavoro, nello sport o magari in amore?

Oggi vediamo insieme cosa significa questa parola così espressiva della lingua italiana.

Benvenuti a questo nuovo episodio di “Due minuti con Italiano Semplicemente”.

La parola batosta indica una sconfitta molto pesante, una delusione particolarmente forte oppure un danno economico importante, spesso inatteso.

Se una squadra perde una partita per cinque a zero, possiamo dire che ha subito una batosta.

Se investite tutti i vostri risparmi in un progetto che fallisce dopo pochi mesi, quella è una batosta.

Se studiate per settimane per un esame e poi venite bocciati, anche quella può essere definita una batosta.

Se la fidanzata ti ha lasciato e tu eri innamorato cotto, quella è sicuramente una batosta.

Insomma, non si tratta di una semplice difficoltà o di una piccola delusione. Una batosta lascia il segno.

L’origine della parola è piuttosto intuitiva. Deriva da bastone e richiama l’idea di un colpo violento dato con un bastone. Oggi però il termine viene usato quasi sempre in senso figurato.

Spesso si usa il verbo prendere.

Si dice infatti:

Ho preso una bella batosta.

Abbiamo preso una batosta alle elezioni.

La nostra azienda ha preso una batosta dal mercato.

Notate anche l’espressione “una bella batosta”. In questo caso l’aggettivo “bella” non ha un significato positivo. Serve semplicemente a rafforzare l’idea della gravità della sconfitta o della delusione.

La batosta trasmette qualcosa che subiamo da cui è difficile riprendersi. Anche un preventivo molto costoso e inatteso per una riparazione possiamo chiamarlo batosta. Ci aspettavamo evidentemente un prezzo più basso.

Tra i sinonimi possiamo citare parole come mazzata, botta, colpo, duro colpo, sconfitta cocente o doccia fredda, anche se ciascuna ha sfumature leggermente diverse. Poi se andiamo sui regionalismi possiamo sbizzarrirci: pizza, scoppola, tranvata, legnata, legnata, sberla, sganassone e tanti altri.

La prossima volta che vi capiterà una grossa delusione, speriamo di no, potrete dire tranquillamente:

Che batosta!

Ditemi un po’ se voi ne avete mai subite adesso. Fatelo in un ripasso.

Marcelo: se ho mai preso una batosta nella vita?
Eccone una: ricordo di essere stato un eccellente alunno al liceo, senza mai una bocciatura.
La prima cantonata mi ha lasciato kappaò!
L’ho presa quando facevo il corso di ammissione alla facoltà di ingegneria!
È stato al primo esame, nonostante avessi studiato un sacco!
Sulle prime, quando ho visto il tema, sono rimasto bloccato e ho provato un grande sconcerto quando non sono riuscito a scrivere niente. Ero in alto mare!
Una pagina in bianco meriterebbe almeno un 1! Ma noooo!… mi hanno messo zero! Che tracollo mamma!
Ho fatto mea colpa dopo quella meritata batosta, e poi a bocce ferme, ho capito che non basta essere uno studioso; ci vuole anche un po’ di esperienza!

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Dei migliori, delle migliori, dei peggiori, delle peggiori

Dei migliori/peggiori, delle migliori/peggiori

audio in preparazione

episodio 1262

Trascrizione

Bentrovati amici di Italiano Semplicemente e benvenuti in questo nuovo episodio di “due minuti con Italiano semplicemente”.

Per un paio di giorni non abbiamo pubblicato episodi e qualcuno si sarà preoccupato, ma tranquilli, perché il motivo è semplice.

Abbiamo infatti pubblicato un libro dedicato all’esame CILS B1 STANDARD , un manuale con delle simulazioni d’esame, spiegazioni dettagliate e tanti consigli utili per chi deve affrontare questo esame di livello intermedio.

Potete trovarlo su Amazon, in versione Kindle, cartacea e come audiolibro.

Ad ogni modo potete ordinare la versione PDF che potete stamparvi da soli scrivendo a italianosemplicemente@gmail.com

Veniamo all’episodio di oggi.

Oggi vediamo una locuzione tipica dell’italiano parlato: “dei migliori / delle migliori”.

La forma completa da cui deriva è:

– una delle migliori
– uno dei migliori

Per esempio:

‘Questa bici non è una delle migliori”, che può diventare “questa bici non è delle migliori”.

Quando diciamo:

– Questa bici non è delle migliori
– Quel film non è dei migliori
– Il servizio non è dei migliori

intendiamo semplicemente che non è particolarmente buono, cioè:

– non è tra i migliori
– non è di alta qualità
– lascia un po’ a desiderare

È quindi una forma attenuata, e per questo motivo è una forma più elegante rispetto a dire direttamente “non è buono”.

Si può usare senza la negazione?

La forma senza negazione esiste, ma si usa meno spesso:

– Questa bici è delle migliori
– Quel vino è dei migliori
– Questa soluzione è delle migliori

Non è di uso frequente, ma in questo caso, in questi casi il significato è chiaramente positivo e significa:

– è tra i migliori

– è eccellente

– è uno/uno dei migliori

Tuttavia, nel caso non si voglia usare la negazione, in italiano si preferisce spesso dire in modo più diretto, proprio:

– è tra i migliori

– è ottimo

– è eccellente

Eccetera.

Si usa anche con “peggiori”. Si usa “fei peggiori” e “delle peggiori” a seconda del genere maschile o femminile. Anche in questo caso si preferisce usare questa forma con la negazione.

Esempi:

Questo film non è dei peggiori che abbia visto.

“Non è dei peggiori” significa che non è così scadente.

Quindi “non è dei migliori” sta per “c’è di meglio” e “non è dei peggiori” sta per” c’è di peggio” .

Ma oggi preferiamo usare queste forme più eleganti.

In fondo, usarlo con la negazione è un modo per non esagerare con la critica: ‘non è dei/delle peggiori” significa proprio che la situazione non è delle peggiori, quindi resta un giudizio negativo ma non pessimo.

Notate una cosa interessante. Poco fa ho detto che questa è una forma abbreviata.

Quando usiamo la forma completa con uno/una, essa è perfettamente corretta, ma si usa soprattutto quando il “panorama” è ben definito, cioè quando è chiaro il gruppo di riferimento.

Per esempio:

Questa è una delle migliori biciclette del mercato.

È uno dei migliori film dell’anno.

La Roma non è una delle peggiori squadre del campionato.

Qui il gruppo è ben identificato: il mercato, l’anno, il campionato.

In questi casi “una dei/delle migliori” è molto naturale.

Quando invece il contesto è più generico o colloquiale, l’italiano tende a semplificare e dire, soprattutto nella forma negativa:

non è delle migliori

è delle migliori

Senza esplicitare “una”. D’altronde spesso stiamo dando un giudizio di qualità, senza necessariamente avere a mente un termine preciso e completo di confronto.

Es:

Se la situazione in cui ti trovi non è delle migliori, possiamo cercare di risolverla o affrontarla insieme.

Questa foto non è delle migliori, ma è spontanea, quindi mi piace un sacco!

La mia fotocamera del telefono non è delle migliori, ma non abbiamo di meglio

Vediamo con peggiori:

Si tratta di espressioni di “giudizio tiepido”, un’iperbole in negativo per dire che qualcosa è sufficiente, accettabile o passabile.

Il servizio non è stato dei migliori ma neanche delle peggiori.

Non buttiamoci giù’ perché il cast del nostro film non è dei peggiori.

Abbiamo perso ma la delusione non è delle peggiori perché abbiamo giocato benino.

Si tratta di modalità molto italiane.

Cercate di usarle perché sono utili soprattutto per dare giudizi sfumati, non troppo diretti.

Al ristorante, tanto per fare un esempio, anziché dire:

Questa pasta non è buona, o che fa schifo, potreste dire, per non offendere, che non è delle migliori.

Spero comunque che non vi capiti mai di usarla al ristorante. 🙂

Se invece qualcuno critica pesantemente un piatto, se voi fondamentalmente siete d’accordo ma volete edulcorare il giudizio, potreste dire che non è dei peggiori.

Adesso provate subito a mettervi all’opera e usate queste locuzioni con un vostro amico.

A proposito di mettersi all’opera, adesso i membri dell’associazione lo faranno parlando di meteo.

Per farlo, chiedo loro di utilizzare qualcuno tra i verbi professionali che sono stati spiegati all’interno del corso di Italiano professionale.

Anne Marie: In inverno il freddo sembra non cedere mai, ma dai dati degli ultimi anni si può evincere che le temperature medie stanno lentamente aumentando.

Marcelo: Io invece posso constatare che questa primavera è stata molto piovosa e che l’umidità ha finito per arrecare qualche disagio a chi soffre di allergie.

Julien: ieri gli esperti hanno diramato un bollettino in cui si caldeggia un uso più responsabile dell’acqua durante le estati particolarmente calde.

Carmen: non so voi, ma a me conviene sempre attenermi alle previsioni meteo, perché un temporale improvviso potrebbe pregiudicare una bella escursione in montagna.

Ulrike: Per corroborare l’idea che il clima stia cambiando, basta osservare come certe piante riescano ormai a conseguire una fioritura anticipata.

Julien: Senza voler soffermarmi troppo sulle statistiche, posso dire di aver percepito inverni, negli anni recenti, meno rigidi rispetto a quelli della mia infanzia.

Estelle: Concordo, e non si può certo glissare sull’argomento: occorre quantificare con precisione questi cambiamenti per acclarare quanto concorrano le attività umane alle variazioni del clima.

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Il crocevia

Il crocevia

audio in preparazione

episodio 1261

Trascrizione

Bentrovati amici di Italiano Semplicemente benvenuti in questo nuovo episodio di due minuti con Italiano semplicemente.

Oggi parliamo di una parola molto interessante: crocevia.

Se proviamo a scomporla, a dividerla, troviamo due elementi: croce e via. Non è difficile immaginare il significato originario. Un crocevia è infatti un punto in cui due o più strade si incrociano, formando una sorta di croce.

Se state guidando e arrivate in un punto in cui una strada si divide o incontra altre strade, siete arrivati a un crocevia. Si, si chiama anche incrocio, che è il termine più usato parlando di strade che s’incrociano.

Ad esempio:

Al crocevia gira a destra e prosegui per due chilometri.

Fin qui tutto semplice.

Ma, come spesso accade in italiano, l’uso figurato è ancora più interessante. Il crocevia si usa spesso in senso figurato.

Quando parliamo di un crocevia in senso figurato, ci riferiamo generalmente a un momento, a una situazione oppure a un luogo in cui convergono diverse possibilità, diverse scelte o diversi interessi.

Partiamo dal concetto di momento o situazione. È un momento importante della vita. Un momento di scelte.

Pensate proprio alla vita di una persona.

Ci sono momenti in cui bisogna prendere decisioni importanti: scegliere un lavoro, trasferirsi all’estero, sposarsi, cambiare carriera.

Sono tutti momenti che possono essere definiti dei crocevia.

Potremmo dire:

A trent’anni mi trovavo a un crocevia della mia vita.

In altre parole, ero davanti a più strade possibili e dovevo scegliere quale percorrere.

Si tratta di un’immagine molto efficace, perché richiama proprio la situazione di chi arriva a un incrocio e deve decidere dove andare.

Anche la storia è piena di crocevia. Il plurale di crocevia non cambia, sempre crocevia: un crocevia, due crocevia.

Gli storici parlano spesso di eventi che rappresentano un crocevia per un paese o addirittura per il mondo intero.

Una guerra, un’elezione, una rivoluzione o una scoperta scientifica possono diventare un crocevia storico, cioè un punto di svolta da cui dipendono sviluppi futuri molto diversi.

Ad esempio:

La caduta del Muro di Berlino fu un crocevia fondamentale per l’Europa.

Anche alcune città vengono descritte come crocevia.

In questo caso il significato è quello di luogo d’incontro, di passaggio e di scambio.

Potremmo anche dire che Roma è stata per secoli un crocevia di popoli, culture e commerci.

Oppure che il Mediterraneo è stato un crocevia di civiltà.

In questi esempi non si parla necessariamente di strade che si incrociano, ma di persone, idee, merci e tradizioni che si incontrano e si mescolano.

Notate che la parola viene spesso associata a termini come destino, scelta, svolta, incontro, opportunità e cambiamento.

Quando sentite parlare di un crocevia, infatti, quasi sempre c’è qualcosa di importante in gioco.

Non si tratta, in genere, semplicemente di un punto geografico, ma di una situazione in cui bisogna decidere, orientarsi o comprendere quale direzione prendere.

Per questo motivo, nella lingua giornalistica e politica si leggono spesso espressioni come:

l’Italia si trova a un crocevia decisivo.

L’azienda è giunta a un crocevia della propria storia.

Siamo a un crocevia che determinerà il nostro futuro.

Insomma, il crocevia è molto più di un semplice incrocio stradale.

È il luogo, reale o simbolico, in cui le strade si incontrano, le alternative si moltiplicano e le decisioni diventano inevitabili.

E voi? Vi trovate attualmente a un crocevia della vostra vita oppure avete già imboccato la strada che desideravate percorrere?

Albéric: Mi trovo attualmente a un vero crocevia: il discrimine tra restare dove sono e inseguire ciò a cui continuo ad anelare è sempre più stringente. È giunta l’ora della decisione.

Anne-Marie: Io quella strada l’ho già imboccata, e per le difficoltà incontrate non ho mai pensato di dare forfait. Per il rotto della cuffia, sono riuscita spesso a tenere botta.

Carmen: anch’io, dopo anni di tira e molla e di scarsi sviluppi, ho deciso di correggere il tiro e adesso i miei obiettivi e la mia vita finalmente combaciano.

Estelle: alleluia! Personalmente sto in un frangente complicato: come dice qualcuno, non sono ancora uscito/a dalla mia zona di comfort, ma metti che arriva l’occasione giusta, allora potrei anche levare le tende e aprire un capitolo completamente nuovo.

Ulrike: Io, a detta di molti, mi distinguo per una certa ritrosia ai cambiamenti, ma da quando vado dallo psicologo, il leitmotiv è l’imperativo categorico di non traccheggiare, che mi ha galvanizzato e mi ha fatto uscire dall’immobilismo.

Khaled: beato te! Che io ricordi, non sono mai stata così vicina alla meta desiderata: detto ciò, tengo sempre d’occhio gli sviluppi, perché il crinale tra successo e tracollo, a volte, è più sottile di quanto i più immaginino.

Danielle: Con questa chicca possiamo concludere il ripasso. Giovanni non si può lamentare stavolta!

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