Le moine e i comportamenti affettati

Le moine

episodio 1279

Trascrizione

Gianni: Ciao e benvenuti in un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo delle “moine”.

Avete mai sentito dire una persona dire ad esempio:

«dai, non fare tutte queste moine!»

Oppure:

«Paola ha cominciato a fare le moine per ottenere quello che voleva.»

Che cosa significa fare le moine?

La parola moina, ma soprattutto usata al plurale, indica un comportamento affettato, esageratamente gentile, dolce o seducente, che spesso serve a ottenere qualcosa.

Quindi, se una persona fa le moine, significa che si comporta in modo particolarmente dolce, carino o affettuoso, magari proprio perché vuole ottenere un favore.

Per esempio:

«Mio figlio, quando vuole qualcosa, comincia a fare le moine.»

Cioè: diventa improvvisamente molto dolce e affettuoso perché vuole ottenere qualcosa da me.

Oppure:

«Non fare le moine e dimmi direttamente che cosa vuoi!»

In questo caso la persona sta dicendo: non cercare di convincermi facendo il carino; dimmi semplicemente quello che vuoi.

Attenzione però: fare le moine non significa necessariamente essere falsi o manipolatori. Dipende dal contesto.

Possiamo usare questa espressione anche in modo scherzoso.

Per esempio, immaginate un bambino che vuole un gelato.

«Papà, sei il papà migliore del mondo! Ti voglio tanto bene!»

E il padre risponde:

«Ah, ho capito! Stai facendo le moine perché vuoi un gelato!»

Quindi le moine sono tutte quelle manifestazioni di affetto, dolcezza o gentilezza un po’ esagerate, spesso finalizzate a ottenere qualcosa.

La parola può essere usata anche parlando di una persona adulta.

«Quando vuole qualcosa dal suo capo, fa sempre le moine.»

Oppure:

«Non mi piacciono le persone che fanno continuamente le moine.»

Un’espressione molto vicina è fare il carino con una persona.

«Non fare il carino con me: so benissimo che cosa vuoi.»

Ma c’è una differenza: fare le moine sottolinea maggiormente il comportamento affettuoso, sdolcinato o seducente.

Beh però non c’è sempre la fregatura quando stai fanno le moine.

Se dico:

«Maria fa le moine al suo fidanzato.»

In questo caso può semplicemente significare che gli fa tante coccole, gli parla in modo dolce, cerca le sue attenzioni.

Questo può essere, ma chissà perché, c’è sempre un pensiero malizioso quando si sente questa parola.

Al singolare è moina. Normalmente, è vero, si incontra molto più spesso il plurale. Ciò non toglie che possa usare in qualche caso anche la forma singolare:

Guardalo quello scemo di tuo padre. Gli basta una moina dalla figlia che lui gli concede tutto!

Comunque sia, so a cosa state pensando.

State pensando al comportamento che ho definito “affettato”, che spesso hanno coloro che fanno le moine.

Affettato è un’altra parola interessante, perché in italiano il suo uso più comune è però quello relativo ai salumi.

Proprio così: salame, prosciutto, mortadella, prosciutto cotto bresaola e via dicendo.

Al supermercato, per esempio, possiamo comprare del prosciutto affettato, cioè del prosciutto tagliato a fette, generalmente a fette molto sottili.

Quello è l’affettato.

Ma in questo caso affettato ha un significato completamente diverso, anche se la parola è la stessa.

In questo caso deriva da affetto. Può sembrare una parola simile ad affettuoso, ma è un po’ diverso.

Quando diciamo che una persona ha un comportamento affettato, intendiamo dire che si comporta in maniera poco spontanea, esageratamente studiata, come se stesse recitando una parte.

E infatti una persona che fa le moine può assumere proprio questo tipo di comportamento: può mostrarsi molto dolce, gentile o affettuosa, ma in maniera esagerata e non del tutto spontanea.

Insomma, fa le moine.

Ulrike: Grazie dell’episodio Gianni. C’è un episodio su ingraziarsi, arruffianarsi e altri modi comportamentali, simili direi, che però hanno una connotazione più negativo rispetto a fare le moine. Sempre se ho capito bene.

Gianni: Sì, hai capito bene. C’è una sfumatura importante tra queste espressioni: tutte possono indicare un comportamento finalizzato a conquistare il favore di qualcuno, ma non hanno la stessa connotazione.

Fare le moine può essere scherzoso o affettuoso; non è necessariamente negativo.

Ingraziarsi qualcuno come visto è cercare di conquistare il favore di qualcuno. Può essere neutro, ma spesso lascia intendere un interesse personale. Es:

«Cerca di ingraziarsi il nuovo direttore.».

Non è necessario fare delle moine per ingraziarselo, tra l’altro.

Arruffianarsi qualcuno invece è cercare di ottenere il favore di qualcuno con atteggiamenti servili o adulazione. L’atteggiamento del ruffiano è decisamente negativo se parliamo seriamente. Es:

«Si è arruffianato il capo per ottenere una promozione.»

Poi c’è anche adulare cioè fare complimenti esagerati, spesso non sinceri, per ottenere qualcosa. L’adulatore lo può fare per diversi motivi, anche per conquistare la sua preda.

Lusingare è un altro verbo intéressante. Può essere positivo o negativo; significa gratificare qualcuno facendolo sentire importante o apprezzato. Il lusinghiere fa le lusinghe.

Quindi sì: “fare le moine” può stare all’inizio di questa scala, mentre arruffianarsi è decisamente più dispregiativo.

E adesso possiamo al ripasso del giorno. Voi amate fare le moine?

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

M1:
Avete presente i gattini che, facendo le fusa, si strofinano contro le nostre gambe? Fanno le moine, tanto per dire al loro servo umano che è ora del cibo. Furbi belli e buoni, che non sono altro.

M2: Quando lavori in una grande ditta, è frequente trovare persone con un atteggiamento affettato che cercano di sembrare simpatiche e buoni amici! Sono le stesse che fanno le moine al capo per fare carriera! Alla fin fine si mostrano per quello che sono! Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino!

Qual è il mio livello della lingua italiana?

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Le ripetizioni

Le ripetizioni (scarica audio)

episodio 1278

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola molto interessante: ripetizione. Anzi, soprattutto del suo plurale: ripetizioni.

Sapete tutti che la ripetizione,al singolare è la prima regola d’oro di italiano semplicemente, vero?

Infatti questo è il significato più importante e usato per la forma singolare.

Ma al plurale?

Un italiano che sente dire:

«Mio figlio va a ripetizioni»

«Mio figlio prende ripetizioni»

Questo Italiano capisce immediatamente che il figlio prende lezioni private, per esempio di matematica, inglese o italiano, perché ha qualche difficoltà oppure vuole migliorare.

Ma attenzione: ripetizione e ripetizioni possono avere diversi significati.

Il significato più generale è quello legato al verbo ripetere.

Se faccio una cosa una seconda volta, c’è una ripetizione.

Per esempio:

«La ripetizione dell’esercizio è necessaria per imparare.»

Oppure:

«Questa canzone contiene la ripetizione dello stesso ritornello.»

In questo caso ripetizione indica semplicemente il fatto di fare o dire qualcosa di nuovo, uguale o simile a qualcosa che è già stato fatto o detto.

Possiamo quindi parlare della ripetizione di una parola, della ripetizione di un gesto, della ripetizione di un esercizio, della ripetizione di una frase.

La parola può indicare anche una nuova esecuzione di qualcosa.

Per esempio, un insegnante può dire:

«Facciamo una ripetizione dell’esercizio.»

Significa: facciamo di nuovo l’esercizio.

Anche nello sport possiamo sentire:

«Fai dieci ripetizioni.»

Qui la ripetizione è ogni singola volta in cui si esegue un esercizio.

Per esempio, se faccio dieci flessioni, ho fatto dieci ripetizioni.

E infatti in palestra è molto comune dire:

«Fai tre serie da dieci ripetizioni.»

Cioè: fai l’esercizio dieci volte, riposati, e poi ripetilo per altre due serie. Ogni serie è composta da 10 ripetizioni.

Ed eccoci al significato che spesso sorprende gli stranieri.

Le ripetizioni, al plurale, sono anche lezioni private, generalmente date a uno studente da un insegnante o da una persona competente in una determinata materia.

Per esempio:

«Mio figlio prende ripetizioni di matematica.»

Significa che qualcuno gli dà lezioni private di matematica.

Possiamo dire:

«Prendo ripetizioni di inglese.»

«Do ripetizioni di italiano.»

«Devo andare a ripetizioni.»

«Mia figlia ha bisogno di ripetizioni di latino.»

Attenzione a una cosa importante: in questo significato si usa normalmente il plurale.

Diciamo:

«Prendo ripetizioni.»

molto più naturalmente di:

«Prendo una ripetizione.»

Perché le ripetizioni sono normalmente considerate come un’attività composta da più lezioni.

Ma perché si chiamano proprio “ripetizioni”?

La domanda è interessante.

Perché lo studente, con l’aiuto dell’insegnante, ripete e approfondisce ciò che ha studiato a scuola.

Quindi il significato di ripetizioni deriva proprio dall’idea di ripetere, esercitarsi e consolidare ciò che si è imparato.

Oggi, però, una persona che dà ripetizioni non necessariamente fa ripetere allo studente la stessa cosa molte volte.

Può spiegare un argomento, fare esercizi, correggere gli errori o preparare uno studente a un esame.

Per questo “dare ripetizioni” è diventata un’espressione con un significato molto preciso: dare lezioni private.

Ci sono due espressioni molto comuni.

Dare ripetizioni significa insegnare.

«Marco dà ripetizioni di matematica.»

Marco, quindi, è la persona che insegna.

Prendere ripetizioni, invece, significa ricevere lezioni private.

«Luca prende ripetizioni di matematica.»

Luca è lo studente.

Possiamo anche dire:

«Ho bisogno di prendere ripetizioni.»

oppure:

«Sto dando ripetizioni a un ragazzo delle superiori.»

C’è poi un’altra espressione interessante:

«Ho dovuto ripetere l’anno.»

Qui ripetere non significa semplicemente dire o fare qualcosa un’altra volta.

Significa frequentare nuovamente lo stesso anno scolastico perché non si è stati promossi.

Per esempio:

«Non è stato promosso e dovrà ripetere la seconda.»

Quindi non confondiamo:

ripetere una parola significa dire di nuovo una parola.

ripetere un esercizio significa fare di nuovo un esercizio.

ripetere un anno significa frequentare nuovamente quell’anno scolastico.

prendere ripetizioni invece sta per ricevere lezioni private.

Attenzione poi alla parola ripetente. Solo chi ripete l’anno, poiché è stato bocciato alle scuole superiori o anche negli anni precedenti,alle scuole elementari o medie, si può chiamare ripetente. Non certamente chi prende ripetizioni.

Es:

“Nella mia classe ci sono due ripetenti.”

Significa che due studenti della classe stanno frequentando l’anno scolastico per la seconda volta.

E al singolare?

Al singolare abbiamo ripetizione.

Possiamo dire:

«La ripetizione di questa frase è inutile.»

«Facciamo un’altra ripetizione.»

«Questa è la terza ripetizione dello stesso errore.»

Ma quando parliamo delle lezioni private, come detto, normalmente diciamo:

«Prendo ripetizioni.»

non:

«Prendo una ripetizione.»

La differenza è quindi molto importante:

Una ripetizione è qualcosa che viene ripetuto o un’esecuzione ripetuta.

Le ripetizioni invece sono anche, e molto comunemente, lezioni private.

E adesso, quando sentirete un italiano dire:

«Domani pomeriggio ho le ripetizioni.»

Non pensate che passerà il pomeriggio a ripetere la stessa parola cento volte!

Probabilmente significa semplicemente che ha una lezione privata.

Adesso parlatemi delle vostre esperienze di ripetizioni sotto forma di ripasso:

Estelle (Francia): Non hai mai carezzato l’idea di fare ripetizioni per mandare il tuo livello d’italiano alle stelle ?

Marcelo (Argentina): Durante il liceo e i primi passi all’università, per arrotondare davo ripetizioni di Matematica e anche di Contabilità. Ero molto entusiasta del concetto di “partita doppia”, una creazione dell’italiano Luca Pacioli risalente al 1494, un metodo fondamentale che ancora oggi viene utilizzato nelle ditte!
Luca e il suo metodo erano veramente sui generis!

Manuale di preparazione all'esame CILS B1

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Scrollare

Scrollare (scarica audio)

episodio 1277

Trascrizione

Oggi parliamo di un verbo interessante e, soprattutto, di un verbo che negli ultimi anni ha acquistato un nuovo significato.

Parliamo di scrollare.

Conoscete questo verbo?

Probabilmente sì, soprattutto se usate spesso il telefono o i social network. Ma forse non sapete che scrollare esisteva già in italiano prima dell’arrivo di Internet e degli smartphone.

Vediamo allora i due significati.

In italiano, tradizionalmente, scrollare significa scuotere, cioè muovere qualcosa con energia, spesso per far cadere qualcosa che si trova sopra o dentro.

Per esempio, possiamo dire:

Ho scrollato l’albero per far cadere le mele.

Significa che ho scosso l’albero, l’ho mosso con forza, in modo che le mele cadessero.

Ma possiamo usare scrollare anche con alcune parti del corpo.

Per esempio:

Giovanni ha scrollato la testa.

In questo caso significa che ha mosso la testa da una parte all’altra, generalmente per esprimere disaccordo o per dire di no o comunque disapprovazione.

Vuoi venire con noi?

No, grazie.

E lui scrolla la testa.

Cioè, muove la testa da una parte all’altra per dire di no.

Un’altra espressione molto comune è:

Scrollare le spalle.

Se una persona scrolla le spalle, generalmente vuole mostrare indifferenza, come per dire: “Non lo so”, “Non mi interessa”, “Non posso farci niente”. Può anche voler dire “pazienza” o “che vogliamo farci”?.

Immaginate che qualcuno vi chieda:

Perché Marco non è venuto?

E voi non lo sapete.

Potete semplicemente scrollare le spalle.

È come dire:

Boh! Non ne ho idea.

Spessissimo c’è anche del menefreghismo, nel senso che non lo sapete ma neanche vi interessa granché.

E c’è anche un’espressione molto interessante:

Scrollarsi di dosso qualcosa.

Attenzione ad usare la preposizione “di”.

Letteralmente significa scuotersi per liberarsi di qualcosa che si è attaccato addosso.

Ma, naturalmente, si usa anche in senso figurato.

Per esempio:

Devo scrollarmi di dosso questa paura.

Significa: devo liberarmi di questa paura.

Oppure:

Dopo quella brutta esperienza, è difficile scrollarsi di dosso la sensazione di pericolo.

Quindi, in questo caso, non c’è niente di materiale da scuotere: scrollarsi di dosso significa liberarsi, lasciarsi alle spalle qualcosa.

Oggi, però, quando diciamo scrollare, molto spesso pensiamo al nostro smartphone.

Avete presente quando prendete il telefono e, con un dito, fate scorrere lo schermo verso l’alto o verso il basso?

Ecco: state scrollando.

Per esempio:

Stavo scrollando Instagram quando ho visto il tuo messaggio.

Oppure:

Ho passato mezz’ora a scrollare i social.

In questo caso scrollare significa far scorrere i contenuti sullo schermo.

Questo nuovo significato deriva dall’inglese to scroll, che significa appunto far scorrere una pagina o un contenuto sullo schermo.

E quindi oggi possiamo sentire frasi come:

Scrolla verso il basso.

Devi scrollare la pagina per vedere il resto.

Se voi ad esempio adesso scrollate l’episodio verso il basso, vedrete alla fine l’immagine di due libri realizzati da Italiano Semplicemente per aiutare i non madrelingua a superare l’esame CILS, all’università di Siena.

Altro esempio:

Continuavo a scrollare e non trovavo quello che cercavo.

A volte si usa anche il sostantivo inglese scrolling:

Passo troppo tempo a fare scrolling sui social.

Ma possiamo tranquillamente dire anche:

Passo troppo tempo a scorrere i social.

Questa seconda espressione è più italiana e non ha bisogno dell’inglese.

Ed è proprio questo l’aspetto interessante della parola scrollare.

Il verbo esisteva già in italiano con il significato di scuotere, ma la tecnologia e l’inglese gli hanno dato un nuovo significato.

Quindi attenzione: scrollare un albero significa scuoterlo. Scrollare la testa significa muoverla per esprimere, generalmente, un rifiuto o un disaccordo. Scrollare le spalle significa mostrare indifferenza e scrollarsi di dosso una paura significa liberarsi di quella paura.

Ma scrollare una pagina web significa farla scorrere sullo schermo.

Due significati molto diversi, dunque, ma un’unica parola.

E adesso vi lascio con una domanda.

Se siete davanti al telefono e continuate a far scorrere Instagram senza trovare niente di interessante, potete dire:

«“Sto scrollando.”»

Ma attenzione a non scrollare troppo!

Perché magari, mentre scrollate, passa un’ora…

E voi nemmeno ve ne accorgete!

Alla prossima puntata di Italiano Semplicemente! Intanto ripassiamo con delle freddure o ele barzelette

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano semplicemente.

Hartmut (Germania): Il caffè alla moka dice al bollitore: «Calmati, ti vedo un po’ troppo fumantino oggi, rischi di sbottare

Julien (Lussemburgo): Come fanno i ladri di panini a darsi gli ordini in totale segretezza? «Aumm aumm

Carmen (Germania): Un tennista scarso va dal medico e dice: «Dottore, il mio servizio è disastroso!». Il medico risponde: «Non si preoccupi, valuteremo la sua situazione in seconda battuta

Edita (Repubblica Ceca): Il mio sogno di diventare famoso sta sfumando … per fortuna non aveva molto colore.

Ulrike (Germania): Il chirurgo al paziente prima dell’operazione: «Tranquillo, io ho un mio modus operandi ben preciso». Il paziente: «Sì, ma spero che dopo ci sia anche un modus guarendi!»

Estelle (Francia): Un sarto cieco fa una giacca a un cliente e gli dice: «Ecco fatto, la taglia l’ho presa a spanne …» E il cliente: «Ah ecco! Infatti le maniche le arrivano alle caviglie!»

Edita (Repubblica Ceca): Un’aquila di città va da un pollo e le fa: «A me questa vita in città ha davvero tarpato le ali …». E il pollo: «Sì, ma almeno a te non ti fanno al forno con le patate!»

Flora (Italia): Perché i caldarrostai non vanno mai in panico durante le crisi finanziarie? Perché c’è sempre qualcuno pronto a togliere le castagne dal fuoco per loro!

Carmen (Germania): Un pedone distratto sbatte contro l’angolo di un palazzo e fa: «Ah! Ho proprio preso una cantonata … in pieno viso!»

CILS TRE C1

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Italiano professionale – Lezione 44: cosa dire, come dirlo e cosa non dire mai in un colloquio

Italiano professionale – Lezione 44: cosa dire, come dirlo e cosa non dire mai in un colloquio lezione

Programma del corso di Itaiano Professionale

Questa lezione è riservata per i membri dell’Associazione Italiano Semplicemente

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Scopri come affrontare un colloquio in Italia: cosa dire, come dirlo con il registro giusto ed evitare gli errori più comuni. Con esercizio pratico!

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I gesti e le gesta

I gesti e le gesta (scarica audio)

episodio 1276

Trascrizione

Oggi amici di Italiano Semplicemente parliamo di due parole molto simili: gesti e gesta.

Sono quasi uguali, vero?

Eppure attenzione, perché hanno significati molto diversi.

Cominciamo da gesti, che è il plurale di gesto.

Un gesto è un movimento del corpo, soprattutto delle mani, delle braccia o del viso, che può servire a comunicare qualcosa. I gesti italiani sono famosi in tutto il mondo d’altronde.

Per esempio, se faccio così con la mano, sto salutando. Voi non mi vedete ma fidatevi.

Questo è un gesto.

Se invece faccio così con la testa, posso dire di sì oppure di no.

Anche questo è un gesto.

Ma gesto non significa soltanto movimento del corpo.

Possiamo parlare anche di un gesto di generosità, di un gesto di amicizia, di un gesto di solidarietà.

Per esempio:

Mi ha aiutato senza che glielo chiedessi. È stato davvero un bel gesto.

In questo caso non c’è necessariamente un movimento del corpo. Il gesto è un’azione, un comportamento che esprime un sentimento o un’intenzione.

E adesso arriviamo a gesta.

Attenzione: gesta, con la A finale, non è il femminile di gesto e non è semplicemente un altro modo per dire gesti.

Gesta è il plurale di gesta (non cambia ma si usa solo al plurale), parola che indica soprattutto azioni importanti, imprese memorabili, spesso eroiche.

Per esempio:

Le gesta di Garibaldi sono raccontate nei libri di storia.

Oppure:

Il nonno raccontava ai nipoti le gesta della sua giovinezza.

Qui parliamo di imprese, avventure, azioni particolarmente significative.

Possiamo quindi dire:

Ha compiuto grandi gesta.

Ma non diremmo:

Ha fatto molte gesta con le mani.

In quel caso parleremmo di gesti.

C’è poi un’espressione molto famosa: le gesta eroiche.

Quando sentite parlare delle gesta di un personaggio, quindi, immaginate qualcosa di importante, di memorabile, magari anche di eroico.

Pensate, per esempio, a un cavaliere che combatte contro un drago.

Il cavaliere può fare diversi gesti con la spada.

Ma la sua battaglia contro il drago può diventare una delle sue grandi gesta.

Insomma, possiamo ricordare la differenza con una frase molto semplice:

I gesti sono azioni o movimenti; le gesta sono imprese, spesso eroiche,da ricordare e raccontare

Perché a volte basta una sola lettera per cambiare completamente il significato di una parola.

Adesso un bel ripasso:

André: Ciao, cara! Sorpresa! Stasera ho cucinato io.

Sofie: Wow, André, che bello! A dire il vero, mi stupisci e mi sento pure un po’ spiazzata… Ma non è che hai bisogno di qualcosa?

André: Ma perché non ti fidi? Non posso sbizzarrirmi anch’io in cucina?

Sofie: Certo che puoi, altroché! È solo che sono anni che anelo a una tua iniziativa culinaria. E tu mi hai sempre dato il due di picche culinario, se così posso dire.

André: Eh, infatti… stasera volevo stupirti e ho deciso di battere una strada nuova, ma… ma… è solo che… forse avrei dovuto andarci con i piedi di piombo.

Sofie: Oddio… Che cosa hai combinato? Dimmelo senza fronzoli.

André: Beh… diciamo che le intenzioni erano delle migliori e ho davvero cercato di sfoderare un menu delizioso. Il problema è che il piatto ha preso una piega tutta sua: è diventato un coacervo di ingredienti contrastanti, colori sfumati e… consistenze non meglio identificate.

Sofie: Oh, André, non ci stenderò un velo pietoso, tranquillo, ma sarò molto clemente. Fammi vedere.

André: Cara, mettiti subito a tavola, perché quando vedrai la cucina… apriti cielo!

Sofie: Hahaha! Non avrei mai pensato di dirlo, anzi, va contro tutti i miei princìpi ma, detto internos, preferisco che d’ora in poi tu venga servito e riverito!

Esame CILS B2

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