Oggi Estelle dalla Francia mi ha fatto una domanda interessante:
«Qual è la differenza tra accidente e incidente?».
Allora, la prima cosa da dire è che accidente e incidente sono due parole diverse, anche se possono sembrare simili.
Iniziamo da accidente.
Un accidente è qualcosa di imprevisto. Ma attenzione: oggi questa parola si usa soprattutto per indicare un malanno, una malattia improvvisa.
Per esempio, se dico:
«Spero che ti prenda un accidente!»
non sto certo augurando a qualcuno un viaggio alle Maldive!
Gli sto augurando, scherzosamente, un malanno, qualcosa d’improvviso che lo colpisca.
Ma c’è anche un’altra parola molto simile: accidenti!
Accidenti è il plurale di accidente, questo è vero, ma generalmente si usa come esclamazione.
«Accidenti, ho dimenticato le chiavi!»
Qui non c’è nessun articolo: non diciamo «un accidenti».
Accidenti! è un’esclamazione e può esprimere sorpresa, rabbia, stupore o anche ammirazione.
«Accidenti, che bella macchina!»
Quindi: un accidente è un sostantivo; accidenti! è un’esclamazione.
Però c’è un’esclamazione che unisce i due significati. Sto parlando di:
«Accidenti a te! Non sei mai puntuale!»
«Accidenti a loro! Perché non sono venuti alla mia festa?»
Qui sembra che si stia augurando un male a qualcuno, un accidene, appunto. In realtà è solo una espressione che si utilizza spesso in senso scherzoso.
Infatti possiamo indirizzare questi accidenti anche a noi stessi (il che sarebbe strano, no?):
«Accidenti a me!»
E poi in reltà possiamo rivolgerle non solo a persone. Es:
«Accidenti a quando non c’ho pensato prima a questa soluzione!»
Qui chiaramente viene a perdersi l’augurio (sebbene figurato) che capiti qualcosa di brutto a qualcuno.
E l’incidente?
L’incidente è un evento imprevisto che provoca un danno, un problema o comunque una situazione spiacevole.
Il caso più comune è l’incidente stradale:
«Ieri ho avuto un incidente con la macchina, ma per fortuna non mi sono fatto niente.»
Ma possiamo avere anche un incidente sul lavoro, un incidente diplomatico, oppure un piccolo incidente durante un viaggio.
Insomma, se inciampo, cado e mi faccio male, posso dire:
«Ho avuto un incidente»
Se invece qualcuno mi augura scherzosamente una malattia, posso sentirmi dire:
«Spero che ti prenda un accidente!»
E se quella stessa persona mi fa arrabbiare?
«Accidenti!»
Come esclamazione a sé stante non c’è male, ed è anche abbastanza educata, considerando che nella maggioranza dei casi si preferiscono esclamazioni più colorite, come:
Cavolo! (Questa non è molto colorita…)
Cazzo! (questa sì)
Cribbio (abbastanza educata e contenuta)
Porca troia! Porca Puttana! Porca zozza! (più o meno volgari, tutte comunque informali)
Anche “perbacco” e “mannaggia” vanno bene e si usano spesso, ma in merito vi rimando ad un episodio dedicato alle esclamazioni sul “disappunto” in cui si è accennato anche a “accidenti”.
Adesso passiamo al ripasso. Accidenti, quasi lo avevo dimenticato!
Flora: Ieri sera, purtroppo, sono stata sotto l’aria condizionata perchénon c’era altro posto a sedere e, stamattina, mi sono svegliata con un brutto accidente: ho la gola infiammata e il naso che mi cola.
Oggi parliamo di un modo particolare e molto comune, di usare la parola inverosimile.
Abbiamo già incontrato questo termine in altri episodi sebbene ma solo di sfuggita.
Allora vi parlo prima di tutto della parola inverosimile, che deriva da verosimile, un aggettivo che significa credibile, qualcosa che si può credere che sia vero.
Inverosimile allora indica, all’opposto, qualcosa di molto strano, che sembra finto o impossibile da credere.
Inverosimile indica tutto ciò che non sembra vero, reale o probabile, qualcosa che non ha l’apparenza della realtà, qualcosa di incredibile.
Se parlo di “una storia inverosimile”, beh sto parlando di una storia poco credibile, che ha qualcosa che non la rende credibile. È una storia strana, che sembra magari poco logica o esagerata.
Potrei dire che è una storia assurda, ma così starei esagerando. Inverisimile va oltre la credibilità, ma non esageratamente oltre come l’assurdità.
Veniamo all’uso particolare di cui ci occupiamo oggi.
Sto parlando di “fino all’inverosimile“.
Questa espressione si usa per dire che qualcosa arriva a un livello talmente elevato, talmente eccessivo, da diventare quasi incredibile.
Per esempio:
Elettra per questo esame ha studiato fino all’inverosimile.
Che significa? Che ha studiato tantissimo, in modo davvero esagerato.
Oppure:
Questa persona è precisa fino all’inverosimile.
Cioè è talmente precisa da superare quasi ogni limite normale. È precisissima, in maniera quasi incredibile. Precisa da non credere.
“Fino all’inverosimile” si usa spesso per intensificare un comportamento, una qualità o una caratteristica.
È simile anche a dire “in modo estremo”, “in maniera esagerata”, “quasi oltre ogni limite”, ma con l’idea che il livello raggiunto sia quasi difficile da credere.
Possiamo anche dire:
Era geloso fino all’inverosimile.
Quel regolamento è complicato fino all’inverosimile.
Per questa vacanza ho riempito il portabagagli dell’auto fino all’inverosimile.
Parliamo sempre di un livello estremo.
Avrete notato che c’è una cosa interessante: inverosimile, preso da solo, descrive qualcosa che non sembra vero o credibile.
Nell’espressione “fino all’inverosimile”, invece, diventa quasi una misura dell’intensità.
Vi dirò che a volte si può anche omettere “fino” e ciò che resta è “all’inverosimile“. Il senso non cambia.
Ho riempito l’auto all’inverosimile
Mario era geloso all’inverosimile
La forma abbreviata comunque è meno usata.
Come consiglio vi dico che è sempre meglio conservare la forma completa: fino all’inverosimile.
Se volessi collegare questo episodio con altri episodi di italiano semplicemente, direi che ce ne sono molti che hanno un legame.
Quelli più attinenti all’argomento sono probabilmente:
Oggi parliamo di un verbo un po’ particolare: sovvenire.
È un verbo che probabilmente non usate tutti i giorni. Anzi, se lo usate troppo spesso, rischiate di sembrare un po’ ricercati!
Sovvenire ha avuto diversi significati nel corso della storia della lingua italiana, ma oggi ci interessa soprattutto un significato: ricordare, venire in mente.
Dunque è un verbo utilissimo come avrete capito.
Per esempio:
Come si chiama quel tizio che abbiamo incontrato poco fa?
In questo momento non mi sovviene il suo nome.
Cioè: non mi ricordo il suo nome, non mi viene in mente il suo nome.
Attenzione però alla costruzione.
Non diciamo normalmente:
«Io non sovvengo il suo nome.»
Il soggetto è infatti la cosa che viene in mente, non la persona che cerca di ricordarla.
Quindi:
«Mi sovviene il nome di quel ristorante.»
significa:
«Mi viene in mente il nome di quel ristorante.»
E se non ce lo ricordiamo:
«Non mi sovviene il nome di quel ristorante.»
C’è da dire che la forma negativa si usa molto più di frequente.
È un modo elegante, formale e anche un po’ antiquato di parlare. Ma forse, più che antiquato, meglio dire letterario.
Nella conversazione quotidiana è molto più naturale dire «non mi ricordo» oppure «non mi viene in mente».
Ma proprio per questo sovvenire può essere usato anche con una certa ironia.
Immaginate, per esempio, due amici che stanno cercando di ricordare il nome di una persona:
«Come si chiama quell’attore italiano che abbiamo visto ieri?»
«Non mi sovviene.»
«Dai, è famosissimo!»
«Ti ho detto che non mi sovviene!»
Qui l’espressione fa sorridere proprio perché è molto più ricercata rispetto alla situazione.
C’è poi un’altra cosa importante.
Sovvenire può avere anche il significato di aiutare o soccorrere, ma questo uso è ancora più letterario e oggi non appartiene normalmente alla lingua comune.
Quindi, se vedete una frase come:
«I passanti hanno sovvenuto l’uomo ferito»,
non è il modo normale di parlare. È molto più naturale dire:
«I passanti hanno soccorso l’uomo ferito.»
Insomma, se volete usare sovvenire senza rischiare di suonare troppo solenni, il caso più interessante è proprio quello legato al ricordo:
«Mi sovviene…» = «Mi viene in mente…»
e
«Non mi sovviene…» = «Non mi ricordo / non mi viene in mente…»
E mi raccomando: non dite «mi sovviene in mente».
Perché? Perché sovvenire, in questo significato, contiene già l’idea di qualcosa che viene alla mente. Aggiungere «in mente» è quindi superfluo.
E adesso, se vi chiedessi il nome di quel film italiano che abbiamo citato qualche settimana fa?
Beh… non mi sovviene! E adesso possiamo al ripasso:: vi sovviene qualche ricordo del passato che vale la pena di utilizzare per ripassare qualche episodio passato?
Marcelo: Come sapete, l’arrivo in Europa per partecipare alla riunione dei membri di italiano semplicemente per me è stato complicato a causa del cambio dell’orario dei voli che ho subito.
Carmen: mannaggia! Mi viene in mente il commento di un amico che ha avuto lo stesso problema. Mi ha consigliato di fare una disamina del Regolamento sugli obblighi delle compagnie aeree in caso di inadempimento.
José: Sì! L’ho fatto anch’io e ho scoperto che mi spetta un indennizzo pari a 600 €! Almeno gli ho alleggerito un po’ il portafogli!
Estelle: Ben detto! Comunque nondirlo a me! Una volta ci sono passato anch’io e alla fine mi hanno pagato 500 €! Tutto sommato, non sono andato in pari e ci ho rimesso qualche euro, ma almeno mi hanno dato un contentino!
Julien: chiamalo contentino! Buttalivia 500 Euro!
Estelle: Mica bruscolini! Quasi quasi bisogna sperare in un ritardo!
Chi non conosce questo termine potrebbe pensare che ha qualcosa in comune con l’anima! E invece no!!
L’anima non c’entra nulla. Anche perché non si scrive allo stesso modo. La emme e la enne sono invertite.
Disamina è un sostantivo e la domanda è: indica qualcosa che viene esaminato? Deriva quindi dal verbo esaminare?
Sì, deriva da esaminare, ma non indica qualcosa che viene esaminato. Disamina indica piuttostol’esame stesso, l’analisi approfondita, accurata, dettagliata, attenta di qualcosa.
Se faccio la disamina di un problema, per esempio, significa che analizzo quel problema attentamente, esaminandone i vari aspetti.
Possiamo quindi dire che una disamina è una sorta di analisi dettagliata, spesso con l’obiettivo di arrivare a una valutazione o a una conclusione.
Ma attenzione, perché c’è un’altra cosa interessante.
Disamina deriva da disaminare, che è una variante antica di esaminare. E come si usa questa parola?
Per esempio:
Il rapporto contiene una disamina dettagliata della situazione economica.
Cioè: il rapporto analizza ed esamina dettagliatamente la situazione economica.
Oppure:
Prima di prendere una decisione, è necessaria un’attenta disamina dei dati.
In questo caso la disamina è l’analisi approfondita dei dati.
È una parola abbastanza formale, che troviamo soprattutto nella lingua scritta, per esempio in testi giornalistici, amministrativi, politici o professionali.
Nel linguaggio quotidiano, probabilmente diremmo più semplicemente analisi, esame, valutazione o approfondimento.
Vi faccio notare poi che il verbo disaminare esiste ma si usa di rado. Oggi si preferisce quasi sempre usare “esaminare” o la formula “fare una disamina“.
Quindi, quando incontrate la parola disamina, non pensate all’anima! Pensate piuttosto a qualcuno che prende qualcosa, lo esamina per bene, cioè lo esamina come si deve e ne analizza tutti gli aspetti.
Una disamina insomma, è un’analisi fatta con attenzione, con scrupolo. Qualcosa fatto a modo, potremmo anche dire.
Potrebbe venire in mente una questione parlando della disamina. Parlo del prefisso “dis”.
In questo caso non è il prefisso “dis-” con valore negativo o oppositivo, come in disonesto, disaccordo, disfare.
Il termine disamina non si usa normalmente nel linguaggio comune proprio perché è abbastanza formale. Allora in normali conversazioni meglio usare parole più semplici e comuni, come analizzare, esaminare, valutare, e, a posto di disamina, meglio usare semplicemente esame e analisi.
Per esempio, invece di dire:
Facciamo una disamina del problema
possiamo dire:
Analizziamo il problema
Oppure:
Esaminiamo il problema
Oppure
Facciamo una analisi attenta/accurata del problema.
In un contesto professionale o in un testo scritto, invece, disamina può essere perfettamente appropriato.
Quindi, se incontrate questa parola, niente panico e soprattutto niente anima! Pensate semplicemente a una analisi approfondita. Adesso ripassiamo parlando proprio di disamina.
Oggi parliamo del silenzio-assenso, che è un’espressione molto usata soprattutto nel linguaggio burocratico e amministrativo. C’è di mezzo il rapporto tra i cittadini e l’amministrazione pubblica, cioè lo Stato.
Significa, in parole semplici:
Se l’amministrazione non risponde entro un determinato termine, entro un certo numero di gioeni, il suo silenzio può valere come un “sì”.
Il “silenzio” quindi è da intendere come una mancata risposta da parte dell’amministrazione,mentre l’assenso è un si, è un “va bene”. Viene dal verbo assentire, che significa “dire si”. L’assenso è l’opposto del dissenso, che significa quindi “dire no”. Assenso sta quindi per “essere d’accordo”, mentre dissenso sta per “non essere d’accordo”.
In questo caso, il silenzio viene interpretato come consenso, cioè come un’autorizzazione.
Questa è l’idea del silenzio-assenso.
Nella pubblica amministrazione il meccanismo può verificarsi quando un cittadino presenta una domanda a un’amministrazione pubblica.
Per esempio:
Ho presentato una richiesta per ottenere un’autorizzazione.
L’amministrazione ha un certo periodo di tempo per rispondere.
Il termine scade e non arriva nessuna risposta.
Se la legge prevede il silenzio-assenso per quel procedimento, la mancata risposta (cioè il silenzio) equivale all’accoglimento della domanda. La domanda viene accolta.
Quindi quella autorizzazione viene concessa senza che l’amministrazione l’abbia approvata espressamente. Si dice in questi casi che vale la regola del silenzio assenso.
Attenzione: questo non significa che ogni silenzio sia un sì.
Questo è il punto più importante.
Il silenzio-assenso non è una regola generale per qualsiasi richiesta. È un istituto giuridico (si chiama così) previsto dalla legge e, soprattutto nel diritto amministrativo, esistono eccezioni e casi in cui il silenzio non produce l’accoglimento della domanda. Anzi, spesso è esattamente l’opposto, come vedremo.
Perciò non possiamo dire semplicemente:
«Se la Pubblica Amministrazione non risponde, allora ho ottenuto quello che chiedevo».
Bisogna verificare che tipo di procedimento è e quale disciplina si applica.
Attenzione perché a questo punto devo dirvi che esiste anche il silenzio-diniego. Si può chiamare anche o silenzio-rifiuto.
Ma come? Non dovrebbe chiamarsi silenzio-dissenso?
Ebbene no! Si chiama solenzio-diniego.
Infatti, benché l’opposto di assenso sia il dissenso – questa almeno è la parola più logicamente legata all’opposto di assenso – si usa in questi casi la parola diniego. Il diniego è nei fatti non solo un no, ma è un respingimento di una richiesta. Il respingimento è l’opposto dell’accoglimento.
Diniego deriva dal verbo negare, attraverso una forma antica collegata a diniegare, e indica appunto l’atto di negare qualcosa o rifiutare una richiesta. È un verbo piuttosto formale.
Nel silenzio-diniego, quindi il silenzio può produrre, nei casi previsti, l’effetto di un rifiuto.
Il verbo diniegare però difficilmente lo vedrete usato. Per esistere esiste, ma si usa veramente in casi rarissimi. Esiste anche dissentire (legato al dissenso), e questo si usa molto di più:
Mi sia consentito dissentire!
Mi consenta di dissentire!
Formale anche questo. La parola diniego si usa pertanto spesso al posto di “rifiuto” nei documenti amministrativi.
In un documento amministrativo è molto più probabile trovare diniego che rifiuto.
«La richiesta è stata oggetto di diniego.
Si usano anche “rifiuto” e “dissenso” nei documenti amministrativi, ma non sono perfettamente sinonimi di diniego. La distinzione è utile:
Rifiuto è una parola comune e corretta anche in ambito amministrativo. Indica il fatto di non accettare o non concedere qualcosa. «La richiesta è stata rifiutata.»
Diniego è un termine più tecnico e formale, molto frequente nel diritto amministrativo. Indica il rifiuto di una richiesta o di un’istanza. «L’amministrazione ha adottato un provvedimento di diniego.»
Dissenso infine, significa invece mancanza di accordo, cioè avere un’opinione diversa o non condividere una proposta/decisione. Non significa necessariamente rifiuto. «L’amministrazione ha espresso il proprio dissenso rispetto alla proposta.
Quindi non l’ha rifiutata, ma semplicemente non è daccordo.
Tornando a bomba, Il silenzio-diniego e il silenzio-assenso esistono solo nei casi espressamente previsti dalla legge. Volete un esempio per entrambi? Silenzio diniego: Quando scade il termine fissato dalla legge senza che l’amministrazione risponda, (tipo 60 giorni) il silenzio non è una semplice mancanza (silenzio-inadempimento), ma vale come un vero e proprio diniego forma
Silenzio-assenso: Immagina di voler aprire la tua attività commerciale: Tu presenti la domanda.Invii cioè al Comune una comunicazione ufficiale per dire che stai per aprire il negozio. Il Comune ha 60 giorni di tempo per controllare che tutti i tuoi documenti e requisiti siano in regola. Il Comune però non dice nulla: Passano i 60 giorni e il Comune non ti contatta mai. Non ti manda un “sì” e non ti manda un “no”. Dal 61° giorno, grazie al silenzio-assenso, sei ufficialmente autorizzato a tenere aperto il negozio. Il silenzio del Comune equivale a un “va bene, puoi procedere”.
Comunque se volete potete usare scherzosamente le due espressioni anche in contesti informali.
— Allora, stasera andiamo a mangiare una pizza?
— Io non ho ancora risposto, ma considera il mio silenzio come un silenzio-assenso!
Oppure:
— Ieri ho chiesto alla mia fidanzata come mai non si è fatta più sentire dopo che abbiamo litigato. Le ho spedito un whatsapp chiedendole: “ma siamo ancora fidanzati?” Non ho ricevuto alcuna risposta. Immagino che questo sia senza dubbio un esempio di silenzio-diniego…
E’ tutto per oggi. Adesso il ripasso:
Carmen: Hai visto? Marco mi ha scritto ieri dopo quasi tre anni di silenzio. Non ha detto niente di preciso, mi ha solo chiesto come sto. Io sinceramente non so come interpretarlo.
Angela: Beh, delle due l’una: o vuole riallacciare i rapporti, oppure sta semplicemente cercando di capire se sei ancora disponibile. Il fatto che tu non gli abbia risposto potrebbe essere interpretato come un diniego, ma non necessariamente.
Carmen: Sono ancora in dubbio e piuttosto titubante. Non vorrei palesare troppo presto il mio interesse, soprattutto visto econsiderato come sono andate le cose tra noi.
Ulrike: Secondo me sei troppo prudente. Se lui fosse davvero interessato, prima o poi dovrebbe dirti chiaramente cosa vuole. Se invece continua a essere così reticente e riluttante, il suo interesse rimane tutto da dimostrare.
Estelle: Però, in via amichevole, potresti almeno rispondergli. Non significa dargli il tuo assenso a tornare insieme. Potresti semplicemente vedere che intenzioni ha. E, se decidete di parlarne, io lo farei a portechiuse, senza far sapere troppo presto agli altri che vi siete risentiti.