Per carità

Per carità

episodio 1289

Trascrizione

Per carità

Oggi parliamo di una piccola espressione italiana che, a seconda della situazione, può voler dire cose completamente diverse: “per carità”.

Partiamo dalla carità.

La carità, in generale, è l’aiuto che diamo a qualcuno che ha bisogno.

Per esempio, possiamo fare della carità dando qualcosa a una persona povera o aiutando qualcuno che si trova in difficoltà. Un gesto caritatevole o compassionevole, si dice in questi casi.

Ma noi italiani abbiamo preso questa parola e l’abbiamo messa dentro un’espressione che usiamo continuamente: “per carità!”

E qui cominciano i problemi per chi studia italiano.

Perché se un italiano vi dice “per carità!”, non è detto che stia parlando di carità!

Può essere, perché quando si fa qualcosa, come una donazione, per carità vuol dire che siamo mossi da un sentimento caritatevole.

Spesso però l’espressione “per carità” si usa in modo diverso.

Vi racconto una scena.

Qualche giorno fa ero a pranzo con un amico.

A un certo punto gli dico:

Giuseppe, vuoi un altro pezzo di pizza?

E lui:

Per carità!

In realtà voleva semplicemente dire:

“Assolutamente no! Sono pieno!”

Quindi questo è il primo uso. In questo caso spesso l’espressione diventa “per carità di Dio” per enfatizzare il concetto. Questo uso del tutto equivalente a “per l’amor del cielo!”.

“Per carità!” può quindi significare “assolutamente no!”, oppure “no, ti prego!”.

Non vale solo per la pizza ovviamente:

Vuoi un altro pezzo di torta?

Per carità! Sono già pieno!

Oppure:

Vuoi venire di nuovo al centro commerciale sabato?

Per carità di Dio! Ci sono stato ieri! Troppa folla di sabato per i miei gusti.

In questi casi è un rifiuto abbastanza deciso.

Ma attenzione, perché la stessa espressione può avere un significato quasi opposto.

Immaginate che un amico mi chieda com’è andata in pizzeria.

Io potrei rispondere così:

Per carità, la pizza era buonissima, però mi è rimasta sullo stomaco.

Qui adesso non sto dicendo “assolutamente no”.

Anzi, sto ammettendo che la pizza era buonissima.

È come se dicessi:

“Lo riconosco, è vero, non voglio negarlo, però…”

E infatti spesso dopo “per carità” troviamo proprio “ma” o “però”. È un modo per edulcorare una critica in fondo. Un modo per indorare la pillola. Si dice anche così. Quest’ultima espressione la spiegherò in un altro episodio.

Per esempio:

Per carità, Marco è simpaticissimo, però arriva sempre in ritardo.

Quindi non sto criticando Marco in tutto e per tutto. Sto dicendo: “Sì, è vero, è simpatico. Però c’è un problema”.

E questa cosa è molto italiana, perché spesso prima di fare una critica cerchiamo di mettere le mani avanti altri esempi::

Per carità, non voglio dire che la tua sia una cattiva idea…

E poi, naturalmente, arriva la critica!

Per carità, non voglio dire che sia una cattiva idea, però forse potremmo pensarci ancora un po’.

Che, tradotto dal diplomatico all’italiano normale, potrebbe significare:

“Secondo me è una pessima idea!”.

Anche in questo caso si può usare “per carità di Dio” anche se Dio non c’entra proprio nulla…

Ma c’è anche un terzo uso.

“Per carità” può servire per fare una richiesta con più forza, quasi come “ti prego”.

Per esempio, immaginate una mamma che sta cercando di far dormire il bambino.

Finalmente il bambino si addormenta.

Il papà entra nella stanza e comincia a parlare ad alta voce.

E la mamma:

Non urlare, per carità! Il bambino dorme!

Qui “per carità” significa più o meno:

“Ti prego, non farlo!”

Oppure:

Chiudi la porta, per carità! Entra tutto il freddo!

Anche qui non c’è nessun rifiuto e nessuna critica. È semplicemente un modo per dare più forza alla richiesta. E anche in questo caso spesso si chiama in causa impropriamente Dio.

E quindi abbiamo tre “per carità” diversi.

“Vuoi un altro pezzo di torta?”

Per carità!

Cioè: assolutamente no!

Per carità, la torta era buonissima, però era troppo dolce.

Cioè: lo ammetto, era buona, ma…

E infine:

Non mangiare tutto, per carità, lascia qualcosa anche agli altri!

Cioè: ti prego, non farlo!

Insomma, è sempre la stessa espressione, ma il significato cambia completamente a seconda della situazione.

Naturalmente anche il tono che si usa è importante. Il tono trasmette e accompagna l’emozione. La gestualità è poi la terza variabile.

Gli occhi che guardano in alto e l’espressione del viso spessissimo rendono le parole quasi superflue. Che volete… Siamo italiani!

M1: ci tocca il ripasso adesso. Per carità non troppo lungo però. Mi raccomando. Confido in voi ragazzi.

M2: Per carità, non mettiamoci anche a discutere adesso. Allora meglio che io lasci che sia un altro membro a aprire le danze.

M3: Io, per carità, non voglio fare una scenata, però qualcuno dovrà pur spiegarmi perché sono finita nella lista delle persone deputate al ripasso. Questo poi mi sembra persino più difficile del solito. No?

M4: Per carità, può anche darsi. Però proviamoci dai. Non sarà mica la fine del mondo. Poi se viene una porcata, Gianni dovrà metterci le mani. Che sarà mai!

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La postura

La postura

episodio 1288

Trascrizione

Cos’è la postura? Vediamolo insieme.

La postura è, innanzitutto, il modo in cui teniamo il corpo quando siamo in piedi, quando siamo seduti o quando camminiamo.

Voi direte: non si chiama posizione quella? La posizione del corpo? Non si chiama così?

Tipo:

«Mettiti in una posizione comoda.»

Oppure:

«In quale posizione devo tenere la gamba?»

Ma allora perché esiste la parola postura?

Beh, il significato non è proprio lo stesso in effetti.

La posizione indica semplicemente dove e come si trova una parte del corpo, o il corpo intero, in un determinato momento.

La postura, invece, riguarda soprattutto il modo abituale o corretto in cui teniamo il corpo. E poi la postura serve anche a comunicare…

Vediamolo un passo alla volta.

Possiamo avere una buona postura, per esempio quando teniamo la schiena dritta, le spalle rilassate e la testa nella posizione corretta.

Al contrario, possiamo avere una postura scorretta, magari perché passiamo molte ore davanti al computer oppure perché siamo abituati a stare curvi.

Ma come dicevo la parola postura non riguarda soltanto il corpo.

In italiano possiamo parlare anche della postura di una persona per descrivere il suo atteggiamento, il modo in cui si pone nei confronti degli altri.

Entra in gioco il verbo porsi. C’è un episodio in merito. Come ci si pone nei confronti degli altri? Ebbene, come ci si pone dipende anche dalla propria postura.

Per esempio, durante una riunione, una persona può assumere una postura molto rigida, quasi aggressiva. Un’altra, invece, può avere una postura più rilassata e disponibile al dialogo.

In questo caso non stiamo necessariamente parlando della posizione della schiena o delle gambe. Stiamo parlando del modo in cui una persona si presenta, anche dal punto di vista psicologico o comunicativo.

E qui arriviamo a un uso molto interessante della parola.

Si può parlare anche di una postura politica, per esempio. Un governo, un partito o un politico può assumere una determinata postura nei confronti di una questione.

In questo caso postura significa più o meno atteggiamento, posizione, orientamento.

Per esempio:

«Il governo ha assunto una postura prudente nei confronti della crisi.»

È un’espressione piuttosto formale. Nel linguaggio comune diremmo più semplicemente:

«Il governo ha assunto un atteggiamento prudente.»

Quindi postura può suggerire non soltanto ciò che una persona pensa, ma anche il modo in cui decide di presentarsi e di comportarsi.

Gli italiani, soprattutto nelle situazioni sociali, prestano spesso molta attenzione a come ci si presenta agli altri.

Non significa necessariamente essere eleganti o vestirsi bene. Può riguardare anche il modo di stare seduti, di camminare, di salutare, di stringere la mano, di guardare una persona negli occhi, di parlare e persino di gesticolare.

Pensate, per esempio, a una persona che entra in un ufficio per un colloquio di lavoro.

Può avere un curriculum perfetto, ma se entra con le spalle curve, evita lo sguardo dell’interlocutore, parla a voce bassissima e si siede in una posizione completamente chiusa, potrebbe trasmettere un’impressione di insicurezza.

Al contrario, una postura aperta e naturale può comunicare sicurezza e disponibilità.

Attenzione però: non bisogna esagerare.

Stare con la schiena rigidissima, il petto in fuori e il mento sollevato non significa necessariamente essere sicuri di sé. Potremmo dare addirittura l’impressione di essere altezzosi, cioè di sentirci superiori agli altri. Una caratteristica che abbiamo incontrato nell’audio libro dedicato ai segni zodiacali dove vi ho spiegato come descrivere le persone e il loro carattere.

Ricordate il segno zodiacale che a volte ha questa caratteristica di altezzosità? Evidentemente non capisce che è tradito dalla propria postura.

Certo, la postura poi può comunicare cose diverse da paese a paese.

Anche la distanza che teniamo quando parliamo con qualcuno, il contatto fisico, lo sguardo e la gestualità possono cambiare molto da una cultura all’altra.

Per questo, quando si impara una lingua straniera, non basta imparare le parole.

Bisogna imparare anche, per quanto possibile, la postura culturale delle persone che quella lingua la parlano.

Parliamo del loro modo di porsi, le loro abitudini, ciò che viene considerato educato o maleducato, formale o informale, rispettoso o invadente.

Quindi, quando incontrate un italiano, non fate attenzione soltanto a quello che dice.

Osservate anche come si pone.

Perché a volte la postura dice quasi quanto le parole. E allora, se volete, potete fare un po’ di ginnastica posturale, in palestra, ma non servirà per cambiare il vostro modo di porvi nei confronti degli altri. Almeno però starete più dritti con la schiena!

Adesso vediamo un ripasso degli episodi precedenti.

Ulrike: adesso che conosco la parola postura non faccio che pensare a come tengo la schiena: provo e riprovo, mi metto dritta, poi mi rilasso e torno alla postura di prima!

Marcelo: A me succede il contrario: quando sono concentrata ho una postura perfetta, ma appena comincia l’andirivieni in ufficio mi ritraggo sulla sedia.

Anne Marie: A chi lo dici! Ieri il fisioterapista mi ha fatto pelo e contropelo sulla postura e mi ha detto che, ove mai continuassi a stare così incurvato, prima o poi arriveranno i postumi. E non mancheranno le avvisaglie!

Julien: già! E poi se capiterà a me mi chiameranno “lo storto. Infatti, metti che uno cammini sempre con le spalle curve… a forza di farlo, quella postura può diventare quasi il suo marchio di fabbrica! Per carità! Vado subito a segnarmi in palestra!

https://youtube.com/shorts/DhqqUSzxlqU?is=Uk06S4JK2d5PBRYz

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Accidente, incidente o… accidenti?

Accidente, incidente o… accidenti? (scarica audio)

episodio 1287

Trascrizione

Oggi Estelle dalla Francia mi ha fatto una domanda interessante:

«Qual è la differenza tra accidente e incidente?».

Allora, la prima cosa da dire è che accidente e incidente sono due parole diverse, anche se possono sembrare simili.

Iniziamo da accidente.

Un accidente è qualcosa di imprevisto. Ma attenzione: oggi questa parola si usa soprattutto per indicare un malanno, una malattia improvvisa.

Per esempio, se dico:

«Spero che ti prenda un accidente!»

non sto certo augurando a qualcuno un viaggio alle Maldive!

Gli sto augurando, scherzosamente, un malanno, qualcosa d’improvviso che lo colpisca.

Ma c’è anche un’altra parola molto simile: accidenti!

Accidenti è il plurale di accidente, questo è vero, ma generalmente si usa come esclamazione.

«Accidenti, ho dimenticato le chiavi!»

Qui non c’è nessun articolo: non diciamo «un accidenti».

Accidenti! è un’esclamazione e può esprimere sorpresa, rabbia, stupore o anche ammirazione.

«Accidenti, che bella macchina!»

Quindi: un accidente è un sostantivo; accidenti! è un’esclamazione.

Però c’è un’esclamazione che unisce i due significati. Sto parlando di:

«Accidenti a te! Non sei mai puntuale!»

«Accidenti a loro! Perché non sono venuti alla mia festa?»

Qui sembra che si stia augurando un male a qualcuno, un accidene, appunto. In realtà è solo una espressione che si utilizza spesso in senso scherzoso.

Infatti possiamo indirizzare questi accidenti anche a noi stessi (il che sarebbe strano, no?):

«Accidenti a me!»

E poi in reltà possiamo rivolgerle non solo a persone. Es:

«Accidenti a quando non c’ho pensato prima a questa soluzione!»

Qui chiaramente viene a perdersi l’augurio (sebbene figurato) che capiti qualcosa di brutto a qualcuno.

E l’incidente?

L’incidente è un evento imprevisto che provoca un danno, un problema o comunque una situazione spiacevole.

Il caso più comune è l’incidente stradale:

«Ieri ho avuto un incidente con la macchina, ma per fortuna non mi sono fatto niente.»

Ma possiamo avere anche un incidente sul lavoro, un incidente diplomatico, oppure un piccolo incidente durante un viaggio.

Insomma, se inciampo, cado e mi faccio male, posso dire:

«Ho avuto un incidente»

Se invece qualcuno mi augura scherzosamente una malattia, posso sentirmi dire:

«Spero che ti prenda un accidente!»

E se quella stessa persona mi fa arrabbiare?

«Accidenti!»

Come esclamazione a sé stante non c’è male, ed è anche abbastanza educata, considerando che nella maggioranza dei casi si preferiscono esclamazioni più colorite, come:

Cavolo! (Questa non è molto colorita…)

Cazzo! (questa sì)

Cribbio (abbastanza educata e contenuta)

Porca troia! Porca Puttana! Porca zozza! (più o meno volgari, tutte comunque informali)

Anche “perbacco” e “mannaggia” vanno bene e si usano spesso, ma in merito vi rimando ad un episodio dedicato alle esclamazioni sul “disappunto” in cui si è accennato anche a “accidenti”.

Adesso passiamo al ripasso. Accidenti, quasi lo avevo dimenticato!

Flora: Ieri sera, purtroppo, sono stata sotto l’aria condizionata perché non c’era altro posto a sedere e, stamattina, mi sono svegliata con un brutto accidente: ho la gola infiammata e il naso che mi cola.

 

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All’inverosimile

All’inverosimile (scarica audio)

episodio 1286

Trascrizione

Oggi parliamo di un modo particolare e molto comune, di usare la parola inverosimile.

Abbiamo già incontrato questo termine in altri episodi sebbene ma solo di sfuggita.

Allora vi parlo prima di tutto della parola inverosimile, che deriva da verosimile, un aggettivo che significa credibile, qualcosa che si può credere che sia vero.

Inverosimile allora indica, all’opposto, qualcosa di molto strano, che sembra finto o impossibile da credere.

Inverosimile indica tutto ciò che non sembra vero, reale o probabile, qualcosa che non ha l’apparenza della realtà, qualcosa di incredibile.

Se parlo di “una storia inverosimile”, beh sto parlando di una storia poco credibile, che ha qualcosa che non la rende credibile. È una storia strana, che sembra magari poco logica o esagerata.

Potrei dire che è una storia assurda, ma così starei esagerando. Inverisimile va oltre la credibilità, ma non esageratamente oltre come l’assurdità.

Veniamo all’uso particolare di cui ci occupiamo oggi.

Sto parlando di “fino all’inverosimile“.

Questa espressione si usa per dire che qualcosa arriva a un livello talmente elevato, talmente eccessivo, da diventare quasi incredibile.

Per esempio:

Elettra per questo esame ha studiato fino all’inverosimile.

Che significa? Che ha studiato tantissimo, in modo davvero esagerato.

Oppure:

Questa persona è precisa fino all’inverosimile.

Cioè è talmente precisa da superare quasi ogni limite normale. È precisissima, in maniera quasi incredibile. Precisa da non credere.

“Fino all’inverosimile” si usa spesso per intensificare un comportamento, una qualità o una caratteristica.

È simile anche a dire “in modo estremo”, “in maniera esagerata”, “quasi oltre ogni limite”, ma con l’idea che il livello raggiunto sia quasi difficile da credere.

Possiamo anche dire:

Era geloso fino all’inverosimile.

Quel regolamento è complicato fino all’inverosimile.

Per questa vacanza ho riempito il portabagagli dell’auto fino all’inverosimile.

Parliamo sempre di un livello estremo.

Avrete notato che c’è una cosa interessante: inverosimile, preso da solo, descrive qualcosa che non sembra vero o credibile.

Nell’espressione “fino all’inverosimile”, invece, diventa quasi una misura dell’intensità.

Vi dirò che a volte si può anche omettere “fino” e ciò che resta è “all’inverosimile“. Il senso non cambia.

Ho riempito l’auto all’inverosimile

Mario era geloso all’inverosimile

La forma abbreviata comunque è meno usata.

Come consiglio vi dico che è sempre meglio conservare la forma completa: fino all’inverosimile.

Se volessi collegare questo episodio con altri episodi di italiano semplicemente, direi che ce ne sono molti che hanno un legame.

Quelli più attinenti all’argomento sono probabilmente:

Plausibile

A dismisura

Smodato

Il colmo

Sopra le righe

Date un’occhiata se volete a questi episodi così farete un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Danielle: a proposito di inverosimile, ho letto del Miracolo del sangue di San Gennaro. Veramente poco plausibile come storia.

Marcelo: beh, altrimenti che miracolo sarebbe?

Carmen: il colmo è che la chiesa, benché abbia una spiegazione probabile, pone il veto all’apertura dell’ampolla dove si trova il sangue.

Anne Marie: beh, vorrà dire che il fascino di questa tradizione secolare è destinata a perdurare.

Carmen: e allora chi vorrà assicurarsi che si tratta veramente di sangue e nient’altro, dovrà aspettare.

M6: non che io non creda ai miracoli, per carità. È che mi chiedo a cosa serve.

Christophe: con ogni probabilità, immagino che san Gennaro stesso se lo chiederebbe.

Flora: Ma che ne sappiamo noi dei miracoli? Va bene così in fondo. Come si suol dire, il mondo è bello perché è vario. Lo stesso dicasi dell’Italia!

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Sovvenire e “non mi sovviene”

Sovvenire (scarica audio)


episodio 1285

Trascrizione

Oggi parliamo di un verbo un po’ particolare: sovvenire.

È un verbo che probabilmente non usate tutti i giorni. Anzi, se lo usate troppo spesso, rischiate di sembrare un po’ ricercati!

Sovvenire ha avuto diversi significati nel corso della storia della lingua italiana, ma oggi ci interessa soprattutto un significato: ricordare, venire in mente.

Dunque è un verbo utilissimo come avrete capito.

Per esempio:
Come si chiama quel tizio che abbiamo incontrato poco fa?
In questo momento non mi sovviene il suo nome.

Cioè: non mi ricordo il suo nome, non mi viene in mente il suo nome.

Attenzione però alla costruzione.

Non diciamo normalmente:

«Io non sovvengo il suo nome.»

Il soggetto è infatti la cosa che viene in mente, non la persona che cerca di ricordarla.

Quindi:

«Mi sovviene il nome di quel ristorante.»

significa:

«Mi viene in mente il nome di quel ristorante.»

E se non ce lo ricordiamo:

«Non mi sovviene il nome di quel ristorante.»

C’è da dire che la forma negativa si usa molto più di frequente.

È un modo elegante, formale e anche un po’ antiquato di parlare. Ma forse, più che antiquato, meglio dire letterario.

Nella conversazione quotidiana è molto più naturale dire «non mi ricordo» oppure «non mi viene in mente».

Ma proprio per questo sovvenire può essere usato anche con una certa ironia.

Immaginate, per esempio, due amici che stanno cercando di ricordare il nome di una persona:

«Come si chiama quell’attore italiano che abbiamo visto ieri?»

«Non mi sovviene.»

«Dai, è famosissimo!»

«Ti ho detto che non mi sovviene!»

Qui l’espressione fa sorridere proprio perché è molto più ricercata rispetto alla situazione.

C’è poi un’altra cosa importante.

Sovvenire può avere anche il significato di aiutare o soccorrere, ma questo uso è ancora più letterario e oggi non appartiene normalmente alla lingua comune.

Quindi, se vedete una frase come:

«I passanti hanno sovvenuto l’uomo ferito»,

non è il modo normale di parlare. È molto più naturale dire:

«I passanti hanno soccorso l’uomo ferito.»

Insomma, se volete usare sovvenire senza rischiare di suonare troppo solenni, il caso più interessante è proprio quello legato al ricordo:

«Mi sovviene…» = «Mi viene in mente…»

e

«Non mi sovviene…» = «Non mi ricordo / non mi viene in mente…»

E mi raccomando: non dite «mi sovviene in mente».

Perché? Perché sovvenire, in questo significato, contiene già l’idea di qualcosa che viene alla mente. Aggiungere «in mente» è quindi superfluo.

E adesso, se vi chiedessi il nome di quel film italiano che abbiamo citato qualche settimana fa?

Beh… non mi sovviene! E adesso possiamo al ripasso:: vi sovviene qualche ricordo del passato che vale la pena di utilizzare per ripassare qualche episodio passato?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Come sapete, l’arrivo in Europa per partecipare alla riunione dei membri di italiano semplicemente per me è stato complicato a causa del cambio dell’orario dei voli che ho subito.

Carmen: mannaggia! Mi viene in mente il commento di un amico che ha avuto lo stesso problema. Mi ha consigliato di fare una disamina del Regolamento sugli obblighi delle compagnie aeree in caso di inadempimento.

José: Sì! L’ho fatto anch’io e ho scoperto che mi spetta un indennizzo pari a 600 €! Almeno gli ho alleggerito un po’ il portafogli!

Estelle: Ben detto! Comunque non dirlo a me! Una volta ci sono passato anch’io e alla fine mi hanno pagato 500 €! Tutto sommato, non sono andato in pari e ci ho rimesso qualche euro, ma almeno mi hanno dato un contentino!

Julien: chiamalo contentino! Buttali via 500 Euro!

Estelle: Mica bruscolini! Quasi quasi bisogna sperare in un ritardo!

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