Oggi parliamo di un verbo un po’ particolare: sovvenire.
È un verbo che probabimente non usate tutti i giorni. Anzi, se lo usate troppo spesso, rischiate di sembrare un po’ ricercati!
Sovvenire ha avuto diversi significati nel corso della storia della lingua italiana, ma oggi ci interessa soprattutto un significato: ricordare, venire in mente.
Dunque è un verbo utilissimo come avrete capito.
Per esempio:
Come si chiama quel tizio che abbiamo incontrato poco fa?
In questo momento non mi sovviene il suo nome.
Cioè: non mi ricordo il suo nome, non mi viene in mente il suo nome.
Attenzione però alla costruzione.
Non diciamo normalmente:
«Io non sovvengo il suo nome.»
Il soggetto è infatti la cosa che viene in mente, non la persona che cerca di ricordarla.
Quindi:
«Mi sovviene il nome di quel ristorante.»
significa:
«Mi viene in mente il nome di quel ristorante.»
E se non ce lo ricordiamo:
«Non mi sovviene il nome di quel ristorante.»
C’è da dire che la forma negativa si usa molto più di frequente.
È un modo elegante, formale e anche un po’ antiquato di parlare. Ma forse, più che antiquato, meglio dire letterario.
Nella conversazione quotidiana è molto più naturale dire «non mi ricordo» oppure «non mi viene in mente».
Ma proprio per questo sovvenire può essere usato anche con una certa ironia.
Immaginate, per esempio, due amici che stanno cercando di ricordare il nome di una persona:
«Come si chiama quell’attore italiano che abbiamo visto ieri?»
«Non mi sovviene.»
«Dai, è famosissimo!»
«Ti ho detto che non mi sovviene!»
Qui l’espressione fa sorridere proprio perché è molto più ricercata rispetto alla situazione.
C’è poi un’altra cosa importante.
Sovvenire può avere anche il significato di aiutare o soccorrere, ma questo uso è ancora più letterario e oggi non appartiene normalmente alla lingua comune.
Quindi, se vedete una frase come:
«I passanti hanno sovvenuto l’uomo ferito»,
non è il modo normale di parlare. È molto più naturale dire:
«I passanti hanno soccorso l’uomo ferito.»
Insomma, se volete usare sovvenire senza rischiare di suonare troppo solenni, il caso più interessante è proprio quello legato al ricordo:
«Mi sovviene…» = «Mi viene in mente…»
e
«Non mi sovviene…» = «Non mi ricordo / non mi viene in mente…»
E mi raccomando: non dite «mi sovviene in mente».
Perché? Perché sovvenire, in questo significato, contiene già l’idea di qualcosa che viene alla mente. Aggiungere «in mente» è quindi superfluo.
E adesso, se vi chiedessi il nome di quel film italiano che abbiamo citato qualche settimana fa?
Beh… non mi sovviene! E adesso possiamo al ripasso:: vi sovviene qualche ricordo del passato che vale la pena di utilizzare per ripassare qualche episodio passato?
Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Chi non conosce questo termine potrebbe pensare che ha qualcosa in comune con l’anima! E invece no!!
L’anima non c’entra nulla. Anche perché non si scrive allo stesso modo. La emme e la enne sono invertite.
Disamina è un sostantivo e la domanda è: indica qualcosa che viene esaminato? Deriva quindi dal verbo esaminare?
Sì, deriva da esaminare, ma non indica qualcosa che viene esaminato. Disamina indica piuttostol’esame stesso, l’analisi approfondita, accurata, dettagliata, attenta di qualcosa.
Se faccio la disamina di un problema, per esempio, significa che analizzo quel problema attentamente, esaminandone i vari aspetti.
Possiamo quindi dire che una disamina è una sorta di analisi dettagliata, spesso con l’obiettivo di arrivare a una valutazione o a una conclusione.
Ma attenzione, perché c’è un’altra cosa interessante.
Disamina deriva da disaminare, che è una variante antica di esaminare. E come si usa questa parola?
Per esempio:
Il rapporto contiene una disamina dettagliata della situazione economica.
Cioè: il rapporto analizza ed esamina dettagliatamente la situazione economica.
Oppure:
Prima di prendere una decisione, è necessaria un’attenta disamina dei dati.
In questo caso la disamina è l’analisi approfondita dei dati.
È una parola abbastanza formale, che troviamo soprattutto nella lingua scritta, per esempio in testi giornalistici, amministrativi, politici o professionali.
Nel linguaggio quotidiano, probabilmente diremmo più semplicemente analisi, esame, valutazione o approfondimento.
Vi faccio notare poi che il verbo disaminare esiste ma si usa di rado. Oggi si preferisce quasi sempre usare “esaminare” o la formula “fare una disamina“.
Quindi, quando incontrate la parola disamina, non pensate all’anima! Pensate piuttosto a qualcuno che prende qualcosa, lo esamina per bene, cioè lo esamina come si deve e ne analizza tutti gli aspetti.
Una disamina insomma, è un’analisi fatta con attenzione, con scrupolo. Qualcosa fatto a modo, potremmo anche dire.
Potrebbe venire in mente una questione parlando della disamina. Parlo del prefisso “dis”.
In questo caso non è il prefisso “dis-” con valore negativo o oppositivo, come in disonesto, disaccordo, disfare.
Il termine disamina non si usa normalmente nel linguaggio comune proprio perché è abbastanza formale. Allora in normali conversazioni meglio usare parole più semplici e comuni, come analizzare, esaminare, valutare, e, a posto di disamina, meglio usare semplicemente esame e analisi.
Per esempio, invece di dire:
Facciamo una disamina del problema
possiamo dire:
Analizziamo il problema
Oppure:
Esaminiamo il problema
Oppure
Facciamo una analisi attenta/accurata del problema.
In un contesto professionale o in un testo scritto, invece, disamina può essere perfettamente appropriato.
Quindi, se incontrate questa parola, niente panico e soprattutto niente anima! Pensate semplicemente a una analisi approfondita. Adesso ripassiamo parlando proprio di disamina.
Oggi parliamo del silenzio-assenso, che è un’espressione molto usata soprattutto nel linguaggio burocratico e amministrativo. C’è di mezzo il rapporto tra i cittadini e l’amministrazione pubblica, cioè lo Stato.
Significa, in parole semplici:
Se l’amministrazione non risponde entro un determinato termine, entro un certo numero di gioeni, il suo silenzio può valere come un “sì”.
Il “silenzio” quindi è da intendere come una mancata risposta da parte dell’amministrazione,mentre l’assenso è un si, è un “va bene”. Viene dal verbo assentire, che significa “dire si”. L’assenso è l’opposto del dissenso, che significa quindi “dire no”. Assenso sta quindi per “essere d’accordo”, mentre dissenso sta per “non essere d’accordo”.
In questo caso, il silenzio viene interpretato come consenso, cioè come un’autorizzazione.
Questa è l’idea del silenzio-assenso.
Nella pubblica amministrazione il meccanismo può verificarsi quando un cittadino presenta una domanda a un’amministrazione pubblica.
Per esempio:
Ho presentato una richiesta per ottenere un’autorizzazione.
L’amministrazione ha un certo periodo di tempo per rispondere.
Il termine scade e non arriva nessuna risposta.
Se la legge prevede il silenzio-assenso per quel procedimento, la mancata risposta (cioè il silenzio) equivale all’accoglimento della domanda. La domanda viene accolta.
Quindi quella autorizzazione viene concessa senza che l’amministrazione l’abbia approvata espressamente. Si dice in questi casi che vale la regola del silenzio assenso.
Attenzione: questo non significa che ogni silenzio sia un sì.
Questo è il punto più importante.
Il silenzio-assenso non è una regola generale per qualsiasi richiesta. È un istituto giuridico (si chiama così) previsto dalla legge e, soprattutto nel diritto amministrativo, esistono eccezioni e casi in cui il silenzio non produce l’accoglimento della domanda. Anzi, spesso è esattamente l’opposto, come vedremo.
Perciò non possiamo dire semplicemente:
«Se la Pubblica Amministrazione non risponde, allora ho ottenuto quello che chiedevo».
Bisogna verificare che tipo di procedimento è e quale disciplina si applica.
Attenzione perché a questo punto devo dirvi che esiste anche il silenzio-diniego. Si può chiamaer anche o silenzio-rifiuto.
Ma come? Non dovrebbe chiamarsi silenzio-dissenso?
Ebbene no! Si chiama solenzio-diniego.
Infatti, benché l’opposto di assenso sia il dissenso – questa almeno è la parola più logicamente legata all’opposto di assenso – si usa in questi casi la parola diniego. Il diniego è nei fatti non solo un no, ma è un respingimento di una richiesta. Il respingimento è l’opposto dell’accoglimento.
Diniego deriva dal verbo negare, attraverso una forma antica collegata a diniegare, e indica appunto l’atto di negare qualcosa o rifiutare una richiesta. È un verbo piuttosto formale.
Nel silenzio-diniego, quindi il silenzio può produrre, nei casi previsti, l’effetto di un rifiuto.
Il verbo diniegare però difficilmente lo vedrete usato. Per esistere esiste, ma si usa veramente in casi rarissimi. Esiste anche dissentire (legatpo al dissenso), e questo si usa molto di più:
Mi sia consentito dissentire!
Mi consenta di disentire!
Formale anche questo. La parola diniego si usa pertanto spesso al posto di “rifiuto” nei documenti amministrativi.
In un documento amministrativo è molto più probabile trovare diniego che rifiuto.
«La richiesta è stata oggetto di diniego.
Si usano anche “rifiuto” e “dissenso” nei documenti amministrativi, ma non sono perfettamente sinonimi di diniego. La distinzione è utile:
Rifiuto è una parola comune e corretta anche in ambito amministrativo. Indica il fatto di non accettare o non concedere qualcosa. «La richiesta è stata rifiutata.»
Diniego è un termine più tecnico e formale, molto frequente nel diritto amministrativo. Indica il rifiuto di una richiesta o di un’istanza. «L’amministrazione ha adottato un provvedimento di diniego.»
Dissenso infine, significa invece mancanza di accordo, cioè avere un’opinione diversa o non condividere una proposta/decisione. Non significa necessariamente rifiuto. «L’amministrazione ha espresso il proprio dissenso rispetto alla proposta.
Quindi non l’ha rifiutata, ma semplicemente non è daccordo.
Tornando a bomba, Il silenzio-diniego e il silenzio-assenso esistono solo nei casi espressamente previsti dalla legge. Volete un esempio per entrambi? Silenzio diniego: Quando scade il termine fissato dalla legge senza che l’amministrazione risponda, (tipo 60 giorni) il silenzio non è una semplice mancanza (silenzio-inadempimento), ma vale come un vero e proprio diniego formale
.
Silenzio-assenso: Immagina di voler aprire la tua attività commerciale:
Tu presenti la domanda:
Invii al Comune una comunicazione ufficiale per dire che stai per aprire il negozio.
Il Comune ha 60 giorni di tempo per controllare che tutti i tuoi documenti e requisiti siano in regola.
Il Comune però non dice nulla: Passano i 60 giorni e il Comune non ti contatta mai. Non ti manda un “sì” e non ti manda un “no”. Dal 61° giorno, grazie al silenzio-assenso, sei ufficialmente autorizzato a tenere aperto il negozio. Il silenzio del Comune equivale a un “va bene, puoi procedere”.
Comunque se volete potete usare scherzosamente le due espressioni anche in contesti informali.
— Allora, stasera andiamo a mangiare una pizza?
— Io non ho ancora risposto, ma considera il mio silenzio come un silenzio-assenso!
Oppure:
— Ieri ho chiesto alla mia fidanzata come mai non si è fatta più sentire dopo che abbiamo litigato. Le ho spedito un whatsapp chiedendole: “ma siamo ancora fidanzati?” Non ho ricevito alcuna risposta. Immagino che questo sia senza dubbio un esempio di silenzio-diniego…
E’ tutto per oggi. Adesso il ripasso:
M1: Hai visto? Marco mi ha scritto ieri dopo quasi tre anni di silenzio. Non ha detto niente di preciso, mi ha solo chiesto come sto. Io sinceramente non so come interpretarlo.
M2: Beh, delle due l’una: o vuole riallacciare i rapporti, oppure sta semplicemente cercando di capire se sei ancora disponibile. Il fatto che tu non gli abbia risposto potrebbe essere interpretato come un diniego, ma non necessariamente.
Carmen: Sono ancora in dubbio e piuttosto titubante. Non vorrei palesare troppo presto il mio interesse, soprattutto visto econsiderato come sono andate le cose tra noi.
M3: Secondo me sei troppo prudente. Se lui fosse davvero interessato, prima o poi dovrebbe dirti chiaramente cosa vuole. Se invece continua a essere così reticente e riluttante, il suo interesse rimane tutto da dimostrare.
M4: Però, in via amichevole, potresti almeno rispondergli. Non significa dargli il tuo assenso a tornare insieme. Potresti semplicemente vedere che intenzioni ha. E, se decidete di parlarne, io lo farei a portechiuse, senza far sapere troppo presto agli altri che vi siete risentiti.
Benvenuti nella’episodio di oggi di ItalianoSemplicemente.it (oppure ItalianoSemplicemente.com, se preferite).
Oggi parliamo di un’espressione molto comune nel parlato italiano: “Senti chi parla!”.
Parliamo di incoerenza. L’incoerenza non è altro che la mancanza di coerenza.
È il prefisso in che ci fa capire questo. In “incoerenza”, infatti, in- è un prefisso con valore negativo, cioè indica la mancanza o il contrario di ciò che esprime la parola di base. Accade anche in molti altri casi, come nella parola inattivo che sta per non attivo
Oppure inutile = non utile
Invisibile = non visibile
Poi a volte
Inoltre, in- cambia forma davanti ad alcune consonanti, per adattarsi alla pronuncia:
impossibile, immobile, illogico, irregolare, irresponsabile, ma si tratta sostanzialmente dello stesso prefisso negativo, modificato per ragioni fonetiche.
Torniamo però all’incoerenza e alla esclamazione “senti chi parla”.
L’incoerenza è quando quello che una persona dice non è in accordo con quello che fa, oppure quando dice una cosa e poi ne fa un’altra che la contraddice. In pratica quando manca la coerenza c’è mancanza di accordo tra due cose, c’è una contraddizione. C’è una mancanza di logica.
Vediamo subito una situazione.
Marco entra in casa e vede Sabrina sul divano. Intorno a lei ci sono vestiti, libri, bicchieri e piatti.
Marco guarda la stanza e dice: Sabrina, ma come fai a vivere in questo caos?
Sabrina: Che vuoi?
Marco: Guarda qua! Non si riesce nemmeno a camminare. Devi essere un po’ più ordinata.
Sabrina lo guarda e scoppia a ridere. Allora dice a Marco:
Sabrina: E i piatti lasciati nel lavandino per tre giorni?
Marco rimane in silenzio per qualche secondo. Poi alla fine ammette: Va bene, forse hai ragione.
Ecco, questa è proprio la situazione tipica in cui possiamo usare questa espressione.
“Senti chi parla!” significa più o meno:
“Guarda chi sta parlando!”, ma il senso è simile a:
“Non posso credere alle mie orecchie”.
La usiamo quando qualcuno ci critica per qualcosa, ma quella persona ha esattamente lo stesso difetto. È chiaramente una espressione informale.
Per esempio, immaginiamo che un amico ci dica:
Devi smettere di arrivare sempre in ritardo!
E noi sappiamo che lui arriva sempre in ritardo.
Possiamo rispondere:
Senti chi parla!
Cioè: “Proprio tu mi vieni a parlare di puntualità?”
Di solito è un’espressione ironica, spesso usata per scherzare, anche se in alcuni contesti può avere un tono più polemico.
Quindi, la prossima volta che qualcuno vi critica per un difetto che ha anche lui o lei, potete sorridere e dire:
Senti chi parla!
Un’ultima osservazione.
Questa esclamazione è simile a un’altra, che abbiamo già visto.
Anzi, può sembrare simile ma non lo è affatto. Parlo di “a chi lo dici!” che infatti non si può usare in sostituzione di “senti chi parla”.
Infatti “senti chi parla!” ha un tono ironico e/o polemico. Si usa come abbiamo visto per evidenziare un’ipocrisia, quando una persona ti critica per un comportamento o un difetto che è il primo a commettere.
“A chi lo dici!” invece, se ricordate, ha un tono caloroso ed empatico. Si usa per esprimere totale solidarietà e condivisione di fronte a una situazione faticosa o negativa (“ti capisco perfettamente, ci sono passato anch’io”).
Infine, considerando che parliamo di critiche, ci sono altre due espressioni che abbiamo già trattato e che si avvicinano molto a “senti chi parla” che è più informale e più usata.
È tutto per oggi. Adesso il ripasso. Parliamo di coerenza e incoerenza.
Sofie: Non capisco, Giovanni dice di voler risparmiare e poi, a ben vedere, compra continuamente cose costose e inutili ad esclusivo uso e consumo . Quanto ai suoi familiari: nisba!
Carmen: Sì, e ieri era addirittura in preda all’entusiasmo per un nuovo acquisto, salvo poi lamentarsi che non arriva mai alla fine del mese.
Albéric: Ma senti chi parla! Tu predichitanto la coerenza e poi hai appena prenotato una vacanza senza nemmeno controllare quanto costa.
Julien: vabbè ragazzi, io sto partendo per la riunione dei membri. Vedetela voi! Non ho tempo per litigare. Levo le tende e ci sentiamo tra qualche giorno!
Questa è la lezione n.45 del Corso di Italiano professionale. Siamo all’interno della sezione n. 4 (lavorare i Italia) e oggi ci occupiamo di una problematica italiana, che probabilmente sarà presente anche in altri paesi, ma non ne sono così sicuro. Impareremo alcuni termini e espressioni italiane molto utili per capire alcune dinamiche tutte italiane.
L’espiosodio è riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.