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episodio 1239
Trascrizione

Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.
Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.
Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.
Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.
Facciamo qualche esempio.
Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:
Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.
Oppure, parlando di una persona poco loquace:
Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.
O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:
Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.
In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.
È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?
Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).
Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.
C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.
Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente—poche idee, pochi risultati, poche risorse—potrete dire tranquillamente:
“Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”
Ma perché usare la parola croce?
Bella domanda vero?
La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.
Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:
Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.
La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.
C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.
In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.
Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.
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