Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Descrizione: Scopriamo il verbo “esulare”: origine, significato, usi figurati ed esempi pratici per capire quando qualcosa è fuori tema o fuori ambito.
Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.
In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo del verbo articolare, un verbo molto interessante e piuttosto elegante della lingua italiana.
È un verbo che si incontra spesso nei giornali, nei discorsi politici, negli ambienti professionali e perfino nella medicina. Proprio per questo vale la pena conoscerlo bene. Devo dire che i ragazzi non lo usano quasi mai. Sono in grado però di capirlo perché si usa in molti contesti diversi. Potrei dire che se molti non lo usano è solo perché se ne può fare a meno,nel senso che è facilmente sostituibile con verbi simili. Però è elegante come verbo, quindi vale la pena di impararlo.
Partiamo dall’origine.
Il verbo deriva dal sostantivo articolazione, che a sua volta deriva dal latino articulus, cioè “piccola giuntura”.
Pensate alle articolazioni del corpo umano: il gomito, il ginocchio, il polso. Sono punti che collegano parti diverse permettendo il movimento.
Da questa idea di collegamento e organizzazione nascono tutti gli usi del verbo articolare.
Partiamo da articolare un discorso. Cos’è l’articolazione di un discorso?
Questo è probabilmente l’uso più frequente.
Articolare significa, in questo caso, esprimere qualcosa in modo ordinato, strutturato e comprensibile.
Se una persona ha molte idee in testa ma non riesce a esprimerle chiaramente, possiamo dire:
Giovanni oggi ha difficoltà ad articolare il proprio pensiero. Sarà ubriaco?
Oppure:
Il ministro ha articolato le sue proposte durante il dibattito.
In questo caso articolare non significa semplicemente parlare, ma parlare in modo organizzato.
Una persona agitata, ad esempio, potrebbe non riuscire ad articolare una risposta.
Alla domanda del giornalista, il sindaco riuscì a malapena ad articolare poche parole.
Qui il verbo assume il significato di pronunciare o formulare verbalmente qualcosa.
Possiamo però anche articolare un progetto, un piano o una strategia In ambito professionale e organizzativo.
Significa suddividere e organizzare in più parti coordinate tra loro.
Abbastanza simile all’articolazione di un discorso.
Ad esempio:
Il progetto è articolato in tre fasi.
L’iniziativa si articola su diversi livelli di intervento.
Abbiamo articolato il corso in dieci lezioni.
In questo caso il concetto è quello di struttura.
Ad esempio, un progetto ben articolato è un progetto ben organizzato.
La forma riflessiva è molto usata: articolarsi.
Partendo dall’ultimo esempio, se dico che abbiamo articolato il corso in dieci lezioni, possiamo anche dire che il corso si articola in dieci lezioni.
Quando diciamo che qualcosa si articola in varie parti, significa che è composto da più elementi collegati tra loro.
Il programma si articola in cinque moduli.
La conferenza si articola in due giornate.
Il romanzo si articola attorno alla figura del protagonista.
Quest’ultimo esempio introduce una costruzione molto frequente:
articolarsi attorno a
cioè svilupparsi intorno a un elemento centrale.
Passiamo ai suoni, cioè alla fonetica e alla linguistica.
Qui articolare significa produrre un suono mediante l’uso degli organi della parola, come lingua, labbra, denti e palato.
I linguisti parlano di:
Articolare una consonante;
Articolare una vocale;
Un punto di articolazione;
Un modo di articolazione.
Per esempio la lettera “p” viene articolata chiudendo e riaprendo rapidamente le labbra.
È un uso tecnico ma molto interessante.
Allora si può articolare anche una parola?
Certo. Il significato è vicino al precedente.
Quando una persona parla in modo chiaro possiamo dire:
Articola bene le parole.
Al contrario:
Parla troppo velocemente e non articola.
In questo caso il verbo indica una pronuncia nitida e comprensibile.
Quindi quando si parla, articolare ha due sensi diversi. Articolare un discorso ha il senso dell’organizzazione, articolare una parola o una lettera si riferisce alla pronuncia nitida, comprensibile.
Molti insegnanti di lingue invitano gli studenti a articolare meglio i suoni italiani.
Comunque si può articolare anche una parte del corpo.
Questo uso deriva direttamente dal significato originario.
In anatomia articolare significa collegare due o più ossa mediante un’articolazione.
Ad esempio:
Il femore si articola con il bacino.
Le dita sono articolate da numerose piccole giunture.
È un uso prevalentemente medico o scientifico. Normalmente,intendo le persone comuni non lo usano così questo verbo.
Sapete che si può articolare anche un ragionamento complesso.
Qui il verbo assume una sfumatura molto apprezzata in ambito accademico e professionale.
Non basta esporre un’idea.
Bisogna svilupparla, argomentarla e collegarla ad altre idee.
Il sindacato ha articolato una critica molto convincente al direttore.
L’avvocato ha articolato una difesa dettagliata delle proprie posizioni.
Un ragionamento articolato è ricco di sfumature e ben costruito.
Per finire vediamo alcune espressioni utili e molto usate.
Un fiscorso articolato, che è un discorso complesso ma ben organizzato.
Una struttura articolata (di un’azienda,di un’organizzazione, di un libro ecc) è composta da molte parti collegate.
Un sistema articolato è un sistema complesso, diciamo non elementare.
Invece articolare una risposta vuol dire formulare una risposta, in genere convincente.
Articolare una proposta significa presentarla in modo dettagliato.
Non bisogna confondere comunque articolare con complicare.
Una cosa articolata non è necessariamente complicata.
Un progetto può essere molto articolato e allo stesso tempo perfettamente chiaro.
Anzi, spesso articolare serve proprio a rendere più comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe confuso.
Quando articoliamo un discorso, una proposta o un progetto, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che fanno le articolazioni del nostro corpo: mettiamo insieme parti diverse affinché possano muoversi in modo armonioso.
E da che mondo è mondo, chi riesce ad articolare bene i propri pensieri ha sempre qualche possibilità in più di essere compreso dagli altri.
Per finire, meglio specificare che l’articolo non ha niente a che fare col verbo articolare. E neanche l’articolo di giornale.
Se leggete un articolo, non state necessariamente articolando qualcosa! E neanche se scrivo l’articolo “il” davanti ad una parola state articolando!
Se scrivete il tavolo, la casa o gli amici, non state articolando proprio niente!
Adesso nel ripasso di oggi vi invito a parlare di problemi alle articolazioni.
Karin: basta coi cazziatoniperò! Non è molto edificantecome lezione! Questo doveva essere un Innocente ripasso e invece, come al solito, abbiamo degenerato.
Benvenuti a tutti e bentrovati a un nuovo episodio dedicato al linguaggio della politica italiana.
Oggi parliamo di un’espressione che sentiamo spesso nei telegiornali e nei resoconti parlamentari: Question Time.
Come avrete notato, non si tratta di un’espressione italiana. È inglese e significa letteralmente “tempo delle domande”.
In Italia, però, non viene quasi mai tradotta. Si usa proprio così: question time.
Ma di che cosa si tratta esattamente?
Il question time è una particolare seduta del Parlamento durante la quale i parlamentari rivolgono domande al Governo e ricevono risposte immediate dai ministri o dal Presidente del Consiglio.
L’obiettivo è quello di permettere un confronto diretto e pubblico su questioni di attualità, problemi urgenti o decisioni politiche particolarmente rilevanti.
Potremmo dire che è una sorta di interrogazione scolastica, ma al contrario: non è il professore a fare le domande agli studenti, bensì sono i parlamentari a interrogare il Governo.
Quando ascoltate un giornalista dire:
Oggi, durante il question time alla Camera, il ministro dell’Economia ha risposto alle critiche dell’opposizione
significa che il ministro è stato chiamato a fornire spiegazioni pubbliche su un determinato argomento.
L’espressione viene dal sistema parlamentare britannico, dove le sedute dedicate alle domande al governo sono una tradizione molto antica. Nel corso del tempo anche molti altri Paesi hanno adottato procedure simili.
A ben vedere, il question time rappresenta uno degli strumenti più importanti di controllo democratico. Infatti, il Governo non può limitarsi ad agire indisturbato, ma deve periodicamente rendere contodelle proprie decisioni davanti ai rappresentanti dei cittadini.
Naturalmente, come spesso accade in politica, non mancano le polemiche. C’è chi sostiene che il question time sia un’occasione propizia per fare chiarezza e chi, invece, ritiene che talvolta si trasformi in uno spettacolo mediatico, con domande preparate per mettere in difficoltà gli avversari più che per ottenere risposte.
Sta di fatto che questa espressione è ormai entrata stabilmente nel lessico politico italiano. Anche chi non conosce l’inglese finisce prima o poi per imbattersi in questo termine.
Da che mondo è mondo, chi governa deve rispondere delle proprie azioni. Il question time non fa altro che tradurre questo principio in una procedura concreta e pubblica.
Perciò, la prossima volta che sentirete parlare di un question time in Parlamento, saprete che non si tratta semplicemente di una serie di domande, ma di un momento istituzionale nel quale il Governo è chiamato a rendere conto del proprio operato davanti al Paese.
Potreste chiedervi: È Obbligatorio? Ogni quanto tempo si svolge? È previsto da qualche legge?
Sì, il Question Time in Italia è previsto dalle regole parlamentari, ma non direttamente dalla Costituzione.
È obbligatorio?
In pratica sì, perché è disciplinato dai regolamenti parlamentari della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, che prevedono sessioni dedicate alle interrogazioni a risposta immediata. Ripeto: risposta immediata.
Non esiste però una legge che imponga una determinata frequenza in modo rigido per tutti i tempi e per tutte le situazioni.
Alla Camera, il Question Time si svolge normalmente una volta alla settimana, generalmente il mercoledì, quando i lavori parlamentari sono in corso.
Anche al Senato si tengono periodicamente sedute analoghe, sebbene l’organizzazione possa variare.
Quando partecipa il Presidente del Consiglio, l’evento assume spesso una particolare rilevanza mediatica.
La base costituzionale si trova comunque nell’attività di controllo che il Parlamento esercita sul Governo, prevista dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Il Question Time quindi è uno degli strumenti attraverso cui questo controllo viene esercitato.
Tengo a rimarcare,a sottolineare che la risposta è immediata perché esistono anche altre tipologie di interrogazione parlamentare.
Esistono diverse tipologie di interrogazioni oltre al question time.
Esiste l’interrogazione a risposta scritta dove un parlamentare presenta una domanda e il Governo risponde per iscritto. La risposta può arrivare dopo settimane o mesi.
Poi c’è l’interrogazione a risposta orale in Commissione o in Aula.
Il Governo in questo caso risponde verbalmente (cioè a voce) durante una seduta parlamentare.
Il Question Time invece è una interrogazione a risposta immediata e quindi la domanda e risposta avvengono direttamente in aula, in tempi molto rapidi e in seduta pubblica.
Per questo motivo i giornalisti lo considerano spesso uno degli appuntamenti più importanti della settimana parlamentare: consente di conoscere immediatamente la posizione del Governo su questioni di attualità.
Vediamo adesso qualche frase che riguarda il question time usando qualche episodio precedente della rubrica dedicata alla politica italiana:
3. Alla domanda di un deputato sulla presunta connivenza tra amministratori locali e imprese, il ministro ha respinto ogni accusa di malcostume politico.
4. Il Question Time si è trasformato in un acceso contraddittorio quando un parlamentare ha denunciato il rischio di una derivaautoritaria da parte dell’esecutivo.
5. Un deputato oltranzista ha accusato il Governo di usare continue armi di distrazione di massaper evitare di rispondere ai problemi reali del Paese.
6. Nel Question Time dedicato alla giustizia, il Guardasigilli ha illustrato il lungo iter e la complessa trafila necessari per approvare la riforma.
7. Alcuni parlamentari hanno chiesto al Governo se intendesse commissariare l’ente pubblico, sostenendo che la situazione richiedesse un intervento immediato.
8. Durante il Question Time, il ministro ha invitato tutte le forze politiche a trovare una soluzione bipartisan, nel rispetto del patto sociale e dei necessari pesi e contrappesi istituzionali.
9. L’interrogazione riguardava presunti casi di mazzette, tangenti,bustarelle e altri episodi di corruzione che avrebbero coinvolto alcuni esponenti del gotha economico.
10. Al termine del Question Time, molti commentatori hanno osservato che la risposta del Governo era stata ricca di retorica e di promesse, ma povera di impegni concreti, tanto da far dire a qualcuno: “Va tutto bene, Madama la Marchesa!“.
Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.
In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo dell’espressione “Quel dico non dico“.
L’espressione è molto interessante e anche molto usata nella lingua italiana, soprattutto quando si parla di comunicazione poco chiara, di allusioni e di messaggi lasciati a metà.
“quel dico non dico”.
Può sembrare curiosa, perché è composta semplicemente dai verbi dire e non dire.
Ma che significa esattamente?
Immaginate una persona che voglia comunicarvi qualcosa senza però dirla apertamente.
Magari vi dice:
Sai, ho sentito certe cose su quel collega…
Ah sì? Cosa hai sentito?
No, niente, lasciamo perdere…
Oppure:
Diciamo che qualcuno potrebbe avere dei problemi…
Chi?
Non importa.
Ecco, in questi casi si crea un’atmosfera fatta di mezze parole, di allusioni, di frasi lasciate in sospeso.
Questo è proprio il dico non dico.
Si tratta infatti di un modo di parlare in cui si lascia intendere qualcosa senza esprimerla chiaramente.
Spesso si usa l’espressione con l’articolo:
“un dico non dico” e soprattutto “quel dico non dico”.
Ad esempio:
Tra i due c’era un continuo dico non dico che rendeva impossibile capire la verità.
Oppure:
Quel suo dico non dico mi ha fatto pensare che sapesse molto più di quanto volesse ammettere.
Lei era un po’ ambigua, hai presente quel dico non dico che ti mette in imbarazzo?
A ben vedere, il dico non dico può avere diverse finalità.
Talvolta serve per prudenza, altre volte per diplomazia. In certi casi, invece, serve semplicemente a suscitare curiosità.
Pensate ai giornalisti quando scrivono:
Una nota personalità sarebbe coinvolta nella vicenda…
senza però fare nomi.
Oppure a certi politici che amano parlare per allusioni.
Da che mondo è mondo, infatti, non tutti hanno il coraggio di dire apertamente ciò che pensano.
C’è chi preferisce muoversi tra le righe. C’è chi lascia intendere. C’è chi fa capire senza esporsi troppo.
E così nasce il dico non dico.
L’espressione può anche avere una sfumatura negativa. Se qualcuno esagera con le allusioni, infatti, può risultare irritante.
Dopo un po’ viene voglia di dirgli:
“Parla chiaramente oppure taci!”
In altre parole, il dico non dico può sembrare una strategia per non assumersi responsabilità.
Si lascia trapelare un’informazione, ma senza affermarla davvero.
Se poi qualcuno protesta, si può sempre rispondere:
“Io non ho detto niente.”
Una situazione piuttosto comoda, non c’è che dire.
Nel linguaggio sentimentale il diconon dico è frequentissimo.
Pensate a due persone che si piacciono ma che non vogliono scoprirsi troppo.
Bentrovati a tutti gli ascoltatori di Italiano Semplicemente, e benvenuti a un nuovo episodio della rubrica dedicata alla salute
Oggi parliamo di stress, e lo facciamo in particolare in termini di prevenzione. Il nostro amico e membro di Italiano Semplicemente Valentin, che fa un mestiere legato allo stress, mi ha dato questo suggerimento e fornito molte informazioni, in base alle quali abbiamo costruito insieme questo episodio.
Allora iniziamo a parlare di prevenzione dello stress, cosa che riguarda più o meno tutti noi.
Naturalmente sarà questa un’occasione propizia per approfondire qualche parola interessante, e sarà anche l’occasione per ripassare qualche episodio, come di consueto.
Dovete sapere che più di un terzo dei lavoratori in Europa è soggettoa stress sul lavoro. Dunque un terzo di loro soffre di stress, è sottoposto a stress.
Sia i lavoratori che le aziende e le organizzazioni in generale dovrebbero evitarlo fin dall’inizio anziché gestirlo a posteriori, quando è già un problema. Come dice il proverbio, prevenire è meglio che curare.
Ma cos’è lo stress? Sembra una parola non italiana e infatti in origine non nasce in Italia.
L’idea originaria è quella della tensione, della pressione esercitata su qualcosa o qualcuno.
Nel Novecento il termine “stress” è stato adottato prima in fisica e ingegneria: indicava la sollecitazione subita da un materiale.
Interessante l’uso del verbo “adottare“. Significa in questo caso che “La fisica ha iniziato a usare ufficialmente e abitualmente quel termine”.
In generale, può voler dire anche “utilizzare”, “prendere“, “fare proprio”, “iniziare a usare stabilmente” qualcosa.
Per esempio:
adottare un bambino;
adottare una legge;
adottare una strategia;
adottare un sistema informatico;
adottare una misura di sicurezza;
adottare un termine linguistico.
Continuando a parlare di stress, ad esempio, una trave sotto carico subisce uno stress. Una trave è un elemento lungo e robusto che serve a sostenere un peso. È una parola molto comune nell’edilizia e nell’architettura. La trave deve reggere un peso. Avete presente quei soffitti con le travi a vista di legno? Belle, vero?
Oltre alle travi, anche un metallo può deformarsi per stress meccanico. Se viene esercitata una forza meccanica molto a lungo, ad esempio con un grande peso, il metallo si piega.
Poi il medico Hans Selye trasferì il termine stress alla biologia e alla psicologia per descrivere la risposta dell’organismo a pressioni, minacce o cambiamenti.
Da lì il termine è entrato in moltissime lingue, compreso l’italiano. Potrei anche dire “di lì a poco” oppure “da quel momento” è entrato in molte lingue.
In italiano oggi “stress” indica quasi sempre una tensione psicologica (“sono stressato”), quindi uno stato di affaticamento mentale.
Lo stress, potremmo dire, si verifica quando le richieste postesu un organismo superano la sua capacità. Sono eccessive. Questo può derivare da uno sforzo estremo una tantum, o da un esaurimento prolungato quando il recupero è insufficiente.
“Le richieste poste su un organismo”, ho detto. Ho usato il verbo porre, che come abbiamo già visto è simile al verbo mettere ma che ha molti altri utilizzi (si può ad esempio porre una domanda).
Il benessere è l’assenza dello stress coniugata alla soddisfazione del lavoro, o meglio, della vita, allo scopo percepito e a emozioni generalmente positive. L’assenza di stress si sperimenta quando l’individuo dispone di capacità sufficienti per far fronte alle proprie esigenze.
Nella situazione ideale, le richieste sono stimolanti a un livello che corrisponde appena alla capacità massima della persona. Mi raccomando, ho detto “appena” e non “a malapena”. C’è una bella differenza.
Se invece dicessi: “il livello delle richieste che corrisponde amalapena alla capacità massima” sembrerebbe quasi che la persona riesca a sostenere quella situazione con fatica estrema, sul punto di non farcela. Si passerebbe da una condizione ottimale a una condizione quasi stressante.
Solitamente “a malapena” si usa quando qualcosa avviene con grande difficoltà. Ricordate l’espressione “Grassoche cola”? Il senso è assolutamente analogo.
Comunque, quando ciò accade, quando si raggiunge questo livello di cui parlavo, emerge spesso un fenomeno chiamato flow: le persone perdono il senso del tempo, perdono la consapevolezza di sé stesse e provano una profonda soddisfazione.
È curioso come molte parole della psicologia moderna vengano mantenute in inglese: stress, burnout, mindset, flow… Le pubblicazioni scientifiche sono spesso in inglese, e quando una traduzione adeguata non c’è, la parola inglese viene adottata.
Tradurre “flow” non è semplicissimo, perché in psicologia indica uno stato mentale molto specifico.
In italiano non esiste una parola unica perfettamente equivalente, quindi spesso si usano perifrasi.
“Flusso” infatti è la traduzione letterale più vicina, fa pensare a qualcosa che scorre, che si muove, come al flusso del sangue nelle vene o al flusso dei turisti a Roma, ma da sola in italiano suona un po’ vaga o tecnica.
Quando accade il flow, cioè quando ci si trova in questo stato, le persone si trovano in uno stato di concentrazione totale: perdono il senso del tempo e si sentono profondamente coinvolte in ciò che fanno.
Mi fa pensare a quando lavoravo in pizzeria, quando il flusso dei clienti era tale da non poter mai alzare la testa da ciò che facevo. Ed anch’io ero nel pieno del “flusso mentale”, uno stato in cui tutto sembra scorrere naturalmente.
Questo avviene anche nello sport o appunto al lavoro quando facciamo davvero ciò che ci appassiona. In effetti il mestiere del pizzaiolo era veramente appassionante per me.
Esiste anche una distinzione cromatica per spiegare lo stato mentale: una zona verde, rossa o nera.
Chiaramente il colore spiega in parte.
Nella zona verde siamo calmi, aperti di mente e pronti a connetterci con gli altri. Il sistema nervoso parasimpatico è attivo, attento alle proprie emozioni e a quelle altrui.
Quando il sistema nervoso parasimpatico è attivo, non solo ci riprendiamo e ci risolleviamo, sia psicologicamente che fisicamente, ma siamo anche in grado di essere creativi e di apprendere maggiormente.
A me capita spesso al lavoro, ma questo mi accade soprattutto quando voglio aggiungere qualcosa di mio, di personale. Il flusso delle idee nella mia testa, in quei casi, è notevole. Perché il soggetto mi interessa, c’è una motivazione intrinseca. Questa è un’altra caratteristica del flow, e spiega perché mi accade in quella condizione.
Quando però entriamo nella zona rossa ecco che arriva lo stress.
In italiano si dice che siamo “sotto stress“. Sinceramente preferisco quando siamo sotto Natale. Condizione ben più rilassante.
Quando siamo nella zona rossa è il sistema nervoso simpatico a prendere il sopravvento su quello parasimpatico.
È curioso, almeno per me, che entri in gioco la “simpatia” del sistema nervoso a determinare il nostro stato mentale. Scherzi a parte, quando prevale il parasimpatico siamo creativi, quando prevale quello simpatico siamo stressati. Un po’ antipatico questo sistema “simpatico”, non è vero?
La ragione è che il termine “simpatico” era stato scelto in passato quando i ricercatori avevano osservato che questo sistema creava una risonanza “in simpatia” tra gli organi. Il termine “parasimpatico” fu introdotto molto più tardi e indica che questa parte del sistema è anatomicamente diversa e funziona in gran parte in parallelo.
Col simpatico diventiamo mentalmente rigidi. Il rischio di problemi di salute aumenta, interessando anche il sistema immunitario. Questo uso del verbo interessare lo abbiamo visto in un episodio, se ricordate. Quindi ci si ammala più facilmente se siamo stressati.
Il sistema cardiovascolare e la digestione sono ugualmente interessati, e lo sono quanto più a lungo lo stress persiste. Attenzione qui, perché “quanto più” non equivale sempre a “tanto più”. A volte sì, altre volte no. In questo caso avrei anche potuto usare “tanto più“, ma non sempre è così. Poi a volte si usano entrambe le forme, come quando dico ad esempio:
Quanto più mangio, tanto più ingrasso.
Ad ogni modo, nella zona rossa non siamo molto ricettivi a nuove idee; non riusciamo ad apprendere, memorizzare o ragionare con lucidità; possiamo solo svolgere, eseguire compiti di routine, abituali, cose che facciamo sempre e che non richiedono creatività.
Le conseguenze negative sul lavoro e nella vita personale però sono evidenti. Diventiamo frustrati oltre che stressati.
Può andare peggio però. Al peggio non c’è mai fine, come dice un proverbio italiano.
Dopo un periodo prolungato nella zona rossa, quando le risorse sono completamente esaurite, precipitiamo nel baratro della depressione, del burnout o del trauma.
Ecco un’altra parola inglese che abbiamo oramai fatto nostra: burnout.
È interessante notare che anche qui la lingua inglese ha vinto per efficacia metaforica e sintesi: “burnout” evoca immediatamente l’idea del “consumarsi fino a spegnersi”, mentre l’italiano tende a descrivere il fenomeno in modo più analitico ma meno visivo.
Potremmo dire esaurimento (sono proprio esaurito!), esaurimento psicofisico, esaurimento da stress cronico, sindrome da esaurimento lavorativo (più tecnica), o anche crollo da sovraccarico.
Le energie disponibili in questo stato si abbassano drasticamente, la motivazione svanisce, scompare e perdiamo il gusto per le attività e le relazioni. La zona nera è la peggiore, com’era intuibile.
Ci sono quindi solo buone ragioni per restare nella zona verde. Ma come fare?
Nell’immediato basta fare una pausa, respirare lentamente, allontanarsi, fare una passeggiata, chiedere un momento di tregua, tipo un caffè coi colleghi più simpatici (non però come il sistema simpatico!).
Nel medio e lungo termine invece occorre concedersi tempo sufficiente per recuperare, idealmente ogni giorno, almeno ogni settimana.
Quando emergono emozioni forti o difficili, la respirazione lenta può aiutare, così come riflettere su quale dei propri bisogni è insoddisfatto o minacciato.
Pratiche utili per ritrovare l’equilibrio includono il rilassamento, la meditazione, lo yoga, la respirazione lenta, abbracciare le persone care e gli animali domestici, giocare con i bambini, cantare in un coro, fare teatro o sport. Queste attività aiutano nel momento dello stress, e quando vengono praticate regolarmente, aumentano la resilienza contro lo stress e le emozioni negative.
Poi occorre riflettere su ciò che si potrebbe cambiare nella propria vita lavorativa o privata.
Parlate di ciò che vi causa stress?
Esprimete i vostri bisogni?
Chiedete agli altri come evitare insieme situazioni stressanti?
Spesso, tacere non fa che aumentare lo stress. La sfida è farsi sentire con gentilezza, rimanendo sensibili ai bisogni altrui, per raggiungere soluzioni che funzionino per entrambe le parti, non solo per una.
Una cosa semplice per prevenire lo stress poi è pianificare.
Al lavoro e a casa, la pianificazione è uno strumento pratico per evitare picchi di carico e, con essi, lo stress. Altrettanto importante è il modo in cui ci relazioniamo gli uni con gli altri.
Quando stiamo nella zona rossa o nera, il nostro stato d’animo è spesso negativo. Siamo incazzatia volte e ce l’abbiamo col mondo intero.
Di conseguenza facciamo più facilmente osservazioni sarcastiche o ironiche, critichiamo o imponiamo invece di discutere, e così creiamo un ambiente stressante. Come organismi in un ecosistema che inquinano senza rendersene conto, ci sorprendiamo poi delle reazioni tossiche che riceviamo. Ma dovremmo davvero sorprenderci? Affatto.
Questo viene talvolta definito micro-aggressione: è nocivo per le relazioni e per il benessere, e poi alimenta lo stress in modo del tutto evitabile.
Ciò che invece nutre le relazioni è l’ascolto profondo. Quando si ascolta con piena attenzione e con la genuina intenzione di capire, con rispetto e benevolenza, si diventa naturalmente più comprensivi e disponibili.
A patto di non perdere di vista i propri bisogni, questo crea relazioni profondamente soddisfacenti e solidali, che ci riportano nella zona verde, riducono lo stress e ci danno la forza di affrontare le sfide.
Bene, spero di non avervi stressato con questo episodio. Grazie a Valentin per la ricchezza e l’utilità dell’argomento trattato.
Buon giorno! Argomento troppo utile ed interessante per la salute e per chi sta imparando l’italiano. Complimenti! Saluto, Nilson dal Brasile.