Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.
Oggi parliamo di due verbi: levare e levarsi. Del primo verbo ce ne siamo occupati in un episodio dal titolo “levare le tende“ , ricordate? Quello è un uso figurato però.
Parliamo adesso di quello proprio di levare.
Allora, immaginate di essere a tavola, avete finito di mangiare e prendete il piatto per portarlo via.
In quel momento state facendo un’azione concreta: state levando il piatto.
In altre parole, lo state togliendo, rimuovendo da dove si trova. Questo è il significato più diretto di levare: togliere qualcosa da un posto. È più informale di togliere. Spesso poi ha un contenuto emotivo. Se una persona usa levare al posto di togliere, spesso è leggermente irritato, magari perché ha perso la pazienza.
Tipo:
levati di mezzo ché non vedo la TV!
Leva il piatto dopo che hai mangiato,come te lo devo dire? In tedesco?
Vediamo un altro uso, specie quello riflessivo.
Aprite il giornale, o magari scorrete le notizie sul telefono, e leggete una frase come:
si è levata una polemica.
E qui non c’è più nessun piatto, nessun oggetto da spostare, da togliere. Nessuno ha tolto niente. Eppure qualcosa è successo.
Con levarsi, a meno che non si parla di persone che devono togliersi, quindi come “levarsi”, tipo “levarsi di mezzo”, e a parte l’uso di levarsi nel senso di togliersi (tipo levarsi i vestiti o l’espressione , anche figurata “levarsi di dosso”) entriamo in un altro mondo.
Non si tratta più di togliere, ma di qualcosa che si alza, nasce, emerge, qualcosa che aumenta, spesso all’improvviso e con una certa intensità. Una polemica che “si leva” ad esempio è una polemica che prende forma, che comincia a circolare, che si diffonde tra le persone. È come se si sollevasse nell’aria, diventando visibile a tutti.
Lo stesso vale quando si dice che si è levato un coro di proteste. Non è una sola voce, ma tante voci insieme, che si alzano contemporaneamente. C’è un’idea di movimento collettivo, quasi spontaneo. Nessuno lo organizza davvero: succede, e basta. E’ una sorta di insurrezione.
Questo ci aiuta a capire anche un’espressione molto tipica dell’italiano: la levata di scudi. Qui l’immagine è antica ma molto efficace.
Pensate a dei soldati che alzano gli scudi per difendersi. Trasportata nel linguaggio di oggi, questa immagine descrive una reazione immediata e compatta contro qualcosa che viene percepito come una minaccia o un errore. Quando c’è una levata di scudi, significa che molte persone (non una sola) reagiscono insieme, opponendosi con decisione. Tutti insieme per difendere qualcuno o qualcosa. La levata di scudi si fa sempre in favore di qualcuno o qualcosa che si sostiene collettivamente.
A questo punto la differenza tra i due verbi diventa quasi intuitiva. Levare ha bisogno di qualcuno che compie l’azione e di qualcosa che viene tolto. Levarsi, invece, solitamente è diverso: ciò che si leva non viene rimosso, ma nasce, si diffonde, prende forza.
Spesso, nelle espressioni figurate, è proprio levarsi il protagonista. È il verbo delle polemiche che scoppiano, delle proteste che si accendono, dei venti che iniziano a soffiare all’improvviso. C’è sempre questa idea di qualcosa che prima non c’era, e che a un certo punto si fa sentire.
Alla fine, se ci pensate, è una differenza molto concreta anche quando parliamo in modo figurato: con levare togliamo qualcosa dal mondo, con levarsi qualcosa entra nel mondo e si impone all’attenzione.
E quando sentite dire che si è levata una polemica, non immaginate qualcuno che toglie qualcosa… ma piuttosto qualcosa che si alza, cresce e, nel giro di poco, coinvolge tutti.
Ci sono chiaramente altri usi particolari del verbo levare, ma per oggi può bastare così.
Adesso, se chiedo un ripasso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, spero non si levi una inutile polemica, perché sapete che il ripasso, in questa rubrica, è obbligatorio.
Marcelo: Probabilmente ci sarà stato un grande sconcerto per l’eliminazione, tra i tifosi italiani a seguito dell’eliminazione ai Mondiali di calcio, e a seguire tanta frustrazione.
Prima o poi dovranno però riconciliarsi con la loro squadra del cuore!
Sicuramente il prossimo allenatore sarà tenuto d’occhio dai tifosi e dai giornalisti, e al primo errore, riceverà anche lui una valanga di critiche, mentre probabilmente gli toccheranno solo due parole in croce di elogio in caso di vittoria!
Ma il lavoro ben fatto alla fin fine paga sempre, e il trionfo, maggior ragione ripaga, eccome!
Di sicuro dovrà imparare ad agire sotto la spada di Damocle!
Comunque sia mi piace pensare che non c’è male a cui non segua il bene!
Mettere insieme gli episodi di ripasso fatti finora in un unico discorso per parlare dell’esito delle elezioni in Ungheria è un’impresa che farebbe mandare in pappa il cervello a chiunque, ma non mi tiro indietro, se è vero come è vero che non mi tiro indietro.
Sono il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente!! Sfido io che non mi tiro indietro!
Allora, visto e considerato l’interesse dei nostri membri per la situazione ungherese, cercherò di farvi un quadro completo, visto anche che la situazione in Ungheria è di dominio pubblico, come è giusto che sia.
Ecco l’Ungheria dopo il voto: facciamo un’analisi abocce ferme.
A priori poteva sembrare l’ennesima sfida senza speranza, ma Péter Magyar ce l’ha fatta. Non è che Orbán non ci abbia provato a portare acqua al proprio mulino usando i media di stato, ma stavolta ha trovato pane per i suoi denti. Magyar, un uomo che si è fatto da sé politicamente dopo aver abbandonato il regime, ha saputo cogliere nel segno.
È nelle cose che, dopo sedici anni, un popolo inizi a sentire la frustrazione e voglia sfatare il tabù dell’invincibilità di un leader.
Non si tratta di un estemporaneo capriccio elettorale; l’entità della vittoria di Magyar è tale da non lasciare spazio a opinabili interpretazioni.
Il cambiamento è radicale. Non a caso il suo nome significa “ungherese“. Chi meglio di lui per rappresentare la sua nazione?
C’è il crollo di un sistema: Orbán è apparso non averne più, quasi ricalcitrante nell’accettare che il suo tempo fosse scaduto. A detta di molti osservatori, il premier uscente ha finito per raschiare il fondo del barile della propaganda, ma questo si è ritorto contro di lui a sua insaputa.
Chi è il vincitore: Péter Magyar non è una pallida imitazione dei politici del passato. È un ex insider che ha deciso di metterci la faccia e non si è limitato al minimo sindacale. Non si è presentato come un esteta della politica, ma come un uomo d’azione pronto a rimediare agli errori del passato.
La reazione dei giornali? In linea di massima, la stampa europea parla di un viatico per una nuova democrazia. Certo, c’è chi fa dietrologia chiedendosi se Magyar non sia un cavallo di Troia, ma esserne certi è difficile: solo il tempo dirà se saprà mantenere la parola.
Cosabolle in pentola per il futuro?
Ora che Magyar è in dirittura d’arrivo per formare il governo, dovrà appianare le controversie interne e non impelagarsi in sterili vendette.
Facile? Non vi sfiora l’idea che il compito sia titanico? Suvvia, passare da un sistema targato Orbán a una democrazia liberale non è che si possa considerare una passeggiata di salute.
Mi direte che la strada è in salita, e per essere in salita, è in salita. In effetti l’Ungheria è ancora in alto mare su molti fronti economici.
Ma Magyar sembra avere la prontezza di riflessi necessaria. Non ha voluto edulcorare la pillola: ha parlato di salassi necessari per risanare i conti, senza cercare capri espiatori. Questo mi ricorda un po’ la frase “lacrime e sangue” che si usava qualche tempo fa nella politica Italiana.
Inter nos – ce lo possiamo dire – la vera sfida sarà il rapporto con Bruxelles. Se Orbán era il pomo della discordia, Magyar vuole essere adesso il connubio perfetto tra interessi nazionali ed europei.
Voglio sperare bene, perché se dovesse fallire, il risentimento popolare potrebbe portare a nuove sbandate. Dio ce ne scampi e liberi!!
Detto ciò, non resta che attendere al varco i primi provvedimenti.
Per chiudere in bellezza, usiamo qualche verbo professionale in questo bel ripasso.
Spero di aver saputo circostanziare i fatti così da acclarare ogni vostro dubbio.
Dopo aver disaminato la questione e attenzionarvi ogni dettaglio su queste elezioni, si può evincere che la vittoria di Magyar rispecchi la volontà popolare.
Conviene dunque attenersi a quanto emerso per conseguire una visione d’insieme che non rischi di travisare la realtà, evitando di incorrere in facili populismi che potrebbero arrecare danno alla democrazia.
Detto ciò, non resta che aspettare , collaudare questo nuovo corso, quantificare e qualificare gli effetti delle riforme (potremo farlo solo a posteriori) e pronunciarsi definitivamente solo dopo aver visto se le promesse sapranno corrispondere ai fatti, senza dover ricorrere a vecchi metodi o, peggio, dover rescindere il patto di fiducia con gli elettori.
Bene, oggi parliamo di un’espressione molto usata nella lingua italiana: “tenere d’occhio”… e anche “tenere sott’occhio”.
Si tratta di un’espressione figurata, cioè non va interpretata alla lettera. Non significa davvero prendere qualcosa e metterla dentro o sotto l’occhio! Piuttosto, ha a che fare con l’attenzione, con il controllo.
“Tenere d’occhio” significa infatti osservare con attenzione, controllare, monitorare qualcosa o qualcuno, spesso con una certa continuità nel tempo.
Facciamo subito qualche esempio, così andiamo dritti al punto.
Se dico: “Tieni d’occhio la pentola!”
sto chiedendo a qualcuno di controllare che non trabocchi, che non si bruci il contenuto.
Oppure: “Tengo d’occhio i prezzi della benzina”
significa che li controllo spesso, magari per capire quando conviene fare il pieno.
Ancora: “Il professore tiene d’occhio gli studenti durante il compito”.
Qui c’è anche una sfumatura di vigilanza, quasi di sorveglianza, per evitare che qualcuno copi.
Adesso vediamo la variante: “tenere sott’occhio”.
Il significato è praticamente lo stesso: controllare attentamente, non perdere di vista.
La differenza è molto sottile, quasi impercettibile. “Sott’occhio” può dare, in certi contesti, un’idea ancora più concreta di qualcosa che è proprio lì, davanti a te, sotto il tuo controllo diretto.
Ad esempio: “Ho tutti i documenti sott’occhio”.
Ecco, la differenza è, oltre al senso più Marcato di vigilanza, che possono usare il verbo avere al posto di tenere. Se uso tenere posso usare entrambe le forme, Mentre se uso avere posso anche usare avere al suo posto.
In questo ultimo esempio si immagina proprio che i documenti siano davanti a me, sul tavolo.
“Tieni sott’occhio il bambino al parco”
anche qui: controllalo bene, non distrarti.
Veniamo ora alla forma personale:
“Ti tengo d’occhio”
Questa frase è molto interessante, perché il significato cambia un po’ a seconda del tono e del contesto.
Può essere:
neutro o protettivo:
“Stai tranquillo, ti tengo d’occhio io” mi prendo cura di te, vigilo su di te.
Oppure può essere leggermente sospettoso:
“Ti tengo d’occhio…” attenzione, non mi fido del tutto.
Anche quasi minaccioso (ma spesso scherzoso):
“Eh, ti tengo d’occhio!”. Cioè guarda che controllo quello che fai!
Quindi, come spesso accade in italiano, non è solo la frase in sé che conta, ma l’intonazione, il contesto, la relazione tra le persone. Siamo alle solite direi!
Possiamo dire, in definitiva, che:
tenere d’occhio = controllare, osservare con attenzione nel tempo
tenere sott’occhio = anche controllare da vicino, avere sotto controllo diretto
Sono espressioni molto comuni e utilissime nella vita quotidiana. A conti fatti, se impari a usarle bene, farai un bel passo avanti nella comprensione dell’italiano parlato.
Adesso ripassiamo, se volete tenendo sott’occhio la lista degli episodi passati.
Marcelo: Mi sbilancio! Apro io le danze! Non si può farea meno di fare un ripasso se il presidente ti chiama in causa!
Spero di non avervi colto incontropiede, e ricordatevi: un ripasso al giorno, toglie l’italiano di torno! Dai amici, fatevi vivi!
André: Cari amici italiani, ancorché dolorosa, la non qualificazione della nazionale italiana al Mondiale non può sorprendere, c’era proprio da aspettarselo da una squadra poco avvezza a reagire nei momenti decisivi, incapace di levarsi di dosso le proprie insicurezze e di elevare il livello del gioco quando più serviva! E, per carità, non facciamo di Gattuso il capro espiatorio
Oggi parliamo di una parola alquanto interessante: conciliante. Vi servirà, o meglio, potrebbe esservi utile conoscere questo aggettivo perché ce ne sono tante di persone concilianti.
Immaginate una persona che, in una discussione accesa, non alza la voce, non prende posizioni rigide, ma cerca invece di calmare gli animi, di trovare un punto d’incontro, di mettere tutti d’accordo. Ecco, quella è una persona conciliante.
Ma cosa significa esattamente?
Conciliante è un aggettivo, questo è chiaro, che descrive chi ha un atteggiamento disponibile, pacato, aperto al dialogo, e soprattutto orientato alla riconciliazione, cioè a ristabilire l’armonia tra persone in disaccordo.
La parola conciliante inizia per con,non a caso.
Una persona conciliante quindi:
evita lo scontro diretto
cerca soluzioni condivise
tende a smussare gli angoli nn o, per usare un’espressione a voi nota, tende ad appianare le controversie.
Non è necessariamente una persona debole, attenzione. Essere concilianti non significa cedere sempre, ma piuttosto avere l’abilità di gestire i conflitti con intelligenza e misura.
Vediamo ora il legame con il verbo conciliare. Perché c’è un legame
Cosa? Non avete mai utilizzato questo verbo? Beh, da una parte può essere una buona notizia, sapete?
Il verbo conciliare significa, da una parte, proprio questo: mettere d’accordo, far tornare in armonia, rendere compatibili cose o persone che sembrano in contrasto. Anche cose, non solo persone.
Ad esempio:
Cerco di conciliare lavoro e famiglia
È difficile conciliare due opinioni così diverse
Da questo verbo deriva direttamente l’aggettivo conciliante. Dunque, una persona conciliante è, letteralmente, una persona che tende a conciliare, cioè a creare accordo. Ma come avete appena capito, si possono conciliare anche le cose della vita. Non solo lavoro e famiglia, ma uno studente potrebbe voler conciliare studio e lavoro, oppure amore e studio.
Se parliamo di conciliare applicato alle persone, possiamo anche dire che una persona ha un atteggiamento conciliante, oppure un tono conciliante. Pensate a qualcuno che dice:
Cerchiamo di capirci
oppure:
Troviamo una soluzione che vada bene a tutti
Questo è un tipico linguaggio conciliante.
C’è poi una sfumatura interessante: a volte si può usare conciliante anche in senso leggermente critico. Ad esempio, se una persona evita sempre il conflitto, qualcuno potrebbe dire:
È fin troppo conciliante
intendendo che forse manca un po’ di fermezza.
Dunque, come spesso accade, tutto dipende dal contesto.
Riassumendo:
conciliare è il verbo: mettere d’accordo
conciliante è l’aggettivo: che tende a mettere d’accordo
E, alla fin fine, essere concilianti è spesso una qualità preziosa, soprattutto nei rapporti umani, dove, come sappiamo, i contrasti non mancano mai.
Ma sapete che conciliare è anche applicabile alle multe.
Sì, proprio così.
Nel linguaggio amministrativo e giuridico, conciliare può significare anche chiudere una controversia pagando una somma ridotta, evitando così ulteriori problemi, ricorsi o procedimenti.
In questo caso si parla spesso di conciliazione.
Facciamo un esempio molto semplice.
Ricevete una multa. A questo punto avete diverse possibilità:
potete fare ricorso
oppure potete conciliare, cioè accettare la sanzione e pagarla, spesso con una riduzione
In Italia, ad esempio, esiste la possibilità di pagare una multa entro 5 giorni con uno sconto.
Questo, in un certo senso, è un modo di conciliare: si evita il conflitto con l’amministrazione e si chiude la questione rapidamente.
Dunque, anche qui ritroviamo l’idea centrale del verbo conciliare: evitare lo scontro e trovare un accordo, anche se in questo caso l’accordo è tra il cittadino e lo Stato.
Esistono anche i verbi riconciliare ericonciliarsi.
Riconciliare è esattamente ciò che fa la persona conciliante, mentre riconciliarsi significa semplicemente fare pace dopo un litigio, ristabilire un rapporto che si era interrotto o deteriorato.
Ad esempio:
Dopo anni di silenzio, si sono riconciliati
Ho litigato con un amico, ma poi ci siamo riconciliati
Qui entra in gioco un elemento temporale molto importante:
mentre conciliare può anche riferirsi a mettere d’accordo due elementi qualsiasi (idee, esigenze, interessi), riconciliarsi implica quasi sempre che prima c’era un’armonia, poi un conflitto, e infine un ritorno all’armonia.
Quel prefisso ri- è decisivo: indica proprio il ritorno a una situazione precedente.
Possiamo quindi vedere una sorta di percorso:
conciliare è mettere d’accordo (anche per la prima volta)
riconciliarsi invece sta per tornare d’accordo dopo una rottura.
E naturalmente esiste anche il sostantivo: riconciliazione.
Interessante anche una sfumatura più profonda, quasi interiore: ci si può riconciliare non solo con una persona, ma anche:
con il proprio passato
con una scelta fatta
persino con se stessi
Ad esempio:
Col tempo mi sono riconciliato con quella decisione.
Qui non c’è un’altra persona, ma c’è comunque un conflitto… interno.
E allora, se conciliare è un po’ come costruire un ponte,
riconciliarsi è tornare a percorrerlo, dopo che era stato interrotto.
Carmen: Le controversie non mi piacciono e cerco di appianarle, però se non riesco nel mio intento preferisco non avere ragione e riconciliarmi con il mio amico.
André: Siamo in tempi di guerre, conflitti ogni due per tre che nascono dall’incapacità di ascoltare davvero l’altro: ognuno parla, ma pochi lo fanno in modo conciliante.
Julien: Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualcuno che prova a conciliare posizioni opposte, magari intervenendo sommessamente, senza clamore, ma con una forza silenziosa che lascia il suo strascico nel tempo.
Karin: Sono i casi di Nelson Mandela o di Mahatma Gandhi.
Sono proprio queste persone a essersi distinte per il loro coraggio morale: non quello delle armi, ma quello della parola e dell’empatia.
Nancy: Perchéalla fine, se davvero vogliamo uscire dal ciclo infinito della violenza, l’unica strada possibile è riconciliare ciò che è stato diviso, ricucire le ferite e restituire umanità là dove sembrava perduta.
Bentornati nella rubrica rubrica dedicata alle canzoni italiane.
È una canzone famosissima che, a prima vista, sembra quasi senza senso.
E invece… è tutto il contrario.
Partiamo dal titolo: Nuntereggae più. In questo episodio vi svelo subìto il titolo, che non è scritto in italiano standard.
È infatti una deformazione del romanesco.
Nuntereggae più significa “Non ti reggo più” cioè: non ti sopporto più.
Il verbo usato è reggere, che informalmente, in tutt’Italia capiscono che significa sopportare. Reggere è infatti un sinonimo di sostenere, che fa pensare ad un peso.
Quindi non ti reggo più sta per non ti sopporto più, non riesco più a sopportare il tuo “peso”. Evidentemente è troppo tempo che perdura una situazione poco piacevole.
Però il titolo gioca col termine “reggae” che è il genere musicale di Bob Marley.
Quindi il titolo è già ironico, ambiguo, ma anche e soprattutto creativo.
Ascoltando questa canzone si ha l’impressione di un elenco confuso: parole, nomi, concetti… messi insieme apparentemente senza logica.
In realtà, è una critica durissima alla società italiana. Altro che senza logica. Sì elencano tutte le cose ormai divenute insopportabili.
Rino Gaetano è , probabilmente lo sapete già, uno dei cantautori più originali e graffianti della storia italiana. Purtroppo non c’è più da tanti anni. Chissà quante altre perle ci avrebbe regalato.
Dicevo che la canzone è un lungo elenco di nomi, situazioni e vizi dell’Italia degli anni ’70, e io testo è strutturato come uno sfogo liberatorio contro l’ipocrisia della società. Uno sfogo contro varie cose in realtà:
La politica
personaggi pubblici
I valori tradizionali
I media
È come se l’autore dicesse: “basta, non ne posso più di tutto questo” . Cioè: “Queste cose non le sopporto più”.
Il ritornello è quindi simile a: “quando è troppo, è troppo”.
“Nuntereggae più” viene ripetuto continuamente.
Questo crea un effetto quasi nervoso, insistente. È una specie di sfogo, anzi lo è a tutti gli effetti, come quando una persona ripete sempre la stessa frase perché ha raggiunto il limite.
Ma vediamo le frasi e le parole difficili per voi non madrelingua (e spesso anche per gli italiani) soprattutto i più giovani.
Vediamone alcune.
“A dama c’è chi fa la patta”. Non è un’espressione idiomatica, ma ha un significato.
La dama è il classico gioco da tavolo con le pedine bianche e nere. In Italia, per decenni, è stato il gioco “da bar” o “da circolo” pereccellenza, praticato soprattutto dagli uomini più anziani. Si gioca sulla scacchiera, la stessa su cui si gioca a scacchi.
Fare la patta? Che significa? Non è la patta dei pantaloni, che è il pezzo di tessuto, la parte sotto, dove viene cucita la cerniera dei pantaloni.ni parlo di quella patta.
Nel linguaggio dei giochi (dama, scacchi, “patta” significa pareggio. Col pareggio non vince nessuno. C’è anche l’espressione “pari e patta”, che rafforza l’idea di parità alla fine di una partita.
Es:
È finita parole patta!
Comunque nella canzone si dice “fa la patta”.
Fare la patta quindi significa finire la partita in parità, senza vincitori né vinti. Ma qui somiglia a qualcosa tipo “accordarsi per essere tutti soddisfatti”.
Cioè? Rino Gaetano sta facendo un paragone tra il popolo e l’élite (i politici e i potenti):
Si dice, nella canzone, anche che”Il popolo si gratta“: Il “popolo” non ha lavoro, si annoia o è abbandonato a se stesso (grattarsi è il gesto di chi non ha nulla da fare o è insofferente).
Allora “A dama c’è chi fa la patta” sta a significare che mentre la gente comune soffre e si gratta, i potenti “giocano” tra loro. “Fare la patta” significa quindi che i politici, anche se fingono di essere nemici (come il bianco e il nero alla dama), alla fine si mettono d’accordo. Si spartiscono il potere in modo che nessuno perda davvero. È una patta!
Questa si può interpretare quindi come una critica ai compromessi politici. I potenti giocano sulla pelle dei cittadini e, alla fine, decidono di “pareggiare” per restare tutti sulle loro poltrone.
Poi continua con una bella rima:
“A sette e mezzo c’ho la matta”
Questa è davvero complicata.
“Sette e mezzo” è un gioco di carte italiano che si gioca con le carte più famose in Italia: le carte Napoletane.
L’obiettivo del gioco è arrivare a 7 punti e mezzo. Si distribuisce una carta ciascuno e poi eventualmente si chiede una carta aggiuntiva per avvicinarsi il più possibile a sette e mezzo.
Non sì conosce chiaramente le carte che stanno per arrivare. Se si supera sette e mezzo “si sballa”, cioè si va oltre quel punteggio e si è fuori gioco. Ci si deve avvicinare a sette e mezzo più che si può.
“La matta” cos’è ? È una carta speciale.
Si tratta del re di denari, che viene chiamato “matta” e da sola assume il valore di mezzo punto ma può valere da 1 a 7 punti interi, a discrezione del giocatore che lo possiede. A chi capita la matta difficilmente sballa.
Quindi:
c’ho la matta = ho la carta jolly
Ma in senso figurato?
Può significare:
“ho un vantaggio nascosto”
“ho l’asso nella manica”, “ho la fortuna dalla mia parte”.
Oppure, in modo ironico: “sto barando” quindi ho molte possibilità di vincere. Questo fa a pensare a coloro che hanno dei vantaggi che altri non hanno.
E poi? Poi Rino Gaetano “vede tanta gente che non ha l’acqua corrente.”.
Cioè mentre i potenti si spartiscono le ricchezze e il potere, c’è gente che “non c’ha niente” (non ha nulla).
“Ma chi me sente” è uno sfogo: una domanda retorica: queste persone hanno bisogni che vengono ignorati. Nessuno sente i lamenti di queste persone. Il tono di questa strofa è anche sconfortato.
Possiamo ai “buffoni di corte”
Questa è un’espressione idiomatica.
Il buffone di corte era quello che faceva ridere il re. La corte del re. è l’insieme delle persone (nobili, guardie, servitori) che vivono intorno a un sovrano e lo assistono nelle sue funzioni.
Oggi i re non ci sono più, ma i buffoni di corte, se vogliamo alludere a qualcuno, esistono eccome!
Oggi i buffoni sono chi intrattiene il potere, chi serve coloro che hanno il potere, quindi parliamo di coloro che vogliono ricevete favori dai potenti, cioè dai politici.
Si parla anche dei “ministri puliti”.
Qui c’è ironia pura. “Puliti” significa onesti, ma chiaramente si tratta di ironia, come a dire: “sì certo… proprio puliti”
La canzone inizia con “Abbasso e alè”: l’unione di una specie di insulto (“abbasso!”) e di un incitamento (“alè!”). Si tratta di un modo veloce per dichiararsi a favore o contro qualcosa, tipo”abbasso la Juve” e “alè” che è un’esclamazione italiana di incitamento, spesso usata nel ciclismo e nello sport per spronare, per spingere i tifosi o i corridori. È sinonimo di “forza!”, “dai”, e “avanti!”.
Rino Gaetano con questo “abbassoe alè” critica il fatto che gli italiani si lamentano di tutto, ma poi continuano a trattare i politici e i VIP come idoli.
Nella parte finale, la canzone sembra scivolare volutamente in una banale canzonetta d’amore (“Che bella sei, vali per sei…”).
A me sembra un atto di sarcasmo eppure un modo per alleggerire: l’autore sembra dire che, alla fine, per non affrontare i problemi seri (la gente che “non c’ha l’acqua corrente”), l’italiano preferisce rifugiarsi nelle canzoni d’amore superficiali e nei programmi TV come Portobello, una famosa trasmissione in cui il protagonista era un pappagallo di nome Portobello, dove l’obiettivo dei concorrenti era fargli dire il suo nome.
“Portobello e illusioni” si dice.
Gaetano accosta il nome del programma alla parola “illusioni” per un motivo preciso: la TV di quegli anni stava diventando il nuovo “oppio dei popoli”.
C’è una distrazione di massa: Mentre l’Italia viveva la crisi economica, il terrorismo (gli Anni di Piombo) e la corruzione, la televisione offriva sogni facili e intrattenimento leggero.
“Lotteria a trecento milioni”: i programmi TV che promettono successo e le lotterie che promettono ricchezza improvvisa.
Sono tutte “scappatoie mentali” , dei modi per scappare dalla realtà per un popolo che, come dice, spesso “non c’ha l’acqua corrente”.
La canzone è, in definitiva, un inno contro l’immobilismo dell’Italia, dove tutto cambia nei nomi, ma nulla cambia nei fatti.
Ma vediamo qualche cosa in più che vale la pena spiegarvi per capire l’Italia oltre che la canzone.
Si parla di “Ladri di polli / Ladri di Stato”.
I “ladri di polli” sono i piccoli criminali (che rubano poco); i “ladri di Stato” sono invece i politici corrotti che rubano grandi somme restando impuniti. C’erano allora, negli anni ’70 come oggi.
Poi le “Auto blu”: Sono le macchine di rappresentanza dei politici e dei funzionari statali (ancora oggi simbolo di privilegio). Le auto blu c’è l’hanno solo i politici più importanti.
Ma auto blu fa rima con “Sangueblu“. Parliamo della nobiltà.
Chi ha il sangue blu, vuol dire che appartiene a una famiglia nobile o aristocratica, simbolo di prestigio. L’espressione, derivante dallo spagnolo sangre azul, e si riferisce storicamente alla pelle pallida dei nobili, che non lavorando all’aperto, non si abbronzavano. Quindi si vedevano le vene che avevano un colore simile al blu.
Poi c’è “Eya alalà”: questo è un grido di guerra di epoca fascista (inventato da Gabriele D’Annunzio). Rino Gaetano lo mette nell’elenco delle cose che “non sopporta più”.
Non mancano alcune single dei partiti di quel periodo: PCI, PSI, DC, PLI, PRI: Sono gli acronimi dei partiti dell’epoca (Comunista, Socialista, Democrazia Cristiana, Liberale, Repubblicano). La ripetizione ossessiva serve a mostrare quanto fossero onnipresenti.
Si parla anche di “Immunitàparlamentare“: questa esiste anche oggi.
È Il privilegio legale dei politici che impedisce loro di essere processati come i comuni cittadini (un tema caldissimo all’epoca e anche oggi). Anche di questa immunità parlamentare non se ne può più.
Nel testo non mancano tanti nomi che in qualche Modo hanno stufato. In parte si tratta della “élite” italiana del 1978:
La “Dinastia” Agnelli: I proprietari della FIAT.
Calciatori e Sportivi: Causio, Tardelli, Antognoni (campioni del calcio); Lauda (Formula 1); Thoeni (sci).
Ci sono presentatori TV: Mike Bongiorno, Maurizio Costanzo, Raffa (Raffaella Carrà).
Poi si cita anche “Cazzaniga“. Credo si tratti dì Gian Mario Cazzaniga, un filosofo,politico e sindacalista Italiano che è stato tra l’altro anche segretario nazionale della CGIL. Si sentiva spesso parlare di luì in quegli anni.
Per finire voglio citare qualche modo di dire molto usato e che Rino Gaetano non reggeva più.
“Mi sia ‘onsentito dire”.
Questa è una parodia del linguaggio formale dei politici. La “C” mancante in “consentito” imita l’aspirazione toscana di alcuni leader politici dell’epoca. Nella lingua toscana molte “c” sono aspirate: casa diventa ‘asa, cannuccia diventa ‘annuccia e quindi consentito diventa ‘onsentito.
“Mi consenta” e “mi sia consentito dire” erano e sono ancora in realtà modalità molto frequenti in politica e nei dibattiti pubblici. È un modo per chiedere il permesso di dire la propria idea,la propria visione.
Possiamo a “Nella misura in cui” e soprattutto “Aliena ogni compromesso”
Stessa storia. Sono espressioni tipiche del “politichese”, un linguaggio inutilmente complicato usato per non dire nulla di concreto.
Analizziamo le parole.
Aliena: In questo caso deriva dal verbo “alienare”, che nel linguaggio formale/giuridico significa allontanare, escludere o cedere.
Ognicompromesso: Il compromesso è un accordo dove entrambe le parti rinunciano a qualcosa. In politica, spesso ha una sfumatura negativa (corruzione o perdita di coerenza).
Cosa significa la frase intera quindi?
Letteralmente significa: “Rifiuta/esclude qualsiasi tipo di accordo o mediazione”.
Come a dire che chi parla non è disposto a farsi convincere da altri. Questo fa pensare a un politico convinto e che non si fa corrompere da nessuno.
“Ué paisà.”.
Questo è un saluto stereotipato dell’emigrante italiano (spesso meridionale). Significa “ciao, paesano”, “ciao amico, tu che vieni dalla mia stessa terra”. Anche questa espressione fa pensare al fatto che in Italia si va avanti, si fa carriera tramite amicizie e conoscenze e non per meriti.
“Il quindicidiciotto”.
Si riferisce alla Grande Guerra, cosiddetta la guerra del 15-18 cioè che c’è stata dal 1915 al 1918. La Prima Guerra mondiale quindi.
Il quarantotto / Il sessantotto.
Questi sono gli anni di rivoluzioni e rivolte studentesche. Fare un “quarantotto” significa ancora oggi creare un gran disordine. È un’espressione idiomatica anche. Il sessantotto è il 1968 che è stato un anno cruciale segnato da un’ondata globale di proteste studentesche e operaie contro l’autoritarismo, la guerra in Vietnam e le disuguaglianze sociali, culminato con il “maggio francese”, scontri a Valle Giulia in Italia, l’assassinio di Martin Luther King e la Primavera di Praga repressa dai sovietici.
Terminiamo con le P38.
Le P38 sono le pistole tristemente famose durante gli “Anni di Piombo” (periodo di terrorismo in Italia).
Anzi no, c’è anche la “Spiaggia di Capocotta”: Una spiaggia vicino Roma, famosa negli anni ’50 per un caso di omicidio e scandalo sessuale che coinvolse l’alta società parliamo del caso di Wilma Montesi, trovata morta su quella Spiaggia. Un episodio che pare abbia anche ispirato il film “la dolce vita” di Federico Fellini.
Adesso vi lascio all’ascolto della canzone sperando di avervi dato una mano nella comprensione anche dell’Italia di ieri e in parte anche di oggi.