555 Mi risulta

Mi risulta (scarica audio)

Trascrizione

Emanuele: il verbo essere, molte volte, viene sostituito dal verbo risultare. Spesso però impropriamente.

Ad esempio:

La mia automobile risulta molto sporca

Il cielo risulta nuvoloso

Il mare risulta mosso

Questa non è una bella cosa, perché ogni verbo va usato nel modo più opportuno. La macchina semplicemente è sporca.

A volte possiamo farlo:

La lezione è risultata molto noiosa

A me risulta molto utile ascoltare ogni episodio più volte

Ma in questi casi però vogliamo esprimere un risultato, appunto, una conseguenza.

Un altro modo corretto di questo verbo è invece:

Ti risulta?

Vi risulta?

Non mi risulta che…

Non mi risulta che…

Non le risulta che…

Eccetera

Risultare in questo caso somiglia molto di più a conoscere oppure a “essere a conoscenza” piuttosto che al verbo essere.

Se io ti domando:

Ti risulta che Mario sia arrivato a casa?

È come dire:

Che tu sappia, Mario è arrivato a casa?

Sai se Mario è arrivato a casa?

Mario può rispondere:

Non mi risulta

Oppure:

Mi risulta che sia ancora in viaggio

Un altro esempio:

Andiamo al concerto stasera?

Risposta: mi risulta che il concerto sia stato annullato.

Si usa “che” e poi il verbo al congiuntivo:

Mi risulta che il cantante abbia il raffreddore

Quando esprimo una conoscenza ed uso “risultare” non è come usare il verbo essere.

Mi risulta che sia ancora in viaggio

È diverso da:

È ancora in viaggio

Anche:

Mi risulta che il concerto sia stato annullato.

È diverso da:

Il concerto è stato annullato

Anche:

Mi risulta che il cantante abbia il raffreddore

È diverso da:

Il cantante è raffreddato

La diversità sta nel fatto che essere esprime una certezza, invece “mi risulta”, “ti risulta” ecc. Esprime una conoscenza, proprio come “che io sappia“, “che tu sappia” ecc. di cui ci siamo già occupati in un precedente episodio.

Se io vedo con i miei occhi una cosa, posso anzi devo usare il verbo essere. Invece se ho ascoltato una notizia da altre persone, alla radio, se ho letto un SMS eccetera meglio usare il verbo risultare perché non c’è certezza della veridicità.

Anche quando non voglio prendermi la responsabilità di quanto affermo, spesso si ricorre a questo verbo:

Da quanto mi risulti/risulta Giovanni in questo momento si trova in Italia, perché ho letto un suo messaggio whatsapp. Ma non ne ho certezza.

È un po come dire:

Per quanto ne so io…

Per quello che so io…

Pare che….

Sembra che…

Secondo le informazioni che ho io…

Stando alle informazioni in mio possesso

Quindi si dicendo di non avere una conoscenza diretta e quindi una certezza assoluta.

Una risposta potrebbe essere:

A me invece questo non risulta affatto. Stamattina mi ha detto di non voler più partire per l’Italia.

Il verbo comunque ha anche un uso professionale.

La reception di un hotel potrebbe dire ad esempio che a loro non risulta una prenotazione.

Non risulta una prenotazione a suo nome

Oppure:

A noi risulta una prenotazione di una camera matrimoniale a nome di Daniela Rossi

In questo caso si esprime una conoscenza che deriva, cioè che emerge, da un registro, un documento, una email ecc. e anche se questa conoscenza non esprime una certezza, l’uso di questo verbo è preferibile in molti ambiti lavorativi.

Dopo un test rapido anti Covid, il medico, anziché dire:

Non hai il virus, non c’è il virus o non sei positivo, è molto probabile che dica:

Il test risulta negativo

Il risultato del test è negativo

O al limite:

Dal test non risulta/emerge una positività al Covid

Oppure, consultando un registro delle presenze in ufficio, posso dire che:

Dal registro non risulta che Giovanni sia andato a lavorare quel giorno

In generale quindi se si consulta un documento qualsiasi, un dato scritto o registrato da qualche parte, sempre meglio usare il verbo risultare.

L’episodio finisce qui.

Giovanni: grazie Emanuele, adesso ripassiamo perché come si sa, alla fine di ogni episodio bisogna allenare la memoria.

Andrè: ciò che hai detto non risponde al vero. In alcuni episodi il ripasso si trova all’interno e non alla fine.

Khaled: Hai detto il vero, perché spesso e volentieri mi scervellavo a cercare il ripasso alla fine. Ciò non toglie che sempre di un ripasso si tratta.

Ulrike: Vai a capire queste lamentele. Ogni tanto uno strappo alla regola, ci vuole, chi se ne frega.

Emma: Ma dimmi, con questi episodi che fioccano, finirà che parleremo come gli italiani! See!, Campa cavallo!

Rauno: Si, campa cavallo ché l’erba cresce! Bisogna guardare la sostanza e non la forma. Magari
avremo un accento riconoscibile, ma che sarà mai!

Albèric: tornando a bomba, quale che sia la posizione del ripasso, risulta sempre molto utile.

Anthony: Quanto a me, è d’uopo avere la meglio sulla mia pigrizia.
Sono votata allo studio, così riuscirò a migliorare il mio livello, nella misura in cui proseguirò con la pazienza.

554 Aut aut

Aut aut (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Ricordate l’espressione “o così o pomí“?

Questa se ricordate esprime una “falsa” scelta, passatemi il termine, nel senso che la scelta non c’è in realtà e bisogna accontentarsi dell’unica alternativa.

C’è una locuzione invece, quella che vediamo oggi, che rappresenta una vera scelta, tra due alternative (solo due però), ma il problema è che questa scelta è obbligatoria. Si tratta di “aut aut“.

Si usa ad esempio quando c’è un esitazione a prendere una posizione, quando si aspetta troppo a prendere una decisione chiara. Allora qualcuno, cioè un’altra persona, potrebbe imporre una scelta.

Ecco allora che al posto di imporre una scelta si può dire dare un aut aut ad una persona, il che equivale a dire:

Decidi, o scegli A oppure B. Non ci sono alternative.

Qualcosa come: “o di qua o di là“. Una terza soluzione non esiste.

L’espressione “dare un aut aut” è molto diffusa e molti italiani non sanno che non si tratta di inglese ma di latino. Pertanto non si scrive out out, ma aut aut.

Vediamo qualche esempio:

Una moglie, tradita dal marito gli dà l’aut aut: o io o lei.

L’aut aut impone sempre una scelta da parte di chi lo riceve. E la scelta è spesso dolorosa, nel senso che si deve necessariamente rinunciare a qualcosa.

Questo marito traditore adesso è posto/messo davanti ad un bivio, deve scegliere tra la moglie e l’amante.

In questo caso particolare l’aut aut è persino un privilegio per il traditore.

Mettere o porre qualcuno davanti ad una scelta è l’alternativa migliore all’uso di “aut aut”.

Si può dire: dare a una persona l’aut aut, oppure porre/mettere un aut aut.

Molti genitori pongono ai figli l’ aut aut: o studi, o vai a lavorare.

L’aut aut è simile all’ultimatum.

Però l’ultimatum è il termine ultimo. È però sempre una intimazione, una condizione o una proposta perentoria.

Quando si dà un ultimatum, si fa conoscere a un altro le proprie ultime perentorie proposte su una determinata questione, chiedendo una precisa risposta. Non si tratta però necessariamente di scegliere tra due alternative.

Spesso con l’ultimatum si dà anche un limite di tempo concesso per la risposta (un termine ultimo, come ho detto prima).

Si usa anche come una dichiarazione di guerra condizionata ad una scelta, tipo “se non vi arrendere entro oggi, iniziamo a bombardare il vostro territorio”.

Il termine ultimatum, avendo quindi un uso anche in ambito politico-militare, ha un utilizzo più serio rispetto ad “aut aut

Nonostante questo posso usarlo anche in tono scherzoso con lo stesso senso di aut aut:

La mia fidanzata mi ha dato l’ultimatum: o la sposo o mi lascia.

Il senso è sempre legato alla scelta obbligata che non si può rimandare ulteriormente. Questo è sia un ultimatum che un aut aut.

Allo stesso modo, non si può rimandare neanche il nostro ripasso quotidiano:

Anthony: Oggi al lavoro si sono impallati di punto in bianco buona parte dei nostri macchinari a causa del blackout. Ma ti pare accettabile che non siamo muniti di un sistema di corrente di riserva all’altezza dei nostri bisogni?

Ulrike: Mi stai dicendo allora che eravate senza corrente e pure senza internet? Immagino che questo vi abbia fatto dare di volta il cervello.

Anthony: Assolutamente sì, nonostante si sia sempre contraddistinto per la sua affidabilità nel passato.
Stavamo nei guai per via del fatto che prima dell’arrivo dei pazienti stiliamo note e altri preparativi che vengono salvati nell’archivio elettronico al quale si accede con internet. Quindi per tutta la giornata eravamo impantanati in confusione e sembravamo essere sempre a carissimo amico rispetto alla soluzione.

Ulrike: Dunque sono venuti a galla i difetti del sistema, e tutto è andato in tilt, con ritardi e disagi per i pazienti che fioccavano, giusto? Io, in questa situazione, se fossi stato un vostro paziente ne avrei avuto fin sopra i capelli!

Anthony: la tua è una domanda retorica immagino. È ovvio che siamo stati tutti colti completamente alla sprovvista. Del resto, oggi è lunedì e all’inizio della settimana di pazienti ne abbiamo sempre a bizzeffe (come “a iosa”).

Rauno: Ci siamo salvati in calcio d’angolo solo perché domani è martedì e i ritmi sono sempre meno intensi. Siamo riusciti a sistemare il grosso dei pazienti con una visita domani. Altrimenti la storia avrebbe preso una brutta piega.

553 Contraddistinguere e contraddistinguersi

Contraddistinguere e contraddistinguersi (scarica l’audio)

Video

Trascrizione

Giovanni: Secondo voi cosa significano i verbi contraddistinguersi e contraddistinguere?

Komi: secondo me significa distinguersi da altro per via di segni o qualità particolari.

Ulrike: il verbo contiene la parola “contra” che indica un confronto tra due cose o due persone, che si riferisce alle caratteristiche.

Carmen: il verbo distinguersi indica un paragone. Una cosa si distingue dall’altra e possiede una caratteristica diversa dall’altra.

Giovanni: Grazie a Komi, Ulrike e Carmen, che nell’ordine hanno risposto alla mia domanda. Bravi avete detto bene. C’è un confronto e delle caratteristiche, dei segni particolari.

Una cosa interessante è vedere la differenza tra distinguere e contraddistinguere. Si usano allo stesso modo?

Oppure bisogna distinguere tra questi due verbi?

Ecco, “distinguere” sicuramente si usa sempre per spiegare la differenza tra due cose. Significa riconoscere due cose come diverse, attraverso delle caratteristiche peculiari, particolari. È molto simile a essere riconoscibile, caratterizzarsi, differenziarsi, o anche mettersi in luce per particolari doti, segnalarsi:

Quando usiamo questo verbo insomma vogliamo segnalare delle differenze tra due o più cose o persone.

Quando invece usiamo contraddistinguere c’è un segno particolare che rende delle cose o delle persone diverse dalle altre. Quando vogliamo evidenziare questo segno, questa caratteristica, si può usare contraddistinguere.

Es:

Si sta pensando di mettere un segno sulla targa delle auto elettriche al fine di contraddistinguerle.

Quando usiamo questo verbo, la maggior parte delle volte si vuole proprio indicare questa caratteristica, questo segno, cioè il motivo per cui avviene questa distinzione.

Per cosa si contraddistingue Italiano Semplicemente?

Cioè: qual è la caratteristica principale di Italiano Semplicemente che la distingue dagli altri siti o metodi di insegnamento?

E’ molto interessante anche l’uso della preposizione che si usa.
A volte si usa la preposizione “per”, altre volte “da”, altre volte non si usa nessuna preposizione.

Italiano Semplicemente ha un logo contraddistinto dall’immagine del Davide di Michelangelo e si contraddistingue per avere, in ogni episodio, sia la trascrizione che il file audio. Inoltre si contraddistingue per il metodo, non incentrato sulla grammatica ma sull’ascolto e più in generale sulle sette regole d’oro. Una caratteristica che l’ha sempre contraddistinto è anche il fatto che gli episodi hanno sempre qualcosa di divertente o emozionante o interessante, che va oltre il mero insegnamento della lingua italiana.

Allora parlavamo della preposizione da usare.

Nella frase precedente ho usato una volta “per” (si contraddistingue per il metodo), “una volta ho usato “da” (un logo contraddistinto dall’immagine del Davide) e un’altra volta non ho usato nulla (una caratteristica che l’ha sempre contraddistinto).

Attenzione al ruolo della preposizione da.

Quando usiamo contraddistinguere, se usiamo “da” indichiamo quasi sempre la caratteristica distintiva (soprattutto con con la forma passiva) mentre se usiamo distinguere, la preposizione “da” si usa sempre per indicare un termine di confronto. Notate infatti la differenza tra:

Io mi distinguo da te (Confronto) perché sono più simpatico

I miei quadri sono contraddistinti dall’uso della simbologia religiosa (caratteristica)

Quindi con “distinguere” si usa sempre la preposizione “da” (o anche fra e tra) per indicare la diversità da qualcun altro o da qualche altra cosa e invece con “contraddistinguere” la preposizione “da” si usa quasi sempre per indicare la caratteristica, specie nella forma passiva.

Dico “quasi sempre” perché a volte, posso anche dire:

La congiunzione “e” si contraddistingue da “è” (che è un verbo) per un accento

“Che” si contraddistingue da “ce” per l’acca

Questo accade quando faccio un confronto diretto, quindi si usa al posto di distinguere, per sottolineare la caratteristica distintiva. Potrei usare anche distinguere volendo.

Ma attenzione, perché come si è visto, con contraddistinguere, anche quando usiamo “per” stiamo indicando una caratteristica:

“Che” si contraddistingue da ce per la lettera h.

Io mi contraddistinguo per una simpatia superiore alla media

Questo “per” è abbastanza simile a “perché” se ci pensate.

“Che” si contraddistingue da ce perché c’è la lettera h.

Io mi contraddistinguo perché ho una simpatia superiore alla media

Quindi per indicare una caratteristica, nella forma passiva si usa “da”, se voglio sottolineare la caratteristica. Uso invece “per” quando mi interessa di più il confronto.

Inoltre “da” normalmente si usa poco con le caratteristiche delle persone.

Vediamo qualche esempio:

Le informazioni sui social sono spesso contraddistinte da inesattezze e imprecisioni.

Forma passiva, inoltre qui è più importante sottolineare questa caratteristica piuttosto che distinguere queste informazioni da altre. Quindi usiamo “da”.

Invece:

Gli uomini villosi si contraddistinguono per avere molti peli sul petto.

Non c’è la forma passiva. In questo caso poi voglio distinguere gli uomini villosi (quelli che hanno molti peli sul petto) dagli uomini che non hanno questa caratteristica.

Come dicevo inoltre, quando si parla di persone normalmente si usa “per” e non si usa la forma passiva.

Il mio ristorante è contraddistinto da elementi moderni e innovativi e si contraddistingue per una cucina molto creativa.

Prima descrivo il mio ristorante dicendo una particolare caratteristica, uso poi la forma passiva (quindi uso “da”) e poi mi interessa anche distinguere la mia cucina da quella di altri ristoranti, quindi successivamente uso “per“.

Quando quindi voglio far emergere una caratteristica distintiva, che fa riconoscere qualcosa rispetto ad altro, uso generalmente “per”.

Adesso un ripassino veloce da chi si contraddistingue per un maggiore interesse verso la lingua italiana. Il ripasso poi è un altro elemento che contraddistingue Italiano Semplicemente.

Sofie: non vorrei cogliervi alla sprovvista, ma cosa distingue la nazionale italiana di calcio dalle altre? Solo il colore della maglia?

Albéric: Grazie! Io direi invece che l’Italia ha sempre la meglio sulle altre squadre.

Hartmut: questo piacerebbe molto a Giovanni che è l’unico italiano qui. Ma purtroppo, per quanto forte, si trova sempre un’altra squadra che ti dà il benservito.

Lia: fammi fare mente locale... Forse la classe dei calciatori?

Emma: non ne so un’acca di calcio. Per me sono solo 22 atleti che corrono dietro ad una palla. Per il resto, come si suol dire, per me il calcio è arabo.

552 Non c’è… che tenga. Non ci sono santi.

Non c’è… che tenga. Non ci sono santi. (scarica l’audio)

Video

Trascrizione

Giovanni: c’è un’espressione italiana che si può utilizzare quando siete sicuri, o volete apparire sicuri di voi stessi:

Non c’è santo che tenga

Si utilizza in particolare quando si prospetta un possibile ostacolo, che però non influenzerà il risultato finale, non sarà, in definitiva, un ostacolo.
Si usa molto spesso quando in passato non si è riusciti a ottenere un risultato per colpa di qualcosa o qualcuno (l’ostacolo, appunto), ma questa volta siete sicuri che non sarà la stessa cosa. Stavolta siete certi che non v’è nulla che possa opporsi o far procedere diversamente una cosa; stavolta non c’è niente da fare.
Esempio:

Sono già quattro volte che non riesco a superare l’ultimo esame dell’università. Ma stavolta non c’è santo che tenga. Giuro che ci riuscirò!

Quindi vedete che l’espressione esprime sicurezza, determinazione di raggiungere un risultato.
Nell’esempio non ho parlato di un ostacolo preciso. Non ho detto il motivo per cui in passato non sono riuscito a superare quest’esame.
Magari non esiste un motivo solo, o magari semplicemente è scontato, ad esempio la mia impreparazione in questo caso.
Se invece conosco bene e voglio sottolineare questo potenziale ostacolo posso specificarlo nella frase.
Es:

Le ultime partite sono stato molto sfortunato e ho sempre perso. Ma la prossima partita non c’è sfortuna che tenga. Stavolta vincerò io !

Ecco.
Stavolta il potenziale ostacolo è la sfortuna.
Allora posso sempre fare in questo modo: non c’è + ostacolo + che tenga.

Perdiamo sempre per colpa dell’arbitro? La prossima volta non c’è arbitro che tenga. Vinceremo noi!

Significa che la prossima volta vinceremo con qualsiasi arbitro, a prescindere dall’arbitro.
Un professore agli studenti:

Perché consegnate sempre i compiti in ritardo? Avete sempre una scusa da dire e questo non va bene. La prossima volta non c’è scusa che tenga! Chi non consegna i compiti in tempo sarà bocciato.

Come si evince (come si può vedere) da questo ultimo esempio, questa espressione può esprimere anche una mancanza di flessibilità o una intransigenza.
Questo professore non vuole sentire più scuse. In questo caso non c’è un obiettivo quindi, un risultato da raggiungere vero e proprio.
Perché si usa “tenga” alla fine dell’espressione?
Si tratta del verbo “tenere” e questo verbo infatti può anche usarsi nel senso di “essere abbastanza valido”.
Se lo applichiamo alle scuse come nell’ultimo esempio, sappiamo che le scuse possono essere credibili, quindi valide, oppure non credibili, non valide.
Se una scusa è credibile, valida potremmo dire che “tiene“.
Altrimenti diremmo che “non tiene“.
A dire il vero, solitamente a questo scopo si usa il verbo “reggere“, che però è un sinonimo di “tenere“. Quindi quando un pensiero, idea, ecc., ha una certa consistenza e validità tali da resistere alle obiezioni, si dice che questo pensiero “regge”, quest’idea regge, cioè è valida. Il senso è di “resistere” (passatemi il verbo) alla tentazione di credere il contrario, credere cioè che non sia valida.

Es:

Il tuo ragionamento non regge/tiene

Il che significa che non è credibile, perché magari è poco logico; non è quindi valido. Si può usare a questo scopo anche l’espressione informale “ci può stare” o “ci sta“. Ne abbiamo parlato in un bell’episodio dedicato alla particella “ci”. Comunque nell’espressione di oggi si usa solamente il verbo tenere e si usa al congiuntivo: “tenga“. Così si può dire:

Non c’è scusa che tenga

Che significa: non esiste nessuna scusa che sarà accettata, che sarà ritenuta valida. Non deve stupire l’uso del congiuntivo in questo caso. Si può usare allo stesso modo con verbi diversi.

Non esiste nessuna squadra che possa batterci. Non c’è alcuna possibilità che una gallina riesca a volare. Possibile che non c’è nessuno che sappia rispondere a questa domanda?

In questi casi il congiuntivo è la scelta giusta, sebbene spesso anche gli italiani preferiscono l’indicativo, e questo può accadere anche con l’espressione di oggi. Può capitare di incontrare:

Non c’è scusa che tiene: stasera dobbiamo vincere!

Qualcuno si starà chiedendo il motivo per cui si utilizzino i santi, come abbiamo visto all’inizio dell’episodio. Beh, sapete che i santi sono in grado di fare i miracoli, quindi “non c’è santo che tenga” dà molta enfasi alla frase, come a dire che neanche un miracolo riuscirebbe a cambiare le cose. La determinazione è al massimo livello! Vale la pena di citare anche una seconda versione di questa espressione, più breve:

Non ci sono santi!

Molto enfatica anche questa. Ci sono poi espressioni simili, che ugualmente esprimono determinazione nel voler raggiungere un obiettivo:

Com’è vero che mi chiamo…Caschi il mondo… Costi quel che costi

Il senso è simile (anche se non si specifica ancora l’ostacolo potenziale) e spesso si possono tutte usare al posto dell’espressione di oggi. Es:

Costi quel che costi, devo imparare l’inglese entro l’anno

Caschi il mondo, non mi farò convincere a licenziarmi

Com’è vero che mi chiamo Giovanni, io non mi sposerò mai.

Queste varianti possono andar bene per esprimere anche meglio determinazione e convincimento, ma come ho detto non si parla di un ostacolo preciso da superare. Anche “non ci sono santi” ha questa caratteristica. Allora spero di essermi spiegato bene. Adesso mi sono reso conto di essermi dilungato un po’ con la spiegazione. La durata di questo episodio ne risentirà sicuramente. Comunque non fa niente. Caschi il mondo, dobbiamo fare lo stesso un ripasso delle lezioni precedenti. Non c’è durata che tenga!

Ulrike: Stando a quanto sei indaffarata, non riuscirai mai a dare un apporto importante al gruppo.

Irina: Ma no dai, smetti di tallonarmi! È solamente una questione di organizzarmi meglio, cioè di ritagliarmi il tempo necessario per riuscirci. Checché se ne dica sul mio conto, ci metterò del mio e hai visto mai che ce la farò.

Mariana e Dorothea: non restare sul vago! Scendiamo nei dettagli. Quali sono gli obiettivi che ti sei prefissa per cimentarti al meglio con la lingua?

Irina: Beh, per prima cosa mi metterò dei paletti cioè adopererò le sette regole d’oro come si deve. Facendo così, ovvierò allo spreco di tempo in cui ci si imbatte focalizzandosi su cose meno proficue. Per seconda cosa, seguirò indefessamente il sito Italiano Semplicemente ivi inclusa la videochat che offre il programma settimanale dell’associazione italiano semplicemente.

Anthony: Ah certo! un approccio basato su queste regole ti darà parecchio manforte. Nulla quaestio!

Hartmut: e sapete cos’altro dico io a voi scettici dell’ascolto? Se seguite il sito, comincerete ad ingranare con l’italiano e diventerete pure voi dei veri e propri pasdaran del metodo basato delle sette regole d’oro.

551 Per il resto

Per il resto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: come va l’amore?
Vi hanno mai fatto una domanda del genere?
A prescindere dalla vostra risposta, la domanda successiva potrebbe essere:

Per il resto?

Cosa rispondere a questo punto?
Bisognerebbe capire cosa significa esattamente “per il resto“.
In realtà il senso è semplice, perché la domanda è volta a conoscere come vanno le cose, a parte l’amore, che è stato l’oggetto della domanda precedente.
Questo è come chiedere:

Riguardo al resto?
Come vanno le altre cose?
Cosa mi dici delle altre questioni?
Amore a parte, come vanno le cose?

Ho voluto dedicare un episodio a questa locuzione per distinguerla da una piuttosto simile di cui ci siamo già occupati: “del resto“.
“Per il resto” si può usare in molte circostanze diverse, non solo per fare domande, come abbiamo visto. Si usa sempre per indicare tutti gli altri aspetti, tutte le questioni a parte ciò di cui si è appena finito di parlare.
Il termine “resto“, d’altronde, ha un senso preciso: ciò che rimane, è la parte residua di un tutto.
Il resto è quanto manca per un completamento, per raggiungere il totale.
Vediamo qualche esempio con la locuzione “per il resto“:

Non sono molto soddisfatto del primo piatto che ho mangiato stasera al ristorante. La pasta era un po’ salata. Per il resto, non ho lamentele da fare, era tutto buonissimo.
Il governo italiano ha ricevuto i complimenti dalla comunità europea riguardo alla riforma della giustizia. Per il resto, l’Italia ha ancora molto da lavorare.

Dunque “per” il resto, sta per riguardo al resto, per quanto riguarda le altre cose, riguardo le restanti questioni, per quanto concerne gli altri aspetti.
In questo modo si sta dicendo che tutte queste questioni sono meno importanti, tanto che sono state tutte raggruppate, mentre la questione principale è stata evidenziata, è stata trattata all’inizio perché ritenuta più importante.
Questo dunque è il modo di usare “per il resto“.
Bene, adesso che abbiamo trattato l’argomento del giorno, per il resto non ci resta che il ripasso. Del resto ve lo aspettavate, vero?
Carmen: sapete ragazzi che durante la giornata mi ronzano per la testa diverse idee per i ripassi.
Rauno: e ogni giorno c’è Giovanni a dire: “Ok ragazzi come rimaniamo con il ripasso di oggi?”

Dorothea: eh già! E io molte volte sono costretto a rispondergli picche perché di ripassi pronti ne sono solitamente sguarnita.

Komi: direi anch’io che la composizione di ripassi non dovrebbe rimanere appannaggio principalmente di Gianni. D’altronde, quelli che devono esercitarsi con l’italiano siamo noi.

Irina: raccolgo la provocazione. Da oggi in poi mi organizzerò a dare seguito alla sua chiamata giornaliera per un ripasso, sebbene il più delle volte questo risulti per essere niente di trascendentale (fine alternativa alla ciofeca megagalattica)

Pasdaran – POLITICA ITALIANA (n.9)

“PASDARAN”

Il linguaggio della Politica Italiana 

Pasdaran

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Tutti gli episodi

Descrizione

Un termine che usano spesso nei programmi TV, quando si parla di politica, è “pasdaran”

PER STUDENTI NON MADRELINGUA

 

550 Un’acca

Un’acca (audio)

Trascrizione

Giovanni: il termine “niente“, o “nulla“, in italiano, può essere sostituito da molte altre parole o espressioni più o meno colorite.

Qualche esempio?

Assolutante niente, un bel niente, zero, zero assoluto, zero carbonella, un cavolo, un cacchio, un accidente, un fico secco.

Poi se andiamo sul volgare: una mazza, una minchia, una beata minchia, una cippa, una benemerita, ed altri ancora.

La scelta dipende dal contesto, più o meno informale, ma anche dall’argomento di cui si parla e dal verbo che si usa.

Quando si tratta di “capire“, ad esempio, e quando soprattutto non vogliamo essere volgari possiamo usare:

Non capire un’acca

Questa non è per niente un’espressione volgare, e potete usarla sempre senza problemi.

Significa ovviamente non capire nulla, non capire niente, non comprendere nulla.

La lettera h è una lettera particolare nella lingua italiana perché non è espressa attraverso un suono identificativo e infatti si dice che è muta e a volte si chiama “mutina“.

Per questo motivo l’espressione non capire un’acca ha il significato di non comprendere neanche una parola di quanto si è appena ascoltato o letto.

Es:

Ho letto le istruzioni del mio telefono ma non ci ho capito un’acca

Quando il professore di italiano parla, avendo un tono di voce molto basso, non si capisce un’acca.

Sono stato alla prima lezione all’università ma non ho capito un’acca.

Al cinema c’era un audio pessimo. Non si capiva un’acca.

Quando parla Giovanni va troppo veloce. Non capisco mai un’acca la prima volta.

In realtà l’espressione si usa anche per indicare una mancanza assoluta, in espressioni di giudizio o di constatazione. Quando quindi si sta giudicando qualcuno o qualcosa o si constata, cioè si verifica qualcosa e si fa un’osservazione, si dà una valutazione, un giudizio personale.

Quindi anche con altri verbi, tipo: contare, valere, sapere e conoscere, vedere, sentire e pochi altri:

Mario non conta un’acca all’interno della società. È solo un impiegato.

Non sento un’acca da quando ho compito 90 anni.

Al concerto eravamo 100 mila persone. Non si vedeva un’acca ovviamente.

Non conosco un’acca di informatica.

Ci sono due nuovi impiegati da oggi, ma da quanto ho capito parlandoci cinque minuti, non valgono un’acca.

Quanto vale questo quadro secondo te? Risposta: un’acca!

Non c’entra un’acca il sesso di una persona con la probabilità di diventare famosi

Non si usa normalmente con altri verbi, a meno che la frase non sia critica, una valutazione negativa, un giudizio.

Adesso ripassiamo le espressioni passate parlando di calcio. Lo so, non c’entra un’acca ma pazienza!

Khaled: che bello che negli stadi di calcio finalmente si rivedano i tifosi vero? Speriamo che questa pandemia sia sconfitta una volta per tutte.

Komi: bellissimo. I giocatori sono veramente felicissimi e hanno riscoperto la gioia di esultare dopo un gol. Niente a che spartire con gli spalti vuoti.

Anthony: ma l’Italia avrà la meglio dei suoi avversari?

Ulrike: ci vorrà anche un po di fortuna. Ma io non guferò contro gli azzurri comunque. Anzi!

Dorothea: io di calcio non ci capisco un’acca, ma tiferò comunque per gli azzurri. Punto su di loro sicuramente dopo aver visto le prime partite.

549 Sbucare

Sbucare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Tutti conoscete il buco vero?

Il buco è una piccola cavità variamente profonda, o piccola apertura per lo più tondeggiante, cioè soprattutto di forma rotonda. Si può fare un buco nel muro con un chiodo; c’è anche il buco della chiave; c’è il formaggio coi buchi, cioè l’emmental e poi ci sono i proverbi con il buco, come ad esempio:

Non tutte le ciambelle riescono col buco

Cioè non tutti i tentativi vanno a buon fine, non tutte le cose riescono perfettamente.

E la buca?

La buca, al femminile, si usa di solito per le cavità naturali, i buchi naturali, e stanno quasi sempre a terra. Ma se sono molto grandi si chiamano in altro modo: crateri o fosse ad esempio.

Il cane ad esempio fa una buca nel terreno per sotterrare l’osso per cioè nascondere l’osso sotto terra.

Ci sono le buche del gioco del golf, dove deve finire la pallina da golf.

Il termine buca ha in realtà moltissimi significati di cui vi parlerò anche in altri episodi.

In questo mi interessava parlarvi del verbo “sbucare“, molto usato nel linguaggio colloquiale.

Sbucare, letteralmente, significa uscire da una buca, uscir fuori, quindi ad esempio gli animali selvatici, tipo i serpenti quando escono da una buca nel terreno, che può essere la loro tana, il loro rifugio o un nascondiglio, cioè un luogo dove si nascondono; in questi casi si dice che sbucano fuori dalla loro tana.

Ho visto sbucare la testa di un gattino da quella buca.

Si usa spesso la preposizione “da” per indicare il luogo, la buca da cui si sbuca, cioè il luogo da cui si esce fuori.

Nel linguaggio comune però anche quando una persona appare all’improvviso in un luogo, si può usare il verbo sbucare:

E tu da dove sei sbucato?

E tu da dove sbuchi?

Che è come dire:

Ma tu dov’eri finora? Non ti avevo visto!

Si può anche dire:

Da dove sei uscito?

Da dove salti fuori?

Sono tutte espressioni che esprimono stupore, per aver visto una persona (o anche altro) che non si era notato prima. Come se fosse uscito da una buca nel terreno all’improvviso.

Da dove sbuca questa pistola? Da quando hai una pistola?

Ero ad una festa di compleanno di un mio amico e a un certo punto sbuca mia madre!

Da dove sbucano questi soldi? Come li hai guadagnati?

Si può anche fare un incidente perché una macchina “sbuca all’improvviso”

Ovviamente, quando una macchina o una persona sbuca, specie se si aggiunge “all’improvviso” c’è l’idea della sorpresa. È sempre così col verbo sbucare.

E adesso ripassiamo. L’argomento del ripasso di oggi è “i lati positivi del pianto”. Piangere pare giovi alla salute.

Vi risulta ragazzi?

Albéric: piangere, in effetti, da ciò che risulta da alcune ricerche, ha molti benefici ad esempio ha un’azione calmante. Questo è solo il primo rovescio della medaglia! Ve ne sono altri?

Mariana: senz’altro! Infatti si ottiene anche facilmente supporto dagli altri.

Dorothea: oltretutto aiuta ad alleviare il dolore.

Rauno: Migliora l’umore. Soprattutto se qualcuno ti tende una mano per correre ai ripari.

Emma: Rilascia le tossine e allevia lo stress. Questo è un altro bel pretesto per farsi un piantarello come si deve.

Lia: aiuta anche a dormire, volendo aggiungere un altro vantaggio. Combatte i batteri, che, se vogliamo, non è male come lato positivo, no?

Komi: e infine migliora la visione. Lo vogliamo buttare via come vantaggio?

Sofie: e fu così che tutti i visitatori di Italiano Semplicemente iniziarono a piangere a dirotto

548 Apostrofare

Apostrofare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 548 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di apostrofi. Non esattamente però. Parliamo di apostrofare.

Questo è ciò si fa quando si mette un apostrofo, giusto?

L’altra (la altra) notte ho fatto un brutto sogno.

Un’altra (una altra) volta?

Sapete tutti la regola vero?

Bene, allora passiamo al secondo significato di apostrofare.

Quello che abbiamo appena visto è quello che tutti gli stranieri conoscono: mettere un apostrofo.

L’apostrofo è una virgoletta sopraelevata (’) per indicare l’elisione di una vocale finale ( l’amore invece di lo amore) oppure ’71 al posto di 1971. Oppure da’ al posto di dai (verbo dare) oppure po’ per poco eccetera.

Ma apostrofare si usa anche per dire le parolacce o insultare una persona.

Significa, per l’esattezza, rivolgersi a qualcuno con un tono di rimprovero. Non è necessario dirsi parolacce, ma generalmente è proprio così.

Basta però rivolgere accuse ad alta voce e all’occorrenza insultarsi.

Guarda quei due, si stanno apostrofando a vicenda.

Non è neanche necessario ascoltarli, basta notare uno stato di agitazione e vedere che stanno in contrasto l’un l’altro, in un discorso animato.

Quindi se vedete due persone agitate che stanno discutendo, potete dire che:

Stanno discutendo animatamente

Stanno litigando

Si stanno accusando

Si stanno apostrofando

Attenzione però: l’apostrofo non è anche un sinonimo di insulto o accusa, ma solo un’innocente virgoletta sopraelevata (‘).

Comunque un’altra cosa da dire è che quando si usa apostrofare al posto di insultare e accusare, spesso si specificano le parole usate oppure si aggiunge qualcosa in più.

Es:

Quante volte i giovani italiani disoccupati sono stati apostrofati chiamandoli bamboccioni? Tante, troppe volte.

I poliziotti hanno cercato di calmare i manifestanti, ma sono stati apostrofati in malo modo.

I rappresentanti del governo sono stati apostrofati su Twitter: corrotti, bugiardi, eccetera eccetera.

Mariana: una volta in Italia mi hanno apostrofata perché non avrei dato la precedenza con la macchina! Ma io non avevo torto perché venivo da destra! Mi ha urlato “ah stronza! Ma dove hai preso la patente?”

Marguerite: che classe! Dev’essere stato qualcuno che se le cercava, sembrava quasi avesse voglia di litigare. Può capitare.

Hartmut: meglio stare alla larga da certa gente e munirsi di pazienza quando capitano questi episodi.

M4: io non le capisco certe persone. Sono decisamente agli antipodi. Amo la pace e l’amicizia. Poi, non guido più da illo tempore. Adesso ho l’autista

Lia: sei diventato qualcuno? beato te!

547 Come si suol dire

Come si suol dire (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Benvenuti nell’episodio numero 547 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. A Roma è scoppiata letteralmente e improvvisamente l’estate.

Come si suol dire, non ci sono più le mezze stagioni.

Questo è una frase che si sente molto spesso in Italia quando arriva il caldo all’improvviso oppure il freddo.

Le cosiddette “mezze stagioni” infatti sarebbero il passaggio dalla stagione estiva a quella invernale e viceversa e si usa quando questo passaggio non è graduale, con temperature intermedie che quindi si abbassano o si alzano veloceente, da un giorno all’altro.

Comunque l’episodio di oggi non è dedicato alle mezze stagioni, bensì alla locuzione “come si suol dire” che ho usato all’inizio.

Come si suol dire ha il significato di “così come è abitudine dire“, “così come si dice normalmente in questi casi“.

Nell’espressione è presente uno strano verbo: solere, che si utilizza in pochissime occasioni.

In genere si usa in questa locuzione oppure in frasi come “si suole fare” e “suole accadere“, “soleva andare” e poche altre.

Il verbo solere – attenti alla pronuncia – significa appunto “avere l’abitudine di“. Un verbo usato spesso dai grandi poeti italiani e appartiene quindi al linguaggio letterario.

In teoria quindi se io anziché dire:

Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.

Potrei dire:

Tutte le domeniche soglio andare allo stadio a vedere la partita.

Ma a nessun italiano verrebbe in mente di dire una frase del genere, tanto meno riuscirebbe facilmente a comprenderne il significato se un’altra persona la pronunciasse.

Normalmente si usa invece dire, con lo stesso significato di solere: “essere solito“:

Tutte le domeniche sono solito andare allo stadio a vedere la partita.

che è come dire:

Tutte le domeniche ho l’abitudine di andare allo stadio a vedere la partita.

Tutte le domeniche normalmente vado allo stadio a vedere la partita.

Questo è tipicamente legato al concetto di abitudine, a ciò che si fa abitualmente.

Tornando alla locuzione “come si suol dire“, questo è il modo più frequente di usare il verbo solere, come ho fatto io all’inizio. Fa parte del linguaggio colloquiale, quindi usatela normalmente senza aver paura di essere scambiati per un poeta o una poetessa.

Vediamo qualche esempio, anche col verbo solere in generale.

Io e Alex siamo molto amici. Stiamo spesso insieme. Come si suol dire, siamo pappa e ciccia

Essere pappa e ciccia è ovviamente un’espressione idiomatica italiana (significa essere molto amici, essere sempre insieme) e l’espressione “come si suol dire” si può usare sempre quando si sta per pronunciare una espressione idiomatica.

Non solo le espressioni idiomatiche però. L’espressione può precedere un qualsiasi termine o verbo o locuzione che, in quella specifica occasione, è abitudine utilizzare nella lingua italiana.

In qualche modo, la locuzione “come si suol dire” ha la funzione di preparare l’ascoltatore o il lettore alla frase successiva. Questo potrebbe aiutare il lettore o l’ascoltatore a mettere maggiore attenzione a quanto sta per seguire.

Se poi la cosa che si sta per dire è anche discutibile, o “forte”, o esagerata, vi ricordo che, come abbiamo visto in un episodio passato, potrei usare l’espressione “passatemi il termine” al posto di “come si suol dire“, in sostituzione.

Es:

Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, come si suol dire, mi puzza di tradimento!

Ho visto la tua ragazza che passeggiava a braccetto con un uomo che io non conosco e non eri tu. Questo, passami il termine, mi puzza di tradimento!

Quindi la parola tradimento potrebbe essere malaccetto, (è il contrario di benaccetto), sgradito. Quindi, anche se “mi puzza di tradimento” è usata in questi casi, e per questo motivo io potrei usare la frase “come si suol dire”, forse meglio usare “passami il termine” affinché sia maggiormente accettata dal nostro interlocutore.

Questo, come si suol dire, “è quanto“, adesso occupiamoci del ripasso, che, come siamo soliti fare, inseriamo alla fine di ogni episodio.

Parliamo di alimentazione e sport cercando di usare qualche espressione che abbiamo già spiegato:

Marguerite: a proposito: io sono solita fare yoga una volta a settimana, tempo e imprevisti permettendo ovviamente.

Ulrike: yoga? Io non l’ho mai praticato. Faccio una corsetta ogni tanto, sempre meglio che niente.

Sofie: giusto. Più in generale si potrebbe dire che quale che sia l’attività motoria scelta, l’importante è muoversi un po’.

Anthony: infatti. Così possiamo permetterci anche uno sfizio ogni tanto, tipo un piatto di spaghetti o un tiramisù!

Dorothea: vacci piano coi tiramisù però!

Hartmut: io non sono ancora all’ultima spiaggia quindi posso ancora permettermi qualche sgarro.

Irina: ci vuole buon senso comunque con l’alimentazione, senza necessità di esagerare.

Komi: buon senso? Cioè, vuoi dire immagino che dovrei mangiare un piatto risicato di pasta alla puttanesca? Basterebbe mettere dei paletti alle esagerazioni, cercando di mantenere uno stile di vita sano. Ciò non toglie che ogni tanto si possa mangiare qualcosa in più.

Irina: moderazione, equilibrio, stile di vita… Uff! Ed io che stavo lì lì per farmi mezzo kilo di penne all’arrabbiata!! Mi avete fatto passare la fame, altro che storie!

38 – A carico – ITALIANO COMMERCIALE

 “A CARICO”

indice degli episodi

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Descrizione

Quando si parla di pagamenti, a volte si deve indicare una spesa dicendo anche chi deve fare questa spesa. Spesso poi c’è il dubbio su chi debba effettuare questa spesa o questo pagamento. Vediamo come usare la locuzione ” a carico” e anche alcuni verbi utili, come spettare, competere, toccare, sopportare e accollarsi.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA

 

546 Meglio di o meglio che? – CONFRONTI

Meglio di o meglio che? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
In questo episodio voglio parlarvi di “meglio“, avverbio e aggettivo.

Spesso infatti i non madrelingua, anche di livello avanzato, fanno un errore abbastanza evidente. L’errore viene dal fatto che non è chiaro quando “meglio” si usi insieme alla preposizione “di”, oppure alla congiunzione “che” oppure quando non ci vuole proprio nulla.

Più in generale “meglio” e “peggio” possono essere associati a qualsiasi preposizione e congiunzione ma spesso la preposizione “di” viene usata male dai non madrelingua.

In questo episodio cercherò di far luce su questo aspetto, sperando di non essere noioso.

Vediamo alcuni esempi:

Secondo te è meglio fare il vaccino Pfizer o Moderna?

Secondo me è meglio Pfizer che Moderna.

Questi due vaccini sono meglio che Astrazeneca?

Astrazeneca è sempre meglio che niente!

In tutti i casi stiamo facendo un confronto, un paragone, utilizzando “meglio“.

Beh, in fondo “meglio” serve a questo no? Serve ad esprimere una preferenza, quindi un paragone va sempre fatto.

Il problema c’è soprattutto quando facciamo un confronto e paragoniamo due cose, che possono essere due persone, due oggetti, due caratteristiche, due aspetti, eccetera.

In questi casi è importante notare l’ordine delle due cose che si confrontano.

C’è il primo termine di paragone e il secondo termine di paragone.

Col primo termine non si usa mai nulla. Questa è la prima cosa da sapere.

Ma prima del secondo termine cosa usare? “Di” oppure “che” ?

Ascoltate il seguente esempio e ditemi se vi sembra giusto:

Meglio di fare un po’ ogni giorno di fare tutto in un giorno!

La prima parte “meglio di fare” non va bene.

Meglio fare” è corretto perché è il primo termine di paragone. Non si deve usare né “di”, né “che”. Questo riguarda il primo termine di paragone.

Il secondo termine di paragone è “fare tutto in un giorno”.

È corretto usare “di” ? In genere No.

E’ infatti da preferire “che” se non parliamo di persone, col secondo termine di paragone. A volte si usa anche “di” ma generalmente si usa “che“, più corretto.

Negli esempi iniziali infatti posso anche usare “di” e questo è normalissimo e non ci sono problemi. Forse nel linguaggio comune è persino più normale usare la preposizione “di”:

Secondo me è meglio Pfizer di Moderna.

Questi due vaccini sono meglio di Astrazeneca?

Posso usare “di” senza problemi. Questo vale anche quando nel secondo termine di paragone c’è un verbo all’infinito. Si deve usare “che“, sebbene anche gli italiani a volte usino “di”.

Meglio bere che mangiare.

È meglio una settimana di vacanza che un solo giorno.

Meglio ridere che piangere

Meglio parlare d’amore che di lavoro

In questo caso ho usato “che” per fare il paragone. “di lavoro” sta invece per “parlare di lavoro”. “Parlare” lo ometto per non fare la ripetizione; è questa la funzione di questa preposizione semplice è diversa in questo caso. Non serve a fare il paragone. Ecco un buon motivo per usare “che”. Altrimenti dovremmo scrivere due volte “di”.

Spesso si usa anche “piuttosto che” per evidenziare il secondo termine di paragone:

Meglio divertirsi piuttosto che lavorare

Questo però vale per i verbi all’infinito.

Altrimenti meglio usare “di”:

Meglio dello sport, niente aiuta a rilassarsi.

Niente è meglio del caffè per svegliarsi.

Se confrontiamo direttamente le persone invece, col primo termine non si usa nulla, mentre col secondo si deve usare “di“:

Io sono meglio di te a giocare a tennis

Tu sei meglio di chiunque altro per me.

Meglio di noi non c’è nessuno al mondo.

Meglio lui di te.

Noi siamo meglio di voi

Naturalmente in questi casi stiamo confrontando le persone.

Se dico:

Questo vestito sta meglio a te (piuttosto) che a me

Ho usato “che“, ma in questo caso parlo del vestito, è un giudizio sul vestito.

Un’altra difficoltà c’è quando usiamo il verbo “preferire“. In questo caso non usiamo “meglio”.

La sostanza cambia un po’.

Col primo termine di paragone non si usa né “di”, né “che”, come prima – niente di nuovo – mentre col secondo termine di paragone si usa “a” oppure a volte “che“:

Meglio bere che mangiare

Se uso preferire:

Preferisco bere che mangiare

Preferisci Giovanni a Mario come professore.

Preferisco la campagna alla città

Stasera preferisco il cinema al teatro

Stasera preferisco andare al cinema (piuttosto) che al teatro

Adesso è meglio fare (senza “di“) un bel ripasso piuttosto che continuare a fare esempi:

Ulrike: Quali che siano le difficoltà nel ripassare le espressioni precedenti, alla luce del crescendo degli episodi, mi vedo proprio costretta a rispolverarle ogni tanto, altrimenti tutti i gioiellini della rubrica scompaiono dalla mia mente. Allora o così o pomì.

meglio di o meglio che? CONFRONTI LINGUA ITALIANA

545 Quale che sia

Quale che sia (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Sapete che al posto dell’aggettivo “qualunque” potete usare anche “quale che sia“?

Per capire quando possiamo farlo, notate che “qualunque” si usa in tre modi diversi.

Può significare “ogni“. Ad esempio:

Devo riuscire a superare l’esame a qualunque costo

In questi casi potrei anche dire:

Quale che sia il costo, devo superare l’esame.

Inoltre qualunque può avere un significato limitante:

Per favore, posso avere un libro qualunque della libreria?

Questo accade ogni volta che è preceduto da un nome.

Limitante perché un libro qualunque non è un libro di qualità. Lo stesso accade se io volessi sposarmi con una donna qualunque.

Anche in questo caso potrei usare “quale che sia”:

Vorrei un libro. Quale che sia, a me va bene lo stesso.

Quale che sia, in generale, è più elegante rispetto a qualunque, e inoltre.

Quale che sia trova il suo utilizzo ottimale quando devo esprimere un parere, un’opinione. Es:

Quale che sia la tua scelta, sono pronto ad accettarla.

Quale che sia il motivo che ti ha spinto a lasciarmi, non credo di meritarlo.

Quale che sia il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America, per me non cambierà niente.

Poi c’è una particolarità non indifferente. Infatti “quale che sia” , può diventare “quale che fosse” che equivale a “qualunque fosse“.

Quale che fosse” si dovrebbe usare per questioni passate, anche se molto spesso si usa esattamente come “quale che sia”.

Es: non mi interessa se lo scorso anno eri un milionario. A me interessa se sei ricco oggi.

Cioè, in altre parole:

Quale che fosse la tua ricchezza lo scorso anno, a me non interessa.

Quale che fosse il tuo livello di italiano prima di far parte della nostra associazione, sicuramente oggi sarà più alto.

Naturalmente esiste anche la forma plurale.

Quali che siano (qualunque siano) le tue condizioni fisiche, devi giocare assolutamente questa partita!

Quali che fossero (qualunque fossero) le tue condizioni fisiche, dovevi giocare assolutamente quella partita!

Dobbiamo assolutamente superare la crisi economica, quali che siano le difficoltà che incontreremo.

Si usa di frequente anche al futuro: quale che sarà, quali che saranno.

Quale che sia la forma e il tempo, vi consiglio comunque di cercare di utilizzare questa modalità, perché come detto è elegante, e, essendo molto adatta soprattutto quando si esprime un’opinione denota una maggiore convinzione in ciò che si sta dicendo, quindi quando volete sembrare più determinati, più convinti, usate pure “quale che sia”.

Un’ultima annotazione. Pensate alla locuzione “a prescindere“, molto simile nell’utilizzo, ma a prescindere è spesso più sintetica.

Ce ne siamo già occupati. Andate a dare un’occhiata, se volete, all’episodio. Vediamo solo un esempio:

Moglie: Caro, mi ami di più quando sono bionda o mora?

Marito: io ti amo a prescindere cara!

Vale a dire: quale che sia il colore dei tuoi capelli, io ti amo!

Bene. A questo punto facciamo un bel ripasso. Quali che siano i membri che ascolteremo, sono sicuro che sarà un ripasso coi fiocchi.

Dorothea: Adesso vi racconto una cosa che mi accade di frequente: inaspettatamente, gli occhiali da vista mi spariscono. Ogni volta che ciò accade ci rimango male: per quanto mi riguarda, difficile cercare gli occhiali senza averceli sul naso! Allora, ogni due per tre chiamo mio marito affinché mi dia manforte. È sempre disposto ad aiutarmi previa una piccola ramanzina in merito.

Anthony: Ancora tempo sprecato a cercare! Fai tutto a vanvera, sei troppo spensierata, è colpa tua, peggio per te! Non ti reggo più!

Irina: Si arrabbia e allora non ne ha per nessuno: la figlia, il cane, l’uccello canterino in gabbia.

Marguerite: Dopo lo sfogo chiedo:
Ora come la mettiamo con gli occhiali?

Anthony: visto che non sei uscita di casa, gli occhiali sono giocoforza dentro, non ci piove. Allora, facciamo mente locale…

Marguerite: In quattro e quattr’otto scopro l’oggetto della ricerca nascosto tra i miei capelli!

Emma: tuo marito in fondo è una brava persona, quindi ne avete ben donde di esservi affezionati. Avercene di mariti come lui!!!

544 Prendere in contropiede

Prendere in contropiede (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:
Anche il mondo del calcio contribuisce ad arricchire la lingua italiana. Lo abbiamo già visto con l’espressione salvarsi in calcio d’angolo.

La stessa cosa vale per “Prendere in contropiede”.

Sapete cos’è il contropiede?

Il contropiede, intendo nel gioco del calcio ma anche in altri sport con la palla, è un’azione rapida e improvvisa effettuata mentre la squadra avversaria è proiettata in avanti.

La squadra avversaria sta attaccando e i suoi giocatori sono un po’ troppo spostati verso la porta avversaria, quindi se perdono la palla, la nostra squadra può approfittare di questa situazione facendo un rapido contropiede.

In pratica si cerca di cogliere di sorpresa la squadra avversaria, e per fare questo è importante essere molto veloci.

Molte squadre di calcio hanno un sistema di gioco basato prevalentemente su tale tipo di azione.

Si usa anche nel tennis, e si parla di un colpo con cui si mette la pallina nella direzione dalla quale l’avversario si sta allontanando. Indubbiamente una cosa inaspettata per l’avversario.

Si può dire quindi:

Dobbiamo prendere in contropiede gli avversari non appena ne abbiamo la possibilità

Stiamo attenti a non farci prendere in contropiede

Abbiamo preso troppi gol in contropiede

L’espressione si può facilmente usare anche nella vita di tutti i giorni.

Infatti si capisce bene che prendere di sorpresa è un’espressione abbastanza simile, così come anche prendere o cogliere alla sprovvista, di cui ci siamo già occupati.

Se siamo noi ad essere presi in contropiede, non è qualcosa di piacevole, perché è accaduto qualcosa che non ci aspettavamo, che ci coglie impreparati. Si può dire anche così in effetti.

Siamo stati colti impreparati

Il verbo cogliere dà l’idea della cosa improvvisa. Ricordate l’espressione cogliere l’occasione al volo?

C’è l’idea che non si è pronti a reagire, perché è successo qualcosa di inaspettato, cioè che non ci aspettavamo.

Vediamo qualche esempio:

La decisione del professore di fare un compito in classe a sorpresa ha preso in contropiede tutti gli studenti.

Quindi gli studenti non se lo aspettavano e probabilmente questo compito non andrà molto bene in termini di risultati.

Sono andato dalla mia fidanzata per chiederle di sposarla. Lei mi ha detto di essere già sposata con un altro. Questa notizia mi ha preso in contropiede e non ho saputo come replicare.

Un’attrice famosa, sul suo account Instagram, ha dichiarato di ritirarsi dalla carriera, prendendo tutti in contropiede: i fan, i suoi sponsor, e persino i suoi familiari.

Adesso ripassiamo:

Marguerite: così, di punto in bianco un ripasso? Ci sentiamo presi alla sprovvista , ma proviamoci lo stesso. Pur di ripassare va bene tutto!

Dorothea: improvvisare è la cosa più difficile. Ma non bisogna sentirsi all’altezza per farlo.

Wilde: Se poi fioccano gli errori, pazienza!
Hartmut: Se è vero, come è vero, che gli errori aiutano, tanto vale provare!
Anthony: Sono tanto preoccupato quanto te, ma altrettanto fiducioso che questo produrrà dei risultati. Anzi, ne ha già prodotti, stando a quanto vedo!

543 Sparire o scomparire?

Sparire o scomparire (audio)

Sparire o scomparire?
Photo by Dids on Pexels.com

Trascrizione

Giovanni: qual è la differenza tra sparire e scomparire?

Un membro dell’associazione, Xiaoheng, che approfitto per salutare, mi ha posto questa domanda. Ascoltiamo Xiaoheng:

Xiaoheng: Ascoltando l’episodio dedicato al termine sparuto, hai usato i verbi sparire e scomparire, ma nonostante la mia ricerca sui dizionari non sono riuscita a capire la differenza tra questi due verbi. Poi la parte finale -parire mi crea problemi perché mi viene da dire “sono sparsi” e non “sono spariti” facendo confusione col verbo spargere. Infine, come se non bastasse, scomparso (participio passato) può diventare scomparsa, che è anche sostantivo.

Che mal di testa!

Giovanni: Allora vediamo un po’.

In realtà nessuno l’ha mai spiegato neanche a me, e a dire il vero non c’è una differenza significativa, ma in qualche caso, se proprio vogliamo andare a distinguere, quando si usa il verbo scomparire, si tratta spesso di persone.

Forse ci sono anche emozioni forti legate a questo verbo. Paura, ad esempio, per una persona scomparsa, che non vediamo più e siamo preoccupati. Preoccupazione e paura sono più spesso associati alla scomparsa.

Sicuramente sparire si usa maggiormente nel linguaggio colloquiale, mentre scomparire è più legato alla preoccupazione.

Scomparire e sparire significano entrambi non farsi più trovare, nascondersi, rendersi irreperibile, sottrarsi alla vista andando via o semplicemente qualcuno o qualcosa non si vede più e non si sa che fine abbia fatto e spesso siamo preoccupati per questa scomparsa o sparizione. In questo caso come detto mi sembra si preferisca scomparire.

Ho appena usato il sostantivo “scomparsa“:

Sono forti le preoccupazioni per la scomparsa (sparizione è meno adatto) di un anziano signore che si è allontanato da casa e da allora non si è più trovato.

Usata come verbo invece:

È scomparsa la mia automobile parcheggiata in garage.

La donna scomparsa si chiama Daniela

La scomparsa, come sostantivo, sta quindi alla sparizione come scomparire sta a sparire. Anche sparizione è sostantivo.

La sparizione dei vasi etruschi dal museo è un vero mistero.

Scomparire è comunque molto simile anche a dileguarsi.

Dileguarsi: in questo verbo la volontà e la velocità, sono le uniche cosa che contano. Quindi dileguarsi significa non esattamente sparire o scomparire, ma andare via, allontanarsi, lasciare un luogo, scappare da una situazione rischiosa, spesso per furbizia o per sfuggire da impegni e responsabilità.

Mi verrebbe da pensare che “scomparire” ha anche qualcosa di misterioso in più.

Riguardo agli oggetti, non si può dire in generale che sia sbagliato usare scomparire, assolutamente no, ma più spesso un oggetto sparisce. Forse perché la cosa non rappresenta spesso una forte, vera preoccupazione.

Sono spariti i miei occhiali. Che fine hanno fatto?

Non c’è una seria preoccupazione in questo caso. Ma nessuno mi impedisce di usare scomparire. Insomma quasi quasi il mal di testa viene anche a me!

Forse quando qualcosa sparisce questa cosa è introvabile, oppure è stata persa, oppure è colpa di qualcuno.

Si usa infatti spesso “far sparire” qualcosa, tipo:

Prima del processo qualcuno ha fatto sparire tutti i documenti più importanti

Sicuramente in questo caso è più usato sparire che scomparire.

Si usa anche “sparire o scomparire dalla circolazione“, senza preferenze. Espressione che si usa sia con le persone quando non si fanno più vedere in giro, sia con gli oggetti, quando sono fuori commercio.

Un’altra cosa certa è che sparire si usa molto più di frequente come esclamazione:

Sparisci!

Sparite!

Esclamazione che si usa per invitare una o più persone ad andarsene, perché sono fastidiose e negative.

Sicuramente in questo caso si usa più spesso sparire.

Potrei comunque dire:

Scompari dalla mia vista!

Un po’ più teatrale!

Riassumendo, se volete sempre usare scomparire o sparire, fate pure, non c’è una differenza marcata.

Ho voluto condividere qualche riflessione con voi, che può magari esservi utile, anche solo come esercizio di ascolto e riflessione in lingua italiana.

Saluto xiaoheng sperando che il mal di testa non sia aumentato!

Per quanto mi riguarda so come fare: meglio non iniziare a studiare il cinese!

Adesso ripassiamo.

Irina: ciao bella, ho sentito che siete tornati alla carica ieri sera al campo di calcetto. Vorrei sapere se, come l’ultima volta, la tua squadra si è salvata in calcio d’angolo col gol di Giovanni contro il portierone oppure avete vinto a mani basse?

Ulrike: all’inizio era una partita di una difficoltà che non ti dico. Hanno fatto venire a galla buona parte dei nostri punti deboli. Ci hanno pure colti alla sprovvista un paio di volte segnando due gol facili.

Sofie: a quel punto il nostro portiere sembrava un’anima in pena e quindi ci siamo visti costretti a sostituirlo con Anto’. Ce l’hai presente? È quel tipo strano che fa il medico ma parla come uno spazzino dell’Ama, mezzo ubriaco.

Komi: eh sì, ogni due per tre se ne esce con qualche strafalcione dialettale incomprensibile a metà del gruppo e le parolacce le spara a manetta. Torniamo a bomba però.

Rauno: proprio lui! A parte le sue uscite, ha fatto svoltare la partita. Dal punto in cui è entrato in porta le cose sono volte decisamente al meglio.

Anthony: Eh già! Siamo riusciti addirittura a sfoderare tre gol di fila, tutti con i fiocchi, compreso quello di quel maldestro di Giovanni che è stato il gol decisivo.

Emma: eh si ragazzi. Con questa formazione penso che siamo proprio a cavallo.

542 Passatemi il termine

Passatemi il termine (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Alexa, che significa “passare”?

Alexa: Passare significa transitare, specialmente senza fermarsi.

Giovanni: a parte questo significato del verbo passare oggi vorrei vedere con voi una locuzione che si usa generalmente quando si fa una riunione di lavoro, mentre sicuramente è un po’ meno adatta per un incontro tra amici.

L’espressione è “passatemi il termine“.

Quando si vuole esprimere il proprio pensiero, quando si sta facendo una esposizione orale durante un incontro di gruppo, spesso ci accorgiamo di star per utilizzare un termine, una parola, o un’espressione, che potrebbe sembrare poco adatta, a volte un po’ troppo forte, esagerata, e che qualcuno potrebbe contestare.

In quel momento però non ne troviamo uno migliore. Oppure vogliamo appositamente usare un termine “forte” per dare un segnale. In questo casi, consapevoli di questo, prima di pronunciare questo termine o questa espressione, si dice:

Passatemi il termine,

oppure:

Consentitemi il termine

Permettetemi di usare questa parola,

Lasciatemi usare questo termine

Vediamo qualche esempio:

Io credo che cucinare la pasta facendola bollire 30 minuti sia, passatemi il termine, criminale!

Questo non è certamente un episodio di “criminalità”, che è ben altra cosa, ma da una parte voglio porre l’attenzione sull’importanza della cottura e più in generale della cultura culinaria italiana. Dall’altra mi vedo costretto a riconoscere che questo termine è stato usato non perché appropriato, ma solo per enfatizzare un aspetto che noi italiani riteniamo importante.

Usare il verbo “passare” è il meno formale che si possa utilizzare, ma che dà maggiormente l’idea di chiedere un permesso, una sorta di autorizzazione all’utilizzo del termine che si sta per utilizzare.

Più formalmente potrei dire:

Mi sia passata l’espressione

Mi si passi il termine

Mi sia consentita l’espressione

Mi sia consentito il termine

Mi si permetta il termine

Mi si permetta di usare l’espressione…

Così facendo non ci si rivolge direttamente ai nostri interlocutori (consentitemi, passatemi, permettetemi) ma si usa una forma impersonale, che appare più cordiale, e quindi più rispettosa e formale.

Naturalmente, almeno in teoria, potrei usare questa espressione anche parlando con una sola persona:

Passami il termine

Consentimi l’espressione

Permettimi di usare questo verbo..

eccetera

Questo si può fare senza problemi, sebbene dando del tu alla persona, magari con famigliari o amici o colleghi, sia abbastanza inconsueto.

Dando del lei è sicuramente più adatto:

Mi consenta di usare il termine

Mi passi l’espressione..

Mi permetta di usare il verbo …

Se tutto è chiaro sentiamo cos’hanno da dire alcuni membri dell’associazione per ripassare le espressioni già spiegate:

Komi: buonasera a tutti. Eccoci ancora una volta alle prese con delle frasi di ripasso. E’ importante dire che queste frasi non sono un mero esercizio mnemonico, ma, vivaddio , un modo per allietare l’apprendimento della lingua italiana.
Mariana: aggiungo anche che chi si trovi ad iniziare ad ascoltare e leggere a partire da questo episodio, senza bisogno di studiare la caterva di espressioni precedenti, può limitarsi a vedere solo quelle usate via via nei ripassi.
Emma: Non fosse altro perché potrebbe essere un po’ frustrante iniziare daccapo.
Ulrike: Infine, coloro che hanno dubbi circa l’efficacia del metodo in questione, andate a fare una capatina alla pagina dedicata alle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.

passatemi il termine

37 – Il buono – ITALIANO COMMERCIALE

Il buono

indice degli episodi

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Descrizione

Il buono sconto, il buono acquisto, il buono spesa, la vendita per corrispondenza e il buono d’ordine.

Durata: 10 minuti

buono sconto

541 Tanto da, così da, tanto che

Tanto da, così da, tanto che (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un modo particolare di usare la preposizione “da” (quindi senza accento e senza apostrofo).

Questa modalità si usa per esprimere una conseguenza, un effetto.

Ho mangiato tanto da scoppiare

Ho studiato tanto da farmi venire il mal di testa

Non ho tanti soldi da poter acquistare una villa

C’è quindi qualcosa (una causa) che, aumentando di intensità o quantità, determina una conseguenza, un effetto.

Di solito questo “da” si usa insieme a “tanto” (l’abbiamo appena accennato in un episodio passato dedicato a “tanto”) ma si può usare anche insieme a “così” (o anche con talmente) proprio come nell’esempio seguente.

Hai fatto un così bel lavoro da meritare i miei complimenti

Sei così sexy da far venire i brividi

Adesso notiamo una cosa. Questo “da” è molto simile a “che“, e molte volte posso usare l’uno o l’altro. Non però “così che“, che come abbiamo visto nell’episodio 438 ha un altro utilizzo. A volte comunque c’è una preferenza tra “da” e “che”. Vediamo perché.

Sei così irritante che mi fai venir voglia di prenderti a schiaffi.

Sei così irritante da farmi venire voglia di prenderti a schiaffi.

In questo caso è abbastanza indifferente. Possiamo decidere in base alla frase che suona meglio.

Vediamo un altro esempio:

Saremo così bravi da meritarci il primo premio?

Saremo così bravi che ci meriteremo il primo premio?

Vedete che in questo caso “che” non ci sta molto bene. Per due motivi. Prima di tutto la frase è più fluida usando “da”. Suona meglio. Il secondo motivo è da ricercare sul cosa voglio sottolineare. La causa o l’effetto? Vogliamo sottolineare che siamo bravi, tanto bravi, oppure il premio?

In questo caso voglio sottolineare la causa, cioè il motivo, ciò la nostra bravura: la nostra bravura sarà così alta? Arriverà al livello necessario? C’è un’intensità che potrebbe raggiungere un livello necessario a ottenere un risultato (il primo premio). Quindi, per questi due motivi preferisco usare “da” in questo caso.

Invece se dicessi:

L’atmosfera era così tesa che ad un certo punto sono scoppiato a piangere.

Adesso è molto più opportuno usare “che” perché si vuole trasmettere la conseguenza e è tanto più adatto usare “che” quanto più questa conseguenza è improvvisa. Si vuole sottolineare la conseguenza e non la causa. Infatti la frase contiene anche “ad un certo punto” che sottolinea anch’essa la conseguenza.

Invece se io domandassi:

Ma era veramente così tesa da mettersi a piangere?

In questo caso si vuole sottolineare il livello di tensione (la causa) che ha determinato la conseguenza: era così alto? era veramente così alta la tensione? Così alta da mettersi a piangere?
Adesso ripassiamo:

Irina: l’estate è ormai alle porte e io di questi tempi dovrei stare alla larga dai grassi e dal cibo spazzatura
Bogusia: proprio domenica scorsa ho fatto una capatina in spiaggia, ma oltre a un nutrito gruppetto di gabbiani non c’era nessuno.
Komi: Comunque vedrete che col caldo e superata l’emergenza, giocoforza l’Italia tornerà affollata di turisti
Albèric: aspettiamo a cantare vittoria con la variante indiana!
Khaled: Certo, ad ogni modo per scrupolo sempre meglio vaccinarsi!

539 Nutrito

Nutrito (audio)

Trascrizione

Giovanni: Un modo alternativo di dire “numeroso” è “nutrito“.

Sicuramente molti di voi stanno pensando al verbo nutrire e nutrirsi, che hanno a che fare con l’alimentazione. Nutrirsi significa nutrire sé stessi, cioè alimentarsi, ciò mangiare e bere. Il participio passato di questo verbo è proprio nutrito.

Mio figlio è stato nutrito.

Ho nutrito gli animali della fattoria

Oggi mi sono nutrito abbastanza

C’è da dire che il verbo nutrire si usa anche al di fuori dell’alimentazione. Si possono nutrire dubbi, speranze, amore, odio, rancore, gratitudine. In questo caso è simile a coltivare, come si fa con le piante, quindi ha sempre il senso di far crescere, simile a alimentare ancora una volta.

Ma il termine “nutrito” , nel senso di cui voglio parlare oggi è appunto quello di “numeroso” che poco ha a che fare con il verbo nutrire. Poco ma non niente comunque.

Infatti sicuramente, visto che esistono entrambi gli aggettivi, c’è sicuramente un motivo. Evidentemente qualche volta è opportuno usare l’uno e a volte l’altro.

Allora vediamo meglio.

L’aggettivo nutrito, innanzitutto, si usa praticamente solo al singolare perché qualifica un gruppo.

Invece “numeroso” diventa spesso numerosi o numerose, che è come dire molti e molte, tanti e tante, quando si parla di una quantità.

C’erano molte persone al mare oggi

C’erano numerose persone al mare oggi.

Le persone erano numerose.

Quanta persone c’erano? Numerose? Molte? Tante? Parecchie? Svariate?

Il termine nutrito non si usa in questo modo.

Non posso dire: “le persone erano nutrite” e neanche “c’erano nutrite persone”.

Infatti nutrito, sempre al singolare, precede sempre il termine gruppo o numero (di qualcosa), o un termine simile a gruppo e esiste anche al femminile.

Un nutrito gruppo di persone hanno manifestato davanti al parlamento italiano.

Un nutrito manipolo di rapinatori ha assaltato la banca

Un nutrito numero di genitori ha protestato oggi perché contrari alla didattica a distanza

Una nutrita rappresentanza di lavoratori ha manifestato contro il nuovo contratto di lavoro.

Nutrito e nutrita infatti non hanno solo il senso di numeroso, ma anche di notevole, fitto, intenso. C’è una intensità oltre che una numerosità.

Si usa solitamente parlando di persone.

Si usa in particolare per indicare che un gruppo di persone è abbastanza numeroso, e questa numerosità rappresenta la sua forza.

Ci sono in genere interessi coinvolti, e questo gruppo, considerata la sua numerosità, può diventare anche pericoloso, ma non necessariamente.

La cosa che conta è che il gruppo si riunisce per un motivo, legato all’ottenimento di un risultato.

A volte un nutrito gruppo può essere di 10 persone, altre volte di 1000, dipende dal motivo per cui si raggruppano.

Non si parla sempre di persone. A volte si usa semplicemente al posto di numeroso, sempre davanti a “numero” o “gruppo“, e simili.

Si usa quasi sempre per dire che questa numerosità è abbastanza elevata per rappresentare gli interessi di questo gruppo o per destare preoccupazione.

Un nutrito numero di cinghiali oggi ha invaso la piazza del paese.

Evidentemente erano parecchi cinghiali, che, visto il loro numero, facevano paura, rappresentavano un pericolo. Si poteva anche dire molti cinghiali, parecchi, tanti, svariati, numerosi cinghiali, un numero elevato, ma la numerosità non è l’unica cosa che conta in questa frase.

Più raramente, si usa anche solo per non ricorrere a termini come numeroso, numerosi, molti, tanti, che danno appunto solamente l’idea del numero elevato, senza aggiungere altro.

Se dico ad esempio:

Nel Friuli Venezia Giulia ci sono delle valli ricche di fauna: cervi, camosci, tassi, caprioli, che si sommano a un nutrito numero di uccelli tipici dei boschi.

Nutrito quindi è meno freddo come aggettivo, perché non contiene solo il concetto di numerosità.

Qui possiamo quindi ricollegarci al senso del verbo nutrire. Anche la nutrizione serve a dare forza, a vivere o a sopravvivere.

Ecco allora che un nutrito gruppo di persone, sebbene non indichi delle persone che sono state nutrite, alimentate, ugualmente ci dà l’idea di un gruppo che ha una certa importanza, forza, dati dalla numerosità del gruppo.

D’altronde, cone afferma un famoso proverbio, l’unione fa la forza!

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente:

Bogusia:

Siamo un nutrito gruppo di amanti della lingua e cultura italiana, su questo non ci piove. E al contempo, viviamo agli antipodi.
Questo non vi fa un po’ strano? Di volta in volta ci incontriamo per fare una chiacchierata grazie ai dispositivi elettronici e a zoom, laddove possiamo parlare a braccio, esercitandocidi buona lena, destreggiandoci nel parlare e facendo progressi che non vi dico. Con noi c’è sempre il nostro professore indefesso, nonché presidente dell’associazione IS, che all’uopo ci dà manforte ritagliandosi del tempo per noi. E ci sa fare, eccome! Vorrei togliermi lo sfizio per esaltare i bei tempi che viviamo per imparare le lingue straniere. Ed avere agganci per aderire al nostro gruppo, non ce n’è bisogno. Non penso che vi sia qualcuno di diverso avviso e ho sentore che io sfondi una porta aperta con voi .

540 Sparuto

Sparuto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Visto che lo scorso episodio ci siamo occupati dell’aggettivo nutrito, adesso vediamo anche il termine che esprime il senso contrario: sparuto. Parliamo sempre di gruppi, solitamente di persone. Notate come è simile a “sparito”, cioè scomparso.

Mentre quindi un gruppo nutrito è abbastanza numeroso, un gruppo sparuto non lo è affatto.

C’è, ancora una volta, qualcosa in più della semplice numerosità.

Quando viene usato il termine “sparuto” o “sparuta”, il motivo è che si vuole evidenziare non solo la scarsa consistenza dal punto di vista quantitativo, quindi non solo che si tratta di un piccolo gruppo, numericamente irrilevante, quindi esiguo, piccolo, limitato. Quando si usa questo aggettivo è perché si vuole evidenziare la debolezza di questo gruppo, la sua incapacità di far paura, o di rappresentanza.

C’è sempre un tono di compatimento o leggermente spregiativo legato.

Ci può essere ironia o disprezzo.

Vediamo qualche esempio:

Il ristorante era quasi vuoto. C’era solo un gruppetto sparuto di amici.

Durante lo spettacolo si è sentito solo qualche sparuto applauso

Una sparuta comitiva di italiani è entrata nel museo del Louvre

A scuola hanno organizzato una manifestazione ma erano solo pochi sparuti studenti

Notate che in questo caso ho usato il plurale: ho detto “pochi sparuti studenti” che è come dire “un gruppo sparuto di studenti“. Questo ci aiuta a capire che un gruppo può essere definito sparuto anche quando i singoli membri sono non solo pochi, ma, come dire, anche distanziati tra loro, un gruppo sparso (il contrario di fitto), quindi persone non tutti vicine tra loro, ma con ampi spazi in mezzo. Un gruppo quindi senza forza, inconsistente, disorganizzato, disordinato.

L’idea della debolezza di questo gruppo è data anche da un secondo utilizzo di sparuto, legato all’aspetto di una persona: un viso sparuto è un viso pallido, magro, che dà l’idea di debolezza. Lo stesso vale per un fisico sparuto, o un aspetto sparuto, che è come dire deperito, patito, smunto, debole, scarno, scheletrico, emaciato.

C’è spesso, come dicevo, ironia, ironia che non viene trasmessa attraverso altri termini come: piccolo, esiguo, limitato, ridotto. Ci avviciniamo maggiormente ricorrendo a aggettivi come misero, scarso, stentato, inconsistente e striminzito. Quest’ultimo è probabilmente il più adatto come sinonimo. Striminzito si usa forse anche più spesso, ugualmente in senso ironico, associato ad un gruppo poco numeroso.

Adesso ripassiamo.

Albèric: Ieri ho avuto il giorno libero, ergo non ero REPERIBILE. Quindi ho passato la Giornata girovagando per la mia città.

Ulrike: Com’è la situazione attuale da voi? Avete ancora i POSTUMI delle restrizioni?

Irina: sì, alcuni postumi ancora ci sono ma si vede soprattutto dai numeri che la situazione adesso si è MESSA MOLTO BENE. La gente ha risposto a tono come non ci si aspettava. Nella zona della movida i giovani sono tornati a SBALLARSI (nel senso buono) nei club e nelle discoteche come niente fosse. Ed i ristoranti espongono ormai cartelli con scritto “mascherine optional se vaccinati”

Sofie: Ho visto la stessa cosa. Ovviamente i vaccini sono stati la SVOLTA che ci voleva anche se per RIMETTERCI IN SESTO ci vorrà tempo. E’ D’UOPO che i governi dei paesi messi meglio intervengano TENDENDO LA MANO a quelli che sono ANCORA A CARISSIMO AMICO col virus così che possano INGRANARE pure loro.

Mariana: sono totalmente d’accordo, DARE MANFORTE ai paesi ancora a corto di vaccini è assolutamente d’obbligo se vogliamo uscire definitivamente da questo periodo davvero OBBROBRIOSO.

538 Gli antipodi

Gli antipodi (audio)

Trascrizione

Per gli antichi Greci esisteva una terra ipotetica, un continente ipotetico, quindi era solo una loro teoria. Questa terra era chiamata terra australe. Pare fosse immaginata come una terra completamente diversa da quella che conosciamo.

La terra australe era abitata da abitanti, ipotetici anche loro, abitanti che i greci chiamavano antipodi. Evidentemente anche questi antipodi erano immaginati molto diversi, strani, diametralmente diversi dagli uomini che si conoscono. Qualcuno avrebbe persino immaginato che camminassero con la testa in basso e i piedi in alto.

Questa è una premessa storica importante per spiegare il termine antipodi, che nel linguaggio comune viene usato quando due località, due luoghi sono molto lontani.

Se due luoghi si trovano agli antipodi, stanno in due punti del globo terrestre diametralmente opposti.

Dove abiti?

Abito in Islanda e tu?

Io sono del Madagascar. Siamo agli antipodi!

Nel linguaggio comune, esiste anche una versione più casereccia,direi anche volgare per indicare la lontananza di un luogo.

Scherzosamente infatti spesso per prendere in giro una persona si usa dire che un luogo si trova “in culo alla luna“.

Giovanni ha detto che ci vediamo a casa sua stasera, ma il problema è che abita in culo alla luna!

Questo è un brutto linguaggio ovviamente. Spesso indica anche un luogo non centrale, quindi periferico e scomodo da raggiungere.

Meglio dimenticarlo subito!

Invece se torniamo agli antipodi, il termine si può utilizzare anche per indicare un parere totalmente opposto. Parliamo di opinioni molto diverse.

Io e Mario siamo due professori di italiano, ma siamo agli antipodi, perché lui crede molto nella grammatica e negli esercizi, io invece punto tutto sull’ascolto e sulle emozioni.

Come dire: abbiamo due idee completamente opposte, la pensiamo in modo completamente diverso. Siamo agli antipodi.

Si usa molto più spesso di quanto si possa immaginare. Ci si può trovare agli antipodi parlando di politica, di educazione, di parità dei sessi e in generale di qualsiasi argomento in cui la distanza tra due opinioni appare incolmabile.

Irina: A seguito della scorpacciata e del divertimento della scorsa settimana, la mia salute ha preso una piega sinistra. Ciò non toglie che io mi sia anche scatenata di brutto però.
Ora, col senno di poi, capisco che è stato un atto indebito e che è meglio prendere atto della mia età. Del resto mi basta un pizzico di bisboccia per mettersi tutto male . Bisogna mettere dei paletti al divertimento, per un bel pezzo, almeno finché non mi riprendo completamente anziché lasciare la salute andare in vacca. Sicché ora mi accingo a togliermi lo sfizio di un bel meritato riposo, cosicché la prossima settimana sarò in grado di iniziare a svagarmi. Poi sarò nuovamente da capo a dodici però!!

537 All’uopo e d’uopo

All’uopo e d’uopo (scarica audio)

Trascrizione

Sapete dirmi un sinonimo di bisogno?

Potrei proporvi necessità, occorrenza, o anche urgenza o impellenza se questo bisogno bisogna soddisfarlo in tempi brevi.

Occorrenza è interessante, perché si usa prevalentemente nella locuzione “all’occorrenza” , che significa “se c’è bisogno”, “se serve”, “se necessario”, “al bisogno”, “alla bisogna”, “nell’eventualità”.

Quindi si tratta di un bisogno eventuale, che può verificarsi oppure no.

Ebbene, a questo scopo esiste anche la locuzione “all’uopo” che è proprio come all’occorrenza. È solamente più formale.

Oggi si usa poco, anzi pochissimo, e per lo più con una certa pedanteria. Ricordare l’espressione “a tempo debito“?

In quel caso si voleva indicare un momento nel futuro, momento non precisato, come a dire: quando ci sarà il tempo, quando sarà il caso, quando arriverà il momento giusto.

All’uopo è simile, ma non si fa riferimento al tempo, ma al bisogno. Significa quindi significa al momento opportuno, ma nel senso di “se o quando ci sarà bisogno, che può essere anche più di una volta, tra l’altro.

Ad esempio potrei dire:

Mi tieni la macchina nel tuo garage per favore?

All’uopo, potrai servirtene

All’uopo, utilizzala pure senza problemi

Cioè: se dovesse servirti, usala pure, non preoccuparti. Utilizzala se dovesse esserti utile. Usala pure all’occorrenza.

Oppure:

Facciamo questo affare, e se dovesse nascere qualche problema, potremmo nominare un avvocato all’uopo, o se vuoi lo decidiamo subito se preferisci. 

  Cioè: qualora ci dovesse essere la necessità, potremmo nominare un avvocato. Quindi questo avvocato può essere nominato subito oppure all’uopo, cioè all’occorrenza, vale a dire se dovesse servire, quando ce ne sarà bisogno.

Ancora:

Dopo l’incidente si è visto che il sistema di sicurezza creato all’uopo non ha funzionato.

Cioè: il sistema di sicurezza, creato proprio per essere azionato in caso di incidente, non ha funzionato.

Ancora: 

Non mi va di restare sveglio per paura dei ladri. Preferisco dormire e casomai essere svegliato dall’allarme predisposto all’uopo.    

Il termine uopo pertanto raramente si usa da solo, così come semplicemente con l’articolo: “l’uopo“. Si usa invece con la preposizione al: “all’uopo” che, come detto, significa “all’occorrenza“, “al bisogno“.

Si usa però anche in un secondo modo: “essere d’uopo” e “fare d’uopo” che hanno il significato di “essere necessario“, “essere il caso“, “essere opportuno“. Si evidenzia una necessità, qualcosa che deve essere fatto. Il senso del dovere è molto accentuato, come forma di rispetto, oppure al fine di fare chiarezza, o giustizia o per sottolineare l’importanza di qualcosa.

Es:

E’ d’uopo che tu domani sia presente alla riunione.

Cioè: è assolutamente necessario che tu sia presente alla riunione. E’ molto importante

Ancora:

A questo punto una mia considerazione è d’uopo.

Cioè: è assolutamente necessario (quasi un obbligo) che io faccia una considerazione, cioè che io aggiunga qualcosa, che dica qualcosa.

A me che ho i bambini piccoli farebbe veramente d’uopo un lavoro part time

Molto raramente si trova anche come termine singolo: 

Con i bambini è uopo avere molta pazienza!

Non vi nascondo che questo è un linguaggio che appare un po’ pesante, tuttavia è ancora presente e usato, quindi è bene conoscerne il significato. Appare molto formale, ma è un formalismo piuttosto antipatico (almeno secondo me) che appartiene più che altro al linguaggio della burocrazia.

A questo punto è assolutamente d’uopo per me ringraziare tutti per l’ascolto così come è altrettanto d’uopo ringraziare i membri che hanno registrato il ripasso che state per ascoltare, ripasso realizzato all’uopo.

Anthony: non è necessario ringraziarci Gianni, ma me lo sentivo che oggi avresti spiegato questa strana parola, L’avevi usata proprio ieri nel gruppo Whatsapp dell’associazione. 

Sofie: Tra l’altro darti manforte in questo modo giova soprattutto a noi. Con più di 500 episodi questo metodo dei ripassi credo sia l’unico fattibile per chi non ha molto tempo per ripassare gli episodi passati. Senza questi ripasso staremmo freschi!

Ulrike: il fatto che i ripassi si trovino a valle degli episodi è poco importante. La cosa che conta è non trascurarli.

Mariana: E dire che io non ci credevo tanto, pensavo infatti fosse un metodo poco ortodosso, ma, dimostratasi poi una tecnica efficace, ho assolutamente raccolto la provocazione!

Bogusia: Con me sfondi una porta aperta!  Non riesco a trovare un solo neo a questa rubrica! Ma ne devo trovare almeno uno, altrimenti mi prendono per ruffiana! 

 

36 – Soddisfatti o rimborsati – ITALIANO COMMERCIALE

Soddisfatti o rimborsati

indice degli episodi

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Descrizione

Una frase tipica del mondo del commercio è “soddisfatti o rimborsati”.

Una semplice frase che è rivolta alla clientela che sta per acquistare il vostro prodotto e potrebbe avere qualche dubbio. Vediamo la differenza tra la garanzia, il diritto di recesso e la formula “soddisfatti o rimborsati

536 Stare alla larga

Stare alla larga (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione di oggi è “stare alla larga“, che significa mantenersi lontani da qualcosa o qualcuno. La lontananza però non è da intendersi solamente o semplicemente come una distanza in termini di metri, ma, più in generale, nel senso di “evitare” qualcosa o qualcuno. Perché? Perché si parla di cose pericolose o fastidiose. Qualunque cosa che può esser negativa può essere una cosa da cui stare alla larga.

In genere si usa per dare un consiglio, un suggerimento, oppure + una minaccia, una intimidazione:

Stai alla larga dalle amicizie pericolose (cioè: non frequentare persone pericolose

Stai alla larga dalla droga (cioè: non drogarti)

Ti prometto che da oggi mi terrò alla larga dai pericoli (eviterò i pericoli)

Stai alla larga dalla mia fidanzata! (non le dare fastidio, non avvicinarti a lei)

Ho usato anche “tenersi alla larga“, ma è la stessa cosa. In effetti esistono delle varianti con lo stesso senso. Anche “girare alla larga” si usa abbastanza spesso, come anche “stai lontano/a“, “tieniti a distanza“, “tieni/mantieni le distanze

Cerca di girare alla larga da mia figlia, altrimenti saranno guai per te!

Meglio tenersi a distanza dalle persone invidiose

E’ bene tenere le distanze dai bugiardi

Adesso ripassiamo:

Lejla:
Giovedì prossimo in videochat faremo un esercizio interessante ma difficile. Non ce ne sarà per nessuno credo!!!

Rauno:
Dai, non essere pessimista. Se si mette male Giovanni ci aiuterà.

Ulrike:
Ho sentore che abbia a che fare con la grammatica. Io non me la sento. Poi mi fa strano che proprio Giovanni propone un argomento grammaticale.

Bogusia:
Infatti, di primo acchito potrebbe sembrare un tiro mancino però a pensarci bene un po‘ di grammatica non guasta, anch’essa, senz’altro è importante e può salvarci in calcio d’angolo. Eccome!

Sofie:
Nulla questio per me, raccoglierò la provocazione e mi farò viva nella videochat.

Irina:
Non è che io voglia vantarmi, ma la grammatica la conosco bene, mi fa specie che avete fifa, c’è sempre Gianni con il suo apporto, e non ci risponderà picche quando avremo bisogno di aiuto.