La stanza dei bottoni – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 29)

La stanza dei bottoni (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della stanza dei bottoni.

E’ necessario aprire una breve parentesi sul termine “bottone“.

Si usa questo termine generalmente per indicare un piccolo oggetto di forma tondeggiante (ma ce ne sono di varie forme), che si usa con le camicie, le giacche, i cappotti e serve per riunire e chiudere due parti di un indumento. I bottoni si allacciano e si slacciano, mentre si usa il verbo abbottonare (o abbottonarsi) per indicare l’atto di chiudere (o congiungere) le due parti delle camicie o delle giacche usando i bottoni che vanno infilati negli appositi occhielli.

Abbottona/abbottonati la giacca ché fa freddo!

Prima si mette la cravatta e poi si abbottona la camicia.

Per l’operazione inversa invece si usa il verbo sbottonare e sbottonarsi. é interessante che sia abbottonarsi che sbottonarsi, quindi i verbi riflessivi, hanno anche un uso figurato.

Infatti abbottonarsi si usa anche per indicare una “chiusura” di altro tipo, e quindi non indica solamente l’azione di abbottonare i bottoni della propria giacca o camicia, ma anche, in senso figurato, nel senso di chiudersi in un cauto riserbo. Una persona “abbottonata” è una persona che non sembra affatto disponibile a parlare, a condividere informazioni. Quindi significa chiudersi nel silenzio per riserbo o per cautela.

Di contro, sbottonarsi significa anche iniziare a parlare, schiudersi, quindi aprirsi al dialogo, specie dopo una iniziale chiusura. Si usa spesso con la negazione:

Non ti sbottonare

Giovanni non si sbottona mai

Il presidente non si sbottona sulla possibile trasformazione della società

Maria è una persona prudente, una che non si sbottona facilmente neanche con gli amici.

Ci sono espressioni come “attaccare bottone“, un’espressione di cui ci siamo già occupati, che ha a che fare con l’approccio. Quando si cerca di avvicinare qualcuno per per parlargli, per tentare un approccio, si usa spesso l’espressione “attaccare bottone”. Simile anche a abbordare. Poi esiste anche “attaccare un bottone“, che più informalmente diventa “attaccare il pippone“, che abbiamo spiegato nello stesso episodio di attaccare bottone. Il senso è quello di infastidire, molestare qualcuno con dei lunghi e noiosi discorsi.

Non finisce qui perché esiste anche la cosiddetta “stanza dei bottoni“, espressione con cui si indica, in modo figurato il luogo in cui si prendono le decisioni. I bottoni sarebbe un modo alternativo per indicare i pulsanti. A dire il vero però un pulsante non viene praticamente mai chiamato bottone, al di fuori di questa espressione. La forma di un bottone comunque può essere abbastanza simile a quella di un pulsante. Più in generale infatti qualsiasi oggetto di forma tondeggiante che assomigli a un bottone, possiamo chiamarlo così, anche se ha usi diversi. In tal caso parliamo di un pulsante, quindi di un organo di comando che si può premere con un dito.

Dunque la stanza in cui si premono i pulsanti è il luogo in cui si prendono le decisioni. Ci si riferisce in particolare alle decisioni politiche e economiche, quindi si sta parlando del potere decisionale.

Nel linguaggio della politica si usa abbastanza spesso perché esprime in modo sintetico la capacità di poter influenzare le decisioni più importanti. Ovviamente quando si prende una decisione importante non si preme alcun pulsante, ma questa è ovviamente un’immagine figurata.

Vediamo qualche frase di esempio di attualità:

Il mondo ha un urgente bisogno di ridurre l’impatto ambientale dell’uomo, ma purtroppo nella stanza dei bottoni del mondo ci sono altre priorità.

Occorre riuscire a colmare la distanza tra il sud e il nord dell’Italia, a prescindere da chi si trovi nella stanza dei bottoni.

Una parte dello schieramento governativo si sta lamentando del fatto che nella stanza dei bottoni comandino solamente il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia.

Parliamo sempre del luogo di “esercizio del potere“. Il luogo in cui si esercita il potere è appunto la stanza dei bottoni.

Voglio, in chiusura di questo episodio, parlarvi di questo interessante uso del verbo esercitare.

L’uso prevalente di esercitare è quello di tenere in attività, cioè tenere in esercizio, in allenamento.

Esercitare la memoria
Esercitarsi facendo esercizi ginnici
ecc.
Esercitare significa però anche adoperare un potere, far valere un proprio potere in virtù di una investitura. Questo significa che, ad esempio, poiché un personaggio politico ricopre una certa carica pubblica, allora ha determinate facoltà, ha determinati poteri che può decidere di utilizzare o meno.
Se lo fa, allora esercita il suo potere, quindi lo utilizza, lo fa valere.
C’è anche chi approfitta di questo potere e va oltre ciò che è consentito. In questo caso si parla di “abuso di potere“. Ma di questo ne parliamo nel prossimo episodio.
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Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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L’iter e la trafila – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 28)

L’iter e la trafila (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo dell’iter. Ho già accennato a questo termine nell’episodio facente parte del corso di italiano professionale dedicato alla prassi.

L’iter è però semplicemente una procedura.

Un termine che si usa spesso in politica, ma anche parlando di procedure amministrative e burocratiche.

Vi faccio alcuni esempi:

Una legge, per essere approvata, deve seguire il suo iter.Si tratta di una serie di passi che necessariamente devono essere seguiti per poter arrivare alla sua approvazione definitiva.

Nel caso di una legge si chiama iter legislativo o più specificamente procedimento legislativo. È un procedimento formale che quindi avviene attraverso varie fasi, vari passaggi. In questo caso sono la presentazione, l’approvazione, la promulgazione e la pubblicazione.

Non voglio entrare nel dettaglio ma la cosa importante da sapere è che solo una procedura politica o amministrativa può essere chiamata iter.

Se sto preparando un dolce e sto seguendo una determinata procedura, questo non è un iter.

Solitamente, proprio come qualunque tipo di procedura, si usa il verbo seguire.
Seguire un iter.
Notate che iter viene dal latino e significa viaggio, marcia e come ogni viaggio ha una destinazione.

Nel caso di iter burocratico/amministrativo, spessissimo si parla di “trafila“, che talora viene preferito all’utilizzo di iter:

La trafila amministrativa.

La trafila burocratica.

Indica sempre una serie di passaggi obbligatori, ma spesso con una eccezione negativa. Notate che nella parola trafila c’è la “fila”, e fare la fila non è sempre piacevole.

Es:

La pratica avviata per ottenere la cittadinanza italiana ha seguito una trafila molto lunga.

In questo caso avrei potuto usare anche il termine iter, trattandosi di una questione amministrativa.

In realtà il termine trafila indica più in generale una serie di prove, di difficoltà, di disavventure attraverso le quali è necessario passare per poter raggiungere un certo obiettivo. In questo caso non è opportuno usare iter.

Es:
Prima di inventare la lampadina, Edison è passato per una lunga trafila di tentativi e di insuccessi.

Anche al lavoro e nello sport, in modo simile, si usa spesso il termine trafila, per indicare il percorso lavorativo/professionale di una persona prima di arrivare a raggiungere una posizione di importante:

Es:
Vi racconto la lunga trafila che ho dovuto seguire prima di diventare il direttore dell’azienda.

La storia di Giovanni, dalla trafila tra le squadre giovanili fino all’esordio con la squadra nazionale.

Ci diamo appuntamento al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.

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Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

L'iter e la trafila - politica italiana

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886 Alle soglie

Alle soglie (scarica audio)

Trascrizione

Alle soglie” è il titolo dell’episodio di oggi.

La parola soglia (il singolare di soglie) ha un significato e soprattutto un utilizzo che non è che sia proprio semplicissimo.

Esiste ad esempio la “soglia d’ingresso di una casa” che indica l’ingresso dell’abitazione, il punto da cui si entra in casa. Si usano frasi come: “mi sono fermato sulla soglia di casa”, “sono sulla soglia di casa”, eccetera, quindi la soglia indica il punto in cui si accede all’abitazione.

In genere si usa per indicare il punto in cui ci si trova, sottolineando in particolare che ancora non si è entrati in casa.

Notate che uso “sulla soglia“. Uso il singolare e poi uso “sulla“. Perché sottolineo queste due cose?

Perché in senso figurato (non poteva certo mancare l’uso figurato) il termine soglia indica invece un periodo iniziale di un’età o di una stagione. Questo dice il dizionario.

Es:

Sono alle soglie dei 50 anni.

Cioè ho quasi 50 anni, sto per entrare nei 50 anni, sono lì lì per entrare nei 50 anni. Uso prevalentemente il plurale e col plurale si usa in genere “alle”, ma potete usare anche il singolare “alla soglia”.

Posso comunque dire:

Sono sulla soglia dei 50 anni.

Oppure, un altro esempio:

Siamo alle soglie di una guerra mondiale.

Anche qui, siamo quasi arrivati alla guerra mondiale, manca poco tempo, pochissimo.

Si usa prevalentemente “soglie“, al plurale e si utilizza “alle“, come nel caso precedente.

Si può comunque dire (ma è meno frequente) “sulla soglia della guerra”. In questo caso usiamo “sulla”.

Come vedete ci sono affinità con la soglia di casa. Infatti quando siamo sulla soglia di casa, stiamo quasi per entrare in casa. Ma non siamo ancora entrati.

Dal punto di vista materiale, fisico, ogni ingresso ha una soglia, quindi anche una finestra o un garage.

Vediamo però un altro esempio in senso figurato:

La mia soglia del dolore è molto bassa.

Stavolta non c’è alle o sulla.

In questi casi, a parte il caso della soglia d’ingresso e simili, generalmente la soglia indica un particolare valore.

La soglia del dolore: Parlo in questo caso del livello minimo oltre il quale una sensazione viene percepita come dolore.

Siamo quasi arrivati al livello in cui avvertiamo dolore.

Si dice che la soglia del dolore degli uomini sia più bassa di quella delle donne. Ovviamente usiamo il singolare in questo caso perché ciascuno di noi ha la sua soglia (il suo limite) del dolore.

Notate che quando ho parlato dell’uso figurato, ho parlato dell’inizio di un’età, di un’epoca, di un periodo importante, di una stagione.

Non è usuale utilizzare la soglia però per indicare l’inizio di qualunque cosa.

Se tra cinque minuti inizia il mio lavoro, non si dice che sono alle soglie del lavoro perché si deve tratta di un periodo, un’età, un’era, non di una attività.

Potrei anche dire che sono alle soglie di una crisi di nervi.

Ricordate questa frase? L’abbiamo usata nell’episodio dedicato all’orlo. Solitamente si usa “l’orlo di una crisi di nervi” ma si può usare anche la soglia. È sempre un valore limite.

Poi puntualizziamo che non è proprio l’inizio, ma siamo un attimo prima.

La guerra è imminente? Allora siamo alle soglie di una guerra. La guerra è iniziata? Ancora no.

Sto per avere una crisi di qualunque tipo?

Posso allora dire che sono sulla soglia di una crisi economica/nervosa eccetera.

Ma quante sono le soglie di uso comune?

Oltre a quelle già citate, molto usata è la soglia della vecchiaia.

Se sono sulla soglia della vecchiaia evidentemente mi reputo non più giovane e sento che tra non molto tempo sarò una persona anziana.

Ma la soglia come detto può indicare anche un determinato valore.

C’è infatti, oltre alla soglia del dolore, anche la soglia di rischio, cioè il valore minimo (valore di soglia) oltre il quale un dato fenomeno diventa pericoloso. Dopo quel valore di soglia (si chiama proprio così) siamo in pericolo.

Pensiamo al livello del colesterolo nel sangue. Meglio non superare il valore soglia.

Non bisogna superare, oltrepassare quel valore. Questo vale per tutte le sostanze tossiche ad esempio.

Ci può essere una soglia inferiore, quella di cui abbiamo appena parlato, ma anche una soglia superiore, che è quella da non superare.

Pensiamo alla soglia di età oltre la quale si deve andare in pensione obbligatoriamente. Ci sono tantissime soglie che indicano un valore minimo o massimo.

Diciamo che da un punto di vista tecnico la soglia è un valore massimo o massimo, ma i due concetti visti si avvicinano molto.

Si usano anche molto spesso frasi come:

L’estate è ormai alle soglie.

Si dice anche spesso “alle porte” al posto di “alle soglie”.

Qui, nuovamente, siamo in un momento immediatamente precedente (ci siamo quasi) a qualcosa (all’estate in questo caso).

Se usiamo il termine “porte” (solo al plurale) non indichiamo mai un valore limite (il valore soglia) ma solo un momento immediatamente precedente a qualcosa. Si usa solamente in questo modo: essere alle porte, trovarsi alle porte. Qualcosa è molto vicino, è imminente, è prossimo: qualcosa è alle porte, cioè siamo alle soglie di qualcosa.

Tra 15 anni sarò alle porte della pensione. La vecchiaia è alle porte, e con essa tutti gli acciacchi dell’età. Che volete, in fondo, è sempre meglio invecchiare che non invecchiare, no?

Pensateci e nel frattempo ripassiamo qualche episodio passato.

Mariana: la bellissima finale mondiale tra Argentina e Francia, si è conclusa con l’incoronazione di Lionel Messi. Tutto molto bello, ma avete visto cosa è successo durante la premiazione? Messi è stato ricoperto non solo di applausi, ma anche da una sorta di vestaglia del Qatar. C’è chi dice che questa sia una vera umiliazione a cui non avrebbe dovuto prestarsi.

Rafaela: avrebbe dovuto subito disfarsi di quell’obbrobrio di maglia

Peggy: Ci sono quelli che dicono che sia proprio questa scena che ha fatto venire a galla la differenza tra Messi e Maradona e questo diviene di conseguenza un pretesto per contestare Messi
Che, quanto aclasse, ne ha da vendere anche lui. Ma ti pare che Messi debba essere sempre valutato confrontandolo con Maradona?

Marcelo: beh, differenze ce ne sono eccome! Tanto per dirne una, Lionel segna solo coi piedi.

Irina: non mi sembra il caso adesso di fare polemiche sterili. Viva l’Argentina e viva la Francia. Ce ne fossero di partite come questa finale!

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Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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885 Alle prese (episodio n. 2)

Alle prese (episodio n. 2)

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Trascrizione

Alle prese” è il titolo dell’episodio di oggi, molto simile all’ultimo, che si intitolatava “alle perse“.

Lo so, abbiamo già trattato questa locuzione (era l’episodio n. 653), ma un ripasso non fa male. Stavolta però voglio sottolineare aspetti diversi di questa locuzione e volevo farvi notare anche che basta invertire due lettere per far cambiare però completamente il significato: alle perse, alle prese.

La similitudine però è solamente nella scrittura.

Sul web spessissimo, probabilmente come refuso, cioè errore nella battitura, si confondono le due locuzioni e si usa spesso una in luogo dell’altra (cioè una al posto dell’altra).

Quella di oggi (alle prese) è in realtà, come abbiamo già visto, un po’ più lunga: “essere alle prese con” qualcosa.

Si utilizza quando siamo impegnati in una attività in genere non troppo piacevole, che ci impedisce di fare altre cose. A volte persino ci impedisce di pensare ad altre cose. Questo è un aspetto che nel primo episodio non avevo sottolineato.

La prima volta l’attenzione era stata posta soprattutto sulla preposizione “con”.

Es:

Ciao Giovanni, ti disturbo? Hai da fare?

Risposta:

Veramente si, sono alle prese con un mobile che sto cercando di montare.

Quindi questo significa che sono molto impegnato col montaggio di questo mobile e questo (quasi sempre è così) mi impedisce di pensare ad altro o di fare altre cose.

Quasi sempre questa attività è un vero e proprio problema che ci procura noie e fastidi (una noia, per chi non lo sapesse, è un problema, non troppo grave, quindi più vicino a disturbo o fastidio).

Es.

Sono alle prese con un problema che non riesco a risolvere.

Cioè: sto cercando di risolvere un problema che mi dà noia.

Stiamo affrontando un problema difficile, ci stiamo cimentando in un’attività complicata.

Si usa anche dire: trovarsi alle prese con un’attività, un problema.

Quindi potete usare sia il verbo essere che il verbo trovarsi.

Anche questo non l’avevo detto la volta scorsa.

Es:

In questo momento mi trovo alle prese con la polizia che sta controllando i documenti dell’automobile. Ti chiamo più tardi.

Ricordate che quando fate un’attività piacevole, meglio non usare questa espressione. Io ad esempio, se dicessi che in questo momento sono alle prese con la scrittura di un episodio di italiano semplicemente, potrei farlo solo se trovassi complicata questa scrittura, oppure se questo mi impedisce di fare altre cose, in genere più piacevoli.

Non è il mio caso.

Si tratta generalmente di problemi reali, di attività concrete e specifiche che in genere, spesso inaspettatamente, risultano più complicate o lunghe del previsto.

Pertanto, se devo semplicemente e genericamente lavorare e questo mi impedisce di andare in vacanza in Italia, non si usa dire di essere o di trovarsi alle prese con il lavoro.

In questi casi basta usare frasi più semplici, tipo:

Purtroppo dovrò lavorare.

Se non fossi impegnato col lavoro verrei sicuramente.

Invece si può dire:

Non so, potrei essere ancora alle prese con un cliente e non so se riesco a liberarmi.

Recentemente mi trovo alle prese con difficoltà economiche impreviste. Purtroppo non posso venire in vacanza con voi in Italia.

Se non fossi ancora alle prese con la mia malattia, sarei venuto sicuramente.

Adesso vi lascerò alle prese con un bel ripasso degli episodi precedenti, letto da alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Poi, qualora siate membri dell’associazione Italiano Semplicemente potete anche mettervi alla prova con gli esercizi di questo episodio.

Ciao, alla prossima.

Peggy: Gianni, allora se ci lasci alle prese con un bel ripasso degli episodi precedenti… vuol dire che non sarà piacevole?
O volevi solo scherzare? 🙂

Ulrike: Mera ironia mi pare…

Danielle: da molti giorni ormai sono alle prese con un brutto raffreddore. Non è che qualcuno di voi potrebbe darmi dei consigli su cosa fare? Attendo lumi. Grazie.

Marcelo: io direi di andare dal dottore. Magari non è nulla di trascendentale, ma non si sa mai.

Rauno: eccomi qua, sono il dottore. Vieni nel mio studio. Non prendere alla leggeraneanche un banale raffreddore, perché da qualche giorno a questa parte ho visto molti avere la broncopolmonite. Fintantoché siamo in tempo, possiamo evitare di trascurarci, no?

Peggy: che fortuna che hai ad avere un medico così premuroso. Il mio è di una freddezza che non ti dico. Se tanto mi dà tanto, deve avere una vita veramente squallida!!

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884 Alle perse

Alle perse

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Indice degli episodi

Trascrizione

In questo episodio vorrei parlare della locuzione “alle perse“. C’è il verbo perdere.

Come punto di partenza vi dico che abbiamo già incontrato una espressione simile: “perso per perso“. Anche qui c’è il verbo perdere.

Ho detto simile ma non uguale, infatti le due espressioni non hanno lo stesso significato.

“Perso per perso”, come abbiamo visto, indica una situazione in cui è bene fare qualcosa che può portarci dei benefici, considerando che in ogni caso l’obiettivo principale è stato fallito. Questo è molto importante.

Quindi siamo di fronte ad una una situazione ormai compromessa e allora si cerca di ridurre i danni, perché comunque non costa nulla: bisogna quindi salvare il salvabile e minimizzare il danno.

Invece se usiamo “alle perse”, siamo in una situazione simile, ma non è detto che abbiamo una situazione del tutto compromessa. C’è un’ultima possibilità. Ancora possiamo salvare il nostro obiettivo principale.

Abbiamo anche visto un’altra espressione molto simile: “extrema ratio“, che però non è informale come “alle perse“. “Alle perse” spesso somiglia molto a “al limite“, e anche a “tutt’al più“. Alle perse è simile ma tra le altre cose è molto più informale e si usa quasi esclusivamente come modalità colloquiale. Come abbiamo detto anche nell’ultimo episodio, anche “male che va” è informale e più o meno equivalente.

Si apre la strada ad una possibile alternativa, proprio come “al limite”, “tutt’al più” eccetera, ma stavolta si tratta di un’ultima opzione, che si può usare quando e se le altre non dovessero funzionare, come se ci trovassimo in una situazione di emergenza e cercassimo di limitare i danni.

Non possiamo usare di conseguenza “alle perse” in senso positivo (es: “bene che va”, “nella migliore delle ipotesi”) perché il termine “perse” sta ad indicare che le altre possibilità sono “perse”, cioè sfumate, “andate” e quindi non possono più essere utilizzate, non sono più soluzioni reali. Resta in pratica solo un’ultima opzione.

Vediamo qualche esempio:

Sulla terra non c’è più rimasto più nessun uomo. Solo donne.

Una donna commenta:

Non c’è più nessun uomo. Peccato perché adesso, alle perse, mi sarei accontentata anche di mio marito.

Quindi questa donna (molto spiritosa), considerando che suo marito sarebbe stato l’unico uomo sulla faccia della terra, come ultima possibilità sarebbe stata felice anche di avere suo marito. Sempre meglio che niente!

Di solito si prospetta una situazione limite in cui resta solamente una possibile scelta.

Un secondo esempio:

Domani abbiamo la conferenza in cui dobbiamo presentare tutti i numeri del bilancio dell’azienda. C’è stato però un attacco hacker e potremmo aver perduto tutti i nostri dati. Proveremo ugualmente a presentare i nostri dati. Alle perse, potremmo far ricorso alla nostra ottima memoria!

Irina: ciao a tutti. Attualmente mi trovo in Calabria e sono ben 22 gradi.

Edita: beata te Irina, io sto finendo un lavoro e, tra l’altro, sono ancora a carissimo amico.

Rauno: in Finlandia fanno quattro gradi sotto lo zero. Manco fossimo agli antipodi….

Marcelo. Per fortuna qua in Uruguay siamo in estate e il tempo é bellissimo! E’ pressoché impossibile che il tempo ci giochi un brutto scherzo, ma se dovesse minacciare pioggia, appena vediamo la mala parata andiamo a fare bisboccia al riparo a casa mia!

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883 Tutt’al più

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Trascrizione

Cosa significa tutt’al più?

Vi posso dire con certezza che i non madrelingua italiana non usano mai tutt’al più.

A questo punto potrei dirvi che neanche i ragazzi italiani, almeno fino ai 18 anni lo fanno. Direi che tutt’al più potrebbero usarlo gli studenti universitari.

I giovani generalmente utilizzano altre modalità per esprimere lo stesso concetto, come ad esempio “al massimo“. Questa va bene sempre.

Spesso si usa anche “nel peggiore dei casi“. Uno straniero però tutt’al più potrebbe usare “nell’ipotesi meno favorevole” oppure “nell’ipotesi più favorevole“.

Spesso, un’alternativa informale, ma molto usata è “male che va” (se va male) ma a volte anche “bene che va” (se va bene) può andar bene.

Vediamo qualche esempio:

Marito e moglie si separano. Devono decidere come dividere le cose che hanno in casa. Il marito dice: la tv, il computer e il tablet li prendo io.

La moglie replica prontamente:

Non sono affatto d’accordo! Tutt’al più posso lasciarti quello scatorcio della tua automobile!

Arrabbiatissima la moglie!

Dunque la moglie è disposta tutt’al più a lasciare l’automobile al marito. Al massimo può fargli questa concessione, non di più.

Spesso c’è l’idea di una concessione massima, appunto; un livello massimo che si è disposti a concedere, come in questo esempio.

Un altro esempio:

Un ragazzo ci prova con una ragazza e le chiede se vuole fidanzarsi con lui. Lei potrebbe rispondere:

Io e te fidanzati? No, mi spiace. Potremo tutt’al più essere amici, ma niente di più.

Che antipatica!

Anche in questo caso “al massimo” è un ottimo sostituito di “tutt’al più”.

Anche “nella migliore delle ipotesi” potrebbe andar bene.

Somiglia molto anche a “al limite“, come a indicare una soluzione ammissibile a malapena o come ultima possibilità.

Un altro esempio:

Quanto costa questo appartamento? 500 mila euro? Tutt’al più potremmo discutere su 400 mila.

Quindi:

al massimo” sono disponibile a pagare 400 mila euro.

Si tratta chiaramente di una limitazione, di porre un limite alla cifra da pagare.

Al limite potremmo discutere su 400 mila euro.

Al massimo potremmo discutere su 400 mila euro.

Nella migliore delle ipotesi potremmo discutere su 400 mila euro.

Queste sono tutte frasi equivalenti.

Ammettiamo adesso di non avere il navigatore satellitare e che vi siate persi.

Non sapete dove andare ma potete comunque provare ad andare diritti e poi, tutt’al più, potete tornare indietro e cambiare direzione.

In questo caso “male che va” è un perfetto sostituto di tutt’al più.

Voi potreste dire ugualmente:

Qualora ci fossimo sbagliati, potremo tornare indietro

Se non è la strada giusta potremo tornare indietro

Se poi vediamo che ci siamo sbagliati potremo tornare indietro

Al limite possiamo tornare indietro

Nella peggiore delle ipotesi torniamo indietro

Dovesse andar male, torniamo indietro

Concludo con un ultimo esempio e poi vi lascio al ripasso del giorno. Se non ci sono problemi con questo episodio noi ci sentiamo al prossimo. Tutt’al più potete ascoltarlo o rileggerlo una seconda volta.

Tutt’al più come avete visto è una locuzione interessante e facile da usare. Quasi dimenticavo di dirvi che tutt’al più si scrive così, ma tutt’al più potreste scriverla anche tuttalpiù – tutto attaccato.

Ripasso in costruzione a cura dei membri dell’associazione

Marcelo:
Un boscaiolo stava tagliando degli alberi che aveva piantato da illo tempore. Era felice che non vi dico che ora fosse giunto il tempo di poterlì vendere a Natale.

M2:
*Si era fatto in quattro *e così riuscí a tagliare *ben* 15 alberi nel corso dei primi giorni.

M3: dopo un po’ però i numeri *iniziarono a prendere una brutta piega*.

M4: di giorno in giorno diventavano sempre di meno. Al che pensò:

M5:
*mannaggia*, non riesco a *capacitarmi* di come i numeri scendano.
*Nonostante* mi sforzi, taglio sempre meno alberi ogni giorno.

M6 : a me invece questo non colpisce affatto. Il motivo è palese. Devi riposarti, altro che storie!

M7: *ma va!*

M8: *secondo me sarebbe ora* di sistemare la sega! Si è consumata e va arrotata!

M9: oddio, non ci avevo pensato! Ma pensa un po’. Si sa, *il tempo stringeva* e ero così occupato a tagliare tutti questi alberi prima di Natale che ho scordato di *ritagliarmi del tempo* per curare lo strumento.

M10: si , posso immaginare, comunque sai, questo discorso vale un po’ per tutto nella vita, *che so, la salute per esempio
*coloro * che non *si prendono cura* di sé stessi ogni tanto , *può darsi* , che *paghino lo scotto* prima o poi.

M11: *parole sante*, direi. Ben detto!

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882 Merce rara

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Trascrizione

Il titolo dell’episodio odierno (cioè l’episodio di oggi) è “merce rara”.

Tutti voi sicuramente conoscerete sia il significato del termine merce che dell’aggettivo raro.

La merce è tutto ciò che viene commercializzato, cioè venduto o acquistato, in un negozio o comunque da persone che per mestiere operano nel commercio. La merce riguarda più specificamente i beni materiali che i servizi, sebbene anche i servizi possano essere venduti e acquistati.

Raro invece significa non comune, qualcosa che è difficile trovare, cioè qualunque cosa sia definibile una rarità.

Allora, la merce rara potrebbe essere un prodotto che difficilmente riusciamo ad acquistare perché si trova con molta difficoltà. In effetti può anche essere proprio così.

Questo però è il senso proprio dell’espressione.

Ad ogni modo l’espressione “merce rara” si usa normalmente anche per descrivere qualcosa di diverso da un prodotto in vendita. Allo parliamo di un uso figurato.

Si può parlare di merce rara infatti anche parlando di virtù o comunque di qualità poco comuni, quindi difficili a trovarsi tra le persone o anche tra qualcos’altro che non necessariamente sia della merce.

Che ne pensate dell’onestà?

Merce rara, non è vero?

E l’empatia? Merce rara anche questa?

A volte si usa questa espressione con tono di rassegnazione, dopo che abbiamo ricevuto una delusione per il comportamento di una persona che ci ha procurato problemi di qualche tipo. Altre volte vogliamo invece esaltare la qualità di una persona, sottolineando che questa qualità è merce rara, che quindi poche persone hanno.

In entrambi i casi l’espressione spesso è preceduta da “ormai“, ad indicare che una volta non era così, ma anche per dare più importanza a una qualità.

Ormai la fiducia è una merce sempre più rara.

La passione che Marco mette nel suo lavoro ormai è merce rara

La polenta che fa mia madre ormai è merce rara

Paola porta avanti il suo lavoro con trasparenza e sincerità, merce rara al giorno d’oggi. (volendo si potrebbe anche dire “merci rare” in questo caso, perché stiamo parlando di due qualità).

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente sono merce rara; ascoltate che ripasso con i fiocchi che hanno realizzato.

Mary: Stamattina mi sono messa a cincischiare col mio telefono ed ero lì lì per organizzare la mia agenda settimanale quando di punto in bianco mi sono accorta che mancano pochissimi giorni alla fine dell’anno. Sembrava ieri l’inizio di novembre e non riesco ancora a capacitarmi che il mese all’improvviso sia già finito.

Peggy: eh già, puoi dirlo forte! Anch’io mi devo raccapezzare del fatto che novembre sia passato così in fretta e che mi abbia colto all’improvviso il mese di dicembre. Con tutte le faccende che devo ancora sbrigare entro la fine dell’anno, non mi illudo che riesca a compiere ciò che mi ero prefissa di fare.

Hartmut: Dai su ragazzi, datevi una regolata e piuttosto smettetela di girovagare come anime in pena, ché non si fa neanche in tempo a dire dicembre che è già la vigilia di natale.

Estelle: Con tutte le cose che vogliamo fare prima che finisca l’anno, mi vedo costretta ad aggiungere ancora un compito (sono una tradizionalista bell’e buona, lo so) , ovvero quello di comprare i regali di Natale! Nel giro di qualche giorno ci saranno code chilometriche in tutti i negozi. Tutti che vorranno accaparrarsi gli oggetti che quest’anno andranno per la maggiore. Cosa vuoi, pazzia totale!

Marguerite: Vacci piano Estelle, che io per esempio, con tre figlie adolescenti, non potrò mica accontentarle con un qualsivoglia regalo di Natale! Mi sa che anche quest’anno, mio malgrado, il tetto di spesa sarà molto alto e verrà sforato.

Gli esercizi su questo episodio sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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881 Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve

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Trascrizione

Tanto tuonò che piovve è un’espressione in cui si utilizza l’immagine del tuono, cioè del rumore che viene dal cielo dopo il fulmine.

Tuonare è il verbo in questione.

Il tuono normalmente arriva però prima della pioggia.

Senti come tuona! Rientriamo in casa prima che piova!

Il tuono quindi anticipa la pioggia, preannuncia la pioggia.

In questa espressione utilizziamo i due verbi tuonare e piovere al passato remoto. Tuonò e piovve.

“Tanto tuonò che piovve” è l’espressione , che significa: tuonò talmente tanto che iniziò a piovere.

Non si può utilizzare il passato prossimo, come potrebbe sembrare normale, ma solamente il passato remoto. Il senso sarebbe conunque ben comprensibile, ma questa, lo avrete capito, è una espressione figurata e va usata così com’è, come normalmente accade.

Si parla infatti di qualcos’altro e non delle cattive condizioni del tempo.

Parliamo di quando accade qualcosa che era stato preannunciato da qualche segnale.

C’erano già state delle avvisaglie. Termine questo che si usa soprattutto per indicare i primi sintomi di una malattia e primi segnali di un temporale. Oltre al senso figurato ovviamente.

Qualsiasi avvenimento in fondo, soprattutto quelli negativi, non accade all’improvviso, ma ci sono sempre vari segnali, che vengono chiamati segnali premonitori, proprio come il tuono è un segnale premonitore della pioggia.

Stiamo allora parlando di un vero e proprio proverbio che ci dice di non ignorare gli avvertimenti, ciò che accade, perché potrebbe preannunciare qualcosa di molto negativo.

Vediamo ad esempio l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non si può dire che non ci siano stati avvenimenti premonitori. Adesso che siamo in piena guerra, possiamo dire “tanto tuonò che piovve“.

In qualche modo è come dire: si capiva che sarebbe accaduto ciò che è successo, perché c’erano tutti i segnali. Il destino era scritto.

L’espressione è adatta per commentare degli episodi, degli accadimenti, e in teoria solo se negativi, per cui nel passato si era capito che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa.

Si trovano comunque anche esempi di semplici conclusioni in qualche modo annunciate, persino se positive.

Dopo aver letto sui giornali per tanto tempo che sarebbe cambiata la proprietà di Twitter, quando alla fine questo diventa realtà si potrebbe commentare questa vicenda proprio così: tanto tuonò che piovve.

Questa è una semplice conclusione annunciata. Che poi le conseguenze siano veramente negative o positive può non essere importante.

In genere comunque la pioggia viene intesa come qualcosa di negativo. Basti pensare all’espressione “piove sempre sul bagnato” per dire che la sfortuna o le disgrazie capitano sempre a chi ha già tanti guai.

Adesso ripassiamo:

Marcelo:
Un giorno, un uomo d’affari, lavoratore indefesso che non vi dico, uno che con gli affari ci sa proprio fare, stava sul lungomare a fare una passeggiata. D’un tratto si accorge che un pescatore stava battendo la fiacca e stava fissando le onde del mare a braccia conserte. Così gli fa:

Mary: Signore, non è che io voglia disturbarla, ma non va a pescare oggi?

Irina: macché!

Khaled: Come mai? Metterei la mano sul fuoco sul fatto che lei piglierebbe tanti pesci oggi. Se non se la prende comoda , molto probabilmente potrebbe fare due o tre viaggi prima che faccia notte. Quanti più pesci porta a casa, tanto più il guadagno cresce. E così potrebbe comprarsi più barche e assumere altri pescatori. Sarebbe un crescendo di guadagno e così via.

Irina: sarà! Ma quale sarebbe lo scopo di tutto questo?

Rauno: Faccia conto di essere già ricco grazie a tanto lavoro fatto. Allora potrà finalmente godersi questo bellissimo posto.

Estelle: Il pescatore allora si guardò l’imprenditore e gli fece:

Irina: Sa, stavo proprio lì lì per farlo prima che arrivasse lei ad attaccarmi il pippone. Ma dimmi tu!

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La moral suasion – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 27)

La moral suasion (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni:
Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della moral suasion.

Una locuzione quasi esclusivamente politica. In questo ambito infatti, si usa in alcune occasioni al posto di “persuasione“.
Sapete cos’è la persuasione?
La persuasione è ciò che si fa quando si cerca di convincere qualcuno della propria idea. Si cerca di modificare l’atteggiamento o il comportamento altrui attraverso la parola o lo scritto.

La persuasione è una vera capacità, un’abilità, quasi un’arte direi.

Chi sa persuadere (questo è il verbo che dovremmo usare al posto di “convincere“) ha una forma di potere che coloro che non ne sono capaci non hanno.
La moral suasion è però una persuasione morale. Si cerca di persuadere facendo leva su dei valori morali.
E’ dunque un invito a correggere o rivedere determinate scelte o comportamenti in politica perché ritenuti moralmente sbagliati.
Ma tutti possono fare questa moral suasion?
Non esattamente.

In genere la moral suasion è proveniente da una personalità, una persona importante o da un organismo a cui è riconosciuta da tutti una certa autorevolezza.

Il presidente della Repubblica italiana, dall’alto del Colle, può ad esempio esercitare moral suasion nei confronti di politici o correnti politiche o partiti politici che hanno intenzione di prendere certi provvedimenti che il presidente ritiene immorali.

Questa autorità, qualunque essa sia, generalmente ha un ruolo imparziale, saggio, equanime (dovrei usare un’altra definizione ma la spiegherò nel prossimo episodio dedicato alla politica) e ha obblighi di vigilanza di qualche tipo, lavora in genere a garanzia delle istituzioni, e utilizza, in questo caso, questo suo potere non attraverso atti formali, documenti, approvazioni ufficiali, provvedimenti di qualunque tipo, ma semplicemente cerca di convincere, cerca di indurre ad un comportamento moralmente e socialmente corretto.

Sto cercando altri verbi adatti per descrivere l’obiettivo della moral suasion.

Indurre va bene ma anche orientare: si cerca di orientare dei comportamenti. La moral suasion si propone di orientate, di influenzate scelte e comportamenti.

Quindi questa autorità non ricorre direttamente ai poteri che la sua carica o la legge le mette a disposizione per l’esercizio delle sue funzioni ma usa la sua autorevolezza.

Chi è vittima della moral suasion potrebbe essere insensibile alle questioni morali, ma la moral suasion punta anche e soprattutto sull’impatto sociale della moral suasion, sulle sue conseguenze, non quelle giuridiche ma quelle sull’immagine, sulla notorietà, sulla reputazione di chi subisce la moral suasion.

Il termine suasion (notate la pronuncia) potrebbe sembrare di origine inglese ma è latina. Significa proprio persuasione.

Vediamo qualche esempio:Il presidente della repubblica esercita la sua moral suasion affinché il governo corregga il decreto che potrebbe favorire una maggiore evasione fiscale.La moral suasion si esercita. Proprio come il potere.

Se vogliamo usare parole e verbi diversi potremmo dire che il presidente “fa pressione” sul governo affinché eccetera eccetera.

Oppure, il presidente cerca di persuadere o di dissuadere. Questo è interessante, perché la moral suasion si può utilizzare sia per persuadere che per dissuadere, a seconda dei casi.

Una cosa infatti è dire: “devi fare così”, “è meglio prendere questa decisione”, “questa è la strada corretta da seguire” (questo è persuadere), e un’altra cosa è dire: “non devi fare questo”, “questo provvedimento è immorale” ecc.

In quest’ultimo caso parliamo di dissuasione e di dissuadere.

Se non avete ancora capito la differenza, basti pensare a una persona che vuole suicidarsi. Bisogna dissuaderla! E bisogna persuaderla del fatto che la vita è bella e va vissuta.

Si può tranquillamente fare un collegamento tra la moral suasion e l’espressioneavere un ascendente su una persona, che vi ho già spiegato, ma quest’ultima non è tipicamente politica, ma si può usare ogniqualvolta una persona abbia una certa capacità di influenzare le scelte e le decisioni di altre, senza essere un’autorità nazionale o una importante istituzione.

Comunque, all’inizio ho detto che la locuzione moral suasion è “quasi” esclusivamente politica. Anche in economia esiste la Moral suasion.

La pubblicazione di una notizia sui giornali o sui telegiornali ha il potere di dissuadere aziende che potrebbero infrangere la legge o dei regolamenti.

Potete comunque usare la moral suasion anche in senso ironico, quando si tratta di convincere una persona a intraprendere una decisione oppure a non farlo.
Es.Mia moglie non vuole partecipare a uno scambio di coppia. Perché non ci provi tu, che sei la sua migliore amica, a fare un po’ di moral suasion
Scherzi a parte, anche una istituzione nazionale può esercitare la moral suasion, ma per poterlo fare deve avere un potere di vigilanza, come la Consob, che è l’organo di controllo del mercato finanziario italiano, o l’autorità per anticorruzione o organismi di questo tipo.

Chi vuole adesso può rispondere a alcune domande su questo episodio per mettersi alla prova. Per farlo basta diventare membri di Italiano Semplicemente, la nostra associazione creata per conoscere l’italiano e l’Italia. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato alla politica.

Le domande e le risposte sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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880 Tanto di

Tanto di (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi, come promesso, è dedicato a “tanto di“.

È interessante perché questa può avere un significato simile a persino, anche, addirittura.

Es:

La Francia è proprio brava a giocare a calcio. Quando la vedo in tv mi levo tanto di cappello!

Cioè: mi tolgo persino il cappello davanti a loro, per rispetto, per ammirazione. C’è spessissimo ironia in queste occasioni.

Tanto di cappello” è un’espressione abbastanza nota e utilizzata. Non è detto ci sia sempre ironia quando si usa. Può trattarsi anche di semplice ammirazione.

Se parliamo di rispetto non siamo affatto ironici comunque:

Es

Tanto di rispetto per chi dedica la propria vita a fare assistenza ai poveri.

Quindi più in generale, “tanto di” può essere seguita da un sostantivo allo scopo di sottolineare qualcosa con enfasi.

Il mio capo è proprio di estrema destra! Oggi sono stato nel suo ufficio e sulla sua scrivania c’era tanto di foto di Benito Mussolini!

Come vedete ha un significato simile a persino, anche, addirittura, ma si può usare anche insieme.

Spesso si usa la preposizione “con“:

Da babbo natale ho ricevuto un bel pacco con tanto di fiocco!

Io sono un cuoco con tanto di diploma!

Oppure: ho (anche) tanto di diploma.

È stata una festa bellissima, con tanto di ballerine, camerieri e champagne! (c’erano tanto di ballerine ecc.)

Notate che in questo caso stavolta non ho usato “con” ma “c’erano) e ho usato il plurale (c’erano tanto di ballerine e camerieri…) che è la forma corretta se ci sono più elementi che seguono.

Ora, bisogna anche saper riconoscere, in una frase, se veramente è questo il senso di “tanto di“. Non sempre è così

Es:

C’era tanto di quel sale nella pasta che non era mangiabile.

Questo è ancora un altro modo di usare “tanto di” seguito da un sostantivo. Si riconosce facilmente non solo perché c’è “tanto di quel, tanto di quei, tante di quelle” ma anche perché c’è “che” nella seconda parte della frase.

Non basta quindi che ci sia la preposizione “di”, affinché la frase abbia un unico significato. Posso farvi anche altri esempi:

Non importa se non c’è nulla da mettere sotto i denti, tanto di mangiare non ne ho proprio voglia.

C’è tanto di buono, di nobile e di vero, nel tuo carattere!

Dietro quel sorriso innocente c’è tanto di più di quanto si pensi!

C’è tanto di Giovanni in queste sue poesie.

Bisogna accontentarsi di quello che abbiamo trovato, non c’è tanto di meglio sul mercato.

Vi lascio soli perché immagino abbiate tanto di cui parlare

Qui fa freddo tanto di notte quanto di giorno (in questo caso posso sostituire “tanto” e “quanto” con “sia”)

Come avete visto, non è neanche sufficiente che ci sia un sostantivo, purtroppo.

Vediamo un ultimo esempio:

Hanno licenziato Giovanni perché pare che abbia rubato il portafogli ad un collega. C’è tanto di video a dimostrarlo!

A volte, come in questo caso, il sostantivo che segue serve a dimostrare qualcosa. Ricordate l’esempio precedente del diploma da cuoco? Anche in quel caso c’è una prova, una dimostrazione, e infatti il diploma dimostra che sono un cuoco, come il video del furto è a dimostrazione della colpevolezza di Giovanni.

Lo stesso si può dire, in misura più o meno evidente, in quasi tutti gli esempi: il fiocco è ciò che caratterizza un pacco regalo; se mi tolgo il cappello è segno che esprimo ammirazione.

Sono sicuro che l’episodio di oggi darà tante buone occasioni per mettersi alla prova durante i prossimi ripassi.

A proposito, eccovi quello di oggi.

Irina: tenetevi forte ché vi racconto cosa mi è accaduto.

Hartmut: Dai, raccontamelo, non tenermi sulle spine!

Irina: dunque, facevo due passi nel bosco per prendere una boccata d’aria come sono solita fare di sera. Di punto in bianco è sbucato nientepopodimeno che un cinghiale! Mi ha preso una fifa blu che non vi dico! Sembrava avermi presa di mira e stavamo a tu per tu. Mi guardavo intorno ma non c’era un rifugio. Avevo sentore che fossi spacciata. Avevo a portata di mano solo un bastone. Ero decisa di prendere il toro per le corna come non mai! Fortuna ha voluto che il cinghiale è scappato e così ho buttato via il bastone, che sì è rotto in una caterva di pezzi. Era proprio marcio!

Hartmut: Dai, che sciocchezze ci racconti! Non ci credo neanche per sogno.

Irina: macché sciocchezze! È tutto vero, altro che storie!

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esercizi episodio 880 - domande

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