Dei migliori, delle migliori, dei peggiori, delle peggiori

Dei migliori/peggiori, delle migliori/peggiori (scarica audio)

episodio 1262

Trascrizione

Bentrovati amici di Italiano Semplicemente e benvenuti in questo nuovo episodio di “due minuti con Italiano semplicemente”.

Per un paio di giorni non abbiamo pubblicato episodi e qualcuno si sarà preoccupato, ma tranquilli, perché il motivo è semplice.

Abbiamo infatti pubblicato un libro dedicato all’esame CILS B1 STANDARD , un manuale con delle simulazioni d’esame, spiegazioni dettagliate e tanti consigli utili per chi deve affrontare questo esame di livello intermedio.

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Ad ogni modo potete ordinare la versione PDF che potete stamparvi da soli scrivendo a italianosemplicemente@gmail.com

Veniamo all’episodio di oggi.

Oggi vediamo una locuzione tipica dell’italiano parlato: “dei migliori / delle migliori”.

La forma completa da cui deriva è:

– una delle migliori
– uno dei migliori

Per esempio:

‘Questa bici non è una delle migliori”, che può diventare “questa bici non è delle migliori”.

Quando diciamo:

– Questa bici non è delle migliori
– Quel film non è dei migliori
– Il servizio non è dei migliori

intendiamo semplicemente che non è particolarmente buono, cioè:

– non è tra i migliori
– non è di alta qualità
– lascia un po’ a desiderare

È quindi una forma attenuata, e per questo motivo è una forma più elegante rispetto a dire direttamente “non è buono”.

Si può usare senza la negazione?

La forma senza negazione esiste, ma si usa meno spesso:

– Questa bici è delle migliori
– Quel vino è dei migliori
– Questa soluzione è delle migliori

Non è di uso frequente, ma in questi casi il significato è chiaramente positivo e significa:

– è tra i migliori

– è eccellente

– è uno/uno dei migliori

Tuttavia, nel caso non si voglia usare la negazione, in italiano si preferisce spesso dire in modo più diretto, proprio:

– è tra i migliori

– è ottimo

– è eccellente

Eccetera.

Si usa anche con “peggiori”. Si usa “dei peggiori” e “delle peggiori” a seconda del genere maschile o femminile. Anche in questo caso si preferisce usare questa forma con la negazione.

Esempi:

Questo film non è dei peggiori che abbia visto.

“Non è dei peggiori” significa che non è così scadente.

Quindi “non è dei migliori” sta per “c’è di meglio” e “non è dei peggiori” sta per” c’è di peggio” .

Ma oggi preferiamo usare queste forme più eleganti.

In fondo, usarlo con la negazione è un modo per non esagerare con la critica: ‘non è dei/delle peggiori” significa proprio che la situazione non è delle peggiori, quindi resta un giudizio negativo ma non pessimo.

Notate una cosa interessante. Poco fa ho detto che questa è una forma abbreviata.

Quando usiamo la forma completa con uno/una, essa è perfettamente corretta, ma si usa soprattutto quando il “panorama” è ben definito, cioè quando è chiaro il gruppo di riferimento.

Per esempio:

Questa è una delle migliori biciclette del mercato.

È uno dei migliori film dell’anno.

La Roma non è una delle peggiori squadre del campionato.

Qui il gruppo è ben identificato: il mercato, l’anno, il campionato.

In questi casi “una dei/delle migliori” è molto naturale.

Quando invece il contesto è più generico o colloquiale, l’italiano tende a semplificare e dire, soprattutto nella forma negativa:

non è delle migliori

è delle migliori

Senza esplicitare “una”. D’altronde spesso stiamo dando un giudizio di qualità, senza necessariamente avere a mente un termine preciso e completo di confronto.

Es:

Se la situazione in cui ti trovi non è delle migliori, possiamo cercare di risolverla o affrontarla insieme.

Questa foto non è delle migliori, ma è spontanea, quindi mi piace un sacco!

La mia fotocamera del telefono non è delle migliori, ma non abbiamo di meglio

Vediamo con peggiori:

Si tratta di espressioni di “giudizio tiepido”, un’iperbole in negativo per dire che qualcosa è sufficiente, accettabile o passabile.

Il servizio non è stato dei migliori ma neanche dei peggiori.

Non buttiamoci giù’ perché il cast del nostro film non è dei peggiori.

Abbiamo perso ma la delusione non è delle peggiori perché abbiamo giocato benino.

Si tratta di modalità molto italiane.

Cercate di usarle perché sono utili soprattutto per dare giudizi sfumati, non troppo diretti.

Al ristorante, tanto per fare un esempio, anziché dire:

Questa pasta non è buona, o che fa schifo, potreste dire, per non offendere, che non è delle migliori.

Spero comunque che non vi capiti mai di usarla al ristorante. 🙂

Se invece qualcuno critica pesantemente un piatto, se voi fondamentalmente siete d’accordo ma volete edulcorare il giudizio, potreste dire che non è dei peggiori.

Adesso provate subito a mettervi all’opera e usate queste locuzioni con un vostro amico.

A proposito di mettersi all’opera, adesso i membri dell’associazione lo faranno parlando di meteo.

Per farlo, chiedo loro di utilizzare qualcuno tra i verbi professionali che sono stati spiegati all’interno del corso di Italiano professionale.

Anne Marie: In inverno il freddo sembra non cedere mai, ma dai dati degli ultimi anni si può evincere che le temperature medie stanno lentamente aumentando.

Marcelo: Io invece posso constatare che questa primavera è stata molto piovosa e che l’umidità ha finito per arrecare qualche disagio a chi soffre di allergie.

Julien: ieri gli esperti hanno diramato un bollettino in cui si caldeggia un uso più responsabile dell’acqua durante le estati particolarmente calde.

Carmen: non so voi, ma a me conviene sempre attenermi alle previsioni meteo, perché un temporale improvviso potrebbe pregiudicare una bella escursione in montagna.

Ulrike: Per corroborare l’idea che il clima stia cambiando, basta osservare come certe piante riescano ormai a conseguire una fioritura anticipata.

Julien: Senza voler soffermarmi troppo sulle statistiche, posso dire di aver percepito inverni, negli anni recenti, meno rigidi rispetto a quelli della mia infanzia.

Estelle: Concordo, e non si può certo glissare sull’argomento: occorre quantificare con precisione questi cambiamenti per acclarare quanto concorrano le attività umane alle variazioni del clima.

Giovanni: Se vuoi anche tu far parte della nostra famiglia, per migliorare il tuo Italiano in compagnia, facci sapere: iscriviti

Esulare – VERBI PROFESSIONALI (n. 103)

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

Descrizione: Scopriamo il verbo “esulare”: origine, significato, usi figurati ed esempi pratici per capire quando qualcosa è fuori tema o fuori ambito.

Durata: 11 minuti

Livello minimo richiesto: B1/B2

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Esulare

Nonché, non che, non è che

Nonché, non che, non è che (scarica audio)

episodio 1253

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Ricorderete che uno dei primi episodi di questa rubrica l’ho dedicato alla locuzione “non è che“.

Oggi facciamo un passo in avanti, anzi due.

Oggi infatti vediamo delle modalità che all’orecchio possono sembrare simili, ma che in realtà funzionano in modo molto diverso. Mi feriscono a “nonché“, unica parola con l’accento sulla e, e a “non che“, due parole.

Che differenza esiste rispetto a “non è che“?

Per molti stranieri infatti può essere normale confondere nonché con l’accento e scritto in una sola parola, “non che” ,scritto in due parole, e “non è che”, locuzione in cui c’è anche il verbo essere. Cosa non di poco conto…

Che differenza potrà mai fare un accento o un verbo essere in meno?

In realtà il significato, il registro linguistico e perfino la grammatica cambiano notevolmente. Saranno contenti gli appassionati di grammatica!

Vediamo allora di fare chiarezza una volta per tutte.

NONCHÉ: una sola parola

Partiamo da nonché, scritto tutto attaccato.

“Nonché” è una congiunzione, direi alquanto elegante, che significa: anche, oltre a, così come, inoltre, per non dimenticare, e in più, e poi, e per finire.

Serve dunque, nella sostanza, ad aggiungere un elemento.

Esempi

Ho invitato Marco, Lucia nonché Paolo.

Cioè:

Ho invitato Marco, Lucia e anche Paolo.

Il sindaco ha incontrato imprenditori, giornalisti nonché rappresentanti delle università.

L’associazione organizza corsi, eventi culturali nonché attività online.

Questo locale è famoso per la pizza nonché per i dolci fatti in casa.

“Nonché” ha un tono abbastanza formale, elegante, piuttosto ricercato.

È molto comune nei giornali, nei documenti, nei discorsi ufficiali, nei testi burocratici. Meno comune nel parlato.

Nel parlato quotidiano gli italiani spesso preferiscono: e, e anche, oltre a, e le altre alternative viste poco fa.

Attenzione all’accento: nonché ha l’accento finale, come perché, poiché, altroché.

“NON CHE”

Adesso passiamo a “non che”, scritto separato (sono due parole anziché una) e senza il verbo essere, che invece si trova nella locuzione “non è che“.

Qui cambia completamente la funzione grammaticale.

Non che” spesso si può sostituire a “non è che“, ma senza il verbo in mezzo è una costruzione più elegante, più letteraria, meno colloquiale, e soprattutto richiede quasi sempre il congiuntivo.

Questa è una nota dolente per voi non madrelingua, ne sono consapevole!

A cosa serve “non che”? Analogamente a “non è che” può essere utile per attenuare un’affermazione, prendere le distanze da qualcosa o qualcuno, fare una precisazione , escludere qualcosa o introdurre una limitazione.

Molto spesso il significato implicito è:

“non voglio dire che…”

“non sto sostenendo che…”

“non è propriamente vero che…”

Esempi:

Non che io sia contrario, è che non ci sono abituato.

Non che mi interessi molto.

Non che avessi molte alternative.

Non che voglia criticarti, ma potevi avvisarmi.

Non che la situazione sia semplice, ma…

Avete notato?

Dopo “non che” troviamo normalmente il congiuntivo: sia, interessI, avessi, voglia, eccetera.

Attenzione adesso:

Rispetto a “non è che” , “non che” NON si usa nelle domande. Questo è un punto molto importante.

Non possiamo usare “non che” per fare domande. Per esempio, in queste frasi ci vuole il verbo essere:

Non è che hai una penna?

Non è che ti sei innamorata di me?

Non è che puoi aiutarmi?

In questo caso, sempre informalmente, si usa anche “per caso” in sostituzione o in aggiunta e il senso non cambia.

Non è che per caso hai una penna?

Per caso hai una penna?

Per gli appassionati del romanesco, aggiungo che a Roma si usa anche la forma “niente niente” con senso analogo:

Niente niente hai una penna?

Chiudiamo la parentesi romanesca.

“Non è che”, quindi , è a volte molto diversa da “non che”.

“Non è che” è una costruzione molto comune nel parlato, quindi più colloquiale.

Solitamente si usa l’indicativo, ma serve anche a fare domande, come si è detto, se vogliamo, è più adatta a negare qualcosa, come a dire “non è vero che”.

Vediamo alcuni esempi di questo tipo.

Tu non vuoi aiutarmi!

Risposta: Non è che non voglio aiutarti, è che oggi non ho tempo.

Oppure:

Luca ti sta antipatico?

Non è che Luca mi sta antipatico, è solo molto timido.

Oppure:

Questo episodio è proprio difficile da capire. Non credi?

Non è che sia difficile, ma ci vuole pazienza. Occorre leggerlo più volte attentamente.

Ricapitolando, nonché serve per aggiungere qualcosa in modo più elegante, mentre la più grande differenza di “non che” rispetto a “non è che” consiste nel fatto che “non è che” si può usare nelle domande.

Nelle domande poi, volendo, si può usare anche il condizionale, ma solo quando chiediamo un favore.

Per esempio:

Non è che avresti una penna?

Non è che potresti accompagnarmi?

Questo si fa per cortesia. Ma se non è per chiedere un favore non possiamo usare il condizionale:

Non è che ti sei offeso?

Non è che domani piove?

Non è che ti sei innamorata di me?

Qui stiamo prospettando una possibilità. Non sto chiedendo un favore.

In entrambi i casi comunque questa struttura serve a rendere la domanda più morbida, meno aggressiva, più prudente, più indiretta.

Confrontiamo:

Hai una penna?

domanda diretta.

Non è che hai una penna?

domanda più delicata e meno brusca.

Ancora di più se uso il condizionale:

Non è che avresti una penna?

Quanto al congiuntivo, si usa anche con “non è che” ma non nelle domande! Non posso dire ad esempio: “non è che avessi una penna?” ma solamente “non è che hai/avresti una penna?”

Quando è consentito, si preferisce il congiuntivo, ma è una scelta di stile, nelle valutazioni, nelle precisazioni, per escludere una cosa e spiegare meglio:

Esempi:

Non è che sia impossibile, è che richiede molto impegno.

Non è che io voglia lamentarmi, è che mi sento discriminato.

Non è che la situazione mi entusiasmi, ma se lo devo fare lo faccio.



Quanto al ripasso, non che io non voglia farlo, ma questo episodio ne contiene già qualcuno.

Ora, non è che sia obbligatorio fare una donazione per italiano semplicemente, ma Italiano Semplicemente vive grazie alle vostre donazioni, nonché di entusiasmo.

Stringente

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episodio 1245

Trascrizione

Bentornati a tutti.

Oggi affrontiamo una parola molto interessante, una parola che si sente spesso nei contesti formali, professionali, giornalistici e burocratici. Tranquilli però, perché tutti la capiscono, infatti si può usare senza problemi anche in contesti quotidiani.

È una parola che, a prima vista, potrebbe sembrare difficile ad un non madrelingua, ma che in realtà è molto utile. Parlo di “stringente”. Tecnicamente è il participio presente del verbo stringere.

Come molti participi presenti italiani, nel tempo ha assunto però anche funzione di aggettivo.

Lo stesso destino è spettato ad esempio a dirimente, pertinente: Participi presenti che hanno preso una strada semantica autonoma, allontanandosi dal significato concreto e originario del verbo.

Vediamo di capire bene come si usa però.

Quando diciamo che qualcosa è stringente, intendiamo dire che esercita una forte pressione, che impone limiti, che non lascia molto spazio di manovra. Come le scarpe strette, che stringono il piede e non ha molta libertà di movimento.

Insomma, qualcosa di stringente è qualcosa che “stringe”, proprio come suggerisce il verbo da cui deriva.

E qui c’è già una bella intuizione: il verbo stringere richiama l’idea di una presa forte, di una costrizione.

Per questo motivo, stringente si usa spesso per parlare di:

regole

vincoli

esigenze

necessità

controlli

misure

scadenze

Ad esempio:

Abbiamo adottato misure stringenti per ridurre i costi.

Il regolamento impone criteri molto stringenti.

Le condizioni del contratto sono particolarmente stringenti.

In tutti questi casi, c’è un’idea di severità, rigidità, pressione.

Ma attenzione.

Stringente non significa semplicemente “urgente”.

E qui entra in gioco un collegamento molto interessante con il passato episodio dedicato a “impellente“.

In quell’episodio si spiegava che impellente riguarda qualcosa che richiede una risposta immediata, qualcosa che urge fare subito, quasi senza poter aspettare.

Ad esempio:

un bisogno impellente

una necessità impellente

un problema impellente

L’idea è quella dell’urgenza immediata.

Stringente, invece, ha un significato più ampio e spesso più formale.

Una necessità stringente non è soltanto urgente: è anche pressante, inevitabile, difficile da ignorare.

In pratica, mentre l’urgenza di impellente spinge ad agire subito, la pressione di stringente limita, obbliga, costringe.

È una differenza sottile, ma importante.

Potremmo dire che:

impellente = urgente e immediato

stringente = pressante, vincolante, severo

Per esempio:

Ho un bisogno impellente di mangiare qualcosa.

L’azienda deve rispettare norme stringenti sulla sicurezza.

Nel primo caso c’è urgenza personale.

Nel secondo caso ci sono regole severe.

Vedete? Il contesto cambia molto.

Un’altra cosa interessante è che stringente può descrivere anche un ragionamento. Questo accade molto raramente comunque.

Se dico:

La sua argomentazione è stringente.

Significa che è rigorosa, logica, convincente, difficile da contestare.

Qui il senso non è quello della pressione, ma della solidità e della precisione.

Quindi questa parola ha almeno due grandi usi:

1. vincolante / severo / rigoroso

2. convincente / logicamente forte

Ed è proprio questo che la rende preziosa.

È una parola elegante, versatile e molto utile soprattutto in ambito professionale.

Un revisore può fare controlli stringenti.

Un giudice può applicare criteri stringenti.

Un professore può avere standard stringenti.

E persino un amico può avere aspettative stringenti!

Insomma, non è una parola da prendere alla leggera.

Per concludere, ricordate:

Se qualcosa è impellente, dovete agire subito.

Se qualcosa è stringente, dovete rispettarlo o subirne la pressione.

E se una spiegazione è stringente… allora difficilmente potrete trovarle dei difetti.

Adesso il Ripasso, più impellente che stringente.

Khaled: sono alle prese con le pulizie di primavera e mi sono reso conto che avrei dovuto iniziare prima: ora ho tanto di quel lavoro sul groppone che non vi dico.

Marcelo: Ho provato a sistemare il garage, ma gira che ti rigira finisco sempre per impelagarmi tra vecchi scatoloni.

Estelle: oggi ho solamente rimpinguato il cestello del brillantante della lavastoviglie. Il resto del tempo ho dovuto lavorare.

Nancy: ho passato anche oggi l’aspirapolvere, perché mio figlio è mio marito fanno tutto con una certa leggerezza: Oggi è stato tutto un andirirvieni dal giardino a casa.

Edita: ho deciso di fare una scappata in cantina per sistemare due cose, ma vuoi o non vuoi finisco sempre per prendere delle cose che poi non mi serviranno.

In borghese

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episodio 1238

Trascrizione

C’è qualcosa di curioso nell’espressione “in borghese”.

A sentirla così, isolata, sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un mondo fatto di cappelli, giacche ben stirate e passeggiate in centro. E in effetti, un po’ è proprio così.

In borghese” nasce da borghesia, quella classe sociale che, tra nobiltà e popolo, ha rappresentato per secoli il volto più riconoscibile della vita quotidiana: persone comuni, rispettabili, senza uniforme, senza insegne, senza simboli di potere evidenti.

Ed è proprio qui il punto.

Quando diciamo che qualcuno è in borghese, intendiamo dire che non indossa una divisa, che si presenta come una persona qualunque, indistinguibile tra la folla.
Un poliziotto in borghese, ad esempio, non porta la divisa: si confonde tra i passanti, osserva senza essere notato, agisce senza attirare l’attenzione.

Es.

State camminando per strada, tutto sembra normale, quando qualcuno vi dice:

Attento, quello è un poliziotto in borghese.

E improvvisamente cambia tutto.
Quella persona, che fino a un attimo prima era uno qualunque, assume un altro significato. Non è più solo un passante: è qualcuno che ha un ruolo, ma non lo mostra.

Parliamo di chi svolge una funzione ufficiale senza indossarne i segni distintivi.

C’erano diversi agenti in borghese tra la folla.

L’arresto è stato effettuato da due carabinieri in borghese.

In questi casi, “in borghese” serve a sottolineare proprio questo contrasto: ruolo nascosto, apparenza normale.

Ma la locuzione non si ferma qui.

Pensate a un contesto completamente diverso, più quotidiano.
Un’azienda, un ufficio, magari una cerimonia.

Oggi niente giacca e cravatta, siamo tutti in borghese.

Qui non ci sono poliziotti, né operazioni “sotto copertura”.

Eppure il senso è simile: assenza di formalità, di segni distintivi, di “uniforme” sociale.

“In borghese”, in questo caso, diventa quasi sinonimo di informale, di normale, di non ufficiale.

Si usa anche in questo modo la locuzione.

Quando diciamo “in borghese”, quella piccola preposizione “in” fa molto più di quanto sembri.

Non indica semplicemente un luogo, come in “in casa” o “in ufficio”.

Qui in introduce una condizione, uno stato visibile, quasi una “forma esteriore” in cui una persona si presenta.

È la stessa in che usiamo quando vogliamo descrivere come appare qualcuno agli occhi degli altri.

Pensate a queste locuzioni:

in uniforme

in divisa

in abito da sera

in giacca e cravatta

in maniche di camicia

In tutti questi casi, in significa qualcosa come: “nella condizione esteriore di”, “vestito in modo tale da apparire…”

Se allarghiamo lo sguardo, troviamo molte altre espressioni analoghe, anche fuori dall’abbigliamento:

in silenzio

in difficoltà

in imbarazzo

in incognito

Anche qui in introduce uno stato, ma non più visivo. È come se passassimo dall’abito esterno alla condizione interna o situazionale.

“In borghese”, in un certo senso, sta proprio a metà strada tra questi due mondi:
è visibile, ma porta con sé anche un significato più profondo, legato al ruolo e all’intenzione.

Notate che essere in borghese è simile a “essere in abiti civili”.

Quasi equivalente, ma non del tutto. Infatti “in abiti civili” indica semplicemente che una persona non indossa una divisa

Ad esempio:

Il militare era in abiti civili durante la cerimonia.

Qui manca quell’elemento di intenzione o funzione nascosta.

“In borghese”, invece, ha spesso una sfumatura in più: suggerisce che l’assenza di uniforme non è casuale, ma significativa.

Quindi se due poliziotti sono in borghese c’è l’idea implicita di operare senza farsi riconoscere.
Quindi “In abiti civili” descrive invece ciò che si vede, mentre “in borghese” generalmente suggerisce anche ciò che si nasconde.

Carmen: Mi fa ridere vedere qualcuno che cerca di fare il pavone per darsi arie e poi finisce per fare una figuraccia.

Hartmut: Io invece rido di gusto quando vedo uno stacanovista che perde la calma per una piccola e insignificante pecca nel suo lavoro.

Edita: A me divertono molto i soliti furbetti del quartierino che sono convinti di farla sempre franca e invece poi vengono scoperti subito.

Khaled: Non posso fare a meno di ridere quando qualcuno inizia a fare un salamelecco per compiacere il potente di turno.

Anne Marie: Trovo esilarante un tipo solitamente sboccacciato che tenta disperatamente di apparire serio durante una cerimonia.

Estelle: Mi fa ridere la faccia sbalordita di chi viene messo davanti al fatto compiuto e non ha più tempo di inventare una delle sue solite scuse.

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