433 Ingeneroso

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Ingeneroso

Tutti gli studenti non madrelingua conoscono e sanno utilizzare l’aggettivo generoso, ma quanti conoscono e meglio ancora utilizzano ingeneroso?

Sembra avere a prima vista significato contrario rispetto a generosità. Ma non è esattamente così.

Infatti la generosità è la nobiltà d’animo che comporta il sacrificio dell’interesse o della soddisfazione personale di fronte al bene altrui.

essere ingeneroso

Se sono generoso non ho difficoltà a “dare”. In genere ci si riferisce al denaro. La generosità è l’assenza di problemi nel ricompensare o nel donare, e essere generosi è indubbiamente una qualità. Significa essere altruisti e disinteressati. Solitamente il contrario della generosità è l’egoismo, ma se mi riferisco al denaro si parla di taccagneria, tirchieria, che è la caratteristica delle persone attaccate al denaro. Più in generale una persona non generosa è egoista, è gretta, meschina, misera.

Essere ingenerosi invece si riferisce  all’assenza di generosità spirituale e di comprensione. Non si parla di soldi o di difficoltà nel dare. Piuttosto si parla di difficoltà nel riconoscere un merito.

La persona ingenerosa tende a dare colpe agli altri più del necessario, tende a non riconoscere qualcosa di positivo in un’altra persona, tende a non perdonare, tende a infierire. C’è poca indulgenza, poca umana comprensione nei confronti del prossimo. Ecco, forse quest’ultima definizione è la più appropriata. Nel linguaggio comune, quello di tutti i giorni, è molto facile lasciarsi andare e descrivere queste persone ingenerose come “stronze” o “egoiste“. Spesso si parla anche di giustizia o di cattiveria o di parlar male di qualcuno:

Non è giusto ciò che hai detto.

Sei cattivo a parlare così

Perché parli male di Giovanni?

Facile comunque usare parole offensive verso queste persone.

Parlare di ingenerosità non è invece offensivo, ma invita alla riflessione, e si può usare anche in contesti più formali.  In sostanza, è molto più elegante parlare di ingenerosità piuttosto che utilizzar epiteti o insulti vari. Sicuramente è molto difficile usare questo aggettivo quando si è arrabbiati. 

Perché parli male di Giovanni?

Sei ingeneroso se la pensi così

Hai usato parole molto ingenerose verso Giovanni

Con me sono state usate parole ingenerose

Credete che qualcuno abbia mai usato parole ingenerose verso di voi? Ebbene da oggi avete un modo in più per lamentarvi di questo, e per giunta senza offendere nessuno. 

Adesso ripassiamo:

Anthony: TI FAREBBE SPECIE se io dicessi che i membri dell’associazione CI SANNO FARE con i ripassi?

Hartmut: Ti rispondo io SENZA REMORE che non ho il BENCHÉ minimo dubbio sul fatto che i membri CI CAPISCONO benissimo in termini di ripassi.

Rauno: lasciati prendere dall’ispirazione allora e scrivicene uno. È QUI CHE TI VOGLIO!

Hartmut: vuoi che io RACCOLGA LA PROVOCAZIONE? Va bene. SONO IN VENA. Lo farò molto volentieri PURCHÉ tu non rompa più le scatole!

Irina: SMORZIAMO I TONI ragazzi! Altrimenti PAGHERETE entrambi LO SCOTTO di un’amicizia mandata A MONTE.

27 – Presa in carico – ITALIANO COMMERCIALE

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Descrizione 

Lezione 27 di due minuti con Italiano commerciale. Parliamo oggi dello stato degli ordini ed in particolare della presa in carico di un ordine.

Durata: 3 minuti circa 

Caro

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Caro amico ti scrivo…

Caro - aggettivo

Con queste parole iniziano spesso le lettere o una email ad un amico. Un caro amico. 

Oggi vediamo proprio i molteplici utilizzi di questo aggettivo italiano.

Caro è un termine che solitamente viene usato per esprimere affetto: caro amico, cara mamma, caro papà eccetera.

In realtà però ha molti utilizzi diversi e alcune volte l’affetto non c’entra nulla.

Giacomo Leopardi in una famosa lirica (l’Infinito) scriveva “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e lui si riferiva all’affetto che nutriva per un colle, che era il monte Tabor del comune di Recanati, nella regione Marche.

Tante cose possono essere definite come “care”.

Con “le persone care”, o “le persone più care“, ad esempio, si intendono i genitori, i parenti e gli amici più intimi. Si chiamano anche “i cari”:

Vorrei riabbracciare i miei cari.

Ha voglia di rivedere i suoi cari.

L’aggettivo diventa un vero e proprio nome in questi casi.

Che caro che sei stato a farmi un regalo per Natale

Sei stato gentile, amabile, anche simpatico.

Manda un caro saluto ai tuoi.

Anche questa è un modo ricorrente di usare caro.

Maria è una cara ragazza

Maria quindi è una ragazza gentile, affettuosa, amabile. Non c’entra con la parentela stavolta.

 Giovanni è un carissimo amico

  Giovanni è cioè una persona particolare per me, non un amico qualunque. Si usa spesso questa formula soprattutto quando si presenta una persona a cui teniamo molto ad un’altra oppure quando cerchiamo un aiuto per una persona per noi importante.

Sono le persone a noi più care, quelle per le quali si prova più affetto.

C’è un modo particolare di usare “caro”:

Caro mio!

Notate il tono che viene usato. E’ un modo familiare e spesso anche ironico. Ad esempio:

Caro mio, sapessi quanti momenti difficili ho vissuto io alla tua età.

 Oppure:

Caro mio, stavolta non mi freghi!

Esprime a volte impazienza, a volte si vuole esprimere saggezza o esperienza di vita, una lezione imparata, o si vuole insegnare qualcosa all’altro, facendo pensare che ci sarebbe molto altro da dire su questo argomento. E’ anche un modo per dare dei consigli, e “il caro” sta  a significare che il consiglio è il risultato dell’esperienza.

Caro mio, non sono mica scemo!

Se vuoi fare carriera, caro mio, devi lavorare meno e fare più politica!

Andiamo avanti: 

Ma che caro!

Questa esclamazione può esprimere affetto, ma anche l’esatto opposto, dipende molto dal tono che si usa. Può anche esprimere una antipatia per una persona.

Ma che cari i nostri zii, hanno detto che anche quest’anno vengono e trovarci per Natale e resteranno fino a  capodanno!

Anche un oggetto può essere molto caro. Lo può essere per due motivi: se ci teniamo molto, perché ha una particolare importanza per noi, oppure se ha un prezzo molto alto.

Quindi caro significa anche “costoso“. Un modo informale ma molto usato da tutti.

Un albergo caro, un ristorante caro hanno quindi dei prezzi alti rispetto alla media.

Anche una persona che esercita una professione può essere cara se si fa pagare molto.

Un parrucchiere caro ha dei prezzi più alti della media.

Com’è quel meccanico? E’ caro?

Equivale a dire: i prezzi sono alti?

Esiste anche “avere caro” che significa tenere a qualcosa o qualcuno. 

Ci tengo che ci sia anche tu domani a pranzo da mia madre

Avrei caro che ci fossi anche tu domani a pranzo da mia madre

Significa quindi gradire, apprezzare, desiderare.

C’è anche “tenere caro” che significa aver cura, custodire con cura.

Il mio diario di quando ero ragazzo è un oggetto che tengo molto caro.

Ho cura di questo diario, mi dispiacerebbe che venisse perduto o distrutto.

Simile è “tenersi caro qualcuno“. Si usa solo con le persone.

Tieniti caro il tuo amico Giovanni che potrebbe esserti utile in futuro

Quindi l’amico Giovanni è un amico che non devi perdere: tientelo caro (o tientelo stretto). A proposito, “tientelo” si usa spesso ma è corretto anche “tienitelo“:

Tientelo per te (non dirlo a nessuno)

Tientelo stretto

Tienitelo bene in mente (non dimenticarlo)

Tornando a “caro“:

Ci sono alcuni verbi che usati insieme a caro o cara hanno un significato particolare:

Vendere cara la pelle” significa perdere, essere sconfitti, soccombere, ma dopo essersi difesi con tutte le proprie forze.

La pelle rappresenta la vita, o anche una partita nello sport, e vendere cara la pelle significa che la propria vita costa molto, è cara, cioè costosa, quindi chi vende cara la pelle non si lascia sconfiggere facilmente, non perderà senza lottare.

Pagare caro un errore  invece significa che questo errore ha delle conseguenze molto importanti e negative per chi lo ha commesso.

Costare caro ha lo stesso significato. Sia pagare caro che costare caro usano la metafora del prezzo per indicare le conseguenze di un errore o di uno sgarbo fatto a una persona:

Mi hai detto che sono uno stupido e questo ti costerò caro!

Nel caso di sgarbi, di torti fatti ad una persona, si usa spesso anche al femminile:

La pagherai cara!

Questa è una minaccia vera e propria che si fa ad una persona per aver fatto qualcosa di grave, spesso con la volontà.

Chi non vorrà farsi vaccinare contro il Covid potrebbe pagarla cara: niente viaggi in aereo, niente alberghi, impossibile lavorare nel pubblico impiego. 

432 Purché

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La congiunzione purché

purchéL’episodio di oggi riguarda purché, congiunzione molto usato nella lingua italiana.

Si usa in modo analogo a “basta che“, o anche “la cosa importante è che“.

In pratica si utilizza per indicare qualcosa di importante, qualcosa di necessario.

Anche questa congiunzione, come benché, si usa col congiuntivo. Stavolta però è sempre così. Non è possibile evitarlo.

Non importa quale vaccino fare contro il Covid, purché funzioni.

È chiaro che ciò che conta veramente è che questo vaccino funzioni. Questo basta, questo è necessario e sufficiente. Questa è l’unica cosa importante.

Ok, ti pagherò, purché tu te ne vada.

Vedete che si usa per le cose cui non possiamo rinunciare, per indicare il minimo richiesto per questo motivo possiamo usare anche “a patto che” , “sempre che” , “a condizione che“.

Si può usare quindi quando si fanno accordi, quando si accetta qualcosa, e anche quando si è disposti a fare qualche rinuncia, ma allo stesso tempo si fissa un limite minimo: meno di questo non è possibile. A questo serve purché.

Notate che nelle stesse circostanze potremmo usare anche “almeno” che è un avverbio di quantità, che ugualmente esprime il concetto di minimo, però non ha esattamente la stessa funzione di purché.

Ad esempio, nella frase

Ti aiuterò purché tu mi dica grazie.

Questo significa che io non ti aiuterò se non mi dirai grazie. Il tuo grazie è necessario.

Se invece io dico:

Ti aiuterò almeno mi dirai grazie

Sto dicendo che io ti aiuterò perché credo che tu mi ringrazierai per questo. Questo è un risultato minimo che credo di ottenere. E’ come dire “se non altro” mi dirai grazie.

Se invece dico:

Mi dirai almeno grazie?

Ti sto chiedendo la minima cosa che tu potresti fare per il mio aiuto. Ma magari potresti fare anche di più.

Quindi “almeno” è più simile a “se non altro“, “se non di più“, “come minimo“, ” a dir poco“.

In entrambi i casi però il mio aiuto non è in discussione.

Invece purché serve proprio a porre una condizione, benché minima.

Dicevo che si può sostituire con “basta che“, che però è più informale. In questo modo però potete, se volete, evitare il congiuntivo.

Va bene la pasta per pranzo?

Ok, purché sia integrale.

Ok, basta che è/sia integrale.

Sei pronta per uscire?

Sono quasi pronta. Mi aspetti?

Si, basta che ti sbrighi!

Nel linguaggio di tutti i giorni si usa spesso “basta che” e come avrete capito, a volte lo si fa quando si è arrabbiati o irritati. Diciamo che può esprimere impazienza in questo caso.

Adesso vediamo un ripasso, purché sia un breve però.

Hartmut: a me non va molto a genio questo “basta che”, ma di contro, quando sono irritato allora lo utilizzerò.

Xiaoheng: La cosa che conta è fare tesoro di tutti gli episodi per riuscire a prendere confidenza con la lingua italiana.

Bogusia: Io è un pezzo che non uso purché, sapete? Inizierò subito con qualche messaggio whatsapp nel gruppo dell’associazione Italiano Semplicemente

Anthony: ottima idea, purché tu lo faccia in modo corretto. Fermo restando che ci sono sempre Gianni e Flora che ti aiuteranno. 

431 Benché

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Benché

Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda la congiunzione benché, che si scrive con l’accento acuto sulla e, esattamente come perché.

Benché significa “anche se“. Questo è l’utilizzo primario.

benché

Si può usare senza problemi sempre al posto di “anche se“, quindi non abbiate timore nel farlo, benché le prime volte possa sembrarvi strano.
Mi piace la, carne, benché io preferisca mangiarne poca.
Purtroppo la cattiva notizia è che quando usate benché, in genere si usa il congiuntivo.

A volte si preferisce usare benché perché la frase è più veloce. Il verbo si può addirittura togliere:

Anche se sono stanco, posso allenarmi.

Diventa:

Benché io sia stanco, posso allenarmi.

Oppure:

Benché stanco, posso allenarmi.

In questi casi il verbo lo potete togliere sempre:

Anche se (sono) stanco, posso allenarmi

C’è però un altro utilizzo interessante di benché.

Si utilizza molto spesso in caso di assenza di dubbi.

Se io non ho alcun dubbio posso dire:

Non ho il minimo dubbio

Oppure:

Non ho il benché minimo dubbio.

Non ho il benché minimo dubbio significa che non ho neanche un dubbio, neanche il più piccolo. Anche solo il più piccolo dubbio è da escludere.

Possiamo anche parlare di altro, non solo di dubbi:

Non ho fatto il benché minimo sforzo

Cioè non ho fatto nemmeno uno sforzo, neanche il più piccolo.

Non hai la benché minima prova che io ti abbia tradito!

Sul tuo viso non c’è il benché minimo segno di allegria.

Non ho provato il benché minimo senso di colpa

Sono a dieta. Non mangio la benché minima quantità di carboidrati.

Ora, benché siano passati da poco i due minuti, passo la parola ai membri per il ripasso delle puntate precedenti.

Mariana
Oggi tocca a noi comporre un ripasso?

Hartmut
Certo, non hai presente la richiesta qualche attimo fa? Speriamo vi sia qualcuno preparato!

Ulrike
Io rispondo picche alla domanda. Ho da fare.

Wilde
Ma va’, l’episodio vuoi sentire, ma di un ripasso non ti degni? Per la cronaca, senza un ripasso non ci sarà un episodio!

Iberè
Il problema non si pone amici. Se noi veniamo meno, fortuna vuole che ci sarà un ripasso del presidente. Altro che storie!

L’articolo Il: il mangiare, il sentire, il da farsi

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Video.

Buongiorno a tutti.

Irina, un membro dell’associazione italiano semplicemente mi ha chiesto di approfondire una questione che riguarda l’articolo il. Di questo articolo ce ne siamo già occupati una volta ma abbiamo parlato d’altro.

Mi ha chiesto: l’articolo il non si usa solo con i sostantivi vero?

Infatti, ha aggiunto, ci sono alcuni utilizzi di diversi tipo che non rispondono alla stessa logica e quindi sono poco chiari:

Il mangiare, il sentire, il da farsi

Il che

Il quale

Il mangiare

Il pensare

Il dovere

Allora iniziamo da il cui e il quale

Si tratta in questo caso dell’uso dei pronomi relativi, che abbiamo spiegato in un episodio esplicitamente dedicato.

Vi metto il link. Basta aggiungere che allo stesso modo posso utilizzare anche altri altri articoli, tranne gli.

Quindi esiste il cui e il quale, ma anche i cui e i quali, le cui e le quali. Esiste anche la cui e la quale. Date un’occhiata all’articolo dei pronomi relativi per saperne di più.

Passiamo a “il mangiare

In questo caso, il mangiare rappresenta il cibo. Mangiare quindi non è verbo ma sostantivo.
È molto informale e non molto elegante in realtà parlare del mangiare come il cibo.

Si parla ad ogni modo di infiniti sostantivati, brutto nome, che indica alcuni verbi che, nell’uso comune, sono diventati dei nomi, quindi sono da considerare come dei veri sostantivi.

Il mangiare del cane non ha un buon odore.

Significa semplicemente

Il cibo del cane non ha un buon odore.

Ciò che mangia il cane non ha un buon odore

Questo accade non solo col verbo mangiare ma anche con bere e altri verbi. A volte è preferibile usare forme alternative, come il caso del mangiare e del bere, altre volte è assolutamente normale.

Accade anche con il verbo essere:

L’essere vivente

Noi tutti siamo esseri viventi e questo modo di usare essere come sostantivo è noto a tutti.

È interessante anche il verbo dovere, anche questo usato come sostantivo.

Il suo dovere è occuparsi della famiglia

Il tuo dovere invece è studiare

Il dovere professionale

Naturalmente esistono anche i doveri.

Tra i doveri dei cittadini rientra quello del voto

Dovere è interessante perché posso usare l’articolo il (e solo quello) quando uso un secondo verbo dopo. Quindi il verbo dovere lo uso come ausiliare. In questo caso dovere diventa dover. Perde l’ultima vocale.

Però in questo caso il verbo dovete resta verbo, non è sostantivo:

Il dover pagare l’affitto tutti i mesi è molto impegnativo

In questo caso posso anche togliere l’articolo e va bene lo stesso.

dover pagare l’affitto tutti i mesi è molto impegnativo

Lo stesso accade col verbo potere.

Il potere del dittatore è simile a quello dell’imperatore.

I poteri del presidente del consiglio sono molto limitati

Il poter uscire e andare dove voglio è magnifico.

In quest’ultimo caso, come dovere, posso togliere l’articolo senza problemi.

Notate una cosa:

Quando uso dover e poter, quindi come ausiliari, è come dire “il fatto di”. Per questo si usa l’articolo:

Il dover pagare = Il fatto di dover pagare l’affitto tutti i mesi è molto impegnativo

Il fatto di poter uscire e andare dove voglio è magnifico.

Notate anche che questo può accadere anche con molti altri verbi, che restano verbi, quindi non sono da intendere come sostantivi, anche se non sono usati come ausiliari. Succede anche con mangiare:

Il mangiare salato non fa bene alla salute.

In questo caso posso interpretarlo come sostantivo (il cibo salato) ma anche come verbo:

Il fatto di mangiare salato non fa bene alla salute.

Infatti posso ancora togliere “il” senza problemi:

Mangiare salato non fa bene alla salute

Allora va bene interpretarlo come verbo.

L’uso di verbi sostantivati avviene anche con “lo” che è l’altro articolo maschile oltre a “il”:

L’amore per lo scrivere

Qui però non posso togliere l’articolo.

Posso usare anche preposizioni:

La gioia del mangiare

Stessa cosa.

Non trovo intelligente l’insistere a fare sempre lo stesso errore.

In questo caso posso togliere l’articolo.

In generale quindi esistono due casi’ quando posso togliere l’articolo (il verbo prevale sul sostantivo) e quando invece si usa il verbo come un vero sostantivo. Impossibile togliere l’articolo in questo caso (il mangiare del cane).

A volte in ogni caso mettere l’articolo dà un senso di importanza:

Il ripetere e lo sbagliare sono fondamentali per imparare l’italiano

Il viaggiare allarga la mente

Un negozio che vende cuscini, coperte e lenzuola vende tutto per il dormire.

In questi esempi si usano i verbi all’infinito che somigliano a dei sostantivi, ma se togli l’articolo va bene lo stesso. Siamo nel primo caso.

Il cantare delle cicale

Siamo adesso nel secondo caso

Il cantare in questo caso non è altro che il canto delle cicale. Lo stesso vale per qualsiasi altro animale:

L’ululare dei lupi

L’abbaiare dei cani

In questi casi si tratta di un veri sostantivi. Li riconosco perché, lo dico ancora una volta, l’articolo non lo posso togliere.

C’è anche:

Il sentire 

Ad esempio posso dire:

Mi sono emozionata con il sentire che tutti mi vogliono bene

Oppure:

A me piace molto il sentire in TV parlare romanesco

In questi due esempi l’articolo potremmo toglierlo, quindi siamo nel primo caso.  Il senso del verbo prevale sul sostantivo. Invece:

In Italia è molto forte il sentire religioso

Qui invece non posso togliere l’articolo. Questa frase vuol dire che c’è una forte religiosità, che le persone sono molto religiose in generale. Le persone “sentono” la religione in qualche modo. Il sostantivo prevale sul verbo.

Il sentire ha assunto un significato proprio anche nella frase:

Il sentire comune

Cos’è il sentire comune? E’ ciò che viene percepito dalla gente, dalle persone normali, dalla maggioranza delle persone. Ma è qualcosa di più, è l’identità di una comunità intera. 

Esiste:

Il sentire comune della Chiesa

Si parla dell’identità della Chiesa

Il sentire comune dei meridionali

Il sentire comune degli italiani

Vedete che parliamo di qualcosa che è percepito come importante. Per questo vogliamo dargli un nome. Ecco il motivo per cui si mette l’articolo.

Purtroppo non con tutti i verbi di fa questo. Leggere molto aiuta naturalmente in questo senso.

Infatti per molti verbi è diventato un’abitudine, ma per altri no. 

Il parlare si può usare senza problemi. Ma anche altri verbi. Riuscite a riconoscere se potete togliere l’articolo oppure no? Se lo fate il senso non deve cambiare:

A me non piace il parlare figurato 

Non potete toglierlo, perché non vi state riferendo al vostro parlare, al vostro modo di parlare, ma in generale.

 L’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola

Potreste togliere l’articolo, ma così state dando più importanza al fatto di ascoltare la parola di Dio.

L’ascoltare è spesso più importante del parlare

Anche qui vale la stessa cosa. 

Mi fa piacere il vedere che stai bene

Qui si può togliere senza problemi. 

 

Ciò che dà origine alla conoscenza è la meraviglia in atto, cioè il meravigliarsi

Il meravigliarsi è dunque un atto. Non posso togliere l’articolo.

Saper guardare oltre il vedere

Anche qui non potete togliere l’articolo. 

Com’è il vedere di un non vedente?

Qui non potete assolutamente togliere l’articolo. State dando una precisa identità al suo modo di vedere.

Questo vale per tutti gli articoli maschili singolari in generale, quindi anche lo, non solo per “il”.

Quando mi sembra di conoscerti, finisco sempre con lo stupirmi.

Tutto lo scriversi non sarà mai come il sentirsi per telefono.

Io credo che il lamentarsi continuamente sia negativo

Il prendersi cura delle persone è l’essenza degli infermieri”

Tra il non spedire, e lo spedire con disagi, preferisco la seconda scelta.

Quindi possiamo anche inserire la negazione quando prevale il verbo sul sostantivo:

Il non avere competenze e preparazione è pericolo nella medicina

Il non essere in grado di adattarsi rende la vita difficile.

Voglio dirvi che esiste anche un altro modo di usare l’articolo il:

Si dice anche, sempre informalmente:

Il da mangiare e il da bere.
Spero che il da mangiare vi sia piaciuto.
Abbiamo apprezzato ïl da mangiare
Nel nostro ristorante il da mangiare è ottimo e abbondante

Questo “il da mangiare” è sempre il cibo, ciò che si mangi, ciò che c’è da mangiare.
Esiste anche il da farsi. Unico nel suo genere questo utilizzo. Significa ciò che c’è da fare. Si usa quando ci sono molte cose da fare, meglio quando bisogna raggiungere un obiettivo e non si sa bene cosa fare quindi bisogna organizzarsi.

Bisogna valutare il da farsi

Bisogna cioè valutare quando c’è da fare, quanto occorre fare, quante cose sono da fare. È un po’ diverso rispetto a “il da fare” che si usa anche senza articolo e che serve più a esprimere qualcosa che occorre necessariamente fare e che già conosciamo. Quindi c’è poca incertezza su quanto c’è da fare. Il da farsi, sempre con l’articolo, si usa prevalentemente con decidere, valutare, organizzare.

Mentre stavamo decidendo il da farsi, abbiamo avuto un incidente.

Come “il da farsi”: non ci sono altri verbi che si usano in questo modo.

Credo di aver terminato, speriamo che Irina sia soddisfatta della spiegazione.
Ora, il non terminare un episodio quando gli studenti sono stanchi può essere controproducente

Allora ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

 

430 Andare a genio

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Trascrizione

Buongiorno, l’episodio di oggi riguarda una locuzione che sicuramente vi andrà a genio.

Di quale locuzione sto parlando? Sto parlando proprio della locuzione “andare a genio“.

Sapete cos’è un genio? Un genio è un essere immaginario o astratto, uno spirito dotato di poteri magici, come il celeberrimo genio della lampada di Aladino. Oppure un genio è una persona che ha un eccezionale talento. Si dice spesso della persona che eccelle in un particolare campo:

Mozart è un genio della musica

Einstein è un genio della matematica e della fisica

Maradona è un genio del calcio

eccetera

Ma “andare a genio” non ha niente a che fare né con i poteri magici, tanto meno con il talento.

Questa locuzione invece si usa per esprimere piacere, o meglio un gradimento.

Si può usare solamente il verbo andare.

Posso dire ad esempio:

Il nuovo fidanzato di mia madre non mi va a genio.

Evidentemente questo nuovo fidanzato non mi piace affatto, non è di mio gradimento.

L’oroscopo di oggi dice che avrai dei problemi al lavoro e sarai costretto a sopportare anche qualcosa che non ti va a genio.

Non tutti i ragazzi della mia classe mi vanno a genio

Questa locuzione si usa prevalentemente quando c’è qualcosa che può incontrare o meno la mia approvazione o il mio gradimento. 

Un’espressione abbastanza informale per esprimere gradimento e approvazione.

Vedete come si usa il verbo andare? Esprimendo piacere, lo usiamo proprio come il verbo piacere, cioè in forma impersonale:

Mi piace – mi va a genio

Non mi piace – non mi va a genio

Mi piacciono – Mi vanno a genio

Non mi piacciono – Non mi vanno a genio

Si usa la maggioranza delle volte con qualcosa di esterno che può piacerci o meno.

Adesso però ripassiamo qualche espressione passata. Lascio la parola ai membri dell’associazione che hanno scelto, tra tutti gli episodi passati, quelli che gli andavano più a genio.

M1: Si, è vero, ma in primo luogo io personalmente quando faccio un ripasso scelgo le espressioni che credo di aver capito meno, per vedere se riesco ad usarle bene, e solo in secondo luogo quelle che mi vanno più a genio.

M2: Per contro ci sono quelli come me che invece, a valle di una spiegazione, cercano subito di usarla in qualche conversazione. 

M3: poi ci sono anche quelli come me che crede di aver capito tutto, per poi ritrovarsi l’indomani con mille dubbi!!

M4: meno male che avremo altri episodi per ripassare allora. A me ce ne vorranno almeno 1000. A mali estremi, estremi rimedi!  

429 Di contro, Per contro

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Trascrizione

Buongiorno, oggi vediamo due modi alternativi per dire “invece”, che come sapete serve a contrapporre, cioè a evidenziare un contrasto. Questi modi alternativi per dire “invece” sono “di contro” e “per contro”.

Non si usano molto nel linguaggio colloquiale, si usano piuttosto allo scritto.

Si sentono e si leggono spesso anche nei telegiornali, alla radio e si leggono molto sui giornali, anche online.

Ovviamente ci sono delle differenze rispetto ad “invece“, che è più facile da usare perché è sempre utilizzabile.

Vediamo qualche esempio in cui possiamo usare queste due equivalenti locuzioni avverbiali:

Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli. Per contro, anche i datori di lavoro preferiscono lavoratori stranieri.

Vedete che sto facendo un confronto, dove volendo potrei usare “invece“, ma non c’è un confronto, diciamo, alla pari tra lavoratori e datori di lavoro,.

Sarebbe molto più adatto “invece” se dicessi:

Gli italiani non sono più disposti a lavorare nei campi agricoli, invece molti lavoratori stranieri sono disponibili a venire a lavorare in Italia nel settore agricolo.

Questo è un confronto “alla pari”: si tratta di lavoratori in entrambi i casi. Andrebbe bene anche nel primo caso, ma visto che vogliamo perfezionare la lingua italiana, è più adatto usare “di contro” o “per contro”. Quantomeno è più elegante.

Ci sono poi anche altre modalità simili: al contrario, all’opposto, per converso, viceversa.

Ma queste modalità più che altro sono tutte perfettamente adatte a sostituire “invece“.

Vediamo altri esempi:

Le squadre di calcio italiane più famose sono La Juventus, la Roma, l’inter e il Milan. Di contro, ci sono tante altre squadre poco conosciute all’estero.

Io sono molto veloce a lavorare con word. Di contro i miei colleghi sono abbastanza lenti.

In questo caso “invece” è perfettamente adatto. Si tratta confronti semplici e potrei usare anche i sinonimi che vi ho detto prima:

Io sono molto veloce a lavorare con word. Al contrario, i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Io sono molto veloce a lavorare con word. All’opposto i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Io sono molto veloce a lavorare con word. Per converso i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Io sono molto veloce a lavorare con word. Viceversa i miei colleghi sono abbastanza lenti.

Se in questi casi usiamo “di contro” o “per contro”, vogliamo creare una maggiore contrapposizione, vogliamo creare un maggiore contrasto, vogliamo evidenziare due cose contrarie

Mentre i leader democratici hanno dichiarato che si faranno vaccinare contro il Corona virus, per contro, i maggiori leader repubblicani non hanno ancora annunciato quando intendono e se intendono sottoporsi alla vaccinazione.

 

Questo è un esempio analogo al precedente in cui voglio creare una maggiore contrapposizione. Vediamo invece un altro esempio in cui è meglio usare “per contro”.

C’è stato un incidente sulla strada principale che ha causato una fila di auto lunga 3 km. Per contro, la circolazione nelle strade limitrofe ha subito parecchi disagi.

 

Anche in questo caso invece e i suoi sinonimi sono adatti, come sempre, ma io direi un po’ meno rispetto a “per contro” e “di contro”.

Ora il tempo a mia disposizione sarebbe finito e mi verrebbe voglia di salutarvi. Di contro però mi dispiacerebbe non fare il ripasso delle espressioni precedenti. E allora eccovi il ripasso:

Le voci che leggete sono dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Rafaela: Mi sarebbe dispiaciuto se non ci fosse scappato un ripasso.

Ulrike: infatti anche io di primo acchito avevo pensato che non ci fosse nessun ripasso.

Lia: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto ai vostri consigli.

Rauno: non ne hai affatto bisogno. Per quanto mi riguarda non c’è più tempo perché siamo a ridosso della fine dell’episodio.

Irina: se non fosse che mancava ancora il mio contributo. Ci vediamo al prossimo episodio

Una barca di soldi

Audio (scarica)

>>Video Youtube dell’episodio

Vi piacerebbe guadagnare una barca di soldi?

Una barca di soldiSi usa molto spesso questa frase fatta nel linguaggio famigliare per indicare una grande quantità di denaro, tanto denaro da riempire una barca. Ovviamente è solo un’immagine figurata! Si dice spesso anche: “una montagna di soldi

Spero di trovare un lavoro che mi farà guadagnare una barca di soldi!

Un’esagerazione, proprio tantissimi soldi!

La stessa cosa auguro a tutti voi naturalmente!

Spero di guadagnare tanti soldi che mi escano dalle orecchie!

Si, si dice anche così. Indica una quantità di soldi talmente elevata che non si sa come spendere, tanto che ci escono dalle orecchie!

La barca però si usa quasi solo con i soldi, mentre le orecchie si usano con qualsiasi cosa quando è in grandissima quantità, quando è troppa e spesso quando non ne possiamo più, quando cioè siamo stanchi di qualcosa (non è il caso dei soldi!).

Ho mangiato tanta cioccolata che mi esce dalle orecchie.

Le tue battute spiritose mi escono dalle orecchie. Non fai ridere per niente.

Le vostre lamentele mi escono dalle orecchie. Non siete mai d’accordo in niente!

Spero con tutto il cuore che i video di italiano semplicemente non vi escano dalle orecchie, anche perché ne ho ancora una barca da fare!


Modi alternativi di esprimere una grossa quantità di denaro:

  • Una montagna di soldi
  • Una cifra di soldi (colloquiale)
  • Tantissimi soldi
  • Soldi a scatafascio (colloquiale)
  • Soldi a go-go

PS: Gli episodi sulle frasi fatte italiane sono classificate nella categoria “Proverbi e frasi fatte” 

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428 Essere di un

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Buongiorno, oggi vi stupirò, ne sono sicuro.

L’episodio di oggi infatti riguarda un utilizzo particolare della preposizione “di“.

Un uso che probabilmente per un non madrelingua occorre parecchio tempo di pratica della lingua per capire bene e assorbirlo nel proprio linguaggio, che poi è la cosa più importante.

Vediamo qualche esempio:

Ho dato una botta con il piede nudo alla sedia. Ho il dito mignolo che mi fa di un male..

Quindi dopo aver colpito la sedia con il piede nudo, cioè senza scarpe né calze, il dito mignolo del piede (cioè il dito più piccolo) mi fa molto male.

L’uso della preposizione di serve ad aumentare il senso di dolore (in questo caso si parla di dolore) e la frase diventa un’esclamazione. Potrei anche togliere ‘di’ e il significato non cambia:

Il dito mi fa un male…

La preposizione di sottolinea ancora di più la mia sensazione, qualunque essa sia, e lascia immaginare l’ascoltatore il livello raggiunto.

Molto colloquiale come modalità espressiva, ma veramente molto efficace.

Vediamo altri esempi:

Ho visto un bambino appena nato oggi… Mi ha fatto di una tenerezza…

Si usa non solo con le sensazioni, ma con qualcosa di molto elevato in generale:

Ho visto un elefante che era di una grandezza immensa!

È come dire:

Ho visto un elefante che aveva una grandezza immensa.

Ho visto un elefante grandissimo!

Voglio enfatizzare però lo stupore che ho provato, quindi il fine è sempre sottolineare una mia sensazione. Posso enfatizzare qualunque cosa:

Questo pane è di un fragrante…

Questa pasta è di un buono…

Questo cuscino è di un morbido…

Spesso si usa anche per esprimere giudizi:

Sei di una stupidità incredibile.

Ieri sono stato di uno sgarbato unico con te. Scusami.

Spessissimo segue una frase introdotta da “che”.

Infine vi faccio notare che – ma sicuramente lo avrete già notato dagli esempi che vi ho fatto – nel parlato spesso non si usa dire il nome della caratteristica, tipo la tenerezza, la grandezza, la stupidità, ma l’aggettivo al maschile singolare: bravo, tenero, stupido ecc. Il senso è lo stesso:

Sei di una maleducazione (o di un maleducato) che mi viene voglia di prenderti a schiaffi!

Questo panettone è di una bontà (o di un buono) che me lo mangerei tutto.

I membri dell’associaizone sono di una bravura (o di un bravo) che vi faccio ascoltare l’ultimo ripasso che hanno fatto:

Ulrike: Spesso e volentieri quando voglio cimentarmi con un ripasso, di primo acchito mi sento sguarnita di idee e tendo a darmi alla fuga.
Poi però, memore dell’esperienza con i miei ripassi precedenti e dell’utilità di questo esercizio per il mio apprendimento, mi domando e dico: come sarebbe a dire “sguarnita di idee”? Hai voluto la bicicletta e allora pedala!
Quindi faccio una capatina nell’elenco della rubrica e ogni volta quale sorpresa! Sono le espressioni stesse che mi danno supporto! E così di volta in volta avete l’occasione per seguire i miei ripassi 😀 .

427 Il plauso

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Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Avete mai fatto un applauso? Credo proprio di sì, perché gli applausi si fanno in molte occasioni, ad esempio al teatro, rivolto agli attori e alla loro prestazione.

Facile fare un applauso: basta applaudire, cioè battere le mani almeno due volte di fila. Si produce un suono con le mani e questo suono è una manifestazione di apprezzamento e approvazione.

Si fanno applausi anche durante le premiazioni.

Ebbene, per manifestare entusiasticamente il proprio consenso si può usare anche il verbo plaudire.

La differenza con applaudire è che in questo caso non si battono le mani. Non necessariamente almeno.

Plaudire è sicuramente un verbo che i non madrelingua non usano perché non è molto usato nella comunicazione di tutti i giorni.

La usano molto spesso i giornalisti, e si usa spesso anche nella comunicazione formale, quando appunto si manifesta un apprezzamento.

Ad esempio:

La tua decisione ha ricevuto il plauso di tutta la dirigenza.

Complimenti per il tuo discorso. Hai il mio plauso.

A tutti gli infermieri e i medici che hanno lavorato contro il Covid va tutto il nostro plauso.

In questi casi non c’è un applauso, che si fa con le mani, ma un plauso, che è quindi un apprezzamento in cui non si usano le mani.

Notate però che i confini tra il plauso e l’applauso non sono così netti, marcati.

Infatti esiste anche plaudente:

Dopo lo spettacolo, la folla era plaudente!

La folla plaudente è un insieme di persone che applaude. Non esiste “applaudente”, ma esiste solamente “plaudente”.

La folla ha molto apprezzato e ha fatto dunque un grosso applauso. Dunque la folla era plaudente, in quanto ha applaudito.

Plauso e plaudente si usano molto spesso nella lingua italiana, per il resto però non si usa granché. Si preferisce usare i verbi apprezzare e volendo anche approvare.

Quindi anziché dire “ti plaudo” si preferisce dire “ti apprezzo”. Plaudire come detto si riserva ad occasioni speciali e importanti, tipo:

Plaudire è il minimo che possiamo fare per questa tua nobile iniziativa

Ma adesso è il momento del ripasso:

Andrè: Ma dimmi tu se stamattina mi sono sbagliato con una paralisi facciale!
Di primo acchitto ho pensato ad un ictus. Ho visto veramente le brutte fino a quando le Analisi hanno dato il Risultato: paralisi di Bell. Nel Giro di 10 giorni dovrebbe tutto tornare a posto. Ma per non saper né leggere né scrivere continuerò a informarmi.

426 Per non saper né leggere né scrivere

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Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Per non saper né leggere né scrivere è l’espressione di oggi.

Un’espressione colloquiale molto usata da tutti gli italiani che si usa in caso di dubbio. Significa “nel dubbio”, o anche “per sicurezza”.

Quando si ha un dubbio, spesso questo dubbio è legato ad un evento che deve ancora accadere, o a qualcosa che si deve ancora scoprire. In questi casi si può decidere di prendere una decisione per sicurezza, anche se non si sa cosa succederà.

Questa decisione in qualche modo limita i danni. La scelta che facciamo, la decisione che prendiamo è cautelativa, e la prendiamo anche se continuiamo a avere dei dubbi.

Ad esempio, se non so se sarò interrogato dal professore domani, per sicurezza è una buona cosa prepararsi bene. Non si sa mai. Giusto? Allora posso dire:

Io, per non saper né leggere né scrivere, mi preparo lo steso.

Ovviamente la frase non va presa alla lettera. E’ solo un modo simpatico per esprimere una scelta cautelativa, per stare sicuri, tranquilli, perché non si sa mai. Magari non servirà a nulla, ma nel dubbio meglio prepararsi.

Altri esempi:

Non so se sono positivo al Covid, ma per non saper leggere né scrivere meglio non andare dai miei genitori queste feste natalizie.

Questa espressione è anche un atto di umiltà, ma una finta umiltà, come a dire che io non so fare previsioni, non so cosa succederà, ma nella mia ignoranza so cosa fare. Questa dichiarata ignoranza si esprime con il non saper leggere e scrivere, ma è ovviamente una figura retorica, solo un’immagine quindi.

Volendo potrei dire “nel dubbio”, o anche “a scanso di equivoci”, che abbiamo già visto, ma forse la frase equivalente più adatta è “per sicurezza”, e anche “in via cautelativa”.

Tra amici e in famiglia si usa spesso, soprattutto come consiglio. Solitamente non si usa allo scritto.

Adesso tocca al ripasso di oggi.

Bogusia: Gianni aspetta quantomeno da tre ore. E non arriva niente. Che ne dite, ci scervelliamo un po‘?

Rafaela: Io direi che mi gira bene adesso, perché no? Ieri non abbiamo fatto nulla e *tantomeno* oggi.

Ulrike: Cosa? Dovrei tornare a lavorare? Stai fresca

Hartmut: Ma dai! È ovvio! In virtù della nostra amicizia e tempo permettendo, ovviamente.

Emma: È risaputo che facendo le frasi di ripasso, quelle di fissano nella memoria.

Sofie: E poi sarebbe fuori luogo lasciar correre, e lasciarlo da solo, senza il nostro apporto.

Irina: Allora perso per perso, scherziamoci su. Tanto non possiamo ovviare a questi problemi con le frasi fatte della lingua italiana. Dobbiamo affrontarle.

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La parola misteriosa n. 4

Buongiorno da Giovanni, la parola di oggi da indovinare ha 6 lettere.

1. C’è quella dirigente e quella disciplinata
2. Indica una particolare dote
3. Si dice che non sia acqua
4. Può essere un insieme
5. Può indicare l’anno di nascita
6. Ci si può restare ma ci si può anche uscire
7. Può essere ben rappresentata da una piramide
8. Può essere di tipo A
9. Si guarda quando si acquista un elettrodomestico
10. Può essere infinita

1. C’è quella dirigente e quella disciplinata

La classe dirigente è il gruppo di coloro che, in un paese (ad esempio l’Italia) detengono il potere e che influiscono in maniera determinante sulla vita della collettività. Si parla spesso della classe dirigente di un paese. E’ una classe sociale, quella che domina le strutture politiche, economiche, sociali e culturali di una nazione. Establishment è l’analogo inglese, ma non è proprio uguale perché quest’ultimo indica le classi dirigenti quando difendono il loro status quo, nel senso che non lo vogliono perdere. In Italia invece si parla di classe dirigente per indicare coloro che comandano, che decidono, i responsabili delle decisioni insomma. Quella indisciplinata invece si riferisce alla classe di studenti. Se una classe di studenti si comporta bene, allora è disciplinata, altrimenti è indisciplinata, cioè manca di disciplina: tutti si comportano male e non ascoltano i professori, fanno rumore, non rispettano le regole e via dicendo.

2. Indica una particolare dote

Si dice spesso dei calciatori, che hanno una certa classe. Ci si riferisce al modo in cui si muovono in campo, alla loro eleganza. Ma la classe è anche una caratteristica dell’educazione, del modo di stare a tavola, del modo di arredare la casa, del modo di camminare. Una cosa non molto comune e un tratto molto positivo, che ti distingue dagli altri ma sempre per una questione di stile e eleganza.

3. Si dice che non sia acqua

L’acqua è la cosa più comune che esista, a differenza della classe, che invece è riservata a poche persone. E’ una frase fatta: “la classe non è acqua” e questo significa che non è comune, non si trova ovunque.

4. Può essere un insieme.

Infatti la stessa classe dirigente è un insieme di persone, come anche la classe politica e anche la classe sociale. Ma anche in matematica una “classe” è un insieme di elementi.

5. Può indicare l’anno di nascita

Infatti io sono della classe 1971 ad esempio. Quindi sono nato nel 1971. E tu di che classe sei? Cioè quando sei nato?

6. Ci si può restare ma ci si può anche uscire

Infatti la classe è un’aula, dove si tengono le lezioni scolastiche. Gli studenti restano in classe durante le lezioni ed escono dalla classe quando la lezione è finita.

7. Può essere ben rappresentata da una piramide

La piramide rappresenta bene una classe. Non parlo delle piramidi egiziane, quelle dei faraoni, ma nj Egitto come in altri luoghi c’erano le classi sociali. Alla punta della piramide c’era il Faraone. poi sotto i Sacerdoti, gli Scribi, i Guerrieri, più in basso c’erano gli artigiani, poi ancora sotto i contadini e alla base della piramide c’erano gli schiavi, le persone che avevano meno diritti. Più si saliva nella piramide e più si era importanti.

8. Può essere di tipo A

La “Classe A” è infatti un’automobile: una Mercedes. Ma non solo automobili. Infatti se parliamo di classificazione degli incendi ad esempio, esistono gli incendi di classe A, quelli di classe B eccetera. Esistono anche i farmaci di classe A.

9. Si guarda quando si acquista un elettrodomestico

La classe di un elettrodomestico: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi ecc. Sono di varie classi, a seconda dell’efficienza energetica. Esiste anche A+ A++, A+++ eccetera.

10. Può essere infinita

Maradona aveva una classe infinita. Anche una ballerina può averla infinita. Possiamo dire lo stesso di chiunque si distingue per abilità ma soprattutto per eleganza, come si è detto. I fenomeni in generale hanno classe infinita (così si dice) ma si può dire lo stesso, di una cucina, di un’automobile, di un appartamento, di un gioiello, qualsiasi cosa abbia qualcosa di eccezionale.

Ci sentiamo alla prossima parola misteriosa.

Sapere, potere, riuscire, essere in grado, essere capace, arrivare, farcela

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Buongiorno a tutti e benvenuti su ItalianoSemplicemente.com.

Un episodio utile quello di oggi per capire le differenze di significato tra alcuni verbi. Parliamo in particolare delle capacità. Sono capace di fare qualcosa? Ci riesco? Posso farlo? lo so fare? Sono in grado di farlo? Ci arrivo? Ce la posso fare?

I verbi in questione sono sapere, potere, riuscire, arrivare e farcela. Poi ci sono anche alcune espressioni che possono essere utilizzate al posto di questi veri, che sono “essere capace“, e “essere in grado“.

Questo episodio nasce dal fatto che, frequentando molte chat di stranieri, mi rendo conto delle difficoltà che avete voi non madrelingua italiana.

Gli errori che fanno gli stranieri non sono gli stessi che fanno i ragazzi italiani. E’ anche per questo motivo che trovo molto affascinante questo “mestiere”. Chiamiamolo così, sebbene io mi diverta molto e sia molto motivato nel cercare di capire i vostri problemi e come spiegare o chiarire alcuni concetti.

Allora si diceva dei verbi simili e delle espressioni varie da usare.

Vediamo alcune frasi:

Io no so suonare la chitarra

io non riesco a suonare la chitarra.

Io non posso suonare la chitarra

Io non sono in grado di suonare la chitarra

Io non sono capace di suonare la chitarra

Io non ce la faccio a suonare la chitarra

Dunque se “Io no so suonare la chitarra” significa che non ho la capacità di suonarla, perché nessuno me l’ha insegnato.

Se io “io non riesco a suonare la chitarra“, significa che c’è qualcosa che mi impedisce di suonarla. Forse ho un problema alla mano. Potrei farlo, ma c’è qualcosa che me lo impedisce. C’è qualcosa di personale che mi riguarda. Questo impedimento può essere di qualsiasi tipo, fisico (come un problema alla mano) o anche psicologico. Magari quando ci ho provato il mio insegnante mi diceva sempre che non ero portato, che non avevo le abilità, o magari questo maestro mi stava antipatico, talmente antipatico che ora provo un senso di disgusto verso questo strumento.

Se dico ad esempio che non riesco a studiare con il rumore, sto manifestando una mia debolezza, una mia caratteristica. Non riesco a concentrarmi, non mi mancano le capacità, sarei perfettamente in grado di farlo, ma non con il rumore perché deve esserci assoluto silenzio.  C’è un’incapacità a portare a termine qualcosa per qualche motivo che riguarda me, le mie capacità fisiche o mentali.

Un altro utilizzo di sapere è poi quello della semplice conoscenza. Semplice nel senso di non approfondita (se è approfondita meglio usare il verbo conoscere), tipo:

Sai che sto imparando l’italiano?

Lo so, me l’ha fatto sapere tua madre.

Ma questo non ha niente a che fare con le capacità di fare qualcosa. Si tratta di conoscenza.

Se io “Io non posso suonare la chitarra“, il senso è abbastanza simile a riuscire. Tuttavia il verbo potere si preferisce usare quando sono coinvolte questioni esterne o altre persone. In genere non si tratta di me, ma di altri.

Io non posso suonare la chitarra perché i miei vicini di casa si lamentano del rumore che faccio!

Analogamente:

Andiamo a casa mia a studiare. Puoi venire nella mia macchina, perché c’è posto.

Potete studiare fino a giovedì, perché venerdì facciamo l’esame.

Potete stare tranquilli perché a casa mia non c’è nessuno.

Non possono venire anche le ragazze a casa mia altrimenti mia madre non crederà che stiamo studiando!

Scusi professore, posso andare al bagno?

Vedete che dipende da circostanze esterne e non da me. Queste circostanze possono impedire l’azione stessa.

Per usare riuscire, devo generalmente trovare ragioni personali:

Andiamo a casa mia a studiare. Anche se siamo in 6, se ci stringiamo  riusciamo ad entrare tutti in macchina.

Se riuscite a studiare almeno due ore al giorno fino a giovedì, venerdì farete un bell’esame.

Riuscite a stare tranquilli? Non c’è motivo di essere nervosi!

Il verbo potere però non è del tutto slegato dalle questioni personali. Infatti potere esprime anche la facoltà di fare anche secondo la propria volontà (non è detto solo della volontà di altri o di eventi esterni) mentre il verbo riuscire ha molto a che fare con il risultato, con lo scopo da raggiungere oltre che le abilità personali o con l’esperienza. Quindi se io”posso” fare qualcosa, non significa necessariamente che riesco a farlo bene. E questo potere, questa facoltà, questa possibilità può dipendere anche dalla nostra volontà. Anche questa può fungere da ostacolo. In qualche modo anche la nostra volontà la trattiamo come se fosse un elemento esterno.

Se ti chiedo:

Puoi aiutarmi per favore?

Voglio dire: ne hai voglia? Oppure: hai tempo? Oppure: hai la possibilità di farlo?

Ci sono elementi esterni o anche interni che possono impedirti di aiutarmi. Se dicessi:

Riesci ad aiutarmi?

Questa forma è ammessa, ma è leggermente diversa, perché significa più: Hai le capacità di aiutarmi? Sapresti renderti utile? O al limite anche: riesci a trovare il tempo per aiutarmi?

Un altro esempio:

Ieri avrei dovuto suonare il violino ma non avevo voglia di farlo, oggi invece sto bene, posso suonarlo tutto il giorno senza problemi.

Non ci sono impedimenti, quindi oggi posso farlo, posso suonarlo. In qualche modo è un’azione  che può iniziare, ma magari lo suonerò male (qualità, risultato) ma non ci sono impedimenti. Per questo meglio usare “potere”.

Quindi occorre distinguere non solo tra circostanze esterne e quelle che dipendono solo da me, ma anche distinguere la facoltà col risultato.

Vediamo adesso “essere in grado“:

Io non sono in grado di suonare la chitarra

Essere in grado è equivalente a “riuscire” e sottolinea ancora di più il fatto che dipende da noi stessi e non da altre persone o da fattori esterni. Trova il suo utilizzo ottimale con la negazione: “non sono in grado”, che è ancora più forte di “non riesco”.

Non sono in grado di suonare la chitarra sembra precludere anche ogni possibilità futura.

Analogamente:

“Non sono in grado di mentire” è come dire che manca qualcosa di fondamentale, o c’è qualcosa di troppo che mi impedisce di mentire: il mio carattere, la mia mentalità, la mia educazione. Difficile che in futuro io possa riuscire a mentire.

Non essere in grado di fare una cosa può significare quindi che mancano le capacità.

Si capisce ancora meglio con altri esempi:

Le persone poco intelligenti non sono in grado di risolvere esercizi complicati

I bambini molto piccoli non sono in grado di capire le battute ironiche

Mio nonno di 95 anni non è in grado di usare Whatsapp.

Infine c’è “essere capace“, che chiama in causa la capacità.

Io non sono capace di suonare la chitarra

E’ esattamente come “sapere“: manca la capacità, quindi non so farlo, perché nessuno mi ha insegnato e quindi non ho imparato a farlo. Se non sai fare una cosa non sei capace di farla.

Però “non essere capaci” si usa spesso anche per evidenziare pregi o difetti personali.

Non sono capace di mentire, è più forte di me!

Ecco, in questo caso indico la mia incapacità nel mentire, che deriva evidentemente dal mio carattere, dalla mia cultura, educazione, eccetera. E’ un mio pregio. Ma si usa anche e forse ancor di più per evidenziare i difetti, tipo: “I giovani di oggi non sono capaci di parlare correttamente” o “non sono capaci di prendere decisioni”.

Quindi rispetto a “non essere in grado”, che si usa soprattutto per evidenziare la mancanza di qualcosa, “essere capace” si preferisce usarlo per evidenziare pregi e difetti.

Se torniamo a “non essere in grado”, è interessante notare che la mancanza di qualcosa che ti impedisce di fare qualcosa può anche avvenire usando il verbo “arrivare“:

Si usano spesso frasi di questo tipo:

Non ci sono arrivato!

Mio fratello non capisce la matematica. Non ci arriva proprio!

Ma possibile che non arrivi a capire che sono infelice?

Ci sei arrivato finalmente!

Scusa, perché devo dirti che ti amo tutti i giorni? Aiutami a capire ché non ci arrivo!

E’ un modo informale e spesso può essere offensivo (se parliamo con altre persone) di evidenziare una mancanza, un’incapacità nel capire, nel comprendere. La cosa è troppo difficile per lui o lei. Non ci arriva!

Di solito “arrivare” si usa in senso materiale. Ad esempio se arrivo con la mia mano a prendere il sale lo prendo, altrimenti ti dico:

Scusa, mi passi il sale per favore ché non ci arrivo?

In modo figurato “non arrivare a capire” fa pensare ad uno sforzo per capire, come ad indicare delle capacità mentali limitate.

Ho bisogno d’amore, stupido, non ci arrivi?

E’ come dire: le tue capacità mentali sono abbastanza sviluppate per capire che ho bisogno di amore?

Vale la pena di vedere anche il verbo “farcela“, un verbo pronominale che significa “avere successo”, “riuscire a fare qualcosa”. L’uso è prevalentemente informale e il senso è simile a “riuscire”.

Quindi è simile a riuscire e si usa per evidenziare anche in questo caso lo sforzo nel raggiungere e nel non raggiungere (nel caso di NON FARCELA).

ad esempio:

Ce la fai a scrivere con la mano sinistra?

Non ce la faccio a lavorare 10 ore al giorno.

Non ce la faccio più a sopportarti!

Se usassi “essere capace” posso essere offensivo:

Sei capace di scrivere con la mano sinistra?

Invece io voglio sottolineare il raggiungimento di un obiettivo (scrivere con la sinistra) con uno sforzo, e non il tuo difetto. Non voglio offenderti. Per lo stesso motivo non uso il verbo “arrivare”.

Potrei usare il verbo riuscire senza problemi.

Il verbo potere non è adatto perché si parla di abilità personali, Non ci sono fattori esterni o altre persone.

Posso usare anche il verbo sapere:

Sai scrivere con la mano sinistra?

Posso farlo perché sapere come detto si usa quando impariamo a fare qualcosa.

Facciamo un esercizio di ripetizione adesso:

Bogusia: Scusa, puoi spostarti per favore?

Anthony: No, non posso, ho una gamba incastrata.

Bogusia: Hai provato?

Anthony: Sì, ma non ci riesco proprio, è incastrata bene!

Bogusia: Prova a tirare forte la gamba indietro!

Anthony: Non so se riesco a farlo, ho paura che mi faccio male!

Bogusia: Dai prova ancora! Ce la puoi fare!

Anthony: Ho detto che non ci riesco, ci arrivi a capirlo?

Anthony: Piuttosto, aiutami invece di parlare! Ne sei in grado?

Bogusia: No, non riesco a  sollevare grossi pesi! Non ho la forza! Dai, tira! Prova ancora!

Anthony: Senti un po’, ma sei capace a star zitta un attimo?

Bogusia: Potrei, se solo volessi, ma non essendo in grado di aiutarti fisicamente, almeno posso darti dei consigli!

Anthony: Io non ce la faccio più con te! Chiama aiuto!!!

La parola misteriosa n. 3

Buongiorno da Giovanni, la parola di oggi da indovinare ha 5 lettere.

Oggi vi farò alcune definizioni, alcuni aiuti, in cui si utilizza questa parola, che ha veramente tantissimi usi. Non sarà facile dunque.

1, Se ci si arriva, si scopre la verità.

2, Quello della bottiglia è fatto di vetro.

3. In quello del cuore ci sono i sentimenti

4. Quello perduto non si paga.

5. Quando ci si va, ci si trova molto in basso

6. Quello del caffè si usa come fertilizzante

7. Se è doppio, si utilizza per nascondere importanti documenti.

8. Al plurale, ci sono quelli di magazzino, dove c’è la merce invenduta.

9. Ci sono dei rumori di questo tipo

10. Se si dà alle energie, si rimane senza energie.

Spiegazione (vedi video).

Adesso vi faccio ascoltare Irina, membro della nostra associazione culturale italiano semplicemente, che ha voluto fare un esempio di utilizzo di questo termine.

Vedi video per vedere il ripasso di Irina.

Indovina la parola misteriosa

425 Di primo acchito

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Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti nella rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Oggi, prima di iniziare la spiegazione di una locuzione italiana, ascoltiamo un breve ripasso degli episodi precedenti dove viene usata l’espressione “di primo acchito“, che vi spiegherò dopo. Ascoltiamo un dialogo telefonico tra un ragazzo e i suoi genitori. Si parla del Natale 2020.

Emanuele (figlio): uè papino! ciao mammina!
Sedetevi che ho una domanda da farvi e non sarà una RETORICA. . . Non è che CI RESTERETE MALE se non scendo per Natale?

Anthony (padre) : Ao! ma sei scemo?! O magari ti è DATO DI VOLTA IL CERVELLO? Il Natale e stare tutti insieme in famiglia sono un BINOMIO INSCINDIBILE. Questa tua idea LASCIA IL TEMPO CHE TROVA!

Xiaoheng (madre) : eh sì, non dire STUPIDAGGINI! A suggerire una cosa del genere NON È COSA! TANTO COMUNQUE se non scendi, salgo io!

Emanuele: ma, mi state CAZZIANDO? Del fatto che sono giovane e IN QUANTO TALE eventuale portatore asintomatico del virus NON VE NE RENDETE minimamente CONTO? Se pensate che SGARRÒ alle disposizioni del governo così facilmente, correndo il rischio di infettarvi, STATE FRESCHI!

Anthony: di primo acchito, la tua proposta mi ha lasciato di STUCCO. Ma forse deve prevalere IL BUON SENSO.

Emanuele: eh già. Non ѐ che voglio stare lontano da voi. Ma il paese è di nuovo allo stremo. E A MALI ESTREMI, ESTREMI RIMEDI!

Xiaoheng: Mi arrendo. Non PUNTO I PIEDI. Al di sopra di tutto, l’importante è che sopravviviamo a questo brutto periodo. E così, FORTI DI questa esperienza, saremo una famiglia ancora più compatta. Allora ciao carciofino, ché devo chiudere. Ho una lasagna da prepararti. Te la porterà zio Ciro che salirà domani per lavoro.

Giovanni: dunque avete ascoltato questo breve e divertente dialogo tra un ragazzo, molto saggio e i suoi genitori. Il papà dice che di primo acchito, la proposta del figlio l’ha lasciato di STUCCO.

Di primo acchito è un’espressione che significa inizialmente, all’inizio. Si tratta della primissima impressione che si ha. Spessissimo la si usa con due t (acchitto), ma la forma corretta è acchito, con una sola t.

Possiamo usare questa espressione in tantissime occasioni, ogni volta che a seguito di una prima impressione, la sensazione o l’opinione cambia: inizialmente si pensa una cosa e poi un’altra.

Ad esempio:

Ho visto una ragazza che di primo acchito sembrava la mia fidanzata, poi in realtà ho visto che non era lei.

Avevo gli occhiali appannati per via della mascherina, e stavo calpestando un topo che di primo acchito mi sembrava un pezzo di legno.

Andare ad abitare sulla luna potrebbe di primo acchito sembrare un’assurdità, eppure qualche scienziato ci sta pensando!

Appare di primo acchito incomprensibile imparare l’italiano senza concentrare troppo l’attenzione sulla grammatica, eppure questi episodi di Italiano Semplicemente mi stanno facendo cambiare idea.

Un’espressione che si può usare anche allo scritto, ma non in contesti troppo formali. La forma con due t, sebbene scorretta (acchitto), nella forma orale è comunque più diffusa.

424 Dare fondo

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Una delle parole italiane che hanno più utilizzi diversi è la parola FONDO.

Uno di questi utilizzi è nella frase “dare fondo” o “dar fondo”.

Si usa prevalentemente (ma non solo) in due diversi ambiti, quando si parla di energie, intese come forze, e quando si parla di soldi. In entrambi 8 casi si parla di risorse: fisiche o economiche.

In tutti i casi “dar fondo” significa terminare, finire, esaurire.

È un’espressione molto usata in entrambi i casi perché con la frase dar fondo a tutte le energie si vuole trasmettere l’idea di arrivare fino alla fine, con un senso di fatica, di impegno, di sofferenza, mentre nel caso dei soldi il senso è quello di terminare, esaurire completamente ogni risorsa economica.

Ad esempio:

Per vincere la gara di corsa ho dato fondo a tutte le mie forze.

Sicuramente dar fondo a tutte le energie o forze indica un impegno molto forte ed alla fine si è completamente esausti, completamente privi di forze.

In senso economico invece il senso è negativo, infatti per esprimere lo stesso concetto si può esprimere con verbi ed espressioni come:

bruciare, buttare, consumare dilapidare, disperdere, dissipare, gettare al vento, mandare in fumo, mangiare, polverizzare, scialacquare, scialare spendere e spandere, sperperare e sprecare.

Sono tutte modalità legate ad un utilizzo negativo del denaro. Non c’è solo il concetto di finire tutti i soldi, ma quello anche del modo sbagliato di usarli.

Si può usare solo preposizione a, al, alla, allo, agli, alle, ai.

Dar fondo al proprio patrimonio

Dar fondo a tutte le risorse

Dar fondo alle energie

Dar fondo ai risparmi di famiglia

Dar fondo agli ultimi dolci natalizi

Dar fondo allo stipendio

Dar fondo ai propri beni

Una cosa importante da dire, per capire bene questa frase, è che una volta che abbiamo dato fondo a qualcosa, non resta più nulla. Nessuna energia, nessuna forza, nessun bene, nessun patrimonio.

Adesso che siamo arrivati in fondo all’episodio non ci resta che ripassar

Rafaela: il 2020 sta perfinire. Vuoi per il Virus, vuoi per la morte di Maradona e di altri personaggi famosi, sarà annoverato tra gli anni peggiori.

Ulrike: è da un pezzo che si parlava di una pandemia mondiale comunque.

Hank: fermo restando che non credo a queste cose, i gufi ogni tanto c’azzeccano.

423 Ci scappa

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Trascrizione

Anche oggi ci scappa un episodio di due minuti con Italiano Semplicemente.

Ho appena usato il verbo scappare.

Tutti voi conoscete il verbo scappare, che significa lasciare un luogo velocemente. Questo è il modo più comune di usare questo verbo:

Scusate ho un impegno, devo proprio scappare.

Appena abbiamo sentito la scossa di terremoto siamo scappati tutti di casa.

Un ragazzo è scappato dalla scuola.

Eccetera.

Scappare ha anche sensi un po’ diversi e non sempre ha a che fare con la velocità. Come nel caso di scappare dalla scuola.

Si può anche scappare dalle proprie responsabilità.

Il verbo si può usare ancora in senso diverso.

Posso dire ad esempio che mi è scappato il cane. Dico che “mi” è scappato perché magari è colpa mia, oppure è scappato da casa, è fuggito, o semplicemente perché è il mio cane che è scappato.

Però può scapparmi anche un film al cinema che invece volevo vedere. Questo significa che non mi sono accorto che al cinema davano quel film ma me ne sono accorto tardi. Quindi mi è scappato.

Anche in senso proprio, un ladro può scappare alla polizia. Il senso è simile.

In questo caso si può usare anche sfuggire allo stesso modo.

Hai visto il film in TV ieri sera?

No, mi è sfuggito.

In fondo il senso non è molto diverso. Se dico che:

Il ladro è sfuggito alla polizia.

C’è sempre l’idea del breve tempo a disposizione, come in scappare.

Io invece il film non me lo sono lasciato scappare. Era da tempo che volevo vederlo.

Anche qui c’è il senso di prendere qualcosa velocemente, quando ad esempio abbiamo poco tempo ma non ci riusciamo.

Anche le occasioni possono scappare ad esempio. Infatti non capitano tutti i giorni in quanto occasionali.

Inoltre può scappare anche una parolaccia o una qualsiasi parola dalla bocca. Non volevo dire quella parola ma mi è scappata involontariamente. Qui c’è il senso della mancanza della volontà.

Anche uno schiaffo può scappare.

Non volevi dare uno schiaffo a tua moglie vero? Ti è scappato?

Si, giuro che mi è scappato, non volevo!

Poi c’è un modo particolare di usare scappare (o scapparci).

All’inizio ho detto che anche oggi ci scappa un episodio. È come dire che anche oggi riusciamo a fare un episodio, troviamo il tempo di farlo.

È come dire riuscire a ottenere, ad avere, venire fuori, anche con sforzo e fatica.

Quando qualcosa di non programmato, o di poco probabile, diventa probabile, posso dire che “ci scappa”.

In questo caso quindi “ci scappa” significa che si riesce a fare qualcosa o a ottenere qualcosa di inaspettato e spesso di piacevole.

Se è bel tempo oggi forse ci scappa una partita a calcetto.

Siamo andati a vedere un film e ci sono scappate anche due risate.

È simile a rimediare ma c’è maggiormente il senso della piacevole sorpresa inaspettata.

Siamo andati a Roma, abbiamo visto 5 musei in un giorno e ci è scappata anche una visita al Colosseo.

Quest’anno sono riuscito a risparmiare molto denaro, quindi a Natale ci scappa forse anche la macchina nuova.

Infine, posso usare “ci scappa”, non solo quando scappa la pipi (quando è urgente!) e non solo per qualcosa di inaspettato e piacevole, ma anche con qualcosa di non voluto, cioè di involontario:

C’è stata una rissa fuori dal ristorante e c’è scappato il morto.

In Italia si dice spesso che a volte i problemi non vengono mai affrontati se non ci scappa il morto.

Adesso però parliamo di qualcosa di più piacevole.

Probabilmente sono passati due minuti (aivoglia!) ma ci facciamo scappare anche un bel ripasso.

Mariana: Giovanni ha dimenticato di dire che fare una scappata in un luogo è come fare una capatina.
Bogusia: giusto, un suggerimento però che potevi anche fargli prima. Ma meglio tardi che mai.
Ulrike: il buon senso però vuole che non si debbano alzare i toni.
Rafaela: Qualcuno potrebbe restarci male.

422 Puntare i piedi

Audio (scarica)

Trascrizione

Nell’ultimo episodio, il n. 421, vi avevo detto che avrei spiegato il termine anzi, ma poi mi sono ricordato di averlo già fatto. Vi invito a leggerlo ed ascoltarlo perché hanno partecipato anche i miei figli. E’ un episodio del 2016. Spero che  non punterete i piedi e pretendiate che io lo spieghi di nuovo vero?

Allora oggi possiamo vedere “puntare i piedi” che ho appena utilizzato.

I bambini puntano spesso i piedi quando fanno i capricci. Vogliono assolutamente una cosa e niente e nessuno può riuscire a convincerli a cambiare idea. “Puntare i piedi” in pratica significa non cambiare idea, rimanere ostinatamente sulle proprie posizioni.

Ma perché i piedi? I piedi si puntano quando non ci si vuole muovere da quel posto.

L’immagine è quella di restare fermo, puntigliosamente, in una convinzione.

Si dice spesso anche “impuntarsi”, come se piantassimo una punta a terra per non muoversi.

Ci sono molti verbi che si possono usare al posto di questa espressione: incaparbirsi, incaponirsi, insistere, intestardirsi, ostinarsi, ed anche l’espressione “tenere il punto“. Quest’ultima è meno informale ma il senso è identico: non cedere per ostinazione.

Queste frasi si usano quando c’è una forte pressione esterna ma nonostante questo si resiste, si tiene il punto, si puntano i piedi, non si cede a queste pressioni. C’è il senso della resistenza e della caparbietà.

Chi punta i piedi quindi non vuole cedere, non vuole demordere, non vuole desistere, non vuole mollare, non vuole arrendersi. 

Spesso accade perché questa persona che punta i piedi si è offesa, se l’è presa per qualche motivo, è un po’ risentita per chissà quale ragione.

Adesso ripassiamo:

Xiaoheng: si batte la fiacca oggi? Nessuno se la sente di fare un ripasso?

Ulrike: Ma va! Abbassiamo i toni. Certo che anche oggi ci gira bene per fare un ripasso.

Carmen: E per giunta, senza remore, ci buttiamo a capofitto nel lavoro

Olga: vero, ma riguardo al parlare ho sempre un groppo in gola quando devo fare una registrazione.

Sofie: questo la dice lunga sull’importanza di questi ripassi e di parlare spesso . Se non lo facciamo rischiamo di mandare a monte ciò che abbiamo imparato.

Anthony: Ma va! Non gufare. Sulla scorta di ciò che abbiamo detto fino ad ora, si vede che ci destreggiamo bene qua nell’associazione .

421 In primo luogo

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L’espressione di oggi è “in primo luogo“, che si può utilizzare in ogni circostanza. Ciò che conta è che stiate parlando di priorità.

Vediamo qualche esempio:

Come risolviamo il problema dell’inquinamento?

In primo luogo si dovrebbe fare un accordo internazionale.

Questa è la cosa più importante: fare un accordo tra tutte le nazioni del mondo.

Allora “in primo luogo” è un modo per sottolineare l’importanza di una cosa.

E’ simile a “innanzitutto” ed anche a “prima di tutto” che però sono un pochino più informali.

Anzitutto“, quasi uguale a “innanzitutto”, è un altro modo anch’esso meno informale per esprimere una priorità.

“Anzi” infatti significa “innanzi”, cioè “che precede”, quindi che sta “davanti”, si intende davanti per importanza. Quindi è la prima cosa in ordine di importanza. Ma questo lo vediamo meglio nel prossimo episodio.

In primo luogo, tra tutte le modalità indicate è la più formale e la più adatta alla forma scritta, anche nel caso di importanti email di lavoro.

E’ una formula che si utilizza semplicemente per introdurre un argomento che si ritiene fondamentale in una serie di questioni. E’ fondamentale usare la preposizione “in” sebbene per uno straniero può sembrare strano. Si tratta di una locuzione, quindi non bisogna farsi troppe domande ma imparare come si usa l’intera locuzione. Ad esempio:

Se crolla un ponte, in primo luogo bisogna vedere se qualcuno è rimasto ferito. In secondo luogo bisogna capire come è potuto accadere, in terzo luogo è necessario verificare le responsabilità.

Ma la cosa più importante è vedere se qualche persona ha subito danni, se è rimasta ferita o uccisa nell’incidente. Per questo motivo utilizzo la locuzione “in primo luogo“.

Notate che si usa anche dire “in ultimo luogo“, per indicare non necessariamente la cosa meno importante, ma spesso è solo una cosa da non dimenticare,o che serve a terminare un discorso o una serie di cose da dire. Quindi è una cosa anch’essa importante. A volte si potrebbe dire anche: “per ultimo“, o “ultimo, ma non per importanza” o anche “per concludere“.

“In primo luogo” si utilizza ogni volta che siamo in contesti abbastanza formali, oppure stiamo scrivendo un documento dove analizziamo una serie di aspetti, un insieme di cause, una lista di problemi, qualunque cosa abbia bisogno di ordine per iniziare a ragionare su come affrontare una questione. Quindi il bisogno di dare un ordine a questioni serie giustifica l’uso di “in primo luogo”.

Non è il caso allora di usare sempre “in primo luogo”, e anche “in secondo luogo” eccetera, proprio perché il contesto può non esser così serio e formale. In questi casi meglio usare “innanzitutto”, e “poi” o “inoltre”, oppure anche “prima di tutto” o “per prima cosa”. Ad esempio:

Innanzitutto vi ringrazio per la vostra attenzione, e poi voglio dirvi quanto sono felice di essere qui in questo momento.

Se non riuscite a imparare la lingua italiana la responsabilità è prima di tutto del vostro professore. Inoltre bisogna vedere se siete coinvolti e motivati nell’apprendimento.

In ultimo luogo… anzi meglio dire “per finire“, che è più informale, vi lascio al ripasso del giorno.

Anthony: siamo arrivati all’episodio 421 ragazzi! Questo significa che nel giro di 1 anno saremo arrivati almeno a 700.

Ulrike: sì, fermo restando che non dimentichiamo come si usano tutte queste espressioni

Carmen: Il problema non si pone se continuiamo ad ascoltare i nuovi episodi via via

Rafaela: infatti, in fondo basta dedicare 10 minuti al giorno all’italiano. Che sarà mai!

Avere un groppo in gola

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Trascrizione

voce di Emanuele (12 anni)

Avere un groppo in/alla gola: Si dice così quando non riusciTe a parlare per l’emozione.

La gola è quella parte del corpo che serve ad ingoiare, e si trova nella parte alta delle vie respiratorie, nella nostra bocca ma più in basso.

Se avete un groppo in gola significa che talmente è l’emozione che nessuna parola riesce ad uscire dalla vostra bocca. E’ come se ci fosse qualcosa che impedisce alle vostre parole di uscire.

Ero talmente emozionato che avevo un groppo in gola. Non sono riuscito a spiccicare una parola.

Il “groppo” è come un nodo, un groviglio, qualcosa che dà fastidio.

Quando si ha un groppo in gola si avverte una sensazione di costrizione alla gola, tale da ostacolare anche la deglutizione. Non ce la facciamo a parlare, non riusciamo a ingoiare, cioè a deglutire. A volte per commozione, altre volte per paura, oppure perché siamo angosciati.

Può capitare di avere un groppo in gola durante un esame, una dichiarazione d’amore, durante una rapina o un furto in casa.

Anche ad uno straniero in teoria può capitare quando prova a parlare la lingua italiana.

La parola misteriosa n. 2

Video YouTube

Trascrizione

Ciao a tutti da Giovanni di Italiano Semplicemente.

La parola misteriosa di oggi ha

5 lettere.

_ _ _ _ _

Come al solito vi darò 10 indizi. Poi vi svelerò la parola misteriosa e faremo alcuni esempi che vi invito a ripetere.

Primo indizio.

Si può “fare” alle donne ma anche agli uomini. Però è sempre femminile, quindi vuole l’articolo “la”. Cosa si può fare alle donne e agli uomini?

Secondo indizio

Ce l’hanno i re e le regine. Loro ci abitano.

Terzo indizio

Anche il papa ne ha una.

Quarto indizio

Circonda i personaggi potenti. Le persone potenti, cioè che hanno potere, ne sono circondati, e farne parte non è una cosa lodevole.

Quinto indizio.

Esiste quella costituzionale che è composta da 15 persone. Il suo compito è anche quello di controllare le leggi per verificare se sono conformi alla Costituzione italiana.

Sesto indizio

Avete capito che questa cosa può essere formata da delle persone, quindi è un tipo particolare di gruppo.

Settimo indizio

Può anche essere un aggettivo femminile plurale, che indica una lunghezza di ridotte dimensioni.

Ottavo indizio

Nelle aule di tribunale, si ritira per deliberare.

Nono indizio

Può essere spietata, assidua e sfacciata. Questi aggettivi accompagnano spesso la parola misteriosa.

Decimo indizio

Dà origine al verbo corteggiare.

Avrete capito che la parola è CORTE.

Infatti fare la corte, cioè corteggiare significa riempire di attenzioni, fare molti complimenti, solitamente ad una donna (ma anche ad un uomo) per conquistarla o ottenere qualche tipo di risultato.

Quindi quando la corte si fa, vuol dire esattamente questo: corteggiare: circondare di attenzioni, rivolgere complimenti, mostrare costante interesse. Questo è fare la corte ad una persona. Quando queste attenzioni sono esagerate o insistenti, su dice anche che questo è un corteggiamento spietato, assiduo, cioè senza interruzioni o anche sfacciato, cioè senza riservatezza, senza cautele, senza nasconderlo a nessuno. Tutt’altro direi!

Avete mai fatto una corte spietata ad una ragazza? O l’avete mai ricevuta una corte spietata?

Poi il termine corte indica anche la residenza dei sovrani. Quindi il re e la regina vivono nella loro corte. È la loro casa.

Anche il papa ne ha una. Ma non è la sua casa.

Infatti esiste la corte pontificia, un gruppo ristretto di cardinali scelti per assistere il pontefice.

Qui si inizia a capire che il termine Corte si usa per indicare particolari gruppi di persone.

Si ha il senso di circondare qualcuno, persone che stanno attorno ad un’altra per un particolare motivo.

Una Corte ce l’hanno anche i personaggi potenti. Le persone potenti, cioè che hanno potere, ne sono circondati. Questa corte di persone ha spesso un obiettivo preciso: ottenere favori da questo personaggio potente. Per questo gli stanno attorno.

Si dice spesso: quel personaggio è sempre circondato da una corte di persone.

Il ministro e la sua corte.

Eccetera.

Non è molto carino far parte di una corte di questo tipo vero? Dipende dai punti di vista 🙂

Esiste poi la Corte costituzionale che è anche questo un gruppo di persone: 15 persone come abbiamo detto. In questo caso è un onore far parte di questa Corte. Esistono anche altre corti importanti: la Corte di giustizia, la Corte dei conti e la Corte di cassazione ad esempio.

Il termine corte, come ho detto, può anche essere un aggettivo femminile plurale, perché le cose che sono corte non sono lunghe.

Corte è il contrario di lunghe.

Esistono infatti, ad esempio, le gonne corte, anche dette minigonne.

Sono appunto delle gonne di ridotta lunghezza.

Dicevo che la Corte esiste anche nelle aule di tribunale. Si tratta dei giudici che devono decidere, devono prendere una decisione sul processo in corso. Quando la Corte di ritira per deliberare significa che i giudici si riuniscono privatamente per prendere la decisione, cioè per deliberare, un verbo tecnico che si usa in questo casi.

Bene, alla prossima parola misteriosa.

Indovina la parola

Video su YouTube con sottotitoli

Trascrizione

Facciamo un gioco. Vi piace l’idea? La “Parola misteriosa”. Un gioco semplice che però aiuterà voi non madrelingua a memorizzarla non appena la scoprirete.

Provate allora ad indovinare la parola misteriosa sulla base di 10 indizi. Gli indizi sono degli aiuti.

Vi darò 10 indizi e poi vi svelerò la parola misteriosa. Alla fine vi farò anche qualche esempio di utilizzo. In questo modo non la dimenticherete facilmente.

_ _ _ _ _ _ _

Parola di sette lettere.

Primo indizio:

I termini DIAMINE, ACCIDENTI, ACCIDENTE e MALEDIZIONE possono spesso sostituire questa parola.

Secondo indizio: la lettera “c” compare 3 volte.

Terzo indizio:

In latino significa cagnolino, cioè piccolo cane.

Quarto:

Si usa come esclamazione quando sei arrabbiato. Questo è u km indizio molto importante!

Quinto:

Si può usare davanti ai verbi e anche dopo la congiunzione “che”.

Sesto:

Se è “uno” può significare “niente”, ma solo in questo caso. Davvero misterioso vero?

Settimo:

Si usa come eufemismo al posto di una parolaccia.

Un eufemismo serve a sostituire un’altra parola che è sconveniente, diciamo troppo forte, ad esempio andarsene è un eufemismo per morire.

Ottavo:

Si usa al posto di “cosa” quando sei irritato. Tipo “che cosa hai fatto?”

Nono:

Indica i germogli della vite. La vite (singolare: la vite) è la pianta dell’uva, che serve a fare il vino.

Decimo:

Dà origine al verbo incacchiare e incacchiarsi che significa arrabbiarsi.

Molti di voi avranno indovinato la parola misteriosa di sette lettere che è CACCHIO.

Vediamo qualche esempio.

Che cacchio succede qui? Cos’è tutto questo rumore? (indizio 8)

Non me ne frega un cacchio (Indizio 6)

Non ho capito un cacchio di quello che hai detto (8).

Non ti devi incacchiare se ti prendo in giro (10).

Cacchio! Mi sono fatto male (1,4,7)

Cacchio! Non sono riuscito ad indovinare!

Un termine informale che le persone spesso usano per non dire parolacce.

Anche se siete stranieri avete sicuramente capito di quale parolaccia sto parlando…

Gli affari di Maria Cazzetta

Audio

Video YouTube con sottotitoli

Trascrizione

Buongiorno da Giovanni.
Oggi vediamo una simpaticissima espressione, usata soprattutto nei dintorni di Roma.
Una frase che si usa quando un comportamento sembra molto positivo, molto astuto, e invece alla fine si rivela fallimentare.
Il risultato ottenuto è negativo, molto negativo, ma le aspettative sembravano rosee.
L’espressione si usa soprattutto quando si vuole avvertire contro un molto ipotetico fallimento:

Cosa? Vuoi aprire un nuovo ristorante proprio adesso che siamo in piena pandemia? Mica sto qui a fare gli affari di Maria Cazzetta!
Gli affari di Maria Cazzetta, questa è l’espressione.

Ovviamente Maria Cazzetta non esiste! E’ solo un personaggio immaginario.
Si parla di “affari” di Maria Cazzetta, quindi si usa quasi esclusivamente quando si parla di questioni economiche.

Ho un amico che ha acquistato una casa fuori città, 50 km rispetto al suo ufficio che si trova in centro. In centro la casa sarebbe costata troppo, ma alla fine sta spendendo un sacco di soldi di benzina per andare tutti i giorni al lavoro. Che bel guadagno di Maria Cazzetta!

420 Vedere le brutte

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L’espressione di oggi è “vedere le brutte“.

Un’espressione informale, che si utilizza in caso di gravi rischi. Il verbo “vedere” si usa in senso figurato. Non stiamo usando gli occhi ma il nostro intuito, la nostra immaginazione.

L’espressione è del tutto analoga a “vedersela brutta“. Una usa il singolare (brutta) e una il plurale (brutte).

L’uso dell’una o dell’altra dipende dal momento in cui si parla ma anche dalla differenza tra rischio potenziale e rischio effettivamente vissuto, corso.

Se parlo del passato, normalmente si usa vedersela brutta. Ad esempio:

Qualche anno fa me la sono vista brutta quando ho avuto un incidente.

Significa che ho rischiato di morire, ho corso il rischio di morire, di perdere la vita, ma fortunatamente non è accaduto. Sicuramente però ho avuto paura di non farcela.

Si può usare in tutte le circostanze simili, non solo parlando di rischio di morte:

Nel 2020 col nostro ristorante ce la siamo vista brutta, ma nel 2021 ci riprenderemo.

In questo caso abbiamo rischiato di fallire, e il fallimento è la morte di un’attività economica.

Anche in questo caso però alla fine è andata bene. Stiamo parlando in un momento successivo.

Se invece parlo del futuro e il rischio è solo potenziale, meglio usare “vedere le brutte“, che si usa anche in situazioni meno drammatiche:

Domani mi interroga il professore con la didattica a distanza. Se vedo le brutte farò cadere la connessione.

Ecco. In questo caso vedere le brutte significa prospettare uno scenario negativo. Non è detto che accadrà.

Potrei anche dire:

Se me la vedo brutta farò cadere la connessione.

Ma suona un po’ male. Molto meglio usare “vedere le brutte”.

Quest’ultima espressione si usa maggiormente quando si parla del futuro, ma la vera differenza sta nel fatto che il rischio non è stato veramente corso: si sono “viste le brutte“, o si potrebbero “vedere le brutte” cioè poteva accadere qualcosa di brutto di negativo, ma non è accaduto, o, nel futuro, sto dicendo che potrebbe accadere qualcosa di negativo.

Ad esempio:

C’è il mare in tempesta, non so se riuscirò a pescare oggi. Se vedo le brutte tornerò indietro.

Se parlo del passato viene spontaneo l’altra espressione, ma solo se il rischio corso è stato reale, altrimenti meglio vedere le brutte:

C’era il mare in tempesta ieri. Me la sono vista brutta  (un rischio reale, vero) perché la barca si stava rovesciando. Mi sono salvato per miracolo.

C’era il mare in tempesta ieri, ho provato ad andare a pesca, ma quando ho visto le brutte sono subito tornato indietro.

Al presente invece, proprio quando sto provando la sensazione che qualcosa di brutto sta accadendo (ma non è ancora accaduto nulla) si una “la vedo brutta”, che è un mix tra le due espressioni precedenti. Esprime pessimismo:

Come andrà l’esame? La vedo brutta sai?

Che mare mosso che c’è. La vedo proprio brutta. Che ne dici se rinunciamo?

Che dici oggi pioverà? Io la vedo brutta andare a passeggio. Guarda che nuvoloni.

Va beh, proviamo, se vediamo le brutte prendiamo l’ombrello.

Spesso si dice anche “la vedo male“, un’altra modalità informale. Il contrario è ovviamente “la vedo bene“. Si tratta di previsioni. “La vedo bella” invece non si usa in questo caso. Quest’ultima espressione ha solo un senso proprio e non figurato. A proposito del verbo “vedere” usato in questo modo c’è anche l’episodio n. 206. La frase spiegata è “come la vedi“. Date un’occhiata se non ricordate.

Adesso però ripassiamo un po’, ma non prima di dirvi che stiamo organizzando la prossima riunione dei membri dell’associazione Italian Semplicemente, che si terrà in Molise a fine giugno del 2021. Adesso la parola va a Anthony, uno di quelli che ci tiene particolarmente a venire in Italia ed incontrare gli altri membri.

Anthony: SULLA SCORTA DI ciò detto da Giovanni riguardo alla prossima riunione dell’associazione, ci vedremo di persona in Molise NEL GIRO DI 6 o 7 mesi. Però questa riunione si farà solamente se i vaccini che stanno per sbarcare sul mercato si rivelano una vera e propria MANDRAKATA. Parlando dei vaccini e il probabile ritorno alla normalità che ne conseguirà mi chiedo se riuscite a CAPACITARVI di quanto la gente abbia voglia di FARE BISBOCCIA, OSSIA SBALLARSI di nuovo come ragazzi in discoteca! Messo in questa luce, l’anno a venire promette di essere assai più’ interessante di quello attuale. Non TROVATE?

419 Un pezzo

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  • Trascrizione

    Ciao ragazzi, è un pezzo che non ci sentiamo vero?

    Allora ne approfitto per spiegarvi una locuzione interessante che ho appena utilizzato.

    Ho detto che è un pezzo che non ci sentiamo, cioè non ci sentiamo da un po’ di tempo.

    Si usa spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni.

    È da un pezzo che non vado in Italia in vacanza.

    Non ci vediamo da un bel pezzo

    È da un pezzo ormai che studio l’italiano con Italiano Semplicemente.

    Un pezzo non significa un tempo preciso, significa un po’ di tempo, non poco tempo comunque. Dipende, può essere qualche giorno, qualche mese o qualche anno, dipende da ciò di cui sto parlando. Comunque il senso è abbastanza tempo, o anche molto tempo.

    Si dice spesso anche “da qualche tempo” o anche “da un po’“, o anche “un po’“.

    Inoltre la preposizione “da” in realtà non è sempre obbligatoria.

    Quando la frase inizia col verbo essere e solo in questo caso posso omettere “da”:

    È un pezzo che non ci vediamo

    e

    È da un pezzo che non ci vediamo

    Hanno lo stesso significato.

    Era da un pezzo che non facevo una bella passeggiata

    È uguale a:

    Era un pezzo che non facevo una bella passeggiata

    Invece se ad esempio dico:

    Non ci vediamo da un pezzo

    Mangiamo in questo ristorante tutti i giorni ormai da un pezzo

    In questi casi non c’è il verbo essere e non posso togliere “da“.

    Vabè, nonostante non sia un pezzo che sto parlando, meglio finire l’episodio adesso.

    Ma non prima di aver ascoltato una frase di ripasso.

    Irina: Ieri era il compleanno di mio marito. Per l’occasione ho prenotato la cena nel migliore ristorante della città, che va per la maggiore.
    Non è un posto per fare una capatina . Il ristorante infatti è appannaggio solo delle persone vestite elegantemente.
    Stavo scalpitando dall’impazienza tutto il giorno. Finalmente il sole è volto al tramonto.
    Il ristorante si trova a ridosso del fiume. È veramente un posto all’insegna di lusso e stile.
    C’era musica dal vivo . Un pianista ha eseguito improvvisazioni jazz.
    Siamo stati accompagnati al nostro tavolo, Abbiamo ordinato il cibo, e per prima cosa è arrivata l’insalata. Ho iniziato a mangiare. Di punto in bianco un grande insetto nero è strisciato fuori dalla mia insalata. Involontariamente io sono saltata per lo spavento.
    Beh, forse questo significava che l’insalata era super fresca, però per me comunque era una magra consolazione. Il cameriere avendo visto l’incidente mi è venuto incontro subito. Di lì a poco mi ha portato un piatto fresco, ma si vedeva che gli rincresceva ancora per l’avvenimento. Mi ha promesso di fare tutto come si deve. .
    Il resto della cena infatti è andato senza intoppi. Il cibo era prelibato, e a prescindere da tutto la sera era romantica. Infine, quando è arrivato il momento di pagare il conto ho scoperto che non mi hanno fatto pagare per niente. Ho Non ho speso un solo centesimo.
    Che fortuna! Quale piega inaspettata ha preso la serata!

Avere voce in capitolo

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L’espressione che vi spiego oggi ha a che fare con l’importanza di una persona. Forse dovrei parlare di autorevolezza di una persona.

Una persona è autorevole quando è stimata, quando ha credito nei confronti degli altri, quando cioè gli altri si fidano di lui o lei.

Questa espressione è “avere voce in capitolo”.

Quanto conta, quanto è importante ciò che dice una persona? Ebbene, se una persona non ha voce in capitolo, allora non è autorevole, non conta niente, ciò che dice non è importante per le altre persone. “Non avere voce” quindi non indica l’assenza della voce ma l’effetto è lo stesso. Nessuno ti ascolta. Se invece hai autorità, se hai voce in capitolo, allora sei importante, le persone ti ascoltano, o per volontà o per diritto.

L’espressione si può usare infatti anche quando si parla di diritti.

Ad esempio tutti i figli hanno voce in capitolo quando si parla di ricevere l’eredità. Almeno in Italia funziona così.

Il termine capitolo sembra del tutto estraneo al contesto. In effetti deriva dalla riunione dei monaci che si chiamava in antichità “capitolo”.

I monaci non erano tutti uguali, perché c’erano i novizi, cioè gli ultimi arrivati, la cui opinione non era importante come quella dei monaci più anziani, più auterevoili dei novizi. Questi novizi non potevano parlare durante la riunione quotidiana: non avevano voce in capitolo.

Oggi l’espressione è di uso quotidiano, di uso abbastanza informale.

Adesso proporrei che alcuni membri facciano alcuni esempi con l’espressione di oggi. Esempi che invito tutti gli ascoltatori a ripetere.

Inizio io:

Con i miei figli ho sempre meno voce in capitolo. Più crescono e più vogliono fare come dicono loro… .

Irina: so di essere solo una principiante qui. Però sono stufa di non avere voce in capitolo.

Xiaoheng: Di fronte alla sfida di registrare una frase di ripasso, lanciata da Gianni, il presidente dell’Associazione Italiano semplicemente, Irina, disperata, non sapeva cosa dire. È arrivata a dire di non avere voce in capitolo, come avete ascoltato dalla sua voce.
Ma è risaputo che IS è un’associazione democratica, dove spetta a tutti di diritto parlare liberamente.

Giovanni: e questo è quanto.

– – –

L’episodio è contenuto anche nel seguente audiolibro in venditda su Amazon

 

418 – A monte e a valle

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Giovanni: Oggi vediamo due locuzioni che servono per indicare l’inizio e la fine di qualcosa.

Le locuzioni in questione sono “a monte” e “a valle” che rappresentano l’inizio e la fine rispettivamente.

“A monte”, sembra indicare un monte, cioè una montagna. La cosa non è casuale perché la montagna, o il monte è dove nasce un fiume.

Avete già capito che queste due locuzioni usano un’immagine figurata.

In realtà si possono usare sia in senso proprio che figurato.

In senso proprio, dicevo, “a monte” indica la parte più alta del corso di un fiume. Tutti i fiumi scendono dall’alto al basso ovviamente, per effetto della forza di gravità.

Quindi se vi trovate in un punto qualsiasi del fiume, per capire dove nasce il fiume dovrete andare a monte, dovrete cioè risalire il fiume fino a monte.

Si usa il verbo risalire i questi casi. E dove è diretto il fiume?

Tutti i fiumi dono diretti a valle.

Quando finiamo di scendere il monte significa che siamo arrivati a valle. In Italia ci sono tante valli perché ci sono anche tanti monti. Ogni valle ha un suo nome.

Quindi a monte e a valle in senso proprio indicano due direzioni opposte, una che rappresenta l’origine del fiume, l’altra dove il fiume termina, quindi è la parte più vicina alla foce, cioè dove il fiume entra in un mare, un lago o un altro corso d’acqua.

In senso figurato invece si vuole indicare non l’origine di un fiume, ma un altro tipo di origine, come l’origine di un problema, dove nasce un problema.

Non per forza un problema però. Diciamo che la cosa che conta è che ci sia una serie, breve o lunga che sia, di eventi, legati logicamente tra loro, che si susseguono l’un l’altro.

Ogni evento ne causa un altro, ne determina un altro. In genere c’è anche un ordine cronologico.

Vediamo qualche esempio:

Se vedo un uomo che vive per strada, che non ha una casa, probabilmente a monte ci sono stati dei problemi economici, o magari dei problemi psicologici o anche entrambi. Magari invece a monte c’è stato un problema familiare.

Voglio quindi indicare l’inizio del problema, il momento che ha dato origine alla situazione attuale.

Vediamo un esempio con ” a valle”.

Amazon è un’azienda di servizi grandissima, dove lavorano tantissime persone. A valle della catena dei servizi ci sono i cosiddetti corrieri amazon, che sono coloro che consegnano i pacchi ai clienti.

Vedere che in questo caso non parliamo di problemi, ma solo di una catena di passaggi successivi che termina con la consegna al cliente da parte di amazon.

Sono due locuzioni che si usano molto spesso in ambito lavorativo, dove i problemi e i processi non mancano mai.

A volte si preferisce semplicemente parlare di origine o di inizio o anche di causa.

Ad esempio:

In origine, questa casa era un albergo.

All’origine del problema dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio.

L’origine dell’uomo è la scimmia.

Non si può certamente dire che a monte della casa c’era un albergo.

Non lo posso fare perché sono cose slegate tra loro. Il motivo per cui oggi c’è una casa normale non risiede nel fatto che prima fosse un albergo. Non c’è una causa e un effetto ma solo un evento precedente uno successivo.

Invece nel caso dell’inquinamento potrei dire che a monte dell’inquinamento c’è l’estrazione del petrolio. È un processo industriale.

Posso anche dire che la produzione della plastica avviene a valle dell’estrazione del petrolio. Quindi “a valle” si può spesso tradurre con successivamente, e “a monte” può diventare precedentemente, o in precedenza, ma deve esserci una catena causale (causale, non casuale).

Le due locuzioni si usano spesso anche in ambito economico e politico.

Ad esempio posso dire che a monte delle politiche nazionali in Europa ci sono spesso le decisioni prese dalla comunità europea. Ancora più a valle ci sono le politiche regionali e comunali.

Vedete quindi che spesso non si tratta semplicemente di un prima e di un dopo, ma c’è anche un legame logico oltre che cronologico.

L’episodio non finisce qui, perché come al solito, a valle di ogni spiegazione della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente c’è sempre un breve ripasso delle puntate precedenti.

Ulrike:
Facciamo un breve ripasso di gruppo. Siete in vena?

Doris:
Domanda retorica. Vuoi che non abbiamo sempre presente la prima regola d’oro di italiano semplicemente, ossia l’importanza delle ripetizioni per il nostro apprendimento?

Bogusia :
Giusto, poi quali membri dell’associazione italiano semplicemente siamo votati alla sua causa.

Komi:
Il che non significa che tutto vada dritto, senza intoppi. Bisogna scervellarsi e ci dà di volta il cervello, di volta in volta, con questa caterva di espressioni a portata di mano. Anche oggi però ce l’abbiamo fatta 😀

Complimentarsi

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Oggi parliamo di complimenti.

Cosa sono i complimenti?

Iniziamo da “fare un complimento” e “fare i complimenti

Quando fate i complimenti ad una persona, è perché magari si è laureata, oppure ha una bella figliola (o un bel figliolo) oppure ha una bella casa o magari ha fatto un’ottima scelta.

In questo caso fate i complimenti a questa persona. Ma potete usare anche il verbo complimentarsi.

Avete diverse possibilità in realtà:

Ti faccio i complimenti per la scelta della nuova macchina. Bellissima!

Complimenti vivissimi per il matrimonio!

I miei migliori complimenti per l’esame. Sei andato benissimo.

Mi complimento con te per la bella figlia che hai.

Attenzione perché non si dice “ti complimento” ma “mi complimento” se sono io a fare i complimenti a te.

Io mi complimento con te per l’esame

Se io mi complimento con te significa che io sto facendo i complimenti a te.

Se tu ti complimenti con me sei invece tu che stai facendo i complimenti a me.

Siamo felici di complimentarci con voi.

In questo caso siamo noi a fare i complimenti a voi.

Attenzione perché al singolare “fare un complimento” ha un senso leggermente diverso di “fare i complimenti“.

Sei molto bella.

Questo è un complimento.

Sei anche molto intelligente.

Questo è un altro complimento.

Le ho fatto un sacco di complimenti e la ragazza è diventata rossa. La ragazza è arrossita.

Ecco, in questi casi ogni complimento è un apprezzamento positivo.

Fare un complimento quindi significa apprezzare una caratteristica di una persona, risaltare un pregio. Con un complimento si esprime ammirazione ed elogio nei confronti di una persona, sull’aspetto fisico, sul carattere, il talento, gli oggetti posseduti, o altro.

Non c’è in realtà molta differenza, perché al plurale quando si fanno i complimenti ad una persona le cose sono simili:

Giovanni mi ha fatto un sacco di complimenti

In questo caso uso il plurale per indicare non un solo complimento ma più di uno.

Quando si esprime una numerosità si parla di apprezzamenti: un complimento, due complimenti, tanti complimenti. Invece fare i complimenti è più simile a fare le congratulazioni.

Quindi l’espressione “fare i complimenti”, molto spesso non si riferisce alla somma di più apprezzamenti positivi, ma è una formula che si usa in modo simile alle “congratulazioni“.

Soprattutto In contesti precisi e formali, come in caso di premiazioni, lauree, titoli eccetera, “fare i complimenti” ha lo stesso valore di congratularsi, fare le congratulazioni.

Mi congratulo con te!

E’ molto simile a “sei stato molto bravo“, ma posso anche dire “complimenti” o “congratulazioni!”. Usare le congratulazioni e il verbo congratularsi è comunque un po’ più formale rispetto a complimentarsi. In tali casi formali si usa spesso anche “felicitazioni” e il verbo “felicitarsi“:

Mi felicito con te (è un po’ come “sono felice per te”.

E’ il caso del matrimonio ad esempio.

Se un collega o un amico fa un bel lavoro meglio fargli i complimenti, se invece viene eletto sindaco o presidente o anche consegue una laurea, si preferisce fare le congratulazioni. Nei matrimoni si preferisce fare le felicitazioni.

Congratulazioni per il tuo nuovo lavoro

Congratulazioni per il risultato raggiunto

Congratulazioni per la tua laurea in Ingegneria

Anche per le congratulazioni si usa comunque:

Mi congratulo con te” e non “ti congratulo“, proprio come il verbo complimentarsi.

Quindi:

Complimenti! E’ equivalente a “mi complimento con te!

ed invece:

Congratulazioni! E’ equivalente a “mi congratulo con te!”

Un’altra cosa importante c’è da dire.

Abbiamo detto che un complimento è un apprezzamento positivo.

Esiste anche il verbo apprezzare, che sta per “giudicare positivamente”. Però il termine apprezzamento non è proprio equivalente a “complimento”..

Infatti esistono gli apprezzamenti positivi e quelli negativi.

Di solito un apprezzamento è un giudizio o un commento favorevole, positivo sul valore di qualcuno o di qualcosa. Ma spesso questo termine si usa anche per indicare qualcosa di poco gradito.

Il tuo apprezzamento su di me non mi è piaciuto.

Cioè: ciò che hai detto su di me non mi è piaciuto.

Con i termini apprezzamento e complimento si usa spesso il verbo “rivolgere” e non solo “fare“.

“Rivolgere un complimento” è esattamente come “fare un complimento” e “rivolgere un apprezzamento” è come “fare un apprezzamento”, ma quest’ultimo termine si può usare, come detto, anche in senso negativo:

Giovanni ha rivolto una serie di apprezzamenti indecenti nei confronti di Maria

Probabilmente Giovanni ha detto delle cose poco carine a Maria.

In genere dal contesto della frase si capisce se si tratta di cose positive o negative.

Questo genere di apprezzamenti non mi piace per niente

In questi due esempi si capisce che non si tratta di “complimenti”.

Ho ricevuto polemiche e apprezzamenti per ciò che ho detto

In questo caso invece gli apprezzamenti vengono contrapposti alle polemiche, quindi si tratta di apprezzamenti positivi. Mi pare ovvio.

Questo “malinteso” non succede mai quando uso il verbo apprezzare:

Apprezzo molto il tuo lavoro

Ti apprezzo per le tue qualità

Siamo molto apprezzati nella nostra azienda

Apprezzare quindi esprime sempre un gradimento. Non è un caso che esista anche disprezzare, che è l’esatto contrario.

Per terminare, “fare i complimenti” ha anche un significato diverso.

Si usa quando si offre qualcosa da mangiare a una persona e questa persona dice di no, magari per timidezza, magari per non mostrarsi che sta approfittando della generosità altrui. Ebbene, questa persona potrebbe aver rifiutato non perché non ha fame, ma perché sta facendo i complimenti.

Dai, non fare i complimenti e assaggia questa torta!” L’ha fatta mia moglie e si offenderebbe!

No, non faccio i complimenti, è che io sono intollerante al lattosio!

Chiunque faccia i complimenti, in questo caso, lo fa magari per gentilezza, ma quasi sempre non si sente a suo agio.

Quindi fare i complimenti in questo caso si usa solo al plurale e significa rifiutare qualcosa da mangiare o da bere per timidezza, vergogna o per educazione.

Questo tipo di complimenti non fanno mai piacere perché, come ho detto, denotano un forte disagio.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.

Fare alla romana

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Facciamo alla romana?

Se andate al ristorante con amici, quando è il momento di pagare il conto, se volete potete fare alla romana, cioè potete dividere la spesa in parti uguali fra tutti i commensali, senza tener conto di cosa o quanto ha mangiato o bevuto ciascuno di loro.

Il conto viene 100 euro e siamo 5 persone? Se facciamo alla romana allora paghiamo 20 euro ciascuno.

Vi conviene mangiare parecchio!

417 – Fare tesoro

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Giovanni: Oggi vediamo l’ultimo episodio della serie memoria e esperienza.

Abbiamo visto “memore“, poi “reduce” poi “forte” e anche “sulla scorta“.

L’espressione di oggi è “fare tesoro” si qualcosa.

La caratteristica di questa espressione è utilità di un’esperienza vissuta, ma non solo di un’esperienza; anche delle parole che ci ha detto una persona.

Il termine “memore” è più incentrato sulla memoria, “reduce” sull’esperienza vissuta, “forte” si concentra invece su qualcosa che ci rafforza.
Fare tesoro” invece utilizza la parola tesoro, che esprime ricchezza. Un tesoro è qualcosa da custodire perché è molto prezioso. Quando si dice che dobbiamo fare tesoro di qualcosa ci si riferisce all’utilità, alla grande utilità  che ne deriva.

Posso fare tesoro di un’esperienza vissuta cercando di non ripetere gli errori commessi.

Se invece faccio tesoro dei consigli di un amico allora cerco di seguirli, di metterli in pratica

Far tesoro si usa spesso quando si parla di consigli e di esperienze, quando si vuole sottolineare la loro utilità. Si usa anche quando si fanno le promesse: “farò tesoro dei tuoi insegnamenti”.

Tradurre “fare tesoro” come “tener conto” non è del tutto esatto perché “tener conto” è, diciamo, privo di sentimento, una modalità troppo fredda, senza emozione.

Infatti “tener conto” si può usare anche al posto di “non dimenticare“, oppure al posto di “bisogna considerare” quindi non parliamo necessariamente di esperienze vissute che possono tornare utilissime nel futuro.

Un ultimo esempio:

Se siete curiosi della cucina italiana, se venite in Italia e vi capita di assistere alla preparazione di qualche specialità italiana, fate tesoro di ciò che vedete perché potrete provarci anche voi in futuro.

Attenzione poi perché non si deve inserire nulla tra “fare” e “tesoro” in quanto questa è una espressione ormai cristallizzata e va usata in questo modo. Non è la stessa cosa “fare un tesoro” o “fare il tesoro” eccetera.

Adesso che ne dite se facciamo tesoro di quanto imparato negli episodi precedenti? La parola a Bogusia.

Bogusia: Sulla scorta di quanto hai detto poc’anzi sulle pietanze italiane, di punto in bianco mi sono ricordata di una vicenda avvenuta quando, assieme a qualche mio compatriota, viaggiavamo alla volta dell’Italia. Si dà il caso che alcuni di loro siano rimasti sbigottiti del fatto che si mangiasse la pasta come primo piatto. Infatti in Polonia il primo piatto è sempre la zuppa (tra parentesi la facciamo buonissima).
Comunque, visitando un altro paese, bisogna avere contezza delle sue usanze ed accettarle. Forte della flessibilità che contraddistingue il mio carattere (sono del segno dei pesci), appunto per la mancanza della stessa flessibilità ho dovuto cazziarli, e ricordare loro che bisognerebbe badare a non lamentarsi ma accettare la cultura di ogni paese. Sono stata restia di essere accondiscendente. Nonostante la mia cazziata, cercare di cambiare le persone lascia il tempo che trova.
Che volete, la gente è quello che è. Pazienza!

65 – Suggerire

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Descrizione

Suggerire è il verbo professionale n. 65. Un verbo molto utile nella comunicazione scritta e anche molto adatto alle riunioni di lavoro.

Non raccontarla giusta

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Oggi parliamo di sospetti. Un sospetto è simile ad un dubbio, nel senso che è un dubbio che riguarda la colpevolezza di una persona.

Se ho un sospetto significa che ho un’opinione più o meno fondata, più o meno credibile, verosimile, che fa ritenere qualcuno responsabile di un’azione colpevole. Quindi io credo che una persona si colpevole di aver fatto qualcosa. Questo dubbio si chiama sospetto.

Ebbene, se questa persona cerca, secondo noi, di non apparire colpevole, se secondo noi dice delle bugie, ma io continuo a sospettare di lui o lei, in questi casi potrei dire che “non me la racconta giusta“. La frase è adatta soprattutto se noto che c’è qualcosa che non va, se noto che ci sono delle cose che mi fanno sospettare, delle incongruità ad esempio, delle contraddizioni. Qualcosa non mi torna.

Ad esempio: Qualcuno rompe il vetro della mia finestra. Ci sono dei ragazzi che giocavano a pallone, tra cui Giovanni. Allora gli chiedo: Giovanni, sei stato tu? Lui nego.

Giovanni però non me la racconta giusta. perché ho visto che tutti guardavano lui.

Non sono del tutto convinto se pronuncio o se penso questa frase. Però ho dei sospetti.

Un altro esempio:

Gli studenti hanno preso tutti il massimo dei voti, ma la volta precedente quasi nessuno aveva raggiunto la sufficienza….. mi sa che non me la raccontano giusta!

Ho evidentemente dei sospetti perché trovo molto strano che adesso tutti siano diventati bravissimi. Ho cioè il sospetto che abbiano copiato.

I genitori usano questa frase spesso con i propri figli quando sospettano che gli stiano nascondendo qualcosa. La verità raccontata può essere anche solo parziale, per rendere più credibile la storia.

Si usa il verbo “raccontare” come se si trattasse di una storia o di un avvenimento passato. In effetti spesso è così, ma in realtà l’espressione si può usare con qualsiasi tipo di sospetto.

Si tratta di una espressione informale e può essere offensiva. Non si usa nello scritto, dove si preferisce usare l”destare sospetti“. Quindi la persona che desta sospetti indubbiamente non la racconta giusta!

Destare significa far nascere, far venire, quindi si sta dicendo la stessa cosa: un dubbio sta nascendo, sta sorgendo, un sospetto sta emergendo.

L’espressione si usa quasi esclusivamente con la negazione. Se uso la frase senza negazione probabilmente sto negando di non raccontare tutta la verità, tipo:

Cosa? Non credi alle mie parole? Certo che te la racconto giusta, mica sono un bugiardo!

Ma perché “giusta?” Al femminile perché si riferisce ad una storia, come ho detto. Invece “giusta” nel senso di esatta, (il contrario di sbagliata), quindi è una storia non giusta, Non pariamo di giustizia, ma di giustezza.

Ad esempio se vi credo. Indovinate quanti anni ho? Se rispondete in modo giusto, avete risposto esattamente, avete indovinato. Al contrario avete sbagliato. Se una risposta è sbagliata, allora non è giusta, che è completamente diverso da “è ingiusto“. Non parliamo di giustizia e di ingiustizia, ma solo di esattezza, e l’esattezza, cioè la giustezza, non ha sfumature, non ha gradazioni. O è giusta oppure no.

Quindi la frase “non me la racconti giusta” sta a significare che la tua storia non è giusta, ovviamente in senso figurato. Quello che hai detto non corrisponde alla verità, ed anche se c’è qualcosa di vero, resta una cosa “non giusta”.

La frase posso, anche in senso affermativo, usarla anche in senso proprio, non figurato:

Ti racconto una storia e spero di raccontarla giusta, perché non sono sicuro di ricordami bene.

Aspetta, non la sto raccontando proprio giusta, ho paura che tu non capisca bene. Cerco di ricordare meglio e ci sentiamo domani

Adesso ripetete dopo di me, tanto per non perdere il vizio:

Mmm… Tu non me la racconti giusta!

Guardami negli occhi, non me la racconti giusta!

Credo che Marco non me la racconti giusta.

Secondo me Giuseppe non te la racconta giusta.

Secondo te Sofia ce la sta raccontando giusta?

Se non gliela raccontiamo giusta secondo me se ne accorgeranno!

I vostri figli secondo me non ve la stanno raccontando giusta. Io vi consiglio di approfondire.

Al prossimo episodio di Italiano Semplicemente.


Questo episodio è stato inserito anche nell’audio-libro “Frasi idiomatiche italiane” in vendita su Amazon

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