51 – Il saldo – ITALIANO COMMERCIALE

Il saldo (scarica audio)

lista degli episodi di italiano commerciale

Trascrizione

Dopo aver parlato dell’acconto, nell’episodio 28, è giunto il momento di parlare del saldo.

Abbiamo parlato giustamente prima dell’acconto che del saldo, poiché l’acconto, per definizione, si paga prima del saldo.

Parliamo di pagamenti in cui il venditore e il cliente si accordano per spezzare il pagamento in almeno due parti.

Normalmente si tratta di grosse cifre perché i piccoli importi vengono pagati in un’unica soluzione.

Si dice proprio così quando il pagamento avviene in una sola volta: il pagamento avviene in un’unica soluzione.

Quando invece non avviene un’unica soluzione ma in due o più diverse soluzioni, cioè attraverso due o più pagamenti diversi, il primo pagamento si chiama acconto, come abbiamo visto nell’episodio 28, e l’ultimo si chiama saldo.

Il termine saldo ha più significati, ma in questo caso è il pagamento di ciò che manca per completare il totale dovuto.

Con il saldo, si dice che avviene l’estinzione di un rapporto di credito. Col il saldo si estingue un debito.

Il saldo estingue il debito.

In pratica dopo aver corrisposto (cioè pagato) il saldo, non c’è più il debito.

L’acconto come detto è la parte di debito che si paga all’inizio, quindi prima della sua totale estinzione.

Il pagamento che si effettua quando si paga il saldo si chiama anche “pagamento a saldo“.che si contrappone al “pagamento in acconto”.

Oltre al sostantivo saldo, esiste anche il verbo saldare:

Saldare un conto

Saldare una fattura.

È curioso che saldare è anche semplicemente un sinonimo di pagare. Saldare il conto al ristorante, ad esempio significa semplicemente pagare il dovuto. Possiamo dire anche che saldare significa regolare una questione sospesa.

In questo modo andiamo anche al di là dei pagamenti perché “avere un conto in sospeso” si usa anche in senso figurato.

Notate che non esiste il verbo “accontare” per indicare l’atto di pagare un acconto per l’acquisto di un prodotto.

In questo caso si dice:

Pagare un acconto

Versare un acconto

Pagare in acconto

Saldare significa dunque pagare il rimanente di un conto, portando il saldo a zero. In quel momento non resta più nulla da pagare, quindi il saldo sarà pari a zero.

Quando i pagamenti sono più di due, l’ultimo pagamento si chiama comunque saldo, ma se tutti i pagamenti sono uguali, i singoli pagamenti vengono chiamati rate.

L’acconto è la prima rata e il saldo è l’ultima rata. Si parla di acconto generalmente quando i pagamenti per l’acquisto di un bene o altro sono due (come nel caso del pagamento dell’IRPEF ) e sono di importo diverso.

La differenza rispetto alle rate è però soprattutto un’altra.

Mentre le rate servono a dividere grossi importi impossibili o difficili da pagare in una sola soluzione, l’acconto solo a volte rappresenta un pagamento parziale.

In questi casi casi, il pagamento di un acconto può rappresentare una parte del totale dovuto e il saldo finale può essere pagato in un momento successivo, ma nella maggioranza dei casi il pagamento di un acconto serve a garantire una prenotazione o a dimostrare la buona fede o a finanziare i costi iniziali di processo di produzione.

Ad esempio, quando si prenota una vacanza o si effettua un ordine per un prodotto su misura, si può pagare un acconto per confermare la prenotazione o l’ordine. Così forniamo una garanzia. Tra l’altro, pagando un acconto poi è difficile che cambieremo idea.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano commerciale.

Il portiere e la porta, il ruolo, il gol e la rete – il linguaggio del calcio (episodio 6)

Il portiere e la porta, il ruolo, il gol e la rete (scarica audio)

Indice episodi

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al mondo del calcio.

Uno dei ruoli più importanti nel calcio è quello ricoperto dal portiere.

Interessante il verbo ricoprire vero?

Tutti i ruoli, nel calcio e fuori, vengono ricoperti o interpretati o rivestiti. Nel cinema vendono interpretati, ma negli sport vengono ricoperti e anche rivestiti.

Quando un giocatore di calcio gioca in porta, allora sta ricoprendo il ruolo del portiere, cioè colui che è deputato a difendere la porta. Riveste il ruolo di portiere.

Essere deputato a fare qualcosa significa essere assegnato a un incarico o appunto alla copertura di un ruolo.

Giovanni è il nome del portiere? Allora Giovanni ricopre il ruolo del portiere, Giovanni gioca in porta, cioè Giovanni è deputato a difendere la porta.

Anche il verbo assumere si usa a volte con i ruoli del calcio. Questo perché un ruolo è simile a un incarico, una missione, un obiettivo da raggiungere.

Si può dire sia “assumere un ruolo” che “ricoprire un ruolo”. Entrambi i termini significano che un calciatore (o una persona in generale, al di fuori del calcio) sta prendendo il controllo o sta svolgendo le responsabilità associate a un particolare ruolo o posizione.

Informalmente, parlando della porta e di chi assume il ruolo del portiere, si può usare anche il verbo essere e andare:

In porta c’è/va Giovanni

Il portiere è Giovanni

In tv e alla radio però più spesso si dice:

Tra i pali c’è Giovanni.

La porta è difesa da Giovanni

L’estremo difensore è Giovanni

Il portiere infatti si chiama anche così: estremo difensore.

Giovanni è incaricato/deputato a difendere la porta.

La porta, lo avete capito, è quello spazio delimitato da due pali in posizione verticale e la traversa, in posizione orizzontale, che collega i due pali nella parte alta. La porta è quello spazio in cui si deve mandare il pallone per fare gol, e dietro la porta c’è una rete.

Si parla anche di specchio della porta per descrivere l’area delimitata dai pali, la traversa e la linea bianca disegnata a terra alla base.

A proposito di gol, quando una squadra riesce a realizzare un gol, cioè riesce a spedire la palla nella porta avversaria, si può dire che:

La squadra ha fatto gol.

La squadra ha segnato un gol

La squadra ha realizzato una rete

La squadra è andata in gol/rete

In tutti i casi la palla oltrepassa completamente la linea bianca del terreno di gioco compresa fra i pali della porta avversaria.

Ma come fa a difendere la porta il portiere? Fondamentalmente il portiere deve parare. Poi ha anche il ruolo di dirigere la difesa, ma soprattutto deve parare.

Parare significa evitare di prendere gol, intercettando i tiri degli avversari che sono indirizzati verso la porta.

La parata

Le patate

Grande parata del portiere

Le parate del portiere evitano la sconfitta della squadra

Quando la parata è molto bella da vedere per il gesto atletico e la difficoltà nell’esecuzione, i telecronisti amano usare il termine “miracolo“:

Miracolo del portiere!

Il portiere fa una parata miracolosa!

Strepitosa parata del portiere!

Si usa molto anche “prodezza“:

Prodezza del portiere sul tiro dell’attaccante!

Il portiere risponde al tiro con una prodezza miracolosa/strepitosa!

La palla era indirizzata verso lo specchio della porta ma il portiere compie un vero miracolo e salva il risultato!

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al mondo del calcio.

Se o quando?

Se o quando? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi pubblico volentieri la risposta a una domanda che mi ha fatto un membro dell’associazione Italiano semplicemente (ciao Willemijn!).

Willemijn mi chiede la differenza tra l’uso di “se” e “quando” perché in alcuni casi ha dubbi se usare l’uno o l’altro termine.

Willemijn nella sua domanda mi fa anche alcuni esempi, e vorrebbe sapere se in questi casi sia preferibile usare se o quando e soprattutto perché!

Non voglio esaurire l’argomento di tutti gli utilizzi di se e quando in un solo episodio perché sarebbe un episodio lunghissimo. Non parliamo neanche del “se” pronome in questo episodio (es: non se ne parla).

Voglio limitarmi a chiarire i dubbi di Willemijn e fare qualche citazione a qualche episodio passato che magari potrà essere d’aiuto.

Iniziamo dal suo primo esempio:

Se fa freddo mi copro.

Quando fa freddo mi copro.

Quale scegliere? Sono equivalenti?

Iniziamo col dire che il se, scritto senza accento, è una congiunzione condizionale e di conseguenza prevede una condizione. Equivale a “ammesso che”, “posto che”, “qualora”, nel caso in cui”, “se mai”, “se per caso”, “putacaso”.

Se fa freddo mi copro” è una frase che dal punto di vista grammaticale è scorretta perché va usato il congiuntivo:

Se dovesse far freddo mi coprirò.

Nel linguaggio colloquiale e orale si usa spesso la forma “se fa freddo mi copro”, parlando delle abitudini, ma un insegnante di italiano non può non correggere se uno studente dovesse scrivere (ho detto “dovesse scrivere” e non” scrive”) una frase di quel tipo.

Se uso “se” sto prospettando un’ipotesi: nell’eventualità che facesse freddo, qualora facesse freddo, nel caso in cui facesse freddo, allora mi coprirò.

Se invece dico:

quando fa freddo mi copro

Non sto parlando di un’ipotesi futura (come nel caso precedente), ma di una abitudine o di un modo usuale di comportarsi, basato su un ragionamento logico.

Certo, spesso si può creare il dubbio se mi trovo nel primo o nel secondo caso:

Quando mi sento in forma vado a correre mentre quando non sono al massimo mi faccio una passeggiata.

Se sto parlando delle mie abitudini, meglio usare “quando”. Se invece sto parlando dell’attività che farò in giornata, meglio usare “se”:

Se sarò (se dovessi sentirmi/essere) in forma andrò a correre mentre se non sarò (se non dovessi essere) al massimo mi farò una passeggiata.

La stessa logica vale anche per gli altri casi in cui se e quando potrebbero sembrare intercambiabili:

Vorrei sapere se oggi andrai al lavoro

Vorrei sapere quando oggi andrai al lavoro

Nel primo caso non interessa l’ora in cui la persona andrà al lavoro ma solamente se ci andrà o meno.

Non so se Giovanni viene stasera

Il dubbio è se viene oppure no, non quando viene, cioè oggi, domani, oppure a che ora viene Giovanni.

Allo stesso modo, se dico:

Vedi se mi puoi aiutare

Non è lo stesso che:

Vedi quando mi puoi aiutare

Mi puoi aiutare domani mattina o pomeriggio? Non è in discussione l’aiuto, che ci sarà sicuramente.

Chiedigli se è a casa

Chiedigli quando è a casa

Il problema è sempre lo stesso: interessa se qualcosa accadrà oppure quando accadrà?

Se vai in ufficio mi porti il libro?

Non so se tu andrai in ufficio, dunque ti sto chiedendo: andrai in ufficio oppure no?

Se ci andrai, potresti portarmi il libro?

Quando mi mandi una mail, ricordati di includere l’allegato, se presente

Dunque: nel momento in cui mi mandi una email (parlando in generale) non dimenticare di inserire l’eventuale file allegato.

Se mi mandi una mail, ricordati di includere l’eventuale l’allegato

Dunque in questo caso non è detto che tu mi manderai una email, ma se dovessi farlo, non dimenticare l’allegato.

Veniamo a:

Dimmi se vuoi guidare tu

Dimmi quando vuoi guidare tu

Nella prima frase (se), io non so se tu vorrai guidare oppure no. Nel caso in cui tu volessi guidare, dimmelo.

Nella seconda frase (quando), io già so che noi dovremmo alternarci al volante. Probabilmente ci siamo già accordati su questo. Io in questo caso sto chiedendo solo il momento in cui dobbiamo scambiarci il volante, quando vorrai darmi il cambio al volante.

Se vado in vacanza in agosto vuoi venire con me?

Non ho ancora deciso se andrò in vacanza ad agosto oppure in altri mesi.

Quando vado in vacanza in agosto è sempre molto caldo.

Allora in questo caso sto descrivendo le mie esperienze passate. Ogni volta che sono andato in vacanza ad agosto è sempre stato caldo.

Quando esco di casa mi porto sempre le chiavi.

Anche qui vale la stessa differenza tra se e quando, dunque si dovrebbe preferire “quando”. Può capitare però di usare “se” anche se sto parlando di una abitudine (infatti c’è “sempre”).

Se esco devo portare le chiavi?

Quando esco devo portare le chiavi?

In questo caso sono due domande diverse. Nel primo caso (se) non ho ancora deciso se uscirò. Nel secondo caso so che sicuramente uscirò, ma non è importante specificare l’ora perché mi interessa solamente domandare se devo portare le chiavi oppure no.

Quando fa freddo mi metto una giacca.

Va bene anche “se fa freddo mi metto una giacca”?

Anche in questo caso, se parlo delle mie abitudini devo usare “quando”, anche se può capitare nel linguaggio orale di usare “se”.

Se parlo di una specifica occasione futura dovrei dire:

Se dovesse far freddo mi metterò una giacca

Altro esempio:

Se fa freddo non vengo

Va bene anche “quando fa freddo non vengo?”

Dipende anche qui se sto parlando di ciò che faccio normalmente (quando) oppure di una intenzione futura (se) ma in tal caso dovrei dire:

Se dovesse far freddo non verrò.

Questi sono gli esempi sollevati da Willemijn in cui c’era il dubbio in questione.

Aggiungo che se e quando hanno anche utilizzi specifici in cui non si crea questo dubbio. Ci siamo già occupati di qualcuno di questi casi nei passati episodi. Su due piedi mi viene in mente l’espressione “da quando in qua”, e un uso particolare di “quando” che abbiamo trattato nell’episodio numero 202. Poi ci sono le locuzioni “quando mai” e “quando si dice“.

Dell’uso di “se” ci siamo anche occupati nell’episodio intitolato “putacaso ti tradissima anche in altre occasioni come nel corso di Italiano Professionale, nella lezione dedicata alle possibilità. Poi ci sono alcune espressioni e locuzioni come “se vogliamo“, “se non fosse che“, “se tanto mi dà tanto“, “se è vero come è vero“, “se sì“, e altri. meglio non fare un trattato oggi sull’uso di se e quando.

Spero di aver chiarito i tuoi dubbi Willemijn 🙂

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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902 Un marcantonio

Un marcantonio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:

Oggi parliamo di come descrivere fisicamente una persona che è alta e grossa. Ci sono diversi modi per farlo, ma uno molto simpatico è marcantonio.

Un marcantonio è un ragazzo o un uomo dalla struttura fisica imponente, quindi che ha un fisico imponente, che si impone. L’aggettivo imponente significa spesso anche che incute soggezione o ispira rispetto.

Si dice spesso: un uomo o una donna d’aspetto imponente.

Questo è un altro modo per dare una immagine di queste persone alte e grosse. Quest’ultima ovviamente è una modalità informale, come anche marcantonio.

Es:

Guarda che marcantonio che è diventato tuo figlio!

Nella squadra di rugby di mio figlio giocano tutti marcantoni!

Si tratta dunque di una persona di corporatura molto alta e robusta, dall’aspetto imponente e anche aitante.

Giovanni è proprio un bel pezzo di marcantonio!

Si usa spesso questa forma “bel/gran bel pezzo di marcantonio”.

Aitante significa di bell’aspetto, dall’aspetto sportivo ma anche dal fisico robusto e prestante.

Un altro modo di descrivere le persone alte e grosse è anche “un colosso” o “un corazziere“.

Sono tutti termini scherzosi ma rendono subito l’idea.

Da dove viene marcantonio?

Deriva dal nome di un personaggio romano importante: Marco Antonio, vissuto nel primo secolo a.C. Era un uomo politico e militare romano.

Un tipo alto e grosso” è altresì molto usato, ma spesso in modo negativo, per sottolineare che nonostante la corporatura, non è molto sveglio o intelligente.

Di questo tipo di persona a Roma si dice ad esempio “alto grosso e fregnone”, dove fregnone sta per sciocco, stupido.

Sapete che marcantonio in realtà si può usare anche con riferimento a una donna:

Mia nipote sta diventando una marcantonia!

Quella ragazza è un bel pezzo di marcantonia.

Evidentemente questa ragazza è attraente ma dal fisico imponente, quindi alta e robusta. Una marcantonia non è certamente una ragazza gracile e magra, tantomeno bassa e grassa. È invece alta e con le spalle larghe. Forse non risponde ai classici canoni della bellezza femminile, ma, come si dice, de gustibus!

Prima ho citato colosso e corazziere.

Colosso è ugualmente adatto per descrivere una persona robusta e massiccia, di statura molto più alta del normale, ma si usa anche per descrivere una persona eccezionalmente dotata sul piano culturale o intellettuale e non solo le persone ma qualcosa di molto importante che si impone sugli altri, come delle aziende importanti.

Un colosso nel mondo della finanza mondiale

Amazon è un colosso nella vendita online

La Bayer è un colosso dell’industria chimica

infine, se dico che una persona ha un fisico da corazziere, ci si riferisce ad un soldato della cavalleria pesante e sapete che per fare il corazziere viene richiesta una altezza di almeno 190 cm, una costituzione corporea armoniosa e grande resistenza e preparazione atletica, anche perché il corazziere deve fare dei prolungati turni di servizio in piedi, da svolgersi stando fermo completamente.

Quindi marcantonio, corazziere, colosso, persona alta e grossa, persona dal fisico imponente e massiccio, sono modalità usate per descrivere le persone robuste, alte e grosse.

Adesso come ripasso faccio una domanda ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente: sapete dirmi le differenze tra la cucina italiana e quella francese?

Mary: La cucina italiana e quella francese sono due delle cucine più famose e apprezzate al mondo. Non datemi del cavilloso, ma occorre fare alcuni distinguo.

Edita: Ingredienti: La cucina italiana si basa su ingredienti semplici. Che so: pomodori, olive, formaggi e basilico, mentre la cucina francese utilizza ingredienti più elaborati come burro, vino, cipolle e funghi.

Marcelo: quanto alla preparazione: La cucina italiana è solitamente preparata in modo semplice e veloce, di contro, la cucina francese è più elaborata e richiede più tempo.

Irina: in merito allo stile fatemi dire la mia: La cucina italiana è più rustica e informale, mentre la cucina francese è maggiormente sofisticata e formale.

Hartmut: riguardo alle pietanze, la cucina italiana è famosa per le sue pasta, pizza e insalate, mentre la cucina francese è conosciuta per i suoi soufflé, paté e quiches. Per inciso, anche questo fa la differenza.

Estelle: direi che anche l’uso del vino è diverso. Nella cucina italiana si usa sia per bere che per cucinare, mentre nella cucina francese è senz’altro più forte la tradizione di abbinamento vino-cibo.

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901 Il verbo scappare

Scappare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: il verbo scappare lo conoscete?

Sì, certo, molto simile a “fuggire“, ma vale la pena come sempre spiegare le differenze.

Scappare infatti significa darsi alla fuga in modo rapido e precipitoso, talvolta in modo furtivo.

Abbiamo già discusso in passato su questo verbo, ma non fa mai male fare il bis aggiungendo qualcosina, soprattutto parlo di una espressione che vedremo alla fine dell’episodio.

Quindi scappare si preferisce a fuggire in tutte quelle occasioni in cui si vuole sottolineare non semplicemente la velocità nell’allontanarsi da qualcosa, ma quando siamo in una situazione pericolosa, o quando c’è una colpa o una responsabilità, quindi si scappa per sfuggire dalle responsabilità o per non subire le conseguenze di una colpa.

Si può scappare di prigione ad esempio, e questo si dice anche “evadere”.

Ogni volta che ci si sottrae a una situazione negativa o pericolosa, si vuole evitare qualcosa.

Ma ci sono altri usi comuni di questo verbo di cui vi voglio parlare.

Si usa ad esempio anche quando ci si allontana dalla famiglia o, come si suol dire, dal tetto coniugale: il marito di Maria è scappato di casa.

Anche un figlio può scappare di casa:

E’ scappato di casa alle 20 e anche la polizia lo sta cercando

Passiamo a: “di qui non si scappa!

Questa è una espressione che si usa spesso in situazioni che non si possono evitare. Non ci sono alternative o vie d’uscita.

Potrei dire a mio figlio che è inutile che cerca di evitare le interrogazioni, perché per superare l’anno scolastico bisogna studiare prima o poi: di qui non si scappa!

Si usa anche con le occasioni, le opportunità che non vengono colte e che quindi sono sfuggite, scappate:

Questa è un’occasione unica, non lasciartela scappare!

Questo mi ricorda anche l’espressione “!cogliere un’occasione al volo” di cui ci siamo già occupati.

Non solo una persona può scappare, e non solo un’occasione. Anche una battuta che non volevamo fare o una frase che non volevamo dire. Quando ormai è tardi, perché l’abbiamo pronunciata, possiamo dire:
Ops, scusa, mi è scappata!
Cioè: mi è uscita inavvertitamente, spontaneamente, senza pensarci. Si usa anche quando si fanno errori grammaticali.
Lo so, ho scritto un po’ senza apostrofo, Mi è scappato!
Se dite qualcosa di sconveniente o volgare o di maleducato e poi vi pentite:
Mi è scappato! Scusate!
Anche il verbo “sfuggire” (c’è un episodio in merito) si può usare in questi casi ma scappare è più colloquiale. Anche un colpo di fucile può scappare.
Stavolta però è più grave la disattenzione!
Se dimentico qualcosa posso ugualmente dire:
Lo so, dovevo chiamarti ma mi è scappato di mente!
Equivale a dimenticarsi in tal caso.

Può scappare da ridere, può scappare la pipì, può scappare una risata: Si tratta di impulsi emotivi o bisogni fisiologici che non si riescono a frenare o che sono impellenti.

Si usa anche nella forma scapparci (abbiamo già un episodio intitolato “ci scappa“) e in questo caso si indica una conseguenza inevitabile, specie se negativa, ma non è detto:

In Italia è sempre la stessa storia: finché non ci scappa il morto non si affronta mai un problema con serietà.
Nelle situazioni potenzialmente pericolose tipo risse, manifestazioni pubbliche, proteste di piazza eccetera, a volte capita che ci scappa il morto!
In senso positivo potrei dire ai mie figli:
Quest’anno se vi comportate bene e fate sempre i compiti, potrebbe scapparci un bel I-Phone per tutti e due.
Oppure durante una partita di calcio:
La squadra sta giocando bene, e ci può anche scappare la vittoria
In questi casi si indica una possibilità perlopiù insperata precedentemente.
C’è poi una bella espressione: “essere uno scappato di casa“.
Scappare da/di casa, come ho detto prima, sta per lasciare la casa, allontanarsi di casa fisicamente, ma essere uno “scappato di casa” (si usa solo la preposizione “di” in questo caso) sta ad indicare una persona che non ha un’immagine positiva. Un modo colloquiale per dire che questa persona è poco affidabile, poco organizzata, che vive in modo approssimativo. L’immagine di una persona appena scappata di casa è abbastanza chiara: improvvisazione, emergenza, trasandatezza. Uno scappato di casa  dà l’idea di una persona che non ha ben chiara nella vita la propria identità, il proprio mestiere, il proprio futuro.
Si può anche usare per indicare l’incompetenza, ma soprattutto la impresentabilità (anche dal punto di vista del modo di vestire), il fatto di essere inappropriati in un dato contesto.
E’ abbastanza offensivo.
Notate che “scappato” è usato come sostantivo, non come participio passato del verbo scappare, nonostante la frase funzioni lo stesso a volte anche se lo usiamo come verbo:
Sei uno scappato di casa!
Sembra uno scappato di casa!
Viene al lavoro vestito come uno scappato di casa
Non vogliamo scappati di casa a dirigere la nostra azienda!
Lionel Messi vincerebbe sicuramente lo scudetto in Italia anche se giocasse in una squadra di scappati di casa!
Non scappate adesso perché c’è il ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Albèric: Non me la sento proprio oggi di fare un ripasso ma mica voglio deludere Gianni non fosse altro che per dargli manforte.
Ulrike: Io non ho la stoffa di creatività. Forte però dell’esempio di Albèric, oso farmi viva con queste 4 espressioni della nostra famosa rubrica dei due minuti.
Anne Marie: Anch’io sono a corto di idee, non sia mai detto però che sia così nullafacente da tirarmi indietro!
Edita: inventarsi un ripasso è diventato obbligatorio? Neanche ne avessimo bisogno come il pane! Ma va!
Peggy: ti sei appena tolta un sassolino della scarpa o sbaglio?
Karin: Si dà il caso che io debba prima recuperare tutte le lezioni per rimettermi al passo. Abbiate pazienza!
Marcelo: Neanch’io voglio che mi sia dato del nullafacente, preferisco pararmi il sedere con questa breve frase piuttosto che fare la figura del menefreghista.

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900 Avere stoffa

Avere stoffa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di stoffa.

Estelle: ti sei forse dato alla sartoria Giovanni?

Giovanni: no, no, Estelle, non mi sono dato alla sartoria, e tantomeno all’alta moda!

Avere stoffa, che è il titolo dell’episodio di oggi, indica la presenza di talento in una persona. Oggi ci occupiamo di questo e di tanto in tanto ascolterete una frase di ripasso degli episodi precedenti.

Questo ragazzo ha la stoffa del campione!

Gianluca ha veramente stoffa!

Un modo informale ma molto diffuso e efficace per indicare la presenza di talento, cioè delle qualità che servono per emergere, per farsi notare o comunque per esprimersi al meglio in un determinato campo.

L’alunna sembra avere stoffa! Non si scoraggi però se prende qualche insufficienza all’inizio. Perché i professori sono molto esigenti.

Quest’ultima è una frase che alcuni professori hanno detto a proposito di mia figlia durante un colloquio scolastico.

Un grande complimento evidentemente.

In campo sportivo, scolastico o comunque ovunque ci sia la possibilità di mettere alla prova le proprie capacità, questa espressione è indicativa delle potenzialità oltre che delle qualità di una persona.

Si parla di qualità più innate che acquisite. Con la stoffa ci si nasce. Si tratta di qualità intellettuali o fisiche, non è importante.

Detto in altro modo, avere stoffa significa avere una spiccata attitudine o una disposizione naturale per una determinata attività.

Adesso ricorderete tutti sicuramente l’espressione “essere portati” a fare qualcosa, ma qui parliamo di capacità notevoli. Ricorderete anche avere una disposizione nel fare qualcosa, ho detto bene?

Quando qualcosa riesce bene senza troppi sforzi in effetti è giusto parlare di disposizione, attitudine e giustamente si dice che una persona è portata a fare questa attività.

Avere stoffa è un’espressione più legata alla competizione e alle potenzialità.

Si dice spesso anche “avere stoffa da vendere”.

Si può usare in più modi il possesso di stoffa:

Ha della stoffa

Ha stoffa

Possiede stoffa

È un ragazzo di stoffa

È bene sapere che non si usa verso sé stessi. Si potrebbe dire ma sarebbe come darsi troppo delle arie e si sarebbe poco credibili.

Irina: vuoi dire che con ogni probabilità si potrebbe pensare che si stia allargando?

Giovanni: esatto Irina!

Verrebbe da dire:

Ma chi è questo sbruffone che crede di avere stoffa?

Si usa molto verso i giovani, le giovani promesse dello sport ad esempio o verso i cosiddetti scrittori “in erba”, quindi giovani, non ancora maturi, ma con qualcosa in più rispetto agli altri.

Al lavoro non è molto adatto. D’altronde nel mondo lavorativo neanche il termine talento si usa granché.

Per finire vi dico anche perché si dice avere stoffa. Immagino sarete curiosi.

Marcelo: esatto! Non mi dirai che sai leggerci nel pensiero!

Maja e Danielle: non è che ci legge nel pensiero, è che ha imparato a conoscerci.

Giovanni: infatti! Se I vestiti sono fatti di stoffa. La stoffa non è un materiale specifico ma qualsiasi tipo di tessuto per abiti sono stoffa.

Ebbene, i vestiti vanno indossati e non sempre sono della giusta misura. Gli abiti inoltre ci rappresentano. Possono dirci qualcosa su noi che li indossiamo: che carattere abbiamo o che mestiere facciamo.

Allora avere stoffa, con un po’ di fantasia, può indicare un vestito che ci calza a pennello, fatto su misura per noi: il vestito del campione, ad esempio.

Hartmut: adesso, dulcis in fundo, ricapitoliamo.

Giovanni: va bene, allora abbiamo parlato della stoffa e dell’espressione avere stoffa. Si usa per indicare la presenza di talento, soprattutto nei giovani promettenti che sembrano più dotati e portati degli altri. Molto usato nello sport e per le qualità intellettuali, è più in generale in tutti gli ambiti in cui c’è competizione, in caso di qualità superiori alla media. È come avere un vestito (fatto di stoffa, come tutti i vestiti) tagliato su misura, dove quel vestito rappresenta una specifica attività.

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50 – La fruibilità – ITALIANO COMMERCIALE

La fruibilità (scarica audio)


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Trascrizione

Oggi, per la rubrica di Italiano Commerciale, ci occupiamo della fruibilità.

Una questione che ha a che fare con i beni e i servizi.

Come sapete sia beni che i servizi possono essere prodotti e venduti da una azienda o dalla pubblica amministrazione.

La fruibilità è maggiormente usata per i servizi ma si può usare anche per i beni materiali.

Allora, un bene o un servizio si dice fruibile quando è pienamente accessibile dal punto di vista del consumo.

Che significa? Potremmo usare anche aggettivi più semplici al posto di fruibile. Può essere utile dare h un’occhiata alla spiegazione del verbo fruire, che fa parte del corso di Italiano Professionale, ma che ne pensate di disponibile, godibile, usufruibile, utilizzabile?

Se ho acquistato un bene o un servizio ma non sono in grado di utilizzarlo, allora non è fruibile. In pratica è inutile che io lo abbia acquistato perché è inservibile, inutilizzabile.

La fruibilità è un termine più specifico, più professionale.

Se ad esempio utilizzo una piattaforma online per vedere le partite di calcio, quando il sito non è disponibile, quando cioè non posso collegarmi e dunque non posso vedere le partite, posso dire che il servizio in questione non è fruibile o che i contenuti della piattaforma non sono fruibili.

Posso usarlo anche in ambito non strettamente commerciale:

Dopo il completamento dei lavori, tornerà fruibile il teatro.

Da quando è caduto un fulmine vicino alla porta d’ingresso, la biblioteca non è più fruibile.

Probabilmente molti di voi avete più familiarità con usufruire.

Il verbo usufruire si usa sicuramente più spesso di fruire. Si parla di disponibilità all’utilizzo, all’uso. È parecchio simile a adoperabile.

Significa valersi di qualcosa a proprio vantaggio, quindi beneficiare, godere di qualcosa. Usufruire però è più generico, infatti si può usufruire non solo di un servizio o un bene, ma anche di un condono, di un’amnistia, di una disposizione di legge, di un privilegio. È più simile al verbo approfittare. C’è una possibilità di cui si può approfittare.

Posso usufruire della tua casa in tua assenza?

Posso usufruire di un diritto.

Di può usufruire delle agevolazioni concesse da una legge.

Riguardo ai beni e servizi, usufruire è più rivolto a chi può utilizzarli per necessità, mentre fruire si usa più specificamente per indicare il fatto che non ci sono ostacoli all’utilizzo di questi servizi quando sono fruibili.

I servizi sono pienamente disponibili, chi vuole può usufruire di questa possibilità senza incontrare difficoltà. I servizi sono assolutamente fruibili.

Anche la disponibilità è abbastanza simile alla fruibilità, ma è più generica e infatti anche una persona può essere disponibile o indisponibile, non solo un bene o un servizio.

Fruibile non si può usare per descrivere una persona.

All’inizio ho accennato anche alla accessibilità. Va bene usare accessibile al posto di fruibile, ma si tratta di una caratteristica che ha tanti altri utilizzi diversi.

Accessibile infatti vuol dire che questa cosa è di facile accesso, facilmente raggiungibile.

Posso dire ad esempio che un locale/luogo è accessibile con sedia a rotelle (quindi è raggiungibile con una sedia a rotelle), ma in senso figurato ha diversi utilizzi, tutti legati alla facilità.

Se un libro è chiaro e facilmente comprensibile, allora è accessibile a tutti.

Se è facile avvicinare una persona per parlarle, per qualunque motivo, posso parlare di una persona facilmente accessibile.

Anche dei prezzi possono essere accessibili, e questo accade quando sono alla portata di tutti, non solo dei più ricchi. Tutti se lo possono permettere.

Riguardo alle preposizioni da usare sono corrette tutte le seguenti frasi:

Bisogna fare in modo che i musei e i teatri non siano appannaggio di pochi, ma che siano fruibili a tutti.

I luoghi della cultura dovrebbero essere fruibili anche per i disabili.

Il cinema deve essere fruibile da tutti, anche parte dei più giovani, senza automobile.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano commerciale.

Il verbo decretare – il linguaggio del calcio (episodio 5)

Il verbo decretare (scarica audio)

Indice episodi

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al mondo del calcio.

Più volte, in questa rubrica, ho usato il verbo decretare.

Il fischio dell’arbitro che decreta l’inizio della partita o la ripresa del gioco.

Abbiamo già detto che è quasi esclusivamente dedicato alle decisioni dell’arbitro.

Dunque è proprio il direttore di gara che ha questo compito: decretare qualcosa.

L’arbitro può decretare l’inizio della partita, la fine della partita, ma può decretare anche un calcio di rigore, una punizione, un calcio d’angolo eccetera.

Somiglia molto a ordinare e stabilire.

Sapete cos’è un decreto?

Decretare viene proprio dal termine decreto, infatti significa stabilire con decreto.

Questa è l’origine. Un decreto è simile a una legge, comunque si tratta di un provvedimento amministrativo o giurisdizionale.

In realtà avrete capito che in modo estensivo, il verbo significa anche stabilire autorevolmente.

Dunque l’arbitro, essendo un’autorità in campo, può decretare, nel senso di prendere decisioni.

Giovanni fu decretato vincitore della gara.

La Roma fu decretata vincitrice della coppa.

A dire il vero però, non solo l’arbitro può essere il soggetto della frase.

Ad esempio:

Il fischio finale decreta la fine della partita.

In questo caso significa che è solo dopo il fischio finale che la partita è terminata. Resta il fatto comunque che è l’arbitro che ha il fischietto in bocca.

Al di fuori del calcio, posso anche dire ad esempio che le elezioni hanno decretato il nuovo presidente del consiglio.

Quando però è una persona a decretare, proprio come un arbitro di una gara, posso usare anche il verbo adottare:

L’arbitro ha adottato una decisione. Posso usare anche il più semplice verbo prendere in questo caso:

L’arbitro ha preso una decisione.

Adottare una decisione è qualcosa di più importante però, rispetto a prendere una decisione.

Adottare una decisione è più vicina sicuramente a mettere in atto per uno scopo, ed anche simile a attuare una decisione.

Ci sono come vedete molti verbi che somigliano a decretare: stabilire, attuare, mettere in atto e adottare, che possono essere usati ogni volta che c’è una autorità (come un arbitro) che prende una decisione.

Anche ordinare è spesso usato con le decisioni autorevoli, e poi c’è come abbiamo visto “prendere una decisione” che è molto più generica.

Nelle stesse occasioni, anche il verbo “dichiarare” può essere appropriato nel linguaggio del calcio:

L’arbitro dichiara la fine della partita

L’arbitro dichiara un calcio di rigore per la Roma

L’arbitro dichiara l’espulsione di un calciatore

Il verbo dichiarare è comunque meno autoritario. Inoltre solo l’arbitro può dichiarare una decisione in campo. Le dichiarazioni però sono ben altre cose rispetto alle decisioni arbitrali. Sappiate comunque che, sebbene meno frequentemente, si usa anche questo verbo in sostituzione al verbo decretare.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al mondo del calcio.

La stanza dei bottoni – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 29)

La stanza dei bottoni (scarica audio)

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Giovanni: Oggi, per la rubrica dedicata alla politica italiana, parliamo della stanza dei bottoni.

E’ necessario aprire una breve parentesi sul termine “bottone“.

Si usa questo termine generalmente per indicare un piccolo oggetto di forma tondeggiante (ma ce ne sono di varie forme), che si usa con le camicie, le giacche, i cappotti e serve per riunire e chiudere due parti di un indumento. I bottoni si allacciano e si slacciano, mentre si usa il verbo abbottonare (o abbottonarsi) per indicare l’atto di chiudere (o congiungere) le due parti delle camicie o delle giacche usando i bottoni che vanno infilati negli appositi occhielli.

Abbottona/abbottonati la giacca ché fa freddo!

Prima si mette la cravatta e poi si abbottona la camicia.

Per l’operazione inversa invece si usa il verbo sbottonare e sbottonarsi. é interessante che sia abbottonarsi che sbottonarsi, quindi i verbi riflessivi, hanno anche un uso figurato.

Infatti abbottonarsi si usa anche per indicare una “chiusura” di altro tipo, e quindi non indica solamente l’azione di abbottonare i bottoni della propria giacca o camicia, ma anche, in senso figurato, nel senso di chiudersi in un cauto riserbo. Una persona “abbottonata” è una persona che non sembra affatto disponibile a parlare, a condividere informazioni. Quindi significa chiudersi nel silenzio per riserbo o per cautela.

Di contro, sbottonarsi significa anche iniziare a parlare, schiudersi, quindi aprirsi al dialogo, specie dopo una iniziale chiusura. Si usa spesso con la negazione:

Non ti sbottonare

Giovanni non si sbottona mai

Il presidente non si sbottona sulla possibile trasformazione della società

Maria è una persona prudente, una che non si sbottona facilmente neanche con gli amici.

Ci sono espressioni come “attaccare bottone“, un’espressione di cui ci siamo già occupati, che ha a che fare con l’approccio. Quando si cerca di avvicinare qualcuno per per parlargli, per tentare un approccio, si usa spesso l’espressione “attaccare bottone”. Simile anche a abbordare. Poi esiste anche “attaccare un bottone“, che più informalmente diventa “attaccare il pippone“, che abbiamo spiegato nello stesso episodio di attaccare bottone. Il senso è quello di infastidire, molestare qualcuno con dei lunghi e noiosi discorsi.

Non finisce qui perché esiste anche la cosiddetta “stanza dei bottoni“, espressione con cui si indica, in modo figurato il luogo in cui si prendono le decisioni. I bottoni sarebbe un modo alternativo per indicare i pulsanti. A dire il vero però un pulsante non viene praticamente mai chiamato bottone, al di fuori di questa espressione. La forma di un bottone comunque può essere abbastanza simile a quella di un pulsante. Più in generale infatti qualsiasi oggetto di forma tondeggiante che assomigli a un bottone, possiamo chiamarlo così, anche se ha usi diversi. In tal caso parliamo di un pulsante, quindi di un organo di comando che si può premere con un dito.

Dunque la stanza in cui si premono i pulsanti è il luogo in cui si prendono le decisioni. Ci si riferisce in particolare alle decisioni politiche e economiche, quindi si sta parlando del potere decisionale.

Nel linguaggio della politica si usa abbastanza spesso perché esprime in modo sintetico la capacità di poter influenzare le decisioni più importanti. Ovviamente quando si prende una decisione importante non si preme alcun pulsante, ma questa è ovviamente un’immagine figurata.

Vediamo qualche frase di esempio di attualità:

Il mondo ha un urgente bisogno di ridurre l’impatto ambientale dell’uomo, ma purtroppo nella stanza dei bottoni del mondo ci sono altre priorità.

Occorre riuscire a colmare la distanza tra il sud e il nord dell’Italia, a prescindere da chi si trovi nella stanza dei bottoni.

Una parte dello schieramento governativo si sta lamentando del fatto che nella stanza dei bottoni comandino solamente il presidente del Consiglio e il ministro dell’economia.

Parliamo sempre del luogo di “esercizio del potere“. Il luogo in cui si esercita il potere è appunto la stanza dei bottoni.

Voglio, in chiusura di questo episodio, parlarvi di questo interessante uso del verbo esercitare.

L’uso prevalente di esercitare è quello di tenere in attività, cioè tenere in esercizio, in allenamento.

Esercitare la memoria
Esercitarsi facendo esercizi ginnici
ecc.
Esercitare significa però anche adoperare un potere, far valere un proprio potere in virtù di una investitura. Questo significa che, ad esempio, poiché un personaggio politico ricopre una certa carica pubblica, allora ha determinate facoltà, ha determinati poteri che può decidere di utilizzare o meno.
Se lo fa, allora esercita il suo potere, quindi lo utilizza, lo fa valere.
C’è anche chi approfitta di questo potere e va oltre ciò che è consentito. In questo caso si parla di “abuso di potere“. Ma di questo ne parliamo nel prossimo episodio.
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Le domande e le risposte su questo episodio sono disponibili ai soli membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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899 I mezzucci

I mezzucci (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vi parlo di un espediente meschino, di un ripiego immorale di scarsa efficacia.

Con questa breve introduzione ho già citato due episodi di questa rubrica.

Ricorderete sicuramente l’episodio dedicato alla soluzione di ripiego. Ricorderete allora che un ripiego è una soluzione di emergenza, un rimedio inadeguato. Potremmo anche chiamarlo un mezzo inadeguato.

Rucordete anche l’episodio dedicato al termine espediente. Abbiamo detto che l’espediente somiglia spesso a una soluzione poco ortodossa ad un problema.

Ebbene, un espediente è già di per sé un ripiego, dunque qualcosa di non molto adatto, spesso inadeguato, e se questo espediente è anche meschino, allora le cose peggiorano ancora!

Infatti meschino è un aggettivo bruttissimo, perché è spesso usato per descrivere persone o comportamenti che denotano una certa povertà sul piano morale. Le cose poco dignitose possono essere descritte come meschine.

Prima si parlava di problemi e di soluzioni e allora, quando, nel tentativo di trovare una soluzione ricorriamo a una soluzione non solo poco ortodossa, ma anche meschina, possiamo dire che il mezzo usato è un mezzuccio.

Un termine che si si usa più spesso al plurale: i mezzucci.

I mezzucci sono dunque delle modalità moralmente riprovevoli per cercare di ottenere un risultato.

Il termine si usa soprattutto nel giudicare negativamente il comportamento di una persona che fa qualcosa di immorale, di poco dignitoso.

Vediamo qualche esempio:

Una uomo d’affari che guadagna milioni di euro all’anno, se nasconde dei soldi al fisco o se comunque cerca di pagare meno tasse, si potrebbe dire:

Ma perché usare questi mezzucci? È un uomo molto ricco e potrebbe tranquillamente pagare le tasse dovute.

Un secondo esempio:

Il direttore di un’azienda vuole licenziare un lavoratore, ma non sa come fare, allora lascia del denaro sulla scrivania per vedere se lui lo prenderà.

Il lavoratore però capisce tutto e pensa:

Non si dovrebbero usare questi mezzucci per mandare avanti un’azienda!

Terzo ed ultimo esempio:

Una squadra sta vincendo una partita di calcio e alcuni calciatori di questa squadra perdono tempo in tutti i modi possibili, fanno sceneggiate davanti all’arbitro ogni volta che un avversario li sfiora appena. Ogni volta sembra che stiano per morire dal dolore!

Dunque questa squadra sta mettendo in atto tutti i mezzucci possibili per mantenere il vantaggio a tutti i costi e portare a casa la vittoria.

Notate che solitamente non si tratta solamente di rimedi poco efficaci. In genere non basta questo. Occorre che ci sia un giudizio morale negativo.

Per dirla in parole povere, sono cose che non si fanno! Non si fanno per rispetto degli avversari (nel caso dei calciatori), per questioni di correttezza (nel caso del direttore che vuole licenziare il lavoratore), per onestà (nel caso del ricco uomo d’affari che vuole pagare meno tasse) e per tutte le questioni morali in generale.

Si usa spesso il verbo “ricorrere” quando si parla di mezzucci, perché il verbo ricorrere ha, tra gli altri, anche il senso di fare ricorso a qualcosa per ottenere uno scopo.

Ricorrere a qualcosa per ottenere un risultato.

Si può ricorrere a un mezzo, ad una soluzione, a un rimedio e quindi anche a un mezzuccio.

Finiamo con la pronuncia: la z di mezzuccio è una zeta dolce (o sonora) proprio come quella di “mezzo”, ma anche di zanzara, Zagabria, razzo, e belzebù, mentre vi ricordo che esiste anche la z aspra o sorda, che è quella di pazzo, mazzo, pezzo, pazzia, alzare, sfilza, calza, innalzare, calzolaio, eccezioni eccetera.

Se volete c’è un episodio eccezionale (z aspra) sulla pronuncia della zeta che ho realizzato con i miei figli e qualche membro di Italiano semplicemente.

Per adesso abbiamo finito, ma non dimentichiamo che occorre ripassare anche altri episodi passati.

Marcelo: Cari amici, sono contentissimo, perché la prossima settimana verranno finalmente i tecnici per cambiare la nostra piastra da cucina e il nostro frigo. Quando ho ricevuto la notizia lì per lìquasi non sapevo come reagire.

Edita: poverini! Mi ricordo anche che il frigo è arrivato due mesi fa, ma era del tipo sbagliato (senza la parte freezer desiderata da Marcelo). Quando Marcelo ha chiesto una spiegazione, per tutta rispostaqualche tizio ha detto: che vuole che le dica?

Ulrike: Ma, no! Mi sembra davvero il colmo!

Marcelo: Purtroppo, è proprio successo così. È stata una frustrazione enorme, ma non c’era niente da fare. L’abbiamo riordinato seduta stante e abbiamo dovuto riaspettarlo…
È solamente l’inizio di un progetto più ampio per cambiare la nostra cucina (vogliamo anche cambiare qualche anta), ma sono contenta/o che finalmente possiamo andare avanti.

Anthony: È da sperare però che i tecnici non compiano qualche altra leggerezza. Non è che voglio fare il negativo, ma siete stati delusi più di una volta.

Marcelo: speriamo di no! Mi sono sfogato più di una volta con voi nel passato. Ne avevo proprio bisogno per sopportare l’attesa lunghissima… Ma adesso mi godrò il risultato ancora di più; questo è il rovescio della medaglia! Vi terrò aggiornati.

Giovanni: allora abbiamo parlato dei mezzucci, un termine informale per indicare un mezzo immorale per ottenere un risultato. Spesso questo mezzo è anche inefficace ma questo non basta: occorre l’immoralità per parlare di mezzucci. Un mezzuccio potremmo definirlo come un espediente meschino perché anche la meschinità è legata all’immoralità.

Mezzuccio si pronuncia con la z dolce.

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Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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