IL ROVESCIO DELLA MEDAGLIA – 2 minuti con Italiano semplicemente (n. 25)

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Trascrizione

Ogni medaglia ha il suo rovescio.

Sapete che una medaglia è simile ad una moneta, ma la medaglia è un premio, serve a riconoscere il valore di qualcuno, come un atleta sportivo che vince la medaglia d’oro, la medaglia d’argento o quella di bronzo se arriva primo secondo o terzo.

Le medaglie, come le monete, hanno due facce, una sotto ed una sopra.

Si chiamano facce perché spesso sulle monete e sulle medaglie c’è sopra l’immagine del re, o di qualcuno di molto importante, e la sua faccia era su una delle due parti.

Ogni faccia di una medaglia è il rovescio dell’altra, cioè sta dall’altra parte, dalla parte opposta. Basta rovesciare, cioè girare, voltare una medaglia per vederne il rovescio.

Ma il rovescio della medaglia è anche un’immagine figurata che si usa per lindicare l’altro aspetto di una situazione, il suo lato opposto.

Se parlo di una cosa bella, positiva, il rovescio della medaglia è una cosa brutta, negativa. Se invece sto parlando di un aspetto negativo, il rovescio della medaglia deve essere positivo.

Qualche esempio?

Invecchiando si diventa più saggi ed esperti. Il rovescio della medaglia purtroppo è la nostra salute e forma fisica che peggiorano con l’avanzare dell’età.

Una virus potrebbe uccidere la metà della popolazione mondiale. Ma per la salute del mondo e l’ambiente questa sarebbe una bella notizia. Questo è il rovescio della medaglia.

Anthony: Una politica economica restrittiva fa dimagrire, ma puoi rimettere i pantaloni del 1990

Bogusia: Ingrassare e il rovescio della medaglia del piacere di gustare un buon pasticcio.

Il diritto allo studio in Italia (ripasso primi 36 verbi professionali)

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Descrizione

Questo episodio è un ripasso dei primi 36 verbi del corso di ITALIANO PROFESSIONALE.

I verbi da usare al lavoro

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi parliamo del diritto allo studio in Italia e in questo episodio saranno utilizzati i primi 36 verbi che fanno parte del corso di Italiano Professionale.

Comunque ho dimenticato di qualificarmi: sono Giovanni, italianosemplicemente.com, vi scrivo e vi parlo da Roma.

Oggi ci occupiamo del diritto allo studio dunque. Strana parola il “diritto” parlando dello studio. Gli studenti italiani lo vedono piuttosto come un dovere! Ma iniziamo dal principio.

Dopo l’unità d’Italia, ed in particolare dal 1932 sono iniziate le attività di supporto economico (cioè aiuto economico) verso gli studenti in Italia.

Aiutare gli italiani a studiare, quindi sostenerli economicamente per garantire loro il diritto di studiare, anche se non hanno abbastanza denaro: questo è l’obiettivo fondamentale del “diritto allo studio”: rendere il diritto indipendente dalle condizioni economiche e sociali del singolo.

Tutto iniziò con la nascita della Repubblica Italiana e con l’entrata in vigore della Costituzione, che detta così le regole generali, i principi del diritto allo studio, esattamente negli articoli 33 e 34, che parlano di “scuola aperta a tutti” e di istruzione inferiore gratuita da impartirsi per almeno otto anni.

L’obbligo di frequenza e la gratuità, non riguardano invece l’istruzione superiore e quella di livello universitario.

A quei tempi si decise che l’istruzione era da considerare un servizio pubblico necessario da erogare, per poter assicurare il pieno sviluppo intellettivo della persona anche rispetto alla condizione di partenza, potenzialmente sfavorevole, di qualcuno con insufficienti risorse finanziarie.

La Costituzione Italiana, all’art. 3 , recita infatti, tra l’altro, che:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Nel periodo successivo all’obbligo scolastico e anche dopo quello universitario, il cittadino ha la libertà di intraprendere studi a suo piacimento, e lo Stato deve garantirgli parità di accesso, attraverso l’erogazione di borse di studio che possono riscuotere coloro che si dimostrano capaci e meritevoli ma privi di mezzi economici.

C’è sempre la possibilità per gli studenti più facoltosi di spacciarsi per indigenti, ma i controlli sono molto accurati e difficilmente si riesce a farla franca: pena multe molto Salate. Conviene dichiarare il vero, suffragando le proprie dichiarazioni con documenti credibili; scusate se insisto. Benché siano praticabili alcune scappatoie (diciamo furbate) che permettono di risparmiare. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

La normativa comunque cerca sempre di prevenire e impedire che questo accada. Altrimenti poi nascono problemi di giustizia sociale ed anche possibili conflitti sociali che occorre dirimere. Meglio prevenire dunque.

Compito prioritario della Repubblica è occuparsi di istituire scuole statali per tutti gli ordini ed i gradi che possano garantire questo diritto.

Il diritto di accedere e di usufruire delle prestazioni, che l’organizzazione scolastica è chiamata a fornire, parte dagli asili nido e si estende sino alle università.

Lo Stato deve però garantire agli enti di istruzione non statali la piena libertà di istituire scuole ed istituti di educazione, senza però oneri per lo Stato. Ad ogni modo, ai loro alunni deve essere garantito un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.

Questo senza però oneri per lo Stato, come è declinato dalla normativa. È bene chiarirlo. Ciò non vuol dire che lo Stato non possa intervenire a favore degli istituti privati; ma che nessun istituto privato potrà esigere di avere aiuti da parte dello Stato.

Questo è quanto prevede la Costituzione italiana, ma successivamente sono seguite una serie di leggi e decreti che resero effettiva l’applicazione dei principi dettati dalla Costituzione.

Si è trattato quindi di adempiere agli obblighi derivanti da tali principi attraverso delle leggi.

Riguardo all’istruzione superiore ed universitaria, come agevolazioni si parla di borse di studio, di alloggi per studenti, mense, sussidi straordinari, ma anche orientamento alla formazione, prestiti agevolati, aule di studio, spazi culturali e ricreativi o anche sportivi a disposizione degli studenti (cioè di cui gli studenti possono disporre), il tutto erogato da particolari enti per garantire il diritto allo studio.

Tali enti competono alle Regioni italiane. Sono di loro competenza.

Normalmente gli studenti che intendono avvalersi di queste e di altre prestazioni sociali agevolate, dovranno fare una dichiarazione dei redditi, con la quale si assumono le responsabilità delle loro dichiarazioni. Naturalmente è compito degli stessi studenti adoperarsi al fine di presentare queste dichiarazioni nei tempi consentiti.

Spesso anche le università comunque erogano questi servizi.

Frequentare l’università comporta il pagamento di una tassa, ma sono previste esenzioni totali o parziali delle tasse universitarie per chi ha bisogno. Persino istituzioni religiose o private possono erogare servizi di questo tipo.

Anche il governo italiano può erogare borse di studio universitarie e fare finanziamenti per l’edilizia universitaria. Vengono, a questo fine, stanziate risorse ad hoc dal governo italiano.

Esiste infatti un “fondo per il diritto allo studio”, che è erogato dal Ministero dell’Università e della Ricerca alle Regioni, le quali possono anche aumentare tale disponibilità economica attraverso dei fondi regionali.

Ad esempio è possibile erogare contributi da liquidare agli studenti più bisognosi per l’acquisto di libri scolatici.

Nelle università italiane (anche dette “atenei”), per poter garantire il diritto allo studio, lo Stato prevede una quota massima di iscrizione, una soglia che non si può superare riguardo alle tasse di iscrizione.

Queste tasse variano a seconda del reddito, quindi a seconda della ricchezza delle famiglie, e i più ricchi pagano poco più di € 2000. Non è tantissimo in fondo e lo Stato non si arricchisce, non sbanca di certo con i soldi delle iscrizioni all’università.

Di sicuro non c’è bisogno di contrarre un mutuo per iscriversi all’università. Chi non è d’accordo con me significa che evade le tasse. Non sei d’accordo? Sei un evasore!

Adesso sono persino querelabile. Qualcuno potrebbe farmi una querela. Ma io non ho fatto nomi, quindi nessuno può querelarmi. Poi insomma non è obbligatorio fare l’università. I più ricchi possono anche vagliare l’ipotesi di vivere di rendita senza lavorare. Ma anche pagare duemila euro non cagionerà alle persone più ricche grossi danni. È giusto che la quota di iscrizione sia commisurata con la propria ricchezza. Non è vero? Molti non sono d’accordo però con questa mia affermazione. Pazienza.

Tali pagamenti vanno eseguiti ovviamente entro un certo periodo di tempo, almeno prima che l’anno accademico volga al termine.

Per le fasce meno agiate ci sono esenzioni e riduzioni. Ma per dimostrare di essere poveri bisogna suffragare l’iscrizione con una dichiarazione dei redditi, per dimostrare la propria indigenza. Altrimenti la richiesta di esenzione sarà cassata.

Non tutti i corsi di laurea sono uguali però all’università.

Ci sono dei corsi a numero chiuso e altri a numero aperto. Se il numero è chiuso, questo implica che l’iscrizione a tali corsi è subordinata al superamento di un esame di ammissione, che può essere articolato in prove scritte e/o orali, ma anche della carriera pregressa, cioè degli studi e delle valutazioni conseguite negli anni precedenti all’università.

Il voto complessivo a questi esami può quindi tener conto dell’esito dell’esame di maturità o di qualche altra laurea precedentemente conseguita.

Inoltre i singoli atenei possono stabilire dei requisiti per l’accesso ad un determinato corso, come un punteggio minimo del voto di maturità.

Perché questo? Semplice, per avere corsi di laurea di maggiore qualità perché frequentate da meno studenti e perché gli studenti saranno dei lavoratori in futuro, e potrebbe non esserci abbastanza posti di lavoro rispetto al numero degli studenti.
Si tratta quindi di garantire a tutti la possibilità di avere un lavoro e un reddito abbastanza adeguato. Troppa offerta di lavoro fa infatti abbassare la remunerazione. Logico no? Non c’è bisogno di commissionare un’indagine ad hoc per arrivare a questa conclusione.

Per quanto riguarda il diritto allo studio dei lavoratori, qualche anno fa presso molti comuni italiani esistevano corsi serali di istruzione predisposti proprio per la tipica figura dello studente-lavoratore.

Poi è stato introdotto il cosiddetto “statuto dei lavoratori”, una legge del 1970, che introdusse il diritto per tali persone, a poter studiare e lavorare nello stesso tempo. Questo ha significato l’introduzione di una flessibilità nell’orario di lavoro, in mdo tale che queste persone potevano frequentare corsi scolastici, o anche il diritto a permessi per il giorno dell’esame, o l’esonero dal lavoro straordinario.

Questi permessi erano fruibili anche per corsi non strettamente legati all’attività lavorativa, come il conseguimento di un diploma o di una laurea. Tale legge prevedeva 150 ore all’anno di permessi retribuiti. Questo diritto a fruire di 150 ore, inizialmente previsto solo per il settore privato, venne esteso nel 1988 al pubblico impiego.

Come si determina il contingente dei beneficiari di questo diritto?

In ogni provincia il personale avente diritto alla fruizione dei permessi studio non può superare complessivamente (tra tutti coloro che presentano la domanda) il 3% del personale in servizio all’inizio dell’anno scolastico e l’arrotondamento è previsto all’unità superiore. Quindi il 3,1 per cento diventa il 4%.

Dal 2000 poi è possibile usufruire dei “congedi per la formazione”. Quindi non solo delle ore di permessi retribuiti regolarmente, ma anche la possibilità di un periodo formativo non retribuito, durante il quale il lavoratore può assentarsi dal posto di lavoro, non ricevendo retribuzione e conservando però il posto di lavoro.

Riguardo alle persone con handicap, possiamo certamente dire che per queste persone resta ancora disatteso in Italia il diritto allo studio per gli alunni e studenti che hanno disabilità. Fortunatamente ci sono anche molte associazioni che promuovono tale diritto in modo che sia effettivamente fruibile da tutti, e non solo per alcuni studenti.

Tutti hanno bisogno di investire sul proprio futuro.

La giustizia e l’onestà qualificano una società democratica.

24 – NON VEDO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Emanuele: PAPÀ, vai più veloce con questa macchina! andiamo! Non cincischiare!

Giovanni: Non vedo come possa riuscirci, con questo traffico.

Non vedo come possa riuscirci.

Se io “non vedo” qualcosa non sempre significa che i miei occhi non funzionano o che ho dei difetti alla vista.

In quel caso avrei detto “non ci vedo“, nella maggioranza dei casi. Se invece dico “non vedo” , spesso quello che non c’è non è la vista ma è una soluzione ad un problema.

Se tolgo la negazione invece significa che si cercherà una soluzione. Si usa anche “vedere di” in questo caso.

Tu vedi soluzioni a questo traffico?

Io no. Io non vedo alcuna soluzione. Ma adesso vediamo di farci venire qualche idea ok?

Quindi “non vedo” è come dire: non riesco a trovare soluzioni, oppure non ho nessuna idea di come fare.

Non vedo come”: Spesso “come” segue subito dopo. Infatti “come” si usa, tra le altre cose, sempre quando si devono risolvere problemi. Come facciamo? Come si può fare? Mi spieghi come hai fatto?

Emanuele: Allora papà, come facciamo? Non vedo proprio come uscire da questo traffico.

Giovanni: Ok, ok, però adesso vedi di fare un po’ di silenzio ok?

Emanuele: OK ok, vedrò di riuscirci altrimenti questi due minuti non finiranno mai.

Giovanni: ok, vedi come puoi fare.

Emanuele: papà, è finito il tempo! Abbiamo sforato un’altra volta!

23 – SFORARE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Ogni tanto mi capita di sforare un po’ quando registro i due minuti con italiano semplicemente.

Sforare è il tipico verbo che si usa in questi casi.

Andare oltre col tempo, esagerare col tempo, impiegare una quantità di tempo maggiore rispetto a quanto programmato. Questo è sforare. Si usa non solamente col tempo ma quasi sempre è così.

In generale quando vado oltre rispetto a quanto deciso (tempo, soldi, spazio ecc).

Nelle trasmissioni televisive si usa spesso quando un programma invade il tempo che spetterebbe alla trasmissione successiva.

Se facciamo un compito in classe e prevediamo due ore per la consegna del compito, può capitare che qualche studente sfori di qualche minuto che il professore gli concede.

Lo studente poi potrebbe sforare anche nella scrittura. Se avesse dovuto scrivere due fogli e invece ne scrive qualcuno in più possiamo dire ugualmente che ha sforato.

Niente a che fare con le forature e con i fori e con forare, senza la esse iniziale, che significa bucare una gomma nell’automobile e neanche con sfiorare cioè toccare leggermente. Forare, sfiorare e sforare non hanno niente in comune tra loro.

Quindi io sforo, cioè vado oltre rispetto al tempo consentito.

Tu sfori (mi raccomando, o aperta) cioè tu vai oltre coi tempi. Andare oltre con i tempi. Si dice anche così.

Lui sfora, cioè lui esagera rispetto al tempo che aveva a disposizione.

Lei sfora, cioè lei oltrepassa i limiti previsti.

Noi sforiamo (o chiusa), cioè noi prulunghiamo troppo la nostra attività.

Voi sforare, quindi voi vi protraete oltre il tempo stabilito.

Loro sforano, cioè si sono protratti un po’ troppo.

Lo sapevo. Ho sforato anche oggi!

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22 – NON MI TORNA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Cos’è che non ti torna? C’è qualcosa che non ti torna?

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Come rispondere a questa domanda che potrebbe farti chiunque?

Uno strano modo per usare il verbo tornare vero?

Per tornare bisogna prima andare? Oppure bisogna già essere andati per poter tornare?

Il verbo tornare però, stavolta non lo usiamo nel solito modo, cioè andare per una seconda volta oppure, come anche ritornare, come viaggio di ritorno. Infatti c’è davanti un pronome personale mi, ti, gli, le, ci e vi.

Nella frase “mi torna“, ti torna, non mi torna, non ti torna eccetera, non ha questi due significati che sono i più diffusi.

Quando “non ti torna” qualcosa (riferito ad una persona qualsiasi: mi torna, ti torna, gli torna eccetera), ed usando il pronome personale davanti, la frase può avere quattro significati diversi.

Ad esempio, riferito a me, posso dire:

(Qualcosa) non mi torna

Non (mi) tornano i conti

Questo episodio mi torna molto utile

Mi torna in mente

In questi quattro esempi vediamo che se qualcosa mi torna (o non mi torna), nel primo caso questo qualcosa ha una logica e si capisce facilmente (oppure non ce l’ha e non si capisce), nel secondo caso la logica si riferisce ai numeri ed ai conteggi, nel terzo caso si sta solamente usando tornare al posto di essere. Nel quarto caso si parla di memoria e di pensieri.

Vediamo alcuni esempi del primo tipo. Iniziamo dal primo caso, quando si parla di logica e di ragionamento.

La mia ragazza mi ha lasciato dicendo che mi ama ancora… qualcosa non mi torna!

Quindi non è normale no? È illogico. Qualcosa non va, personalmente non mi torna qualcosa. Come è possibile? Non è da lei, non è conforme al suo carattere. Mi ama ma mi lascia? Non mi torna. C’è un non so che di insolito e sospetto in questo comportamento.

Vediamo un esempio del secondo tipo, quando si parla di operazioni e conteggi, quindi numeri:

Questo mese il mio stipendio è stato stranamente più basso del mese scorso. Ma ho lavorato lo stesso numero di ore. Non mi torna. Non capisco.

In questo caso, molto simile al precedente, si parla sempre di logica ma legata ai numeri. Non mi spiego il motivo di questo. Come mai non mi torna? Deve esserci qualcosa che non mi spiego. C’è qualcosa che non mi torna.

Ho acquistato un gelato da 1 euro e un panino da 2 euro ma ho pagato in tutto 5 euro. I conti non (mi) tornano.

In questo caso è ancora più chiaro: la somma non è esatta. I conti non (mi) tornano. Si dice così. Anche in questo caso deve esserci qualcosa che mi sfugge, qualcosa che non ho calcolato.

Vediamo esempi del terzo tipo, dove tornare si usa al posto di essere:

Grazie per avermi dato il vocabolario di italiano, mi tornerà molto utile,

L’aereo alle ore 12 mi torna molto comodo. Posso fare tutto con calma, magari anche cincischiando un po’ la mattina.

Infine il quarto tipo:

Mi torna in mente quando ero bambino

Ti torna in mente il colore dei suoi occhi

In questi caso è il modo normale di usare tornare, uno dei due modi, quando qualcosa accade nuovamente, anche se in modo figurato.

In tutti e quattro i casi, tornare si usa sempre con un pronome personale davanti: con mi, ti, gli e le (femminile) eccetera. Questo è stato l’oggetto del breve episodio di oggi.

Attenzione perché a volte è solo il contesto che aiuta a capire il significato della frase. Es.

Ti sono tornate le mestruazioni? (le mestruazioni sono una cosa personale: sono le tue in questo caso)

Mi sono tornati i parenti dalla vacanza (anche i parenti sono personali: sono i miei in questo caso).

21 – UN CERTO NON SO CHE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Hai presente quella sensazione strana quando non sai esattamente la parola da usare per descrivere una sensazione?

Non parlo però della difficoltà dovuta alla lingua che non conoscete, ma proprio quando non sapete descrivere qualcosa perché vi sfugge, perché è qualcosa di indefinibile.

Vi faccio un esempio. Vedete una ragazza che vi piace ma non sapete perché vi piace. Allora in italiano potete dire così:

Quella ragazza ha un non so che

Quella ragazza ha un non so che di affascinante

Vedi quella ragazza? Ha un “non so che” che mi fa impazzire!

Quella ragazza possiede un certo non so che di molto affascinante.

Quando la vedo sento un non so che, che mi sale addosso, un’emozione strana.

Un “non so che” è quindi come dire: qualcosa che non riesco a definire, qualcosa di indefinibile, qualcosa di non del tutto chiaro. Insomma: non so cos’è!

Si tratta sempre di una sensazione non normale, strana ma singolare: la sento, riesco a percepirla come particolare, singolare, unica, ma se devo spiegarla non so proprio quali termini usare. Spesso si aggiunge “certa” o “certo” prima, per aggiungere incertezza, indefinitezza: un certo non so che.

Come quando si dice “conosco un certo Giovanni” per dire che in realtà non conosco questo Giovanni. So solamente il suo nome.

Lo stesso avviene con “un certo non so che“. Come a dire: un qualcosa, una sensazione di cui non posso dire nulla.

Cosa mi piace di quella ragazza?

È una ragazza bella? Può darsi, ma ce ne sono tante belle, non è quello che mi attira. Non solo almeno.

Una ragazza misteriosa? Può essere, ma forse è qualcos’altro.

Somiglia a qualcuno? Forse si, ma in questo caso qualcuno che non ricordo.

Insomma ha un non so che di misterioso, un non so che di affascinante! È irresistibilmente affascinante! Forse è il suo fare, ha un fare che mi attira molto.

Ma cos’è?

Sì dà il caso che io non riesca a capirlo. Ci sono però emozioni che quando la vedo non riesco a tenere a bada.

Potete dire “un non so che di…” facendo seguire una caratteristica genetica (di strano, di bello, di misterioso, di affascinante ecc) oppure “un non so che” che mi piace, che mi attira, che mi piacerebbe sapere, eccetera.

Si può usare con tutte le sensazioni indefinite, positive e negative. Ma non è obbligatorio usarla. Potete anche dire: c’è qualcosa di indefinito, c’è qualcosa che non riesco a identificare, c’è qualcosa che mi sfugge, qualcosa di indecifrabile.

UNA RISPOSTA SIBILLINA – 2 minuti con Italiano semplicemente (n. 20)

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Trascrizione

Quando si fa una domanda, ci si aspetta che la risposta sia chiara, giusto? Ma a volte la risposta può non essere chiara.

In particolare, la riposta può essere sibillina. Uno strano aggettivo!

Cosa significa? Significa ambigua, che si presta ad essere interpretata in modo diverso.

Si tratta di risposte dubbie, enigmatiche, che à volte nascondono delle insidie Attenti perché ci sono alcune risposte che potrebbero avere un contenuto sibillino.

Qualcuno potrebbe capire una cosa e qualcun altro un’altra cosa. Altri potrebbero dire che non c’è nulla di sibillino nella risposta.

Ma anche un sorriso può essere sibillino, un atteggiamento, una frase qualsiasi o un intero discorso potrebbe essere sibillino.

In pratica quando qualcosa è sibillino, non è del tutto chiaro, non è del tutto evidente il senso. E’ quasi sempre volontario: non si vuole essere chiari ma, come di dice in questi casi, “chi ha orecchie per intendere intenda“.

Una mente ingenua potrebbe non cogliere il vero senso di una frase sibillina, ma a chi riesce a leggere tra le righe non sfugge il significato di una frase sibillina. Poi, chi è particolarmente mallizioso potrebbe giudicare una frase sibillina quando invece non lo è. O forse sì?

Volete qualche esempio di frase sibillina?

Giovanni, sai che questi episodi di due minuti spesso sono un po’ più lunghi?

Giovanni: certo, lo faccio apposta, così imparate di più. A questa tua domanda retorica rispondo sibillinamente. Contento?

Guardarsi da

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Trascrizione

Ciao a tutti da Giovanni, italianosemplicemente.com.

Oggi voglio parlarvi dell’espressione “guardarsi da”, molto usata nel linguaggio di tutti i giorni da tutti gli italiani. È interessante però aprire una parentesi sul verbo guardare.

Conoscete tutti il verbo guardare che significa utilizzare gli occhi. È simile a vedere. Per guardare occorre usare i nostri occhi, ma guardare non sempre implica il vedere. Non è chiaro?

Dove stanno le scarpe? Ho guardato nella scarpiera ma non le ho viste, eppure erano lì.

Per guardare è sufficiente dirigere lo sguardo in un punto, senza necessariamente essere consapevoli di ciò che si guarda. Quello è vedere.

Il verbo guardare è anche simile ad osservare.

Ci sono molti verbi simili a guardare, a dire il vero, dipende dal modo in cui guardiamo qualcosa, dal modo in cui usiamo i nostri occhi.

Osservare ad esempio indica il guardare con attenzione, esaminare, scrutare. Anche per osservare ci vogliono gli occhi. Ne abbiamo bisogno quasi sempre. A meno che non sto osservando il tuo comportamento, oppure se osservo una regola, cioè se la rispetto.

Esaminare poi si usa per fare oggetto di esame, considerare attentamente, analizzare. Per esaminare non sempre si usano gli occhi. Anche un non vedente può esaminare qualcosa. L’obiettivo è verificare se questo qualcosa supera una prova, un esame, appunto. Dicevo di scrutare,

Scrutare significa indagare, esaminare a fondo una cosa, quindi ancora una volta con attenzione, per cogliere aspetti difficilmente osservabili. Quindi devo sforzarmi un po’ per scrutare, se sto guardando qualcosa. Ma non sempre guardo.

Quando guardo, se scruto devo aguzzare la vista (o lo sguardo) a meno che non sto scrutando le profondità del cuore, o l’animo umano o i misteri dell’oceano, o quelli della fede.

Si tratta di una ricerca molto attenta, finalizzata a vedere, ma anche a trovare, identificare qualcosa di non semplice.

Poi c’è sbirciare, molto simile a scrutare, ma molto più legato alla vista.

Sbirciare è guardare con la coda dell’occhio. Si dice anche così per non farsi vedere, per osservare senza farsi notare, stando attento a non essere visto. Come si fa a sbirciare? Posso sbirciare una ragazza guardandola di nascosto, magari la guardo dal buco della serratura di una porta. Oppure uno studente, durante un compito, può sbirciare il compito del vicino di banco per copiarlo. Per sbirciare possiamo anche dare una veloce occhiata, di sfuggita.

Ehi, non sbirciare!

Dai, solo uno sguardo di sfuggita, ti prego!

Si dice anche così: guardare di sfuggita.

Poi c’è anche spiare, cioè guardare di nascosto per curiosità o interesse.

Guardare diventa guardarsi nella forma riflessiva. Attenti però. Per guardarsi occorre essere in due? Volendo si.

Due innamorati possono guardarsi negli occhi. In questo caso una persona guarda l’altra negli occhi: si guardano.

Ma volendo anche da solo posso guardarmi. Ad esempi guardarsi allo specchio la mattina per lavarsi i denti.

Attenzione adesso: guardarsi da qualcuno cosa significa?

E guardarsi da qualcosa?

Quando c’è la preposizione “da”, il senso è quello di difendersi, stare attento a un pericolo, assicurarsi che tutto vada bene. Si può dire anche “stare in guardia da” con lo stesso significato. Ad esempio:

Io mi devo guardare da Franco

Questo vuol dire che devo stare attento a Franco, perché potrebbe essere un pericolo per me.

Guardati dall’ascoltare I consigli di Giuseppe.

Sto dicendo che i consigli di Giuseppe potrebbero essere pericolosi quindi sono una cosa da cui guardarsi.

Spesso, per rafforzare, si usa anche aggiungere “bene” :

Giuseppe si deve guardare bene (o deve guardarsi bene) dal credere alle parole di Lucia.

Quindi guardarsi o guardarsi bene da qualcuno o qualcosa indica lo stare lontano o almeno stare attento a qualcosa.

A volte posso anche togliere la preposizione “da” ma deve essere scontato, sottinteso di quale pericolo stiamo parlando. Esempio:

Se vai in giro di notte a Roma devi guardarti sempre le (o alle) spalle.

Oppure posso dire:

Andare in giro di notte da sola? Me ne guardo bene!

Se dico “me ne guardo bene” voglio dire che sono convinto di non voler fare qualcosa. Anche qui non c’è “da” ma è scontato. La frase completa sarebbe:

Me ne guardo bene dall’andare in giro di notte da sola.

Adesso prova tu a rispondere:

Andiamo in montagna questa estate?

In montagna? Me ne guardo bene! Andrò al mare invece.

Il che equivale a dire :

Me ne guardo bene dall’andare in montagna! Andrò al mare invece.

Vogliamo smetterla di ascoltare gli epusodi di italiano semplicemente?

Cosa? Me ne guardo (bene dallo smettere)..

Spero che ve ne guardiate bene veramente dallo smettere di ascoltare gli episodi di italiano semplicemente.

In questo caso ci “ascoltiamo” nel prossimo episodio!

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19 – UNA DOMANDA RETORICA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Ulrike:

Buongiorno Giovanni, sei di nuovo qui per i due minuti quotidiani?

Umberto Eco, grande scrittore italiano si chiedeva:

C’è davvero bisogno di domande retoriche?

Ebbene questa è esattamente una domanda retorica. Come anche quella che avete ascoltato all’inizio da Ulrike. Ma cos’è una domanda retorica?

Qualcuno direbbe che si tratta di una domanda inutile.

C’è qualcosa di diverso, qualcosa in più di inutile. Chi fa una domanda retorica sa di fare una domanda apparentemente inutile, ma nelle sue intenzioni, una utilità esiste.

La domanda non rappresenta una vera richiesta di informazione, ma è fatta affinché si veda chiaramente che la risposta può essere solamente una. Una domanda retorica implica una risposta predeterminata, precisa, prefissata.

Che significa?

Rispondere ad una domanda retorica induce a pensare che le altre risposte possibili sono in realtà sbagliate. Non ce ne sono proprio.

C’è un obiettivo implicito in una domanda retorica.

Volete qualche altro esempio? Ecco qualche domanda retorica:

È mezzanotte bambini. Secondo voi è arrivata l’ora di andare a dormire?

La domanda stessa, come vedete, suggerisce l’unica risposta possibile: si, è ora di dormire!

Sentiamo se qualche membro dell’associazione italiano semplicemente ha una domanda retorica per me.

Bogusia: abbiamo una bella giornata soleggiata, vero?

Natalia:

Gianni, tu e le tue richieste! Si dà il caso che proprio adesso sono un po’ presa perché mi sto preparando per partire in vacanza. Ti pare che abbia qualcosa di più bello che fare la valigia per andare via?

Bogusia:

Cosa pensi di combinare nella vita se pensi solo a giocare con i videogiochi?

Emanuele:

Papà, ti pare che questo episodio sia durato due minuti?

Carlos:

due minuti in più, due minuti in meno, che differenza fa?

18 – PREFIGGERSI – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Sapete prefiggervi un obiettivo? Quante cose possono PREFIGGERSI?

Queste sono: un obiettivo, uno scopo, una meta, un risultato, un sogno, un termine, un desiderio.

Significa stabilire, decidere fermamente, fissare, proporsi come punto di arrivo, come desiderio.

PREFIGGERSI equivale a prefissarsi.

Iniziano con “pre” perché “pre” significa prima, in anticipo, in un momento precedente.

Entrambi sono verbi riflessivi ma posso usarli anche in modo non riflessivo.

Es: Occorre prefissare un termine per la consegna.

Comunque soprattutto PREFIGGERSI è molto più comune usarlo in modo riflessivo, perché è più personale, ha più a che fare con l’individuo e i suoi desideri, le sue ambizioni personali.

Allora facciamo un gioco. Voi fate una frase con delle parole che vi dico io usando questi verbi a scelta. Ad esempio se dico:

Io, laurearsi:

Voi dite: io mi sono prefisso di laurearmi.

Cioè ho fissato l’obiettivo di laurearmi.

Tu, finire il lavoro:

Tu ti sei prefisso di finire il lavoro

Anna, rimanere incinta:

Anna si è prefissa di rimanere incinta

Noi, uscire in tempo.

Ci siamo prefissi di uscire in tempo

Voi, un obiettivo ambizioso

Voi vi siete prefissi un obiettivo ambizioso

Loro, uno scopo preciso

Loro si sono prefissi uno scopo preciso.

Ma ho una domanda per voi. Nelle mie risposte ho usato PREFIGGERSI o prefissarsi?

Mi ero prefisso di spiegarvi il verbo PREFIGGERSI, ed allora ho usato prefiggersi. Altrimenti avrei detto:

Mi sono prefissato, ti sei prefissato, Anna si è prefissata, noi ci siamo prefissati e loro si sono prefissati. Con lo stesso identico significato.

17 – SI DÀ IL CASO CHE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Bogusia: buongiorno amici, mi chiamo Bogusia, si dà il caso che oggi sia il mio giorno libero, e vi insegno un po’ di polacco

Giovanni: si dà il caso che in questo sito però sia io il professore, e poi si dà anche il caso che si insegni la lingua italiana. Siamo su italiano semplicemente, si dà il caso.

Avete capito che il soggetto del giorno è la frase “si dà il caso che”.

E’ un modo molto interessante per esprimere non una opinione ma una concetto. Un modo per dire una verità, qualcosa di vero, ma quando possiamo usarla? Si usa, o meglio si può usare (non è obbligatorio) quando voglio far notare con una certa autorità un qualcosa, come a dire: “ehi, guarda che stai sbagliando”, scusa se mi permetto, ma “la realtà è la seguente”.

Prima Bogusia, polacca, ha detto che aveva intenzione di insegnare la sua lingua, ma questo, ho risposto io, è un sito dove si insegna l’italiano, non il polacco. Ho usato l’espressione “si dà il caso che”, per affermare con più forza la verità.

Il caso, in questo caso non c’entra nulla, è come scherzare sul caso.

Posso usarla in molti contesti diversi.

Signore scusi, come si chiama?

Signore? Si dà il caso che io sia un dottore!

Ciao come stai? Che ne dici se domani andiamo a fare due chiacchiere insieme e una bella corsetta nel parco insieme?

Purtroppo si dà il caso che io sia ancora infortunato già da una settimana ad una gamba. Domani mi sarà passato probabilmente.

Come a dire: non si può fare purtroppo, la verità, la realtà è un’altra: sono infortunato!

Allora domani? Corriamo domani?

Si dà il caso che domani piova!

Non badate al verbo dare, alla particella si, ed al caso: si dà il caso che questa sia una espressione idiomatica, e in questi casi la grammatica non c’entra nulla. Spesso neanche la logica a dire il vero.

Ricordate di usare il congiuntivo dopo: si dà il caso che sia… che piova… eccetera. Strano vero? Vi avranno insegnato che il congiuntivo si usa per esprimere anche i dubbi, o i pensieri, o le opinioni anche: insomma quando non c’è la certezza. Eppure “si dà il caso” si usa per esprimere una verità con forza, senza dubbio! Qui sta un po’ l’ironia della frase “si dà il caso che”, come a dire: forse non sai che…. oppure: adesso ti dico io la verità… Usatela quindi se volete essere ironici ma sappiate che in certe circostanze potreste risultare offensivi.

16 – AVERE UN FARE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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TRASCRIZIONE

Avere un fare? Cos’è questa una espressione italiana?

Esattamente, e si usa per descrivere l’atteggiamento di una persona. Molto usata come modalità espressiva, ma più all’orale. Bisogna aggiungere una caratteristica, sia positiva che negativa:
– Giovanni ha un fare molto gentile
– Francesca ha un fare molto delicato
– Giuseppe e Giovanna hanno un fare alquanto sgarbato oggi
Avere un fare è semplicemente l’abbreviazione di “avere un modo di fare”. semplicemente come sempre, ma potete usare il verbo fare anche da solo:
Cos’è questo fare un po’ maleducato?
Giovanni, col suo fare da sapientone, è proprio antipatico!

15 – ESORDIRE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Il mio esordio, con Italiano semplicemente è avvenuto nel mese di luglio del 2015.

Sapete usare il verbo esordire e la parola esordio?

Una parola molto utilizzata nello sport. In poche parole, stiamo parlando della prima volta.

L’esordio rappresenta l’inizio. Normalmente si usa nello sport e nei discorsi.

Qual è stata la prima partita di Francesco Totti con la Roma?

Vale a dire:

Quando è avvenuto l’esordio di Francesco Totti con la Roma?

Oppure:

Quando ha esordito Francesco Totti con la maglia della Roma?

Se in quell’occasione la partita è stata vinta posso parlare anche di esordio vincente.

L’esordio rappresenta quindi la prima volta che si fa un’attività che poi viene ripetuta nel tempo.

Totti ha giocato moltissime partite di calcio, ma l’esordio c’è stato quando aveva 17 anni.

Nello sport spessissimo si sente parlare di esordio. Si chiama anche debutto.

Ma esordio (e anche debutto) si può usare anche in altri campi.

Debutto però è quasi riservato esclusivamente al mondo dello sport: il debutto con la Roma ad esempio.

Nei discorsi, dicevo prima.

Quando una persona inizia a parlare, quello possiamo chiamarlo un esordio. Le prime parole pronunciare sono quelle che costituiscono l’esordio di un discorso.

Io ad esempio oggi ho esordito parlando del primo episodio su italianosemplicemente.com. Un bell’esordio direi. A me almeno è piaciuto 🙂

Ma perché usare esordire (o debuttare anche)?

Non posso dire, non so, iniziare?

Certamente. Nessun problema, posso farlo. Ad esempio:

Totti ha iniziato la sua carriera di calciatore romanista all’età di 17 anni.

Stesso significato.

Ma ho usato molte più parole.

Iniziare è troppo generico. Sono costretto a specificare.

Iniziare a fare cosa? Iniziare a giocare? E con quale squadra?

Meglio dire: ha esordito con la Roma a 17 anni.

La sua prima partita con la maglia della Roma è avvenuta all’età di 17 anni. Ancora troppe parole.

Altro esempio:

Io oggi ho iniziato questo episodio parlando del mio primo episodio con italiano semplicemente.

Molto più semplice dire:

Oggi ho esordito parlando del mio primo episodio con Italiano semplicemente.

Un’ultima annotazione.

Spesso, ma solo quando si parla di discorsi, si usa esordire per evidenziare qualcosa di negativo che si è detto all’inizio.

Ieri ho visto la mia ragazza. Mi doveva parlare, ha detto. Ha esordito dicendo “ho un altro”.

Non c’è stato bisogno di aggiungere altro…

14 – ROMPERE GLI INDUGI – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Ieri abbiamo accennato al verbo indugiare, quando abbiamo spiegato il verbo cincischiare. Ricordate?

Indugiare è un verbo assolutamente da usare in ogni circostanza. Gli stranieri non lo fanno ma io ve lo consiglio vivamente. È molto elegante secondo me.

Oggi poi volevo parlarvi anche della frase “rompere gli indugi“, che evidentemente ha a che fare con indugiare.

L’indugio cos’è?

Un indugio è un’esitazione, qualcosa che causa ritardo nel fare qualcosa. Se io ho un indugio vuol dire che sto indugiando, cioè sta passando del tempo senza che io faccia nulla.

Non sono d’accordo con alcuni vocabolari che spiegano la parola indugio come sinonimo di ritardo.

Casomai l’indugio è la situazione che causa il ritardo.

Se una persona indugia, allora probabilmente non è sicura di qualcosa, non sa come procedere, come andare avanti.

Si usa così quindi nella lingua italiana; quando c’è un’indecisione, un’esitazione.

Esitare infatti è il verbo più vicino ad indugiare. Un po’ fome aspettare e attendere, ma non c’è indecisione in questi due verbi. C’è solamente il tempo che passa.

Perché indugi?

Sto indugiando (cioè sto esitando) perché non sono sicuro, magari c’è qualcosa che mi preoccupa, c’è qualcosa all’origine del mio indugio.

Quindi il singolare (indugio) si usa in questo modo; per indicare un’esitazione, e una conseguente attesa, una mancanza di azione che invece ci si aspettava.

Si usa anche quando qualcosa viene fatto subito, immediatamente, senza indugio, in men che non si dica

Me ne sono andato senza indugio!

È un modo molto elegante per esprimere la sicurezza di una persona quando fa una scelta. Non solo la velocità quindi.

Equivale a dire “senza indugiare”, “senza esitare”, “senza esitazione”.

La parola indugi, al plurale, si usa invece soprattutto nella frase “rompere gli indugi“.

Cosa succede quando finalmente l’esitazione termina e viene presa una decisione?

In quel momento si dice che vengono rotti gli indugi.

Rompere gli indugi quindi è una espressione che si utilizza per dire che finalmente è stata presa una decisione; prima c’è stata esitazione, ci sono stati indugi, ma alla fine sono stati rotti gli indugi. La parola “finalmente” spessissimo precede la frase, proprio ad indicare la fine dell’attesa. Quindi finalmente indica che è una bella notizia.

Non vi preoccupate del verbo “rompere“.

Si usa rompere per dare l’idea di una situazione che si era bloccata, ma ad un certo punto qualcuno ha preso un’iniziativa, qualcuno ha sbloccato la situazione.

Attenzione perché gli indugi non si rompono da soli. È sempre qualcuno a romperli.

Bene allora adesso senza indugiare ripetete dopo di me.

Rompere gli indugi

Bisogna rompere gli indugi

Non voglio rompere ulteriormente le scatole, per oggi la finisco qui.

2 minuti con Italiano semplicemente: CINCISCHIARE (n. 13)

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Trascrizione

Emanuele, sai usare il verbo cincischiare?

Emanuele: si.

Giovanni: fammi un esempio.

Emanuele: lavora e non cincischiare. Vai subito a montare questo video!

Giovanni:

lavora e non cincischiare.

Si usa così questo verbo particolare, di uso informale: si associa al lavoro.

Cincischiare infatti indica il procedere in un lavoro con esitazione, incertezze oppure con svogliatezza, senza voglia.

Si usa come forma di rimprovero, o anche per dire che una persona non sta facendo nulla di produttivo, quando invece avrebbe molto da lavorare.

Non si usa mai nella forma scritta, ma solo all’orale con amici parenti o al lavoro per criticare qualcuno o per scherzare con i colleghi.

Sinonimi? Indugiare, che rappresenta una versione non informale e adatta in ogni circostanza.

Usando più parole si dice anche “non concludere nulla

Sono stato tutto il giorno in ufficio davanti al PC senza concludere nulla (cioè cincischiando)

O più semplicemente “perdere tempo“.

In una sola parola si usano anche baloccarsi e gingillarsi.

A volte si usa anche quando una persona pronuncia male le parole, e si fa fatica a capire cosa sta dicendo.

Cosa sta cincischiando Giovanni? Non capisco nulla!

In questi casi si usano anche altri due verbi sinonimi: farfugliare e biascicare che danno un po’ l’idea di una persona che si mangia le parole.

Io cincischio

Tu cincischi

Lui cincischia

Noi cincischiamo

Voi cincischiate

Loro cincischiano

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Avere la coda di paglia

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Livello intermedio

Livello PRINCIPIANTI

Livello Avanzato

Trascrizione

Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuova puntata dedicata ad una espressione idiomatica.

Avere la coda di paglia.

Questa è la frase di oggi.

Una espressione informale, che quindi non è adatta al mondo del lavoro, quantomeno nel linguaggio tra aziende e con la clientela.

La potete però usare con gli amici e in famiglia, come fanno gli italiani.

Avere come sapete tutti significa possedere, detenere, essere in possesso di qualcosa.

La coda è la parte terminale posteriore del corpo dei Vertebrati. Gli esseri umani non hanno la coda, ma gli animali, i Vertebrati ce l’hanno. I cani, i gatti, le scimmie, le mucche eccetera hanno tutti una coda, che si trova alla parte opposta rispetto alla testa.

La coda è costituita dalle ultime vertebre della colonna vertebrale e gli animali possono muovere la coda se vogliono. Possono scodinzolare ad esempio, come segno di amicizia e di contentezza, possono usarla per scacciare le mosche, come fanno i cavalli.

Bessun animale però ha la coda fatta di paglia. Impossibile perché la paglia è di origine vegetale, non è parte del corpo di nessun aninale.

La paglia è fatta di steli secchi del grano o di altri cereali.

Insomma è come l’erba essiccata dal sole. Di colore giallo.

La paglia ha una caratteristica molto importante: prende fuoco molto facilmente, come la legna secca ed anche più facilmente. Basta una piccola fiammella e…. Woom… Il fuoco 🔥 è fatto.

Avere la coda di paglia quindi è un’immagine figurata.

Si dice che le persone che hanno la coda di paglia non hanno la coscienza pulita.

Sono colpevoli queste persone? Hanno fatto qualcosa? Hanno commesso un errore, qualcosa di cui pentirsi?

Questo non è dato sapere, ma chi accusa una persona di avere la coda di paglia ha dei sospetti in proposito.

E perché è sospettosa ?

Beh, magari questa persona, accusata di avere la coda di paglia, ha avuto una reazione esagerata a delle parole che ha sentito.

Se ad esempio io ti dico:

Accidenti, questa mattina mi hanno rubato 50 euro dal portafogli!!

E tu mi rispondi :

Io non sono stato, ero a casa mia questa mattina!!

Chi ascolta questa risposta rimane un po’ stupito, perché nessuno ha lanciato un’accusa diretta a te, nessuno ti ha accusato personalmente, e neanche io l’ho fatto. Allora potrei risponderti:

Certo, tranquillo, non ho detto questo.

Però dentro di me penso che tu hai avuto la coda di paglia, perché io non ti ho accusato. Sembra che tu non avessi la coscienza tranquilla, ed adesso io inizio veramente a sospettare di te.

Quindi questa frase si usa nel caso di discorsi ritenuti allusivi.

La coda di paglia è una coda che prende fuoco facilmente, e il fuoco fa allarmare, poiché è da sempre legato al concetto di pericolo e paura.

La reazione era evidentemente esagerata.

La persona accusata di avere la coda di paglia si trova in una situazione psicologica particolare. È consapevole di aver combinato qualcosa, non ha la coscienza tranquilla, quindi ha paura di essere scoperto.

Quindi appena sembra che qualcuno si possa essere accorto di qualcosa, va in allarme e, come si dice in questi casi, “mette le mani avanti“, anche qui in senso figurato, cioè si protegge, si discolpa senza essere stato neanche accusato, reagisce d’impulso, perché già stava in una condizione di allarme.

Ma nessuno in realtà l’aveva accusato.

In tutti questi casi, quando ci sono reazioni impulsive come questa, potete usare l’espressione avere la coda di paglia.

Naturalmente se lo dite direttamente alla persona, questa si sentirà ancora di più accusata e andrà ancora di più in allarme.

Vi sono aggettivi che racchiudono lo stesso significato dell’intera frase di oggi?

Suscettibile forse, ma solo parzialmente, perché la componente di colpevolezza, sebbene présente, non è così sottolineata.

Poi la suscettibilità è una caratteristica della persona, mentre la coda di paglia è relativa solo a certe situazioni. Conunque si, una persona suscettibile in effetti dimostra un’eccessiva sensibilità verso tutto ciò che sembri rappresentare in qualche modo un giudizio, più o meno critico nei propri confronti.

Forse sensibile?

Ancora più generico come aggettivo, e tra l’altro la sensibilità si estende anche alle sensazioni positive.

Forse permaloso?

Può darsi, in fondo è abbastanza simile a suscettibile. La permalosità e la suscettibilità sono due forme di sensibilità, possiamo dire.

In queste occasioni si usa anche il verbo risentirsi: una persona che si risente, che si è risentita, per qualcosa che le è stato detto, secondo lei ingiustamente. Simile ad offesa.

Vedete che siamo sempre nell’ambito dell’offesa, dell’accusa, a volte solo velata, altre volte più diretta. Ma se l’accusa è diretta proprio a una persona non si può usare l’espressione di oggi, perché non ci sarebbe nessuna esagerazione, nessuna coda di paglia, nessuna cattiva interpretazione di parole inoffensive.

Però, per terminare, anche essere permalosi è una caratteristica generale, del carattere di una persona. I permalosi se la prendono subito, si offendono anche per una battutina innocente. Non si può scherzare molto dei difetti di una persona permalosa.

Adesso prova a ripetere dopo di me per esercitare un po’ la pronuncia.

Io non ho la coda di paglia.

Una persona suscettibile.

Hai la coda di paglia?

Sei permaloso eh? Cos’hai, la coda di paglia?

Giovanni sembrava avere la coda di paglia, si difendeva troppo.

Chi è stato a rompere il vetro?

Io no, non c’ero, e se c’ero, non ho visto niente!

Ah allora hai la coda di paglia!

Dai non fare il risentito!

Un saluto da Giovanni e da italianosemplicemente.com e grazie e tutti per l’ascolto, grazie anche ai donatori che con un piccolo aiuto permettono al sito di esistere.

Chi non riesce a donare, non abbiate la coda di paglia, non sentitevi accusati. Potete sempre pensare di diventare membri dell’associazione italiano semplicemente, che ne dite? Date un’occhiata alle condizioni di adesione ed ai molti vantaggi riservati ai membri.

Ciao.

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12 – O COSÌ O POMÌ – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Spiegazione per madrelingua spagnola (Italiano per ispanofoni)

Para ver el episodio completo, hazte socio de Italiano Semplicemente o escribe al autor.

o cosi o pomi

Trascrizione

Padre: Allora parliamoci chiaro, stasera se vuoi uscire, torni a casa entro mezzanotte ok? Altrimenti non esci proprio. O così o Pomì.

Figlia: ok, uffa però!

O così o Pomì.

Mai sentita questa frase? Significa che questa è l’unica possibilità. Non ce ne sono altre. Quindi, nel dialogo che avete ascoltato, o torni prima di mezzanotte oppure non esci. L’unica possibilità di uscire è tornare prima di mezzanotte.

Si potrebbe dire:

O così o niente

O così o nulla da fare

È la stessa cosa.

Ma cos’è pomì? Solo una marca di pomodori in scatola. Questa espressione era proprio lo slogan di una vecchia pubblicità diventata una espressione idiomatica.

Capita anche questo nella lingua italiana.

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11 – IN MEN CHE NON SI DICA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Spiegazione per madrelingua spagnola (Italiano per ispanofoni)

Para ver el episodio completo, hazte socio de Italiano Semplicemente o escribe al autor.

Trascrizione

Voglio andar via da questo posto in men che non si dica.

Cosa significa IN MEN CHE NON SI DICA?

È solo un modo per dire subito, immediatamente, molto velocemente, in un battibaleno.

Prima che io abbia terminato di dire questa frase, voglio andar via.

Voglio impiegare meno tempo a dire questa frase che ad uscire di qui.

Me ne andrò in meno tempo rispetto a quello impiegato per dirlo.

Sempre troppe parole però. Meglio dire: in men che non si dica.

Questo è il significato della frase.

Un bel modo per trasmettere il senso della velocità non è vero?

La usano tutti gli italiani quando parlano, ma difficilmente la trovate scritta.

Spesso si usa al passato, quando si racconta di cose avvenute:

Ce ne siamo andati in men che non si dica,

Hai visto? È subito arrivata l’estate! Il tempo è cambiato in men che non si dica

Mi sono bevuto 5 birre in men che non si dica

Anche questo episodio in fondo è stato molto breve no? Abbiamo finito in men che non si dica!

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2 minuti con Italiano semplicemente: INDISPOSTO (n. 10)

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Trascrizione

Hai mai sentito che una persona è indisposta? Un uomo indisposto o una donna indisposta?

Attenzione perché essere indisposti non significa non essere disposti a fare qualcosa.

Perché? Perché non tutti i verbi funzionano allo stesso modo. Ad esempio:

Incostante è il contrario di costante. Incostante è anche non costante.

Indisponible è il contrario di disponibile. Quindi indisponibile = non disponibile.

Infelice è il contrario di felice. Infelice = non felice.

Eccetera.

Basta mettere “in” davanti per negare.

Questa regola non vale però per disposto ed indisposto.

“Sono disposto ad aiutarti”, ad esempio, è il contrario di “NON sono disposto ad aiutarti”. Indisposto invece è un’altra cosa.

“Sono disposto a qualunque cosa” è il contrario di “NON sono disposto a qualsiasi cosa”. Invece non si può dire “sono indisposto a qualunque cosa”.

Dunque cos’è l’indisposizione? Quando posso dire che sono indisposto? Ha senso?

Certo, ha senso, ma un altro senso!

“Sono indisposto” si può dire, ma significa che sono sofferente di un disturbo, qualcosa di non grave però, qualcosa di passeggero, che passerà, magari domani.

Un leggero disturbo che però ti impedisce di fare qualcosa.

Quindi si può essere indisposti nel senso di indisponibili.

Oppure si usa nel senso di ostile, dichiaratamente ostile.

Vi faccio alcuni esempi.

Puoi giocare a calcetto stasera? No, proprio non posso, sono indisposto, mi fa un po’ male il ginocchio. Magari domani ok?

Non ha senso se dici “non sono disposto a giocare”, sembrerebbe quasi che sei offeso, che non vuoi uscire per qualche motivo.

Altro esempio:

Ho chiesto aiuto al mio caro amico Giovanni, ma da quando abbiamo litigato, lo trovo molto indisposto. Ce l’ha con me, credo. Speriamo che gli passerà presto.

Quindi si parla di un leggero disturbo oppure di una persona contrariata ed ostile.

Basta così?

No, perché nel caso delle donne, essere “In disposte” significa che hanno il ciclo mestruale. Io quindi, esserendo di sesso maschile, non posso essere “indisposto” in quel senso. Questa indisposizione è tipicamente una caratteristica femminile.

Esci stasera?

No, sono indisposto! Meglio domani.

Anche in questo caso “non sono disposta ad uscire” non ha lo stesso significato.

Invece “sono indisposta” ha un senso preciso: donna che si trova nel periodo delle mestruazioni.

Il segno della bilancia – introduzione

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Trascrizione

Bene ragazzi, oggi parliamo del segno della bilancia.

Abbiamo quasi terminato gli episodi dedicati ai segni zodiacali, per imparare a descrivere le persone che ci circondano, i nostri amici, i nostri parenti, nemici (anche) e questo per saper descrivere i loro pregi, difetti, caratteristiche, affinità, cose da migliorare, eccetera. Tutti noi parliamo degli altri, lo facciamo un po’ tutti. Il motivo per cuiim lo facciamo noi (di Italiano Semplicemente) non sono i segni zodiacali ma per migliorare il nostro italiano,. non certo perché crediamo nell’astrologia e nei pianeti!

La bilancia è un episodio di circa 35 minuti, dedicato ai membri dell’associazione, e in questo tempo cerco di spiegare le caratteristiche di queste persone, ogni aggettivo che viene usato per descrivere queste persone.

Vediamo in particolare di spiegare i seguenti termini:

Essere persone ponderate e equilibrate, corrette e leali, oggettive e mai impulsive.

Persone che amano il compromesso, la trattativa ed amano comunicare. Persone diplomatiche i bilancia, che adorano il compromesso, ma che per questo spesso possono cambiare idea, e non prendere mai posizione.

Ma loro hanno tatto e finezza, ed usano queste armi al meglio.

La loro gentilezza si spinge alla galanteria, esagerata a volte, tanto che sembrano amare la forma più della sostanza.

Il bilancia ama gestire ma non manipolare, aborre i litigi e non si arrende facilmente. Determinazione, lealtà e fascino, soprattutto per le donne, che amano la moda.

Donne: un po’ melodrammatiche forse, e gli uomini un po’ narcisisti. Sotto la formalità si nasconde, gratta gratta, poca sostanza.

Sicuramente molti amici corrispondo a queste caratteristiche, che qui ho sommariamente elencato ma che nell’episodio sono descritte con molta cura e molti dettagli.

Per chi vuole ascoltare e leggere l’episodio basta aderire all’associazione Italiano Semplicemente, come sempre, le porte sono aperte per tutti.

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9 – TENERE A BADA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Emanuele: spesso non riesco a tenere a bada la mia rabbia. Tenere a bada la rabbia. Tenere a bada si può usare non solo con la rabbia, ma un po’ con tutte le emozioni. Ma cosa vuol dire?

Significa calmare, controllare, frenare, ma un po’ anche sorvegliare. Significa tenere buono, trattenere, fare in modo che non prenda il sopravvento. Non solo le emozioni però possono essere tenute a bada.

Anche una persona può essere tenuta a bada. Se c’è una persona pericolosa, o irrequieta, agitata, posso cercare di tenerla impegnata per impedirgli una certa azione.

È vero che badare significa controllare, sorvegliare, come fa di mestiere il badante o la badante. Ma tenere a bada non significa badare. C’è qualcosa che si deve impedire quando si tiene a bada qualcuno o un’emozione. La rabbia può essere pericolosa, va tenuta a bada.

Attenzione al verbo perché tenere a bada è diverso da stare a bada, che invece significa solo attendere, aspettare il momento giusto. Invece tenere dà più l’idea dell’afferrare qualcosa per bloccare ed impedire che accada qualcosa.

Due minuti al giorno, ogni giorno. Nessuno riesce a tenermi a bada.

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8 – TENER FEDE – due minuti con italiano semplicemente

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Bambino: mamma, ma dov’è la cioccolata? me l’avevi promessa!

Mamma: oh, mi spiace, mi sono dimenticata e non ho tenuto fede alla mia promessa, scusami!

Tener fede. Due parole per indicare una promessa mantenuta.

tener fede immagine

Sapete che quando si fa una promessa, quando si promette una cosa, allora possiamo fare ciò che abbiamo promesso, cioè mantenere la promessa oppure non mantenerla, non facendo ciò che era stato promesso.

La fede: il simbolo della religione ed anche del matrimonio cattolico, perché così si chiama l’anello che gli sposi, marito e moglie si mettono al dito come simbolo della loro promessa di fedeltà. L’anello nuziale si chiama appunto: “la fede“.

Fedeltà e fede, due parole simili, che escludono il tradimento. Se tradisci non sei fedele. Chi mantiene fede alle proprie promesse (come quella matrimoniale) invece si comporta in modo conforme alla promessa fatta. Chi mantiene fede alle promesse fatte, chi non tradisce cioè le proprie parole o il proprio partner, è una persona seria, che tiene fede, appunto, alle sue stesse parole. È una persona credibile.

Mantenere una promessa, quando questa promessa è importante, può diventare, nel linguaggio, mantenere fede, tenere fede o tener fede a qualcosa. Una delle preposizioni a, ai, al, allo, alla, agli, alle, è obbligatoria in questo caso. Si toglie l’articolo “la” e si mette la preposizione “a” o una delle altre.

Questo qualcosa a cui si tiene fede è evidentemente qualcosa che si è detto, come appunto una promessa importante, o dei propositi, cioè delle volontà espresse mediante dichiarazioni, spesso pubbliche, o anche fatte a se stessi.

Un riferimento al matrimonio ed alla fedeltà ci fa capire perché si usa il verbo tenere. Tenere la fede indica infatti la volontà di non togliere l’anello dal dito, ma invece continuare a tenerlo al dito, perché la fede nuziale non si toglie mai dal dito, sta lì ad indicare la promessa fatta al proprio coniuge. La frase, senza l’articolo “la” si può usare con tutte le promesse importanti.

Quindi possiamo dire:

I politici devono tener fede alle promesse elettorali

Una persona credibile tiene sempre fede alle proprie parole.

Una persona, se vuole essere coerente, deve tener fede ai principi in cui crede

La testardaggine obbliga a tener fede a delle idee anche se sono chiaramente sbagliate.

Grazie ad Ulrike (bambina), Bogusia (mamma 1) e Natalia (mamma 2) per la collaborazione

7 – CONFORMITÀ – 2 minuti con Italiano Semplicemente

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1 – Vieni con noi: Entra nell’associazione Italiano Semplicemente

2 – Ascolta e impara: gli audio-libri di Italiano Semplicemente

3 – Corso di Italiano Professionale: il programma delle lezioni

6 – COMBATTERE – 2 minuti con Italiano Semplicemente

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1 – Vieni con noi: Entra nell’associazione Italiano Semplicemente

2 – Ascolta e impara: gli audio-libri di Italiano Semplicemente

3 – Corso di Italiano Professionale: il programma delle lezioni

10 modi per dire “uguale”

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Quanti modi ci sono per dire uguale?

Buongiorno comunque a tutti, sono sempre Giovanni, italiansemplicemente.com.

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Uguale, una parola che si può usare in moltissimi contesti diversi.

Tutti voi stranieri la conoscete sicuramente e la sapete usare.

E quando la usate? Quando fate dei confronti.

Uguale è il contrario di “diverso”, come sapete.

Sto facendo un confronto, una comparazione, un raffronto, per giungere a una conclusione.

Comunque è un termine molto generico.

Io sono uguale a te. Noi due siamo uguali, non è vero?

In che senso? Verrebbe da rispondere. Fisicamente? Siamo uguali fisicamente, abbiamo lo stesso carattere? O cos’altro?

Per questo esistono parole simili (ecco, ho appena usato un termine non esattamente uguale ad “uguale”). esistono termini simili ma non esattamente uguali.

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Quando due cose sono simili hanno qualcosa in comune, ma non sono “uguali”. Se io e te siamo simili, allora evidentemente abbiamo qualche aspetto che si somiglia, siamo simili nell’aspetto fisico o nel carattere.

Sto confrontando due cose, voglio evidenziare delle similitudini, ma non voglio dire che sono uguali. Ci sono degli elementi che si somigliano: questo si vuole esprimere con la parola “similitudine”. Spesso poi si parla di concetti diversi che vengono messi a confronto.

Potrei ad esempio cercare delle similitudini tra il funzionamento del corpo umano e il funzionamento di un computer. Le similitudini sono dei punti in comune, degli aspetti confrontabili.

Ok, allora la similitudine è diversa dall’uguaglianza. Simile non vuol dire uguale. Ma abbiamo appena parlato anche di somiglianza!

Accidenti, un altro concetto simile all’uguaglianza ed alla similitudine.

In effetti è difficile distingue la similitudine e la somiglianza.

Diciamo che se parliamo di aspetto fisico, due persone si dice che si somigliano. C’è somiglianza tra loro:

Guarda come si somigliano quei due, sembrano fratelli!!

Si parla quasi sempre di aspetto esteriore ed anche di carattere, se parlo di persone.

Si parla spesso anche di somiglianza di gusti, o di carattere tra due persone.

Anche due situazioni si possono somigliare.

Difficile distinguere simile da somigliante. Alcune volte vanno bene tutti e due.

Altre volte no però:

Se io dico:

Oggi mi stai trattando come un estraneo. Come se non mi conoscessi.

Allora posso dire: oggi mi stai trattando in modo simile ad un estraneo.

Qui sto facendo non un confronto esteriore o nel carattere, ma confronto un concetto presentandolo in paragone con un altro. In questi casi posso usare solo “simile”.

Fin qui tutto chiaro giusto?

Quando faccio un confronto, lo faccio a scopo di valutazione. Faccio un accostamento, avvicino degli elementi (due o anche di più) e li comparo, li confronto, li raffronto.

Ci sarebbe anche la similarità: una cosa similare ad un’altra.

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E’ la stessa cosa che simile, ma solo meno legata all’aspetto esteriore e più formale.

Ho visto delle scarpe in un negozio, poi le ho acquistate in un altro, ma il prezzo era similare.

L’uguaglianza, comunque, è un concetto particolare. Si usa nella matematica (a=b) e si usa anche quando facciamo accostamenti negativi:

Questi ragazzi di oggi sono tutti uguali! Tutti attaccati al loro cellulare!

In questo modo si fa sempre in modo negativo comunque, si tratta di etichettare delle persone, facendo una generalizzazione che li racchiude tutti. Attaccare un’etichetta sopra una categoria di persone non è mai per fargli un complimento.

Ma posso usare uguale anche quando parliamo di diritti e doveri. Quando parliamo di uguaglianza spesso voglio indicare delle medesime condizioni di parità rispetto a un certo criterio di confronto.

Tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge

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Posso esprimere questo concetto? Come no, e tra l’altro questo lo dice la Costituzione Italiana, ma lo dice usando parole un po’ diverse. Sapete che la legge usa un linguaggio a volte un po’ più formale. L’art. 3 della Costituzione Italiana dice:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Quindi i cittadini sono sono eguali davanti alla legge. Un termine sicuramente meno usato, un po’ più formale ma sicuramente lo trovate spesso nello scritto. Meno sicuramente nel parlato. Ad ogni modo l’eguaglianza è come l’uguaglianza, ma si usa solo in ambito di diritti.

Si parla di eguaglianza di tutti davanti alla legge. Molto meglio usare eguaglianza in questi casi: tutti capiranno che si sta parlando di diritti e di persone.

I cittadini hanno pari dignità sociale. Quindi hanno uguale dignità sociale? Sì, certo, ma in questo caso la “dignità sociale” è qualcosa che può avere dei livelli: più o meno dignità.

La “stessa” dignità quindi andrebbe già meglio anziché “uguale” dignità. Pari dignità è ancora meglio, perché serve a mettere sullo stesso livello due cose che stiamo confrontando. Qui solo il livello può cambiare, quindi si usa pari dignità.

Allo stesso modo posso dire:

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io e te siamo pari di età, di statura e di forza.

Abbiamo la stessa forza? Certamente, ed abbiamo, posso dire, anche pari diritti e pari doveri. I nostri diritti e doveri sono eguali.

Passiamo all’identità.

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Che bel cane che hai, una volta ne avevo uno proprio identico!

Se uguale ha la caratteristica di essere generico, identico si usa quando due cose sono proprio uguali, ugualissimi verrebbe da dire (ma “ugualissimi” non esiste!). Neanche “molto uguali” si può dire. invece possiamo dire che due cose sono identiche. In tal caso queste due cose sono esattamente coincidenti, corrispondono esattamente in tutto e per tutto, sono uguali punto per punto.

Questo quadro è una copia identica all’originale.

Quindi si tratta di un quadro perfettamente uguale, in tutti i suoi punti.

La mia opinione è identica alla tua

Quindi io la penso esattamente uguale a te.

Io e te abbiamo gli stessi identici gusti in tema di libri

Quindi a noi due piacciono gli stessi tipi di libri. I nostri gusti sono esattamente gli stessi.

Sono uguali? Sì, sono uguali, ma sono più che uguali. E’ troppo poco dire “uguali”.

Posso anche dire:

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Abbiamo i medesimi gusti

Abbiamo la medesima opinione

Se usate medesimi e medesime, al plurale, volete dire gli stessi, le stesse.

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Potete quindi sostituire medesimi con “stessi”.

Abbiamo gli stessi gusti

Abbiamo le stesse opinioni

E’ vero, sono cose uguali, di questo state parlando, ma la parola medesimi (anche al singolare: medesimo o al femminile: medesime) oltre ad essere più efficace di “stessi” o “stesso” (ed anche più formale)  si usa soprattutto in un caso:

Quando state facendo un confronto, volete dire che due cose hanno una cosa in comune, non che ce l’hanno uguale:

Occorre garantire che tutti gli uomini abbiano i medesimi diritti.

C’è una differenza rispetto ad “uguali” o “identici”.

Non stiamo parlando di due cose: il medesimo è uno solo.

Il medesimo diritto è lo stesso diritto che abbiamo tutti e due. I medesimi diritti è la stessa cosa. Sono gli stessi diritti per entrambi.

Io e te abbiamo i medesimi diritti

Ci sono dei diritti quindi. Io ho quei diritti, e anche tu li ha, e sono gli stessi.

Io non ho dei diritti, tu i tuoi e questi sono uguali, ma gli stessi diritti sono di entrambi, appartengono ad entrambi.

Spero di riuscire a spiegarmi bene.

Tutti sono soggetti ai medesimi obblighi

Quindi ci sono degli obblighi che vanno rispettati, e tutti hanno gli stessi obblighi, i medesimi obblighi.

Non posso dite che “i nostri obblighi sono uguali”  o che sono identici” perché gli obblighi sono sempre quelli.

Medesimi quindi è come dire “stessi”, è solo più formale, ma sia stessi che medesimi si usano in questo caso.

Vediamo qualcosa di più divertente:

9_spiccicato.jpg

Giovanni ha il naso spiccicato al mio!

Prima abbiamo visto identico. Spiccicato è informale e, come accade sempre nel linguaggio informale, riesce sempre a essere ancora più chiaro nel suo significato.

Generalmente parliamo di cose materiali: viso, parti del corpo, persone:

Giuseppe è spiccicato a mio marito

Tu invece sei spiccicato a mio fratello.

Giuseppe quindi è proprio uguale, “tale e quale” di può anche dire, a mio marito, e tu invece sei proprio identico a mio fratello. Da dove viene questa parola: “spiccicato”.

Pensate alle cose appiccicose, che cioè si attaccano, che si appiccicano. Pensate ad appiccicare due cose tra loro, con la colla, l’una di fronte all’altra, in modo che combacino perfettamente, che siano unite, in modo che coincidano perfettamente.

Perché lo faccio? Beh, ad esempio perché voglio che siano uguali.

Questa è l’immagine da usare, per capire che due cose sono “spiccicate”. Si dovrebbe dire “appiccicate” ma questo verbo si usa per dire “attaccate”, due cose “attaccate” tra loro son oappiccicate.

Invece due cose uguali identiche sono spiccicate tra loro, perfettamente uguali.

Poi in realtà spiccicare vuol dire anche staccare, togliere la colla, dividere due cose. Il contrario di appiccicare è spiccicare.

Prima posso appiccicare due oggetti, e poi posso spiccicarli.

Anche in senso figurato si dice spesso:

Non riesco a spiccicare parola!

Questo non ha nulla a che fare con l’uguaglianza. ma lasciamo perdere il verbo spiccicare.

Due cose spiccicate sono uguali, “tali e quali“, che è ancora un altro modo per esprimere l’uguaglianza assoluta.

A proposito di “tale”. Conoscete il detto:

Tale padre, tale figlio

Una espressione che indica che il figlio ha seguito l’esempio del padre.

Tale e quale invece è un’altra espressione che potete usare al posto di “uguale”, o meglio ancora a identico o spiccicato.

10_tale_e_quale.jpg

Io sono tale e quale a voi

Un modo utilizzatissimo per esprimere uguaglianza.

Un imitatore, colui che imita le persone, che per mestiere cerca di somigliare a personaggi famosi, ha un obiettivo: sembrare tale e quale ai personaggi che imita.

Tra uomini si potrebbe dire:

Le donne sono tali e quali in tutto il mondo

Ovviamente si potrebbe dire anche degli uomini.

Oppure io potrei dire:

I cellulari di oggi sono tali e quali a quelli di 10 anni fa?

No, per niente! Sono cambiate moltissime cose: c’era Whatsapp dieci anni fa? No. Non è la stessa cosa senza Whatsapp.

Esistono le medesime applicazioni sui cellulari? Per niente. Sono cambiate completamente in dieci anni.

Le batterie sono tali e quali a quelle di oggi? Ci sono le stesse batterie?

Ma quando mai! Sono diversissime. Durano di più adesso, e priva si toglievano, mica come adesso!

In poche parole i cellulari di oggi non somigliano per niente a quelli di 10 anni fa. E’ un confronto che non si può fare!

Un saluto a tutti. E grazie delle vostre donazioni.

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n. 3 – UN BINOMIO INSCINDIBILE – 2 minuti con Italiano Semplicemente

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8_giugno_2019_Immagine

Trascrizione

Un binomio inscindibile. Un binomio: questo termine, che si usa anche nella matematica, viene usato nel
linguaggio, piuttosto formale direi, per indicare una coppia di cose che stanno insieme (bi=due, come
bicicletta). Quindi è come dire “coppia” che è più informale però.
Spesso il termine binomio sta insieme a inscindibile, cioè che non si può scindere, non si può dividere.
Quindi un binomio inscindibile indica due cose che non si possono dividere, non si possono separare. Una
coppia indivisibile, diremmo di una coppia di fidanzati molto uniti. Per i concetti però, se vogliamo avere un
linguaggio elegante e raffinato, usiamo un binomio inscindibile.
La libertà e la giustizia sociale sono un binomio inscindibile.
Quindi l’Italia e il buon cibo cosa sono?
Sono un binomio inscindibile.
E cosa formano l’apprendimento di una lingua e l’ascolto? Un binomio inscindibile.

2 minuti con Italiano Semplicemente: IMPALLARE IL PC (n. 2)

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3 – Corso di Italiano Professionale: il programma delle lezioni

Trascrizione

Mmmm… maledizione!! Anche oggi si è impallato il computer… e cosa fare quando si impalla il computer? C’è una sola soluzione: riavviarlo: riavviare il computer, premere il pulsante e riavviarlo. Ma cosa significa impallare?

Quando qualcosa si impalla – solitamente il computer, il cellulare, un dispositivo elettronico – vuol dire che c’è qualcosa che continua a funzionare, come una palla che gira continuamente ma che non arriva da nessuna parte… aspettate, aspettare, aspettate… ma non succede niente. L’unica soluzione è premere il pulsantino e riavviare, riavviare il computer o quello che è.

E a te si è mai impallato il computer? A me si impalla continuamente, e prima o poi dovrò cambiarlo.

E solo così si usa il verbo impallare.

Il computer si impalla, il cellulare si impalla, eccetera

Cos’è che si impalla? il computer Si impalla il computer.

Tutti i computer si impallano? Mah, prima o poi forse sì. Prima o poi si impallano tutti, almeno quelli che ho avuto io. I cellulari si impallano?

A te si è mai impallato il cellulare?

…. diciamo… non so, forse, sì, qualche volta, non molto spesso, ma anche i cellulari si impallano. Stanno per finire i due minuti. È stato un piacere anche oggi. Ciao!!

2 minuti con Italiano Semplicemente – 6 giugno 2019 (n. 1)

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4 . Episodio per cinesi

Il segno della vergine: caratteristiche, pregi, difetti e aggettivi

Audio presentazione

Trascrizione

Buongiorno, state ascoltando la presentazione di un episodio dedicato al segno della vergine. Un episodio della durata di 54 minuti dedicato alle caratteristiche di coloro che sono nati dal 23 agosto al 22 settembre e che quindi sono del segno della vergine. é un episodio per gli stranieri, coloro che on sono di madrelingua italiana (anche se non sono della vergine!). Io sono Giovanni e la mia voce, come quella di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente, è quella che ascolterete in questo episodio e li ringrazio tutti per aver collaborato alla registrazione di questo episodio.

Imparare la lingua italiana significa anche imparare gli aggettivi, imparare a descrivere le persone, e per questo utilizziamo lo strumento dei segni zodiacali: c’è chi ci crede, chi non crede invece alle influenze dei pianeti sulle persone e sul loro carattere. A noi questo in realtà non interessa, quello che ci interessa invece è insegnare la lingua italiana agli stranieri e imparare a descrivere le persone: il loro carattere, i loro pregi, i loro difetti, fa parte sicuramente di una delle sfide maggiori per uno straniero di livello intermedio.

In questo episodio in particolare impariamo a capire cosa significa:

  • avere un’intelligenza analitica
  • essere persone pragmatiche.
  • essere dei “precisini”
  • essere una “gattamorta”
  • conservare.
  • diffidare
  • pianificare
  • avere una visione d’insieme
  • essere ansiosi
  • essere angosciati
  • la paranoia
  • essere ipocondriaci
  • il senso dell’inibizione
  • recriminare
  • covare risentimento
  • avere dimestichezza
  • Non improvvisare

Ringrazio per il prezioso aiuto Natalia dalla Colombia, Ulrike dalla Germania, Bogusia, dalla Polonia e Andrè, dal Brasile. Per chiunque sia interessato, basta aderire alla nostra associazione, vedrete che non ve ne pentirete: tutte le lezioni sono online in formato MP3 e PDF. Un saluto a tutti e grazie per l’ascolto.

Mestieri e paesi: la medicina

Audio

Trascrizione

Buongiorno a tutti da Giovanni e da Italianosemplicemente.com

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Oggi vorrei dedicare un episodio ai donatori, a coloro che sostengono Italiano Semplicemente. So che tutti non possono farlo, ma ci sono molte persone generose nel mondo e queste vanno ringraziate. A me piace farlo con degli episodi come questi. E quale modo migliore di ringraziarli se non facendo qualcosa di utile per loro?

Bene oggi parliamo di mestieri, vale a dire di professioni, di lavoro. Come si chiamano coloro che lavorano nei vari settori?

Le ultime donazioni provengono da Danimarca, Francia, Romania, Germania, Brasile, Argentina, Canada, Belgio e UK.

Vi racconto qualche curiosità su alcune professioni legate a questi paesi. Esploriamo in particolare il mondo della medicina.

In Danimarca ad esempio è molta richiesta forza lavoro nel settore sanitario, quindi prevalentemente medici (coloro che che sono laureati in medicina), e infermieri (cioè che lavorano in infermeria, sempre negli ospedali comunque.

Ma i nomi delle professioni mediche sono moltissimi in realtà. dipende dal ramo che consideriamo, o dalla branca. Si usano indifferentemente questi due termini per distinguere un medico dall’altro. Iniziamo dal ramo della radiologia.

C’è il radiologo che è un medico specializzato in radiologia, che è quella parte della medicina che utilizza le radiazioni ionizzanti a scopi clinici, diagnostici e terapeutici. Molto richiesto in Inghilterra.

C’è il pediatra, medico specializzato in pediatria, molto ricercato ad esempio in Francia. Si parla del ramo della medicina relativo allo studio, alla cura e alla prevenzione delle malattie dell’infanzia. L’infanzia è quell’età compresa fra la nascita e il momento in cui si usa in modo completo la parola, e di solito arriva fino a comprendere la fanciullezza. Diciamo fino ai 13 anni.

Poi c’è il dentista. Chi è il dentista? Lo dice la parola, è un medico chirurgo specializzato in odontoiatria. Questo termine è difficilmente digeribile forse (dentista si capisce facilmente che derivi dalla parola “denti”), ad ogni modo il dentista è un odontoiatra, che, appunto, è laureato in odontoiatria. In Romania è nato il turismo dentale: persone che vanno a curarsi i denti in Romania (le carie ai denti ed esempio) per via dei bassi prezzi ma anche della qualità delle cure e della bellezza della natura.

Molto diffuso è il dietologo, il medico specialista in dietologia (o dietetica): si chiama così quella parte della scienza dell’alimentazione che si occupa dei regimi alimentari indicati nelle varie condizioni fisiologiche e patologiche. In pratica dal dietista ci vanno fondamentalmente le persone grasse, obese, o quantomeno coloro che sono in sovrappeso, ma anche coloro che hanno il problema opposto, o che hanno alterazioni nelle analisi del sangue. Una curiosità: I medici dietisti del Canada, affermano che le diete vegetariane, se correttamente bilanciate giovano alla salute e quindi comportano molti benefici per la salute.

Poi c’è l’anestesista: in caso di operazioni di chirurgia, c’è sempre bisogno di un anestesista, che pratica l’anestesia chirurgica. Nell’anestologia (questo è il nome della scienza) in pratica si fa addormentare il paziente, o una parte del corpo per non sentire il dolore. Anche il dentista anestetizza una parte della bocca prima di estrarre un dente o curare una carie. Alcuni medici ricercatori del Belgio, durante le anestesie, hanno provato la realtà virtuale tramite ipnosi su alcuni pazienti, ed hanno scoperto che il risultato è provare meno dolore e meno ansia in questi pazienti.

C’è poi il cardiologo, che si occupa del nostro cuore. Prima o poi tutti abbiamo bisogno di un cardiologo. Ed in Germania si trova uno dei centri di cardiologia migliori del mondo, ad Amburgo precisamente.

Solo le donne invece hanno bisogno di un ginecologo, che è specialista in ginecologia, quella parte della medicina che si occupa della patologia degli organi sessuali femminili. La patologia è lo studio delle malattie. Tutti i medici si occupano di diversi tipi di patologie. In Brasile, nel 2018, si è svolto il XXII Congresso mondiale di Ginecologia, a Rio de Janeiro ed è stata premiata anche una dottoressa italiana, quindi una ginecologa italiana.

E degli uomini chi se ne occupa? Fortunatamente esiste l’andrologo, disciplina e specializzazione medica concernente la sessualità dell’uomo in rapporto alla capacità di generare. In pratica chi ha problemi legati agli spermatozoi o problemi di erezione, quindi tutte le malattie che possono interessare gli organi maschili deputati alla riproduzione (pene, testicoli, prostata eccetera) e ed anche alle urine, quindi alla pipì. Gli andrologi hanno molto da lavorare ad esempio in l’Argentina, che è il paese che detiene il primato mondiale nell’uso di Glicosato, un pesticida – i pesticidi servono a combattere gli insetti nei campi per la coltivazione di cereali ad esempio. Questi pesticidi causano, tra le altre cose, problemi che riguardano ad esempio la riproduzione, quindi l’apparato genitale.

Molto simile all’andrologo è l’urologo, che si occupa di urologia (urina=pipì), quindi delle malattie dell’apparato urinario, quindi di tutti gli organi che sono coinvolti quando si fa la pipì: reni e vescica ad esempio. I reni sono gli organi del corpo che servono a eliminare dall’organismo le sostanze inutili e dannose o in eccesso. La vescica invece è quel contenitore in cui il nostro corpo raccoglie le urine, prima di essere emesse attraverso la minzione. La minzione è il termine medico per indicare fare la pipì, cioè l’espulsione dal corpo dell’urina che si trova nella vescica. Anche gli urologi sono molto ricercati in Danimarca. Gli ospedali danesi in effetti sono alla ricerca di medici con varie specializzazioni, tra cui proprio quella di urologia. Ovviamente bisogna fare un corso intensivo di lingua danese. Qui arrivano i veri dolori!!

Che dire dell’oculista (anche detto oftalmologo): lui si occupa delle malattie dell’occhio e della vista. L’oculista, nel corso della visita oculistica (o oftalmica), ci misura la vista, controlla quanto ci vediamo e se abbiamo bisogno degli occhiali. Ovviamente si occupa anche delle malattie dell’occhio. A proposito di occhio: il Belgio è una delle mete più ambite dagli studenti di medicina italiani ( se hanno una buona conoscenza del francese). Ci sono centri d’eccellenza nella chirurgia oftalmica, ad Anversa ad esempio. La chirurgia oftalmica è la chirurgia dell’occhio; la chirurgia della retina dell’occhio ad esempio. E se la scienza dell’oculista si chiama oculistica, se parliamo del mestiere dell’oftalmologo la scienza è l’oftalmologia.

E l’ortopedico? Si occupa di ortopedia, che studia l’apparato motore, cioè tutte le parti del corpo che sono deputate e coinvolte nel nostro movimento, quindi ossa e muscoli. Si va dall’ortopedico ad esempio quando fa male un braccio, quando si ha bisogno del plantare per le scarpe, in caso di traumi, cioè incidenti che colpiscono parti del nostro corpo, in special modo ossa e muscoli. Non parliamo degli organi interni quindi. In Inghilterra c’è una forte domanda di ortopedici. Si cercano specializzati in ortopedia ed in altre discipline mediche e ci sono molti aiuti ed agevolazioni ai medici disposti a lavorare in Inghilterra.

Poi c’è il dermatologo, specialista in dermatologia, quella branca della medicina che si occupa delle malattie della pelle. Si dice branca o ramo della medicina. sono termini equivalenti. Si va dal dermatologo quando si ha ad esempio la pelle troppo grassa o troppo secca, o nel caso di rughe sulla pelle quando compaiono con l’età, i più giovani nel caso di presenza di acne o anche macchie sulla pelle. A proposito di acne. Queste bollicine fastidiose sulla pelle vengono chiamate normalmente “brufoli“. Recentemente uno studio a cui hanno partecipato anche medici tedeschi, pare abbia quasi trovato una cura definitiva contro i brufoli. Speriamo bene…

Parliamo anche del neurologo. In effetti anche la neurologia è importante, cioè lo studio del sistema nervoso. In pratica il nostro cervello, quando è colpito da malattie neurologiche può avere gravissimi problemi: Alzheimer, Parkinson, epilessia, sclerosi multipla, eccetera. Quando il nostro sistema nervoso ha dei problemi ci possono essere disturbi alla memoria, al linguaggio, all’invecchiamento.

Diverso è lo psicologo, che aiuta il paziente a comprendere meglio se stessi e gli altri, a favorire il cambiamento, quindi anche a migliorare le proprie reazioni a ciò che ci accade e a migliorare quindi le relazioni con le altre persone.

Diverso ancora è lo psicoterapeuta, o psicoterapista. che è uno psicologo ma anche un medico. Si studia ancora di più per aiutare il paziente ad affrontare ad esempio l’ansia, la depressione, i disturbi psicosomatici, ovviamente le difficoltà relazionali, ma anche i problemi alimentari di origine psicologica e infine le dipendenze, come la droga e l’alcool.

Non so chi dei tre, tra il neurologo, lo psicologo e lo psicoterapeuta se ne occupi, ma in Canada hanno pensato che l’arte possa giovare alla salute: dei medici canadesi hanno iniziato a prescrivere visite e mostre e musei come forma di terapia: l’arteterapia. Niente male come idea. Complimenti ai medici canadesi.

Terminiamo con il chirurgo e l’otorinolaringoiatra.

Il chirurgo si occupa di chirurgia, quindi di operazioni chirurgiche, cioè interventi operatori. Ci sono moltissimi tipi di chirurgia e quindi moltissimi tipi di esperti e professioni: chirurgia della mano, del piede eccetera, dell’occhio eccetera. Sappiate che in Argentina c’è un grande mercato di interventi chirurgici, soprattutto nell’ambito della bellezza: chirurgia del naso, del seno, liposuzioni (per estrarre il grasso in eccesso), eccetera. Grazie ai chirurghi argentini dunque!

L’otorinolaringoiatra invece è specializzato in otorinolaringoiatria (difficile da pronunciare vero?) che si occupa delle malattie dell’orecchio e delle vie “aeree” superiori (naso, faringe, laringe). Quindi perché si deve andare dall’otorinolaringoiatra? Lo si fa quando si hanno problemi di udito e di equilibrio (che come sapete è collegato all’orecchio) ma anche in caso di problemi di respirazione e problemi alla gola (mancanza di voce ad esempio e deglutizione: quando non riusciamo ad ingoiare bene, cioè a deglutire). A proposito di orecchie: una indagine condotta in Francia, mostra come ascoltare musica ad alto volume faccia molto male. I genitori devono stare più attenti ai loro figli, perché basta un’ora al giorno di musica ad alto volume per danneggiare fortemente l’apparato uditivo. Gli otorinolaringoiatri consigliano di seguire la regola del 60-60. Al massimo ascoltare musica per 60 minuti ad un livello non superiore al 60% del massimo volume. Grazie anche alle indagini francesi!

Adesso tocca a voi: io dico una parola e voi dite la professione o il nome del medico:

Occhio (oculistica – oftalmica – oculista)

Orecchio (otorinolaringoiatria – otorinolaringoiatra)

Pelle (dermatologo, dermatologia)

Bambino (Pediatria – pediatra)

Dieta (dietologia, dietista, dietologo)

Radiazioni (radiologia, radiologo)

Carie (Odontoiatria, Dentista o odontoiatra)

Anestesia (Anestologia, Anestetista)

Ossa ed articolazioni (Ortopedia, Ortopedico)

Operazione (Chirurgia, chirurgo)

Depressione (Psicologia, psicologo – psicoterapia, psicoterapeuta)

Malattia Alzheimer (Neurologia, neurologo)

Occhiali (Oculistica e Oftalmologia, Oculista e Oftalmologo)

Pipì (Urologia e andrologo)

Sessualità (Andrologia, andrologo, ginecologo, ginecologia)

Un saluto e un ringraziamento ai membri dell’associazione xhe avete ascoltato e a tutti gli ascoltatori. Spero abbiate gradito questo episodio, molto legato alle professioni ed al mondo del lavoro. Se volete saperne di più del linguaggio del lavoro, date un’occhiata al programma del corso di Italiano Professionale, dove potete imparare i verbi italiani più usati nel linguaggio formale e al lavoro, le espressioni e come esprimersi in generale nelle comunicazioni professionali. Un saluto a tutti da Giovanni e da Italianosemplicemente.com

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