Mettere davanti al fatto compiuto

Mettere davanti al fatto compiuto

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episodio 1234

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di un’espressione molto interessante e anche… piuttosto delicata da usare: mettere qualcuno davanti al fatto compiuto.

Portiamo da un esempio:

Tornate a casa tranquilli, magari dopo una lunga giornata di lavoro, e qualcuno vi dice con nonchalance:

Ah, dimenticavo… ho già deciso tutto per le vacanze. Partiamo domenica.

E voi restate lì… un po’ interdetti.

Non vi è stato chiesto nulla, non avete potuto dire la vostra, non avete partecipato alla decisione.

Insomma, siete stati messi davanti al fatto compiuto.

Facile vero?

Ma che significa esattamente?

Significa che qualcuno ha preso una decisione senza consultarvi, e ve la comunica solo quando ormai è troppo tardi per intervenire. Il fatto è compiuto. Il verbo usato è compiere.

Il “fatto”, cioè la decisione, è già “compiuto”, cioè realizzato.

E voi?
Potete solo prenderne atto.

Vediamo qualche situazione tipica.

Succede spesso in famiglia:

Ho invitato dieci persone a cena stasera.
Come sarebbe a dire?
Eh… ormai è fatto.

Oppure al lavoro:

Da lunedì cambiamo orario.

Ma nessuno ci ha detto niente!

Decisione presa dalla direzione!

Ecco, anche qui: tutti messi davanti al fatto compiuto.

Attenzione alle sfumature.

Questa espressione non è proprio neutra, anzi, spesso sottintende un certo fastidio.

Chi viene messo davanti al fatto compiuto può pensare:

“Non mi hai coinvolto”

“Non sono stato interpellato”

“Non sono stato chiamato in causa”

“Hai deciso tutto da solo”

“Non tieni conto della mia opinione”

Insomma, non è proprio il massimo della diplomazia.

Espressioni simili? Ce ne sono!

In circostanze simili si dice anche che una persona:

fa di testa propria (informale)

non consulta nessuno

decide unilateralmente (più formale)

A volte può capitare di mettere qualcuno davanti al fatto compiuto, certo. Magari si ha fretta, oppure si pensa di fare la cosa giusta facendo di testa propria.

Però, alla fin fine, coinvolgere gli altri è quasi sempre la scelta migliore.

Perché nessuno ama sentirsi escluso, o peggio ancora… messo davanti al fatto compiuto.

Si usa il verbo mettere perché, in italiano, questo verbo non serve solo a indicare un’azione concreta, come appoggiare un oggetto da qualche parte, ma anche a descrivere una situazione in cui qualcuno viene “posto” in una certa condizione. Ho appena usato il verbo porre, sinonimo di mettere.

Il verbo mettere si usa spesso in senso figurato:

mettere qualcuno in difficoltà

significa farlo sentire in difficoltà

mettere qualcuno a proprio agio significa farlo sentire tranquillo

mettere qualcuno nei guai invece sta per causargli problemi.

Allora, anche quando diciamo mettere qualcuno davanti al fatto compiuto, è ancora un’immagine figurata.

Il verbo “mettere” serve proprio a rendere questa idea di passaggio forzato: prima avevi la possibilità di partecipare, di dire la tua, di influire; dopo, invece, ti ritrovi in una situazione che devi solo accettare. Non hai più margine di intervento.

L’espressione è molto efficace proprio perché mette insieme questa idea di “collocare qualcuno” con l’immagine del “davanti”, che rafforza la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di inevitabile, e anche con l’idea del “fatto compiuto”, cioè qualcosa che non si può più modificare.

In fondo, è un modo elegante per dire: ho deciso io, e tu ormai puoi solo prenderne atto.

Ah quasi dimenticavo.

Lo avrete probabilmente già intuito, ma si può anche dire mettere qualcuno di fronte al fatto compiuto.

Adesso ripassiamo gli episodi passati. Ditemi se a voi qualcuno vi ha mai messo davanti al fatto compiuto oppure se siete voi che lo avete fatto.

Ripasso in preparazione

Edita: Ciao amici! Adesso sono con la mia famiglia, con tanto di figli e nipoti. Ci aspetta il Seven di rugby mondiale a Montevideo!
Più di una volta mi trovo, per così dire, di fronte al fatto compiuto:
“Mangiamo questo, pranziamo quello, andiamo non so dove”… e chi più ne ha più ne metta!
È difficile mettersi d’accordo e io, essendo di indole una pacifista, sto zitto: non c’è niente di meglio che la famiglia riunita!
E poi, a dirla tutta … in questi casi conviene adattarsi: tanto decidono sempre loro! Ma tant’è!

Nancy (Argentina): A chi lo dici! In ufficio il capo ha deciso tutto a porte chiuse e poi ce l’ha rifilato così, senza sentire ragioni: apriti cielo quando qualcuno ha provato a protestare!

Carmen: In famiglia succede spesso: mia moglie decide e io, sulle prime, resto un po’ spaesato… ma alla fin fine mi adeguo, vuoi o non vuoi, tanto è inutile mettersi in rotta di collisione!

Lejla: Invero, qualche volta ci casco anch’io: penso bene di decidere per tutti e poi comunico tutto come se fosse normale… salvo poi dover fare mea culpa quando qualcuno si risente!

Video

https://youtube.com/@italianosemplicemente?si=03i0RQNQDCE3C0kK

Rimbecillire: quando il cervello va in bambola

Il verbo rimbecillire e l’aggettivo imbecille (scarica audio)

episodio 1217

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di un verbo da usare con moderazione: rimbecillire.

Perché da usare con moderazione? Beh, semplicemente perché rimbecillire tecnicamente significa “diventare imbecille”. Detto così fa sorridere però.

Più esattamente non si tratta necessariamente di un insulto.

Potremo dire che significa “rendere sciocco”, o, più formalmente “ottundere le capacità mentali” (ho usato un verbo complicato?). Allora diciamo che rimbecillire è vicino a “mandare/andare in pappa il cervello“, che è un’espressione a voi più familiare considerato che l’abbiamo già incontrata. Il senso è abbastanza simile. La cosa in comune è che sono ugualmente modalità poco edulcorate; piuttosto dirette direi. Rimbecillire infatti è un verbo forte e va usato con misura, a meno che non si voglia passare il segno. Tuttavia il verbo è estremamente efficace per descrivere alcune persone o per spiegare certi comportamenti che vuoi o non vuoi, danno da pensare.

Ad ogni modo si può usare anche parlando di sé stessi.

Pensiamo, ad esempio, all’uso smodato che si fa oggi dei social: notifiche a raffica, caratteri cubitali, contenuti che il nostro smartphone ci propina uno dietro l’altro… A forza di sequele di notifiche e raffiche di post, qualcuno finisce per rimbecillirsi, cioè per diventare stupido, imbecille, cioè finisce per perdere la ragione. Ma devo spiegare meglio il senso perché non è esattamente così.

Il rimbecillimento è un’involuzione, lenta ma inesorabile. E apriti cielo se lo fai notare! Aspettatevi una sfuriata come minimo!

Allora: rimbecillire non è sinonimo perfetto di diventare stupido o imbecille. Somiglia piuttosto a “stordire”. “Stordire” è però spesso temporaneo. “Rimbecillire”, invece, suggerisce un effetto più profondo e duraturo.

Uno scoppio improvviso ci può stordire, come uno schiaffo ben assestato, ma per rimbecillirsi bisogna agire sulle facoltà mentali. Alla fine è come se si perdessero le proprie capacità critiche. Quindi rimbecillire non indica quasi mai un fatto improvviso, ma un processo graduale. Ci si rimbecillisce col tempo, per esposizione continua a qualcosa: abitudini, comportamenti, stimoli ripetuti. Per questo si usa spesso parlando di televisione, social network, cattive frequentazioni o attività ripetitive che non richiedono alcuno sforzo mentale. Il cervello va “in modalità provvisoria”, per usare un linguaggio tecnologico. Cioè continua a funzionare, ma con capacità ridotte, senza spirito critico, senza profondità, limitandosi alle funzioni minime indispensabili.

Quando si rimbecillisce, diminuiscono le capacità di ragionare, di capire, di valutare le cose con lucidità. In altre parole, si entra in un processo attraverso cui una persona diventa progressivamente più imbecille, cioè meno intelligente nel senso pratico e critico del termine.

Es:

La televisione spazzatura rimbecillisce.
Passare ore a scorrere video inutili finisce per rimbecillire.

In questo senso, rimbecillire non è solo un insulto, ma anche una critica a un meccanismo.

E che dire di “imbecillire”, senza la “ri”? È più neutro, più da vocabolario. Il prefisso ri- aggiunge un’idea di processo, di reiterazione: una cosa tira l’altra, da cosa nasce cosa, e alla fine il cervello va in frantumi.

Ci sono poi sinonimi solo apparenti:
ottundere, che come abbiamo detto poco fa è più formale;
istupidire/instupidire, meno colorito di rimbecillire. Qui l’attenzione è sul risultato: diventare stupidi. Manca però l’idea di logoramento progressivo che invece è molto presente in rimbecillire.
rincretinire, affine ma più colloquiale, spesso suona un po’ esagerato.

Riferito a una persona precisa può risultare offensivo. Invece riferito a un fenomeno o a un’abitudine è invece perfettamente accettabile.

Questo tipo di contenuti su Instagram dopo un po’ rimbecillisce

Questa frase suona come una critica sociale.

Se parli così velocemente tu mi rimbecillisci!

Ecco, questa frase può suonare amichevole e scherzosa se detta nel modo giusto ma può anche suonare come un attacco personale.

Si usa anche in modo riflessivo:

Se continui così, ti rimbecillisci

Poi attenzione ad una cosa. Imbecille è un aggettivo particolare. Di solito “gli imbecilli” sapete chi sono?

Questo aggettivo non indica necessariamente una persona poco intelligente dal punto di vista cognitivo. Molto spesso, nell’uso comune, l’imbecille è chi si comporta da imbecille, non chi “lo è” in senso assoluto.

Quando diciamo “gli imbecilli”, di solito non pensiamo a chi ha difficoltà di comprensione, ma a chi compie azioni stupide, dannose o irresponsabili. Si usa in senso analogo a “idioti“.

Sono imbecilli, per esempio:

  • coloro che rovinano i monumenti,

  • coloro che trasformano una manifestazione pacifica in una manifestazione violenta,

  • chi non rispetta le regole minime della convivenza civile.

In questi casi, imbecille non descrive un limite intellettivo, ma una mancanza di senso civico, di responsabilità e di giudizio. È un’etichetta che nasce dal comportamento, non dalla persona in sé. Nei TG e nei notiziari si usa spessissimo.

Es:

I soliti imbecilli hanno devastato la statua

Imbecillire e ancora di più rimbecillire però, spessissimo sono verbi più ingenui e meno legati a fenomeni o atteggiamenti di questo tipo.
Non rimandano tanto a comportamenti dannosi o violenti, quanto piuttosto a una perdita di lucidità, a un abbassamento dell’attenzione e dello spirito critico.

E adesso, considerato che l’episodio non è stato in fondo così lungo e complesso da rimbecillirvi, possiamo fare un ripasso degli episodi precedenti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo:
Sul verbo rimbecillire c’è di che discutere: tuttavia non è una bazzecola, anzi, nevvero? Ci voleva una buona volta qualcuno che mettesse la questione sul piatto.

Carmen:
Invero, a sentir certi discorsi in politica si finisce per rimbecillire la gente: non c’è da stupirsi. Vale a dire che c’era da aspettarselo, visto l’andazzo in tutte le nazioni al mondo da qualche tempo a questa parte.

Ulrike:
Siamo tutti oramai avvezzi a contenuti scadenti che mandano in pappa il cervello. Ci vorrebbe una bella rivoluzione, altro che storie.

Khaled:
A quanto vedo. A rimbecillire sono ormai i più importanti personaggi al mondo. Vada per la rivoluzione!

Anne Marie:
Eppure c’è chi stigmatizza e biasima l’uso del verbo, come fosse proibito, quasi spacciandolo per uso indebito della parola.

Edita:
Però un po’ di lucidità noi ce l’abbiamo Ancora. Non vi sfiora nemmeno l’idea che gira gira, a pagarne lo scotto siamo sempre noi?

Julien:
Cosa non si fa per il potere: si edulcora tutto, e si sposta il limite sempre più in avanti.

Karin:
Sfido io che poi si tocchi il fondo del barile e lo si raschi per disperazione.

742 Dirsi

Dirsi

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Trascrizione

Giovanni: oggi vorrei parlarvi del verbo dirsi.

Mi è venuta in mente quest’idea ieri ascoltando il telegiornale.

La notizia era il riconoscimento delle repubbliche séparatiste da parte del Cremlino.

Parliamo quindi delle forti tensioni internazionali a cui stiamo assistendo in questi giorni.

Ebbene, dopo questa notizia, sia il cancelliere tedesco Scholz che presidente francese Macron si sono detti “delusi”.

“Si sono detti delusi”. Questo mi ha fatto pensare che dovrei parlarvi del verbo dirsi, perché in effetti ha diversi utilizzi interessanti.

Dunque, “dirsi” è la versione riflessiva del verbo dire. Innanzitutto può significare dire a sé stessi (nel senso di pensare tra sé), oppure dirsi qualcosa tra due o più persone.

Es:

Dopo che mia moglie si è messa ad urlare, mi sono detto che forse era meglio non farle più scherzi.

Cosa ti sei detto dopo aver sbagliato il calcio di rigore?

“Mi sono detto” quindi significa “ho pensato”. Significa anche “ho detto a me stesso”.

In genere quando si usa in questo modo si usa al passato.

Se siamo due persone però:

Io e te ci diciamo sempre la verità.

Dirsi la verità è sempre la scelta migliore.

Non è carino dirsi le cose sottovoce.

Tra amici bisogna dirsi tutto.

Cosa si saranno detti Putin e Biden?

Cioè: di cosa avranno parlato? In questi casi, con dirsi, così come con parlarsi, si intende che una persona dice qualcosa all’altra.

Però, dirsi ha anche un altro uso, simile a” dichiararsi” e “dichiarare” cioè dire qualcosa pubblicamente, far sapere a tutti, o comunque dichiarare apertamente qualcosa. Potremmo anche tradurlo come “dire di essere“.

In genere riguarda un sentimento o una sensazione o anche una volontà.

È questo l’utilizzo di cui vi parlavo all’inizio citando il telegiornale.

Macron e Scholz si dicono delusi.

Dunque hanno dichiarato di essere delusi. Hanno detto di essere delusi. Hanno espresso il loro pensiero che riflette il loro sentimento nel confronti di un fatto. Hanno espresso la loro delusione.

Potrei ugualmente dire che:

Macron e Scholz si dichiarano delusi.

Lo fanno in questo caso nei confronti del mondo, quindi attraverso la stampa, attraverso una dichiarazione pubblica.

Non lo fanno certamente uno nei confronti dell’altro.

Questo accade invece se dicessi:

Giovanni e Maria si dicono dei segreti.

Ma non c’è alcun sentimento o sensazione in questa frase.

Vediamo altri esempi:

I professori si dicono soddisfatti dei propri studenti.

L’allenatore si dice entusiasta della prestazione della sua squadra.

Sua santità si dice dispiaciuto per quanto sta accadendo.

Mia figlia si dice contenta dei voti scolastici di quest’anno.

Il dott. Rossi si è detto lieto di poter partecipare a questo incontro.

Il direttore si è detto disponibile ad un incontro.

Ti dispiace hai detto?? Dirsi dispiaciuto non basta!

La platea a cui ci si rivolge cambia di volta in volta.

Si tratta sempre di dichiarazioni, ma non necessariamente fatte alla stampa e alla tv.

I professori sì sono detti soddisfatti dei propri studenti nel corso del consiglio dei docenti.

L’allenatore si è detto entusiasta della prestazione della sua squadra nel corso della conferenza stampa di fine partita.

Sua santità si è detto dispiaciuto di quanto sta accadendo nel mondo attraverso un twitt.

Mia figlia si è detta contenta dei voti non appena ha visto la pagella di fine anno.

In questo caso mia figlia ha detto questo solo a me. È una dichiarazione diversa da quella del papa, di un allenatore. Abbastanza simile alla dichiarazione di un professore.

Certo, spesso si usa per descrivere occasioni importanti, e comunque dichiarazioni vere e proprie, e per le occasioni formali è molto adatta come modalità per esprimere una disponibilità o una qualunque sensazione.

Si usa anche con la negazione:

Il presidente non si dice d’accordo con questa proposta.

Quindi il presidente non si dichiara d’accordo, dice di non essere d’accordo con la proposta.

Mio figlio non si dice contrario ad un trasferimento.

Mia madre non si dice preoccupata della situazione pandemica.

Anche in questi casi parliamo del verbo “dirsi” nel senso di espressione di un sentimento o di una volontà. Potrei sempre usare dichiararsi al posto di dirsi, ma spesso suona troppo formale. A volte poi sembrerebbe un linguaggio giuridico:

L’imputato si dichiara colpevole

Il senso è sempre quello di “dice di essere” (colpevole, in questo caso) ma dichiarare e dichiararsi sono tipicamente verbi adatti ad un’aula di tribunale.

Il presente, “si dice” e “non si dice” , ovviamente, si usano anche parlando di educazione o di correttezza. Ma questo non è il verbo dirsi.

Es. parlando di educazione:

Non si dice quanti anni hai ad una signora!

Secondo il galateo non si dice “buon appetito” a tavola.

Parlando invece di correttezza:

Si dice “a me mi piace“? No, non si dice.

Nel senso che non è corretto dal punto di vista grammaticale.

In questi due casi però non c’è una persona che si dice (o che non si dice) esprimendo una sensazione o una volontà. Non si tratta chiaramente di dichiarazioni di qualcuno.

C’è anche un altro modo di usare “si dice”. Anch’esso non riguarda il verbo dirsi.

Quando c’è una voce che gira, quando ci sono chiacchiere, voci di corridoio, quando cioè si sente parlare di qualcosa. In questi casi c’è sempre “che”, quindi non possiamo sbagliarci:

Si dice che tu sia una persona molto paziente. È vero?

Non si dice niente qui? State tutti in silenzio?

Si dice che alla fine di ogni episodio di italiano semplicemente si facciano esercizi di ripasso. Sarà vero?

Ulrike: tra Russia e Stati Uniti siamo ai ferri corti. La situazione è in continuo divenire, ma temo per il peggio. Non me l’aspettavo proprio. E voi?

Marcelo: non mi dirai che ti fa specie che la Russia abbia invaso il territorio del suo dirimpettaio?

Ulrike: Marcelo, stai forse accusandomi di fare la finta tonta la tua domanda era retorica?

Karin: a me non sembra affatto una domanda retorica. Era invece abbastanza sibillina.

Irina: per quanto mi riguarda, pensavo che questa minaccia di invasione fosse solo poco più di una voce falsa e tendenziosa. poi di punto in bianco tutto è diventato reale.

Anthony: Adesso noi, qua in Europa, dovremo prendere atto del fatto che continueranno a salire le bollette del gas.

M6: allora mi pare che dovremmo fare di necessità virtù e dare seguito ai tanto discussi piani per sviluppare le fonti di energia rinnovabile. Facendo così ci smarcheremo della nostra dipendenza attuale e favoriremo la protezione dell’ambiente. Un win-win senza dubbio.

Hartmut: si fa presto a dire win win. È arrivato l’americano!
Ci vogliono anni per fare ciò che hai detto. Dovevamo pensarci prima magari.

Marcelo: dovremmo iniziare subito, su questo non ci piove. Mi vedo costretto però a dire la mia. Non mi dirai che non lo sapeva nessuno che l’artefice di tutto questo è un pazzo. È dal 208 che se la canta e se la suona da solo . E le sanzioni? Si vogliono mettere dei paletti con le sanzioni? Stai fresco! Lui se ne frega. Ambiente dici? Un parolone! Da quando lui questi atteggiamenti scellerati minaccia le frontiere altrui con centinaia di panzer e aeroplani, non se ne parla neanche. A pagare lo scotto sono soprattutto gli europei, che dipendono dal gas russo. Una bella magagna da risolvere.

Anthony: c’è chi dice che, vista l’amicizia consolidata, dovrebbe essere Berlusconi a chiamare Putin per metterci una buona parola….

673 Ficcare e Ficcarsi

Ficcare e Ficcarsi

Audio MP3 disponibile solo per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA) (REGISTRATI)

Trascrizione

Giovanni: episodio 673 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Oggi mi aiuterà Irina, membro della nostra associazione, che ha una voce piuttosto squillante.

Irina (California): Mi rivolgo oggi a tutti coloro che credono che si possa imparare una lingua solamente attraverso lo studio della grammatica:

Volete ficcarvi in testa che bisogna parlare?

Scusate ma per introdurre l’episodio di oggi ho dovuto ricorrere ad un rimprovero!

Ficcare è l’argomento di questo episodio.

Questo è un altro verbo che si usa solamente nel linguaggio familiare, come anche schiaffare, che abbiamo visto nell’episodio scorso.

Ficcare significa ancora una volta mettere, ma è più vicino a inserire, o meglio inserire a forza, far entrare, far penetrare, spingere all’interno con forza.

Es:

Ficcare un chiodo nel muro

Normalmente diremmo “piantare un chiodo nel muro”, ma ficcare è anch’esso adatto in quanto il chiodo si spinge con un martello quindi si usa la forza.

Posso usarlo anche nel senso di penetrare, conficcarsi, simile a infilarsi:

Mi si è ficcata una spina nel piede

Vale a dire che mi è entrata una spina nel piede.

Un altro esempio:

Dove avrò ficcato le chiavi? Non le trovo!

In questo caso è in sostituzione di “infilare”, ma anche i più semplici “mettere” e “nascondere”.

Si può anche usare “andare a finire” in questi casi:

Dove si saranno ficcati i miei occhiali?

Dove sono andati a finire i miei occhiali?

Dove avrò messo gli occhiali?

Se dite “dove avrò ficcato” o “dove si saranno ficcati” non cambia.

Si usa di frequente anche il cerbo “cacciare“.

Giovanni:

Dove si sono cacciate le chiavi?

Dove avrò cacciato le chiavi?

Chissà dove si sono cacciate!

Anche “cacciare“, usato in questo modo è informale naturalmente.

Un altro esempio con ficcare, ma in senso figurato:

Non ficcare il naso nei miei affari!

In questo caso questa frase significa “impicciarsi” (altro verbo informale) o anche “non farsi gli affari propri” ma in generale ficcare si usa anche nel senso di agire in modo da trovarsi coinvolti in una situazione negativa.

Ficcare poi, se usato in modo riflessivo diventa ficcarsi:

Significa mettersi in un posto, infilarsi, cacciarsi da qualche parte.

Es:

Vado a ficcarmi nel letto!

Cerca di non ficcarti nei guai, come al solito!

Quindi simile a “mettersi” e “infilarsi“, anche in modo figurato.

Avrete notato che il verbo ficcare si usa quasi sempre in contesti negativi: una spina nel piede, dei guai, non trovo più qualcosa, farsi gli affari altrui, situazioni in cui si rimprovera una persona ecc.

L’unico esempio che si salva è “ficcarsi nel letto” che è piuttosto piacevole.

Va bene allora adesso ripassiamo attraverso la voce di alcuni membri dell’associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Khaled (Egitto) è Irina: Le mie giornate sono strane a volte. Talora si fa subito tardi senza accorgermene e sono combattuto/a. tra la voglia di schiaffarmi sul divano e quella di fare una chiacchierata. Adesso ad esempio vorrei raccontarvi di un incontro tanto inaspettato quanto commovente avvenuto poc’anzi.

Marcelo (Argentina): Stavo lì lì per uscire da un emporio affollato quando all’improvviso mi sono sentita chiamare da una persona che, di primo acchito, mi sembrava sconosciuta.

Irina: Ho dovuto fare mente locale ma in men che non si dica il suo nome mi è scattato sulle labbra: una vecchia conoscenza, e non la vedevo da Illo tempore, quando eravamo entrambe ragazzine nella stessa scuola! Eravamo molto amiche, un binomio inscindibile! Quasi…

Sofie (Belgio): poi la vita ti fa andare su strade diverse. Ma talvolta la stessa vita fa sì che le strade s’incrocino di nuovo.
All’inizio, trovarsi a tu per tu dopo tanto tempo fa un pò specie. Balzava
agli occhi un non so che d’innaturale e non sapevamo in che modo rompere gli indugi.

Peggy (Taiwan): subito dopo scattano le risate. Darsi alla gioia nel ritrovare un’amica non è mica niente! I lieti ricordi vennero a galla subito! Ma non è che rimembrare il passato lascia il tempo che trova?
Questo è quanto per oggi.

Harjit (India): se volete, un’altra volta vi dirò che tipo di donne siamo diventate col passare degli anni. Imparerete su di noi di tutto e di più. Già, perché col tempo non si resta intonse né nel fisico, né nella mente. In compenso con l’età, scusate l’inciso, aumenta l’esperienza. Buttala via!