Levare, levata, levarsi

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episodio 1243

Trascrizione

levata di scudi

Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di due verbi: levare e levarsi. Del primo verbo ce ne siamo occupati in un episodio dal titolo “levare le tende , ricordate? Quello è un uso figurato però.

Parliamo adesso di quello proprio di levare.

Allora, immaginate di essere a tavola, avete finito di mangiare e prendete il piatto per portarlo via.

In quel momento state facendo un’azione concreta: state levando il piatto.

In altre parole, lo state togliendo, rimuovendo da dove si trova. Questo è il significato più diretto di levare: togliere qualcosa da un posto. È più informale di togliere. Spesso poi ha un contenuto emotivo. Se una persona usa levare al posto di togliere, spesso è leggermente irritato, magari perché ha perso la pazienza.

Tipo:

levati di mezzo ché non vedo la TV!

Leva il piatto dopo che hai mangiato,come te lo devo dire? In tedesco?

Vediamo un altro uso, specie quello riflessivo.

Aprite il giornale, o magari scorrete le notizie sul telefono, e leggete una frase come:

si è levata una polemica.

E qui non c’è più nessun piatto, nessun oggetto da spostare, da togliere. Nessuno ha tolto niente. Eppure qualcosa è successo.

Con levarsi, a meno che non si parla di persone che devono togliersi, quindi come “levarsi”, tipo “levarsi di mezzo”, e a parte l’uso di levarsi nel senso di togliersi (tipo levarsi i vestiti o l’espressione , anche figurata “levarsi di dosso”) entriamo in un altro mondo.

Non si tratta più di togliere, ma di qualcosa che si alza, nasce, emerge, qualcosa che aumenta, spesso all’improvviso e con una certa intensità. Una polemica che “si leva” ad esempio è una polemica che prende forma, che comincia a circolare, che si diffonde tra le persone. È come se si sollevasse nell’aria, diventando visibile a tutti.

Lo stesso vale quando si dice che si è levato un coro di proteste. Non è una sola voce, ma tante voci insieme, che si alzano contemporaneamente. C’è un’idea di movimento collettivo, quasi spontaneo. Nessuno lo organizza davvero: succede, e basta. E’ una sorta di insurrezione.

Questo ci aiuta a capire anche un’espressione molto tipica dell’italiano: la levata di scudi. Qui l’immagine è antica ma molto efficace.

Pensate a dei soldati che alzano gli scudi per difendersi. Trasportata nel linguaggio di oggi, questa immagine descrive una reazione immediata e compatta contro qualcosa che viene percepito come una minaccia o un errore. Quando c’è una levata di scudi, significa che molte persone (non una sola) reagiscono insieme, opponendosi con decisione. Tutti insieme per difendere qualcuno o qualcosa. La levata di scudi si fa sempre in favore di qualcuno o qualcosa che si sostiene collettivamente.

Notate che normalmente non si dice che delle persone hanno levato gli scudi, ma che c’è stata una levata di scudi da parte di un gruppo di persone.

A questo punto la differenza tra i due verbi diventa quasi intuitiva. Levare ha bisogno di qualcuno che compie l’azione e di qualcosa che viene tolto. Levarsi, invece, solitamente è diverso: ciò che si leva non viene rimosso, ma nasce, si diffonde, prende forza.

Spesso, nelle espressioni figurate, è proprio levarsi il protagonista. È il verbo delle polemiche che scoppiano, delle proteste che si accendono, dei venti che iniziano a soffiare all’improvviso. C’è sempre questa idea di qualcosa che prima non c’era, e che a un certo punto si fa sentire.

Alla fine, se ci pensate, è una differenza molto concreta anche quando parliamo in modo figurato: con levare togliamo qualcosa dal mondo, con levarsi qualcosa entra nel mondo e si impone all’attenzione.

E quando sentite dire che si è levata una polemica, non immaginate qualcuno che toglie qualcosa… ma piuttosto qualcosa che si alza, cresce e, nel giro di poco, coinvolge tutti.

Ci sono chiaramente altri usi particolari del verbo levare e levarsi, ma per oggi può bastare così.

Adesso, se chiedo un ripasso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, spero non si levi una inutile polemica, perché sapete che il ripasso, in questa rubrica, è obbligatorio.

Marcelo: Probabilmente ci sarà stato un grande sconcerto per l’eliminazione, tra i tifosi italiani a seguito dell’eliminazione ai Mondiali di calcio, e a seguire tanta frustrazione.
Prima o poi dovranno però riconciliarsi con la loro squadra del cuore!

Sicuramente il prossimo allenatore sarà tenuto d’occhio dai tifosi e dai giornalisti, e al primo errore, riceverà anche lui una valanga di critiche, mentre probabilmente gli toccheranno solo due parole in croce di elogio in caso di vittoria!

Ma il lavoro ben fatto alla fin fine paga sempre, e il trionfo, maggior ragione ripaga, eccome!
Di sicuro dovrà imparare ad agire sotto la spada di Damocle!

Comunque sia mi piace pensare che non c’è male che per bene non avvenga.

Conciliante, conciliare, riconciliarsi

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in preparazione

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episodio 1241

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola alquanto interessante: conciliante. Vi servirà, o meglio, potrebbe esservi utile conoscere questo aggettivo perché ce ne sono tante di persone concilianti.

Immaginate una persona che, in una discussione accesa, non alza la voce, non prende posizioni rigide, ma cerca invece di calmare gli animi, di trovare un punto d’incontro, di mettere tutti d’accordo. Ecco, quella è una persona conciliante.

Ma cosa significa esattamente?

Conciliante è un aggettivo, questo è chiaro, che descrive chi ha un atteggiamento disponibile, pacato, aperto al dialogo, e soprattutto orientato alla riconciliazione, cioè a ristabilire l’armonia tra persone in disaccordo.

La parola conciliante inizia per con,non a caso.

Una persona conciliante quindi:

  • evita lo scontro diretto
  • cerca soluzioni condivise
  • tende a smussare gli angoli nn o, per usare un’espressione a voi nota, tende ad appianare le controversie.

Non è necessariamente una persona debole, attenzione. Essere concilianti non significa cedere sempre, ma piuttosto avere l’abilità di gestire i conflitti con intelligenza e misura.

Vediamo ora il legame con il verbo conciliare. Perché c’è un legame

Cosa? Non avete mai utilizzato questo verbo? Beh, da una parte può essere una buona notizia, sapete?

Il verbo conciliare significa, da una parte, proprio questo: mettere d’accordo, far tornare in armonia, rendere compatibili cose o persone che sembrano in contrasto. Anche cose, non solo persone.

Ad esempio:

  • Cerco di conciliare lavoro e famiglia
  • È difficile conciliare due opinioni così diverse

Da questo verbo deriva direttamente l’aggettivo conciliante. Dunque, una persona conciliante è, letteralmente, una persona che tende a conciliare, cioè a creare accordo. Ma come avete appena capito, si possono conciliare anche le cose della vita. Non solo lavoro e famiglia, ma uno studente potrebbe voler conciliare studio e lavoro, oppure amore e studio.

Se parliamo di conciliare applicato alle persone, possiamo anche dire che una persona ha un atteggiamento conciliante, oppure un tono conciliante. Pensate a qualcuno che dice:

Cerchiamo di capirci

oppure:

Troviamo una soluzione che vada bene a tutti

Questo è un tipico linguaggio conciliante.

C’è poi una sfumatura interessante: a volte si può usare conciliante anche in senso leggermente critico. Ad esempio, se una persona evita sempre il conflitto, qualcuno potrebbe dire:

È fin troppo conciliante

intendendo che forse manca un po’ di fermezza.

Dunque, come spesso accade, tutto dipende dal contesto.

Riassumendo:

  • conciliare è il verbo: mettere d’accordo
  • conciliante è l’aggettivo: che tende a mettere d’accordo

E, alla fin fine, essere concilianti è spesso una qualità preziosa, soprattutto nei rapporti umani, dove, come sappiamo, i contrasti non mancano mai.

Ma sapete che conciliare è anche applicabile alle multe.

Sì, proprio così.

Nel linguaggio amministrativo e giuridico, conciliare può significare anche chiudere una controversia pagando una somma ridotta, evitando così ulteriori problemi, ricorsi o procedimenti.
In questo caso si parla spesso di conciliazione.

Facciamo un esempio molto semplice.

Ricevete una multa. A questo punto avete diverse possibilità:
potete fare ricorso
oppure potete conciliare, cioè accettare la sanzione e pagarla, spesso con una riduzione

In Italia, ad esempio, esiste la possibilità di pagare una multa entro 5 giorni con uno sconto.

Questo, in un certo senso, è un modo di conciliare: si evita il conflitto con l’amministrazione e si chiude la questione rapidamente.

Dunque, anche qui ritroviamo l’idea centrale del verbo conciliare: evitare lo scontro e trovare un accordo, anche se in questo caso l’accordo è tra il cittadino e lo Stato.

Esistono anche i verbi riconciliare e riconciliarsi.

Riconciliare è esattamente ciò che fa la persona conciliante, mentre riconciliarsi significa semplicemente fare pace dopo un litigio, ristabilire un rapporto che si era interrotto o deteriorato.

Ad esempio:

Dopo anni di silenzio, si sono riconciliati

Ho litigato con un amico, ma poi ci siamo riconciliati

Qui entra in gioco un elemento temporale molto importante:
mentre conciliare può anche riferirsi a mettere d’accordo due elementi qualsiasi (idee, esigenze, interessi), riconciliarsi implica quasi sempre che prima c’era un’armonia, poi un conflitto, e infine un ritorno all’armonia.

Quel prefisso ri- è decisivo: indica proprio il ritorno a una situazione precedente.

Possiamo quindi vedere una sorta di percorso:

conciliare è mettere d’accordo (anche per la prima volta)

riconciliarsi invece sta per tornare d’accordo dopo una rottura.

E naturalmente esiste anche il sostantivo: riconciliazione.

Interessante anche una sfumatura più profonda, quasi interiore: ci si può riconciliare non solo con una persona, ma anche:
con il proprio passato
con una scelta fatta
persino con se stessi

Ad esempio:

Col tempo mi sono riconciliato con quella decisione.

Qui non c’è un’altra persona, ma c’è comunque un conflitto… interno.

E allora, se conciliare è un po’ come costruire un ponte,
riconciliarsi è tornare a percorrerlo, dopo che era stato interrotto.

Marcelo: Di volta in volta discuto con un amico di politica e mi fa arrabbiare il suo modo di pensare. Anche se so di essere un po’ fumino, torno presto sui miei passi.

Carmen: Le controversie non mi piacciono e cerco di appianarle, però se non riesco nel mio intento preferisco non avere ragione e riconciliarmi con il mio amico.

André: Siamo in tempi di guerre, conflitti ogni due per tre che nascono dall’incapacità di ascoltare davvero l’altro: ognuno parla, ma pochi lo fanno in modo conciliante.

Julien: Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualcuno che prova a conciliare posizioni opposte, magari intervenendo sommessamente, senza clamore, ma con una forza silenziosa che lascia il suo strascico nel tempo.

Karin: Sono i casi di Nelson Mandela o di Mahatma Gandhi.
Sono proprio queste persone a essersi distinte per il loro coraggio morale: non quello delle armi, ma quello della parola e dell’empatia.

Nancy: Perché alla fine, se davvero vogliamo uscire dal ciclo infinito della violenza, l’unica strada possibile è riconciliare ciò che è stato diviso, ricucire le ferite e restituire umanità là dove sembrava perduta.

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Mettere davanti al fatto compiuto

Mettere davanti al fatto compiuto

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episodio 1234

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di un’espressione molto interessante e anche… piuttosto delicata da usare: mettere qualcuno davanti al fatto compiuto.

Portiamo da un esempio:

Tornate a casa tranquilli, magari dopo una lunga giornata di lavoro, e qualcuno vi dice con nonchalance:

Ah, dimenticavo… ho già deciso tutto per le vacanze. Partiamo domenica.

E voi restate lì… un po’ interdetti.

Non vi è stato chiesto nulla, non avete potuto dire la vostra, non avete partecipato alla decisione.

Insomma, siete stati messi davanti al fatto compiuto.

Facile vero?

Ma che significa esattamente?

Significa che qualcuno ha preso una decisione senza consultarvi, e ve la comunica solo quando ormai è troppo tardi per intervenire. Il fatto è compiuto. Il verbo usato è compiere.

Il “fatto”, cioè la decisione, è già “compiuto”, cioè realizzato.

E voi?
Potete solo prenderne atto.

Vediamo qualche situazione tipica.

Succede spesso in famiglia:

Ho invitato dieci persone a cena stasera.
Come sarebbe a dire?
Eh… ormai è fatto.

Oppure al lavoro:

Da lunedì cambiamo orario.

Ma nessuno ci ha detto niente!

Decisione presa dalla direzione!

Ecco, anche qui: tutti messi davanti al fatto compiuto.

Attenzione alle sfumature.

Questa espressione non è proprio neutra, anzi, spesso sottintende un certo fastidio.

Chi viene messo davanti al fatto compiuto può pensare:

“Non mi hai coinvolto”

“Non sono stato interpellato”

“Non sono stato chiamato in causa”

“Hai deciso tutto da solo”

“Non tieni conto della mia opinione”

Insomma, non è proprio il massimo della diplomazia.

Espressioni simili? Ce ne sono!

In circostanze simili si dice anche che una persona:

fa di testa propria (informale)

non consulta nessuno

decide unilateralmente (più formale)

A volte può capitare di mettere qualcuno davanti al fatto compiuto, certo. Magari si ha fretta, oppure si pensa di fare la cosa giusta facendo di testa propria.

Però, alla fin fine, coinvolgere gli altri è quasi sempre la scelta migliore.

Perché nessuno ama sentirsi escluso, o peggio ancora… messo davanti al fatto compiuto.

Si usa il verbo mettere perché, in italiano, questo verbo non serve solo a indicare un’azione concreta, come appoggiare un oggetto da qualche parte, ma anche a descrivere una situazione in cui qualcuno viene “posto” in una certa condizione. Ho appena usato il verbo porre, sinonimo di mettere.

Il verbo mettere si usa spesso in senso figurato:

mettere qualcuno in difficoltà

significa farlo sentire in difficoltà

mettere qualcuno a proprio agio significa farlo sentire tranquillo

mettere qualcuno nei guai invece sta per causargli problemi.

Allora, anche quando diciamo mettere qualcuno davanti al fatto compiuto, è ancora un’immagine figurata.

Il verbo “mettere” serve proprio a rendere questa idea di passaggio forzato: prima avevi la possibilità di partecipare, di dire la tua, di influire; dopo, invece, ti ritrovi in una situazione che devi solo accettare. Non hai più margine di intervento.

L’espressione è molto efficace proprio perché mette insieme questa idea di “collocare qualcuno” con l’immagine del “davanti”, che rafforza la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di inevitabile, e anche con l’idea del “fatto compiuto”, cioè qualcosa che non si può più modificare.

In fondo, è un modo elegante per dire: ho deciso io, e tu ormai puoi solo prenderne atto.

Ah quasi dimenticavo.

Lo avrete probabilmente già intuito, ma si può anche dire mettere qualcuno di fronte al fatto compiuto.

Adesso ripassiamo gli episodi passati. Ditemi se a voi qualcuno vi ha mai messo davanti al fatto compiuto oppure se siete voi che lo avete fatto.

Ripasso in preparazione

Edita: Ciao amici! Adesso sono con la mia famiglia, con tanto di figli e nipoti. Ci aspetta il Seven di rugby mondiale a Montevideo!
Più di una volta mi trovo, per così dire, di fronte al fatto compiuto:
“Mangiamo questo, pranziamo quello, andiamo non so dove”… e chi più ne ha più ne metta!
È difficile mettersi d’accordo e io, essendo di indole una pacifista, sto zitto: non c’è niente di meglio che la famiglia riunita!
E poi, a dirla tutta … in questi casi conviene adattarsi: tanto decidono sempre loro! Ma tant’è!

Nancy (Argentina): A chi lo dici! In ufficio il capo ha deciso tutto a porte chiuse e poi ce l’ha rifilato così, senza sentire ragioni: apriti cielo quando qualcuno ha provato a protestare!

Carmen: In famiglia succede spesso: mia moglie decide e io, sulle prime, resto un po’ spaesato… ma alla fin fine mi adeguo, vuoi o non vuoi, tanto è inutile mettersi in rotta di collisione!

Lejla: Invero, qualche volta ci casco anch’io: penso bene di decidere per tutti e poi comunico tutto come se fosse normale… salvo poi dover fare mea culpa quando qualcuno si risente!

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Rimbecillire: quando il cervello va in bambola

Il verbo rimbecillire e l’aggettivo imbecille (scarica audio)

episodio 1217

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di un verbo da usare con moderazione: rimbecillire.

Perché da usare con moderazione? Beh, semplicemente perché rimbecillire tecnicamente significa “diventare imbecille”. Detto così fa sorridere però.

Più esattamente non si tratta necessariamente di un insulto.

Potremo dire che significa “rendere sciocco”, o, più formalmente “ottundere le capacità mentali” (ho usato un verbo complicato?). Allora diciamo che rimbecillire è vicino a “mandare/andare in pappa il cervello“, che è un’espressione a voi più familiare considerato che l’abbiamo già incontrata. Il senso è abbastanza simile. La cosa in comune è che sono ugualmente modalità poco edulcorate; piuttosto dirette direi. Rimbecillire infatti è un verbo forte e va usato con misura, a meno che non si voglia passare il segno. Tuttavia il verbo è estremamente efficace per descrivere alcune persone o per spiegare certi comportamenti che vuoi o non vuoi, danno da pensare.

Ad ogni modo si può usare anche parlando di sé stessi.

Pensiamo, ad esempio, all’uso smodato che si fa oggi dei social: notifiche a raffica, caratteri cubitali, contenuti che il nostro smartphone ci propina uno dietro l’altro… A forza di sequele di notifiche e raffiche di post, qualcuno finisce per rimbecillirsi, cioè per diventare stupido, imbecille, cioè finisce per perdere la ragione. Ma devo spiegare meglio il senso perché non è esattamente così.

Il rimbecillimento è un’involuzione, lenta ma inesorabile. E apriti cielo se lo fai notare! Aspettatevi una sfuriata come minimo!

Allora: rimbecillire non è sinonimo perfetto di diventare stupido o imbecille. Somiglia piuttosto a “stordire”. “Stordire” è però spesso temporaneo. “Rimbecillire”, invece, suggerisce un effetto più profondo e duraturo.

Uno scoppio improvviso ci può stordire, come uno schiaffo ben assestato, ma per rimbecillirsi bisogna agire sulle facoltà mentali. Alla fine è come se si perdessero le proprie capacità critiche. Quindi rimbecillire non indica quasi mai un fatto improvviso, ma un processo graduale. Ci si rimbecillisce col tempo, per esposizione continua a qualcosa: abitudini, comportamenti, stimoli ripetuti. Per questo si usa spesso parlando di televisione, social network, cattive frequentazioni o attività ripetitive che non richiedono alcuno sforzo mentale. Il cervello va “in modalità provvisoria”, per usare un linguaggio tecnologico. Cioè continua a funzionare, ma con capacità ridotte, senza spirito critico, senza profondità, limitandosi alle funzioni minime indispensabili.

Quando si rimbecillisce, diminuiscono le capacità di ragionare, di capire, di valutare le cose con lucidità. In altre parole, si entra in un processo attraverso cui una persona diventa progressivamente più imbecille, cioè meno intelligente nel senso pratico e critico del termine.

Es:

La televisione spazzatura rimbecillisce.
Passare ore a scorrere video inutili finisce per rimbecillire.

In questo senso, rimbecillire non è solo un insulto, ma anche una critica a un meccanismo.

E che dire di “imbecillire”, senza la “ri”? È più neutro, più da vocabolario. Il prefisso ri- aggiunge un’idea di processo, di reiterazione: una cosa tira l’altra, da cosa nasce cosa, e alla fine il cervello va in frantumi.

Ci sono poi sinonimi solo apparenti:
ottundere, che come abbiamo detto poco fa è più formale;
istupidire/instupidire, meno colorito di rimbecillire. Qui l’attenzione è sul risultato: diventare stupidi. Manca però l’idea di logoramento progressivo che invece è molto presente in rimbecillire.
rincretinire, affine ma più colloquiale, spesso suona un po’ esagerato.

Riferito a una persona precisa può risultare offensivo. Invece riferito a un fenomeno o a un’abitudine è invece perfettamente accettabile.

Questo tipo di contenuti su Instagram dopo un po’ rimbecillisce

Questa frase suona come una critica sociale.

Se parli così velocemente tu mi rimbecillisci!

Ecco, questa frase può suonare amichevole e scherzosa se detta nel modo giusto ma può anche suonare come un attacco personale.

Si usa anche in modo riflessivo:

Se continui così, ti rimbecillisci

Poi attenzione ad una cosa. Imbecille è un aggettivo particolare. Di solito “gli imbecilli” sapete chi sono?

Questo aggettivo non indica necessariamente una persona poco intelligente dal punto di vista cognitivo. Molto spesso, nell’uso comune, l’imbecille è chi si comporta da imbecille, non chi “lo è” in senso assoluto.

Quando diciamo “gli imbecilli”, di solito non pensiamo a chi ha difficoltà di comprensione, ma a chi compie azioni stupide, dannose o irresponsabili. Si usa in senso analogo a “idioti“.

Sono imbecilli, per esempio:

  • coloro che rovinano i monumenti,

  • coloro che trasformano una manifestazione pacifica in una manifestazione violenta,

  • chi non rispetta le regole minime della convivenza civile.

In questi casi, imbecille non descrive un limite intellettivo, ma una mancanza di senso civico, di responsabilità e di giudizio. È un’etichetta che nasce dal comportamento, non dalla persona in sé. Nei TG e nei notiziari si usa spessissimo.

Es:

I soliti imbecilli hanno devastato la statua

Imbecillire e ancora di più rimbecillire però, spessissimo sono verbi più ingenui e meno legati a fenomeni o atteggiamenti di questo tipo.
Non rimandano tanto a comportamenti dannosi o violenti, quanto piuttosto a una perdita di lucidità, a un abbassamento dell’attenzione e dello spirito critico.

E adesso, considerato che l’episodio non è stato in fondo così lungo e complesso da rimbecillirvi, possiamo fare un ripasso degli episodi precedenti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo:
Sul verbo rimbecillire c’è di che discutere: tuttavia non è una bazzecola, anzi, nevvero? Ci voleva una buona volta qualcuno che mettesse la questione sul piatto.

Carmen:
Invero, a sentir certi discorsi in politica si finisce per rimbecillire la gente: non c’è da stupirsi. Vale a dire che c’era da aspettarselo, visto l’andazzo in tutte le nazioni al mondo da qualche tempo a questa parte.

Ulrike:
Siamo tutti oramai avvezzi a contenuti scadenti che mandano in pappa il cervello. Ci vorrebbe una bella rivoluzione, altro che storie.

Khaled:
A quanto vedo. A rimbecillire sono ormai i più importanti personaggi al mondo. Vada per la rivoluzione!

Anne Marie:
Eppure c’è chi stigmatizza e biasima l’uso del verbo, come fosse proibito, quasi spacciandolo per uso indebito della parola.

Edita:
Però un po’ di lucidità noi ce l’abbiamo Ancora. Non vi sfiora nemmeno l’idea che gira gira, a pagarne lo scotto siamo sempre noi?

Julien:
Cosa non si fa per il potere: si edulcora tutto, e si sposta il limite sempre più in avanti.

Karin:
Sfido io che poi si tocchi il fondo del barile e lo si raschi per disperazione.