396 Il buon senso

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Trascrizione

Tra tutte le qualità di una persona, spicca certamente il buon senso.

Si dice che una persona è di buon senso quando è una persona moderata, che sa valutare bene le situazioni, che ha la capacità di giudicare sempre con equilibrio e ragionevolezza una situazione, comprendendo le necessità pratiche che essa comporta. Ha molto a che fare con l’intelligenza.

Le persone di buon senso non esagerano mai, non vanno oltre i limiti, ma soprattutto si sta parlando della loro capacità di giudizio. Si parla di come vedono le cose e di come agiscono di conseguenza, valutando attentamente pro e contro.

È una capacità naturale, istintiva. Il buon senso non si impara né si insegna, almeno non più di tanto.

La persona di buon senso sa distinguere il logico dall’illogico, l’opportuno dall’inopportuno, e sa comportarsi in modo giusto, saggio ed equilibrato, in funzione dei risultati pratici da raggiungere.

Si può usare sia il verbo essere che avere:

Quel presidente è totalmente privo di buon senso.

Se avesse più buon senso potremmo fidarci di lui.

Se uso il verbo essere devo usare anche “di”: essere di buon senso. Con avere non c’è bisogno.

Avere buon senso.

Essere di buon senso.

Si usa spesso citare il buon senso anche come una capacità richiesta quando si deve interpretare qualcosa di scritto, come una legge.

Se la legge dice: anche all’aperto è obbligatorio indossare la Mascherina.

Allora il buon senso vuole (si dice così) che se sei completamente solo, come quando sei in macchina da solo o in un parco a fare una passeggiata, non c’è bisogno di indossarla.

Si usa anche le frasi “basta un po’ di buon senso”, “fare appello al buon senso”. “la vittoria del buon senso”.

Basta con questi lockdown, che vinca il buon senso!

In questo caso si sta dicendo che è sufficiente che i cittadini capiscano da soli come comportarsi. Non serve chiudersi tutti in casa.

Abbi il Buon senso di stare zitto!

Come a dire: stare zitto è la cosa più giusta che tu possa fare. Questa è una frase che si sente spesso quando due persone litigano.

Stasera è il 31 ottobre 2020. Tutti i sindaci e governanti del mondo fanno appello al buon senso dei cittadini per la festa di halloween.

Si fa appello al buon senso, cioè ad essere responsabili, a capire da soli come comportarsi, perché non si possono controllare i comportamenti di tutti.

Io invece adesso lascio la parola a qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente per il ripasso delle puntate precedenti.

Carmen: Se aspetti un ripasso da noi stasera, stai fresco.

Oggi non è cosa ché è Halloween 🎃 .

Invece di scervellarsi su delle frasi di ripasso, faremo una bella baldoria. Piuttosto, speriamo che tu abbia dolcetti a portata di mano a scanso di beccarti degli scherzetti.

Le meraviglie d’Italia: Il pozzo di San Patrizio

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Trascrizione

Una delle meraviglie d’Italia che sono poco conosciute dagli stranieri che ci fanno visita è il pozzo di San Patrizio, che si trova ad Orvieto, un piccolo borgo dell’Umbria, nel centritalia, un paese abbarbicato su una rupe di tufo.

Curioso questo “abbarbicato” che significa “fortemente attaccato”.

Pensare che c’è persino chi si abbarbica alle proprie idee, quindi che è talmente attaccata ad esse che non cambia mai idea.

Chi invece è abbarbicato al denaro non si stacca mai da esso, e poi ci sono i borghi abbarbicati al tufo, come Orvieto.

Ed è proprio nel tufo, questo materiale che proviene dai vulcani (dalla lava dei vulcani, quindi è un materiale lavico, di origine lavica) è stato scavato questo pozzo nel secolo Xvi.

Il secolo sedicesimo inizia nel 1500 e termina il 1599.

Un pozzo serve a raccogliere acqua, per essere utilizzata nel corso dell’anno o in caso di emergenza, ed il pozzo di San Patrizio, con la sua profondità di più di 50 metri, di acqua ne può contenere parecchia.

È stato costruito per volere di papa Clemente VII, che voleva essere sicuro che l’acqua non mancasse mai, neanche in caso di epidemie e calamità naturali come terremoti e cose simili.

Ma anche perché c’era appena stato il Sacco di Roma nel 1527 e c’era il pericolo di altri assedi o conflitti.

Il Sacco di Roma avvenne infatti nel 1527 da parte dei lanzichenecchi che oltre a saccheggiare Roma, cioè a devastare e derubare, uccisero un sacco di persone e portarono anche la peste.

Papa Clemente VII riuscì a scappare

Così Clemente VII all’indomani del Sacco di Roma si rifugia ad Orvieto dopo essere scappato travestito da ortolano.

Così per essere sicuro di avere sempre l’acqua fa costruire questo profondissimo pozzo.

Forse non ve l’avevo detto ma l’indomani non è detto sia proprio il giorno successivo ad un giorno dato, ma in generale si intende immediatamente dopo, subito dopo, nei giorni seguenti.

Il pozzo comunque ha un fascino unico, è un vero capolavoro di ingegneria. Ha due rampe di scale indipendenti per salire e scendere, e pensate che erano dei muli a trasportare l’acqua estratta dal pozzo per portarla in superficie.

Il mulo è un animale simile al cavallo, usato nel passato per trasportare carichi pesanti.

Dall’alto del pozzo si vede l’acqua che c’è in fondo, e c’è l’usanza di gettare delle monete nel pozzo, un po’ come si fa con fontana di Trevi a Roma.

Se capitate in Umbria, fate un salto ad Orvieto e resterete a bocca aperta.

Si respira un’atmosfera magica e sacra, è davvero bello questo pozzo di San Patrizio.

In Italia è conosciuto da tutti, almeno tra gli adulti, tanto che è entrato anche nel linguaggio, e precisamente si dice che una cosa è come il Pozzo di San Patrizio quando si sprecano molte risorse ed energie, ma spesso senza troppi risultati.

Altre volte si usa anche per indicare qualcosa di molto capiente, profondo, che sembra senza fondo, senza fine.

Nel pozzo di San Patrizio infatti entra tantissima acqua e non si riesce mai a riempirlo.

Allora posso dire ad esempio che se una persona che non si sazia mai, se ha sempre fame, allora è come il pozzo di San Patrizio. perché non si riempie mai lo stomaco.

Posso ugualmente dire che se mio figlio spende un sacco di soldi e li spreca tutti, se più soldi ha, più ne spende, allora è come il pozzo di San Patrizio.

Oppure posso dire che la sanità italiana è un pozzo di San Patrizio perché si spendono tantissimi soldi per la cura della salute e spesso ci si chiede cosa ci si faccia con tanti aoldi e che non bastano mai.

Ciao a tutti. Andate a vedere qualche foto del pozzo di San Patrizio su internet.

395 Metti che…

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Trascrizione

Non riesco mai a fare episodi che durano meno di due minuti, ma mettiamo che io oggi ci riesca, riuscirete a perdonarmi per gli episodi passati?

“Mettiamo che” , oppure “metti che” è un modo informale per fare un’ipotesi.

La frase corretta sarebbe “ammettiamo che”, comunque nel linguaggio di tutti i giorni questo ammettere diventa mettere.

Significa “diamo per scontato che sia così”, “facciamo finta che sia così”, “consideriamo vera questa ipotesi”.

Più brevemente “metti che” significa supponiamo che, ammettiamo che, ipotizziamo che. A volte si può anche togliere il “che”

Qualche altro esempio:

– metti che oggi piove, andremo ugualmente a cena ?

– si, però se piove troppo, mettiamo, 2 ore, allora meglio restare a casa. Ma non credo proprio, guarda che sole che c’è!

– ma le previsioni per stasera sono pessime, e metti che hanno ragione?

Evviva ce l’ho fatta! 1 minuto e 16 secondi! Record del mondo!

Adesso ripassiamo:

Irina:

È l’ennesima volta che provo a scrivere un ripassino, intendo, senza tirarla per le lunghe, bensì tagliando corto come si deve e come è richiesto dal buon senso, considerato il nome di questa rubrica. Perché tanti tentativi? Quando apro la pagina dei due minuti sul sito vedo oltre 350 voci. Ogni volta incomincio a scervellarmi ma dopo un po’ mi dà di volta il cervello. Mi viene la nausea vedendo un’espressione dietro l’altra: tutte queste espressioni, espressioni, espressioni… un incubo davvero. Tutto verte sull’utilizzo di parole ed espressioni già spiegate. Questo è un ripasso. La cosa strana di cui non riesco ancora a capacitarmi è che quando provo ad usarle tutto diventa buio nella mia memoria. Perbacco!

Penso allora: sarà un po’ po’ di lavoro sfoderare qualche frase ma i vantaggi sarebbero notevoli. Non solo i ripassi rappresentano un ausilio aggiuntivo per sviluppare la capacità di esprimersi meglio, spesso in modo più elegante o formale, ma queste piccole “opere d’arte” sono anche un ausilio per gli altri e tutto il gruppo whatsapp dei membri, e sono spesso e volentieri benaccetta da tutti. Mi prefiggo allora di rompere gli indugi. Invece un’altra ora è passata e il foglio è ancora bianco. Mi chiedo cosa sia successo… perché non hai scritto niente? Non hai presente l’importanza dei ripassi? Di nuovo faccio una capatina sul sito e penso: oggi proprio non è cosa. Bisogna avere pazienza.

Poi i miei occhi si soffermano sull’episodio 372 “Il lavoro paga” e proprio in questo momento squilla il telefonino: nient’altro che chiacchiere improduttive anche se per certi versi necessarie, almeno di tanto in tanto affinché l’anima e lo spirito rimangano sani. Poi però, senza troppi fronzoli dico alla voce dell’altro lato: bando alle ciance, devo scrivere un ripassino sennò il mio studio prenderà una brutta piega e, poi dopo dovrò uscire, il che rappresenta un pretesto solo per smarcarmi da questo impegno.

Il mio interlocutore ha risposto con educazione e mi ha persino incoraggiato ad impegnarmi. Mi ha detto che il mercato lavorativo è spesso sguarnito di personale e che ne ha bisogno urgentemente in diversi ambiti dell’economia. Ha aggiunto che ogni ripasso mi porterebbe più vicino ai miei obiettivi personali. “Sta a te, non ci sono altre soluzioni, o così o pomì. Stavo già scalpitando alla cornetta ma lui continuava a parlarmi. Diceva che ho tutte le carte in regola per riuscire anche questa volta e io spero che questo risponda al vero.
Certo, lui è un amico e non mi darebbe mai del’idiota.
Ora tocca a te, ha aggiunto, ed alla fine ha chiosato: hai voluto la bicicletta?
Mi facevano un po’ specie queste parole dette da lui: cosa voleva dirmi veramente? Le sue parole mi sono ronzate per la testa a lungo. Ho già pedalato per tutta la vita e non mi sono mai risparmiata.
Un po’ scombussolata stavo accingendomi a scrivere. Normalmente penso le parole prudentemente ma questa volta me ne sono fregata ed all’improvviso mi sono accorta che avevo scritto un ripassone, anziché un ripassino.

Aiutati ché Dio t’aiuta

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Un bel proverbio ottimista, che ti spinge a vedere il futuro in modo positivo è il seguente:

Aiutati che Dio t’aiuta

Questo proverbio ti spinge a risolvere i problemi, ti spinge a fare qualcosa, ad essere attivo, a reagire alle difficoltà, ti spinge ad aiutarti, ad aiutare te stesso. Non devi aspettare che i problemi si risolvano da soli.

“Aiutati” cioè aiuta te stesso. Lo devi fare perché vedrai che anche Dio ti aiuterà.

Come a dire che le cose si risolvono se vengono affrontate.

Attenzione alla pronuncia di “aiutati” perché si potrebbe confondere con “aiutati” che si scrive allo stesso modo ma ha la pronuncia con l’accento sulla seconda a.

Ad esempio: i ragazzi sono stati aiutati da Dio.

Notate poi l’utilizzo di “ché” nel proverbio.

“che” normalmente significa “cosa”:

Che fai domani?

Che ne pensi?

Che mi dici di bello?

Che in realtà ha un sacco di utilizzi: pronome, aggettivo, congiunzione.

Questo “ché” invece, che in trova in questo proverbio significa “perché” e questo uso è frequente nella lingua italiana:

Prendi l’ombrello, ché oggi piove

Mangia la pasta, ché poi non c’è altro.

Non fare esercizi, ché non servono.

Dammi una mano ché non ce la faccio.

Vieni a mangiare ché è pronto

Aiutati ché Dio t’aiuta.

Attenzione però: Questo “ché” ha anche l’accento acuto sulla e, e il motivo è che sostituisce perché.

Vieni con me ché ti faccio vedere che bel sito che ho trovato per imparare l’italiano.

È un modo veloce per esprimere un motivo o una conseguenza:

Aiutati perché se farai così anche Dio ti aiuterà

Vieni a mangiare perché è pronto.

Prendi l’ombrello, in quanto oggi piove

Questo ché con l’accento permette di fare frasi più veloci, immediate.

Però attenzione, ché non potete usare questo “ché” con l’accento per fare domande ok?

Non lo fate, ché sarete bocciati all’esame!

Se lo fate l’accento non c’è. È un altro “che”, senza accento stavolta, e spesso è un che particolare, dall’uso sempre colloquiale:

Che, non ci credi?

Che, mi dai una mano per favore?

Che, l’hai fatto poi l’esame?

Anche questo è un uso un po’ strano per un non madrelingua, perché non significa “cosa“. Ma è senza accento.

Vabbe adesso non voglio annoiarvi ché questo episodio sta diventando troppo lungo.

394 Infame

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Trascrizione

Tra tutti gli aggettivi che ci sono per descrivere una persona, ce n’è uno che si utilizza soprattutto all’interno della malavita. Quindi lo utilizzano i criminali, i mafiosi eccetera, che formano accordi tra loro, lavorano in gruppo per fini criminali e illegali.

Questo aggettivo è “infame“.

Una persona si dice infame quando è un traditore.

Ma non parliamo di un tradimento qualsiasi.

Se un uomo tradisce una donna o viceversa, c’è stato sì un tradimento, e quindi c’è un traditore o una traditrice, che è la persona che ha tradito l’altra. Possiamo parlare anche di adulterio, ma non di infamia. Così si chiama la caratteristica di chi si comporta da infame: l’infamia. Un termine che comunque ha diverse sfumature di significato.

Per esserci infamia, questo è uno dei significati, si deve tradire un accordo d’onore. Un infame è quindi un traditore, una spia, uno che ha tradito un accordo. Una persona che appartiene alla criminalità e poi va a raccontare tutto alla polizia è un infame, ed anche i cosiddetti “pentiti” sono considerati infami, sono, come dire, disonesti, inaffidabili, perché la loro parola non vale nulla.

Cosa fanno gli infami quindi? Gli infami tradiscono, e tradendo, gettano infamia su qualcuno, cioè diffamano altre persone, vale a dire ne parlano male, ne sporcano l’immagine, gettano fango su qualcuno, raccontano delle cose che rovinano l’immagine di una persona, che disonorano questa persona. Quando disonori una persona sei un infame, perché questa persona, grazie alle tue parole, adesso non è più stimata come prima, quindi è stata disonorata: le hai tolto l’onore, il rispetto.

Per essere un infame quindi è sufficiente tradire, non importa se è vero o meno ciò che vai a raccontare. Hai preso un accordo e non l’hai rispettato, per questo sei un infame.

Anche il termine “onore” è spesso legato al linguaggio dei mafiosi e/o criminali. Ha a che fare con la dignità, col mantenere le promesse, con la reputazione, col riconoscimento di alcune caratteristiche importanti di una persona.

Attenzione quindi quando usate il termine infame parlando di una persona.

Nell’uso corrente non si parla solamente di traditori infami, ma anche di infami assassini; di individuo infami, e in questi casi infame serve a enfatizzare ancora di più il senso di persone indegne, negative, moralmente condannabili. Non necessariamente c’è un tradimento, ma semplicemente un pessimo giudizio verso persone che hanno gravi colpe per aver offeso la legge, la morale, o la religione.

Insomma si tratta di persone della peggior specie, che hanno fatto qualcosa di ignobile. In ogni caso è un aggettivo che trova il suo utilizzo ottimale verso persone che mentono, che ingannano, che tradiscono, che calunniano, che dicono menzogne per ottenere vantaggi personali.

Posso usarlo anche non rivolgendomi a persone:

Oggi c’è un tempo infame! (un brutto tempo)

Un luogo infame è un luogo frequentato da gente disonesta, da “gentaccia”, come si dice normalmente.

Nel linguaggio familiare basta che una cosa sia molto brutta o molto spiacevole o fatta male per essere definita infame:

Mi è stato dato un compito infame in ufficio: devo sistemare tutti i documenti cartacei dal 1970 fino ad oggi.

Quel tizio fa un mestiere infame: lavora per la banca e deve andare a chiedere i soldi a coloro che non hanno restituito il prestito!

Si tratta di cose con nessuna qualità.

Che destino infame quello del pianeta terra, sommerso dai rifiuti.

Certo, se ci rivolgiamo ad una persona, infame è molto offensivo, molto simile a figlio di… e anche pezzo di m….

Negli altri casi c’è sempre un sentimento negativo, spiacevole, brutto, anzi bruttissimo!

Ma adesso ripassiamo un po’. Passiamo qualcosa di piacevole come la voce di Natalia che è tutt’altro che infame!

Natalia: Vi rendete conto che quasi tutti i giorni alla stessa ora Gianni ci chiama alla resa dei conti con un ripasso delle espressioni viste? È vero, a volte può darsi che ci colga alla sprovvista anche se è risaputo che lo si fa più o meno sempre alla fine della giornata, ragion per cui, per la cronaca vado in tilt quando voglio raccogliere la provocazione di scrivere un ripasso…oggi per esempio mi sono scervellata, e come al solito non riesco ad essere concisa, la prendo sempre per le lunghe; abbiate pazienza ragazzi, via via che scrivevo mi ronzava per la testa una nuova espressione.😊

393 O meglio

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O meglio

Trascrizione

Nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente abbiamo visto tutti i sinonimi di “cioè”.

Tra questi sinonimi abbiamo accennato anche a “per meglio dire”.

Questa espressione  è equivalente alla più sintetica “o meglio”.

Queste sono due modalità sono simili  a cioè, ma non sono esattamente la stessa cosa e sono ancora meno simili a ossia, ovvero e ovverosia.

Perché? Perché adesso stiamo dicendo che c’è un modo migliore, che esiste un modo migliore per esprimere lo stesso concetto appena espresso, o la stessa parola.  Non si tratta più di alternative ugualmente valide, ma stiamo correggendo ciò che abbiamo detto.

Se usiamo “o meglio” questa correzione è ancora più evidente rispetto a “per meglio dire”.

Ad esempio:

Oggi in Italia non è garantito il diritto alla salute, o meglio, non per tutti è garantito.

Non studio mai la grammatica, o, per meglio dire, non la studio più da quando ascolto gli episodi di italiano semplicemente.

Per imparare l’italiano è obbligatorio studiare la grammatica? O meglio quanto è importante anche ascoltare e parlare con dei madrelingua?

Vedete quindi che stiamo sempre correggendo ciò che abbiamo detto.

È come dire: “lo dico meglio” oppure anche: “no, scusa, volevo dire che…”.

Se è un piccolo cambiamento o una specifica usiamo “per meglio dire” mentre se stiamo cambiando molto, se sto correggendo e non specificando uso “o meglio”.

È un po’ strano che si utilizzi “o” che significa “oppure”. Questo lascia pensare a un sinonimo ma in realtà dopo c’è “meglio”.

O meglio” è molto simile ad “anzi“, dove è molto più chiaro che stiamo cambiando molto il senso.

Ma di “anzi” parliamo domani, o, per meglio dire, nel prossimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Adesso ripassiamo se non avete niente da fare, o meglio, se ne avete voglia:

Hartmut: ma dimmi tu Gianni, com’è possibile che chiedi ogni due per tre un nuovo ripasso a quest’ora. Non è che voglio risponderti in malo modo, ho sentore però, che l’episodio sia già pronto e noi poveri studenti siamo di nuovo chiamati in causa a sfoderare di punto in bianco un bel ripasso. Hai certe pretese sai? 😉

 

 

La stretta

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corso di italiano professionale

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Cos’è una stretta?

La stretta più conosciuta è la stretta di mano.

Infatti quando due persone si conoscono si STRINGONO la mano.

Il verbo stringere quindi è all’origine della stretta: quando stringo qualcosa do una stretta.

Quando stringete qualcosa date una stretta.

Col verbo stringere si usa il verbo dare.

Dare una stretta di mano

Dare una stretta ad una vite

Dare una stretta ad un bullone

Dare una stretta alla cintola

Dare una stretta ai lacci delle scarpe

La stretta è quasi sempre legata all’allentamento.

Allentare infatti è il contrario di stringere.

Si può anche allentare una stretta.

Ehi, mi stai stringendo troppo forte la mano. Devi allentare la stretta!

Allenta la cinta, l’hai stretta troppo.

Devo allentare un po’ i lacci delle scarpe, li ho stretti troppo.

Una stretta quindi è una pressione intorno ad un corpo o su almeno due punti.

Con un dito si preme (verbo premere), ma con una mano si può anche stringere.

Il verbo stringere però si usa anche in senso figurato.

Esiste anche la stretta al cuore o a una qualsiasi parte del corpo .

È un dolore forte, acuto e circoscritto, si chiama anche fitta: una fitta

Avvertire una fitta, sentire una fitta è come avvertire un forte dolore in un punto.

Se però parlate del cuore, se non si tratta di un infarto, non è un vero dolore, ma una forte emozione di solito negativa.

La mia fidanzata mi ha lasciato e ho provato una stretta/fitta al cuore.

Ultimamente però, in tempi di covid-19, la stretta più usata, quella che si sente utilizzare maggiormente è quella economica e quella delle libertà.

Il governo è pronto ad una nuova stretta per contrastare la pandemia

stretta del governo

In questo caso si dovrebbe parlare di RESTRIZIONE e non di stretta.

Si sta parlando di restringere le libertà, ridurre, oppure di politiche economiche restrittive.

La stretta di cui si parla quindi fa riferimento ad un restringimento, ad una restrizione delle libertà.

Tutti i governi del mondo, chi più, chi meno, hanno imposto delle strette alla popolazione.

Poi c’è anche un altro significato legato al precedente.

“Essere alle strette” infatti significa essere in una situazione molto difficile.

Quando siamo alle strette spesso siamo costretti a fare qualcosa. Non ci sono molte alternative perché in senso figurato non abbiamo molta libertà di movimento, non abbiamo molte scelte.

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Un allenatore di una squadra di calcio è alle strette quando deve assolutamente vincere per non essere esonerato.

D’altronde quando “stiamo stretti” vuol dire che siamo vicini, troppo vicini e non riusciamo a muoverci.

Su un autobus pieno di persone si sta molto stretti infatti.

Infine, ancora un altro uso del termine “stretta“: quando siamo alla stretta finale vuol dire che siamo al momento decisivo, al momento culminante.

Tra una settimana ci sono le elezioni? Allora siamo alle stretta finale!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

Siamo agli ultimi 100 metri della maratona? Siamo alla stretta finale!

E’ alla stretta finale che si decide qualcosa di importante, manca poco tempo, il tempo rimasto si RESTRINGE sempre di più.

Allora adesso ripetete dopo di me:

Piacere di conoscerla: Dare una stretta di mano.

Dare una stretta ad una vite. L’hai stretta bene?

Dare una stretta ad un bullone: ecco fatto, adesso è ben stretto!

Sono dimagrito, devo stringere la cinta! Devo dare una stretta alla cinta 

Si sono allentate le scarpe: Dare una stretta ai lacci delle scarpe

Il Governo è pronto ad una nuova stretta!

Dopodomani ho un esame? Siamo alla stretta finale!

L’Italia è alle strette a causa dell’aumento dei contagi

Ho tradito mia moglie, lei mi ha scoperto e mi ha messo alle strette, mi ha detto di scegliere: o lei, o la morte!

23 – Vendite online: rispondere con un messaggio automatico – ITALIANO COMMERCIALE

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Vediamo insieme quali tipi di messaggi possono essere inviati ai clienti che hanno appena acquistato un nostro prodotto online.

vendite online - grazie per l'acquisto

392 Cioè, ossia, ovvero, oppure, ovverosia, vale a dire, in altre parole, per meglio dire

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Trascrizione

Buongiorno a tutti, avete mai pensato a quanti modi diversi ci sono per dire “cioè”?

Però questi modi, che adesso vedremo, non sono proprio tutti uguali, altrimenti esisterebbe solo cioè.

Cioè” è il più diffuso, e serve per spiegare meglio un concetto o anche per dire che non si è capito bene.

cioè, ovvero, ovverosia, vale a dire,

Spesso è usato anche come intercalare, ma spesso si abusa di questo termine e non ce n’è bisogno veramente. I ragazzi hanno questo vizio spesso, e il motivo è che non si legge abbastanza.

E’ come dire: adesso cerco delle parole diverse, te lo dico in un altro modo, aggiungo qualcosa che può aiutare a capire.

Tu non mi ami più, cioè non è che non mi ami più, forse mi ami, ma non me lo dimostri più.- Cioè voglio dire che io ho bisogno di attenzioni,  cioè di regali, di carezze, di parole carine. Cioè, in altri termini una volta prestavi più attenzione a questi particolari.

Questo è un esempio di uso colloquiale di cioè.

Infatti “cioè” è sempre colloquiale e nello scritto è sicuramente meglio usare una modalità alternativa.

Ad esempio “vale a dire”, “in altri termini”, “in altre parole”, “per meglio dire”

Questi sono più adatti allo scritto, quando si spiega meglio un concetto, aggiungendo dettagli o modificando i termini usati.

Vale la pena soffermarci su “ovvero“. A volte ovvero può sostituire “cioè”.

Questo episodio è molto interessante, ovvero molto utile per migliorare la lingua italiana.

La lingua di Dante, ovvero la lingua italiana, è la più melodica al mondo.

Ovvero inizia per “o” e infatti è l’unione tra “o” e “vero”, cioè serve a introdurre un’altra cosa “vera”, nel senso di equivalente.

Ma ci sono due cose da aggiungere a riguardo. Primo, che “ovvero” può usarsi per riferirsi ad una categoria più grande, o ad etichettare ciò che abbiamo già detto. Quindi non semplicemente ad usare parole diverse, come “cioè”, ma ad inquadrare ciò che abbiamo detto in una categoria più grande.

Mi spiego meglio con qualche esempio:

Oggi vi spiego cosa cucinare con gli avanzi del giorno prima, ovvero vediamo l’arte culinaria del riciclo.

In questo episodio parliamo di cioè, ovvero, ossia e altri termini, ovvero cerchiamo di aumentare il nostro vocabolario.

Questo è un uso particolare di ovvero, che non ci crea particolari problemi.

I problemi arrivano perché alcune volte “ovvero” si utilizza al posto di “oppure” e risulta spesso difficile capire se, in una frase, il senso di chi parla o scrive sia quello di “cioè” o quello di “oppure”: si sta cecando di spiegare meglio o stiamo aggiungendo una alternativa?

se dico ad esempio:

Si può partecipare alla festa di Giovanni solo se invitati ovvero se sei un suo parente.

Cosa significa? Potrebbe significare che ci sono due possibilità per partecipare alla festa: essere parenti o essere invitati, anche se non parenti. Ma allora significa “oppure”.

La seconda possibilità è che solamente i parenti siano invitati quindi quell’ovvero sta per “vale a dire”.

Il mio consiglio allora è di non usare mai “ovvero” proprio per questo motivo. Purtroppo, soprattutto nella lingua giuridica, quindi nelle leggi, regolamenti eccetera, il senso è più spesso quello di “oppure” mentre nella lingua comune significa quasi sempre “vale a dire”, “cioè”.

Quindi non usate ovvero, ma sappiate che si usa in questi due modi.

Poi c’è OSSIA, che equivale a cioè, ma è meno comune, più formale, più adatto allo scritto.

Ossia però non si usa normalmente per chiarire un concetto poco chiaro quando non trovo le parole adatte, cioè non esattamente per spiegarsi meglio, ma per introdurre una definizione equivalente o per aggiungere informazioni più dettagliate. Ad esempio:

Oggi vi parlo dei sinonimi di “cioè”, ossia dei termini che posso usare in sostituzione di “cioè”.

Per evitare il contagio, bisogna osservare le norme, ossia indossare la mascherina e rispettare la distanza di sicurezza.

Per vivere a lungo bisogna condurre uno stile di vita equilibrato, ossia mangiare poco, fare attività fisica, evitare lo stress e i pericoli e dormire almeno 7-8 ore al giorno.

Il Brasile ha una superficie di 8.516.000 km², ossia più di 28 volte l’Italia.

Ci vediamo domenica prossima, ossia il primo novembre.

In questi casi potremmo usare tranquillamente cioè, vale a dire, ovvero, eccetera, ma ossia è il più usato e il più adatto.

Spesso “ossia”, come avete visto, si usa anche per introdurre un elenco che riteniamo di utilità esplicativa:

Per andare a scuola mi servono ancora diverse cose, ossia una cartella, due penne e una matita.

Ossia possiamo quindi chiamarlo un chiarimento ampliato di una affermazione precedente.

Poi c’è anche “ovverosia” che è come “ossia”, ma molto meno comune.

Per perdere peso bisogna stare attenti alla matematica, ovverosia al numero delle calorie contenute negli alimenti.

Questa volta però non c’è più il doppio senso, l’ambiguità di “ovvero” che abbiamo visto prima. Quindi ovvero è meglio se non lo usate proprio, mentre per ovverosia vi è concesso, ma sempre meglio usare “ossia“. Sappiate comunque che è la stessa cosa.

Adesso ripassiamo:

Ulrike (Germania): A furia di spiegarci le espressioni per filo e per segno, spesso e volentieri il nostro presidente sfora un po’. Guardiamo la sostanza e non la forma.

391 La scelleratezza

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Trascrizione

Siamo arrivati all’episodio n. 391 della rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente”. A coloro che solo oggi conoscono questa rubrica consiglio di iniziare dall’episodio n.1.

Qualunque scelta diversa sarebbe sbagliata, a meno che il livello di italiano posseduto è molto alto.

A proposito di sbagliare. Quando parlate di cose sbagliate, se si tratta di scelte, di comportamenti, di azioni molto pericolose possiamo usare l’aggettivo scellerato o scellerata.

Anche una persona può essere scellerata, e in questo caso questa persona fa qualcosa di molto sbagliato, pericoloso, ma se non parliamo di persone non cambia molto: una scelta scellerata, un comportamento scellerato, un’azione scellerata eccetera. Si tratta di cose sbagliate, che giudichiamo sbagliate, questo è sicuro, ma se vogliamo usare la scelleratezza (questo è il nome della caratteristica in questione) dobbiamo concentrarci sulle conseguenze, anche solo potenzialmente molto negative. C’è anche però un giudizio morale quando usiamo questo aggettivo “scellerato” o il sostantivo “scelleratezza”. Qualcosa che noi non faremmo mai e poi mai.

Una madre scellerata lascia in casa il suo bambino di due anni da solo tutto il giorno.

Lanciare una bomba atomica è una scelta scellerata.

Lasciare la scuola a 15 anni è una decisione scellerata.

Licenziarsi dal proprio lavoro con una famiglia sulle spalle può essere ugualmente una decisione scellerata.

Suicidarsi è un atto scellerato.

Non abusate di questi termini però perché se il contesto non è molto grave non ha molto senso. Meglio allora usare pericoloso, sbagliato, grave, riprovevole, irragionevole, incomprensibile e via dicendo.

Adesso ripassiamo:

Anne France: Ha appena telefonato un nostro cliente. Era incazzato perché la merce pervenuta non è come si deve. Si vuole avvalere del suo diritto di rimandarla indietro.

Max Karl: allora dovremmo correre subito ai ripari, sennò ne va della nostra reputazione. Chiamiamo in causa il nostro reparto servizio clienti.
Ah no, accidenti, mi è sfuggito che oggi non c’è nessuno! Caschiamo proprio male. Allora te la devi vedere tu!

Komi: beh ..Non mi dispiace per niente raccogliere la provocazione, con i clienti difficili ci so fare, direi che sono proprio portato per questo.

Ma purtroppo ho i tempi stretti!

Max Karl: dai, non fare storie! mettiti subito all’opera per sbrogliare la matassa. Il cliente mi sta addosso e mi sta incalzando per una risposta, quindi urge sbrigarsi , non vogliamo certamente correre il rischio che ci faccia causa.

E: d’accordo , mi adopererò per ovviare al meglio. Farò una capatina da lui per parlargli dal vivo. Vedrai che in futuro sarà annoverato tra i nostri migliori clienti.

Trova la caratteristica

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Trascrizione

Oggi amici di italiano semplicemente facciamo un gioco divertente. Vi consiglio di ascoltare inizialmente senza leggere e magari la seconda volta anche leggere contemporaneamente questo episodio.

Io vi dirò un aggettivo o un verbo e farò una frase con questo aggettivo o verbo. Il vostro compito sarà quello di dire il nome della caratteristica in questione, quindi il sostantivo associato.

Se ad esempio io dico che:

Ognuno è arbitro delle proprie azioni.

ll nome della caratteristica è arbitrio.

Scusare ho iniziato dalla caratteristica più difficile!

L’arbitrio (attenti alla pronuncia) è la piena facoltà di scelta.

Ad esempio, anziché dire “puoi fai come vuoi” posso dire “puoi fare a tuo arbitrio”, “hai libero arbitrio”. Più formale, certamente, ma ha lo stesso significato.

Se invece dico che:

Maria è brava

La caratteristica in questione è la bravura.

Maria è di una bravura impressionante. Questa è una frase in cui utilizzo il termine bravura.

Avanti:

Se Mario è simpatico, la caratteristica è invece la simpatia.

OK, Siete pronti?

Adesso tocca a voi.

Io ovviamente vi darò qualche secondo di tempo e poi vi darò la soluzione. Poi facciamo un esempio anche con la caratteristica.

L’esercizio è insidioso (la caratteristica è l’insidia) perché sceglierò delle caratteristiche la cui pronuncia o scrittura può ingannare qualche studente non madrelingua.

L’insidia, cioè la difficoltà, il pericolo nascosto sta anche in questo.

Pronti? Via!

La mia casa è piccola

Si parla della…. piccolezza. Ad esempio posso dire che la mia casa è di una piccolezza impressionante. Ovviamente la piccolezza è il contrario della grandezza.

Andiamo avanti:

Io sono una persona molto accorta

L’accortezza. L’accortezza è la caratteristica delle persone accorte, cioè attente. Le persone accorte si accorgono di tutto. Non gli sfugge niente.

Fabio è molto sicuro alla guida

Parliamo della… sicurezza. Questo era facile.

Maria è una ragazza affascinante.

Evidentemente parliamo… del fascino. Maria è una persona che ha fascino.

Marco è un vero codardo.

Se Marco è codardo allora la sua caratteristica è la… codardia.

Attenti alla pronuncia. La codardia è la caratteristica delle persone codarde, cioè le persone che non fanno il proprio dovere di fronte ad un pericolo.

Vi piace questo esercizio vero? Se state solo leggendo vi consiglio di ascoltare perché gli accenti spesso sono importanti.

Attenti adesso:

Paolo è una persona molto pudica.

Parliamo della… pudicizia. Questa è la caratteristica delle persone pudiche, e la pudicizia è un po’ riservatezza, un po’ timidezza, un po’ discrezione.

Una persona che ha questa caratteristica è pudica, e questa riservatezza, questa pudicizia, è soprattutto relativa al sesso. Le persone pudiche cercano di evitare di parlare di sesso, schivano certi discorsi, forse per educazione, altre volte per influenza della religione.

Andiamo avanti:

Giovanni è un ragazzo spesso malizioso.

Ecco, la… malizia è probabilmente l’opposto della pudicizia. Questo è un termine che ha molti significati, ma uno di questi è legato al sesso, ma più che altro alla seduzione e all’erotismo.

Un sorriso malizioso ad esempio è un sorriso che nasconde qualcosa, un sorriso fatto probabilmente per sedurre, per conquistare una persona.

Andiamo avanti:

Mio figlio è furbissimo.

Parliamo della… furbizia. Una caratteristica che, tra l’altro, hanno anche le persone maliziose.

Ok, andiamo avanti.

La banca è stata svaligiata da dei ladri molto astuti.

Parliamo… dell’astuzia, praticamente un sinonimo della furbizia.

Ancora:

Il premio Nobel è un premio molto ambito.

Sto parlando… dell’ambizione. Attenti alla pronuncia di ambito perché questa è una delle parole conosciute come omografe.

Ancora:

Il presidente dell’associazione è un tipo alquanto bizzarro.

Parliamo della… bizzarria. La bizzarria è una caratteristica di alcune persone che potremmo anche definire stravaganti. Si dice anche così.

Una stravaganza che si manifesta in atteggiamenti e comportamenti in forte contrasto con la normalità. Un tipo bizzarro è un tipo strano. Per dirla in parole povere.

E che ne dite se vi dico che il mio vicino di casa è un tipo molto cordiale?

Evidentemente parlo della…. cordialità, insomma della gentilezza, della cortesia, dell’educazione. Allora una persona cordiale è gentile, cortese e educata.

Se invece ti dico che devi diffidare delle persone che non ti guardano negli occhi, allora sto parlando della….diffidenza.

La diffidenza è l’opposto della fiducia. Diffidare significa non fidarsi di qualcuno o qualcosa.

Simile alla sfiducia ma non esattamente uguale.

Credo che per oggi può bastare.

Questo episodio lo inseriamo all’interno dell”audiolibro “non vi spiego la grammatica, ma la imparerete lo stesso” in venduta su Amazon sia in versione Kindle che cartacea.

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È tutto un magna-magna

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Trascrizione

Ci sono alcune frasi in italiano che si chiamano “frasi fatte“. Non si tratta di proverbi perché le frasi fatte non ci insegnano cose importanti, non sono insegnamenti di vita che vengono dal passato.

Potremmo chiamarle a volte espressioni idiomatiche quando si usa un’immagine figurata, come nella frase di oggi, in cui si usa l’immagine del mangiare.

Le “frasi fatte“, cioè sono frasi che si sentono spesso pronunciare perché sono adatte a descrivere particolari circostanze ed allo stesso tempo si tratta spessissimo di banalità, di cose banali.

Per un non madrelingua però è importante conoscere anche queste frasi perché riflettono anch’esse la cultura si un paese.

Una di queste frasi fatte è la seguente:

È tutto un magna-magna

Si usa questa frase quando volete descrivere una situazione di corruzione, di malaffare, in cui gli interessi economici personali prevalgono sul bene pubblico.

Questa frase significa che ci sono molte persone che hanno da guadagnare, che tutto si fa solo per questo; solo per avere dei vantaggi personali.

Per indicare ad esempio che i concorsi pubblici non sono regolari e che si conoscono già i vincitori del concorso posso dire che è tutto un magna-magna.

Magna-magna indica come detto l’azione del mangiare. Sarebbe mangia-mangia, ma usando la forma dialettale magna-magna si sottolinea maggiormente l’ingordigia, l’avidità, l’egoismo di certe persone, cose che hanno la meglio, che prevalgono sulla giustizia e sulla democrazia.

È un po’ come dire che sono tutti corrotti, che ci sono molte persone che ci mangiano – si dice anche così.

I latini direbbero “do ut des” per indicare una situazione in cui ognuno dà qualcosa per ricevere qualcosa, ma nel linguaggio di tutti giorni, dicendo che è tutto un magna-magna si esprime anche un disprezzo per questo modo di fare, per questo modo di pensare, per questa cultura mafiosa diffusa.

Non potete usare quindi l’espressione in questione in un ristorante, perché questo magna-magna non c’entra col mangiare, ma col guadagnare in modo illecito, con l’avere vantaggi a scapito di altri.

Adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare.

Provate dunque a ripetere dopo di me.

È tutto un magna-magna

È tutto un magna-magna

Qui è tutto un magna-magna

In questo paese è tutto un magna-magna

Adesso le cose funzionano ma una volta in Italia era tutto un magna-magna.

Se in questa azienda non fosse tutto un magna-magna sarebbe meglio.

Al prossimo episodio di italiano semplicemente. Un saluto da Giovanni.

22 – IL TITOLARE – 2 minuti con Italiano semplicemente – LINGUAGGIO COMMERCIALE

File audio e trascrizione dell’episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Descrizione

Lezione numero 22 di due minuti con Italiano Commerciale.

La Lezione fa parte del corso di italiano professionale, disponibile ai soli membri dell’associazione italiano semplicemente.

Come possiamo chiamare il capo di una ditta? Ci sono diversi modi per indicare questa persona. Dipende dalla finalità.

 

Proverbi italiani: chi si somiglia si piglia

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Trascrizione

Chi si somiglia si piglia. C’è la rima anche in questo proverbio italiano dedicato all’amore ma non solo.

Chi si somiglia, cioè chi ha le stesse caratteristiche caratteriali, chi ha valori simili, abitudini simili, eccetera, si piglia.

Ma cosa significa “si piglia”?

Pigliare è simile a prendere, ma in questo caso è più vicino a scegliere. Quindi pigliarsi sta per scegliersi.

Le persone simili quindi si scelgono. Questo è il senso.

Come a dire che siamo tutti più propensi a scegliere, come nostri amici o nostra moglie o marito, una persona che ci somiglia, che è come noi.

Peccato però che esiste anche il detto contrario: gli opposti si attraggono. Mah!

390 Embè?

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Trascrizione

Trascrizione

Ci sono alcune parole che gli italiani non scrivono mai o quasi e hanno a volte persino problemi a farlo qualora fossero costretti a scriverle.

È il caso di “embè“, un’esclamazione tipica del linguaggio di tutti i giorni che nessuno mai scrive ma che tutti utilizzano.

Ascoltate alcuni esempi:

Che ne pensi del mio nuovo vestito?

Se la persona non risponde si può sollecitare una risposta in questo modo:

Embè?

Non è l’unica cosa che posso dire in questi casi. Lo stesso significato hanno anche:

Be’? Dunque? Allora? Ebbene? Insomma?

Se dico embè spesso è anche per esprimere contrarietà, a volte anche una sfida.

Scusa, ho visto che hai buttato una carta a terra.

Risposta:

embè?

Replica:

Embè non si buttano le cartacce a terra! È incivile!

Dunque la persona che aveva gettato a terra la cartaccia ha sfidato colui o colei che l’aveva rimproverato.

Ma a questa sfida ha ricevuto subito una risposta in cui è stata usata la stessa parola.

Embè non si buttano le cartacce a terra!

La sfida è stata raccolta, è stata accettata.

Spesso si aggiunge “che c’è“:

Embè che c’è?

Ad esempio:

Scusi signore ma la mascherina è obbligatoria, bisogna indossarla.

Risposta:

Embè che c’è? Io non la Indosso invece, va bene?

C’è anche qui una sfida, come a dire: a me non interessa, io me ne infischio, chi se ne importa! In inglese sarebbe “so what?” Oppure “who cares?”.

Anche un professore spesso usa questa espressione, per sollecitare più che per sfidare.

Uno di voi alla lavagna!

Dopo qualche secondo in cui non accade nulla…

Embè? Avete paura della lavagna?

Questo è più un sollecito.

Se invece qualcuno ti fissa con lo sguardo senza dire nulla puoi tranquillamente dire:

Embè? Che hai da guardare?

Questa è indubbiamente una sfida.

Si può usare anche per minimizzare, o per sdrammatizzare una situazione.

Hai sbagliato tutto in questo compito di grammatica !!

Risposta: embè? Tanto io in Italia non ci andrò mai!

Scusami, mio figlio ti ha rotto il vetro della macchina con il pallone!

Embè? Tanto non vale niente quella macchina!

Come a dire: non è importante, non fa niente, che sarà mai!

È giunto il momento del ripasso.

Qualche membro dell’associazione provi ad usare qualche espressione che abbiamo già spiegato.

Komi: a me non viene in mente nulla. Mi rimetto alla buona volontà degli altri membri.

Rafaela: con me caschi male, oggi ho pochissimo tempo a disposizione.

Rauno: per quello basta ritagliarsi 5 minuti, dai ragazzi aiutiamo Giovanni! Siete tutti sfaticati oggi!

Emma: raccolgo la provocazione e vi dico che non me la sento di sfuggire ai miei impegni.

Ulrike: embè?

Emma: eh, ci stavo pensando, un attimo, non ti adirare.

Hartmut: dai che siamo a ridosso dei 5 minuti!

Khaled : va bene allora vi saluto a tutti. Vado a sorbirmi un caffè.

Lia: ciao anche da parte mia. Non la facciamo troppo lunga dai.

Khaled: di nuovo!

389 Urgere

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Trascrizione

Conoscete il verbo urgere? No?

Allora urge un episodio per spiegarlo.

Facile vero?

Se qualcosa urge significa semplicemente che è urgente, che c’è urgentemente bisogno di questa cosa.

Il verbo Urgere non si legge e non si pronuncia mai all’infinito perché non è un’azione che compie una persona. In realtà si può usare anche in modo transitivo, con lo stesso senso di sollecitare qualcuno, mettere fretta a una persona, ma è veramente poco usato in questo modo.

L’uso prevalente è “c’è molto bisogno di qualcosa”, “è urgente”.

Ma quando si usa urgere?

Semplicemente quando c’è una urgenza. Niente di col plu.

Mi sento malissimo, urge un medico al più presto.

Dunque è necessario al più presto un medico, occorre un medico.

Accidenti mi si è rotta la macchina, urge un’auto in sostituzione.

Quando c’è un terremoto urgono aiuti, urgono medici e medicinali, e urge soldi per aiutare a ricostruire.

In questo momento invece urge una frase di ripasso perché sono già passati i due muniti.

Komi: che bello, finalmente è pervenuto il pacco. Pensavo non arrivasse più. Non vedo l’ora di disimballarlo.

Caspita! Guarda qui, questi nuovi vestiti mi vanno proprio a genio . Mica male, vero?

Carmen: Direi piuttosto mica pizza e fichi visto che è tutta roba di qualità. Hai proprio le mani bucate! Appena adocchi qualcosa, non puoi fare a meno:di comprarlo. Ti togli ogni sfizio senza remore e neppure badi a non superare il tetto di spesa che avevamo deciso insieme. Sei un vero spendaccione. Quello non è un pacco normale, è un collo!

Komi: macché spendaccione e quale collo d’Egitto! L’ho pigliato in svendita e sono solo 40 capi.

Carmen: ci risiamo! Appena vedi un’offerta sei *insofferente alle attese*. Sempre la solita solfa.

Komi: E ti pareva! Ci risiamo con le offese!

Le meraviglie italiane: I Bronzi di Riace

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Oggi parliamo dei Bronzi di Riace, che sono due statue di bronzo (lo dice anche il nome) che sono state ritrovate in mare nel 1972 nei pressi di Riace, un piccolo comune in provincia di Reggio Calabria, quindi nella regione Calabria, nel sud dello stivale.

Nonostante le due statue abbiano la faccia di bronzo (ed anche il resto del corpo) esse hanno un fascino particolare. Se non avete mai ascoltato l’episodio legato all’espressione “avere la faccia di bronzo” andate a dare un’occhiata.

Il bronzo è una lega composta da rame e stagno. Il bronzo è anche il nome di un colore molto particolare, un mix tra il marrone scuro e il colore arancione.

Questi Bronzi di Riace sono probabilmente di provenienza greca o anche magnogreca e risalgono al V secolo a.C..

Avete notato che parliamo ancora della Grecia antica? Anche parlando della via appia abbiamo se ricordate parlato dei greci.

La cosa che colpisce di queste statue di bronzo, bellissime e altissime (circa 2 metri) è che sono in eccezionale stato di conservazione. Attualmente sono conservate al Museo nazionale di Reggio Calabria.

Sono statue bellissime, rappresentano due uomini dalle fattezze straordinarie, a grandezza naturale, ma sono due fisici scultorei, quindi rappresentano due uomini dal fisico eccezionale, giovani e forti; probabilmente dei guerrieri.

Ho parlato di “fattezze“. é un termine che si usa quando si vuole indicare le forme di qualcosa o qualcuno; ci si riferisce generalmente all’aspetto fisico.

La fattezza è il modo come uno “è fatto”, quindi indica le forme, le proporzioni, o anche i lineamenti del viso.

Posso dire che la controfigura di un attore, che generalmente è una persona che prende il posto dell’attore nelle scene pericolose, deve avere le stesse fattezze dell’attore, altrimenti non è una controfigura e gli spettatori noterebbero la differenza.

Posso anche dire che una ragazza ha delle fattezze delicate, o anche che gli atleti son spesso persone molto belle fisicamente e dalle fattezze perfette.

Ebbene anche i bronzi di Riace rappresentano alla perfezione le fattezze perfette di un uomo: hanno un fisico slanciato, dei muscoli perfetti, uno sguardo fiero, una postura eretta.

Sono considerati dei veri capolavori della scultura, tra i più significativi dell’arte greca. Non si sa esattamente chi sia stato l’autore. Ci sono diverse ipotesi a riguardo.

Le due figure maschili sono nude, e questo esalta ancor di più la loro bellezza. Una di loro ha una barba fluente, a riccioli, tiene le braccia aperte.

L’altra statua ha invece sul braccio sinistro uno scudo. Questo conferma che si trattasse di guerrieri, nelle intenzioni dello sconosciuto autore.

Le statue sono state analizzate nel dettaglio e pare che non siano fatte solo di bronzo. È stato usato argento, avorio e rame.

Il fatto che avessero lo scudo e forse anche una lancia sulle mani sembrerebbe escludere si trattasse di atleti, ma un archeologo italiano avanza una originale ipotesi.

Notate che avanzare un’ipotesi significa proporre un’ipotesi, e il significato è diverso da ventilare un’ipotesi, che abbiamo spiegato sulle pagine di Italiano Semplicemente. L’archeologo avanza dunque l’ipotesi che i due bronzi raffigurino degli atleti vincitori nella specialità della corsa oplitica (corsa con le armi).

La statua “A” – così si chiamano le due statue: A e B (brutto nome , lo so, potevamo fare di meglio – la statua A, dicevo, sarebbe opera di un artista, (notate che ho usato il condizionale perché non è sicuro) nel 460 a.C., mentre la statua B di un altro artista, eseguita intorno al 430 a.C. Questa ipotesi comunque non sembra suscitare molta credibilità.

Dovete sapere che ci sono molti misteri intono ai bronzi. Come hanno provato a raccontare in un servizio televisivo, forse esiste anche una terza statua, un terzo bronzo. E poi dove sono finiti questo scudo, le lance ed anche gli elmi (i copricapo).

Difficile ricostruire tutto, infatti potrebbe darsi che la nave che portava le due statue si liberò delle stesse, le gettò in mare, dunque se ne sbarazzò.

Sbarazzarsi di qualcosa significa liberarsi di qualcosa, qualcosa che non serve più, qualcosa che ci dà persino fastidio magari. Magari per alleggerire la nave hanno sacrificato i bronzi perché erano molto pesanti.

Dovete sapere che c’è anche una leggenda su una presunta maledizione legata ai bronzi.

Anni fa iniziò a girare la voce che le due statue portassero sfortuna. Infatti ci furono degli incidenti, delle morti di persone coinvolte nel ritrovamento delle statue. Il luogo in cui sono state ritrovare le statue sarebbe un luogo sacro, un luogo che è stato profanato e questa profonazione pare abbia provocato la vendetta degli due santi che erano venerati dal popolo locale.

Profanare è un verbo che si usa solamente per le cose sacre. Significa offendere una religione, i suoi luoghi, i suoi oggetti, ma anche entrare in una tomba, violare questa tomba. Quindi la profanazione è una violenza che si fa ad una religione, un grave torto relativo alle cose sacre. Si può profanare anche la memoria di una persona morta, e per fare questo basta gettare del fango su questa persona.

Questi santi dunque si sarebbero arrabbiati e avrebbero provocato incidenti e morti a seguito di questa offesa, di questa profanazione.

La stessa parola profano è esattamente il contrario di sacro. Hanno un significato opposto.

Trattasi comunque di una leggenda appunto, affascinante per alcuni, solo sciocchezze per altri.

Di sicuro vale la pena andare a trovare i due bronzi non appena la pandemia si sarà placata.

Ad ogni modo la prossima volta che Notate un ragazzo dal fisico perfetto, con i muscoli tutti al loro posto, potete tranquillamente dire che sembra un Bronzo di Riace. È il miglior complimento che possiate fargli.

Ci risiamo

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Trascrizione

Quando qualcosa di negativo ritorna o sembra che possa tornare (a volte dopo essere andato via), gli italiani spesso pronunciano una frase: “Ci risiamo!

“Ci risiamo” è un’esclamazione che significa “ci siamo nuovamente“, e denota un senso di fastidio legato al ripetersi di un evento negativo.

Se ad esempio da qualche giorno piove tutti i pomeriggi, non appena vediamo un po’ di nuvole nel cielo diciamo:

ecco, ci risiamo!

Se la tua squadra del cuore perde tutte le partite, non appena la squadra avversaria fa il primo gol della partita ti verrà spontaneo alzare gli occhi al cielo e dire:

Ecco, vedi? Ci risiamo!

Come a dire: accidenti, sta accadendo di nuovo!

Un’espressione informale, da usare solo all’orale. Fa anche rima.

388 Ma io mi domando e dico

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Eccoci qua in questo nuovo episodio di due minuti con Italiano Semplicemente, la rubrica per imparare la lingua italiana giorno dopo giorno, passo dopo passo, senza dimenticare, senza noia, senza studio, ma solo ascoltando un breve episodio ogni giorno.

Carmen : Ma io mi domando e dico: come ho fatto a non scoprire prima Italiano Semplicemente?

Giovanni: Ecco, questa è una bella domanda in cui si utilizza un’espressione nuova e simpatica: “io mi domando e dico”.

Un’espressione che tutti gli italiani usano nel linguaggio di tutti i giorni per mostrare stupore e incredulità.

Aggiungere “ma” all’inizio dà più enfasi all’espressione, come già abbiamo visto in altri episodi come “ma guarda un po’“, “ma ti pare”, “ma io non lo so”, “ma va”, “ma come si fa”, “ma dimmi tu”. Anche queste riguardano tra l’altro lo stupore in qualche modo. Però questo accade anche con altre espressioni colloquiali, perlopiù esclamazioni, dove il “ma” dà solo maggiore enfasi, potrei citare “ma vai a quel paese”, “ma falla finita” ed altre ancora.

Questo “ma” serve spesso a tirare delle conclusioni definitive, per esprimere la volontà di chiudere un discorso in modo brusco. In questo caso si tratta di enfasi, quindi per attirare maggiormente l’attenzione.

“Ma io mi domando e dico” significa letteralmente che ci si fa una domanda alla quale non si sa rispondere, qualcosa che non ci si aspetta o che non si comprende, qualcosa che sembra impossibile, e invece no, invece pare che sia possibile. E quando qualcosa di molto strano ci appare davanti possiamo farci una domanda, una domanda a noi stessi, che ci interroghiamo e diciamo:

Ma io mi domando e dico: ma com’è possibile?

Voi non riuscite a capacitarvi di qualcosa, è troppo strano, inspiegabile.

La usava spesso il grande Totò, quindi trattandosi di un attore comico, l’espressione è abbastanza scenica, simpatica e attira l’attenzione di chi ascolta. Quando si racconta un episodio strano, dove voi non siete d’accordo con qualcosa di accaduto o detto da qualcuno, allora potete usarla.

Ovviamente dopo aver usato questa espressione dovete farvi una domanda e dovete dire cosa non capite, cosa vi risulta strano da capire, o cosa vi ha fatto così arrabbiare o stupire o meravigliare.

L’importante è che la cosa sia eclatante, spesso si tratta di qualcosa del tutto contrario ai vostri valori, però come ho detto c’è un po’ di teatralità, e gli italiani sanno essere molto teatrali quando vogliono.

Ad esempio:

Hai visto quelle ragazze? Si sono salutate con un bacio sulla guancia indossando la Mascherina. Ma io mi domando e dico: ma riesci a capire che stiamo attaversando una pandemia?

Adesso ripassiamo. Ascolterete alcune voci dei membri della nostra bella associazione.

Hartmut: Avete notato che all’indomani di un esame vi sentite molto più leggeri?

Olga: beh, questo ha un suo perchè.

Komi: certo, è per via del peso che ti sei tolto.

Irina: che vuoi, fare un esame o un concorso è bello stressante!

Sofie: però poi via via ci si abitua.

Ulrike: non è che io sia molto d’accordo. Abituarsi agli esami è un parolone. Tant’è vero che io mi agito anche quando devo registrare una frase di ripasso!

387 L’indomani

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L'indomani

Trascrizione

Sapete la differenza tra ieri, oggi e domani?

Facile vero? Ieri è il giorno che è appena passato, oggi è il giorno in cui parlo e domani è il giorno che verrà immediatamente dopo. Domani è il giorno successivo ad oggi. Bene.

Quindi domani appartiene al futuro.

Però esiste anche l’indomani. L’indomani è, proprio come domani, il giorno successivo ad oggi.

La differenza è che l’indomani è già passato oppure non sarà proprio domani, ma un altro giorno.

Non sono impazzito!

Quando parlo del passato e devo indicare il giorno successivo di un dato giorno, posso chiamare questo giorno successivo in questo modo: l’indomani.

Ad esempio:

Ricordo che l’indomani della caduta delle torri gemelle, non sono andato a lavorare.

Ho semplicemente detto che il giorno successivo, il giorno seguente alla caduta delle torri gemelle non sono andato al lavoro.

Facile vero?

Spesso si dice semplicemente “il giorno dopo”, “il giorno seguente”, “il giorno successivo”. L’indomani però è indubbiamente più elegante.

Attenzione perché l’apostrofo è obbligatorio. La parola indomani non la troverete mai da sola.

Troverete l’indomani oppure all’indomani o anche dall’indomani.

Giovanni si sposò e l’indomani partì per il viaggio di nozze

Perché rimandare sempre all’indomani ciò che puoi fare oggi?

Sofia ha detto che tra tre giorni partirà per il Brasile e già dall’indomani sarà pronta per cercarsi un lavoro.

Notate che non si usa solo per eventi passati, ma anche futuri. La cosa importante è indicare il giorno successivo, il domani rispetto al giorno di cui si è parlato.

Ricordate poi che non potete usare domani al posto di indomani e viceversa.

Adesso ripassiamo.

Sofie: ehi.. che cos’hai? Come mai sei così giù di morale?
Rauno: mi mordo le mani , ecco perché. Ieri alla festa ho adocchiato una ragazza, ma avevo una fifa blu di attaccare bottone e ora ho un po’ di rammarico. Farei i salti mortali pur di rivederla.
Ulrike: non ti ci facevo! Ti vanti sempre di quanto sei portato a far colpo sulle ragazze, salvo poi essere a corto di idee per parlare? Non ci posso credere!
Hartmut: pure io , non riesco a capacitarmi. Che vuoi, ormai è tardi . Meglio che te ne fai una ragione. Ogni lasciata è persa.
Irina: ma ragazzi, non esageriamo! Caschi bene perché io la conosco, se vuoi ti do il suo numero. Ma che questo episodio ti serva da lezione. Mi raccomando: è sempre meglio il rimorso che il rimpianto.

386 Rimettersi

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Trascrizione

Oggi ci occupiamo del verbo rimettersi, molto simile al verbo demandare, di cui ci siamo occupati nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

in realtà il verbo riflessivo rimettersi ha un sacco di utilizzi anche usati molto più spesso.

Se sei malato ad esempio, rimettersi significa guarire. È come dire tornare in salute, o meglio mettersi nuovamente in salute. Il “ri” iniziale serve a questo, similmente a ritornare, rimangiare eccetera.

Allo stesso modo rimettersi in forma o rimettersi in sesto e anche rimettersi con una persona.

Questi sono utilizzi corretti e quotidiani di usare il verbo rimettersi.

Infatti rimettersi in forma, in sesto e con una persona stanno ad indicare un “mettersi una seconda volta”.

Se perdo la forma la posso riacquistare rimettendomi in forma. In pratica si tratta di tornare in forma. Rimettersi in sesto è abbastanza simile e ci siamo già occupati dell’espressione.

Mettersi con una persona, invece, sta per fidanzarsi, o per “iniziare una relazione sentimentale” con una persona, e mettersi in affari è iniziare una collaborazione professionale con una persona, rimettersi , in tutti questi casi, significa mettersi una seconda volta.

La stessa cosa avviene se mi rimetto le scarpe dopo essermele tolte o se mi rimetto a piangere o ridere.

Ma rimettersi si usa anche in altro modo, che è quello che ci Interessa oggi, dopo esserci occupati di demandare, assegnare e affidarsi.

Es:

Mi rimetto al tuo giudizio

Ci rimettiamo al vostro parere

Mi rimetto alla decisione del giudice

Bisogna rimettersi al giudizio dell’arbitro.

Rimetto la decisione al tuo parere

Queste frasi danno al verbo rimettersi il senso di far decidere qualcun altro.

La differenza rispetto a demandare è che in questo caso c’è un senso di rispetto e una specie di promessa di rispettare la tua decisione. Un po’ il contrario di assegnare, perché normalmente chi assegna è più importante, nel senso di gerarchia: il professore assegna i compiti allo studente. Invece rimettersi funziona al contrario dal punto di vista della gerarchia.

È in pratica un affidare ad altri la decisione, lasciare che altri agiscano secondo la propria volontà o il proprio giudizio. Ed io rispetterò la sua decisione qualunque essa sia.

Ad esempio:

rimetto a te ogni decisione in merito;

preferisco rimettere a voi la scelta;

Somiglia anche a affidarsi, mettersi nelle mani di qualcuno.

Posso usare il verbo in più modi diversi se ci avete fatto caso, anche in modo non riflessivo:

Mi rimetto alla tua decisione

Rimetto la decisione nelle tue mani.

Rimetto la decisione al tuo parere.

A voi la scelta di come usarlo.

Per memorizzarlo questo verbo dovremo ripassarlo spesso. A proposito di ripasso…

Komi: Se ricordo bene oggi tocca a te sforderare un ripasso. Non pensi che sarebbe ora che cominciassi? Senz’altro stai correndo il rischio di attardarti e di fare una figuraccia!

Irina: macché figuraccia! Eccomi qua, visto? Dacché mi sono iscritta al sito di Italianosemplicente , so destreggiarmi bene e al di là di qualche piccolo errore qua e là l’apprendimento è molto appagante .

385 Demandare

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Trascrizione

Molti studenti ma soprattutto molti appassionati e amanti della lingua italiana hanno demandato a me il compito di guida, di accompagnamento al loro apprendimento.

Ed io spero di essere all’altezza di questa responsabilità e onore.

Ho appena usato il verbo demandare, forse anche esagerando un po’.

Qualcuno avrà pensato a “domandare“, (c’è solo una lettera diversa) e avrà pensato ad un errore da parte mia.

Invece no. Demandare è un verbo diverso, molto diverso da domandare.

Demandare è simile a assegnare, affidare.

Ma affidare si usa prevalentemente con le responsabilità. Implica fiducia.

Ti affido la casa per due settimane. Mi raccomando!

Sono andato in vacanza ed ho affidato il mio cane ad una vicina di casa chiese ne occuperà durante la mia assenza.

Affidare ha un senso spesso temporaneo e risponde alla domanda: di cosa mi devo occupare? Di cosa devo avere cura!?

Assegnare invece si usa con i compiti:

La maestra assegna i compiti agli studenti

In ufficio mi hanno assegnato un pò di lavoro da fare.

Assegnare risponde più alla domanda: cosa devo fare?

Demandare invece si usa meno con le singole persone, ha invece un uso piu frequente quando si parla di uffici, competenze date dalla legge, e in generale c’è più responsabilità che fiducia. Somiglia molto a “trasferire ad altri”. Ha un senso più definitivo.

Anziché dire che lo stato ha la responsabilità di occuparsi della salute dei cittadini, posso dire:

Allo Stato è demandata la tutela della salute dei cittadini.

Quindi è dello Stato la responsabilità di tutelare la nostra salute.

La legge demanda a ogni ministero lo svolgimento di determinate mansioni.

Potrei tranquillamente usare affidare o assegnare, ma con demandare c’è più formalità e spesso più importanza.

Non si deve mai demandare alla sola scuola il compito di educare i propri figli.

Con questo si vuole dire che è anche compito delle famiglie.

Demandare quindi ha anche un senso più definitivo come dicevo. C’è proprio il senso del trasferimento di una responsabilità, ma non è detto neanche che si tratti di una responsabilità. Spesso le persone non c’entrano.

Se una legge demanda una decisione ad un decreto, allora sarà il decreto che dovrà contenere questa decisione.

Se uso affidare o assegnare, anche qui va ugualmente bene ma non è il linguaggio più adatto perché non c’entra nulla la fiducia e non ci sono mansioni o compiti assegnati. C’è semplicemente un trasferimento.

Ora è il momento del ripasso da parte dei membri dell’associazione.

Anthony: un ripasso con tutti gli *annessi e connessi* è una cosa seria. Per *ingranare* con un ripasso devo studiare ancora *un bel po’. Fortunatamente c’è quel po’ po’* di sito che si chiama italiano semplicemente!

Ulrike: ma dai, *quale* sbaglio aspettare di essere all’altezza! Per *ingranare* con un ripasso devi *abbozzarne* uno. *Dai un’occhiata* nell’elenco della rubrica dei due minuti e lasciati ispirare così. Funzionerà!

Natalia: *Può darsi* però che all’inizio spuntino solo 2 o tre frasi con 2 o 3 delle espressioni della rubrica.

Carmen: meglio così! *Si dà il caso che* Giovanni *sfori* *spesso e volentieri* i due minuti, *a maggior ragione* un ripasso breve sarebbe *benaccetto*.

Rauno: poi, *una volta* cominciato, *di volta in volta* sarà sempre più facile *destreggiarsi* con la costruzione di un ripasso.

Max Karl: va bene, va bene, smettete di *incalzarmi*, *raccolgo la provocazione*. So che avete ragione e mi sento proprio *chiamato/a in causa* per il mio *esordio* con un ripasso.

Le meraviglie italiane: La via Appia

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Voci di Emanuele e Giovanni

Descrizione

La via Appia era la più famosa e antica tra le strade romane. Parlo degli antichi romani. Una strada romana che collegava Roma a Brindisi, una città della Puglia, che si trova sul mare e che quindi era importante per via del suo porto, che lo collegava via mare con la Grecia e con l’Oriente.

Nell’episodio si coglie l’occasione anche per ripassare qualche espressione già vista insieme e per fare qualche approfondimento sulla lingua italiana.

Le bugie hanno le gambe corte

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Trascrizione

Le bugie hanno le gambe corte.

Le bugie hanno le gambe corte, Un proverbio che ci insegna ad essere sinceri, perché con le bugie non si va molto lontano, proprio come chi ha le gambe corte.
Le bugie sono le false affermazioni, le menzogne. Quindi quando si dicono le bugie, prima o poi la verità che esse nascondono viene scoperta. Prima op poi la verità viene a galla.
D’altronde di dice anche che “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”, ma questo secondo proverbio si riferisce più al modo di comportarsi, oltre alle bugie. E’ facile fare il male ma che è difficile nasconderlo o evitarne le conseguenze: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

384 Tardi, tardo, ritardare, tardivo, tardare, attardarsi

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Trascrizione

Noi italiani siamo sempre in ritardo! Forse è per questo che ci sono parecchi modi per indicare un ritardo.

Tutti voi sapete che arrivare tardi ad un appuntamento o al Lavoro o altrove significa arrivare in ritardo. Vero?

L’espressione “fare tardi” è ad esempio usata:

Se non ci sbrighiamo faremo tardi.

Questo significa che arriveremo tardi.

Si è fatto tardi ragazzi, bisogna andare a casa.

“Si è fatto tardi” si usa spesso quando è passato più tempo del previsto. Si usa spesso ad esempio quando è notte, o il sole sta tramontando e dobbiamo rientrare a casa.

Tardi indica anche quando si arriva “troppo tardi”. Ad esempio quando perdiamo il treno.

Se attivo tardi alla stazione allora sicuramente perderò il treno a causa del mio ritardo. Allora posso dire:

Ormai è tardi!

Quando si arriva tardi si può usare il verbo ritardare.

È abbastanza logico:

“Oggi arriverò in ritardo” può anche dirsi “oggi ritarderò”.

Arrivi sempre tardi!

Diventa:

Ritardi sempre!

“Oggi farò un ritardo di 10 minuti”può diventare: “oggi ritarderò di 10 minuti” (anche senza “di”).

Quindi arrivare tardi in un luogo diventa ritardare, ma a volte può anche diventare “tardare“.

Ti avviso che oggi tarderò 15 minuti.

Potrei dirlo al mio capo in ufficio.

Che significa? E esattamente come ritardare, cioè significa due cose:

1) arriverò 15 minuti dopo, quindi in ritardo;

2) finirò la mia attività precedente 15 minuti dopo.

Nella sostanza è la stessa cosa, ma tardare è più informale ma soprattutto sottolinea un allungamento di attività, che quindi durerà più del previsto.

– dovevo stare a casa alle 20 ma Ho tardato un pò per colpa del traffico.

– si stava troppo bene al mare, così abbiamo tardato 20 minuti al ristorante.

– Domani tarderò un pò in ufficio, abbiamo molto da fare.

Quindi tardare si usa quando voglio sottolineare che un’attività viene prolungata e questo genera ritardo.

Si usa comunque come detto anche in modo più informale rispetto a ritardare.

Esiste anche il verbo attardarsi, che in pratica significa “fare tardi“. Si usa però in caso di imprevisti o perdite di tempo non programmate.

Mi sono attardato un po’, quindi arriverò qualche minuto dopo.

In questo caso è colpa mia generalmente, non del traffico o di impegni precedenti.

Quindi se la colpa del mio ritardo è tua si dice normalmente:

Mi hai fatto fare tardi!

E non “mi hai fatto attardare” perché non è colpa mia ma tua.

Si usa ad esempio per ritardi dovuti a distrazione.

Mi sono attardato perché non trovavo il cellulare.

Poi c’è anche l’aggettivo tardo e tarda.

Mio figlio è tornato a casa a tarda notte

Il locale è aperto fino a tarda notte

Ci sentiamo nel tardo pomeriggio, ora ho un pò da fare.

Ci vediamo in tarda serata

Faccio sempre una corsetta in tarda mattinata

Quindi in questi casi si tratta dell’ultima parte della mattina, del pomeriggio, della sera o della notte.

In qualche libro avrete senz’altro incontrato anche il tardo ‘800, ad esempio, cioè gli ultimi anni del secolo.

Tarda e tardo sono anche un aggettivo per le persone però.

Scusami sono un pò tardo oggi e non riesco a concentrarmi.

La ragazza è un pò tarda, dovrai ripetere più volte la spiegazione.

Attenzione perché è abbastanza offensivo se si riferisce ad altre persone.

Come aggettivo dispregiativo esiste anche “tardona”, un aggettivo al femminile che indica una donna matura, non più giovanissima ma non ancora anziana. Si usa quando questa donna vuole sembrare più giovane nonostante l’età non più giovanissima. Senz’altro un aggettivo dispregiativo. Più usato per le donne. Tardone (al maschile) esiste ugualmente ma si usa molto meno.

Tornando a tardo e tarda, quando si riferiscono a persone sono molto simili a ritardato e ritardata, aggettivi che indicano un ritardo mentale, quindi un problema neurologico, una disfunzione, un handicap in pratica. Ma anche ritardato e ritardata sono abbastanza informali e offensivi.

Sicuramente non si usano quando si fa tardi, quando si è in ritardo quando ci si attarda per motivi personali.

Infine, esiste anche tardivo e tardiva. Però questo non è quasi mai un aggettivo per le persone:

Se arrivo tardi allora è l’arrivo ad essere tardivo.

Se la polizia interviene tardi in una rapina in banca, quando è tardi ormai, il suo intervento è tardivo.

Se mi fanno una domanda e io rispondo tardi ho dato una risposta tardiva.

Mi riferisco alla risposta quindi. Io rispondo tardi, ho ritardato o tardato a dare una risposta, quindi la mia risposta è stata tardiva.

Anche una legge o una decisione del Governo può essere tardiva. Andava fatta prima, ormai è tardi.

Tardivo si può comuque usare anche con le persone, ma in questo caso è proprio come tardo e ritardato. Trattasi di un ritardo mentale. Meno offensivo comunque.

So che si è fatto tardi, scusatemi, mi sono dilungato un po’ troppo nelle spiegazioni, ma non è mai troppo tardi per un ripasso come si deve.

Anthony: E’ arrivato il momento di ROMPERE GLI INDUGI cioè di smettere di CINCISCHIARE che Giovanni sta per perdere la pazienza. Non vogliamo che ci faccia qualcosa di brutto per RIPICCA, il quale sarebbe un gesto totalmente FUORI LUOGO. Non e’ che vogliamo VENIR MENO alle sue aspettative né RISPONDERE PICCHE ma a volte SI è a CORTO DI tempo. A RAGION VEDUTA, ammetto che la sua insistenza nel pretendere ripassi non e’ sbagliata. lui sa che comporre ripassi e’ un metodo di apprendimento che PAGA.

Il verbo ESENTARE (63) – Corso di Italiano Professionale

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Descrizione

ESENTARE è il verbo numero 63 del corso di italiano professionale, dedicato al mondo del lavoro.

Il verbo si usa spessissimo nel linguaggio lavorativo, ed è adattissimo anche al linguaggio scritto formale.

383 Operazioni aritmetiche: più e meno

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Trascrizione

Quanto fa due più due?

Due più due (2+2) fa quattro.

Due più due è uguale a quattro.

2+2=4

Cioè il risultato dell’operazione due più due è quattro.

Il segno più (+) indica un’addizione.

Il segno meno (-) indica invece una sottrazione.

Quanto fa quattro meno tre?

4-3=1

Quattro meno tre fa uno.

Il risultato dell’operazione quattro meno tre è uno.

Il segno meno (-) è il segno della sottrazione.

Il segno piu (+) è il segno dell’addizione.

Con il più si aggiunge, col meno si sottrae. Il più serve ad aggiungere e il meno a sottrarre.

Cosa succede se aggiungo tre a cinque?

Aggiungendo tre a cinque ottengo otto. Il risultato è otto. Tre più cinque fa otto. Tre più cinque è uguale a otto.

3+5=8

3 e 5 si chiamano addendi.

8 è il risultato o somma.

Cosa succede se sottraggo 6 a 9?

Sottraendo 6 a 9 ottengo 3.

Infatti 9-6 fa 3.

Nove meno sei fa tre.

Se sottraggo 5 a 11 ottengo 6.

11-5=6

11 si chiama minuendo e 5 si chiama sottraendo.

Se sommo 2 a 8 ottengo 10.

Quanto viene se faccio 4+6?

Viene 10. Il risultato è 10. Sommando 4 e 6 si ottiene 10.

Quanto viene sottrando 2 da 10?

Se faccio dieci meno due ottengo 8.

Il risultato di questa operazione è otto.

Quale operazione si sta facendo usando il segno più (+)?

Si sta facendo un’

addizione. Si sta facendo una somma.

Quale operazione si sta facendo usando il segno meno (-)?

Si sta facendo una sottrazione.

Addizionando dei numeri tra loro, come risultato ottengo la somma.

L’operazione dell’addizione si chiama anche somma.

Sommare e addizionale è la stessa cosa.

Mi fai la somma tra 2 e 9? Quanto fa?

La somma tra 2 e 9 fa 11.

11 è il risultato della somma tra i numeri 2 e 9. Sommando 2 e 9 ottengo 11.

Se sottraggo 1 a 12 ottengo lo stesso risultato?

Si, il risultato è lo stesso. Questa sottrazione fa sempre 11.

Il risultato è sempre pari a 11.

A quanto è pari la somma tra due e cinque?

La somma tra due e cinque è pari a sette.

A quanto è pari la sottrazione tra 6 e 2?

Questa sottrazione è pari a 4.

Cos’è 4?

Quattro è il risultato di questa sottrazione.

L’addizione e la sottrazione sono due operazioni aritmetiche.

Adesso ripassiamo:

Khaled: Oggi, non mi gira bene, avendo un esame, domani. Sebbene abbia tutte le carte di regola per superare l’esame, ho paura di non farcela e inoltre non ho neanche voglia di scervellarmi su quanto studiato.
Con la lingua italiana è diverso invece.
Lo studio dell’italiano è appagante come attività e ho sempre voglia di migliorare. Non mi sento mai pago.
Questo pare che valga anche per gli altri membri dell’associzione italiano semplicemente visto che sono tutti molto bravi.
Non è facile costruire una frase di ripasso, infatti alcune espressioni imparate mi sfuggono di mente in un batter d’occhio, così adesso chiedo manforte agli altri membri per confermare la correttezza di quanto scritto.

Carmen: ti do il mio beneplacito khaled. Ottimo ripasso. Puoi dire un bel ciaone a chi critica il tuo livello di italiano.

 

382 Avere le carte in regola

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Trascrizione

Giovanni:

La frase di oggi la trovo difficile da spiegare.

La frase è “avere le carte in regola”.

È difficile da spiegare perché le carte spesso sono legate al gioco delle carte (come il poker) invece in questo caso le carte indicano dei documenti, delle autorizzazioni, come se parlassimo di pernessi, di burocrazia.

Infatti “stare in regola” o “essere in regola” (espressione più semplice) è una espressione che si usa quando siamo autorizzati a fare qualcosa, ad esempio se lavoro in una pizzeria, essere in regola significa che sono regolarmente pagato e registrato, quindi sono in regola con lo stato con la Legge dello stato.

Insomma è tutto ok, tutto regolare, tutto a posto. Questo è “essere in regola” cioè aver rispettato le regole, la Legge in generale.

Ma avere le carte in regola sta ad indicare la stessa cosa, facendo riferimento ai documenti che dimostrano la regolarità.

Avere le carte in regola si usa però anche al di fuori della legge, senza quindi parlare di documenti e di autorizzazioni. Quando c’è di mezzo la legge, non avere le carte in regola significa che non si può ottenere qualcosa perché manca qualche carta importante.

Senza carte in regola non si ottiene la cittadinanza ad esempio: bisogna dimostrare con dei documenti ciò che la legge prevede.

L’espressione si usa anche in senso più ampio, come dicevo, per indicare che si è meritevoli o è possibile ottenere un risultato perché non manca ciò che è necessario. Anche senza parlare di legge quindi.

Spesso si confrontano gli obiettivi con le potenzialita di una persona.

Ce la farò? Posso fare questa cosa? Sarò in grado? Posso ambire a questo?

In questi casi posso usare questa espressione, in modo figurato naturalmente.

Ad esempio:

La città di Roma ha le carte in regola per ospitare le Olimpiadi

Nel senso che a Roma abbiamo tutto ciò che serve, non manca nulla: l’organizzazione, il prestigio, le strutture eccetera.

Sarò capace di piacere a Maria? Lei forse è troppo bella e ambiziosa.

Risposta: Certo che puoi. Hai tutte le carte in regola per piacerle: sei carino, educato, sei anche benestante, quindi non ti manca nulla.

Un terzo esempio:

Un mio amico, pur avendo tutte le carte in regola per laurearsi, non c’è mai riuscito. Eppure non gli mancava nulla.

Questo per dirvi quest’ultima cosa: avere le carte in regola ti permette ma non ti garantisce il risultato.

E adesso, visto che tutti i membri dell’associazione italiano semplicemente hanno le carte in regola, possono tranquillamente aiutare tutti i visitatori a ripassare le espressioni già spiegate.

Doris: Avete presente le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente? I consigli dell’associazione rispondono al vero, tuttavia solo, se non rispondiamo picche quando siamo richiamato a redigere qualche riga di ripasso, altrimenti l’apprendimento della lingua italiana prenderà via via una brutta piega. In fin dei conti paghiamo lo scotto se non diamo seguito alle regole. Eccome! Ma quale sono i tuoi ragionamenti in merito?

Ti sai giostrare bene con le frasi di ripasso? Può darsi che tu sia portato per le lingue e ti destreggi bene anche senza troppo dispendio di energie o che sei disposto anche a sforzarti un po’ pur di progredire come si deve. Comunque, l’apporto di tutti i membri del gruppo è indispensabile per fa sì che le espressioni imparate rimangano in giro tra di noi e vengano ripetute assai spesso.

Di buon grado il nostro presidente ci aiuta se incontriamo qualche problema, bontà sua! Mi raccomando, il lavoro paga ed è appagante vedere progressi costanti insieme come team.

Spero che il mio ripasso non sia stata la solita solfa e che abbia fornito un valore aggiunto perlomeno dal punto di vista linguistico. Chi getta un seme l’ha da coltivare se vuol vederlo a tempo vegetare. E presto i ripassi diventano come le ciliegie, uno tira l’altro.

Il verbo RISOLVERE (62) – Corso di Italiano Professionale

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Trascrizione

RISOLVERE è il verbo numero 62 del corso di italiano professionale, dedicato al mondo del lavoro. Nell’episodio spieghiamo tutti gli utilizzi del verbo soprattutto in ambito lavorativo.

381 Venire incontro

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Trascrizione

Giovanni:

Il verbo aiutare sicuramente lo conoscete tutti vero?

Lo stesso vale per il verbo incontrare.

Certo, aiutare è semplice da usare ma a volte un pò troppo generico.

In alcune situazioni forse è meglio usare, al suo posto, l’espressione “venire incontro”.

Attenzione però, non in tutte le situazioni ma solamente alcune.

Quali?

Ve lo spiego subito.

Venire incontro o anche andare incontro letteralmente significa avvicinarsi ad una persona.

Se ad esempio un tuo amico abita un pò lontano da casa tua e lui deve venire a casa tua a prendere un libro, tu puoi dire:

Facciamo una cosa, ti vengo incontro. Vediamoci a metà strada e ti consegno il libro. Così facciamo metà strada ciascuno.

Quello che avete fatto è andare incontro al vostro amico. Infatti lo avete incontrato. Siete andati verso di lui per incontrarlo.

Però lo avete anche aiutato. Gli avete fatto un favore.

Ecco, quando si parla di favori, di gentilezze, di atti e comportamenti che dimostrano una benevolenza verso qualcuno si può usare venire incontro o andare incontro.

Usiamo venire o andare? Non c’è una regola rigida, ma andare si usa maggiormente quando l’azione è fisica, come nel caso di prima: vado fisicamente incontro a una persona.

Invece quando voglio favorire una persona, quando voglio aiutarlo a fare qualcosa in modo che risulti più facile meglio usare venire.

Indovina, quante sono le regole d’oro di italiano semplicemente?

Non lo sai? Ti vengo incontro: sono lo stesso numero dei vizi capitali.

Ti vengo ancora più incontro: sono lo stesso numero dei nani di biancaneve.

Chiaro no?

In realtà c’è anche un’altro modo di usarlo, quando dobbiamo trovare un accordo. In questi casi spesso le rispettive esigenze sono troppo lontane tra loro e allora occorre trovare un punto d’incontro. Ogni accordo è il risultato di un compromesso. Le parti in questo caso si vengono entrambe incontro.

Quando costa questo corso di italiano? Posso pagartelo con un assegno.

Costa 100 euro.

Eh, è troppo per me, non puoi venirmi incontro?

Va bene ti vengo incontro: 70 euro ma anche tu devi venirmi incontro: puoi pagarmi in contanti?

Anche papa Francesco dice sempre che bisogna andare incontro al prossimo.

C’è poi chi dice che bisogna andare incontro ai problemi dei cittadini, cercando quindi di risolverli. È un aiuto ai cittadini.

Chi invece preferisce andare incontro ai sogni per far sì che si avverino.

Sono tutte, in fondo, forme di aiuto. Adesso ripassiamo le puntate precedenti.

Hartmut: per chi ha difficoltà a capire questa espressione, potrei dire che il significato è simile a tendere la mano, che abbiamo visto nell’episodio 73.

Anthony: ah certo, ma vuoi che non lo abbiano capito tutti?

Iberè: sempre meglio non lasciar nulla di intentato comunque.

Lia: soprattutto con i più duri di comprendonio.

Sofie: vabbè, per quelli ci vuole un insegnamento individualizzato.

Rauno: ma insomma quando finisce questo ripasso? Cascate male se pensate che tutti abbiano la pazienza di ascoltarci fino alla fine.

Ulrike : peggio per loro! Essere insofferenti alla durata non è un atteggiamento che paga.

Non tutte le ciambelle escono con il buco

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Trascrizione

Non tutte le ciambelle escono con il buco.

Un proverbio italiano che ci dice che non tutte le cose finiscono come dovrebbero.

In teoria una ciambella deve avere il buco al centro, no? Altrimenti non è una ciambella!

Interessante l’utilizzo del verbo uscire. In realtà le ciambelle non vanno da nessuna parte. Infatti uscire in questo caso sta per riuscire. Si parla di un risultato finale. Sei riuscito a fare la Ciambella col buco?

No, non ci sono riuscito. Oppure: il buco non è uscito.

Ma perché uscire e non riuscire?

Perché la ciambella esce dal forno, ma esce alla fine della cottura. E anche per capire se riesce qualcosa, o se si è riusciti a fare qualcosa, si vede solamente alla fine.

380 Mille modi per arrabbiarsi

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Trascrizione

Giovanni:

Stavo pensando a quanti modi esistono nella lingua italiana per esprimere la rabbia.

Quando una persona è arrabbiata, cioè quando la rabbia si impossessa di questa persona, possiamo esprimere questo concetto in molti modi diversi. Non solo usando il verbo arrabbiarsi.

Molto dipende dal grado dell’arrabbiatura, dall’intensità dell’emozione. Dipende anche dal contesto in cui mi trovo.

Arrabbiarsi è il verbo sicuramente più usato, ma se sono poco arrabbiato posso dire che sono leggermente arrabbiato, oppure che sono nervoso, o che mi sono innervosito. Altre volte che sono adirato o irato.

Adirarsi è esattamente come arrabbiarsi in realtà ma è meno informale. È un verbo che usano le persone educate. Loro stesse mica si incazzano, loro si adirano!

Adirarsi e irarsi contrngono il termine ira, che equivale alla rabbia. Quindi Arrabbiarsi, irarsi e adirarsi sono la stessa cosa ma sono verbi che escono da bocche diverse.

Poi c’è incazzarsi, ma questo è indubbiamente un verbo Volgare. Sono sicuro che tutti voi conosciate questo verbo.

All’estremo opposto di arrabbiarsi c’è “perdere il lume della ragione“, dove la ragione, cioè la mente, l’intelligenza, viene rappresentata da una luce, o un lume, come il lume della candela, che ci illumina, guida i nostri passi. E invece quando perdiamo il lume della ragione, cioè quando ci arrabbiamo, siamo guidati non più dalla ragione ma dalla rabbia. Non c’è più la luce che ci indica la giusta strada da seguire.

Si può essere poetici anche quando ci arrabbiamo!

Si può anche dire che sono incazzato nero, o incazzato come una bestia. Sicuramente qui c’è meno poesia e più strada.

Un’altra frase simile è “perdere la bussola” e la bussola, che normalmente serve ad indicare il nord, è abbastanza simile alla luce. Ci guida, ci indica la strada.

Infuriarsi è probabilmente il modo più forte di arrabbiarsi, e infatti si chiama in causa la furia al posto della rabbia. La furia è la rabbia che diventa violenza, rappresenta qualcosa di incontrollabile, e infatti si parla anche della furia degli eventi atmosferici solo.

Infuriarsi in genere si usa quando chi si arrabbia manifesta la sua rabbia con grida e urla. Una rabbia esagerata diciamo.

Si usa anche, al posto di arrabbiarsi, la frase “andare su tutte le furie”.

Una frase apparentemente senza senso ma è esattamente come infuriarsi, sebbene suoni in modo più elegante.

A Roma si usa anche “sbroccare“, e con lo stesso senso in tutta Italia si sente spesso anche “uscire di testa” che tuttavia somigliano molto anche a impazzire.

Spesso però accade che si possa impazzire anche per esprimere un sentimento positivo.

Impazzisco per il vino italiano.

Ho assaggiato un dolce che mi ha fatto uscire di testa.

Quella ragazza mi fa sbroccare!

Più spesso però queste modalità appena descritte si usano per esprimere una rabbia esagerata, talmente esagerata da perdere il controllo, tanto da perdere il lume della ragione.

Una lieve arrabbiatura, cioè leggera arrabbiatura, si può esprimere anche con il verbo “stranirsi“.

Stranirsi significa mostrarsi strano, diverso, quindi quando una persona si stranisce è perché è adirato, ha ricevuto una brutta notizia, è stato offeso o comunque ha cambiato atteggiamento.

Giovanni oggi l’ho visto un po’ stranito. Cosa gli sarà successo?

Potremmo definirla una lieve incazzatura! Se non voglio usare questo brutto verbo però posso dire che Giovanni era turbato.

Tutt’altro invece se una persona si avvelena: avvelenarsi spessissimo ai usa al posto di arrabbiarsi. Molto informale ma Si usa.

Quando ti rubano il posto al parcheggio è facile avvelenarsi.

Potremmo giustificare l’uso del veleno, in senso figurato ovviamente, per indicare il cambiamento improvviso dello stato d’animo. Proprio come avviene con un veleno che i uccide all’istante.

Più elegantemente porremmo usare inviperirsi, e la, vipera è un serpente velenoso d’altronde.

Inviperirsi sarebbe quindi diventare come una vipera. Avete mai visto una vipera calma?

Scherzi a parte, inviperirsi è, potremmo dire, come “arrabbiarsi di brutto“, tanto per usare un’espressione già spiegata nella rubrica.

Comunque di termini analoghi ne esistono molti altri.

Se vogliamo usare un linguaggio poco informale potremmo anche parlare di collera anziché di rabbia.

Allora arrabbiarsi diventa “andare in collera” o semplicemente incollerirsi.

Informalmente invece si usa molto, soprattutto tra i giovani, incavolarsi. Formalmente potremmo invece dire esacerbarsi o inalberarsi.

Dai, non ti inalberare per così poco!

Molto giovanile è anche “andare in bestia” o imbestialirsi, equivalente ma più informale di “andare su tutte le furie”.

L’uso del verbo andare sta ad indicare una trasformazione.

Però si può usare anche “dare”:

Dare in escandescenze

In questo caso usare “dare” indica l’emanazione, l’uscita di qualcosa dal nostro corpo, come se volessimo dire che dal nostro corpo esce del calore incandescente, tanto siamo arrabbiati.

Molto elegante questa frase comunque.

Vi prego di non dare in escandescenze, siamo in un luogo pubblico!

Sicuramente una rabbia eccessiva ha molti modi per essere espressa.

Prima abbiamo visto che si usa anche il verbo uscire a volte:

Uscire di testa

Ma anche:

Essere fuori si sé

Abbiano detto poi che è facile sconfinare sulla pazzia.

Uscire fuori dai gangheri invece Indica espressamente e solamente una rabbia eccessiva, esagerata. Proprio come andare in bestia e andare su tutte le furie.

Per una rabbia leggera invece ci sono meno modalità.

Abbiamo visto stranirsi e innervosirsi, ma c’è anche alterarsi e stizzirsi.

Alterarsi è sicuramente l’opposto di incazzarsi, sia nel senso dell’intensita sia perché è meno informale.

Stizzirsi invece dà l’idea di qualcosa che ti colpisce rapidamente e provoca una reazione fisica leggera, come una smorfia involontaria del viso improvvisa. Una reazione istintiva questa, ma senza una forte reazione.

Adesso molti di voi sarete incazzatissimi per la durata eccessiva di questo episodio.

Ma non finisce qui perché c’è ancora il ripasso da ascoltare. La parola ai membri dell’associazione italiano semplicemente.

Irina: qualcuno SE LA SENTE di cimentarsi con alcune frasi?
Max Karl: sono un membro fedele al gruppo. IN QUANTO TALE, sono sempre in vena di GIOSTRARMELA CON delle frasi di un bel ripasso
Anthony: a proposito del gruppo, non ho mai fatto parte di un gruppo tanto utile per destreggiarsi con l’italiano.
Max Karl: Ao! Non fare il RUFFIANO pero’
Komi: MA DIMMI TU come fai a dare del ruffiano a Anthony. Questo trattamento MI FA davvero SPECIE!

Il balcone di Giulietta e Romeo

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Voci di Emanuele e Giovanni

Descrizione

L’episodio fa parte di una delle lezioni del venerdì dedicate alle bellezze italiane. Per maggiori informazioni visita la pagina dell’associazione.

Trascrizione

Quando si parla di balconi, in Italia, lo si può fare in tre modi diversi.

Il primo modo è affacciarsi dal balcone.

Il balcone in fondo serve a questo: ad affacciarsi. Strano verbo “affacciarsi”

Lo dovremo vedere insieme perché ha diversi utilizzi. Comunque affacciarsi in questo caso è “mettere la faccia fuori”. Vabbè, lo vediamo un’altra volta…

Il secondo modo per usare un balcone è accusare qualcuno di essere pazzo.

Uno dei modi per fare questo è infatti dire:

Sei fuori come un balcone!

Ci sono molti modi per esprimere lo stesso concetto, ma questo è sicuramente il più simpatico.

In effetti non c’è dubbio che ogni balcone si trovi “fuori”, cioè non dentro.

Si trova fuori anche il balcone più famoso d’Italia, cioè, diciamo uno dei balconi più famosi d’Italia.

Uno di questi balconi lo abbiamo incontrato in un episodio dedicato a Palazzo Venezia, ricordate?

Da quel balcone si è affacciava il Papa e dopo di lui il Duce ai tempi del fascismo.

Ma loro malgrado, il balcone più famoso d’Italia a dire il vero si trova a Verona, una città italiana famosa per l’Arena di Verona e per, appunto, il balcone di Giulietta.

Sapete chi è Giulietta? Magari non vi dice nulla questo nome ma se aggiungo il nome di Romeo probabilmente vi torna in mente l’amore tra i due, l’amore romantico per eccellenza.

Il balcone di Giulietta Capuleti (questo era il suo cognome) è famoso in tutto il mondo perché Giulietta ci si affacciava.

Che c’è di strano allora? Semplicemente che Giulietta potrebbe non essere mai esistita… a quanto pare!

Il balcone più famoso del mondo è dedicato ad una ragazza che è il personaggio protagonista di un’opera letteraria scritta da Shakespeare, che si chiama proprio “Romeo e Giulietta” e non solo Giulietta (forse) non è mai esistita, ma l’autore non ha mai messo piede a Verona nella sua vita.

Il balcone si affaccia su un piccolo cortile interno che normalmente è stracolmo (o ricolmo, o pienissimo, o strapieno) di migliaia di turisti.

Non di questi tempi ovviamente.

In effetti questo sarebbe un assembramento di conseguenza non sarebbe possibile.

Ho detto che il balcone si affaccia su un piccolo cortile.

Sì, anche i balconi si affacciano, pur non avendo una faccia.

Lo stesso si può dire di una di una finestra che si affaccia su un lago, o qualcos’altro.

Ah già… avevamo detto che il verbo affacciarsi lo vediamo un’altra volta…

E Romeo? Chi sarebbe questo Romeo e che c’entra col balcone?

C’entra eccome, perché Giulietta si affacciava dal balcone per vedere Romeo, che stava sotto e parlavano di loro due, del loro amore difficile, impossibile direi!

Pare che neanche il balcone sia mai esistito, non solo Giulietta e Romeo!

Pare infatti sia stato realizzato solo per dare vita alla scenografia pensata dall’autore.

L’edificio da cui si affaccia il balcone rappresentare una ricostruzione molto fedele delle tipiche dimore signorili venete del XIV secolo.

Ma la casa di Giulietta in realtà si chiama Casa di Dal Cappello.

Questa era la casa di alcuni mercanti di spezie (vendevano spezie) in realtà, e da questi mercanti deriva il vero nome della casa di Giulietta.

Insomma, prima del novecento sicuramente questo balcone non esisteva. È stato realizzato solamente più tardi, in fase di ristrutturazione dell’edificio.

Quando Romeo entrò nel cortile dove si affaccia il balcone, si legge nel dramma di William Shakespeare. Giulietta avverte Romeo che sta rischiando la vita se qualcuno si accorge che si trova qui.

Ma Romeo risponde:

tutto che Amor può tentare, Amor l’osa.

Vale a dire: l’amore è talmente forte che ti fa fare qualunque cosa sia possibile fare.

A quei tempi c’erano due famiglie che si odiavano, quella dei Montecchi e quella dei Capuleti.

E Indovinate un po’?

Giulietta era della famiglia dei Capuleti e Romeo, suo malgrado, era un Montecchi.

Capite bene che era impossibile sposarsi se le rispettive famiglie sono acerrime nemiche.

Anche acerrime è un termine interessante.

Si usa solo per i nemici. Se i nemici si odiano molto, si dicono acerrimi nemici.

Insomma, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti non potevano amarsi. Un po’ come Renzo e Lucia de “I promessi Sposi”.

Ma a Romeo e Giulietta è toccata la sorte peggiore.

Infatti Giulietta, per volere della sua famiglia, doveva sposarsi con un conte.

Lei ovviamente non voleva, così sapete cosa fece?

Giulietta pensò di bere un narcotico, una sostanza che l’avrebbe fatta sembrare morta, il giorno precedente delle nozze col conte. In questo modo Giulietta avrebbe evitato il matrimonio semplicemente perché era morta! E così fece. Bevve questo narcotico. Giulietta era d’accordo con Fra Lorenzo, che avrebbe dovuto avvisare Romeo di questo loro piano. Ma Fra Lorenzo non riuscì ad avvisarlo, perché ci fu un inconveniente.
A Romeo giunse notizia della morte di Giulietta, che in realtà però non era affatto morta, ma lui non lo sapeva!
Così Romeo, andò a verificare di persona, vide coi suoi occhi che Giulietta sembrava effettivamente morta, e sopraffatto dal dolore, dopo un ultimo bacio si uccise bevendo un veleno.
E Giulietta? Giulietta si svegliò come da programma, vide che Romeo era morto e si uccise anche lei pugnalandosi al cuore.
Una fine tragica che però fece riconciliare le due famiglie, accomunate da una tragedia d’amore.

379 Da che mondo è mondo

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Trascrizione

da che mondo è mondoGiovanni:

Oggi parliamo di cose strane. Che genere di cose strane? In generale direi, ma non oggetti materiali, parliamo piuttosto delle cose insolite, molto insolite, cose che non si vedono mai, ma mi riferisco a comportamenti, ragionamenti e generalmente la cosa riguarda la logica.

In italiano esiste infatti l’espressione “da che mondo è mondo” che si usa proprio per sottolineare la stranezza di qualcosa, un qualcosa che in tutto il mondo avviene diversamente da quello che si sta osservando. Questo è il messaggio che si vuole dare. Ma non è esattamente così, diciamo invece che è sempre stato così, da quando il mondo esiste, cioè da quando il mondo è mondo. In pratica: da sempre. Potremmo dire “da sempre è così”, “da sempre accade diversamente” ma noi vogliamo dare un’idea ancora più forte, vogliamo evidenziare ancora di più la stranezza.

L’inizio della frase “da che” ha lo stesso significato di “da quando“, e questo lo dico anche in virtù dell’episodio n. 345 in cui abbiamo parlato del termine “dacché” che si può scrivere anche in due parole come in questo caso: “da che“. Quindi da che mondo è mondo significa “da quando il mondo esiste”.

L’espressione si usa per manifestare stupore, è una sorta di protesta contro qualcosa che solitamente e storicamente non è mai stata così. Ad esempio se un vostro amico vi dice che ha ricevuto dei fiori da una ragazza, voi potete rispondere:

Da che mondo è mondo sono gli uomini a regalare fiori alle donne o sbaglio?

Quindi evidenzio ciò che sembra una stranezza dicendo ciò che è sempre avvenuto finora, ciò che sembrava una regola che invece adesso non è stata rispettata.

Si usa anche in forma di domanda:

Ma da che mondo è mondo le ragazze regalano fiori ai ragazzi?

Potete scegliere se dire la stranezza (e allora fate la domanda) oppure sottolineare la regola (allora non è una domanda).

La frase somiglia anche ad un’altra espressione che abbiamo già visto insieme: “da quando in qua“, che però si usa solo sotto forma di domanda quindi bisogna sempre sottolineare la stranezza:

Da quando in qua sei tu a lavare i piatti a casa?

Inoltre quest’ultima espressione, rispetto a !da che mondo è mondo”, si solo per confronti dello stesso tipo, riferita quindi ad abitudini personali ad esempio.

Quindi ad esempio se inizio a fumare all’improvviso, tu potresti dirmi:

Da quando in qua fumi?

In tutte e due le espressioni comunque c’è il senso del tempo che passa: “da quando il mondo è mondo” significa in pratica “da sempre” mentre “da quando in qua” significa da un momento qualsiasi nel passato fino ad oggi. Qua sta per “oggi”, “adesso”.

Va bene, adesso vi saluto. Però ripassiamo adesso ok? Ci sono alcuni membri dell’associazione che hanno qualcosa da dire, e useranno alcune espressioni che abbiamo già spiegato. Questo è fondamentale per ricordarle.

Ulrike: allora inizio io. Poi, via via, ascolterete tutti gli altri.
Lia: è arrivato il mio turno, e nessuno mi può impedire che io sia la seconda!
Carmen: Allora io sono la terza. Oggi stiamo facendo un ripasso all’insegna dei numeri ordinali.
Emma: L’importante è non darsi alla matematica, perché proprio non ci sono portata e capire la matematica non è alla mia portata!

378 Scalpitare

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Trascrizione

Giovanni: Avete fretta? Siete agitati? Siete irrequieti? Sapete che c’è un modo per dire tutte queste cose insieme e questo modo è legato anche a un comportamento specifico. Si può usare il verbo scalpitare.

Il verbo nasce per indicare quando i cavalli battono il terreno con gli zoccoli perché sono irrequieti. I cavalli manifestano la loro irrequietezza scalpitando.

Sono nervosi, agitati e probabilmente hanno voglia di correre, di sfogarsi.

Allora in senso figurato, questo verbo si utilizza (spessissimo) anche con gli esseri umani, quando danno segni di fremente impazienza, di viva irrequietudine.

E spesso questo accade quando si è in attesa di qualcosa, di qualcosa che accada, come se qualcuno dovesse darci una notizia o come se dovesse accadere qualcosa ma questa notizia non arriva ancora, o questo qualcosa non accade ancora, e noi non riusciamo a stare calmi.

Posso usarlo anche con gli animali ovviamente.

Posso dire ad esempio che il mio cane tutte le mattine scalpita per andare a fare la passeggiata: si mette davanti alla porta, inizia ad abbaiare, non sta fermo un attimo insomma e si vede chiaramente che ha voglia di uscire.

Posso quindi dire che gli ascoltatori di Italiano Semplicemente scalpitano tutti i giorni per ascoltare un nuovo episodio di Italiano Semplicemente. Allora eccoli accontentati anche stavolta. Ovviamente anche oggi non può mancare il ripasso quotidiano. Anche i miei membri scalpitavano per poterlo registrare il prima possibile.

Ulrike: persino io, che ho partecipato a molti ripassi finora, aspetto con ansia questo momento.

Olga: di per sé partecipare a questi ripassi non è molto impegnativo, ma dacché partecipo ho meno timidezza.

Sofie: io rivendico il diritto di terminare l’episodio con la mia voce anche se non ho niente da dire.

377 Essere portati

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https://youtu.be/UfkWDOWA4hU

Trascrizione

Giovanni: Chi ascolta Italiano Semplicemente vuole imparare o migliorare l’italiano, giusto? Ebbene, quanto tempo si impiega a fare dei progressi significativi?

Spesso si sente dire:

Per te è facile imparare le lingue perché ci sei portato.

In questo caso si fa riferimento a una predisposizione all’apprendimento di una materia, come a dire: il tuo cervello è fatto in modo tale da permetterti di imparare più velocemente.

Può darsi che questa teoria sia vera. Sicuramente ciascuno di noi è portato di più alcune materie e meno in altre.
Io ad esempio credo di essere portato in matematica. Si usa la preposizione “IN” ma anche “PER“.

Giovanni è portato in italiano

Francesca è portata per le lingue

Mario è portato nelle materie scientifiche che in quelle letterarie
La stessa cosa vale anche per i mestieri:

Giovanni è molto portato per i lavori di precisione.

Le persone portate in una materia specifica o a un lavoro imparano anche più facilmente quella materia e migliorano più velocemente.

Attenzione alla preposizione, perché se usate “A” il significato cambia:

Aver nascosto l’esistenza del virus ha portato ad una maggiore contagio

Italiano Semplicemente mi ha portato ad un alto livello di italiano

Questo mi porta a pensare che il verbo “portare” ha più significati

In questo caso si usa per esprimere una conseguenza, un risultato.

Quindi la preposizione usata ci aiuta a capire il senso, ma ci aiuta soprattutto l’uso del verbo essere. Quando usiamo il verbo essere quasi sempre stiamo parlando di una predisposizione.

Io sono portato nella matematica
Tu sei portata in italiano

Attenzione però, perché a volte è il contesto che ci aiuta a capire:

Sono portato in auto da casa fino in ospedale

In questo caso parliamo di trasporto: qualcuno mi sta portando in ospedale.

Ti sei portato in ufficio un libro

In quest caso è il libro ad essere portato, da te, in ufficio.

I militari si sono portati nel campo

In questo caso portare sta per andare, recarsi. Si usa il verbo “portarsi” Però c’è ancora essere, il verbo portare e “nel”, il che potrebbe portare a pensare che si sta parlando di predisposizione, ma è il contesto che ci aiuta a capire che la frase ha un altro significato.

Se non vi dispiace, adesso ripassiamo un po’ le puntate precedenti:

Lia: se vi dicessi che non sono portata nelle lingue?

Carmen: Davvero? Non si direbbe! Allora mi pare che a tuo modo hai saputo ovviare bene a questa tua mancanza!

Max Karl: Neanche io sono portato comunque. Lo studio da 10 anni ma a suo tempo Italiano Semplicemente non c’era.

Emma: un’importante defezione! Meglio tardi che mai!

376 Rispondere al vero

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Trascrizione

Giovanni: cos’è una risposta? Una risposta è qualcosa che viene dopo una domanda.

Solitamente sia la domanda che la risposta vengono date da una persona.

Una persona fa la domanda e l’altra risponde. A meno che non stiate parlando da soli…

Tra l’altro la risposta non è detto che corrisponda alla verità. Questo si potrebbe verificare.

Ma una risposta non può venire solamente dalla bocca di una persona ma anche da un fatto accaduto.

Quando si esprime un’opinione molto spesso è la realtà a rispondere. In questo modo si può verificare se la cosa che è stata detta si avvera. I fatti In questo caso vengono dopo.

Se invece prima ci sono i fatti e poi viene la nostra opinione, in questo caso posso usare l’espressione di oggi: rispondere al vero.

La frase è equivalente a corrispondere al vero, corrispondere alla verità, o anche rispondere a verità.

Il verbo rispondere, utilizzato in questo modo si usa molto spesso per indicare quando si appura (si verifica) la veridicità di qualcosa che viene detto.

I fatti, cioè la realtà, quando non si conosce, viene appurata, cioè verificata successivamente, cioè in un momento successivo. In queste occasioni potete usare rispondere al vero.

Ad esempio:

Una donna dice: credo di essere incinta!

Dovrò fare il test di gravidanza per verificare se la mia impressione risponde al vero.

Si tratta di un riscontro, si tratta di vedere se una cosa è vera. Normalmente, nel linguaggio di tutti i giorni, si usa sempre il verbo essere:

Questo non è vero!

Ciò che hai detto non è vero!

Vedremo se ciò che dicono è vero!

Più elegantemente potete usare “rispondere al vero”.

Questo non risponde al vero!

Ciò che hai detto non risponde al vero!

Vedremo se ciò che dicono risponde al vero!

Attenzione però:

Se solitamente usiamo sempre il verbo essere, sia che i fatti siano prima che dopo, se vogliamo essere più eleganti, raffinati e professionali possiamo usare rispondere al vero ma solo se la realtà è già esistente o già accaduta al momento delle parole.

Per capire perché si usa il verbo rispondere basta osservare che la nostra affermazione, le nostre parole è come se fossero una risposta: vengono dopo i fatti, e noi dobbiamo vedere, verificare, appurare, se corrispondono alla verità, cioè dobbiamo vedere se rispondono al vero.

Si usa normalmente in ambienti professionali, sopratutto nelle aule di tribunale, nei processi, a.anche in tutte le occasioni in cui è molto importante verificare se le parole pronunciate da una persona, che raccontano un fatto accaduto, sono vere.

Mamma, oggi non sono andato a scuola perché era chiusa!

La mamma, molto arrabbiata, potrebbe rispondere:

Cosa? Adesso telefono alla scuola vedremo se quello che hai detto risponde al vero!

Sapete che i membri dell’associaizone Italiano Semplicemente sono bravissimi e molto coraggiosi?

Ascoltate il seguente ripasso per verificare che ciò che ho appena detto risponde al vero:

Carmen: isto che hai messo in gioco il nostro coraggio non possiamo rispondere picche alla tua richiesta.

Ulrike: infatti, poi oggi mi sento particolarmente in vena di figuracce!

Irina: non sia mai! E comunque anche se fosse, prima o poi partecipare ai ripassi paga!

Rafaela: io non consento a chicchessia di criticarmi. Altrimenti lo prendo a mali parole. Altro che storie!

Sofie: smorziamo i toni però, altrimenti Giovanni non ci fa più ripassare.

Natalia: già, e la cosa interesserebbe tutti noi. Anche io che non ho detto niente di male ancora. Quindi state calmi.

Khaled: si direbbe che tu abbia voglia di discutere oggi.

Maria Lucia: calmi, calmi. Mi fa specie che abbiate tutta questa voglia di litigare. Tu poi che sei il membro pacifico per eccellenza.

Giovanni: siete tutti espulsi dall’associazione!

Rauno: lo sapevo che ci avrebbe cazziato!

Volere la botte piena e la moglie ubriaca

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Volere la botte piena e la moglie ubriaca è un famosissimo proverbio italiano che ci dice che non si può avere tutto dalla vita, soprattutto quando si vogliono cose che sono in netta contrapposizione tra loro.

Si usa la metafora della botte del vino. La botte è un grande contenitore che può contenere vino o olio.

Magari la botte del vino fosse sempre piena!

Però avere anche la moglie ubriaca è altrettanto desiderabile.

Ma delle due, una! Non possiamo avere sia la botte piena di vino sia la moglie ubriaca.

Dobbiamo scegliere!

Dobbiamo accontentarci, non possiamo avere tutto: o la botte piena, e nostra moglie sobria, oppure la botte vuota, ma nostra moglie ubriaca.

Nella vita è tutto una questione di scelte.

375 A mali estremi, estremi rimedi

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Giovanni: Dopo aver visto il significato e l’uso dell’espressione “in malo modo”, e dopo aver visto anche “prendere a mali parole”, oggi vediamo un’altra espressione in cui si utilizza il termine “mali” ma stavolta come sostantivo, Per questo motivo l’avevo lasciata come ultima espressione da spiegare.

A mali estremi, estremi rimedi.

E’ un famosissimo proverbio italiano.

L’espressione contiene il termine “mali” definendo questi mali come estremi: questo è l’aggettivo. I mali estremi rappresentano le situazioni negative estreme, cioè le situazioni negative più gravi. L’estremo, rappresenta la parte terminale di qualcosa, anzi direi più il punto limite, il massimo grado di qualcosa. Fisicamente, quindi in senso materiale si parla più di estremità, come le estremità di un bastone. In senso figurato si parla invece di estremi e solitamente in senso negativo:

la situazione è agli estremi

Cioè la situazione è molto grave, è al limite, siamo al massimo livello di gravità, è quasi impossibile rimediare

l’estrema unzione, che rappresenta il sacramento per coloro che sono in fin di vita, quindi alla fine della vita, cioè in punto di morte.

Allora i mali estremi rappresentano tutte le situazioni in cui c’è un male, cioè qualcosa di negativo, quasi irreparabile. Non c’è quasi più nulla da fare per porre rimedio a queste situazioni, se non un estremo rimedio.

Il secondo “estremi” è però un aggettivo: gli estremi rimedi. Quindi sono i rimedi che devono essere estremi.

Cosa significa? Significa che in certe situazioni di particolare gravità, è indispensabile cercare ogni mezzo, ogni rimedio, ogni soluzione utile a risolverla in positivo. Se il male è estremo, anche il rimedio dev’essere estremo. Come a dire che quando la situazione è molto difficile, non bisogna molto stare a pensare alle soluzioni ed alle eventuali conseguenze negative di queste soluzioni.

Ad esempio:

Il virus si sta diffondendo rapidamente. L’unica soluzione è la chiusura di tutte le attività. A mali estremi, estremi rimedi.

Anche le Olimpiadi, meglio farle a porte chiuse che non farle per niente, no? A mali estremi, estremi rimedi.

In latino si parla anche di extrema ratio. Mai sentita questa locuzione latina? Si usa molto anche nell’italiano corrente ovviamente, altrimenti non ve la parlerei. L’extrema ratio è proprio la soluzione estrema.

Un altro esempio: avete un pollaio in giardino e c’è anche un bel gallo, che canta tutte le mattine. Questo gallo però dà fastidio ai vicini che si lamentano e minacciano di denunciarvi.

Le avete provate tutte le soluzioni ma non hanno funzionato:

Avete provato a dargli più attenzione, avete provato ad eliminare gli altri galli dal pollaio, avete provato a fargli venire il raffreddore, senza riuscirci. Alla fine resta solo una soluzione, che non è uccidere il gallo: gli esperti consigliano di insonorizzare il pollaio, in modo che il canto del gallo non si senta dall’esterno. A mali estremi, estremi rimedi.

La locuzione latina è “Extremis malis, extrema remedia“.

Esiste anche di conseguenza anche in altre lingue, e vi faccio ascoltare alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Anthony (Stati Uniti): Desperate times call for drastic measures

Ulrike (Germania): Außergewöhnliche Situationen erfordern außergewöhnliche Maßnahmen.

Rafaela (Spagna): A grandes males, grandes remedios

Komi (Congo): Aux grands maux, grands remèdes

Maria Lucia (Brasile): Para grandes males, grandes remédios

Sofie (Belgio): Uitzonderlijke tijden vereisen uitzonderlijke maatregelen

Irina (Russia):
Отчаянные времена требуют решительных мер.

Rauno: “Kova tauti vaatii kovat lääkkeet”

Oggi niente ripasso, perché l’episodio è già molto lungo. A mali estremi estremi rimedi.

Giovanni: Dunque, per concludere, se il vostro italiano non vuole proprio migliorare, non resta che iscriversi all’associazione Italiano Semplicemente. A mali estremi, estremi rimedi!

374 prendere a mali parole

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Trascrizione

Buongiorno a tutti,
Allora, l’espressione di oggi, come vi avevo anticipato nell’ultimo episodio dedicato al termine malo, è una espressione che utilizza il plurale di malo: mali.

Parliamo sempre di aggettivi non di sostantivi.

Viene utilizzato il termine mali nella frase: prendere a mali parole, oppure pigliare a mali parole.

Per quanto riguarda prendere e pigliare, spesso pigliare si usa al posto di prendere senza problemi.

Per quanto riguarda la spiegazione della frase: prendere a mali parole, ebbene, dobbiamo capire cosa sono le mali parole.

Il termine mali è un aggettivo che qualifica “le parole” in questo caso.

Ebbene, le mali parole non possono altro che essere brutte parole, cattive parole, parole negative.

Quando si parla di mali parole, in realtà si parla di insulti.

Notate come prendere a mali parole ha qualcosa a che fare con prendere a schiaffi.

Quando si prende a schiaffi una persona si sta picchiando questa persona, si stanno dando degli schiaffi, quindi si tratta di procurare un male fisico.

Mi ha preso a schiaffi vuol dire che mi ha dato degli schiaffi.

Gli schiaffi sono delle botte con la mano aperta sulle guance, ma “prendere a” si usa anche in un altro modo, evidentemente, quindi in questo caso “prendere a mali parole” è simile a “prendere a schiaffi” solo che queste “mali parole” non sono un atto fisico, non sono dei pugni, non sono degli schiaffi.

Si dice anche “prendere a pugni“, es:

Mi ha preso a pugni

cioè:

Mi ha dato dei pugni.

Allora, prendere a mali parole vuol dire mi ha detto delle parole cattive, mi ha detto delle brutte parole.

É soltanto un modo abbastanza educato ed elegante per dire “ha cominciato insultarmi”, “mi ha detto un sacco di parolacce”, “se l’ha presa con me”, “si è rivolto a me in malo modo”, ma non è detto che si tratti di insulti, quando si risponde in malo modo.

Quando ci si rivolge ad una persona in malo modo, quando si risponde in malo modo. Quando si risponde in malo modo non è detto che si insulti.

Non necessariamente, ma prendere a mali parole significa proprio questo: insultare.

Quindi se non si vuole dire in altri termini che una persona ha iniziato ad insultarne un’altra o a dire un sacco di parolacce ad una altra si vuol dire che questa persona si è presa a mali parole con una altra persona.

Posso fare degli esempi:

sono entrato ad un negozio senza mascherina e il commesso mi ha preso subito a mali parole

oppure:

ho visto due persone che si prendevano a mali parole; perché stavano litigando su chi dovesse per prima entrare in un negozio.

C’era la fila, allora questi due ragazzi si sono presi a mali parole.

In genere si usa questa espressione, quando si racconta qualcosa.

Mi ha preso a mali parole. Sono stato preso a mali parole.

Si può anche mettere per scritto, anche per una comunicazione ufficiale.

Non capisco perché sono stato preso a mali parole dal mio collega.

ad esempio.

quindi si intende dire chiaramente che si é stati insultati, quindi è stato commesso non dico un reato, ma comunque ci si è comportati male. Qualcuno mi ha insultato. Sono stato offeso.

Si parla di offese o di insulti, quindi si parla di parolacce.

Certo, non si parla di un comportamento educato e gentile.

Educati e gentili come sono sempre i miei membri dell’associazione italiano semplicemente.

Anziché prendere a mali parole per la durata eccessiva di questi episodi solitamente si impegnano molto per fare delle frasi di ripasso come quelle che ascolterete immediatamente.

Sofie:
Passi che tira vento di brutto, passi che piove a dirotto, che poi però mi sono beccata un raffreddore è veramente troppo.

Emma:
Mah… Il tempo è quello che è. Per la cronaca sono proprio insofferente alle continue lamentele sul tempo.

Ulrike:
Ma dai, quale risposta sgarbata ad un’amica che le gira male. Davvero un malo modo di rispondere.

Khaled: Sofie, fai di necessità virtù, resta a casa e ripetiti qualche puntata della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”. Ma soprattutto abbi cura di te.

Le meraviglie di Roma: Palazzo Venezia

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Oggi parliamo di Palazzo Venezia, un palazzo di Roma, che si trova a Roma, e non a Venezia. Precisamente si trova a Piazza San Marco, proprio vicino a Piazza Venezia Siamo proprio al centro di Roma.

Se dite al navigatore satellitare di portavi a Roma vi porterà esattamente a Piazza Venezia. E’ lì che inizia via del Coro, la via dello shopping, e siamo anche molto vicini al Pantheon di cui abbiamo già parlato, a Fontana di Trevi ed a molte altre bellezze di Roma.

Ma perché questo palazzo si chiama così, col nome della città di Venezia?

Il palazzo fu costruito tra il 1455 e il 1467 ma nel 1564 papa Pio IV dona il palazzo alla Repubblica di Venezia per utilizzarlo come sede dei suoi ambasciatori ed oratori presso la Santa Sede. A questo si deve il nome.

Ma perché io oggi voglio parlarvi di Palazzo Venezia?
Per conoscere un po ‘ di storia innanzitutto ma soprattutto per ascoltare qualcosa di piacevole di tanto in tanto, nella speranza che nel frattempo ci sia modo di spiegare qualcosa della lingua italiana.

Dunque, per costruire questo palazzo è stato utilizzato del travertino proveniente dal Colosseo e dal Teatro di Marcello.

Oggi non faremmo mai una cosa del genere!

Comunque il palazzo è uno dei primi e più importanti edifici civili della Roma rinascimentale. E’ considerato la più grande opera civile del’400 romano.

Si parla del rinascimento, e il Rinascimento a Roma copre il periodo che va dagli anni quaranta del Quattrocento, fino alla prima metà del Cinquecento, quando la città papale (cioè Roma) fu il più importante luogo artistico del mondo, con maestri quali Michelangelo e Raffaello. Notate che ho utilizzato “quale” e non “come”. Vedete l’episodio in cui spiego il motivo di questa scelta. E’ il n. 200 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Quindi l’architettura è quella del rinascimento romano, e del Colosseo non ha soltanto il travertino (che è una roccia molto dura). Infatti la costruzione del palazzo si ispira in parte anche al Colosseo, e questo si nota osservando ad esempio il cornicione ed altri elementi architettonici. Il cornicione è il nome che si dà alla parte esterna della pizza, quella che solitamente si brucia un po’, ma in architettura è la parte più alta di un edificio. Il cornicione in questo caso sporge un po’ rispetto all’edificio.

Palazzo Venezia era talmente importante che persino Mussolini, il Duce, pose la sede del quartier generale. Il balcone di Palazzo Venezia è proprio quello da cui lo stesso Mussolini fece la dichiarazione di guerra alla Francia e al Regno Unito e, di conseguenza, decretò l’entrata in guerra dell’Italia. Era il 10 giugno 1940. Ho usato la parola “persino” ma avrei potuto usare “perfino” con lo stesso significato. Ne abbiamo parlato nell’episodio n. 367.

FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO - MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA
FOTO ATTUALITÀ / XVIII ANNUALE DELLA FONDAZIONE DEI FASCI DI COMBATTIMENTO – MUSSOLINI PARLA AL POPOLO DAL BALCONE DI PALAZZO VENEZIA – Fonte

Pensate che la luce di questa stanza del Palazzo non veniva mai spenta in quegli anni perché si voleva dare il messaggio che che il governo non riposava mai.

Notate che quando si parla di Palazzo Venezia si usa la preposizione “di” e non si può dire “del palazzo Venezia”.

Se diciamo il nome, allora dobbiamo usare “di“. Invece se non diciamo il nome, allora dobbiamo usare “del”, ad esempio: la proprietà del palazzo è cambiata, l’immagine del palazzo è stata ristrutturata, eccetera. Questo ovviamente non vale solamente per palazzo Venezia.

Comunque, prima si Mussolini, quel balcone era famoso per un’altra ragione.

Papa Paolo II scelse Palazzo Venezia come sua residenza e dallo stesso balcone (siamo nel ‘400) osservava le corsa dei cavalli che si svolgevano lungo tutta via del Corso Queste corse si svolgevano tradizionalmente durante il periodo di Carnevale (fonte).

Insomma, il balcone più famoso del mondo, forse secondo solo a quello di Romeo e Giulietta che si trova a Verona.

Ah, dimenticavo: Palazzo Venezia ospitò anche un concerto di Mozart quando aveva solo 14 anni. Quanti spettatori? Oggi conta molto il numero dei followers (o seguaci, in Italiano) e il numero delle persone in generale. Ma in quel caso furono in pochi ad assistere al concerto. Ma c’era il Papa tra questi. Non so se rendo… Questa espressione però ancora non l’ho spiegata. Si usa per esprimere, con falsa modestia, una virtù, o la grandezza.

Come a dire: sono riuscito a rendere l’idea? Non so se ci sono riuscito. Molto più brevemente: non so se rendo!

Questo episodio comunque finisce qui, un saluto da Giovanni di Italiano Semplicemente. Avete capito bene, sono prorpio io, Giovanni. Non so se rendo! (Scherzo naturalmente!)

373 In malo modo

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Trascrizione

in malo modo

Ciao a tutti, io sono Giovanni di Italiano Semplicemente e mi auguro che stiate tutti bene. L’ultima cosa che desidero è che voi stiate male.

Tranquilli, non è una lezione sul congiuntivo. Non voglio essere trattato in malo modo.

Questo breve episodio riguarda invece il termine malo, che si utilizza solamente nella locuzione “in malo modo”.

Malo modo. Ma cosa significa?

Il modo indica una modalità, mentre malo, molto simile a male, indica un modo sbagliato, un modo negativo, un modo cattivo. È un aggettivo.

Significa cattivo, cioè un modo negativo, sbagliato dal punto di vista della morale, della convenienza, dell’opportunità. Questo termine si usa praticamente solamente nella locuzione “in malo modo”.

Ad esempio:

Ho salutato mio fratello ma lui mi ha risposto in malo modo.

Mio fratello mi ha risposto in un modo scortese, usando un tono duro, maleducato, usando magari parole offensive.

Giovanni mi ha trattato in malo modo.

In fondo è come dire che Giovanni mi ha trattato male, ed anche nel caso precedente si può dire “rispondere male”.

Posso anche dire:

Trattare in mal modo

Rispondere in mal modo.

In pratica si toglie l’ultima lettera.

Il senso è sempre lo stesso:

Mi ha trattato in un modo che non mi è piaciuto.

Mi ha risposto usando un tono sbagliato, troppo duro, senza usare delicatezza.

Il femminile di malo o mal è “mala”, che si usa in pochissimi casi: la malavita, anche detta semplicemente “la mala”, la malafemmina, la malasorte. Sono però tutte parole uniche dal senso sempre negativo.

Le Malefemmine sono le prostitute, la malasorte è la sfortuna, la malavita o mala è la criminalità organizzata, più nota col termine di mafia, ma a dire il vero malavita è più generico di mafia, che si riferisce ad una precisa organizzazione mafiosa, criminale.

Dunque ricapitolando, un o il malo modo si può usare e si usa comunemente quando si è trattati male, in modo sgarbato, con parole dure, con maleducazione. Quando si usano questi modi, si dice anche che sono stati utilizzati “mali modi”, che sono modalità comportamentali negativi moralmente inaccettabili, incivili, maleducati, sgarbati.

Si usa anche il plurale dunque:

Ma che mali modi sono questi?

Se qualcuno ti tratta male, si può rispondere proprio in questo modo per lamentarsi:

Ma che modi!

Che mali modi!

Il malo modo però si usa anche col lavoro, per descrivere qualcosa fatto in malo modo.

In tal caso la negatività si riferisce non alla morale ma alla qualità del lavoro, alla qualità dell’opera compiuta. Diciamo che generalmente se qualcosa viene fatto in malo modo ci si riferisce non solo alla qualità, ma si sta dando anche un giudizio negativo sulla volontà o sulla competenza, o sulla scarsa voglia di fare qualcosa.

Si può governare in malo modo, si può suonare in malo modo eccetera. È sempre un giudizio negativo.

Al plurale si usano anche “le mali parole” ma questo lo spieghiamo nel prossimo episodio. Poi ci sono anche i “mali estremi”, che vediamo tra due episodi.

Adesso ci aspetta un ripasso coi fiocchi:
Irina: ciao ragazzi, avete visto che anche Trump ha il Covid?
Maria Lucia: ma dimmi tu, veramente?
Komi: pur di stare a centro dell’attenzione cosa non farebbe?
Anthony: non scherziamo, però sicuramente il suo atteggiamento ha pagato. Nel senso negativo del termine.
Rafaela: gli addetti ai lavori l’avevano avvisato: distanza ed igiene sono importanti. Devi darti una regolata.
Olga: non è facile quando si incontra tanta gente, poi siamo anche a ridosso delle elezioni.
Max: se la saprà giostrare bene ugualmente. Vedrete.

Fare ciao

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Trascrizione

Ciao, chi non conosce questo saluto informale?

Ma sapete che non si usa solo in questo modo che tutti conoscono.

Il verbo salutare è interessante perché sapete che ai bambini, molto spesso, non si dice di salutare, e neanche di dire ciao. Ai bambini piccoli si dice invece di “fare ciao”.

Fai ciao con la manina!

Fai ciao a zia Giuseppina.

Fai ciao al cuginetto, dai!

Questo è un invito a salutare che si usa esclusivamente con i bambini molto piccoli, più o meno fino a 4 o massimo 5 anni.

“Fai ciao”, cioè muovi la manina.

Infatti “fare ciao” indica un gesto di saluto ottenuto aprendo e chiudendo la mano oppure agitando la mano.

Non è finita qui, perché ciao si usa anche per indicare la fine di qualcosa.

Es:

Un giorno ho deciso che volevo cambiare lavoro e allora ho detto ciao.

Cioè: mi sono licenziato, ho lasciato per sempre il lavoro. Ho salutato, potrei dire, il mio lavoro.

È proprio la conclusione definitiva di qualcosa, senza ritorno. Una fine sicura al 100%.

Mi sono innamorato di un uomo e da quel giorno ciao ciao matrimonio!

Ho inocontrato una brasiliana bellissima e ciao ciao Italia!

Luigi si è stancato della moglie e dopo 20 anni di matrimonio ha incontrato un’altra donna e ciao.

Ovviamente è una metafora del saluto, perché ciao si usa sia quando ci si incontra, sia quando ci si lascia, cioè sia nell’inconttarsi che nell’accomiatarsi. Il saluto di commiato è proprio quando ci si allontana, ci si lascia, magari solo per rivederci il giorno dopo, non certo mai più. Si usa anche “congedarsi” nelle stesse circostanze. Infatti il congedo è più o meno come il commiato.

Così per dare enfasi ad un addio definitivo molto spesso usiamo, sempre informalmente, la parola ciao.

Poi in questi ultimi tempi si usa anche dire “ciaone“, che sarebbe un grande ciao, ma ciaone è andato in uso solamente quando si prova un sentimento di rivalsa contro qualcuno, come a manifestare un odio o come minimo una rivalità. Si usa anche ironicamente.

Dire ciaone pertanto è giudicato più che un saluto affettuoso, direi una presa in giro, quasi un insulto a volte. Si può usare contro gli avversari sconfitti per prenderli in giro.

Tipo:

La polizia mi ha inseguito ma io sono riuscito a scappare perché la mia macchina andava più veloce. Un ciaone alla polizia.

Come a dire: ho vinto io!

Proprio per questo uso un po’ irriverente, irrispettoso e quasi volgare direi, a me non piace per niente questo “ciaone”.

Ma dacché si usa piuttosto spesso recentemente ho voluto parlarvene.

Io quindi non vi dirò mai ciaone ma sempre solamente ciao 🖐️!

372 Il lavoro paga

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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il lavoro pagaTrascrizione

Siamo arrivati all’episodio n. 372 della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”. E’ una grande fatica fare tutti questi episodi ma speriamo che il lavoro pagherà.

Già perché se il lavoro paga, significa che lavorando si ottengono risultati.

Funziona come nella lingua inglese, quindi non farete grossi sforzi per comprendere questa espressione.

Si usa abbastanza spesso nella lingua italiana e a dire il vero non è solo il lavoro che paga. Anche lo studio paga, anche gli sforzi pagano, ed anche gli esercizi fisici pagano, l’onestà paga.
Sono tutte cose, diciamo tutte attività, tutti comportamenti che portano, prima o poi a dei risultati. Qualsiasi tipo di risultato: al lavoro, in palestra eccetera.

Qualcuno potrebbe dire che esiste anche il, verbo “ripagare“, ed anche “appagare“, molto simili a “pagare” in questo caso. Ovviamente non si parla di denaro.

Il verbo ripagare è interessante. Si usa quando c’è uno scambio, tipo “non so proprio come ripagarti per questo regalo che mi hai fatto” oppure “per tutto l’affetto che mi dai, ti ripagherò con un sacco di regali, o di baci”. Anche in questo caso non parliamo di soldi. Almeno non è necessario.
Ma il verbo “appagare” lo è ancora di più, perché quando dico che “il lavoro paga” mi riferisco ai risultati del lavoro, che vanno a compensare gli sforzi fatti. Se invece dico che il lavoro che faccio è appagante, voglio dire che io mi sento soddisfatto, questo lavoro mi dà soddisfazione, mi rende pago, sono soddisfatto. A volte sta per “accontentarsi“, quindi indica il raggiungimento o il mancato raggiungimento di una soglia minima di soddisfazione.

Si dice anche così: “rendere pago”, “essere pago”.

Vediamo qualche esempio

Non sono ancora pago, voglio di più, voglio ancora più baci da te!

In questo caso c’è una mancata soddisfazione.

Giovanni è pago dell’amore ricevuto

Quindi Giovanni è soddisfatto, Giovanni è appagato dell’amore ricevuto, si sente appagato, soddisfatto, si sente pago.

Attenzione alla preposizione:

Sono pago dell’amore ricevuto

Sono appagato dall’amore ricevuto.

Dunque: “il lavoro paga” è abbastanza simile a “il lavoro è appagante”, ma nel primo caso il lavoro permette di ottenere risultati, quindi l’attenzione sta sui risultati.

Se un lavoro è appagante invece significa che l’attenzione sta sui miei sentimenti, sulla mia soddisfazione, sui risultati che il lavoro ha su di me.

C’è una differenza dunque. Molte persone fanno lavori non appaganti per loro, nel senso che non gli piace quel lavoro, ma nonostante questo ottengono risultati, quindi quel lavoro, pur non essendo appagante, paga ugualmente. Quindi in questo caso il lavoro paga ma non appaga.

A questo punto mi domando: il lavoro ripaga?

Io direi di sì, perché “ripagare” è legato alle ricompense, agli scambi. Se diciamo che paga mi riferisco ai risultati in generale, e questa è una massima, quasi un proverbio. Se diciamo che appaga stiamo dicendo che ci sentiamo soddisfatti e gratificati, e se diciamo che ripaga sto parlando dei risultati confrontati a ciò che abbiamo dato noi, agli sforzi, ai sacrifici, alla fatica. Quindi ripaga gli sforzi, ripaga la fatica.

Quindi il lavoro paga sempre, appaga ma non sempre, e si spera anche che ripaghi.

Se vi sentite appagati da questa spiegazione, potreste fare una donazione a Italiano Semplicemente. In questo modo mi sentirei ripagato del tempo che dedico al sito e sarei pago della soddisfazione che ne deriva. Siccome però non mi sento ancora pago di questo episodio, facciamo un ripasso finale grazie all’aiuto di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Emma: Ciao ragazzi,mi sono appena smarcata da un impegno, quindi eccomi qui. Posso chiedervi una cosa?
Ulrike: dai, ti ascoltiamo! Che aspetti?
Lia: Ma dimmi tu se questo è il modo di rispondere. Non ci fare caso. Il problema è che non ha ancora ascoltato l’episodio n. 369, dedicato alle risposte educate.
Anthony: E per giunta sembrava pure che avesse fretta!
Carmen: meno male che questo è solo un ripasso, altrimenti questa discussione avrebbe preso una brutta piega!