41 – L’ammontare – ITALIANO COMMERCIALE

L’ammontare – lezione n. 41 di Italiano Commerciale

(scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: a quanto ammontano le spese?

L’ammontare delle spese è pari a 5000 euro.

E a quanto ammontano le entrate?

L’ammontare delle entrate supera quello delle spese.

Oggi ci occupiamo del verbo ammontare che però è anche sostantivo.

Si usa spessissimo quando si parla di denaro, in particolare di spese e di entrate.

Ammontare come verbo infatti significa giungere a una certa cifra, arrivare ad una certa cifra che viene indicata nella frase.

L’ammontare allora costituisce il totale di successive aggiunte. Un ammontare è una somma, un totale, un importo complessivo:

l’ammontare delle spese

Solitamente infatti si sta facendo una somma di spese o di entrate, somma che si incrementa, aumenta fino ad arrivare ad una certa cifra, che chiamiamo ammontare.

Il verbo ammontare si usa anche in altri casi al di fuori del denaro, perché può anche significare mettere insieme formando un mucchio, dunque come ammucchiare.

Ammontare la legna.

Non notate un legame con il termine montagna? Formare una montagna di qualcosa, accatastare, ammucchiare.

Solitamente però si usa con le entrate e le spese.

La preposizione da usare è a:

A quanto ammonta la spesa?

A quanto ammontano le spese?

Le spese ammontano a 1000 euro.

La spesa ammonta a 1000 euro.

Potete usare sia il singolare che il plurale.

Il verbo ammontare si può usare anche per indicare il valore economico di qualcosa:

A quanto ammonta il valore del mio appartamento?

Il bonus statale per la ristrutturazione ammonta fino a 1000 euro.

L’assegno unico che lo stato dà alle famiglie con due figli a quanto ammonta?

Il mio patrimonio ammonta a più di un milione di euro.

Lo sapete a quanto ammonta lo stipendio del presidente del consiglio?

Come determinare l’ammontare delle spese per la ristrutturazione?

Cosa determina l’ammontare della parcella di un avvocato?

Le spese mensili per elettricità e gas ammontano a più del doppio rispetto al mese scorso.

L’ammontare degli episodi di italiano commerciale ammonta a 40 finora.

In quest’ultimo caso non parliamo di denaro ma c’è sempre un ammontare, un numero che aumenta e questo è sufficiente a giustificare l’uso del verbo.

Quant’è il conto? A quanto ammonta il conto che dobbiamo pagare?

Anche al ristorante potreste teoricamente fare questa domanda prima di pagare il conto.

Il proprietario probabilmente vi risponderà:

Niente paura, il conto non è molto alto!

Vi vediamo al prossimo episodio di italiano commerciale.

Giulio Cesare e la lingua italiana

Descrizione:

Alcune curiosità su Giulio Cesare e sui legami con la lingua italiana.

PER STUDENTI NON MADRELINGUA.

Audio e trascrizione: durata: 12:53

– – — – – – – – –

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

– – – –

Audio-libri in versione KINDLE e CARTACEA (+MP3)

Video YouTube

Donazione per Italiano Semplicemente

Associazione italiano Semplicemente

Caldeggiare – VERBI PROFESSIONALI (n.76)

Caldeggiare

File audio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

Trascrizione

Giovanni: brrrr, che freddo che fa vero?

Magari adesso in altre parti del mondo però fa caldo, anzi sicuramente è così!

Comunque non voglio parlare del tempo oggi. Dovevo però trovare un modo non banalissimo per introdurre il verbo professionale n. 76: caldeggiare.

Non si usa certamente parlando del tempo che fa, del caldo e del freddo e a dire il vero non si usa neanche molto al di fuori di contesti lavorativi o almeno è più spesso usato da giornalisti, per iscritto nei notiziari, nei tg eccetera.

Caldeggiare non è affatto slegato dal concetto di caldo, ma più propriamente è legato al calore, inteso in senso figurato.

Infatti caldeggiare significa Sostenere, appoggiare con calore, con impegno.

Si usa spesso con le proposte:

caldeggiare una proposta

Una proposta, o un’iniziativa, o un’ipotesi, hanno bisogno di essere caldeggiate, perché un semplice “sono d’accordo” o “sono favorevole” non bastano. Le proposte, per avere possibilità di realizzarsi, hanno bisogno di un sostegno caloroso, hanno bisogno di una spinta soprattutto emotiva, vigorosa, convinta. Bisogna favorire questa proposta, difenderla se qualcuno la osteggia, la ostacola, la contrasta. Questo è caldeggiare:

Io caldeggio fortemente la tua iniziativa

Spesso si aggiunge qualcosa come un avverbio di questo tipo per dare maggiormente l’idea del sostegno convinto.

Si usa come verbo anche con le candidature politiche, quindi in modo simile a sostenere una candidatura.

Caldeggiare una candidatura significa augurarsi che questa persona sia eletta perche si crede in lei.

Sostenere può dare a volte un’idea diversa.

Un gruppo politico, un partito può sostenere una candidatura. Significa che la propongono a loro rappresentanza, ma si esprime una preferenza, una scelta, magari frutto di un compromesso, di accordi. Magari questa scelta era l’unica possibile o anche peggio, è stata imposta da qualcuno, il leader del partito ad esempio. Niente di più.

Caldeggiare invece racchiude un convincimento nel sostenere questo candidato o un’idea qualunque.

Se si tratta di una proposta si tratta di appoggiarla con calore, con convincimento, anche in confronto ad altre proposte.

Se si tratta di una iniziativa, si esprime un “sono d’accordo” ma più convinto:

dai! Sì, è un’ottima idea!

Ma questo è troppo amichevole e informale!

Riguardo alle differenze rispetto al verbo sostenere, ci sono da dire altre cosette interessanti.

Il verbo “sostenere” può anche voler indicare un sostegno di tipo economico, cosa che non riguarda il verbo caldeggiare.

Caldeggiare, poi, sfiora anche il concetto di “augurarsi” e “sperare“, “volere“, “desiderare” ma c’è qualcosina in più solitamente, come una spinta, un aiuto, o almeno una forte volontà di avere una influenza per favorire questa iniziativa o proposta.

Il ministro caldeggia l’ipotesi di una interruzione della didattica a distanza

Quindi il ministro si mostra favorevole a questa sospensione, è d’accordo, la vorrebbe favorire e probabilmente lo farà.

Il convincimento ha la meglio rispetto al semplice sostegno, che spesso va anche interpretato come qualcosa di ufficiale, similmente ad “appoggiare” e “promuovere” come una dichiarazione pubblica o come un incoraggiamento, una protezione:

Il nuovo presidente è sostenuto da una maggioranza ampia

Gli elettori in piazza hanno sostenuto il sig.. Rossi come candidato alla presidenza

Ho bisogno del vostro sostegno, sono molto triste!

Poi sapete che sostenere ha anche un senso materiale, simile a reggere, tenere, con le mani ad esempio per non far cadere qualcosa, poi si può sostenere un peso, anche in senso figurato, come sostenere il peso di una responsabilità.

Infine, si sostiene anche nel senso di “dire”, “affermare”, “credere

Giovanni sostiene di aver ragione.

Niente di tutto ciò ritroviamo in caldeggiare. caldeggiare è più semplice, con un significato ben preciso.

Può somigliare anche a “raccomandare“:

Raccomando di scegliere Giovanni come presidente

cioè:

Io caldeggio Giovanni come scelta per la carica di presidente

Cioè:

secondo me dovreste scegliere lui, puntate su di lui. E’ un consiglio appassionato.

Anche il verbo “promuovere“, come ho accennato prima, si avvicina, pur avendo anche altri significati come verbo.  Comunque promuovere si usa spesso con le iniziative che si vogliono favorire, dare impulso.

Promuovo l’iniziativa da te proposta, mi piace molto.

Come a dire: per me è ok, per me va bene. Un senso simile ma come detto promuovere ha anche altri significati.

I verbi che esprimono il significato opposto sono contrastare, ostacolare, osteggiare.

Esercizio di ripetizione:

Caldeggiare

Caldeggiare una proposta

Caldeggiare un’iniziativa

Piace anche a me l’iniziativa da te caldeggiata

L’ipotesi da te caldeggiata non può non essere interessante

Questa strada è caldeggiata da tempo dal direttore. Dovremmo pensarci seriamente anche noi

Caldeggio la tua idea di prenderci una pausa di riflessione.

Tra le tante ipotesi in campo, le Regioni sembrano caldeggiare la prima.

Un piano caldeggiato da tutta la maggioranza

L’ipotesi di un governo tecnico sembra essere caldeggiato dall’Unione europea

Ci vediamo al prossimo verbo professionale

Programma settimanale 17-22 gennaio 2022

Programma settimanale 17-22 gennaio 2022

Lunedì: I risvolti (due minuti con IS). In questo episodio vedremo come usare il termine “risvolto”.

Martedì: notiziario del giorno + “bene” (due minuti con IS).

I membri sono chiamati a trascrivere il notiziario del giorno, inoltre si chiarirà un utilizzo particolare del termine “bene” e delle sue alternative.

Mercoledi: verbi professionali: il verbo caldeggiare. Un verbo molto adatto alle riunioni e agli incontri di lavoro e molto usato nei notiziari e nei telegiornali.

Giovedì: videochat ore 22 + “della serie” (due minuti con IS).

Nel corso della videochat, i membri parleranno di libri italiani.

L’episodio “della serie” riguarda una locuzione informale adatta per descrivere situazioni particolari.

Venerdì: cultura italiana: curiosità su Giulio Cesare.

Vediamo alcune espressioni che riguardano Giulio Cesare e anche alcune curiosità.

Sabato: leggiamo e commentiamo una novella di Moravia.

Ogni giorno nel gruppo whatsapp dell’associazione vengono registrare le frasi di ripasso da parte dei membri e si risponde alle domande su ciascun episodio della settimana.

Per partecipare italianosemplicemente.com/chi-siamo

720 D’emblée

D’emblée (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto tout court, visto che ci siamo continuiamo con i francesismi cioè con le parole o elementi o di origine francese che sono entrati nella lingua italiana ma restando in lingua francese. Stavolta tocca a d’emblée.

Si usa, analogamente a quanto avviene nella lingua francese, quando c’è qualcosa che avviene in modo rapido e inaspettato, quindi è abbastanza simile a all’improvviso, di colpo e di primo acchito. Quest’ultima locuzione la ricorderete tutti scommetto.

D’emblée, che un italiano non riesce a scrivere senza controllare come si scrive esattamente, rende bene l’idea della cosa improvvisa perché nella pronuncia è molto veloce e poi fa anche abbastanza figo perché si usa qualcosa di francese.

Potremmo anche dire che tout court e d’emblée a volte, possono essere usati nelle stesse occasioni con senso abbastanza simile.

Es:

Sono stato licenziato d’emblée

Quindi sono stato licenziato all’improvviso, su due piedi, senza preavviso.

Hanno cambiato le regole sul Green pass, e il mio Green pass è scaduto d’emblée.

La mia ragazza mi ha lasciato. Mi ha detto: non ti amo più. Così, proprio d’emblée.

Ecco, soprattutto in quest’ultimo esempio, ci sta bene sia d’emblée, che trasmette il senso di una cosa improvvisa, sia tout court, cioè in breve, senza tanti preamboli. Due concetti diversi ma ciò che arriva all’improvviso, spesso non è preceduto da alcun preambolo, alcuna premessa. Ecco perché i due francesismi finiscono per somigliarsi.

In genere quando si usa d’emblée è perché si vuole attirare l’attenzione sulla cosa che è arrivata di colpo.

Ho litigato con un ragazzo, e d’emblée mi sono ritrovato a terra immobilizzato. Era campione di judo!

Purtroppo questa pandemia ormai è diffusissima. Non può essere cancellata d’emblée da un vaccino.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Ho dato tempo ai membri per prepararlo, quindi non dovete pensare che sia uscito così, d’emblée.

Peggy: Accidenti! Mi si è impallato di nuovo il cellulare. Visto che oramai io e il cellulare siamo un binomio inscindibile, sono soggetta a disorientamento quando le funzioni di questo oggettino vengono meno. D’altronde, mia madre ancora non ha tenuto fede alle parole di comprarmene uno nuovo. Oh! Come sono combattuta ora: me lo compro subito o aspetto mia madre che me lo regala?

Albéric: Non fare così. Cerca di tenere a bada tutta questa amarezza. Magari tua madre oggi è indisposta, e domani quando si ristabilirà, te lo comprerà in men che non si dica.

Ulrike: Su! Peggy, non cincischiare con il pretesto del cellulare malfunzionante. Continua a fare i tuoi compiti adoperando il mio computer, altrimenti ti perverrà qualche cazziatone da tuo padre. Non hai molte scelte. O così o Pomì.

Marcelo: Giusto! Rompi gli indugi e completa i compiti, cosi dopo vediamo insieme il programma “Ulisse – Il piacere della scoperta” di Alberto Angela, che ha debuttato in TV nel 1990.
Quanto mi sconfinfera! Un conduttore eccezionale, ha un fare sapiente e, tra l’altro, un certo non so che di affascinante. Dunque, ragazzi, ho accesso la TV sul giusto canale. Lo guardiamo, ok?

Rauno: Hai fatto una domanda retorica! Inutile dirti di no, tanto mi pare che tu ti sia già prefisso di guardarlo. Ti risparmio una mia risposta perché sarebbe sibillina e pertanto poco valevole di seria considerazione. Non mi pare comunque che il tuo comportamento sia molto rispettoso.

Leonardo: infatti, fai sempre cose del genere. Non vedo come possa farti capire che sei un dritto bell’e buono cercando ad ogni costo di ottenere tutto ciò che vuoi. Vai a capire quante volte mi hai tirato un tiro mancino! Secondo me ti servirebbe un bel rovescio come si deve sul viso!

Anthony: Smorziamo i toni, per favore! Siamo alle solite, litigate sempre. Dai, comportiamoci conformemente al principio del nostro incontro di oggi: ARMONIA.

Harjit: Al di là di tutto, sono d’accordo con M3 nel guardare questo il programma di Alberto Angela, che ci aiuta a capire qualcosa circa le meraviglie del mondo.

Sofie: Eh certo! Tuttavia, il rovescio della medaglia è la rinuncia a una bella festa all’insegna degli anni ’90 che si sta tenendo a casa di Anna.

Peggy: Raga, finalmente ho finito i compiti. Ahh! Tra 3 secondi inizia il programma. Faccio io il conto alla rovescia! 3. 2. 1, si parte!
Mannaggia! La pubblicità ha sforato il tempo anche questa volta.

719 Tout court

Tout court (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo una espressione che si usa abbastanza spesso ma direi che non si tratta di linguaggio popolare.

È molto usata in tv, dai giornalisti e più in generale da persone con una cultura mediamente più elevata.

Vi dico subito che troveremo molti punti in comune con alcuni episodi recenti.

È un’espressione che contiene due parole francesi: tour court, che hanno il significato rispettivamente di “tutto” e “corto“.

In italiano sarebbe quindi “tutto corto“, ma se dovessimo cercare un’alternativa di uso comune, questa sarebbe rappresentata dalla locuzione “in breve“. Però quando cerchiamo di sostituire una parola con un’altra, una locuzione con un’altra, un’espressione con un’altra, ci perdiamo sempre qualcosa.

Vi faccio qualche esempio:

In questa rubrica, chiamata due minuti con Italiano Semplicemente, per riuscire a rispettare la durata degli episodi, devo tout court entrare nell’argomento, senza troppi giri di parole.

Vedete che in questo esempio alla fine ho aggiunto “senza troppi giri di parole”.

In realtà avrei anche potuto evitarle, perché tout court esprime esattamente questo concetto.

Devo farla breve, non devo farla troppo lunga, devo sintetizzare, per poter rispettare la durata dei due minuti. In breve, devo fare ciò che non sto facendo oggi…

Il concetto di brevità espresso da questa locuzione è da intendere in senso molto ampio. In questo esempio che ho fatto ha il senso di “non perdere troppo tempo”, ma in altre circostanze questa brevità può voler dire “non c’è bisogno di specificare”, oppure “bruscamente“, o “senza perdere tempo” o anche “senza spendere parole in più”.

Es:

Sono stato promosso da responsabile del settore alimentare a responsabile del negozio tout court.

In questo caso significa “responsabile e basta”, oppure sono diventato semplicemente “il” responsabile, accentuando col tono l’articolo il.

Un altro esempio:

La mia ragazza ha detto che voleva parlarmi, e appena ci siamo visti mi ha detto “non ti amo più”. Proprio così, tout court.

Un’altra espressione simile è “senza troppi preamboli“.

Il termine preambolo lo abbiamo già incontrato quando abbiamo parlato di previo e previa. Rende abbastanza l’idea del tagliare corto, di andare subito al dunque, di non perdersi in chiacchiere inutili. Abbiamo anche una lezione di Italiano Professionale che riguarda il concetto di sintesi.

Comunque come avete visto dagli esempi, a volte il fatto di non aggiungere altro, può dare un senso aggiuntivo alla frase: una mancanza di delicatezza, oppure completare la frase quando ci si aspetta una specifica (responsabile tout court, direttore tout court eccetera).

Si tratta spesso di qualcosa espresso con una perentoria concisione (abbiamo già visto anche il termine conciso) senza essere accompagnato dai necessari chiarimenti.

Questi chiarimenti sarebbero necessari, sarebbe utile sapere qualcosa in più, anche solo per una questione di gentilezza, educazione o sensibilità. Invece no.

Prima ho detto che è simile all’espressione italiana “senza tanti preamboli“.

Un preambolo inizia con “pre” quindi viene prima, come “precedente”, “previo” eccetera, e infatti rappresenta un discorso introduttivo – questo è un preambolo – una premessa fatta con l’intento (l’obiettivo) di ritardare o di attenuare l’effetto di una rivelazione o di una richiesta.

Allora se dico qualcosa senza tanti preamboli, non voglio attenuare nulla, col risultato però di poter risultare brusco, offensivo anche, indelicato.

Se sono brusco, questo significa che ho detto qualcosa o ho fatto qualcosa che riflette o denota mancanza di tatto o di riguardo, di delicatezza.

La mancanza di preamboli è però solo uno dei significati di “tout court“.

State attenti quando nei prossimi episodi ripasserete questa locuzione.

Ci vuole un contesto in cui magari siete rimasti colpiti o turbati dalla mancanza di una spiegazione, oppure quando, come detto, ci si aspetta una specifica che invece non c’è, o più semplicemente significa “in breve” o “senza fare altro” o anche “semplicemente“.

La pronuncia, l’avete capito ormai è “tu cur” e non c’è bisogno di imitare la erre francese.

Vi faccio altri esempi e poi vi lascio (non posso più dire tout court ormai) al ripasso:

Potrebbe essere utile, per contrastare la pandemia, vietare tout court l’attività fisica all’aperto? Oppure diciamo che bisogna farlo con la mascherina o che bisogna mantenere la distanza di sicurezza?

Non si può parlare tout court di “no vax“, ma distinguere in coloro che sono contrari al vaccino, coloro che sono contro il green pass e coloro che hanno paura dell’ago, dell’iniezione.

Vogliamo impedire tout court ai soggetti non vaccinati di lavorare, senza stare troppo a pensare alle varie categorie?

Per non ingrassare, nessun alimento deve necessariamente essere eliminato tout court

Vedete che è anche simile a “a prescindere” (che abbiamo già trattato) in questa circostanza, perché anche con “a prescindere” è un po’ come dire “senza considerare altro”, “senza distinguere”.

La similitudine con “semplicemente” rende “tout court” anche non molto lontano da, in alcuni casi, “meramente“, “prettamente” e “squisitamente”. Come dimenticare anche questi episodi recenti?

Certo, in questi casi molto spesso manca la componente della mancanza di tatto o di riguardo. Con prettamente prevale la specifica, con meramente prevale lo sminuire un concetto, con squisitamente infine prevale il piacere o la volontà di escludere il resto.

Considerata la loro affinità comunque, e anche la loro diversità volendo potrei usarli in una stessa frase. Ci provo:

Il mero concetto di sintesi non basta a spiegare tutti gli usi della locuzione “tout court”. A volte ha uno scopo prettamente legato alla necessità di sintetizzare, altre volte invece racchiude un aspetto squisitamente legato all’indelicatezza. Comunque, a prescindere dai diversi contesti e dai miei esempi, dovrete comunque provare a usare questa locuzione nei prossimi ripassi. Questo vale anche per coloro che amano la grammatica. Il metodo della grammatica, di per sé, pur non potendolo considerare tout court erroneo, non può ritenersi, a mio avviso, esaustivo. Non so se i membri convengono con me, e se questo può servire da pretesto per fare un ripasso di qualche episodio passato.

Ulrike: Va bene, convengo con con te, allora ritagliamoci un po’ di tempo per parlare del tempo che passa. A mio parere occorre guardare la sostanza e non la forma. Di quanto possa sembrare lunga una settimana, un mese, un anno, io me ne frego proprio. Un giorno, quando arriverà la resa dei conti, avrà importanza ciò che abbiamo fatto col tempo a nostra disposizione, ossia se saremo in grado di guardare indietro senza remore e senza rimpianto.

Albèric: No!!!! Non ci posso credere! Ancora un ripasso per rispolverare il passato? Ma io non lo so! Io mi domando e dico se questo gruppo non stia prendendo una brutta piega! Come dice il poeta francese: occorre essere assolutamente moderni per tenere il passo guadagnato. Vuol dire che si deve pensare prima al futuro e non darsi alle lamentele sul passato. Scusatemi ma non ne ho per nessuno oggi!

Marcelo: Ma Albèric, sei un po’ sopra le righe oggi. Non si parla di scrivere alla ricerca del tempo perduto ma solo di fare il solito esercizio di ripasso e volendo prendere due piccioni con una fava. Ma non te ne voglio, sei pur sempre un amico di Italiano Semplicemente. A che pro arrabbiarsi cosi? Si tratta solo di unire l’utile al dilettevole.

Peggy: Macché Albéric, vacci piano e smorza un po’ il tono. Fatto sta che il nostro passato e il nostro futuro sono un binomio inscindibile, anche tu dovrai rendertene conto. Altrimenti ci fai cadere le braccia con le tue uscite che lasciano il tempo che trovano.

Danita: Bene ragazzi, mi sembra che siate tutti ben disposti nei confronti di Albèric! Ho solo una cosa da dire in merito: Albèric, non ti curar di lor ma guarda e passa. 
Anche a me, comunque, per la cronaca, piace guadare in avanti, tant’è vero che del senno di poi ne sono piene le fosse.

718 Cosa ne è, cosa ne fu, cosa ne è stato, che ne sarà

Cosa ne è, cosa ne fu, che ne è stato, che ne sarà (scarica file)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un uso particolare della particella ne.

Ne abbiamo parlato già varie volte di questa particella, ma più se ne parla, meglio è. Che ne pensi? Ne convieni? (cioè sei d’accordo?)

Alla fine dell’episodio metterò anche dei collegamenti ai passati episodi in cui abbiamo utilizzato questa particella, ma l’uso di cui vorrei parlare oggi è nelle locuzioni “cosa ne è”, “cosa ne fu”, “cosa ne è stato” e “cosa ne sarà”.

Ricorderete che “ne” si utilizza spesso per sostituire qualcosa nella frase, allora se io dico:

Quanti anni hai?

Posso dire: 50, oppure “ho 50 anni”, oppure “ne ho 50“.

Non c’è bisogno di ripetere la parola “anni“.

Volendo però posso dire:

Ne ho 50 di anni

Di anni ne ho 50

In questi casi, sebbene non ci sia bisogno di ripetere “anni” (perché già sappiamo di cosa si parla) a volte sentiamo il bisogno di specificare e se lo facciamo dobbiamo usare le preposizioni di, delle, degli, eccetera.

Questo non era l’esempio più adatto, ma se io chiedessi: quanti figli hai?

Potrei rispondere: di maschi ne ho due, mentre di femmine ne ho tre.

Sto specificando.

Anche nelle domande a volte si usa questa particella, e alcune volte si specifica:

Io ho 50 anni. Tu invece quanti ne hai?

E quanti ne hai di figli?

Qui, in quest’ultimo caso, sono costretto a specificare altrimenti non si capisce di cosa stia parlando.

Insomma avete capito che anche se uso la particella ne, a volte devo specificare, altre volte è solo un’opzione.

Un altro caso in cui si specifica è quando usiamo “ne” per ricordare qualcosa, per richiamare qualcosa dal passato.

La locuzione di oggi, a parte il tempo (passato, presente o futuro) si usa solo per fare domande.

Esempio:

Marito e moglie parlano del loro passato e la moglie si lamenta col marito perché il loro rapporto non è più quello di tanti anni fa. Secondo lei non c’è più l’amore di un tempo:

Cosa ne è stato del nostro amore?

Cosa ne è stato degli occhi con cui mi guardavi?

Che ne è stato delle nostre cene romantiche, dei nostri discorsi fino alle tre di notte, dei nostri sogni e delle nostre promesse?

Il marito a questo punto, dopo qualche secondo di interminabile silenzio, inizia a sudare…

Il senso di queste frasi è simile a:

Che fine ha fatto il nostro amore?

Che fine hanno fatto gli occhi con cui mi guardavi?

Perché non mi guardi più come prima? Neanche le nostre cene sono romantiche come prima, e non parliamo più fino alle tre di notte, e i nostri sogni e le nostre promesse? Qualcosa è cambiato.

Così è molto meno romantico però, meno malinconico, meno sentimentale, meno drammatico (anche per il marito…).

Anche in questi casi siamo costretti a specificare, perché non stiamo rispondendo a nessuna domanda. Siamo noi a fare le domande.

Si ricorda qualcosa che non c’è più, qualcosa che è scomparso, mentre invece non doveva scomparire.

È una domanda, ma quasi sempre somiglia ad una esclamazione, dunque a una domanda retorica.

Questo tipo di espressioni si usano ovviamente non solo con l’amore, ma ogni volta che ci si lamenta, si contesta qualcosa, qualcosa che ci si aspettava (spesso da altre persone) e invece questa cosa oggi non c’è.

Siamo solitamente in polemica con qualcuno. Altre volte invece si ricorda il passato con tristezza e con rimpianto.

Si usa spesso anche in politica:

Che ne è stato delle promesse del sindaco?

Con questa frase si stanno chiedendo spiegazioni.

Come mai il sindaco aveva promesso tante cose e adesso non se ne parla più?

Che fine hanno fatto le sue promesse?

Cioè:

Che ne è stato delle sue promesse

Oppure:

Che ne è stato dei politici di una volta, quelli che amavano la politica?

Si ricorda il passato con rimpianto: oggi non ci sono più i politici di un tempo.

È l’uso del verbo essere che dà questo particolare senso alla frase.

A volte non si tratta di domande retoriche e allora si esprime semplicemente stupore, meraviglia.

Immaginatevi una persona a New York il 12 settembre 2001, il giorno successivo all’attacco alle twin towers. Una persona che si risveglia dopo 24 ore di sonno, che non si è accorta di nulla, si affaccia alla finestra e esclama:

Scusate, ma cosa ne è stato delle torri gemelle?

Una domanda per niente retorica in questo caso.

In tutti i casi, è bene chiarire che si può anche invertire la posizione degli elementi della frase e il senso non cambia:

Cosa ne è stato delle sue promesse?

È identico a:

Delle sue promesse cosa ne è stato?

Lo stesso vale per tutti gli altri esempi.

Riguardo ai tempi, finora ho usato il passato prossimo.

Si possono usare anche altri tempi comunque.

Se ad esempio uso il futuro:

Che/cosa ne sarà di noi?

Che ne sarà di tutti i nostri progetti futuri?

Stavolta sono pessimista riguardo al futuro.

Esprimo un forte pessimismo e questo accade quando c’è un grosso cambiamento che mette in discussione i miei progetti. Qui c’è una forte emotività. Il futuro è in dubbio.

Cosa ne sarà dei nostri figli dopo la pandemia?

Potranno andare a ballare come abbiamo fatto noi?

Cosa ne sarà di loro se ci saranno altre pandemie?

Sia al passato che al futuro comunque il messaggio è sempre negativo. Al futuro c’è apprensione. Vogliamo chiamarla paura?

Il verbo essere gioca un ruolo particolare, e se cambiamo il verbo molto spesso non c’è un senso negativo. Se dico:

Che ne hai fatto dei soldi che ti ho dato ieri?

Resta un senso di accusa e polemica ma questa è una vera domanda.

Il senso altre volte cambia completamente:

Cosa ne pensi di me?

Cosa ne sai di me?

Anche qui si tratta di vere domande.

In realtà se uso il verbo rimanere e restare trasmettono un senso quasi identico rispetto ad essere e spesso si tratta di domande meno retoriche:

Cosa ne resta della nostra casa dopo il terremoto?

Cosa ne rimane di tutti i soldi che abbiamo guadagnato?

Vediamo adesso che al presente si usa praticamente con lo stesso senso del passato prossimo.

Che ne è delle promesse del sindaco?

Come a dire:

Cosa ne resta oggi di quelle promesse?

Oggi cosa abbiamo di quelle promesse?

Nella pratica ha lo stesso senso di:

Che fine hanno fatto quelle promesse?

Col passato remoto invece (che/cosa ne fu) si usa parlando di un passato, appunto, remoto, cioè di tanto tempo fa. Semplicemente.

Cosa ne fu delle tre persone che entrarono nelle acque contaminate di Chernobyl?

Cioè: cosa ne è stato, che fine hanno fatto? Si parla però di qualcosa di molto indietro nel tempo, senza più legami col presente.

Adesso vi dico anche che, a proposito dell’importanza della particella ne, a volte (abbastanza raramente) si omette e il senso non cambia.

C’è da dire però che la particella dà alla frase più forza, oltre che maggiore chiarezza, soprattutto se si tratta di una polemica o di paura (al futuro).

Quindi posso dire:

Cosa è stato del nostro amore?

Cosa sarà di noi?

Cosa fu di nostra nonna quando il nonno partì per la guerra?

Al presente invece non si usa omettere la particella ne.

Vi vorrei ricordare, prima di congedarmi, che c’è un episodio interessante in cui abbiamo parlato dei vari modi che esistono per “dispiacersi del passato“. Un episodio che vi potrebbe aiutare ad aumentare ancor più il vocabolario.

Parlare del passato e del tempo che passa vi mette ansia? Ma è sempre meglio che non si fermi, no?

In proposito, abbiamo un bel ripasso:

Marguerite: posso proporvi un soggetto di riflessione? I cinesi dicono che i giorni trascorrono molto velocemente. Che ne pensate? Avete questa sensazione?

Albéric: Un detto valevole di approfondimento perché gli antichi greci dicono a loro volta che il tempo si può paragonare a una ruota che ricomincia ogni volta da capo.

Peggy: Pur avendo contezza che la durata dei giorni è quello che è, cioè sono sempre 24 ore, mi rendo conto che con l’avanzare dell’età vi è questa preoccupante sensazione che i giorni passino in men che non si dica.

Marcelo: Ma Peggy, “domani è un altro giorno” come dicono i francesi.

Anne France: Anche se è sempre meglio non ridursi all’ultimo se hai in programma di fare qualcosa di importante.

Chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde.

Questo è un altro bel proverbio all’insegna della saggezza.

Rauno: I giapponesi a loro volta dicono: se parli di domani i topi nel soffitto avranno ben donde di ridere. Per dire che nessuno sa di cosa il domani sarà fatto e meglio non fare voli pindarici in merito.

Hartmut: Ragion per cui occorre non perdere troppo tempo e non tirarla troppo per le lunghe.

Marguerite: Ma anche io volevo dire la mia! Forse non è che il tempo si acceleri. È che noi siamo sempre più lenti. Io allora mi domando e dico: Ma come fare a essere un po’ meno lenti sicché la ruota giri più piano?

Ho una voglia smodata di chiudere con una poesia che ci sta perfettamente:

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non v’è certezza

Episodi utili

Avvalorare – VERBI PROFESSIONALI (n.75)

Avvalorare

Descrizione

Torniamo sul concetto di valore. In questo episodio spieghiamo il verbo avvalorare e vediamo con molti esempi il modo giusto di utilizzarlo.

Per farlo spieghiamo anche la differenza con i verbi simili: valorizzare, suffragare, corroborare. Vediamo anche i verbi dal significato opposto e un esercizio di ripetizione.

Trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

717 Tirare dritto

Tirare dritto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: caro visitatore di Italiano Semplicemente. So che stai cercando si imparare l’italiano.

Ne sei veramente convinto? Sei determinato? Sei veramente irremovibile? Sei tanto convinto che niente e nessuno potrebbe farti cambiare idea?

Dove voglio arrivare? Ve lo dico subito.

Uno dei modi per esprimere determinazione cioè una definitiva presa di posizione della propria volontà, una decisione irrevocabile, una decisione presa e nessuno riuscirà a farvi cambiare idea è usare l’espressione “tirare dritto“. Si usa spessissimo nei telegiornali.

Essere irremovibili è la modalità che si avvicina maggiormente a tirare dritto. Anche essere fermi e essere decisi vanno abbastanza bene, ma manca sempre l’interferenza dalla quale non ci si fa condizionare.

“DRITTO”, aggettivo, lo abbiamo già incontrato nell’espressione “essere un dritto” ma in quel caso è un sinonimo di furbo e opportunista.

Stavolta invece dritto sta per diritto, inteso come qualcosa di lineare, senza curve, come una strada dritta, come una linea dritta, una linea retta.

L’uso del verbo tirare è alquanto anomalo perché in questo caso sta per “andare avanti“.

Quindi “tirare dritto” ha un senso vicino a “andare avanti in modo diritto”. Ma in che senso?

Si dice proprio così e si usa spessissimo per indicare una decisione presa e sulla quale non si cambia idea, nonostante ci siano pressioni, generalmente provenienti da altre persone, che vogliono farci cambiare direzione.

La strada spesso viene presa a rappresentare le questioni che riguardano le decisioni e la vita:

Basti pensare alle espressioni:

Tornare sui propri passi

Essere sulla strada giusta

Un percorso ad ostacoli

Un bivio importante

Eccetera.

Così quando si tira dritto si intende che non si è disposti a tornare indietro, a cambiare idea, o ad accettare compromessi. Non si è neanche disposti a fermarsi per poi ripartire. Bisogna andare avanti senza esitazione.

Vi faccio qualche esempio:

Il governo, nonostante le pressioni dei vari partiti, tira dritto e, come era stato detto, impone l’obbligo alla vaccinazione a tutti gli italiani.

Un governo dittatoriale? Non esageriamo! In genere tirare dritto esprime convincimento, sicurezza nella propria decisione. Alcune volte può indicare una mal disposizione al compromesso e alla trattativa, ma difficilmente si usa questa espressione per indicare decisioni prese in modo dittatoriale o autoritario, anche perché in quel caso non si apre mai una vera trattativa.

L’espressione si usa normalmente in tutti quei casi in cui una decisione è stata presa e non si mostra disponibilità a cambiare idea.

Al femminile può diventare tirare dritta e al plurale tirare dritti o dritte.

Dico “può” diventare perché in teoria dritto può anche restare così, indicando il percorso da seguire. Nei fatti però si tende a usare, forse maggiormente dritto, dritta, dritti e dritte a seconda del caso.

Attenzione però perché l’espressione si usa anche in almeno altre due circostanze.

La prima è da intendersi in modo materiale es.

Una madre consiglia alla propria figlia adolescente:

Se qualche ragazzo ti fischia e ti dice di fermarti, tu tira dritto, ché non si sa mai!

Come a dire: non ti fermare, non ti voltare neanche: continua per la tua strada.

Ho incontrato un amico abbracciato con una ragazza che non era la moglie. Io l’ho salutato ma lui ha preferito tirare dritto senza dire nulla!

Un terzo utilizzo è invece relativo al giusto comportamento da tenere.

Lo usano sempre i genitori nei confronti dei figli quando non sono soddisfatti del loro comportamento e della mancanza di disciplina:

Tu cerca di tirare dritto, altrimenti sabato non ti faccio uscire con gli amici!

Si parla quindi della cosiddetta giusta “condotta” da avere.

La condotta è il comportamento abituale di un individuo nei suoi rapporti sociali e nei confronti di quello che si considera un comportamento corretto, virtuoso, se obbedisce ai genitori (o ai professori) e fa ciò che loro si aspettano.

Questo è “tirare dritto“, in questo caso.

In realtà è una espressione che potrebbe utilizzarsi anche in senso più generale per indicare la presenza o la mancanza di disciplina, anche volendo a livello lavorativo.

Quindi tirare dritto in quest’ultimo caso equivale più o meno a “comportarsi bene“, e l’opposto di tirare dritto potrebbe essere “fare di testa propria” o “non comportarsi bene“, o anche “non rispettare le regole” o fare qualcosa di diverso da ciò che è stato deciso o ciò che ci si aspetta.

Chi non tira dritto è allora un indisciplinato e merita spesso una punizione.

Spesso si sente dire anche:

Lo addrizzo/raddrizzo io quel ragazzo se non tira dritto!

Ti addrizzo/raddrizzo io a te!

Si tratta di linguaggio familiare e spesso si accompagna questa frase minacciosa (in senso quasi sempre ironico) con un gesto della mano: il palmo teso verticalmente che si muove in su e in giù.

In senso proprio, tirare dritto si può ovviamente usare anche quando si gioca a calcio, a tennis, quando si lancia una palla, un oggetto qualsiasi, anche una freccia, un sasso eccetera: tutti in quei casi in cui “tirare” esprime il movimento di un oggetto lanciato o spinto (o tirato), una palla ad esempio, verso una direzione. In questo caso tirare dritto è l’opposto di tirare storto.

Ma nei tre casi descritti in precedenza siamo in circostanze diverse perché è il verbo tirare che si usa in modo diverso.

Non voglio tirarla troppo per le lunghe come al solito (questa è un’altra delle tante espressioni col verbo tirare, analoga a “farla lunga” che abbiamo già trattato), pertanto vi saluto. Non prima del ripasso però.

La parola ai membri dell’associazione.

Marcelo: si fa presto a dire la parola ai membri. Io non proprio niente da dire oggi. A saperlo, mi sarei preparato per tempo, ma così, su due piedi!

Sofie: allora parlo io. Ieri ho incontrato un tizio per strada che mi fa: “scusi, posso farle una domanda? ” ed io: “dica pure”. E poi mi fa: “ma lei chi è? Io la conosco!”. Accidenti, l’ho riconosciuto tardi, era il mio primo fidanzato del liceo… Se sapevo tiravo dritto.

Rafaela: ah, io questi di solito li prendo a mali parole. Mi capita spesso.

Anne France: beh, vedi un po’! Per te è più facile. C’è qualcuno con cui non sei stata?

Karin: scusa Anne, ma perché questa frecciata? Neanche li avesse rubati a te i fidanzati. O forse si?

Sergio: ah beh, quanto a frecciatine, tu non sei stata affatto da meno!

Peggy: ben le sta! Così impara. Chi di spada ferisce, di spada perisce.

Lia: ben detto! Ma che bella aria frizzante che tira oggi! Non è vero?

Rauno: non ti ci mettere anche tu adesso con le domande retoriche!

L’albero della fecondità

L’albero della fecondità

(scarica audio)

Buongiorno a tutti, cari amici di Italiano Semplicemente.

Quello che segue è un episodio di ripasso.

Ho scelto di fare un episodio all’insegna dell’arte e della cultura italiana, sicuro che sarà di vostro interesse. Faremo dunque una bella ripassata di alcuni verbi, termini particolari ed espressioni che sono già state oggetto di spiegazione sulle pagine di italianosemplicemente.com. Per ognuno di questi episodi troverete un collegamento alla relativa spiegazione.

Parliamo dell’albero della fecondità, un affresco scoperto solo nell’anno 1999, che si trova a Massa Marittima, quindi in Toscana. Che c’azzecca, direte voi, con la lingua italiana? Oltre al pretesto del ripasso, c’è dell’altro e lo capirete tra un po’.

L'albero della fecondità

Autore foto: Niccolò Caranti

Trascrizione integrale disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

Sentire due campane

Sentire due campane

🔔 🔔

(scarica audio)

Video YouTube con sottotitoli

Sentire due campane

Trascrizione

Din don dan, din don dan…

Avete appena ascoltato il suono di una campana.

In realtà avete ascoltato la mia voce che imita una campana, ma se abitate vicino ad una chiesa, in Italia ogni quindici minuti sentirete una campana suonare. Un’abitudine nata nel passato, utile per ricordare l’ora con dei rintocchi ogni quarto d’ora a chi si trovava in campagna e poteva regolarsi prima che facesse buio.

Ad esempio all’una e trenta, di mattina o di pomeriggio, si ascolta un solo rintocco per le ore e due rintocchi (dal suono più acuto) per i minuti. Ogni rintocco dei minuti vale 15 minuti. Quindi due rintocchi vogliono dire mezz’ora.

Vi faccio ascoltare il vero suono dell’una e trenta:

suono delle campane –

Ma passiamo alla lingua italiana, perché spesso si dice che bisogna sentire almeno due campane, o entrambe le campane. Perché?

Questa è un’espressione idiomatica che si può usare in diverse circostanze.

Le campane però rappresentano, in questo caso, delle opinioni, dei punti di vista, dei giudizi.

Quando ci sono questioni controverse che vede due o più parti una contro l’altra, chi ha ragione? Ogni campana ha il suo suono particolare!

Spesso è addirittura un giudice a deciderlo, ma ogni persona può farsi un’idea.

Il giudice comunque, prima di prendere una decisione, prima sente una campana e poi anche l’altra. Sente sempre entrambe le campane, cioè entrambe le opinioni contrapposte. Naturalmente l’espressione fa parte del linguaggio familiare e colloquiale.

Però, così come deve fare un giudice, anche una qualunque persona, per farsi un’idea deve sentire entrambe le campane, entrambe le parti, perché ascoltando una sola campana, cioè solo una delle due parti, si avrebbe un opinione distorta della realtà.

Un’altro modo di usare questa espressione, sempre molto diffusa, è quando ci si rivolge ad un professionista.

Ammettiamo di avere un problema fisico. Da cosa dipenderà?

Il mio dentista mi ha detto che mi fa male la schiena perché ho un problema ai denti.

Quindi adesso secondo lui devo mettere un apparecchio ai denti per risolvere la situazione.

Ma perché non sentire anche un’altra campana?

Allora sono andato da un ortopedico che mi ha consigliato invece di fare dei massaggi alla schiena.

Ho seguito il suo consiglio e il mal di schiena è passato subito.

Si fa sempre bene a sentire almeno due campane, non è vero?

Questa espressione si usa più in generale quando dobbiamo farci un’opinione su una questione, o quando dobbiamo dare un nostro parere, un giudizio e abbiamo bisogno di sentire cosa ne pensano altre persone.

Sentire una sola campana, magari solo quella che suona più forte, è sempre considerato un’errore. State sempre in campana allora! Ma questa è un’altra espressione, che, tra l’altro, vi ho già spiegato.

Sono già passati due minuti? Strano, perché non ho sentito nessuna campana!

Questo episodio fa parte però non della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente ma della categoria espressioni idiomatiche. Ne trovate tante altre sulle pagine del sito Italianosemplicemente.com

Le trovate anche su due degli audio-libri di italiano semplicemente, in pdf ed mp3 ma anche in versione cartacea e kindle,su Amazon.

Vi metto tutti i collegamenti per chi fosse interessato.

espressioni idiomatiche 1 (anche cartaceo e kindle)

espressioni idiomatiche 2 (anche cartaceo e kindle)

Alla prossima.

716 Dalle filippiche alle prediche, dalle paternali ai sermoni

Dalle filippiche alle prediche, dalle paternali ai sermoni (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: c’era una volta, nell’antica Grecia, un politico e oratore ateniese di nome Demostene.

Demostene era un oratore, quindi professava l’arte oratoria. Si dice oratore anche una persona che possiede le doti necessarie per parlare con una certa efficacia a un pubblico o a un’assemblea. Un oratore è insomma uno bravo a parlare in pubblico.

Cicerone, ad esempio, è stato il più famoso oratore romano, ma anche Demostene in Grecia non era da meno. Gli oratori fanno le orazioni, che sono appunto dei discorsi pubblici.

Allora, Demostene, in particolare, amava parlare del suo grande avversario: Filippo II di Macedonia. Era il suo bersaglio preferito il re Filippo, che era il re di Macedonia ma anche il padre di Alessandro Magno, per intenderci.

Filippo II di Macedonia

Un’immagine sorridente di Filippo II di Macedonia, ora che Demostene non gli riserva più le sue filippiche
Ne parlava così tanto e con tanta enfasi, che queste orazioni contro di lui vennero chiamate con un nome che è tutto un programma: filippiche.

Quando si dice “un nome che è tutto un programma” si vuole dire, in forma ironica, che dal nome si capisce già tutto.

Ma perché vi sto parlando delle filippiche di Demostene?

Perché il termine filippica è sopravvissuto fino ai giorni nostri, anche se nessuno o quasi ne conosce l’origine.

La filippica nasce dunque come una orazione, o se vogliamo, un discorso pubblico pronunciato con passione, ma è un vibrante discorso di accusa.

Una filippica ha dunque un obiettivo preciso. È una imprecazione contro una persona, una invettiva, un discorso aspramente polemico.

Quando si fa una filippica, o quando si “attacca” una filippica contro qualcuno (si usa spesso, per inciso, il verbo attaccare) si inveisce contro qualcuno, che è il bersaglio della filippica.

A volte si parla anche di paternale, più familiare come termine, o anche di sermone.

La paternale (che viene da padre) però è più intesa come un grave e severo rimprovero da parte di un “superiore” di diverso tipo, come appunto di un genitore con un figlio.

il professore ha fatto una paternale agli studenti impreparati.

Il sermone invece è un discorso sacro, oppure un componimento poetico morale e satirico, ma spesso viene usato per indicare un noioso rimprovero, un lungo discorso fatto per rimproverare una persona.

Anche un semplice lungo discorso può chiamarsi sermone: è monotono e interminabile, anche senza che ci sia un’accusa.

Ogni Natale è la stessa storia: ci dobbiamo sopportare i sermoni del nonno sulla famiglia che non è più come quella di una volta… non ne posso più dei suoi sermoni!

Il sermone quindi è lungo e noioso, la paternale invece è fatta da un “superiore” al fine di rimproverare e correggere altri. Nell’esempio del nonno andava bene usare anche la paternale. Dipende da ciò che si vuole sottolineare.

La filippica invece? Che caratteristica ha?

È più vicina al sermone nel senso che si tratta di un lungo discorso che però è sempre accusatorio, ha sempre un bersaglio, come la paternale, che però è fatta sempre da un “superiore” contro un “inferiore”.

La filippica è anche simile al “pippone“, non molto elegante come termine.

Ricordate l’espressione attaccare il pippone? Ce ne siamo occupati qualche tempo fa.

Spesso sono intesi nello stesso identico modo, nel senso che anche il pippone può essere fatto (o attaccato) contro qualcuno, ma la caratteristica del pippone, oltre alla lunghezza e la pesantezza, è che si tratta di un discorso unidirezionale, quindi non è prevista una risposta da parte di chi ascolta. È difficile liberarsi da una persona che ti attacca un pippone su un qualsiasi argomento.

Questa è la caratteristica più importante del pippone.

La filippica è anch’essa lunga e noiosa, ma è sempre polemica e accusatoria. È fatta con toni aspri, spesso con risentimento, e non è richiesta l’arte oratoria di Demostene.

Vi riporto alcuni esempi:

Il mio amico mi ha attaccato una filippica incredibile perché sono arrivato con cinque minuti di ritardo.

Quante persone in tv attaccano filippiche contro o a favore del green pass?

C’è da dire che se uso il termine filippica, come negli altri casi, sto dando un giudizio negativo al discorso di accusa e significa che non sono d’accordo con chi la fa.

Altri termini simili sono la predica e la ramanzina.

Anche la predica nasce come discorso di chiesa, fatto da un prete e diretta ai fedeli, per indirizzarli verso la fede, ma più in generale anche la predica assume la forma del lungo rimprovero.

Fare una predica è molto simile a fare la paternale.

Anche con la predica c’è in genere una parte che si sente superiore (non necessariamente però lo è).

Si può trattare anche di una serie di consigli, ma ci sono anche ammonimenti, rimproveri: questo si fa, quest’altro non si fa; non è educato fare questo, mentre è buona educazione fare quest’altro; che sia l’ultima volta che vedo una cosa del genere!

Spesso ci si lamenta di un tono di fastidiosa superiorità quando si parla di una predica ricevuta:

Sono stanco delle tue prediche!

Basta con queste prediche!

Mi vuoi fare la predica anche oggi?

La ramanzina è più leggera, ma resta comunque un lungo rimprovero carico di risentimento e di giudizio dal contenuto spesso su una questione morale:

Mia madre mi ha fatto la solita ramanzina perché mi ha beccato ancora una volta a fumare una sigaretta.

Una ramanzina è lunga come un lungo racconto: un romanzo, appunto.

Si potrebbe aggiungere la pappardella. Manca l’aspetto del lungo rimprovero, del giudizio, ma è un discorso lungo e noioso pure la pappardella, abbastanza vicina al più serioso sermone.

Non la voglio fare troppo lunga adesso. Vi lascio al ripasso del giorno.

Hartmut: vi confido un segreto. Non lo dite a nessuno però perché potrebbe costarmi un’amicizia: ho notato che… no, vabbè, scusate ma… proprio me non me la sento di sacrificare un amico per così poco.

Albéric: a proposito di segreti, ho una voglia smodata di dirvi che… hai ragione, non posso neanch’io abbassarmi a tanto!

Rafaela: ma cosa vi prende oggi? A cosa si deve tutta questa riservatezza?

Peggy: a me però questi due non me la raccontano giusta. Non è per caso che sapete qualcosa sul prossimo presidente della Repubblica italiano? Mica mi sconfinferate tanto!

Sergio: cosa? Ma quando mai! Non è il caso di scomodare il presidente per così poco.

Irina: secondo me siete solo due paraventi! Ma a me non la si fa! So bene che state alludendo al fatto che Giovanni, in questo episodio, secondo voi ha dimenticato di parlare del cazziatone. Ma siete smemorati? Ne ha già parlato nell’episodio dedicato al verbo cazziare. Sono sicuro che invece che di qui a poco ci avrebbe ricordato che anche il cazziatone è una particolare forma di predica, filippica o ramanzina che dir si voglia. Vero presidente? Vuoi entrare nel merito adesso?

Giovanni: emm… Sì, certo, chiaramente! Mi spiace aver dato adito a dubbi in merito! Grazie comunque Irina, ti devo un favore!

Marcelo: mah, sarà!

715 Prettamente e squisitamente

Prettamente e squisitamente (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: qualche episodio fa ci siamo occupati di mero e mera. Ricordate?

Irina: ah, ricordo poco quell’episodio. Allora vorrà dire che mi toccherà andarlo a rivedere. Se oggi lo stai rispolverando, gatta ci cova!

Giovanni: è una buona idea rivederlo. Comunque ti aiuto. In quell’episodio siamo partiti dal concetto di “solo“, “solamente” e “soltanto“, degli avverbi che si imparano abbastanza presto studiando l’italiano.

Questi avverbi servono per limitare, per circoscrivere, per delimitare, per restringere, per contenere, per diminuire o per lamentarsi o accontentarsi.

Ad esempio:

Adriana: Ho mangiato solo poca pasta oggi. Ecco perché di punto in bianco mi è venuta fame!

Harjit: Abbiamo guadagnato solamente 1 euro. Oltretutto dobbiamo fare metà ciascuno…

Peggy: Studio italiano soltanto da qualche mese. Il mio Italiano ancora è quello che è.

Giovanni: grazie per questi esempi. Se non si fosse capito è stato anche un pretesto per ripassare qualche episodio passato. Due piccioni con una fava, come si suol dire.

Allora, abbiamo visto, alla fine dell’episodio sopracitato, che esiste anche l’avverbio meramente, che talvolta si può usare in alternativa all’aggettivo:

Ad esempio:

E’ una mera questione formale

Può diventare:

È una questione meramente formale

Abbiamo detto poi che mero, mera e meramente si usano come per dire “nient’altro che“, “non c’è altro“, come a voler circoscrivere o limitare il più possibile, a volte per far capire che non c’è alcun pericolo, o che non c’è un secondo fine, che si può stare tranquilli: niente paura.

Si usa quindi per sminuire qualcosa di importanza (non sono io a prendere le decisioni, io sono un mero esecutore).

A volte quindi meramente serve a rassicurare, altre solo per fare chiarezza, per non generare confusione, altre ancora per indicare purezza (es. il mero costo di un prodotto).

Ma – e veniamo all’argomento di oggi – esistono anche altri avverbi, perché non sempre l’obiettivo è uno di quelli appena descritti. Non solo, almeno.

Avrete capito che si tratta di un argomento valevole di approfondimento.

Allora lo vogliamo approfondire?

Se ad esempio voglio indicare una caratteristica unica, esclusiva, vale a dire che voglio sempre escludere tutto il resto, ma con l’obiettivo non di sminuire ma di esaltare questa caratteristica, o semplicemente isolarla, beh, allora voglio una cosa diversa rispetto a prima.

Non ha senso allora usare “meramente“. Posso però usare “squisitamente“.

Sapete che squisito è molto simile a buono, anzi “buonissimo”, se parliamo di cibo. Simile a delizioso anche.

Questo cibo è squisito!

E infatti anche “squisitamente” si può usare in cucina, per descrivere un piatto, una pietanza, qualcosa che apprezziamo:

Un piatto squisitamente delicato

Una pietanza squisitamente cucinata

Vogliamo esaltare una caratteristica: la delicatezza ad esempio, o la cucina. È un bel complimento.

Questo è uno degli utilizzi di squisitamente, che ci fa capire che apprezziamo qualcosa.

Allora, in senso figurato, possiamo usarlo anche per altre caratteristiche da esaltare, anche al di fuori della cucina.

Questo piatto ha un sapore squisitamente italiano

Il tuo accento è squisitamente British

La tua casa ha un aspetto squisitamente retrò.

Avrete notato che siamo abbastanza vicini anche a “tipicamente“, perché parliamo a volte di una caratteristica tipica, ma è qualcosa che spesso ci piace molto.

Non è detto che ci piaccia però.

Squisitamente, quando precede una caratteristica, può semplicemente voler dire “in modo del tutto caratteristico“. Non è detto che ci piaccia l’accento british o una casa dall’aspetto retrò.

Quindi è come “tipicamente”, ma ancora di più: molto tipicamente, una caratteristica incredibilmente tipica.

Questa tipicità può diventare unicità, per descrivere caratteristiche uniche, che non possono essere di altri, che non si possono descrivere diversamente.

Insomma si tratta di qualcosa di esclusivo.

Qui arriviamo ad un significato simile a solamente, soltanto, solo, esclusivamente, unicamente, che però sono avverbi “freddi”, che non trasmettono altro che il concetto di limitazione.

Perché insegno italiano? Per ragioni squisitamente legate al piacere di farlo.

La casa è crollata per motivi squisitamente tecnici. Nient’altro.

Sto sempre circoscrivendo, come se usassi esclusivamente, o semplicemente, o soltanto, solamente, ma do maggiore enfasi, senza sminuire però, perché non voglio sminuire, altrimenti userei “meramente” .

Esistono anche le questioni squisitamente teoriche, i motivi squisitamente personali, o un aspetto squisitamente sportivo, politico, tecnico e via dicendo.

In questi casi andrebbe bene anche “puramente“, che come si è visto in certe condizioni è anche però un sinonimo di meramente. Attenzione quindi.

Non sentitevi però obbligati ad usare un avverbio, perché infatti spesso sono intercambiabili. La scelta, all’inizio, cade sempre su solo, soltanto, solamente.

Al massimo, da un livello B1 in poi si usa “esclusivamente” o “unicamente“. Poi però si può sentire il bisogno di aggiungere qualcosa in più.

A volte vogliamo far chiarezza, altre volte rassicurare, altre vogliamo esprimere un piacere.

Ho dimenticato però di parlarvi di “prettamente”

Qui non c’è piacere. Non c’è neanche il senso di sminuire che troviamo in meramente.

Si usa in modo simile quando vogliamo indicare qualcosa di caratteristico, autentico, puro, tipico, anche con l’obiettivo di escludere altre possibilità:

Un’opinione prettamente personale

Come a dire: è solo mia. È riservata, è autentica, genuina.

Il termine “daje” è un termine prettamente romanesco.

È tipico, caratteristico della lingua romanesca. Non si usa altrove.

Dimmi tutte le informazioni su di te, iniziando da quelle prettamente anagrafiche

Anche qui siamo vicini al senso di solamente, solo e soltanto. Somiglia molto a “specificamente” perché si tratta di qualcosa di specifico.

Mi licenzio per questioni prettamente personali.

Allora come ci oganizziamo? Come ci dividiamo i compiti? Giovanni si occupa delle questioni prettamente tecniche. Luca si occupa invece delle relazioni pubbliche. Maria delle questioni prettamente economiche.

È ovvio che c’è meno “emozione” (passatemi il termine) rispetto a “squisitamente” e infatti prettamente ha un uso maggiormente tecnico, anzi direi “prettamentetecnico.

Altre volte invece squisitamente si usa per fare una distinzione più marcata. Prettamente esprime una specifica caratteristica, mentre squisitamente esclude meglio tutto il resto.

Bene. Dopo questa lunga disquisizione, che spero abbiate gradito, vi saluto.

Ringrazio i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno partecipato alle frasi di ripasso e saluti tutti.

ITALIANO PROFESSIONALE (Principianti) – La Costituzione Italiana – Art.12

Articolo 12 (scarica audio)

Lettura, domande & risposte sull’articolo 12 della Costituzione italiana

Costituzione italiana – Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

Tricolore italiano

Domande & risposte

A cosa è dedicato l’articolo dodici della Costituzione italiana?

Alla sua bandiera. L’articolo in questione è dedicato alla bandiera italiana.

Come viene chiamata comunemente la bandiera italiana?
Il tricolore italiano. Il nome della bandiera italiana è il tricolore italiano.

Quali e quanti sono i colori del tricolore italiano?
Sono tre. I colori del tricolore italiano sono verde, bianco e rosso.

Come sono disposti i tre colori della bandiera italiana?
Sono disposti a tre bande verticali.

Le tre bande verticali sono uguali nelle dimensioni?
Si, sono tre bande di eguali dimensioni.

Le tre bande sono orizzontali?
No. Le bande sono disposte verticalmente, non orizzontalmente. Le bande sono verticali.

Quale dei tre colori è il più a sinistra?
Il verde. Il verde è il colore più a sinistra, seguito dal bianco e infine dal rosso.

Quale dei tre colori è il più a destra?
Il rosso. Il rosso è il colore più a destra.

Qual è il colore centrale?
Il bianco è il colore centrale.

Tra quali colori si trova il bianco?
Il bianco si trova tra il verde e il rosso.

714 Valevole

Valevole (scarica audio)

Valevole

Trascrizione

Giovanni: oggi, dopo l’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo valere, continuiamo a parlare di valore, e in particolare parliamo di “valevole“, un aggettivo che secondo me è valevole di approfondimento.

Valevole è un semplice aggettivo, che però i non madrelingua non usano mai perché in genere non amano avventurarsi ad utilizzare termini di cui non sono sicuri.

Ma Italiano Semplicemente serve proprio a questo, ad esplorare e fare chiarezza, e darvi coraggio e rendere facile ciò che ieri era difficile se non impossibile.

Allora, una cosa è valevole, quando “vale“.

Cioè? Vale in che senso?

Il valore può essere di diverso tipo. Non significa solo denaro. Non si parla di valore solo quando parliamo di soldi, quindi non solo in termini prettamente economici. Ho detto prettamente. Questo ve la spiego domani…

Ad esempio possiamo parlare di utilità, oppure di efficacia, o di validità.

Ma perché valevole non viene usato dai non madrelingua? Prima di tutto perché anche gli italiani non lo usano spessissimo questo aggettivo, e poi, particolare non trascurabile, perché valevole si usa insieme ad una preposizione semplice, che generalmente è la preposizione “di”.

Altre volte invece la preposizione è “per“.

Posso usare quella che voglio?

No, perché dipende dalla frase e da ciò che si intende dire.

Valevole per

Dunque valevole significa essenzialmente “che serve” , che ha valore, validità, efficacia per qualche cosa, per un fine, per un obiettivo, qualcosa che ci permette o che è utile per raggiungere un obiettivo.

Quando usiamo la preposizione “per“, valevole è molto vicino all’aggettivo “valido“.

il biglietto di un autobus è valevole per un solo giorno

Quindi questo biglietto è valido per un giorno, si può usare solamente in giornata, fino alle ore 24, il biglietto ha validità solamente in quel giorno. Dal giorno seguente non vale più, non è più valido, non è più valevole.

Ugualmente per un abbonamento.

Se invece sto cercando di sostenere un’idea, se sto cercando di dimostrare qualcosa, o di convincere una persona, o sto esponendo la mia opinione, posso cercare degli argomenti che mi aiutino per il mio scopo. Allora cerco gli argomenti più valevoli per il mio scopo.

Uso ancora la preposizione per. Infatti cerco gli argomenti più validi che possono aiutarmi.

Sempre di valore si sta parlando.

Anche nello sport si usa spesso valevole.

Infatti quando si disputa un incontro, quando si partecipa ad uja partita, o a una gara qualsiasi, questa competizione che valore ha? È importante?

È una partita di campionato? Allora è una partita valevole per il campionato.

È un incontro che mi può pernettere di diventare campione del mondo?

Allora è un incontro valevole per il titolo di campione del mondo.

Più semplicemente, se qualcosa vale, se ha valore per me, posso dire che è valevole per me. Anche in questo caso uso la preposizione per.

Valevole di

Vediamo adesso quando usare la preposizione “di“.

Voi adesso state pensando che questa è una lezione di grammatica?

Assolutamente no, altrimenti non stareste sorridendo.

Dunque vediamo qualche esempio con la preposizione di.

Innanzitutto qualcosa di interessante è qualcosa che è valevole di interesse. Molto semplice no? Lo stesso si può dire di qualcosa che è valevole di considerazione.

Si usa spesso anche “valevole di fiducia” che si usa quando si crede che una persona o un’idea o un progetto meritino fiducia.

In qualche modo si parla di aspettative, di fiducia che qualcosa andrà bene, quindi vale la pena accordare fiducia o interesse. Si parla spesso anche di futuro.

Valevole di” si usa infatti anche quando credete che sia il caso di fare qualcosa, quando credete valga la pena fare qualcosa, quando credete che sia conveniente fare qualcosa, soprattutto se questo “qualcosa” è semplicemente da prendere in considerazione, da approfondire, da studiare.

Crediamo che qualcosa sia interessante, o crediamo che potrebbe essere interessante approfondire un argomento, per i vantaggi che verranno.

Si usa spesso parlare di qualcosa valevole di studio, valevole di approfondimento, valevole di ulteriori ricerche, valevole di ulteriori analisi, valevole di analisi approfondite, valevole di considerazione.

È un aggettivo molto usato al lavoro e ovviamente nel campo della ricerca, dove si crede nel futuro, ma si può usare in molte occasioni in realtà, in modo molto simile a “vale la pena di“:

Ci sono molti argomenti valevoli di ulteriori approfondimenti.

Significa che vale la pena fare ulteriori approfondimenti. Vale la pena approfondire la conoscenza.

Così è più informale, più colloquiale. Se invece uso valevole, sono più professionale. È un linguaggio leggermente più formale. Inoltre “vale la pena” serve a evidenziare il verbo, l’azione, e anche le conseguenze negative, sebbene sopportabili. Invece valevole risalta il valore, un valore tale da meritare attenzione, considerazione, merito, approfondimenti eccetera.

Valevole di” è del tutto simile a “meritevole di” e anche a “degno di” ma quest’ultimo ha un contenuto spesso più morale:

Non credi che anche io sia degna delle tue attenzioni?

Questo quadro non è assolutamente degno di interesse

C’è un giudizio anche. Ricordate la locuzione “degnarsi di“?

A parte il fatto che “degno” si usa spesso con la negazione (Non sono degno di te), quando entra in campo il giudizio e la dignità stiamo in genere in situazioni diverse. Giudichiamo, quindi stiamo discutendo, magari vogliamo offendere, oppure parliamo di giudizi morali, di qualità personali.

Invece con “valevole di” vogliamo essere obiettivi, non dare giudizi personali tantomeno offendere e giudicare. “Meritevole di” sta in una posizione intermedia.

Con “valevole” il giudizio e la morale non c’entrano dunque. C’entra solo il valore, il merito e la convenienza, che possono fornire un’opportunità, una utilità futura.

Ho trovato un vaso etrusco. Chissà qual è la storia di questo reperto archeologico. Secondo me è molto interessante e valevole di ulteriori indagini.

Si dice che si impari di più mentre il corpo è in movimento. Credo che possa essere un argomento valevole di approfondimento.

Allora vale la pena approfondire! È importante per il futuro e gli svantaggi sono sopportabili o trascurabili.

Allora provate a passeggiare ed ascoltare i podcast di Italiano Semplicemente. Sapete che adesso sono anche su Spotify?

Sto iniziando infatti da qualche giorno a caricare su Spotify gli episodi audio di Italiano Semplicemente, che sono disponibili anche su Apple podcast.

Scusate l’inciso. Ma secondo me questa cosa era valevole di citazione per chi ama ascoltare i nostri episodi.

Adesso se volete possiamo esercitarci con qualche espressione valevole di ripasso, cioè che vale la pena ripassare, così nel futuro riuscirete a memorizzare e faticherete meno a usarle, avendolo già fatto centinaia di volte. Insomma il gioco vale decisamente la candela.

Marcelo: Accidenti a questi benedetti ripassi! Tante volte quando mi sento in vena di abbozzare qualche frase di ripasso, subito mi blocco, rendendomi conto di essere a corto di idee per un argomento valevole di interesse.

Olga: Ah sì, c’è una caterva di espressioni degne di nota, ma per essere rispolverate come si deve, serve un bell’argomento.

Harjit: Ma perché non ci lasciamo ispirare dall’elenco delle espressioni? Propongo di dare un’occhiata alla parola abbozzare. Prima Marcelo ha usato proprio abbozzare. Abbozzare un ripasso è come buttar giù un ripasso e magari poi gli si dà una sgrossata.

Hartmut: le eventuali magagne linguistiche le lasciamo correggere agli addetti ai lavori. Cioè ai madrelingua. Ma ricordiamoci anche dell’altro significato del verbo abbozzare che stranamente non ha nulla a che spartire con la bozza di un ripasso.

Ulrike: Ben detto Hartmut! Di questo altro significato del verbo me ne ricordo bene. Un mio amico italiano, da bambino era un po’ cicciotto e perciò, poverino, doveva subire dispetti e offese da parte dei suoi compagni di classe. Lui mi ha raccontato che sua madre gli consigliava sempre: non te la prendere con loro, abbozza, figlio mio, Prendi e vattene in silenzio, purché non ti picchino.

Peggy: Vale a dire che doveva sopportare gli insulti senza diffendersi, e ingoiare tutte le ingiurie. Allora aivoglia ad abbozzare!

Rafaela: Ma perché abbozzare sempre? Può darsi che questo lasciar correre, di far finta di niente, a volte sia una reazione da prendere in considerazione l, ma i bambini devono anche imparare a opporsi alle ingiurie e reagire. Così imparano a darsi una regolata questi sbruffoni.

Irina: ben detto. Imparare a giostrarsela da soli in certe situazioni aiuta a crescere. Poi al limite si chiama il fratello maggiore. Mica possono sempre cavarsela a buon mercato, questi bulli.

– – –

Episodio consigliato: il verbo avvalorare

Il, verbo avvalorare - VERBI professionali

713 Valere e costare

Valere e costare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: c’è un uso del verbo valere che sicuramente gli studenti di lingua italiana conoscono poco. Infatti valere solitamente è associato al valore, specie quello economico.

La mia auto vale 12000 euro.

Ma non c’è solo questo utilizzo.

Vale assolutamente la pena approfondire la questione.

No, non è questa espressione l’argomento di oggi. Comunque ci sono andato vicino, siamo lì perché parlo dell’uso transitivo del verbo valere.

Infatti quando “vale la pena” fare qualcosa significa che conviene fare questa cosa, anche se ogni azione ha un costo, anzi, una “pena”, intesa nel senso di fatica, o comunque come effetti negativi legati all’azione.

C’è anche un’altra espressione:

Il gioco vale la candela

Con senso assolutamente identico, che però in genere si usa con la negazione (il gioco non vale la candela) per esprimere la propria contrarietà a compiere un’azione, o meglio la contrarietà a fare un sacrificio perché non farà ottenere un risultato positivo soddisfacente, proporzionato.

Oppure il famoso detto:

Parigi val bene una messa.

Che sta a significare che vale la pena sacrificarsi per ottenere qualcosa di grande valore.

Ultimamente il termine sacrificio ricorre spesso nei nostri episodi, ci avete fatto caso?

Andiamo avanti comunque.

Si parla sempre di convenienza, di qualcosa che ha un senso fare, cioè si tratta di qualcosa di utile.

Più in generale, possiamo usare il verbo valere per indicare che qualcosa può procurare un certo guadagno o risultato positivo, può fruttare un guadagno. Un’azione che permette di ottenere un risultato. Anziché usare “permettere di ottenere” o “fruttare” o “procurare” si può usare valere, seguito dal risultato, in genere positivo, ma non necessariamente.

Si usa prevalentemente al passato.

Le cinque vittorie consecutive mi valsero il primo premio.

Il suo gesto gli valse il plauso della cittadinanza.

Questa vittoria potrebbe valere il titolo di campione d’Italia.

L’ordine è questo: azione, poi valere e poi il risultato. Si può usare riferito ad una persona (mi valse, gli è valso ecc.) oppure, come nell’ultimo esempio, riferito a qualcosa che ha un valore.

Questa vittoria vale lo scudetto

Le numerose bugie che diceva sempre gli valsero il soprannome di Pinocchio.

Quest’ultimo è un utilizzo piuttosto negativo. Il fatto di dire sempre bugie ha portato, come effetto, il fatto che venne soprannominato Pinocchio.

Pinocchio, per chi non lo conoscesse, è un burattino di legno al quale cresceva il naso quando raccontava bugie.

Ogni bugia gli valeva qualche centimetro di naso in più

C’è da dire che più spesso, quando il risultato è negativo, si preferisce usare il verbo “costare“.

Ogni bugia gli costava qualche centimetro di naso in più

Il verbo costare si usa in questo caso in senso figurato, nel senso di comportare dure conseguenze.

Un altro esempio:

Il tuo atteggiamento strafottente ti costerà caro.

Questa sconfitta potrebbe costarti lo scudetto.

Il tradimento a sua moglie gli è costato il matrimonio.

Vedete che “costare” implica il pagamento di un “prezzo”, che è appunto ciò a cui si rinuncia a seguito dell’azione, quindi la conseguenza negativa.

“Pagare un prezzo” infatti ha anche un senso fugurato.
Il tuo gesto l’hai pagato a caro prezzo!
Quando le conseguenze di un’azione sono negative, posso, come visto prima, anche usare il verbo valere, ma è meno adatto rispetto a costare.
La tua mancanza di voglia di studiare ti è valsa la bocciatura.Sicuramente è preferibile dire:

…ti è costata la bocciatura.

Credo sia abbastanza per oggi che ne dite?

Un esempio in più potrebbe costarmi qualche lamentela o mi varrebbe un ringraziamento?

Aggiungo solamente che a volte si usa la preposizione per

Es:
Una vittoria che vale per lo scudetto.

Vincendo si fanno punti che valgono per la classifica

Oppure:

Un esame che mi è valso per ottenere la laurea

In questi casi non è sempre la stessa cosa. Una vittoria che vale per lo scudetto non è detto sia la vittoria che da sola permette di vincere lo scudetto.

Spesso vale esprime semplicemente qualcosa di molto importante, che ha un certo valore, ma non è detto sia determinante.

Non è detto sia cioè la vittoria che valse lo scudetto.

Si esprime utilità, qualcosa di vantaggioso per raggiungere uno scopo, simile a servire, anche senza la preposizione per:

I tuoi sforzi non valsero a nulla;

Le ripetizioni valgono a migliorare la pronuncia

Mariana: Cosa sarebbe la lingua italiana senza il verbo fare? L’ultimo episodio di Italiano Semplicemente, il numero 712, per inciso, fa sì che noi non madrelingua possiamo farci capire benché ci manchino a volte alcuni verbi. Bell’episodio, come sempre ben fatto.

Peggy: a me fa un po’ strano veramente usare il verbo fare in questo modo, però senza dubbio fa molto italiano.

Ulrike: Il verbo fare non è che sia difficile da capire, ma occorre fare alcuni distinguo. A volte infatti mi ha dato del filo da torcere. Ricordo ancora quando ho avuto a che fare con la locuzione “avere un fare” Insomma ci vuole tempo, ma va bene così.

Harjit: si, va bene, fatto salvo se, come me, hai una certa fretta. Io devo andare in Italia a lavorare tra un paio di anni. Devo assolutamente imparare a esprimermi come si deve. Fortunatamente ho deciso di iniziare per tempo a studiare la lingua italiana. Non sia mai che poi io debba ricorrere ad un corso accelerato.

Marcelo: hai fatto benissimo. Anche a me non piace ridurmi all’ultimo.

Hartmut: per fare una capatina a Roma da turista può andar bene anche un corso qualsiasi per principianti, ma tu, Harjit, puoi fare di necessità virtù con Italiano Semplicemente.

Rauno: ben detto Hartmut!

712 Fa molto italiano

Fa molto italiano (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: sapete cosa fa molto italiano?

Mangiare la pasta fa italiano. Non c’è dubbio.

Anche mangiare la pizza fa molto italiano. Ancora di più, parlare a voce alta fa italiano, ma anche vestire alla moda.

Ma qual è la cosa che fa più italiano fra tutte?

Pensateci, nel frattempo voglio chiarire questo uso particolare del verbo fare che ho utilizzato più volte finora in questo episodio.

Se qualcosa “fa italiano“, significa che fa sembrare italiano.

Ma non si usa solo per sembrare italiano, ma va bene ogni volta che un certo comportamento, una certa azione, rispecchia delle caratteristiche, caratteristiche che ci fanno pensare a qualcuno, o a una categoria di persone, come anche ad un popolo, come quello italiano, appunto.

Vediamo altri esempi in cui il verbo fare si usa in questo modo:

Oggi volevo indossare dei pantaloni bianchi. Mia moglie però dice che fa troppo uomo di destra, e allora ho preferito non discutere e ho indossato un paio dj jeans.

Somiglia, se vogliamo, al verbo “rendere“, o “somigliare” oppure somiglia a “fa pensare a“.

Es:

Alzare il dito mignolo quando si beve fa molto persona di poca classe.

Quindi se avete un bicchiere in mano e bevete, o anche una tazzina di caffè o una tazza di tè se quando impugnate e sollevate il bicchiere, la tazzina o la tazza, sollevate anche il dito mignolo, si dice che questo sia segno di maleducazione.

Molti in realtà credono che sia segno di nobiltà, ma questo è sicuramente un falso mito. Quindi fa molto maleducato se alzate il dito mignolo in queste occasioni.

Si può dire anche che dà l’idea di una persona poco ben aducata.

Ho un amico che a pranzo mangia spesso hamburger e patatine perché fa molto americano.

Ne ho un altro che indossa sempre una sciarpa kefiah, ché fa parecchio uomo di sinistra.

Mia moglie è una maniaca dello shopping, ma lei mi dice sempre che non mi devo lamentare perché fa molto donna, e questo ha vantaggi e svantaggi.

Ora devo sottolineare una cosa: so che per un non madrelingua non è normale non usare articoli, ma questo invece accade spesso nella lingua italiana. Questo è proprio uno di quei casi.

Quindi “mangiare pasta fa italiano” , e non “fa un italiano” o “fa l’italiano”.

Comunque potete sbizzarrirvi come volete nell’usare il verbo fare in questo modo.

In precedenza abbiamo visto due espressioni che sono legate a questo uso del verbo fare. Mi riferisco a “mi fa strano” e “mi fa specie“. Anche in questi casi abbiamo il verbo fare, che indica però una sensazione personale: “mi sembra strano” in quei casi. Date un’occhiata ai due episodi se non ricordate.

Stavolta non c’è il pronome davanti, perché si tratta di cose che tutti conoscono, si tratta di caratteristiche che sono notoriamente associate ad una categoria. E allora perché mettere il pronome personale?

È interessante, se facciamo ricerche sul web, perché si scoprono caratteristiche tipiche di categorie di tutti i tipi.

Cosa fa molto tedesco? Si scopre che scrivere le parole attaccate fa molto tedesco.

Invece chiamare il classico cornetto col nome di “croissant” fa troppo francese. Forse per questo motivo al nord Italia si preferisce croissant a cornetto.

A proposito. Mangiare la polenta fa molto persona del nord.

Parlare di cinema fa molto persona di cultura.

Mariana: hai intenzione di continuare all’infinito? Non è che siamo così duri di comprendonio noi.

Peggy: Credo che se Gianni ha fatto così sicuramente avrà un suo perché. A mio avviso, gli esempi facilitano soltanto la nostra comprensione, a prescindere dall’argomento su cui verte l’episodio. In nessun caso comunque un esempio in più può cagionare danni.

Anthony: Giovanni ci ha fatto un appello a dargli manforte a comporre un ripasso. Scusatemi che mi ha colto un attimo alla sprovvista. Ma adesso mi sono rimesso in sesto e sono pronto per seguire sulla falsariga di Peggy con una bella frase da aggiungere al ripasso di oggi.

Ulrike: Vai a capire, benedetta Mariana, cos’hai contro gli esempi! Guarda la sostanza e non la forma! A cosa serve la spiegazione del significato di una parola se non sei in grado di destreggiarti nel suo uso comune? Per la cronaca, se volete sapere la mia opinione, più esempi vi sono, meglio è.

711 Una soluzione di ripiego e ripiegare

Una soluzione di ripiego e ripiegare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ecco un altro verbo che inizia con ri.

Il verbo ripiegare è quello di cui ci occupiamo oggi.

In realtà avevo un’idea diversa, infatti la mia intenzione era di fare un altro episodio che avevo in mente, ma siccome l’ho dimenticato, ho dovuto ripiegare su un altro argomento.

Proprio questo è l’uso principale del verbo ripiegare. Significa rinunciare all’obiettivo principale o all’obiettivo massimo e così scegliere un secondo obiettivo.

In questi casi posso usare anche altri verbi simili. Infatti, quando scelgo un secondo obiettivo, o a una seconda soluzione, sto ricorrendo ad un secondo obiettivo. Questo però è il verbo ricorrere, che abbiamo già visto tra i verbi professionali.

Come abbiamo visto, anche ricorrere, sempre per la presenza di questa doppia lettera ri, si utilizza in circostanze simili.

Ripiegare però, a differenza di ricorrere, si utilizza non per risolvere un problema, ma semplicente dobbiamo rinunciare (un altro verbo con ri) al primo obiettivo e accontentarci del secondo in ordine di importanza.

In questi casi si parla anche di “soluzione di ripiego“, che è appunto la soluzione, o la scelta che sostituisce la prima a cui rinunciamo.

Se la soluzione À non è disponibile, si ripiega sulla soluzione B.

Vediamo qualche altro esempio?

A Giovanni piaceva Maria, ma Maria amava Giuseppe, così Giovanni dovette ripiegare su Lucia.

Lucia, evidentemente, era meno attraente rispetto a Maria, almeno agli occhi di Giovanni.

Giovanni voleva Maria, ma si dovette accontentare di Lucia e così fece: ripiegò su Lucia.

Anche Lucia però era innamorata di Giuseppe, che però ricambiava i sentimenti di Maria, così a Lucia non restò che ripiegare su Giovanni.

In pratica, sia Giovanni che Lucia rappresentano una soluzione di ripiego l’uno per l’altro.

Che tristezza… 🙂

Di solito, in questi casi, si sente spesso parlare anche di “seconda scelta” oltre che di “soluzione di ripiego”.

Vi devo dire però che “seconda scelta” è più un concetto commerciale, relativo a prodotti di minore qualità. Ne parleremo meglio nella rubrica che si chiama proprio Italiano Commerciale.

Torniamo invece a ripiegare e alla soluzione di ripiego.

Il termine “ripiego” viene usato anche da solo per indicare una soluzione alternativa.

Per ripiego infatti si intende una soluzione di emergenza o un rimedio, in genere inadeguato. Potremmo chiamarlo a volte un compromesso non molto soddisfacente.

Cercando tra gli episodi precedenti, c’è l’episodio in cui abbiamo parlato di uno strumento “di fortuna“. Ricordate?

Beh in quel caso siamo proprio in una situazione di emergenza e dobbiamo usare ciò che abbiamo in quel momento.

Quando invece usiamo ripiegare e la soluzione di ripiego non è detto che siamo in emergenza. Semplicemente il primo obiettivo è sfumato e allora ripieghiamo sul secondo. Sempre meglio che niente.

Certo, tutti si stanno accontentando, non sono quindi ugualmente soddisfatti, perché a Giovanni piaceva molto più Maria che Lucia ma, suo malgrado, deve ripiegare su Lucia. Così come Lucia, che a sua volta, non potendo avere Giuseppe, ripiega su Giovanni.

Si usa la preposizione “su”.

Perché proprio su?

Cosa importa? Usatela e basta. Su, ragazzi, lo sapete che di grammatica non parliamo qui.

Scherzi a parte,

Vediamo altri esempi:

Le vongole costavano troppo quest’anno, per fare la pasta a capodanno abbiamo dovuto ripiegare sui lupini, che sono più economici, ma anche più piccoli e dal sapore più dolce rispetto alle classiche vongole.

Con questo Covid, molti ristoranti non hanno potuto ospitare clienti nei loro locali e hanno dovuto ripiegare sull’asporto.

L’asporto è ciò che avviene quando cibi e bevande vengono consumate fuori del negozio di vendita.

Ripassiamo adesso:

Anthony: Da qualche tempo a questa parte seguo un sito che si chiama italiano semplicemente. Tu che studi l’italiano, ce l’hai presente?

Marcelo: Ma, scusami, a che pro mi dici questo? Non mi risulta tu che sia mai stato interessato ad approfondire la conoscenza di questa lingua in modo diverso da quello classico, che prevede esclusivamente lo studio della grammatica. Comunque si, lo conosco e lo seguo di buona lena.

Mary: anche io lo seguo e il momento della mia iscrizione è stato il momento topico del mio percorso di apprendimento. Ma mi fa specie che proprio adesso tu voglia sacrificare il tuo libro di grammatica.

Anthony: diciamo che ho visto che fate molti progressi con questi brevi episodi. Dunque credo di aver cambiato idea e credo di averne ben donde. Infatti gli episodi si prestano bene a chi ha il tempo risicato come me.

Edita: Non posso darti torto. Il sito però contiene anche episodi più lunghi.

Ulrike: per inciso, laddove non siate convinti, non dimentichiamo che esiste anche il gruppo whatsapp dei membri dell’associazione.

Peggy: ah si infatti questo mi sconfinfera molto. Gianni, il creatore del sito insieme a tutto il cucuzzaro, non solo ti danno manforte nel caso di dubbi linguistici, ma fioccano anche le battute

Irina: a me la grammatica piace, a volte però mi dà troppo filo da torcere. Ad imparare si fa comunque prima col metodo proposto dal sito. E poi è più divertente. Poi si conoscono tante persone.

Harjit: giusto. Poi ci occupiamo anche del linguaggio professionale. Così puoi unire l’utile al dilettevole.

Chris: Su questo non ci piove.

Giovanni: ah, non vi ho detto gli altri significati di ripiegare. Va bè dai, fa niente. Un’altra volta.