Accadde il 1° ottobre 1860: il ginepraio

Il ginepraio (scarica audio)

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Il 1° ottobre 1860 è stato il giorno della battaglia del Volturno, combattuta dalle truppe di Garibaldi contro l’esercito borbonico: un episodio centrale del Risorgimento italiano.La battaglia del Volturno fu un vero ginepraio militare e politico.Garibaldi si trovava in una posizione difficile:aveva un esercito formato in gran parte da volontari, poco addestrati e male equipaggiati;si scontrava con truppe borboniche più organizzate e ben armate;il terreno, lungo il fiume Volturno, era accidentato e paludoso — un ginepraio anche in senso quasi letterale;e soprattutto, la situazione politica era confusa: Cavour e Vittorio Emanuele II osservavano con prudenza, pronti a intervenire ma senza esporsi troppo.Garibaldi, insomma, si era cacciato in un bel ginepraio: rischiava di perdere tutto ciò che aveva conquistato in pochi mesi.Ma grazie alla sua tenacia e alla fedeltà dei suoi uomini, riuscì a districarsi (un verbo legato all’immagine del groviglio) e a vincere la battaglia, aprendo la strada all’unificazione del Regno d’Italia.
Comunque sia avete capito che la parola del giorno è ginepraio.
La parola ginepraio deriva da ginepro, una pianta spinosa che cresce in cespugli fitti e aggrovigliati.Un ginepraio, in senso proprio, è dunque una macchia di ginepri, cioè un terreno pieno di cespugli e rami intrecciati, difficili da attraversare senza graffiarsi o restare impigliati.Il sinonimo più comune è sterpaio, un luogo ingombro di rami secchi e vegetazione intricata.In senso figurato, cacciarsi in un ginepraio significa entrare in una faccenda complicata, piena di ostacoli o di difficoltà, dove ogni mossa può peggiorare la situazione invece di risolverla.È una metafora perfetta per quelle situazioni in cui tutto si intreccia e sembra impossibile trovare una via d’uscita chiara.Vediamo altri esempi di uso di “ginepraio”.

Ho provato a chiedere un rimborso al Comune, ma tra moduli, firme, e richieste diverse… mi sono cacciato in un ginepraio!Marco voleva aiutare due colleghi a chiarirsi, ma ora si ritrova nel mezzo di una discussione infinita: si è cacciato in un ginepraio pazzesco!Avevo solo aggiornato un programma, ma ora non mi funziona più niente… un vero ginepraio informatico!

L’espressione “cacciarsi in un ginepraio” è vivacemente figurativa: ci fa immaginare una persona che entra in una boscaglia di spine e rami aggrovigliati, dove ogni passo può complicare la situazione.Proprio come Garibaldi sul Volturno, chi riesce a uscirne dimostra coraggio, intelligenza e determinazione.Notate che si usa quasi sempre il verbo cacciarsi. Perché?Si dice quasi sempre “cacciarsi in un ginepraio” perché il verbo cacciarsi sottolinea l’idea di entrare da soli, spesso per errore, in una situazione spiacevole o complicata.È un verbo riflessivo che implica una certa responsabilità personale:
chi “si caccia” in un ginepraio, non ci finisce per caso — ci si mette da sé, magari per imprudenza, curiosità o eccesso di fiducia.Si può usare in modi simili:Cacciarsi nei guaiCacciarsi in un pasticcioCacciarsi in una brutta situazioneIn tutti questi casi, il verbo suggerisce movimento e coinvolgimento diretto, come se la persona entrasse fisicamente dentro un groviglio di problemi da cui poi è difficile uscire.

Essere in alto mare (ep. 1076)

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landscape photograph of body of water
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Quando siamo molto lontani dal trovare una soluzione o dal raggiungere un obiettivo possiamo usare una bella espressione: essere in alto mare.

L’espressione “essere in alto mare” ha chiaramente un senso letterale. Significa trovarsi lontano dalla costa, lontano dalla terra. Quando una nave ad esempio si trova in alto mare, la terra è molto lontana e non si vede neanche.Il fatto di usare l’aggettivo “alto” non si riferisce quindi alla profondità dell’acqua, ma alla distanza dalla terra. E’ pur vero però che, normalmente, più siamo in “mare aperto” (altra modalità per indicare una notevole distanza da terra) e più il mare è profondo.

Il fatto di usare l’aggettivo “alto” non si riferisce quindi alla profondità dell’acqua, ma alla distanza dalla terra. E’ pur vero però che, normalmente, più siamo in “mare aperto” (altra modalità per indicare una notevole distanza da terra) e più il mare è profondo.

Vediamo qualche esempio in senso proprio:

La nave da crociera ha avuto un guasto al motore ed è rimasta in alto mare per giorni.

I pirati hanno assalito il mercantile in alto mare.

A parte il senso proprio, decisamente più utilizzato è l’uso figurato, per indicare il trovarsi in una situazione difficile e incerta, senza una chiara via d’uscita.

Esempi:

I negoziati per il nuovo contratto di lavoro sono ancora in alto mare.

Non so quando uscirò stasera. Devo terminare il mio lavoro ma sto ancora in alto mare

Il progetto è ancora in alto mare perché mancano i finanziamenti.

Il processo di digitalizzazione della Pubblica amministrazione è in alto mare. Ci vorranno anni

In questi casi, l’espressione “essere in alto mare” evoca un senso di instabilità, incertezza e difficoltà. Spesso c’è anche un senso di scoraggiamento derivante dal fatto che non si riesce a “vedere la fine”, come si dice. Lo scoraggiamento è uno stato mentale negativo caratterizzato da una sensazione di svogliatezza, demotivazione e pessimismo.

C’è un’espressione simile che abbiamo già incontrato: essere a carissimo amico“, che esprime lo stesso concetto, solo in modo più simpatico.

Adesso ripassiamo. Parlatemi di quando vi siete trovati in alto mare.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Non occorre fare mente locale per ricordare tutte le volte che mi sono trovato in situazioni scoraggianti, demoralizzato e pessimista, dunque quando mi sono sentito in alto mare. Però tranquilli, con tutto che me ne sono capitate di cotte e di crude, essendo un ottimista per natura e uomo dalle mille risorse, dico sempre che, presto o tardi, tutto passa!

Ulrike: Essendo ancora a carissimo amico con l’apprendimento della lingua inglese, sarebbe un bel passo in avanti se un giorno speriamo non troppo lontano, riuscissi a raggiungere lo stesso livello del mio l’italiano. Ad oggi però non la vedo così facile.

Marguerite: Da parte mia devo dirvi che mi vedo costretta ad imparare un po’ d’informatica, diciamo almeno il minimo sindacale. Lungi da me infatti l’idea di diventare una smanettona! In merito a quest’impegno sono decisamente in alto mare!

 

L’insorgenza – IL LINGUAGGIO DELLA SALUTE (Ep. n. 7)

L’insorgenza

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Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della salute.

Oggi un episodio dedicato ad un semplice termine: insorgenza.

Non voglio dire che quando si usa questo termine si parli solo di salute, ma quasi.

Vediamo come si usa.

Innanzitutto l’origine del termine.

Il termine “insorgenza” deriva dal verbo “insorgere“, che a sua volta ha origine dal latino “insurgere”, composto da “in” e “surgere” (che significa sorgere, alzarsi). Quindi, letteralmente, “insorgenza” indica l’atto di sorgere o alzarsi all’interno di qualcosa. Nel contesto della salute si riferisce ad esempio al sorgere di sintomi o di una malattia.

Infatti quando si parla di “insorgenza” in campo medico, ci si riferisce al momento in cui una malattia o un disturbo inizia a manifestarsi o a svilupparsi nel corpo di una persona. Ad esempio, si potrebbe dire:

L’insorgenza dei sintomi dell’influenza è avvenuta improvvisamente dopo che la persona è stata esposta al virus.

La parola “insorgenza” può anche essere utilizzata in contesti più generali per indicare l’inizio o l’origine di qualcosa, ma nell’ambito della salute è comunemente associata al manifestarsi di una condizione patologica.

Il verbo insorgere come vedremo ha più significati, e in questo senso significa manifestarsi improvvisamente, per lo più di fatti spiacevoli o dannosi, non solo malattie quindi.

Es:

Si spera che non insorgano nuove difficoltà.

Si usa anche in questo modo:

Es:

L’insorgere di complicazioni.

Che è proprio come l’insorgenza di complicazioni.

Es

Bisogna assolutamente evitare l’insorgere di complicazioni.

Insorgere è quindi molto simile a nascere, emergere, sorgere, nel senso che tutti questi verbi possono usarsi per descrivere un’azione di venire fuori o di manifestarsi.

Nascere” ha un uso più specifico che si riferisce al momento in cui un essere vivente viene alla vita. Comunque sia nascere che sorgere si possono usare anche con i problemi, le complicazioni, o le complicanze, termine quest’ultimo molto usato in ambito medico quando si aggrava una malattia o quando insorgono problemi di salute.

Le complicanze, come le complicazioni, si riferiscono a eventi o circostanze che rendono una situazione più difficile o problematica.

Vediamo qualche esempio di utilizzo del termine insorgenza e del verbo insorgere in ambito medico.

L’Insorgenza di sintomi si riferisce al momento in cui i sintomi di una malattia o di un disturbo iniziano a manifestarsi. Ad esempio:

L’insorgenza improvvisa di febbre alta potrebbe indicare un’infezione virale.

L’Insorgenza di complicazioni si riferisce al momento in cui compaiono complicazioni in seguito a una malattia o a un intervento medico.

Ad esempio:

L’insorgenza di complicazioni dopo l’intervento chirurgico ha reso necessario un trattamento aggiuntivo.

LInsorgenza di una patologia si riferisce al momento in cui una malattia o un disturbo comincia a manifestarsi o a essere diagnosticato.

Ad esempio:

L’insorgenza precoce della malattia di Alzheimer può essere difficile da diagnosticare.

L’insorgenza di reazioni avverse si riferisce al momento in cui si verificano reazioni indesiderate a farmaci o trattamenti medici.

Ad esempio:

L’insorgenza di reazioni avverse alla chemioterapia può richiedere una modifica del piano di trattamento.

Anche la febbre può insorgere. È il momento in cui la temperatura corporea di una persona aumenta, indicando la possibile presenza di un’infezione o di un’altra condizione medica. Ad esempio:

La febbre è insorta improvvisamente dopo che il paziente è stato esposto a una fonte di infezione.

Questa è l’insorgenza della febbre.

Un’altra cosa che può insorgere sono le allergie: è quando il corpo reagisce in modo eccessivo a sostanze normalmente innocue, scatenando una risposta allergica che può causare sintomi come prurito, gonfiore o difficoltà respiratorie. Ad esempio:

Dopo aver consumato un nuovo cibo, il bambino ha manifestato improvvisamente una reazione allergica che è insorta in pochi minuti.

In generale, “insorgenza” e “insorgere” vengono utilizzati in ambito medico per descrivere il momento in cui qualcosa inizia a verificarsi o a manifestarsi, come sintomi, complicazioni, patologie o reazioni avverse.

Come detto si usano anche fuori dall’ambito medico. Infatti anche i dubbi possono insorgere, ma più spesso si usa il verbo sorgere o nascere o venire, in caso di dubbi. Nel caso di problemi o complicazioni qualsiasi, ugualmente l’uso di insorgere va bene ma sembra troppo formale. Anche in questo caso è più frequente l’uso di sorgere, nascere, arrivare.

Quanto al verbo insorgere, fuori dall’ambito medico è spessissimo usato nel senso di intraprendere azioni violente. Parliamo spesso di insurrezioni popolari. In questo caso spesso è il popolo che insorge contro qualche decisione del governo.

Le insurrezioni hanno però spesso a che fare con la violenza, non si parla in genere di insurrezioni come manifestazioni pacifiche a meno che non si voglia dare più enfasi ad una notizia.

Una insurrezione quindi è spesso (non sempre però) un moto violento e deciso di protesta o di ribellione.

Insorgere quindi sta, in questo caso, per ribellarsi contro qualcuno o qualcosa.

Es:

Gli imprenditori italiani insorgono contro le decisioni del governo.

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente insorgono contro la decisione del presidente di raddoppiare la quota di iscrizione.

Nonostante il verbo insorgere si usi anche in questo modo, c’è da dire che il termine insorgenza non si usa mai parlando di insurrezioni e quindi di reazioni violente della gente. L’insorgenza fa subito venire in mente ai sintomi di una malattia, a delle reazioni ad un farmaco, all’insorgenza di lividi, all’insorgenza di fibrillazione, di una patologia, di tumori, di brufoli, di carie ai denti, di ictus, di anemia, di depressione, di febbre e di allergie.

È chiaro che non si tratta mai di belle notizie quando c’è di mezzo l’insorgenza.

È tutto per oggi. Al prossimo episodio di italiano semplicemente dedicato al linguaggio della salute.

Ci voleva o non ci voleva? (Ep. 937)

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non ci voleva

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L’espressione “Non ci voleva” è interessante perché è usata spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni. Si usa quando accade un problema, ma non un grande problema. parliamo di un inconveniente, un contrattempo, un ostacolo che può provocare un disagio. Spesso la conseguenza è un ritardo in una attività. Nell’espressione “non ci voleva” si utilizza l’imperfetto del verbo volere. Questo perché stiamo commentando un evento già accaduto.

Non ci voleva” è dunque un’esclamazione che viene utilizzata per esprimere un senso di irritazione o frustrazione quando si verifica qualche cosa che si temeva potesse accadere oppure che arriva del tutto inaspettata.

Di solito, considerata la bassa portata del problema, viene usata in modo scherzoso o ironico per commentare una situazione spiacevole o sfortunata che si è manifestata.

Ecco alcuni esempi di come puoi utilizzare l’espressione “Non ci voleva“:

  1. Immagina che tu stia guidando in macchina e, improvvisamente, una ruota inizia a sgonfiarsi. Potresti dire: Oh no, non ci voleva! Proprio quando dovevo arrivare in tempo alla riunione!
  2. Se stai lavorando col computer e, ad un certo punto, il PC si impalla. Potresti esclamare: Ecco, non ci voleva! Ora come faccio a finire il lavoro?
  3. Se stai organizzando una festa all’aperto e improvvisamente inizia a piovere, potresti dire: No! Non ci voleva proprio questa pioggia! Avevamo preparato tutto per un giorno di sole.

In sostanza, l’espressione “Non ci voleva” viene utilizzata per sottolineare che la situazione indesiderata o sfortunata che si è verificata era qualcosa che sarebbe stato meglio evitare o di cui non si aveva bisogno in quel momento. Le conseguenze non sono gravi ma comunque la cosa ci provoca un certo malumore.

E’ importante sottolineare che in caso di grossi problemi o grossi eventi negativi, anche se improvvisi, non ha senso usare “non ci voleva“. Se facciamo un incidente stradale, se una persona si sente male, se c’è una guerra, un terremoto o accadono altri eventi molto gravi, è ridicolo commentare con “non ci voleva”. In tali casi, se proprio dobbiamo commentare, sarebbe opportuno qualcosa come “è una tragedia”, “si tratta di un evento drammatico”, “è un disastro” eccetera.

Chiaramente esiste anche “ci voleva” (senza negazione) che si utilizza in situazioni opposte, cioè positive. In questi casi si aggiunge solitamente “proprio“. L’uso di “proprio” in questa frase serve ad aumentare la propria soddisfazione, quindi l’intensità dell’affermazione, enfatizzando l’importanza di ciò che si sta dicendo.

Ci voleva proprio questa bella giornata di sole!

Mi ci voleva proprio questa bella notizia!

Ironicamente si potrebbe comunque dire:

Ecco, piove ancora! Ci voleva proprio!

Oppure quando si fa presente che sarebbe stato necessario qualcosa:

Ci voleva più coraggio per affrontare questa situazione

Si tratta sempre di qualcosa che è già accaduto

Si può usare quindi quando ci si rammarica, ci si dispiace per una situazione che poteva essere salvata o che poteva andare diversamente. In questi casi in genere non si usa “proprio“.

Forse è il caso di fare un chiarimento sull’uso della particella “ci”.

“Ci voleva” e “non ci voleva”, di cui vi sto parlando in questo episodio non si riferiscono a “noi”, tipo:

Lei (non) ci voleva offendere!

Lui (non) ci voleva dire questo

Quindi la particella “ci” non fa riferimento a “noi” ma alla situazione, al contrattempo, alla cosa positiva o negativa che è accaduta. Il “ci” si riferisce a questo.

Infine, non ci sono modalità del tutto equivalenti che possono usarsi in sostituzione di “ci voleva” e “non ci voleva” ed è proprio questa caratteristica che la rende così utilizzata. Si tratta di una sintesi informale che se non utilizzassimo saremmo costretti a pronunciare una frase spesso molto più lunga e articolata, tipo, nel caso di “non ci voleva“:

Anthony: Accidenti, questo inconveniente rischia di crearmi un sacco di problemi! Avrei preferito evitarlo! Vabbè, vorrà dire che ricomincerò daccapo!

Ulrike: Noooo! Lo sapevo che sarebbe potuto accadere questo! Un bel problema che avrei volentieri evitato! Senza contare che adesso dovrò passare la notte in ufficio per rimediare!

Marcelo: Mi spiace per questo inconveniente! Anche se si poteva immaginare potesse accadere, sarebbe stato meglio non fosse accaduto! Adesso dovrai fare appello a tutta la tua professionalità per recuperare il tempo perso.

Insomma, in tutti questi casi si fa prima a dire “non ci voleva“.

Negli esempi appena visti abbiamo inserito anche delle espressioni di ripasso, quindi per oggi ci possiamo ritenere soddisfatti.

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851 Elucubrazioni e pippe mentali

Elucubrazioni e pippe mentali (scarica audio)




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Vi capitano mai persone che fanno ragionamenti pieni di domande e ipotesi?

È perché lui mi ha detto così?

Forse voleva dire questo?

O forse il motivo è un altro?

Non è che ha qualcosa da nascondere?

Ha detto sì, ma se invece voleva dire no?

Molte volte mi capita di dire a questo tipo di persone, amici, parenti o colleghi, io che sono un tipo abbastanza semplice, una frase particolare:

Non fare troppe elucubrazioni mentali!

Perché fai così tante elucubrazioni?

Elucubrazioni è una parola che tutti gli italiani conoscono. Ha un uso abbastanza frequente in contesti familiari.

Si tratta di una “elaborazione condotta con meticolosità“.

Questo dice il dizionario.

Detto in altri termini, se una persona fa delle elucubrazioni (si usa il verbo fare), allora significa che sta pensando troppo, sta facendo pensieri molto, troppo elaborati su una questione.

Chi invece non fa elucubrazioni, prende decisioni senza elaborare troppo i pensieri, senza fare troppe ipotesi, senza aggiungere cose e appesantire una questione con domande inutili.

Inutili ovviamente per chi crede che fare il contrario sarebbe elucubrare eccessivamente sulla questione.

Eh già, esiste anche il verbo elucubrare: riflettere in modo inutilmente elaborato.

Quasi sempre si parla di “elucubrazioni mentali”.

Se andiamo a vedere l’origine del termine, elucubrare significa “comporre alla luce di una lanterna”.

La cosa non ci aiuta a capire più di tanto.

Per usare correttamente il termine elucubrazione, dovete porvi nei panni di una persona semplice, pragmatica, o che ha le idee molto chiare e dunque non ha mai né voglia né tempo per pensare troppo.

Es:

Con tutte queste elucubrazioni stai complicando troppo il problema.

Perché fai tutte queste elucubrazioni mentali?

A dire la verità, ci sono dei modi ancora più familiari e confidenziali per esprimere lo stesso concetto.

Mai sentito parlare delle pippe mentali?

C’è chi le chiama masturbazioni mentali, chi pippe mentali, chi seghe mentali.

Sono espressioni idiomatiche e siamo anche al limite della volgarità perché pippe e seghe non sono altro che due termini volgari che indicano la masturbazione maschile.

Farsi le pippe mentali e farsi le seghe mentali sono dunque due modalità familiari per esprimere il concetto di elucubrazione mentale.

C’è da dire però che quando parliamo di seghe o pippe mentali, aumenta l’intensità e anche la negatività verso di sé di questi pensieri, che diventano ossessivi e ricorrenti.

Si parla di immagini delle più negative che una persona crea nella propria mente. Queste sono le seghe mentali.

Questa negatività è esagerata e porta a tormenti e angoscia.

Pensieri ricorrenti: significa che questi pensieri si manifestano o si ripetono periodicamente nel tempo: ricorrono nel tempo, cioè si ripetono nel tempo.

Una pippa mentale è pertanto una serie di elucubrazioni ossessive, ricorrenti e negative.

Accusare una persona di farsi troppe pippe mentali (si aggiunge spesso “troppe” ma non ce ne sarebbe neanche bisogno) non è comunque necessariamente da interpretare come un insulto o un’accusa.

Può anche essere un consiglio di un amico.

Si tratta comunque di una espressione informale, quindi non la usate con persone con le quali non avete la necessaria confidenza.

In tali casi sempre meglio, se proprio dovete, usare il termine elucubrazioni, che comunque ha il senso di “pensieri inutili e troppo elaborati” e pertanto può ugualmente risultare troppo confidenziale.

Allora più sicuro dire frasi tipo:

Perché farla così complicata?

Non è che rischiamo di complicare inutilmente la situazione?

Secondo me non è il caso di fare troppe ipotesi e farsi troppe domande.

Ma non facciamo prima a chiedere anziché avere tutti questi pensieri?

Un’altra differenza tra le elucubrazioni e le masturbazioni mentali è che con le elucubrazioni si usa come abbiamo visto il verbo “fare”, mentre con le pippe mentali si usa “farsi”, quindi il verbo fare nella forma riflessiva (d’altronde le masturbazioni sono una cosa personale, no?).

Adesso ripassiamo.

Mary: sapete cosa mi fa sempre bene? Leggere i ripassi dei nostri amici qui nell’associazione Italiano Semplicemente. Non sono mica il professore qua, ma quando assisto ai miglioramenti degli altri provo un certo non so che di appagante.

Anthony: non mi fa specie affatto il tuo sentimento di soddisfazione, perché ciascuno di noi, attraverso la nostra partecipazione, apporta benefici al gruppo.

Irina: Quindi stai dicendo proprio tu, lo studente di italiano per eccellenza che noi ti diamo manforte pure noi con la nostra partecipazione? Ma ti pare!

Marcelo: ma, dico io, è possibile mai che non passa un giorno in cui non fai il ruffiano con Irina? Uno che è uno!

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