262 – Alla volta di

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alla volta di

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Giovanni: Abbiamo già incontrato 2 volte il termine “volta” negli episodi di due minuti con Italiano Semplicemente. E con questo episodio è già la terza volta!

La prima volta è accaduto nell’episodio 117, quando abbiamo visto “una volta“, poi abbiamo visto “dare di volta il cervello“.  A dire il vero abbiamo anche visto “svoltare“. che contiene ugualmente la “volta”, un termine che indica sempre un cambiamento: un cambiamento di direzione: svoltare a destra; ma anche un cambiamento di qualsiasi altra cosa: “una volta entrato in casa mi sento al sicuro”, “una volta spiegato un termine, è più chiaro”, o “dare di volta il cervello” che come abbiamo visto è un cambiamento nel ragionamento, che da razionale diventa irrazionale, da logico a illogico.

Bene, se invece diciamo che vogliamo andare in una certa direzione, posso usare il termine volta in questo modo:

Voglio partire alla volta di Roma

Oggi vediamo questa espressione: “alla volta di”, che significa verso quella direzione, verso Roma in questo caso.

Non si usa proprio tutti i giorni questa espressione, ma quando lo si fa c’è sempre un motivo. Il motivo è legato all’avventura, nel senso che quando si parte alla volta di qualche luogo, qualunque esso sia, si sta prendendo la direzione verso una meta. Si parte verso un obiettivo, verso un luogo che vogliamo raggiungere, e questo si fa solo con i luoghi e soprattutto quando si sta per affrontare un viaggio incerto, come se il futuro potesse riservare delle sorprese. Noi dicendo di partire “alla volta di” stiamo solo dicendo che vogliamo raggiungere questo luogo, ma normalmente dico:

vado a Roma

Parto per Roma

Sto per partire per Roma

Mi sto avviando verso Roma

Se invece dico parto alla volta di Roma, allora voglio esprimere avventura, futuro incerto, oppure eccitazione, voglia di scoperta.

Si può usare in vacanza:

Ora, una volta visitata Roma, partiremo alla volta di Napoli!

Iniziò il viaggio alla volta di una città sconosciuta.

Oppure parlando di guerra:

i soldati partirono alla volta di Berlino

Ma sapete che più raramente si usa anche con le persone e non solo i luoghi.

Giovanni è venuto alla mia volta

Cioè verso di me, per raggiungermi.

Attenzione perché “alla volta” non basta per indicare la volontà di partire per un luogo, ma bisogna aggiungere “di” o “del”, dello eccetera.

Se non metto questa preposizione “alla volta”  ha un uso diverso:

Facciamo uno alla volta, bisogna entrare due alla volta,  tre alla volta, eccetera. In questo caso indica la numerosità di un gruppo che compie un’azione insieme: uno alla volta vuol dire prima una persona, poi un’altra, non due insieme, altrimenti avrei detto “due alla volta”.

Adesso, uno alla volta, ripassiamo alcune delle espressioni già spiegate:

  1. Secondo me questa pandemia non finirà più! Altro che storie!
  2. Non gufare per favore, che non vedo l’ora di uscire di casa!
  3. Infatti. Abbiamo già accusato il colpo abbastanza direi!
  4. Io non ne ho risentito per niente, anzi!!

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261 – Aggiudicare

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Aggiudicato!

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Giovanni: Dovete sapere che quando mi viene chiesto da una persona non madrelingua di spiegare una nuova frase, espressione, parola o verbo particolare, io spesso, di fronte a una proposta di questo tipo, rispondo “ok”, “va bene”, “sì, mi piace”, oppure “d’accordo, credo anch’io valga la pena di spiegare questa cosa”. Altre volte invece mi piace rispondo: Aggiudicato!

Questa risposta ha lasciato a volte perplesso qualcuno, che evidentemente ha capito che volevo ugualmente esprimere un assenso alla sua proposta quindi ha capito che il mio era un sì, ma non ha capito bene perché ho usato il verbo aggiudicare.

Allora, il verbo ha più utilizzi a dire il vero, ma in questo caso, quando lo suo come una esclamazione: aggiudicato, aggiudicata, aggiudicati, aggiudicate, sto usando un linguaggio tipico delle aste.

Sapere cos’è un’asta? Un’asta è quando si mette in vendita qualcosa: un oggetto, un appartamento, un quadro eccetera, ma la persona che farà l’acquisto sarà quella persona che offrirà il prezzo più alto:

Chi si aggiudicherà il quadro? Se lo aggiudicherà chi offre la maggiore quantità di soldi, chi farà l’offerta migliore. Allora se un quadro viene venduto all’asta per 1000 euro, il venditore riceve le offerte e dà alcuni secondi di tempo alle altre persone per offrire di più:

500 euro!

Chi offre di più?

700 euro!

700 e 1, 700 e 2…

1000 euro!

1000 euro e 1, 1000 euro e 2… 1000 euro e tre!

Aggiudicato per 1000 euro!

Il quadro quindi è stato venduto per 1000 euro, e l’acquirente, cioè colui che lo ha acquistato, se lo è aggiudicato per 1000 euro. Si dice così perché c’era una specie di competizione, di gara, un’asta in questo caso.

Allora informalmente, nel linguaggio di tutti i giorni, quando si accetta qualcosa, quando si riceve un’offerta, anche se non c’è nessuna asta, nessun acquisto, si usa dire: aggiudicato! Un’esclamazione che sta per ok, sì, va bene, ma è quasi come dire “hai vinto!”. Si usa questa esclamazione quando si vuole dare soddisfazione a chi propone qualcosa. Si tratta di rispondere a delle proposte, più che a delle offerte.

Attenzione a non confondere aggiudicare, tutto attaccato con ” a giudicare” scritto con due parole staccate, oppure a non confondere aggiudicato (una sola parola) con “ha giudicato” (verbo avere + giudicato): la pronuncia è la stessa ma la frase fa capire che si tratta di due verbi diversi: aggiudicare nel primo caso, giudicare nel secondo caso:

A giudicare dalla tua espressione non hai capito molto di quello che ho detto.

In questo caso uso “giudicare“: “A giudicare dalla tua espressione”, è come dire “giudicando dalla tua faccia”, “dovendo dare un giudizio basandomi sulla tua espressione”, oppure “guardando la tua espressione”. Il verbo è giudicare, non aggiudicare.

Oppure:

Ho giudicato giusta la tua offerta.

Quindi è come dire: il mio giudizio sulla tua offerta è positivo. Sto usando il verbo giudicare, non aggiudicare. Io ho giudicato. il verbo aggiudicare non c’entra.

Tua madre mi ha giudicato male.

Anche qui, detto velocemente ha la stessa pronuncia. Ancora una volta uso giudicare. Tua madre ha dato un giudizio sbagliato su di me. Adesso vediamo una frase di ripasso, proprio una di quelle che quando mi è stata proposta ho risposto così: aggiudicata!

Bogusia (Polonia):

Vai a capire perché non ho voglia di uscire oggi, considerando il mio amore per la natura. È ben risaputo che per ovviare al pericolo di contagio è meglio starsene a casa, però, che vuoi, normalmente, non me la sento di tenere a bada la voglia di uscire. Oggi però, nonostante il sole splendente e le temperature miti forse il mio corpo, a mia insaputa, ha sentore del cambiamento del tempo. Sembra infatti che domani pioverà, Dio permettendo. Così dicono i meteorologi, e se non accadrà, a loro dire la raccolta agricola di questo anno è passibile di danneggiamento.
Poi con la pioggia non sarà più peccato starsene a casa e allora non mi resterà che costruire delle frasi di ripasso come si deve.

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260 – Dare di volta il cervello

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Giovanni: Quando siete arrabbiati, in lingua italiana, ci sono molte espressioni che potete usare, e queste espressioni molto spesso si usano solamente in queste occasioni. Probabilmente questo accade un po’ in tutte le lingue. Una di queste espressioni è “dare di volta il cervello”.

Quando ad una persona dà di volta il cervello significa che è impazzito, che è diventata pazza, ma in realtà si usa quando si sta parlando con una persona che fa qualcosa di illogico, qualcosa di irrazionale, che ha delle gravi conseguenze. Quindi anziché esclamare: ma sei impazzito?

Spesso si dice:

Ma, dimmi una cosa: ti ha dato di volta il cervello?

E’ una domanda retorica ovviamente, non una vera domanda, come a dire:

Ma cosa hai fatto? Come ti è venuto in mente?

Cosa ti è passato per al mente? Perché l’hai fatto?

Ti ha dato di volta il cervello?

A volte si tratta di un gesto sconsiderato, di un gesto inconsulto, fatto senza riflettere e senza valutare le possibili conseguenze delle proprie azioni. Un gesto avventato, scriteriato, imprudente.

Di fronte a questi gesti, a questi atteggiamenti, spesso viene spontaneo esclamare

Ti ha forse dato di volta il cervello?

Di solito si pone sotto forma di domanda, ma può capitare di trovare anche delle classiche esclamazioni:

A Paolo deve aver dato di volta il cervello per comportarsi in quel modo

Dare di volta significa rovesciare, capovolgere, quindi quando dà di volta il cervello, il cervello si capovolge, si vuole dare questa immagine figurata, ma significa perdere la ragione.

Normalmente quando si parla di qualcuno che è impazzito si dice semplicemente così, che è impazzito. Dare di volta il cervello si usa invece appunto quando si è stupiti, e spesso adirati, arrabbiati, perché le conseguenze erano chiare, e questo gesto sembra proprio fatto senza ragione.

Il termine volta si utilizza perché dà il senso del cambiamento. Anche il verbo volgere ha anche questo significato. Ma anche il termine volta indica cambiamento: questa volta, stavolta, si usa quasi sempre per indicare un cambiamento.

Ripassiamo adesso alcune espressioni spiegate nelle puntate precedenti.

Xiaoheng: Non vedo come possa riuscire a tenere a bada la voglia di fare una chiacchierata con voi. Facciamo un ripasso insieme?

Ulrike: Ottimo! Me la sento anch’io. Vi è qualcun altro fra i membri dell’associazione italiano semplicemente che vuole partecipare?

Rauno: Domanda retorica mi pare. Certo! Questi ripassi di gruppo hanno veramente un certo non so che

Bogusia: Infatti! Che poi ci si debba scervellare un po’, pazienza.

Camille: Infatti, direi che ci si può divertire insieme e al contempo ingranare con la lingua italiana.

Andrè: Ogni tentativo di ripasso è benaccetto per Gianni.

Khaled: Quindi nessun tentativo è fuori luogo.

Anthony: Non dobbiamo che provare quindi.

Emma: laddove ci siano errori, li correggerà lui.

Andrè: Quantomeno non dobbiamo fare tutto da soli.
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259 – Non avere che da…

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Giovanni: Quanti modi ci sono per dire “solo questo”, “solamente una cosa”, e frasi di questo tipo?

Ti devo dire solo una cosa

Prendiamo questa frase ad esempio.

Potremmo sostituire solo con soltanto o solamente oppure con unicamente, o semplicemente, ma potete anche usare la congiunzione “che”. In questo modo:

Non ti devo dire che una cosa.

Questa frase è una forma alternativa di:

Non ti devo dire nulla, tranne una cosa

Quel “che” quindi può essere usato per introdurre un’eccezione. In fondo si tratta di una eccezione. Abbiamo già visto nella puntata 170 che per introdurre un’eccezione si usa spesso anche “fare salvo“.

Nessuno può entrare, tranne te.

Può diventare:

Non può entrare nessun altro che te.

Tu sei quindi una eccezione.

Ma quando si usa in pratica questa forma? Possiamo farlo sempre? È solamente una alternativa a fare salvo?

No, non è solamente un’alternativa a fare salvo.

Potete usarla in molte occasioni anche per sottolineare un’esclusiva, o un onore, ma il modo migliore per usarla è per spingere qualcuno ad un’azione. Lo vediamo dopo, ma più in generale ci sono anche altre forme equivalenti:

Non può entrare nessun altro all’infuori di Giovanni.

Nessuno eccetto Giovanni

Nessuno salvo Giovanni

Nessuno fuorché Giovanni.

Sono tutte forme equivalenti.

Il termine fuorché, se ci pensate, contiene fuori ma anche che.

Questo ci conferma come “che” si possa usare per esprimere eccezioni.

Dicevo però che la forma con “che” si usa soprattutto quando si vuole dare un’idea di facilità, di semplicità, quando volete invitare qualcuno a fare qualcosa, qualcosa di semplice. Se volete dire che basta poco, che ci vuole poco, solo una cosa, una piccola cosa, allora possiamo dire:

Dai, non aver paura di parlare in italiano, è facile, non devi far altro che provare.

Oppure:

Non hai da fare altro che provare.

Non devi fare altro che provare

Non hai che da provare

Non devi che provare

Non ti resta che provare

Non resta che provare

Queste ultime forme sono quelle più brevi e forse le più difficili per voi stranieri da capire.

Si usano molto spesso quando si vuole spingere qualcuno a fare qualcosa, per convincerlo che basta una sola cosa da fare. Poi nient’altro.

Non sai se Paola ti ama? Non hai che da chiderglielo. Non devi che chiederglielo. Non ti resta che chiederglielo.

Adesso vorreste una frase di ripasso delle puntate precedenti? Non avete che da ascoltare gli esempi che seguono:

Mariana (Brasile): ho un problema a cui ovviare nel più breve tempo possibile. Vorrei smarcarmi da un ragazzo che mi dà fastidio. Qualcuno potrebbe essermi di ausilio?

Xiaoheng (Cina): potrebbe aiutarti mio fratello che fa il poliziotto. Sarebbe un aiuto per interposta persona.

Ulrike (Germania): se vuoi posso darti anche io manforte.

Camille (Libano): hai visto che solidarietà? Poi dice gli amici a che servono!

Natalia (Colombia): già! Che poi non ci incontriamo così spesso non vuol dire nulla.

Bogusia (Polonia): incontri dal vivo intendi? O intendevi tutti gli incontri, ivi inclusi quelli per telefono o anche gli incontri virtuali?

Emma (Taiwan): se vogliamo anche un SMS è un modo per sentirci vicini.

RAN (CINA): ma torniamo a bomba. Cosa voleva quel ragazzo? Se ti tallona fisicamente ti consiglio uno spray al peperoncino 🌶

Giovanni: uno spray al peperoncino è sicuramente un buon rimedio. Anche per mantenere una certa distanza in questo periodo. Non abbiamo che da provare!

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Non avere che da - non dovere che

258 – Fuori luogo

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Essere fuori luogo, sentirsi fuori luogo

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Giovanni: Quando una persona dice di essere fuori luogo, o di sentirsi fuori luogo, cosa intende? Cosa vuole dire?

Il luogo è un termine che conoscete perché indica una località, un posto, un punto preciso, ma è anche un termine molto usato nelle locuzioni italiane, per formare frasi di significato diverso. Una di queste è appunto “fuori luogo”. Poi ne vedremo anche altre in questa rubrica di due minuti con Italiano Semplicemente.

Se qualcosa, e non solo qualcuno, è fuori luogo, non è mai una bella notizia. Significa che è poco appropriato alla circostanza, si dice spesso anche inopportuno, inadatto, poco consono. Quest’ultima è la versione formale di fuori luogo.

Se si tratta di una persona, si può anche dire che una persona si sente fuori luogo. Meglio usare il verbo “sentirsi” se si esprime una sensazione. Questo accade quando questa persona non si sente a suo agio in una situazione, si sente a disagio quindi, per diversi motivi: non si sente coinvolta, le altre persone sono molto diverse da lei, eccetera.

Si può trattare però anche di una battuta, di qualcosa che si dice per essere simpatici, magari in un gruppo di persone, ebbene, questa battuta può essere fuori luogo, nel senso che non era il caso di dirla. Forse perché mette in imbarazzo qualcuno, forse perché l’ambiente richiedeva un comportamento diverso, magari si tratta di una battuta su una persona importante e quindi c’è stata una eccessiva confidenza, una confidenza fuori luogo.

Scusami se te lo dico, ma hai fatto veramente una battuta fuori luogo.

Di fronte ad una battuta fuori luogo, e quindi inopportuna, inappropriata, sicuramente qualcuno ti guarderà male, perché l’atmosfera che si è creata è un po’ imbarazzante.

Badate bene che quando si dice qualcosa di fuori luogo., qualcosa che appare fuori luogo, questo qualcosa che si dice potrebbe tranquillamente non essere inappropriato in altre occasioni. Però in quel caso era sicuramente fuori luogo.

Comunque si può trattare non solo di persone che si sentono fuori luogo o cose che si dicono essere fuori luogo. Tutte le cose inopportune, inappropriate e non adatte alle circostanze sono fuori luogo. Quindi può essere fuori luogo anche portare tua madre ad una festa tra amici.

Facciamo altri esempi:

Hai fatto una sceneggiata fuori luogo!

Non fare lo spiritoso. Il tuo è veramente un sarcasmo fuori luogo.

Le dichiarazioni del direttore erano fuori luogo in quel contesto.

Ma le persone normalmente potrebbero anche usare parole diverse per indicare un atteggiamento o qualcos’altro di fuori luogo, cioè non adatto alla circostanza. Allora ascoltiamo alcune frasi equivalenti. Le ascoltiamo da alcuni membri dell’associazione, che per l’occasione useranno anche espressioni che abbiamo già imparato. Così facciamo anche il ripasso.

Lejla: Secondo me non hai fatto una battuta divertente! Se vogliamo‘ potevi anche evitare!

Lia: Hai creato un po’ di imbarazzo sai? Era un posto troppo “in” per le tue spiritosaggini.

Maria Lucia: Non credi di aver esagerato? Non hai così tanta confidenza con il direttore per dire queste cose. Se si arrabbia poi te la vedi tu con lui!

Natalia: Non era proprio il caso di dire certe cose a cena col professore di nostro figlio. Non vorrei che questa cosa vada a suo discapito.

Ulrike: Le polemiche che ci sono state sono state esagerate, secondo me si potevano evitare. Non passerà di certo in cavalleria!

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257 – Vai a capire

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Vai a capire - Chissà

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Giovanni: oggi un episodio dedicato alla comprensione. Si tratta del n. 257 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Abbiamo iniziato circa un anno fa, e vai a capire quando finirà questa rubrica, se finirà!

Vai a capire” è l’espressione del giorno. Avete certamente capito che si tratta di una espressione che esprime incertezza. E’ certamente colloquiale come espressione, ed oltre ad essere un modo per esprimere incertezza, è quasi un invito personale, perché “vai a capire” sembra essere un invito a capire, un invito personale rivolto alla persona con la quale si parla, dando del tu a questa persona: vai a capire.

Quindi sarebbe tu vai a capire, ma in realtà non è un invito personale rivolto a te, con cui sto parlando. Esprime invece una incertezza che voglio manifestare non come una mia incertezza, ma come una incertezza generale, una incertezza di tutti.

Vediamo qualche esempio.

Vai a capire da quando è iniziata la diffusione del coronavirus in Europa.

Cioè: nessuno lo sa, è molto complicato scoprirlo. Quindi non sto dicendo, come potrebbe sembrare, che io voglio che tu vada a capire questo, perché non è un invito personale o un ordine. E’ solo un modo alternativo per dire: “chissà“, un termine che riassume da solo il senso della frase “vai a capire“.

Chissà da quando è iniziata la diffusione del coronavirus in Europa.

Una frase del tutto equivalente.

Una frase che non possiamo cambiare in nessun modo. Non possiamo dare del lei dicendo:

Vada a capire…

Non si usa questa forma. Se lo facciamo diventa un invito personale ad informarsi su qualcosa.

Coloro che hanno dei dubbi sull’origine del virus potrebbero dire:

Vai a capire se ci stanno nascondono qualcosa.

Anche in questo caso si esprime un qualcosa difficile da capire, un’informazione che potremmo non sapere mai se è vera oppure no. Chi potrà dirlo con certezza? Chissà quale sarà la verità!

Non si può neanche usare il voi:

Andate a capire… anche questo non si può dire, altrimenti sarebbe ancora interpretato come un invito personale.

Neanche “dovreste andare a capire” va bene, e nessun’altra forma.

Insomma, sia che parliate ad una persona che a più di una, sia che parliate del futuro, sia del presente che del passato, l’unica forma da usare è “vai a capire”, che è spesso sostituibile con “chissà”. Ci sono poi vari modi per usare “chissà”:

Chissà che, chissà chi, chissà dove, chissà come, chissà mai.

Quando uso “vai a capire“, però, cambia spesso il tono, che non è un tono esclamativo, ma lascia la frase un po’ sospesa, quasi in attesa di una risposta. Altre volte semplicemente è più interrogativa, esprime maggiormente una incertezza sulle molteplici possibilità o sull’impossibilità di qualcosa.

Vai a capire che fine ha fatto Giovanni – chissà che fine ha fatto Giovanni!

Vai a capire chi è stato a rubarmi la macchina – Chissà chi è stato a rubarmi la macchina!

Vai a capire dove sia finita la mia penna – Chissà dov’è finita la mia penna!

Vai a capire come abbia fatto Maria a innamorarsi di Alfredo – Chissà come ha fatto Maria a innamorarsi di Alfredo!

Vai a capire se mai riusciremo a risolvere il problema dell’inquinamento – Chissà mai se riusciremo (oppure: chissà se mai riusciremo) a risolvere il problema dell’inquinamento!

Chissà, notate bene, si scrive tutto in una parola, e si usa in modo diverso da “chi sa” scritto in due parole. Attaccato è una esclamazione, staccato è una domanda. La pronuncia però è la stessa.

Vai a capire se Giovanni riuscirà mai a rispettare la durata dei due minuti in un episodio.

Chissà! Vedremo. Chi sa di voi a quale minuto siamo arrivati? Ve lo dico io… 5 minuti e 48 secondi.

Poi un’altra differenza con chissà è che chissà si usa più spesso per esprimere dubbi, come: forse, mah, probabilmente, può darsi.

Comunque non abbiamo ancora ripassato. Allora facciamolo:

  1. Ma io non ho mai capito una cosa Gianni, tu dici che questi episodi durano due minuti, ma intendi due minuti ivi compreso il ripasso? Sei sempre poco chiaro Giovanni, lasciatelo dire.
  2. Beh, adesso smorziamo i toni però! Fai una seduta di Yoga per rilassarti!
  3. Arrabbiarsi fa male alla salute. Poi dice perché lo Yoga è tanto diffuso. C’è troppa gente nervosa!
  4. Tanto più che fare Yoga abbassa anche la pressione.
  5. È risaputo. Lo so persino io che non mi sono mai interessato.
  6. Beh, io invece, quale esperta di arti orientali, non possono non saperlo.
  7. Farà pure bene alla salute, ma tra il lavoro, le lezioni di italiano, i ripassi, lo sport, accompagnare i figli di qua e di là, fare anche Yoga proprio non è cosa! Adesso vi saluto perché ho la macchina parcheggiata in divieto di sosta. Sono passibile di multa!!

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256 – privo di fondamento

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privo di fondamento

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Giovanni: Di questi tempi si sente spessissimo parlare di fake news, o false notizie, messe in circolazione tramite Facebook, Whatsapp, Twitter eccetera. L’obiettivo di queste false notizie è guadagnare con la pubblicità. Queste notizie sono false. La maggior parte delle volte è facile verificarlo, altre volte è un po’ meno facile. Dipende tutto da quanto fondamento abbiano queste notizie.

Il fondamento è l’oggetto dell’episodio di oggi. Cos’è questo fondamento? 

Si tratta del singolare de “le fondamenta”, termine usato in edilizia, nelle costruzioni: quando si costruisce una casa si inizia dalle fondamenta, che si trovano sotto la casa, alla base: le fondamenta di un palazzo, le fondamenta della casa o di una chiesa eccetera. Le Fondamenta, quindi al femminile plurale si usa anche in modo figurato: si ci si riferisce alla base di un discorso, all’idea base. Ad esempio posso dire che il Covid-19 mina alle fondamenta il capitalismo e liberismo.

Si parla dell’idea stessa di capitalismo ciò che sta alla base della costruzione del liberismo: il Covid si è diffuso grazie al movimento delle persone, al consumismo quindi, al commercio, che stanno alla base del capitalismo.

Era solo un esempio ovviamente, niente di personale contro il liberismo.

Al maschile invece “Fondamenti” è un secondo plurale di fondamento, e il senso è simile. Si usa molto nella didattica però, quando si parla di pensiero, di discipline, di materie scolastiche di studio.

I fondamenti della fisica, della psicologia, eccetera. Molti libri si chiamano così: fondamenti di statistica, fondamenti di matematica eccetera, dove si insegnano le basi, le cose “fondamentali”, cioè quelle più importanti, che vanno studiate prima delle altre, i concetti su cui si basa tutta la materia.

Al singolare invece  è solamente fondamento. E’ solo maschile. E quando si usa? Si usa per indicare, come al plurale maschile, qualcosa di necessario, potremmo dire un presupposto, qualcosa che non deve mancare, perché se manca si dice che una cosa è priva di fondamento. Si usa il verbo privare, simile a togliere, sottrarre. Si usa con le cose importanti e necessarie:

privare un cittadino dei diritti fondamentali

privare della libertà

eccetera.

Questa espressione “priva (o privo, privi, prive) di fondamento” si trova spessissimo quando si parla di false notizie. Notizie ad esempio che si vede subito che sono false, perché manca qualcosa di fondamentale, di necessario. Sono prive di fondamento, sono prive di alcun fondamento, sono notizie prive di ogni fondamento.

Si può usare anche con le teorie:

Coloro che pensano che la terra sia piatta sostengono una teoria priva di fondamento.

Come si fa a dimostrare una cosa del genere? Quali sono le basi? Quali evidenze scientifiche ci sono a supporto di questa teoria?

E’ una teoria evidentemente priva di ogni fondamento.

E la Cina ha creato il virus Covid-19 in laboratorio? Anche questa notizia, dicono gli esperti, è priva di fondamento.

Così però, cioè usando il singolare, si è un po’ generici. Ma se specifichiamo il tipo di fondamento meglio usare il plurale. “Fondamenti”. In genere si citano i fondamenti scientifici, perché la scienza spesso è a alla base di tutti i fenomeni).

E’ una teoria totalmente priva di fondamenti scientifici, priva cioè di basi scientifiche.

Chi dice che non bisogna usare i vaccini si fida di teorie prive di fondamenti scientifici.

E il plurale femminile? Potete usare “privo di fondamenta” in sostituzione ma evidenzia che manca una base teorica. Non si usa per le notizie, ma si può usare per uno studio scientifico o un ragionamento tecnico che non “regge”. Non c’è bisogno di specificare in questo caso il tipo: scientifiche, morali eccetera. E’ più tecnico.

Il ragionamento dell’avvocato è privo di fondamenta

Non è una falsa notizia altrimenti sarebbe priva di fondamento.

Questo bilancio aziendale non si può approvare poiché è privo di fondamenta

Non si regge quindi, crolla come una casa senza le fondamenta.

Quindi ricapitolando “prive di fondamento” si usa più spesso con le notizie, e significa “non si possono dimostrare”, “è facilmente dimostrabile il contrario”, “privo di fondamenta” è più tecnico, quindi si parla di credibilità fondata su teorie note a tutti. Infine “privi di fondamenti” (maschile plurale) richiede in genere di specificare: teorie prive di fondamenti scientifici.

Adesso ripassiamo prima che vi venga il mal di testa.

Ulrike: Ciao amici, avete presente la puntata 43 della rubrica “Due minuti con italiano semplicemente“? Quella sull’espressione voci false e tendenziose?

Andrè: Vuoi che non ce ne ricordiamo! È persino una delle mie preferite. Di voci false e tendenziose se ne sentono tante ultimamente.

Bogusia: Ho sentore che tu stia parlando delle voci che corrono sulla pandemia da Covid19. Infatti, ce ne sono tante.

Sofie: Per esempio quelle secondo cui la misura è colma , e che il virus sarebbe solo un’influenza stagionale del tutto normale e pretendono che la morsa delle restrizioni sia sciolta di punto in bianco.

Doris: Poi ci sono anche quelle voci sulla falsariga del complottismo, coloro che parlano di poteri misteriosi dietro a tutto, e nella loro morsa ci finiscono tutti ivi inclusi i governi ed i massmedia. Queste sì che sono tendenziose!

Andrè: non vi dico, ragazzi! in Brasile ci sono anche coloro che credono che il coronavirus sia una creazione cinese per favorire una dittatura comunista! un’ipotesi bizzarra, direi!

Xiaoheng: Ipotesi bizzarre? Può darsi che lo siano, però non possiamo fare i finti tonti ed ignorarle. Alcune sicuramente non sono prive di fondamento. Boh, forse bisogna armarsi di pazienza e un giorno la verità verrà a galla. Il che non cambia che la maggior parte di tali ipotesi sia da prendere con le molle .

Xin: Idee peregrine secondo me, sguarnite di fatti comprovati. Io invece ho una fifa blu di un nuovo crescendo delle infezioni dopo i primi passi di ritorno verso una vita “normale”.

Mariana: Speriamo di no, altrimenti a risentirne saremmo noi .

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255 – smorzare i toni

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Trascrizionesmorzare i toni

Giovanni: Oggi vediamo “smorzare i toni“, un’espressione che si usa quando c’è una discussione animata, quando delle persone discutono, non litigano necessariamente, ma i toni diventano un po’ alti, ed allora bisogna smorzarli. Si dice spesso anche “abbassare i toni“, equivalente ma meno formale.

I toni diventano alti non significa che le persone parlano ad alta voce, non solamente almeno, ma che la discussione sta per degenerare. Si dice così quando il dialogo, il normale confronto tra idee e opinioni degenera cioè cambia, si modifica in peggio, quindi peggiora e va verso una discussione confusa, animata, in cui a volte una persona parla sopra la voce dell’altra senza farsi problemi, oppure quando si inizia ad accusare l’altra persona di dire il falso, di dire bugie. Certo, solitamente si alza un po’ la voce in questi casi, ed il tono delle voci si alza, come anche la tensione.

Smorzare è abbassare, è simile anche a soffocare, spegnere.

Emanuele: Volevo dire che ci sono anche altri sinonimi di smorzare: attenuare, attutire, temperare, diminuire, ridurre, affievolire.

Giovanni: Si sente spesso usare questa frase nelle trasmissioni televisive, in occasione di confronti tra personaggi politici, ma si può usare anche se c’è una sola persona che parla. Io potrei rivolgermi a questa persona che parla ma che sta iniziando a usare parole poco cortesi verso qualcuno, e potrei dire: ti invito a smorzare i toni, un modo abbastanza formale per dire: stai calmo, non ti agitare, abbassa la voce, non perdere la pazienza, cerca di essere più moderato, sii meno esuberante, potresti essere offensivo, cerca di usare termini più pacati. Ecco, l’invito a smorzare i toni, equivale ad usare dei toni pacati. Termine usato spesso negli stessi contesti, sempre abbastanza formali.

Non è quindi un’espressione usata in famiglia o tra amici ma come dicevo si usa spesso in TV, nelle trasmissioni televisive, nei faccia a faccia, ed anche in parlamento o al senato. Il presidente si può rivolgere ai parlamentari in questo modo: smorziamo i toni, siete invitati a smorzare i toni, si richiede una maggiore pacatezza nei toni.

Lo stesso invito può essere fatto dal conduttore della trasmissione a chi sta alzando i toni durante il dibattito televisivo: vi invito ad usare toni più pacati.

In famiglia invece si usano altre espressioni:

Per favore ragazzi non esageriamo adesso! Calmi!

Ragazzi, ci vuole un po’ meno enfasi ok?

Ragazzi, non si discute in questo modo, state un po’ degenerando adesso.

Adesso invece ripassiamo.

Bogusia: Buongiorno a tutti, sono di nuovo qui, Bogusia, polacca e al contempo membro dell’associazione culturale italiano semplicemente. Non riesco a tenere a bada la voglia di condividere con voi le informazioni che riguardano il crocifisso di San Marcello al Corso che ha cominciato a fare capolino sui social. Pare che abbia un certo non so che. Lo faccio naturalmente sulla falsariga degli episodi precedenti, visto che il crocifisso si trova a Roma nella omonima chiesa e direi che forma un binomio inscindibile con la capitale.
Voi ve ne siete accorti? Non ho ben presente se tutti voi abbiate seguito la preghiera di Papa Francesco davanti a questo crocifisso in piazza San Pietro, insolitamente sguarnito di fedeli. Senza cincischiare mi sono prefissa di mettermi all’opera.
Si dà il caso che la chiesa di San Marcello al corso fosse andata distrutta nella notte tra il 22 e il 23 maggio del 1519. Tradizione (e fortuna) hanno voluto che l’unico manufatto a sopravvivere dall’incendio fosse un crocifisso ligneo che decorava l’altare maggiore. Fu subito, di punto in bianco ritenuto miracoloso dalla popolazione.
Questa sua luminosa fama crebbe quando nell’agosto del 1522, il cardinale spagnolo Raimondo Vich, per scongiurare una pestilenza che era scoppiata a Roma, volle portare il crocifisso in processione in tutta la città. Il rito durò nientepopodimeno che diciotto giorni e terminò con l’ingresso nella Basilica di San Pietro.
Dopo aver letto tantissimi articoli mi ha preso alla sprovvista il fatto che, conformemente a oggi, a causa della pestilenza era vietato accalcarsi, con tutti gli annessi e connessi. A un certo punto il cardinale Vich decise di mettersi di traverso, rompere gli indugi e correre ai ripari. Una mozza azzeccata, tant’è vero che migliaia di persone si accalcarono per seguire il corteo portando in processione penitenziale il crocifisso di San Marcello al Corso dalla Basilica di San Pietro. Secondo le cronache di allora la peste scomparve quei giorni da Roma. Una grazia venuta dal cielo? Si tratta di sciocchezze? Di fesserie? Cose da medioevo, e chi ne ha più ne metta? Io non credo.
Fatto sta che oggi accusiamo il colpo della “peste” dei giorni nostri non solo a Roma ma il mondo intero ne subisce gravemente le conseguenze. Dobbiamo fermarci anche noi e smarcarci dalla presunzione. Non mi risulta che siamo già a cavallo riguardo al vaccino o farmaci per sconfiggere il virus. Forse dobbiamo svoltare in un’altra direzione, conformemente alla decisione del vescovo di allora? Dio permettendo ovviamente.
Magari non è ancora tardi per chiamarlo in causa.
Altrimenti stiamo freschi! Altro che storie!

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

254 – Poi dice…

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Poi dice

Trascrizione

Episodio 254 della rubrica due minuti con italiano semplicemente. Poi dice che ci sono pochi episodi in questa rubrica…

Oggi ci occupiamo proprio di frasi di questo tipo, che contengono l’espressione “poi dice che”.

È un po’ strano scriverla, ed infatti si usa all’orale solitamente perché è una di quelle espressioni che per poterle capire è importante ascoltarle; ascoltare il tono che si usa intendo.

Questa espressione si usa quando si vuole confermare oppure smentire qualcosa, qualcosa che si dice, cioè qualcosa che alcune persone dicono.

In pratica qualcuno potrebbe mettere in circolazione delle notizie, notizie che possono essere vere oppure false. Si può trattare anche di stereotipi, di cose che si sentono dire da anni, tipo: gli italiani non hanno voglia di lavorare, i tedeschi sono persone precise eccetera.

Allora se ad esempio io conosco alcuni italiani che sono lavoratori infaticabili, che lavorano giorno e notte, potrei commentare dicendo:

Ecco, guarda queste persone come lavorano giorno e notte. Poi dice che gli italiani non lavorano…

È una frase, un’esclamazione che serve a smentire questa credenza sbagliata. Non è vero che gli italiani non lavorano. Guarda queste persone!

Il tono è importante perché in teoria potrei anche essere ironico e con questa esclamazione voglio confermare questa credenza, questa cosa che si dice degli italiani.

Ecco, guarda che sfaticati questi italiani davanti a te. Poi dice che gli italiani non lavorano…

Se la cosa che si dice è molto conosciuta posso anche abbreviare.

Poi dice gli italiani…

Non c’è bisogno di aggiungere altro, basta il tono e se non basta, uno sguardo un po’ ironico e sarcastico.

Posso fare altri esempi:

Guarda tuo figlio. Ha detto che rientrava alle 10 invece si presenta a mezzanotte. Poi dice perché non ti fidi di lui…

Questo è un esempio un po’ diverso: si usa per dare una risposta scontata. Per mostrare con un esempio concreto qualcosa che ho detto, o che dici spesso. Sarebbe come dire: ecco, vedi perché non mi fido di mio figlio? Lo capisci adesso? Ma in questo caso non è una domanda, o almeno non sempre. Posso anche fare una esclamazione: poi dice perché non ti fidi di tuo figlio! Se è una domanda, se la pongo con il tono di una domanda, in realtà non è una vera domanda: è una domanda retorica (ricordate?)

Accidenti che casino che hai fatto!! Poi dice perché ti arrabbi!

Alla fine della frase si possono mettere dei puntini di sospensione oppure un punto esclamativo.

Molto spesso è una espressione che si usa per lamentarsi, come in questo caso, quindi pronunciata con tono polemico. Anche quando voglio confermare o smentire qualcosa il tono è un po’ polemico, perché ciò che accade in quel momento e che si sta commentando, è una prova di qualcosa che si dice sempre o spesso, e che molte persone mettono in discussione, dicono che non è vero, dicono che è sbagliato pensare queste cose. Ed invece? Ecco, guarda! Poi dice che… Poi dice come mai… poi dice perché….

Altri due esempi:

Ma guarda che bella giornata oggi a Londra! Poi dice che qui piove sempre!

Lo sapevo che quel cane mi avrebbe morso. Poi dice come mai non sopporto i cani!

Mi trovo sempre benissimo quando vado in vacanza in Italia. Poi dice perché ci vuoi andare tutti gli anni!

Ma una domanda nasce spontanea: chi è che lo dice? Di chi si sta parlando? Chi è che “dice”?

A volte si tratta di stereotipi, come ho detto, di credenze, di voci che girano, altre volte si sta parlando di una persona specifica, ed allora il tono è più ironico. Forse sto parlando di mia moglie o di mio marito che mi sta ascoltando mentre dico questa frase.

In questi caso potrei usare un tono più serio:

Quindi non mi chiedere il motivo per cui preferisco l’Italia!

E non mi chiedere più perché ho paura dei cani!

Ma noi italiani amiamo scherzare ed essere ironici, giusto? Poi dice perché ti piace Italiano Semplicemente…

Bogusia (Polonia): È ormai ben risaputo il fatto che con tutti questi dispositivi che abbiamo a disposizione, imparare le lingue straniere è molto più semplice.
Ho iniziato la mia avventura con l’italiano con un grosso dizionario a portata di mano, perdendo il tempo sfogliandolo di buona lena. Mi sono scervellata tanto per capire come ovviare a questo spreco di tempo . Un giorno ho trovato italiano semplicemente e di punto in bianco ho capito che faceva proprio al caso mio. Bisognava solamente dare seguito alle sette regole d’oro. E funzionava, eccome se funzionava. Qualora qualcuno cercasse qualcosa di ancora più adeguato, sta fresco!

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Video con sottotitoli

253 – Ovviare

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Ovviare, ovvia, scontato, naturale

Trascrizione

Episodio 253 della rubrica due minuti con italiano semplicemente. L’episodio scorso invece era il numero 252. Beh, questo è ovvio. Ho appena detto un’ovvietà.

A proposito di ovvio. Sapete tutti che ovvio significa scontato, naturale, facile da capire. Ma cosa ha a che fare ovvio con ovviare?

Ovviare significa risolvere, porre rimedio, rimediare, riparare. Ci deve essere un problema, una difficoltà, un ostacolo.

Allora possiamo ovviare a questo problema proponendo una soluzione. Ovviare quindi è come andare incontro alla soluzione, rimuovere qualcosa che impedisce il raggiungimento di un risultato.

Allora? Ovvio ed ovviare cosa hanno in comune? Non è così ovvio vero? Non è così scontato, indiscutibile, questo è vero, ma quando cerco di ovviare a un problema, quando voglio ovviare a una difficoltà, sto cercando una strada, una “via” (questo sta all’origine) per risolvere un problema.

Come ovviare a questo problema? Ma è ovvio, ecco la soluzione! La strada è chiara, la via da seguire è scontata.

Ecco il legame dunque. La via, la strada.

Ovviare ad un problema, cioè rendere la strada libera da ostacoli, liberarla.

Questo permette di risolvere il problema. Quando si ovvia, quando si riesce ad ovviare ad un ostacolo, abbiamo risolto il problema.

C’è il senso del movimento nel verbo ovviare. E c’è anche in tutte le cose quando sono ovvie: la strada da prendere è ovviamente una sola.

Allora cos’avete capito da questo episodio?

Beh per quanto mi riguarda ho fatto fatica a trovare una strada per collegare ovvio con ovviare.

È la prima volta che mi capita di associare le due cose. Comunque intanto abbiamo ovviato ad un problema. Quale problema?

La pronuncia di ovviare, che non è così ovvia. E neanche la scrittura.

Io ovvio al problema

Tu ovvii al problema (con due i: ovvii)

Lui ha già ovviato al problema, ovviamente. Lui trova sempre la soluzione.

Ti ricordi come ovviammo allo stesso problema l’altra volta?

Se voi ovviaste al problema come abbiamo fatto noi, sarebbe ovvio che ci avreste copiato.

Loro ovviano al problema a modo loro, come al solito.

Ora, ovviamente, essendo arrivati alla fine dell’episodio, c’è un dialogo di ripasso. Ma a cosa serve? Serve ad ovviare alla scarsa memoria.

Mariana: ciao, io mi chiamo Mariana e sto passando la quarantena all’insegna del relax.

Sofie: anch’io, anche se mi piacerebbe fare una capatina al Mare ogni tanto.

Ulrike: io volendo potrei anche farlo, abito vicino al mare, ma vi incontrerei la polizia.

4- dai che se resistiamo ancora un po’ siamo a cavallo!

5- giusto. Intanto un’altra settimana è andata!

RAN: abbiamo quasi svoltato!

7- appena saremo liberi, organizziamo una riunione dei membri dell’associazione. Come la vedete?

Xin: fortuna vuole che a luglio ed agosto sarà permesso andare in Italia.

Andrè: ma che sorta di estate sarà?

Doris: non lo so, ma se ci vediamo, dobbiamo essere tutti, ivi inclusi i brasiliani.

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252 – Ivi

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Ivi significato

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Episodio 252 della rubrica più seguita di italiano semplicemente. Si tratta di tutti brevi episodi, ivi incluso quello che state ascoltando e leggendo adesso.

Ivi: conoscete questa parola di tre lettere? Il modo più comune si usarla è proprio in questo modo: ivi incluso, ivi inclusa, ivi compreso, ivi compresa.

Si usa quando volete semplicemente dire che ad un certo gruppo appartiene anche uno o più “elementi” in più, quindi persone, cose, oggetti o altro.

Voglio quindi specificare che è incluso qualcuno o qualcos’altro, perché evidentemente è il caso di chiarirlo, forse non è così scontato, oppure semplicemente per fare chiarezza o per evidenziarlo.

Ad esempio:

Nessuno potrà mai dirmi cosa devo fare nella mia vita, ivi inclusi i miei genitori.

Voglio sottolineare quindi questa mia considerazione finale. Ma volendo posso anche eliminare il termine ivi.

Nessuno potrà mai dirmi cosa devo fare nella mia vita, inclusi i miei genitori.

Senza ivi quindi.

Sarebbe come dire:

Nessuno potrà mai dirmi cosa devo fare nella mia vita, e quando dico nessuno intendo anche i miei genitori.

Potrei anche dire:

intendo dire neanche i miei genitori, compresi i miei genitori, inclusi i miei genitori, ma con “ivi” voglio essere più preciso, diciamo, e voglio sottolineare, rimarcare, evidenziare questo fatto.

Si usa non moltissimo nel linguaggio di tutti i giorni ma molto nelle comunicazioni della pubblica amministrazione, che tiene molto a chiarire alcuni concetti legati ad esempio ai permessi o ai divieti per i cittadini. Anche i giornalisti lo usano molto.

Questa legge ha come scopo la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, ivi compresi quelli sociali dei lavoratori.

Per fare la carta d’identità ci si deve recare presso gli sportelli comunali, la comunicazione è rivolta a tutti, ivi compresi i cittadini stranieri.

L’accesso ai locali è vietato a tutti, ivi esclusi i dipendenti dell’amministrazione.

Ebbene sì, si usa anche per escludere quindi. Non solo per includere.

C’è anche un altro uso di questo termine, ma usato perlopiù dalla pubblica amministrazione, anche stavolta.

Significa “in quel luogo“, “in quel posto”.

Es: dal 1 gennaio cambia il sistema sanitario italiano dei cittadini britannici ivi residenti.

Cioè residenti in Italia. È quasi come qui o li, o lì dentro o qui dentro. Un luogo o un posto che abbiamo già indicato nella frase. Questo è importante, altrimenti non si capisce ivi, che indica un luogo, a cosa si riferisca.

È un linguaggio a cui siamo abituati in Italia ma che normalmente – intendo nel linguaggio comune – non si utilizza molto.

Tra l’altro non si usa che con tre o quattro verbi: risiedere, situarsi, ubicarsi e contenere.

Il ladro ha rubato la cassaforte e tutto il denaro ivi contenuto (cioè il denaro che si trovava all’interno, dentro la cassaforte).

I rumori venivano dal centro della stanza e precisamente da uno stereo ivi situato.

Dov’era lo stereo quindi? Al centro della stanza, lo abbiamo già detto.

Vabbè adesso ripassiamo, altrimenti vi stancate troppo.

Abbiamo un bel dialogo da ascoltare.

Le voci sono di alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente, che stanno imparando velocemente a usare le espressioni spiegate nei vari episodi della rubrica, e come accade spesso sono proprio loro a formare queste frasi di ripasso ivi contenute.

Mariana: All’insaputa di Giovanni ho preparato una frase di ripasso anzitempo, vale a dire di riserva. Non si sa mai.

Ulrike: Hai fatto bene, è risaputo che dopo ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” si trova una frase di ripasso, tanto per rispolverare le parole passate.

Gema: Giusto, e per questo Gianni ogni due per tre chiede un tale ripasso da noi che siamo membri dell’associazione italiano semplicemente.

Bogusia: Non che queste richieste ci colgano alla sprovvista, ma si dà il caso che una tale serie di frasi non sia costruita in men che non si dica.

Doris: Infatti, neanche per chi si sapesse destreggiare più o meno bene con la lingua italiana.

Monica: Ah…quindi, se ho ben capito, hai abbozzato un testo con qualche parola della rubrica che potrai sfoderare, nel caso ce ne sarà la necessità.

Emma: Brava/o! Ne siamo curiosi. Un giorno ce lo farai sentire, per ora armiamoci di pazienza.

Xin: Scusate, vorrei però fare un distinguo: io di pazienza non ne ho affatto.

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Grandi personaggi Italiani (ripasso)

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ripasso_personaggi

Due minuti con Italiano Semplicemente. Episodio di ripasso, soprattutto degli ultimi episodi, diciamo fondamentalmente degli ultimi 30. Quindi dal numero 220 in poi. Ma ogni tanto ne ho usato anche qualcuno spot qua e là.

Dedichiamo questo episodio ai grandi personaggi italiani, alla loro vita, al loro pensiero, eccetera. Questo è dunque il pretesto per ripassare gli ultimi episodi della rubrica.

Iniziamo da Giovanni Casanova, noto come il più grande conquistatore di donne mai esistito, ma per la cronaca lui era anche stato un poeta, un filosofo e persino un agente segreto. Parlando di scrittori, non si può non citare Dante Alighieri, che tra un inferno, un paradiso ed un purgatorio, tempo permettendo, ebbe anche il tempo per fare ben 4 figli con una certa Gemma, che pare però non andasse troppo d’accordo col sommo poeta. Peccato! Una bella occasione persa per lei per essere ricordata al posto di Beatrice!

Un grande personaggio è stato anche Luciano Pavarotti. O dovremmo dire un personaggio grande? Sicuramente lui era noto e lo è tutt’ora in virtù della sua voce. Il grande tenore, che sarebbe morto nel settembre, apparve l’ultima volta apparve in televisione il 16 gennaio 2007.

Passiamo ad un altro grande uomo, sebbene molto più magro: Roberto Benigni, attore e comico, ma anche sceneggiatore e regista italiano. Con il film “La vita è bella” è riuscito a rendere fattibile, e con anche un grande successo, fare ironia sull’olocausto.

E cosa dire di Alessandro Manzoni? Voi mi direte: cosa c’entra Manzoni con Benigni?

Niente, dico io, ma tantomeno c’entra con Pavarotti. Ma in realtà qualcosa in comune ce l’hanno, poiché sono quantomeno tutti italiani e famosi, grandi personaggi, appunto.

A questo punto potremmo parlare di Alessandro Volta, inventore della pila (cioè della batteria) e inoltre, all’insaputa di tutti, anche nientepocodimeno che del gas metano.

E Silvio Berlusconi? Imprenditore e politico, sennonché ex presidente del Milan. Veramente ama dilettarsi anche cantando ogni tanto, ma definirlo un artista della voce, un cantante, sarebbe un parolone.

Mi viene naturale spendere anche due parole su Benito Mussolini, primo ed ultimo dittatore italiano. Per fortuna i tempi sono cambiati ma oggi l’Italia soffre ancora di qualche postumo del fascismo, ma, a suo modo direi che è stata un’esperienza che ha insegnato molto all’Italia. Tutto ciò che sta nei libri di storia non passa mai in cavalleria, fortunatamente.

Anche Gabriele D’Annunzio ha vissuto nel periodo fascista, ma lui ha vissuto come protagonista la prima guerra mondiale. Molti parlando di d’Annunzio lo definiscono soprattutto come un grande scrittore fascista, laddove invece altri dicono che di questo non ci sono prove, altro che storie, e che le sue lettere al Duce fossero piene di lusinghe ma anche di minacce che lo stesso Mussolini non era in grado di cogliere.
Cambiamo genere: Roberto Saviano, scrittore dei giorni nostri noto soprattutto per la sua lotta contro la camorra.

In effetti credo che i suoi libri vadano di traverso a molti personaggi della malavita. Se potessero mettergli le mani addosso non credo che si limiterebbero a cazziarlo. Tant’è vero che Saviano è seguito e protetto notte e giorno dalla sua scorta.

Ma lo sapevate che anche Bud Spencer era Italiano? L’attore, deceduto nel 2016, si chiamava Carlo e in gioventù fu anche un grande nuotatore. Lo so, magari è risaputo, ma i suoi film facevano molto ridere soprattutto i bambini. Lui e Terence Hill formavano un binomio indissolubile e se le davano di santa ragione in tutti i loro film.

Invece Marco Polo di film non ne ha fatti, anche perché a suo tempo era impossibile. Lui preferiva viaggiare verso est e scrivere. Si chiama “Il milione” la sua opera letteraria più famosa. Lui la Cina la conosceva bene e chissà cosa avrebbe pensato del corona virus. A quei tempi comunque non bisognava rendere conto alla polizia se si usciva di casa. Oggi quasi solo chi ha un cane può uscire per fargli fare i bisogni, non è passibile di sanzione.

Non ho ovviamente chiamato in causa Marco Polo per via della Cina e del virus, solo che faceva proprio al caso mio, considerando che sto cercando un pretesto per parlare dei vari personaggi in qualche modo.

Allora adesso è il turno di Romano Prodi, uomo politico che a dispetto dell’età è ancora molto ricercato per la sua capacità di analisi critica politica.

A suo dire il destino dell’Europa si gioca proprio sul coronavirus, ma forse in Europa qualcuno non ha ancora contezza della portata del virus in questi termini, ed oggi siamo arrivato alla resa dei conti.

Non c’è bisogno di essere allarmisti, neanche se andiamo a guardare il bollettino quotidiano sui morti per colpa del virus, ma semplicemente realisti. Le cose non stanno andando bene. Siamo ad un vero bivio con l’europa. Tanto piú che in Italia stanno venendo tutti i nodi al pettine con questo virus, nel senso che i problemi vengono a galla maggiormente nei momenti di difficoltà. I problemi che sono venuti a galla oggi pertanto sono solo una comprova di questo.

C’è chi dice: se sperate nell’aiuto dell’europa, state freschi! Chissà se hanno ragione!

Poi ci sono momenti in cui sembra che le varie Regioni sembrano voler prendere decisioni diverse, chi dice riapriamo i negozi, chi dice chiudiamo, c’e anche chi guadagna con la crisi, e ci specula pure, sembra insomma mancare un direttore d’orchestra, uno come Riccardo Muti per intendersi. Ma la musica evidentemente non è come la politica. Comunque ci riaggiorniamo tra qualche giorno e vediamo chi aveva ragione.

Se volete rilassarvi comunque possiamo parlare di Sophia Loren, attrice, diva degli anni 50 e 60, che truccava gli occhi solo con una leggera sfumatura di matita. E dire che il suo sguardo ne aveva moltissime di sfumature.

E di Giuseppe Garibaldi non vogliamo parlare? Lo faremo però a tempo debito. A lui voglio infatti dedicare un episodio a parte e devo pensare bene a come rendere omaggio a questo personaggio, perché credo che non ci rendiamo conto fino alla fine della sua importanza.

Mi spiace che siano finiti i grandi personaggi di cui parlare oggi per esercitarci, ma allora rimaniamo che vi faccio sapere quando faremo questo episodio su Garibaldi, nel frattempo vi saluto.

251 – È risaputo

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Trascrizione

Ho una domanda per voi: se un personaggio è molto conosciuto, possiamo dire che è un personaggio…

Famoso, noto, celebre

E se si tratta di una tela, di un quadro, di un’opera d’arte, di una canzone?

Può andar bene celebre, come i personaggi, o anche famoso, famosa, perché no.

E un libro? Per il libro è forse più adatto l’aggettivo diffuso. Un libro è come una malattia (strano a dirsi!); è come se partisse da un punto (da chi ha scritto il libro) e iniziasse ad allargarsi, a diffondersi, proprio come un virus. Ma perché sto parlando di virus?

Parliamo di notizie allora.

Anche le notizie si diffondono, e quando si sono diffuse diventano note, conosciute. Famose non è adatto. Ma quando una notizia riguarda un fatto, un avvenimento, qualcosa che è accaduto, si usa anche dire che è risaputa. Si usa però maggiormente al maschile: è risaputo.

Si usa soprattutto all’orale. Però si usa per le cose che accadono, con i fatti e con le attualità. Quindi sebbene non sia scorretto, non si usa dire ad esempio che è risaputo che Parigi è la capitale della Francia. Posso però dire che è risaputo che le torri gemelle sono cadute nel 2001. Questo è un fatto.

Tutti lo sanno, è risaputo, è notorio, è di dominio pubblico. Queste due forme sono più usate allo scritto, ma sono più o meno equivalenti.

È risaputo si usa soprattutto quando c’è bisogno di dire che qualcosa è nota a tutti. Forse la situazione lo richiede. Se una persona dice:

Ciao, vado al mare, ci vediamo stasera.

Ma dove vai? È risaputo che non si può uscire, c’è la pandemia, ce l’hai presente?

È quasi un modo per rimproverare qualcuno, per fargli notare che non conoscere questa cosa non va bene. Tutti lo sanno, è risaputo, dovresti saperlo anche tu!

Bene, ora facciamo un breve ripasso degli episodi precedenti. Qualcuno dirà: ma cos’è questo ripasso?

Ma è risaputo che alla fine di ogni episodio si fa una frase di ripasso, ed a farla sono i membri dell’associazione italiano semplicemente. Dunque a voi la parola

Bogusia: visto che siamo stati chiamati in causa adesso dobbiamo dire qualcosa

Lia: va bene qualsiasi cosa, è solo un pretesto per ripassare

Maria Lucia: che so, potremmo parlare delle vacanze estive?

Andrè: mmmm, ho sentore che potrebbero saltare

Xiaoheng: stai paventando un’estate all’insegna della solitudine?

Doris: diciamo che i bollettini quotidiani non sono incoraggianti

Lejla: e dire che io volevo andare in Italia quest’anno!

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250 – Passibile o Possibile?

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Avete mai incontrato la parola passibile finora?

Ho detto passibile, non possibile, ma stranamente i due termini sono collegati.

Infatti possibile (con la o) significa che una cosa può essere fatta, che c’è una possibilità. La possibilità riguarda il futuro (generalmente); non accade con certezza quindi.

Anche passibile significa che qualcosa può cambiare nel futuro a appunto, si parla di un cambiamento. Questo è un primo utilizzo del termine passibile.

Vediamo qualche esempio:

L’imposta è passibile di successivo aumento.

Significa che esiste già un’imposta, cioè una tassa da pagare, magari quest’imposta è di 10 euro, ma è possibile che questa imposta venga aumentata nel futuro. La possibilità esiste. L’imposta è passibile di aumento. Per poter usare passibile bisogna specificare cosa è passibile, cioè a cosa ci si riferisce, a cosa si riferisce questo cambiamento, cosa cioè può cambiare.

L’imposta è passibile di aumento, cioè è possibile che l’imposta aumenti.

La legge è passibile di miglioramento, cioè è possibile migliorare la legge, ci sono delle possibilità che questo avvenga, cioè che la legge sia migliorata.

La situazione attuale è passibile di miglioramento, ma anche di peggioramento. Perché no!

Non vi aspettate però di ascoltare questo termine molto spesso, ma sicuramente lo potete leggere spesso, in quanto fa parte di un linguaggio che usano i giornalisti e lo potete trovare anche spesso nelle comunicazioni di lavoro.

Qualunque cosa può essere passibile di … modifiche, integrazioni, miglioramenti, migliorie, un cambiamento in generale, eccetera, e usare “di” è fondamentale, serve a specificare cosa può essere modificato, quale caratteristica intendo.

Anche il testo di una canzone può essere passibile di modifiche da parte dell’autore.

È la canzone che è passibile di modifiche.

Un secondo uso del termine invece si riferisce sempre alle possibilità, ma intesa solo come una possibile conseguenza (negativa) di un atto contrario alla legge.

Il tuo comportamento è passibile di denuncia.

Significa che potrei denunciarti, chiunque potrebbe fare una denuncia contro di te per aver commesso questo fatto, per esserti comportato così.

Sei andato troppo veloce con l’automobile? Allora sei passibile di multa.

Non è detto che tu sarai multato, ma questa è adesso una possibilità concreta.

Le falsificazioni del denaro sono passibili di un’azione disciplinare.

Si può quindi usare anche al plurale.

Tecnicamente esiste anche la passibilità, brutta parola che si riferisce a tutto ciò che è passibile… ma vi dico che non si usa come termine. Potete dimenticarlo senza problemi.

Bene, ora ripassiamo con l’aiuto di Andrè dal Brasile.

Andrè: Non avrei dovuto usare il cellulare ieri, l’avevo promesso a mia moglie. Comunque avevo bisogno di chiamare urgentemente Giovanni e senza remore ho fatto uno strappo alla regola! Lo so, le ho tirato un tiro mancino, eccome! Ero sicuro che lei non sarebbe stata accondiscendente con me e quindi ho cercato di farlo a sua insaputa ma non ce l’ho fatta! In men che non si dica lei se n’è accorta e io mi sono reso conto di aver fatto una stupidaggine.
Comunque sono corso subito ai ripari. Modestia a parte, sono un cuoco niente male e le ho preparato un bel po’ po’ di cena! Uffa! Mi sono salvato in calcio d’angolo!

 

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249 – A sua insaputa

Audio

Trascrizione

Giovanni: gli episodi di italiano semplicemente vengono sempre diffusi sulla pagina Facebook, sul canale youtube, sui gruppi WhatsApp di italiano semplicemente e anche sul canale Instagram. Nessuno pertanto potrà mai dire che la pubblicazione degli episodi avvenga a sua insaputa.

A sua insaputa. Quando possiamo usare questa espressione?

Lo potete fare ogni qualvolta si parla di segreti oppure quando in generale si nasconde qualcosa a qualcuno.

“Sua” naturalmente indica una persona, maschio o femmina che sia. Può diventare “mia” se parlo di me, “tua” se parlo di te, “nostra” se parlo di noi, “vostra” o anche “loro” insaputa.

Può anche cambiare la forma:

Questa cosa è avvenuta a mia insaputa

L’ho fatto a tua insaputa

Il ragazzo è uscito all’insaputa dei genitori

È avvenuto tutto all’insaputa di Giovanni.

Ecco che è cambiata la forma: “all’insaputa di”. Questo accade quando parliamo di una o più persone precise.

All’insaputa della polizia abbiamo festeggiato la pasquetta 2020 con amici.

Il senso è il medesimo: di nascosto da qualcuno, senza che questa persona lo sapesse, senza mettere al corrente questa persona, senza informarla.

Quella persona o quelle persone non ne sanno nulla, non sono a conoscenza di questo, non lo sanno quello che è accaduto.

Normalmente si usa solamente quando la cosa suscita stupore, oppure se è stato fatto volontariamente, di proposito, se è stato fatto apposta, se quindi si è nascosta la notizia volontariamente a quella persona.

Si dice anche lasciare all’oscuro se c’è la volontà di qualcuno che io (ad esempio) non venga a conoscenza di un fatto.

Sono stato lasciato all’oscuro da questo fatto.

Questo significa che qualcuno ha voluto che io non sapessi, qualcuno quindi, possiamo dire, aveva interesse che questo fatto accadesse a mia insaputa.

Ripassiamo, e voi ascoltatori a vostra volta ripetete, se volete:

Gianni: Ripassiamo, E voi a vostra volta, se volete, potete ripetere:

DORIS: interessante Gianni, a suo modo questo è un ripasso insolito, sbaglio?
LEJILA: infatti, insolito, ma fa anche al caso mio perché mi piace ripetere. Per questo sono la più brava di tutte.
LIA: aiaiaiai, non iniziamo a fare distinguo ok?
MARIA LUCIA: giusto! L’ultima volta Gianni si è anche arrabbiato. Che poi lui non dica nulla è solo per gentilezza.
XIAOHENG: per la cronaca è già successo due volte, comuque, circa la sua reazione, secondo me non si è arrabbiato.
SOFIE: vabbè, comunque meglio non sgarrare, sennò ci prende di mira.
ULRIKE: al di là di tutto, gli ascoltatori avranno ripetuto queste frasi?
LIA: impossibile, non era fattibile. Non c’era tempo per ripetere.
MARIANA: ma basta fare una pausa durante l’ascolto. Avete presente il tasto pausa sul cellulare?

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248 – La portata

Audio

Trascrizione

Giovanni: questo è l’episodio n. 248 della rubrica dei due minuti con italiano semplicemente, rubrica di una certa portata all’interno del sito, e un episodio alla portata di tutti gli stranieri di livello intermedio.

La portata è, come avrete capito, l’argomento di oggi.

Ma non voglio parlare della porta, come la porta di casa, sebbene una portata in faccia abbastanza male. In effetti anche questa è una portata: quando viene sbattuta la porta. Invece voglio parlarvi del termine portata che nella lingua italiana ha diversi utilizzi.

La più semplice è all’interno della frase “a portata di mano“.

Quando una cosa è a portata di mano, significa che è raggiungibile, si può ottenere facilmente, basta allungare la mano. Non si parla di sole cose materiali però. A dire il vero di solito si usa per i luoghi, che quando sono vicini, sono a portata di mano, come a dire che non ci vuole molto per andarci. Piuttosto che andar lontano, meglio andar lì, che è più a portata di mano.

Ma all’inizio dell’episodio ho usato “alla portata di“. Il senso è simile al precedente ma si parla di arrivare non in un luogo, ma arrivare a capire o a fare qualcosa, nel senso di essere capaci di fare o capire qualcosa, poter riuscire a far qualcosa.

Usare “alla portata” e non “a portata” cambia il senso dunque.

La facoltà di ingegneria è alla mia portata.

Significa che posso riuscire a laurearmi in ingegneria, posso farcela, ce la posso fare se mi impegno, considerando le mie capacità e le mie predisposizioni. Potrei anche dire che “ci sono portata“, se fossi una donna. Ma in questi casi portata è un aggettivo e indica un’inclinazione naturale, una predisposizione, una facilità naturale verso un’attività.

Tornando alla portata, qualsiasi cosa sia alla mia portata evidentemente posso raggiungerla e si tratta sempre di uso figurato, legato alla comprensione, sebbene si usi a volte anche in altro modo.

Paolo, non ti piace Maria? Secondo me è alla tua portata. Provaci.

Maria, insomma, è raggiungibile per Paolo. Non è un’impresa impossibile. Magari abita lontano però. In tal caso non possiamo dire che sia a portata di mano per Paolo.

Ma se Paolo si fidanza con Maria, sarebbe un evento di una certa portata, perché Paolo non si era mai fidanzato finora.

Questo è un altro uso della portata. Si tratta di importanza, ma solitamente si parla della capacità di un evento di cambiare il futuro per sempre. Questo in genere di importanza.

Si tratta di un evento di una portata eccezionale!

Molte persone non capiscono la portata dell’epidemia da coronavirus.

Nel senso che non capiscono del tutto le conseguenze su tutti noi nel futuro.

Ora ripassiamo. Nelle frasi che ascolterete usiamo alcune espressioni che abbiamo già spiegato.

– Bogusia (Polonia): non voglio sembrare ruffiana ma l’episodio mi è piaciuto molto
– Sofie (Belgio): peccato però che in quarantena non si possa andare neanche nei posti più a portata di mano
– Ulrike (Germania): ci andremo a tempo debito.
– Xiaoheng (Cina): allora come rimaniamo, ci aggiorniamo a fine quarantena?
– Maria Lucia (Brasile): ma non abbiamo contezza di quando finirà.
– Camille (Libano): vabbè, pazienza, aspetteremo, tanto più che avevo proprio voglia di riposare un po’

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247 – A tempo debito

Audio

Trascrizione

Giovanni: l’uso della parola debito, fortunatamente, non ha solo a che vedere con il denaro. Il debito sarebbe in quel caso il contrario del credito. Chi presta i soldi ha un credito con la persona che prende i soldi in prestito, che ha a sua volta un debito con chi ha prestato questi soldi.
Il termine debito però si usa anche in un secondo modo, e si usa anche al femminile: debita.
fare qualcosa a tempo debito
stare a debita distanza
dare la debita paga
tenere a debita considerazione
eccetera
Debito o debita, usati in questo modo significano “giusto”, opportuno, ma forse il termine migliore è “dovuta” o “dovuta”, o anche “che merita”.

Bisogna stare a debita distanza per non essere infettati dal virus.

Si parla quindi della giusta distanza, non sto dicendo qual è la giusta distanza (1, 2 metri) ma sto solo dicendo che deve essere almeno quella minima possibile in questo caso.
C’è in qualche modo il concetto di “rispetto” legato a questo aggettivo.

Ti risponderò a tempo debito

Questa frase indica che ti risponderò quando sarà il caso che io risponda, non prima. Lo farò al momento giusto, o anche a suo tempo, come abbiamo visto nell’episodio scorso.
Sì, probabilmente col tempo è un modo abbastanza formale di parlare, si usa molto nel linguaggio della pubblica amministrazione o nelle comunicazioni formali.

Bisogna riaprire le attività economiche ma con la debita considerazione per la sanità e la sicurezza di tutti.

Quindi senza trascurare la sanità e la sicurezza, cioè considerando la loro importanza nella giusta misura, quella che merita.

Bisogna garantire a tutti la debita remunerazione

Cioè bisogna riconoscere la giusta paga, la paga dovuta, quella che gli spetta, quella che ciascuno merita. C’è rispetto in questo.
Esiste anche l’avverbio “debitamente“, che si usa anche questo quando si fa qualcosa nel modo giusto. C’è anche il senso del dovere spesso in “debitamente”.

I moduli vanno compilati debitamente.

Cioè vanno compilati “come si deve“, potremmo dire, cioè nel modo giusto, facendo attenzione che tutte le informazioni richieste vengano ben scritte nel modulo.

Nella nostra azienda viene debitamente riconosciuta l’elevata professionalità di tutti.

In questo caso il senso del rispetto emerge maggiormente: il rispetto delle persone, che vanno pagate come meritano, cioè debitamente.
Credo di aver dato la debita spiegazione, ora passo la parola a Andrè dal Brasile, che ha debitamente provveduto a fare una frase di ripasso di qualche episodio passato della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.Andre_arena_brasile2Andrè: Se avessimo un minimo rispolverato la storia, forse non saremmo stati colti alla sprovvista dal coronavirus.
Sembra che, ad esempio, non abbiamo imparato nulla dall’influenza “spagnola”, che nel 1918 provocò 100 milioni di decessi circa! Che vuoi farci! Ormai è tardi? Non credo! Non dobbiamo essere restii verso gli esperti anzi dobbiamo dare seguito alle misure istituite dal governo dietro i loro consigli, senza badare a tutti gli annessi e connessi economici e sociali. È da condannare qualsiasi pretesto per fare il bastian contrario.

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

147 debito debita

246 – A suo tempo

Audio

Trascrizione

Xiaoheng (Cina): Vi presento la prossima espressione della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”

Giovanni: oggi ci occupiamo di una locuzione abbastanza complicata da spiegare. “A suo tempo“.

È un’altra locuzione che contiene il termine “suo”, che ricorre spesso nella lingua italiana, come abbiamo visto nei passati episodi. Per questo motivo adesso siete in grado di comprendere più facilmente questa nuova locuzione perché ogni cosa fa fatta a suo tempo.

Ogni cosa va fatta nel momento opportuno, nel momento adatto. Ogni cosa va fatta a suo tempo.

Questo è il significato dell’espressione. Ma attenzione perché ho alcune cose da dirvi.

Ci sono locuzioni simili nella scrittura con diverso significato. Ad esempio “ai suoi tempi”.

Ai suoi tempi significa generalmente “quando lui o lei era giovane. Quindi tra l’altro parliamo di una persona.” Suoi” (che è il plurale maschile di suo) si riferisce agli anni in cui una persona (quella di cui parliamo) era giovane. Generalmente ci si riferisce alla gioventù.

Poi “a suo tempo” ha due utilizzi. Nel primo caso indica, come abbiamo detto un tempo opportuno, un tempo giusto, adatto.

Spesso in questo senso si usa anche una esclamazione: “al tempo!” per dire che bisogna aspettare, che non è arrivato ancora il momento giusto.

Allora? Cosa aspettiamo?

Al tempo!

Questa è una risposta, se vogliamo, un po’ brusca ma significa che bisogna aspettare. È un po’ come dire: “calma e gesso!” Oppure semplicemente “calma!”.

Questa cosa andrà fatta a tempo debito.

Ecco questo è un altro tipo di risposta analoga, meno brusca, in cui si usa la parola “debito” che vediamo meglio nel prossimo episodio.

Il secondo modo di usare “a suo tempo” è parlando del passato, di un momento preciso del passato, quando si vuole dire che c’era qualcosa di diverso rispetto ad oggi. È un’espressione analoga a “a quei tempi” ma non è identica perché a quei tempi indica dei tempi lontani, molto lontani (parlando dei nonni ad esempio).

Questo contratto non è più valido. A suo tempo lo era, ma la legge è cambiata.

Quando a suo tempo non c’era il corona virus (bei tempi, ve li ricordate?) non apprezzavamo la libertà di poter andare dove ci pareva.

Ora è arrivato il tempo del ripasso:

Natalia (Colombia):

Adesso vorrei aprire una parentesi per condividere un pensiero.

L’associazione Italiano semplicemente oltre che divulgare la lingua e la cultura italiana è anche, a mio avviso una sorta di agenzia di viaggi… vedete che, ogni volta che interagiamo con persone di tutto il mondo, è come se all’improvviso facessimo una capatina in un’altra cultura, ragion per cuiquesta comunità, bontà sua, ci permette di avere una certa ampiezza di vedute e soprattutto impariamo a guardare la sostanza e non la forma, alla faccia di tutti i nostri pregiudizi.

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245 – Al caso suo

Audio

Trascrizione

Junna (Cina): Vi presento la prossima espressione della rubrica “due minuti con italiano semplicemente”
Giovanni: Ecco un’altra espressione che contiene la parola “suo”. Stavolta si tratta di “AL CASO SUO”, ma anche di al caso mio, tuo, nostro, vostro e loro.
Una espressione che si utilizza nel caso di un bisogno, una necessità, un’occorrenza.
Quando ho bisogno di qualcosa o qualcuno, inizio a cercare cosa o chi possa soddisfare il mio bisogno.
Qualcosa oppure qualcuno potrebbe fare al caso mio, qualcos’altro o qualcun’altro invece no. Se ciò che ho trovato fa al caso mio (bisogna usare il verbo fare) significa che va benissimo, e che ciò che ho trovato soddisfa pienamente il mio bisogno. E’ esattamente ciò che cercavo! Fa proprio al caso mio.
Si utilizza questa modalità quando il mio bisogno ha caratteristiche particolari, che difficilmente possano essere soddisfatte appieno, ma quando questo avviene, posso dire che questa cosa fa al caso mio.
E’ un’espressione informale e quindi usata da tutti, sia allo scritto che all’orale.
Se voglio rimarcare, sottolineare ancora di più la perfetta coincidenza tra ciò che cerco e ciò che ho trovato, posso usare anche un’altra espressione:
Questa cosa “calza a pennello” o “essere su misura
Espressioni, queste, usate quasi esclusivamente in senso materiale. Se misurate una scarpa, ad esempio, ed è esattamente quella giusta come misura, potete usare questa espressione, ma a volte si usa anche proprio come “al caso mio”, suo eccetera”.
Il verbo calzare infatti si usa con le scarpe: calzare le scarpe significa mettere le scarpe, indosarle, e quando una scarpa “calza” vuol dire che è giusta. Se calza perfettamente o calza a pennello, vuol dire che è perfetta per il mio piede, è su misura per me. Si possono comunque usare queste espressioni anche in senso non materiale.
Facciamo qualche esempio con l’espressione di oggi.

Franco ha bisogno di una ragazza delicata e tranquilla, e Maria credo faccia proprio al caso suo. Organizziamo un incontro?

E’ come dire:

Maria è perfetta per Franco, è proprio la ragazza giusta per lui.
Ho visto una bella macchina elettrica, piccolina, ed anche economica. La voglio acquistare perché fa proprio al caso mio.

Significa che questa macchina è veramente adatta a me, è appropriata ai miei bisogni, li soddisfa pienamente, li soddisfa appieno.

Questa casa fa proprio al caso nostro: ampia, 3 bagni, vicino alla metro e anche luminosa!
I ragazzi cercano continuamente cellulari che facciano al caso loro.

Ci sono alcune cose importanti da dire.
Prima cosa: “Al caso mio” e “al mio caso” sono assolutamente identiche per indicare l’appropriatezza. Potete cambiare l’ordine senza problemi. Se ricordate non era la stessa cosa nell’espressione “a modo mio” e “a mio modo“.
Seconda cosa: potete dire anche “ad hoc“, un’altrta espressione che ha lo stesso significato: adatto appropriato, ma meno personale: un vestito ad hoc per l’occasione, un locale ad hoc per gli incontri amorosi, eccetera.
Non si usa dire “ad hoc per me”, per te eccetera. Meglio dire “fa al caso mio”. Comunque sia ad hoc che al caso mio, se ci avete fatto caso (scusate il gioco di parole) vanno bene sia al maschile che al femminile.
Terza cosa: posso anche dire che una cosa “fa al caso di” indicando una persona. Ad esempio:

Maria fa al caso di Franco
Questa festa fa proprio al caso dei nostri amici.

Ora un bel ripasso che speriamo faccia al caso vostro. Ascolterete la voce di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno rispolverato ben sette espressioni passate.
Mariana: il virus è arrivato ovunque fatto salvo il mio paese
Sofie: avete sentito? A suo dire il suo paese sarebbe indenne dal virus!
Ulrike: ragion per cui vive sulla luna!
Lejla: infatti. Che fesseria!
Doris: Meglio assecondare certe persone!
Xiaoheng: forse ragazzi era una battuta. A suo modo voleva esser simpatica
Bogusia: peccato che non ci sia riuscita!

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245_al_caso_mio

N.7 – DI DOVE SEI? – 2 minuti con Italiano semplicemente – PRIMI PASSI

PRIMI PASSI: CORSO DI ITALIANO PER PRINCIPIANTI

primi_passi

7^ lezione – settima lezione – lezione n. 7: DI DOVE SEI?

Audio

Emanuele: Primi passi. Lezione numero SETTE (7): DI DOVE SEI.

Emanuele: ciao, io mi chiamo Emanuele

Giovanni: ciao Emanuele, il mio nome è Giovanni

Emanuele: io sono di Roma e tu? Tu di dove sei?

Giovanni: io sono di Milano.

Emanuele: abiti a Milano? Sei di lì? Vivi li?

Giovanni: sì, abito lì, abito a Milano. Vivo a Milano. Tu abiti a Roma?

Emanuele: si, abito a Roma. Sono di Roma. E lei? Lei chi è?

Giovanni: ah, lei è una mia amica. Si chiama Elettra

Emanuele: ah, anche lei vive a Milano?

Giovanni: no, lei è di Venezia. Vive a Venezia. Lei è veneziana.

Elettra: piacere.

Emanuele: siamo di tre diverse città quindi.

Giovanni: infatti, abitiamo in tre città diverse.

Elettra: è vero. Viviamo in tre città diverse.

Emanuele: io sono di Roma

Giovanni: io vivo a Milano

Elettra: io abito a Venezia.

Emanuele: io sono milanese

Giovanni: io sono romano

Elettra: io sono veneziana.

Giovanni: E loro di dove sono?

Emanuele: loro chi?

Giovanni: gli ascoltatori di Italiano Semplicemente.

Elettra: sono brasiliani, sono tedeschi, sono spagnoli

Emanuele: qualcuno è portoghese

Giovanni: ci sono anche francesi e finlandesi

Elettra: anche statunitensi.

Giovanni: di dove sono gli statunitensi?

Elettra: sono degli Stati Uniti.

Emanuele: gli spagnoli invece sono della Spagna.

Giovanni: e i Francesi? Di dove sono i francesi?

Emanuele: sono della Francia

Ripasso lezioni precedenti:

Elettra: ciao a tutti. Io sono italiana, mi chiamo Elettra e la mia età è 13 anni. Vado ancora a scuola, non ho ancora un lavoro. Lui è mio padre Giovanni.

Giovanni: hai fame? Vuoi mangiare qualcosa?

Elettra: no, sono assetata, non sono affamata. Non ho fame.

Giovanni: cosa vuoi da bere?

Elettra: acqua grazie.

Giovanni: prego.

244 – A suo modo

Audio

Trascrizione

Ecco un’espressione apparentemente simile a quella dell’ultimo episodio.

La volta scorsa abbiamo visto “a suo dire”, oggi vediamo “a suo modo”.

L’inizio è lo stesso, “a suo” (a senza acca). Ma… il modo? Cos’è il modo?

Si sta parlando di un modo, cioè di una modalità particolare, ma è veramente difficile spiegare l’uso di questo termine in questa locuzione.

Facciamo prima con alcuni esempi:

È un po’ strano ma a suo modo Giovanni è simpatico.

Significa che evidentemente c’è qualcosa di simpatico in Giovanni.

Probabilmente non tutti saranno d’accordo con me perché il suo modo di dimostrare simpatia è un modo particolare, un modo tutto suo.

Di sicuro questa simpatia non è evidente per tutti, perché altrimenti non direi che “a suo modo” è simpatico.

È come dire che, guardando le cose “in un certo modo” – non si sa esattamente quale sia questo modo – probabilmente si può riescire a capire questa simpatia.

Comunque questo di oggi resta una modalità abbastanza vaga di parlare, poco preciso.

Altro esempio:

Il balcone di casa (che è la parte della casa che sta all’aria aperta) a suo modo, è diventato un simbolo di questo momento particolare che stiamo vivendo.

Come prima, non è un messaggio preciso, ma se ci pensiamo, almeno in Italia, non potendo uscire di casa, si sta molto spesso sul balcone, quindi il balcone in qualche modo, o “a suo modo” , rappresenta questo periodo.

Attenzione perché “a modo suo” non sempre coincide con “a suo modo“.

Se dico: Francesca vuole sempre fare a modo suo.

Questo indica che Francesca è ostinata, caparbia, che Francesca vuole decidere sempre come fare, a modo suo, cioè come dice lei. Francesca non accetta consigli da nessuno. Ma “a modo suo” non sempre implica ostinazione, altre volte può indicare creatività ad esempio.

“A suo modo”, invece, (attenzione all’ordine delle parole) implica una ricerca, una modalità da ricercare, spesso facilmente, altre volte un po’ meno.

Il discorso della regina è un fatto a suo modo storico.

Questo “suo” non si riferisce alla Regina, ma al discorso che ha fatto in TV. Un discorso storico a suo modo.

In effetti la storia in genere si racconta attraverso altri episodi, ma, perché no, anche questo è un fatto storico, in fondo. A suo modo è anche questo un fatto storico.

Naturalmente posso dire anche “a mio modo” , “a tuo modo” , “a nostro modo” , “a vostro modo” e “a loro modo”, ma in questo caso si parla sempre di persone, ed allora spesso lo troverete utilizzato col verbo vedere:

a mio modo di vedere

a tuo modo di vedere

a nostro modo di vedere eccetera.

Una frase che si usa spessissimo e indica però un punto di vista personale. Non è la stessa cosa.

Ma posso fare comuque esempi analoghi a quelli fatti prima, con lo stesso significato di prima.

A mio modo, con Italiano semplicemente penso di dare un contributo alla diffusione della lingua italiana.

Oppure:

A tuo modo, forse hai ragione.

A nostro modo, ci sappiamo far rispettare.

Ci sono molti artisti che, a loro modo, hanno cambiato l’immagine della donna nel mondo.

Bene, adesso ripassiamo qualche espressione passata, fatelo a modo vostro: ascoltando, ripetendo l’ascolto, o provando a ripeterlo a voce. C’è anche chi preferisce ascoltare e scrivere contemporaneamente la frase di ripasso e anche questo, a suo modo, aiuta a memorizzare.

Andrè (Brasile):

Scusatemi amici, mi sono scervellato per cercare altri argomenti ma non vedo come non tornare a bomba, quindi vi parlo ancora del coronavirus! In tempi di crisi come questo in cui viviamo, viene a galla il meglio e il peggio delle persone! Ogni due per tre spuntano persone che in qualsiasi modo se la sentono di tendere la mano verso coloro che ne hanno bisogno. Al contempo purtroppo, ci sono anche coloro che approfittano di tale situazione per speculare.
In Brasile ad esempio, i prezzi delle mascherine e dell’alcol sono salite alle stelle.

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Ricordare o ricordarsi?

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C’è differenza fra “dimenticarsi” e “dimenticare”? Ed analogamente, si distingue tra “ricordare” e “ricordarsi”?

Questa è la domanda che mi ha posto una ragazza per email. Ha un nome cinese quindi non mi azzardo a pronunciare (Xiaoheng).

Allora che differenza c’è?

Faccio abbastanza fatica a spiegare questa differenza. dimenticare o dimenticarsi, ricordare o ricordarsi.

Mi viene in mente, così, di primo acchitto, che dimenticarsi è più familiare. Lo stesso vale per ricordarsi.

Poi se ci penso ancora un po’ penso che dimenticarsi si usa quando si parla di cose personali, di cose da fare o da dire.

Ti sei ricordato di fare la spesa? O ti sei dimenticato?

Qui sto usando dimenticarsi e ricordarsi.

In teoria si potrebbe anche dire:

Hai ricordato di fare la spesa? Oppure lo hai dimenticato?

Ma questa frase suona veramente male. Usare ricordarsi significa riferirsi ad una persona, quindi il mio primo pensiero era giusto.

In effetti quando la questione riguarda una persona a volte si fa fatica a usare ricordare e non ricordarsi che viene più naturale.

Ad esempio

Ti ricordi di me?

Come si fa in questi casi ad usare ricordare?

“Ricordi me?” Non va bene per niente. Non esiste proprio!

Come si fa a dimenticarsi di te?

Questo è un altro esempio in cui non si può usare l’altra forma.

A volte usare ricordarsi e dimenticarsi aumenta la componente emotiva, e aiuta a rendere bene l’idea:

Di questa epidemia ce ne ricorderemo a lungo.

Mi ricorderò per sempre di te

Ci sono occasioni in cui possiamo usare entrambe le forme.

Ad esempio:

Ricordati di andare a trovare nonna.

Ricorda di andare a trovare nonna.

Vanno bene entrambe ma la prima è sicuramente più usata e anche più naturale perché ci si rivolge più direttamente alla persona con cui si parla.

Mi ricorderò del tuo sorriso

Ricorderò il tuo sorriso.

Come prima: meglio la prima forma, meno distante, più confidenziale, più diretta.

Si ok, la frase si costruisce in modo diverso, è vero…

Ricordarsi di… Bisogna aggiungere “di” o del, della, eccetera. Ma non sempre:

Non riesco a ricordarmi del suo nome.

Si può anche dire:

Non riesco a ricordarmi il suo nome

Non riesco a ricordarmi come si chiama.

In questo caso meglio non mettere “di”, ma non è sbagliato dire “ricordarmi di come si chiama”

Ci sono poi occasioni in cui è meglio usare ricordare e non ricordarsi. Meglio, ma non obbligatorio. Quando?

Questo accade quando il tono è più “solenne” diciamo, spesso non si parla di una persona specifica. O quando si è nell’ambito dell’insegnamento, quindi parliamo di concetti e di nozioni:

Bisogna sempre ricordare cosa significa la guerra.

In effetti non c’è bisogno di viverla in prima persona, la guerra, come hanno fatto i nostri nonni ad esempio.

Ecco, i nostri nonni avrebbero detto:

Dobbiamo ricordarci cosa significa la guerra.

Per loro che l’hanno vissuta veramente ha molto più senso.

Analogamente, anche un professore, un insegnante, probabilmente userà ricordare e dimenticare.

Non bisogna dimenticare il teorema di Pitagora.

In effetti il teorema di Pitagora come tutte le cose che si imparano a scuola non sono esperienze di vita. Meglio usare ricordare e dimenticare in questi casi.

Avete visto che ragionando insieme abbiamo capito qualche differenza in più.

Ci sono dei casi però in cui ricordarsi non va bene.

Ti ricordo che oggi è il mio compleanno!

Queste giornate ricordano quelle vissute durante la guerra. Nessuno poteva uscire di casa.

Vorrei ricordare un episodio accaduto tanto tempo fa.

In questo caso si parla di ricordare ad altri, non a se stessi, e spesso neanche ad una persona specifica. Quindi ricordarsi non ha senso.

Anche “le giornate ricordano” significa “le giornate fanno pensare”, “portano alla memoria” . Alla nostra memoria quindi.

Quindi il ricordo viene anche in questo caso stimolato dall’esterno.

Lo stesso se dico:

Il concerto è stato organizzato per ricordare un grande artista scomparso tanti anni fa.

Per dimenticare e dimenticarsi non vale però. Dimenticare e dimenticarsi sono sempre riferiti a se stessi o a tutti. Mi sono dimenticato, ti sei dimenticato, hai dimenticato, dimenticare è sbagliato, eccetera.

Bene, se non ho dimenticato nulla, l’episodio può finire qui.

Se volete potete date un’occhiata all’episodio sui verbi pronominali, che vi chiarirà ulteriormente le idee. Non ve lo ricordavate questo episodio vero? Allora vi metto un collegamento così fate prima.

Alla prossima. Grazie alla ragazza cinese della domanda.

Grazie a tutti per le vostre donazioni e se avete dubbi anche voi, non dimenticatevi che esiste Italiano Semplicemente.

Un abbraccio virtuale.

243 – A suo dire

Audio

Trascrizione

Dovete sapere che quando si esprime un’opinione e più esattamente quando una persona dice qualcosa di incerto, di dubbio, che altre persone difficilmente possono verificare si usa spesso la locuzione “a suo dire”.

Ad esempio: Giovanni mi ha detto che oggi ha trovato un portafogli in terra, ma a suo dire non c’erano soldi all’interno.

Quindi Giovanni ha detto che nel portafogli che ha trovato non c’erano soldi. C’erano soldi dentro? A suo dire no!

È analogo a: lui ha detto che non c’erano soldi all’interno. Stando alle sue parole non c’erano soldi all’interno.

Questo è un altro modo di esprimere lo stesso concetto.

Si vuole in qualche modo esprimere il concetto che quelle sono state le sue parole, non le mie. Io sto solo dicendo ciò che lui o lei ha detto, ma non so se questa è la verità. Non so se questo risponde al vero.

È simile anche a “secondo lui o lei” ma “a suo dire” si usa più coi fatti accaduti e meno con le opinioni personali.

Inoltre dicendo “a suo dire” si pongono un po’ le distanze con quelle dichiarazioni. È, possiamo dire, un modo di mantenersi imparziali rispetto a una dichiarazione, perché non si crede o perché non si può verificare.

Maria ha deciso di divorziare con Giuseppe. A suo dire Giuseppe la avrebbe tradita più volte, ma Giuseppe dice che non è vero.

Secondo te Giuseppe ha tradito Maria?

Secondo me no, è sempre stato molto innamorato.

Ma Maria lo ha visto mentre si baciava con un’altra, sempre a suo dire.

Notare che non si può dire “a mio dire”. Non avrebbe alcun senso perché noi ci fidiamo di noi stessi! “A tuo dire” è ugualmente utilizzato ma meno frequentemente:

Dunque a tuo dire, cara Maria, Giuseppe ti avrebbe tradito?

Analogamente esiste in teoria anche “a loro dire” e “a vostro dire”.

I giocatori della Roma hanno detto che hanno perso la partita perché, a loro dire, hanno sofferto il freddo. Mah…

Che ne dite adesso se ripassiamo? Mi piacerebbe un ripasso all’insegna della saggezza.

Guy (Camerun) e Lia (Brasile): Peccato che questo virus ci impedisca anche di andare al cinema. Eravamo rimasti che saremmo andati a vedere un film per rivederci ed adesso… Poi non abbiamo nessuna contezza di quando tutto tornerà normale. Tantomeno sappiamo “se” tutto tornerà normale. Ma vi rendete conto? Sembra arrivata la resa dei conti con la natura. Ci siamo illusi di dominare il mondo e adesso, a dispetto della nostra superbia, capiamo quanto siamo piccoli.

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242 – Peccato

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In Italia passeremo la Pasqua 2020 a casa. Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi, dice il proverbio, ma sembra che il Coronavirus non abbia rispetto neanche delle tradizioni. Poi è un vero peccato che anche il giorno di pasquetta (cioè il giorno dopo Pasqua) dovremmo stare a casa, tanto più che, come sembra, sarà una bellissima giornata. Proprio un peccato.

A casa invece riusciremo a resistere o faremo dei peccati di gola e mangeremo il doppio del solito? Beh, in queste condizioni ingrassare un po’ è un peccato veniale, potremmo dire.

Io so come passare il tempo comunque: realizzo episodi per Italiano Semplicemente. E sicuramente avrete capito che questo episodio è dedicato al “peccato“, un termine che nasce nella religione per indicare i comportamenti che non rispettano i 10 comandamenti della Chiesa. Ma questo è “il peccato“, o “i peccati“. Il primo fu commesso da Adamo ed Eva, ricordate? Quando i progenitori dell’umanità mangiarono la mela dell’albero!

In realtà il termine peccato si utilizza anche in altri modi come abbiamo visto prima, non solo nel senso di violazione di una regola religiosa, ma anche quando ad esempio si perde un’occasione importante, ed allora si manifesta il proprio dispiacere per questa perdita, il proprio disappunto. Non c’è niente di religioso in questi casi, e si usa anche in cose banali, di poca importanza. Ad esempio:

Guarda come dorme bene Giovanni, sarebbe un peccato svegliarlo.

E’ veramente un peccato restare a casa con queste belle giornate.

Piove, che peccato! Volevo andare al mare!

Proprio quando la Lazio stava per vincere lo scudetto hanno interrotto il campionato di calcio. Che peccato!

Il termine poi è stato associato ad altri termini per formare locuzioni diverse.

Il “peccato veniale” ad esempio non è un modo per esprimere un disappunto, ma una cosa perdonabile, una cosa sbagliata ma non grave, come mangiare un dolcetto ogni tanto.

Anche le piccole bugie possono essere considerati peccati veniali, come quando qualcuno mente sulla propria età. Le bugie non si dicono ma questo è considerato un peccato veniale.

Il “peccato di gola” è anch’esso un peccato veniale, e in genere si usa quando si mangia qualcosa di molto gustoso (come un dolce) ma quando questo non avviene frequentemente.

Si usa spesso anche “peccato mortale“, una espressione che si utilizza quando si fa una grave disobbedienza alle leggi di Dio, ma anche quando si commette un atto grave, che va contro la moralità. Si dice ad esempio che sia “peccato mortale” gettare il cibo quando ci sono persone che muoiono di fame nel mondo.

Anche non pensare alle conseguenze del coronavirus e fregarsene delle regole è peccato mortale, e questo vale in tutti i sensi.

Ho superato i due minuti? Peccato! Ma non è ancora finita, ascoltiamo il ripasso di Sofie dal Belgio e di Ulrike dalla Germania. Non ascoltarle sarebbe un peccato.

– Ciao Ulrike, è da un bel popò di tempo che non ci raggiorniamo. tutto bene?

– Ciao Sofie, si tutto a posto! Viste le circostanze non mi posso lamentare. E da te invece?

– Dire che tutto sta andando alla grande sarebbe un parolone ma si tira a campare. Hai ragione, non è cosa di lamentarsi quando ci si trova ancora in buona salute.

– Eh sì, in tutto il mondo si sta vivendo un brutto periodo ma c’è anche il rovescio della medaglia. Distanti ci sentiamo uniti. E poi, non abbiamo contezza di quante siano le iniziative di solidarietà messe in campo per aiutare e rallegrare tutti coloro che sono chiusi in casa.

Laddove non è più possibile andare fisicamente a teatro o al museo, si possono fare delle visite virtuali.

– È vero. A questo proposito non scervellarti troppo. Se ti senti sguarnita di idee, puoi sempre visitare il sito http://www.irac.eu. (irac è l’acronimo di Io Resto A Casa). È un sito che ti offre un ventaglio di opportunità gratuite per superare i momenti difficili di questa emergenza. E c’è un po’ di tutto: dai tour virtuali nei musei, ai corsi di cucina, dalla lettura di libri al cinema e alle serie tv. Boh vedi tu cosa fare!

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

241 – Speculare

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Trascrizione

Sapete che in tutte le situazioni difficili come quella che stiamo vivendo adesso con questo virus, ci sono persone che speculano sulla crisi, che speculano sulla paura di tutti. Non mancano mai le persone che speculano sulla sofferenza degli altri ed ogni difficoltà, ogni crisi può essere un’occasione per speculare.

Speculare. Cosa significa? Intendo il verbo speculare.

Speculare viene da specchio, e significa guardare una situazione, osservarla e, in questo caso, cercare di ottenere dei vantaggi personali, ad esempio vantaggi economici, sfruttando senza scrupoli, senza farsi problemi, senza moralità, le sofferenze altrui e le debolezze altrui.

C’è chi specula sull’ignoranza, ingannano persone che non sanno, che non conoscono qualcosa, chi specula su un fatto accaduto usandolo ai propri fini, a proprio vantaggio. Ad esempio ci sono politici che speculano sulla crisi economica per andare al potere.

Insomma avete capito che speculare su qualcosa è cosa da egoisti, ma anche da criminali. C’è chi specula in borsa, vendendo o acquistando titoli e azioni a seconda della sola convenienza economica.

Ma anche i criminali speculano sulle sofferenze e sulle difficoltà economiche delle persone.

Come fanno? Vanno da queste persone in difficoltà e gli offrono un lavoro illegale, li trasformano in criminali anche loro, approfittando del loro stato di debolezza. È proprio ciò che si rischia che accada e forse che sta già accadendo in Italia se la politica non penserà a tutti in questo momento di emergenza.

Chi specula sono gli speculatori (o chiusa), sono coloro che hanno atteggiamenti che si chiamano atteggiamenti speculativi o speculatori (o aperta).

Volete un sinonimo di speculare come verbo? Direi che lucrare è l’unico verbo che possa rendere lo stesso significato, sebbene il lucro si riferisca quasi esclusivamente ai vantaggi economici. Ma altre volte può andar bene anche approfittare, servirsi, usare, trarre vantaggio e abusare.

E adesso che ho abusato un po’ troppo del tempo a mia disposizione, vi propongo una frase di ripasso.

Javier (Argentina): Laddove qualcuno di voi pensi che le frasi di ripasso non servano a nulla, mi permetto di chiamare in causa la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente, che, tempo permettendo, potreste ascoltare. Se penserai invece che non ne varrà la pena e che potrai imparare la lingua con la stessa velocità, stai fresco!

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240 – Come rimaniamo?

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Trascrizione

Quando incontriamo una persona e con questa persona c’è un rapporto di lavoro oppure si sta facendo qualcosa insieme, spesso si prendono degli impegni con l’altro, magari prima del prossimo appuntamento, prima del prossimo incontro.

In questo caso le persone che si incontrano hanno ciascuno il suo compito e c’è bisogno che ognuno faccia qualcosa. Spesso l’attività di uno è necessaria o indispensabile a quella degli altri.

Alla fine dell’incontro quindi, per ricordare agli altri le cose da fare si può dire:

Allora, come rimaniamo?

Come rimaniamo per la prossima volta?

Rimaniamo così: io telefono a Giovanni, poi ti chiamo e ti informo, ok?

Come eravamo rimasti l’ultima volta?

Esempio di Risposta:

Eravamo rimasti che dovevamo inviare i nostri file al coordinatore e poi il coordinatore inviava il documento finale a tutti noi.

Insomma: “come rimaniamo” è come dire: “ricapitoliamo le cose da fare”, “quali sono le prossime cose da fare?”

Attenzione perché se parlo al passato: “come eravamo rimasti” è diverso da “dove eravamo rimasti“, si tratta di due domande differenti. Con la prima domanda (come) vogliamo ricordare gli impegni che avevamo preso, mentre con la seconda (dove) si vuole solo ricordare il punto in cui ci siamo lasciati: cosa stavamo facendo? A quale punto eravamo arrivati?

Ovviamente usare rimanere in questo modo fa parte del linguaggio informale, nel linguaggio parlato più che altro.

In questo caso difficilmente si sente usare il verbo restare, come si fa solitamente quando si parla di luoghi: “io resto qui” equivale a “io rimango qui”, quindi restare e rimanere solitamente si usano allo stesso modo ma se lo usiamo nel modo in cui lo abbiamo visto oggi si usa quasi sempre rimanere. Al passato è brutto infatti sentire:

Come eravamo restati?

Molto meglio rimanere.

Al presente invece restare si usa abbastanza di frequente:

Come restiamo? Vogliamo restare che ci riaggiorniamo domani? Restiamo così allora!

A domani. Ma prima ripassiamo.

Ulrike (Germania):

Quale membro dell’associazione italiano semplicemente fin dall’inizio della rubrica “due minuti con italiano semplicemente” mi sono prefissa di partecipare ogni tanto con un ripasso delle espressioni precedenti. Anche oggi do seguito a questo mio proposito. Laddove qualcuno di voi non se la sentisse di seguire, che volete, me ne farei una ragione , ognuno decida per sè come ingranare con una lingua straniera. Io comunque in virtù d’un miglioramento della conoscenza della lingua italiana, continuerò a rispolverare le parole passate con qualche frase di ripasso. Come ho appena fatto, appunto.

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