610 In divenire, in fieri

In divenire, in fieri

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In divenire, in fieri

Giovanni: una locuzione latina interessante e abbastanza utilizzata nell’Italiano moderno è “in fieri“.

Si può usare ogni volta che si parla di un avvenimento, un fatto, che ha già avuto un inizio, cioè è già iniziato ma che non è del tutto completato, è ancora in corso. Le cose cambiano continuamente e non si capisce bene come andrà a finire. Ho appena usato la locuzione “in corso” che però è diversa poiché indica semplicemente che qualcosa è in fase di svolgimento, che non è ancora terminata, come una riunione in corso o dei lavori in corso. Ma qui oggi parliamo soprattutto di cambiamento e non di semplice svolgimento.

Soprattutto c’è il senso di qualcosa destinato a rimanere a lungo incompiuto. Potrebbe anche trattarsi di qualcosa ancora in fase di ideazione o di progettazione.

Qualcosa di incompiuto non è portato a termine, è incompleto: un romanzo incompiuto, un lavoro incompiuto, un’opera rimasta incompiuta.

Molto spesso si dice “ancora in fieri“. Quando aggiungiamo “ancora” è molto probabile che si sta parlando di qualcosa di incompiuto.

Ad ogni modo non ci sono certezze sull’evoluzione di una situazione che si definisce in fieri.

Esiste anche “in divenire” che è la traduzione letterale, ugualmente molto usata.

Perché usare “in”?

Questa preposizione si usa spesso per indicare uno stato di fatto, il punto in cui ci troviamo, per fotografare una situazione:

Sono in Italia

Sono in mutande

Sono in lacrime

Stiamo in una brutta situazione

Sono in vacanza

Il verbo divenire invece è un sinonimo di diventare, ma la cosa curiosa è che il verbo divenire esprime anche un concetto filosofico (oggi parliamo anche di filosofia!) perché questo cambiamento che esprime viene inteso in senso opposto al concetto espresso dal verbo “essere“.

Infatti quando qualcosa “è”, in pratica esprimiamo una situazione stabile, immutabile per sempre:

Sofia è bella

Noi siamo una squadra

Siamo tutti d’accordo

Sei molto simpatico

Eccetera

Sembra qualcosa di immutabile. Ma quando usiamo il verbo essere. Il contrario avviene quando qualcosa è in divenire.

Filosofia a parte, vediamo qualche esempio di utilizzo di in fieri e in divenire:

La situazione in Italia riguardo alla diffusione del virus è in divenire, perché c’è sempre il pericolo che in qualche regione ci sia un’impennata improvvisa dei contagiati.

Nel corso della riunione sono stati presentati 10 progetti, di cui 5 già realizzati 3 sono in fieri e 2 sono per ora solamente un’idea.

Il mio libro autobiografico è eternamente in divenire. Non riuscirò mai a terminarlo. Forse finirà automaticamente alla mia morte!

Si sta pensando a dove svolgere la prossima riunione dei membri. Mi stanno arrivando diverse proposte ed è ancora tutto in fieri.

Quanti cittadini afgani arriveranno dopo le attuali vicende politiche? La cifra delle persone che dovrebbero arrivare è in divenire.

Ripassiamo adesso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Ragazzi da 2 giorni al nostro amico NON GLI GIRA per niente bene. La sua attuale fidanzata l’ha avvistato con una sua ex, la quale non fa esattamente parte DELLA ROMA Bene, a dirla con leggerezza..

Marta (voce da uomo): adocchiatolo con lei, la attuale fidanzata SE L’E’ AVUTA A MALE a dir poco. Anzi è proprio uscita dai gangheri e voi direte che NE AVEVA BEN DONDE. La successiva sgridata della fidanzata lui ce l’ha raccontata per filo e per segno.

Irina “Ma da quant’è che ti vedi con QUESTA? CHE Classe che hai! Se sei un traditore sai cosa faccio? LA PRENDO CON FILOSOFIA. TANTO mi fai un favore che non ho tempo da sprecare con i donnaioli. Sai una cosa? lo lo sapevo che sarei dovuta STARE ALLA LARGA da uno come te. infatti me l’hanno detto in tante.

Albéric: In realtà sapevamo tutti, almeno noi amici, che la sua ex lui la frequentava, sebbene a sprazzi, ma da un pezzo. Ma non ci siamo mai presi la briga di fare domande o intrometterci in nessun modo. Questo significa che non siamo neanche noi persone PER BENE? Attendiamo lumi.

Sofie: vi risparmiamo la PAPPARDELLA ma in breve sì. Siete delle merde.

609 Mettere mano e mettere le mani

Mettere mano e mettere le mani

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Giovanni: conosco parecchie persone che quando è il momento di mettere mano al portafogli, dimostrano a tutti che sono degli spilorci.

È interessante come viene usata la mano in alcune locuzioni italiane, anche perché le mani, al plurale, vengono anche queste usate nelle espressioni italiane, con però significati diversi.

Vediamo che al singolare, quando si mette mano a qualcosa, generalmente si inizia a fare qualcosa. In senso proprio si afferra questa cosa, si prende questa cosa e si utilizza. Ci si serve di questa cosa per un determinato scopo. Ogni oggetto ha un suo scopo. Il portafogli serve a pagare.

Mettere mano al portafogli è dunque un modo figurato per indicare un pagamento, l’uso del denaro che si trova nel portafogli.

Più normalmente un giornalista può mettere mano alla penna per scrivere un articolo e un poliziotto può mettere mano alla pistola per sparare.

Normalmente quando si usa questa locuzione, in tutti i casi si tratta di un’azione che si può avere qualche tipo di difficoltà a fare, come nel caso dell’uomo che ha difficoltà a pagare quando mette mano al portafogli.

Si può usare anche il verbo porre: porre mano a qualcosa.

Quando si tratta di lavoro, mettendo mano a un lavoro si inizia questo lavoro, e anche qui spesso si ha difficoltà o qualche motivo per cui finora questo lavoro non era stato fatto.

Es:

Prima o poi mi devo decidere a mettere mano a quel lavoro.

Evidentemente si tratta di un lavoro noioso o troppo oneroso, faticoso. Non è facile decidere di iniziare. Ma prima o poi bisogna mettere mano (senza articolo) a questo lavoro.

Ancora non si è messo mano davvero alle cose da fare per evitare l’evasione fiscale.

Se invece usiamo le mani, quindi al plurale, le cose cambiano.

Prima di tutto si usa sempre l’articolo: mettere le mani.

Ovviamente sto sempre parlando dell’uso figurato delle mani.

Iniziamo da mettere le mani addosso a qualcuno, che sta per aggredirlo, malmenarlo, o anche come gesto di minaccia.

Invece mettere le mani avanti non serve normalmente per non cadere, per ripararsi con le mani evitando di farsi male. Questo infatti è il senso proprio.

Questa espressione invece significa prevenire un qualcosa di negativo che accada: un attacco, un’accusa, un rimprovero, una obiezione.

Generalmente quando si mettono le mani avanti si sta cercando di anticipare un’accusa. Prima ancora di essere accusati si cerca di dimostrare di essere innocenti.

In qualche modo si vogliono evitare conseguenze spiacevoli e si cerca di prevenirle.

Se ad esempio io dico:

Qualcuno ha rubato il mio portafogli.

Se una delle persone che ascolta le mie parole, prima ancora di essere accusato, dice ad esempio:

Io non sono stato, infatti sono stato casa tutto il giorno.

Possiamo dire che questa persona si sta giustificando in anticipo oppure che sta cercando di mettere le mani avanti.

Può anche significare “cautelarsi”, quindi semplicemente “prevenire una situazione difficile o spiacevole”:

Non so se i ladri arriveranno anche a casa nostra, però è meglio metter le mani avanti e montare un antifurto.

È molto simile al verbo “premunirsi”, specie se si cerca di richiedere garanzie per evitare conseguenze negative.

Il ragionamento è: non so se succederà questa cosa, ma meglio pensare prima alle conseguenze.

Anche firmare un contratto per chiarire tutti i diritti e i doveri in un accordo per evitare fraintendimenti o malintesi può essere intesa come un’azione per mettere le mani avanti.

Mettere le mani si usa anche per indicare un desiderio, o una volontà di impossessarsi di qualcosa o controllare qualcosa:

Non riuscirete mai a mettere le mani sui miei soldi. Li spenderò tutti prima!

Amazon ha messo le mani anche sul piccolo commercio

I talebani hanno annunciato di aver messo le mani sull’aeroporto

Gli investigatori americani hanno messo le mani sui dati della Cina che spiegherebbero l’origine del Coronavirus.

Bene, adesso non mi mettete le mani addosso se abbiamo superato ancora una volta i due minuti.

Anche perché non abbiamo ancora finito poiché manca ancora il ripasso del giorno.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Xin: quindi ricapitoliamo: mettere mano a qualcosa significa iniziare qualcosa e mettere le mani su qualcosa indica invece il desiderio di prendere questa cosa, impossessarsene, controllarla. Spero che il mio tentativo di riassumere non sia giudicato indebito.

Rauno: In che senso? Sei stato assolutamente all’altezza della situazione, per quanto, sempre meglio leggere tutto l’episodio.

Hartmut: comunque ognuno di noi ha il diritto, vivaddio, di sincerarsi di aver capito bene.

Ulrike: concordo pienamente. E la prossima volta voglio prendere spunto dalla tua iniziativa e proverò anch’io a riassumere.

Chris: beh, se è vero, come è vero, che io sono membro dell’associazione tanto quanto voi, farò anch’io un tentativo a valle di uno dei prossimi episodi.

608 Si deve a

Si deve a

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Giovanni: dovete sapere, cari amici di italiano semplicemente, che il verbo dovere si usa in diversi modi.

Veramente questo, almeno in parte, lo sapete già, adesso che ci penso, perché abbiamo già visto insieme l’episodio intitolato aquanto ti devo? “, nel quale il verbo dovere viene usato nel senso di essere tenuto a dare o a restituire qualcosa:

Mi devi 10 euro!

Abbiamo anche parlato del “dovuto” in un secondo episodio, ricordate? Lì abbiamo visto che il dovuto è il giusto, spesso inteso come la cifra giusta da pagare.

Abbiamo visto anche l’espressione “come si deve“, che indica la qualità di un’opera. In pratica se facciamo qualcosa come si deve allora è fatta bene, correttamente, precisamente.

In questo caso, come abbiamo visto, se una cosa è fatta come si deve “è fatta come si deve fare“, quindi è fatta bene.

Per il resto, dovere si usa quasi sempre prima di un altro verbo:

Devo parlarti

Si deve mangiare tutti i giorni

Devo vincere assolutamente

Devo proprio ammettere che hai ragione

Dovresti ascoltarmi di più

Eccetera

Dovete può indicare una necessità, un obbligo, un bisogno, un desiderio, una volontà, qualcosa di opportuno da fare, o qualcosa di giusto oppure che abbiamo già deciso di fare.

Ma torniamo alla frase:

Ti devo dieci euro

Questo dovere indica che sono tenuto a restituirti questi 10 euro.

Se non parlo di soldi posso dire:

Devo a te se sono riuscito a superare l’esame.

Devo a te il superamento dell’esame

Ne avevamo già parlato velocemente nell’episodio di cui sopra, vale a dire il n. 564, ma vale la pena approfondire questo utilizzo del verbo dovere.

Se dunque io devo a te il superamento dell’esame vuol dire che è merito tuo se ci sono riuscito, che devo ringraziare te per questo, quindi in questi casi sono debitore di qualcosa, riconosco come merito altrui un risultato positivo.

Questa modalità è molto adatta per attribuire un merito.

Gli devo tutto ciò che ho imparato

Devo a mia madre la mia educazione

Interessante l’uso di “se” molto frequente:

Devo ai miei genitori se sono cresciuto forte e sano

Se sono riuscito a vincere lo devo al mio allenatore

Devo solo a Dio se esistiamo

Posso anche estendere questo uso di dovere al caso più generale di riuscire a ottenere qualcosa non necessariamente per merito di una persona, ma in virtù di un avvenimento, in conseguenza di qualcosa di accaduto:

Devo il mio successo alle olimpiadi all’allenamento quotidiano

Se ho vinto lo devo solo alla fiducia che avete avuto in me

Vuol dire che il mio successo, la mia vittoria alle olimpiadi è stata ottenuta grazie agli allenamenti quotidiani o, come nel secondo esempio, solo alla fiducia che avete avuto in me.

Quindi indico prima il risultato e poi attribuisco il merito (usando la preposizione a):

Devi la tua fama al matrimonio con la principessa.

Di chi è il merito se sei famoso?

È del matrimonio con la principessa.

A chi devi la tua fama?

Al matrimonio con la principessa.

Si può usare anche “si deve”, e “si devono”:

Si devono a Einstein molte scoperte scientifiche

Si deve ai membri dell’associaizone italiano semplicenete la creazione di questo ripasso degli episodi precedenti:

Ripasso degli episodi passati a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Lia: In vista di un nuovo episodio mi piacerebbe poter farmi sentire con un bel ripassino. Purtroppo sto lì lì per uscire, allora giusto il tempo di leggere la tua richiesta e darti una risposta educata.

Mary: ok, allora vi faccio una domanda io: cosa si deve a Guglielmo Marconi? Date un’occhiata ad internet se non ricordate.

Ulrike: A Guglielmo Marconi si deve l’invenzione della radio, a Gianni un insegnamento particolare che serve a ingranare sempre meglio con la lingua italiana.

Giovanni: e io a voi devo le mie scuse per aver ancora una volta sforato i due minuti.

607 Prenderla con filosofia

Prenderla con filosofia (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: quando nella vita accadono cose negative, abbiamo due scelte:

Prenderla bene o prenderla male, vale a dire arrabbiarsi oppure non pensarci più di tanto. Quando la prendiamo bene si può anche dire prenderla con filosofia.

Curiosa espressione questa vero?

Il verbo prendere non deve stupire. Lo abbiamo incontrato molte volte finora.

Prendere qualcosa: se questo qualcosa è un oggetto bisogna usare le mani per prenderlo.

Ma se è un fatto accaduto, decidere come prenderla significa decidere che tipo di impatto questo fatto ha sul tuo morale e quanto riusciamo ad accettare questo fatto e andare avanti. Lo accettiamo con serenità? Oppure no?

Si tratta sempre di cose negative accadute. È facile infatti accettare con serenità le cose positive.

Attenzione a non confondere prenderla con prendersela.

Prenderla si riferisce ad un fatto accaduto o una notizia che si apprende. È questo fatto o questa notizia che si “prende”

Prendersela invece, sempre in senso figurato, significa offendersi oppure accusare qualcuno:

Io me la prendo sempre quando mi prendono in giro (offendersi)

Io me la prendo con te (io accuso te)

Si usa sempre la forma femminile in entrambi i casi: prenderla e Prendersela.

La regina non l’ha presa bene quando Carlo si è sposato con Camilla!

Prenderla bene quindi significa accettare questo fatto senza troppi problemi, e magari scherzarci su.

Se la cosa la si prende male invece ci si concentra troppo su questa cosa, senza riuscire a superarla, ci si rattrista o si resta arrabbiati a lungo.

L’espressione prenderla con filosofia è sostanzialmente come prenderla bene, più o meno come farebbe un filosofo.

Prenderla con filosofia significa mostrare una serena ed equilibrata rassegnazione nelle avversità.

C’è chi dice, ed è qui che l’espressione diventa particolarmente adatta, che la vita stessa debba essere presa con filosofia.

Il che significa che dobbiamo essere sempre pronti ed accettare anche le cose che non ci piacciono. È un stile di pensiero, una filosofia di vita, più che una reazione ad un singolo evento.

L’espressione è particolarmente adatta quando questa reazione serena è stupefacente, quando i guai che accadono sono molto seri e chiunque sarebbe moralmente distrutto.

In effetti a cosa serve la filosofia se non a restare sereni di fronte alle avversità?

La stessa espressione “filosofia di vita” rappresenta un modo di intendere la vita in generale e non solo un modo di reagire agli eventi. È una specie di software che esegue il programma della vita.

La mia personale filosofia di vita ad esempio consiste essenzialmente nel cercare di essere una persona piacevole, cercando sempre di avere un obiettivo ambizioso che tenga viva la mia curiosità e interesse nel mondo.

Ognuno ha una sua personale filosofia di vita e molti la devono ancora scoprire.

Comunque tornando all’espressione di oggi vediamo qualche esempio:

Giovanni: Sofie, hai visto che Marco è stato lasciato sia dalla moglie che dalla sua amante?

Sofie: Ah, e come l’ha presa?

Giovanni: L’ha presa male, infatti è una settimana che non esce di casa.

Sofie: Strano, non è da lui. Di solito Marco prende tutto con filosofia.

Secondo esempio:

Oggi ho visto Mario dopo tanto tempo. Sai che non l’avevo più visto dopo che era stato licenziato e aveva perso sua moglie. Comunque sembra averla presa con filosofia perché era molto allegro.

Terzo esempio:

Giovanni: Non ti dico quante me ne sono successe ultimamente: mi sono rotto una gamba, ho preso il covid, e poi mi è crollata la casa mentre facevo la quarantena. Una tragedia dietro l’altra!

Anthony: Che sarà mai. Dai, prendila con filosofia, in fondo sei ancora vivo.

Giovanni: vorrei vedere te al mio posto!

Adesso mettiamo da parte la filosofia e ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Buongiorno, mi faccio viva di nuovo . Può darsi che da illo tempore non facciate una capatina a Roma. Sbaglio?
Vorrei farvi qualche domanda.
In primo luogo vi piacerebbe visitare piazza San Pietro piena zeppa di capolavori di artisti annoverati tra i più grandi del mondo? Magari avete in vista un viaggio alla volta di Roma. Io vorrei allora farvi notare qualcosa, come faccio a modo mio di volta in volta.
La pavimentazione di Piazza San Pietro è composta da circa 2 milioni di “sanpietrini” . Ce li avete presenti? Quei pezzi di pavimentazione quadrata si chiamano così, ma uno di loro è estremamente particolare ed il suo nome “il cuore di Nerone” si deve ai bambini che capitavano a giocarci con una palla fatta di stracci. Parlo di parecchio tempo fa, quando videogiochi e cellulari non esistevano ancora.

Marcelo: del nome “sanpietrini” ne ho sentito parlare. e quando sono stato/a in Piazza San Pietro, bisognava correre per vedere quella caterva di capolavori presenti!
Vai a immaginare che potevo imbattermi in uno chiamato il cuore di Nerone!

Ulrike: anch’io a mia volta, ne ho sentito parlare, e ho sentito anche delle leggende, o storielle che dir si voglia, su questo sanpietrino particolare. Ne ho sentita una che però parlava di questa pietra chiamandola “il cuore di Bernini”, che non riuscendo a trovare mai l’amore, avrebbe scolpito il cuore di pietra come simbolo della sua vita priva d’amore. Senz’altro mi è piaciuta questa spiegazione, visto tutto il colonnato che vi ha costruito (parlo di Bernini) e altri capolavori, aveva sicuramente il tempo risicato per cazzeggiare coll’amore.

Albéric: Questa tua storiella ha una certa attinenza con una che conosco io. In effetti anch’io ne ho sentito parlare ma nel mio caso lo hanno chiamato “il cuore di Michelangelo”, il quale essendo votato a fare anche piccoli scherzi, l’avrebbe scolpito lui questo cuore, simbolo del suo cuore spezzato da uno sfortunato amore.

Hartmut: Immagino che con questo numero di sanpietrini sulla Piazza, bisogni davvero armarsi di pazienza per poterlo trovare. Sono restio a farlo da solo però.

Irina: Non la faccio lunga io, e vi dico brevemente come fare a trovare questo sanpietrino. Di primo acchitto sembrerebbe difficile, ma spiegato per bene, dovrebbe risultarvi facile. Sempre che interessi a qualcuno.
Allora è situato nel riquadro “sud-ovest” della Rosa dei Venti, nella fascia che corre tutt’intorno all’obelisco centrale, sul lato sinistro del “libeccio”. Sempre che guardiate la facciata della Basilica.

Italiano per cinesi – n. 2 – Impallare il PC – 电脑崩溃

Due Minuti con Italiano Semplicemente – 两分钟,轻松学意大利语

A cura di Claudia Bellumori, insegnante di Italiano L2

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1. 电脑崩溃 (Impallare il PC)

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Trascrizione

呃…该死!!今天电脑又崩溃了…电脑崩溃该怎么办?只有一种解决方法:重启:重启电脑,按下按钮重启即可。但是“impallare”是什么意思?

当某种东西崩溃时-通常是电脑,手机,电子设备-意味着这种东西虽然在持续运转,但就像一个持续转动却无法到达任何地方的球…你们一直在等,等,等…但什么都没发生,唯一的解决方法是按下按钮重启,重启电脑或其他什么东西。

你的电脑有没有崩溃过?我的电脑经常崩溃,迟早我要把它换掉。

这是使用动词impallare唯一的方法。

电脑崩溃,手机崩溃等等…

什么会崩溃?电脑。对,电脑会崩溃。

所有电脑都会崩溃死机?好吧,迟早可能是的。迟早所有电脑都会的,至少我的电脑是这样。手机会崩溃?

你的手机有没有崩溃过?

…让我们说的话…我不知道,可能是,偶尔但不经常的情况下手机也会崩溃。两分钟就要结束了。今天也很开心。拜!!

606 Farsi sentire

Farsi sentire 

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Trascrizione

Giovanni: cosa dite ad un amico o amica quando vi lasciate, quando vi salutate, per fare in modo che lui o lei vi richiami?

Ciao, ci vediamo. Fatti sentire ok?

Oggi vorrei proprio parlarvi di questa espressione “farsi sentire“, che se la interpretiamo letteralmente vuol dire che una persona deve fare in modo che la sua voce sia ascoltata da qualcun altro, come se dovesse strillare, urlare, affinché gli altri la sentano, cioè riescano a sentire la sua voce.

In effetti questo non è sbagliato, perché è il senso proprio dell’espressione “farsi sentire“.

Ma questa espressione ha anche almeno altri tre utilizzi molto frequenti.

Il primo lo abbiamo già visto, e significa “chiamami“, “aspetto una tua telefonata”, “non sparire”. Farsi sentire in questo caso significa mettersi in contatto con qualcuno. Simile quindi a farsi vivo, telefonare, chiamare.

È un modo amichevole di rivolgersi ad una persona che non si vede molto spesso, e che, spesso con una frase di circostanza, di gentilezza, ma a volte senza troppo crederci, si saluta.

Si può usare anche quando una persona sta per partire per un viaggio. Una volta non c’erano i telefoni cellulari e l’unico modo per comunicare era che questa persona si facesse sentire, cioè che chiamasse telefonicamente di sua volontà. Non si poteva fare altrimenti.

Mia madre me lo diceva spesso quando andavo in vacanza d’estate con gli amici

Mi raccomando fatti sentire qualche volta!

Ma non c’è bisogno di andare in vacanza. I genitori spesso si lamentano che i figli non li chiamano mai:

Mio figlio non si fa mai sentire! Se non lo chiamo io sparisce per mesi!

C’è però anche un secondo modo molto frequente di usare l’espressione. Si usa nel senso di farsi valere, far valere le proprie ragioni, o farsi rispettare dagli altri.

Mi raccomando, fatti sentire oggi con tuo figlio. Non si deve permettere di risponderti male!

Oppure:

Donna: stasera mio marito mi sente!

Amica: Perché? Cosa ha fatto?

Donna: non si è ricordato del nostro anniversario di matrimonio!

Amica: ah brava, fatti sentire per bene!!

Questo povero marito quindi dovrà pagare per essersi dimenticato dell’anniversario di matrimonio.

La moglie si farà sentire con lui, cioè difenderà con forza le sue ragioni! In questo caso specifico lo cazzierà per bene, come si suol dire.

Quindi un secondo significato di farsi sentire è esprimere con forza la propria opinione per ottenere qualcosa.

Un altro esempio:

Domani alla partita fatevi sentire con l’arbitro se prende delle decisioni sbagliate, non siate timidi.

Anche in questo senso è simile a farsi valere, imporsi, protestare.

Un terzo significato è avvertire in modo netto, marcato.

Se dico che:

Il freddo a Milano si fa sentire in inverno

vuol dire che durante l’inverno fa molto freddo a Milano.

Non solo una persona può farsi sentire allora.

Iniziano a farsi sentire le conseguenze dell’opera dell’uomo sulla terra: inquinamento, riscaldamento globale.

Dopo due minuti di ascolto si fa sentire un po’ di stanchezza vero?

Allora noi ci sentiamo domani. Mi faccio sentire io, ok?

Vi lascio al ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut: Cristiano Ronaldo è appena passato dalla Juventus al Manchester senza versare una lacrima, come accade di volta in volta ad ogni suo trasferimento

Ulrike: Un calciatore che si è sempre contraddistinto per la sua freddezza.

Sergio: una macchina da soldi è pur sempre una macchina.

Marta: la Juventus non lo ha accontentato economicamente e lui ha pensato: ah sì ? Allora vi attaccate! Io me ne vado!

Khaled: questo la dice lunga sulla sua simpatia

Mary: beh vorrà dire che ne faremo a meno. A me non vanno a genio questo tipo di atleti.

Irina: povero ragazzo. A me fa un po’ pena. Non riuscire ad affezionarsi a nessuna squadra è veramente triste. Quale che sia il suo stipendio, non è un ragazzo felice secondo me.

Rauno: mi fa parecchio strano l’aggettivo povero associato a Ronaldo. Siamo piuttosto agli antipodi della povertà.

605 In vista

In vista

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Trascrizione

Giovanni: cosa c’è in vista, per il prossimo episodio di Italiano Semplicemente?

Vi siete mai fatti una domanda simile?

Probabilmente no, ma sicuramente, tutti i giorni, nella vostra vita quotidiana vi chiederete:

Cosa si fa sabato sera?

Che tempo farà domani?

Secondo me oggi ci sarà un temporale

Dovrebbe uscire il nuovo iPhone a fine settembre

Bisogna spendere poco perché sta arrivando la crisi economica.

Ecco, in queste normalissime frasi di tutti i giorni potete anche usare la locuzione “in vista“.

Cosa c’è in vista per sabato sera?

Che tempo c’è in vista domani?

C’è un temporale in vista secondo me

Lancio in vista del nuovo iPhone a fine settembre

Bisogna spendere poco perché è in vista una crisi economica.

Avete capito sicuramente che la vista, il senso degli occhi, non è necessariamente legato a questa locuzione.

Si sta semplicemente parlando di qualcosa che probabilmente accadrà, si parla dell’immediato futuro, quindi qualunque cosa potrebbe essere in vista, se questa cosa è giudicata probabile:

Nozze in vista per la principessa

Evidentemente si pensa che la principessa si sposerà presto.

Si usa anche per indicare qualcosa che è in progetto:

Abbiamo in vista una riunione dei membri dell’associazione

Oppure si usa per prevenire o per impedire che qualcosa accada:

In vista della festa di domani, le ragazze sono tutte dal parrucchiere!

Come dire: poiché domani ci sarà la festa le ragazze sono andate a farsi i capelli.

Si può usare anche in senso proprio, facendo riferimento proprio alla vera vista.

In mare aperto, appena si vede la terra in lontananza si può dire:

Terra in vista!

Si inizia a vedere la terraferma quindi.

Se ho appena fatto una rapina in banca, devo stare attento che non ci sia in vista la polizia:

Nessuno in vista, possiamo scappare

C’è però anche un altro modo di usare “in vista”.

Si usa quando vogliamo mostrare qualcosa. Normalmente si usa il verbo mettere o tenere:

Metti/tieni bene in vista le scarpe

Cioè fai in modo che le tue scarpe siano viste da tutti.

Quando andrai al ballo, cerca di metterti bene in vista altrimenti rimarrai zitella!

Cioè cerca di fatti notare, fatti vedere, non metterti in disparte.

Quell’antipatico di Giovanni ha fatto di tutto per mettersi in vista durante la riunione.

Qui l’ho usato ancora in modo figurato, nel senso che Giovanni ha cercato di farsi notare, di attirare l’attenzione su di sé.

Si usa, sebbene più raramente, anche nel senso di “in considerazione”:

È stato nominato direttore in vista delle sue qualità

Quindi: per via delle sue qualità, in considerazione delle sue qualità.

Infine, di una persona nota, famosa, si dice anche che è una persona o un personaggio in vista. Cioè una persona conosciuta, di cui si parla molto, un’autorità.

Adesso ripassiamo, ma prima lasciatemi dire che ci sono due audio-libri in vista di pubblicazione. Si tratta del quinto audio-libri della. Rubrica dei due minuti contenente gli episodi dal 501 al 600 e la terza parte del corso di Italiano Professionale, che riguarda le riunioni e gli incontri di lavoro.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente (in preparazione)

Khaled: ho cercato un po’ su internet e ho visto che vi sono molti usi del termine “vista”.

Rauno: basta cambiare la preposizione davanti e abbiamo un significato diverso. Che so: di vista, a vista, da vista, con vista eccetera. Credo che ne avremo ancora per molto prima di saper usare tutti i suoi utilizzi.

Hartmut e Harjit: senza contare i verbi, i sostantivi e le espressioni che derivano dalla vista: avvistare, la svista, a prima vista, eccetera.

Mary: ho sentore che ben presto faremo luce anche su questo.

Italiano Professionale – lezione 35: i verbi da usare durante una riunione

Italiano Professionale – lezione 35: i verbi da usare durante una riunione

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Trascrizione

Giovanni: con questo episodio terminiamo la sezione terza del corso di Italiano Professionale, dedicata agli incontri di lavoro.

Ho pensato che fare una panoramica su alcuni verbi particolari può essere un buon modo di concludere questa sezione, fermo restando che cogliamo come sempre l’occasione di ripassare le passate lezioni, in perfetto stile Italiano Semplicemente.

Avevo pensato ai seguenti verbi: Proporre, accettare, dare credito, diffidare, accordare, riporre, esplicare, emergere, discutere, contestare, criticare, dibattere.

Vediamoli uno alla volta e poi alla fine vi propongo un esempio reale di utilizzo, con qualche frase che vi invito a ripetere. LE VOCI FINALI SONO DEI MEMBRI DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANO SEMPLICEMENTE

DURATA: 20 MINUTI

 

604 Guarda questo!

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Trascrizione

Giovanni: oggi ci aspetta un episodio più leggero rispetto a quelli visti più recentemente.

Vi propongo una esclamazione che capita spesso di sentire soprattutto in strada, da persone arrabbiate, irritate per qualche cattivo comportamento avuto da altre persone, specie se questo fatto è accaduto nei loro confronti.

Una esclamazione simile l’abbiamo già vista. Sto parlando di “ma guarda tu. Stavolta però non c’è solamente il verbo guardare.

Questa volta invece il termine più importante è “questo“:

Ma guarda questo!

Ma questo che vuole?

Ma l’hai sentito questo?

Ma questa che fa?

Ma questi dove vanno?

Ma da dove vengono questi?

Ma questi che vogliono adesso?

Avevamo già accennato al fatto che in tali esclamazioni “questo” e “questa” sono modi irrispettosi, irriverenti, di indicare una persona che può essere un uomo (questo) oppure una donna (questa). Al plurale ovviamente diventano questi e queste.

Se usiamo “quello” e “quella” è leggermente diverso, perché a volte si esprime solamente curiosità o una lontananza fisica rispetto a chi parla:

Ma quelli chi sono?

Altre volte invece quello e quella, così come quelli e quelle, si usano per porre delle distanze tra me o noi e loro:

Figlio: Papà, alcuni miei compagni mi prendono in giro.

Padre: Lasciali perdere quelli! Sei molto più intelligente di loro.

Inoltre queste persone che vengono indicate in questo modo (questo/a/i/e) in genere non si conoscono. Se invece uso quella/o/i/e, quando si vuole porre delle distanze, invece sono persone conosciute.

So che frequenti la figlia del macellaio. Lasciala stare quella, ché girano brutte voci su di lei.

Non me ne vogliano le figlie dei macellai ovviamente. È solo il primo esempio che mi è venuto in mente.

Nelle esclamazioni, quando uso “questo/a/i/e”, sembrerebbe quasi che manchi un aggettivo però (guarda questo!).

Ma questo cosa?

Questo stupido?

In effetti il senso che si vuole dare è di questo tipo, più o meno.

L’aggettivo mancante, almeno quello più adatto, è generalmente scemo, idiota, imbecille, stupido, insensato, scimunito, pirata della strada, cretino, maleducato e via discorrendo.

Se una macchina invade la mia corsia e sembra venirmi addosso, a me verrebbe spontaneo esclamare:

Ma guarda questo!

Ma che vuole fare questo?

Ma questo che intenzioni ha?

L’aggettivo viene omesso, lasciando all’ascoltatore l’onore di inserire quello più adatto all’occasione.

Oppure se la domenica si incontrano dei ciclisti sulla strada asfaltata (i famosi ciclisti della domenica) che fanno venire un po’ di preoccupazione agli automobilisti che devono superarli, specie se arrivano anche macchine dalla direzione opposta, può venire spontaneo pensare o dire:

E adesso ci mancavano solo questi!

Speriamo che questi si spostino adesso!

Questi sono pericolosi!

Accade spesso anche che, di fronte ad una persona che ci stupisce per la sua maleducazione si esclami:

Ma guarda questo!

Anche ascoltando chi parla in modo strano, magari in un dialetto:

Senti questo come parla!

Può accadere anche che se si interrompe due persone che stanno parlando, una delle due, mostrando irritazione, dica all’altra:

Senti questo che vuole!

In linea teorica potremmo anche esprimere semplice curiosità o meraviglia, e non irritazione verso una persona usando “questo” per indicarla (guarda questo! Senti questo! Che fa questo?) ma non si fa normalmente. Se lo si fa bisogna stare attenti al tono e all’espressione del viso.

Inoltre può accadere che quando si presenta un amico o parente o collega ad altri si possa dire:

Questo è Giovanni.

In genere però il contesto deve essere molto informale. Meglio usare altre formule:

Ti presento Giovanni

Lui è Giovanni

O al limite:

Questo bel ragazzo è Giovanni!

La cosa curiosa di “questo”, quando indica una persona, è che non è detto ci debba essere qualche altra persona accanto a noi a cui ci rivolgiamo. Posso anche essere solo ad arrabbiarmi osservando un comportamento che non mi piace:

Questo adesso mi sente!

Ma questo che sta facendo?

Uno straniero, ascoltando queste parole, potrebbe pensare che questo italiano stia parlando con qualcuno ma in realtà sta solo commentando qualcosa che ha visto fare o dire da qualcuno e questa cosa non è di suo gradimento. Non siamo pazzi però. Non parliamo da soli. Siamo solo italiani 🙂

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Grazie Gianni per l’episodio scorso in cui ci hai introdotto questo modo nuovo di parlare di offese, permalosità, suscettibilità e che dir si voglia, sicché questa direi che è l’ennesima comprova, della ricchezza e bellezza di questa lingua che impariamo. Il rovescio della medaglia è che ce ne vuole di coraggio e pazienza di cui armarsi , per farci inculcare queste frasi. Però ci destreggiamo , eccome, ogni giorno di buona lena. Questo balza subito agli occhi quando si leggono questi ripassi dei membri dell’associazione. Il ripassone dì Doris (che si trova sempre nell’ultimo episodio) è spettacoloso e tutt’altro che farraginoso. A suo modo, ha sforato un po’. Però quando si scrive, i propri pensieri manco si finisce con uno che subito sbuca il successivo. Grazie Doris anche a te, perché con il tuo ragionamento con me sfondi una porta aperta. Peccato che Doris si presenta con i suoi ripassi solo a sprazzi. Adesso, per quanto io voglia averne ancora per molto, mi rendo conto che avete il tempo risicato perciò vi saluto e a presto.

Albéric: fino a un secondo fa questo era un ripasso registrato in toto da Bogusia.

Ulrike: non se ne avrà certamente a male se aggiungiamo qualche frase.

Hartmut: ma quando mai!

Irina: ragazzi. Vorrei partecipare anch’io ma a un tratto mi è venuto in mente che potremmo scatenare l’ira dei visitatori del sito con tutti questi ripassi. Senza contare che siamo a ridosso dei 10 minuti ad occhio e croce.

Mary e Rauno: giusto il tempo di fare un veloce saluto. Ciao!!

603 Aversene a male

Aversela a male

File AUDIO disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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Trascrizione

Giovanni: come promesso nell’ultimo episodio, oggi vediamo da vicino l’espressione “Aversene a male“, che meno frequentemente diventa “Aversene per male“. Di solito si usa la preposizione a.

Sono molto frequenti anche le forme “avercela a male” e “averne a male” se la utilizzo in modo impersonale.

Un po’ complicato all’inizio formare delle frasi ma facciamo più esempi in modo che sia più semplice per voi non madrelingua italiana.

L’espressione significa offendersi, che come abbiamo visto nello scorso episodio, è tipico delle persone permalose (che viene da “per male”).

Aversela a male è dunque la versione più diffusa.

Non avertela a male se ti dico che sei un po’ troppo permaloso

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la Juventus perde domani ok?

Non avercela/avertela/avertene/averne a male se la tua fidanzata non ti chiama ogni mezzora!

Spero che Giovanni non se l’abbia a male se non lo invito per la festa del mio compleanno.

Maria se ne ebbe a male quando le confessai che non mi piacciono le donne!

Le ho detto: non te ne devi avere a male per questo! Non devi avertene a male!

Non ve ne abbiate a male se non non dovessi salutarvi. La. Verità è che ho grossi problemi alla vista!

I miei amici se ne ebbero a male quando mi trasferii.

Non avercela/avertene/averne a male, ma dovrò ucciderti

I miei compagni di squadra mi hanno attaccato ma io non me ne sono avuto a male.

Prego chi legga queste poche righe di non avercela/aversela/aversene a male. Non voglio offendere nessuno

È un’espressione simile anon me ne volere” che abbiamo già visto, ma stavolta si pone maggiormente l’attenzione sulla reazione e sull’offesa ricevuta anziché sul risentimento verso una persona (verso di me se dico “non me ne volere).

Non avertene a male (non ti offendere per questo, non fare il permaloso)

Non me ne volere (non essere risentito con me, non offenderti con me).

Però possiamo anche dire che tu ce l’hai a male con me, dove c’è offesa, permalosità e risentimento nei mie confronti al contempo.

Rispetto al semplice uso del verbo offendersi aversela a male è ad ogni modo anche un modo più ricercato di esprimere lo stesso sentimento.

Naturalmente è molto più diffuso, nel linguaggio colloquiale, l’uso del verbo “prendersela“.

Non te la prendere se domani non ti chiamo

Questo è più intimo rispetto e personale a “non ce l’avere a male“, che invece direi che è più distaccato, quasi formale direi.

Ecco, se dovessi dare del lei alla persona con cui parlo o se mi riferisco meno a questioni personali, meglio usare avercene a male piuttosto che prendersela.

Prendersela quindi è più personale e colloquiale.

Se invece volessi essere più empatico e vicino alla persona con cui sto parlando probabilmente dovrei usare il verbo dispiacersi:

Non ti dispiacere se non dovessi modo di farti un regalino ok?

Lo so, “aversene a male” è più difficile. Abbiate pazienza. Però se vi esercitate ce la potete fare.

Io ce l’ho a male con te per ciò che hai fatto.
Ce l’hai a male perché l’affare è andato a monte?

Lei non ce l’ha a male con gli animali, è solo allergico al pelo del gatto!

Lui non deve aversene a male, ma non può andare in Italia senza green pass!

Nessuno deve aversene a male se si dovessero chiudere gli stadi per la pandemia. Sarebbe un atto necessario!

Ci hanno detto che ne abbiamo avuto a male, ma non è vero!

Voi ve ne aveste a male per avermi visto in mutande!

Gli inglesi se ne sono avuti a male per come sono finiti gli europei di calcio.

Adesso ripassiamo. Non vorrei ve ne aveste a male per via della durata dell’episodio…

Abbiamo un bel ripasso realizzato da Doris, che ovviamente è un membro dell’associazione Italiano Semplicemente. I ripassi, d’altronde, sono ad esclusivo appannaggio dei membri.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Buongiorno. Dacché mi piacciono gli apporti di Bogusia nei suoi ripassi, e vorrei leggerli più spesso, mi sono sentita costretta a dare seguito a un suo appello, richiamo, o per meglio dire, al suo invito, di scrivere qualche riga per non darle buca. Il testo non contiene parole farraginose ma mi sono adoperata comunque per buttare giù qualche termine.

Forte della mia abnegazione e memore dell’utilità di ripassare, comprovata mille volte, sono riuscita alla fine a vincere questa maledetta indisciplina che mi affligge ogni volta quando mi accingo a scrivere qualcosa.

Se vogliamo superare la nostra pigrizia, in primis dunque dobbiamo smettere di battere la fiacca. Approfittiamo degli sprazzi di ispirazione, quando ci sentiamo meno sguarniti di idee e naturalmente dobbiamo ricordare che non tutte le ciambelle riescono col buco.

Con un po’ di assiduità e perseveranza di solito arriva prima o poi uno sprazzo di genio.

Comunque, laddove soffriate davvero di pigrizia come me, c’è un trucco che adopero ogni due per tre e che vi rivelerò subito: fare mente locale nel dormiveglia, la mattina presto.

Per la cronaca: non funziona sempre perché c’è il rischio di assopirsi. Se qualcosa va di traverso però, vi prego, non ve la prendete con me.

Se volete andare sul sicuro invece, l’alternativa è fare una capatina al sito, là dove si trovano tutti gli episodi trattati in precedenza.

Oggi non volevo rischiare nulla e mi sono avvalsa appunto della nutrita lista delle espressioni. Per scrupolo vi avviso che ancora terrò banco per un po’, perché non lo facevo da illo tempore.

La sottoscritta infatti non si fa mai sentire, fermo restando che l’assenza non dovrebbe fare la differenza finché i compiti vengono fatti con disciplina.

In ogni modo, la verità è che per noi stranieri è un po’ po’ di lavoro scrivere qualcosa di decente in una lingua ampiamente sconosciuta. Il tempo usato, di contro, è ben investito seppure spesso i frutti vengano raccolti solo molto più tardi.

Non ho il benché minimo dubbio però che anche chi non ha mai provato può fare un bell’esordio se è appassionato e ci si mette di buona lena. Rimanere a carissimo amico troppo a lungo può essere scoraggiante, per non dire demoralizzante. Non è cosa secondo me continuare col metodo che state seguendo se non funziona.

Non è ovviamente mia intenzione farvi vedere i sorci verdi.

Se un metodo ben ricercato come il nostro esiste perché non seguirlo? Guarda caso proprio oggi ho letto un vecchio proverbio cinese che la dice lunga: un’abilità che non aumenta giornalmente, diminuisce giornalmente.

Con questo vi saluto e vi auguro una buona giornata!

602 Il suffisso – oso

Il suffisso – oso

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Trascrizione

Giovanni: nell’ultimo ripasso, era l’episodio n. 601, ci è stato chiesto di far luce sul termine farraginoso.

Allora colgo l’occasione per parlare più in generale del suffisso – oso.

Questo suffisso si utilizza non solo con “farraginoso“, ma è presente in parecchi aggettivi.

Pensiamo a generoso, borioso, arioso, formoso, noioso, ambizioso, poderoso, ecc.. ma anche spigoloso, peloso, eccetera.

Questi termini hanno in comune una cosa: c’è una abbondanza di qualcosa, un’abbondanza della qualità espressa dal sostantivo da cui derivano (aria, forma, generosità, spigoli, noia, peli ecc.).

Poi ci sono anche aggettivi che hanno un senso spesso figurato, come fumoso, che può essere una candela che fa fumo (candela fumosa) o un discorso o persino una persona fumosa, che similmente a farraginoso (come vedremo) indica la presenza di qualcosa di poco chiaro, quindi complicato e contorto. Pieno di fumo in senso figurato.

Certo, a volte è più complicato capire pensando al sostantivo. È il caso di favoloso che viene da favola. Ma “è una favola” si usa spesso per indicare qualcosa di bellissimo e indimenticabile.

Oppure pensiamo a permaloso. Da dove viene? Permaloso si dice di una persona che si offende facilmente, che dà prova di una certa suscettibilità risentita. Viene dal termine “male” perché “prende male” (interpreta male) le parole degli altri, nel senso che gli dà una lettura sbagliata, offensiva nei suoi confronti. Esiste infatti anche l’espressione aversela per/a male, che significa sempre offendersi. Ma questa bella espressione meglio se la vediamo bene nel prossimo episodio.

Torniamo a bomba invece. Anche farraginoso è difficile da decifrare per un non madrelingua. Deriva dalla farragine, che è un miscuglio indiscriminato di cose diverse. C’è l’idea della confusione.

Potrei dire ad esempio che un discorso fatto da una persona è molto farraginoso. Quindi è un discorso che si potrebbe dire pieno di concetti diversi, una farragine di concetti diversi tutti mischiati, senza un ordine preciso. Insomma un discorso noioso e confuso. Poco chiaro sicuramente.

Un racconto farraginoso o una tecnica farraginosa, una procedura farraginosa, quindi difficile da applicare, poco chiara. Un oggetto però non può essere farraginoso.

Curioso e anche l’aggettivo spettacoloso, molto simile a spettacolare.

Non è facile riuscire a capire quando usare l’uno o l’altro, e forse non c’è poi una così grande differenza.

Spettacolare è qualcosa di straordinario da vedere, tale da impressionare profondamente, una cosa suggestiva, straordinaria a vedersi e che impressiona profondamente.

Un tramonto spettacolare

Una gara spettacolare

Un incidente spettacolare

Una decorazione spettacolare

Festeggiamenti spettacolari

La vista è sicuramente la cosa più importante per parlare di spettacolarità.

Spettacoloso si tende a preferire quando stiamo dando un giudizio su qualcosa che non solo ci piace molto, ma che che è fuori dell’ordinario, fuori dal normale, eccezionale, non necessariamente legato alla vista:

Un’intelligenza spettacolosa

Un film che ha avuto un successo spettacoloso

L’atleta ha fatto un salto spettacoloso

Direi che con le attività umane che ci colpiscono per la loro eccezionalità sia preferibile usare spettacoloso. Per ciò che è più legato allo spettacolo vero e proprio è certamente più adatto spettacoloso.

Comunque a parte spettacolare e spettacoloso in genere non c’è questa doppia possibilità.

Allora spero che questo episodio non sia giudicato farraginoso, perché sarebbe noioso e poco chiaro.

Vi lascio al ripasso:

Bogusia: E così zitti zitti abbiamo superato i 600 episodi. E che po’ po’di episodi con i fiocchi, permettetemi di dire!
Noi dell’associazione italiano Semplicemente siamo ormai un bel nutrito gruppo di appassionati delle cose italiane, ivi comprese la lingua, la storia e cultura. Mi stupirebbe se ci fosse qualcuno tra noi di diverso avviso. Qualcuno che si imbatte in questo nostro sito, mentre cerca di trovare qualcosa per ingranare meglio con la lingua italiana casca davvero bene . Adesso però bando alle ciance perché in due minuti sono già passati.
Giusto il tempo di chiedervi qualcosa. Ho sentore però che il grosso di voi ne abbia ormai sentito parlare. Si tratta della scoperta a Pompei di una tomba con un corpo parzialmente mummificato, ce l’avete presente?
Si tratta di una scoperta che apporterà molto alla nostra conoscenza del passato. Si tratta di un corpo di un uomo anziano che aveva probabilmente 60 anni e passa ed era per giunta uno schiavo liberato. Pompei non smette di stupire e gli archeologi si aspettano una caterva di nuove scoperte meravigliose da regalare al mondo. Io a mia volta sto scalpitando per sentirne altre il più presto possibile. Per oggi questo è quanto. Ci riaggiorniamo. Ciao.

601 Senza contare

Senza contare

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Trascrizione

Giovanni: così siamo arrivati all’episodio numero 601, senza contare tutti gli episodi che avevamo fatto in precedenza delle altre rubriche presenti su Italianosemplicemente.com.

Oggi vorrei parlarvi proprio dell’espressione “senza contare” che è molto adatta al linguaggio colloquiale, nel senso che si usa normalmente nella vita di tutti i giorni, ma in realtà si usa anche nello scritto.

Contare, di per sé, è un verbo che ha diversi utilizzi. Abbiamo già vistoavere voce in capitolo” e “contare per qualcuno” e anche “tener conto” e “fare la conta“.

Un altro significato è quello che spieghiamo oggi, cioè: mettere nel conto, comprendere in un computo, in un conteggio, o semplicemente considerare.

Es:

Oggi ho speso circa 50 euro, senza contare le monete.

Quindi nel conteggio non ho considerato le monete che ho speso. Se considerassi anche le monete la spesa aumenterebbe.

Quanti siamo a cena stasera? Saremo in sette, senza contare i bambini.

Quindi senza considerare i bambini saremo sette persone. Ma se li consideriamo il numero aumenta.

In questi casi si parla appunto di numeri e non sembra affatto strano usare il verbo contare. Avrei comunque potuto usare anche considerare, conteggiare, prendere in considerazione e mettere nel conto.

Ma non sempre “senza contare” si usa con i numeri.

Es:

Abbiamo dovuto traslocare perché la casa era troppo piccola. I nostri ragazzi stanno crescendo e hanno bisogno di maggiore intimità e libertà personale. La nuova casa è più grande e comoda. Senza contare che è anche vicina all’università e avremo molti meno problemi in futuro.

In questo esempio sto parlando delle motivazioni che ci hanno spinto al trasferimento, a cambiare abitazione. La nuova casa è più grande e per questo l’abbiamo cambiata.

Ma la nuova casa è anche più vicina all’università. Questo è un vantaggio ulteriore derivante dal trasferimento.

Ho usato “senza contare che” perché avremmo comunque scelto questa nuova casa. Anche senza questo vantaggio aggiuntivo.

Se vogliamo, questo è un modo alternativo per aggiungere qualcosa in un discorso; qualcosa che rafforza l’affermazione precedente.

Si può usare sempre in questo senso.

Es: con quello che è successo in Afghanistan recentemente (i talebani che conquistano Il potere a Kabul), è chiaro che Biden ha fatto una figuraccia perché per come sono andate le cose è facile capire che negli ultimi vent’anni sono state fatte scelte sbagliate. Senza contare quello che ancora potrebbe succedere a peggiorare la situazione.

Ecco, in questo caso ho parlato della brutta situazione che si è creata a Kabul che non giova sicuramente all’immagine del governo americano guidato da Biden. Inoltre per rafforzare ciò che ho appena detto, aggiungo che la situazione potrebbe peggiorare ancora di più. Cosa che finora non è stata presa in considerazione:

Senza contare quello che ancora potrebbe succedere a peggiorare la situazione.

Un altro esempio:

Il mio medico mi ha consigliato di non andare al lavoro con lo scooter, perché dice che il rischio di cadere è troppo alto. Senza contare, ha aggiunto, l’inquinamento che si fa sentire di più rispetto ai mezzi pubblici o l’automobile.

Concludendo, potete usare questa espressione al posto di “inoltre“, oppure “si potrebbe considerare anche…“, “potrei aggiungere che…” ma in questo modo voglio essere più convincente.

Esistono anche altre espressioni in parte simili. Qualcuno si sarà sicuramente ricordato di “come se non bastasse“, “per giunta” e “per di più” . Ne abbiamo parlato nell’episodio 366. In questi casi però si tratta quasi sempre di cose negative e la cosa aggiuntiva è sempre abbastanza importante.

Questa nuova espressione di oggi invece punta in particolare ad aggiungere qualcosa in più ma meno importante, una cosa di cui non ci sarebbe neanche bisogno per arrivare alla stessa conclusione. Ma ne parlo lo stesso proprio perché voglio essere più convincente o magari solo perché mi è venuta in mente all’ultimo momento.

Sono già arrivato ad una conclusione, ma se ce ne fosse bisogno aggiungo un ulteriore elemento che la rafforza.

Unitevi alla nostra associazione per continuare a seguire questa rubrica, perché ogni giorno si impara qualcosa di nuovo senza dimenticare le cose già imparate. Senza contare che diventando membri dell’associazione potrete anche partecipare con la vostra voce e partecipare alle discussioni quotidiane sul gruppo whatsapp.

A proposito della voce dei membri…

Bogusia: Buongiorno. Ogni due per tre, mi imbatto in parole nuove di questa bella lingua italiana. Conformemente alla mia fissazione di apprenderla per bene non lascio nulla di intentato per giungere a questo mio obiettivo. Adesso vorrei chiedervi: ve la sentite dì darmi manforte? Quand’anche lavorassi 24 ore su 24 non riuscirei da sola. Una bella caterva di esempi con la parola farraginoso mi andrebbe a genio. Visto che siete gente perbene e ben disposta non mi risponderete picche. Grazie mille in anticipo e buona giornata a tutti voi.

600 Siamo lì

Siamo lì

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Trascrizione

Giovanni: episodio numero 600 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Ricordate l’espressione “lì lì per“? Se ricordate si può usare con il verbo essere oppure stare. Ad esempio:

Sono lì lì per uscire

Stavo li li per uscire

Ero lì lì per entrare

Giuseppina: Gianni stava li lì per finire ma ma sono arrivata io.

Eccetera.

Si tratta come si è visto di azioni imminenti, e l’espressione serve spesso per anticipare un’altra cosa che accade:

Ero lì lì per uscire di casa quando ho sentito delle grida provenire dall’interno.

Bene. Una locuzione simile, che però si usa in modo diverso è la più semplice “siamo lì“.

“Lì” però si presenta una sola volta. Anche in questo caso si scrive con l’accento sulla i, come ad inricare un luogo.

Questa locuzione, beninteso, può essere usata semplicemente per indicare appunto un luogo.

Domanda: Siete arrivati a Roma?

Risposta: sì, siamo lì.

Domanda: Perché voi italiani avete creato una postazione in Afganistan?

Risposta: siamo lì per aiutare le persone. Siamo lì da qualche anno ormai.

Quindi “ci troviamo in quel luogo”, questo è il senso.

Però non si usa solo in questo modo, e tra l’altro “lì” si usa in genere nella lingua italiana per indicare un luogo diverso, più lontano da quello in cui ci troviamo quando parliamo. Normalmente infatti questo luogo lo indichiamo con “qui”.

Potremmo però decidere di usarlo in modo figurato.

Infatti la locuzione “siamo lì” si utilizza spesso per indicare non un luogo in cui ci troviamo, ma in modo figurato, una vicinanza, una prossimità, non necessariamente ad un luogo, ma anche ad un concetto, a un significato, al senso di una parola, o anche vicini ad un numero.

Si utilizza per indicare lo stesso risultato, gli stessi effetti prodotti da due cose non molto diverse tra loro. Diverse si, ma fondametalmente quasi uguali.

Attenzione perché si deve usare solamente la prima persona plurale: “siamo lì“.

Vediamo qualche esempio:

Siamo al ristorante e il conto viene 100 euro.

Allora andiamo a lamentarci col proprietario perché secondo noi dovrebbe essere pari a 99 euro.

Il proprietario potrebbe rispondere:

Vabbé, 100 o 99 euro siamo lì.

Cioè è la sessa cosa, cosa cambia nella sostanza tra 99 e 100 euro?

Oppure io potrei dirvi che, come sapete, gli episodi di questa rubrica durano non due minuti ma qualche volta qualche secondo in più, ma in genere siamo lì, siamo lì intorno ai due minuti, non fa molta differenza.

Potremmo dire che “siamo lì” ha un senso simile a “più o meno”, ma “siamo lì” si usa in senso meno neutro, per esprimere
con decisione che la differenza non produce risultati diversi. Tra l’altro posso anche dire che “siamo più o meno lì“. Stesso significato.

Quindi quando si dice “siamo lì” non ci troviamo in nessun luogo; non è questo che vogliamo dire, e inoltre il “siamo” non si riferisce a “noi”, ma stiamo normalmente rispondendo ad una persona o osservando che due cose sono molto vicine tra loro; una vicinanza nello spazio, oppure nel significato, nel numero eccetera. È quasi come dire “è la stessa cosa”.

È una locuzione informale che spesso si usa in situazioni in cui non si è d’accordo con qualcun altro.

In questi casi, per aumentare il senso della protesta o del disaccordo si potrebbero utilizzare anche altre espressioni particolari tipo “capirai“, “embè“, “e allora?” ed altre.

Attenti anche al tono:

Embè? Siamo lì dai!

Capirai, che differenza c’è? Siamo più o meno lì.

È allora? Siamo lì col significato, mica c’è tutta questa differenza.

Es:

quanti km abbiamo fatto oggi a piedi? Il programma di allenamento ne prevedeva 15.

Risposta: Non so esattamente quanti ne abbiamo fatti ma direi che se non sono ancora 15, siamo lì.

Dovevi restituirmi 25 euro. Me ne hai ridati solamente 20.

Risposta: eh, capirai, siamo lì, non stare a fare il precisino adesso!

Che significa precisino? È come cavilloso?

Si, siamo li col significato, diciamo eccessivamente zelante, cavilloso, troppo attento ai dettagli, ai cavilli, quando invece non si dovrebbe.

Ammettiamo adesso che ci siano due studenti di italiano che vogliono sfidarsi a chi conosce meglio la lingua.

Uno è arrivato all’episodio numero 550 della rubrica e l’altro è arrivato al numero 560. Chi è il più bravo?

Io direi che siamo lì, più o meno siamo allo stesso livello, anche perché la conoscenza della lingua è una cosa complessa.

A presto!

Giovanni: Comunque per la cronaca adesso siamo a 600 e adesso è anche l’ora del ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Mary:

Ieri mi girava bene e così ho pensato fosse una buona occasione per mettermi all’opera e abbozzare un bel ripasso. Stavo lì lì per cominciare quando Anto ha preso la parola e ha sfoderato un ripassone coi fiocchi. Una storiella buffa e ricca di una caterva di espressioni della rubrica. Di punto in bianco mi sono sentito/a demoralizzato/a. Non riuscirei mai a scriverne una così, io.

Marcelo:
Ma va’ , per così poco!
Per giunta, è risaputo che Anto è portato per le storielle buffe, poi è mezzo italiano, vuoi che non ci sappia fare con i concetti italiani?

Sergio:
Ben detto Marcelo. Del resto sappiamo bene che anche Mary è all’altezza eccome di fare un bel ripasso. Non c’è bisogno di comprovarlo di episodio in episodio.

Mariana:
Infatti, vai a capire allora perché Mary si senta demoralizzata. Ci sono ripassi e ripassi. Io quando ne vedo uno particolarmente ben riuscito prendo subito spunto, per poter uscirmene con uno degno di nota. A maggior ragione bisogna apprezzare chi riesce a sfruttare al meglio le espressioni che impariamo di volta in volta.

599 La giustezza e l’espressione “non raccontarla giusta”

La giustezza e l’espressione “non raccontarla giusta”

(scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: allora avevamo detto che oggi avremmo parlato della giustezza e di una espressione italiana.

Iniziamo dalla giustezza che è la caratteristica delle cose giuste. Semplicemente. Ma l’importante è non confonderla con la giustizia.

La giustezza è la qualità di ciò che è giusto, conveniente o appropriato:

Es:

La giustezza di un provvedimento legislativo si valuta dagli effetti che produce. Altrimenti possiamo dire che è una legge sbagliata. Poi magari è anche giusta o ingiusta. Ma è un altro discorso.

Quindi parliamo della sua adeguatezza, appropriatezza, se vogliamo, la sua bontà.

Allora anziché dire che secondo me Giovanni ha detto una cosa giusta, posso dire:

Devo riconoscere la giustezza delle parole di Giovanni

Attenzione quindi, non possiamo usare la parola giustizia in questo caso.

Un altro esempio:

Devo ammettere che la sua osservazione è giusta.

Esattamente come dire:

Devo ammettere la giustezza della tua osservazione, o del tuo ragionamento.

Probabilmente hai fatto un ragionamento corretto, logico, esatto, quindi giusto. Potrebbe anche darsi che ciò che hai detto risponde al vero.

Se io rivendico la giustezza delle mie azioni, sto dicendo che ciò che ho fatto era giusto che io lo facessi. Non ho sbagliato a comportarmi così.

Se un sindaco di una città decide di mettere le telecamere in una via pericolosa, può dire che questa decisione la ritiene giusta perché ci sono stati dei furti e altri delitti in quella via. Il sindaco pertanto è convinto della giustezza della sua decisione. Era una decisione da prendere.

La giustizia è altra cosa perché c’è di mezzo il diritto di ognuno mediante l’attribuzione di quanto gli è dovuto secondo la ragione o la legge.

Posso dire:

Questa è una legge giusta oppure ingiusta perché alcuni cittadini hanno più diritti di altri. La giustizia è uguale per tutti.

La giustizia infatti è anche un potere pubblico. Quel potere di realizzare il diritto con delle leggi. Per questo esiste il ministero della giustizia.

L’espressione di cui vi parlavo j invece è “non raccontarla giusta“, che è un modo per dubitare delle parole di una persona.

È come dire, usando un linguaggio colloquiale, che una persona o le sue parole non ci convincono,

Quando abbiamo dei sospetti che una persona nasconda qualcosa, tipo un segreto, questa espressione rende benissimo l’idea, soprattutto se questa persona, nei suoi comportamenti o nelle sue parole, non è molto convincente. Potrebbe anche darsi che la sua voce non ci convince oppure c’è qualcosa che non ci torna, forse c’è qualche contraddizione più o meno evidente; evidente quanto basta per farci esclamare:

Giovanni non (me) la racconta giusta! Ha una faccia che non mi piace.

Maria non (me) la racconta giusta. Non si è mai comportata così.

Mi sa che stamani non (ce) l’hai raccontata giusta a me e mamma: dove hai dormito stanotte? Di’ la verità!

Nostro figlio potrebbe non raccontarla/raccontarcela giusta. Dobbiamo verificare!

Perché usiamo “giusta“? Perché le sue parole, o, se vogliamo, la storia che racconta una persona, non sembra giusta, nel senso di logica o sincera, veritiera o poco verosimile.

Non è obbligatorio riferirsi a qualcuno dicendo “non me/ce/ve/te la racconta giusta”. Si può anche dire “non la racconta giusta”.

Si usa al femminile: “giusta“, come si fa in molte altre espressioni tipo:

Farla franca

Dirla tutta

Saperla lunga

Farla finita

Darla a bere

Eccetera. Adesso è il momento giusto direi per un bel ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Ah Giovanni chiedi un ripasso? Volevo ben dire. Stavo giustappunto per sfoderarne uno.

Ulrike: Quindi non ti ha preso mIca in contropiede con questa richiesta? Però, a dire la verità, con il broncio che tenevi oggi sembrava che non ne dovessi avere per nessuno.

Anthony: Questo tuo commento è fuori luogo. Non aveva nessun broncio. Vai a capire perché ti metti ogni tanto a raccontare cose così prive di fondamento.

Mary: Sarà perché Irina si annoia in agosto. Non è mica portata per stare in vacanza. Deve lavorare per ovviare alla sua tendenza di dire stupidaggini. Non me ne volere Irina! Si scherza.

Mary: Allora, ragazzi? Mica sono in vena di stare ad ascoltare il vostro battibecco. Non me la sento proprio.

Marcelo: Ueeè capo, vacci piano! non sarei di certo tu a metterci dei paletti oggi. Qui facciamo come ci pare. Ma veramente non ti reggiamo più!

598 Giusto il tempo, giustappunto

Giusto il tempo, giust’appunto (scarica l’audio)

Trascrizione

Emanuele: questo è l’episodio numero 598, giusto?

Ma è giusto secondo voi farvi questa domanda?

Giusto o no, questo episodio è dedicato proprio a “giusto“. Quindi è dedicato alla giustizia, ma anche all’esattezza e anche alla giustezza.

Allora vi lascio giusto il tempo di riflettere un attimo sul termine giustezza e poi iniziamo con la spiegazione.

Pronti? Ok, allora meglio puntualizzare che oggi non vedremo pooprio tutti gli utilizzi di “giusto“, ma ci occupiamo prevalentemente di alcune locuzioni.

Nel giro di qualche episodio però ce la faremo.

È importante perché questo vi darà modo di imparare alcune modalità espressive utilissime nella vita di tutti i giorni.

Iniziamo da “giusto il tempo di” che significa “solamente il tempo di”.

Questa espressione si utilizza quando si deve invitare una persona ad aspettare che finisca un’attività, dopodiché non ci sarà più altro da fare. Magari questa persona ci sta aspettando e ci chiede:

Sei pronto?

Risposta: si, giusto il tempo di andare in bagno un attimo.

Oppure:

Giusto il tempo di chiudere a chiave la porta

Giusto il tempo di darmi una pettinata.

Giusto il tempo di prendere le scarpe.

Ecc.

Si tratta ovviamente di qualcosa di molto rapido fa fare.

Si può usare anche quando si racconta qualcosa, sempre col senso di “avere appena il tempo di fare qualcosa”:

È dunque simile a un’espressione vista qualche episodio fa:

Neanche il tempo di uscire che è iniziato a piovere

In comune queste due modalità hanno che si indica una piccola quantità di tempo.

Il temine “giusto” in questi casi lo potete sostituire con solo, soltanto o appena.

Una cosa “giusta” infatti non ha a che fare solamente con la giustizia. Come abbiamo già detto a volte si parla di esattezza, precisione. Parlando di una risposta si può dire:

Ho detto giusto?

Cioè ho azzeccato la risposta? Ho indovinato? Ho detto bene?

Se invece al ristorante vi arriva il conto, lo leggete e poi potete dire:

il conto mi sembra giusto!

Qui il senso è un conto adeguato, ma c’è anche il senso di esattezza, precisione, volendo, se confrontate puntualmente ciò che avete preso con ciò che avete pagato.

Il senso della giustizia potete osservarlo invece in frasi tipo:

Non è giusto che mi tratti in questo modo. Cosa ti ho fatto di male?

Non è giusto che io sia punito per qualcosa che non ho fatto. Io non ho colpe!

Prima ho accennato alla locuzione “giusto il tempo”. Esiste anche “giusto in tempo“.

Se sta per passare il treno che devi prendere e proprio quando sta arrivando, anche tu arrivi, posso dirti:

Sei arrivato giusto in tempo!

Oppure:

Sei arrivato giusto in tempo per il dolce

Questa locuzione quindi si usa quando qualcosa accade appena prima o contemporaneamente a qualche altra cosa.

Quindi nel caso appena descritto, proprio appena prima che si sta per mangiare il dolce. Si sottolinea il momento.

Giusto, in tal caso, equivale a “proprio“, “per l’appunto” e si usa per sottolineare il capitare a proposito, proprio al momento giusto. Un attimo dopo sarebbe stato troppo tardi.

Non esiste però solo “giusto in tempo” per esprimere il momento giusto. Esempio:

Incontri un amico e lui ti dice:

Ah giusto te! volevo parlarti!

Che significa: sei arrivato proprio quando stavo pensando che volevo parlarti.

Anche in questo caso posso sostituirlo con “proprio“:

Ah proprio te! volevo parlarti!

Ammettiamo adesso che siete tra amici e state parlando di me e ad un certo punto arrivo io. Voi potreste dire:

Stavamo giusto/giustappunto parlando di te, Giovanni

Giustappunto ha esattamente lo stesso ruolo: sottolineare la coincidenza, il momento giusto.

Proprio adesso stavamo parlando di te

Della giustezza parliamo nel prossimo episodio in cui vediamo anche un’altro uso del termine “giusto”.

Adesso è giusto dedicare un minuto al ripasso degli episodi passati.

Giovanni: aggiudicato per il ripasso, ma prima fatemi dire una cosa. Come avete ascoltato, la registrazione avrebbe avuto bisogno di una bella sgrossata. Però ho voluto lasciarla così per dare maggiore autenticità alla registrazione. Adesso lascio la parola a Anthony con il suo bel ripasso.

Anthony: Ciao ragazzi buongiorno. Butto giù su due piedi, ossia rapidamente un ripasso speriamo con i fiocchi. Gliela date una scorsa? Ovviamente se non avete tempo, come non detto. Però posso dire che una risposta simile mi farebbe specie se pronunciata da un gruppo di persone che si è sempre contraddistinto per la sua passione per la lingua italiana. Siete veramente bendisposti e volenterosi nel dare manforteal prossimo. So che questo ripasso non è niente di trascendentale ma almeno con questo non saremo del tutto sguarniti di un esercizio per non dimenticare quanto già imparato.

597 C’è italiano e italiano

C’è italiano e italiano (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: quando bisogna fare delle distinzioni, c’è una locuzione interessante che potete usare. Abbiamo già visto fare un distinguo, che in particolari frangenti conviene usare in luogo di “fare una distinzione“, specie quando c’è un solo elemento (di solito si parla di persone) diverso dagli altri. Ciò non toglie che si possano fare anche più distinguo. A proposito, conoscete un’altra parola che anche al plurale finisce per “o” come distinguo?

Comunque oggi vediamo un altro modo per fare una distinzione o un distinguo.

Per esempio se qualcuno vi dice che gli italiani sono tutti seduttori, voi potreste rispondere:

Non è proprio così, c’è italiano e italiano.

Vale a dire che non tutti gli italiani sono uguali. C’è quello seduttore e quello timido. Non bisogna generalizzare. Questo è il messaggio di fondo che si vuole trasmettere.

Molto semplice da usare vero? È abbastanza colloquiale come modalità espressiva ma molto efficace, specie come risposta a chi invece vuole fare di tutta l’erba un fascio, altra espressione anche questa molto usata per esprimere una generalizzazione.

Vediamo altri esempi:

Ci sono molti siti web per imparare l’italiano, ma c’è sito e sito, perché non sono mica tutti uguali.

Si può usare con qualsiasi sostantivo. Un uso diverso, tipo con i verbi, non è consigliato.

Io studiavo 5 ore al giorno quando facevo l’università. Ma c’è chi studia persino 9 ore al giorno.

C’è studio e studio però. C’è chi ama studiare in mezzo alla confusione o con la TV accesa ma non credo sia molto produttivo in questo modo.

L’espressione in sé non entra nel merito, non ci spiega il motivo per cui due cose che hanno lo stesso nome sono diverse, quindi bisogna spiegarlo successivamente, a meno che non sia ritenuto necessario.

Si può usare anche al plurale: tutte le regole grammaticali sono importanti?

Direi di no, ci sono regole e regole.

Direi di no, c’è regola e regola.

Potete scegliere la forma che preferite. Anche il tono che usate è importante.

Credo che questa espressione sarà molto usata nei ripassi finali di questa rubrica.

D’altronde non tutte le espressioni sono uguali. C’è espressione e espressione: ci sono quelle che piacciono di più e quelle di meno, quelle più semplici da usare e quelle più ostiche.

A proposito di ripassi, mi raccomando con tutti gli ascoltatori di italiano semplicemente di non saltare i ripassi, perché vale più la pratica che la grammatica. Quello che segue ad esempio contiene 25 espressioni, locuzioni e termini particolari a cui abbiamo già dedicato un episodio.

Ripasso degli episodi precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

– – –

Bogusia: Vale più la pratica che la grammatica . Su questo non ci piove. Grazie per per avercelo ricordato, Gianni. Io mi arrogo il diritto di dire la mia, di nuovo. Forse non mi compete ma lo faccio lo stesso e credo di averne ben donde trattandosi di un ripasso. Io da insegnante dovrei insistere sullo studio della grammatica, e dire cose tipo “fate le cose per bene“ . Però non sono nata ieri e so che non è sempre possibile con tutti gli impegni e doveri da svolgere. Neanche ai tempi della scuola lo studio della grammatica andava per la maggiore tra gli studenti. Sfondo per caso una porta aperta con voi? Quale insegnante, riguardo alla grammatica, potrei anche aggiungere: imparatela, sempre che possiate e tempo permettendo ovviamente.
Si dà il caso però che la gente oggigiorno disponga solamente di tempo risicato, e bisogna pertanto darsi una regolatacon lo studio della grammatica. Tra l’altro con l’età tanti non se la sentono neanche. Allora perché non provare con le alternative?
Non sia mai detto che dobbiate abbandonare la lingua di Dante!

Sono indisposta ad ignorare le vecchie saggezze proverbiali come quella di cui sopra.

Allora datevi una mossa e ascoltate gli episodi di italiano semplicemente, fatelo come si deve, anche mentre fate altre cose. Cosa fare mentre si ascolta?
In primo luogo iniziate una attività fisica una volta per tutte, tanto più che il cervello all’aria aperta è ben disposto ad apprendere. Ben presto ve ne accorgerete. Altro che storie.

596 Sprazzi

Sprazzi (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: cos’è la felicità?

Soprattutto, si può essere sempre felici oppure ci dobbiamo accontentare di sprazzi di felicità?

La felicità, si dice che sia fatta di brevi momenti, di sprazzi, che capitano ogni tanto, all’improvviso.

Avrete sicuramente capito l’argomento del giorno.

Non è l’unico modo questo di usare il termine sprazzo, usata sia al singolare (lo sprazzo) che al plurale (gli sprazzi).

Se volete sapere perché si usa l’articolo lo e gli è semplicemente perché sprazzi inizia per s e poi c’è un’altra consonante. Scusate se ho inserito un elemento grammaticale nella mia spiegazione. Lo facciamo soltanto a sprazzi in italiano semplicemente.

Un altro esempio?

Durante una giornata nuvolosa, il sole potrebbe comparire a sprazzi. Di tanto in tanto uno sprazzo di sole, un raggio vivido ( e improvviso.

Ma qualunque cosa, quando si manifesta saltuariamente, sporadicamente, cioè di tanto in tanto, possiamo dire che si presenta a sprazzi. Se poi aggiungiamo anche l’idea della sorpresa, qualcosa che arriva all’improvviso, ha ancora più senso usare lo sprazzo e gli sprazzi.

Mario è un ragazzo che ha molti momenti di confusione, con sprazzi di lucidità improvvisi.

La squadra solo a sprazzi ha mostrato il gioco richiesto dal suo allenatore.

Capite che c’è differenza rispetto ai tratti, dove manca l’elemento di sorpresa, e permane la saltuarietà, sebbene negli sprazzi sia più accentuata.

Uno sprazzo può quindi accadere di tanto in tanto, quando meno te l’aspetti.

Abbiamo risolto il problema grazie a uno sprazzo d’ingegno di Marco.

Usato al singolare, “tratto” non avrebbe alcun senso, perché è simile a “pezzo” o “porzione” (come il tratto di strada o il tratto di penna), mentre lo sprazzo trasmette l’uscita improvvisa.

A sprazzi” è invece abbastanza simile a “a tratti” ma come detto c’è più sorpresa, più saltuarietà e a volte anche più intensità.

Non ha molto senso pertanto parlare di interruzioni stradali a sprazzi.

Un termine che per questo motivo è molto amato dai poeti e dagli scrittori: sprazzi di pioggia e pioggia a sprazzi, sprazzi di gioia. E gioia a sprazzi, sprazzi di luce e luce a sprazzi e via discorrendo.

Ripasso degli episodi precedenti a cura del membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina (Stati Uniti): mi piacerebbe avere uno sprazzo di lucidità, per poter comporre frasi di ripasso senza dover faticare così tanto, possibilmente senza scrivere obbrobri.

Ulrike (Germania): dai Irina, non la fare troppo lunga, neanche hai fatto in tempo a dirlo che già un ripasso sta prendendo forma.

Hartmut (Germania): ti sta andando di lusso finora, perché non hai fatto errori di sorta.

Rafaela (Spagna): Si direbbe che tu abbia fatto un corso intensivo. C’hai saputo fare. Il grosso del ripasso ormai è andato. Siamo a cavallo.

Harjit (India): il mio Italiano invece è ancora è quello che è. Ma ormai in effetti siamo a ridosso della fine dell’episodio. Per quanto io voglia ancora averne per molto, mi rendo conto che non c’è più tempo. Ci aggiorniamo domani.

Vale più la pratica che la grammatica

Proverbio italiano:

Vale più la pratica che la grammatica

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Vale più la pratica che la grammatica

Trascrizione

“Vale più la pratica che la grammatica” è un famoso proverbio italiano.

Il significato è molto semplice: l’esperienza vale molto di più della teoria (cioè è molto più importante della teoria, quindi vale di più, ha più valore) e questo non vale (cioè questo non è vero, non è valido) solamente quando si vuole imparare l’italiano.

Sembrerebbe il motto di Italiano Semplicemente. Vero?

Naturalmente ciò non significa che la teoria non sia importante, ma mentre si studia sui libri, cioè mentre si fanno esercizi e si imparano le regole, è necessario mettersi subito alla prova.

Solo così si impara veramente, magari anche facendo brutte figure. In questo modo potremo capire dove sbagliamo, correggerci o semplicemente fare aggiustamenti continui fino alla perfezione.

In ogni campo è sempre così: vale più la pratica che la grammatica.

E oggi avete anche imparato due modi diversi di usare “vale“. Valeva la pena continuare a fare solo esercizi?

595 A tratti

A tratti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: proseguiamo con la trattazione, scusate il gioco di parole, del termine “tratto“, stavolta al plurale, nella locuzione “a tratti“.

Vediamo qualche esempio di utilizzo:

La strada presenta interruzioni a tratti

Mi sento molto bene, anche se a tratti avverto un senso di vertigine

Il ragazzo, a tratti, durante la lezione, si distrae.

Pronto? Tu mi senti? La linea non è buona, ti sento a tratti!

A tratti indica qualcosa che si presenta non in forma continua, ma alternandosi con delle pause. Pensate ad una linea che presenta delle interruzioni.

I tratti indicano quindi, ancora una volta, delle parti di qualcosa, cioè di tempo, di strada, di voce, eccetera. Il fatto di usare il plurale (tratti) segnala la ripetizione, in forma discontinua, cioè alternata, con delle interruzioni tra un tratto e l’altro.

Se la strada presenta delle interruzioni per via di lavori in corso, posso dire che ci sono tratti di strada interrotti, oppure che ci sono interruzioni stradali a tratti.

Se non mi sento molto bene perché ci sono alcuni momenti in cui avverto un senso di vertigine, posso dire che a tratti avverto questa sensazione.

Se un ragazzo durante la lezione ci sono dei momenti in cui si distrae e non mi ascolta, posso dire che il ragazzo a tratti presenta delle distrazioni.

Si usa molto spesso al telefono quando la linea è disturbata e riusciamo ad ascoltare solo a tratti cioè solo con interruzioni.

Come hai detto? Ti sento a tratti! Ti richiamo!

Siete attratti dalla lingua italiana?

Attenzione ⚠ perché in questo caso si tratta del verbo attrarre. La pronuncia però è la stessa. Anche “a tratti” si legge così, come se ci fosse una doppia t. Questa si chiama rafforzamento o anche raddoppiamento fonosintattico. È il raddoppiamento di una consonante all’inizio di una parola che dipende dalla parola precedente. Abbiamo dedicato un bell’episodio al rafforzamento in passato.

Si pensi alla differenza nella pronuncia tra:

I piedi

Tre piedi

Mi appresto a terminare l’episodio adesso.

A presto!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Giovanni, immagino che adesso tocchi a noi.

Rauno (Finlandia): bisognerebbe trovare un argomento attinente all’episodio di oggi per fare un ripasso degno di nota.

Rafaela (Spagna): che ne dite degli “sprazzi?” che po’ po’ di parola vero?

Anthony (Stati Uniti): adesso Giovanni si vedrà costretto a spiegarla nel prossimo episodio!

Irina (Stati Uniti): costretto mi pare un parolone! Diciamo che a tempo debito e quando gli girerà potrà decidere di farlo. Ma non è il caso di incalzarlo.

Marta (Argentina): una volta lanciata la sfida staremo a vedere se questa richiesta sarà stata fatta invano.

594 A un tratto

A un tratto (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo del tratto, termine che ha un sacco di utilizzi diversi.

Uno di questi è molto utile e proprio adatto alla nostra rubrica dei dei due minuti perché si può usare abbastanza facilmente.

Basta inserirla in un racconto quando si descrive un fatto accaduto.

Si tratta della locuzione “a un tratto” , che in realtà può diventare “in un tratto, “d’un tratto” , “tutto a un tratto“, espressioni che indicano un cambiamento improvviso. Cosa un po’ diversa dal più discorsivo “a un certo punto”.

Vediamo qualche esempio:

Ero a casa e a un tratto ho sentito un forte rumore venire dalla finestra

Stavo percorrendo la strada e dopo una curva, tutto a un tratto è sbucato un gatto in mezzo alla strada

Quindi è simile a all’improvviso, o anche a “in un attimo“, perché questo cambiamento avviene in un tempo brevissimo. Aggiungere “tutto” aumenta la brevità del momento.

Era una bella giornata, quando all’improvviso, il vento cambia. Il cielo, un momento prima sereno, si addensa, assumendo d’un tratto il colore della cenere.

Quindi in un tratto, d’un tratto, tutto in un tratto, il cielo diventa grigio.

In pochissimo tempo il colore del cielo è cambiato. Tutto è successo in un attimo, all’improvviso o il più poetico “d’improvviso”.

Marianna era molto serena ma tutto a un tratto la sua espressione è cambiata.

Si descrive quindi soprattutto un cambiamento, un veloce cambiamento. Questo è l’utilizzo più frequente.

L’Italia aveva sbagliato il rigore decisivo, ma d’un tratto tutto cambiò quando il nostro portiere ricacciò in gola l’urlo degli inglesi.

Apriamo una parentesi sul termine “tratto“, che indica in questo caso una porzione di tempo molto ristretta.

Altre volte lo stesso termine può indicare un tratto di strada, cioè una porzione di strada, di una certa lunghezza.

Non dimentichiamo però che si può trattare di porzione di spazio (un tratto di mare) o anche della parte del carattere di una persona: un tratto del carattere. Poi ci sono i tratti del viso e quelli fatti con la penna.

Ma nell’episodio di oggi si parla solamente di tempo, ed è sempre così quando si usano le locuzioni che abbiamo visto, e raramente può accadere il contrario:

L’incidente è avvenuto in un tratto di strada con poca visibilità.

Per questo si preferisce usare “tutto in un tratto” e “d’un tratto” con l’accortezza in quest’ultimo caso di usare l’apostrofo: d’un tratto.

Così siete sicuri che si tratta di qualcosa accaduto in pochissimo tempo.

Abbiamo già visto “in men che non si dica“, ricordate? La usiamo spesso nei nostri ripassi e il senso è lo stesso, ma l’uso delle locuzioni di oggi sono meno informali e anche più frequenti, anche nei testi letterari, romanzi eccetera.

È il momento del ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: pensavo alle caratteristiche che un piatto deve avere per piacermi. Per me per essere come si deve va messo colore e armonia. Fermo restando che anche il tipo di piatto che si utilizza ritengo sia importante.

Bogusia: a me interessa più la sostanza che la forma. Poi però, mi piace quando c’è qualcosa di croccante nel piatto. La croccantezza dà un certo non so che al piatto.

Ulrike: ma la forma è sostanza! Comunque il gusto dove lo mettiamo? Questo è importante, altro che storie!

Irina: io sono per le cose semplici. Sono le più buone e anche le più insidiose se vogliamo, sempre che si vogliano preparare piatti coi fiocchi. Gli ingredienti! Sono gli ingredienti da che mondo è mondo che fanno la differenza. È risaputo, soprattutto tra gli addetti ai lavori, ivi inclusi i cuochi di tutto il mondo.

Natalia: mi avete fatto venire un languorino! Però, mio malgrado, sono a dieta. Me ne farò una ragione!

M6: per una volta non puoi sgarrare? Vabbé, io preparo due spaghetti aglio, olio e peperoncino. Poi vedi tu

Italiano per cinesi – n. 1

Due Minuti con Italiano Semplicemente – 两分钟,轻松学意大利语

A cura di Claudia Bellumori, insegnante di Italiano L2

indice episodi

indice episodi in lingua italiana

1. 两分钟

(scarica l’audio)

Trascrizione

欢迎来到新的专栏:简单意大利语,为了那些没有时间但又不想放弃意大利语,并且想复习一些意大利语表达的人提供最多两分钟的简短剧集。
我是Giovanni,Italianosemplicement.com的主播。
我们马上从“两分钟”开始。
这是一种表达?不,但是人们经常在意大利语中使用:
你还要多久?
我两分钟后告诉你。
再等我两分钟。
我发誓,两分钟后和你会合。
我两分钟之后下来!
我两分钟之后到!
我两分钟后到你那里…
喂,你还要多久?拜托别让我等!
两分钟,我发誓!
是,我相信…显然尤其是女士们经常使用,但这个两分钟通常会变成两个小时,然而这不是我们在这里想说的情况。
Due minuti(两分钟)的意思是立刻和几乎立刻,人们也会使用cinque minuti(5分钟)来表达20分钟,并不是真的立刻马上。
明天见。
两分钟,120秒,一小时的三十分之一,刚好超过一天的千分之一。
你会明白,这将是什么!

593 Per bene o perbene?

Per bene o perbene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: le persone perbene sono l’opposto delle persone “per male?”

Non è così purtroppo. Infatti prima di tutto le persone “per male” non esistono, perché questo non ha nessun significato.

Esistono invece le persone “perbene“. Ma chi sono?

Le persone per bene, innanziutto, è preferibile se lo scriviamo in una sola parola: perbene.

Le persone perbene allora forse fanno le cose per bene?

No, neanche questo purtroppo altrimenti sarebbe troppo semplice, no?

Vediamo:

Ci sono molti modi per descrivere una persona perbene utilizzando altri aggettivi o locuzioni.

Si tratta di persone ammodo, a posto, come si deve, corrette, dabbene, oneste.

In modo più ricercato si può anche parlare di una persona proba, un uomo probo, una donna proba, raccomandabile, une persona retta.

Sicuramente però perbene è l’aggettivo più usato, sia parlando di sé stessi che di altri.

Una persona perbene, se vogliamo provare a descriverla, è fondamentalmente una persona ben educata, che si comporta in modo corretto ed onesto. È una persona fondamentalmente di cui ci si può fidare, sebbene l’aggettivo “affidabile” abbia un senso leggermente diverso.

Infatti affidabile si dice di persone su cui si può fare affidamento, degne di motivata fiducia.

Nel caso di persone perbene parliamo prevalentemente di educazione e onestà.

Se dunque qualcuno sospetta che io sia un ladro o una persona disonesta che ha provato a imbrogliarla, si può rispondere:

Io sono una persona perbene, cosa crede?

Guardi che noi siamo persone perbene! Non si permetta, sa!

Si usa soprattutto per tranquillizzare qualcuno che potrebbe avere dei dubbi:

Stai tranquillo, Giovanni è una persona perbene, non un delinquente.

Siamo tutte persone perbene, quindi non alziamo la voce!

Nostro figlio frequenta una ragazza di una famiglia molto perbene.

Tutti vorremmo che i nostri figli frequentino persone perbene

In generale quindi perbene, tutto unito, si utilizza come aggettivo, per descrivere una persona. Si può scrivere anche in due parole, ma si preferisce usare un’unica parola nello scritto.

Se stacchiamo le due parole, normalmente non stiamo descrivendo infatti una persona, ma un’azione, condotta in modo attento e coscienzioso, con scrupolo.

Abbiamo già visto insieme l’espressione come si deve, che può essere usata in entrambi i modi, sia per descrivere una persona che un’azione.

Metti apposto la camera e cerca di farlo per bene, perché dopo vengo a controllare.

Io sono uno a cui piace fare le cose per bene, non in modo approssimativo.

Cercate di fare le cose per benino, così da non rimetterci le mani.

Per benino ha lo stesso significato, e si usa in contesti più colloquiali e meno impegnativi.

Altri esempi:

L’idraulico ha fatto tutto il suo lavoro per bene. Quindi gli ho dato anche qualcosa in più di quanto ha chiesto.

La preposizione per, davanti a bene ha la sua importanza.

Bravo, hai fatto tutto bene

Questa frase ha difatti un senso diverso, perché ci si riferisce alla correttezza, all’esattezza, ad esempio quando si fa un esercizio, se lo si fa bene non c’è nulla di sbagliato.

Invece fare le cose per bene significa farle in modo ordinato, scrupoloso, con attenzione, con precisione, senza sbavature, senza approssimazione e pressapochismo.

Per bene” in questo senso suona spesso come una raccomandazione o un invito alla precisione e all’attenzione quando si fa qualcosa.

Spesso poi anche la professionalità e l’esperienza sono importanti per fare le cose per bene.

Tornando alla domanda iniziale dunque:

Le persone perbene forse fanno le cose per bene?

Non è affatto detto infatti che sia così perché l’onestà è l’educazione, tipica delle persone perbene, non implica precisione, professionalità e esperienza.

Vabbé adesso credo che possiamo dedicarci al ripasso, registrato ben benino da alcuni volenterosi membri dell’associazione Italiano Semplicemente, tutte persone perbene che vanno pazze per l’italiano. Avanti adesso, registriamo questo ripasso e non mi fate arrabbiare!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: leggevo che qualcuno, mi riferisco ad Osho, sostiene che quando ti girano, sfogarsi abbia dei benefici.

Rafaela: probabilmente poi si sarà più rilassati per meditare, ma c’è un rovescio della medaglia evidente.

Sergio: infatti. così facendo si allena il muscolo della rabbia, se possiamo chiamarlo così. Il che mi fa pensare che questa sia una sciocchezza.

Irina e Albéric: anch’io sono di questo avviso. Se la rabbia ha la meglio su di noi, qualcuno potrebbe pagarne lo scotto, ma di contro, schiacciare la rabbia non è produttivo. Bisogna invece gestirla, saperla riconoscere, avere contezza delle proprie emozioni e rendersi conto da dove viene questa rabbia.

Harjit: esprimere i propri sentimenti in modo sano e non arrabbiandosi, ad esempio, può portare grossi risultati e persino rafforzare le relazioni. Peccato che non sia semplice.

592 La Roma bene

La Roma bene (scarica l’audio)

Trascrizione

Giuseppina: un modo interessante e sicuramente poco conosciuto dai non madrelingua italiana di usare il termine “bene” è quando viene associato ad una città, ad esempio quando si parla della Roma bene, oppure di un quartiere o di una zona bene.

Insomma questo, che di solito è un avverbio, viene usato come aggettivo, per indicare una caratteristica di quella città o di quel quartiere o delle persone che abitano lì.

Ma la Roma bene cos’è?

Intanto notate l’articolo femminile singolare “la”.

Quanto al significato, si intende la parte della città di Roma in cui vivono le persone più ricche.

La capitale d’Italia naturalmente è molto grande, e come in molte altre città, succede che ci sia una una forte contrapposizione tra i quartieri ricchi, chiamati appunto la “Roma bene” e i quartieri periferici, le cosiddette “borgate”.

Non in tutte le città esiste una così netta differenza tra quartieri. Bisogna considerare la grandezza e anche la storia di ogni città.

Si parla anche della Milano bene, della Torino bene e anche per altre grandi città italiane.

Vediamo come si usa:

Scoperto traffico di droga nella Roma bene.

Notate quindi che non si dice “a Roma bene” ma “nella Roma bene” in questo caso.

In questa festa ci sono tante persone della Torino bene

Quindi si dice “della Torino bene, e non” di Torino bene”.

Un locale frequentato dalla Milano bene

La mia amica abita in uno dei quartieri bene della città

Si può parare di “un quartiere bene” o anche di “una zona bene”.

C’è anche un film del 1971 intitolato proprio così: “Roma bene“.

Quando si parla della Roma bene, ad esempio, ma questo vale per tutte le città, lo si può fare per diversi motivi. Ad esempio per indicare il tipo di persone che frequentano un locale, persone ricche e per questo anche rispettabili (almeno in teoria).

Si potrebbe anche dire che si tratta di personaggi dell’alta società capitolina (capitolina perché Roma è la capitale d’Italia) o anche di “alta borghesia“.

Altre volte se ne parla per creare una contrapposizione, un contrasto, tra un fatto accaduto e il luogo in cui è accaduto:

La maggiore percentuale di evasioni fiscali si riferisce a zone della Milano bene

Oppure:

Tutti nella Roma bene gli abusi edilizi scoperti.

Normalmente però chi abita in queste zone, non si dichiara un “abitante della Roma bene“, perché sembrerebbe abbastanza ridicolo e anche troppo generico. In questi casi si indica il nome del quartiere, che, come si suol dire, “parla da solo”.

E adesso ripassiamo, cercando di farlo bene, mi raccomando!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: pare che quelli che abitano in un quartiere bene se la tirino un po’. Cioè si atteggiano, si danno delle arie. Insomma, il loro atteggiamento mostra un senso di superiorità, solo perché abitano in un quartiere un po’ più in degli altri.

Hartmut: si hai ragione. Ti guardano dall’alto verso il basso. Come a dire: io non ho niente a che spartire con te!

Ulrike: loro spesso danno del “borgataro” a chi abita in periferia, che ovviamente ci rimangono male.

Rafaela: se dovessi imbattermi in uno di loro, trovandomi a tu per tu lo riconoscerei in un battibaleno, per via del suo fare molto antipatico.

Bogusia: sinceramente io non vi capisco, cosa vi abbiamo fatto noi, gente per bene della Roma bene? Non vedo perché dovremmo risponderne se siamo nati ricchi. Quasi ci fosse qualcosa di male. Valli a capire questi borgatari!

591 Essere ben disposti

Essere ben disposti (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ricordate l’episodio dedicato a “indisposto“?

Bene, come si è visto in quell’episodio, l’aggettivo indisposto ha un significato particolare. Anzi ne ha più di uno, se ricordate. In particolare, essere indisposti significa, tra le altre cose, avere un atteggiamento ostile, sfavorevole verso gli altri. Questo atteggiamento si chiama indisposizione verso il prossimo.

Questa è un attitudine, una caratteristica di fondo di una persona.

Naturalmente esiste anche l’attitudine opposta che si esprime con l’espressione “essere ben disposti” verso gli altri. Si aggiunge “ben”.

Infatti in questo modo non c’è bisogno di aggiungere altro.

Essere ben disposti a fare qualcosa? Volendo sì, come vediamo dopo, ma generalmente si tratta di essere ben disposti verso qualcuno.

Verso tutti?

In genere si, si intende verso tutti. L’essere ben disposti indica pertanto una caratteristica di una persona nei rapporti con gli altri.

Mario è sempre ben disposto

Significa essere piacevole, gradevole, amabile, simpatico. “Una persona ben disposta” si dice a chi si presenta sempre con gentilezza, in particolare facendo non riferimento a una disponibilità specifica, ma in generale a una persona accogliente e gradevole, che non respinge il prossimo.

Quando dico “il prossimo” si intende “tutte le altre persone”.

Ciò non toglie che si possa però specificare:

Marco è sempre ben disposto ad aiutare chi ha bisogno.

In questo caso l’utilizzo di “ben” ha il ruolo di raffirzativo della disponibilità. Ricordate l’episodio dedicato a ben? Li abbiamo spiegato bene questo concetto.

Essere ben disponibili a far qualcosa pertanto è solitamente cosa diversa dall’essere ben disposti.

Infatti non parliamo di disponibilità, ma di “disposizione“, che indica appunto un’inclinazione, un’attitudine evidente sul piano affettivo, morale, intellettuale di una persona. Parliamo di una sua caratteristica.

Una persona ben disposta è dunque una persona che ha una determinata disposizione d’animo nei riguardi di altra persona. Ho detto disposizione d’animo e non disponibilità.

Naturalmente esiste anche un’espressione analoga per indicare chi è mal disposto verso gli altri, cioe chi è “indisposto”.

Considerati i diversi usi di “essere indisposti”, come si è visto nell’episodio dedicato, questa espressione può essere utile per indicare questo tipo di persone che hanno una disposizione d’animo ostile, sfavorevole.

È chiaro che la questione riguarda i rapporti personali e come ci si pone verso il prossimo.

Le persone maldisposte sono chiaramente meno gradite di quelle bendisposte. La maldisposizione (o l’indisposizione) verso il prossimo non paga certamente.

Un’ultima cosa: trattandosi di espressioni particolari, così come avviene di sovente (cioè spesso) nella lingua italiana, si possono scrivere anche unite: bendisposto, maldisposto.

Queste disposizioni d’animo spesso sono rivolte a categorie di persone e non a tutti in generale:

Il nostro capoufficio è sempre maldisposto verso gli estranei

Significa che non si pone bene verso chi non conosce.

Si può usare “verso” oppure “nei confronti di” qualcuno.

Sono sempre bendisposto nei confronti di chi mostra fiducia in me.

Non si deve trattare necessariamente di persone:

Maria si è mostrata bendisposta verso la nostra iniziativa.

Evidentemente Maria è sembrata favorevole all’iniziativa, o quantomeno fornita di buone intenzioni. Sicuramente non sembrava ostile.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike e Harjit: immagino che chi risponde in malo modo siano le persone maldisposte. Sbaglio?

Mary: ovvio, ma sono anche quelle che più facilmente delle altre sono prese a mali parole.

Wilde: che vuoi, d’altronde è risaputo che chi semina vento raccoglie tempesta.

Hartmut e Marcelo: Ma i maldisposti se lo aspettano di essere trattati male, perché ciascun dal proprio cuor l’altrui misura.

Rauno: io ne ho abbastanza delle persone maldisposte. Che vadano a quel paese. Alla mia età non mi faccio più scrupoli.

Sergio: beh, io la penso come te ma non nego che spesso per quieto vivere faccio buon viso a cattivo gioco.

Con troppi galli a cantare non si fa mai giorno

Video Youtube

Trascrizione

“Con troppi galli a cantare non si fa mai giorno” è un famoso proverbio italiano.

Sapete che il gallo è il re del pollaio. E’ il maschio della gallina. Il gallo rappresenta quindi chi comanda nel pollaio, il luogo dove vivono galli e galline, cioè i polli.

Sapete anche che il gallo tutte le mattine, quando sorge il sole, canta, dando il benvenuto al nuovo giorno.

Questo proverbio significa quindi che quando ci sono più persone… non a cantare, ma a comandare, troppe persone che impartiscono ordini, non si sa a chi dare ascolto, quindi nessuno porterà a termine i propri compiti e le imprese non si realizzano

Si può usare ogni volta che troppe persone pretendono di comandare, quando sarebbe bene che ce ne fosse una sola.

Non si fa mai giorno” significa che non arriva mai il nuovo giorno, che non diventa mai giorno. Il giorno è l’immagine quindi dell’obiettivo da raggiungere, del risultato da realizzare.

3 giorni in Italia – Lezione 17: fare rifornimento

File audio e testo disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui.

 

Descrizione

L’episodio è dedicato al rifornimento di carburante in Italia. Durata: 8 minuti

589 Il suffisso -ata (sostantivi)

Il suffisso – ata (sostantivi)

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Trascrizione

Giovanni: vediamo cosa succede quando il suffisso – ata lo utilizziamo coi sostantivi:

In questo caso parole che terminano con -ata indicano spesso un’azione tipica di qualcuno cioè di una persona specifica o una categoria di persone ad esempio, per indicare un comportamento.

Abbiamo già visto insieme la mandrakata, ispirata a Mandrake.

Analogamente, fare una “bambinata” indica un comportamento tipico dei bambini. Una “ragazzata”  a sua volta è un’azione tipica di ragazzi più grandi.

Simile nel significato è una “cassanata” invece è un termine abbastanza nuovo CHE scherzosamente indica un gesto, un comportamento, una trovata, tipico del calciatore Antonio Cassano.

La cassanata si usa per definire gesti o atteggiamenti fuori luogo al limite della maleducazione o della mancanza di rispetto, specie nel mondo sportivo.

Questo modo di indicare un comportamento tipico rende molto semplice coniare dei nuovi termini se necessario. La cosa importante è che chi ascolta riesca a capire facilmente il rifermento.

Se un vostro amico che si chiama Paolo ha un atteggiamento particolare e ben identificabile, non appena un’altra persona si comporta così possiamo dire che ha fatto una “paolata” proprio per far capire velocemente di che tipo di comportamento si tratta. Ovviamente potete usarlo solo con chi è in grado di capirvi.

Non solo un comportamento tipico però.

Ata con i nomi di può usare anche nel senso di colpire con uno strumento, usare uno strumento, oppure un’azione collettiva a base di qualcosa.

Che vuol dire?

Dare una bastonata, come già visto, significa utilizzare il bastone per colpire, allo stesso modo possiamo dare una mazzata (con una mazza), una sassata (tiriamo un sasso), una spallata, una manata, una cuscinata.

Naturalmente dobbiamo ricordare l’importanza del verbo a supporto, perché spesso ci sono espressioni o locuzioni tipiche: “Prendere una mazzata” ad esempio non è solo ricevere una botta con la mazza, ma anche una brutta notizia che ci fa star male.

Qualsiasi tipo di botta, di colpo, dato o ricevuto, con qualcosa o in una parte del corpo può andare bene: Se quindi una spallata si dà con la spalla, una testata si dà con la testa. Si dà e si riceve, quindi se dico:

Ho sbattuto la testa a terra = ho dato una testata a terra

Passiamo agli strumenti musicali: abbiamo visto che “fare una suonata” utilizza il verbo suonare, ma possiamo attaccare il suffisso -ata anche a degli strumenti:

Fare una sviolinata, dove è coinvolto lo strumento del violino, ha anche una esse in più a far capire che si tratta di qualcosa di diverso rispetto ad un colpo inferto con un violino  (quello si chiama una violinata!)

Infatti una sviolinata (con la esse iniziale) è anche una adulazione smaccata, cioè quando una persona fa i complimenti ad un’altra, quando ne parla molto bene, apertamente, smaccatamente. L’immagine è un concerto in suo onore.

Invece fare una schitarrata (sempre con la esse iniziale) significa solamente suonare la chitarra, magari brevemente, magari in compagnia, ma senza impegno e competizione. A volte è usata anche per indicare la noia e la lunghezza o la sgradevolezza della suonata.

Infine, riguardo all’azione collettiva a base di qualcosa, c’è la spaghettata, un pasto a base di spaghetti, fatto in compagnia di amici.

Che ne dite ragazzi ci facciamo una bella mangiata di spaghetti tutti insieme?

Allora questa possiamo chiamarla una spaghettata.

Preferite una piazzata? Oppure una polentata?

Oppure facciamo una peperonata?

A proposito di peperonata. Questa in realtà non è una riunione di amici che va a mangiare i peperoni, ma semplicemente un piatto a base di peperoni.

Infatti possiamo anche usare -ata anche per indicare un insieme di qualcosa. Se siamo al ristorante e io sto mangiando un piatto di spaghetti, magari una persona vorrebbe assaggiarli.

Mi dai una forchettata?

Non mi sta chiedendo di colpirlo con la forchetta, ma di fargli assaggiare un po’ di spaghetti.

Lo stesso vale per una cucchiaiata (es. di minestra) e una manciata (es. di noci). Una secchiata indica normalmente il lancio di acqua o altro liquido contenuto in un secchio (è un contenitore per liquidi).

 Ho tirato una secchiata d’acqua per spegnere un piccolo incendio.

C’è anche una “pizzicata” (simile a pizzico) che indica una piccola quantità:

Metti una pizzicata di pepe sulla carne!

Una camionata è un’enorme quantità generalmente contenuta in un camion, ma non è detto. Può anche essere semplicemente un modo per indicare una grande quantità:

Per rifare la strada c’è voluta una camionata si sabbia.

Durante la riunione mi è arrivata una camionata di critiche!

Infine, -ata, attaccato ai sostantivi, può usarsi per indicare un periodo di tempo. Abbiamo quindi una giornata, una nottata, mattinata e un’annata. Questi termini si usano normalmente quando si vuole parlare di ciò che accade in quel periodo:

Ho passato tutta la giornata a lavorare

Che brutta nottata che ho passato con il cane che abbaiava!

Questa sarà un’annata strepitosa per i vini!

Durante tutta la mattinata ci sarà bel tempo!

Ma come fare a capire quando un sostantivo con -ata significa un colpo inferto, oppure un’azione tipica, un’azione collettiva a base di qualcosa, un insieme di qualcosa o un periodo di tempo?

Beh, questo si può intuire dal sostantivo: se può essere usato per colpire (martello, martellata) è abbastanza semplice. Un’azione tipica è ugualmente comprensibile (bambinata da bambino, paolata da Paolo). Un insieme di qualcosa è ugualmente abbastanza facile, ma si può confondere, come visto con il colpo (una forchettata). capire la quantità di tempo sembra abbastanza semplice.

Il contesto può essere ironico e comunque sempre colloquiale.

Alcune volte può risultare difficile capire: “un’ammarata” ad esempio è un atterraggio sul mare, ma viene dal verbo ammarare. Anche “una cantonata” è complicato perché deriva da cantone, ma si usa in modo figurato, come ad esempio innamorarsi della persona sbagliata, o semplicemente fare un grosso errore, cadere in un grosso equivoco.

Nel prossimo episodio vediamo cosa succede agli aggettivi. Per il momento ripassiamo qualche espressione passata.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Anne France (Francia): Se mi permettete, apro una parentesi divertente. Riguarda il naso del David di Michelangelo. Sapete che gli era stato contestato il naso del David perché giudicato troppo grande e lui fece finta di sgrossare il naso facendo cadere della polvere di marmo che teneva in mano.

Rafaela (Spagna): Ah, e in questo modo chi lo contestava si illuse che veramente il naso fosse stato ridotto nelle dimensioni?

Rauno (Finlandia): esattamente, lì per lì creò l’illusione che il naso fosse stato sgrossato un po’, e così Michelangelo l’ha passata liscia. Chi lo criticava non era proprio all’altezza!

Irina: Evidentemente nessuno ha voluto e potuto sincerarsi che effettivamente la limatura ci fosse stata.

Emma (Taiwan): Una bella mandrakata! Non si diventa qualcuno se non si è anche furbi!

Irina (California): poi lui ne aveva ben donde a non apportare modifiche alla sua opera perfetta! Avercene di artisti come Michelangelo.

Ulrike (Germania): Per diventare qualcuno , si deve allora essere furbi? Come sarebbe a dire? Vabbé, fatti salvi coloro che sono talmente furbi che finiscono in galera! Per la cronaca, cara Emma, la lode della furbizia secondo me – passami il termine – e una grande sciocchezza.

590 Il suffisso -ata (aggettivi)

Il suffisso -ata (aggettivi)

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Trascrizione

Giovanni: Negli scorsi episodi abbiamo visto prima cosa succede con i verbi e poi con i sostantivi. Adesso, per concludere la spiegazione del suffisso -ata, se non ne avete ancora fin sopra i capelli, tocca agli aggettivi.

Spesso, quando aggiungiamo -ata ad un aggettivo, (questa cosa non si fa normalmente con tutti gli aggettivi), ci si riferisce a quell’atteggiamento tipico descritto dall’aggettivo, e si usa normalmente, a supporto, il verbo dare o fare:

Fare una “furbata” ad esempio è una cosa da furbi, è un comportamento da furbi, così come una “paraculata” è un atteggiamento tipico dei cosiddetti “paraculi”, che è un sinonimo leggermente volgare di furbi.

Facile capire come una stronzata sia allora una cosa da “stronzi” (un altro aggettivo che può qualificare una persona, il comportamento di una persona). Non è proprio così, in realtà, come vedremo dopo. “Stronzi” nel linguaggio colloquiale indica persone che si comportano male, scorrettamente dal punto di vista soprattutto morale, specie in ambito di amicizia.

Una genialata (e non una “geniata”) invece  è una cosa che fanno i geni, un atto da geni, simile a una “trovata”, simile a “avere una ttrovata” (qui si usa il verbo avere a supporto). Avere un’idea geniale insomma. Spesso però genialata si usa in modo ironico per giudicare un’idea stupida, quindi tutto l’opposto che una vera genialata!

Una carognata, di contro è un comportamento, un atto tipico delle persone che vengono chiamate “carogne”. E’ un’azione cattiva, che rivela malignità e malvagità d’animo. Le persone che si comportano così vengono chiamate carogne, aggettivo molto usato nei film. Il termine carogna viene usato anche per indicare il corpo senza vita di un animale che si sta putrefacendo. Questo per indicare il valore di tali persone così etichettate.

Rientrano nella categoria di oggi anche le cazzate e le minchiate, atteggiamenti giudicati poco intelligenti, senza senso e spesso dalle conseguenze molto negative. Lo stesso per le “stupidate“, che viene dall’aggettivo stupido. Cretinata deriva invece da cretino.

In definitiva, fare cretinate è tipico dei cretini, fare stronzate, per analogia dovrebbe essere tipico dei cosiddetti stronzi, sebbene non sia esattamente così, visto che gli “stronzi” si comportano scorrettamente con gli altri, mentre fare una stronzata è qualcosa di sbagliato che si può riflettere anche e soprattutto su sé stessi. Lo stesso vale per le “minchiate”, stesso significato di “cazzate”. 

A volte è pertanto difficile capire l’aggettivo di provenienza: se stupidata viene da stupido, cazzata e minchiata non hanno un vero aggettivo di riferimento, ma indicano ugualmente un atteggiamento tipico di una o più persone, cosa che abbiamo visto nell’episodio dedicato ai sostantivi. Stavolta però i sostantivi di riferimento sarebbero… vabbè avete capito!

Adesso basta dire minchiate (si fa per scherzare) e ripassiamo 47 dei tanti episodi passati: 

Anthony: Scusatemi ragazzi se mi arrogo il diritto di prendere la parola per parlare di nuovo del Covid ma in questo periodo da operatore sanitario è assai difficile stare alla larga da questo argomento. Esordisco dicendo che non avrei mai immaginato la misura in cui la gente sarebbe stata restia a questa vera e propria mandrakata che è il vaccino, anche alla faccia dello scempio a cui stiamo attualmente assistendo. Vi capirei se non ci credeste ma mi preme riferirvi che ci sono persino certe zone degli Stati Uniti in cui il grosso della popolazione si rifiuta di vaccinarsi.

Allora taglio corto perché so benissimo che sono solamente pochi sparuti membri a voler sentire un’ulteriore pappardella in merito. Però avendone fin sopra ai capelli del covid, di sfogarmi non ne potevo fare a meno. Non me ne vogliate, mi raccomando.

Bogusia: Ma chi te lo fa fa’? Si dà il caso che la gente ne abbia davvero fin sopra i capelli di questa pappardella sui vaccini. Poi, guarda caso, se ne escono il 5 di agosto…
Tra l’altro, proprio Il 5 agosto di ben 83 anni fa, uscì nelle edicole la rivista che introduceva al popolo la difesa della razza. La pubblicazione in nome della “scienza”. Alcuni illustrissimi scienziati ne avevano scalzati altri. Il paragone c’è? Secondo me si, eccome. Sempre che ne abbiate voglia, date un‘occhiata su Wikipedia. Date una scorsa a questa rivista. Oggi Infieriscono su chi, avendo la libertà costituzionale, sceglie di non vaccinarsi.
E la gente ne ha ben donde, di non vaccinarsi. Il grosso della popolazione l’ha fatta ma i dati ci dicono che i vaccinati sono infettanti e infettati. Io mi sono vaccinata, fin dall’inizio, ci hanno preso per il culo come si suol dire. Neanche abbiamo preso la prima dosi di AstraZeneca, che ci hanno detto che bisognava fermarsi, perché era pericoloso. Non sapevamo che pesci pigliare. Poi queste varianti che si sviluppano, se ne fregano del vaccino. Che efficacia ha Pfizer Biontec? 37 per cento? Volevo ben dire! Adesso ho detto la mia, non me ne vogliate per questo ma non ne posso più di queste, passatemi il termine, supercazzole, tipo: bisogna accelerare le vaccinazioni, acché potremmo dichiararci al sicuro dal virus. Questo è quanto. Vi auguro una buona giornata, sperando che stiate tutti bene.
Adesso non la passerò liscia, vero?😢 Giocoforza arriverà qualche bacchettata. Me ne farò una ragione. 🙃

Monica: il guaio, tra virgolette, della libertà di pensiero è che chicchessia può esprimere la sua opinione senza paura, finché non nuoce ad altri.
Questo vale anche per coloro che gridano alla dittatura dei vaccini.
Se ci fosse una alternativa migliore, scientificamente migliore intendo, per non mandare in tilt gli ospedali, e correre ai ripari mi affiderei a quella. Per ora pare non ci sia. Una cosa è sicura: la democrazia resta la scelta migliore, checché ne dicano i negazionisti di Auschwitz. Non me ne vogliano I terrapiattisti se non li ho menzionati.

Bogusia: Sui negazionisti di Auschwitz non c’è paragone che tenga. Quanto a me non sono mai stata e non sono sono neanche oggi no-vax, negazionista o che dir si voglia . Però, qualcosa non mi torna con questi vaccini.

Harjit: nel mio paese, l’India, mancano posti letto e anche l’ossigeno. Avercene di questi problemi di cui state disquisendo.

 

588 Il suffisso -ata (verbi)

Il suffisso -ata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: il suffisso – ata è molto interessante perché, come si è visto anche nell’ultimo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, spesso origina parole curiose e insostituibili nel linguaggio colloquiale.

Nell’episodio scorso lo abbiamo visto in abbinamento con verbo dare, e tra l’altro abbiamo visto anche che il suffisso – ata può anche non esserci se il verbo non è della prima coniugazione (are), come “dare una scorsa” ad esempio, o “dare una letta“, dove il verbo in questione è scorrere e leggere rispettivamente, entrambi della seconda coniugazione (ere). Il senso della velocità, dell’azione rapida però resta.

Se analizziamo solamente il suffisso –ata invece, più in generale, possiamo vedere che si può utilizzare anche in altri modi, non solo col verbo dare che funge da supporto.

Inoltre il suffisso -ata si può agganciare a verbi, sostantivi e anche ad aggettivi.

Oggi vediamo come si trasformano i verbi. Nei prossimi due episodi vedremo i sostantivi e poi gli aggettivi.

Con i verbi, nel senso di atto rapido, improvviso o non programmato, si usa a volte anche il verbo fare come supporto, non solo dare, oggetto dello scorso episodio:

Dare un’accelerata (da accelerare)

Fare un’inchiodata (da inchiodare = frenare bruscamente)

Fare un’improvvisata (da improvvisare)

Dare una rinfrescata alla stanza (da rinfrescare, cioè rendere fresco)

Andiamo avanti.

Si può trattare anche di un evento collettivo, e meno spesso anche individuale tipo la tombolata, che si fa giocando a tombola, un gioco che non si può fare da soli.

Il verbo tombolare non esiste, ma esiste “giocare a tombola”.

Allora in questo senso posso anche semplicemente farmi una giocata, intesa come singola scommessa in un gioco. Una giocata è anche un gesto atletico, qualcosa che di solito ha un aggettivo che precede:

Il giocatore ha fatto una bella giocata

Questa giocata non è piaciuta al mister

Potremmo farci una briscolata se giochiamo al gioco della briscola. Col gioco della “scopa” però (è un altro gioco che si fa con le carte napoletane) meglio non usarlo perché come abbiamo accennato nello scorso episodio, fare/farsi una scopata indica l’atto sessuale. Veramente ho dato per scontato che questa fosse cosa nota anche per i non madrelingua visto che le parolacce sono la prima cosa che si impara di una lingua. Ma meglio chiarirlo.

Abbiamo visto infatti che fare/farsi una scopata è diverso da dare/darsi una scopata, per via del doppio senso del verbo scopare.

Anche fare una pisciata è abbastanza volgare, e si riferisce al verbo “pisciare” che significa fare la pipì.

Similmente a fare/si una mangiata o una bevuta trasmette un senso di piacere. Questa del piacere è una caratteristica interessante del suffisso – ata. In effetti piacere e compagnia spesso vanno a braccetto. Possiamo semplicemente anche fare un’uscita serale con gli amici.

In compagnia potremmo fare anche una innocente chattata, cioè potremmo chattare, vale a dire chiacchierare, scambiare due chiacchiere in una chat qualsiasi. Una chiacchierata si fa dal vivo, mentre una chattata si fa col cellulare o col PC. Entrambe sono attività piacevoli in compagnia.

Se preferite potremmo fare una scazzottata, cioè fare a cazzotti, vale a dire picchiarsi, prendersi a pugni. A qualcuno piace anche quest’attività.

Si può anche fare una semplice litigata che non implica necessariamente il picchiarsi. Questo non trasmette piacere, ciò non toglie che una bella litigata può essere anche vista come una cosa utile.

C’è chi preferisce fare abbuffate, cioè abbuffarsi, vale a dire mangiare tanto. Ma per questo si può anche essere soli. Piacevole li per lì, poi si pagano le conseguenze… Se lo facciamo in compagnia pesa meno ed è più divertente, e poi mal comune, mezzo gaudio riguardo alle conseguenze.

I tipi più tranquilli sicuramente preferiscono fare delle belle camminate, e anche queste possiamo farle da soli. In questo caso, come anche in altri, si indica un gesto prolungato oltre che piacevole.

Quindi il gesto può essere veloce come la frenata e l’accelerata o un’inchiodata (una grossa frenata) oppure al contrario prolungato, come la camminata e l’abbuffata. Possiamo anche farci una bella suonata se ne abbiamo voglia. Spesso come visto c’è anche piacere.

È il caso anche di fare/farsi una suonata, che significa prendere uno strumento e suonare. Possiamo farlo da soli o anche insieme ad altri, usando più strumenti.

Prendere una suonata” però ha un altro significato, simile a una sonora sconfitta. Il verbo che si usa di supporto è sempre importante.

Dipende spesso anche dal verbo a cui si aggiunge il suffisso se si tratta di un gesto veloce, prolungato, di piacere o se si tratta solo di un modo informale di usare quel verbo.

Potrebbe essere il caso ad esempio della rimpatriata. Qui c’è piacere ma il verbo è importante: rimpatriare.

Rimpatriare sta per tornare in patria, ma il termine rimpatriata ha un senso più goliardico e ludico, in quanto si usa quando si tratta di rincontrare gli amici d’infanzia, quelli con cui si è cresciuti, che non vediamo da tanto tempo, perché magari ci siamo persi di vista l’un l’altro.

Di tanto in tanto non fa male rivedersi tutti insieme a cena o passare un fine settimana da qualche parte. Questa è una rimpatriata.

Ci sono anche altri verbi che non ho menzionato a cui si può aggiungere il suffisso -ata per conferire un senso particolare ed unico al nuovo termine.

Si pensi ad accorpata o accoppiata e tanti altri termini di questo tipo di cui parleremo un’altra volta.

Domani vediamo cosa succede aggiungendo il suffisso – ata ai sostantivi.

Per il momento meglio darsi una calmata con tutti questi verbi!

Nel frattempo ripassiamo, tengo a dire che il ripasso che state per ascoltare è stato composto da Doris, membro austriaco dell’associazione Italiano Semplicemente. La voci, oltre a quella di Doris, sono altresí di altri membri della nostra associazione.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Doris: Può darsi che io sia latitante ma zitta zitta vi seguo quasi ogni giorno

Ulrike: L’abnegazione costante di Gianni ed il recente salto di qualità degli episodi, come si suol dire mi hanno fatto da sprone oggi per scrivere qualche riga.
Mi sembra esiga un po’ di destrezza comporre un testo
che da un lato abbia senso e dall’altro contenga parecchie espressioni, sebbene aiuti che la lista dei termini dei due minuti si allunghi di continuo. Dunque è sempre più fattibile, dacché ci sono un bel po’ di concetti.

Mary: Comunque per tirar fuori delle frasi azzecate su due piedi spesso è richiesta una vera mandrakata.

Hartmut: È facile perdersi nel mare magnum di espressioni,
locuzioni, o modi di dire che dir si voglia, sconosciute se uno non segue gli episodi in modo regolare.

Irina: Strada facendo però si ha modo anche di sorridere di tanto in tanto, anche in virtù dello spirito allegro di Giovanni che ha trasferito sulla piattaforma di Italiano Semplicemente.
Troppi episodi pubblicati? Ma va là! È risaputo che volere è potere.

Mary: Gli episodi sono anche spesso legati da un filo logico, e studiare a casaccio come ho fatto io non è proprio cosa, non approda a nulla, prolunga lo studio inutilmente e ti lascia spesso con un senso di inadeguatezza che a lungo termine incide negativamente sul successo dello studio.

Mariana: In base al fatto che il tempo è sempre risicato e l’energia non basta mai ogni due per tre manco un episodio, salvo poi recuperarlo andando a rotta di collo non appena trovo uno spazio.

Irina: Qualche termine tuttavia va al di là della mia comprensione immediata (cioè esula dalla mia
comprensione, per chi cerca sinonimi come me) e allegramente, li per li, li lascio da parte. Mi faccio un appunto, sempre che non sia
oltremodo stravagante, come ad esempio la parola pasdaran, che mi fa scervellare.
troppo e ascoltare ancora lascia il tempo che trova.

Mariana: Allora vorrà dire che li riprenderò a tempo debito,a prescindere dalla pressione che tutte queste parole mi
causano spesso.
Ad ogni buon conto, un tentativo anticipato (anzitempo) sarebbe inutile e l’avrei perciò fatto
invano.

Mary: Infatti il dispendio di tempo non sarebbe giustificabile; su questo non ci piove. Sono gli apporti degli altri piuttosto che mi avvicinano alla comprensione dei termini più macchinosi.

Komi: Così, via via imparo come vengono usati di solito: in primis
nelle frasi inventate dai membri, poi mi metto a fare pratica con prudenza e man mano mi sento a mio agio usandoli con disinvoltura, avendoli ben digeriti ed internalizzati prima.

Marcelo: Vedete, la tenacia è appagante, cioè chi la dura, la vince; Sarebbe impossibile
altrimenti ricordare questo ingente numero di episodi.

Mariana: A mio giudizio seguire la prima regola d’oro (repetita iuvant) non può essere mai un buco nell’acqua.
Per scrupolo aggiungo inoltre volentieri che incominciare non è mai troppo tardi e l’età non gioca un ruolo fondamentale.

Mary: Al contrario, spesso l’esperienza e la conoscenza delle altre lingue giova nettamente. Altro che storie!

Mariana: Indubbiamente ci sono espressioni a iosa da memorizzare, alcune si ricordano meglio delle altre. Non fa niente però se capita che alcune passano in cavalleria.

Mariana: accade a ciascuno di noi, a patto che vengano rispolverate di volta in volta. Ma pur di imprimirsele questo va fatto, sebbene a volte risulti noioso. Così l’apprendimento è
sostenibile e si riesce a reprimere lo stress.

Irina: Ricordatevi bene pure che non ci sono santi, dovete impiegare un po’ di tempo e bisogna rompere gli indugi se si è bloccati.
Lo studio di una lingua straniera presuppone disciplina e magari
anche un tocco di ambizione.
Occorre seguire un metodo raccomandato, ben provato e le testimonianze di Italiano
Semplicemente parlano chiaro in merito.

Mariana: A furia di scrivere tutte queste lusinghe mi sono venute le vertigini. 🙂

587 Dare un/una

Dare un/una (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Nell’ultimo episodio abbiamo visto la frase “dare una sgrossata“, espressione che in pratica sostituisce il verbo sgrossare.

Il suffisso in -ata in generale è molto interessante nell’italiano contemporaneo: si può applicare a dei verbi, degli aggettivi, dei sostantivi, e  ciò che ne esce fuori sono delle parole che vale la pena si vedere.

Se uniamo i verbo “dare” si tratta spessissimo di un atto rapido, veloce, o improvviso. Altre volte può esprimere un gesto fatto di fretta e in modo approssimativo.

Vediamo meglio:

Questa operazione, consistente nell’utilizzare il verbo dare possiamo farla quindi in molti casi:

Vai più veloce, dai una accelerata! – Che equivale a “accelera”  

Vado a darmi una lavata – Vado a lavarmi

Credo che adesso sia il caso di darmi una mossa – Credo che adesso sia il caso di sbrigarmi/muovermi

Datti una regolata – Ti devi regolare

Analogamente: “ti devi svegliare” può diventare “datti una svegliata*.

Si tratta sempre di linguaggio informale.

Notate che si usa anche con i verbi riflessivi come si è visto con regolarsi, svegliarsi, lavarsi.

Analogamente

Datti una pettinata – Pettinati

Vado a  dare una sbirciatina – vado a sbirciare

C’è da dire che spessissimo siamo di fronte a delle locuzioni che assumono un significato diverso dal semplice utilizzo del verbo.

E’ il caso di “dare un’occhiata“, e anche di “dare una sbirciatina” che esprimono anche il concetto di un’azione veloce, fugace, rapida oppure improvvisa. Solitamente è sempre così.

Altre volte usare il verbo dare esprime, oltre alla velocità, un rimprovero:

Datti una pettinata ogni tanto!

Anche “darsi una regolata” esprime un po’ di fastidio:

Ti devi dare una regolata” non è esattamente come “devi regolarti”. Oltre ad essere più informale, c’è un contenuto emotivo più intenso: malumore, poca sopportazione, fastidio in chi pronuncia questa frase. Se ricordate questa espressione l’abbiamo già spiegata nell’episodio n. 365

Nel caso di “dare un’occhiata” c’è più leggerezza oltre alla velocità, nel senso che un’occhiata è poco impegnativa. Oltre al fatto che “occhiare” non significa semplicemente vedere o guardare, quindi questa è una locuzione dal significato proprio.

 “Dare una controllata” o “dare una controllatina”  è un’altra locuzione informale abbastanza diffusa.  Sta per “controllare”, ovviamente, ma è in genere un controllo veloce, specie se utilizzo “controllatina”. Molto simile all’occhiatina.

Mi dai una controllatina all’olio della macchina per favore? Ho paura sia da cambiare!   

Voi chiederete: ma tutti i verbi finiscono con – ata? 

No, rispondo io, questo dipende dal verbo. Solo e finisce con are (prima coniugazione. Per la seconda coniugazione cambia la parte finale, ma non il senso quando c’è il verbo dare. Lo abbiamo visto con “dare una scorsa”, ricordate? Lo stesso vale per il verbo leggere: “dare una letta”. 

Lo stesso per “darsi una mossa/smossa“, (verbo muovere o smuovere) che non è esattamente come muoversi, ma significa sbrigarsi, spicciarsi:

Su ragazzi, diamoci una mossa/smossa, è ora di uscire!

Suffisso a parte, I verbi in cui si può usare dare in abbinamento sono molti, e ogni volta siamo nel linguaggio informale.

Dai un’abbassata alla voce! (cioè “abbassa la voce”)

Dai un’alzata al sedile ché è troppo basso! (cioè “alza il sedile”)

Bisogna dare una rispolverata gli episodi passati! (cioè “bisogna rispolverare gli episodi passati”)

Dai una sistemata alla stanza, ché arrivano ospiti oggi! (esprime quindi anche gesti frettolosi, fatti di fretta e in modo approssimativo)

Bisogna dare una ripassata in padella alle verdure così diventano più croccanti (ripassare in padella delle verdure, o qualcos’altro, significa far rosolare brevemente un cibo in olio o burro)

Bisogna dare una scorsa agli episodi per vedere se tutti sono numerati, per favore.

Anche “dare una scorsa” (il verbo qui è scorrere, come si è visto) rientra in questa tipologia  di modi di utilizzo del verbo “dare” e infatti abbiamo visto, nell’episodio dedicato, che anche in questo caso si esprime velocità.

Solitamente infatti si vuole trasmettere il senso dell’azione veloce.

Attenti che ci sono devi verbi in cui si usa il verbo fare, ma la velocità non c’entra nulla, sebbene si tratti sempre di linguaggio informale.

Farsi una bevuta, farsi una mangiata, farsi una bella risata, farsi una fumata e anche farsi una scopata. In genere si aggiunge un aggettivo per dare maggiore colore ed espressività:

Mi sono fatto una gustosa bevuta!

Mi sono fatto delle grosse risate!

Cerchiamo di farci una bella mangiata stasera!

Il verbo è importante però. Si corre il rischio di fare delle brutte figure se lo si sbaglia.

Capite bene che “darsi una scopata” ha tutto un altro significato!

Questo accade quando possiamo usare entrambi i verbi dare e fare, ma che, malauguratamente, le due espressioni hanno diverso significato, come in questo caso.

Notate anche che à volte un/uno/una indica un numero, come:

Dare una spinta“.

È pur vero però che viene dal verbo spingere. 

Lo stesso vale per dare una bastonata.

Quindi si possono anche dare due o tre spinte o bastonate. Il verbo bastonare esiste ma “dare una bastonata” sta solitamente per “colpire una volta col bastone”. 

Lo stesso vale per dare una pugnalata, una coltellata, una mazzata, una coltellata, una manata e via dicendo. Si usa sempre uno “strumento” e si dà un colpo usando questo strumento. Niente a che fare con la velocità e la fretta. Tra l’altro qui stiamo usando il suffisso dopo dei sostantivi e non dopo dei verbi. 

Nei casi visti in precedenza invece, un, uno e una non sono propriamente dei numeri, come “dare una guardata” o “darsi una mossa“, “darsi una regolata“, “darsi una lavata” eccetera. 

Altre volte il senso è duplice: una sola azione e anche molto veloce

Dare una sterzata.

Una sterzata è un’improvviso cambiamento di direzione.

Ad esempio posso dare una sterzata al volante.

Voglio comunque esprimere qualcosa di veloce, sempre in modo informale, sebbene si tratti di una sola azione in questo caso.

Altre volte può sembrare un’azione singola e invece non è detto che lo sia:

Il cane mi ha dato un’annusata per capire se mi conosceva!

Annusare sapete che significa odorare aspirando forte l’aria col naso.

Apparentemente potrebbe sembrare che il cane mi abbia annusato una sola volta, in realtà anche in questo caso “dare un’annusata” esprime ugualmente un’azione veloce, ma non necessariamente si deve trattare di una singola aspirazione col naso!  

Vabbè ragazzi, allora adesso diamo una ripassata agli episodi scorsi?

La prossima volta approfondiamo meglio il suffisso “ata” perché usando il verbo dare abbiamo ristretto l’ambito di utilizzo. Vediamo allora nel prossimo episodio come usare in senso più generale il suffisso “ata“.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Ulrike: Siamo alle solite Gianni chiede un ripasso. Mettiamo che io te ne spedisca uno, Gianni, e di punto in bianco vengono a galla delle imperfezioni, magari qualche piccolo errore, o forse non è del tutto comprensibile, cosa facciamo? Io direi in questo caso tu mi dovrai una bella sgrossata. Non sei d’accordo? Vabbé, o così o pomì

Giovanni: certo Ulrike, vai tranquilla ché te lo sgrosso io. A dire il vero stavolta non ce n’è neanche bisogno. D’altronde non ho mai fatto scempio dei vostri ripassi. Quando verranno a galla problemi grossi però sarà giocoforza fare grossi cambiamenti! 

Emma: a proposito. La mia città dovete sapere, adesso è piena di rotatorie: un vero scempio al paesaggio. Considerato il crescendo di proteste a cui stiamo assistendo, speriamo che la smettano di fare rotatorie. 

Rafaela: scempio? La parola scempio mi giunge nuova. Una volta spiegata però saprò risponderti.

Irina: uno scempio è qualcosa di obbrobrioso, ma anche una grave deturpazione, che rovina, quasi una violenza, motivo di una sdegnata disapprovazione, come nel tuo caso. Si usa spesso quando si rovina il paesaggio in modo indegno e riprovevole, magari per motivi pratici ma a discapito della bellezza e della natura.

Mary: a proposito di scempi. Io ne ho visti parecchi in vita mia. Più volte ho visto discariche a cielo aperto al centro della mia città, il fiume che era diventato verde per via dell’inquinamento, per non parlare di alcune opere urbanistiche tipo alti palazzoni orribili, esteticamente molto discutibili.

Mariana: che vuoi, non siamo mica tutti uguali. Il che però non vuol dire che dobbiamo darci per vinti.

 

586 Sgrossare, sgrossata

Sgrossare, sgrossata (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ieri abbiamo visto come usare “il grosso“, quando grosso è sostantivo, quindi non aggettivo.

Oggi vediamo sgrossare, che è ovviamente un verbo, che può delle volte significare “togliere il grosso“, come vedremo fra un po’. Era perciò necessario spiegare prima il concetto di “grosso” inteso come la maggioranza, la maggior parte, come abbiamo visto.

Sgrossare però nella maggioranza dei casi ha il più semplice significato di togliere qualcosa. Ma cosa?

Beh, dipende da cosa viene sgrossato.

Infatti il verbo è transitivo. Dobbiamo specificare cosa sgrossiamo.

Ciò che si toglie in genere non serve, giusto? Si tolgono le parti inutili, che non servono.

Allora possiamo sgrossare un pezzo di legno o di marmo, ed è simile a ripulire, togliere le sporgenze, renderlo più liscio questo pezzo di legno o di marmo.

Però in senso figurato possiamo anche sgrossare un discorso, un articolo, un documento, per renderlo più leggibile, per eliminare ciò che non serve.

A volte si usa anche in sostituzione a “abbozzare“, quando si tratta cioè di delineare in una forma provvisoria e preliminare uno scritto, un’opera, tipo: “sgrossare un articolo” quindi saremmo all’inizio della preparazione e non in fase di rifinitura, di ultimazione e di limatura dei dettagli. Ma quasi sempre l’operazione di sgrossare si fa alla fine, quando appunto si toglie il superfluo, ciò che è inutile, ciò che non serve.

Attenzione quindi perché non stiamo dicendo che dobbiamo togliere la maggior parte del marmo o delle parole di un documento. Dobbiamo solo togliere ciò che non serve, ciò che eccede rispetto all’utilizzo ottimale di ciò che vogliamo sgrossare.

Abbiamo detto che in genere quando dobbiamo dare una sgrossata a qualcosa, il più del lavoro è fatto. La sgrossata è un perfezionamento, una fase finale, una “limatura“. Si usa anche questo termine, che viene dall’uso della lima, che serve appunto a limare. La lima infatti è un utensile che serve a lavorare il metallo o altri materiali duri, come le unghie anche. Nel gergo letterario poi la “lima” diventa anche l’attività volta a correggere e perfezionare un’opera letteraria, che verrebbe più naturale chiamare, come ho fatto anch’io, “limatura“.

Nel linguaggio colloquiale sgrossare si dice, come si è appena visto, anche “dare una sgrossata“, una locuzione che si può usare in realtà per molti altri verbi. Lo stesso vale per “dare una limata”, con lo stesso identico risultato.

Questo episodio è quasi perfetto. Ha solo bisogno di una sgrossata.

Anche il verbo ripulire, può sostituire facilmente sgrossare, come limare posso dire:

Dai una ripulita al documento e spediscimelo per email.

Affronteremo quest’uso del verbo dare in un episodio apposito comunque.

Torniamo a sgrossare.

Si può usare anche con le persone, sempre in modo figurato.

Giovanni è bravo, ma ha bisogno di una sgrossata.

Significa che si deve un po’ sgrossare, cioè deve diventare meno rozzo e grossolano, deve ingentilirsi. Ad esempio deve vestirsi in modo più elegante, deve imparare a parlare bene, a non usare il dialetto eccetera.

Si usa anche nelle abilità, nel senso di perfezionarsi, diventare più bravo, quindi sgrossarsi diventa simile a impratichirsi, perfezionarsi in un’arte o in una disciplina.

Il senso se ci pensate è sempre lo stesso: togliere ciò che non serve ma in questo caso anche aggiungere ciò che serve.

La tua tecnica canora va solo un po’ sgrossata.

Devi sgrossarti leggermente e diventerai molto bravo a suonare il pianoforte.

Alcune volte, dicevo, può usarsi anche nel senso di togliere il grosso, senza che questo sia giudicato inutile.

Hai ancora molto da lavorare?

Si, abbastanza, ma ciò che conta non è finirlo entro oggi. Posso anche solo dare una bella sgrossata al lavoro, così domani lo finisco.

In questi casi voglio rendere qualcosa meno grosso, meno grande. Certamente però sgrossare e sgrossata si usano maggiormente per indicare l’inutilità delle cose che vanno eliminate, la parte meno utile di qualcosa.

Se il vostro capo dice che bisogna dare una sgrossata al personale, iniziate a preoccuparvi…

Sperando che questo non accada, vi auguro un buon ripasso. Ascoltiamo la voce di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che hanno utilizzato sapientemente le espressioni imparate per compiere delle frasi:

Ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Ulrike: vi dispiace se oggi disquisiamo un po’ sui difetti insopportabili di una persona? Sempre che ne abbiate voglia!

Bogusia: Benissimo, amo disquisire di pregi e difetti. Vi prego solo di non fare riferimenti a chicchessia. Per il resto qualunque difetto è benaccetto.

Harjit e Sofie: Secondo me l’invidia è il difetto peggiore. Ma anche l’ignoranza, In effetti mi sfugge il senso del verbo disquisire. Una spiegazione sarebbe d’uopo.

Rauno: disquisire è discutere con piacere e a lungo di qualcosa. Io comunque non ho mai sopportato il rancore o il risentimento che dir si voglia.

Irina: Io di me stessa non sopporto l’apatia. Avete presente quando una persona non mostra interesse o motivazione verso nulla? Questo è odioso perché non riesco a fare nulla, non ci sono santi, neanche fossi paralizzata.

Sofie: io sono insofferente verso coloro che pensano solamente ai propri interessi e il proprio bene, gli egoisti per l’appunto. Se mi imbatto in una tale persona non resta che darmi alla fuga.

585 Il grosso

Il grosso (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: ciao a tutti amici di ItalianoSemplicemente.com e benvenuti nell’episodio n. 585 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. 585 episodi sono tanti, è vero, soprattutto per chi inizia oggi. Per chi invece ha già ascoltato e letto il grosso degli episodi, è tutto più facile.

Oggi ci occupiamo proprio del termine “grosso” quando questo non un aggettivo ma un sostantivo.

Prima parlavo del grosso degli episodi, cioè della maggioranza degli episodi, della maggior parte degli episodi.

Si tratta della parte quantitativamente più rilevante, più grossa di qualche cosa.

Solitamente si usa “la maggior parte” o “la maggioranza” ma potete usare tranquillamente anche “il grosso“, sempre al maschile singolare.

Oltre alla maggioranza, se vogliamo sottolineare il concetto di superiorità numerica, esiste anche l’espressione “la stragrande maggioranza”.

Tipo:

La stragrande maggioranza degli italiani è contrario alla pena di morte.

Ma “stragrande” non si usa solamente per indicare una maggioranza in un gruppo. Infatti significa anche semplicemente molto grande, straordinariamente grande, similmente a strafelice, straricco ecc.

Al concerto c’era una stragrande quantità di persone

Il grosso quindi implica l’esistenza di un gruppo o di qualcosa ben identificabile che si può dividere come il tempo, il lavoro eccetera.

È leggermente meno usato, anche perché un pochino più informale, ma lo usano tutti, anche i giornalisti e gli insegnanti.

A che punto sei del lavoro?

Ho iniziato da poco, il grosso del lavoro è ancora da fare;

Anche parlando di numeri quindi, per indicare la parte più numerosa di un insieme più grande:

il grosso della popolazione italiana si è vaccinata

Il grosso della classe è preparata

Per le persone è abbastanza frequente, e in effetti si presta bene ad essere usato per indicare la parte di un gruppo di persone, quindi per indicare la maggioranza del gruppo: in particolare si usa molto nello sport e nel linguaggio militare:

La squadra comprende il grosso dei calciatori dello scorso anno

Il grosso degli atleti di tutte le discipline non partecipa alle olimpiadi.

Il grosso del pubblico ha già lasciato lo stadio

Il ciclista ha staccato il grosso del gruppo che lo inseguiva

Sapete che esiste anche il verbo sgrossare? Ce ne occupiamo domani.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: quali sono i valori morali più importanti per voi? Voglio sapere solo i primi tre. Per me sono coerenza, lealtà e rispetto. Spero di non suscitare proteste per questo.

Harjit: il tuo appello non è stato fatto invano. Da parte mia direi che il più importante è la spiritualità. Segue la libertà e la gratitudine. Ciò non toglie che ci siano anche altre cose molto importanti per me.

M3: io metto la salute al primo posto. Se questo non è un valore, allora dico la virtù per eccellenza. cioè la forza di volontà. Poi la modestia e l’autostima.

Emma: interessante. questo la dice lunga su di te. Riguardo me, a dispetto delle apparenze, metto al primo posto la passione. Non si direbbe vero?

Ulrike: Lasciatemi sfoderare l’empatia e la pazienza. Come li vedete voi questi due pregi morali?

Mary e Hartnut: Vai a capire perché finora nessuno ha menzionato la gentilezza. Secondo me è una forma di eleganza. La gentilezza si indossa come un vestito di alta moda. E c’è ancora chi la confonde con la debolezza, il che mi stupisce ogni volta.

584 Che dir si voglia, arrogare e rivendicare

Che dir si voglia, arrogare e rivendicare (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi voglio provare a prendere due piccioni con una fava, cioè à fare un breve episodio con un duplice obiettivo. Vediamo se ci riesco.

L’episodio è intitolato “Che dir si voglia” che è un’espressione che si utilizza quando parliamo di qualcosa che possiamo indicare in diversi modi, usando nomi diversi ma equivalenti in quello specifico contesto.

Questo è il primo argomento di discussione di oggi.

Il secondo è la differenza c’è tra il verbo arrogare e rivendicare.

Allora vi dico che questi sono due verbi simili, ma c’è una differenza sostanziale.

Arrogare ricorda molto l’aggettivo “arrogante”. Non è un caso perché il verbo si usa quasi esclusivamente nel senso di pretendere, attribuire a sé stessi quel che in realtà non è dovuto.

Si parla quindi di sé stessi, di attribuire a sé stessi, o di dare a sé stessi qualcosa di positivo: un merito, un diritto, un privilegio, quando però non è dovuto, quando non è il caso, quando non è giusto, o quando non è opportuno o che dir si voglia.

La persona che si arroga qualcosa è pertanto, nell’uso comune, una persona che non ha titolo per farlo, compie una forzatura. Possiamo considerarlo, passatemi il termine, un arrogante, o insolente o supponente” o che dir si voglia, sebbene questo non sia l’aggettivo più adatto.

Forse si potrebbe chiamare una persona pretenziosa, esagerata, sfacciata o che dir si voglia.

Invece rivendicare è un verbo che innanzitutto ha un senso giuridico. Infatti si può rivendicare una proprietà, cioè cercare di recuperare il possesso di una proprietà, come un appartamento, che è illegalmente detenuto da altri. Ma l’appartamento è mio, allora io lo rivendico!

Rivendicare è quindi, giuridicamente, un atto con cui si vuole accertare una verità, un diritto che non viene riconosciuto.

Nell’uso quotidiano però rivendicare si usa similmente a reclamare e contestare quando c’è di mezzo un merito qualunque o anche un diritto qualunque, senza necessariamente chiamare in causa la legge o un giudice.

Se siamo convinti di avere un merito ma gli altri non ce lo riconoscono, possiamo rivendicare questo merito, come a dire:

È merito mio se abbiamo vinto!

Sono stato io che ho fatto vincere la squadra!

Lo stesso per un diritto:

Perché non mi fate parlare? Rivendico il mio diritto di parlare!

Quando una persona quindi protesta per un diritto o un merito non riconosciuto, sta rivendicando il suo diritto o il merito in questione.

Rivendico il successo ottenuto come una mia esclusiva vittoria!

Altre persone però, amici o colleghi che dir si voglia, potrebbero non essere d’accordo:

Vuoi arrogarti il merito della vittoria? Tutti hanno partecipato alla vittoria, non solo tu!

Ecco, direi quindi che la differenza tra rivendicare e arrogare, al di là dell’uso giuridico pertanto dipende dall’opinione personale o dal punto di vista, che dir si voglia.

Avete anche capito, o compreso che dir si voglia, che l’espressione “che dir si voglia” si può usare in molti contesti, ciò che conta è che state usando dei termini o verbi o frasi o aggettivi o che dir si voglia che sono indifferenti nell’interpretare il senso della frase. Possiamo usare uno dei termini a scelta, senza problemi.

Allora adesso vorrei che uno dei membri, una delle persone appartenenti all’associazione o che dir si voglia, utilizzasse qualche espressione già trattata come forma di ripasso. Nessuno si può arrogare il diritto di parlare per primo però, ok? Anzi facciamo una cosa. Facciamo che a parlare sia solo Bogusia.

Bogusia: Buongiorno, scusate ma mi voglio arrogare il diritto di dire la mia sull’argomento di cui sopra.
Voi direte, e lo riconosco, che non mi compete, ma è stata mia l’idea di sollevare la differenza tra arrogare e rivendicare. Quindi la rivendico. Non me ne vogliate per questo tono, non voglio apostrofare nessuno. Da parte sua, Giovanni, manco ho fatto in tempo a proporre questa spiegazione che gli ha dedicato un episodio.
Questo è quanto, o tutto, che dir si voglia.

583 Vorrà dire che

Vorrà dire che (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: se un giorno dovessi dirvi: “oggi niente episodi”

Una vostra risposta potrebbe essere:

Vorrà dire che ripasserò qualche episodio passato.

Ho appena usato una locuzione diffusissima in tutt’Italia:

Vorrà dire che..

Si può usare ogniqualvolta si apprende una notizia, ogni volta che si viene a conoscenza di qualcosa di inaspettato e si vuole esprimere una conseguenza di ripiego, un rimedio, una soluzione alternativa.

Accidenti è finito il sale!

Vorrà dire che mangeremo la pasta sciapa!

Sciapa vuol dire insipida, senza sale appunto.

È come un modo per adeguarsi ad un cambiamento, perché è successo qualcosa di inaspettato, che ci sorprende (non una bella notizia generalmente) ma subito possiamo esprimere una soluzione che tende a rassicurare e a non drammatizzare. Altre volte si usa in modo ironico.

Albert ha scoperto che non basta studiare la grammatica per imparare a parlare l’italiano.

Beh, vorrà dire che adesso anche lui ascolterà e parlerà un po’ di più in futuro.

L’Italia ha vinto inaspettatamente l’oro olimpico nei 100 metri. Vorrà dire che per una volta gli altri dovranno accontentarsi del secondo e terzo posto.

Attenzione perché “vorrà dire che” si usa anche per esprimere una conseguenza logica, intuitiva.

Io non voglio vedere mentre gli italiani battono i calci di rigore. Se poi tutti voi esulterete vorrà dire che abbiamo vinto.

In questo caso voglio dire che la vostra esultanza sarà la dimostrazione pratica della nostra vittoria.

Nell’episodio di oggi voglio invece sdrammatizzare o ironizzare:

Ti hanno licenziato? E allora? Cos’è quella faccia da funerale? Vorrà dire che adesso troverai un lavoro ancora migliore!

Vorrà dire che“, in questi casi, non equivale a “vuol dire che”, sebbene a volte, ma più raramente, si usa anche il presente al posto del futuro con lo stesso senso.

Infatti “vuol dire che” generalmente sta per “significa che”, che si usa generalmente quando si spiega qualcosa (spesso, giocoforza, lo uso anche io nei vari episodi).

Altre volte la forma al presente, come quella al futuro, è legata alle conseguenze, ma non in senso ironico o rassicurante.

Ad esempio:

Se dovessi essere licenziato, questo vuol/vorrà dire che non potrò più comprarmi una macchina nuova, almeno per il momento.

Questa è solo una conseguenza logica, niente di ironico o legato a soluzioni alternative accettabili.

Se invece dico:

A quell’antipatico di Giovanni si è fusa la Ferrari nuova ! Ben gli sta! Vorrà dire che per un po’ dovrà accontentarsi della sua bicicletta.

Qui c’è ironia.

Figlio: Papà, mi hanno bocciato all’esame per la patente.

Padre: Va bene, vorrà dire che lo rifarai e che la tua ragazza dovrà aspettare un po’ prima di essere scorrazzata a destra e a manca!

Anche qui c’è ironia.

Sono andato oltre i due minuti? Vorrà dire che per l’ennesima volta dovrete portare pazienza!

Spesso, come in questo caso, “vorrà dire che” esprime il senso di essere costretti a accontentarsi, senza fare drammi o tragedie greche. Si può allora utilizzare, volendo, anche il termine “pazienza“:

Anche quest’anno niente vacanza all’estero per colpa del Covid! Pazienza. Vorrà dire che resteremo in Italia.

Adesso ripassiamo. Siete pronti per un ripasso?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Oggi mi sento quanto mai piena di energia. Come mai che sbuchi con questa domanda? Eccome se siamo pronti. Ce la facciamo in men che non si dica, Non c’è scusa che tenga.

Komi: visto? Neanche hai chiesto ché subito hai trovato volontari pronti ad aiutarti. Manco ci fossimo messi d’accordo.

Hartmut: Neanche mi sveglio ché mi imbatto in questi messaggi. Neanche avessimo fissato un appuntamento.

Harjit e Mary: Io invece, non riesco. Vi saluto. Non lascio mai nulla di intentato per cimentarmi con le frasi nuove, però stavo proprio li li per uscire. scappo. Di nuovo.

Emma: perché mai te la vuoi filare? Io sto ancora a rispolverare episodi del 2020. Farò ancora ancora in tempo a ripassare 10 episodi al giorno se mi impegno Teniamo duro!

582 indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso

Indicazioni stradali: tagliare, accorciare, allungare un percorso (scarica l’audio)

Video YouTube con sottotitoli

Indicazioni stradali lingua italiana

Trascrizione

Giovanni: oggi ci occupiamo di indicazioni stradali. Ci occupiamo del linguaggio che si utilizza in automobile quando si danno indicazioni stradali.

Dove bisogna andare? Dritto, a destra o a sinistra?

In particolare mi interessano le espressioni e i verbi adatti per indicare una strada da prendere, cioè una strada in cui andare, in cui voltare o girare.

Vai a destra, vai a sinistra, vai dritto sono sicuramente le indicazioni più diffuse in questo senso.

Che faccio adesso? Vado a destra? Oppure vado dritto?

No, vai a sinistra che si taglia.

Anziché usare il verbo andare possiamo anche, come visto prima, usare prendere:

Prendi questa strada a destra

Prendi la prima a sinistra

Dopo l’incrocio, prendi a sinistra, poi al semaforo prendi a destra.

Prendi l’autostrada dopo l’incrocio

Prendere una strada significa quindi andare in una strada, girare per quella strada, voltare in una certa direzione.

Si può indicare anche una destinazione:

All’incrocio prendi per Roma

Dopo il semaforo prendi per Napoli

Prendi la prima a destra e poi prendi per Roma

Sapete che a volte si usa anche un altro verbo: imboccare.

Questo verbo normalmente si usa con i bambini, quando si fa mangiare un bambino.

Imboccare è introdurre il cibo nella bocca di chi non sia in grado di portarvelo da sé, come un bambino.

Bisogna imboccarlo perché non sa ancora mangiare da solo

Nelle indicazioni stradali, imboccare si usa come “prendere”.

Significa quindi avviarsi e procedere in una certa direzione, immettersi in una strada.

Così come si porta il cibo nella bocca di un bambino, si può guidare un’automobile in una certa direzione:

Imbocca questa strada, è più veloce!

Prendi a destra, poi imbocca l’autostrada.

Stai attento perché tra un po’ dovrai imboccare l’uscita dell’autostrada

A volte questo verbo si usa anche in senso figurato, quando la strada di cui si parla è un comportamento, quando sembra che una persona abbia preso una strada giusta o sbagliata, intesa come una scelta, un percorso di vita:

Il ragazzo ha imboccato la strada giusta. Ha finalmente capito che bisogna prima studiare e poi pensare al piacere.

Tornando alle strade, imboccare si usa quando si prende una strada, quando ci si avvia in una direzione, mentre quando si vuole indicare l’uscita si può usare anche sboccare:

Io imbocco l’uscita come mi hai detto, ma dove sbocca questa strada?

Questa strada sbocca in una piazza.

Come dire che questa strada porta, conduce in una piazza. Andando per questa strada, alla fine si arriva in una piazza.

Andando in questa direzione si sbocca a piazza Navona

La manifestazione prima ha preso questa via di fronte a te, per poi sboccare in piazza del Popolo.

Un verbo questo che si usa anche per i corsi d’acqua:

Questo fiume sbocca nel mare tra 10 km.

Questi tre ruscelli sboccano tutti nello stesso fiume.

Si può usare anche il verbo confluire, certamente più corretto, ma meno usato nel linguaggio stradale. Si può anche dire:

Dove porta questa strada?

Dove va a finire questo fiume?

Interessante poi è quando ci sono più possibilità, e allora l’indicazione potrebbe includere il motivo per cui occorre o conviene prendere una direzione anziché un’altra.

Ad esempio:

Prendi a destra ché tagli di un paio di chilometri.

Vai a sinistra ché avanti c’è traffico. Si allunga un po’ ma così accorciamo di qualche minuto.

Andando a destra si taglia. Se invece vai dritto allunghi di parecchio. Non ti conviene.

Secondo il navigatore meglio prendere a destra, sennò si allunga.

Girando a sinistra si accorcia.

Dopo la rotatoria volta a destra, così tagliamo qualche minuto.

Sicuro che così si accorcia? A me pare che si allunghi andando a destra.

Visto? Siamo arrivati prima per aver tagliato il traffico sulla strada principale. Questa scorciatoia non la conosce nessuno! Si abbrevia di molto.

Una scorciatoia è una strada che ci permette di accorciare la lunghezza di un percorso.

Prendendo una scorciatoia, si accorcia, cioè si taglia. Tagliare è più informale ma molto utilizzato. Potete usare accorciare o tagliare senza problemi, anche se per “tagliare” è vero infatti che normalmente si usa un coltello o le forbici.

Accorciare è più adatto sicuramente, perché significa rendere più corto, cioè ridurre la lunghezza di qualunque cosa, quindi anche una distanza.

Si può accorciare un percorso, ma ovviamente possiamo accorciare anche un vestito, un discorso, i capelli, e anche… un episodio !

Anche abbreviare ha lo stesso significato di accorciare e tagliare. Attenti però perché è lo stesso verbo che si usa nel senso di troncare una parola usando un’abbreviazione, tipo dott. al posto di dottore. Questa è appunto una abbreviazione che non si usa per i percorsi.

Una scorciatoia, è bene dirlo, è diversa da una deviazione.

Deviazione viene da deviare, cioè “uscire dalla via”, cioè modificare la propria direzione, uscire dalla via principale. Così facendo si fa o si prende una deviazione, che non è stata prevista ma permette ugualmente di raggiungere l’obiettivo finale.

Di solito la deviazione si prende quando c’è un incidente sulla strada principale, o più traffico del solito, o c’è un cambiamento di programma e ad esempio bisogna accompagnare una persona in un luogo che non si trova sul percorso precedente. Con la deviazione di solito si allunga rispetto alla scorciatoia, con la quale si abbrevia sempre il percorso.

Allora la finiamo qua? Non prima di un bel ripasso. Ascoltiamo:

Ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: avete visto le olimpiadi di Tokyo? Ieri l’Italia ha vinto ben due medaglie d’oro!!

Harjit: gli italiani in questo 2021 stanno facendo un figurone ! Anche i più addetti ai lavori sono abbastanza meravigliati.

Mariana: c’è anche chi rosica abbastanza per questi successi degli azzurri, soprattutto per la vittoria ai 100 metri di Jacobs che ha dato il benservito a chi si meraviglia del suo successo.

Anthony e Mary: un giornalista se ne è uscito con “un progresso difficile da spiegare”, alludendo al doping, probabilmente.

André: una svolta notevole quella di Jacobs. È diventato qualcuno all’improvviso e qualcun altro non l’ha digerito. Se ne dovranno fare una ragione!

581 Neanche + congiuntivo

Neanche + congiuntivo (scarica l’audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi continuiamo a occuparci di “neanche”

Voi potreste rispondermi:

Neanche ne avessimo bisogno come il pane!

In questa risposta c’è proprio l’uso di neanche di cui parlavo.

Ricordate l’episodio dedicato a “quasi“?

L’uso è abbastanza simile, in effetti basta sostituire quasi con neanche, oppure “manco” , o “neppure”.

In quell’episodio abbiamo detto che “quasi” sta per “come se“.

Possiamo fare lo stesso con neanche, e il senso non cambia:

Mi hai guardato come se fossi un alieno

Mi hai guardato quasi fossi un alieno

Mi hai guardato neanche fossi un alieno

Mi hai guardato manco fossi un alieno

Mi hai guardato neppure fossi un alieno.

Neppure si usa meno frequentemente, mentre manco è il più informale.

L’uso di neanche e manco, a differenza di quasi, è specifico però anche in altre situazioni, quando si fa notare una esagerazione, di fronte alla quale si mostra stupore.

Perché mi hai insultato? Neanche ti avessi detto qualcosa di male!

Cioè: mi hai insultato come se ti avessi avessi detto qualcosa di male. Ma in questo caso voglio enfatizzare la tua esagerazione, e farti notare che probabilmente neanche in quel caso avrei meritato un insulto.

Perché in Italia si vuole inserire per legge l’obbligo di vaccinazione per il personale sanitario? Manco il Covid fosse la prima causa di morte!

Voglio dare un punto di riferimento, un punto limite, al di là del quale sarebbe accettabile, ma siamo proprio al limite, ciò che trovo esagerato.

C’è un altro episodio che abbiamo dedicato a queste situazioni, quello dedicato alla locuzione “ancora ancora“, come ricorderete è simile a “al massimo“, e “al limite“.

Giovanni gira sempre con un cappello e gli occhiali da sole, manco fosse una stella del rock che non vuole farsi riconoscere.

Mia moglie mi ha cacciato di casa perché sto sempre al telefono. Manco l’avessi tradita!

Carlo era emozionatissimo durante la nostra prima esibizione al Piano bar, manco fossimo stati allo stadio olimpico di Roma.

Ci siamo mangiati tutto. Neanche avessimo digiunato da due mesi!

In questi casi usare “quasi” è meno enfatico e per niente adatto per esprimere, anche ironicamente, un’esagerazione. Manco e neanche risultano anche più informali e più adatti pertanto a dialoghi con amici.

L’episodio finisce qui. Adesso un breve ripasso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: Giovanni ha dimenticato di dire che per dare questo significato particolare a “neanche” basta sincerarsi del fatto che il verbo che segue si trovi al congiuntivo.

Mariana: poco male comunque, visto che il titolo dell’episodio è proprio “neanche più congiuntivo”. Poi lo sai che parlare di grammatica non lo fa impazzire. Ogni tanto ne parla, ma mai più del dovuto.

Ulrike: invece ho sentito dire che il prossimo episodio riguarda un aggettivo. Che voi sappiate, questo ha un fondamento di verità?

Lia: quale che sia, per me va bene. Sempre che sia alla nostra portata.

Bogusia: credo che saremo stupiti ancora una volta. Me lo sento proprio. Chi non si fida può comunque dare una sbirciata alla lista degli episodi.

Hartmut: la lista degli episodi futuri intendi? Ma quella è puramente indicativa, mi farebbe strano che venisse rispettata alla lettera. Bisogna aspettare pazientemente per vedere.

Rauno: staremo a vedere. Però la pazienza non serve. Neanche dovessimo aspettare un anno!