Il rafforzamento (pronuncia)

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Buongiorno amici.

Oggi è giovedì, e come tutti i giovedì, nel gruppo Whatsapp dell’Associazione ci occupiamo di pronuncia. È sicuramente uno dei giorni più divertenti il giovedì: a tutti i membri piace mettersi alla prova, leggere ed ascoltare parole nuove, parole che possono nascondere problemi particolari, a seconda della nazionalità.

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Ogni giovedì nel gruppo ci occupiamo di un argomento diverso, ed oggi eccezionalmente volevo condividere con tutti voi l’argomento del giorno: voglio condividere con tutti i visitatori di ItalianoSemplicemente.com, anche se non sono membri dell’associazione, l’argomento di cui ci occupiamo oggi: Il Rafforzamento.

La parola rafforzamento fa pensare alla forza. Una persona che fa ginnastica in effetti si rafforza, fa del rafforzamento. Ma non è questo il rafforzamento di cui parliamo. Parliamo di rafforzare non i nostri muscoli, non il nostro corpo, ma delle lettere di alcune parole. Rafforziamo alcune lettere che si trovano in alcune parole.

Tutte le parole? No, non tutte. Alcune parole. Dentro queste parole ci sono alcune lettere che vanno rafforzate, lettere che diventano più forti quando le pronunciamo.

Sì, perché stiamo parlando di pronuncia, non parliamo di scrittura. Sapete che la lingua italiana si legge come si scrive, ma a dire il vero non è esattamente così. Ci sono alcune attenzioni, alcuni accorgimenti da mettere quando si pronunciano delle parole. Gli italiani neanche ci fanno caso, e nelle varie regioni italiane cambia molto la pronuncia e gli accenti: ci sono i dialetti, i dialetti regionali, locali, e ci sono le inflessioni, le tonalità diverse. Nelle varie regioni italiane si parla sempre la stessa lingua ma ci sono alcune differenze.

Una di queste differenze sta proprio nel rafforzamento.

Allora proprio di questo parliamo oggi nel gruppo. Per questo ho raccontato una storia ai membri dell’associazione, come faccio tutti i giovedì.

Questa storia, un brevissimo racconto, è una storia divertente, un semplice gioco, ma che contiene moltissimi casi di rafforzamento.

Allora condivido con voi questa storia. Io la leggerò e vi chiederò di fare un piccolo esercizio di ripetizione. Provate a ripetere la storia dopo di me, frase per frase, e notate che alcune lettere, anche se sono scritte una volta sola, nel parlato vanno raddoppiate, anzi vanno “rafforzate”: queste lettere si allungano, diventano più forti. In pratica è come se si scrivessero doppie.

Ecco la storia. È scritta al femminile, perché è una donna che parla, ma non è importante questo, possono provare tutti a leggere la storia_

Vogliamo provare a fare questo esercizio di pronuncia?

Dai, *perché no!*

*È vero*, potrei sbagliare. Allora facciamo un patto *fra noi*: se sbaglierò *sarò tua* stanotte. *E poi* non dire che non sono generosa!

Non verrò però nella *città santa*, ma ti aspetto a casa mia. Tardissimo. *Berrò sia* un *caffè nero* che un tè per tenermi sveglia. In *virtù di* ciò, non sbaglierò!

Se non *sbaglierò mai* invece, se cioè *avrò vinto* io, allora sarai tu a pagare.

Farai una prova di pronuncia: associazione, dissociazione, zanzara e zuzzurellonando. *A proposito* di associazione: *A noi* tutti verrà da ridere se sbaglierai, è vero, ma se vincerai, te l’ho *già detto*, *sarò tua* stanotte. Forza allora, iniziamo: dall’emozione *fa già* caldo!

Un ultima cosa: *più che* di un esercizio si tratta di uno scherzo! *E’ falso* tutto ciò che ho detto! *Fra noi* possiamo scherzare! *Ma dai*, sarà mica che non l’avevi capito! *Se dici* questo non apprezzi l’ironia. *O no*?

Bene, avete ascoltato la storia. Adesso scommetto che volete sapere quali sono le regole. Giusto?

Beh, è inutile che ve le dica, tanto domani lo avreste dimenticate.

Se ne volete sapere di più, allora unitevi anche voi all’associazione, dove proverete a pronunciare la storia per intero e capirete se sbaglierete oppure no. Io pronuncerò per voi le singole frasi, e vi faccio capire le differenze, una frase alla volta. Molto divertente ed isruttivo

Molti italiani sbagliano a dire il vero. Sbagliano ma nemmeno ne sono consapevoli. Non è un problema grande in fin dei conti comunque. Gli accenti e le inflessioni sono una cosa anche gradevole da ascoltare. Questo infatti è una di quelle cose che insegnano agli attori, sia del cinema che teatrali, oppure a coloro che fanno dei corsi di dizione per pronunciare bene le parole. Molti italiani sentono questa esigenza, soprattutto per motivi di lavoro, per non sentirsi in imbarazzo. Per uno straniero è un problema minore, ma se volete siamo qui per aiutarvi. Perché no.

Vi aspetto nell’associazione, dove periodicamente ripetiamo le giornate dedicate alla pronuncia, quindi se saltate un giovedì, qualche mese dopo ricapiterà la stessa giornata, nessun problema. Scrivete a italianosemplicemente@gmail.com oppure andate sul sito e scoprirete tutti i vantaggi nell’essere membri.

Ricordate che non esiste un’altra associazione come la nostra.

Un abbraccio.

Gli strumenti del pizzaiolo (presentazione)

Audio di presentazione

Descrizione

“Gli strumenti del pizzaiolo” è una lezione del corso di Italiano Professionale. Se sei interessato puoi prenotare il corso diventando socio dell’Associazione Italiano Semplicemente.

Spaccare il minuto

Descrizione

In questo episodio senza trascrizione spieghiamo l’espressione spaccare il minuto o spaccare il secondo, due delle tante espressioni che fanno parte del corso di ITALIANO PROFESSIONALE, lezione 4, dedicata alla precisione ed alla puntualità, fondamentali nel mondo del lavoro.

Audio

E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.

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La precisione secondo Daria

Descrizione

Buongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente. Nella puntata di oggi ascoltiamo Daria, membro dell’associazione Italiano Semplicemente che ci parla della quarta lezione del corso di italiano professionale, dedicata alla precisione ed alla puntualità. Daria approfitta per parlarci delle abitudini del suo paese in proposito: la 🇷🇺 Russia. Molto interessante quello che ci racconta Daria, che parla molto bene l’italiano. Daria usa molte espressioni che sono state spiegate nella quarta lezione del corso. u esercizio molto utile. Vi aspettiamo tutti nella nostra associazione.

Audio Daria

Trascrizione

Un saluto a tutti. La terza (nota: in realtà è la quarta) lezione e’ molto interessante perché da questa lezione ho saputo del fenomeno di “quarto d’ora accademico”.

E’ stata una vera e propria sorpresa per me.

A malapena posso imaginare che al mio lavoro si conceda di iniziare una riunione 15 minuti in ritardo. Il massimo ritardo che possiamo permetterci è 2-3 minuti. Se il partecipante arriva 5 minuti in ritardo gli altri lo guardano di traverso tanto che il discorso introduttivo è già finito e tutti hanno già centrato l’obiettivo della riunione.

Se dovessimo aspettare il quarto d’ora accademico, staremmo molto nervosi perche nessuno vuole perdere il tempo inutilmente.

Insomma, ci tengo alla puntualità… però è bene sapere che in Italia esiste il quarto d’ora accademico ed essere pronta al fatto che gli altri possano ritardare.

Sinceramente mi piacciono le persone che spaccano il minuto. Quando le riunioni sono iniziate e finite nel tempo giusto tutti i partecipanti possono continuare il loro giorno come era programmato.

Per questo spesso la persona che organizza la riunione scrive l’agenda in cui spiega per filo e per segno quello che si aspetta dai partecipanti.

Nel caso in cui ci sono tante persone che contribuiscono (partecipano ad) in un meeting, l’iniziatore (il coordinatore) può dare un tempo molto stretto per una prezentazione, 15 minuti ad esempio.

Io arrivo spesso alle riunioni esattamente nel tempo stabilito, devo spaccare il minuto perché dopo di me verrà il mio collega per fare la sua presentazione.

Inutile dire che i dirigenti hanno sempre i tempi stretti e solitamente se ne vanno dalla riunione se per caso dura più a lungo del programmato, ma sono molto contenti se i partecipanti riescono a stringere i tempi e finire la riunione più presto.

Vorrei anche condividere con voi un’altra osservazione. Ci sono delle persone nella mia azienda per cui il tempo va diversamente. Voglio dire che queste persone ci tengono prima di tutto alla precisione.

Anche quando hanno il calendario fitto, riescono non ad accorciare i tempi ma ad eseguire il loro lavoro in modo meticoloso, con molto scrupolo, senza fretta, come se avessero il sangue freddo. Spesso mi fanno numerose domande, mettono sempre i puntini sulle i e controllano se tutto è fatto a punto. A volte mi pare che cerchino il pelo nell’uovo e non mi permettono di continuare il progetto senza aver ricevuto il loro consenso.

Vale anche la pena dire che senza di loro non possiamo funzionare come un’organizzazione.

E da voi quali sono le regole per arrivare a una riunione? E quali sentimenti provate accanto alle persone meticolose?

Buona giornata a tutti. Ciao.

 

Il segno dei gemelli (introduzione)

Audio introduzione

Durata: 28 minuti

Descrizione

Vediamo come descrivere i nati sotto il segno dei gemelli. 20 modi diversi, 20 caratteristiche, venti aggettivi per descriverli.

Episodio dedicato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Il mate (ripassiamo 30 espressioni idiomatiche)

Audio

Trascrizioni

Giovanni: Buon giorno ragazzi.

Nell’episodio di oggi ripassiamo qualche espressione italiana e lo facciamo parlando del MATE, una tipica bevanda argentina. È molto diffusa anche in Paraguay, in Uruguay e in Brasile.

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Questo episodio è un modo per ringraziare tutte le persone argentine che hanno fatto una donazione a favore di italiano semplicemente. Non sarò solo oggi a parlare. Ho una sorpresa per voi. Mi farà compagnia un argentino, un vero argentino, Javier. Lui meglio di me potrà pronunciare le parole più tecniche.

Di tanto in tanto io e Javier in questa puntata di italiano semplicemente utilizzeremo una espressione tipica italiana (lo faremo 30 volte) e inserirò ogni volta un collegamento ipertestuale (cioè un link) nell’articolo per chi abbia voglia di leggere o ascoltare la spiegazione delle singole espressioni.

Inoltre vedremo alcuni termini e verbi molto particolari.

E lo faremo finché non sarete stanchi, finché non starete alla frutta. Questa è la prima delle trenta espressioni che ripassiamo oggi. Le riconoscete per via del link nella trascrizione.

Il mate dunque è una tradizionale bevanda argentina. Si tratta di un infuso. Un infuso è appunto una bevanda, e significa versato sopra, versato dentro o immerso in un liquido. Anche il tè e la camomilla sono due infusi ed esempio, i più diffusi in Italia.

Il mate fa parte quindi della tradizione argentina. Ma perché si chiama così?

Curioso che la più diffusa tradizionale bevanda argentina abbia un nome che in spagnolo significhi compagno. Forse perché il rituale del mate crea il clima perfetto per lunghe conversazioni e anche se soli questo è un buon compagno per le persone che vogliono semplicemente pensare o ingannare semplicemente il tempo.

Se devi stare a casa da solo tanto vale stare bene. Ho saputo che in America del sud le persone sono mediamente più felici che altrove nel mondo. Forse è merito anche del MATE.

Vediamo un po’ la preparazione: È una bevanda che si fa con le foglie secche e sminuzzate della pianta Yerba Mate, un arbusto.

Sminuzzare significa tagliare in pezzi molto piccoli, in pezzi minuti, cioè piccoli. Si comincia a tagliare e a furia di tagliare le foglie alla fine diventano quasi una polvere. Ho detto pezzi minuti. Questo aggettivo è particolare perché si usa anche per le persone, quando si descrive una persona minuta, cioè piccola, ma non bassa, piuttosto dalla piccola corporatura. Ma le cose che possono essere sminuzzate sono normalmente le erbe e le cose che si usano in cucina.

Allora come si prepara questa bevanda? Per prima cosa si raccolgono le foglie della pianta che poi vengono fatte essiccare per molte ore. In questo modo diventando foglie secche.

Essiccare significa proprio far diventare secche e il fenomeno si chiama essiccazione.

Poi le foglie secche vengono spezzettate in modo tale che possano essere utilizzate facilmente per preparare l’infuso.

Infine queste foglie, sminuzzate cioè spezzettate, si sottopongono ad una lieve torrefazione che le rende maggiormente aromatiche.

La torrefazione, anche detta tostatura è un processo di arrostimento, che sottopone qualcosa, come delle foglie, ad elevata temperatura, in maniera tale da disidratarle, cioè togliere l’acqua. Potremmo dire asciugare le foglie fino all’essiccatura.

La torrefazione è un processo utilizzato anche per la preparazione del tabacco (in quei caso si fa per diminuirne il contenuto di nicotina).

Preparare la yerba mate nella gran parte delle case argentine è un vero e proprio rito, un po’ come da noi in Italia preparare il caffè. Un momento di piacere da trascorrere in compagnia. Cosa meglio del MATE come compagno? Il nome parla da solo in effetti.

Javier: La Yerba si usa, cioè si beve in due modi diversi. Possiamo quindi optare per due diverse possibilità di preparazione:

1) Mettere le foglie secche (1 cucchiaio per ogni tazza) in un contenitore e lasciare le foglie secche in infusione per alcuni minuti in acqua bollente. Lasciare in infusione significa lasciare immerse nell’acqua, in modo che l’acqua si impregni del sapore delle foglie. Poi si deve fíltrare (lo stesso procedimento che si usa per fare il tè). Si usa ovviamente un filtro. E questo è il modo di preparare il “Mate Cocido”.

2) La yerba mate si mette in un apposito contenitore chiamato “mate”, come la bevanda. C’è una cannuccia apposita chiamata bombilla dalla quale sorseggiare con calma la bevanda calda senza necessità prima di filtrarla. Sorseggiare significa bere un sorso alla volta, e sorseggiare si usa per indicare il piacere che si prova quando si assapora qualcosa. Infatti quando non si vuole sentire il sapore di una bevanda perché ad esempio non ci piace allora o non la beviamo, oppure la beviamo molto velocemente, senza sorseggiarla, senza assaporarla quindi.

Questa seconda modalità di preparazione é la forma piu utilizzata ed é il mate propriamente detto.

La Yerba mate ha un sapore amaro e un odore molto caratteristico. Il suo gusto è accostabile a un piatto dolce, tanto quanto ad uno salato.

Il suo gusto è accostabile, cioè si accosta bene, si sposa bene sia con piatti dolci che salati.

Giovanni: Evidentemente non c’è quindi un piatto ideale, un piatto per cui possiamo dire che è la morte sua, che si sposa cioè perfettamente con il mate.
Si dice che questa bevanda abbia enormi benefici energetici e stimolanti. Javier che ne pensi? Cosa serve per fare la Yerba Mate?

Javier: Per la preparazione del mate bisogna avere a disposizione:
• un mate, come abbiamo detto prima, ovvero un apposito recipiente realizzato con una zucca, oppure può essere di metallo, di ceramica o di legno, ed il mate viene usato sia per preparare l’infuso, sia per berlo. Quando si compra un mate nuovo è necessario che venga “curato“, o “trattato” prima di essere utilizzato onde evitare odori indesiderati della bevanda.

Per curare il mate bisogna riempirlo di erba, versarvi acqua calda e lasciarlo in infusione per una intera giornata. Il giorno successivo si svuota il mate e si ripete il procedimento; la stessa cosa va fatta molti giorni, meglio se per una settimana di fila. In questo modo il mate si impregna del sapore dell’erba ed elimina sapori estranei.

Il mate si impregna cioè assorbe il sapore dell’erba e quindi prende il suo sapore.

• un altro elemento necessario è poi la “bombilla”, cioè si è detto una specie di cannuccia di metallo che da un lato ha l’imboccatura, (dal lato che va in bocca) e dal lato opposto c’è un filtro per impedire alle foglie di erba mate di entrare nella cannuccia stessa.

Il filtro può essere costituito semplicemente da una chiusura bucherellata, cioè piena di buchi, di piccoli buchi. Notate che una cosa bucata ha un solo buco, ragion per cui se una cosa ha invece molti piccoli buchi si dice che è bucherellata e non bucata.

• ovviamente abbiamo bisogno dell’yerba mate può essere preparata “con palo” (con il picciolo) o “sin palo” (senza picciolo). Il picciolo è la parte della pianta che unisce la foglia alla pianta stessa. Esiste anche il picciolo della mela, della pera, delle ciliegie e in generale per la frutta. Ma evidentemente possiamo parlare anche del picciolo per le foglie.

Ebbene, l’erba con palo ha un sapore più deciso e più amaro; l’erba sin palo ha un sapore invece più morbido. Evidentemente questo picciolo ha un sapore amaro.

• serve anche un recipiente dove scaldare l’acqua, cioé quella che in Argentina ai chiama la “Pava”. (In Italia useremmo una banale pentola).

•poi si usa anche un contenitore termico, per mantenere calda l’infuso per tutta la durata della mateada (cioè la bevuta del mate).

Una curiosità, esiste il verbo “Cevar”. “Cevar Mate

Cebar mate è l’espressione tipica che significa “preparare il mate e servirlo”; si tratta di un vero e proprio rito, una tradizione ed è una procedura guidata dal cebador.
Dopo essere stato riempito d’erba, il mate viene tappato con la mano. Si mette la mano sopra quindi e poi viene agitato il mate e capovolto, a testa in giù. In questo modo sul palmo della mano con cui viene tappato si deposita della polvere che va eliminata. Questa è una cosa molto interessante.

Poi vi viene versata sopra l’acqua calda, ma attenzione perché l’acqua non deve mai bollire. L’acqua va versata poi sempre nello stesso punto, in modo da inumidire solo una parte delle foglie di mate e lasciarne asciutta un’altra parte.

Nel punto in cui si è versata l’acqua si inserisce la bombilla, che non andrà mai spostata in seguito.

Giovanni: Bene, un procedimento non troppo facile mi sembra. Io mi incasinerei facilmente. E comunque meglio spiegare tutte le istruzioni attentamente, non sia mai alcuni argentini si lamentino per come abbiamo spiegato la preparazione. Cercherò di farlo senza meno.  Con l’aiuto di Javier.

Javier: Il cebador comunque beve per primo il mate, aspirando l’infuso con la bombilla fino ad esaurirlo e provocare anche il tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido aspirato.

Giovanni: Evidentemente questo non è giudicato come sbagliato, non rappresenta una cosa che non si fa perché è maleducazione. In Italia infatti sin da piccoli ci insegnano che fare rumore succhiando con la cannuccia è una cosa che non va fatta perché è indice di maleducazione. Ma del resto ogni paese ha la sua cultura, bisogna prenderne atto senza giudicare.

Javier: A questo punto, una volta che il cebador ha bevuto si aggiunge altra acqua e il cebador passa il mate a chi è seduto alla sua sinistra che lo beve a sua volta fino in fondo e lo restuisce al cebador, che aggiunge altra acqua e lo passa al secondo invitato, poi al terzo, e cosí via.
Si continua così facendo circolare il mate anche per ore.

Le foglie inizialmente lasciate asciutte sono una specie di riserva: quando le prime foglie sono ormai esaurite, si bagnano le seconde per continuare la mateada e il cebador potrà anche spostare la bombilla nel nuovo punto di infusione. Alla fine la yerba mate sarà interamente sfruttata: si tratta ormai di mate lavado (“cioè di mate lavato, slavato”).

Giovanni: ma il mate è amaro o dolce Javier?

Javier: Il mate si puo bere sia amaro che dolce, aggiungendo ovviamente zucchero all’acqua o direttamente nel recipiente.

Giovanni: ah ottimo!

Grazie Javier di aver soddisfatto questa mia curiosità. Javier è un membro dell’associazione italiano semplicemente e solo grazie a lui è stato possibile realizzare questa puntata speciale. Avete sentito che Javier parla molto bene l’italiano.

Adesso però la mia curiosità è aumentata e dovrò chiedere assolutamente a qualche argentino di farmi assaggiare questo mate. Lo farò non appena me ne capiterà uno a tiro. Javier se n’è già andato purtroppo!

Tra l’altro mi é venuto un desiderio esagerato anche di prepararlo oltre che di assaggiarlo!

Ci proverò a cercare qualcuno che me lo faccia assaggiare, almeno. Tentar non nuoce. Male che va proverò a prepararlo da solo acquistando il mate personalmente sperando che il prodotto finale non lasci a desiderare. Al che io diventerò molto triste, in questo caso, e la qualità degli episodi di italiano semplicemente peggiorerà di conseguenza, con buona pace dei visitatori stranieri che vogliono imparare l’italiano. Ed allora, a quel punto, qualcuno forse mi regalerà il mate di migliore qualità. Speriamo!

Forse qualcuno mi dirà che ci vuole una certa faccia di bronzo per chiedere dei regali, ma questo era l’unico modo di usare questa espressione. Comunque stavo scherzando, infatti credo che assaggerò il mate quando andrò in Argentina un giorno: Vuoi mettere? Sarà tutta un’altra emozione.

Bene, siamo al capolinea di questo episodio. Spero vi sia risultato utile.

Almeno ora, voi come me, conoscete vita, morte e miracoli del MATE.

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Se la canta e se la suona

Audio

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

Trascrizione

Buongiorno fedeli amici di italiano semplicemente.

Benvenuti in questa nuova puntata di italiano semplicemente, una nuova frase idiomatica: se la canta e se la suona.

Un po’ complicata sembra ma in realtà è molto semplice.

Cominciamo dalle parole. Le parole più importanti sono “canta” e “suona” , che vengono dai verbi cantare e suonare.

Cantare cioè emettere suoni attraverso la bocca e precisamente attraverso le corde vocali, che si trovano nel nostro corpo e ci aiutano ad emettere tutti i suoni. Cantare è ovviamente un’arte e i cantanti sono degli artisti, perché creano qualcosa, come gli artigiani, parola molto simile, che però producono solitamente oggetti con le mani.

Suonare invece, sebbene rientri nella stessa categoria delle arti, è un’attività diversa. In questo caso non si usano le corde vocali ma gli strumenti musicali. Gli strumenti musicali quindi ci permettono di suonare alla stessa stregua in cui le corde vocali ci permettono di cantare.

Di solito il cantante canta e un’altra persona o più persone suonano. Tutti insieme possono formare un gruppo musicale, dove ognuno ha il suo ruolo. Il chitarrista suona la chitarra, il pianista suona il pianoforte, il bassista suona il basso, ed il cantante canta.

Però attenzione perché esistono anche alcuni artisti che si distinguono per la loro ecletticità. Gli artisti eclettici sanno fare un po’ di tutto, e spesso cantano e suonano nello stesso momento.

Edoardo Bennato ad esempio, un famoso cantautore Italiano mentre canta riesce a suonare la chitarra e l’armonica a bocca nello stesso tempo. Un vero artista eclettico.

Edoardo Bennato così come altri artisti nel mondo cantano e suonano. Non hanno bisogno di altre persone. Fanno tutto da sole.

Perché vi sto dicendo questo?

Perche la frase di oggi è “se la canta e se la suona“. Ma c’è qualcosa di diverso e particolare in questa frase: se la canta e se la suona. Ho usato non il verbo cantare e suonare ma i verbi cantarsela e suonarsela.

Si tratta di due verbi che derivano da cantare e suonare ovviamente, ma si trovano nella forma pronominale. Niente paura comunque. Abbiamo fatto un episodio su questi verbi se volete approfondire la questione. Comunque in breve cantarsela e suonarsela si riferiscono a se stessi.

Ci sono molti verbi di questo tipo.

Per capire il significato ad esempio vediamo “mangiarsela” che deriva dal verbo mangiare.

Se io mangio una arancia posso dire:

Io me la mangio

Tu le ta mangi

Eccetera.

Vuol dire che sto usando il verbo mangiare nella forma pronominale. Sono io che mangio l’arancia. Io quindi me la mangio.

Quindi potrei dire allo stesso modo:

Io me la canto e me la suono

Tu te la canti e te la suoni

lui se la canta e se la suona

Lei se la canta e se la suona

Noi ce la cantiamo e ce la suoniamo

Voi ve la cantate e ve la suonate

Loro se la cantano e se la suonano

Vediamo adesso il significato.

Vi ho parlato di un gruppo musicale prima, per farvi pensare ad una serie di attività che solitamente sono svolte da più persone. Ebbene, se invece una persona fa tutto da sola posso dire che questa persona “Se la canta e se la suona”.

Non sto parlando di musica però. Il senso è figurato. Quando una persona fa un’attività tutto da sola senza l’aiuto di nessuno, possiamo usare questa espressione. Se la canta e se la suona.

Dobbiamo però spiegare bene, perché questa cosa non è certamente una cosa positiva per la persona di cui si parla.

Quando si usa questa espressione vogliamo dire infatti che la persona che se la canta e se la suona non dovrebbe far tutto da sola. Chi fa questo lo fa perché si approfitta di una situazione vantaggiosa, trae vantaggio dal fare tutto da solo. La cosa più importante è però che questa persona ha tutto il potere. Non lo condivide con nessuno. Non lascia che nessun altro divida il potere con lui.

Allora quando possiamo usare questa espressione?

Si tratta ovviamente di una simpatica espressione idiomatica, informale ma come ho detto suona come un’accusa. Scusate il gioco di parole.

Ad esempio:

Un dittatore posso dire che nel proprio paese se la canta e se la suona, perché tutte le decisioni passano attraveso di lui. Questi accade in tutte le dittature. Tutti i dittatori se la canta o e se la Suonano.

C’è un secondo modo, una seconda espressione che possiamo usare ed ha lo stesso significato: fare il bello e il cattivo tempo. Oppure fare il buono ed il cattivo tempo.

Questa è un po’ meno usata probabilmente ed è più legata agli eventi, positivi e negativi. Eventi in generale non solo quelli atmosferici. Come se la persona di cui si parla avesse il potere di fare bello il tempo, facendo uscire il sole, ad esempio ed anche il potere di fare il brutto tempo, facendo piovere o provocando inondazioni o trombe d’aria. Fare il bello ed il cattivo tempo è meno spiritosa ma ugualmente negativa. L’unica differenza è che che non si usa la metafora musicale. Si usa però una metafora meteorologica.

Sapete che la parola metafora indica la sostituzione di un termine proprio con uno figurato. Quindi quando parliamo di espressioni idiomatiche facciamo sempre delle metafore.

Le due espressioni possiamo usarle in molti contesti diversi ed ogni volta c’è sempre di mezzo un potere eccessivo gestito da una sola persona. Posso teoricamente usarla non solo per le persone però, anche per i partiti politici o per le squadre di calcio.

Posso dire per esempio che la Juventus nel Campionato italiano di calcio se la canta e se la suona. Ha vinto sette scudetti consecutivi ed adesso con l’acquisto di Cristiano Ronaldo probabilmente vincera sicuramente anche l’ottavo. Si posteri l’ardua sentenza.

Un piccolo esercizio di ripetizione adesso, all’insegna della settima regola d’oro di italiano semplicemente (parlare). Usiamo l’imperfetto per esempio. Ripetete dopo di me.

Io me la cantavo e me la suonavo

Tu te la cantavi e te la suonavi

Lui se la cantava e se la suonava

Noi facevamo il bello ed il cattivo tempo

Voi facevate il bello ed il cattivo tempo.

Loro se la cantavano e se la suonavano.

Un saluto ed un abbraccio a tutti. Ascoltare ancora una volta se avete bisogno. Per coloro invece che vogliono migliorare ancora di più il loro livello di italiano vi consiglio caldamente di chiedere l’adesione all’associazione italiano semplicemente. In questo modo avrete libero accesso alle lezioni di italiano professionale, per conoscere l’italiano adatto ad un ambiente di lavoro. Inoltre potrete partecipare al programma settimanale dell’associazione, dove nel gruppo WhatsApp degli associati ogni giorno parliamo di un argomento diverso, deciso ogni settimana all’interno del gruppo.

Ogni settimana trovate il programma settimanale su Facebook sulla pagina dell’associazione.

Ciao a tutti

Male che vada – male che va

Trascrizione

Ciao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com. Io sono Giovanni, il vostro professore di italiano, ma sono un professore speciale, non come gli altri perché non arriva mai il giorno dell’interrogazione :-=)

Da quando è iniziata l’avventura di italiano semplicemente, nel 2015, molte persone che ringrazio di cuore, dedicano il loro prezioso tempo ad ascoltare italiano semplicemente ed io non li ho mai interrogati. Scherzi a parte, l’espressione di oggi è “male che vada“. Tre parole: male, che, vada.

Anche questa come tante altre espressioni che abbiamo già visto è molto utilizzata in famiglia e tra amici. Potete usarla comunque anche tra colleghi ed al lavoro in generale, non c’è nulla di male. Non si usa allo scritto però. Per questo motivo difficile trovare uno straniero che conosca il significato di “male che vada“. Ad ogni modo questa frase molto spesso, nel linguaggio informale diventa “male che va“. Vada è il congiuntivo presente del verbo andare. Potete dire in entrambi i modi comunque, ma è più corretto dire “male che vada” poiché si riferisce al futuro.

Spieghiamo però la frase “male che va“, che è più informale. Iniziando dalle singole parole.

Male è il contrario di bene. È una parola che si usa in molti contesti diversi,

Come stai?

Male!

Non è una risposta molto comune ma potrebbe accadere di chiedere ad un amico “come stai” e lui risponda: male.

Nel caso le cose non vadano molto bene è comunque più comune incontrare risposte tipo :

Non molto bene!

Potrebbe andar meglio!

Insomma!

Ad ogni modo questo è uno dei modi di usare la parola male.

“Il male” invece, è anche l’opposto di “il bene” quindi possiamo dire che :

Il fascismo è il male assoluto

Il bene vince sempre sul male

Poi si usa spesso anche quando si descrivono dei comportamenti o si dà una valutazione o un giudizio su cose e persone:

Non c’è niente di male nel bere un bicchiere di vino.

Si è comportato molto male con me.

Invece in questo caso la parola “male” fa parte di una espressione, una locuzione che ha un significato preciso se letta tutta assieme.

“Male che va” contiene il verbo andare: va.

Se mi chiedi: come va? Come vanno le cose? Come andiamo? Io potrei rispondere: va male!

Invece l’espressione “male che va” non significa che c’è qualcosa che va male, ma che c’è qualcosa che potrebbe andare male a seguito di una nostra azione. Non è detto però che la nostra azione avrà conseguenze negative. Non è detto che andrà male. Se però andasse male, se le cose dovessero andar male, questo esprime l’espressione, non va poi così male. Se dovesse andar male infatti abbiamo due scelte.

Prima possibilità: diciamo cosa succederà. Dobbiamo esprimere la conseguenza di una azione. Questa cosa deve essere la peggiore possibile delle conseguenze, e non essere proprio una brutta cosa, altrimenti non si deve usare questa espressione.

Esempio:

Se avete mal di testa provate a bere una camomilla. Male che va avete sprecato una bustina di camomilla.

Questo significa che in caso di mal di testa ci possono essere diverse possibilità per farlo passare. Tra le varie possibilità si potrebbe provare a bere una camomilla. Non si sa se avrà effetto. Non si sa se il mal di testa passerà? Beh, ad ogni modo se non dovesse funzionare cosa abbiamo perso? Male che va, cioè anche se dovesse andar male, in quel caso potremmo anche provare un altro rimedio. Non avremmo perso nulla. Al massimo avremmo sprecato una bustina di camomilla. Ma questa non è una cosa grave, possiamo quindi provare, non ci costa nulla non è vero? In definitiva provare non costa nulla.

Secondo esempio:

Sono un ragazzo timido e mi piace molto una ragazza. Un mio amico mi dice:

Beh cosa aspetti a farti avanti? Cosa aspetti a dirle che ti piace? Male che va ti dice di no e per te non cambierà nulla.

Anche in questo caso “male che va” viene utilizzato per proporre una conseguenza di una azione. Se il ragazzo si facesse avanti, se si dichiarasse con la ragazza che le piace, la peggior cosa che potrebbe accadere è che la ragazza dirà: no, non mi piaci.

Questa possibilità non sarebbe una tragedia. In fondo se non le dirai nulla otterrai lo stesso risultato o sbaglio? A questo punto ti conviene dirle che ti piace, perché male che va, lei ti dirà che non le piaci. Non mi sembra una tragedia.

Ancora una volta quindi si tratta di una azione che non è sconveniente, perché le cose potrebbero andar bene, molto bene. Ed anche se dovessero andar male non andranno così male. I vantaggi potenziali superano gli svantaggi.

Seconda possibilità: se le cose dovessero andar male, non solo non sarà molto grave, ma posso anche tentare una alternativa. Anche questo è un modo di usare “male che va”.

Esempio:

se avete mal di testa provate a bere una camomilla. Male che va puoi prendere un antidolorifico.

Quindi anche in questi caso si sta dicendo che potrebbe andar male, e in questo caso possiamo provare una seconda soluzione: prendiamo un antidolorifico.

Analogamente, se abbiamo sempre lo stesso ragazzo timido di prima:

Beh cosa aspetti a farti avanti? Cosa aspetti a dirle che ti piace? Male che va potrai provare con un’altra ragazza.

anche in questo caso si sta dicendo, come prima, che potrebbe andar male, e in questo caso possiamo provare una seconda soluzione: trovare un’altra ragazza. Ancora una volta si usa “male che va” prima di presentare una alternativa.

Notare bene che in questo secondo caso potete anche utilizzare “al limite“, locuzione che abbiamo già spiegato sulle pagine di italiano semplicemente.

Questo significa che spesso, nel caso di alternative, potremmo avere il dubbio: usiamo “al limite” oppure “male che va”? Dipende.

Ad esempio: domani andiamo al mare se non pioverà. Al limite, dovesse piovere, come alternativa porremmo andare a pranzo fuori.

In questo caso “al limite” significa: come alternativa, come estrema soluzione. In questi casi possiamo tranquillamente usare “male che va”.

Invece, se siamo nel primo caso “male che va” è più adatto di “al limite” , perché come abbiamo visto male che va in questo primo caso si usa per prospettare la conseguenza peggiore possibile che però non è una cosa grave.

Prova ad assaggiare il caffè senza zucchero. Male che va lo puoi sputare.

In questo caso male che va è sicuramente più adatto.

Potremmo anche usare “al limite” , e potrebbe capitare di ascoltare frasi di questo tipo, ma non si fa normalmente, perché “al limite” nasce per presentare delle alternative.

In definitiva “male che va” rispetto a “al limite” si può usare sia per presentare un’alternativa (come “al limite”) qualora la prima soluzione non funzionasse, sia per presentare i vantaggi di una azione, di una soluzione, che anche se non funzionasse le conseguenze negative non sarebbero gravi.

Adesso continuo la mia passeggiata salutare quotidiana. Circa 10 km, non li ho contati ma male che va saranno nove.

Un saluto a tutti e un grazie per l’ascolto. Grazie anche a tutti i donatori di italiano semplicemente, che ringraziano attraverso una donazione ed io, da qualche tempo a questa parte, ringrazio attraverso un episodio, una puntata speciale dedicata al loro paese. Il prossimo sarà dedicato agli argentini, con una puntata speciale che riguarda una famosa bevanda.

In quell’occasione ripassiamo ben 29 espressioni idiomatiche, 29 espressioni che vi ho già spiegato e che trovate sul sito ma che non fa mai male ripassare, perché come sapete repetita iuvant.

Ciao a tutti.

Vedi un po’, vediamo un po’

Audio

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

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Oggi vediamo insieme una, anzi due espressioni italiane.

Le espressioni sono state utilizzate nel gruppo whatsapp dell’Associazione Italiano Semplicemente e avendo verificato che c’erano dei dubbi sono qui adesso a spiegarvi cosa significano.

Vedi un po’ è la prima espressione

Vediamo un po’ è la seconda espressione.

Secondo l’opinione di tutti gli stranieri a cui l’ho chiesto non c’era molta differenza tra queste due espressioni, che vengono interpretate in un solo modo. In realtà si tratta di due espressioni diverse.

Iniziamo da vediamo un po’.

Dunque, potrei iniziare la spiegazione proprio dicendo così: vediamo un po’…

In effetti si tratta di un semplice modo di esprimere l’inizio di un pensiero. Significa che sto iniziando a pensare.

Vediamo è il verbo vedere, “un po’” significa “un poco”, cioè è una misura di quantità. In realtà “vediamo un po’” si usa soprattutto in queste circostanze, quando cioè sto pensando a voce alta e sto elaborando un pensiero.

Cosa possiamo fare oggi? Vediamo un po’… potremmo andare a visitare il Colosseo, oppure i musei Vaticani, oppure? Avete qualche idea?

Il “vedere” indica una valutazione, indica il fatto che si stia pensando qualcosa, o a risolvere un problema, o a fare delle scelte.

“Vediamo” poi è alla prima persona plurale (noi vediamo), quindi è una riflessione che apparentemente si riferisce a più persone, e può anche essere così, se la decisione è una decisione di gruppo. In realtà si sta solamente parlando con qualcun altro, e si può dire anche qualcosa che riguarda me stesso. È un modo per condividere un pensiero, per far partecipe un’altra persona delle proprie considerazioni. Solitamente in questi casi quello che si dice dopo non è una scelta definitiva. Spesso si prospettano più scelte, spesso si elenca una serie di cose tra cui scegliere. Altre volte si sta semplicemente pensando a voce alta per rendere partecipe l’altro del proprio pensiero.

Emanuele allora fammi vedere i compiti che devi fare oggi. Allora devi fare un esercizio di matematica: esercizio n. 1 a pagina 5. Dodici diviso 2. Vediamo un po’ Emanuele: il due nel dodici ci sta quante volte?

Quindi in questo caso sto dicendo di “vedere” insieme una cosa. Vediamo, in questo caso, esprime proprio la volontà di vedere insieme qualcosa. “Un po’”, con l’apostrofo (attenzione perché non è un accento ma è un apostrofo) perché “po’” significa “poco”.

Vediamo un po’ è ovviamente un modo informale per condividere un pensiero con qualcuno.

Dove posso andare oggi? Vediamo un po’… che possiamo fare oggi?

Quando si dice “vediamo un po’” quindi si fa solitamente un invito ad ascoltare. Non sempre però.

Se bussano alla porta posso dire:

Vado io, vediamo un po’ chi è che bussa alla porta!

Se apro il diario di mio figlio posso dire:

Vediamo un po’ quanti compiti hai oggi da fare!

Vediamo un po’ ha una caratteristica: posso anche eliminare “un po’” ed il significato non cambia.

Vediamo… cosa possiamo fare oggi?

Vediamo quanti compiti hai da fare per oggi!

Passiamo adesso a “vedi un po’”, che è molto più complesso.

Vedi un po’ può avere tre significati diversi.

Il primo, più semplice, è un invito a vedere diretto alla persona con cui si parla.

Suonano alla porta:

Vedi un po’ chi è che suona per favore!

In questo caso niente di diverso rispetto a “vediamo un po’ chi è che suona”, ma è rivolto a te, è un invito a te che ascolti. È una richiesta. Anche in questo caso posso eliminare “un po’”, che serve solo a familiarizzare e attutire quello che sembra un ordine da eseguire. Così diventa più leggero, sembra cioè meno un ordine.

Posso usare però l’espressione in modo un po’ più ampio:

Si è persa la chiave. Vedi un po’ se riesci a trovarla!

In questo caso indica l’invito a fare un tentativo. “Vedi un po’ se” significa “cerca di capire se”, “esplora la situazione” o cose del genere.

Oppure:

All’università:

Vedi un po’ che dice oggi il professore!

Anche qui è un invito: vedi un po’, vai a vedere, vai a sentire, dai un’occhiata. Sono tutte espressioni equivalenti.

Il secondo significato ha invece il tono di una raccomandazione. È un invito, ma è un’incitazione, una raccomandazione a fare qualcosa. Ad esempio se hai un esame da fare all’università tua madre potrebbe dirti:

Vedi un po’ di superarlo quest’esame ok?

Si tratta di un invito, come prima, ma è quasi una minaccia a volte, come ad allontanare le possibili conseguenze di un evento negativo. Anche qui possiamo togliere “un po’” e non succede nulla. Il tono deve essere severo!

Il secondo significato è legato al terzo, che vediamo subito, ma mentre nel secondo si fa un’esclamazione, e spesso anche una domanda, o una richiesta (vedi di farlo ok?), nel terzo significato si usa quando si risponde ad una frase che riteniamo scontata, banale, ovvia.

Il terzo significato di “vedi un po’”, completamente diverso dal primo, ma simile al secondo è un modo di dire “”. Siete stupiti?

È un modo di dire sì, ma non è un sì normale, è piuttosto un:

Certo, ovviamente, naturalmente!

Come potevi pensare diversamente?

Non potrebbe essere altrimenti!

Si tratta quindi di un’esclamazione, informale, anche questa, molto usata in famiglia e tra amici.

Attenzione però, perché è un po’ brusca, non molto gentile, perché è come dire:

Certo, perché avevi dei dubbi? Non era chiaro abbastanza?

Attenzione al tono, al modo con cui pronunciare questa espressione. Spesso si fa precedere da un:

“E… vedi un po!”

Vi faccio qualche esempio: io ti presto 1000 euro e tu mi dici: grazie, entro la prossima settimana te li restituirò. Va bene entro una settimana?

Ed io rispondo: “e vedi un po’!”

Questa risposta significa: certo, me li devi restituire il prima possibile, ovviamente entro una settimana. È scontato che devi restituirmeli entro una settimana, anche prima veramente!

Un secondo esempio: mia figlia vuole uscire dopo cena. E mi dice: papà, rientro prima delle due di notte ok?

Ed io rispondo:

E vedi un po’!

È una frase breve, secca, una risposta breve e la sua brevità è indicativa del suo significato:

Potrei anche rispondere:

E vedi un po’ di tornare dopo le due!

Questa è la risposta completa, alternativa, ma si può dire più brevemente: e vedi un po’!

Le due di notte è molto tardi, lo vedi da solo, lo capisci da solo che è molto tardi!

In questo caso non posso eliminare “un po’” come facevo prima, perché la frase non avrebbe senso.

Non si tratta di un invito in questo caso, non si tratta di condividere qualcosa, quindi “un po’” è parte essenziale della frase.

Spesso sentirete la frase breve: vedi un po’! (con questo tono) e spesso sentirete la frase completa: e vedi un po’ di tornare dopo le due! (ad esempio)

Ovviamente quando si usa la frase completa si aggiunge “di” e poi si termina la frase con il senso contrario alle proprio volontà! Ma si tratta di una battuta ironica, come a dire: come ti viene in mente di pensare diversamente?

Domanda: Che faccio vado a scuola domani papà?

Risposta: E vedi un po’ di non andarci!

Risposta ironica appunto.

Domanda: Domani abbiamo l’aereo alle 15. Che dici lo prendiamo?

Risposta: e vedi un po’ di perderlo!

Domanda: secondo te devo fare l’ultimo esame all’università?

Risposta: e vedi un po’ di non farlo!

Attenzione adesso, perché adesso vediamo il legame tra i due ultimi significati. Se vogliamo c’è infatti un legame con l’altro significato, quello dell’invito e della raccomandazione di cui abbiamo parlato prima.

Es: Domani ho l’ultimo esame all’università. Questa non è una domanda ma è una frase normale.

Io posso rispondere: Vedi un po’ di superarlo ok?

In questo caso ti invito a superare l’esame, è un invito, ma è anche una raccomandazione, perché è una cosa importante. È quasi una minaccia a volte. I genitori lo usano spesso con i figli.

Oggi vedi un po’ di arrivare a scuola puntuale ok?

Vuol dire: fai attenzione, è importante, presta attenzione a quanto sto dicendo.

Nel caso dell’invito, vi ricordo, che potete sempre togliere “un po’” e la frase non cambia di significato:

Oggi vedi di arrivare a scuola puntuale ok?

Questo è appunto il secondo significato.

Se invece si risponde ad una domanda, o ad una frase a cui ci sentiamo di dare la nostra opinione, lo si fa con lo stesso tono di rimprovero ma cambia il significato:

Oggi voglio arrivare a scuola puntuale!

Risposta: e vedi un po’! Cioè: Vedi un po’ di arrivare in ritardo anche oggi!

Diverso rispetto a prima, ma c’è un legame tra le due frasi. In entrambi i casi si usa un tono severo, di raccomandazione, ma nel secondo c’è anche ironia, un’ironia che vuole allontanare l’ipotesi del ritardo: E vedi un po’ di arrivare in ritardo anche oggi!

Adesso per ricordare e vedere se avete capito rispondete alle seguenti affermazioni, usando la terza forma:

Che bel sole oggi! Andiamo al mare come avevamo previsto?

—– (vedi un po’!)

Sei incinta, che bello, allora possiamo anche pensare a sposarci, che ne dici cara?

—- (e vedi un po’!)

Adesso invece usate la seconda forma.

Dovete ad esempio raccomandare a vostro figlio di andare a fare la spesa prima che chiuda il supermercato:

—- (vedi un po’ di andare a fare la spesa prima che chiuda il supermercato ok?)

Adesso il primo significato adesso:

Bussano. Vai ad aprire la porta:

— (vedi un po’ chi è! – Vedi chi è!)

Adesso vi invito a ripetere l’ascolto e quindi vi dico: vedete un po’ di ripetere l’ascolto ora, soprattutto se credete di dimenticare facilmente.

Ciao!

Vuoi donare? Vedi un po’!

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“Al che” (episodio n. 300 di Italiano Semplicemente)

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Trascrizione

Daria:

La notizia da Mosca per radio italiano semplicemente:
Non sarebbe una sorpresa sapere che a Mosca come in tante altre città esiste il servizio di noleggio bici. È vero che le bici sono sempre piaciute ai cittadini, ma piuttosto come uno svago estivo e in famiglia. Infatti il nostro clima non ci permette di godere delle passeggiate in bici tutto l’anno, il che rende l’idea di un noleggio bici difficilmente realizzabile.
l’altro ieri è arrivata invece una notizia positiva e anche molto curiosa dal sindaco di Mosca: Il noleggio bici è diventato assai conveniente. Al che i cittadini hanno dimostrato un certo apprezzamento per gli sforzi del sindaco. Infatti il numero delle persone che hanno noleggiato biciclette è aumentato notevolmente da quella dichiarazione.
Nei primi tre mesi della “stagione della bicicletta” i cittadini hanno fatto più di 2,5 milioni di noleggi. In altre parole, il 20% dei cittadini hanno noleggiato la bici almeno una volta negli ultimi tre mesi, al che anche io ho deciso di provare ad usare il noleggio bici nella mia città.

Ciao Daria, e buongiorno a tutti. Benvenuti in questo nuovo episodio (il n 300) di Italiano Semplicemente. Io sono Giovanni, e adesso vi spiego il significato di una espressione che Daria ha utilizzato ben due volte nella sua notizia riguardante Mosca e il noleggio delle bici.

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L’espressione è “al che“, due semplici parole che compongono questa locuzione verbale, che si usa solamente all’orale e che non troverete spiegata in altri siti tantomeno in qualche dizionario di italiano.

Dunque Daria ha detto che:

Il noleggio bici è diventato assai conveniente. Al che i cittadini hanno dimostrato un certo apprezzamento per gli sforzi del sindaco.

Poi ha aggiunto alla fine:

Il 20% dei cittadini hanno noleggiato la bici almeno una volta negli ultimi tre mesi, al che anche io ho deciso di provare ad usare il noleggio bici nella mia città.

In entrambi i casi al che serve a collegare due frasi, di cui la seconda è la conseguenza della prima.

Per sostituire “al che” , il modo migliore è senza dubbio dire “a quel punto”. In questi modo non vi sbagliate mai.

Al che si utilizza come dicevo solamente all’orale, e soprattutto in prima persona. Quasi sempre si sta parlando sempre di sé stessi. Si parla di una cosa accaduta e poi si vuole aggiungere che c’è stata una reazione da parte vostra, una reazione che ha causato una conseguenza:

Dopo che Il 20% dei cittadini ha noleggiato la bici almeno una volta negli ultimi tre mesi, a quel punto (al che) anche Daria ha deciso di provare ad usare il noleggio bici nella sua città, Mosca.

Solitamente si usa sempre al passato perché si sta parlando di qualcosa di già accaduto che ha generato una vostra reazione. È una modalità discorsiva questa per esprimere il concetto di reazione o conseguenza. Discorsiva e veloce. Questo non significa che non possiate riuscire ad usarla al presente o al futuro, ma sicuramente è più difficile.

Vi faccio altri esempi comunque che vi invito a ripetere per memorizzare (settima regola d’oro di italiano semplicemente: parlare).

Ieri volevo andare al mare ma è cominciato a piovere ☔, al che ho dovuto rinunciare.

Non ce l’ho fatta a prenotare nel mio ristorante preferito, al che mi sono accontentato di una pizzeria.

Non riuscivo a capire la spiegazione, al che decisi di ripetere l’ascolto.

Non mi piace molto la grammatica, al che ho aderito all’associazione italiano semplicemente.

All’inizio Daria ha usato anche una espressione simile: “il che”. Daria ha detto:

Il nostro clima non ci permette di godere delle passeggiate in bici tutto l’anno, il che rende l’idea di un noleggio bici difficilmente realizzabile.

Vedete che i concetti sono simili, ma il che fa riferimento diretto alla prima frase. A questo serve “il”. Invece “al che” si usa per evidenziare la conseguenza.

Al = a+il. Non c’è molta differenza in fondo.

 

Da “il Decamerone”

“Il che” si usa spesso in frasi in cui si spiega qualcosa. Ad esempio:

Ho baciato una ragazza ieri. La ragazza poi mi ha detto: Mi hai baciato, il che vuol dire che mi ami, al che io ho dovuto rispondere: ma sei impazzita? Al che lei mi ha dato uno schiaffone, il che significa che si era arrabbiata molto. Un momento di silenzio è seguito, poi lei, con un sorriso bellissimo, mi ha fatto capire che mi aveva perdonato, al che l’ho baciata nuovamente, ma lei mi ha respinto. Ho capito allora di essere innamorato, il che significa che quel sorriso era un’arma letale. Al che lei mi ha presentato ai suoi genitori.

Un saluto da Giovanni.

Vi aspettiamo nella nostra associazione.

Daria vuoi dire qualcosa ai nostri ascoltatori?

Daria: buona giornata a tutti e spero di sentire i vostri commenti sul gruppo whatsapp di italiano semplicemente.

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Al limite

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Buongiorno a tutti e benvenuti su radio Italiano semplicemente. Una notizia dall’Azerbaigian: Il prezzo del petrolio scende molto e nel mio paese tutti sono tristi. Se la situazione non migliora, al limite per tornare a sorridere dovremmo ricorrere alle barzellette.

Ciao ragazzi, e grazie ad Eldar, nuovo membro dell’Associazione Italiano Semplicemente. Avete sentito Eldar che ci ha dato una notizia dal suo paese, l’Azerbaigian. Eldar ha usato l’espressione “al limite”, che spieghiamo oggi.

Grazie Eldar. Non è una cattiva idea raccontare barzellette comunque, anche se il prezzo del petrolio dovesse aumentare. C’è sempre una buona ragione per farsi una risata.

Vediamo dunque oggi la spiegazione della locuzione grammaticale “al limite”.

Non è la prima locuzione grammaticale che spieghiamo sulle pagine di italiano semplicemente. Vi ricordo che si chiamano così quei gruppi di parole, due ad esempio, come. In questo caso, che hanno un significato proprio. Non bisogna leggere le singole parole che compongono la locuzione ma piuttosto è il gruppo di parole che tutte insieme hanno un significato proprio e vanno perciò interpretate a prescindere da quello che significano le parole singole.

“Al limite” è una di queste locuzioni.

Cosa significa? Come si usa questa locuzione?

Sono qui apposta quindi mi accingo a spiegarvelo.

Allora vi faccio qualche esempio.

Forse è difficile trovare delle notizie vere con l’espressione “al limite”. Però al limite potrei inventartene una per voi.

Iniziamo però dalla parola limite, che è quella più importante.

Il limite è solitamente inteso come una linea da non superare. Una linea, un punto, al di là del quale non si può andare, quindi un confine, qualcosa da non superare, perché se lo facciamo succede qualcosa.

Ad esempio c’è la linea gialla disegnata a terra nella metropolitana, davanti ai binari. Non si può superare quel limite, altrimenti è pericoloso. Si usa anche in senso figurato. Una madre può dire:

Adesso nostro figlio sta esagerando, torna sempre tardi la notte, sta oltrepassando il limite.

In questo caso la mamma del ragazzo si lamenta perché il figlio sta oltrepassando il limite, ma quale limite? Di quale limite parla? Si tratta evidentemente di un limite relativo al suo comportamento. Il figlio sta esagerando, sta ogni volta tornando sempre più tardi la notte e se continua così raggiungerà il limite, cioè la pazienza dei genitori potrebbe finire e potrebbero prendere provvedimenti ad esempio, se un giorno non rientra a casa senza avvvisare:

Basta, adesso hai superato il limite! Da domani non esci più per un mese!

Non bisogna far arrabbiare le mamme!

Quindi il limite è un punto da non superare. Ma l’espressione di oggi è “al limite” . Niente di complicato, perché la mamma potrebbe dire:

Adesso siamo arrivati al limite!

Al è semplicemente a + il. Quindi arrivare al limite vuol dire raggiungere il limite. Semplice.

Ma in realtà c’è un utilizzo di questa espressione, di questa locuzione, che è un po’ diversa. Si parla sempre di limiti, ma si usa quando si fanno delle proposte, e normalmente si parla al futuro o al presente.

Eldar ha detto che se non dovesse cambiare questa situazione del prezzo del petrolio che diminuisce, per far sorridere i suoi connazionali al limite potrebbe raccontare delle barzellette!

In questo caso “al limite” serve a proporre una soluzione per risolvere un problema.

Per risolvere un qualsiasi problema ci sono tanti metodi, e possiamo provare a proporne uno, ma se poi questo non funziona possiamo provarne un altro.

Questa è la situazione ottimale per utilizzare “al limite”:

Se non funziona la prima soluzione, al limite possiamo provare la seconda soluzione.

Al limite indica un momento preciso, il momento in cui ci accorgiamo che la prima soluzione non funziona.

Eldar potrebbe aspettare che il prezzo del petrolio aumenti, e se non aumenterà al limite racconterà delle barzellette per far sorridere le persone.

Si tratta sempre di un limite quindi, ma di un limite, un punto aldilà del quale possiamo rimediare ad una situazione, oppure possiamo in generale proporre qualcosa.

Possiamo fare molti esempi diversi:

Se non mi venissero altri esempi in modo spontaneo al limite potrei provare a cercare su internet,

Se non dovessi riuscire a trovare una notizia attuale che riguarda l’Azerbaigian, al limite possiamo provare con il Cemerun, ed in questo caso avrei chiesto a Guy o Eric, due recenti membri camerunensi dell’associazione.

Provate ad ascoltare questi esempi, e se non doveste capito bene il significato di questa espressione, al limite anche voi potete cercare su internet, o al limite provate a chiedere ad un amico italiano.

Adesso proviamo a ripetere qualche frase:

Mi piace molto quella ragazza, ma non mi guarda proprio. Al limite potrei chiederle il numero di telefono…

Che differenza c’è la zeta di “zucchero” e la zeta di “zanzara”? Se non capisco al limite potrei diventare membro di Italiano Semplicemente

Attenzione perché spesso “al limite” si confonde con “al massimo”. Potete anche farlo, ma “al massimo” si usa per indicare un limite da non superare:

Domanda: Mamma, io esco, posso tornare alle 3 di mattina?

Risposta: Al massimo puoi tornare a mezzanotte!

In questo caso non è corretto dire “al limite puoi tornare a mezzanotte” perché la madre non sta proponendo una soluzione alternativa. Non sta dicendo che si otterrà lo stesso risultato tornando a mezzanotte. Sta invece dicendo che l’orario massimo è mezzanotte. Non si può superare questo orario.

Bene ragazzi un saluto speciale a tutti voi grazie ad Eldar dall’Azerbaigian, abbiate cura di voi, e se volete ringraziarci e imparare l’italiano divertendovi dovete assolutamente diventare membri della nostra associazione culturale a cui appartiene anche Eldar. Se volete invece semplicemente ringraziarci, al limite andrebbe bene anche una donazione personale! 🙂

Ciao a  tutti

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L’alfabeto italiano (due modi per impararlo velocemente)

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi, oggi vediamo l’alfabeto italiano e due diversi modi per impararlo velocemente.
Il primo modo è quello di associare le singole lettere con delle città, ma non solo città.
Gli Italiani di solito usano questa tecnica per fare lo spelling, cioè per dettare lettera per lettera. Vediamolo insieme:

A come Ancona
B come Bologna
C come Como
D come Domodossola
E come Empoli
F come Firenze
G come Genova
H come Hotel
I come Imola
J come Jolly
K come Kappa
L come Livorno
M come Milano
N come Napoli
O come Otranto
P come Perugia
Q come quadro
R come Roma
S come Savona
T come Torino
U come Udine
V come Venezia
W come Whisky
X come Xenofobia
Y come Yankee
Z come Zagabria

In realtà ci sono le vocali “O” come Otranto, ed “E” come Empoli, che hanno un suono aperto e chiuso:

“O” Aperto: Ostrica

“O”chiusa: Orologio

“E” aperta: Erba

“E” chiusa: Erbetta

Quindi se dovessi dire il mio nome lettera per lettera direi:

Genova, Imola, Otranto, Venezia, Ancona, Napoli, Napoli, Imola.

Il secondo metodo per imparare l’alfabeto è fare il seguente esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me.

a

ab

abc

abcd

abcde

abcdef

abcdefg

abcdefgh

abcdefghi

abcdefghij

abcdefghijk

abcdefghijkl

abcdefghijklm

abcdefghijklmn

abcdefghijklmno

abcdefghijklmnop

abcdefghijklmnopq

abcdefghijklmnopqr

abcdefghijklmnopqrs

abcdefghijklmnopqrst

abcdefghijklmnopqrstu

abcdefghijklmnopqrstuv

abcdefghijklmnopqrstuvw

abcdefghijklmnoprstuvwx

abcdefghijklmnoprstuvwxy

abcdefghijklmnoprstuvwxyz

Baku, Azerbaijan (episodio di ripasso)

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Trascrizione

Buongiorno ragazzi io sono Giovanni e voi state ascoltando un episodio di Italiano Semplicemente.

Quello di oggi è un episodio particolare, ve l’avevo promesso; un nuovo tipo di episodi che vorrei lanciare oggi, che vorrei provare per vedere se gradite questa tipologia di lezioni di italiano.

La mia idea nasce dal fatto che come sapete esiste lo strumento donazione, che permette di sostenere, cioè di aiutare italiano semplicemente con un aiuto economico.

Ebbene normalmente chiunque abbia usato questo strumento per aiutarci è stato felice si farlo (immagino!) ed io colgo l’occasione di nuovo per ringraziare queste persone perché il loro aiuto mi fa capire che il mio sforzo è stato apprezzato. Le lezioni sono di loro gradimento, e quindi decidono di aiutare il sito con una donazione.

Ebbene la novità consiste nella proposta di ringraziare i donatori in un modo particolare ed innovativo. Non con un grazie, non facendo i loro nomi, perché chi dona non lo fa per essere ringraziato, non spedendo una mail di ringraziamento, ma dedicando una lezione di italiano professionale alla loro nazione, al loro paese di origine.

Oggi quindi voglio fare il mio ringraziamento parlando di Baku, in Azerbaigian 🇦🇿. Con l’occasione ripassiamo qualche espressione idiomatica italiana, espressioni che abbiamo già spiegato ma che non fa male ripassare.

Baku è definito come un governatorato dell’Azerbaigian.

Il Governatorato è una parte del territorio, in questo caso una parte dell’Azerbaigian, caratterizzata dal fatto di avere un governatore.

Non voglio parlarvi di questo però. Voglio invece parlarvi di cucina. Argomento sicuramente più interessante per tutti. Come si mangia e cosa si mangia a Baku? Credo si pronunci Bakù, con l’accento sulla u.

Parliamo dunque di gastronomia, di cibi, e di vini, perché no!

L’Azerbaijan da questo punto di vista risente molto dell’influenza delle varie popolazioni che hanno avuto contatti con il paese, che ne hanno formato la società e i costumi. Come la cultura turca ad esempio che ha influenzato la cucina di Baku, la capitale, la città più importante dell’Azerbaigian.

La città più importante di tutto il Caucaso, la regione che sta tra l’Asia e l’Europa e anche una delle più antiche e più grandi città di tutto l’Oriente.

A Bakù abbondano molte specialità culinarie, come ad esempio il kebab, molto diffuso anche in Italia (ma scommetto che a Baku lo fanno più buono!). La cucina di Baku ha un nome: la cucina azera, termine equivalente di cucina italiana. Siamo in Azerbaigian quindi la cucina è azera.

Molto diffuso è l’utilizzo dell’agnello, il piccolo della pecora: fino a un anno d’età si chiama agnello. Invece non si usa né cucinare il maiale (per l’influenza Islamica) né si usa l’alcool in cucina.

In compenso si usano molte moltissime verdure.

In particolare volevo parlarvi del dolma, o dolmadakia. Un piatto che deve essere buonissimo e che credo di aver assaggiato in Turchia lo scorso anno: “dolma” deriva proprio dal una parola turca che significa “ripieno”, quindi in effetti si tratta di involtini di foglia di vite farciti, cioè ripieni (la parola involtini in italiano significa proprio qualcosa di ripieno, in questo caso ripieno di carne macinata, riso o grano, o diversi tipi di verdure. Sono possibili vari tipologie di ripieno, ma ad ogni modo non mancano mai spezie orientali. Chissà se i dolma di Bakù sono più più buoni di quelli turchi? Beh, non voglio rimanere con questo dubbio, e se mi capiterà tanto vale assaggiarli, del resto sono da sempre stato molto curioso quindi ci mancherebbe che non li assaggerò! Spesso vengono poi serviti accompagnati da yogurt. Ancora più buoni quindi… devo prendere atto che la cucina azera mi ha stupito! Appena mi capiterà a tiro un dolma non me lo farò sfuggire!

Pare che anche il vino sia buono! Ad esempio quello della zona di Tovuz, è conosciuto da molto tempo per il suo particolare sapore. Pare che abbia il sapore del melograno. Mi è venuta la curiosità di assaggiarlo. Chissà se qualcuno mi farà questo regalo prima o poi, prima che il mio diventi un bisogno incontrollabile, una smania, una bramosia, ma senza esagerare possiamo dire un semplice desiderio.

Bisogna ammettere che noi italiani a volte ci lasciamo un po’ trasportare dai luoghi comuni, e siamo portati a credere che solo in Italia si mangi e si beva bene.

Comincio a credere che invece bisogna informarsi e bisogna viaggiare: credo ci sia una certa distanza tra la verità e quello che si crede a volte degli altri paesi: ce ne passa invece tra la verità e quello che a volte si crede degli altri paesi.

I dolma di Baku, l’ho imparato solo oggi, sono diversi dai dolma greci e dai dolma che si fanno in Armenia. Dovrò assolutamente assaggiarli tutti e tre. Tra l’altro ho saputo che ci sono persone che li mangiano tutti i giorni i dolma: evidentemente si tratta o di una tradizione oppure semplicemente i dolma provocano assuefazione!

Bene ragazzi, ho scoperto qualcosa di Baku con questa bella puntata, insolita, di Italiano Semplicemente.

Ci vediamo tutti a Bakù a mangiare i dolma accompagnati da un bel bicchiere di vino al sapore di melograno.

mmmmmh!

 

 

 

Le parole omografe

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Audio

E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.

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Trascrizione

Buongiorno amici di Italiano Semplicemente. Oggi una puntata dedicata alla pronuncia. Siete pronti?

Non ho sentito… siete pronti?

Bene, facciamo finta che siate pronti, allora oggi vediamo le parole omografe, argomento che abbiamo affrontato anche tra i membri dell’Associazione, all’interno del gruppo Whatsapp.

Argomento difficile quello di oggi, ma credo possa essere molto importante per voi stranieri: le parole omografe sono le parole che hanno più significati ma che per questo motivo si pronunciano in modo diverso: un accento diverso oppure una “o” o una “e” aperta o chiusa.

La differenza sta quindi a volte nell’accento, che si sente ma non si legge, e nell’apertura delle vocali: possiamo avere delle “O” chiuse e delle “O” aperte, delle “E” chiuse e delle “E” aperte.

E ed O sono le uniche vocali che possono avere una pronuncia diversa. A,I,U hanno invece sempre la stessa pronuncia.

Allora per divertirci un po’ vediamo alcune esempi in cui ci sono delle parole omografe. Nella stessa frase ascolterete due volte la stessa parola, ma con due significati diversi.

Ad esempio:

I principi spesso non hanno sani principi.

I principi, cioè i figli dei Re, non hanno sani principi. Prova a pronunciare la frase stando attento alla diversa pronuncia: prìncipi, princìpi

Ho acquistato una nuova accetta per tagliare gli alberi. La regalerò a Giovanni che di solito accetta i miei regali.

Pronuncia: Accetta (nome dello strumento usato per tagliare gli alberi), Accètta (dal verbo accettare). Prova a coniugare la frase:

Io accetto la tua accetta

Tu accetti la mia accetta

Lui accetta la mia accetta

Noi accettiamo la tua accetta

Voi accettate la mia accetta

Loro accettano la mia accetta.

Da piccolo una volta mi sono ferito: appena me ne accorsi chiamai i miei amici che subito sono accorsi

Pronuncia: accórsi (“o” chiusa: viene dal verbo accorrere: i miei amici sono subito accorsi) e accòrsi (“o” aperta: viene dal verbo accorgersi.

Prova ancora a coniugare la frase:

Io mi accorsi che i miei amici sono accorsi

Tu ti accorgesti che i tuoi amici sono accorsi

Lui si accorse che i suoi amici sono accorsi

Noi ci accorgemmo che i nostri amici sono accorsi

Voi vi accorgeste che i vostri amici sono accorsi

Loro si accorsero che i loro amici sono accorsi.

Il Capitano Schettino non abbandonò la nave. Sono cose che capitano

Pronuncia: Il capitàno; sono cose che càpitano (verbo capitare)

Può capitare che un capitano abbandoni la nave? Non deve capitare!

Adesso proviamo con la parola “affetto”.

Non provo affetto quando affetto il pane

Notate la differenza nella pronuncia tra affètto (cioè il sentimento) e affétto (dal verbo affettare)

Io affetto il pane con affetto.

Vediamo la parola “apposta”:

La tua firma deve essere apposta. Non l’hai fatto, e l’hai fatto apposta

Una firma infatti viene appòsta (cioè viene messa. Si tratta del verbo apporre). E se non la apponi potresti farlo appòsta (cioè con la tua volontà, cioè lo fai deliberatamente), cioè lo fai appòsta.

passiamo adesso alla botte ed alle botte: “La botte” è un contenitore, mentre “le botte” sono i colpi, le percosse, i colpi dati alle persone o alle cose. Notate la differenza nella pronuncia: la bótte, le bòtte,

Poi ci sono anche “le botti“, (con la o chiusa) che è il plurale di “la bótte” e ci sono “i bòtti“, come i botti di capodanno. In questo caso è il plurale di bòtto: buuumm! Questo è un botto.

Allora con questi 4 termini possiamo costruire una frase:

Oggi sono stato in cantina di nascosto da mio padre. La cantina è piena di botti di vino. Ad un certo punto ho sentito un botto: buummmm! E’ esplosa una botte! Mio padre adesso mi riempirà di botte!

Vediamo ora il verbo cogliere, ed in particolare la parola cogli (Pronuncia: cògli con la o aperta). Poi c’è cógli (con la o chiusa).

Se vai in Italia, cogli l’occasione di parlare cogli italiani

Quindi cògli viene dal verbo cogliere mentre cógli è semplicemente “con gli” (con gli italiani, parlare cogli italiani)

Altra parola omografa: colla.

Cólla sola còlla non puoi incollare la pietra.

Quindi abbiamo la còlla (cioè l’adesivo, una sostanza che incolla, cioè che serve ad attaccare due oggetti) e cólla (con la):

è più facile dire: con la colla non puoi incollare la pietra.

Ma volendo puoi dire, facendo attenzione alla pronuncia:

Cólla còlla non puoi incollare la pietra

Analogamente esiste il collo (il còllo, che è la parte del corpo che sta tra la testa e le spalle) e esiste cóllo (la forma composta della preposizione con e dell’articolo lo), del tutto analogo a “con la” (cólla)

Esempio:

Collo smalto delle unghie non puoi dipingere le collane che vanno al collo.

Interessante è la parola ambito, o ambito (dipende da dove metti l’accento).

Se pronunci àmbito intendi riferirti al contesto, alla situazione. Invece se dici ambìto intendi il verbo ambire.

Io sono ambito, tu sei ambito, il lavoro è ambito da molti, eccetera.

Nell’ambito della nostra professione, occupiamo una posizione molto ambita

Passiamo alla frutta: la pesca (si pronuncia pèsca – con la “e” aperta”), mentre la pesca è l’attività del pescare.

Pésca, pèsca:

Se vogliamo pescare delle pèsche, non possiamo usare l’amo da pesca!

Io pesco la pesca con l’amo da pesca,

tu peschi la pesca con l’amo da pesca,

lui pesca la pesca con l’amo da pesca,

noi peschiamo la pesca,

voi pescate la pesca,

loro pescano la pesca.

Se sei istruito e non sei mai colto da malattie, allora sei colto e fortunato.

Quindi in questo caso abbiamo il verbo cogliere: Io non sono còlto da malattie, cioè non sono colpito da malattie, e per questo sono fortunato. Se invece sono colto (“o” chiusa) allora sono istruito, come tutte le persone colte, cioè istruite, che hanno studiato.

Interessante è la parola desidèri (e desìderi). Si tratta del verbo desiderare. Qui è facile fare un esempio:

Se desideri troppi desideri, non si avvererà alcun desiderio!

Ieri ho corso ed ho incontrato un corso.

In questo caso si tratta del verbo correre (io ho córso) ed ho incontrato un còrso, cioè un abitante della Corsica, l’isola francese che si trova sopra la Sardegna.

Al plurale i “còrsi” sono infatti gli abitanti della Corsica, mentre i corsi sono le lezioni. Come i corsi di italiano, o anche i corsi d’acqua che sono i fiumi ad esempio. Sia i corsi di italiano che i corsi d’acqua hanno la “o” chiusa, mentre gli abitanti della Corsica (i còrsi) hanno la “o” aperta, come Corsica.

I Dei: i dei (Dèi) sono le divinità, mentre “dei” (“e” chiusa) è preposizione articolata:

Dicono di essere dei dei dell’universo, invece sono solo dei truffatori.

Poi ancora:

C’è un detto sugli italiani: vuoi che te lo detto?

Il detto è il proverbio (“e” chiusa, sostantivo), mentre se te lo dètto significa che sto facendo il dettato, cioè io parlo e tu scrivi: io dètto e tu scrivi:

Vuoi che te lo detti (dètti) questo ed anche altri detti (détti)?

Adesso vediamo la lettera esse (“s”: èsse) e il pronome personale esse (ésse)

Le ragazze studentesse di italiano che ho conosciuto sono bellissime; esse hanno detto tutte di amarmi, ma non pronunciano bene la lettera esse.

Spesso quindi si tratta di pronunciare una parola mettendo l’accento su vocali diverse, a volte però si tratta di pronunciare una “o” oppure una “e” chiusa o aperta.

Ad esempio:

Le fòsse (cioè le buche – “o” aperta) sono vuote. Se fosse giorno potrei riempirle di terra (verbo essere: fosse, con la “o” chiusa))

Interessante è anche la parola impòrti (dal verbo importare o il plurale di importo, cioè una certa somma di denaro) e impórti (da imporre):

Hai litigato con tuo figlio e non riesci a importi? (“o” chiusa). Che vuoi che mi importi! (“o” aperta).

Quanti sono gli importi da riscuotere? (“o” aperta). Possibile che non ti importi nulla (sempre “o” aperta)

Allo stesso modo potrei proseguire all’infinito: ci sono molte altre parole omografe molto interessanti e vi invito a fare degli esercizi di ripetizione anche con le parole:

Lègge (da leggere), Légge (norma): lui legge la legge

Nèi (macchie sulla pelle), Néi (preposizione articolata): ho dei nei neri nei punti più nascosti del corpo.

Pène (organo maschile) Péne (punizioni, castighi): le mie pene dipendono dall’assenza del pène!

Pòrci (animali) Pórci (dal verbo porre): De porci (animali) vanno a fare un esame: avete delle domande da porci?

Vendétte (dal verbo vendere), Vendétte (plurale di vendetta): da bambino una volta mi hanno imbrogliato: un signore mi vendette un giocattolo, ma non funzionava. Le mie vendette non si fecero attendere!

Vènti (correnti d’aria), Vénti (numero): I venti che vengono dal mare sono più forti: sono venti anni che te lo dico!

Capisco che questa è una puntata difficile, ma sicuramente avete scoperto una cosa molto divertente della lingua italiana e magari vi siete accorti solo adesso che pronunciate male certe parole.

Bene, allora ripetete l’ascolto se volete, e ringrazio tutti ancora una volta dell’ascolto. Ringrazio tutti i donatori, che aiutano Italiano Semplicemente con una offerta economica. Mi è venuta un’idea stanotte: devo dedicare una puntata di Italiano semplicemente ad ogni paese da cui arriva una donazione: ad esempio ieri è arrivata una donazione dall’Azerbaijan, precisamente da Baku, e a questo argomento sarà dedicato il prossimo episodio di Italiano Semplicemente: parlerò di Baku e di una sua specialità culinaria. Con l’occasione ripassiamo le ultime espressioni che avete imparato sulle pagine di Italiano Semplicemente.

A presto