Come esprimere i desideri: voglie, voleri, desiderata, sogni, ambizioni, bisogni, necessità, esigenze, smanie, bramosie


Audio 1^ parte

Video 1^ parte

Audio 2^ parte

Audio parte 3

Audio parte 4

Trascrizione

1^ parte

Ciao amici, bentornati su Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e oggi in questa nuova puntata di italiano semplicemente, vi voglio parlare di desideri, cioè di ciò che vogliamo, che desideriamo, ciò che vorremmo accadesse nel futuro.

Lo faremo in un episodio diviso in più parti per rendervi più facile e meno stancante l’ascolto e per poter fare anche un po’ di ripetizione, in omaggio alla settima regola d’oro di italiano semplicemente.

Come fare per esprimere un desiderio? Abbiamo solo l’imbarazzo della scelta.

Chi può dire di non avere desideri d’altronde? Innanzitutto vorrei dirvi che ci sono i desideri, che sono ciò che si desidera, poi ci sono le semplici volontà, una parola che non cambia al plurale (la volontà, le volontà), al contrario dei desideri, che al singolare diventa desiderio.

Le volontà rappresentano ciò che si vuole, un concetto forse meno nobile rispetto a ciò che si desidera.

Volere, desiderare: ma non sono solo questi gli unici verbi che si usano per esprimere un desiderio. Notate che le nostre volontà si chiamano anche i nostri voleri.

Curioso quest’ultimo termine: “voleri” è simile a volontà, ma si usa solamente in talune circostanze, come quando c’è un’autorità :

Bisogna rispettare i voleri del popolo

I voleri di sua maestà la regina.

Un volere indubbiamente esprime un desiderio, ma si usa solo quando qualcosa va rispettato, e questo qualcosa è la volontà di qualcuno di importante, come appunto una regina o l’intero popolo di una nazione.

Cominciamo dalle cose semplici. Per esprimere un desiderio o un volere normalmente si usa “vorrei”.

È il modo più semplice possibile:

Vorrei andare in Italia

Vorrei visitare Roma,

Vorresti andare a Venezia?

Tuo padre vorrebbe che tu ti laureassi?

Noi vorremmo aiutarvi

Loro vorrebbero venire

Però il verbo “volere” esprime una volontà, o un desiderio, diciamo in modo semplice, così come se usiamo il verbo piacere, sempre al condizionale.

A me piacerebbe imparare l’arabo.

Stavolta però è un po’ più lontano come desiderio, mi piacerebbe esprime più una possibilità, come un provare piacere al pensiero di raggiungere qualcosa, non una volontà forte ed emozionante.

Si usa spesso quando devo esprimere un desiderio lontano, oppure anche un desiderio irrealizzabile, ed in questo caso usiamo il condizionale passato, come se fosse accaduto nel passato ma ormai fosse tardi. Ad esempio:

Mi sarebbe piaciuto essere un’aquila

il presente in questo caso non si usa, proprio perché è impossibile diventare un’aquila, al massimo saremmo potuti nascere aquila, ammesso che questa frase abbia un senso.

Il condizionale passato ovviamente lo usiamo per tutti i desideri svaniti, ormai non più realizzabili, non solo per quelli irrealizzabili per definizione, quindi:

Mi sarebbe piaciuto vederti ieri

Quindi in generale mi piacerebbe e mi sarebbe piaciuto sono più adatti per desideri lontani, ipotetici o irrealizzabili, mentre vorrei e avrei voluto (al passato) sono più consoni ad esprimere volontà, vere volontà, cioè desideri reali, realizzabili, vicini.

Se ieri avreste voluto fare una cosa che per mancanza di tempo non avete potuto fare potete quindi dire:

Ieri avrei voluto mangiare insieme a te.

Comunque tranquilli, non succede nulla se usate mi piacerebbe o vorrei in entrambi i casi.

Una cosa da ricordare è che non dovete dire “a me mi piacerebbe” ma “a me piacerebbe” oppure “mi piacerebbe”. Queste ultime sono le uniche due forme corrette.

È un errore comune nei bambini e negli stranieri.

Iniziare con “A me”, sottolinea il soggetto:

A Giovanni piacerebbe visitare la Francia, a me invece piacerebbe andare in Norvegia.

In questo caso si deve usare “a me” perché devo sottolineare la differenza tra me e Giovanni.

Il verbo desiderare si può ugualmente usare in tutti gli esempi visti, ma il desiderio è qualcosa di più importante della volontà, un desiderio esprime qualcosa che ha a che fare con la felicità, e solitamente i desideri non sono molti per ognuno di noi. C’è chi ha un solo desiderio nella vita:

Visitare la mecca, diventare famosi, sposare l’uomo dei sogni, aprire un’attività, ottenere un lavoro, trasferirsi in un paese, questi possono essere chiamati desideri.

I desideri sono solitamente raggiungibili, devono essere raggiungibili, alla nostra portata, altrimenti si avvicinano a dei sogni o a delle utopie.

Desideri e sogni sono più o meno identici, forse il sogno è visto un po’ più lontano. L’utopia invece è qualcosa di impossibile, scollegato dalla realtà.

Seconda parte

C’è un modo interessante con cui potete chiamare i desideri: I desiderata.

Desiderata è un termine che si usa ed esiste quasi sempre al plurale. I desiderata sono i propri desideri, ma possiamo parlare anche di un solo desiderata, inoltre i desiderata si usano solo in certe occasioni.

Si tratta di richieste, di desideri ma nell’uso burocratico o amministrativo.

Quali sono i vostri desiderata?

“I vostri desiderata”, attenzione, quindi plurale maschile: I desiderata.

Quali sono i vostri desiderata?

Questa è una domanda che non può fare un cameriere di un ristorante ai clienti o una madre ai propri figli. Invece potrebbe farla un dirigente ai lavoratori di una azienda, o in una biblioteca, il responsabile della biblioteca a degli utenti, dei clienti o visitatori della biblioteca.

Sono qui pronto a soddisfare i desiderata dei cittadini.

Non c’è nessun sogno nei desiderata, questa è la principale differenza rispetto ai desideri. Potrei ad esempio dire che con questo episodio spero di soddisfare i desiderata di chi ha cercato su Google questo argomento o questa parola. Se così fosse sarebbero soddisfatti della mia spiegazione.

Desiderio e volontà: Chi ha dei desideri possiamo dire che è desideroso di qualcosa. Essere desiderosi però non significa essere volenterosi.

Essere desiderosi è avere un desiderio, mentre essere volenterosi significa avere forza di volontà. La parola volontà esprime infatti un volere, ma anche una forza, quella forza che ci fa raggiungere ciò che vogliamo.

L’uomo volenteroso ad esempio è un uomo che è determinato ad ottenere un risultato, tanto da impegnarsi quanto necessario, tanto da mettercisi con la testa e col cuore.

Essere volenterosi quindi è il contrario che essere sfaticati, fannulloni, indolenti, e non significa volere o desiderare qualcosa, il desiderio è la forza che ci spinge verso il risultato, la volontà è lo strumento che usiamo.

Due verbi particolari sono gradire ed apprezzare. Vedremo che più che i desideri, questi due verbi hanno a che fare con le sensazioni. Per esprimere un desiderio bisogna usare il condizionale: gradirei, apprezzerei, ma ad ogni modo il piacere è più importante del desiderio. Vediamo di distinguere però:

Il verbo gradire è più collegato al piacere ed alla piacevolezza.

Al bar o al ristorante si usa spesso:

Gradisce un caffè?

I signori gradiscono qualcosa da bere?

Si usa spesso e quasi solamente nei locali dove si fanno degli ordini, dove si consuma qualcosa. Significa accettare con piacere, ricevere con soddisfazione, apprezzare: gradire un regalo, una visita, una notizia. Si usa quindi in formule di cortesia, nell’offrire qualcosa.

Vedete quindi che anche gradire ha a che fare con i desideri, ma si tratta di piaceri momentanei, di piaceri dei sensi soprattutto.

Si usa più per distinguere ciò che si gradisce da ciò che invece non si gradisce.

Apprezzare è quasi identico a gradire. Ma apprezzando si riconosce una qualità ad una persona o ad un aspetto particolare di qualcuno o qualcosa; è come se riconosciamo il valore di qualcosa o qualcuno. Es:

Apprezzo molto i complimenti, specie i tuoi.

È da apprezzare la sua capacità di adattamento.

Quindi sia il gradimento che l’apprezzamento sono diversi da desiderare e volere: sono più due modi di riconoscere il valore di qualcosa o qualcuno. Apprezzare si usa di più con le persone e con i comportamenti:

Apprezzo il tuo altruismo

Apprezziamo la vostra generosità

Si usa quindi con le qualità e i meriti delle persone.

Gradire si usa più con le gentilezze e i regali.

Ho gradito molto il regalo che mi hai fatto. Apprezzo soprattutto la tua fantasia.

Vediamo adesso bramare e agognare.

Parliamo adesso di un forte desiderio. Quando un desiderio è talmente forte da sembrare esagerato, quasi come una malattia, possiamo parlare di bramosia. La bramosia è il forte desiderio di qualcosa.

Più che forte, il termine più adatto nei desideri è ardente. Desiderare ardentemente una cosa significa bramarla, agognarla.

Molto comune è la bramosia del potere, che ossessiona gli esseri umani, o meglio, qualche essere umano.

Essere ossessionati da qualcosa significa pensare solo a quella cosa, avere una ossessione, e in questo caso usare la parola bramosia  il verbo bramare è molto adatto.

La bramosia, o brama, è il desiderio smodato, incontenibile, che si riflette nel comportamento e in ogni atto dell’individuo.

Si dice avere brama di potere, o essere bramosi di qualcosa.

Es:

Sono bramoso di rivederti

Vale a dire: desidero ardentemente rivederti, lo desidero moltissimo.

Terza parte

Agognare è identico. Si usa maggiormente però come aggettivo:

Finalmente ho ottenuto la tanto agognata laurea.

C’è anche qui un forte desiderio, un desiderio che esisteva da tanto tempo. Molto simile è il verbo ambire.

L’ambizione però è diversa dal desiderio. Più che altro è un tipo particolare di desiderio. È un desiderio assiduo, costante ed egocentrico di affermarsi e distinguersi.

Riguarda quindi la sfera lavorativa, quella della realizzazione personale. In senso positivo, è il desiderio legittimo di migliorare la propria posizione o di essere valutato secondo i propri meriti.

Una persona può essere quindi ambiziosa, mentre un oggetto può essere ambito, cioè desiderato, e quando un oggetto è ambito vuol dire che non tutti possono raggiungerlo, averlo. Si può trattare anche di un posto di lavoro, che evidentemente può essere occupato soltanto da una persona.

Molti politici ad esempio ambiscono a diventare presidente del consiglio. Attenzione all accento: ambìto ed ambito si scrivono nello stesso modo, ma ambito è un sostantivo e vuol dire ambiente, circostanza ecc.

Le aspirazioni sono abbastanza simili alle ambizioni. Ciò a cui si aspira equivale a ciò à cui si ambisce. Si può aspirare ad una carriera lavorativa soddisfacente, ad un matrimonio felice, a diventare ricchi e famosi. E tu? A cosa aspiri? A cosa aspiri nella tua vita? Eh sì, perché le aspirazioni sono obiettivi di vita in ambiti specifici, nel lavoro, in famiglia, eccetera. Quando si aspira a qualcosa e poi si raggiunge l’obiettivo ci si sente appagati, soddisfatti, realizzati. Ma c’è chi dice che questa realizzazione, questo appagamento, duri un attimo, è subito ci si pone un obiettivo più alto ed ambizioso.

Restiamo nell’ambito del forte desiderio. Esiste anche il verbo fremere. Questo verbo si usa spesso quando il desiderio è associato all impazienza.

Fremo dalla voglia di vederti.

Allo stesso tempo c’è uno stato di nervosismo. Si usa infatti dire, quando non ci riesce a trattenere:

Mi fremono le mani

Le mani fremono quando hanno voglia di muoversi e così le dita vengono strisciate tra loro, in segno di impazienza.

Quindi una persona si dice che freme quando è impaziente e dà dei segnali di insofferenza, si agita nervosamente, perché non sa aspettare.

Quando una persona freme non vede l’ora di fare qualcosa, scalpita, sta sulle spine. Scalpitare è identico a fremere, ma mentre fremere fa pensare alle dita che si muovono, scalpitare fa pensare al cavallo, che dimostra di essere irrequieto, e batte continuamente il suolo con gli zoccoli. Gli zoccoli sono la parte terminale delle zampe del cavallo.

Un verbo simile è pretendere. Anche pretendere esprime un desiderio, ma in questo caso si tratta di un sentimento negativo. Quando una persona pretende qualcosa, è perché crede che sia sua, o che se la sia meritata. Si tratta di qualcosa che gli spetta (o che le spetta se di sesso femminile).

C’è una canzone italiana che fa:

Io non ti voglio, ti pretendo!

Il sostantivo è pretesa e pretese. Un sostantivo femminile quindi, al contrario di desiderio che è maschile. Pretendere ha una seconda caratteristica: quando si pretende qualcosa lo si fa quasi sempre da qualcuno. Se il tuo partner non si sente amato e ti chiede di più, puoi dirgli:

Cosa pretendi da me?

Pretendo un minimo d’attenzione accidenti!

Pretendi troppo!

Una pretesa è ovviamente un desiderio, ma è una cosa che pensiamo di meritare, una cosa che crediamo ci spetti.

Spettare è simile a pretendere. Però è più usato per i diritti che per i desideri.

Ci sono alcune differenze poi. Spettare significa due cose diverse. Il primo significato è legato ai desideri ma come dicevo più ai diritti: “Essere dovuto per diritto”, quindi è come pretendere ma più formale.

A me spetta rispetto!

Voglio dire che ho il diritto di essere rispettato. Desidero rispetto.

Mi spetta una fetta della torta.

Quindi pretendo una fetta di torta, è mia di diritto. Ma è più formale, si può usare anche in contesti più seri.

Il secondo significato ha a che fare invece con le competenze, con ciò che si deve fare: rientrare fra le competenze, i compiti di qualcuno; competere.

Mi spiego meglio

Se dico:

Spetta a me pulire casa.

Significa che è mia competenza, sono io la persona che deve pulire casa, sono io la persona a cui spetta pulirla.

Se facciamo una volta ciascuno posso dire che spetta una volta a ciascuno di noi la pulizia della casa.

Attenzione perché in entrambi i modi di usare spettare si usa spesso la preposizione “a” quindi potreste confondere:

L’eredità spetta a me.

Le pulizie spettano a me.

Se invece c’è il pronome gli o le (ed anche ci, vi) non vi potete sbagliare:

Gli spetta, le spetta si usano solamente per i diritti.

Spetta a lui, spetta a me, spetta a loro eccetera si usa sempre (o quasi) per indicare i doveri, cioè il secondo significato di spettare.

Tornando all esagerazione del desiderio si dice anche “avete sete” di qualcosa. Sete di potere, sete di successo, si usano molto spesso. Molto simile alla bramosia ed all’ardente desiderio.

Se invece non vogliamo esagerare ed il mio desiderio voglio esprimerlo in modo pacato, posso dire “sarebbe bello“, che è abbastanza simile a “mi piacerebbe” e a “vorrei”. Forse è più un desiderio che dipende meno da noi. Sicuramente però non c’è bramosia, nessuna pretesa, nessun egoismo. Solo un desiderio, un sogno ad occhi aperti.

La parola sogno si associa spesso ai desideri, sono più o meno sinonimi, e se sognamo ad occhi aperti spesso sospiriamo, guardiamo in alto e pensiamo: oh, come sarebbe bello se…

Terminiamo questa carrellata di espressioni e verbi con una singola parola: magari!

Un’espressione che esprime desiderio allo stato puro, o una speranza legata a qualcosa che potrebbe accadere. Nella speranza che sia stato esaustivo, auguro a tutti voi che riusciate ad esaudire tutti i vostri desideri.

Un abbraccio.

 

Quarta parte

Benvenuti nella quarta parte dedicata ai desideri, alle volontà ed ai voleri.

Ho deciso di fare una quarta parte in quanto mi sono reso conto di poter ampliare la discussione ad altri modi molto usati per esprimere alcuni tipi di desideri.

In effetti mi ero dimenticato dei bisogni.

Bisogni e desideri sono concetti abbastanza simili.

I bisogni esprimono qualcosa di cui si sente la mancanza. Se ci manca qualcosa, ci sono due possibilità:

La prima è che si tratta di qualcosa di cui sentite il bisogno, cioè la necessità, di qualcosa che vi risulterebbe utile, che vi risolverebbe un problema particolare. Ad esempio se state cucinando la pasta avrete bisogno del sale per salare l’acqua, per rendere cioè salata l’acqua in cui butterete la pasta. In questo caso potete tranquillamente dire:

Scusami Giovanni, ho bisogno di una manciata di sale grosso per la pasta.

Questo vale per qualsiasi tipo di oggetto (e non solo oggetti). Il bisogno è una necessità, qualcosa di necessario che ha una specifica utilità, un fine definito.

Potete anche dire:

Necessito di sale.

O anche:

E’ necessario un po’ di sale per la pasta.

Tuttavia “necessitare“, come verbo, è usato più in circostanze formali, usato maggiormente allo scritto che all’orale.

Necessitate è simile a “bisognare”, ed entrambi i verbi hanno una particolarità: si usano anche quando non è una persona ad avere bisogno di qualcosa. Ad esempio:

L’armadio ha bisogno di una sistemata.

L’armadio bisogna di una sistemata.

Le pareti della nostra cucina hanno bisogno di una nuova pittura.

Le pareti bisognano di una nuova pittura.

La nostra casa necessita urgentemente di una ristrutturazione

Questo tuo comportamento necessita di una spiegazione

In questi casi non si tratta di un desiderio dell’armadio, della parete o dell’appartamento ma sempre di una persona, quella che parla. Sono verbi che si usano per esprimere opinioni:

Secondo me l’armadio ha bisogno di una sistemata.

La necessità quindi esprime qualcosa che è necessario fare, un bisogno, una mancanza che va colmata.

Si tratta pur sempre di desideri, ma trattati da un punto di vista diverso, quello delle esigenze, dei bisogni.

Ho usato il verbo “colmare“, che è un verbo che si usa spesso quando si parla di desideri: colmare una mancanza significa riempire un vuoto, soddisfare un desiderio.

Esigenze e bisogni ci portano poi a discutere dei due verbi associati: esigere e bisognare.

Del verbo bisognare abbiamo già visto qualche esempio. “Bisognare di” è il modo giusto di usare il verbo.

Ancora però non vi ho parlato del verbo esigere, perché questo verbo esprime un significato diverso dalle esigenze.

Esigere è simile a pretendere, reclamare, richiedere, rivendicare.

Esigere: Quando una persona esige qualcosa vuol dire che sta pretendendo qualche cosa, e la pretende in virtù di un diritto che si ha o che si crede di avere, oppure in virtù della propria autorità, della propria forza, importanza.

Si tratta quindi di qualcosa di diverso di un desiderio o di una esigenza. ecco perché vi ho detto che esigere ed esigenza non hanno molte cose in comune in realtà.

L’esigenza è simile al desiderio e si usa molto nelle comunicazioni commerciali e con i clienti:

I clienti scelgono i loro prodotti in base alle loro esigenze.

Non c’è niente di male ad usare il verbo esigere in questo caso. Niente a che fare col verbo esigere.

Avere delle esigenze: si tratta semplicemente di aver bisogno di qualcosa.

Nonostante questo nei vostri dizionari troverete che una esigenza è una richiesta non sempre legittima e per lo più è pretensiosa, fatta valere nei confronti del prossimo con altezzosità.

In questi casi si usa sempre il verbo esigere e non il termine esigenza/e.

Basta citare alcuni esempi:

Esigere obbedienza

Esigere rispetto

Esigere interessi troppo alti

Esigere uno stipendio eccessivo;

Esigere delle prove

Esigere una spiegazione

C’è sempre “esigere”. Invece l’esigenza difficilmente si usa in questi contesti di pretenziosità, di qualcosa che ci spetta di diritto.

Posso dire che:

Per me la ginnastica quotidiana è un’esigenza

Per te la lettura delle notizie su internet è un’esigenza

Ci sono le:

Normali esigenze della vita

che semplicemente sono ciò di cui si ha bisogno per vivere: le normali esigenze della vita.

Si dice molto spesso:

Fare fronte alle esigenze quotidiane

In ufficio posso:

Modificare l’orario di lavoro per esigenze di servizio.

Un dirigente di un ufficio può:

Venire incontro alle esigenze dei lavoratori o della clientela.

Quindi esigere ed esigenza sono concetti apparentemente simili ma molto diversi nel loro utilizzo.

Prima abbiamo usato il verbo “colmare” quando parlavamo di mancanze. In effetti il verbo colmare ha questo utilizzo, anche con la parola bisogno:

Occorre colmare il bisogno di informazioni

ad esempio.

Molto simile è il verbo “Supplire“: supplire ad una mancanza o supplire ad un bisogno, ad una necessità.

Ogni volta che abbiamo un desiderio, un bisogno e non riusciamo a soddisfarlo, potremmo cercare di supplire a questa mancanza con qualcos’altro. Supplire vuol dire rimediare, sopperire, sostituire. Colmare significa riempire un vuoto, come quando abbiamo un bicchiere vuoto e lo riempiamo, lo facciamo diventare colmo. Invece se abbiamo un bisogno, un desiderio e non riusciamo a soddisfarlo, allora posso supplire a questo bisogno, posso compensare a questa mancanza con qualcosa che possa sostituire il bisogno.

Ad esempio:

Posso supplire alla mancanza di affetto con del cioccolato

Il desiderio di affetto posso quindi sostituirlo con del cioccolato. A volte funziona 🙂

Vediamo che  in generale si usano anche altri verbi: quando si riesce a soddisfare un desiderio posso dire che si riesce a rispondere a delle esigenze (si una proprio questo verbo “rispondere“). In tali casi si soddisfano dei bisogni, si dice anche che si appagano le esigenze.

Soddisfare, appagare, colmare, rispondere, supplire sono tutti verbi adatti a questo scopo. Si usano a seconda dell’occasione.

C’è anche un altro verbo: quando si trova qualcosa che è in grado di soddisfare delle esigenze, dei bisogni, delle necessità, possiamo anche usare il verbo “confare“.

Uno strano verbo vero? In realtà non si usa mai alla forma infinita. Vediamo come si usa:

Ho trovato una casa che si confà perfettamente alle esigenze della nostra famiglia.

Si confà: si usa quasi sempre solamente in questo modo, al singolare; difficilmente troverete cose che si “confanno” a delle esigenze. Sicuramente è più raro.

Quando qualcosa, come una casa, si confà alle esigenze (alle nostre, ad esempio), alle esigenze della nostra famiglia, ebbene significa che la casa è adatta alla nostra famiglia, ai nostri bisogni, ai nostri desideri.

La casa è in grado di soddisfare le nostre esigenze.

Usare la parola desideri qui è un tantino esagerato. Meglio esigenze, o al limite bisogni.

Voglio ritornare e sottolineare che le esigenze hanno poco a che fare col verbo esigere, a meno che non accompagnate le esigenze con altre parole: tante, troppe, eccessive esigenze.

Solo in questo caso le esigenze somigliano molto alle pretese, ed alle cose che si esigono.

Abbiamo poi più volte parlato di desideri eccessivi, esagerati, bisogni esagerati, smodati: abbiano già visto le bramosie e il verbo agognare.

In questi casi possiamo usare anche le smanie e il verbo smaniare. Molto simile a fremere.

Smanie non c’entra con le manie, infatti cambia anche l’accento: smànie, manìe.

Avere la smania di fare qualcosa significa avere fretta di fare qualcosa, molta fretta.

Vediamo le differenze: smaniare non è come avere una bramosia, perché la bramosia è più negativa, è usata sempre in situazioni negative e con il potere o con il sesso.

La smania invece si può usare in contesti più leggeri, situazione di tutti i giorni; sempre come una esagerazione, come una fretta esagerata di cui sarebbe meglio fare a meno.

Smaniare è praticamente come fremere: indica uno stato di nervosismo legato ad un desiderio che è molto vicino al realizzarsi.

Es:

Io smanio ogni volta che devo partire per una vacanza.

È molto simile a “non vedere l’ora“.

Tu smani (o tu hai la smania) di aprire il regalo di compleanno.

Non vedi l’ora di aprire questo regalo di compleanno che hai ricevuto, hai quindi questo desierio molto forte e fremi, smani dalla voglia di aprirlo.

Questa è la smania: uno stato di agitazione, di nervosismo, di inquietudine, di ansia, di impazienza e di frenesia. “Non vedere l’ora” è simile come significato ma non esprime molto nervosismo ma più che altro la felicità dell’approssimarsi dell’evento futuro.

Il desiderio poi possiamo esprimerlo anche come una forma di “appetito“. Appetito: Sapete bene che quando una persona ha fame, cioè ha voglia di mangiare, possiamo dire che questa persona ha appetito. E’ una forma di desiderio solitamente associata al cibo: un desiderio di mettere qualcosa sotto i denti. Solitamente si usa per indicare una forma leggera di fame.

Si dice che bisogna alzarsi da tavola sempre con ancora un po’ di appetito, cioè che non bisogna mangiare fino a farsi passare la fame. Questo è un consiglio dei nutrizionisti e dei medici per vivere in salute.

La parola appetito deriva comunque dal latino e significa “aspirare a” e questo significa che avere appetito significa in realtà aspirare, ambire a qualcosa, desiderare qualcosa, benché si usi prevalentemente a tavola.

La parola appetito infatti si usa qualche volta in modo figurato, alludendo ironicamente a chi, pur ottenendo molto nella vita (talvolta non onestamente), cerca di avere sempre di più. Una forma di appetito un po’ negativa quindi, un desiderio negativo.

Si parla anche di “appetiti”, al plurale, per indicare un desiderio di possedere qualcosa.

Gli appetiti dei politici

Gli appetiti dei clan della mafia

Gli appetiti del crimine

Ogni volta che si parla di appetiti ci sono cose scorrette, contro la legge o comunque egoistiche. Le persone che hanno appetito di successo, ad esempio, sono le persone che, pur avendo avuto successo, pur essendo state fortunate nella loro vita da questo punto di vista, ne hanno ancora voglia, hanno ancora appetito di successo. Posso anche dire  “fame” di successo, ed in questo modo indico un desiderio ancora maggiore: proprio come avviene con il cibo l’appetito è una forma più leggera di fame.

Si dice in questi casi che “l’appetito vien mangiando“, cioè l’appetito viene mangiando”, espressione che si usa ogni volta che si desidera qualcosa solo dopo che si è iniziato a mangiare e non solo a mangiare: si usa anche per le cose che non si mangiano; al di fuori dell’ambito culinario.

Potreste quindi sentir parlare di “appetito di potere”, dell’appetito di successo, eccetera.

Infine voglio parlarvi della parola peggiore possibile associata al desiderio: la cupidigia.

Chi ha studiato Dante Alighieri e la Divina Commedia ha sicuramente memoria di questa parola.

La cupidigia  è un termine che indica in genere la fame, o l’appetito per i beni terreni, quindi la fame, la voglia dei beni terreni, non solo di soldi, ma di tutto ciò che non è spirituale, tutto ciò che è superfluo, e che quindi è giudicato sbagliato e pericoloso per l’uomo.

La cupidigia è uno dei “sette vizi capitali” di cui Dante Alighieri parla nella Divina Commedia, la sua opera più importante. Uno dei vizi più grandi dell’essere umano: Si dicono vizi “capitali” poiché sono i più gravi, i vizi principali dell’uomo. Così come la capitale di una nazione è la città più importante della nazione.

La cupidigia è un desiderio intenso, ma è qualcosa di più di un desiderio intenso, è una bramosia sfrenata. Ancora peggiore della bramosia quindi.

E’ una brama peccaminosa, un desiderio che porta al peccato. Si tratta di un costante senso di insoddisfazione per ciò che si ha già e un bisogno sfrenato (cioè senza freni), un bisogno esagerato di ottenere sempre di più.

Dante Alighieri parla della cupidigia nell’Inferno, all’inizio del suo viaggio. E la cupidigia è raffigurata come una bestia selvatica, una bestia feroce: una lupa. La lupa, cioè la femmina del lupo, è una bestia feroce, malvagia, che rappresenta proprio la cupidigia. La lupa è la bestia più feroce delle tre fiere (sono chiamate così) nella Divina Commedia di Dante Alighieri. Le altre due fiere rappresentano la lussuria e la superbia.

lupa_inferno
William Blake: illustration to Dante The Divine Comedy, Inferno, Canto I, 1-90

Dante indica la cupidigia come il vizio peggiore, perché è il difetto dell’uomo più difficile da cui liberarsi poiché è quasi istintivo nell’uomo. E’ come se l’uomo fosse portato naturalmente ad avere desideri egoistici, quindi l’uomo, per liberarsene, deve andare contro la sua natura.

La cupidigia tutti gli italiani se la ricordano per merito di Dante, che la chiama anche “avarizia” e ogni volta che gli italiani usano la parola cupidigia pensano a Dante. Difficilmente viene usata nel linguaggio comune se non per indicare una forma di desiderio esagerato che andrebbe punito con l’inferno, come fa Dante. Con la cupidigia delle persone è impossibile avere pace e giustizia, riteneva Dante.

Tutti in Italia abbiamo studiato la Divina Commedia alle scuole superiori, e Dante indica nella cupidigia l’origine di tutti i mali d’Italia ed anche l’origine della corruzione della Chiesa.

Ciao ragazzi, e grazie dell’ascolto di questo episodio.

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