710 Benedetto, ben detto e ben fatto

Benedetto, ben detto e ben fatto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: abbiamo già parlato di ben. Giusto?

In quell’episodio, tra le altre cose, ho utilizzato anche un’esclamazione:

Ben detto!

Che si usa quando si approva una affermazione con entusiasmo e soddisfazione, specie quando ce n’è veramente bisogno. Spesso poi si accompagna questa esclamazione con un’espressione del viso di compiacimento. Vale a dire che si esprime gradimento, si mostra e si sente un’intima soddisfazione.

Tutto questo però non l’avevo detto!

Meglio tardi che mai allora!

Se ad esempio sono stato licenziato, se cioè ho perso il lavoro, posso dire:

Non mi devo abbattere, devo mettermi subito a cercare un altro lavoro!

Qualcuno, che mi vuole bene ed apprezza le mie parole può dire:

Ben detto! Bravo, così mi piaci!

Che è un po’ come dire: è lo spirito giusto da avere in questi casi! Approvo pienamente ciò che hai detto.

Similmente si utilizza anche “ben fatto“:

Mio marito mi ha tradito e io sai cos’ho fatto? L’ho cacciato di casa!

Io, che sono tuo amico rispondo:

Ben fatto! Così impara ‘sto stronzo!

Oh, scusate, mi sono lasciato andare!

Notate che non c’è alcun verbo davanti. Se ci fosse, sarebbe il verbo avere:

Hai ben fatto!

Ma, generalmente, quando si mette il verbo avere, si inverte:

Hai fatto bene!

Hai fatto bene a lasciarlo!

Avete fatto bene a fare questo

Secondo te ho fatto bene a farlo?

Ma un conto è comunicare un concetto, un altro conto è comunicare un’emozione:

Ben fatto!

C’è approvazione, ma anche sostegno, entusiasmo. C’è emozione.

Che ne dite se adesso cambiamo il verbo ausiliare?

Questo lavoro è veramente ben fatto!

Adesso essere è il verbo usato.

Beh, questa frase è da leggere un po’ diversamente, cioè:

Questo lavoro è fatto veramente bene, è ben fatto. Anche qui se usiamo prima ben e poi fatto, c’è più emozione e coinvolgimento rispetto a “fatto bene”.

Torniamo a:

Ben detto!

Cioè: hai detto proprio bene, approvo pienamente ciò che hai detto. C’è entusiasmo e soddisfazione anche in questo caso.

Invece “hai detto bene” può indicare ugualmente una approvazione (con poco entusiasmo in genere) ma più spesso si usa quando qualcosa è corretto, è giusto, quando non ci sono errori:

Dico bene?

Sto dicendo bene?

Hai detto bene, nessun errore!

Per “hai fatto bene” vale lo stesso discorso.

Bene.

Adesso, dopo “ben detto” , passiamo a benedetto.

Notate per prima cosa che la prima “e” è chiusa e non più aperta. Sono tutte chiuse in realtà, anche se nel nord Italia spesso si sentono e aperte, specie la seconda e.

Ciao, mi chiamo Benedètta!

Benedetto comunque non c’entra proprio nulla con “ben detto“, questo lo avete capito già.

Tra l’altro è un’unica parola.

Infatti Benedetto, oltre ad essere un nome maschile (come anche Benedetta, che è un nome femminile) – e si scrive con l’iniziale maiuscola in questo caso – è anche un aggettivo.

Ha a che fare con le benedizioni, certamente. Anche questo lo sapete già.

In chiesa c’è l’acqua benedetta, ad esempio (o almeno prima del COVID c’era). Anche l’ostia è benedetta, perché rappresenta il corpo di Cristo.

Tutte cose che già sapete naturalmente.

Ma in senso figurato, l’aggettivo benedetto e benedetta si usano tantissimo nel linguaggio comune.

Infatti si utilizza generalmente per esprimere un affettuoso rimprovero, oppure quando si vuole evitare di dire parolacce, ma facendo capire chiaramente che c’eravamo quasi…

In questo caso l’affetto non c’entra granché!

Vediamo se sapete distinguere.

Vi faccio qualche esempio.

Un professore chiede a uno studente:

Oggi sei preparato? Vorrei interrogarti.

Lo studente dice che non ha potuto studiare e chiede di spostare ad un’altra occasione.

Il professore:

Ma, benedetto ragazzo, sono già tre volte che rimandiamo. Quando deciderai di metterti a studiare?

Allora? Rimprovero affettuoso o incazzatura mitigata?

Si tratta di un rimprovero affettuoso. Il professore rimprovera, sgrida il ragazzo ma lo fa con affetto, senza essere duro, senza punirlo o maltrattarlo. Se ci fosse solo affetto direi “caro ragazzo“.

Qusto professore probabilmente avrebbe potuto usare parole diverse, ben più pesanti e per niente affettuose:

Ma porca miseria! È già la terza volta!

È solo un esempio.

Secondo esempio:

Esco di casa con la solita fretta e come sempre c’è traffico.

All’ennesimo semaforo rosso che mi scatta sotto gli occhi dico:

Uff… Questi benedetti semafori! Sempre rossi mi capitano!

Lo so, vorremmo dire di peggio, ma stavolta ci tratteniamo.

Questo non è ovviamente un rimprovero affettuoso ma una leggera irritazione. Magari c’è qualcuno vicino a noi e non vogliamo mostrarci isterici di prima mattina!

In quest’ultimo caso al posto di benedetto potrei sbizzarrirmi con altri termini:

Ma guarda tu! Tutti rossi mi capitano!

Questo caspita di semaforo rosso!

E che cacchio!

Che diamine! Proprio adesso che ho fretta!

Questo cavolo di semaforo!

Avtrete notato che ho evitato termini ben peggiori!

Allora, ho fatto bene a fare un episodio di questo tipo?

Karin: veramente ben fatto direi, ma, benedetto presidente, so che sacrifichi il tuo tempo per il meglio di tutti noi, ma i due minuti sono passati da un bel pezzo.

Peggy: ma io mi domando e dico: a che pro criticare? Me lo vuoi fare un favore? Anziché dire castronerie, abbi la bontà di tacere. Per quello non c’è bisogno di imparare una lingua!

Sofie: ben detto Peggy! Gli hai dato un benservito bell’e buono! D’altronde ti ha fornito un assist perfetto criticando Giovanni. Tra l’altro lui non ha raccolto la provocazione. Un vero signore, no?

Ulrike: a me la vostra sembra una reazione un po’ sopra le righe. Cosa avrà detto mai Karin di così offensivo? A cosa si deve tanta acredine?

Irina: Acredine? Proprio a ridosso della fine dell’episodio te ne esci con le parole nuove? Sei proprio senz’appello! E dire che avevo quasi capito tutto…

Ricorrere e fare ricorso – VERBI PROFESSIONALI (n.74)

Ricorrere e fare ricorso

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Indice verbi professionali

Ricorrere e fare ricorso

Ricorrere è il verbo numero 74 della sezione verbi professionali.

Il verbo ricorrere inizia per RI, e il senso più immediato, come accade in molti casi, è quello di ripetere qualcosa, in questo caso può significare “correre un’altra volta“.

Ma non è questo il modo professionale di usarlo, quello a cui siamo interessati.

Il verbo è stato inserito tra i verbi professionali perché nel linguaggio comune, di tutti i giorni, si usa abbastanza poco. Poi vediamo qualche modo per usarlo. Al lavoro invece è molto usato per diverse ragioni.

Un secondo modo di usarlo è infatti quello di ripensare a un’esperienza del passato:

bisogna ricorrere con la mente a quando ero bambino per ricordare un’emozione simile.

Anche questo però non è legato al mondo del lavoro.

L’uso più comune del verbo è invece quello di rivolgersi a qualcuno o a qualcosa per ottenere aiuto, conforto o sostegno o per raggiungere uno scopo:

Devo ricorrere a tutta la mia pazienza per sopportarti.

Bisogna ricorrere ad un dizionario per capire il significato di questo verbo.

Dobbiamo ricorrere alla legge quando le persone non rispettano le regole.

Questo verbo si utilizza spessissimo, in questi casi, quando in particolare qualcosa non funziona, quando abbiamo provato a risolvere il problema con un altro modo ma non ci siamo riusciti.

Allora ricorriamo ad un’altra procedura per risolverlo.

È come se fossimo in una situazione in cui bisogna trovare un rimedio straordinario, spesso obbligato e/o doloroso.

Si può dire anche “fare ricorso a” qualcosa o qualcuno, esattamente con lo stesso senso di ricorrere a qualcosa o qualcuno.

È molto simile al verbo avvalersi da questo punto di vista.

Molto utilizzata nel linguaggio comune è l’espressione “ricorrere alle maniere forti” ad esempio, e questo indica chiaramente che le maniere standard, quelle che si usano normalmente, non hanno funzionato.

Il proverbio che rende meglio l’idea è:

A mali estremi, estremi rimedi

La cui spiegazione si trova nella rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.

Significa che quando c’è un problema molto grave, si ricorre ad una soluzione estrema, come extrema ratio, ma solo se necessario.

Anche ricorrere alla violenza è una frase che si legge e si ascolta spessissimo.

Vediamo qualche esempio più strettamente legato al lavoro:

Non vorrei ricorrere alle vie legali, ma se il cliente non pagherà la cifra pattuita, dovrò farlo.

O anche:

Quando un’azienda sta fallendo, spesso ricorre ai licenziamenti per ridurre le spese.

I malati di Covid devono ricorrere spesso alla terapia intensiva.

Quando si parla di legge, in particolare, il senso di ricorrere è spesso quello di presentare ricorso all’autorità per avere il riconoscimento di un diritto o per ottenere rimedio a torti subiti.

ricorrere alla magistratura

Ricorrendo alla magistratura si spera di ottenere giustizia e per fare ricorso alla magistratura si deve presentare una domanda, occorre presentare un ricorso, che è un documento e per farlo occorre un avvocato.

Si dice più informalmente anche “fare ricorso”, sebbene il verbo fare sì preferisca quando il senso è meno legato alla legge e più semplicenete per risolvere un problema.

Può anche significare presentare un ricorso davanti a un giudice superiore per annullare la sentenza di un giudice inferiore.

Allora si usa una preposizione diversa: in

Bisogna ricorrere in cassazione contro una sentenza ingiusta

In questi casi, usare il verbo avvalersi non è vietato, ma avvalersi non esprime tecnicamente la presentazione di un ricorso ma solo l’esercizio di una facoltà per arrivare a una soluzione. È simile a usare, utilizzare, solo che si usa la preposizione di:

Mi avvalgo dell’aiuto dei miei colleghi

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere

L’allenatore si avvale della sostituzione quando un giocatore si va male.

È abbastanza professionale come verbo, anche avvalersi e lo abbiamo già visto. È il verbo n. 14 della lista dei verbi professionali.

Invece ricorrere come visto vuole la preposizione a oppure in per indicare cosa ci può aiutare.

Al di fuori del linguaggio giuridico, quello relativo alla presentazione di un ricorso, che è una procedura amministrativa, i due verbi si somigliano molto.

Ricorrere però contiene questo senso di cui vi ho parlato prima, quello di usare una soluzione alternativa, estrema a volte, come ultima soluzione, quando le altre non hanno funzionato, o quando non c’è alternativa, anche come prima soluzione.

Ma i significati di ricorrere non finiscono qui.

Vogliamo parlare delle ricorrenze?

Si parla di date, avvenimenti, ecc., che ritornano periodicamente.

oggi ricorre la festa della Repubblica

Ieri ricorreva il decimo anniversario della nascita di mio figlio.

La ricorrenza però non è solo un anniversario, ma qualsiasi avvenimento periodico, che si presenta ogni tot tempo. Qualunque cosa si presenti con regolarità e frequenza; anche un argomento, un’idea, che si ripete:

In questo documento ricorre più volte un riferimento a Dio.

A volte ricorrere simiglia anche a “chiamare in causa” sempre come forma di aiuto, di soccorso. In caso di bisogno:

Io ricorro a molti esempi per spiegare bene un concetto

Anche qui somiglia a usare, utilizzare, avvalersi.

A volte, come in questo caso, mi piace ricorrere anche a qualche membro dell’associazione che mi aiuta a fare alcuni esempi.

Ci vediamo al prossimo verbo professionale:

Marguerite: Ricorderò in appello, non accetto questa sentenza!

Marcelo: Dovrò ricorrere a tutta la mia forza di volontà!

Rafaela: Farò ricorso alla ripetizione se non riuscirò a capire al primo ascolto.

Hartmut: Bisogna ricorrere ai miei ricordi più lontani per ricordare un’emozione del genere.

Quest’anno Giovanni ricorre per la Ferrari, come l’altr’anno.

Ricorrerò al tuo aiuto se necessario.

Danita: Avete notato che in “l’altr’anno” l’apostrofo ricorre due volte?

709 La vogliamo dire la verità? Come dare enfasi

La vogliamo dire la verità? Come dare enfasi (scarica audio)

Enfasi

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di un argomento molto interessante: come dare enfasi, ciò come enfatizzare, sottolineare, dare rilievo, mettere in risalto un particolare elemento di una frase. Questa è una cosa difficile da fare per un non madrelingua, che normalmente sta più attento ai singoli termini della frase, a non sbagliare i verbi e alla preposizione giusta da usare.

Oggi non ci occupiamo di tutti i modi che esistono per dare enfasi, considerato che questo è un episodio della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” ma di uno di questi modi.

Dunque, ciò che vogliamo fare è enfatizzare qualcosa in una frase, quindi vogliamo porre in rilievo, cioè mettere in rilievo un elemento della frase.

Lo possiamo fare attraverso la posizione da dare, nella frase, a ciò che vogliamo enfatizzare.

Ad esempio se devo dire a mio figlio che deve sbrigarsi a fare le valigie potrei dirgli:

Le facciamo queste valigie?

Vogliamo farle queste valigie o no?

In pratica ciò che facciamo è mettere ciò che vogliamo enfatizzare nella frase alla fine, mentre all’inizio mettiamo un pronome o una particella (lo, la, li, gli, le, ne, vi, ci) prima o dopo il verbo.

Possiamo farlo col soggetto, come negli esempi visti sopra, oppure con un complemento o altro.

Facendo questa operazione diamo enfasi, mettiamo in risalto ciò che spostiamo alla fine, e i motivi possono essere diversi.

Magari siamo stanchi di ripetere sempre la stessa cosa:

Es. Se qualcuno mi dice:

Che significa dare enfasi?

Io potrei rispondere:

L’ho già detto cosa significa!

L’ho già spiegato questo!

Non è una risposta molto gentile questa.

Oppure sono arrabbiato, oppure voglio stimolare il mio interlocutore a fare qualcosa, voglio incitare una persona, la voglio spingere a fare qualcosa.

Stiamo attenti a quando usiamo questa tecnica perché potremmo risultare poco cortesi, o sembrare irritati quando non lo siamo in realtà.

Es:

Se mia madre mi dice di andare a fare i compiti ed io li ho già fatti, posso rispondere:

Ho già fatto i compiti

Farò domani i compiti

Oppure:

Li ho già fatti i compiti!

Li faccio domani i compiti

Oltre al tono che uso, mettere il pronome “li” davanti enfatizza la risposta, e questo si fa sempre per qualche motivo. Non è detto, ma potrei essere scocciato, irritato nel dover rispondere a una domanda che ritengo inopportuna o fastidiosa.

Attenti quindi. Anche il tono è importante naturalmente. Si usa spesso anche nelle domande.

Vediamo altri esempi:

Che ne dici se quest’anno in vacanza andiamo in Calabria?

Una normale risposta può essere:

siamo stati già molte volte in Calabria

ci siamo già stati molte volte in Calabria!

Oppure, se siamo in fila dal salumiere e una persona non rispetta la fila e vuole passare avanti:

La vuoi rispettare questa fila?

Oppure (attenti) con tono ironico:

La vogliamo rispettare questa fila? Ne ho già tanti di problemi!

Stavolta lo abbiamo fatto ben due volte, con “la” e con “ne”.

Questo è un invito, non troppo cortese, a rispettare la fila.

Se c’è un’auto troppo lenta davanti a noi e questo ci dà fastidio, potremmo abbassare il finestrino e urlare (non fatelo!)

Allora, ci vogliamo dare una mossa?

Ancora peggio:

Ce la vogliamo dare una mossa?

Se nostro figlio non studia abbastanza:

Lo vogliamo aprire questo libro ogni tanto?

Lo vogliamo fare qualche esame?

Vedete che spesso, se vogliamo anche fare un filo di ironia, si usa la prima persona plurale (noi) quando invece dovremmo usare la seconda singolare (tu) o plurale (voi). Ma possiamo ugualmente dire, più seriamente:

Vi volete sbrigare?

Ti vuoi dare una mossa? Sono due ore che sto aspettando.

Te la vuoi dare una mossa?

Vuoi fare qualche esame o no?

Glieli vuoi restituire i soldi a tua sorella? Te li ha chiesti già due volte.

I più attenti avranno notato che si tratta anche di domande cosiddette retoriche, perché non sono vere domande. Date un’occhiata all’episodio dedicato alle domande retoriche se non lo ricordate bene. È uno dei primi della rubrica.

Un’altra volta vedremo anche gli altri modi per dare enfasi. Questo secondo me è il più interessante e utile per i non madrelingua.

Allora adesso mi rivolgo ai membri dell’associazione:

Lo vogliamo fare questo ripasso?

Non vi arrabbiate, non volevo essere scortese. Era solo per usare un’ultima volta questo modo per dare enfasi. Non me ne volete.

Peggy: uff, che pizza! Facciamolo, facciamolo, e non preoccuparti ché sarebbe inutile arrabbiarsi con te. Avrai sicuramente la grazia di non criticare i nostri tentativi di ripasso.

Rauno: mmm, non so a voi, ma a me questa sembra una risposta sibillina.

Marguerite: forse M1 voleva solo ripassare un episodio che abbiamo un po’ trascurato perché a volte è difficile trovare il giusto contesto per farlo. Non credo abbia reagito così per ripicca.

Giovanni: beh a volte bisogna fare uno sforzo in più. Ci si aspetta questo dai membri dell’associazione. Qualunque pretesto è benaccetto. Questa è, passatemi il termine, una regola dei ripassi.

Irina: dopo la chiosa del nostro presidente, dobbiamo dimostrargli che siamo pronti a sottostare alla regola di cui sopra.

Hartmut: ben detto! Smarchiamoci da ogni sospetto di mancanza di disciplina.

708 A che pro?

A che pro? (scarica)

Video YouTube con sottotitoli

A che pro

Trascrizione

Giovanni: abbiamo già fatto un episodio che riguarda “perché” , giusto? Anzi ne abbiamo fatto più di uno. Il primo ha riguardato la differenza tra perché e poiché, mentre nel secondo ci siamo occupati di “come mai“. Poi ce ne sono anche altri.

Oggi ne facciamo un altro.

Voi potreste chiedermi:

A che pro farne un altro?

A che pro fare un altro episodio sul termine perché, visto che già ne abbiamo fatto più di uno?

Lo avete già capito, rispondo io, allora a che pro dare una spiegazione?

In realtà, qualcosa da dire c’è ancora. Perché la locuzione “a che pro” è vero che può sostituire “perché” in alcuni casi, ma la questione è più complessa.

Bisogna spiegare bene il termine “pro” che abbiamo già incontrato in un’altra locuzione. Sto parlando di “pro-forma“. Qui è una preposizione, e come tale in genere ha un significato simile a “in favore” o” a favore“. In pratica pro è l’opposto di contro, e si usano spesso insieme:

Tu sei pro o contro la nuova legge?

Io voterò contro il governo, ma molti votano pro.

Pro e contro stanno spessissimo insieme in una frase, anche quando diventa sostantivo:

Bisogna considerare il pro e il contro di una soluzione.

Abbiamo valutato tutti i pro e tutti i contro della nostra scelta?

Cioè abbiamo considerato tutti i vantaggi e tutti gli svantaggi? Pro sta per vantaggi, benefici.

Oltre a pro-forma, ci sono altre locuzioni molto comuni, come promemoria, pro-capite, pro-tempore e in questi casi ha un significato analogo a “per“.

Anche quando fate una donazione, la fate a favore di qualcuno, quindi ad esempio una donazione pro-bambini abbandonati, cioè la fate per questi bambini, a loro favore.

In questi casi comunque è molto più comune usare “a favore di” e “in favore di”.

Fare una donazione a favore di Italiano Semplicemente

Quando invece usiamo la locuzione “a che pro“, in una domanda, non si parla propriamente di benefici, ma di ragioni, motivi.

A che pro la usiamo soprattutto quando non capiamo per niente il motivo, l’obiettivo di un’azione.

Spessissimo c’è anche una nota polemica quando usiamo “a che pro“. In realtà crediamo che non ci sia un motivo valido e che quella scelta abbia soltanto conseguenze negative.

Senza questa nota polemica si potrebbe anche dire “per avere quali benefici?”

Altrettanto usate sono:

A che scopo

A quale scopo

Ma si usano anche:

Qual è il motivo per cui…

Per quale ragione…

Vediamo qualche utilizzo dell’espressione “a che pro” dalle notizie di oggi.

Continuiamo a produrre infinite quantità di plastica, ma a che pro lo facciamo? Non abbiamo un pianeta di riserva in cui andare.

Alcuni virologi, cioè esperti di virus, hanno in questi giorni realizzato una canzoncina a favore dei vaccini. Ma molti si chiedono: a che pro rovinarsi la reputazione? Studiosi seri, medici affermati, che si sono prestati a fare una canzoncina da bambini. A che pro l’hanno fatto?

Per chi è interessato, la canzone si chiama “Sì sì vax”. La trovate su YouTube.

Ovviamente i virologi sono pro-vaccino, e avranno sicuramente valutato pro e contro quando hanno preso questa decisione.

Adesso ripassiamo.

Mariana: bene. Io sono decisamente pro-ripasso. Ne va della memorizzazione delle espressioni precedenti.

Marcelo: io invece sono contro. È vero che coi ripassi si memorizza di più, ma in compenso senza ripassi ho più tempo libero

Peggy: sarà! Io intanto, vuoi per restare sul pezzo, vuoi perché sono molto curiosa, per non saper né leggere né scrivere, mi vado a ripassare la lezione che verte sulla locuzione “ne va“.

Ulrike: Il che significa che anche tu Peggy dovevi prendere contezza che l’espressione “ne va dicorreva il rischio di passare in cavalleria? Non sarebbe niente di trascendentale, dato che dal momento della pubblicazione dell’episodio a questa parte, Gianni ci ha offerto una caterva di altre espressioni. Non dobbiamo abbatterci, tantomeno però dobbiamo sgarrare con i ripassi, anzi, secondo me diventano sempre più importanti.

707 Tipico, topico e saliente

Tipico, topico e saliente (scarica)

Trascrizione

Giovanni: dunque, questo è un tipico episodio di Italiano Semplicemente, in cui cercherò di farvi conoscere qualcosa della lingua italiana. È un tipico episodio anche della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente, in cui non riuscirò a rispettare la durata promessa.

Hartmut: Ma questo è anche normale, essendo tu un tipico italiano, che non rispetta le regole. Si direbbe quasi che a stabilirle sia stato qualcun altro…

Giovanni: abbiate pazienza.

Cosa imparerete in questo episodio? Allora siccome tutti conoscete già il significato di tipico, dovrò concentrarmi su un termine simile ma poco conosciuto da chi non mastica italiano quotidianamente. Parlo del termine “topico“.

L’uso prevalente è quando parliamo di tempo.

In particolare, l’aggettivo topico si usa per qualificare quasi sempre un momento, oppure un minuto, un’ora, una giornata.

Un momento topico

Un minuto topico

Un’ora topica

Una giornata topica

Si tratta di un momento importante, decisivo, cruciale, risolutivo per ciò che accadrà dopo, cioè per gli sviluppi successivi.

Mary: dunque è un momento in cui cambiano le cose, un momento di svolta, se vogliamo.

Giovanni: esattamente. Si usa molto nello sport, nel descrivere i momenti salienti di una partita, i momenti in cui accadono le cose più importanti della gara.

Anche una serata tra amici può avere il suo momentilo topico, quello più importante, magari quello in cui accade qualcosa che cambia l’andamento della serata.

Lo stesso si può dire del momento topico di un film. E se perdiamo il momento topico di un film non capiamo nulla.

Possiamo parlare anche di momenti salienti, con lo stesso significato, che si tratti di un film, una serata, una partita o qualsiasi altro evento.

Solo che i momenti salienti sono generalmente più di uno, ed inoltre tante cose diverse possono essere salienti.

Il significato di saliente è anch’esso legato all’importanza, quindi significa notevole, rilevante, oltre che usarsi prevalentemente al plurale: i fatti più salienti di un periodo storico; i punti salienti di un discorso; i tratti salienti di una persona, le caratteristiche salienti di un’opera eccetera.

Se parlo di tempo, posso dire

le fasi più salienti di una gara

O

I momenti salienti di un film

Ma il momento topico è generalmente uno solo, ed è quello in assoluto più importante, quello cruciale. Poi, se un momento è topico, è perché da quel momento le cose cambiano. È un momento determinante per questo motivo. Per questo non è adatto per descrivere altre cose al di fuori della dimensione temporale.

Ma perché topico? Da dove viene questo termine?

Topico viene dal greco topos, che significa luogo, e per questo motivo l’aggettivo topico si usa ad esempio per indicare dei medicamenti da applicare su determinate aree del corpo, tipo le creme antidolorifiche, che sono appunto di uso topico, vanno quindi applicate localmente, sul “luogo” del corpo che fa male.

Ma per luogo si può intendere anche un argomento, un tema, una argomentazione.

E infatti la topica, nella retorica classica, è la ricerca di argomenti generici a cui si può fare ricorso per una determinata dimostrazione, per esporre le proprie tesi, su un certo argomento, per convincere, per persuadere, per insegnare.

Allora topico indica il mezzo dialettico con cui condurre un’argomentazione. Più in generale si definisce topico tutto ciò che riguarda l’arte topica.

Ci sono allora gli scritti topici di Aristotele.

Ma allora perché topico oggi si usa soprattutto per indicare un momento molto importante?

Marcelo: potresti venirci incontro? Non è che sia molto intuitivo.

Giovanni: Perché nell’arte topica si cerca di trovare il modo e la situazione giusta, il momento giusto e anche il luogo migliore, per arrivare all’obiettivo, che era per i greci, esporre le proprie idee.

Per questo si parla del momento topico, quello risolutivo, decisivo, cruciale. L’arte della topica è riuscire a trovare il luogo e il momento più adatti e importanti per esporre le proprie tesi.

Tipico invece viene da typos, sempre dal greco dunque, ma typos significa impronta, e ognuno di noi ha la propria impronta. È dall’impronta delle zampe che si riconosce l’animale. Quindi tipico è ciò che rappresenta qualcosa, cioè che lo identifica. Quanto tempo abbiamo impiegato oggi?

Peggy: un episodio bello lungo. Faccio appello alla mia pazienza ancora una volta.

Giovanni: grazie per la pazienza. Alla prossima!

706 Sacrificato

Sacrificato (scarica)

Trascrizione

Giovanni: sapete cos’è un sacrificio?

Ulrike: qualcosa che si mangia? In tal caso ne assaggio senz’altro uno.

Giovanni: casomai è qualcosa che non si mangia.

Mi spiego meglio. Per sacrificio si intende in realtà un qualcosa di religioso, di sacro. È un gesto rituale con cui qualcosa, o anche un animale o una persona viene consegnata al sacro, viene offerto a Dio. Un gesto a favore di una o più entità sovrumane, divinità, per dimostrare l’adorazione verso di lei. Si rinuncia a qualcosa a favore di una divinità. È un’offerta fatta a Dio. Questo è l’origine del termine sacrificio e uno dei significati.

Ma questo è un concetto abbastanza primitivo (oltre che sacro) del termine.

Peggy: ma bisogna sempre scomodare il sacro?

Giovanni: no, infatti nell’uso più frequente un sacrificio è, più in generale, una rinuncia sofferta. Qualunque rinuncia che ci fa soffrire è un sacrificio.

Ognuno di noi può fare sacrifici allora si rinuncia a qualcosa di importante. Magari facendo un’offerta, o comunque facendolo per qualuno questo sacrificio.

Es.

Se il professore vuole interrogare una persona in classe, qualcuno potrebbe decidere di sacrificarsi a favore dei compagni e farsi interrogare. Non c’è niente di sacro qui, e non ci sono morti né sangue.

Il professore: qualcuno vuole sacrificarsi per i propri compagni?

Il senso è anche un po’ ironico.

Notate anche l’uso della preposizione. L’uso di “a” generalmente contiene qualcosa di sacro o religioso:

Un agnello sacrificato a Dio

Per” invece è più frequente ma non religioso.

Si è sacrificato per la patria

Un sacrificio per dimagrire

Se facciamo una dieta infatti, dobbiamo rinunciare a qualcosa di buono. Niente dolci, niente cannoli con la la ricotta, niente bucatini alla matriciana!

Hartmut: Facciamo il sacrificio di prendere le distanze da tante cose buonissime.

Giovanni: Qualsiasi privazione o rinuncia per nostra scelta è dunque un sacrificio.

Quanti sacrifici si fanno per i figli? A quante cose rinunciamo per loro?

Tanti vero? Madri e padri che si sacrificano per farli studiare e farli stare in salute.

Non ci pensiamo ché è meglio!

Fare dei sacrifici, significa però anche cercare di risparmiare.

Quest’anno se vogliamo andare in vacanza dovremo fare dei grossi sacrifici.

Dunque anche rinunciare a spendere è un sacrificio.

Esiste anche il verbo sacrificare, che naturalmente ha sempre a che fare con le privazioni e le rinunce. Anche sacrificarsi, come abbiamo già visto in un esempio.

Essendo un verbo generalmente transitivo, bisogna specificare cosa si deve sacrificare, e spesso si indica anche il motivo o la destinazione del sacrificio.

Es.

Il dott. Rossi ha sempre lavorato nella sua vita, ma così facendo ha sacrificato la famiglia per la carriera.

Cioè ha rinunciato alla famiglia perché la carriera era più importante.

Mi sono sacrificato per la famiglia

Stavolta l’ho usato ancora in modo riflessivo.

Ho accettato dei sacrifici per il bene altrui (in questo caso per la mia famiglia) o per un dato scopo.

È invece interessante l’uso dell’aggettivo e sostantivo “sacrificato/a“, in particolare essere sacrificato/a o stare sacrificato/a, riferito a una persona.

Se ad esempio parlo di una persona che fa una vita sacrificata, sta a significare che la sua vita è piena di rinunce e disagi, che fa a meno di tante cose. Queste cose di cui fa a meno sarebbero utili ma deve necessariamente farne a meno, deve necessariamente privarsene, dunque fa un sacrificio, sebbene non proprio volontario, come spesso sono i sacrifici.

Marcelo: Insomma questo poveraccio non si gode certamente la vita. Non bisogna fare voli pindarici per dirlo!

Giovanni: infatti!

Se invece una persona si sente sacrificata, può anche significare che mancano gratificazioni, che si sente sottovalutata, specialmente al lavoro:

Nel mio nuovo lavoro mi sento molto sacrificato.

Le mie qualità non sono utilizzate e io non sto bene in questo lavoro. Mi sto adattando ma soffro.

Anche un oggetto però può essere sacrificato, in più modi diversi:

Quel bel quadro, sul muro della cucina, mi sembra un po’ sacrificato.

Questo significa che è poco valorizzato, proprio come il lavoratore di prima. Sarebbe meglio magari appenderlo altrove, dove si nota un po’ di più e sembra anche più bello.

Oppure (secondo significato):

Per appendere il quadro ho sacrificato le foto dei miei figli.

Il significato qui è diverso perché torniamo al senso “primitivo” del sacrificio, (passatemi il termine) quello di eliminare qualcosa di importante, sebbene non ci sia sacralità in questo caso.

Spesso il senso di disagio diventa scomodità.

In fondo anche la scomodità è una forma di disagio che deriva dalla mancanza di spazio o appunto di confortevolezza, di comodità.

Perché non cambi sedia? Mi sembra che sia un po’ piccola per te, ti vedo che stai un po’ sacrificato.

Su un divano da due posti, in tre persone si sta un po’ sacrificati.

in questo appartamento così piccolo siamo (ci stiamo) un po’ sacrificati.

Stare stretti, in questi casi, è sicuramente più utilizzato.

In qualche modo c’è sempre un senso di sofferenza, che questa derivi da una rinuncia, da una scomodità, da un disagio, una sottovalutazione o una mancata valorizzazione. Il sacro non c’entra quasi mai. Ciò che conta è il senso di rinuncia a qualcosa e una conseguente sofferenza di qualche tipo.

Adesso che l’episodio è terminato, fortunatamente non c’è bisogno che nessuno si sacrifichi per fare un ripasso visto che lo abbiamo già fatto all’interno dell’episodio stesso.

Per questo ringrazio Ulrike, Peggy, Hartmut e Marcelo. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

Il Sasso di Dante Alighieri

Il sasso di Dante Alighieri

Sofie: Oggi come programma del venerdì, che mi piace dedicare a qualcosa di diverso rispetto ad una semplice espressione italiana, voglio parlarvi del cosiddetto “sasso di Dante”. Sono stata deputata da Gianni a raccontarvi questa bella storia.

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705 Per il meglio

Per il meglio (scarica audio)

per il meglio

Trascrizione

Giovanni: Per fortuna si è risolto tutto per il meglio.

Quante volte avete letto o ascoltato questa frase?

Ma voi quale frase avreste usato? Mi rivolgo agli studenti non madrelingua italiana naturalmente.

Per fortuna è andato tutto bene!

Questa è la frase più usata in questi casi da chi sta imparando la lingua italiana, ma perché non imparare qualche buona alternativa?

L’uso del verbo risolvere, che in questo caso diventa “risolversi” rientra tra le alternative. Lo possiamo usare ogniqualvolta si trova la soluzione di un qualsiasi problema. Indica spesso anche una conclusione, come proprio in questo caso “risolvere per il meglio“.

Probabilmente siete curiosi riguardo alla preposizione da usare:

si è risolto tutto per il meglio

Perché usare la preposizione “per”?

La preposizione “per” fa pensare in genere a un attraversamento di uno spazio o a un’idea di tramite.

Per andare a casa passo per la Stazione

Cammino per la strada

Però si usa anche in tanti altri modi. In particolare ci interessa soprattutto l’uso in cui si indica un fine, un obiettivo, una conclusione, come nella frase:

Ascolto Italiano Semplicemente per imparare l’italiano

Oppure  per indicare il luogo verso cui ci si muove, il luogo di destinazione o una destinazione di qualcosa. Un concetto abbastanza simile:

Prendo l’aereo per Roma

Ho qualcosa per te 

Ecco, allora questo si associa bene col verbo risolversi, che come detto può indicare anche una conclusione.

Quando una cosa si risolve per il meglio significa quindi che è andato tutto bene, che alla fine tutto si è concluso nel modo migliore. 

Il meglio” rappresenta la conclusione, come è finita la storia. Tutto è finito nel modo più utile e vantaggioso possibile.

In realtà si può anche evitare di usare il verbo risolvere, infatti si usano spessissimo i verbi essere e andare. In questi casi l’enfasi è sul percorso, sull’evoluzione futura e non sulla conclusione:

Speriamo che le cose vadano (si risolvano) per il meglio

 Speravamo che tutto andasse (si risolvesse) per il meglio 

Con questo virus prepariamoci al peggio, ma speriamo che le cose vadano per il meglio

Gli affari ultimamente non stanno andando per il meglio

Se ci aiutiamo a vicenda, tutto andrà per il meglio

Attenzione adesso:

Le scelte del presidente sono per il meglio del Paese

L’allenatore ha scelto per il meglio della squadra

Notate che in questi due ultimi casi “per il meglio” non indica il superamento di un problema nel migliore dei modi, ma si vuole indicare un beneficiario ben preciso di una azione. In tal senso, “il meglio” è molto simile a “il bene“:

Devi accettare i cambiamenti, perché sarà per il tuo meglio

I medici decidono sempre per il meglio dei loro pazienti

I buoni agiscono sempre per il meglio degli altri

Adesso, certo di agire per il vostro meglio, vi faccio ascoltare un bel ripasso degli episodi precedenti.

Peggy: caro amico, voglio darti un consiglio per il nuovo anno: stai alla larga dai problemi e mantieni le distanze da chi vende fuffa

Marcelo: io posso fare del mio meglio per avere la meglio di tutti i problemi, o meglio, farò qualsiasi cosa, affinché le cose vadano per il meglio, a volte non basta però fare la scelta migliore. Meglio che niente comunque… 

Cat: Non fare il paravento con me! Mica mi imbrogli con i giochi di parole sai! Sono tua madre, e in quanto tale, pur di proteggerti devo essere chiara, a costo di ferirti.

Ulrike: infatti. le magagne sono sempre dietro l’angolo.

Hartmut: I buddhisti dicono: a te viene sempre ciò che ti aspetti. Allora, circa il nuovo anno, ci tengo a dirvi: aspettatevi il meglio e tutto andrà per il meglio!

Irina: Bando alle ciance amici, ditemi ora come rimaniamo con i buoni propositi che alla fine di ogni anno fioccano a destra e a manca? Per lo più sono dimenticati prima di prendere corpo, altro che storie! lasciamo perdere allora!

 

Ristabilire – VERBI PROFESSIONALI (n.73)

Ristabilire è il verbo numero 73 della speciale sezione verbi professionali.

Durata: 15 minuti

Lista dei verbi professionali 

 

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704 Scomodare

703 Ridotto male o malridotto?

Ridotto male o malridotto?

 

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702 Battute, frecciatine, barzellette e freddure, gag, siparietti e macchiette

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Battute, barzellette e freddure, gag, siparietti e macchiette 

Sapete la differenza tra le battute, le barzellette e le freddure?

La vediamo subito perché questo episodio lo dedico alle risate, al divertimento e all’ilarità.

Sono tre cose che fanno ridere, o che vorrebbero far ridere, nel senso che hanno un obiettivo comune, quello di far almeno sorridere una persona.

Una battuta è una breve frase o risposta, o un commento a un fatto che vuole essere in genere spiritoso.

Altre volte invece una battuta può trasformarsi in una cosiddetta frecciata o frecciatina ad una persona.

Apriamo una parentesi sulle frecciatine, che sono dirette ad una sola persona.

Una frecciatina (o frecciata) è una allusione maliziosa, pungente, che serve a “colpire” (proprio come una freccia) una persona, per farle capire qualcosa.

Le frecciatine generalmente non fanno ridere, anzi, si danno, si “tirano” o “lanciano” (proprio come le frecce) a persone alle quali si vuole dare una lezione. È difficile tirare frecciatine, perché solo la persona alla quale è destinata dovrebbe accorgersene, ma spesso anche altri se ne accorgono.

Le frecciatine non possono essere troppo esplicite perché siamo in un contesto in cui non si può dire apertamente ciò che si pensa. A volte basta un’occhiataccia, altre volte basta solo una parola. Questa parola punge, fa male. 

Le battute però generalmente sono fatte per divertire.

A volte capita che, facendo una battuta, si ottiene un effetto indesiderato: qualcuno si offende, o si invade troppo la privacy di qualcuno, o si ha un eccesso di confidenza, si urta la sensibilità di una persona, si confida un segreto indirettamente.

Bisogna essere bravi anche per fare battute, qualunque sia l’obiettivo di chi le fa.

Le battute sono molto brevi, e la cosa che dovrebbe far ridere è l’uso di un doppio senso, un riferimento particolare, un gioco di parole, il fatto di ironizzare su un difetto di una persona, eccetera.

In una battuta non c’è una storia, ma è qualcosa di molto breve, e non è un caso che si usi il termine battuta che ha anche il senso di “colpo“.

Poi le battute fanno quasi sempre riferimento ad una o più persone, si riferiscono spesso agli individui presenti e infatti possono risultare offensive. Spesso sono anche volgari e razziste, altre volte maschiliste. Le battute si fanno. Questo è il verbo da usare.

Le battute si fanno spesso per rendere l’atmosfera più allegra, per sdrammatizzare o anche per fare ironia e autoironia.

La Barzelletta è tutt’altra cosa. La barzelletta innanzitutto non si fa, ma si racconta.

La barzelletta è infatti un breve racconto, sempre umoristico, che ha lo scopo di far ridere, e queste risate, se la barzelletta funziona, sono improvvise al termine della barzelletta.

Solo alla fine di una barzelletta si ride, perché ciò che fa ridere nella barzelletta è l’esito finale. È ancora più difficile far ridere raccontando una barzelletta, perché sono molti i fattori coinvolti: saperla raccontare è importantissimo. I tempi comici sono fondamentali. Poi, una barzelletta non va mai spiegata. Poi una barzelletta non si riferisce mai alle persone presenti.

Infine le freddure, che sono delle battute basate per lo più su un gioco di parole.

Non sono dirette a persone presenti in quel momento, né delle storie come le barzellette. Semplici giochi di parole.

Ad esempio:

Siamo a tavola. Il papà non arriva. La mamma dice di iniziare. I figli dicono: ma non dobbiamo aspettare papà?

La mamma dice: zitto tu, che nemmeno eri nato se aspettavo papà!

Questa è una battuta.

Come si chiama l’ape più pesante del mondo?

L’ape peronata.

Questa è una freddura. È un gioco di parole.

È morto l’inventore dei Compact disk, detti CD.

CD Spiace

Anche questa è una freddura.

Vi racconto una barzelletta adesso.

Una ragazzina di 4 anni dice alla zia: come mai tu non hai fatto figli?

La zia, imbarazzata non sa cosa dire. Poi la mamma della bambina interviene è dice: beh, la cicogna non ha ancora portato bambini alla zia.

La ragazzina prontamente ribatte: perché non cambi uccello?

Ecco, questa è una barzelletta. Un po’ osé, ma pur sempre una barzelletta.

Poi esistono anche gli indovinelli, in cui bisogna indovinare qualcosa. Ma gli indovinelli sono si per divertirsi, ma non è detto facciano ridere.

A volte un indovinello è simile a una barzelletta.

Cosa fa un cammello su un tiramisù? Attraversa il dessert!

Questo è un indovinello. Somiglia anche a una freddura.

A volte sono più lunghe e sono dei veri rompicapo:

Può essere passato anche se è presente

Il minestrone

Ci sono anche le cosiddette gag, che si possono fare da soli o in più persone. Una gag fa ridere, ma somiglia più a qualcosa di teatrale, quindi quando si fa una gag, si fa qualcosa di spiritoso e si interpreta una parte, tipo un attore teatrale. Abbastanza breve, in genere è una gag. Fa parte del linguaggio dello spettacolo, lo scopo è suscitare l’ilarità dello spettatore.

Però una gag si può svolgere in ogni luogo e generalmente è qualcosa di improvvisato.

Somiglia molto alla parola siparietto. Il sipario è la tenda che si chiude e si apre nel teatro. Invece il siparietto è una scenetta, qualcosa di divertente a cui si assiste, ma normalmente è una scena naturale, non fatta apposta per ridere. Può essere un battibecco, una discussione divertente a cena tra moglie e marito che discutono.

Chi assiste potrebbe dire che sono stati intrattenuti con un siparietto tra moglie e marito.

Come se si fosse trattato di una scena teatrale.

Un siparietto però è anche qualcosa di non divertente ma che rappresenta un tipo di relazione o scontro tra due persone, che si vede spesso.

Spesso nelle trasmissioni tv si vedono molti siparietti di questo tipo quando si scontrano due personaggi che la pensano diversamente su un aspetto.

Si parla spesso di “solito siparietto

Non facciamo il solito siparietto altrimenti le faccio togliere l’audio!

Non voglio assistere al solito siparietto tra destra e sinistra

Il termine siparietto fa pensare al teatro perché un siparietto è un confronto tra due persone, due idee, due punti di vista che però fa emergere cose divertenti o cose che sembrano un po’ teatrali.

Lasciatemi infine accennare alla macchietta. Si parla di macchietta quando vediamo una persona dai tratti o dal comportamento bizzarri e singolari, che suscita ilarità e simpatia. Anche una macchietta fa ridere, e sembra irreale per la sua singolarità. Comunque si parla di una persona.

Fa pensare a una caricatura, un disegno in cui si evidenziano e si amplificano i tratti. Ma si pensa anche ad una vignetta, disegnata per rappresentare una persona buffa, stravagante e bizzarra.

Tuo cugino è proprio una macchietta!

Un tipo particolarmente divertente, per il suo aspetto o per le sue battute.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Rafaela: Posso fare una battuta oppure mi date del/della ritardatario/a?  Vabbè la faccio lo stesso:  Con italiano Semplicemente abbiamo fatto 13! Parlo dei minuti però, quelli dell’episodio di oggi!  
Peggy: eh? abbiamo fatto 13? Ma scusate, io questa battuta non la capisco perché hai usato un’espressione che ancora non è stata spiegata! In compenso mi hai fatto incuriosire! 
Sofie: fare 13 significa essere molto fortunati perché abbiamo trovato la soluzione definitiva ad un problema. E’ un’espressione che viene dal gioco del totocalcio, in cui bisogna indovinare 13 risultati di altrettante partite di calcio e quando ciò accade si vincono un sacco di soldi. Si usa spesso fare 13 anche in senso figurato, come nel caso della battuta di Rafaela. Per inciso, Rafaela dovrebbe darsi una regolata e non usare espressioni che nessuno conosce! 

701 Ridursi all’ultimo, ritardatario e tardivo, per tempo e in tempo

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Ridursi all’ultimo, ritardatario e tardivo, per tempo e in tempo

Sofie: benvenuti nell’episodio numero 701 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. In quanto membro dell’associazione Italiano semplicemente sono stata deputata a fare l’introduzione del presente episodio.

 

 

La lingua del sì

La lingua del sì

Descrizione

Lo sapevate che la lingua italiana, da Dante Alighieri era chiamata “la lingua del sì” ?

Durata: 6 minuti

Episodio del corso settimanale di lingua e cultura italiana. Disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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700 Sette, la sette giorni

Sette, la sette giorni (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: benvenuti nell’episodio numero 700 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Parliamo proprio del numero sette. Un numero? Non c’è dubbio su questo. Tranquilli, non voglio smontare le vostre certezze.

Voglio cogliere però l’occasione per dirvi alcune cosette di questo numero che possono risultare interessanti.

Partiamo dall’articolo. Cominciamo dal singolare.

Oltre a “il sette” che esprime il numero nudo e crudo, esiste anche “La Sette” , ma in questo caso si sta parlando di un canale tv. La maggioranza delle volte in questo caso si scrive LA7 scrivendo il numero attaccato all’articolo.

Poi, riguardo al plurale, se dopo c’è un sostantivo, l’articolo normalmente deve accordarsi:

I sette fratelli

Le sette sorelle

Eccetera.

Comunque ci sono eccezioni. Esiste infatti anche un’altra “la” sette. Ad esempio:

La sette giorni

Ma, direte voi, non si dice “i sette giorni”?

Certo, ma non è proprio la stessa cosa. Questo vale anche per gli altri numeri. Non solo per il numero sette.

La due giorni

La tre giorni

La quattro giorni

Eccetera

L’articolo la si usa solamente quando si parla di eventi, manifestazioni che hanno una durata di due giorni o tre giorni o quattro eccetera.

La sette giorni pertanto è generalmente un evento qualsiasi che dura sette giorni.

Dico “generalmente” perché si può parlare in realtà di qualunque cosa che duri un certo numero di giorni, non solo di eventi veri e propri.

Si legge ad esempio che la sette giorni può essere una dieta della durata di sette giorni.

Quindi anziché dire “la dieta dei sette giorni“, se stiamo parlando di diete potremmo dire “la sette giorni”. Questo significa che ne abbiamo già parlato, e chi ascolta capisce che si tratta di una dieta, proprio come quando parliamo di una festa o un evento di una certa durata:

La due giorni di Agliana

Che ad esempio è un evento sportivo, una gara ciclistica.

Di “due giorni” ce ne sono moltissime soprattutto riguardo ad eventi sportivi. Basta fare una ricerca su internet.

La maggioranza delle volte si parla di eventi, feste, manifestazioni. Si usa in particolare nelle notizie.

Si è chiusa la sette giorni di “giardini in festa”

che è appunto una manifestazione di sette giorni.

Il Festival Internazionale della Robotica si svolge dal 27 settembre al 3 ottobre a Pisa. Durante la sette giorni si parlerà anche di medicina e chirurgia.

Esiste anche:

“Milano Food Week”, la sette giorni dedicata al gusto.

Anche questa è una manifestazione.

Si può comunque parlare anche dei sette giorni e non della sette giorni:

La dieta dei sette giorni

Le battaglie dei sette giorni

Eccetera

In questi casi però si specifica di cosa si sta parlando: diete e battaglie. Generalmente non si tratta di eventi e manifestazioni.

Questo comunque vale anche per gli altri numeri. Ma restiamo sul numero sette.

In sette giorni si dice si sia creato il mondo e per questo motivo esiste la “settimana“. Ma il sette è il numero che rappresenta un sacco di cose:

I sette vizi capitali

Biancaneve e i sette nani

I sette re di Roma

I sette colli di Roma

I sette chakra

Sette, d’altronde, è il numero buddhista della completezza.

Sette sono anche i doni dello Spirito Santo nel Cristianesimo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio.

Per non parlare della “settima arte” cioè il cinema. Perché settima?

Perché la prima arte è l’architettura,

la seconda arte è la Musica,

la terza arte è la Pittura,

la quarta arte è la Scultura,

la quinta arte è la Poesia,

la sesta arte è la Danza

Sette sono anche le note musicali e sette sono anche gli anni di sfortuna quando si rompe uno specchio.

Ci sarebbe molto da dire sul numero sette. Ma a noi interessa il 700 in realtà, come il numero dell’episodio di oggi.

Il numero 7 simboleggia, tra l’altro, anche la conoscenza, lo studio, l’apprendimento e l’insegnamento. La cosa inizia a diventare interessante. Ah, quasi dimenticavo le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente! Sarà un caso?

Lo zero invece simboleggia la scelta, il potenziale e le nuove opportunità.

E allora cosa dire del numero 700? Il numero 700 unisce l’apprendimento alle opportunità e quindi rappresenta l’utilità e le opportunità che possono arrivare dall’apprendimento.

Allora questo mi sembra un chiaro invito a continuare con l’ascolto degli episodi di italiano Semplicemente.

Avrete così l’opportunità di apprendere sempre più cose della lingua italiana.

Che ne dite?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente l

Komi: ci mancherebbe che adesso smettiamo! Dopo tutta la fatica che abbiamo fatto, tanto vale arrivare almeno fino all’episodio 5000, sempre che Gianni sarà disposto a supportarci fino a quel punto.

Olga: io non sono affatto provato! Anzi direi che vado alla grande! Adesso finalmente inizio ad ingranare!

Bogusia: di questo passo, di qui a tre mesi o giù di lì saremo arrivati a 1000 episodi. Favoloso!

Marguerite: si, va bene, io però se gli episodi non si accorciano un po’ vi dico subito che smetterò di ascoltarli. È una questione di principio.

Peggy: cos’è, un aut aut il tuo? Non è il momento di fare ultimatum adesso! Manco ti facesse male ascoltare qualche secondo in più!

Ulrike: infatti! Anche io prendo le distanze da affermazioni di questo tipo. A volte Marguerite sei di un noioso che non ti dico!

699 La fuffa

La fuffa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Tra i termini italiani più curiosi rientra sicuramente la “fuffa“.

Si usa soprattutto quando qualcosa crediamo che non abbia alcun valore, specie se pretende di averne.

Questa cosa che stiamo giudicando molto male, è la maggioranza delle volte qualcosa che si mostra, come ad esempio un tipo qualsiasi di arte. Potrei dire ad esempio, se non mi piace per niente l’arte contemporanea, che l’arte contemporanea è tutta fuffa.

Si parla sempre di qualcosa che si vorrebbe “vendere”, tra virgolette. Metto le virgolette perché si può trattare di merce, di oggetti, di prodotti che valgono poco, ma la maggioranza delle volte si tratta di parole, di cose dette da qualcuno che non valgono nulla, e che spesso vengono pronunciate con lo scopo di imbrogliare le persone.

Quando si tratta di vera merce, la fuffa è merce cosiddetta anche “dozzinale”, di scarsissimo o nessun valore. In questi casi si parla anche di ciarpame, di paccottiglia. Roba che non vale niente e che invece viene spacciata per roba di valore. Ma in realtà è tutta fuffa.
Se parliamo di cose che si dicono, come dichiarazioni, affermazioni o argomentazioni varie, il loro scopo è convincere le persone per qualche motivo ma fatte con l’intento di ingannare.
Si tratta di cose anche dette inconsistenti, senza capo né coda oltre che ingannevoli.
Nel momento in cui si dice che si tratta di fuffa, o di “tutta fuffa”, è come dire:

Questa roba non ha alcun valore, non lasciatevi ingannare,

Non ha detto nulla e quello che ha detto sono solo chiacchiere

Vuole ingannarci con tutti questi paroloni.

Non c’è sostanza nelle sue parole

Sono solo chiacchiere, non credete a queste cose

In pratica non c’è alcun fondamento nella fuffa, oppure non ha alcun significato, o sono cose prive di sostanza.

Lui una persona competente? Ma è tutta fuffa!

Un termine che si può usare per commentare una dichiarazione pubblica di un politico, o tutte le cose che teniamo in soffitta e che sono da gettare.

Oppure le promesse che fa un ragazzo a una ragazza (o viceversa) se non crediamo per niente che si tratti di cose credibili.

Un termine che sicuramente dà colore alla nostra affermazione ma che risulta molto offensivo se lo utilizziamo per commentare ciò che ha detto o scritto una persona.

Potremmo chiamarle anche sciocchezze, stupidaggini, amenità, chiacchiere, stronzate, luoghi comuni e chi più ne ha, più ne metta. Ma nella fuffa, se si parla di cose dette, c’è la componente dell’imbroglio che è prevalente e che la rende unica nel suo genere.

Allora cosa ha detto il direttore? Ci aumenterà lo stipendio come ha promesso? Oppure è stata la solita fuffa di fine anno?

In campagna elettorale tutti promettono meno tasse. Fuffa! Solo fuffa.

Sveglia! E’ tutta fuffa!!

A me ad esempio in quest’ultima frase dà molto fastidio la parola “sveglia”, che si sente spessissimo sulla bocca di persone che cercano sempre di venderci fuffa!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Peggy: scusate la parola “uffa” ha qualcosa a che fare con la fuffa? Ha ugualmente il senso di imbroglio o giù di lì?

Rauno: Per quanto mi risulti, se dici “uffa” stai semplicemente sbuffando! Ti stai forse annoiando?

Marcelo: Aspettate che controllo… dunque dunque… il dizionario non lo trovo. Mi sa che si fa prima a vedere su internet!

Sofie: mi sa di sì, ma attenti ai siti farlocchi, ché ce ne sono svariati. C’è un sacco di fuffa nella rete!

Ulrike: Uffa! Non ti ci mettere pure tu con le parole nuove adesso!

La connivenza – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 19)

La connivenza

Politica italiana, episodio numero 19. Parliamo della connivenza. Un termine che quando si legge e quando si utilizza parliamo sempre di malaffare, di malavita, di criminalità, di affari illeciti, di ruberie. Un tacito assenso che diventa colpevolezza.

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connivenza

698 Il paravento

Il paravento (scarica audio)

Trascrizione

Irina: Se un italiano mi dice che sono una paravento, io cosa dovrei rispondere?

Giovanni: beh, non è detto che tu debba preoccuparti Irina, perché magari questa persona stava solo scherzando. Poi comunque non è così grave.

Questo termine infatti, se utilizzato per qualificare una persona, è abbastanza simile a furbo.

Il termine in realtà ha diversi significati e vale la pena di vederli insieme.

Quello di indicare un particolare tipo di furbizia è sicuramente l’uso più familiare, ma dobbiamo dire che con questo utilizzo l’aggettivo più usato è in realtà un altro: paraculo o paracula.

Paravento ne è un forma un pochino più gentile. Inoltre non cambia al maschile e femminile.

Infatti paraculo si dice di una persona scaltra e opportunista. Quindi è un mix tra furbizia e egoismo.

La persona paracula (o paraculo, anche la femminile) si “para” il sedere (culo) cioè si ripara, cioè si protegge il sedere. Naturalmente il proprio sedere è la parte del corpo che simboleggia il punto debole, dove puoi essere colpito.

Quindi chi si para il culo si sta proteggendo, sta facendo il suo interesse, infischiandosene degli interessi degli altri, spesso nascondendo le proprie azioni con furbizia.

Pararsi il culo/sedere è in realtà anche un’altra espressione, con un uso leggermente diverso che vedremo in uno dei prossimi episodi.

Per descrivere un bambino furbetto è più adatto comunque paravento piuttosto che paraculo, proprio perché non vogliamo offenderlo, ma solo evidenziare una sua caratteristica di furbizia e magari anche un po’ di malizia.

Che paravento che sei! Riesci a cavartela sempre con l’astuzia!

Tuo figlio è proprio un paravento! Trova sempre una scusa per giustificare le sue marachelle!

Paravento può sostituire paraculo ogni volta che vogliamo attenuare il senso di egoismo o non offendere.

Ma il paravento è anche una specie di mobile che serve ad esempio a ripararsi dal vento. Parare è simile a riparare, ma parare si usa più spesso in senso figurato.

Il paravento è dunque una sorta di parete flessibile, adattabile e orientabile, a seconda delle esigenze, che può anche servire per nascondersi dalla vista degli altri.

Ancora, il termine paravento si utilizza anche per indicare una complicità nei confronti di comportamenti poco ortodossi o illeciti.

Quindi una persona si dice che può fare o servire da paravento a qualcuno.

La funzione di questa persona è proteggerne un’altra in qualche modo, ma si tratta di nascondere un’attività illecita, irregolare, facendola sembrare regolare.

In questi caso si ripara non dal vento ma dalla legge, e se una persona funge da paravento a/per qualcuno, è suo complice. Quindi ne copre le malefatte, le irregolarità, magari agevolandole, quindi aiutando questa persona.

Quindi esiste il paravento come mobile, come persona furba e opportunista, in sostituzione di paraculo, e esiste l’espressione fare/servire/fungere da paravento a/per qualcuno quando si “coprono” (il verbo non è casuale) le irregolarità di un’altra persona.

Adesso ripassiamo.

Irina: ho il beneplacito del gruppo per abbozzare un ripasso?

Anne France: assolutamente sì ma vedi di non farla troppo lunga. Sono personalmente per le lezioni che non sforino i tempi a loro dedicati.

Edita: io sono di diverso avviso però. Spero che me lo permettiate. Ma ho veramente una voglia smodata di ascoltare l’italiano perché l’ascolto è proprio l’ausilio che mi serve per portare sempre più in alto il mio italiano. Quindi Giovanni esageri pure con le spiegazioni dei termini.

Hartmut: in ogni caso ragazzi, non c’è bisogno che esprimiamo il nostro parere al riguardo. Tanto lui andrà avanti come gli pare facendo marameo all’idea di sottostare al limite di 120 secondi. Vedete, lui è romano a tutti gli effetti e per via della sua romanità lui non ha niente a che spartire con la puntualità.

Peggy: questo fatto mi giunge nuovo ragazzi. Allora si può concludere che la romanità e la puntualità stanno agli antipodi?

Ulrike: Ma che puntualità d’Egitto? Più che altro è un tipo loquace. E quando si tratta della giornata della voce (cioè il giovedì) non vorrete essere da meno spero. Quindi parlate a ruota libera!

Peggy: avete ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Giovanni: giusto. Brava Peggy. Ed io non voglio essere da meno!

697 Smodato

Smodato (scarica audio)

Trascrizione

voci di Giovanni e Emanuele

Oggi ci occupiamo dell’aggettivo smodato.

Parliamo di un tipo particolare di esagerazione.

Smodato infatti significa eccedente i limiti. Una cosa smodata è esagerata, eccessiva.

Esempio:

Giovanni ha un desiderio smodato di successo

Mario ha sempre avuto una fame smodata

Anche una persona può essere definita smodata.

Parliamo di chi oltrepassa certi limiti.

Non è mai qualcosa di positivo quando si parla di qualcosa di smodato.

Una persona che fa uso smodato di alcool è incapace di farne a meno. Esagera, va oltre i limiti, non ha freni, non si regola quando beve bevande alcoliche.

C’è chi ha una voglia smodata di dolci e ugualmente non si tratta di qualcosa di normale, che si riesce a controllare.

Viene dalla parola modo. La lettera iniziale ha valore sottrattivo, quindi si potrebbe dire che “non c’è modo” di contenere qualcosa di smodato.

Si potrebbe anche usare l’aggettivo sfrenato/a.

Un desiderio smodato di gloria.

Una voglia sfrenata di sesso

Manca il senso della misura. Anche questa è una espressione che si usa molto spesso:

Quando mangi non hai mai il senso della misura

Oppure:

Ho mangiato oltremisura

In pratica ho esagerato, ho mangiato troppo.

Sono stato smodato nel mangiare

Non bisogna bere smodatamente

Cioè:

Non bisogna bere in modo smodato

Paola è smodatamente ambiziosa.

Paola è ambiziosa oltremisura

Mario eccede sempre i limiti, è sempre smodato

C’era un chiasso smodato nel ristorante

C’è una differenza, se vogliamo, tra l’uso della smodatezza e il termine oltremisura.

Sono entrambe indicativi di esagerazione e di eccesso, ma la smodatezza in genere riguarda una caratteristica di una persona. Invece l’avverbio oltremisura ha un senso di straordinarietà o di eccezionalità: stavolta si è andati oltre la misura, cioè oltre l’ordinario, la normalità.

Di conseguenza quando si mangia in modo esagerato in una singola occasione meglio usare oltremisura, mentre se lo si fa sempre, allora meglio dire che si è smodati nel mangiare, ciò non toglie che io possa ugualmente dire che in un’occasione particolare si è mangiato in modo smodato o smodatamente.

Le esagerazioni e gli eccessi sono invece termini più generici che vanno bene in ogni occasione.

Poi c’è anche la smisuratezza, che si avvicina molto alla smodatezza, nel senso che quando una cosa è smodata può definirsi anche smisurata, ma la smisuratezza non contiene necessariamente un giudizio morale.

L’universo, ad esempio, è smisurato, dunque è grandissimo, grande oltre ogni misura, ma semplicemente perché non si può misurare.

La bontà di Dio è smisurata, ammesso e non concesso che si creda in Dio.

Possiamo ugualmente dire che Lionel Messi è smisuratamente bravo à giocare a calcio. Ma così dicendo Cristiano Ronaldo si potrebbe arrabbiare oltremisura.

Avete pertanto capito che la smodatezza ha anche la prerogativa di essere prevalentemente usata per descrivere dei difetti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: dovete sapere che ogni domenica, nella nostra bella associazione, si legge un brano della letteratura italiana. Ieri è toccato di nuovo a Moravia. Questo racconto, intitolato “Tirato a sorte” mi è piaciuto molto. Bello vero?

Sofie: Eccome! Bel racconto, tanto quanto la lettura di Giuseppina. Un grazie a lei da tutti noi. Il suo apporto per noi è sempre importante. Quanto all‘apprendimento ci va sempre di lusso nel gruppo whatsapp dell’associazione.

Marguerite: Si, su questo non ci piove. Grazie mille Giuseppina.

Ulrike: a proposito di Moravia. Nel racconto di ieri mi sono balzate agli occhi alcune frasi di due minuti come: a tratti, tutto ad un tratto, manco per, sostenuto e ben presto.

Marcelo: le ho viste anch’io. Io a mia volta, vorrei parlare di alcune parole nuove per me: ciancicato, rimbeccare, immusonita, scorfano, imbronciato e impuniti.

Peggy: ehi, vacci piano, è una bella caterva di parole. Che fai, te le cerchi?

Edita: Una volta per tutte basta con i litigi. non è bene apostrofare nessuno. Quando sarà il caso Gianni ci spiegherà tutto. È risaputo che ha il tempo risicato. Siamo ormai un nutrito gruppo di amanti della lingua italiana.

Peggy: va beh, Come non detto, allora non me ne vogliate per questo mio sgarro.

Bogusia: Allora diamoci da fare con questo ripasso, perché non mi sconfinfera spaparanzarmi sul divano senza far niente, non è proprio cosa.

Programma settimanale 13-19 dicembre 2021

Corso di Italiano

Programma settimanale 13-19 dicembre 2021

lunedì: l’aggettivo “smodato”

martedì: ll notiziario del giorno + “Il paravento” (episodio rubrica 2 minuti con IS)

mercoledì: “la connivenza” (politica italiana)

giovedì: videochat ore 14 + “glissare” (episodio rubrica 2 minuti con IS)

venerdi: “la lingua del sì” (letteratura italiana)

sabato: leggiamo il racconto di Moravia dal titolo “Gli occhiali 😎”

domenica: le freddure, le barzellette, le battute

Per iscrizioni italianosemplicemente.com/chi-siamo

696 Un sostantivo di fortuna

Un sostantivo di fortuna (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi vediamo un modo particolare di utilizzare il termine fortuna.

Non ne abbiamo mai parlato prima, neanche in un episodio in cui si è parlato di tutti i modi per esprimere il senso della fortuna.

Il fatto è che il legame con la fortuna non è molto evidente

Vi faccio alcuni esempi e poi cerchiamo di capire insieme cosa c’entri la fortuna.

Molte persone arrivano in Italia a bordo di imbarcazioni di fortuna.

Sono riuscito a sostenere un esame universitario in una stanza d’albergo, con una connessione internet di fortuna.

Abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna

Ho finito la benzina. Sono tornato a casa con mezzi di fortuna

C’era una tempesta e il pilota ha dovuto tentare un atterraggio su una pista di fortuna

Forse avrete già capito che quando si parla di qualcosa “di fortuna” si sta parlando di un qualcosa di improvvisato o che costituisca un ripiego in caso di necessità.

Se parlo di imbarcazioni di fortuna voglio esprimere il senso di precarietà, di insicurezza e del pericolo che si corre usando una tale imbarcazione. Può trattarsi ad esempio di una vecchia e malridotta barchetta.

Se abbiamo riparato la macchina rotta con strumenti di fortuna, abbiamo usato non dei veri strumenti professionali, ma qualcosa che abbiamo trovato all’ultimo momento e che abbiamo usato a questo scopo.

Magari al posto di un martello abbiamo usato un sasso, ad esempio.

Se ho finito la benzina e sono tornato a casa utilizzando dei mezzi di fortuna, magari ho fatto l’autostop, oppure mi ha dato un passaggio un signore a cavallo, o un ragazzo con la sua bicicletta.

Se infine stavo volando su un aereo e arriva una tempesta di vento, se l’aereo si trova in pericolo di cadere il pilota potrebbe optare per un atterraggio su una pista di fortuna, magari su una strada o su un prato.

Si può parlare in questo caso di atterraggio di fortuna, sperando che le cose vadano bene.

Questo è il motivo dell’uso della parola fortuna. Dunque non siamo fortunati se tentiamo un atterraggio di fortuna, ma semplicemente speriamo di riuscire lo stesso a ottenere un risultato. Serve un po’ di fortuna per farlo, ma non è detto che arriverà.

C’è sempre improvvisazione, un modo di far fronte ad una necessità con ciò che si ha, con i mezzi à disposizione e questo porta solitamente ad una conclusione positiva.

Anche nell’esempio dell’esame universitario fatto col computer in una stanza d’albergo usando una connessione internet di fortuna, si parla di una cosa che è andata a buon fine, che è finita bene, si è risolta positivamente nonostante le condizioni non fossero favorevoli.

Questa quindi è una locuzione che si può usare sempre in casi simili in cui si improvvisa (solitamente con successo) una soluzione in mancanza degli strumenti più adatti ma trovando qualcosa in sostituzione, non potendo fare altrimenti, considerate le circostanze.

C’è sempre un problema da risolvere.

Questa locuzione si collega con un’altra espressione che abbiamo già visto: “fortuna vuole“. In alcuni casi infatti si possono usare in modo simile:

Es:

L’aereo stava finendo il carburante e nelle vicinanze non c’era una pista di atterraggio. Fortuna ha voluto che il pilota ha potuto usare un’autostrada come pista di atterraggio di fortuna.

Non sempre la locuzione “di fortuna” è legata al successo però.

Lo abbiamo visto con l’esempio dell’imbarcazione di fortuna, che trasmette, come detto, la pericolosità del viaggio, e spesso la tragicità, considerando che molte di quelle imbarcazioni di fortuna si rovesciano.

Il sostantivo da usare prima della locuzione può essere singolare plurale (imbarcazione, mezzi, strumenti, connessione ecc) a seconda del caso.

E voi, avete mai improvvisato qualcosa con mezzi di fortuna?

Edita: a me quando accade un guaio o mi caccio in qualche casino, di solito la fortuna mi fa marameo.

Albéric: beh, ci sono dei giorni particolari in cui proprio non è cosa ed è meglio starsene a casa al sicuro.

Hartmut: la sfortuna secondo me non esiste. Si fa presto a dire sfortuna. La verità è che bisogna organizzarsi e stare sempre sul chi vive perché un inconveniente può sempre accadere.

Irina: non dire amenità. Può capitare a tutti che non si abbiano gli strumenti più adatti. Metti che adesso ad esempio ti si rompe il cellulare. Non mi dire che ne hai uno di ricambio in tasca!

Peggy: Avete Appena ascoltato un ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Cat: se non sono indiscreta, ci sono anch’io.

Danita: anche questo episodio è finito. Allelùia.

695 Marameo

Marameo (scarica audio)

Trascrizione

Fonte immagine: http://www.accademiadelloscivolo.it/banda-del-marameo/

Giovanni: oggi vediamo un termine molto divertente: marameo.

Si tratta di una parola scherzosa in cui si imita il verso del gatto (miao).

È una parola che si usa in senso di sfida e che si pronuncia imitando il verso del gatto ed eventualmente poggiando il pollice della mano sulla punta del naso (o volendo anche sulle orecchie) e agitando velocemente le dita tese.

Si fa anche con due mani, in fila sul naso o sulle orecchie, una a destra e una a sinistra.

È una vera presa in giro, scherzosa però.

Fare marameo è simile a dire:

Così impari!

Un’espressione che abbiamo incontrato recentemente.

Non ha però esattamente lo stesso utilizzo, perché non ha né valore di rimprovero né si pronuncia per dare una lezione.

Si tratta in realtà di una parola che esprime soddisfazione per qualcosa che è accaduto, e che invece non soddisfa affatto l’altra persona alla quale si fa marameo.

Si usa spesso con i bambini, quando ci si rincorre, cioè quando un bambino cerca di prendere l’altro.

Se un altro bambino cerca di prendermi, io scappo, fuggo, e mentre scappo gli dico:

Marameo!

È un messaggio di sfida dunque come a dire:

Sono qui, vieni a prendermi! Tanto non ci riesci!

Oppure:

Io ho vinto e tu hai perso!

Un altro esempio:

I giorni scorsi mia figlia aveva un compito in classe molto impegnativo, ma proprio quel giorno gli studenti hanno scioperato. Così la professoressa ha dovuto, suo malgrado, rimandare il compito.

Nel gruppo whatsapp della classe, appena appresa la notizia dello sciopero, uno studente ha avuto la sfacciataggine e il coraggio di fare marameo alla professoressa. Per farlo ha usato una “faccina” di WhatsApp.

Marameo

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Edita: certo che ci vuole una bella faccia di bronzo per fare marameo alla professoressa!

Danita: eh sì! Una faccia di bronzo bell’e buona!

Marcelo: sicuramente non avrà un occhio di riguardo con lui quando verrà interrogato. Ben gli sta. Così impara.

Jon: gli insegnanti vanno rispettati. Certi comportamenti non vanno né assecondati, tantomeno tollerati.

André: ai miei tempi te la dovevi vedere col preside. E dire che sono passati solo trent’anni!

40 – Le migliorie – ITALIANO COMMERCIALE

Le migliorie

Episodio disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

 

Descrizione

Vediamo la miglioria e l’utilizzo appropriato dei verbi apportare e presentare.

694 Spaparanzarsi

Spaparanzarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto i verbi ficcarsi e schiaffarsi, un verbo altrettanto informale, che si usa spesso in famiglia è spaparanzarsi. Un altro verbo riflessivo.

Spaparanzarsi deriva dal dialetto napoletano e significa sdraiarsi o sedersi molto comodamente, abbandonando il corpo in una posizione rilassata e spesso anche scomposta.

La frase più comunemente usata è:

Spaparanzarsi sul divano

Appena entro a casa stasera mi spaparanzo sul divano. Non vedo l’ora!

Oggi vado al mare e mi spaparanzo sulla spiaggia!

C’è anche la versione spaparacchiarsi.

Dopo pranzo ci siamo spaparacchiati sulla veranda a prendere il sole. Non ti dico come si stava bene!

C’è il senso della goduria, del piacere, del rilassamento totale e meritato.

Non c’è quasi mai quella connotazione negativa che invece sta nel verbo schiaffarsi, che, nonostante talvolta si usi con senso simile, è quasi sempre inteso un atto di egoismo e menefreghismo.

Se volessi criticare una persona che sta spaparanzata sul divano userei un altro verbo: il verbo stravaccarsi. Molto familiare anche questo.

Sono due ore che te ne stai stravaccato sul divano. Non mi dai una mano a sistemare casa?

Chissà perché si usa l’immagine della vacca! Povera vacca!

Dicevo che nella posizione spaparanzata c’è anche un forte senso di scompostezza.

La scompostezza in generale esprime disordine, mancanza di equilibrio, mancanza di attenzione o di cura.

È l’opposto della compostezza. Quindi una cosa scomposta è priva di compostezza, e se parliamo di una posizione del corpo vuol dire che non è rispettosa dell’opportuna decenza. È sconveniente, è sguaiata.

Vuoi stare in una posizione più composta per favore?

Stai composto quando ti siedi!

Scomposto infatti è un aggettivo che spesso viene associato alla posizione di qualcuno o qualcosa quando non è ordinata, diritta, corretta.

Anche i capelli o la pettinatura spesso vengono definiti scomposti:

Dove vai con i capelli così scomposti? Datti una pettinata!

Siediti composto, quando imparerai l’educazione? Stai diritto con la schiena!

Spaparanzarsi comunque ribadisco che esprime generalmente una pura goduria, una rilassatezza completa, e normalmente non si usa per rimproverare qualcuno per l’eccessiva scompostezza assunta su una poltrona, una sedia o un divano.

Adesso un breve ripasso:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marguerite: sarà pure una posizione goduriosa, ma quando mio figlio si schiaffa davanti alla tv e si spaparanza sul divano a me viene subito il nervoso. Altro che storie!

Karin: Colpa tua che non l’hai educato come si deve!

Hartmut: e ti pareva che anche oggi non ci scappava la discussione!

693 Prendere le distanze

Prendere le distanze (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vediamo la frase “prendere le distanze“, una espressione che abbiamo già accennato in un episodio dedicato al verbo prendere.

In quell’episodio non vi ho però detto proprio tutto tutto.

Ho spiegato che “prendere le distanze” da qualcosa significa stare lontano da qualcosa o allontanarsi da qualcosa, similmente a mantenere le distanze.

Non si tratta di una distanza necessariamente fisica.

Si usa infatti per indicare un disaccordo, quindi le distanze si prendono soprattutto da un’opinione, da una frase, da una affermazione, da un’accusa, da una critica, da un’opinione. Insomma si prendono le distanze da qualcosa che viene detto. Anche quando le distanze vengono prese nei confronti di una persona, ci si riferisce alle sue affermazioni oppure a qualcosa di accaduto, per non essere coinvolto personalmente.

Come a dire: “io non sono assolutamente dello stesso pensiero”, “io sono di diversa opinione”, “io mi discosto dal suo pensiero”, io sono “di diverso avviso“. Anche quest’ultima espressione l’abbiamo già vista insieme, e “avviso” sta per opinione, punto di vista, pensiero. Comunque “prendere le distanze” è decisamente più forte dell’essere di diverso avviso. Può anche essere simile a “io non ne so nulla e non ne voglio sapere nulla”.

La usano spesso i personaggi politici, quando devono dichiarare di non trovarsi d’accordo con una certa opinione o un certo comportamento. Lo fanno evidentemente per motivi politici, e devono farlo se vogliono prendere una posizione netta nei confronti degli elettori.

Spesso si leggono sui giornali frasi di questo tipo:

l’Unione europea prende le distanze dalle affermazioni razziste del deputato europeo

Il principe Henry prende le distanze da Carlo dopo lo scandalo che ha interessato suo padre

Il ministro della giustizia prende le distanze dalle dichiarazioni del suo presidente

Perché non tutti i leader di partito prendono le distanze dai no-vax?

Quindi fondamentalmente prendere le distanze da qualcuno o qualcosa esprime un disaccordo.

C’è da dire però che questa espressione può avere anche un secondo significato.

Se dico ad esempio:

Bisogna prendere le distanze per cambiare prospettiva.

Si vuole dire che bisogna allontanarsi da qualcosa affinché possiamo capire meglio, affinché la prospettiva si allarghi.

Si usa l’immagine della lontananza fisica: più ci si allontana, più si allarga il campo, più siamo in grado di vedere tutto ciò che circonda un aspetto. Tutti gli annessi e connessi sono maggiormente evidenti. Se siamo troppo vicini invece è facile che qualcosa ci sfugga. Per osservare bene qualcosa occorre quindi prendere le distanze da essa.

Da questo punto di vista allora è bene prendere le distanze anche dai problemi per avere una visione più chiara e non lasciarci travolgere.

In generale, per avere una visione allargata e più chiara di qualcosa è bene prendere le distanze. Sia per essere emotivamente meno coinvolti, sia per non restare imprigionati nel proprio schema di pensiero, all’interno del quale non si riescono a vedere nuove soluzioni.

La “prospettiva” di cui parlavo prima non è altro che questo: La visione che si ha di un fatto in rapporto ai punti di vista.

Adesso per ripassare gli episodi passati vi propongo il verbo saltare. Come possiamo usarlo?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione italiano Semplicemente

Albèric: devo aver saltato l’episodio perché non ricordo affatto di averlo letto. Aspettate che vado a buttare un occhio alla lista… credo di aver saltato parecchi episodi perché ho avuto un po’ da fare ultimamente.

Sofie: e da dove salti fuori tu? E’ da tempo immemore che non ti facevi vivo! Scusate volevo dire che è da illo tempore, ma tanto avete capito che è la stessa cosa vero?

Marguerite: vero, l’ultima volta aveva detto di fare un salto a casa e poi è scomparso.  Vai a capire cosa è successo! La capatina è durata un po’ troppo!

Peggy: Ah la cosa mi incuriosisce! Non è che adesso salta fuori qualche magagna? Cerca di raccontarcela giusta però! A me non la si fa!

Danita: ma cosa ti salta in mente? Adesso non vorrai farti gli affari suoi! Ma guarda tu! Cercate di non farmi saltare i nervi!

Bogusia: Macché! Adesso se non salta fuori la verità potrei non rispondere delle mie azioni!

Marcelo: ahahaha quando ti salta la mosca al naso non ce n’è per nessuno!

Albèric: va bene, va bene, ve lo dico. In verità non dovevo fare nessun salto a casa. Avevo un appuntamento con una amica… sembrava avesse intenzioni serie, ma poi è saltato tutto! Chissà cosa non gli sconfinferava di me!

Cedere – VERBI PROFESSIONALI (n.72)

Cedere

Descrizione

Cedere è il verbo numero 72 della speciale sezione verbi professionali.

Durata: 20 minuti

Con esercizio finale di ripetizione

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

Se non sei membro ma ami la lingua italiana puoi registrarti qui

richiesta adesione

692 Le castronerie e gli spropositi

Le castronerie e gli spropositi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi chiudiamo il cerchio sulle sciocchezze, sulle fesserie e sulle amenità. Lo facciamo attraverso questo episodio, in cui voglio parlarvi del termine castronerie e anche del termine sproposito.

Le castronerie sono più utilizzate delle amenità nel momento in cui vogliamo indicare qualcosa di palesemente sbagliato che è stato detto o fatto da una persona.

Rispetto alle amenità è meno offensivo, e infatti si usa molto più spesso il termine castroneria per indicare qualcosa di sbagliato detto o fatto dalla persona stessa:

Per favore, se dicessi castronerie fatemelo notare.

Ho fatto una castroneria per distrazione. Abbiate pazienza.

In pratica, quando le amenità sono menzionate per indicare sciocchezze evidenti, lo si fa per amplificare il senso della sciocchezza, a scopo denigratorio o offensivo.

Le castronerie invece sono ugualmente dei grossi errori, riferito a cose che si dicono o che si fanno, ma sono la “versione gentile” della sciocchezza.

È un termine meno adatto però per indicare errori nelle azioni, cioè azioni sbagliate, che comportano un effetto negativo. Per quello sicuramente il termine “stronzate” è insostituibile, sebbene indubbiamente rientri tra le volgarità. Tra l’altro ci sono anche le “minchiate” e le “minchionerie“, oltre le le “cazzate”, altrettanto volgari ma ugualmente molto utilizzate.

Non è un caso che castroneria non abbia invece niente di volgare.

Si può usare, similmente alla castroneria, anche il termine sproposito, oppure si può parlare di errore grossolano o marchiano. Queste due ultime modalità, specie l’errore grossolano, sono le più adatte alla forma scritta.

Prima di parlare dello sproposito però vorrei terminare la spiegazione sulle castronerie.

A differenza delle amenità, si usa solamente per indicare dei grossi errori. Invece amenità, se ricordate, si usa anche in senso positivo, con un significato simile a “piacevole“.

Passiamo adesso all’errore grossolano, o, se vogliamo, all’errore marchiano.

Si tratta di due termini simili. Un errore si dice grossolano quando è dovuto a ignoranza o inesperienza, o mancanza di abilità e di preparazione specifica. Senza contare che grossolano può indicare non solamente un errore ma anche una lavorazione eseguita senza precisione, oppure qualcosa di rozzo, di sgradevole, riferendosi a persone o a modi di comportarsi.

Rimanendo in tema di errori però, questo si dice grossolano quando denota una impreparazione o superficialità.

Marchiano è abbastanza simile, un errore madornale, cioè un grossissimo errore, tale da suscitare stupore e indignazione. Un errore inconcepibile e imperdonabile. Marchiano è un termine che si usa esclusivamente per gli errori e gli sbagli.

Passiamo a sproposito.

Sproposito è un termine ugualmente interessante, perché ha due significati diversi.

Da una parte indica un’azione o qualcosa che si dice completamente sbagliato ed evidente, oppure qualcosa di irragionevole, proprio come castroneria ma direi più grave perché quando si dicono spropositi (si dicono, non si fanno) spesso si fanno figuracce, tanto è grossa la scemenza detta.

Dall’altra, lo sproposito è l’ennesima modalità per indicare una grossa quantità, specialmente di denaro:

La mia nuova automobile è costata uno sproposito!

Attenzione all’articolo.

Cioè è costata tantissimo denaro, è costata una quantità di denaro spropositata.

Ho detto una quantità “spropositata”.

Un aggettivo, quest’ultimo, che si usa anch’esso per una enorme quantità, una quantità esagerata (di denaro o di altro), oppure una grandezza esagerata, qualcosa di esageratamente grande.

Giovanni ha un naso spropositato.

Mario prima della dieta aveva una pancia spropositata.

Ricordate che “spropositi” vogliono l’articolo “gli“, come sproposito vuole “lo“, e questo accade come tutte le parole con la lettera esse seguita da una consonante. E infatti la lettera p è una consonante.

Lo, so, ho aperto una parentesi grammaticale, e a molti farà piacere, ma solitamente non lo faccio mai, anche per paura di scrivere castronerie.

Scherzi a parte, c’è poi la locuzione “parlare a sproposito” e con questa terminiamo l’episodio. Parlare a sproposito, oppure rispondere a sproposito significa parlare, dire qualcosa di cui non c’è assolutamente bisogno, parlare troppo, o inutilmente, facendo gaffe e figuracce a ripetizione. Una locuzione che si usa in senso fortemente negativo.

Per fare un complimento ad una persona, magari un collega, si può dire ad esempio che non parla mai a sproposito, nel senso che ciò che dice è sempre importante e vale sempre la pena di ascoltarlo.

Adesso ripassiamo, altrimenti verrei accusato di aver fatto l’ennesimo episodio lungo in modo spropositato, o spropositatamente lungo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Harjit: Una settimana fa ero ancora a carissimo amico con lo shopping per i regali di Natale ma dopo gli acquisti fatti durante il fine settimana sono ormai a cavallo. Di questo passo avrò proprio tutto entro due o tre giorni.

Peggy: Vedo che sei proprio pari pari tua mamma. lei si organizzava sempre bene e quindi stava sempre giusta con i tempi. si vede che ha avuto un forte ascendente su di te.

Bogusia: Per quanto mi riguarda invece, tutta questa preparazione e essere in anticipo con i regali non mi tange minimamente. Mio malgrado sono solita procrastinare. Fintantoché non sento la pressione proprio sotto Natale non riesco a trovare la motivazione giusta per avventurarmi nella zona dello shopping.

Rafaela: Condivido la tua difficoltà. Non appena arrivo tra tutta quella gente mi dà di volta il cervello e non riesco a raccapezzarmi. Cioè sebbene io pianifichi tutto prima di uscire di casa quando mi trovo in mezzo a quel trambusto e il viavai di gente non capisco più dove andare e cosa comprare.

Hartmut: Anch’io ragazzi sono per evitare le zone affollate, non perché non mi sconfinferi il caos dei negozi ma per la mia fifa blu di beccarmi la nuova variante. Quest’anno e anche quello precedente per inciso, ho fatto incetta di regali su Amazon e su alcuni altre piattaforme online.

Irina: Ma io e te siamo dirimpettai. Sai qual è il rovescio della medaglia nel ricevere i pacchi direttamente a casa nostra? Corriamo il rischio che lo squinternato del palazzo che vive al primo piano ce li rubi nell’androne non appena consegnati. Buon Natale anche a lui.

691 La magagna

La magagna (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: avete mai sentito parlare delle magagne?

La magagna è un difetto nascosto. Ma non è un difetto (di solito) di una persona, ma di un prodotto. È un difetto che altera, cioè modifica sgradevolmente la purezza o l’integrità di un prodotto.
Si tratta di una imperfezione, in genere fisica. Più in generale una magagna è dunque qualcosa che non va e che potrebbe sfuggire poiché non è evidente. Se non ce ne accorgiamo potrebbe essere una bella fregatura!

Si parla quindi soprattutto di imperfezioni di prodotti che non sono visibili esternamente, ma che sono tali da alterarne la qualità o diminuirne il valore o il pregio.

Vi faccio degli esempi:

Quando si acquista un appartamento bisogna stare attenti a tutte le magagne. Magari l’impianto elettrico è completamente da rifare, magari il terreno è instabile e potrebbe crollare l’appartamento, oppure c’è qualche grosso difetto nell’impianto idraulico.

Bisogna stare attenti a tutte le magagne possibili.

Analogamente quando si vende un appartamento molti preferiscono nascondere le magagne, per non far scendere troppo il prezzo.

Ma come mai questa bicicletta costa così poco? C’è forse qualche magagna?

Ciò che voglio sapere è se c’è qualcosa che non va in questa bicicletta, che è stato nascosto.

Le magagne in genere si scoprono quando è tardi.

Il prodotto sembra perfetto e invece ecco che spunta una magagna!

Si parla di magagne anche quando compriamo la frutta. Una mela con la magagna è una mela guasta, bacata. La magagna non si vede da fuori, però c’è. Avete mai aperto una noce che sembrava perfetta e invece…

Si parla di magagne anche con riferimento ai problemi fisici, anche derivanti dall’età.

Ho qualche magagna da risolvere e poi sarò in perfetta forma.

Ha 90 anni e zoppica? Chi non ha le sue magagne alla sua età?

Anche un semplice problema può essere una magagna:

Ho qualche magagna da risolvere in ufficio. Non so se riesco a uscire per le 18.

Un termine sicuramente informale ma assai usato da tutti.

Ho conosciuto una ragazza di 30 anni, bellissima e libera. E’ anche ricchissima oltre che molto simpatica sai? Chissà quali magagne nasconde!

Adesso ripassiamo.

Irina: oggi voglio mangiare all’italiana. Un bel pranzetto come si deve. Se mi gira ci faccio scappare anche un bel tiramisù!

Albéric: Non me ne volete ma non sarà meglio iniziare con gli antipasti e poi procedere con ordine via via verso il dessert?

Ulrike: Non voglio puntare i piedi ma non mi risulta facile uscirmene con il menu del pranzo a quest’ora!

Anthony: Ma, Ulrike, devi tener conto che ci sono membri da ogni dove qui!

Peggy. Allora con i primi come la mettiamo? Devo andare a fare la spesa per fare incetta di cibo il prima possibile!

Marcelo. Forse una parmigiana? Forse è meglio chiedere lumi sui gusti degli altri membri! Hai visto mai, che so, allergie, intolleranze. Non sia mai qualcuno si dovesse lamentare! Dio ce ne scampi e liberi!

Sofie: Un ripasso che verte sulle pietanze italiane? Una genialata veramente bell’e buona! Io però mi vedo costretta a venir meno con le proposte. Dopo tre mesi in Italia sono ingrassata, eccome! Ora, per non prendere una brutta piega, mi sono messa a dieta.

M8: Per non ingrassare almeno prima del Natale, in extrema ratio mi vedrei costretto a ordinare un pranzetto leggero su Uber Eats: un contentino a tutti gli effetti.

Harjit: Ma di che cosa state parlando? Non è il caso di dimagrire prima di Natale! Questo, lo so, sarà il colpo di grazia per la mia bilancia. Ma da che mondo è mondo i buoni propositi si fanno a gennaio!

Emma: posso dire la mia? Talvolta dopo una settimana di duro lavoro, mi viene voglia, come forma di auto-compenso, di prepararmi un antipasto gustoso. Lungi da me dal mettermi a dieta! non se ne parla neanche! Avete presente la polenta fritta con gorgonzola e pancetta piacentina? È una bontà che non vi dico!

690 Non mi sconfinfera

Non mi sconfinfera (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi, sperando che la cosa sia di vostro gusto, vorrei proporvi un verbo adatto a esprimere gradimento o mancanza di gradimento. Il verbo è sconfinferare

Vi sconfinfera?

Se vi sconfinfera, allora sicuramente trovate questo verbo gradevole, quindi vi aggrada, vale a dire che vi va a genio.

Se ricordate l’espressione “andare a genio“, potete stare tranquilli, perché sconfinferare la potete sempre usare in sostituzione.

Quando qualcosa ci piace, incontra i nostri gusti, va sempre bene usare questa espressione, ricordandoci che comunque è sempre una modalità informale, direi abbastanza simpatica anche, ma non è il caso di usarla con sconosciuti o in contesti formali o al lavoro.

Cominciamo a dire che “non mi sconfinfera“, quindi con la negazione, si usa di più rispetto a “mi sconfinfera“.

Sconfinferare

Quando una cosa non mi sconfinfera, potrei dire che non si confà ai miei gusti, non corrisponde ai miei gusti. C’è qualcosa che non va, che non mi convince, che non mi piace, ma è un modo abbastanza leggero di esprimere questa mancanza di gradimento.

Ovviamente se invece qualcosa mi sconfinfera, è l’opposto. Il tono è colloquiale, a volte buffo e sicuramente amichevole.

Ci sono molti verbi abbastanza simili. Per rendere bene l’idea del significato, dovete sapere che sconfinferare trasmette anche un senso di fiducia, quindi è simile a ispirare.

Se una persona, istintivamente, mi ispira fiducia, posso dire ad esempio che mi sconfinfera, o che ha una faccia che mi sconfinfera.

Leggermente meno informali sono verbi come ammaliare, intrigare, invogliare, solleticare, stuzzicare, ma qui c’è anche il senso del desiderio, cosa che non c’è nel verbo sconfinferare.

Spesso “mi sconfinfera” possiamo tradurlo come “mi piace l’idea“.

Vi sconfinfera l’idea di andare al cinema?

Assolutamente analogo, anche come grado di familiarità, e più vicino nel significato è il verbo sfagiolare, molto simpatico anche questo.

Vediamo qualche altro esempio:

Vi sconfinfera il modo di insegnare italiano che utilizza Italiano Semplicemente?

Agli amanti della grammatica sicuramente non sconfinfera per niente un metodo che la mette in secondo piano!

Dunque vi piace? Vi va a genio? Incontra i vostri gusti? È di vostro gradimento? Si confà ai vostri gusti? Vi aggrada?

L’arredamento di questa casa non mi sconfinfera. Devo assolutamente cambiare qualcosa e renderlo più moderno.

Vi piacciono gli spaghetti? Ci sono mille ricette, mille modi diversi di mangiarli, e potete usare il condimento che più vi sconfinfera.

Ascolta, domani avevo pensato di andare a vedere l’ultimo film della Walt Disney al cinema. Pensaci. Vedi se ti sconfinfera la cosa e fammi sapere.

Adesso ripassiamo, e se vi sconfinfera, potremmo parlare di filosofia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Irina: cioè dovremmo parlare della concezione della vita? Che pesantezza!

Ulrike: in effetti… comunque se l’obiettivo è mettere a punto un bel ripasso, lasciatemi il tempo di dare una scorsa agli episodi passati prima.

Hartmut: Gli stoici credono che molto spesso noi non siamo capaci d‘influenzare gli eventi del mondo e persino le nostre vite private. Allora per non risentire del destino potenzialmente infame e destreggiarci con tutto ciò che accade, dovremmo controllare le nostre opinioni sugli eventi. Questa è la chiave, a loro dire, verso la felicità e il successo. Cosa ne pensate?

Peggy: Interessante! A pensarci meglio però, sono solo parzialmente d’accordo con questi concetti. Preferisco più credere che uno, volendo, possa dare seguito ai propri desideri. Io la vedo così. Si può riuscire a influenzare gli eventi soprattutto nelle nostre vite private.
Tra l’altro, credo quanto mai che un nostro semplice sorriso possa avere la sua influenza sul prossimo, e magari successivamente su qualche evento della sua vita.

Marcelo: Sono d’accordo che fintantoché c’è dedizione e costanza è possibile raggiungere uno scopo, ma la felicità è un percorso, e se si è capaci di vivere virtuosamente, magari i beni materiali non saranno una preoccupazione costante e il grosso della vita trascorrerà liscia.

Harjit: Raga, bravi! Anch’io raccolgo la provocazione di buon grado, e vorrei farlo con un discorso all’insegna della filosofia, ma va a capire perché, di punto in bianco, mi è venuto il mal di testa e mi vedo costretta ad abbandonare. Credetemi, non è un pretesto!

689 In tempi non sospetti

In tempi non sospetti (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vediamo l’espressione “in tempi non sospetti“, molto usata.

Iniziamo dai sospetti, plurale di sospetto.

Il sospetto

I sospetti

Il sospetto è una sensazione simile al dubbio.

Avere un sospetto dunque è simile a avere un dubbio.

La differenza è che si tratta di un dubbio pericoloso che non riguarda una propria azione, ma deriva dall’osservazione della realtà.

Qualcosa potrebbe risultare pericoloso per noi. Per questo motivo sospetto è non solo un sostantivo ma anche un aggettivo:

Un tipo sospetto ad esempio è una persona che non conoscete e che non sembra innocuo, anzi, sembra poco rassicurante, incute forse un po’ di paura, oppure abbiamo paura che possa imbrogliarci. Il pericolo potrebbe essere di qualsiasi tipo.

Attenzione a non confondere l’aggettivo sospetto con sospettoso. Sospettosa è la persona che ha il sospetto, è la persona che ha paura che ci possa essere un pericolo.

Sospetto invece è l’aggettivo che diamo alla cosa che crediamo possa portarci questo pericolo.

Anche un rumore può essere sospetto.

Ho sentito un rumore sospetto venire dalla cucina non saranno mica i ladri?

Una cosa sospetta dà adito a dubbi, tanto per usare il termine adito, che abbiamo visto recentemente.

Si tratta di dubbi sulla potenziale pericolosità che potrebbe arrivare da questo sospetto che abbiamo.

Se sento un odore sospetto, magari può essere puzza di bruciato e ho paura che sia un incendio.

Un dolore sospetto invece può farmi sospettare che io abbia qualcosa di grave.

Avrò una malattia grave? Forse sto per morire?

Già, perché esiste anche il verbo sospettare.

Sospettare significa pensare che possa accadere qualcosa di negativo o pericoloso o che sia già accaduto perché ho fatto dei ragionamenti che mi hanno portato a pensare questo.

Non sono sicuro, ma posso avere un forte sospetto, cioè essere quasi sicuro di qualcosa.

Sospetto che sia stato tu a tradirmi!

Non puoi sospettare di me!

Nella frase “in tempi non sospetti” comunque, sospetti è aggettivo. I “tempi” indicano un non specificato momento o periodo nel passato.

Per la precisione, i tempi di cui si parla erano diversi dal momento attuale, perché a quei tempi non c’era qualcosa che adesso invece c’è, o non si sapeva ancora qualcosa che oggi invece si sa, e a quei tempi, visto che erano diversi, era difficile dire o fare alcune cose che invece, se dette o fatte oggi, sarebbe normale.

Vi faccio un esempio:

Oggi sappiamo che mettere la mascherina ci protegge contro il covid. Due anni fa in Italia nessuno portava la mascherina perché il virus non era ancora conosciuto.

Eppure conosco una persona che in tempi non sospetti diceva sempre: bisogna mettere la mascherina per non prendere malattie infettive.

Ecco, questa persona non lo dice solo adesso di indossare la mascherina, ma lo diceva anche in tempi non sospetti, cioè prima, quando non era normale dirlo, quando non sembrava essere pericoloso.

Quindi questa persona era un precursore.

Si chiama così chi dice delle cose che solo nel futuro troveranno una conferma.

Solo chi dice delle cose che si riveleranno vere molto tempo dopo può dire di averle dette in tempi non sospetti.

Ma perché “non sospetti?” Perché nessuno può sospettare che a quei tempi si potesse sapere qualcosa del covid. Tutto qui.

L’espressione si usa solamente con la negazione.

Altri due esempi:

Cinquant’anni fa, in tempi non sospetti, c’era già qualche studioso che parlava di riscaldamento globale.

Anche in questo caso si parla di precursori, che sanno immaginare e sanno prevedere prima degli altri.

Oggi è facile convincersi della validità del metodo usato da Italiano Semplicemente per insegnare la lingua italiana ai non madrelingua. In tempi non sospetti però ricordo come Lya, il primo membro dell’associazione Italiano Semplicemente, si disse entusiasta di questo metodo mentre c’erano molte persone che invece dicevano che insegnare la grammatica fosse la cosa più importante.

Ripassiamo?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Bogusia: Giovanni, ieri ho letto la parola orpelli, non è che la potresti spiegare una volta?

Giovanni: perché no, aggiudicato!

Irina: te la spiego io! Gli orpelli sono tutte le cose inutili che vengono utilizzate per esaltare qualcosa. Benché vogliano dare un’apparenza, questo risulta in contrasto con la verità. In pratica gli orpelli hanno la pretesa di abbellire, rendere migliore qualcosa, ma non ci riescono, cosicché risultano di troppo.

Albéric: ad esempio Giovanni nei suoi episodi cerca di evitare inutili orpelli che non servono a niente, magari dei paroloni che non aiutano a fornire una spiegazione utile.

Marcelo: molto simile alla parola fronzoli. Vero?

Giovanni: ragazzi, per la cronaca sarei io la persona deputata a dare spiegazioni qui. Mi volete rubare il mestiere? Ma io non lo so!

Ulrike: non ci si può cimentare in una spiegazione?

Harjit: lascialo stare Ulrike, oggi non è cosa! Vorrà dire che ci penserà lui in uno dei prossimi episodi.

Hartmut: certo, la spiegazione dacché mondo è mondo è appannaggio di Giovanni.

Peggy: comunque vorrei sgombrare il campo da sospetti. Capisco che la spiegazione di Irina possa dar luogo a polemiche, ma conoscendo Irina, è chiaramente un’accusa indebita, lei a suo modo voleva semplicemente partecipare a un ripasso.

Giovanni: allora Irina considerati perdonata!

688 Si fa presto

Si fa presto (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: dopo aver visto “si fa prima” parliamo oggi di “si fa presto“. Si tratta di una locuzione molto particolare, che naturalmente la maggior parte delle volte non è da interpretare alla lettera.

Infatti “si fa presto” ha anche un uso molto semplice.

Si fa presto a fare un video col cellulare e pubblicarlo su YouTube.

Cioè ci vuole poco tempo.

fare presto“, come significato principale ha proprio quello di svolgere “In breve tempo” un’attività.

Si fa presto a pulire una piccola stanza.

Fai presto che abbiamo fretta!

Bisogna far presto altrimenti perdiamo il treno!

La mattina mi alzo sempre molto presto.

In quest’ultimo esempio non si parla di tempo impiegato a fare qualcosa, e infatti non c’è il verbo fare. Ma torniamo a “far presto“.

Quando si parla in modo impersonale, “si fa presto” non si usa solamente per indicare che un’attività richiede poco tempo.

Vediamo qualche esempio e poi vi spiego il significato:

Adesso che siamo tutti vaccinati contro il covid siamo al sicuro.

Si potrebbe rispondere:

Si fa presto a dire sicuro. La verità è che non c’è nessuna certezza. E poi con tutte queste varianti, ogni sei mesi dobbiamo vaccinarci nuovamente.

Un altro esempio:

Conosco una ragazza che vive negli Stati Uniti che dice che c’è una pizzeria, sotto casa sua, che fa la pizza napoletana.

Un italiano potrebbe commentare: si fa presto a dire pizza napoletana.

Attenzione anche al tono con cui vengono pronunciare queste frasi. Il tono deve aiutare a dare il segnale di una protesta, una critica contro qualcosa che è stato appena detto.

Si fa presto a dire…” è molto simile a “non dire così”, oppure “è facile dire…” oppure “questo non è detto sia vero”.

Quindi si sta contestando, criticando ciò che si è sentito, perché le cose probabilmente stanno diversamente o potrebbero stare diversamente. Si stanno sollevando dei dubbi.

È troppo facile dire questo” , oppure “aspettiamo a trarre facili conclusioni“, “non è così semplice“, “non credo sia vero“, “credo che la questione sia più complicata di così“, “non dovresti dire così”, “non è il caso di dire questo”, “non ne sarei così sicuro” o anche “io ci andrei piano”.

Queste sono delle altre possibili alternative a “si fa presto a dire...”.

In questa espressione però si ripete il termine che si ritiene sbagliato, o meglio frettoloso, oppure si ripete una parte della frase. Dico frettoloso perché quando si dice qualcosa di fretta, lo si fa prima del dovuto, quindi “presto“. Si parla sempre di tempo impiegato, in tal caso a dire qualcosa, quindi qualcosa detto troppo presto, senza pensare.

Es:

Adesso che sono laureato ho risolto tutti i miei problemi e posso iniziare subito a lavorare!

Eh, si fa presto a dire problemi risolti! Forse è proprio adesso che iniziano i veri problemi.

Hai letto dieci libri di grammatica e credi di saper parlare l’italiano?

Si fa presto a dire che adesso lo sai parlare!

Sono innamorato!

Si fa presto a dire amore!

A volte però non si usa il verbo dire, ma un altro verbo. In questo caso si tratta comunque di un giudizio, di una critica, di un’opinione che riguarda una decisione ritenuta sbagliata o una frase ritenuta affrettata, detta senza pensare troppo:

Es:

Chi non va bene a scuola è un somaro e va sempre bocciato.

Risposta: si fa presto a giudicare! Che ne sai tu dei problemi delle persone?

Ho visto il mio fidanzato che si abbracciava con una ragazza. Traditore!

Risposta: ma dai, si fa presto a pensare male, magari era una sua amica!

Adesso facciamo un bel ripasso delle lezioni precedenti grazie ad alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut: si fa presto a dire ripasso! Mica è facile costruire un ripasso in quattro e quattr’otto!

Khaled: sì fa prima ad aspettare che sia tu a farne uno. Poi noi registriamo. No?

Irina: sarà pure vero, ma poi bisogna impegnarci personalmente ogni tanto. Questo non significa fare un ripasso alla buona, ma anche laddove ci siano molti errori, è proprio così che si impara.

Edita: scusate ma io sono facile alla distrazione e sto pensando alla frase “un ripasso in quattro e quattr’otto!”. Ma che significa?

Danita: quando fai qualcosa in quattro e quattr’otto la fai velocemente. 4 + 4 fa otto. È un’operazione facile da fare. È veloce, non c’è bisogno di stare a pensarci troppo.

Albéric: ah, allora si fa presto a fare le cose in quattro e quattr’otto! Ma alla precisione non ci pensa nessuno? Scusate ma ho la fisima della precisione.

687 Amenità: stronzate o piacevolezza?

Amenità (scarica audio in giornata)

Trascrizione completa disponibile solo per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (EntraRegistrati)

Descrizione

Vediamo un termine da usare in sostituzione di “stronzate” (troppo volgare), sciocchezze, fesserie, stupidaggini. Un termine che può indicare anche piacevolezza.