n. 124 – PRENDERE CON LE MOLLE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Khaled (egitto) e Lejla (Bosia): Due minuti con Italiano Semplicemente, episodio n. 124.

Giovanni: Oggi parliamo di molle. sapete cosa sono le molle? Innanzitutto molle si pronuncia con la o aperta: mòlle. Le molle, plurale di molla sono degli oggetti metallici che servono a fare varie cose: in generale una molla si deforma, si deve deformare, deve accorciarsi e allungarsi, deve diventare lunga e poi corta. Pensate al “materasso a molle”, un materasso, quindi che serve per dormire, con dentro delle molle, moltissime molle, che evidentemente servono per stare comodi. Quindi la funzione delle molle è quella di piegarsi. Si usano anche nelle macchine e nelle moto, e servono ad ammortizzare, cioè a far rimbalzare la macchina o la moto se si prende una buca nel terreno.

Ora, vi parlerò dell’espressione “prendere con le molle“, che si usa quando c’è una questione delicata, molto delicata, quando bisogna stare attenti alle conseguenze di un’azione.

Si può usare in moltissime occasioni diverse, ogni volta che siamo di fronte a qualcosa che dobbiamo prendere con le molle, cioè trattare con molta cautela, con prudenza, attenzione. Non parliamo di oggetti quindi: le molle sono solamente un’immagine figurata. Se prendete una buca con la macchina e le molle degli ammortizzatori non funzionano potete rompere tutto! Lo stesso accade con tutte le situazioni in cui bisogna stare attenti. Infatti se non si presta la necessaria attenzione potrebbero accadere dei guai seri, dei danni. In queste occasioni potete usare prendere con le molle.

Ad esempio nello sport, se c’è una partita difficile, a cui prestare attenzione e non sottovalutarla, possiamo dire che:

La partita va presa con le molle, perché l’avversario può essere molto pericoloso, quindi sarà una gara da prendere con le molle.

Parliamo di razzismo? ok, ma stiamo attenti, perché su certi argomenti è opportuno andarci con le molle, sono argomenti da prendere con le molle.

Si usa anche in questo modo: “andarci con le molle” cioè “andarci piano“, cioè stare attenti.

Informalmente si dice spesso: hei, vacci piano!

Vale a dire “stai attento!”

Vacci piano con i bambini piccoli, stai attento a come li prendi perché puoi fargli male.

Prendere con le molle è molto simile ma si usa maggiormente in situazioni meno materiali, sempre nelle questioni difficili da affrontare ma “vacci piano”, “andiamoci piano” eccetera è anche più informale e usato nella lingua di tutti i giorni.

Sapete quando si usa anche? Questo è un secondo utilizzo di “prendere con le molle“, Quando si ascolta qualcosa, un’affermazione da parte di una persona e si ha il dubbio che questa informazione, questa dichiarazione non sia credibile, attendibile e di conseguenza che sia meglio non credere a quanto si dice prima di aver fatto un’attenta verifica.

Le dichiarazioni di Marco sono sempre da “prendere con le molle” cioè occorre verificarle, perché Marco non sempre è affidabile nelle sue affermazioni. In questo caso parliamo di dubbi legati alla credibilità di una persona.

Ora ripassiamo le espressioni passate parlando di credibilità:

Cristine (Brasile): Sto imparando a ballare, ed il mio obiettivo è riuscire a muovermi con grazia. Cosa non facile però, perché dovrei anche dimagrire un po’. Dieci chili in meno sarebbero sicuramente benaccetti. Oltretutto in questo modo riuscirei anche ad indossare uno di quei vestitini un po’ osé che mi piacciono tanto. Credo che dovrò ricorrere all’ausilio di un nutrizionista.

L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

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Ripasso: Università pubbliche e private

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Episodio di ripasso di alcune espressioni imparate con Italiano Semplicemente. Vi parlerò delle università pubbliche e private. Vediamo le differenze tra questi due tipi di università e durante la spiegazione avremo modo di capire quante espressioni abbiamo memorizzato e se sappiamo immediatamente comprenderle.

Allora voglio parlarvi di questo argomento perché mi è stato chiesto da un membro dell’associazione e non vedo perché non debba accontentarlo. D’altronde non è facile per uno straniero capire la differenza e di conseguenza non si tratta di una domanda retorica. Allora ho preparato questo episodio in men che non si dica.

Naturalmente non sarà della durata di due minuti! Questo potrebbe indisporre più di una persona, ma vedrete che ne varrà la pena. Inizio subito, quindi tenete a bada la vostra impazienza e vedrete che io riuscirò a tener fede alla mia promessa.

Esordisco dicendo che in Italia esistono due diversi tipi di università: statali e non statali. Quelle non statali possono essere promosse da enti pubblici, da enti privati e poi possono essere telematiche, cioè online) e le leggi sono le stesse. sia per il reclutamento del personale docente sia per il rilascio dei titoli di studio agli studenti: il quadro normativo a cui devono sottostare è quindi lo stesso.

Le 65 università statali sono distribuite nelle 20 regioni italiane, e è la Lombardia ad averne il maggior numero: 8.

Le università non statali sono ugualmente riconosciute dalla legge ed autorizzate ad utilizzare il titolo cioè il nome di università, ateneo, politecnico o istituto di istruzione universitaria.

Si possono chiamare in questo modo anche le università private dunque. Inoltre anche le università private rilasciano titoli accademici relativi all’ordinamento universitario, e questi hanno quindi valore legale.

Apriamo una breve parentesi sulle università telematiche: Le università telematiche sono 11 oggi in Italia, e le lezioni si svolgono online, non in un’aula fisicamente. Sarà questo il motivo per cui ogni due per tre sento un collega di ufficio che sceglie un’università di questo tipo per laurearsi.

Io non ho frequentato un’università telematica ma credo che anche l’iscrizione e l’invio o il ritiro della documentazione per l’iscrizione avvenga online; un grosso vantaggio questo. Non vi dico quante volte sono andato in segreteria studenti a consegnare o ritirare dei documenti cartacei!

Le lezioni sono preparate dal professore e poi guardate e scaricate (cioè fruite) dallo studente in Internet nel luogo e nel momento che lo studente stesso ritiene più opportuno. C’è molta flessibilità dunque per lo studente.

Sono comode come università soprattutto per persone che lavorano e che non riescono molto a destreggiarsi tra lavoro e studio.

Oggi poi molte università telematiche affiancano alle lezioni online le lezioni anche alcune lezioni in aula. Forse col tempo ci si è accorti che la preparazione degli studenti sia migliore nelle lezioni classiche. Evidentemente sono venuti a galla alcuni svantaggi soprattutto didattici di questo tipo di insegnamento.

Restano molte diverse comunque le modalità organizzative delle lezioni e lo studio autonomo da parte dello studente: nelle università telematiche gli studenti hanno anche un tutor personale, una persona che li assiste personalmente, e in questo modo si evita che il percorso di studi prenda una brutta piega.

Non è facile capire quale università scegliere: a volte si sente dire spesso che la scuola privata non sia alla stessa altezza di quella statale, perché basta pagare e si ottiene la laurea.  A volte le persone sono prevenute nei confronti di certe università private, ma spesso si tratta di voci false e tendenziose.  In fondo bisogna fare sempre degli esami, e questo non credo sia mai considerato un pro forma. Altre volte invece si dice il contrario: sono meglio quelle private perché le lezioni sono preparate come si deve da docenti più competenti.

Se guardiamo alla lista, alla classifica delle migliori università ci sono infatti sedi pubbliche e private. Volete i nomi di alcune università con i fiocchi? L’Alma Mater Studiorum di Bologna, l’Università di Perugia, quella di Trento, e tra quelle private la Bocconi di Milano.

Quello che cambia comunque, ed anche di molto, tra pubbliche e private è soprattutto il costo. Quindi la scelta dipende soprattutto dal proprio tetto di spesa. Ne avevate il sentore vero? Sarebbe stato inutile tenervi sulle spine.

I costi riguardano sia i costi di iscrizione, cioè le cosiddette “rette universitarie” che il materiale didattico, cioè libri eccetera. Le università private, bontà loro, pagano anche stipendi più alti ai docenti. Spesso anche il 30 per cento in più rispetto ai colleghi delle università pubbliche.

Le differenze in questo caso sono notevoli e indiscutibili: le università private sono più care! Per questo forse sono quelle statali ad andare per la maggiore. Che vuoi, non tutti possono permettersi di spendere molto per l’istruzione. Se si è sguarniti di risorse economiche la scelta è obbligata.

Spesso la scelta personale dell’università dipende dalla vicinanza rispetto alla propria abitazione, ed in questi casi se si trova la giusta facoltà è inutile cincischiare: rompete gli indugi ed iscrivetevi  senza pensarci troppo. Si dà il caso che anche il tempo e lo spazio siano elementi importanti! A volte poi non si ha in realtà molta scelta per diversi motivi, e in questi casi inutile stare a scervellarsi troppo: quindi o così o pomì.

Ma con quale università si trova lavoro più facilmente una volta laureati? Questo infatti potrebbe essere l’obiettivo che vi siete prefissi: lavorare il prima possibile!

La risposta è abbastanza semplice quindi meglio tagliare corto: le università private da questo punto di vista danno statisticamente dei risultati migliori, quindi uno studente laureato trova molto più rapidamente un lavoro se ha frequentato un’università privata. Poi ovviamente c’è sempre l’eccezione che conferma la regola.

Questo potrebbe far pensare che le università private siano migliori ed è questo il motivo per cui chi si iscrive ad una università privata spesso abbia un fare un po’ antipatico: si credono più bravi degli altri forse. Chi lo sa. Questo si sente dire a volte.

Ma perché? Per diverse ragioni, prima tra tutte il fatto che i maggiori costi di queste università permettono agli studenti anche di frequentare dei tirocini e degli stage di alto livello, con insegnanti di alta qualità. Quindi in qualche modo si riesce ad ingranare più facilmente nel mondo del lavoro.

Ma ci sono fattori difficilmente valutabili: il reddito degli studenti, più alto nelle università private influisce sicuramente nella possibilità di trovare lavoro, Dobbiamo considerare anche la rete sociale dei rapporti, vale a dire il fattore “conoscenze” che all’aumentare del reddito si fa più importante. Questa influenza non credo sia affatto un’ipotesi peregrina!

In generale è impossibile dire con certezza quale università sia la migliore tra quella pubblica e quella privata e la scelta della giusta università è sicuramente da prendere con le molle. Comunque se anche io esprimessi una preferenza tra le due, qualcuno potrebbe essere di diverso avviso e potrebbe arrabbiarsi. Meglio rimanere neutri quindi: hai visto mai!

Senz’altro chi si laurea ha maggiori possibilità di trovare lavoro rispetto a chi ha un titolo di studio più basso, ed eccome se ci sono delle facoltà che garantiscono un lavoro più remunerativo rispetto ad altre, come ad esempio medicina e ingegneria.

Le meno remunerative? Sono scienze pedagogiche e psicologiche. Sarebbe a dire che vale la pena fare una riflessione anche sulla facoltà da scegliere. Naturalmente avrete valutato annessi e connessi quando vi siete iscritti, e lo avrete fatto anche in conformità alle vostre attitudini, ma se questa differenza remunerativa vi ha colto alla sprovvista perché non la conoscevate e non riuscite a capacitarvi di come sia possibile, allora potete anche cambiare facoltà se volete; siete sempre in tempo a correre ai ripari!

Se invece lo sapevate benissimo perché siete notoriamente un dritto in questo tipo di scelte, allora meglio per voi.

Se volete un consiglio da me, io vi direi che qualsiasi università voi scegliate, non arrendetevi ai primi fallimenti, alle prime bocciature: tornate alla carica finché non riuscite a superare ogni esame! Vi dirò che dovete armarvi di pazienza e avere forza di volontà: queste sono le armi vincenti. Non sottovalutate nessun esame se non volete pagarne lo scotto, e dite ai genitori sempre la verità sugli esami sostenuti. senza restare sul vago. Anche se chioseranno contro di voi, fregatevene e cercate di mettere  a punto un piano vincente per laurearvi il prima possibile, altrimenti sarete voi i primi a risponderne.

Se vi dicono: lascia stare, l’università non fa per te! Sappiate che questi sono consigli che lasciano il tempo che trovano. Non ascoltate chicchessia che voglia distruggervi!

Spero  con questo episodio di aver rispolverato abbastanza espressioni. Se qualcosa non vi torna, date un’occhiata ai singoli episodi. La cosa importante è che si impari sempre qualcosa e che ci si senta sempre a nostro agio con la lingua italiana.

Quando la misura sarà colma, potete smettere di ascoltare gli episodi di Italiano Semplicemente.

Ciao

 

n. 123 – IL COLPO DI GRAZIA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Giovanni: nell’ultimo episodio abbiamo detto che la grazia può essere data, ed in questo caso dare la grazia significa salvare (o perdonare) una persona che è stata condannata a morte o alla prigione. Anche in Italia esiste questo tipo di grazia, che può essere data (o meglio concessa) solo dal presidente della Repubblica nei confronti di un individuo. Si tratta di un cosiddetto provvedimento di clemenza individuale: ad una persona condannata ad una certa pena viene “condonata” la sua pena, anche completamente.

Ora, se questo è dare la grazia, è evidente che a ricevere la grazia è il condannato.

E’ evidente che dare la grazia è un atto di clemenza, direi un atto di bontà, cioè si fa qualcosa di positivo, si perdona una persona, e lo si fa per il suo bene.

A volte però, si può fare del bene ad una persona anche uccidendola.

Ecco allora che dare la grazia diventa “dare il colpo di grazia“. Normalmente un colpo di grazia è un colpo dato ad una persona che sta soffrendo, perché è ferita, oppure perché ormai è incapace di difendersi, non ha più difese.

Cosa possiamo fare per questa persona? Possiamo solo accorciare le sue sofferenze, ed allora le diamo il colpo di grazia. “Il” colpo di grazia: è importante usare “il” e non “un” perché il colpo di grazia è solamente uno, quello che grazia il condannato, quello che dà fine alle sue sofferenze.

Quante volte abbiamo dato il colpo di grazia magari ad un insetto che stava soffrendo?

Una volta ho visto dare il colpo di grazia ad un cavallo che si era rotto la schiena e stava soffrendo molto. Si tratta di un atto di pietà, ed in passato si usava nei confronti di un combattente ferito sul campo di battaglia.

Ora ovviamente non si usa più, ma rimane il senso di “colpo finale”.

Ogni tanto capita di ascoltare questa espressione anche parlando di argomenti futili: una squadra di calcio che gioca male in un certo periodo può ricevere il colpo di grazia se i suoi migliori giocatori si ammalano o si infortunano tutti assieme nello stesso periodo.

Un partito politico che non sta passando un buon momento può ricevere il colo di grazia da dalle elezioni,

Possiamo anche dire che se gli Stati Uniti mettessero i dazi (cioè le tasse) sui prodotti alimentari italiani che vengono esportati, questi dazi darebbero il colpo di grazia all’economia italiana, che no sta passando proprio un bel periodo.

Ripassiamo adesso le espressioni passate parlando di dazi.

Lejla (🇧🇦 Bosnia):

dazi faranno male molto all’economia italiana, L’agroalimentare Made in Italy pagherà un conto salatissimo e bisognerà correre presto ai ripari. Conoscendo la politica di Trump, si poteva anche avere sentore di una decisione di questo tipo. A pagare lo scotto però saranno anche i palati degli americani, che dovranno sostituire il parmigiano reggiano con qualche altro formaggio made in USA, e magari compreranno meno pasta italiana, meno olio extravergine d’oliva e più hamburger di fast food con maionese. Si prevedono pasti con i fiocchi! Buon appetito al presidente.

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n. 122 – AVERE GRAZIA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Giuseppina: Avere grazia. Avere la grazia. Che differenza c’è? Per scoprirlo dobbiamo parlare di grazia (con la g minuscola, essendo anche un nome di donna) e dobbiamo anche parlare della grazia.

Partiamo da “avere grazia“. Vi ricordate di Michel Platini? Tutti lo ritengono un giocatore che si muoveva con grazia all’interno del campo. La grazia con cui si muoveva Platini stava nelle sue movenze, nel suo stile inconfondibile nel passare la palla. Una certa eleganza nel palleggio, nel modo in cui si muoveva in campo.

Anche Falcao secondo me aveva una grazia abbastanza simile. Entrambi accarezzavano la palla, la toccavano con classe ed eleganza. Ecco, l’eleganza, la classe sono legati alla grazia di un giocatore, che si nota solamente quando un giocatore è in movimento.

La stessa cosa avviene nella danza: la grazia è probabilmente la virtù migliore di una ballerina. Una ballerina che ha grazia, che si muove con grazia, è aggraziata.

Invece la ballerina non aggraziata non è bella da vedere, è rigida nei movimenti, sembra più pesante, fa persino più rumore quando si muove.

La grazia sta nella bellezza, nella leggiadria, nella delicatezza, nella sensazione di leggerezza. Questo è avere grazia.

La grazia però non è solo quella dei movimenti, ma è anche una specie di perdono. Avere o ricevere la grazia significa infatti essere perdonati da Dio, o da un potente, che ci risparmia la vita. Siamo stati condannati a morte perché abbiamo fatto qualcosa di molto grave?

Possiamo sempre ricevere la grazia da parte di qualcuno, un re, un imperatore, un’autorità religiosa ad esempio che decide che siamo perdonati. Abbiamo avuto la grazia, siamo stati graziati. Si dice anche così.

La parola grazia si usa in molti contesti diversi e si usa in molti modi, ma è interessante che ricevere la grazia, cioè essere graziati è completamente diverso dall’essere aggraziati.

In uno sport come il calcio, ad esempio, un portiere, che difende la porta, può essere “graziato” se l’attaccante della squadra opposta sbaglia una facile occasione da rete. L’attaccante, sebbene aggraziato nei movimenti, può pertanto graziare la squadra avversaria, e questa non è una buona notizia per lui, poiché poteva fare un gol ma non c’è riuscito. La grazia dei suoi movimenti non l’ha aiutato in quanto ha graziato il portiere avversario, quando invece avrebbe potuto dargli il colpo di grazia.

Ma questo lo vediamo domani.

Adesso ripassiamo alcune espressioni passate.

Mariana (Brasile 🇧🇷): Cosa fare se un virus entra nel nostro computer? Sicuramente dobbiamo correre subito ai ripari, ricorrendo all’ausilio di un tecnico informatico, il cui aiuto sarà senz’altro benaccetto. Una volta mi è successo e solo grazie ad un po’ pò di esperto informatico ho potuto mettere a posto il pc. Avevo una fifa matta di perdere tutti i dati e sarei andato in tilt se fosse successo.

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n. 121 – CORRERE AI RIPARI – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Correre ai ripari è l’espressione di oggi della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Correre lo conoscete tutti, significa procedere velocemente, avanzare con andatura veloce, o camminare in fretta. Per la frase di oggi ciò che serve ricordare è la fretta.

Bisogna fare qualcosa in fretta, ok, ma cosa? e Perché soprattutto?

Quando si corre ai ripari, bisogna fare in fretta per riparare.

Ma riparare cosa?

Riparare cosa significa? Se pensiamo ad un oggetto, o ad uno strumento, se questo si rompe, se non funziona più, allora lo dobbiamo rimettere a posto eliminando i guasti e i difetti. Però riparare significa anche coprire, per proteggere, quindi posso ripararmi dalla pioggia con un ombrello se piove- Posso anche riparare una persona nel senso che la proteggo se qualcuno la offende.

Posso anche riparare ad una offesa fatta a qualcuno chiedendo scusa.

In generale riparare si usa per rimediare, per limitare i danni. é vero, anche per riportare al funzionamento qualcosa di rotto o danneggiato, ma se lo usiamo in senso figurato, che è quello che ci interessa oggi, riparare significa fare qualcosa che ovviare a un danno ricevuto o causato, o a un errore fatto da me o da altre persone. 

Ecco quindi che “correre ai ripari” è esattamente questo: fare qualcosa per portare una situazione a non peggiorare, fare qualcosa velocemente (ecco perché uso “correre”) per ovviare, per riparare una situazione negativa.

E’ un’espressione molto usata dagli italiani, più all’orale che allo scritto.

Allo scritto si usa un semplice verbo: “provvedere” che però non trasmette il senso dell’urgenza. Inoltre provvedere ha anche altri significati.

Es:

Oddio, si è allagata casa!! Bisogna immediatamente correre ai ripari!

Abbiamo giocato malissimo oggi, bisogna correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

La temperatura mondiale sta salendo! I governi devono correre ai ripari attraverso misure adeguate!

In caso di terremoto, bisogna subito correre ai ripari.

Insomma correre ai ripari è cercare di rimediare a una situazione grave, difficile.

Attenzione perché si corre ai ripari solo dopo che è successo un evento negativo, mentre prima ci si mette al riparo (riparo, al singolare), che è un’altra, simile ma non identica.

Si dice anche “metterci una pezza“, espressione quasi identica, questa, che significa risolvere una questione in qualche modo, diciamo con il minore dei danni. Il senso della pezza è figurato ovviamente.

La pezza indica in questo caso un pezzo di stoffa (chiamato informalmente “pezza”), come se avessimo solo quello quando ad esempio abbiamo un tubo che perde acqua in casa.

Oddio, si sta allagando casa, c’è un buco sul tubo dell’acqua, cosa ci metto?

E mettici una pezza! Meglio di niente!

Ripassiamo qualche espressione precedente:

Bogusia (Polonia): Mio marito, di regola, ha un fare molto gentile con tutti. Però con i nostri figli è troppo accondiscendente purtroppo ed Io a volte lo accetto anche se a malincuore.
Ogni due per tre mi coglie alla sprovvista la sua generosità. Io a mia volta, non di raro, sono di diverso avviso. Eccome se lo sono! Ho abbozzato abbastanza e adesso mi vedo costretta a tornare alla carica riguardo all’educazione dei nostri figli. Sennò, ho sentore che un giorno ne pagheremo lo scotto. E questo non sarà benaccetto da nessuno, né da me, né da mio marito.

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Ripasso (1-120): la testa di marmo e l’oste chiacchierone

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Buongiorno cari amici del sito italiano semplicemente. Sono di nuovo qui. Mi chiamo Bogusia, sono un membro dell’associazione italiano semplicemente. Si dà il caso che la rubrica che si chiama “due minuti con italiano semplicemente” abbia sorpassato la soglia, nientepopodimeno che di 100 episodi. Tutti realizzati con i fiocchi ovviamente.

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Hai visto mai che qualcuno si arrabbi se lo dico, ma penso che un bel ripasso di alcune di queste belle espressioni non sia affatto un’idea peregrina.

Ho deciso di tornare alla carica con la rubrica delle meraviglie di Roma. Ho un po’ una fifa blu di non riuscire a sfoderare qualcosa di avvincente, spero e credo di sì, ma può darsi che ci sarà qualcuno di diverso avviso e per questo mi scuso in anticipo. Non vorrei tenervi sulle spine e inizio senza cincischiare. Il mio racconto di oggi verte su Piazza Navona.

Come di consueto, sono restia nel raccontarvi delle bellezze o della storia. Non che io me ne freghi, piuttosto sono votata ad andare fino in fondo e soprattutto mi interessano le leggende e le cose che sfuggono a tanti visitatori dei luoghi storici. Che vuoi, ho preso questa brutta piega ed ormai sono affezionata a questo mio modo di fare. Mi sono prefissa però di rispolverare un po’ di informazioni su Piazza Navona in quanto ben conosciuta da tutti, essendo tappa fissa di diversi itinerari turistici. È una delle più belle piazze d’Italia. Oltre alla prestigiosa opera di Gian Lorenzo Bernini, che balza subito agli occhi, cioè la Fontana dei quattro fiumi, la piazza offre molte altre possibilità per ammirarla.

C’è anche la Fontana del moro e quella di Nettuno. C’è poi la bella Chiesa di Sant’Agnese, opera del Borromini: anche questa forma un binomio inscindibile con la piazza. Piazza Navona fa parte del cuore pulsante del centro della capitale e nei suoi pressi sorgono ristoranti, bar e locali per il divertimento tanto diurno quanto notturno. Con i pasti buonissimi sempre da completare con un bell’ammazza caffè.

A volte, si sfora un po’ con l’alcol e, vista la misura colma, sfuggono le cose piccole da ammirare che hanno sempre un certo non so che. Adesso tocca a me raccontarvene una di queste.

Eccovi la storia della testa di marmo e dell’oste chiacchierone.

In pochi notano questa piccola testa di marmo affacciata su Piazza Navona. Si trova sulla parete di un palazzo. Aguzzando la vista, stropicciandovi gli occhi, provate a cercarla voi. Mi vedo costretta a darvi un indizio però: cercate su un muro al di sopra dell’insegna di un ristorante. Quella maschera marmorea, sembra quasi un uomo che tenta di uscire a tutti i costi e anche di buona lena, dal muro.

Chi era quell’uomo? Io che mi ci sono trovata a tu per tu vi dico: era un oste di una taverna in cui forse una volta siete già stati oppure dove un giorno, prima o poi, pranzerete.

Alla fine del ‘500, al soglio pontificio salì Sisto V, che si preoccupò molto della sicurezza e della giustizia, tant’è che le esecuzioni pubbliche, in soli 5 anni di pontificato si moltiplicarono a dismisura. È pur vero che la Roma dell’epoca era tutto tranne che una città sicura: voci false e tendenziose, ladri di ogni genere, poveri affamati che non lesinavano di usare armi bianche per estorcere cibo e denaro.

Papa Sisto V, da buon amministratore di un’area vasta ed essendo anche lui un dritto non solo si preoccupava, ma siccome ne andava pure della sua reputazione, pare che amasse uscire in incognito, vestendosi come la gente povera, ed ascoltare ciò che il “popolino” aveva da dire. Un giorno si recò in una taverna di Piazza Navona e cominciò a parlare con l’oste, il quale non lo riconobbe e gli disse sinceramente il suo parere, come si deve, andando dritto al punto, senza restare sul vago, appunto. Sono così venute a galla, in men che non si dica, tutte cose poco lusinghiere, giudizi molto taglienti e critici sul modo di gestire le cose a Roma da parte del pontefice. Di questo l’oste, poveraccio, dovette risponderne e pagarne lo scotto. Nessuno strappo alla regola.

Il giorno dopo infatti l’oste vide sistemato davanti al suo negozio, un patibolo. Mai avrebbe pensato che quello fosse destinato proprio a lui. Era duro di comprendonio? Che ne so io? Direi che era troppo sbadato forse, oppure che fu preda degli eventi. L’oste chiese perdono ovviamente, ma nessuno, né tanto meno Sisto V glielo concesse.

Tutte le richieste di perdono lasciarono il tempo che trovarono. Fu così che l’oste venne di punto in bianco impiccato per le sue parole.

Pare, infine, che i suoi amici, affissero sul muro davanti alla taverna, questa testa in marmo raffigurante l’oste. Un ricordo di un uomo che disse semplicemente ciò che pensava ma forse alla persona sbagliata… Oggi la testa è ancora lì, per qualcuno rappresenta un ammonimento a non parlare in modo sconsiderato, per altri il ricordo del coraggio di chi è morto pur di non rinunciare alla libertà di espressione? Sfido chicchessia a pensare, soffermandosi sulle proprie emozioni. Finita la storia.
Qualora abbiate abbozzato a lungo e le mie storielle vi abbiano fanno venire il latte alle ginocchia, non abbiate timore di chiosare contro di me.

Non c’è bisogno di essere sempre accondiscendenti o sottostare alle idee altrui.
In ogni caso, il racconto non è stato sguarnito delle espressioni di due minuti con italiano semplicemente, ed inoltre non c’è stato bisogno di ricorrere a racconti osé per attirare la vostra attenzione. Tanti abbracci, ciao e alla prossima.

n. 120 – L’AUSILIO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Giuseppina: Ok ragazzi oggi in questo episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente vi spiegherò una parola che vi sarà di aiuto, anzi vi sarà di ausilio.

La parola è proprio questa: “ausilio” molto simile alla parola “aiuto” .

Ma allora perché dovremmo usare ausilio se c’è già la parola aiuto?

Beh è vero ma solo in parte perché si tratta di un linguaggio un po’ più formale spesso usato in ambito medico.

Ad esempio posso dire che l’oculista, il medico degli occhi si avvale dell’ausilio di molti strumenti elettronici.

Quindi l’ausilio è un supporto. Sì, un aiuto, è vero ma aiutare si usa spesso con le azioni dell’uomo:

ti voglio aiutare a risolvere questo problema.

Non esiste il verbo “ausiliare” (che invece è un sostantivo, significa aiutante) ma esiste essere d’ausilio.

Equivale ad aiutare, ma aiutare ha un senso più umano, l’aiuto prevede empatia e un bisogno da parte di chi lo riceve.

L’ausilio è invece molto tecnico come termine.

Di conseguenza una persona può anche offrire il proprio aiuto dicendo:

Posso esserti d’ausilio?

Ma non significa necessariamente che si ha bisogno di aiuto perché c’è un problema. Quello che si sta offrendo è un supporto, un aiuto più tecnico.

Qualcosa che agevola, che facilita.

Dicevo che avvalersi è un verbo spesso usato in questi contesti. Lo abbiamo visto bene anche nel corso di italiano professionale, in cui abbiamo dedicato un episodio a questo verbo. Quindi:

Io ti sono d’ausilio e tu ti avvali del mio ausilio

La strumentazione tecnica è di ausilio al medico, che si avvale quindi dell’ausilio di questi strumenti.

Si usa anche quando si parla di cose solenni come nella religione:

Solo l’ausilio divino ci può salvare!

Vale a dire che solo se Dio ci aiuta possiamo salvarci.

Terminiamo queato episodio grazie al consueto ausilio di un membro dell’associazione Italiano Semplicemente che ci propone una frase di ripasso di alcune delle precedenti 119 espressioni.

Sofie (Belgio 🇧🇪): in Italia, ma anche in molti altri paesi europei l’omeopatiava per la maggiore, però c’è chi dice che l’omeopatia è una cura che lascia il tempo che trova. Secondo questi ultimi sarebbe una terapia che tende la mano a chi non vuole lasciare nulla di intentato.
Fatto sta che l’omeopatia è soggetta a discussioni infinite e che la dimostrabilità della sua efficacia terapeutica resta sul vago.

Giovanni: Oggi ne facciamo anche un’altra, ma è solo uno strappo alla regola.

Khaled (Egitto 🇪🇬) e Martine (Francia 🇫🇷): Noi stranieri spesso crediamo di doverci avvalere dell’ausilio di regole grammaticali per evitare che vengano a galla le nostre carenze linguistiche. Se però avete sentore che non sia esattamente così, e l’idea di non studiare la grammatica vi risulterà meno peregrina, allora il metodo utilizzato da italiano semplicemente vi risulterà ben accetto.

L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

n. 119 – BENACCETTO – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Conoscete tutti il verbo accettare vero?
Bene, allora sapete anche coniugare il verbo al presente indicativo:

Io accetto
Tu accetti
Lui accetta
Eccetera.

Accettare è il contrario di rifiutare. Anche questo lo sapete. Facile.
Bene, allora dovete sapere che però quando accettate qualcosa, ci sono vari modi per farlo. O meglio a seconda che siate soddisfatti o meno potete usare modalità diverse per dire che questa cosa è accettata da voi. Che vuol dire?

A volte si ingoia un rospo. Accade quando accettate qualcosa ma non siete affatto favorevole: si tratta di sopportare oltre che di accettare. Questo è ingoiare il rospo.

A volte si accetta a malincuore, e questo accade quando accettate di malavoglia. Si dice anche così.

È un sentimento meno forte rispetto al rospo che si ingoia (in senso figurato ovviamente).

Se invece siete felici di accettare qualcosa, allora potete dire che questa cosa è accettata di buon grado, cioè accettata volentieri o, riferendovi all’oggetto, che questo è benaccetto. Com’è questo oggetto? È benaccetto. Lo accettate volentieri.

A dire il vero benaccetto significa sia accettato volentieri, sia gradito, cioè che procura piacere.

Si scrive tutto attaccato in una sola parola, ma volendo anche staccato in due parole: “ben accetto“.

Il contrario è una cosa malaccetta, ma si usa molto meno a dire il vero.

Ben accetto e ben accetta sono invero molto usati.

Es.

Le mie preghiere sono benaccette a Dio.

Quindi Dio le gradisce, lui ha piacere che io preghi, accetta le mie preghiere quindi.

Sono stato benaccetto dal gruppo dei ragazzi della scuola calcio.

Qui ha più il senso di accettato, non respinto, gradito, certo, anche così posso dire.

Calcio: Un pareggio con il Barcellona sarebbe ben accetto.

D’altronde quale squadra di calcio non gradirebbe un pareggio con il Barcellona? Io lo accetterei di buon grado.

Se volete imparare l’italiano con l’associazione italiano semplicemente sarete benaccetti.

Adesso ripassiamo le espressioni passate.

Bogusia (Polonia 🇵🇱): per noi noi i due minuti con italiano semplicemente vanno per la maggiore. Non c’è bisogno di scervellarsi troppo. Sono sempre là, sul sito che ci tendono la mano, tutti realizzati con i fiocchi. Ho sentore che nei prossimi giorni ne arriveranno alcuni ancora più belli. A volte Gianni ci tiene sulle spine. Vi dirò che di regola, riesce a sfoderare spiegazioni chiarissime. Sennò, boh, quando accadrà di non riuscire a capire, sarà l’eccezione che conferma la regola.

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n. 118 – AVERE SENTORE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Avete mai avuto sentore di qualcosa?

Un sentore: cos’è?

Avere sentore è un’espressione che potete usare per esprimere una sensazione. Quando una persona ha un sentore significa che ha una percezione vaga, sente qualcosa ma non sa esattamente da dove venga o cosa sia questa sensazione. Come quando si sente un vago odore di qualcosa.

Avere un sentore è come avere un sesto senso (oltre i cinque sensi che abbiamo tutti), è come conoscere in qualche modo qualcosa che può essere un fatto accaduto, o il motivo per cui è accaduto, o che qualcosa accadrà.

Solitamente, a seconda del caso, si usa anche avere la sensazione, o avere la percezione, avere il sospetto, oppure avere un presentimento, una premonizione o un presagio.

Si tratta sempre di una sensazione che non vi sapete spiegare su due piedi, ma che probabilmente deriva dall’esperienza, da uno sguardo che avete notato o semplicemente dal vostro intuito. È forse più informale rispetto ai suoi sinonimi ma il sentore si usa spesso.

Potete allora avere sentore che qualcuno vi stia seguendo, o che qualcuno vi abbia tradito, ma si può avere anche il sentore di tappo se aprite una bottiglia di vino

In questo caso si fa riferimento all’olfatto vero e proprio. Ma sempre di una sensazione, in questo caso di un odore, non forte ma piuttosto vago. Entrate in una casa ed avete un sentore di alcool ad esempio. Spesso si toglie l’articolo e diventa “avere sentore” in questi casi si parla quasi sempre di sensazione e più raramente di odore, di olfatto. Infine potete usare anche il verbo avvertire al posto di avere.

Ora, se avvertire il sentore che i due minuti siano passati immagino che abbiate ragione.

Adesso ripassiamo alcune espressioni passate parlando di odori:

L’olfatto è il mio senso preferito. Provate a chiudere gli occhi e farvi guidare dal vostro naso. Una volta provato, può darsi che vi piacerà. Ho questo sentore.

A me piace l’olfatto anche se non lo uso per sballarmi usando droghe. Si dà il caso che io ci tenga alla mia salute. Eccome se ci tengo!

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Il notiziario della salute – parliamo degli occhi: vocabolario, verbi particolari, malattie e rimedi

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Descrizione

Pubblichiamo un episodio del programma settimanale del gruppo WhatsApp dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.  Se stai imparando la lingua italiana potrebbe essere utile per te partecipare alle lezioni quotidiane in questo gruppo.

Trascrizione

Oggi parliamo di occhio. Sono molte le espressioni dedicate all’occhio, che cioè contengono la parola occhio, ma oggi voglio dirvi velocemente qualche parola che si usa quando si parla di occhi.

Stropicciare ad esempio è un verbo che si usa spesso con gli occhi. Significa toccarsi gli occhi, sfregare, strofinare, passare più volte la mano gli occhi. Si fa la mattina quando ci si sveglia; ci si stropiccia gli occhi, quindi si usa in modo riflessivo:
Stropicciarsi gli occhi.
Poi è interessante parlare di lacrimazione degli occhi: quando un occhio lacrima (verbo lacrimare) escono le lacrime dagli occhi, escono le gocce dagli occhi, come quando si piange.
Possono lacrimare comunque anche perché sono arrossati o perché qualcosa c’è finito dentro.

Anche il verbo arrossare è abbastanza tipico degli occhi: quando diventano rossi, vuol dire che sono arrossati, cioè sono infiammati, non che il colore degli occhi cambia. Anche la pelle può arrossarsi, ma in questo caso accade quando si prende troppo sole o per via di contusioni, schiaffi eccetera.

Gli occhi poi si possono “strizzare” ma questa è una espressione idiomatica: significa chiudere la palpebra facendo l’occhiolino, come segno d’intesa. Non è certamente come strizzare uno straccio, o come quando ti prende la strizza (la paura, la fifa, ricordate?)

Oltre all’arrossamento ed alla lacrimazione potete anche avere la secchezza degli occhi: in questo caso gli occhi sono poco umidi, sono “secchi” si dice così quando state magari in ambienti surriscaldati o climatizzati, oppure quando fate un uso prolungato del computer. Anche il fumo, la polvere o il vento, possono causare una disidratazione dell’occhio e quindi secchezza o irritazione oculare.

E cosa accade quando prendete un pugno in un occhio? Accade che l’occhio si gonfia: avete un gonfiore all’occhio causato dal trauma del pugno.

Sapete cosa fare in caso di gonfiore o arrossamenti? Potete fare degli “impacchi”. Questa parola l’avete ma sentita? Fate un impacco di acqua e sale ad esempio, che funziona anche in caso di allergie o congiuntivite.

impacco_immagine

L’impacco è l’applicazione sulla cute, cioè sulla pelle, in generale, a scopo terapeutico, quindi per guarire, di panni o garze imbevute di liquidi o soluzioni medicamentose.

Quindi prendete un pezzo di stoffa o una garza, imbevete (cioè bagnate) la garza o la stoffa, il tessuto, di acqua e sale, potrete così fare un impacco. Fare un impacco è questo. Non potete però usare il verbo “impaccare” che invece significa fare un pacco e non un impacco.

A Roma puoi usare il verbo impaccare anche in un altro modo… se sei “impaccato di soldi” vuol dire infatti che hai molti soldi, che sei una persona ricca.

n. 117 – UNA VOLTA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

C’era una volta un professore di italiano che cercava di insegnare la lingua agli stranieri dicendo loro che non bastava ascoltare solo una volta, ma diverse volte. Poi, una volta ascoltato, non è male provare a ripetere con la propria voce. Una volta non esisteva italiano semplicemente. Ma oggi non è più come una volta.

La parola volta ha molti significati, direi anche moltissimi, ma oggi volevo parlarvi di “una volta” quindi sicuramente il cerchio si restringe.

Ho cercato di usare tutti i diversi utilizzi di “una volta” nella frase che avete ascoltato prima. Ripetiamola allora in alcuni punti e spieghiamola.

C’era una volta un professore di italiano…

C’era una volta è esattamente come la frase inglese “once upon a time“, una frase quindi che si usa quando si raccontano le storie ai bambini. Si usa “una volta” nel senso di “molto tempo fa”, senza specificare quando esattamente. Attenzione perché nelle storie per bambini le storie iniziano spesso con questa frase “c’era una volta”, e non possiamo dire “una volta c’era“, che si usa invece quando si fa un confronto tra la situazione attuale e tanto tempo fa. Ad esempio.

Oggi i film vengono visti su internet o su una penna USB, invece una volta c’era il VHS. Vi ricordate del VHS?

Non bastava ascoltare solo una volta, ma diverse volte

In questo caso “una volta” indica un semplice numero. Si fa riferimento alla ripetizione. Quante volte? Una volta. E’ sufficiente ascoltare una sola volta? No, una volta non basta. Niente a che fare col tempo quindi.

Poi, una volta ascoltato, non è male provare a ripetere con la propria voce.

In questo terzo caso “una volta ascoltato” è analogo a “una volta che avrai ascoltato” cioè “dopo che avrai ascoltato”. Quindi “una volta” sta per “dopo“. l’obiettivo è segnare un confine, un limite, per dire cosa accade dopo un determinato momento o evento. In questi casi si usa sempre “una volta“, ed inoltre spesso si mette subito il verbo se il senso è ugualmente chiaro. Ad esempio:

Una volta che avrai deciso, non potrai più tornare indietro

Una volta deciso, non non potrai più tornare indietro

Se non è ancora chiaro:

Una volta baciata, una persona l’hai conquistata!

Passiamo alla prossima frase:

Una volta non esisteva italiano semplicemente. Ma oggi non è più come una volta.

In questi due casi “una volta” , come all’inizio, significa “un tempo“, cioè molto tempo fa.

Ora ripassiamo le espressioni passate parlando del “cielo”, anche detto “la volta celeste“, perché? Perché esiste solo una volta celeste!

Il “cielo” si scrive con la lettera i, ma ci si potrebbe chiedere perché invece il verbo celare (che significa “nascondere”) si scrive senza la lettera i. Purtroppo la pronuncia non cambia però. Voi potreste dirmi: Come sarebbe a dire che la pronuncia non cambia? Purtroppo sì, questo non accade quasi mai nella lingua italiana, è quindi la classica eccezione che conferma la regola.

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una volta

n. 116 – TENERE SULLE SPINE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Spiegazione per madrelingua spagnola (Italiano per ispanofoni)

Para ver el episodio completo, hazte socio de Italiano Semplicemente o escribe al autor.

nicole barichello

Trascrizione

Qual è il metodo più veloce ed efficace per imparare l’italiano?

Io lo so…

Io lo so, ma adesso vi sto tenendo sulle spine, vero?

Dai Giovanni, non ci tenere sulle spine, dicci questo metodo! Non ci tenere sulle spine!

Ebbene allora smetto di tenervi sulle spine, continuate a seguire la rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente e vedrete che questo è il metodo più veloce, a patto che rispettiate le sette regole d’oro: che ripetiate l’ascolto più volte, che proviate anche voi a ripetere le frasi più difficili, ed a patto che l’argomento di cui si parla vi interessi. Queste sono alcune delle sette regole d’oro per imparare l’italiano, alcuni dei segreti.

Tenere sulle spine è l’argomento di oggi, di questo episodio numero 116 della rubrica.

Cosa significa? Vediamo:

Come si sta sulle spine? Come si sta seduti sulle spine ad esempio, che sensazione si prova? Si sta comodi? Oppure scomodi? Le spine cosa sono? le rose hanno le spine ad esempio, ed anche i cactus ce le hanno.

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vedete le spine? – Photo by Markus Spiske temporausch.com on Pexels.com

Credo che stare sulle spine, o essere sulle spine, ad esempio stare seduto sulle spine sia molto scomodo, perché le spine pungono, fanno male, e viene voglia di saltare, di cambiare posizione per cercare una posizione migliore. Sono più o meno gli stessi movimenti, questi, che fanno le persone quando sono agitate perché vogliono sapere una cosa molto importante: la volete sapere ma qualcuno ve lo impedisce: qualcuno vi tiene sulle spine, ed allora vi agitate, vi sedete e vi rialzate, fanno dei giri su voi stessi, fate avanti e indietro eccetera.

Se sono io il colpevole, se cioè sono io a non rivelarvi questa notizia importante allora si dice che son io a tenervi sulle spine, sono io cioè che vi devo dire qualcosa ma non lo faccio: vi tengo sulle spine, e voi allora sembrate anime in pena, vi agitate, non state tranquilli per colpa mia. Altri esempi?

Chi ha vinto la partita? Dai, dimmelo, non tenermi sulle spine!

Sono sulle spine perché non vedo l’ora di sapere l’esito delle elezioni in Italia.

Il professore ha corretto il compito di italiano ma non dice agli studenti come è andato.

Dai prof. non ci tenere sulle spine!

Ci sono alcune frasi equivalenti, come ad esempio “tenere sulla corda” e “tenere sui carboni”. Il senso è sempre lo stesso: i carboni sono quelli del fuoco, quindi scottano, e la reazione è la stessa delle spine. La corda invece probabilmente indica la tensione. La tensione della corda (cioè quanto la corda è tesa, cioè tirata, rigida) è probabilmente messa in relazione alla tensione umana, intesa come preoccupazione, nervosismo

E adesso ripassiamo alcune espressioni passate parlando di fiori (che spesso hanno le spine):

Sofie (Belgio): A me i fiori piacciono molto, e a volte quando sono io a regalarli a mio marito. Lo so che di regola è il contrario ma a me piace fare strappi alle regole. L’amore ha bisogno anche di cambiamenti e per alimentarlo ogni giorno non bisogna lasciare nulla di intentato. Non ti dico la faccia di mio marito quando ogni due per tre gli faccio queste sorprese! E così il nostro rapporto non prende mai una brutta piega!

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CACTUS con le spine – Photo by Scott Webb on Pexels.com

n. 115 – L’ECCEZIONE CONFERMA LA REGOLA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Lia (Brasile 🇧🇷): Se rispetti le regole, non c’è motivo di avere fifa se incontri la polizia. Comunque se ti capita e ti dicono di fermare la macchina, ti devi fermare, non te ne puoi fregare, altrimenti ne risponderai con la legge, a cui tutti noi dobbiamo sottostare. Se invece sei particolarmente votato alla trasgressione delle regole, stavolta credo che ne pagheresti lo scotto. Che vuoi, in fondo alcune regole devono essere rispettate in un paese democratico.

Giovanni: Tutti conoscete le regole vero? le sapete rispettare? Ok, ma la parola “regola” si usa anche in altri modi, non è solo legata agli obblighi, non è solo una norma da seguire, una legge ad esempio, o anche le regole grammaticali. Scommetto che queste le conoscete!
La regola invece indica anche (tra le altre cose) la costanza dei fenomeni, cioè le cose che succedono normalmente, o il modo usuale, normale di comportarsi.

Ad esempio posso dire che i miei figli vanno a scuola tutti i giorni dal lunedì al venerdì; questa almeno è la regola; questo è ciò che avviene di regola, o di norma.

Regolarmente (posso dire anche così) o normalmente vanno sempre a scuola. Poi se stanno male non ci vanno, o se hanno delle visite mediche, o se decidono che non devono andare perché hanno una interrogazione e non sono preparati… vabbè, comunque di regola vanno sempre a scuola.

Questa è la regola. Il che non significa che questa è la norma, intesa come legge, obbligo. E’ ciò che avviene “di solito”, “normalmente”, nella maggioranza dei casi. Non sempre quindi. Ci sono delle eccezioni ovviamente, quelle che vi ho detto: malattie, visite, interrogazioni…

I due concetti di regola comunque son abbastanza vicini, perché le regole (le leggi ad esempio) vanno rispettate, di regola!

Ebbene, se pensiamo a questo significato della parola regola, c’è un proverbio, o un modo di dire italiano che dice che “l’eccezione conferma la regola“.

Questa espressione indica che il fatto che ci sia una eccezione, cioè l’esistenza di una eccezione non significa che la regola non sia quella, non significa che la regola non sia confermata. Anzi!

In alcuni casi si dice che l’eccezione conferma la regola, cioè che l’esistenza di una eccezione rafforza la regola, la conferma, la rende cioè ancora più valida. Come a dire che ogni regola ha la sua eccezione.

Solitamente l’eccezione è una solamente. Ma può capitare che ci siano più eccezioni di una. Il senso è che a volte infatti riconoscere un caso come strano, bizzarro, anomalo, risulta persino utile alla comprensione della bontà della regola, che è valida per la generalità dei casi. Questo è il senso della che si usa nel linguaggio comune. E si usa in senso molto ampio.

Ad esempio se in tutta Europa c’è una crisi economica tranne che in un paese, ad esempio la Spagna, possiamo dire che la Spagna è l’eccezione che conferma la regola; la regola che l’Europa sta vivendo un momento di crisi economica.

Se tutte le donne dicono che sono simpatico e una solamente dice il contrario questa è l’eccezione che conferma la regola.

Di regola a questo punto facciamo sempre una frase di ripasso: questa è la regola, ma stavolta l’abbiamo fatta all’inizio! Non ci fate l’abitudine però: questa è l’eccezione che conferma la regola.

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L’eccezione che conferma la regola. Photo by Pixabay on Pexels.com

n. 114 – LA FIFA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Oddio! Oggi ho un’esame di lingua italiana. Non mi sento molto preparato, ho una fifa!!

Ho una fifa che non ti dico! Se il professore si accorge che non ho studiato, mi mette un bel 4!

Sicuramente tutti prima o poi hanno provato questa sensazione di cui vi parlo oggi: la fifa.

Non sto parlando della Federazione Internazionale di Football, che si chiama sempre FIFA, ma della fifa intesa come paura! La paura! La fifa non è che la paura!

Ovviamente è linguaggio scherzoso, familiare, ma la parola fifa è usata da tutti gli italiani in occasioni speciali: quando ti tremano le gambe per un appuntamento amoroso, quando c’è un esame importante, quando un topolino ti passa tra le gambe, quando in generale si ha paura di affrontare una situazione potenzialmente pericolosa. In questi casi spesso si aggiunge anche un aggettivo che serve a amplificare il concetto di paura: una fifa matta, tremenda, pazzesca, o anche “blu”.

Da qualche giorno sono molto agitato e ho una fifa matta!

Ho una fifa blu dei piccoli animaletti!

Attenti però, non si usa mai nei discorsi molto seri. La fifa in questi casi diventa la paura, o anche il terrore quando è molto forte. Nella maggior parte dei casi è semplicemente paura, ma per alcune circostanze è meglio usare panico (quando non si riesce a pensare):

se l’ascensore si ferma vado in panico!

Spavento (una reazione emotiva improvvisa davanti ad un pericolo):

Oddio che spavento!

Timore (che è meno intenso; è uno stato d’animo ansioso):

Non bisogna aver timore di sbagliare la pronuncia!

Batticuore (stare col batticuore cioè stare in ansia):

Starò col batticuore finché Giovanni non mi chiamerà!

Spesso si usa Strizza, lo fanno soprattutto i giovani (molto informale e simile a fifa):

Che strizza, un cane mi ha rincorso fino a casa!

Tremarella (un’agitazione, un’apprensione):

Davvero ti ha rincorso un cane? Se ci penso mi viene la tremarella!

Ah, non dimenticate che la fifa fa novanta!

Ora ripassiamo alcune espressioni passate parlando di Coraggio.

Ulrike Germania 🇩🇪: Finalmente ho fatto l’esame di Italiano. Vuoi saper se ho paura di essere bocciato? Credo di aver fatto un esame coi fiocchi, ma è nientepopodimeno che la quinta volta che faccio questo esame. e se sbaglio anche questa volta sarei annoverata tra i peggiori studenti di sempre e oltretutto mi sentirei un fallimento. Oddio, che fifa blu che mi sta venendo! ma non v’è modo di sapere com’è andata?

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n. 113 – CON I FIOCCHI – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Questo è veramente un episodio con i fiocchi!

Questo è ciò che io spero che voi pensiate dopo aver ascoltato un qualsiasi episodio di Italiano Semplicemente.

Speriamo allora che anche questo sia un episodio con i fiocchi!

Ma cosa significa con i fiocchi? È una espressione che ha a che fare con la qualità.

Abbiamo già visto la locuzione “come si deve” che riguarda ugualmente la qualità: un giudizio, una valutazione personale.

Quando qualcosa è di alta qualità, a volte ma non sempre possiamo usare questa espressione: con i fiocchi.

Miltidi voi conoscono i fiocchi di neve, che cadono dal cielo altri conoscono i fiocchi di avena che si mangiano a colazione. No, non parliamo di questi fiocchi. Ma se parliamo dei fiocchi dei regali, allora ci stiamo avvicinando. Infatti quando si fa una confezione regalo spesso si avvolge il pacco con del 🎀 nastro colorato e quando si va ad annodare a fare il nodo del nastro si fa un bel fiocco.

Questi fiocchi sui pacchi servono ad abbellire il pacco.

Veramente un pacco con i fiocchi!

Questa frase può anche indicare un pacco ben fatto, bello a vedersi. Ma qualsiasi cosa può essere fatta con i fiocchi, non solo i pacchi regalo.

Ovviamente il senso è figurato e siamo non linguaggio informale, familiare.

Eccellente, magnifico, meraviglioso, eccezionale ed atri aggettivi di questo tipo sono equivalenti.

Dicevo che non sempre è indicato parlare di qualcosa con i fiocchi, ma questo modo di esprimere la qualità va bene se siamo in un contesto familiare e soprattutto se parliamo di qualcosa di realizzato, qualcosa che è opera di qualcuno, fatto da qualcuno.

Il mio vicino ha un giardino coi fiocchi.

Un bel giardino dunque, perfetto!

Il verbo fare, proprio perché si parla di opere dell’uomo, spesso si usa insieme alla locuzione.

Hai fatto un esame coi fiocchi!

Mia madre ha fatto un pranzo coi fiocchi!

Nella partita di oggi, i calciatori hanno fatto una prestazione veramente coi fiocchi.

Una bellezza (quella di una donna ad esempio) invece non può essere con i fiocchi, essendo merito della natura, ma il trucco applicato sul viso può essere fatto coi fiocchi: un trucco potremmo dire perfetto, impeccabile, senza alcun difetto.

Adesso ripassiamo alcune espressioni passate parlando di fratelli e sorelle.

Ho sentito un amico che, con un fare poco simpatico, parlava di una ragazza carina che gli piace tanto. Poi ha detto: non ha però una buona famiglia.

Si da il caso che quella ragazza sia mia sorella! Allora io ho detto: come sarebbe a dire scusa? Lui era in imbarazzo ma ha sfoderato un bel sorriso e ha chiesto scusa. Si è salvato in calcio d’angolo, altrimenti l’avrei messo a posto!

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Il notiziario della salute: il fungo Reishi

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Buongiorno a tutti amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo del notiziario della salute. Un notiziario in cui parliamo della salute umana. Ogni martedì nel gruppo Whatsapp dell’Associazione Italiano Semplicemente condividiamo qualcosa che ha a che fare con la salute, a volte parliamo di semplici notizie, ma di tanto in tanto fa bene parlare di salute! Oggi parliamo del fungo Reishi.

Il vero nome è Ganoderma lucidum, è un fungo che cresce sul legno di quercia o di castagno. Quindi in pratica si può trovare un po’ ovunque nel mondo dove crescono queste piante.

È conosciuto in Cina per le sue proprietà officinali, in quanto, secondo alcuni, conterrebbe principi attivi in grado di regolare il livello di colesterolo, la glicemia e di agire positivamente sull’aritmia cardiaca.

Tutti lo conoscono col nome di fungo Reishi.

In Cina e in Giappone viene coltivato sin dall’antichità, essiccato e poi ridotto in polvere; è adoperato per la preparazione di decotti, unguenti, liquori oppure viene semplicemente trasformato in compresse; secondo la tradizione, (perché nessuna di tali è supportata da evidenze scientifiche) , possiederebbe proprietà officinali.

Alcuni studi in vitro hanno evidenziato un possibile ruolo anti-infiammatorio e utile per combattere i tumori.

Eppure chi vende questo prodotto dice che previene le allergie, che ti rende più energico, che riequilibra il tuo organismo, che ti aiuta a perdere peso addirittura, e che aumenta le difese immunitarie.

Io personalmente acquisto periodicamente il fungo Reishi in capsule.

Spieghiamo alcuni termini.

Le proprietà officinali. Si parla di prodotti dotati di proprietà terapeutiche e, per tali proprietà, utilizzate anche nell’industria farmaceutica;
I principi attivi, attenti alla pronuncia di principi. Sono sostanze che possiedono una certa attività biologica, includendo tutte le sostanze dotate di effetto terapeutico (farmaci), benefico (vitamine, probiotici) o tossico (veleni). In ogni medicina che si acquista in Farmacia c’è un principio attivo.

La Glicemia è la concentrazione di glucosio, cioè zucchero nel sangue. Quindi regolare la glicemia significa evitare che ci siano picchi, alti valori improvvisi di glicemia. La glicemia alta, cioè l’iperglicemia, è una condizione potenzialmente dannosa, che può esporre la persona a diversi rischi.

L’aritmia cardiaca  è un disturbo del ritmo cardiaco o della frequenza cardiaca (cioè del numero di battiti al minuto); il cuore può cioè battere troppo velocemente o troppo lentamente o con un ritmo completamente irregolare.

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Il fungo viene essiccato cioè viene privato dell’acqua. Essiccare è un verbo che si usa quando occorre togliere l’acqua da un alimento per farlo conservare generalmente. Per ridurlo in polvere.
Con la polvere poi si fanno le compresse. Si chiamano così, o anche pillole, capsule o anche pasticche o pastiglie.

Ci sono poche evidenze scientifiche delle proprietà.
Cioè la scienza non ha evidenziato, cioè non ha dimostrato tutte queste proprietà. Si dice che queste proprietà non sono supportate da evidenze scientifiche.

Ci sono stati degli studi in vitro cioè in laboratorio che hanno evidenziato qualche beneficio. Gli studi in vitro, significa sotto vetro. La locuzione è usata per indicare gli esperimenti fatti in laboratorio dove si usano dei piccoli contenitori di vetro e non si fanno esperimenti nell’organismo vivente.

Vorrei chiarire anche il termine prevenire: si dice che il fungo Reishi previene le allergie, quindi impedisce che vengano delle allergie. D’altronde prevenire è meglio che curare, si dice in medicina.

Prevenire quindi significa anticipare, fare in modo che qualcosa non accada. In questo caso prevenire una allergia, quindi anticiparla, fare in modo che l’allergia non si manifesti.

Finisce qui il notiziario della salute di oggi, ci sentiamo martedì prossimo con i membnri dell’associazione a cui tutti potete chiedere di farne paret se siete stranieri. Vi metto il link per vedere le nostre attività per partecipare al programma settmanale di lezioni. Vi aspettiamo.

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n. 112 – IL DORMIVEGLIA – 2 minuti con Italiano semplicemente

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3 – Corso di Italiano Professionale: il programma delle lezioni

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Stamattina mi ricordo tutti i sogni che ho fatto. Durante il dormiveglia mi succede sempre.

E a voi succede di ricordare i sogni che fate durante il dormiveglia? Anche a me succede spesso durante il dormiveglia, anche se non sono dei veri sogni quelli.

Questo mi accade la mattina, proprio quando sono mezzo sveglio e mezzo addormentato. Oppure la sera prima di addormentarmi.l, sempre durante la fase di dormiveglia.

Questo è il dormiveglia: è quando vi trovate in una condizione incerta tra l’essere desto, cioè sveglio e l’essere addormentato. In quel momento avete un sonno leggero, probabilmente avete già dormito e vi state svegliando oppure vi state addormentando. La parola dormiveglia parla da sola, esprime bene il significato.

La veglia è la piena attività dei vostri centri nervosi. Quando siete svegli siete desti, il vostro cervello è attivo, è sveglio, desto, funziona perfettamente insomma.

Invece durante il dormiveglia siete mezzi addormentati e la mente inizia a vagare, è fuori dal vostro controllo.

Non è una parola strana il dormiveglia, si usa sempre per indicare questa condizione tra il sonno e la veglia.

Adesso ripassiamo alcune espressioni già imparate nei precedenti episodi parlando di sogni.

Hartmut (Germania 🇩🇪) e Lia (Brasile 🇧🇷): Qualcuno dice che sia possibile decidere quali saranno i propri sogni notturni. Può darsi, ma a me questa sembra proprio un’idea peregrina. Sono decisamente restio a credere ad una cosa del genere. Se si mettesse a punto una tecnica per riuscire a fare questo, tutti preferirebbero dormire. Insomma a me questi sembrano discorsi che lasciano il tempo che trovano. E a voi?

L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

n. 111 – UN PO’ PO’ – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Hei, hai visto che po’ po’ di macchina che si è comprato Marco?

Ulrike (Germania): Dopo anni di stagnazione su un livello basso, due anni fa, che po’ po’ di fortuna di aver trovato italiano semplicemente!

Tutte queste frasi contengono l’espressione po’ po’: che po’ po’ di macchina, che un po’ po’ di casa, che po’ po’ di sito.

Si scrive normalmente con due parole: po’ po’, ma a volte potreste trovare anche una sola parola: popò. La pronuncia in effetti è la stessa. Attenzione pero perché popò: la popò è semplicemente la cacca, almeno nel linguaggio familiare. Si usa spesso con i bambini: Hai fatto la popò? Si papà, si mamma, ho fatto la popò. Si usa con i bambini molto piccoli.

Qui stiamo parlando di tutt’altra cosa.

Allora cosa significa un po’ pò di qualcosa, quando po’ po’ sono due parole uguali ma separate?

È un’espressione informale che si usa per indicare o una quantità abbondante di qualcosa:

Guarda che po’ po’ di piatto di pasta che ho mangiato in Italia.

Che significa guarda che grande, che enorme piatto di pasta! Un piatto molto abbondante.

Oppure indica qualcosa di grandioso, qualcosa da ammirare, o da invidiare.

Tu sei molto ricco e con quel po’ po’ di soldi che hai chissà quante cose puoi acquistare.

Con quel po’ po’ di soldi, cioè con tutti quei soldi: sono molti e vorrei averli io tutti quei soldi: ammirazione quindi.

Po’ po’ a volte significa “addirittura“, quindi esprime stupore, ma in questo caso si trova all’interno della frase:

Niente po’ po’ di meno, o nientepopodimeno, tutto unito in una sola parola. È come dire: “niente poco di meno che

Giovanni fino ad oggi ha realizzato nientepopodimeno che 600 episodi con Italiano Semplicemente.

Ho acquistato una macchina e ho a acquistato nientepopodimeno che una Ferrari! Addirittura una Ferrari.

Anche qui linguaggio informale, si usa prevalentemente all’orale ma può capitare che lo troviate scritto.

Ora ripassiamo le espressioni passate parlando sempre di stupore :

Natalia (Colombia):
Mio figlio è molto bravo a scuola, sono veramente contento e anche stupito. Ogni tanto sfodera frasi molto profonde.
Solo a casa è un po’ indisciplinato. Devo essere un po’ più accondiscendente con lui. Anche perché ha detto che a volte a scuola lo prendono in giro per via della sua zeppola nella pronuncia. Non permetto a chicchessia di fare questo. Ne parlerò col preside. Chi lo prende in giro deve risponderne personalmente: ha bisogno di una punizione come si deve.

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n. 110 – COME SAREBBE A DIRE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Trascrizione

Fidanzata: Giovanni, io credo che… dobbiamo parlare un attimo. Devo dirti una cosa importante

Fidanzato: prego, dimmi pure, ti ascolto.

Fidanzata: credo di non amarti più!

Fidanzato: Cosa? come sarebbe a dire che non mi ami più?

Giovanni: l’espressione di oggi è “come sarebbe a dire?

E’ una domanda, questo lo avete capito, ed è una domanda che riflette un forte stupore, uno stupore che viene da qualcosa che si è appena ascoltato.

Una persona dice una cosa e l’altra dice: come sarebbe a dire?

Oppure: come sarebbe a dire che… ripetendo poi la frase ascoltata che ha suscitato stupore.

Una frase, una domanda che si sente e si pronuncia spesso in famiglia e tra amici, e questo accade quando non solo c’è un forte stupore, ma questo è anche un modo per chiedere spiegazioni, delle spiegazioni ulteriori.

E’ come dire: scusa, Cosa hai detto? Ho capito bene? potresti spiegare meglio?

Ovviamente è una frase informale. Non è una domanda retorica, perché questo è un modo per chiedere spiegazioni di fronte a qualcosa che stupisce, qualcosa che coglie alla sprovvista, che coglie di sorpresa. Una domanda quindi che manifesta incredulità: è quello che si prova quando non si crede a qualcosa. Spesso si usa anche come risposta piccata, cioè risentita, ad una frase che si ritiene offensiva, come nel dialogo che avete ascoltato all’inizio. Ad esempio:

Cosa? Come sarebbe a dire che io non faccio parte della società?

Come sarebbe a dire che non mi aumentate lo stipendio?

Come sarebbe a dire che sono licenziato?

Notate due cose:

Primo: “sarebbe” è il condizionale del verso essere. Non pensate a questo, l’uso del condizionale serve solo a mettere forse in dubbio quanto ascoltato, a manifestare incredulità.

Seconda cosa: a dire si pronuncia come se ci fosse la doppia d. E’ una regola della pronuncia: non bisogna staccare ma pronunciare come se ci fossero due “d”: addire. Se siete interessati date un’occhiata all’episodio in cui parliamo di questa regola: il rafforzamento

Ora ripassiamo le espressioni passate parlando sempre di incredulità:

Liliana (Moldavia): papà, voglio una macchina nuova!

Khaled (Egitto): no, niente da fare!

Liliana (Moldavia): Come sarebbe a dire che non possiamo comprarci la macchina nuova? Non sono affatto del tuo stesso avviso. Non puoi tagliare corto in questo modo. Spiegati meglio!

Khaled (Egitto): Mi spiace ma non possiamo comprare una macchina nuova. Per questo mese si dà il caso che abbiamo superato il nostro tetto di spesa. La cosa ti coglie alla sprovvista?

Liliana (Moldavia): questo è un tiro mancinopapà. Cos’è, sei indisposto oggi? Sai bene che è tanto tempo che voglio una macchina. Se non ti tornano i conti è un tuo problema. Io i soldi ce li ho sul mio conto in banca, Eccome se ce li ho!

Khaled (Egitto): il tuo conto in banca? Avevo dimenticato il tuo conto in banca! Allora hai visto mai che bastano anche per la mia nuova bicicletta! 

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comesarebbeadire

 

n. 109 – HAI VISTO MAI! – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Giovanni: Oggi ragazzi mi impegnerò molto, mi sento molto in forma; hai visto mai che riesca a rientrare nei due minuti di durata!

L’episodio di oggi riguarda la frase “hai visto mai!“, un’espressione informale che nessuno vi ha mai spiegato prima.

Si tratta di un’esclamazione di speranza. Fondamentalmente esprime speranza e fiducia nello stesso tempo. Ma quando si usa?

Attenzione innanzitutto all’ordine delle tre parole: “hai visto mai” è diverso da “hai mai visto“. Infatti quest’ultima è la forma che si usa normalmente per fare una domanda. Ad esempio posso chiederti:

Hai mai visto una donna così bella?

Hai mai visto un sito come Italiano Semplicemente?

Hai mai visto un gorilla?

Invece io sto cercando di spiegarvi “hai visto mai“. Vediamo qualche utilizzo, hai visto mai che sia la migliore spiegazione!

Primo esempio:

Volete sapere il segreto per avere successo con le donne? Bisogna provarci con tutte. Hai visto mai qualcuna ci sta!

Ecco, in questo esempio dico che per avere successo con le donne – non è il mio pensiero ma molti uomini la pensano così – bisogna provare o provarci con tutte. In questo modo qualcuna potrebbe accettare la mia offerta. Ho cercato di farvi capire il concetto usando parole comprensibili, ma “hai visto mai che qualcuna ci sta” esprime molto meglio la fiducia e la speranza che almeno una ragazza accetti le mie avances.

Secondo esempio: mi trovo solo su un’isola deserta e decido di cercare di chiedere aiuto scrivendo un messaggio in una bottiglia per poi gettare la bottiglia in mare. E penso:

Hai visto mai che qualcuno la raccolga e legga il messaggio. Solo così mi posso salvare.

Terzo esempio:

Acquisto un biglietto della lotteria e dico:

Lo so che ci sono poche probabilità di vincere, ma hai visto mai! La speranza è l’ultima a morire!

E’ un modo informale e utilizzatissimo in tutta Italia per esprimere una speranza. Si può usare la forma indicativa o anche il congiuntivo, che sarebbe più corretto poiché si parla di speranza, cioè di desideri:

Es:

Ciao Mamma, io esco, hai visto mai, dovessi incontrare la mia anima gemella!

Oppure anche:

Ciao Mamma, io esco, hai visto mai che incontro la mia anima gemella!

Usatelo senza problemi in entrambe le forme, ma solo all’orale o nelle conversazioni in chat. E’ molto simile a “speriamo” e anche “non si sa mai” e quindi capite bene che si usa soprattutto per esprimere una speranza e quasi mai una preoccupazione. Tuttavia potrebbe accadere di ascoltare frasi come:

Prendo l’ombrello, hai visto mai che piove!

Prendo l’ombrello, hai visto mai, dovesse piovere!

Ed ora ripassiamo le espressioni passate parlando proprio di speranza:

Junna (Cina): Mi piacerebbe avere una macchina nuova, ma ho già superato il tetto di spesa consentito quest’anno. Ma ieri ho giocato alla lotteria, e hai visto mai che vinco! Può darsi che  questa sia un’ipotesi veramente peregrina ma sognare non costa nulla. Oddio! Avrò sforato anche oggi? 

Giovanni: è colpa mia! Abbiamo sforato per colpa mia!

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haivistomai

n. 108 – SFODERARE – 2 minuti con Italiano semplicemente

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Oggi Cristiano Ronaldo ha sfoderato una prestazione strepitosa!

L’episodio di oggi riguarda il verbo “sfoderare“. Sapete cos’è la fodera? e il fodero? e la federa? Sono tutti oggetti abbastanza simili.

Tutti voi, se dormite usando un cuscino per appoggiare la testa, sapete che ogni cuscino ha una “federa” che avvolge il cuscino. La federa ha una funzione igienica e serve a proteggere il cuscino, Parliamo della federa. Ma esiste anche la fodera e il fodero. Una giacca ad esempio ha la fodera, ma è interna, è un tessuto di rivestimento interno. Anche altri indumenti hanno la fodera.

Anche un materasso (dove dormiamo) ha una ricopertura, una fodera, e anche un divano ha una fodera, sempre esterna come la federa del cuscino.

Anche un libro o un quaderno possono avere una fodera, fatta di carta stavolta, o anche di plastica. Si chiamano foderine in questo caso. Servono e proteggere la copertina del libro e del quaderno, per non farla rovinare.

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le foderine – Photo by Pixabay on Pexels.com

Esiste anche al maschile: il fodero. Una spada ha il fodero, un coltello può avere il suo fodero: è la sua custodia, è dove va riposto per non rovinare la lama della spada o del coltello. Si chiama anche guaina in questo caso, ed è esterna, ovviamente.

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un bel coltello con il suo fodero – Photo by Aidan Nguyen on Pexels.com

Ma “sfoderare“, come verbo, cosa significa?

Significa togliere la fodera, privare della fodera. Quindi sfoderare una giacca, sfoderare la spada, hanno il significato di togliere la fodera della giacca e togliere la spada dal fodero. Si dice anche sguainare la spada in questo caso.

Sfoderare però si usa anche in senso figurato, e si usa nel senso di estrarre non un oggetto, ma di estrarre, esibire, mostrare a volte inaspettatamente, altre volte proprio al momento opportuno, al momento giusto.

Cosa può essere sfoderato? Una bella prestazione, come nell’esempio che abbiamo sentito all’inizio. Una bella prova, una bella partita eccetera. Si tratta sempre di un qualcosa di positivo che ha a che fare con le abilità di una persona.

Così come cristiano Ronaldo può sfoderare una grande prestazione, allora un cantante può sfoderare una voce meravigliosa, e un allenatore può sfoderare una formazione a sorpresa, decidendo di far giocare dei giocatori che nessuno si aspettava.

Una donna può sfoderare i suoi gioielli indossandoli durante un matrimonio;

Sempre nello sport, si può sfoderare un tiro fortissimo, oltre che una prova fenomenale, una prestazione fantastica. Abilità insomma, ma a volte quando si sfodera qualcosa lo si fa anche solo per mostrare, per far vedere che si ha questa abilità, per vantarsi quindi:

Guardate quanto sono bravo!

Guardate quanto sono bello!

Guardate tutti quanto sono ricco!

In questo caso si usa di più il verbo sfoggiare o anche ostentare. Se sono molto colto ad esempio posso sfoderare la mia cultura, e cose di questo tipo, ma meglio dire “sfoggiare“, o fare sfoggio della cultura, o “dare sfoggio” che è la stessa cosa.

Adesso un membro dell’associazione darà sfoggio della sua abilità sfoderando una bella frase di ripasso delle espressioni precedenti:

Liliana (Moldavia): Ok, allora non vedo come io possa tirarmi indietro: certo, dare sfoggio delle mie abilità ha un rovescio della medaglia, poiché tutti penseranno che sono vanitosa ed esibizionista. Ma non è vero, io sono anche molto modesta. Sono senz’altro migliore di tutti voi, cari ascoltatori ed ascoltatrici ed oltretutto verrà presto a galla anche che sono la più brava in italiano. Che volete, quando si nasce fortunati…

L’Inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!