Quando ‘stesso’ non significa ‘uguale

Audio in preparazione

episodio 1246

Trascrizione

Bentornati su Italiano Semplicemente e in particolare nella rubrica ” due minuti con Italiano Semplicemente”.

C’è una parola italiana che sembra semplicissima.

Una parola che tutti conoscono.

Una parola che spesso si traduce con same in inglese, o même in francese.

Questa parola è “stesso”. Facile vero ?

Eppure… attenzione.

Perché “stesso” non significa soltanto uguale o identico.

A volte assume un valore molto più sottile, elegante e persino enfatico.

Pensiamo a questa frase.

Anche quest’anno Giovanni, il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, ha organizzato la riunione dei membri. Alcuni membri parteciperà e ci sarà anche lo stesso Giovanni con la sua famiglia.

Oppure:

Ho sentito dire che la riunione sarà nella zona del Cilento e lo stesso Giovanni ha confermato la notizia.

Qui “stesso” non significa affatto “uguale”.

Non indica somiglianza.

Non vuol dire neppure “medesimo” nel senso più comune.

Qui ha un altro ruolo.

È come dire:

Proprio Giovanni, Giovanni in persona, nientemeno che Giovanni.

Ecco il punto.

In questi casi “stesso” svolge una funzione enfatica, rafforzativa.

Serve a mettere in evidenza il referente.

A sottolineare che si tratta proprio di quella persona, e non di un’altra.

È un uso che deriva dal latino ipse, che aveva proprio questa funzione rafforzativa.

Per questo motivo, quando diciamo:

Lo stesso direttore è intervenuto alla riunione

intendiamo:

perfino il direttore,
il direttore in persona,
proprio lui.

È dunque un uso assolutamente particolare.

C’è però una sfumatura da osservare.

Nella frase:

Lo stesso Giovanni ci va

l’espressione può assumere un valore quasi narrativo.

Serve a riprendere un nome già menzionato e a riportarlo al centro dell’attenzione.

È come se dicessimo:

proprio quel Giovanni di cui stavamo parlando.

Se diciamo “anche Giovanni ci va”, è lo stesso, ma non è detto mi riferisca al medesimo Giovanni di cui stavo parlando.

Ad ogni modo in questi casi si perde qualcosa. Manca l’enfasi. Ciò che manca è il valore della partecipazione di Giovanni.

Ad ogni modo si può usare anche così, senza dare enfasi.

In questi casi è solo una forma di richiamo, è una ripresa elegante, un modo per evitare la ripetizione semplice del nome, ma comunque sottolinearlo.

Vediamo altri esempi e vediamo quanta enfasi c’è o è solo un richiamo.

Il presidente stesso ha firmato il documento.

Quindi proprio il presidente, proprio lui, in persona. C’è abbastanza enfasi in questo caso.

Oppure:

Lo stesso Giovanni, che ieri sembrava indeciso, oggi ha cambiato idea.

Qui richiama una persona già nota (Giovanni) nel discorso e la rimette in primo piano. Anche qui focalizziamo l’attenzione su Giovanni, che, evidentemente come altre persone, ha cambiato idea. Ma Giovanni appare più importante.

Oppure:

La proposta è stata sostenuta dagli esperti e dallo stesso ministro.

Beh, il ministro è il ministro…

Oppure:

Per comprendere il messaggio del libro, possiamo affidarci alle parole di chi lo ha scritto: è lo stesso autore infatti che, nella prefazione, chiarisce il suo intento e ne illustra il senso profondo.

Anche in questo caso si vuole attribuire maggiore peso alla persona citata.

Si rafforza l’argomento citando proprio l’autore.

Si può anche enfatizzare qualcosa e non qualcuno: un oggetto, un fatto, un concetto, perfino un’intera situazione.

Per esempio:

Il problema sta nello stesso regolamento.

cioè nel regolamento stesso, nel regolamento in sé.

La risposta è contenuta nella domanda stessa.

Attenzione qui, perché spesso si preferisce invertire e mettere la parola “stesso” alla fine.

Infatti potrebbe essere ambiguo dire “La risposta è contenuta nella stessa domanda”, perché in questo caso “stessa” torna più facilmente al suo significato ordinario di identità o uguaglianza.

Se dico:

“La risposta è contenuta nella stessa domanda” l’ascoltatore potrebbe interpretare la frase come:
nella medesima domanda di cui si parlava prima,
oppure in quella domanda e non in un’altra.

Insomma, qui stessa può sembrare semplicemente equivalente a medesima.

Se invece dico:
“La risposta è contenuta nella domanda stessa” l’effetto cambia.

La posizione finale dà maggiore rilievo al valore enfatico.

È come dire:
nella domanda in sé,
nella domanda stessa, proprio in essa.

Questa collocazione evita ambiguità e rafforza il significato.

Per questo motivo, quando si vuole mettere in evidenza un oggetto, un concetto o una situazione, l’italiano spesso preferisce spostare stesso dopo il nome.

Con le persone, invece, entrambe le posizioni sono più naturali.

Lo stesso Giovanni
Giovanni stesso

ma con le cose la posizione finale è spesso più elegante e più precisa.

Dunque l’ordine delle parole non è un dettaglio secondario. Può cambiare la sfumatura e a volte chiarisce l’intenzione comunicativa.

L’episodio finisce qui.

Siete sorpresi di questo utilizzo di “stesso”? Lo saranno probabilmente anche alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Comunque tranquilli, è lo stesso italiano che a volte, ci sorprende.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti a cura degli stessi membri. Parliamo di problemi con automobile.

André: Volevo comprarmi una Fiat, ma l’ho trovata con una caterva di problemi (gli italiani lo sanno bene!). Ho firmato il contratto e adesso sto cercando di sistemare tutto in via amichevole con il venditore… speriamo non invano. Ma si sa: ho voluto la bicicletta? E adesso pedalo!

Marcelo: Fortuna ha voluto che la mia macchina non sia mai rimasta in panne e non mi abbia mai lasciato appiedato!
Se fosse successo qualche guasto, fatta salva una foratura, non avrei potuto fare niente. Adesso a differenza di venti anni fa, per risolvere qualche problema devi essere un esperto di computer!… mannaggia alla modernità!

Corso di Italiano Professionale: 10 frasi indispensabili – lezione n. 42

10 frasi indispensabili per lavorare in Italia (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nel corso di Italiano professionale. Siamo ancora nella sezione chiamate “lavorare in Italia”.

In questo nuovo episodio dedicato a chi vuole lavorare in Italia, fare carriera, oppure semplicemente sentirsi più sicuro in un ambiente professionale italiano, vediamo 10 frasi importanti.

Se siete stranieri e state cercando lavoro in Italia, oppure avete già trovato un impiego, conoscere la grammatica non basta.

Sapere il congiuntivo è utile, certo.

Ma in ufficio nessuno vi giudicherà per quello.

Vi giudicheranno, in senso buono, per la vostra capacità di comunicare in modo efficace, naturale e professionale.

Ecco perché oggi vedremo 10 frasi indispensabili per lavorare in Italia.

Non semplici parole, ma espressioni concrete che userete davvero.

E attenzione: queste frasi non servono solo a parlare bene.

Servono a dare un’impressione di affidabilità, competenza e integrazione.

In altre parole: vi aiutano a lavorare meglio… e magari anche a fare carriera.

1) “Resto a disposizione”

È una formula molto usata nelle email professionali. Non si usa in altri contesti.

Significa: sono disponibile se avete bisogno di ulteriori informazioni.

Esempio:

Le invio il documento richiesto. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.

È elegante, formale e molto apprezzata.

Se lavorate in un ufficio, la userete continuamente sia a voce che per email, e nelle email si usa aggiungere appunto”per ulteriori/eventuali chiarimenti”.

2) “Le faccio/farò sapere”

Questa è essenziale.

Vuol dire: la informerò appena avrò novità. Sto dando del Lei al mio interlocutore. Dando del tu comunque “ti faccio sapere” si può usare tranquillamente a livello informale con amici e familiari.

Esempio:

Controllo il calendario e le faccio sapere entro domani.

È utile per prendere tempo in modo professionale.

Non promettete una risposta immediata, ma mostrate attenzione. Normalmente si usa la forma presente (le faccio), ma si può usare anche il futuro (le farò), sebbene al futuro sia meno credibile e opportuna. È importante infatti dire che “le farò sapere” o “le faremo sapere” sono modalità che si usano per liquidare qualcuno, qualcuno che in realtà non sarà mai più chiamato in futuro. Quindi usate il presente (le faccio sapere) perché è molto più credibile.

3) “Mi occupo io della questione”,”me ne occupo io”

Frase importantissima.

Trasmette responsabilità e iniziativa.

Significa: penserò io a risolvere il problema. Informalmente si usa anche “ci penso io” ma non è molto professionale.

In un contesto lavorativo, dire questa frase vi rende affidabili.

Esempio:

Non si preoccupi, mi occupo io della questione.

Anche qui molto meglio usare la forma presente.

4) “Ci aggiorniamo”

Una delle espressioni più frequenti in Italia.

Vuol dire: restiamo in contatto e ci risentiamo presto.

Esempio:

Per ora va bene così, ci aggiorniamo la prossima settimana.

Molto usata in riunioni, telefonate e messaggi. Significa che in futuro ne parleremo ancora e ognuno dei due comunicherà all’altro le eventuali novità.

5) “Ho preso in carico la pratica”

Prendere un carico una pratica è tipica di ambienti amministrativi e burocratici.

Significa: ho iniziato a gestire il caso o la richiesta. È il “ciao” del lavoro.

Esempio:

Confermo di aver preso in carico la pratica.

Suona molto professionale. C’è ne siamo occupati anche in un episodio di Italiano commerciale: la presa in carico.

6) “Entro fine giornata”

Espressione temporale fondamentale.

Vuol dire: prima della fine dell’orario lavorativo.

Esempio:

Le invio tutto entro fine giornata.

Molto usata per scadenze rapide. Ovviamente diamo quasi sempre del lei in ambito professionale, ma talvolta, specie con colleghi che si vedono tutti i giorni, possiamo dare del tu senza problemi.

7) “C’è una criticità”

Criticità: Parola molto amata negli uffici italiani.

Una criticità è un problema, ma detto in modo più tecnico e meno diretto. A me sta abbastanza antipatica, ma sì usa abbastanza spesso.

Esempio:

Abbiamo rilevato una criticità nel sistema.

Più elegante di dire semplicemente: c’è un guasto o c’è un problema da risolvere.

8) “Va condiviso con il team”

Parliamo di una decisione o di un problema o un’informazione che deve essere discussa con gli altri. Dev’essere condivisa con gli altri.

Esempio:

Prima di procedere, questo va condiviso con il team.

Frase utile in ambienti collaborativi.

Il team può essere sostituito con l’ufficio o il gruppo o i colleghi.

9) “È una priorità”

Vuol dire che qualcosa è urgente o molto importante. Una priorità è qualcosa più importante delle altre. Una priorità è prioritaria rispetto agli altri problemi obbiettivi. È qualcosa di impellente.

Esempio:

Questo progetto è una priorità per l’azienda.

Usatela per capire e comunicare l’importanza delle attività.

10) “dobbiamo fare il punto della situazione”

Forse l’espressione più usata tra tutte.

Significa analizzare insieme ciò che è stato fatto e cosa resta da fare.

Esempio:

Domani mattina faremo il punto della situazione.

Molto usata in riunioni e aggiornamenti.

Fare il punto della situazione, letteralmente è incomprensibile. Infatti è una locuzione idiomatica, il che significa che il suo significato non va interpretato letteralmente parola per parola, ma nel suo complesso.

Significa fermarsi a fare un riassunto, analizzare i dati e vedere e valutare a che stadio si trova un progetto, un problema o un evento. È sinonimo di “fare il bilancio”, “aggiornarsi” o “fare una panoramica”.

L’origine è francese: deriva probabilmente dal termine tecnico nautico faire le point. In mare, “fare il punto” significava determinare la posizione esatta della nave sulle carte nautiche rispetto a un percorso, per capire dove ci si trovava.
Oggi viene utilizzata per individuare gli aspetti fondamentali di una questione (o un progetto) e capire lo stato attuale delle cose.

Perché queste frasi sono così importanti?

Perché il lavoro in Italia non dipende solo da quello che fate.

Dipende anche da come vi esprimete.

Un linguaggio professionale corretto crea fiducia.

E la fiducia, nel mondo del lavoro, conta moltissimo.

Conoscere queste formule permette di integrarsi meglio, evitare malintesi e sembrare subito più preparati.
Non memorizzatele soltanto però.

Provate a usarle in email, colloqui, conversazioni.

La lingua professionale si acquisisce praticandola.

E più la usate, più vi sembrerà naturale.

Se volete lavorare in Italia con sicurezza, iniziate da qui.

Perché spesso non basta parlare italiano.

Bisogna parlare l’italiano del lavoro.

Allora ci aggiorniamo al prossimo episodio di Italiano professionale.

Video YouTube

Stringente

Audio livello INTERMEDIO (scarica audio)

Vídeo livello INTERMEDIO

Audio livello AVANZATO (scarica audio)

episodio 1245

Trascrizione

Bentornati a tutti.

Oggi affrontiamo una parola molto interessante, una parola che si sente spesso nei contesti formali, professionali, giornalistici e burocratici. Tranquilli però, perché tutti la capiscono, infatti si può usare senza problemi anche in contesti quotidiani.

È una parola che, a prima vista, potrebbe sembrare difficile ad un non madrelingua, ma che in realtà è molto utile. Parlo di “stringente”. Tecnicamente è il participio presente del verbo stringere.

Come molti participi presenti italiani, nel tempo ha assunto però anche funzione di aggettivo.

Lo stesso destino è spettato ad esempio a dirimente, pertinente: Participi presenti che hanno preso una strada semantica autonoma, allontanandosi dal significato concreto e originario del verbo.

Vediamo di capire bene come si usa però.

Quando diciamo che qualcosa è stringente, intendiamo dire che esercita una forte pressione, che impone limiti, che non lascia molto spazio di manovra. Come le scarpe strette, che stringono il piede e non ha molta libertà di movimento.

Insomma, qualcosa di stringente è qualcosa che “stringe”, proprio come suggerisce il verbo da cui deriva.

E qui c’è già una bella intuizione: il verbo stringere richiama l’idea di una presa forte, di una costrizione.

Per questo motivo, stringente si usa spesso per parlare di:

regole

vincoli

esigenze

necessità

controlli

misure

scadenze

Ad esempio:

Abbiamo adottato misure stringenti per ridurre i costi.

Il regolamento impone criteri molto stringenti.

Le condizioni del contratto sono particolarmente stringenti.

In tutti questi casi, c’è un’idea di severità, rigidità, pressione.

Ma attenzione.

Stringente non significa semplicemente “urgente”.

E qui entra in gioco un collegamento molto interessante con il passato episodio dedicato a “impellente“.

In quell’episodio si spiegava che impellente riguarda qualcosa che richiede una risposta immediata, qualcosa che urge fare subito, quasi senza poter aspettare.

Ad esempio:

un bisogno impellente

una necessità impellente

un problema impellente

L’idea è quella dell’urgenza immediata.

Stringente, invece, ha un significato più ampio e spesso più formale.

Una necessità stringente non è soltanto urgente: è anche pressante, inevitabile, difficile da ignorare.

In pratica, mentre l’urgenza di impellente spinge ad agire subito, la pressione di stringente limita, obbliga, costringe.

È una differenza sottile, ma importante.

Potremmo dire che:

impellente = urgente e immediato

stringente = pressante, vincolante, severo

Per esempio:

Ho un bisogno impellente di mangiare qualcosa.

L’azienda deve rispettare norme stringenti sulla sicurezza.

Nel primo caso c’è urgenza personale.

Nel secondo caso ci sono regole severe.

Vedete? Il contesto cambia molto.

Un’altra cosa interessante è che stringente può descrivere anche un ragionamento. Questo accade molto raramente comunque.

Se dico:

La sua argomentazione è stringente.

Significa che è rigorosa, logica, convincente, difficile da contestare.

Qui il senso non è quello della pressione, ma della solidità e della precisione.

Quindi questa parola ha almeno due grandi usi:

1. vincolante / severo / rigoroso

2. convincente / logicamente forte

Ed è proprio questo che la rende preziosa.

È una parola elegante, versatile e molto utile soprattutto in ambito professionale.

Un revisore può fare controlli stringenti.

Un giudice può applicare criteri stringenti.

Un professore può avere standard stringenti.

E persino un amico può avere aspettative stringenti!

Insomma, non è una parola da prendere alla leggera.

Per concludere, ricordate:

Se qualcosa è impellente, dovete agire subito.

Se qualcosa è stringente, dovete rispettarlo o subirne la pressione.

E se una spiegazione è stringente… allora difficilmente potrete trovarle dei difetti.

Adesso il Ripasso, più impellente che stringente.

Khaled: sono alle prese con le pulizie di primavera e mi sono reso conto che avrei dovuto iniziare prima: ora ho tanto di quel lavoro sul groppone che non vi dico.

Marcelo: Ho provato a sistemare il garage, ma gira che ti rigira finisco sempre per impelagarmi tra vecchi scatoloni.

Estelle: oggi ho solamente rimpinguato il cestello del brillantante della lavastoviglie. Il resto del tempo ho dovuto lavorare.

Nancy: ho passato anche oggi l’aspirapolvere, perché mio figlio è mio marito fanno tutto con una certa leggerezza: Oggi è stato tutto un andirirvieni dal giardino a casa.

Edita: ho deciso di fare una scappata in cantina per sistemare due cose, ma vuoi o non vuoi finisco sempre per prendere delle cose che poi non mi serviranno.

Il rigurgito – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 55)

Il rigurgito

Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente dedicato al linguaggio della politica.

Oggi parliamo di una parola molto interessante, una parola che può sembrare un po’ tecnica, un po’ medica anche, ma che in realtà ha anche un uso figurato molto frequente nella lingua italiana: rigurgito.

Interessante soprattutto, ma non solo, nel linguaggio della politica.

Una parola curiosa, intensa, persino un po’ sgradevole, se vogliamo dirla tutta. D’altronde anche il termine “politica” oggi non ha una grandissima reputazione.

Allora, partiamo dal significato più concreto.

Il rigurgito, in senso proprio, è la risalita di liquidi o di cibo dallo stomaco verso la bocca, senza arrivare necessariamente al vomito. Una bella immagine vero?

È un fenomeno fisico, spesso legato a disturbi digestivi. Ogni tanto può accadere,soprattutto se si mangia tanto.

Ad esempio:

Dopo un pasto troppo abbondante, Giovanni ha avuto un leggero rigurgito.

Oppure:

Il neonato ha avuto un piccolo rigurgito dopo aver mangiato.

Le neo mamme sanno di cosa parlo…

In questo contesto, il termine è spesso usato in medicina, ma anche nel linguaggio quotidiano.

Parlando di politica posso dire:

Recentemente in Italia ci sono stati dei rigurgiti fascisti

Vediamo bene.

Qui entra in gioco una cosa importante: il verbo da cui deriva.

Rigurgitare.

Che significa appunto risalire, tornare su, riaffiorare.

E già da questo verbo possiamo intuire il passaggio al senso figurato.

Perché ciò che “torna su” non è solo il cibo.

Possono tornare su anche idee, emozioni, tensioni, istinti, fenomeni sociali.

Ed ecco allora il significato figurato di rigurgito.

Nel linguaggio metaforico, figurato, un rigurgito è una manifestazione improvvisa, spesso violenta o indesiderata, di qualcosa che sembrava sopito, ma che in realtà non era scomparso.

Pensate a espressioni come:

Un rigurgito di violenza

Un rigurgito di razzismo

Un rigurgito di nostalgia

Un rigurgito d’orgoglio

Un rigurgito fascista

In tutti questi casi, si parla di qualcosa che riaffiora con forza, come se fosse rimasto nascosto sotto la superficie, per poi emergere all’improvviso.

Ed è proprio questa l’idea centrale.

Il rigurgito figurato non è una semplice comparsa.

È un ritorno.

Un ritorno spesso sgradevole, inatteso, disturbante.

Per questo la parola ha una sfumatura negativa nella maggior parte dei casi.

Se dico:

C’è stato un rigurgito di odio sui social

non sto parlando di un episodio isolato e innocente.

Sto evocando qualcosa di profondo, di tossico, che riemerge.

Qualcosa che forse non era mai stato davvero eliminato.

Certo, potrei usare il verbo riemergere ma non avrebbe la stessa forza emotiva.

Potrei anche utilizzare il verbo riaffiorare, ma questo è un verbo decisamente più poetico. L’immagine che evoca è quello dei fiori che nascono, che crescono o che ricrescono, quindi crescono nuovamente dopo essere stati tagliati. Ma quest’immagine non è adatta se vogliamo manifestate fastidio, o addirittura odio o disprezzo per un problema sociale che credevano superato, come il fascismo appunto, come la violenza o cose simili.

Vedete dunque quanto sia potente questa parola.

Ha una carica espressiva notevole.

È una parola che colpisce.

E infatti viene usata molto anche nel giornalismo e nel dibattito pubblico, proprio quando si vuole descrivere il ritorno di fenomeni preoccupanti.

Vediamo qualche altro esempio:

Quando si avvicina la data del 25 aprile in Italia, non si può fare a meno di notare un ritorno di rigurgiti fascisti.

Questa frase usa chiaramente rigurgiti in senso figurato.

Non si parla di qualcosa di fisico, ma del riemergere improvviso di idee, atteggiamenti o comportamenti legati al fascismo.

Dire “rigurgiti fascisti” significa quindi che, in prossimità del 25 aprile, giorno della Liberazione in Italia, riaffiorano manifestazioni, dichiarazioni o simboli che richiamano il fascismo.

La parola rigurgiti dà un’idea molto precisa: qualcosa che sembrava superato o nascosto, ma che torna fuori in modo sgradevole e preoccupante.

Credevamo di aver digerito il fascismo. E invece ecco che in prossimità del giorno della Liberazione, si assiste a dei rigurgiti fascisti.

Insomma, la frase vuole dire che, avvicinandosi il 25 aprile, si assiste spesso a episodi che riportano alla luce nostalgie o atteggiamenti fascisti.

Ma attenzione.

Non sempre il rigurgito è negativo.

In certi casi può anche riferirsi a qualcosa di positivo, sebbene più raramente.

Per esempio:

Nel finale della partita, la squadra ha avuto un rigurgito d’energia.

Qui il senso è quello di una ripresa improvvisa, di un ritorno inatteso di forza; anche se, diciamolo, si tratta di un uso meno comune.

Più frequente, invece, è il tono critico e spesso allarmato.

E allora possiamo dire che rigurgito è una parola che descrive un ritorno improvviso e intenso, sia in senso fisico che figurato.

Nel primo caso, qualcosa risale dallo stomaco.

Nel secondo, qualcosa riaffiora dalla società, dalla mente, dal passato.

In fondo, il meccanismo è simile stesso.

Qualcosa che era dentro… torna fuori, e non sempre nel modo più piacevole.

Dunque, se volete arricchire il vostro vocabolario con un termine forte e molto espressivo, rigurgito è certamente una parola da tenere a mente, anzi, da non lasciar riaffiorare solo in caso di necessità!

3 giorni in Italia – Lezione 18: lamentarsi al ristorante

Audio

Trascrizione

Sei in Italia, seduto al ristorante. Hai fame, hai ordinato con entusiasmo… e finalmente arriva il piatto. Lo guardi, lo assaggi… e qualcosa non va.

È freddo. È troppo salato. O magari non è nemmeno quello che avevi ordinato.

E adesso?

Oggi vediamo proprio questo: come lamentarsi al ristorante in italiano… senza sembrare maleducati.

Perché sì, gli italiani si lamentano, eccome se si lamentano… ma spesso lo fanno con una certa eleganza, senza attaccare direttamente.

Mettiamoci subito in una situazione concreta.

Ti arriva un piatto diverso da quello ordinato.

La prima reazione potrebbe essere dire: “Questo è sbagliato”.
Ma in Italia è molto più naturale dire:

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Adesso ripeti la frase. Ti lascio il tempo per farlo.

—————————-

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Hai sentito quella parola? “Forse“.
È piccola, ma cambia tutto. Rende la frase più morbida, meno aggressiva. Possiamo usare anche “probabilmente” al posto di “forse”.

Oppure:

Ci dev’essere stato un piccolo errore

Dev’esserci stato un piccolo errore

Se diciamo “dev’esserci stato” o “ci deve essere stato” (sono due forme equivalenti) stiamo ugualmente esprimendo un dubbio, o quantomeno una certezza camuffata da dubbio, tanto per non essere aggressivi.

Proviamo a continuare.

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Qui non stai accusando nessuno.
Stai semplicemente esprimendo un dubbio: mi sembra. È un modo molto italiano di parlare. Ancora una volta, magari ne siamo sicuri che quella sia una amatriciana e non una carbonara, ma meglio esprimersi in questo modo.

Andiamo avanti.

Immagina che il piatto sia freddo.
Dire “questo piatto è freddo”, “questa pasta è fredda” , può suonare un po’ troppo diretto.

Molto meglio dire:

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo? Non è molto caldo.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo Non è molto caldo.

Hai notato? Non solo segnali il problema, ma proponi anche una soluzione.

Questo rende tutto più civile, più collaborativo.

Adesso entriamo in un campo un po’ delicato: il gusto.

Il piatto è troppo salato.

Dire “È troppo salato” può ancora sembrare un giudizio forte.
Un italiano, spesso, direbbe:

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…
Quel “per i miei gusti” è fondamentale.

Non stai criticando il piatto in assoluto. Stai parlando di te.

E questo, nella comunicazione italiana, è molto importante.

Un altro caso tipico.

Non ti piace il piatto.

Molti stranieri dicono: “Non mi piace”.

Non è sbagliato, ma può suonare brusco.

Meglio dire:

Mi scusi, mi spiace ma questo piatto non è proprio di mio gusto.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, mi spiace ma ma questo piatto non è proprio di mio gusto

Oppure:

Non è come me lo aspettavo.

Ripeti.

Sono frasi più sfumate, più diplomatiche.

E poi c’è un’espressione molto utile, quasi universale.

Mi scusi, c’è qualcosa che non va in questo piatto

Ripeti.

—————————-

È vaga, sì, ma proprio per questo è perfetta per iniziare.

Non entri subito nel dettaglio, lasci spazio al dialogo.

Il cameriere potrebbe replicare: Cosa c’è che non va?

È un po’ troppo salato per i miei gusti.

E se vuoi essere ancora più cortese, puoi iniziare così:

Mi scusi se disturbo…

Ripeti.

—————————-

salato

È una formula tipicamente italiana.

Anche se, diciamolo, non stai disturbando: sei un cliente!

Ancora. Vediamo se hai imparato:

Mi scusi, questa birra ha troppa schiuma!

Meglio dire:

Scusi, per i miei gusti, questa birra ha troppa schiuma. È possibile averne una con meno schiuma?

Ripeti

—————————-

birra con schiuma

Ancora.

Scusi, il caffè è freddo.

Meglio dire:

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po’ freddo.

Ripeti

—————————-

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po' freddo

Alla fine poi, quello che conta davvero non è solo la frase, ma il tono.

Parole come “forse”, “mi sembra”, “per i miei gusti” servono proprio a questo: a rendere la comunicazione più morbida, più umana. Se accompagnate tutto con un sorriso, ancora meglio, ma questo vale in tutte le lingue…

In Italia, lamentarsi è normale.
Ma farlo bene… è un’arte.

E a conti fatti, basta davvero poco per passare da una critica brusca a una richiesta educata.