Mi interessa il giusto

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

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Descrizione: Un’espressione che nasconde qualcosa di molto “italiano”. Con l’occasione ripassiamo la varietà dei significati da dare alla parola “giusto”.
Seguono 10 domande a risposta multipla.
Nell’episodio ripassiamo anche gli episodi passati seguenti:

– guardare la sostanza e non la forma

restare sul vago

parlare dei massimi sistemi

 addetta ai lavori,

evitare

cogliere alla sprovvista

– piuttosto

 mettere a punto

suffragare

spuntarla!

 Lasciate che

Sempre che

 

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mi interessa il giusto

Accadde il 30 dicembre 1848: la corrispondenza

La corrispondenza (scarica audio)

Trascrizione

Un evento storico italiano realmente accaduto il 30 dicembre che possiamo usare per spiegare la parola corrispondenza, oggetto dell’episodio di oggi, è lo scioglimento della Camera del Regno di Sardegna nel 1848: in corrispondenza di questa data, infatti, si verificò un fatto politico significativo durante le rivoluzioni che attraversarono la penisola italiana nel 1848.

Regno di Sardegna

Nel 1848 l’Italia non era ancora unificata e il Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte e Sardegna) fu protagonista di riforme e scontri per l’indipendenza nazionale. Proprio in corrispondenza del 30 dicembre di quell’anno, il parlamento del Regno di Sardegna fu sciolto, una misura presa nel pieno di tensioni politiche e sociali: i mazziniani (i seguaci di Giuseppe Mazzini) dopo aver ottenuto successi elettorali, spingevano per la ripresa della guerra contro l’Austria, mentre le circostanze interne ed esterne rendevano incerta la direzione futura del Regno.

La locuzione “in corrispondenza di” – iniziamo da questa locuzione – indica un allineamento temporale o spaziale tra due elementi.

Mi spiego meglio: quando diciamo “in corrispondenza di questo giorno storico”, intendiamo che l’azione (lo scioglimento della Camera) è collegata al momento preciso del calendario (30 dicembre 1848). Infatti è avvenuto proprio questo giorno. In questo caso si parla di corrispondenza esatta. La coincidenza è un caso particolare di corrispondenza.

Questa espressione “in corrispondeza di” può aiutarci tutte le volte in cui vogliamo esprimere connessioni, legami tra eventi o posizioni: può essere usata per tempi, luoghi o altri riferimenti che “corrispondono” l’uno all’altro.

Se mi fa male il ginocchio, ad esempio, posso dire al mio medico che avverto dolore in corrispondenza del ginocchio.

Il medico dirà: ah, come parli bene!

Scherzi a parte, questo è un uso pienamente appropriato della locuzione, soprattutto in contesti formali, sanitari o descrittivi. Chiaramente nel linguaggio comune potresti dire più semplicemente “ti fa male il ginocchio” o che “senti dolore al ginocchio”.

Quando si studia l’ambiente, potresti dire: I picchi di inquinamento dell’aria si verificano in corrispondenza delle ore di punta del traffico, cioè durante i momenti della giornata nei quali il traffico è più intenso e l’inquinamento aumenta.

In geografia, si potrebbe spiegare: In corrispondenza della dorsale alpina il clima è molto più rigido rispetto alle valli circostanti, indicando come la posizione geografica (la dorsale alpina) corrisponde a particolari condizioni climatiche.

In ingegneria o architettura, potresti dire: I carichi più elevati si osservano in corrispondenza dei pilastri portanti, sottolineando che dove ci sono i pilastri (il riferimento spaziale) si concentra il peso maggiore, il carico maggiore. Infatti senza pilastri la struttura cade, crolla. I pilastri servono a questo.

Un’informazione stradale:

Devi voltare a destra in corrispondenza del palazzo delle finanze.

Cioè: quando vedi quel palazzo, proprio a quell’altezza, volta a destra.

In tutti questi casi “in corrispondenza di” serve quindi a collegare due elementi.

L’evento storico del 30 dicembre 1848 è uno dei tanti eventi che avrei potuto scegliere per l’episodio di oggi.

Adesso faccio una panoramica sulla parola corrispondenza, che non si usa solamente in questo caso.

La parola corrispondenza ha un’idea centrale molto semplice: due cose che si rispondono l’un l’altro, si collegano o coincidono tra loro. Questo lo abbiamo visto, ma da questa idea di base derivano i vari significati.

Nel linguaggio più comune, la corrispondenza è innanzitutto lo scambio di lettere o messaggi scritti. Quando si dice che “è arrivata la corrispondenza”, si parla di posta; quando due persone “mantengono una corrispondenza”, significa che si scrivono con continuità.

Ad esempio, tutta la mia corrispondenza che ho avuto in passato con le mie fidanzate, stanno in un cassetto segreto!

Il termine indica anche una coincidenza o un accordo tra elementi. Per esempio, si può notare la corrispondenza tra un dato dichiarato e un documento ufficiale, oppure la corrispondenza tra quello che si è promesso e quello che poi si fa davvero. In questo caso il termine esprime una forma di coerenza o di equivalenza. Le due cose corrispondono.

Quante volte capita di dire nella vita:

Non mi pare ci sia corrispondenza tra queste due cose

Non vedo la corrispondenza!

Strano, non c’è corrispondenza tra il testo di questo episodio e le parole di Giovanni.

A volte, in effetti, non c’è piena corrispondenza tra lo scritto e l’orale perché magari aggiungo qualcosina mentre parlo, o sostituisco una parola con un’altra.

C’è poi, come detto, la corrispondenza nel senso di posizione, cioè un collegamento spaziale: si può avvertire un dolore in corrispondenza del ginocchio, oppure dire che un edificio è stato costruito in corrispondenza della vecchia porta della città. Qui la parola aiuta a indicare il punto preciso in cui avviene qualcosa.

Ancora: nel mondo dei trasporti la corrispondenza è la connessione tra due mezzi, come quando un treno arriva a un orario che permette di prendere subito l’autobus successivo. Anche qui ritorna l’idea del collegamento. Si chiama più spesso “coincidenza” in questo caso specifico.

Es: devo andare a Roma partendo da Milano, ma devo scendere a Bologna e prendere la coincidenza per Roma.

Infine, in ambito più letterario o culturale, si parla di corrispondenze quando due cose diverse si richiamano, come certe immagini della natura che sembrano riflettere stati d’animo umani. È un uso meno quotidiano ma mantiene lo stesso concetto di fondo.

Es: Se un autore alterna capitoli brevi e frenetici con capitoli lunghi e riflessivi, si può dire che questa alternanza è in corrispondenza con le fasi emotive del protagonista, come se la forma stessa del testo rispondesse al suo percorso interiore.

In tutte queste situazioni la parola “corrispondenza” ruota sempre attorno alla stessa idea: un rapporto tra due elementi che si allineano.

Ah, quasi dimenticavo i corsi per corrispondenza!

I corsi per corrispondenza sono una forma di istruzione a distanza in cui lo studente non frequenta le lezioni in presenza, ma riceve il materiale di studio tramite posta o, oggi, tramite mezzi digitali. L’idea nasce quando non esistevano Internet e piattaforme online: gli istituti inviavano libri, dispense ed esercizi direttamente a casa dello studente, che poi rispediva gli elaborati completati per essere corretti.

Il punto centrale è che l’apprendimento avviene a distanza, senza contatto diretto e continuativo con i docenti. Lo studente studia in autonomia e invia i propri lavori in ritardo, appunto “per corrispondenza”.

Oggi il concetto è quasi del tutto sostituito dai “corsi online”, ma il termine rimane per indicare qualsiasi percorso formativo svolto “a distanza” e con scambi non immediati tra studente e insegnante.

Analogamente, esistono le vendite per corrispondenza, che sono quelle in cui la merce, offerta tramite un catalogo, viene poi spedita in contrassegno postale.

Interessante anche l’uso giornalistico. Infatti si chiama corrispondenza ogni relazione su avvenimenti locali inviata da un “corrispondente” al proprio giornale. Si chiama corrispondenza dall’estero“. Un corrispondente dall’estero è un giornalista che vive o si trova stabilmente in un altro Paese e che invia notizie alla redazione del suo giornale in patria.

Concludo con la corrispondenza univoca e biunivoca, un concetto alquanto matematico direi. Univoca viene da “uno” e biunivoca viene da “due”.

Questo è un concetto che comunque si può spiegare in modo semplice, mantenendo l’immagine della “corrispondenza” come rapporto tra due elementi.

Dunque, un esempio molto intuitivo di corrispndenza univoca è quello dei mesi e del numero dei giorni: a “febbraio” corrisponde un numero preciso di giorni, a “giugno” corrisponde un altro numero, e così per tutti i mesi. Ogni mese ha il suo numero di giorni, ma lo stesso numero di giorni (come 30) corrisponde a più mesi. Dunque il rapporto funziona bene in una direzione sola: dal mese al numero dei giorni. Ogni mese ha un solo numero di giorni, mentre invece lo stesso numero di giorni ce l’hanno più mesi. Solo nel caso di febbraio c’è corrispondenza biunivoca, perché è l’unico mese ad avere 28 giorni.

L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi della rubrica “Accadde il” , come anche a tutti gli altri pubblicati sul sito, occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Vi aspettiamo!

corrispondenza

Accadde il 28 dicembre 1908: la scrematura e la cernita

La scrematura e la cernita

Audio in preparazione

Trascrizione

Un evento storico italiano molto significativo accaduto il 28 dicembre riguarda il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: alle 5:20 del mattino di quel giorno un violentissimo sisma di magnitudo 7.1 colpì lo Stretto di Messina, radendo quasi completamente al suolo le città affacciate sulle sue coste e causando decine di migliaia di vittime.

Oltre alla scossa duratura e devastante, seguì anche uno tsunami con onde alte fino a 12 metri che aggravò ulteriormente la distruzione. Questo evento non è solo un capitolo doloroso della storia italiana, ma ha segnato anche l’inizio delle prime misure di classificazione sismica e norme antisismiche nel paese.

Adesso che vi ho parlato di un evento Italiano storico importante, vorrei usare questo evento per spiegare la parola “scrematura”.

Non è facilissimo, ve lo anticipo…

Pensiamo agli esperti che analizzarono questo terremoto.

C’erano tante teorie su come prevedere un possibile disastro del genere e allora si può dire che, dopo una catastrofe di quelle proporzioni, gli storici e le istituzioni iniziarono a fare una scrematura delle cause e delle ipotesi sulla ricostruzione.

Occorreva filtrare le informazioni, scegliere ciò che era più importante, scartare voci incongruenti o secondarie, e concentrarsi sulle ragioni principali della distruzione e su come prevenirla in futuro. In questo senso, “scrematura” rappresenta l’atto di separare il materiale rilevante da quello meno rilevante, proprio come si screma il latte per separare la panna.

L’origine è proprio questa.

Espandendo il concetto, possiamo dire che un processo di assunzione, per esempio, l’ufficio risorse umane effettua una scrematura dei curricula: tra centinaia di candidature si selezionano solo quelle che soddisfano i requisiti essenziali, perché non è possibile valutare ogni singolo profilo in modo approfondito.

Oppure, in un’università, prima di ammettere gli studenti a un corso molto richiesto, si può fare una scrematura delle domande di iscrizione attraverso test o punteggi, scegliendo i candidati più idonei e lasciando agli altri la possibilità di iscriversi ad altri corsi.

Un altro esempio quotidiano potrebbe riguardare la selezione delle notizie da pubblicare in un giornale o su un sito web: i redattori operano una scrematura delle potenziali storie, scegliendo quelle con maggiore rilevanza o interesse per i lettori e scartando le notizie meno significative.

In tutti questi contesti, l’idea chiave di scrematura è la stessa: prendere un insieme ampio di elementi e separare ciò che è veramente importante da ciò che non lo è, per prendere decisioni più efficaci o per focalizzarsi sulle priorità.

Dunque la scrematura è una selezione accurata, una cernita, ma con una sfumatura specifica che vale la pena sottolineare.

Quando parliamo di cernita, ti riferisci a un generico processo di scelta o separazione.

Scrematura, invece, richiama l’idea di togliere il “superfluo” da un insieme più grande per trattenere solo la parte più utile, pregiata o rilevante. È un termine che come detto deriva dal mondo del latte (scremare = togliere la panna), quindi porta con sé l’idea di alleggerire o raffinare un insieme, eliminando ciò che appesantisce o non serve.

Per chiarire bene la sfumatura, ecco alcuni esempi dove “scrematura” funziona perfettamente come selezione accurata, ma con quel tono di “filtraggio fine” che la distingue dalla semplice cernita.

Nel mondo del lavoro, quando arrivano 600 candidature per una posizione, il selezionatore non legge tutto subito. Prima fa una scrematura per identificare i 40 profili davvero pertinenti. È una selezione rigorosa, mirata.

L’obiettivo è ridurre drasticamente il numero dei partecipanti, eliminando chi non soddisfa gli standard minimi. Qui la scrematura è quantitativa, necessaria, e serve a rendere gestibile la fase successiva.

Invece una cernita è una scelta, ma è anche l’azione del separare cose diverse. Pensiamo all’addetto alla cernita dei rifiuti. Questa persona si occupa di smistare rifiuti industriali: legno, scatoloni, tessuti, tubi di plastica ecc.

Con la cernita si separano cose diverse, spesso per qualità, ma anche per categoria o utilità.

Quando dici cernita, ti riferisci all’atto base di separare elementi diversi tra loro. È un termine neutro, molto “materiale”. Selezionare i pomodori buoni da quelli marci è cernita. Un vivaista che separa i semi più grandi da quelli più piccoli fa cernita. Il focus è sull’atto fisico del distinguere.

In definitiva cernita è un termine più neutro e generale;
scrematura invece è più marcato e implica un filtraggio fine o la riduzione dell’insieme ai migliori.

Accadde il 24 e 25 dicembre 1914: gli uni e gli altri

Descrizione:
Parliamo della tregua di natale del 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, e con l’occasione vi parlo dell’uso de “L’un l’altro” e di “gli uni e gli altri”

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

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Diminutivi e accrescitivi – Testina, Manona, Piedini: giocare con le parti del corpo

Diminutivi e accrescitivi – Testina, Manona, Piedini: giocare con le parti del corpo (scarica audio)

episodio 1214

Trascrizione

bocconcino

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una cosa che vi farà sorridere, ve lo garantisco. Parliamo di come noi italiani amiamo giocare con le parole, in particolare con le parti del corpo.

Allora, voi sapete già che in italiano possiamo far diventare le parole più piccole o più grandi, no?

Parliamo dei diminutivi e degli accrescitivi, ma solamente relativi alle parti del corpo. C’è anche un altro episodio dedicato ai diminutivi, ma più generico.

Ad esempio manina è un diminutivo di mano, mentre manona è un accrescitivo.

Possiamo dire “manina” quando è piccola, oppure “manona” quando è grande. Semplice, direte voi. Sì, però…

Questi diminutivi e accrescitivi non indicano sempre e solo la dimensione fisica. Oh no. Sarebbe troppo facile!

I diminutivi come si formano? Come funziona tecnicamente questa cosa? Allora, per fare il diminutivo di solito aggiungiamo -ino/-ina o -etto/-etta.

Mano diventa manina, manetta
Piede diventa piedino
Testa diventa testina

Per l’accrescitivo usiamo -one/-ona:

Mano diventa manona
Testa diventa testone o testona
Naso diventa nasone

Il braccio diventa il braccino o il braccetto.

eccetera

La testina

Partiamo della parola testina. La mano la vediamo dopo.

Ovviamente una testina è una testa piccola, questo è il significato base. Un bambino ha una testina, un uccellino ha una testina. Fin qui tutto normale.

Ma aspettate. Se io dico a qualcuno “usa la testina!” cosa sto dicendo? Non sto mica dicendo che ha la testa piccola! Sto dicendo: ragiona un po’, pensa! È un modo carino, quasi affettuoso, di dire “usa il cervello”.

Ah, e poi c’è “avere una bella testina”. Qui parliamo di qualcuno intelligente, sveglio. Un ragazzo che a scuola va bene, che capisce le cose al volo, diremo: “Eh sì, ha una bella testina quello lì!”. È un complimento, insomma.

Il testone

E adesso veniamo al testone. Qui le cose si complicano un pochino.

Un testone è una testa grande, d’accordo. Ma in senso figurato?

Beh, un testone è anche una persona testarda, cocciuta, che non cambia idea facilmente.

Gianni è proprio un testone, quando si mette qualcosa in testa non c’è verso di fargli cambiare idea!

Vedete? Il testone non è necessariamente una cosa negativa, eh. A volte la testardaggine serve. Quando devi portare avanti un progetto difficile, quando tutti ti dicono di mollare e tu invece continui… ecco, lì essere un testone può essere una qualità!

A proposito, mi viene da fare una piccola divagazione. In Italia abbiamo un proverbio che dice “testa dura come il marmo”. Il marmo, sapete, è una pietra durissima. Ecco, quando qualcuno è particolarmente testardo, usiamo questa espressione. “Hai una testa dura come il marmo!” Non è esattamente un complimento, devo dirlo.

Manina e manona

Ah, le mani! Che argomento interessante. Allora, una manina è una mano piccola. I bambini hanno le manine, e quando diciamo “che belle manine!” a un bambino, è un’espressione di tenerezza.

Ma poi… poi c’è un uso direi “politico” di manina che è assolutamente geniale! Quando diciamo che c’è stata “una manina” in qualche affare politico, intendiamo che qualcuno ha interferito, si è intromesso, ha fatto qualcosa di nascosto per influenzare le cose.

Quel contratto non è stato assegnato in modo trasparente, c’è stata sicuramente una manina…”

Capite? La manina è piccola, quasi invisibile, proprio come un’interferenza discreta ma efficace. È bellissimo come uso metaforico, no?

Può esserci l’intervento di una manina anche in ufficio se un documento viene modificato all’ultimo per tutelare qualche interesse particolare.

E la manona? Beh, ovviamente è una mano grande. “Ha delle manone che sembrano pale!” diciamo di qualcuno con mani molto grandi.

Ma c’è anche un significato figurato interessante: dare una manona a qualcuno significa aiutarlo, dargli una mano in modo sostanziale.

Ho bisogno di una bella manona per finire questo lavoro

Vuol dire: ho bisogno di un aiuto consistente, non una cosa da poco.

I piedini

Qui entriamo nel regno della tenerezza! I piedini sono i piedi dei bambini, piccoli e grassottelli. “Che piedini carini!” diciamo ai neonati. È quasi impossibile dire “piedini” senza usare un tono affettuoso.

Però attenzione. “avere buoni piedini” si può usare nel linguaggio sportivo. Significa essere veloce, essere bravo a correre, oppure essere dotati di un’ottima tecnica. Un calciatore con buoni piedini è anche uno che sa muoversi bene in campo.

E poi c’è un’espressione che forse conoscerete: “stare in punta di piedi”. Aspettate, qui non stiamo usando il diminutivo, ma visto che parliamo di piedi… vi spiego lo stesso! Stare in punta di piedi significa letteralmente alzarsi sulle punte per vedere meglio, ma figuratamente vuol dire essere discreti, attenti a non disturbare. “Quando entro tardi a casa, cammino in punta di piedi per non svegliare nessuno.”.
In senso figurato “fare le cose in punta di piedi” significa però agire con molta discrezione, prudenza e delicatezza, per non farsi notare, non disturbare o non creare problemi, proprio come quando si cammina sulle punte per non fare rumore; può anche indicare un approccio cauto e misurato, evitando di sbilanciarsi o prendere posizioni nette, quasi come “non mettere i piedi per terra” se non necessario, ma in modo positivo, con garbo e rispetto.

Altri accrescitivi e diminutivi curiosi

Ora, visto che ci siamo, vi racconto qualche altra curiosità.

nasone roma

Il nasone: un naso grande. E Roma, lo sapete, ha i nasoni! Ma questi non sono nasi di persone, sono le fontanelle pubbliche di acqua potabile che hanno questa forma particolare, come un grosso naso. Geniale, no?

L’occhiolino: un occhio piccolo. Ma “fare l’occhiolino” significa ammiccare, flirtare con qualcuno. “Quella ragazza ti ha fatto l’occhiolino!” – stai attento, ti sta corteggiando! Attenzione poi, non si dice occhino, ma occhiolino. E’ lo stesso che dire “strizzare l’occhio“. A proposito, c’è già un episodio in cui ho spiegato questa bella espressione. Ci sarebbero anche gli occhioni e gli occhietti. Tipo:

Guardava il gattino con i suoi occhietti curiosi

Il suffisso -etto/-etti attenua e rende la parola più tenera, più simpatica.

Lo stesso vale però con occhioni.

Es:

Con quegli occhioni dolci, mi faceva molta tenerezza!

Passiamo al boccone: in realtà dovrebbe essere la “boccona”, e qui vabbene, è una grande bocca, ma il boccone, al maschile, cambia completamente significato! Un boccone non è una bocca grande, ma è un piccolo pezzo di cibo che si può mangiare in un solo morso. “Mangio solo un boccone e arrivo“, cioè mangio velocemente qualcosa.

Ma il boccone si usa in tantissime espressioni. La parola boccone nasce dal gesto concreto del mangiare, è vero, ma nel tempo ha esteso molto il proprio significato. In origine indica la quantità di cibo che si può addentare e masticare in una volta, come in “un boccone di pane” o “mangiare a grossi bocconi”. Da qui derivano numerose espressioni figurate: un boccone amaro è un’umiliazione o un forte dispiacere; buttare giù un boccone dopo l’altro significa mangiare con avidità; contare i bocconi a qualcuno vuol dire essere avari; levarsi il boccone di bocca indica privarsi del necessario per aiutare altri; mangiarsi qualcuno in un boccone equivale ad annientarlo grazie a una netta superiorità.

La juventus si mangerà il Milan in un sol boccone

La juventus farà del Milan un sol boccone

Entrambe le forme sono valide.

In senso figurato, boccone può indicare anche un’offerta molto allettante, qualcosa che “fa gola” e che si vorrebbe accettare senza esitazione.

Es:

Quel lavoro da sogno a tempo indeterminato con stipendio alto è un vero boccone: chi non lo prenderebbe?

Non posso però non parlarvi del “bocconcino“.
Si usa spesso ad esempio “un vero bocconcino” che può riferirsi a una delizia culinaria (come un piccolo morso saporito, spesso di mozzarella di bufala), a una persona molto attraente (in senso figurato). Indica quindi qualcosa di piccolo, appetitoso e di alta qualità, perfetto per un assaggio. Avete mai assaggiato i bocconcini di pollo? Tranquilli, si tratta semplicemente dei chicken nugget 🙂

Sul termine “bocchino” invece andiamo anche sul volgare, perché il significato è legato alla bocca, ma questo non è solamente il, nome del piccolo e sottile cannello per introdurvi il sigaro o la sigaretta da fumare. Indica anche l’imboccatura degli strumenti a fiato, ma è anche il nome volgare della fellatio, vale a dire il nome volgare del “rapporto orale”.

E bocconi? Al plurale cosa succede? Sì, si usa per mangiare, come boccone (tipo: “mangio due bocconi e arrivo”) ma non solo.
Ad esempio “Bocconi”, oltre che il nome di una prestigiosa università di Milano, è anche un avverbio e indica una posizione del corpo. La posizione di chi è disteso con il ventre e la faccia in giù. E’ opposto a supino, cioè a pancia in su.
Quindi “stare bocconi” in italiano significa essere distesi a pancia in giù, con il viso rivolto verso il basso. Per curiosità, tu dormi bocconi, supino o di fianco? Qual è la tua posizione ideale quando dormi?

bocconi e supino

Poi c’è l’espressione “a spizzichi e bocconi”, molto divertente perché accosta due modi diversi di mangiare poco: lo spizzico, cioè spizzicare, il prendere qua e là piccole quantità, e il boccone, che richiama invece qualcosa di un po’ più consistente. Insieme rendono bene l’idea di un’azione fatta senza ordine, senza continuità e senza mai saziarsi davvero.

Per questo oggi l’espressione si usa quasi sempre in senso figurato: studiare a spizzichi e bocconi, lavorare a spizzichi e bocconi o raccontare qualcosa a spizzichi e bocconi significa farlo in modo frammentato, saltuario e disorganico, spesso perché manca tempo o concentrazione. L’effetto è spesso ironico, perché suggerisce che, proprio come a tavola, non ci si gode né un vero pasto né un risultato completo.

Poi, visto che vi ho parlato di “stare bocconi” e “stare supini“, parlando di posizioni del corpo mi viene in mente anche la parola ginocchioni, che sarebbero grandi ginocchia, è vero, ma in realtà stare ginocchioni (o “stare ginocchione”, al singolare) significa stare “in ginocchio”, cioè con le ginocchia piegate a terra, come quando si prega. Quindi stare ginocchioni, pregare ginocchioni, mettersi ginocchioni, cadere ginocchioni: tutte modalità usate dagli italiani. Talmente usate che, nella versione “in ginocchioni” si possono anche attaccare le due parole e ottenere “inginocchioni, tutto attaccato, o con grafia unita, come si dice.

Altre parti del corpo?

Potrei dirvi della “linguetta“. Se una persona ha la “linguetta lunga” significa che parla troppo o che non sa tenere un segreto o che parla male delle persone. Dipende un po’ dal contesto.

Che dire delle orecchie? Qui entriamo in un ambito divertente, perché le orecchiette si mangiano; non si ascoltano ma si mangiano: si tratta di una tipologia di pasta e il nome nasce dalla forma, che ricorda piccole orecchie. Le orecchiette nascono in Puglia ma si mangiano ovunque ormai. Gli orecchini invece si indossano, essendo un ornamento che si portano all’orecchio, mentre gli orecchioni sono una malattia, il cui nome in realtà è “parotite“, una malattia tipica dell’infanzia. Il nome deriva dal gonfiore evidente vicino alle orecchie, quindi ancora una volta dall’aspetto fisico, ma con un valore medico e popolare insieme. Non parliamo del recchione invece, o ricchione, che è un termine volgare per indicare un omosessuale: non serve a descrivere ma a offendere.

Finiamo col piedino, perché l’espressione “fare piedino” significa toccare o sfiorare il piede (o la gamba) di qualcuno con il proprio piede, di solito sotto un tavolo, con un’intenzione complice o seduttiva. È un gesto silenzioso, nascosto, che serve a comunicare interesse o intimità senza farsi notare dagli altri presenti. Si può fare piedino anche a letto, al proprio partner, per fare pace o dichiarasi disponibili… fate voi 🙂

Ah quasi dimenticavo il braccino. Abbiamo visto una volta in un episodio l’espressione “avere il braccino corto, che denota una difficoltà nello spendere, diciamo così. Ma no, diciamo le cose come stanno: chi ha il braccino corto è proprio tirchio!, Un avaro!

Abbiamo anche visto poi un uso particolare del termine braccetto: “andare a braccetto“, cioè più o meno andare d’accordo, ma meglio se date un’occhiatina all’episodio, tanto per restare in tema 🙂

Un consiglio finale: quando imparate questi diminutivi e accrescitivi, cercate di memorizzarli insieme al loro uso figurato, non solo quello letterale.

Bene, per oggi è tutto. Vi saluto con una piccola sfida: provate a usare almeno uno di questi diminutivi o accrescitivi nella vostra prossima conversazione in italiano. Magari dite a qualcuno “usa la testina!” quando deve risolvere un problema. Vedrete che effetto fa!

L’episodio di oggi è stato già inserito all’interno dell’audiolibro delle espressioni idiomatiche, il terzo della serie, quindi se vi interessa leggere e ascoltare anche gli altri episodi, potete acquistare l’audiolibro da questo sito, nella sezione “shop” in versione PDF e MP3, oppure se preferite la versione cartacea o la versione Kindle, potete andare sulla pagina Amazon di Italiano Semplicemente.

Ovviamente, se volete tutti, ma proprio tutti gli audiolibri, basta diventare membro dell’associazione!

Ciao a tutti e… alla prossima!

Ripasso del giorno:

Marcelo: ma lo avete visto il bambino di Marco? Con quegli occhioni spalancati e le manine che si muovono a vuoto ti mette kappaò!

Julien: Ma dai, non mi dirai che sei così sensibile! Passi pure che che la tua testolina vada in tilt per cinque minuti, ma poi voglio sperare che tu sappia tornare la persona fredda e logica che tutti conosciamo!

Hartmut: Anche io voglio usare qualche parola imparata oggi. Ove mai ci riuscissi ne sarei felice, ma sono abbastanza testone, quindi provo e riprovo finchè alla fine non ne vengo a capo.

Carmen: ci provo anch’io. Questo lungo episodio, tra braccine corte e testone dure ci ha messo a dura prova! Ho tenuto botta comunque! Adesso vado a cucinarmi le orecchiette!

Edita: A chi lo dici, ma dovrè rileggere l’episodio più volte sapete… Detto ciò, voglio sperare che i prossimi episodi siano più brevi. Bisogna che Gianni corregga il tiro, perché questo andazzo non mi piace.

Anne Marie: sì, correggere il tiro. Magari lo farà, ma durerà da Natale a Santo Stefano, conoscendolo!

Ulrike: Che io ricordi, più volte ha fatto questa promessa, ma a quanto pare anche se noi protestiamo, alla lunga fa orecchie da mercante! Vabbè, io levo le tende ché ho da fare!