Conciliante, conciliare, riconciliarsi

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episodio 1241

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola alquanto interessante: conciliante. Vi servirà, o meglio, potrebbe esservi utile conoscere questo aggettivo perché ce ne sono tante di persone concilianti.

Immaginate una persona che, in una discussione accesa, non alza la voce, non prende posizioni rigide, ma cerca invece di calmare gli animi, di trovare un punto d’incontro, di mettere tutti d’accordo. Ecco, quella è una persona conciliante.

Ma cosa significa esattamente?

Conciliante è un aggettivo, questo è chiaro, che descrive chi ha un atteggiamento disponibile, pacato, aperto al dialogo, e soprattutto orientato alla riconciliazione, cioè a ristabilire l’armonia tra persone in disaccordo.

La parola conciliante inizia per con,non a caso.

Una persona conciliante quindi:

  • evita lo scontro diretto
  • cerca soluzioni condivise
  • tende a smussare gli angoli nn o, per usare un’espressione a voi nota, tende ad appianare le controversie.

Non è necessariamente una persona debole, attenzione. Essere concilianti non significa cedere sempre, ma piuttosto avere l’abilità di gestire i conflitti con intelligenza e misura.

Vediamo ora il legame con il verbo conciliare. Perché c’è un legame

Cosa? Non avete mai utilizzato questo verbo? Beh, da una parte può essere una buona notizia, sapete?

Il verbo conciliare significa, da una parte, proprio questo: mettere d’accordo, far tornare in armonia, rendere compatibili cose o persone che sembrano in contrasto. Anche cose, non solo persone.

Ad esempio:

  • Cerco di conciliare lavoro e famiglia
  • È difficile conciliare due opinioni così diverse

Da questo verbo deriva direttamente l’aggettivo conciliante. Dunque, una persona conciliante è, letteralmente, una persona che tende a conciliare, cioè a creare accordo. Ma come avete appena capito, si possono conciliare anche le cose della vita. Non solo lavoro e famiglia, ma uno studente potrebbe voler conciliare studio e lavoro, oppure amore e studio.

Se parliamo di conciliare applicato alle persone, possiamo anche dire che una persona ha un atteggiamento conciliante, oppure un tono conciliante. Pensate a qualcuno che dice:

Cerchiamo di capirci

oppure:

Troviamo una soluzione che vada bene a tutti

Questo è un tipico linguaggio conciliante.

C’è poi una sfumatura interessante: a volte si può usare conciliante anche in senso leggermente critico. Ad esempio, se una persona evita sempre il conflitto, qualcuno potrebbe dire:

È fin troppo conciliante

intendendo che forse manca un po’ di fermezza.

Dunque, come spesso accade, tutto dipende dal contesto.

Riassumendo:

  • conciliare è il verbo: mettere d’accordo
  • conciliante è l’aggettivo: che tende a mettere d’accordo

E, alla fin fine, essere concilianti è spesso una qualità preziosa, soprattutto nei rapporti umani, dove, come sappiamo, i contrasti non mancano mai.

Ma sapete che conciliare è anche applicabile alle multe.

Sì, proprio così.

Nel linguaggio amministrativo e giuridico, conciliare può significare anche chiudere una controversia pagando una somma ridotta, evitando così ulteriori problemi, ricorsi o procedimenti.
In questo caso si parla spesso di conciliazione.

Facciamo un esempio molto semplice.

Ricevete una multa. A questo punto avete diverse possibilità:
potete fare ricorso
oppure potete conciliare, cioè accettare la sanzione e pagarla, spesso con una riduzione

In Italia, ad esempio, esiste la possibilità di pagare una multa entro 5 giorni con uno sconto.

Questo, in un certo senso, è un modo di conciliare: si evita il conflitto con l’amministrazione e si chiude la questione rapidamente.

Dunque, anche qui ritroviamo l’idea centrale del verbo conciliare: evitare lo scontro e trovare un accordo, anche se in questo caso l’accordo è tra il cittadino e lo Stato.

Esistono anche i verbi riconciliare e riconciliarsi.

Riconciliare è esattamente ciò che fa la persona conciliante, mentre riconciliarsi significa semplicemente fare pace dopo un litigio, ristabilire un rapporto che si era interrotto o deteriorato.

Ad esempio:

Dopo anni di silenzio, si sono riconciliati

Ho litigato con un amico, ma poi ci siamo riconciliati

Qui entra in gioco un elemento temporale molto importante:
mentre conciliare può anche riferirsi a mettere d’accordo due elementi qualsiasi (idee, esigenze, interessi), riconciliarsi implica quasi sempre che prima c’era un’armonia, poi un conflitto, e infine un ritorno all’armonia.

Quel prefisso ri- è decisivo: indica proprio il ritorno a una situazione precedente.

Possiamo quindi vedere una sorta di percorso:

conciliare è mettere d’accordo (anche per la prima volta)

riconciliarsi invece sta per tornare d’accordo dopo una rottura.

E naturalmente esiste anche il sostantivo: riconciliazione.

Interessante anche una sfumatura più profonda, quasi interiore: ci si può riconciliare non solo con una persona, ma anche:
con il proprio passato
con una scelta fatta
persino con se stessi

Ad esempio:

Col tempo mi sono riconciliato con quella decisione.

Qui non c’è un’altra persona, ma c’è comunque un conflitto… interno.

E allora, se conciliare è un po’ come costruire un ponte,
riconciliarsi è tornare a percorrerlo, dopo che era stato interrotto.

Marcelo: Di volta in volta discuto con un amico di politica e mi fa arrabbiare il suo modo di pensare. Anche se so di essere un po’ fumino, torno presto sui miei passi.

Carmen: Le controversie non mi piacciono e cerco di appianarle, però se non riesco nel mio intento preferisco non avere ragione e riconciliarmi con il mio amico.

André: Siamo in tempi di guerre, conflitti ogni due per tre che nascono dall’incapacità di ascoltare davvero l’altro: ognuno parla, ma pochi lo fanno in modo conciliante.

Julien: Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualcuno che prova a conciliare posizioni opposte, magari intervenendo sommessamente, senza clamore, ma con una forza silenziosa che lascia il suo strascico nel tempo.

Karin: Sono i casi di Nelson Mandela o di Mahatma Gandhi.
Sono proprio queste persone a essersi distinte per il loro coraggio morale: non quello delle armi, ma quello della parola e dell’empatia.

Nancy: Perché alla fine, se davvero vogliamo uscire dal ciclo infinito della violenza, l’unica strada possibile è riconciliare ciò che è stato diviso, ricucire le ferite e restituire umanità là dove sembrava perduta.

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In croce

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episodio 1239

Trascrizione

Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.

Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.

Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.

Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.

Facciamo qualche esempio.

Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:

Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.

Oppure, parlando di una persona poco loquace:

Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.

O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:

Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.

In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.

È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?

Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).

Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.

C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.

Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente, poche idee, pochi risultati, poche risorse, potrete dire tranquillamente:

Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”

Ma perché usare la parola croce?

Bella domanda vero?

La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.

Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:

Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.

La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.

C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.

In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.

Un’altra volta vi spiego anche un altro uso completamente diverso di “in croce”. Parlo di mettere qualcuno in croce.

Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.
La domanda è: se rinascessi, chi verresti essere?

Commento del ripasso (scarica audio)

Marcelo: Se rinascessi, vorrei essere una persona estremamente conciliante, capace di togliere d’impaccio chiunque si trovi in una situazione difficile e magari anche di galvanizzarlo.

Sofie: Io invece vorrei essere una stacanovista, ma senza mai essere rea di trascurare le persone care per il troppo lavoro.

Anne Marie: Mi piacerebbe rinascere come uno dei grandi personaggi italiani della storia, qualcuno che sappia sempre cogliere nel segno con le sue scoperte.

Mariana: Vorrei far parte della polizia, così potrei girare in borghese e dare il benservito ai criminali.

Julien: Mi piacerebbe essere un sognatore capace di costruire castelli in aria che però sappiano trasformarsi in progetti concreti e utili.

Ulrike: Se potessi scegliere (ma la vedo difficile!) vorrei essere un’esperta di italofonia per poter parlare la lingua del a menadito.

Carmen: io invece vorrei rinascere me stessa e munirmi di pazienza infinita (che, per inciso, ora non ho). Vorrei avere tante occasioni per fare bella figura e parlare in italiano senza tediare nessuno… anche perché, diciamolo, ogni tanto, in questa vita, rischio seriamente di far scappare tutti!

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In borghese

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episodio 1238

Trascrizione

C’è qualcosa di curioso nell’espressione “in borghese”.

A sentirla così, isolata, sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un mondo fatto di cappelli, giacche ben stirate e passeggiate in centro. E in effetti, un po’ è proprio così.

In borghese” nasce da borghesia, quella classe sociale che, tra nobiltà e popolo, ha rappresentato per secoli il volto più riconoscibile della vita quotidiana: persone comuni, rispettabili, senza uniforme, senza insegne, senza simboli di potere evidenti.

Ed è proprio qui il punto.

Quando diciamo che qualcuno è in borghese, intendiamo dire che non indossa una divisa, che si presenta come una persona qualunque, indistinguibile tra la folla.
Un poliziotto in borghese, ad esempio, non porta la divisa: si confonde tra i passanti, osserva senza essere notato, agisce senza attirare l’attenzione.

Es.

State camminando per strada, tutto sembra normale, quando qualcuno vi dice:

Attento, quello è un poliziotto in borghese.

E improvvisamente cambia tutto.
Quella persona, che fino a un attimo prima era uno qualunque, assume un altro significato. Non è più solo un passante: è qualcuno che ha un ruolo, ma non lo mostra.

Parliamo di chi svolge una funzione ufficiale senza indossarne i segni distintivi.

C’erano diversi agenti in borghese tra la folla.

L’arresto è stato effettuato da due carabinieri in borghese.

In questi casi, “in borghese” serve a sottolineare proprio questo contrasto: ruolo nascosto, apparenza normale.

Ma la locuzione non si ferma qui.

Pensate a un contesto completamente diverso, più quotidiano.
Un’azienda, un ufficio, magari una cerimonia.

Oggi niente giacca e cravatta, siamo tutti in borghese.

Qui non ci sono poliziotti, né operazioni “sotto copertura”.

Eppure il senso è simile: assenza di formalità, di segni distintivi, di “uniforme” sociale.

“In borghese”, in questo caso, diventa quasi sinonimo di informale, di normale, di non ufficiale.

Si usa anche in questo modo la locuzione.

Quando diciamo “in borghese”, quella piccola preposizione “in” fa molto più di quanto sembri.

Non indica semplicemente un luogo, come in “in casa” o “in ufficio”.

Qui in introduce una condizione, uno stato visibile, quasi una “forma esteriore” in cui una persona si presenta.

È la stessa in che usiamo quando vogliamo descrivere come appare qualcuno agli occhi degli altri.

Pensate a queste locuzioni:

in uniforme

in divisa

in abito da sera

in giacca e cravatta

in maniche di camicia

In tutti questi casi, in significa qualcosa come: “nella condizione esteriore di”, “vestito in modo tale da apparire…”

Se allarghiamo lo sguardo, troviamo molte altre espressioni analoghe, anche fuori dall’abbigliamento:

in silenzio

in difficoltà

in imbarazzo

in incognito

Anche qui in introduce uno stato, ma non più visivo. È come se passassimo dall’abito esterno alla condizione interna o situazionale.

“In borghese”, in un certo senso, sta proprio a metà strada tra questi due mondi:
è visibile, ma porta con sé anche un significato più profondo, legato al ruolo e all’intenzione.

Notate che essere in borghese è simile a “essere in abiti civili”.

Quasi equivalente, ma non del tutto. Infatti “in abiti civili” indica semplicemente che una persona non indossa una divisa

Ad esempio:

Il militare era in abiti civili durante la cerimonia.

Qui manca quell’elemento di intenzione o funzione nascosta.

“In borghese”, invece, ha spesso una sfumatura in più: suggerisce che l’assenza di uniforme non è casuale, ma significativa.

Quindi se due poliziotti sono in borghese c’è l’idea implicita di operare senza farsi riconoscere.
Quindi “In abiti civili” descrive invece ciò che si vede, mentre “in borghese” generalmente suggerisce anche ciò che si nasconde.

Carmen: Mi fa ridere vedere qualcuno che cerca di fare il pavone per darsi arie e poi finisce per fare una figuraccia.

Hartmut: Io invece rido di gusto quando vedo uno stacanovista che perde la calma per una piccola e insignificante pecca nel suo lavoro.

Edita: A me divertono molto i soliti furbetti del quartierino che sono convinti di farla sempre franca e invece poi vengono scoperti subito.

Khaled: Non posso fare a meno di ridere quando qualcuno inizia a fare un salamelecco per compiacere il potente di turno.

Anne Marie: Trovo esilarante un tipo solitamente sboccacciato che tenta disperatamente di apparire serio durante una cerimonia.

Estelle: Mi fa ridere la faccia sbalordita di chi viene messo davanti al fatto compiuto e non ha più tempo di inventare una delle sue solite scuse.

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“BASTA”, UNA PAROLA CHE NON NE PUÒ PIÙ

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episodio 1236

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Trascrizione

Oggi, cari amici di Italiano semplicemente, vi parlo di una parolina piccolina che apre e chiude infinite conversazioni, mette fine alle discussioni, reprime sfuriate, tronca rapporti e, sorprendentemente, può anche rassicurare: “basta”.

Vi farò un elenco di utilizzi, alcuni simili tra loro, altri meno. Inevitabilmente abbiamo già altri episodi in cui abbiamo esplorato espressioni e locuzioni in cui compare questa parola o espressioni analoghe. Ne parlerò nel corso della spiegazione e metterò dei collegamenti ipertestuali (dei link) agli episodi in questione.

Allora:

1. “Basta” come imperativo: smetti!
È l’uso più intuitivo.

È un’esclamazione che segnala che qualcuno ha superato il limite.

In questo caso, “basta” è quasi un ordine: corto, secco, definitivo. Evidentemente si è raggiunto un limite.

2. “Basta + verbo all’infinito”: è sufficiente fare X
Qui entriamo in un territorio più razionale: basta (cioè è sufficiente) una sola azione per ottenere un risultato.

  • Per capire l’italiano basta ascoltare ogni giorno.
  • Per perdere peso basta camminare 40 minuti al giorno.

È un “basta” che potremmo chiamare funzionale: descrive un requisito sufficiente. Solitamente questo uso prevale nelle conversazioni orali. Un po’ informale diciamo.

3. “Basta che…”: condizione minima
Simile al precedente, ma introduciamo una subordinata, perché c’è un “che”:

  • Va bene anche domani, basta che mi avvisi prima.
  • Puoi restare quanto vuoi, basta che non dai fastidio.

È l’uso da manuale della condizione necessaria. Fino ad un certo punto, che viene specificato, si può arrivare. Non oltre.

Somiglia a: la cosa importante è che…, ciò che conta è che…, sempre che…

4. “Basta” come sufficienza in senso quantitativo.
Qui “basta” è un giudizio, spesso soggettivo, sulla quantità.

  • Ne vuoi ancora? No, basta cosi.
  • Due bicchieri di vino? Bastano.
  • Non serve tutto quell’olio, ne basta un filo.

È il “basta” del frigorifero, del piatto, della spesa. Si può anche dire: può bastare, possono bastare, può bastare così.

5. “Basta!” nel senso di “mi sono stancato / non ne posso più”
Quando arriva la goccia che fa traboccare il vaso.

È il “basta” da sfuriata.

  • Basta, ora parlo io!
  • Basta, non sopporto più queste riunioni infinite!
  • Basta! Non è possibile! Quando arriva l’ennesimo ritardo del treno.

È la versione emotiva, spesso usata quando si è in preda al panico o quasi. È anche uno sfogo chiaramente.

6. “Basta?” per chiedere conferma
Modalità garbata, spesso detta con un tono di voce che sale verso la fine.

  • Te ne verso ancora? Basta?
  • Va bene così? Basta?

Significa: “ti può bastare?”, “è sufficiente?”, “ancora?”.

7. “E basta!” per chiudere definitivamente
È un’estensione che si usa per troncare polemiche. Aggiungere la e all’inizio rafforza l’idea della stanchezza e della voglia di smetterla.

  • Non voglio più sentirne parlare, e basta!
  • Ho detto che non vengo, e basta!

A volte si rafforza ancor di più con un “cavolo!”, “per la miseria”, “maledizione”

  • E basta, maledizione!

8. “Basta poco” e varianti idiomatiche
Ci sono alcune espressioni cristallizzate, molto comuni:

  • Per farmi felice basta poco.
  • A volte basta un attimo per cambiare tutto.
  • Per litigare basta una sciocchezza.
  • Basta saperlo!

Qui “basta” è parte di qualcosa di fisso che indica una minima quantità o estrema facilità.

9. “Basta che sia…” come preferenza flessibile

  • Non mi importa, basta che sia comodo.
  • Andiamo dove vuoi, basta che sia vicino.

È il “basta” della tolleranza: non ho grandi pretese, mi adeguo. Quindi si esprime una preferenza in modo flessibile.

10. “Basta” come conclusione di un discorso
È simile a “fine”, “punto”.

  • Insomma, ho fatto tutto ciò che potevo. Basta.
  • Abbiamo deciso di rimandare. Basta.

Chiusura asciutta, quasi burocratica. Non c’è emozione, non è uno sfogo stavolta. Simile a “tutto qui”, “niente di più e niente di meno”.

In definitiva, con “basta” potete:
fermare, concludere, condizionare, chiedere, lamentarvi, rassicurare e perfino addolcire un discorso.

Alla fine, basta una sola parola per fare tutto questo.

E se qualcuno trovasse comunque da ridire…

Basta, non se ne parla più. Anzi no, adesso basta un piccolo ripasso e l’episodio possiamo considerarlo chiuso.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Parliamo di cosa vi hanno o non vi hanno insegnato i vostri genitori.

André (Brasile):

Fortuna ha voluto che io crescessi in un ambiente in cui si dava molto valore alle piccole cose … quanto all’educazione finanziaria, a dire il vero, mio padre ne era un esperto e ha potuto insegnarmela, mentre mia madre tendeva a fare la finta tonta davanti a certe spese superflue.

Edita (Repubblica Ceca):

Quanto ai miei genitori, li stimo molto per avermi dato un buon viatico per la vita. Ciononostante non mi hanno tenuta troppo stretta. Probabilmente avevano capito che non sarebbe servito a nulla. Un omaggio a loro perché sicuramente ho dato loro del filo da torcere per molti anni.

Estelle (Francia):
I miei genitori mi hanno trasmesso come retaggio il valore del lavoro.
Avvezzi da sempre all’impegno, hanno fatto germogliare in me l’idea che gli sforzi paghino sempre. Mi hanno anche insegnato a far sempre il dovuto distinguo fra ciò che conta davvero e il superfluo, il vero filo conduttore per la mia carriera professionale.

Marcelo: In prima battuta, dai miei ho imparato il valore dell’onestà e del lavoro ben fatto. In seconda battuta è necessario fare una distinzione: mio padre mi ha trasmesso l’amore per lo sport, la perseveranza e la tenacia per arrivare a buon porto nella vita. Mia madre, d’altro canto, mi ha insegnato che essere ottimisti e credere nella provvidenza aiuta sempre, e che ciò che si desidera con tutta la grinta, prima o poi si avvera. Lei aveva del talento naturale per evitare qualsiasi tracollo emotivo, ove mai fosse accaduto qualcosa di brutto. Peccato che non mi abbiano inculcato anche come far crescere le finanze! Alla fin fine però non ho nulla da criticare, anzi, ho solo da ringraziare!

Donazione

Sommessamente

Sommessamente

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episodio 1233

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una parola elegante, discreta, quasi timida: “sommessamente”. L’abbiamo già incontrata nella rubrica “accadde il” in cui abbiamo visto la differenza tra sommessamente e umilmente. Ma una cosa non vi avevo detto in quell’episodio.

Dunque, sommessamente è un avverbio, questo è chiaro, che deriva dall’aggettivo “sommesso”, e già questo ci dà un indizio importante: entrambe le parole hanno a che fare con qualcosa di attenuato, non appariscente, quindi diciamo “tenue”, sia nel tono della voce sia nell’atteggiamento.

Cominciamo proprio da sommesso.

Una voce sommessa è una voce bassa, contenuta, quasi trattenuta. Non è necessariamente un sussurro, ma ci si avvicina. È il contrario di una voce alta, squillante, aggressiva. Se dico:

  • “Giovanni ha parlato con tono sommesso”

sto dicendo che quella persona ha scelto, volontariamente o meno, di non imporsi, di non farsi notare troppo, di non disturbare. Spesso parliamo di una persona un po’ triste, abbattuta per qualcosa che gli è successo. Non è detto però. Potrebbe essere una persona rassegnata oppure volutamente discreta.

Ma sommesso/a non riguarda solo la voce. Può riferirsi anche a un atteggiamento:

  • “Un sorriso sommesso”
  • “Una protesta sommessa”

In questi casi, l’idea è sempre quella di qualcosa di contenuto, trattenuto, quasi in secondo piano, qualcosa di quasi nascosto.

Passiamo adesso a “sommessamente”.

Come spesso accade con gli avverbi in -mente, indica il modo in cui si compie un’azione:

  • “Ha risposto sommessamente”
  • “Ha protestato sommessamente”

Fin qui, tutto lineare: significa parlare o agire con discrezione, senza alzare i toni.

Ma veniamo all’uso più interessante, quello che vi piacerà sicuramente e che i libri di grammatica non dicono:

“ricordo sommessamente…”.

Qui succede qualcosa di molto italiano, molto sottile: l’avverbio viene usato in modo ironico. Sto parlando in prima persona. L’ironia si usa solo in questo caso.

Se io dico:

  • “Ricordo sommessamente che questa idea l’avevo proposta io”

non è detto in questo caso che io stia parlando a bassa voce, né che io sia davvero modesto. Anzi, probabilmente sto facendo esattamente il contrario: sto rivendicando qualcosa, ma fingendo di farlo con discrezione.

È una specie di finta modestia, spesso un po’ pungente.

In pratica, il messaggio reale è:

“Te lo dico con calma… ma guarda che ho ragione io.”

Oppure:

“Non vorrei dirlo… ma l’avevo detto!”

Quindi sommessamente, in questo uso, diventa quasi un marcatore ironico. Serve a smorzare solo in apparenza una frase che in realtà è abbastanza decisa. In genere si fa un sorrisino malizioso per accompagnare la frase.

Lo stesso vale in altri contesti:

  • “Mi permetto sommessamente di dissentire”
  • “Faccio sommessamente notare che…”

Anche qui, chi parla non è davvero timido: sta esprimendo un dissenso, ma lo veste di cortesia, spesso proprio con un leggero sorriso ironico.

È un modo molto efficace per essere garbati… senza rinunciare a dire la propria.

In definitiva, possiamo dire che:

  • sommesso descrive qualcosa di attenuato, discreto, poco rumoroso
  • sommessamente indica un’azione fatta con lo stesso tono
  • ma in certi contesti, soprattutto con verbi come ricordare, notare, permettersi, assume un valore ironico e leggermente provocatorio

Alla fin fine, è una parola piccola, ma molto raffinata: ti permette di dire cose anche piuttosto forti… senza alzare la voce. O almeno, facendo finta di non farlo.

Adesso ripassiamo. Cercate di immaginare un dialogo in cui un gruppo di 5 amici devono organizzare una cena con Roberto Benigni a Roma.

Ripasso.

Khaterine: Allora apro io le danze: dobbiamo organizzare questa cena con Roberto Benigni, ma, detto ciò, voglio sperare che non diventi un pretesto per chiedere favori personali, che fa molto italiano.

Marcelo: Io anelo da una vita una serata con lui. Una serata semplice, senza troppi salamelecchi però. Non è che l’obiettivo debba esere quello di fare una bella figura.

Carlos oppure Monica Aineto: A me interessa il giusto fare bella figura: propongo di divertirci innanzitutto.

Danielle oppure Maria Eugenia: non so come la vedete voi, ma io direi di fare un minimo di sforzo economico e portarlo in un posto elegante, purché non sia fuori Roma.

Natalia: Ragazzi io non so se posso venire. Ho molto lavoro arretrato. C’ho provato a chiedere un permesso, ma tant’è.

Fernando oppure Osvaldo: va bene. Se ci sono sviluppi, cambiamenti e decisioni di qualunque tipo, ti teniamo aggiornato.

Ulrike: Perfetto, per non saper né leggere e nè scrivere io ho già prenotato il tavolo. Spero ne esca una serata memorabile!

André: ragazzi, siete sicuri che Roberto Benigni ci verra? Io cerco di ritagliarmi del tempo, ma senza tanti giri di parole: vengo se arriva anche Monica Bellucci!