Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.
Oggi parliamo di due verbi: levare e levarsi. Del primo verbo ce ne siamo occupati in un episodio dal titolo “levare le tende“ , ricordate? Quello è un uso figurato però.
Parliamo adesso di quello proprio di levare.
Allora, immaginate di essere a tavola, avete finito di mangiare e prendete il piatto per portarlo via.
In quel momento state facendo un’azione concreta: state levando il piatto.
In altre parole, lo state togliendo, rimuovendo da dove si trova. Questo è il significato più diretto di levare: togliere qualcosa da un posto. È più informale di togliere. Spesso poi ha un contenuto emotivo. Se una persona usa levare al posto di togliere, spesso è leggermente irritato, magari perché ha perso la pazienza.
Tipo:
levati di mezzo ché non vedo la TV!
Leva il piatto dopo che hai mangiato,come te lo devo dire? In tedesco?
Vediamo un altro uso, specie quello riflessivo.
Aprite il giornale, o magari scorrete le notizie sul telefono, e leggete una frase come:
si è levata una polemica.
E qui non c’è più nessun piatto, nessun oggetto da spostare, da togliere. Nessuno ha tolto niente. Eppure qualcosa è successo.
Con levarsi, a meno che non si parla di persone che devono togliersi, quindi come “levarsi”, tipo “levarsi di mezzo”, e a parte l’uso di levarsi nel senso di togliersi (tipo levarsi i vestiti o l’espressione , anche figurata “levarsi di dosso”) entriamo in un altro mondo.
Non si tratta più di togliere, ma di qualcosa che si alza, nasce, emerge, qualcosa che aumenta, spesso all’improvviso e con una certa intensità. Una polemica che “si leva” ad esempio è una polemica che prende forma, che comincia a circolare, che si diffonde tra le persone. È come se si sollevasse nell’aria, diventando visibile a tutti.
Lo stesso vale quando si dice che si è levato un coro di proteste. Non è una sola voce, ma tante voci insieme, che si alzano contemporaneamente. C’è un’idea di movimento collettivo, quasi spontaneo. Nessuno lo organizza davvero: succede, e basta. E’ una sorta di insurrezione.
Questo ci aiuta a capire anche un’espressione molto tipica dell’italiano: la levata di scudi. Qui l’immagine è antica ma molto efficace.
Pensate a dei soldati che alzano gli scudi per difendersi. Trasportata nel linguaggio di oggi, questa immagine descrive una reazione immediata e compatta contro qualcosa che viene percepito come una minaccia o un errore. Quando c’è una levata di scudi, significa che molte persone (non una sola) reagiscono insieme, opponendosi con decisione. Tutti insieme per difendere qualcuno o qualcosa. La levata di scudi si fa sempre in favore di qualcuno o qualcosa che si sostiene collettivamente.
Notate che normalmente non si dice che delle persone hanno levato gli scudi, ma che c’è stata una levata di scudi da parte di un gruppo di persone.
A questo punto la differenza tra i due verbi diventa quasi intuitiva. Levare ha bisogno di qualcuno che compie l’azione e di qualcosa che viene tolto. Levarsi, invece, solitamente è diverso: ciò che si leva non viene rimosso, ma nasce, si diffonde, prende forza.
Spesso, nelle espressioni figurate, è proprio levarsi il protagonista. È il verbo delle polemiche che scoppiano, delle proteste che si accendono, dei venti che iniziano a soffiare all’improvviso. C’è sempre questa idea di qualcosa che prima non c’era, e che a un certo punto si fa sentire.
Alla fine, se ci pensate, è una differenza molto concreta anche quando parliamo in modo figurato: con levare togliamo qualcosa dal mondo, con levarsi qualcosa entra nel mondo e si impone all’attenzione.
E quando sentite dire che si è levata una polemica, non immaginate qualcuno che toglie qualcosa… ma piuttosto qualcosa che si alza, cresce e, nel giro di poco, coinvolge tutti.
Ci sono chiaramente altri usi particolari del verbo levare e levarsi, ma per oggi può bastare così.
Adesso, se chiedo un ripasso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, spero non si levi una inutile polemica, perché sapete che il ripasso, in questa rubrica, è obbligatorio.
Marcelo: Probabilmente ci sarà stato un grande sconcerto per l’eliminazione, tra i tifosi italiani a seguito dell’eliminazione ai Mondiali di calcio, e a seguire tanta frustrazione.
Prima o poi dovranno però riconciliarsi con la loro squadra del cuore!
Sicuramente il prossimo allenatore sarà tenuto d’occhio dai tifosi e dai giornalisti, e al primo errore, riceverà anche lui una valanga di critiche, mentre probabilmente gli toccheranno solo due parole in croce di elogio in caso di vittoria!
Ma il lavoro ben fatto alla fin finepaga sempre, e il trionfo, maggior ragione ripaga, eccome!
Di sicuro dovrà imparare ad agire sotto la spada di Damocle!
Comunque sia mi piace pensare che non c’è male che per bene non avvenga.
Bene, oggi parliamo di un’espressione molto usata nella lingua italiana: “tenere d’occhio”… e anche “tenere sott’occhio”.
Si tratta di un’espressione figurata, cioè non va interpretata alla lettera. Non significa davvero prendere qualcosa e metterla dentro o sotto l’occhio! Piuttosto, ha a che fare con l’attenzione, con il controllo.
“Tenere d’occhio” significa infatti osservare con attenzione, controllare, monitorare qualcosa o qualcuno, spesso con una certa continuità nel tempo.
Facciamo subito qualche esempio, così andiamo dritti al punto.
Se dico: “Tieni d’occhio la pentola!”
sto chiedendo a qualcuno di controllare che non trabocchi, che non si bruci il contenuto.
Oppure: “Tengo d’occhio i prezzi della benzina”
significa che li controllo spesso, magari per capire quando conviene fare il pieno.
Ancora: “Il professore tiene d’occhio gli studenti durante il compito”.
Qui c’è anche una sfumatura di vigilanza, quasi di sorveglianza, per evitare che qualcuno copi.
Adesso vediamo la variante: “tenere sott’occhio”.
Il significato è praticamente lo stesso: controllare attentamente, non perdere di vista.
La differenza è molto sottile, quasi impercettibile. “Sott’occhio” può dare, in certi contesti, un’idea ancora più concreta di qualcosa che è proprio lì, davanti a te, sotto il tuo controllo diretto.
Ad esempio: “Ho tutti i documenti sott’occhio”.
Ecco, la differenza è, oltre al senso più Marcato di vigilanza, che possono usare il verbo avere al posto di tenere. Se uso tenere posso usare entrambe le forme, Mentre se uso avere posso anche usare avere al suo posto.
In questo ultimo esempio si immagina proprio che i documenti siano davanti a me, sul tavolo.
“Tieni sott’occhio il bambino al parco”
anche qui: controllalo bene, non distrarti.
Veniamo ora alla forma personale:
“Ti tengo d’occhio”
Questa frase è molto interessante, perché il significato cambia un po’ a seconda del tono e del contesto.
Può essere:
neutro o protettivo:
“Stai tranquillo, ti tengo d’occhio io” mi prendo cura di te, vigilo su di te.
Oppure può essere leggermente sospettoso:
“Ti tengo d’occhio…” attenzione, non mi fido del tutto.
Anche quasi minaccioso (ma spesso scherzoso):
“Eh, ti tengo d’occhio!”. Cioè guarda che controllo quello che fai!
Quindi, come spesso accade in italiano, non è solo la frase in sé che conta, ma l’intonazione, il contesto, la relazione tra le persone. Siamo alle solite direi!
Possiamo dire, in definitiva, che:
tenere d’occhio = controllare, osservare con attenzione nel tempo
tenere sott’occhio = anche controllare da vicino, avere sotto controllo diretto
Sono espressioni molto comuni e utilissime nella vita quotidiana. A conti fatti, se impari a usarle bene, farai un bel passo avanti nella comprensione dell’italiano parlato.
Adesso ripassiamo, se volete tenendo sott’occhio la lista degli episodi passati.
Marcelo: Mi sbilancio! Apro io le danze! Non si può farea meno di fare un ripasso se il presidente ti chiama in causa!
Spero di non avervi colto incontropiede, e ricordatevi: un ripasso al giorno, toglie l’italiano di torno! Dai amici, fatevi vivi!
André: Cari amici italiani, ancorché dolorosa, la non qualificazione della nazionale italiana al Mondiale non può sorprendere, c’era proprio da aspettarselo da una squadra poco avvezza a reagire nei momenti decisivi, incapace di levarsi di dosso le proprie insicurezze e di elevare il livello del gioco quando più serviva! E, per carità, non facciamo di Gattuso il capro espiatorio
Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Durata: 9 minuti
Descrizione:
“Fare il prezioso” significa comportarsi come se si fosse indispensabili, facendosi desiderare o aspettare. Espressione ironica per chi si dà troppe arie.
Buongiorno, un caro saluto a tutti. Chi vi parla è Gianni, o Giovanni, cioè il creatore di Italiano Semplicemente. Oggi cercherò di spiegarvi una frase italiana famosissima.
Non si tratta, a dire il vero, di una frase idiomatica italiana, non è una espressione tipica italiana, ma si tratta di una citazione. Una citazione è quello che si fa quando si ricorda, si cita, appunto, ciò che ha detto oppure scritto qualcun altro. Una citazione quindi è il dire o lo scrivere una cosa che ha già scritto o detto qualcun altro. Questo qualcun altro, in questo caso, è Dante Alighieri.
Parleremo di Dante Alighieri in modo un po’ più approfondito in un prossimo podcast, per la rubrica “grandi personaggi italiani” (abbiamo già visto Umberto Eco e Roberto Benigni) per ora mi accontenterò di citare Dante. Oggi quindi citerò Dante Alighieri. La citazione che farò di Dante Alighieri è relativa ad una terzina del canto numero ventisei dell’Inferno. Stiamo quindi parlando della Divina Commedia.
La Divina Commedia è, come tutti saprete, l’opera più importante composta da Dante Alighieri, e probabilmente è anche l’opera più importante della letteratura italiana e mondiale. La Divina Commedia è suddivisa in Inferno, Paradiso e Purgatorio e ognuna di queste tre parti è a sua volta divisa in “canti“. Ogni canto è diviso in parti più piccole che si chiamano “terzine“.
La terzina è detta anche “terza rima” o anche “dantesca” (dantesca perché relativa a Dante Alighieri), e si chiama anche “terzina incatenata”, è la strofa usata da Dante nella composizione della Divina Commedia. Si chiama terzina perché è composta da tre parti, da tre versi: se fosse stata composta da due sole parti, da due soli versi, si sarebbe chiamata “distico“, un nome che conoscono solamente coloro che si occupano di queste cose, ed invece questa si chiama terzina, poiché le parti sono tre, i versi sono tre. Ho parlato di strofa, ed infatti la terzina è una strofa, che nella letteratura è un gruppo di versi, dove ogni verso è composto da parole. Il numero dei versi di una strofa può variare, ed in questo caso abbiamo appunto una strofa composta da tre versi: una terzina.
Dopo questa breve introduzione sulla struttura della Divina Commedia, che magari può interessare a qualcuno e comunque è interessante per coloro che studiano Dante nelle scuole di Italiano, passiamo alla celebre terzina di cui voglio parlarvi oggi.
Questa terzina, del canto numero ventisei dell’Inferno, contiene due versi famosissimi:
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza
è una terzina molto famosa, soprattutto il secondo ed il terzo verso. Questa terzina ci dà un quadro abbastanza chiaro, a quanto pare, della personalità di Dante Alighieri, che considerava la conoscenza il presupposto per la valutazione di una persona.
Se una persona è una persona colta, cioè conosce molte cose, allora è una persona di valore, altrimenti questa persona non vale nulla, o meglio, la sua vita equivale alla vita di un bruto, quello che lui chiama bruto.
Vediamo bene questa terzina.
Il primo verso è: “Considerate la vostra semenza“. Considerate, cioè pensate, prendete in valutazione la vostra semenza, cioè da dove venite, considerate la vostra natura, considerate il fatto che siete esseri umani, esseri intelligenti, e non bestie, non animali. Semenza viene da “seme”, da cui nascono le piante. La semenza quindi rappresenta l’origine, la razza umana in questo caso.
Ebbene, se considerate la vostra semenza, arriverete facilmente a capire, dice Dante, che non siete fatti per vivere come bruti – “fatti non foste“, cioè “non siete fatti”.
“Fatti non foste” significa che voi, voi esseri umani, non foste fatti per vivere come bruti. Foste è il passato remoto del verbo essere.
io fui
tu fosti
egli fu
noi fummo
voi foste
essi furono
Se faccio la negazione posso dire:
Voi nonfoste.
Quindi “voi non foste fatti” lo posso anche dire “fatti non foste”. Il voi è sottinteso.
Quindi voi, esseri umani, non foste fatti per vivere come dei bruti – “a viver come bruti“, cioè per vivere come delle bestie, come animali. La parola bruto, al singolare (bruti al plurale) rappresenta una persona che non usa la ragione, che non usa l’intelligenza, una persona che è incapace di dominare i propri istinti, e che quindi è anche violenta, feroce. La parola bruto nel linguaggio parlato è usata fondamentalmente per indicare una persona di questo tipo, soprattutto nella sfera familiare: un bruto è colui che picchia la moglie, che fa del male ai propri familiari, bruto è colui che usa violenza contro gli altri, ma soprattutto nei confronti delle donne e dei bambini.
Poi la parola al femminile “bruta” è associata spesso alla forza. La forza bruta è una forza molto grande. Se dico che io ho una forza bruta non significa che sono un bruto, un violento, ma che ho una grande forza, talmente grande che sembra quasi non essere una forza umana. Dante quindi usa il termine bruti per dire che l’essere umano è fatto per pensare e per conoscere, per leggere e apprendere, e non per usare la violenza, non per essere vittima dell’istinto, come un animale.
Infatti l’ultimo verso recita: “ma per seguir virtute e canoscenza“.
Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, cioè per seguir, cioè per seguire, cioè conseguire, per inseguire la conoscenza, che Dante chiama canoscenza: il nostro obiettivo, come esseri umani, è cercare di perseguire la conoscenza.
Dante usa “seguir”, che sta per seguire, ma è da intendere come conseguire, cioè cercare di raggiungere, cercare di raggiungere l’obiettivo della conoscenza. Questo è la cosa per cui siamo fatti. Questa è la cosa per cui l’essere umano è fatto. “E’ fatto per” significa che “serve a”, che “è nato per”. Se noi siamo fatti per la conoscenza, quindi, vuol dire che siamo nati, siamo predisposti per aumentare la nostra conoscenza.
Quindi “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza“.
La “virtute” è la virtù. Se provate a cercare sul dizionario la parola virtute molto probabilmente non la troverete, dipende un po’ da quello che utilizzate, ma la virtute è la virtù, e la virtù è ogni buona qualità, ogni caratteristica positiva dell’essere umano.
Ognuno di noi ha almeno una virtù: una persona può essere buona, un’altra sensibile, un’altra ancora ha la virtù del fascino, oppure la virtù della pazienza. Questa potrebbe essere la mia virtù, ad esempio: io mi reputo una persona molto paziente, che sa aspettare.
La virtù è più una caratteristica dell’animo umano, ma la parola virtù ha moltissimi significati in realtà.
Quindi l’essere umano, dice Dante, è fatto per inseguire le virtù, è fatto per migliorarsi di giorno in giorno, per assumere un valore sempre maggiore, “e conoscenza”: “seguir virtute e canoscenza“, cioè per conseguire le virtù e per imparare cose. Se l’uomo non impara non ha valore.
Beh credo che il messaggio di Dante sia abbastanza condivisibile da tutti. Non sono entrato nel dettaglio di tutte le spiegazioni perché in questo episodio volevo solamente farvi capire che questa frase è molto famosa, molto utilizzata in Italia, soprattutto negli ambienti intellettuali, o comunque da persone che hanno una alta cultura.
Dante spesso fa omaggio alla conoscenza ed all’importanza per l’uomo: “Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere“, dice all’interno del Convivio, che è un’altra opera di Dante Alighieri.
Immagino che anche voi, che state ascoltando e leggendo questo episodio, avete voglia di sapere, di conoscere. Vi lascio allora ascoltare, non con la mia voce, ma con la voce di Benigni, famoso attore e comico italiano, la famosa terzina del canto numero ventisei dell’Inferno, così da farvi innamorare della melodia della lingua italiana.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza
Bene, spero che l’episodio vi sia piaciuto e in futuro, come vi dicevo, è in programma un podcast interamente dedicato a Dante Alighieri, dove non racconterò ovviamente tutta la sua vita né farò l’elenco delle sue opere, ma parlerò come al solito di un aspetto di interesse relativo alla lingua italiana, all’apprendimento della lingua italiana.
Quello di oggi è sicuramente un aspetto legato all’apprendimento, perché l’apprendimento di una lingua significa voglia di conoscenza di una lingua e di una cultura in generale, quella italiana nella fattispecie, quindi oggi abbiamo anche scoperto che non siamo fatti per vivere come bruti ma per conseguire le virtù e la conoscenza.
Abbiamo anche visto da vicino una frase molto famosa in Italia, i due versi finali delle terzina descritta sopra, e quindi è come aver imparato una espressione tipica italiana.
Se venite in Italia e vi capita di andare in un ristorante molto affollato o di andare in un autobus molto affollato, dove in entrambi i casi ci possono essere persone che alzano la voce, che strillano, che sono nervose, ebbene, potete dire a queste persone: ”
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza
Buona giornata e continuate a seguire Italiano Semplicemente, perché il prossimo podacst sarà dedicato ai verbi prenominali, e spiegherò in particolare una frase idiomatica italiana che contiene appunto un verbo prenominale. In realtà lo ho già fatto in passato, perché mi è capitato di spiegare ad esempio la frase “farsene una ragione“, la cui spiegazione la potete trovare sul sito italianosemplicemente.com, che contiene proprio un verbo prenominale, anche se non è stato detto all’interno del podcast perché, come sapete, non è buona cosa concentrarsi sulla grammatica ma sulla comunicazione, ben più importante della grammatica, soprattutto per chi ama ascoltare.
Ma un ragazzo di nome Renato mi ha chiesto di dedicare un podacst ai verbi pronominali ed io lo farò perché mi piace andare incontro alle esigenze dei membri della famiglia di Italiano Semplicemente. Ovviamente lo farò nel modo consueto, senza annoiare possibilmente, e facendo esempi divertenti.
La domanda di Manal (Algeria): ciao Gianni, vorrei sapere il significato dell’espressione: “fare i conti senza l’oste”. Non sono riuscita a trovare nulla su internet
La spiegazione
Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo l’espressione idiomatica italiana “fare i conti senza l’oste”, e ringrazio Manal, una ragazza algerina, e più precisamente della città di Shief. Manal studia italiano nell’università di Blida. Spero di aver pronunciato bene tutti i nomi. Manal ha detto di non aver trovato su internet la spiegazione di questa frase.
Bene allora vediamo un po’ se ce la faccio a farvi capire il significato dell’espressione.
Fare i conti senza l’oste. Dunque cos’è “fare i conti”? Per capire occorre spiegare cosa sono i conti. I conti si fanno in matematica. Si prende una calcolatrice, oppure si scrive su un foglio di carta. Quanto fa due virgola tre più tre virgola uno? Facciamo i conti e vediamo quanto fa, vediamo il risultato di questa operazione facendo i conti. I conti è un termine, una parola generica; nello specifico esistono le operazioni matematiche: addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. In generale si dice: fare delle operazioni, oppure ancora più in generale, si dice fare i conti. In senso matematico quindi, questa espressione si usa al ristorante, in pizzeria, ad esempio: mi fa il conto per favore? In questo caso si usa al singolare: il conto. Per “fare il conto”, il proprietario del ristorante deve fare i conti, deve vedere quello che si è mangiato, fare le singole addizioni e vedere il risultato. Il risultato è il conto, il conto del tavolo.
La cameriera, che serve ai tavoli, potrebbe chiedere al proprietario: “mi fai il conto del tavolo numero due per favore?
Quindi i conti si fanno per calcolare un risultato. Ma in realtà “fare i conti”, l’espressione “fare i conti” è usata in senso più ampio; si può utilizzare non solo al ristorante, in pizzeria eccetera, ma anche quando ci sono delle questioni da chiarire tra due persone. Se ci sono due persone ad esempio che devono ancora concludere una discussione, o hanno avuto una trattativa, ed una delle due persone crede che ancora questa discussione, questa trattativa non sia terminata, perché crede magari che finora non si sia detto tutto e occorre, bisogna terminare la discussione per ristabilire un equilibrio, allora questa persona che si sente in credito, che crede di averci rimesso finora, vuole fare i conti, vuole ristabilire il giusto, un giusto equilibrio, come è giusto che sia, secondo lui.
Se ad esempio un bambino fa un capriccio, fa una cosa che non deve fare, una cosa grave che fa arrabbiare la mamma, la mamma potrebbe dire al telefono a suo figlio:
“appena torno a casa facciamo i conti!”
Ed il bambino probabilmente avrà paura del ritorno della mamma, che vuole fare i conti con lui.
Bene, spero sia chiaro finora. Questo è uno dei significati di “fare i conti”.
A noi interessa di più però il primo significato, quello di fare i conti al ristorante. Perché “l’oste” è la persona proprietaria non di un ristorante, ma di una osteria. L’oste è il proprietario, oppure colui che gestisce l’osteria. L’osteria è un locale simile al ristorante, ma si serve prevalentemente, cioè quasi esclusivamente, del vino. È quasi come una enoteca, ma si tratta di vino normale, di vino spesso prodotto dallo stesso proprietario, cioè dallo stesso oste, mentre nell’enoteca si vendono diversi tipi di vino. Nell’osteria quindi si beve il vino dell’oste e spesso si può anche mangiare qualcosina, si può fare qualche piccolo spuntino. Lo spuntino è qualcosa di leggero da mangiare velocemente, come uno snack.
Ok quindi l’oste, il gestore dell’osteria vi porta il vino, e normalmente è anche colui al quale si paga dopo aver bevuto il vino. Ebbene è lui che fa i conti; è lui che scrive su un pezzo di carta quanto va pagato alla fine dal cliente. Non si possono fare i “conti senza l’oste”.
Quindi il cliente non può fare i conti da solo, ma li deve fare l’oste.
Chi fa i conti senza l’oste rischia di sbagliarli. Avrete certamente intuito che “fare i conti senza l’oste”, questa locuzione, questa frase idiomatica viene detta a un soggetto che è abituato a prendere decisioni affrettate, che non tengono conto delle volontà altrui e anche di un eventuale rifiuto.
Quindi non è una frase che si utilizza solamente in osteria, ma in tutte le situazioni in cui qualcuno prende decisioni senza tener conto di tutto, soprattutto della volontà di altre persone, del parere di altre persone coinvolte nella decisione. È quindi una frase che si utilizza anche in ambito lavorativo: non è una frase volgare, niente affatto! Si tratta di una espressione molto utilizzata anche in ambienti importanti. Infatti è chiara, fa subito capire cosa si vuole dire, perché se si pronuncia è scontato, si dà per scontato chi sia l’oste in questione.
Se ad esempio sono in una azienda e decido, come presidente, di spostare il luogo di lavoro di alcuni miei dipendenti, senza particolari motivi e soprattutto senza consultare i sindacati dei lavoratori, allora posso dire che sto facendo i conti senza l’oste, perché avrei dovuto consultate l’oste, che in questo caso sono i sindacati, che potrebbero impedire che senza le giuste motivazioni si trasferiscano, si spostino le sedi di lavoro dei lavoratori.
Analogamente se sono l’allenatore di una squadra di serie A italiana e decido di acquistare Lionel Messi, perché credo che sia una giocatore fondamentale per vincere lo scudetto in Italia, allora telefono a Messi, oppure chiamo il suo procuratore, e preso dall’entusiasmo avverto anche i giornali sportivi italiani del prossimo acquisto, di acquistare Messi.
Ma come allenatore ho dimenticato di avvertire l’oste, che in questo caso è il presidente della mia squadra, colui che presumibilmente dovrà pagare l’acquisto di Messi. Ho preso una decisione affrettata. Ho fatto i conti senza l’oste.
Spero, cara Manal, di averti chiarito il dubbio e di averlo chiarito a tutti gli ascoltatori. Non abbiate paura di usare questa espressione perché è assolutamente innocua. È universale e sempre utilizzabile, anche, come ho detto, nel lavoro. A proposito di lavoro, questa è una delle frasi che verrà utilizzata anche nel corso di Italiano Professionale, in preparazione, corso al quale potete già iscrivervi per richiedere di essere avvisati non appena sarà disponibile. Basta cliccare sul link che inserisco all’interno del podcast. In alternativa potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare “italiano professionale”. Troverete lì il link per richiedere di essere avvisati non appena inizierà il corso.
Ora vediamo di esercitare la pronuncia. Ripetete dopo di me, è importante, anche qualcuno se non ha ben capito tutte le frasi all’interno di questo episodio. La ripetizione è importante perché parlare è parte della comunicazione, ed è anche una delle regole che usiamo in Italiano Semplicemente: la settima ed ultima regola.
Ripetete dopo di me e state attenti alla vostra pronuncia:
Fare i conti senza l’oste
—–
L’oste
—
Fare i conti
—–
Fare i conti senza l’oste
—–
Fare i conti senza l’oste
—–
Fare i conti senza l’oste
—–
Un ultima volta:
Fare i conti senza l’oste
—–
Bene, è tutto per oggi. Ascoltate questo episodio più volte per esercitarvi, fatelo senza stress, con calma, fatelo molte volte e vedrete che riuscirete a farlo in modo sempre più facile. Non dimenticate la fase di ripetizione, e se andate al ristorante, mi raccomando, non fate i conti senza l’oste!