Un’espressione legata all’amore e a Dante Alighieri.
Durata: 7 minuti circa
File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
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Ecco a voi un’altra celebre frase della Divina Commedia, di Dante Alighieri, che, al pari di altre, è utilizzata anche ai giorni nostri.
La frase:
Vuolsi così colà dove si puote
Una frase che suona magnificamente, e a mio parere una frase del genere non poteva non trovare una sua applicazione anche nel linguaggio moderno.
Vediamo prima cosa significa e quando è stata usata da Dante, così da capire anche come usarla e in quale occasione.
Siamo all’inferno e Dante la utilizza ben due volte. Vediamo le singole parole.
Colà è un termine che oggi non si usa ma significa “là” , quindi indica un luogo e precisamente indica il paradiso, che è il luogo in cui si trova Dio.
È proprio là (colà) che si prendono le decisioni, è il luogo in cui si decidono le cose. Ma là dove?
Ce lo dice la parte finale:
dove si puote
cioè dove si può, dove si può tutto, dove tutto è possibile. Si parla del paradiso, perché è là che c’è Dio, e Dio infatti può tutto.
Vuolsi significa invece “si vuole” e anche vuolsi non è un termine usato oggi nella lingua italiana, come neanche il termine “puote“, tra l’altro.
Vuolsi così colà dove si puote
Si vuole così, là, in paradiso, dove tutto si può.
Questo è il senso della frase.
In pratica si potrebbe dire è che “questa è la volontà di chi comanda, chi detiene il potere”.
Prima Dante la usa all’inizio del suo viaggio infernale, in una frase nei confronti di Caronte, il cosiddetto traghettatore delle anime dei morti, cioè colui che trasportava le anime per passare da una sponda all’altra del fiume Acheronte.
Infatti Caronte non lo voleva trasportare a Dante perché lui non era morto ma vivo. E lui portava solo anime quindi non si trattava di persone vive.
Ma poi di fronte alla volontà di Dio, non poteva certo far nulla neanche Caronte.
Lo stesso invito viene fatto più tardi a Minosse e anche questa volta si fa riferimento alla volontà divina alla quale devono obbedire tutti.
E allora tutti, anche oggi, possiamo usare questa espressione, ovviamente in senso ironico, nel momento in cui voglio esprimere un concetto semplice:
Inutile lamentarsi, inutile cercare di obiettare contro una decisione che viene dall’alto. Bisogna obbedire e basta, perché così è stato deciso.

Chiunque venisse paragonato a Dio, ovviamente, non può essere fatto che in senso ironico.
Siamo evidentemente in una situazione in cui c’è un capo, qualcuno che comanda e la sua volontà o le sue decisioni non possono essere messi in discussione, perché quello è un vero e proprio ordine e non possiamo far nulla per opporci.
Non vi garantisco però che tutti gli italiani vi capiranno! Diciamo che un dieci per cento, più o meno, degli italiani potrebbe capire subito il senso della vostra frase.
Di certo comunque vi capirà il vostro professore di lingua italiana!
Quindi, se vi chiederà se avete fatto tutti i compiti da lei/lui assegnati, voi potrete rispondere:
Certo che li ho fatti, vuolsi così colà dove si puote!
A quel punto non potrete mai essere bocciati!
Oppure, ancora più adatta se la usate quando qualcuno si lamenta di qualche decisione di una persona importante, e voi gli fate presente che è inutile lamentarsi.
Esercizio di ripetizione adesso. Impariamo a pronunciare la frase. Ripetete dopo di me:
vuolsi
così
Vuolsi così
colà
Colà dove si puote
Vuolsi così colà dove si puote

Sofie: Oggi come programma del venerdì, che mi piace dedicare a qualcosa di diverso rispetto ad una semplice espressione italiana, voglio parlarvi del cosiddetto “sasso di Dante”. Sono stata deputata da Gianni a raccontarvi questa bella storia.
Lo sapevate che la lingua italiana, da Dante Alighieri era chiamata “la lingua del sì” ?
Dante ne parla all’interno de “de vulgari eloquentia” e anche nella divina commedia.
Dante infatti era un sostenitore delle lingue volgari, e una di queste lingue era appunto la lingua italiana.
Questo perché rispetto al latino e al greco, diceva Dante, non è una lingua artificiale.
In particolare Dante parla di tre volgari che si affemnarono nell’Europa meridionale. Oltre al volgare italiano, detto “la lingua del sì” , c’era anche la “lingua d’oc” e la “lingua d’oil“, che si parlavano in Francia.
Il volgare italiano dunque si differenziava dagli altri due per il modo di esprimere l’affermazione.
Infatti, proprio come “sì” , anche la oïl e oc erano le particelle affermative rispettivamente del Nord della Francia e della Provenza.
Nel canto XXXIII, dell’inferno si legge:
del bel paese là dove ’l sì suona,
Quindi “là dove risuona la lingua del sì”, e questo è appunto un modo per indicare l’Italia.
Anche Il nome dato alla lingua d’oc si deve a Dante Alighieri, sempre all’interno del “De Vulgari Eloquentia”
Dante fu il primo a intuire le potenzialità del volgare e dopo di lui altri grandi lo seguirono, come il Canzoniere di Petrarca e il Decameron di Boccaccio.
Ma oggi l’italiano è ancora la lingua del sì?
C’è chi direbbe piuttosto che è la lingua delle preposizioni e dei congiuntivi.
Scherzi a parte, spero abbiate gradito questa parentesi aperta sulla lingua italiana, visto che recentemente dovete ascoltare un episodio al giorno della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.
Tra l’altro è stata un’occasione anche per me che ho approfondito la questione con l’occasione.
Alla prossima.
Giovanni: prestate un attimo attenzione per favore perché oggi vorrei parlarvi del verbo prestarsi, la forma riflessiva di prestare. Ci siamo già occupati del verbo prestare infatti, nel corso di Italiano Professionale. si trova all’interno della sezione “verbi professionali” che è diventato anche un bel libro. fatevelo prestare se volete leggerlo!
In quella occasione si è parlato anche della forma riflessiva.
Oggi ci occupiamo solo di questa forma riflessiva.
L’esempio che abbiamo fatto in quella lezione è:
Il suo comportamento si presta a molte critiche
e anche:
Le tue parole si prestano a diverse interpretazioni
Il verbo prestare, anche nella forma riflessiva “prestarsi”, indica a volte una “disponibilità“, altre volte quello della “possibilità“, ma voglio farvi notare anche il senso della “debolezza” o della “criticabilità” derivante da un atteggiamento.
Ad esempio se ti dico:
Non devi prestarti a fare un lavoro al di sotto della tua qualifica
Oppure:
Non prestarti a simili comportamenti
Voglio dire che non devi “abbassarti” (ne abbiamo parlato recentemente) a fare cose che non dovresti fare, che sia un lavoro poco onorevole o anche un comportamento poco onorevole. Non devi dare la tua “disponibilità” a fare cose che non vanno fatte, che ti rendono “debole” da un certo punto di vista.
Nell’esempio riportato sopra:
Il tuo comportamento si presta a molte critiche
Quindi il tuo comportamento è probabile che verrà criticato, poiché ci sarebbero molti punti criticabili. C’è un elemento di debolezza ancora una volta. E poi con il tuo comportamento ti sei mostrato disponibile ad accogliere critiche.
Anche se parlo di:
Parole che si prestano a più interpretazioni
Sebbene in questo caso manchi un evidente punto di debolezza (potremmo però parlare di poca chiarezza delle tue parole) sicuramente c’è la “possibilità” che il tuo messaggio sia frainteso, e anche questo può costituire un punto di debolezza. Certo, la disponibilità in questo caso è meno evidente rispetto ad esempio a:
Nella vita bisogna sempre prestarsi ad aiutare gli altri, cioè coltivare l’amicizia
La debolezza però a volte può diventare persino una caratteristica di fascino, portato dal mistero:
Sicuramente alcuni versi della Divina Commedia di Dante Alighieri si prestano a molteplici letture (significa molteplici interpretazioni – stesso significato). E questo è affascinante vero?
Allora proviamo a ripassare qualche episodio passato commentando i seguenti versi della Divina Commedia di Dante Alighieri, che parla dell’Amore tra Francesca e Paolo, due amanti che si trovano in un girone dell’Inferno chiamato dei lussuriosi.
È Francesca che parla:
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona
Che ne dite ragazzi? Volete prestarvi a provare col rischio di fare qualche figuraccia oppure avete paura di sfigurare?
Ma ascoltiamo ancora questa terzina dalla voce di Flora, la nostra prof. di Italiano.
Flora:
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona
Edita: Difficile decifrare la risposta di Francesca al sommo Dante. Però raccolgo la provocazione di Gianni e vi dico la mia in merito: Se fortuna vuole che sei amato, non sarai risparmiato anche tu dalla freccia di Amor, cioè devi per forza amare a tua volta anche tu. In parole povere: la passione è quello che è, non c’è scampo
Marcelo: ma l’immagine che ne esce di Paolo e Francesca, nonostante anche i tempi fossero quelli che fossero, non è negativa alla fine, almeno questo è quello che risulta a me.
Karin: anche il poeta Boccaccio difende Francesca, dicendo che lei in realtà doveva sposare Paolo e non il marito assassino che ha pensato di fargliela pagare. Ma pare che questa critica non regga granché, nel senso che non è credibile. e così anche Boccaccio si è prestato ad alcune critiche.