Accadde il 23 dicembre 1978: scottante

Scottante (scarica audio)

Trascrizione

Un evento adatto a spiegare bene il valore figurato di “scottante”, è l’approvazione della legge n. 833 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Il 23 dicembre 1978 il Parlamento italiano approvò una riforma epocale: la sanità diventava un diritto universale, garantito dallo Stato a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito.

Non è da poco considerando che, tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti non esiste.

La riforma suscitò immediatamente un dibattito scottante: da un lato c’era l’entusiasmo per un sistema più equo, dall’altro fortissime preoccupazioni sui costi, sull’organizzazione e sul ruolo delle Regioni.

Per molti politici e amministratori la sanità divenne un tema scottante, perché toccava interessi economici enormi, responsabilità dirette e il rischio di errori con conseguenze sociali rilevanti.

Ancora oggi, quando si parla di finanziamento del SSN o di liste d’attesa, il tema resta scottante, proprio perché delicato, sensibile e potenzialmente conflittuale.

Questo esempio aiuta a capire bene il significato figurato di scottante. Un argomento è scottante quando è attuale delicato e rischioso, quando chi lo affronta può “scottarsi”, cioè subire critiche, polemiche o conseguenze politiche e personali. Non è necessario che ci sia dolore o tragedia: basta che la questione sia difficile da maneggiare.

In altri contesti, si può parlare di una inchiesta scottante che un giornalista pubblica con cautela, di una domanda scottante durante una conferenza stampa, oppure di una decisione scottante in ambito aziendale, capace di creare tensioni interne.

Rispetto a cocente, che abbiamo appena trattato, la differenza resta netta. “Cocente” è legato soprattutto al dolore provato: una sconfitta cocente, una delusione cocente, qualcosa che fa male sul piano emotivo.

Scottante”, invece, a differenza anche di come lo usano i bambini (lo utilizzano quando toccano qualcosa di molto caldo, qualcosa che scotta), indica ciò che è pericoloso o imbarazzante da affrontare, anche se il dolore non è presente.

In poche parole, “cocente” brucia dentro (o fuori, ma solo nel caso del sole) mentre “scottante” brucia se lo tocchi, ma solo in senso figurato, mi raccomando!

Un sole cocente

Un argomento scottante

Un tema scottante

Una delusione cocente

Segue un breve racconto per capire meglio.

Titolo: un tema scottante

Sul far della sera, quando il cielo ardeva di porpora e d’oro, Ser Aldo sostava solo nel cortile del suo cuore. Un segreto gli gravava sul petto come ferro incandescente: dirlo era rischio, tacerlo era pena.

Giunse Livia, lieve come verbo non detto. «Perché tremi?» chiese.
«Perché la verità scotta,» rispose egli, «e brucia chi la stringe a mani nude.»

Allora ella sorrise, e nel sorriso v’era coraggio. «Meglio una bruciatura che una vita al gelo.»
Ser Aldo parlò. Il mondo non crollò. Anzi, parve respirare.

Così appresero entrambi che il silenzio è catena, la parole è fiamma: ferisce, sì, ma illumina il cammino degli uomini.

Accadde il 22 dicembre 1947: il lascito

Il lascito

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Trascrizione

Un evento storico avvenuto il 22 dicembre 1947 è l’approvazione della Costituzione della Repubblica Italiana da parte dell’Assemblea Costituente.

Dopo il fascismo e la guerra, l’Italia scelse consapevolmente di fondarsi su principi come la libertà, la tutela dei diritti, l’equilibrio dei poteri e la partecipazione democratica.

Quel testo, entrato poi in vigore il 1° gennaio 1948, rappresenta ancora oggi uno dei più importanti lasciti storici e civili del Novecento italiano.

La parola del giorno è lascito. Attenti alla pronuncia.

Rappresenta ciò che viene lasciato. Ma se lascio l’ombrello a casa, quello non è un lascito.

Fare un lascito” significa lasciare qualcosa di sé, indica ciò che viene lasciato in eredità, materiale o morale, e che continua ad avere valore nel tempo per chi lo riceve.

Indica ciò che viene trasmesso alle generazioni future, non solo in senso materiale (come un’eredità, cioè un lascito testamentario), ma soprattutto in senso morale, culturale, politico o ideale.

Dire che la Costituzione è un lascito significa sottolineare che non è soltanto una legge, ma un patrimonio di valori consegnato ai cittadini di oggi e di domani.

Il termine si usa spesso in contesti storici e culturali.

Per esempio, si può dire che la Resistenza ha lasciato in lascito all’Italia il valore dell’antifascismo, oppure che un grande scrittore ha lasciato un lascito culturale fondamentale attraverso le sue opere.

Anche nella vita quotidiana il termine funziona: un insegnante può lasciare ai suoi studenti un lascito di metodo, di rigore o di curiosità intellettuale, pur senza lasciare nulla di materiale.

Si usa dire lasciare in lascito qualcosa.

Il contesto più adatto per usare lascito è quindi quello in cui si vuole evidenziare un’eredità duratura, qualcosa che continua ad avere valore nel tempo e che comporta anche una responsabilità: un lascito non si riceve passivamente, ma va compreso, custodito e, se possibile, migliorato.

Per concludere vi faccio tre esempi:

I miei genitori hanno ricevuto dai nonni un lascito importante: una bella villa al mare.

Alla morte dello zio, i nipoti hanno ricevuto in eredità la casa di famiglia, ma il vero lascito è stato il senso di responsabilità e di rispetto che lui aveva sempre trasmesso loro.

L’opera di Dante rappresenta un lascito culturale immenso: non solo ha influenzato la letteratura italiana, ma ha contribuito a formare la lingua e l’identità del Paese.

Diminutivi e accrescitivi – Testina, Manona, Piedini: giocare con le parti del corpo

Diminutivi e accrescitivi – Testina, Manona, Piedini: giocare con le parti del corpo (scarica audio)

episodio 1214

Trascrizione

bocconcino

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una cosa che vi farà sorridere, ve lo garantisco. Parliamo di come noi italiani amiamo giocare con le parole, in particolare con le parti del corpo.

Allora, voi sapete già che in italiano possiamo far diventare le parole più piccole o più grandi, no?

Parliamo dei diminutivi e degli accrescitivi, ma solamente relativi alle parti del corpo. C’è anche un altro episodio dedicato ai diminutivi, ma più generico.

Ad esempio manina è un diminutivo di mano, mentre manona è un accrescitivo.

Possiamo dire “manina” quando è piccola, oppure “manona” quando è grande. Semplice, direte voi. Sì, però…

Questi diminutivi e accrescitivi non indicano sempre e solo la dimensione fisica. Oh no. Sarebbe troppo facile!

I diminutivi come si formano? Come funziona tecnicamente questa cosa? Allora, per fare il diminutivo di solito aggiungiamo -ino/-ina o -etto/-etta.

Mano diventa manina, manetta
Piede diventa piedino
Testa diventa testina

Per l’accrescitivo usiamo -one/-ona:

Mano diventa manona
Testa diventa testone o testona
Naso diventa nasone

Il braccio diventa il braccino o il braccetto.

eccetera

La testina

Partiamo della parola testina. La mano la vediamo dopo.

Ovviamente una testina è una testa piccola, questo è il significato base. Un bambino ha una testina, un uccellino ha una testina. Fin qui tutto normale.

Ma aspettate. Se io dico a qualcuno “usa la testina!” cosa sto dicendo? Non sto mica dicendo che ha la testa piccola! Sto dicendo: ragiona un po’, pensa! È un modo carino, quasi affettuoso, di dire “usa il cervello”.

Ah, e poi c’è “avere una bella testina”. Qui parliamo di qualcuno intelligente, sveglio. Un ragazzo che a scuola va bene, che capisce le cose al volo, diremo: “Eh sì, ha una bella testina quello lì!”. È un complimento, insomma.

Il testone

E adesso veniamo al testone. Qui le cose si complicano un pochino.

Un testone è una testa grande, d’accordo. Ma in senso figurato?

Beh, un testone è anche una persona testarda, cocciuta, che non cambia idea facilmente.

Gianni è proprio un testone, quando si mette qualcosa in testa non c’è verso di fargli cambiare idea!

Vedete? Il testone non è necessariamente una cosa negativa, eh. A volte la testardaggine serve. Quando devi portare avanti un progetto difficile, quando tutti ti dicono di mollare e tu invece continui… ecco, lì essere un testone può essere una qualità!

A proposito, mi viene da fare una piccola divagazione. In Italia abbiamo un proverbio che dice “testa dura come il marmo”. Il marmo, sapete, è una pietra durissima. Ecco, quando qualcuno è particolarmente testardo, usiamo questa espressione. “Hai una testa dura come il marmo!” Non è esattamente un complimento, devo dirlo.

Manina e manona

Ah, le mani! Che argomento interessante. Allora, una manina è una mano piccola. I bambini hanno le manine, e quando diciamo “che belle manine!” a un bambino, è un’espressione di tenerezza.

Ma poi… poi c’è un uso direi “politico” di manina che è assolutamente geniale! Quando diciamo che c’è stata “una manina” in qualche affare politico, intendiamo che qualcuno ha interferito, si è intromesso, ha fatto qualcosa di nascosto per influenzare le cose.

Quel contratto non è stato assegnato in modo trasparente, c’è stata sicuramente una manina…”

Capite? La manina è piccola, quasi invisibile, proprio come un’interferenza discreta ma efficace. È bellissimo come uso metaforico, no?

Può esserci l’intervento di una manina anche in ufficio se un documento viene modificato all’ultimo per tutelare qualche interesse particolare.

E la manona? Beh, ovviamente è una mano grande. “Ha delle manone che sembrano pale!” diciamo di qualcuno con mani molto grandi.

Ma c’è anche un significato figurato interessante: dare una manona a qualcuno significa aiutarlo, dargli una mano in modo sostanziale.

Ho bisogno di una bella manona per finire questo lavoro

Vuol dire: ho bisogno di un aiuto consistente, non una cosa da poco.

I piedini

Qui entriamo nel regno della tenerezza! I piedini sono i piedi dei bambini, piccoli e grassottelli. “Che piedini carini!” diciamo ai neonati. È quasi impossibile dire “piedini” senza usare un tono affettuoso.

Però attenzione. “avere buoni piedini” si può usare nel linguaggio sportivo. Significa essere veloce, essere bravo a correre, oppure essere dotati di un’ottima tecnica. Un calciatore con buoni piedini è anche uno che sa muoversi bene in campo.

E poi c’è un’espressione che forse conoscerete: “stare in punta di piedi”. Aspettate, qui non stiamo usando il diminutivo, ma visto che parliamo di piedi… vi spiego lo stesso! Stare in punta di piedi significa letteralmente alzarsi sulle punte per vedere meglio, ma figuratamente vuol dire essere discreti, attenti a non disturbare. “Quando entro tardi a casa, cammino in punta di piedi per non svegliare nessuno.”.
In senso figurato “fare le cose in punta di piedi” significa però agire con molta discrezione, prudenza e delicatezza, per non farsi notare, non disturbare o non creare problemi, proprio come quando si cammina sulle punte per non fare rumore; può anche indicare un approccio cauto e misurato, evitando di sbilanciarsi o prendere posizioni nette, quasi come “non mettere i piedi per terra” se non necessario, ma in modo positivo, con garbo e rispetto.

Altri accrescitivi e diminutivi curiosi

Ora, visto che ci siamo, vi racconto qualche altra curiosità.

nasone roma

Il nasone: un naso grande. E Roma, lo sapete, ha i nasoni! Ma questi non sono nasi di persone, sono le fontanelle pubbliche di acqua potabile che hanno questa forma particolare, come un grosso naso. Geniale, no?

L’occhiolino: un occhio piccolo. Ma “fare l’occhiolino” significa ammiccare, flirtare con qualcuno. “Quella ragazza ti ha fatto l’occhiolino!” – stai attento, ti sta corteggiando! Attenzione poi, non si dice occhino, ma occhiolino. E’ lo stesso che dire “strizzare l’occhio“. A proposito, c’è già un episodio in cui ho spiegato questa bella espressione. Ci sarebbero anche gli occhioni e gli occhietti. Tipo:

Guardava il gattino con i suoi occhietti curiosi

Il suffisso -etto/-etti attenua e rende la parola più tenera, più simpatica.

Lo stesso vale però con occhioni.

Es:

Con quegli occhioni dolci, mi faceva molta tenerezza!

Passiamo al boccone: in realtà dovrebbe essere la “boccona”, e qui vabbene, è una grande bocca, ma il boccone, al maschile, cambia completamente significato! Un boccone non è una bocca grande, ma è un piccolo pezzo di cibo che si può mangiare in un solo morso. “Mangio solo un boccone e arrivo“, cioè mangio velocemente qualcosa.

Ma il boccone si usa in tantissime espressioni. La parola boccone nasce dal gesto concreto del mangiare, è vero, ma nel tempo ha esteso molto il proprio significato. In origine indica la quantità di cibo che si può addentare e masticare in una volta, come in “un boccone di pane” o “mangiare a grossi bocconi”. Da qui derivano numerose espressioni figurate: un boccone amaro è un’umiliazione o un forte dispiacere; buttare giù un boccone dopo l’altro significa mangiare con avidità; contare i bocconi a qualcuno vuol dire essere avari; levarsi il boccone di bocca indica privarsi del necessario per aiutare altri; mangiarsi qualcuno in un boccone equivale ad annientarlo grazie a una netta superiorità.

La juventus si mangerà il Milan in un sol boccone

La juventus farà del Milan un sol boccone

Entrambe le forme sono valide.

In senso figurato, boccone può indicare anche un’offerta molto allettante, qualcosa che “fa gola” e che si vorrebbe accettare senza esitazione.

Es:

Quel lavoro da sogno a tempo indeterminato con stipendio alto è un vero boccone: chi non lo prenderebbe?

Non posso però non parlarvi del “bocconcino“.
Si usa spesso ad esempio “un vero bocconcino” che può riferirsi a una delizia culinaria (come un piccolo morso saporito, spesso di mozzarella di bufala), a una persona molto attraente (in senso figurato). Indica quindi qualcosa di piccolo, appetitoso e di alta qualità, perfetto per un assaggio. Avete mai assaggiato i bocconcini di pollo? Tranquilli, si tratta semplicemente dei chicken nugget 🙂

Sul termine “bocchino” invece andiamo anche sul volgare, perché il significato è legato alla bocca, ma questo non è solamente il, nome del piccolo e sottile cannello per introdurvi il sigaro o la sigaretta da fumare. Indica anche l’imboccatura degli strumenti a fiato, ma è anche il nome volgare della fellatio, vale a dire il nome volgare del “rapporto orale”.

E bocconi? Al plurale cosa succede? Sì, si usa per mangiare, come boccone (tipo: “mangio due bocconi e arrivo”) ma non solo.
Ad esempio “Bocconi”, oltre che il nome di una prestigiosa università di Milano, è anche un avverbio e indica una posizione del corpo. La posizione di chi è disteso con il ventre e la faccia in giù. E’ opposto a supino, cioè a pancia in su.
Quindi “stare bocconi” in italiano significa essere distesi a pancia in giù, con il viso rivolto verso il basso. Per curiosità, tu dormi bocconi, supino o di fianco? Qual è la tua posizione ideale quando dormi?

bocconi e supino

Poi c’è l’espressione “a spizzichi e bocconi”, molto divertente perché accosta due modi diversi di mangiare poco: lo spizzico, cioè spizzicare, il prendere qua e là piccole quantità, e il boccone, che richiama invece qualcosa di un po’ più consistente. Insieme rendono bene l’idea di un’azione fatta senza ordine, senza continuità e senza mai saziarsi davvero.

Per questo oggi l’espressione si usa quasi sempre in senso figurato: studiare a spizzichi e bocconi, lavorare a spizzichi e bocconi o raccontare qualcosa a spizzichi e bocconi significa farlo in modo frammentato, saltuario e disorganico, spesso perché manca tempo o concentrazione. L’effetto è spesso ironico, perché suggerisce che, proprio come a tavola, non ci si gode né un vero pasto né un risultato completo.

Poi, visto che vi ho parlato di “stare bocconi” e “stare supini“, parlando di posizioni del corpo mi viene in mente anche la parola ginocchioni, che sarebbero grandi ginocchia, è vero, ma in realtà stare ginocchioni (o “stare ginocchione”, al singolare) significa stare “in ginocchio”, cioè con le ginocchia piegate a terra, come quando si prega. Quindi stare ginocchioni, pregare ginocchioni, mettersi ginocchioni, cadere ginocchioni: tutte modalità usate dagli italiani. Talmente usate che, nella versione “in ginocchioni” si possono anche attaccare le due parole e ottenere “inginocchioni, tutto attaccato, o con grafia unita, come si dice.

Altre parti del corpo?

Potrei dirvi della “linguetta“. Se una persona ha la “linguetta lunga” significa che parla troppo o che non sa tenere un segreto o che parla male delle persone. Dipende un po’ dal contesto.

Che dire delle orecchie? Qui entriamo in un ambito divertente, perché le orecchiette si mangiano; non si ascoltano ma si mangiano: si tratta di una tipologia di pasta e il nome nasce dalla forma, che ricorda piccole orecchie. Le orecchiette nascono in Puglia ma si mangiano ovunque ormai. Gli orecchini invece si indossano, essendo un ornamento che si portano all’orecchio, mentre gli orecchioni sono una malattia, il cui nome in realtà è “parotite“, una malattia tipica dell’infanzia. Il nome deriva dal gonfiore evidente vicino alle orecchie, quindi ancora una volta dall’aspetto fisico, ma con un valore medico e popolare insieme. Non parliamo del recchione invece, o ricchione, che è un termine volgare per indicare un omosessuale: non serve a descrivere ma a offendere.

Finiamo col piedino, perché l’espressione “fare piedino” significa toccare o sfiorare il piede (o la gamba) di qualcuno con il proprio piede, di solito sotto un tavolo, con un’intenzione complice o seduttiva. È un gesto silenzioso, nascosto, che serve a comunicare interesse o intimità senza farsi notare dagli altri presenti. Si può fare piedino anche a letto, al proprio partner, per fare pace o dichiarasi disponibili… fate voi 🙂

Ah quasi dimenticavo il braccino. Abbiamo visto una volta in un episodio l’espressione “avere il braccino corto, che denota una difficoltà nello spendere, diciamo così. Ma no, diciamo le cose come stanno: chi ha il braccino corto è proprio tirchio!, Un avaro!

Abbiamo anche visto poi un uso particolare del termine braccetto: “andare a braccetto“, cioè più o meno andare d’accordo, ma meglio se date un’occhiatina all’episodio, tanto per restare in tema 🙂

Un consiglio finale: quando imparate questi diminutivi e accrescitivi, cercate di memorizzarli insieme al loro uso figurato, non solo quello letterale.

Bene, per oggi è tutto. Vi saluto con una piccola sfida: provate a usare almeno uno di questi diminutivi o accrescitivi nella vostra prossima conversazione in italiano. Magari dite a qualcuno “usa la testina!” quando deve risolvere un problema. Vedrete che effetto fa!

L’episodio di oggi è stato già inserito all’interno dell’audiolibro delle espressioni idiomatiche, il terzo della serie, quindi se vi interessa leggere e ascoltare anche gli altri episodi, potete acquistare l’audiolibro da questo sito, nella sezione “shop” in versione PDF e MP3, oppure se preferite la versione cartacea o la versione Kindle, potete andare sulla pagina Amazon di Italiano Semplicemente.

Ovviamente, se volete tutti, ma proprio tutti gli audiolibri, basta diventare membro dell’associazione!

Ciao a tutti e… alla prossima!

Ripasso del giorno:

Marcelo: ma lo avete visto il bambino di Marco? Con quegli occhioni spalancati e le manine che si muovono a vuoto ti mette kappaò!

Julien: Ma dai, non mi dirai che sei così sensibile! Passi pure che che la tua testolina vada in tilt per cinque minuti, ma poi voglio sperare che tu sappia tornare la persona fredda e logica che tutti conosciamo!

Hartmut: Anche io voglio usare qualche parola imparata oggi. Ove mai ci riuscissi ne sarei felice, ma sono abbastanza testone, quindi provo e riprovo finchè alla fine non ne vengo a capo.

Carmen: ci provo anch’io. Questo lungo episodio, tra braccine corte e testone dure ci ha messo a dura prova! Ho tenuto botta comunque! Adesso vado a cucinarmi le orecchiette!

Edita: A chi lo dici, ma dovrè rileggere l’episodio più volte sapete… Detto ciò, voglio sperare che i prossimi episodi siano più brevi. Bisogna che Gianni corregga il tiro, perché questo andazzo non mi piace.

Anne Marie: sì, correggere il tiro. Magari lo farà, ma durerà da Natale a Santo Stefano, conoscendolo!

Ulrike: Che io ricordi, più volte ha fatto questa promessa, ma a quanto pare anche se noi protestiamo, alla lunga fa orecchie da mercante! Vabbè, io levo le tende ché ho da fare!

Accadde il 21 dicembre 1893: cocente

Cocente (scarica audio)

Trascrizione

Vi racconto un episodio importante per la storia dell’Italia perché rappresenta uno dei momenti chiave dell’espansione coloniale italiana in Africa orientale.

Parlo di ciò che accadde il 21 dicembre 1893, quando, nel contesto della guerra mahdista, si svolse in Eritrea la Seconda battaglia di Agordat, uno degli episodi più significativi dell’espansione coloniale italiana nel Corno d’Africa.

In quell’occasione circa 2.300 ascari eritrei, affiancati da 75 militari italiani e guidati dal colonnello Giuseppe Arimondi, affrontarono un esercito molto più numeroso, composto da circa 10.000 combattenti mahdisti.

Per la cronaca, gli ascari eritrei erano soldati locali provenienti dall’Eritrea che venivano arruolati e addestrati dall’esercito coloniale italiano a partire dalla fine dell’Ottocento. Il termine “ascari” deriva dall’arabo ‘askarī’, che significa “soldato”.

Sempre per la cronaca, il nome della guerra deriva dal nome Madhi.

La guerra mahdista fu un lungo conflitto combattuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nel Sudan e nelle regioni vicine. Nacque da un movimento religioso e politico islamico guidato dal Mahdi, che si opponeva al dominio egiziano e britannico e, successivamente, anche alla presenza coloniale italiana.

In questo contesto, la sconfitta di Agordat, dal punto di vista linguistico può essere definita cocente per i mahdisti: inattesa, umiliante e molto dolorosa sul piano militare e simbolico. Non solo una perdita militare, ma un colpo duro al prestigio e alle aspettative di chi si riteneva in netto vantaggio.

L’aggettivo cocente è simile a “doloroso“, ma si associa prevalentemente alle sconfitte.

Sapete che non stiamo parlando del participio presente del verbo “cuocere” che è cuocente, anche se in qualche dialetto diventa cocente, senza la lettera u.

Tornando a “Cocente” nel senso legato al dolore, devo dirvi che non si riferisce al dolore fisico, ma parlo della sensazione di bruciore emotivo e psicologico associato a una battuta d’arresto importante o improvvisa. C’è sempre qualcosa che brucia quindi, ma in senso metaforico.

Per rendere il concetto più chiaro usciamo dal contesto della guerra.

Immagina uno sportivo che sta dominando una gara, è primo per quasi tutto il tempo ma perde negli ultimi metri all’ultimo secondo: la sua delusione è cocente perché non è solo una sconfitta, ma una sconfitta bruciante, che lascia un segno profondo.

Nel linguaggio quotidiano italiano, cocente si usa spesso per evidenziare che la delusione o il danno emotivo sono particolarmente forti, come se “bruciassero” internamente.

È una parola che aggiunge intensità: non è soltanto una brutta esperienza, è un’esperienza che colpisce profondamente chi la vive.

Cosa può essere definito cocente? Una sconfitta ma non solo. Una delusione, un’esperienza ,una delusione,una umiliazione, un rimorso e un rimpianto.

Non si usa per fatti lievi o per dispiaceri superficiali. Porta sempre con sé l’idea di dolore vivo, immediato, quasi fisico.

Proprio per questo è una parola molto efficace e molto usata in italiano, soprattutto nel linguaggio giornalistico, sportivo e narrativo, quando si vuole far sentire al lettore che “fa male davvero”.

Immaginate infine una ragazza pizzaiola napoletana che partecipa ad un concorso negli Stati Uniti per la pizza più buona. Vittoria scontata no? Pensate se la ragazza napoletana arriva seconda dietro un pizzaiolo nato e cresciuto nel Kansas City. Conoscete una sconfitta più cocente di questa?

Durare da Natale a Santo Stefano

Durare da Natale a Santo Stefano

episodio 1213

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Proviamo oggi a spiegare “durare da Natale a Santo Stefano” nello stile di Italiano Semplicemente, cioè in modo narrativo, discorsivo e con qualche divagazione linguistica, senza ridurre tutto allo stretto indispensabile, anche perché, quando si parla di espressioni idiomatiche, andare nei meandri della lingua è spesso la vera chiave di volta.

Ringrazio Danielle per avermi suggerito questa bella espressione.

Dunque, che cosa significa “durare da Natale a Santo Stefano”?

L’espressione “durare da Natale a Santo Stefano” è un modo tipicamente italiano per dire che qualcosa dura pochissimo, anzi, quasi niente, come una promessa fatta con pochissima convinzione, tipo “con l’anno nuovo mi metterò a dieta”. Della serie: mai ripromettersi certe cose con leggerezza!

Natale e Santo Stefano, infatti, sono attaccati, 25 e 26 dicembre, quindi potremmo dire che un giorno segue l’altro non appena finisce il primo. Di tempo, tra i due, ce n’è talmente poco che, a conti fatti, si parla di una durata irrisoria.

Si può usare ad esempio, per tutta risposta, magari con una punta di ironia, quando qualcuno giura e spergiura che qualcosa durerà, ma poi, vedendo la mala parata, propendiamo per l’esatto contrario. E magari lo facciamo a ragion veduta, visto e considerato che è già accaduto in passato.

Esempio:

Ha detto che questo accordo durerà anni.

Sì, certo… da Natale a Santo Stefano.

Qui l’espressione è anche, se vogliamo, un campanello d’allarme: segnala che non ci fidiamo, che questo accordo non promette nulla di buono e che, a meno che non succeda qualcosa di straordinario, non durerà. Magari poi gli strascichi non mancheranno.

Si usa anche parlando di oggetti fragili o dì relazioni effimere, amori fugaci.

È un’espressione tremendamente aderente alla mentalità italiana, che tende a ridurre ai minimi termini certe illusioni.

Potrebbe anche non essere un giudizio fine a sé stesso, qualora lasciasse il segno, perché chi ascolta sa come andrà a finire e che presto dirà “tanto tuonò che piovve. Insomma, quell’iniziativa era destinata a andare in fumo.

Spesso, come la promessa di mettersi a dieta non appena inizia l’anno nuovo, viene detta sotto Natale, magari alla vigilia, quando si fanno bilanci, quando si promette senza voler tornare sulle proprie decisioni, ma quando poi si prende atto della amara realtà, si resta quasi impalati, e ci si rende conto dì aver fatto male i conti.

È un’espressione che funziona perché è ironica e immediata.

In conclusione, “durare da Natale a Santo Stefano”, considerato che si usa sempre per ironizzare, ha l’obiettivo di prendere in giro, smontando con leggerezza delle aspettative, sgonfiando promesse e mettendo sul piatto la realtà dei fatti, perché certe cose, vuoi o non vuoi, si capiscono subito.

A questo punto, facciamo un bel ripasso con l’aiuto di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Sofie:
Per il 2026, proprio non saprei cosa aspettarmi. Ad oggi, sono alle prese con aspettative contrastanti, perché le domande che mi faccio sono sempre le stesse: come sono messo? A che punto sono con i miei progetti?

Marcelo:
Anch’io sono incerto. A dir poco, riguardo ai sogni da realizzare nel 2026 sono in alto mare! Forse dovrei essere però più ottimista ed evitare di fasciarmi la testa da solo.

Ulrike:

Non so voi, ma io vedo le avvisaglie di un anno foriero di cambiamenti a livello mondiale.

Julien:

Purché però si smetta di remare contro e almeno qualcuno riesca ad avere il polso della situazione, diamine!

Carmen:
A me invece pare che il 2026 possa essere propizio. Un’aspettativa opinabile, a quanto vedo!

Karin:
Anch’io, e detto ciò, voglio sperare che il 2026 non sia solo una brutta copia dell’anno passato, ma finalmente la volta buona. Questa speranza, non me ne volete, non me la leva nessuno.

Ma tant’è

Ma tant’è (scarica audio)

episodio 1212

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Ricordate l’espressione “tant’è vero che”?

Ne abbiamo parlato in un episodio e vi ho spiegato che “tant’è vero che”, come ricorderete, introduce una prova o una conferma di ciò che si è appena affermato.

Serve a rafforzare un’idea, mostrando un fatto concreto che la dimostra. È simile a “a riprova del fatto che”, “lo dimostra il fatto che”, “infatti“.

Esempio:

Era un artista apprezzato, tant’è vero che le sue opere sono esposte nei maggiori musei.

In realtà, non ricordo se ve l’avevo detto, possiamo omettere la parola “vero” e il senso non cambia. È solamente più colloquiale.

Es.

Ho preso troppo sole, tant’è che mi è venuto un bel mal di testa.

Quindi: prima si fa un’affermazione, poi si aggiunge “tant’è vero che” oppure “tant’è che” per presentare un elemento che la convalida.

Oggi vediamo un’espressione apparentemente simil: “tant’è“, decisamente più breve.

Tant’è vero che” però è diverso da “ma tant’è“, prima di tutto perché stavolta c’è un”ma” davanti, secondo perché “ma tant’è” si usa per concludere un ragionamento mentre “tant’è vero che” va fatto seguire da qualcosa che rende più vera l’affermazione iniziale.

Il fatto dì mettere quel “ma” all’inizio serve proprio a presentare un problema che bisogna accettare, qualcosa di cui prendere atto e basta.

Questa espressione quindi, detto in altre parole, nasce dall’esigenza di commentare ciò che non si può cambiare, con un misto di realismo e rassegnazione.

Attenzione perché non c’è ribellione né disperazione: c’è una constatazione, quasi fatalistica, accompagnata spesso da un gesto delle mani che sembra dire “e che possiamo farci?”.

Ma tant’è” , come detto, si colloca alla fine di una frase, o comunque a conclusione di un ragionamento, proprio per chiuderlo: serve ad accettare una situazione, anche sgradevole, riconoscendola come inevitabile, magari perché è già accaduta.

Se dico:

Ho studiato per giorni, ma l’esame è andato male. Probabilmente ho studiato poco, ma tant’è.

Sto implicitamente riconoscendo lo sforzo, l’amarezza, ma anche l’impossibilità di cambiare l’esito.

Nel linguaggio quotidiano, “ma tant’è” assume, potremmo dire, il ruolo di una valvola di sfogo attenuata: non urla, non si lamenta. È una resa senza dramma. Diversamente da un’espressione come “pazienza”, che può apparire più neutra, o da “che disastro!”, che veicola un’emozione forte, “ma tant’è” contiene una riflessione se vogliamo dolorosa (non sempre) ma composta.

Somiglia molto a “c’è poco da fare”, “le cose stanno così”,dobbiamo accettarlo”, e il tono è al massimo dimesso e rassegnato, ma non arrabbiato.

Facciamo qualche esempio per comprenderne l’uso nelle conversazioni:

Quando un caro amico racconta:

Avevo un sogno nel cassetto, poi però non avevo i mezzi per realizzarlo, ma tant’è.

Emerge la consapevolezza dell’impossibilità, la rassegnazione.

Oppure nella vita lavorativa:

Il progetto era valido. Alla fine non è stato finanziato, ma tant’è”.

In politica, nel commentare un provvedimento controverso:

La legge è passata per via dell’assenza di molti senatori in aula. Non è una bella notizia, ma tant’è”.

C’è il sottinteso è che ormai non resta altro che prenderne atto.

Eppure, dietro questa formula linguistica, c’è anche un tratto culturale italiano: la capacità di convivere con il limite, con l’imprevisto, persino con l’ingiustizia, senza necessariamente ribellarsi apertamente. Da questo punto di vista mi pare che siamo molto diversi dai francesi.

È una rassegnazione che può essere criticata o compresa, ma che appartiene alla nostra quotidianità e al nostro modo di raccontare le cose quando non resta nulla da discutere.

In definitiva, “ma tant’è” è un sigillo finale: non cambia il mondo, ma lo riconosce per quello che è. È un’estrema sintesi di accettazione, pronunciata quando ogni tentativo di replica è ormai vano e resta soltanto la realtà dei fatti.

C’è da dire che non sempre si tratta di cose molto negative o tragiche. Spesso parliamo di piccole cose.

Un’ultima nota: “tant’è” non può diventate “tanto è”. Un Italiano non capirebbe in quel caso.

Questo lo potete fare con ‘tanto è vero che”, ma non con”tant’è”.

L’episodio finisce qui, magari avrei potuto essere più breve, come al solito, ma tant’è.

Il giorno più corto dell’anno (ripasso)

Ripasso: il giorno più corto dell’anno

episodi 1- 1211

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Quello che segue è un episodio dì ripasso.

Oggi, 21 dicembre è il giorno più corto dell’anno.
Arriva alla chetichella, quasi di soppiatto, come se volesse sgattaiolare via senza farsi notare. A dirla tutta, molti lo vivono di malavoglia, perché la luce sembra venir meno man mano, fino a lasciarci al buio di punto in bianco. Così spesso ci si fa cogliere dalla notte senza accorgersene.
È un momento dell’anno in cui l’energia sembra venire meno, e la stanchezza può prendere il sopravvento.

Durante il solstizio, il sole fa orecchie da mercante ai nostri desideri di luce, e tra parentesi, non si lascia convincere neanche per idea. Sta di fatto che oggi la notte si allunga a dismisura, mentre il giorno si accorcia, manco a dirlo. In fin dei conti, però, questo accade ogni anno, come da copione, ed è un’occasione per fare mente locale: in soldoni, la natura ci impone di rallentare.

Molti avrebbero da ridire, perché la poca luce costringe a tirare avanti alla meno peggio, nonostante l’umore vada e venga e le attività quotidiane ci stiano strette. Ma quantomeno il solstizio ci ricorda che il peggio è passato: da domani la luce torna alla carica e poco alla volta le giornate si allungano.

In ogni caso, nonostante tutto, il 21 dicembre rappresenta a tutti gli effetti un giro di boa. È un invito né più né meno a fermarsi, giusto per assaporare il presente, per così dire, senza dare luce e calore per scontati. Sia come sia, tirando le somme, questo giorno è breve, sì, ma non per questo meno significativo.

Per farla breve: oggi il sole resta poco, ma il ripasso quotidiano almeno non è venuto meno. Sarà un contentino, direte voi, ma tant’è: sempre meglio che crogiolarsi nella noia davanti a un camino spento.

Ritrarre

Ritrarre (scarica audio)

episodio 1211

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo del verbo ritrarre. In un episodio passato abbiamo appena accennato al senso di questo verbo. In quell’occasione spiegavo il verbo ritrarsi, oltre a ritroso e ritrosia.

Sul verbo ritrarre ho detto solamente che una delle cose che si possono ritrarre è la propria mano, ad esempio, quando non voglio stringere la mano ad una persona che ci sta antipatica: la ritraggo, cioè la tiro indietro, così come posso ritrarre lo sguardo, a magari per timidezza.

Oggi, invece, completiamo il discorso parlando di un altro grande significato del verbo ritrarre, quello legato alle immagini, alle fotografie e all’arte in generale. Non c’è nulla da tirare indietro in questo caso. Qui ritrarre ha un altro senso.

In questo senso, ritrarre significa raffigurare, cogliere con un’immagine, che sia fotografica o pittorica.

Somiglia molto a fotografare. Per questo diciamo, ad esempio:

In questa foto siamo ritratti io e mia madre.

Qui siamo ritratti significa semplicemente che appaia­mo nella foto, che l’immagine ci rappresenta. Nella foto appariamo io e mia madre.

Da questo uso deriva naturalmente la parola ritratto: il ritratto è l’immagine di una persona, solitamente il volto, realizzata da un pittore, da un fotografo o da un artista in generale. Un tempo erano quasi sempre dipinti; oggi possono essere foto, caricature, perfino ritratti digitali.

C’è chi ama ritrarre un paesaggio e chi ritrarre una scena in bianco e nero. I fotografi invece, ritraggono i paesaggi o ad esempio le attrici.

Ma c’è un’altra cosa interessante: il verbo ritrarsi, di cui abbiamo parlato la volta scorsa, può essere usato anche in senso riflessivo proprio per dire “farsi un ritratto”.

Su un sito leggo ad esempio:

Perché Arnold Böcklin si è ritratto insieme alla Morte che suona il violino?

Si tratta evidentemente di un autoritratto.

Non si tratta quindi solo di “tirarsi indietro”, ma anche, meno frequentemente, di rappresentarsi in un’immagine. Anche questo può essere ritrarsi.

Questo è solo uno dei significati del verbo ritrarre comunque. Ce ne sono altri e li vediamo in altri episodi.

Adesso ripassiamo un po’. È vicino il Natale quindi parliamo di questo. È Natale, non è vero? Potete parlare se volete degli addobbi natalizi. Scegliete voi comunque.

Marcelo: per essere Natale è Natale, ma a guerra ancora in corso, in Ucraina da qualche anno ce lo siamo dimenticato.

Julien: quanto agli addobbi, a me piacciono molto, soprattutto se illumati a dovere. Un po’ di luci ci vogliono, vivaddio.

Ulrike: in Italia gli addobbi sono diventati appannaggio dei più ricchi, però se sai cercare se ne trovano anche a buon mercato.

Carmen: al centro di Roma gli addobbi attirano un’orda di curiosi, a ragione direi. Al netto di qualche salasso per le tasche, in Germania si decora profusamente, ma con stile. Non ci sono santi: la finezza è d’obbligo.

Christophe: a casa mia mi sono accollato l’onere di fare l’albero di natale e il presepe. Mio figlio se n’è proprio fregato!

Hartmut: chiamalo fesso! È una faticaccia fare questi lavoretti per un giovane ragazzo.

José: che non abbia voglia di fare l’albero, ancora ancora lo posso capire, ma voglio sperare che almeno la notte di Natale l’abbia passata in famiglia.

L’italofonia e la pronuncia delle preposizioni apostrofate

L’italofonia e la pronuncia delle preposizioni apostrofate (scarica audio)

Trascrizione

PRONUNCIA DELL'ITALIANO

In questo episodio di Italiano Semplicemente voglio affrontare un problema comune degli stranieri non madrelingua: la pronuncia e la scrittura delle preposizioni con l’apostrofo, a cui abbiamo dedicato in passato anche due episodi “l’apostrofo nella lingua oitaliana: prima parte“, “seconda parte“). C’è anche un episodio per principianti nella rubrica “primi passi“.

Ho notato infatti che molti stranieri non madrelingua tendono a sbagliare sia la scrittura che la pronuncia in questi casi. Nel caso della scrittura, l’errore consiste spesso nel cambiare la preposizione, così ad esempio, “la casa dell’amico di Paolo” diventa “la casa del Amico di Paolo”, omettendo l’apostrofo, e cambiando la preposizione, che da “dello” diventa “del”. Lo stesso vale per all’, nell’, sull’, dall’. La pronuncia in questi casi non dovrebbe essere staccata, e infatti l’apostrofo si usa proprio per questo: per non staccare le due parole. Ad esempio:

  • Vado all’aeroporto.

  • Arrivo all’università.

  • Sono all’ingresso.

  • Mangiamo all’aperto.

  • Ci vediamo all’angolo.

  • Passo all’azione.

Allora oggi vi racconto un evento recente che riguarda qualcosa di molto “italiano” per cercare di correggere questo piccolo difetto. Con l’occasione ripassiamo anche altri episodi passati e facciamo degli esercizi di pronuncia.

Vi parlo della recente conferenza sull’Italofonia (attenzione, ho detto “sull’italofonia, e non sul italofonia”. (Ripeti dopo di me: conferenza sull’italofonia).

Bene, intanto che significa italofonia?

Italofonia significa “l’insieme delle persone e dei Paesi in cui si parla l’italiano”, sia come lingua madre sia come lingua straniera.

Si tratta della prima Conferenza Internazionale dell’Italofonia, durante la quale è stata istituita la Comunità dell’Italofonia, (Ripeti dopo di me: comunità dell’italofonia) con l’obiettivo di promuovere la lingua italiana nel mondo come lingua di dialogo, cultura e identità.

In occasione di questo evento, molti commentatori, da addetti ai lavori a cittadini, hanno sicuramente pensato all’uso della nostra lingua oggi (Ripeti dopo di me: hanno pensato all’uso della nostra lingua).

Non so in realtà se sia stato discusso anche della necessità di rafforzare lo studio e la cura dell’italiano, (Ripeti dopo di me: la cura dell’italiano). In particolare questo sarebbe stato utile per contrastare errori frequenti: dall’uso scorretto dell’apostrofo a imprecisioni lessicali (Ripeti dopo di me: dall’uso scorretto dell’apostrofo).

Di sicuro si è parlato dell’italiano come “lingua della pace” (Ripeti dopo di me: si è parlato dell’italiano)

Questa situazione appare ai miei occhi come una bella occasione per fare un personale “mea culpa” per non aver affrontato prima questo argomento e per riflettere su come si scrive e si parla correttamente la lingua italiana.

Mi raccomando, se non l’hai ancora fatto, di ripetere ad alta voce le frasi che di volta in volta ti propongo. In questo modo ti potrai accorgere nell’immediato di eventuali errori nella pronuncia (Ripeti dopo di me: nell’immediato).

Alla notizia di questa conferenza, mi sono detto: “Vada per l’impegno di valorizzare l’italiano”, perché credo che l’italofonia non sia soltanto una questione di orgoglio, ma anche di responsabilità.

All’occorrenza (Ripeti dopo di me: all’occorrenza) cioè quando qualcuno dei nostri amici all’estero mi chiederà come parlare “bene” l’italiano (Ripeti dopo di me: amici all’estero) non mi basterà proporre una parvenza di conoscenza solida: che me ne faccio di frasi preconfezionate se poi non si avverte la differenza tra “all’improvviso” e “al l’improvviso”? (Ripeti dopo di me: all’improvviso).

Invero, mi ritrovo a pensare che molti stranieri non madrelingua probabilmente siano in alto mare, perché ignorano che l’apostrofo non è un’opzione, ma una questione d’ortografia che può fare la differenza. Secondo un’indagine recente, quasi sette italiani su dieci commettono errori grammaticali (figuriamoci gli stranieri!), dall’apostrofo al congiuntivo, dalla punteggiatura alla concordanza (Ripeti dopo di me: dall’apostrofo al congiuntivo).

Così, all’indomani della conferenza, (Ripeti dopo di me: all’indomani della conferenza) ho deciso di farci un bell’episodio. Voglio metterci la faccia, mi sono detto, perché posso aiutare i non madrelingua a migliorare la pronuncia e a farli scrivere facendo meno errori possibili.

Voglio che quelle parole, quelle costruzioni, quelle preposizioni articolate suonino come musica all’orecchio di chi ascolta (Ripeti dopo di me: musica all’orecchio di chi ascolta).

E se qualcuno osa dire “questo non l’hai spiegato bene”, in futuro saprò rispondere con cognizione di causa.

Allora, bisogna dire anche la regola, anche se normalmente le regole non sono all’ordine del giorno in Italiano Semplicemente. (Ripeti dopo di me: non sono all’ordine del giorno).

Quando la preposizione semplice + un articolo determinativo si combina con un sostantivo o pronome che comincia per vocale, l’articolo si elide e l’apostrofo è obbligatorio: dell’italiano, all’occorrenza, dell’amore (Ripeti dopo di me: dell’italiano, all’occorrenza, dell’amore).

Per alcuni stranieri poi la capacità di pronunciare correttamente queste particolari forme è il proprio “tallone d’Achille” (Ripeti dopo di me: il tallone d’Achille). In questo caso si tratta di preposizione semplice apostrofata.

Allora, personalmente, vorrei che questo episodio, che parte da un evento reale, attuale, suoni come un “campanello d’allarme” (Ripeti dopo di me: campanello d’allarme), un invito a non dare per scontato l’italiano, a non ricorrere alle scorciatoie dell’approssimazione o della comodità (Ripeti dopo di me: le scorciatorie dell’approssimazione).

Spero che questo tipo di episodi vi faccia piacere e all’occorrenza, non mancherò dall’aggiungerne altri (Ripeti dopo di me: all’occorrenza) allargando via via l’orizzonte dell’apprendimento e dell’italofonia (Ripeti dopo di me: l’orizzonte dell’apprendimento e dell’italofonia).

Continuate ad esercitarvi, restando all’ascolto degli episodi di Italiano Semplicemente (Ripeti dopo di me: restando all’ascolto) perché dall’esperienza nasce sempre qualcosa (Ripeti dopo di me: dall’esperienza nasce sempre qualcosa), e così sull’onda dell’entusiasmo continueremo all’infinito (Ripeti dopo di me: sull’onda dell’entusiasmo continueremo all’infinito).

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A chi lo dici!

A chi lo dici!

episodio 1210

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo dell’espressione “A chi lo dici!” molto usata da tutti gli italiani di ogni età.

Avete notato il tono? In questo modo è chiaramente una esclamazione e non una domanda.

È una frase tipica dell’italiano colloquiale.

È molto breve, immediata, ed è perfetta per creare complicità con la persona con la quale si sta parlando.

Naturalmente “A chi lo dici!” è una risposta a una persona e più o meno significa:

“Lo so bene anche io!”.

Simile anche a “Sfondi una porta aperta!”, di cui ci siamo già occupati. La somiglianza in questo caso sta però solamente nel senso che anche questa crea complicità.

Il vero significato, quello più vicino è “hai ragione, ci sono passato anch’io.”

Non è dunque una vera domanda: la forma interrogativa è solo apparente. È una domanda retorica, se vogliamo essere precisi.

Ma quando si usa? Domanda lecita direi.

Si usa quando sentiamo qualcosa che conosciamo bene, qualcosa come un problema, un’esperienza avuta, positiva o negativa, perché anch’io ho avuto quel problema, anch’io ho avuto quell’esperienza di cui stai parlando, anch’io ci sono passato, e in questo modo si esprime complicità.

È l’uso più frequente quando vogliamo mostrare solidarietà o vicinanza all’altra persona.

Esempio:

Sono stanchissimo.

A chi lo dici! Sto per addormentarmi in piedi.

Oppure:

Non vedo l’ora che arrivi il weekend.

A chi lo dici! Questa settimana sembra infinita.

Posso usarla anche per rispondere a un’osservazione ovvia con tono ironico, sempre per manifestare accordo.

Es:

Il caffè italiano è il migliore.

A chi lo dici!

Cioè: “È evidente!”

Oppure:

Bisognerebbe fare più esercizio per stare in forma.

A chi lo dici!

Sottinteso: “Lo so, lo so…”

Attenzione, molto spesso è come dire: “Lo dici a me?”

Questa variante però, può anche avere tutt’altro significato cioè
“Stai parlando proprio con me? Sei sicuro di non aver sbagliato persona?”

Può dunque esprimere una polemica, come a dire: io sono l’ultima persona a cui puoi dire questa cosa.

Es:

Sei sempre in ritardo.

Lo dici a me?

Simile, spesso, a frasi come “da che pulpito viene la predica“, che abbiamo già incontrato nell’episodio dedicato alla predica a predicare e al predicozzo.

“A chi lo dici!”, invece, esprime sempre accordo, non polemica.

In caso di polemica sarebbe, casomai:

A chi lo hai detto?

Nel senso di: ripeti ciò che hai detto se hai il coraggio.

C’è un senso di sfida anche. Poi cambia anche il tono, ovviamente, tra polemica e empatia.

Un’altra alternativa a “a chi lo dici!” e “eh, sapessi io!”.

In queste occasioni si può usare anche una parolina magica a voi già nota: figurati! Questo è un uso particolare di “figurati”, ed anche non molto frequente a dire il vero. In passato questa parola l’abbiamo incontrata come alternativa a Grazie o “che sarà mai“. Non è questo il caso, in cui invece voglio confermare le parole del nostro interlocutore, dicendo che anche io so di cosa parla.

Ultimo esempio:

Gli italiani parlano velocissimo! Io ho tante difficoltà a capire tutto.

A chi lo dici! Anche noi che viviamo qui da anni abbiamo problemi.

E poi usate un sacco di espressioni!

“non dirlo a me! È più forte di noi.”

Ecco, questa è ancora un’altra modalità molto simile, come “lo dici a me?”.

Va bene adesso passiamo al ripasso del giorno.

Marcelo: Ciao amici!… Apro le danze io! Dopo aver dato una sbirciata ai giornali, la notizia del piano di pace proposto da Trump per la Russia e l’Ucraina mi ha preoccupato moltissimo

Estelle: a chi lo dici! Anche se vivo agli antipodi e sembro essere lontano da tutto, la guerra porta inconvenienti ovunque.

Karen: e poi appare evidente che ci troviamo in un vicolo cieco!

Angela: Sono d’accordo con te e credo che la UE sia costretta a metterci la faccia adesso, abbandonando quell’atteggiamento all’acqua di rose che ha tenuto finora.

Edita: Sono più di tre anni che portiamo questo fardello! Sarà la volta buona?

Carmen: Eh sì… La UE sembra aver finito di orbitare attorno agli Stati Uniti sulla difesa, e da qualche tempo a questa parte sta abbracciando l’idea di prendere le redini per trovare un piano alternativo, al fine di evitare il rischio che la mediazione americana ponga condizioni inaccettabili per Kiev.

José: Finora tutti abbiamo pagato dazio con questa guerra!

Julien: Il prezzo dell’energia, l’aumento dei biglietti aerei, gli alimenti… insomma tutto! E sembra acqua fresca per i politici!

Anne Marie: infine, ma non per importanza, una UE unita, senza fazioni e frange, può diventare l’elemento cardine per una pace giusta.

Christophe: Che Dio ce la mandi buona!

Avulso

Avulso (scarica audio)

episodio 1209

Trascrizione

Giovanni:

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi parliamo dell’aggettivo avulso. Per fare questo ho incaricato tre membri dell’associazione Italiano Semplicemente; per la precisione Estelle, Marcelo e Khaled, che seppur vivendo chi in Francia, chi in Uruguay, chi in Egitto, si sono organizzati e mi hanno proposto un testo per l’episodio di oggi.

Marcelo: Bella proposta quella di Gianni di metterci alla prova nello scrivere un episodio di due minuti!

Estelle: Dopo aver cercato un modus operandi, ci siamo messi all’opera: un lavoro di concerto. Pian piano, le ricerche si sono sviluppate e le idee sono germogliare.

Khaled: Niente di eclatante, però pian piano siamo venuti a capo dell’esercizio.
Senza pretenziosità ma con fierezza, presentiamo questo lavoro: un bel modo di alzare l’asticella dell’apprendimento della lingua italiana.

Giovanni: Iniziamo dunque.

Gianni, un dolce bambino di otto anni, pedalava come un supereroe… diciamo come un supereroe alle prime armi, finché il marciapiede non decise di tradirlo.

Questa storiella si conclude con un sorriso storto, un dente avulso e zero dignità!

L’avulsione dentale si verifica quando un dente viene completamente espulso dal suo alveolo: si ritrova staccato, strappato dalla gengiva.

Che brutta immagine vero?

Avulso è proprio la parola del giorno. Deriva dal latino avellĕre, composto da a- (via) e vellĕre (strappare), cioè “strappare via”.

Avete presente quei pezzi di legno sulle sponde dei fiumi, depositati in seguito a eventi meteorologici, mareggiate o piene? Possiamo chiamarli “legname avulso”.

C’è da dire però che nessun italiano o quasi usa la parola avulso associandolo al legno o ai denti. L’aggettivo si usa praticamente sempre in senso immateriale. A meno che non si parli di persone.

In poche parole, un elemento avulso è un elemento isolato da un gruppo, un contesto oppure dalla società.

È una parola ricercata, certo, ma se volete impressionare qualche italiano all’ascolto, prima o poi vi capiterà l’occasione giusta per usarla.
Vediamo un altro uso noto agli appassionati di calcio.

Il papà di Gianni, per consolarlo, potrebbe dirgli: Gianni, andiamo allo stadio a vedere la Roma, la nostra squadra del cuore… pare che se vinciamo saremo primi nella classifica avulsa.

Ma papà, cos’è una classifica avulsa?
Domanda legittima direi!

Risposta:

Quando più squadre hanno lo stesso punteggio in campionato, si confrontano i risultati degli scontri diretti.

Chi ha vinto più partite tra quelle squadre sta avanti in classifica!

Praticamente per decidere quale squadra merita di stare avanti in classifica si considerano solamente le partite giocate tra quelle sole squadre.

Evviva, papà! La classifica è nostra, abbiamo vinto e siamo avanti nella classifica avulsa! Dobbiamo festeggiare!

Ricordate: avulso significa “staccato”, “isolato” da qualcosa.

Per esempio:

Il direttore, durante il suo discorso per l’anniversario dell’azienda, ha raccontato una barzelletta completamente avulsa dal tema della serata.

Oppure:

A volte riceviamo critiche per frasi dette senza cattive intenzioni. In quei casi possiamo dire che si tratta di una critica avulsa, cioè fuori contesto.

Es:

Ho detto che Maria è molto efficiente sul lavoro… e anche un vero schianto!
Qualche giorno dopo ho ricevuto una critica per quella frase. Ma era una critica avulsa: era stata estrapolata dal contesto.

Un altro esempio:

Un membro del gruppo IS, dopo un lungo periodo di pausa, potrebbe sentirsi un po’ avulso dall’attualità:

Con tutto il lavoro che avevo, mi ero allontanato dalla chat del gruppo… ora che sono tornato, mi sento un po’ avulso dal gruppo, con tutto quello che è successo senza di me!

E infine, avulso può anche descrivere una persona distratta o assente, magari persa nei propri pensieri, come se fosse scollegata da ciò che la circonda.

Es:

Oggi mi sento un po’ avulso scusate, sono poco concentrato.

In sintesi, avulso si usa per indicare qualcosa (o qualcuno) che è separato, isolato, fuori contesto: una frase in un discorso, un commento fuori luogo, una persona che si sente esclusa da un gruppo o distante dalla realtà per distrazione o preoccupazione.

È auspicabile che nessuno si senta mai avulso dal gruppo, né che perda un dente per imparare una nuova parola!

Per concludere, attenzione alla pronuncia: la parola è avùlso, con l’accento sulla seconda sillaba, non àvulso.

Ripetete dopo di me: avùlso, avùlsa.

E adesso vediamo un ripasso delle espressioni già imparate. Per non sentirsi avulsi dal gruppo, parecipate al ripasso.

Christophe: Ho letto con attenzione il documento. Il capo, a ragione, dice che l’ultimo paragrafo sembra avulso dal contesto generale del rapporto; poco ci manca – ah aggiunto – che trascenda proprio il tema principale.

Marcelo: Sfido io! Quell’introduzione di dati non richiesti, inserita deliberatamente lì, risulta così avulsa da rendere il documento discutibile.

Estelle: Credo che dovremmo rendere edotto il team che ogni elemento avulso rischia di far passare il segno, anche perché non rispetta la sequenza logica del discorso. Questo è il minimo sindacale per un lavoro consono alle aspettative.

avulso

Che io ricordi

Che io ricordi (scarica audio)

episodio 1208

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi parliamo dell’espressione “che io ricordi” e voglio dedicare questo episodio alla nostra Marguerite, che si trova in ospedale. Tanti auguri Marguerite! Sei sempre nei miei pensieri.

A proposito di ricordi, abbiamo trattato in passato “che io/tu sappia, e per quanto io ricordi, non  avevo accennato, in quella occasione, a questa modalità simile: “che io ricordi”, o “che tu ricordi” eccetera.

È simile perché inizia sempre con “che”, e si usa sempre il congiuntivo. Cambia solamente il verbo.

“Che io ricordi” è un’espressione simile a “che io sappia”, ma non proprio uguale, perché fa appello alla memoria personale e non alla conoscenza.

Quindi è simile anche a “per quanto ne so” ma in realtà possiamo sostituirla solamente con “secondo la mia memoria“, o, come ho fatto all’inizio, con “per quanto ricordi” e anche a “se la memoria non mi inganna“.

È utilizzata per introdurre un’affermazione basata sulla propria memoria, suggerendo che potrebbero esserci altre persone con ricordi diversi, o che la mia memoria si sbagli.

Potrebbe quindi darsi che io mi sbagli.

Quindi il significato è: “Per quanto io riesca a ricordare” oppure “a mia memoria“. Sì, si dice anche così: “a mia memoria“.

Si usa per dare un’opinione basata su ciò che una persona ricorda, ammettendo implicitamente che la propria memoria potrebbe non essere completa o accurata.

Esempio:

Che io ricordi, non siamo mai stati in quel ristorante, ma potrei sbagliarmi.

Analogamante a “che io sappia”, tutti gli italiani usano il congiuntivo in questo caso. È veramente raro incontrare “che io so” e “che io ricordo“.

Questo però accade solamente se la frase contiene un dubbio. Ecco, in questi casi, cioè quando esiste un dubbio, la frase non ha una premessa, ed inizia proprio così “che io ricordi“.

Se invece dico ad esempio:

Quella vicenda è la cosa più vecchia che io ricordo nella mia vita.

In questo secondo caso la frase non inizia con “che io ricordi”, ma il verbo ricordare si riferisce direttamente a un fatto preciso del passato.

Qui non c’è dubbio, non c’è incertezza: sto semplicemente raccontando qualcosa che effettivamente ricordo. In questi casi, l’uso dell’indicativo rafforza l’idea che non si abbiano dubbi. Non è obbligatorio, ma di sicuro nella realtà dei fatti si fa in questo modo.

Quindi, quando “che io ricordi” si trova all’inizio della frase, ha una sfumatura dubitativa, quasi come dire: “per quanto mi ricordi”, o “a memoria mia”.

Quando invece si trova all’interno di una frase più lunga, come “la cosa più vecchia che io ricordo”, il significato è letterale e il verbo si usa spesso all’indicativo, non al congiuntivo.

Facciamo qualche altro esempio:

Che io ricordi, Maria non è mai venuta a trovarci.

Cioè: forse sbaglio, ma non mi pare che sia mai successo.

Questo è un profumo che io ricordo fin da bambino.

Cioè: ne sono certo, fa parte dei miei ricordi d’infanzia.

Come vedete, basta una piccola variazione per cambiare il senso.

Un’ultima curiosità: a volte si sente dire anche “per quanto ne ricordi” (analogamente a “per quanto ne sappia”) ma questa forma è meno comune e un po’ più letteraria. Più formalmente si dice anche “salvo errore/i”. Un’ultima alternativa è “stando a quanto ricordo” o “stando alla mia memoria”.

Adesso, come facciamo sempre nella rubrica “due minuti con italiano semplicemente”, tocca al ripasso degli episodi precedenti. Cominciano a diventare parecchi questi episodi, e sapete che molto spesso capita che io stesso non ricordi di aver trattato un certo argomento. Meno male che c’è qualche membro dell’associazione che ha la memoria più lunga della mia. Adesso ripassiamo quindi qualche episodio passato, parlando di vacanze natalizie in Italia.

Marcelo: quest’anno vorrei concedermi una scorpacciata di paesaggi innevati in Trentino-Alto Adige.

Ulrike: bello, ma è proibitivo per il portafoglio.

Anne Marie: a me l’entità della spesa non spaventa. Piuttosto mi manca la voglia!

Karin: Certo, un po’ il freddo dà fastidio anche a me, ma una buona volta dovrei smettere di rimandare e prenotare. La mia ritrosia mi blocca però.

Estelle:  Io resto fedele al Lazio, che sarà pure poco appetibile d’inverno, anche perché il traffico è un delirio a Roma, ma la capitale resta teatro di un’atmosfera natalizia ineguagliabile.

Christophe: Io, come al solito, metto sul piatto la Sicilia. La gente è affabile e molto più avvezza all’ospitalità rispetto al nord.

Carmen: ne convengo, e se qualcuno osa biasimare questa scelta, apriti cielo! Non sento ragioni.

Andrè: Invero, c’è un che di profondamente propizio in quell’isola. E poi, cosa non si fa per un cannolo degno di questo nome!

Levare le tende

Levare le tende (scarica audio)

episodio 1207

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi parliamo dell’espressione “levare le tende”.

Partiamo dal verbo levare, che significa togliere, ma in questo caso è simile anche sgomberare e persino a smontare, visto che parliamo di tende.

Per tende intendo quelle del campeggio, dove si può dormire, e non le tende della finestra, che si usano per la privacy o per riparare dal sole.

Un tempo, quando i soldati vivevano negli accampamenti, smontare la tenda significava prepararsi a partire. Era il segnale che la missione in quel luogo era finita. Oggi, nessuno vive più in tenda, o quasi, ma l’espressione è rimasta viva nel linguaggio quotidiano, anche se in senso figurato.

Ad esempio, siete a una festa noiosa, la musica è alta, la gente parla di calcio e voi non capite nulla.

A quel punto, qualcuno vi guarda e dice:

Io quasi quasi levo le tende, va’!

Vuol dire semplicemente: me ne vado, me ne torno a casa, me la squaglio.

Oppure, pensate a un coinquilino che non paga mai l’affitto. Il padrone di casa lo avvisa:

Se non paghi entro domani, ti tocca levare le tende.

In questo caso, “levare le tende” è un modo colorito ma chiaro per dire sloggiare, andarsene definitivamente, liberare il campo, sgommare, squagliarsela. La scelta dipende un po’ dall’occasione.

E poi ci sono i casi più ironici. Per esempio, quando un politico perde le elezioni:

Dopo la sconfitta, ha levato le tende e non si è più fatto vedere in televisione.

O quando un collega viene trasferito:

Ha levato le tende e si è spostato al nord, dicono per amore.

Persino in famiglia si usa. Se la suocera è in visita da una settimana e finalmente riparte, il genero può dire, magari sottovoce:

Era ora che levasse le tende!

Naturalmente, in tono scherzoso, o almeno si spera!

A volte, però, l’espressione può essere usata in senso poetico o malinconico:

Finita l’estate, i turisti levano le tende, e il paese torna silenzioso.

Insomma, “levare le tende” è un modo simpatico, a volte ironico, per dire che qualcuno se ne va, lascia un luogo, magari per chiudere una fase della sua vita.

Un consiglio: non usatelo in contesti troppo formali. Davanti a un direttore, meglio dire:

Mi congedo.

e non:

Levo le tende.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata.

Marcelo: apro le danze io! Si dà il caso che oggi 31 ottobre si celebri Halloween, una festa di origine celtiche a quanto leggo sul web.
Detto ciò, devo aggiungere che nel contesto del cristianessimo, si collega alla vigilia della festa di Ognissanti del 1º novembre!
Ci sarà qualcosa in comune? Che ne dite?

Estelle: Eh già, e pensare che da qualche anno a questa parte anche in Italia si festeggia alla grande! Dolcetti, travestimenti, zucche ovunque… insomma, una vera americanata, ma divertente.

Anne Marie: Oggi è stato un continuo andirivieni di bambini mascherati che bussano alle porte. Che bello!

Karin: Beh, di qui a poco arriverà pure Natale, e allora tra panettoni e luminarie, non ci sarà più tregua!

Julien: Io comunque resto un po’ scetticopiù che altro perché mi sembra tutto molto commerciale, ecco.

Edita: In compenso, devo dire che certi trucchi e maschere sono squisitamente artistiche: c’è chi ha davvero stoffa!

Fare pelo e contropelo

Fare pelo e contropelo (scarica audio)

episodio 1206

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi parliamo dell’espressione “fare pelo e contropelo

Partiamo dal senso proprio.
Quando ci si fa la barba, noi maschietti, possiamo decidere come passare il rasoio. In quale verso intendo.

Sapete bene che il pelo cresce in una direzione precisa.

Cambia un po’ da persona a persona direi.

Radersi “a pelo” significa passare il rasoio nel verso del pelo, cioè nella stessa direzione in cui crescono i peli. È un modo più delicato e meno irritante per la pelle.

Radersi “a contropelo”, invece, vuol dire passare il rasoio in direzione opposta alla crescita del pelo.

Bisogna andare “contro” la direzione del pelo.

Il risultato è una rasatura più profonda, ma anche più aggressiva. Potrebbe generare irritazioni ed anche piccole ferite se non si sta attenti.

Da questa immagine concreta nasce il senso figurato dell’espressione.

Dire che si fa pelo e contropelo a una persona (o anche a una azienda o organizzazione) significa analizzarla o anche interrogarla a fondo, in tutti i dettagli, senza lasciar correre nulla.

Si può usare, ad esempio, per dire che un giornalista ha messo qualcuno “sotto torchio” , gli ha fatto mille domande, oppure che un investigatore ha esaminato un caso minuziosamente, da ogni angolazione.

Ad esempio:

Il revisore ha passato i conti dell’azienda. Gli ha fatto pelo e contropelo.

L’intervistatore ha fatto pelo e contropelo al politico su tutte le questioni più scomode.

Non è mai molto piacevole quando qualcuno ti fa pelo e contropelo. Proprio come può essere una rasatura a fondo. Può irritare, infastidire, indispettire, far arrabbiare.

In definitiva, usare questa espressione informale vuol dire non accontentarsi della superficie, ma andare a fondo, anche a costo di dare un po’ fastidio.

Adesso spero non vi irritiate se vi chiedo, cari membri, di fare un bel ripasso coi fiocchi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Julien: Un ripasso vuoi? Reduce da una notte in bianco, non me la sento proprio. Sai che c’è? Adesso mi metto su una sdraio e schiaccio un pisolino pomeridiano. Spero che questo rifiuto non ti faccia prendere i 5 minuti.

Estelle: Non è questione di pudicizia, ma non faccio ripassi da illo tempore. Per mancanza di allenamento temo di cacciarmi inun ginepraio e non vorrei scadere nella vostra stima.

Marcelo: Invece io, dopo la mia passeggiata e l’allenamento in palestra sono completamente Kappaò! Nonostante questo, la sfida di fare un ripasso è sempre un invito da non sprecare, e mi desta la voglia di fare del mio meglio. E fu così che, via via, il ripasso prese forma! Visto?
Detto ciò, vi saluto con un buffetto virtuale!

Sai che c’è?

Sai che c’è? (scarica audio)

episodio 1205

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi vi spiego un’espressione italiana molto usata da tutti, ma proprio da tutti gli italiani, ma la cosa strana è che non trovate, ad oggi, una spiegazione completa da nessuna parte. Non c’è dizionario o sito web che abbia mai spiegato l’espressione “sai che c’è?”, almeno non in tutte le sfumature che vedremo oggi.

Dunque, l’espressione “sai che c’è” e si usa soprattutto in contesti colloquiali.

Può avere più sfumature a seconda del tono e della situazione, ma in generale serve per varie situazioni. Direi tre situazioni diverse.

Ad esempio per introdurre una decisione improvvisa o definitiva.

È come dire “in fondo… sai che ti dico?”, “e allora facciamo così”.

Sai che c’è? Non ci vado più, ho cambiato idea.

Sai che c’è? Mi prendo una pausa, non ne posso più.

Qui dà l’idea di una presa di posizione spesso dopo un’esitazione.

Si usa anche per sottolineare qualcosa di sorprendente o inaspettato,come “indovina un po’” o “vuoi sapere la verità?”.

Sai che c’è? Alla fine aveva ragione lui.

Sai che c’è? Mi piace davvero questo lavoro.

Qui serve a dare enfasi, quasi a preparare l’altro a una rivelazione.

Una terza situazione è quando siete polemici o ironici. In questi casi può accompagnare una frase in cui si esprime fastidio o rassegnazione.

Sai che c’è? Fai come ti pare!

Sai che c’è? Non me ne importa nulla.

In questo caso equivale a “a dire il vero…” oppure “tanto vale…”.

Sono possibili anche mix tra le tre situazioni. Molto spesso infatti siete stufi di una situazione pesante, noiosa e annunciate una vostra decisione con tono polemico.

Sai che c’è? È che sono proprio stufo e adesso vado a vivere da solo. Sono proprio stufo di discutere tutti i giorni con i compagni di università su quanto tempo si può stare In bagno!

Ah, quasi dimenticavo di dirvi che se si parla con più persone si può anche dire: “sapete che c’è?”. Stessi utilizzi.

Avrete capito che di solito non si usa come domanda vera (“Sai che c’è?” “Sai quale fatto c’è?”), ma come frase fissa introduttiva, quasi come intercalare. È dunque una domanda retorica, quantomeno nella maggior parte dei casi.

Non serve pertanto per ottenere una risposta (nessuno ti dirà “no, non lo so, che c’è?”), ma per introdurre un pensiero, una decisione o una presa di posizione. Spesso si pronuncia con tono deciso, risoluto, o anche arrabbiato.

Funziona un po’ come una frase fatta di apertura, che cattura l’attenzione e prepara a quello che segue.

Sapete che c’è? Me ne vado!

Cioè: non chiedo all’altro o agli altri di spiegarmi “che cosa c’è”, sto solo annunciando una decisione.

Invece, usata alla lettera (Sai che c’è? Nel senso di “Sai che cosa è successo?”), esiste, si può usare anche così, ma è molto meno comune, più neutra e di sicuro meno espressiva. Poi il tono da usare in questo caso è diverso, più pacato e soprattutto c’è il tono interrogativo.

Andiamo al cinema stasera. Sapete che c’è?

Va bene, adesso, prima di ripassare un po’ le espressioni già spiegate, ricordo a tutti i visitatori che possono diventare membri di Italiano semplicemente, e inn questo modo possiamo discutere insieme sul gruppo WhatsApp, fare domande e, di tanto in tanto, viaggiare insieme ad altri membri in Italia in incontri organizzati dal sottoscritto.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione

Christophe: ciao ragazzi, vi scrivo velocemente perché ho una riunione. Mi sono fiondato seduta stante in questa riunione perché mi pareva impellente, ma ho la sensazione che il progetto faccia acqua da tutte le parti.

Marcelo: Non posso che darti ragione: a differenza di altri lavori, questo sembra un caso a sé stante e mi pare abbastanza inutile.

Ulrike: Finora comunque tutti gli incontri sono stati solo un pannicello caldo. La crisi delle vendite sta persino peggiorando.

Hartmut: Casomai, la butto lì, possiamo ricominciare ex novo, rivedendo tutto di sana pianta, invece di accavallare idee che non stanno in piedi.

Anne Marie: Con ogni probabilità, però, iniziare tutto daccapo richiederà un dispendio enorme di energie: non so se ne varrà la pena.

Karin: Stante la situazione attuale, già gravosa di suo, non resta che rischiare. Cerchiamo almeno di ridurre il progetto ai minimi termini.

Carmen: E allora, sapete che c’è? Delle due l’una: o ci buttiamo a capofitto e proviamo a salvarlo, oppure accettiamo la disfatta e la chiudiamo qui.

Prendere i cinque minuti

Prendere i cinque minuti (scarica audio)

episodio 1204

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi voglio parlarvi di cosa accade quando prendono (o vengono) i cinque minuti.

È un altro modo interessante di utilizzare il verbo prendere in modo figurato.

Non c’è nessuno qui che “prende” fisicamente i cinque minuti, chiaramente. Anche perché il tempo è intangibile. Non si può prendere; non si può afferrare fisicamente. Ma d’altronde, il verbo prendere sappiamo che si usa spessissimo in senso figurato. Questo è uno dei tanti casi.

L’espressione italiana “prendere i cinque minuti” significa avere un improvviso scatto d’ira, perdere la pazienza, compiere un gesto impulsivo, senza pensarci troppo. Di questa espressione non ne abbiamo mai parlato finora, neanche in episodi come “mille modi per arrabbiarsi” o quello dedicato ai verbi incazzarsi e scazzarsi.

Si usa in questo modo:

Mi prendono i cinque minuti (a me).

Ti prendono i cinque minuti (a te).

Gli/le prendono i cinque minuti (a lui/lei).

Ci prendono i cinque minuti (a noi)

Vi prendono i cinque minuti (a loro)

Gli prendono i cinque minuti (a loro, sia maschile che femminile).

Non si dice semplicemente “prendono i cinque minuti” senza specificare chi: bisogna indicare il soggetto a cui accade.

A meno che non diciate frasi di questo tipo:

Quando prendono i cinque minuti possono accadere cose pericolose.

In questo caso parlo in generale. E’ come dire: quando ad una persona prendono i cinque minuti…

Notate che si dice “i cinque minuti” e non solamente “cinque minuti”, come si fa solitamente col tempo (es: appena ho cinque minuti finirò quel lavoro).

Questi infatti sono dei particolari cinque minuti, e per questo ci vuole l’articolo.

È un’espressione informale, colloquiale, usata nella lingua di tutti i giorni. Non è adatta a situazioni formali, a testi scritti ufficiali o a contesti professionali, dove si preferiscono giri di parole come “ho perso la calma” o “ho reagito impulsivamente”.

Es:

Ieri in ufficio mi sono presi i cinque minuti e ho detto tutto quello che pensavo al capo.

Ogni volta che sento quella canzone, mi prendono i cinque minuti e cambio subito stazione.

Stavo cucinando tranquillo, poi, dall’odore di bruciato, mi sono presi i cinque minuti e ho buttato via tutto.

Quando mi chiamano con i call center, mi prendono sempre i cinque minuti e riattacco bruscamente.

Attenzione ad usare il verbo essere al passato: mi sono presi, ti sono presi, gli/le sono presi, eccetera.

Espressioni simili sono:

Perdere le staffe” (più neutra, usata anche in contesti semi-formali).

“Andare in escandescenze” (più forte, più letterario o burocratico).

Sbroccare” (molto colloquiale, gergale).

Uscire dai gangheri” (espressione tradizionale).

Saltare i nervi” (familiare).

Adesso immaginiamo alcune situazioni in cui possono prendere i cinque minuti e ripassiamo qualche espressione passata.

Hartmut: Mi sono messo a scrivere la relazione e il PC si è impallato di punto in bianco: la misura è colma: mi succede ogni due per tre e stavolta mi prendono i cinque minuti sul serio!

Marcelo: Eh, o così o pomì: o ti armi di pazienza e cerchi di destreggiarti, oppure butti tutto all’aria; ma non fare che gli istinti prendano il sopravvento.

Edita: Guarda che si dà il caso che* anch’io oggi sia indisposta: se il capo mi fa una domanda fuori luogo , giuro che rompo gli indugi e stavolta è la volta buona che rispondo a tono!

Ulrike: Io invece non vedo perché dovrei tener fede* a scadenze impossibili: vuoi che non mi vengano i cinque minuti se vedo gli altri cincischiare e io do sempre fondo alle mie energie in modo indefesso?

Christophe: Ragazzi, quanto a me, stamattina mi hanno cazziato davanti a tutti e stava lì lì per darmi di volta il cervello pensando a tutto il lavoro che ho fatto invano.

Angela: Ma bisogna stare attenti! Qui ci sono annessi e connessi che nessuno considera quando si perde la pazienza: tant’è vero che ci sono già cascata una volta!

Anne Marie: Io so la soluzione! Si finisce sempre per scervellarsi, ma ho trovato come tenere a bada i miei cinque minuti! Quando mi prendono i cinque minuti, respiro, conto fino a dieci e alla fine non dico nulla… morale della favola: evito discussioni inutili e mi salvo la giornata!

Anna: Soluzione singolare direi! io invece accendo la moka e mi preparo un caffè: alla fin fine la caffeina è più innocua di una litigata!

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Ritroso, ritrarsi, ritrosia

Ritroso, ritrarsi, ritrosia (scarica audio)

episodio 1203

Trascrizione

ritrosia, ritroso, ritrarsi

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi vi voglio parlare della ritrosia.

Bel termine vero? È una caratteristica delle persone. Esistono infatti persone che a volte si mostrano ritrose verso qualcosa. Cioè?

Quando diciamo che una persona è ritrosa (se donna) o ritroso (se uomo), stiamo parlando di qualcuno che tende a tirarsi indietro, cioè a ritrarsi, mostrando timidezza, pudore o anche una certa resistenza nell’esporsi, soprattutto sul piano dei sentimenti e delle relazioni. Attenzione alla differenza tra ritirarsi e ritrarsi.

Il verbo ritrarsi infatti significa proprio “spostarsi all’indietro, allontanarsi da qualcosa o da qualcuno”.

Si può anche ritrarre la propria mano, quando ad esempio non voglio stringere la mano ad una persona che ci sta antipatica. Ma ritrarsi è riflessivo.

In senso figurato ritrarsi vuol dire non lasciarsi coinvolgere, non esporsi troppo.

Non è un termine che si usa molto spesso nella lingua parlata comune, e proprio per questo ha un sapore un po’ elegante, letterario.

Se dico: “Maria è una ragazza ritrosa”, intendo dire che non ama mettersi al centro dell’attenzione, tende a ritrarsi davanti agli sguardi, è un po’ riservata, forse anche pudica. Della puficizia parliamo casomai in un prossimo episodio.

Oppure: “Lui è sempre stato ritroso nel manifestare i suoi sentimenti”.

Quindi non è che non li abbia, i sentimenti, ma tende a ritrarsi, a non mostrarli apertamente. Attenzione, è lui che si ritrae, non sono i sentimenti ad essere ritratti.

Ritrarsi è abbastanza simile a essere restio, ma mentre essere restio si riferisce ad una azione che si fatica a fare, perché diffidenti, preoccupati o anche per carattere, essere ritroso si riferisce alla natura della persona, che tende a ritrarsi, a non esporsi.

Da qui nasce il sostantivo ritrosia, che indica proprio questo atteggiamento: la timidezza, la riservatezza o la riluttanza a lasciarsi andare.

Esempio: “Con molta ritrosia accettò l’invito a parlare in pubblico”.

Dunque questa persona si è mostrata ritrosa quando si trattò di parlare in pubblico.

Oppure: “Superata la sua naturale ritrosia, Gianni iniziò a raccontare la sua storia”.

Inizialmente è stato ritroso, poi Gianni ha evidentemente superato questa sua naturale ritrosia.

Attenzione: la ritrosia non va confusa con la semplice timidezza, perché la ritrosia può avere anche un lato più complesso. A volte non è soltanto insicurezza, ma anche pudore, vergogna, o persino una forma di orgoglio che trattiene. È il riflesso, potremmo dire, del ritrarsi non solo fisicamente, ma anche emotivamente.

Immaginate una persona che non vuole sembrare troppo disponibile o troppo audace: non per paura, ma per decoro, per misura. Quella è ritrosia.

Quindi possiamo dire che ci sono alcuni sinonimi parziali,come riservatezza, pudore, timidezza.

I termini contrari sono invece: spigliatezza, sfrontatezza, sfacciataggine, disinvoltura.

A questo punto vi ricordo anche dell’esistenza della locuzione “a ritroso”, di cui ci siamo già occupati. Non descrive un carattere ma un movimento o un procedimento all’indietro.

Ad esempio “camminare a ritroso” vuol dire camminare all’indietro.

Figurativamente invece possiamo usare l’espressione “Ragionare a ritroso”, che significa partire dalla fine e tornare indietro, ripercorrere i passaggi in senso inverso.

Oppure: “Guardando a ritroso nella sua vita, Gianni si accorse di quanto era cambiato”.

Vediamo che il legame con ritrarsi e con l’aggettivo ritroso è chiaro: sempre qualcosa che non procede in avanti, ma che arretra o si richiude.

Esempi finali:

“Si mostrò ritroso di fronte a quell’abbraccio improvviso” vuol dire che si ritrasse, un po’ sorpreso, un po’ imbarazzato.

“La sua ritrosia era evidente, ma nascondeva una grande dolcezza”.

“Camminava a ritroso per non perdere di vista i bambini che lo seguivano”.

“Ripensando a ritroso agli ultimi mesi, capì dove aveva sbagliato”.

Adesso guardiamoci ancora indietro e andiamo a ritroso a ripercorrere alcuni episodi passati.

Lucia: Avete visto Giovanni? Ogni volta che qualcuno prova a presentargli una persona per farlo fidanzare, lui va in bambola e, anziché buttarsi, mostra una ritrosia che rasenta il patologico!

Ulrike: C’era da aspettarselo: con la sua nomea di tipo titubante, non poteva che rifugiarsi dietro una sequela di scuse.

Carmen: Questa mi giunge nuova, perché pensavo solo fosse un po’ timido, non così riluttante da non sentire ragioni in merito.

Anne Marie: Suvvia, una buona volta dovrebbe lasciarsi andare, altrimenti rischia di toccare il fondo del barile delle occasioni mancate.

Marcelo: Io direi che gli converrebbe smettere di edulcorare la sua condizione: gli appuntamenti non sono proibitivi, anzi potrebbero essere propedeutici a un po’ di felicità.

Estelle: Finora ha sempre preferito attendere la manna dal cielo, ma a forza di farlo gli si sta ritorcendo contro.

Karin: Invero, più che un difetto è diventato un vero e proprio spauracchio: non gli sfiora neanche l’idea di fidarsi o confidarsi con qualcuno a fini sentimentali. La sua pasata esperienza ha lasciato evidenti strascichi!

Julien: vabbè dai, diamogli un’ultima occasione. Presentiamogli Margherita. Se rifiuta anche lei, che vada a farsi friggere!

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Correggere il tiro

Correggere il tiro  (scarica audio)

Episodio n. 1201

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di un’espressione che nasce dal linguaggio militare, ma che ormai usiamo tutti nella vita quotidiana: correggere il tiro.

Prima di tutto:

Correggere significa “aggiustare”, “rimediare a un errore”, “modificare per rendere giusto qualcosa”.

Il tiro invece è l’azione del tirare: tirare una freccia, tirare con una fionda, con una pistola, con un cannone, o anche tirare un pallone.

D’altronde del tiro abbiamo già parlato nell’episodio dedicato all’espressione alzare il tiro, e anche in capitare a tiro.

Dunque “correggere il tiro”, in senso letterale, significa aggiustare la mira dopo aver sbagliato un colpo.

Immaginate un arciere: lancia la prima freccia e colpisce… un albero accanto al bersaglio! Allora cambia posizione, prende meglio la mira e… corregge il tiro.

Nella lingua di tutti i giorni, però, non parliamo di frecce, palloni o proiettili. Usiamo correggere il tiro quando qualcuno cambia strategia, atteggiamento o comportamento, dopo aver capito che il modo in cui stava agendo non era efficace.

Esempi:

Uno studente che studia poco prende un brutto voto. Alla prova successiva decide di impegnarsi di più: sta correggendo il tiro.

Un politico fa una dichiarazione infelice, la gente si arrabbia, allora il giorno dopo prova a riformulare meglio le sue parole: anche lui sta correggendo il tiro.

Io che sto cercando di dimagrire seguendo la dieta a zona… ma se una sera mangio pizza e gelato, il giorno dopo devo assolutamente correggere il tiro!

Ci sono espressioni che somigliano molto a questa:

Aggiustare il colpo

Raddrizzare il tiro

Cambiare rotta (immagine marinaresca: se la nave va nella direzione sbagliata, cambio rotta)

Fare marcia indietro (se mi accorgo che sto andando proprio male, torno indietro e riparto).

Pensate a una persona che cerca di fare colpo a un appuntamento galante:

“Ciao, sei molto diversa dalla foto del documento d’identità!”

Ops… pessima battuta! Allora subito sorride nervosamente e dice:

“Beh, volevo dire che sei molto più bella dal vivo!”

Ecco, questo è un classico esempio di correggere il tiro in extremis!

Dunque ricordate: correggere il tiro è una di quelle espressioni nate in un contesto tecnico (armi, tiro al bersaglio, guerra) e poi migrate nella lingua comune. Oggi significa semplicemente “aggiustare il comportamento dopo un errore”.

E, alla fin fine, tutti nella vita dobbiamo imparare a correggere il tiro… specialmente quando sbagliamo con la nostra dolce metà: lì, amici miei, se non correggete il tiro subito… siete fritti!

Adesso ripassiamo.

Marcelo: Ieri ho provato a cucinare la carbonara con la panna. Oggi ho corretto il tiro e finalmente era commestibile.
Ieri era veramente un obbrobrio!

Ulrike: Io invece, alla faccia del tetto di spesa fissato per questo mese, ho esagerato con gli acquisti online. Non resta che correggere il tiro con il portafoglio chiuso a doppia mandata.

Anne Marie: A me capita nello sport: tiro dieci volte a canestro, sbaglio nove volte, poi correggo il tiro e finalmente segno.

Carmen: E sulle prime sembra insensato continuare, ma alla fine… funziona!

Christophe: Anche sul lavoro vale: se spieghi un progetto male e nessuno capisce, meglio correggere il tiro subito che aspettare l’errore finale. E lì bisogna anche metterci la faccia, non scaricare la colpa al primo capro espiatorio.

Mariana: Io studio l’italiano, e quando sbaglio i verbi… pazienza, correggo il tiro e li ripeto finché non mi entrano in testa. Certo, smanettare per cercare belle frasi col congiuntivo è un salasso di energie, ma con l’assiduità si migliora.

Julien: In politica poi è fondamentale: se fai una promessa impossibile, devi correggere il tiro o finisci nei guai. Altrimenti ti tocca fare mea culpa, prima che gli altri ti addossino la colpa di tutto.

Hartmut: Alla fin fine, correggere il tiro è l’arte di trasformare un errore in una lezione utile. È palese: sbagliando si impara.

Il numeretto

Il numeretto (scarica audio)

Episodio n. 1199

Trascrizione

Benvenuti amici di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di numeri. Per essere più preciso, vi parlo di un numero particolare, il famoso numeretto.

Si tratta del diminutivo di numero? Parliamo di questo?

Letteralmente sì, il numeretto è un numero piccolo, ma nel linguaggio comune, in Italia, quando si parla di numeretto non ci si riferisce quasi mai a un numero matematico, bensì a un piccolo bigliettino, generalmente di carta, su cui è stampato un numero.

Il contesto tipico?

Avete presente quando entrate in un supermercato, nel reparto salumi, formaggi o gastronomia

Davanti al banco c’è una macchinetta. No, neanche questa è una piccola macchina…

Comunque sia, si preme un pulsante su questa macchinetta, e zac!, esce un foglietto con un numero. Ecco: quello è il numeretto. Spesso più che il pulsante si strappa il numeretto.

Il numeretto serve per stabilire un ordine di attesa, per evitare discussioni tra i clienti su chi fosse arrivato prima.

Infatti, grazie al numeretto, si sa subito a chi tocca essere servito: basta guardare il display luminoso (o ascoltare la voce dell’addetto) che annuncia “numero 48!”.

Quindi il numeretto non è importante per il valore numerico in sé, ma perché identifica la nostra posizione nella fila.

È un oggetto piccolo, ma molto utile, e in certi contesti è quasi sinonimo di “diritto di essere serviti” in ordine.

Il termine è usato anche in senso figurato, a volte con un po’ di ironia:

“Qui ormai per qualsiasi cosa bisogna prendere il numeretto!”
per dire che bisogna aspettare a lungo, come se si fosse al banco del supermercato.

Un’immagine che potete associare al numeretto è proprio quella di una fila ordinata di clienti, ognuno con il suo bigliettino in mano, in attesa che arrivi il proprio turno.

Esempio di uso:
Siamo arrivati al banco dei salumi, ma c’è tanta gente.

Hai preso il numeretto cara?

Sì, abbiamo il 72, e stanno servendo il 48…. meglio se ci mettiamo comodi…

Dunque, il numeretto è un piccolo numero che, per magia organizzativa, riesce a trasformare una folla confusa in una fila ordinata, sempre che non arrivi il cliente con un numero passato che dice:

Il 21 è stato già servito?

Siamo al 48 signore!

Scusate mi ero distratto un attimo!

Adesso ripassiamo un po’.

Per farlo, simuliamo un dialogo alla cassa di un supermercato.

Marcelo: Chiedo scusa, non che io abbia fretta, ma potete farmi passare? Ho solo questa bottiglia.

Anna: eh no! Si fa presto a dire “fatemi passare”. Ma la fila è questa e si rispetta.

Christophe: Ah, ben detto! Sono qui da un quarto d’ora, e non mi sconfinfera proprio l’idea che tu mi passi avanti.

Julien: Ma a che pro dovremmo farti passare? Se tutti pensassimo come te, non esisterebbe proprio la fila.

Marcelo: Che esagerazione! Non volevo sollevare un polverone!

Karin: Tu stai solo cercando un espediente per saltare la fila. Questo fa molto italiano.

Sofie: ma no, quale italiano d’Egitto, è una questione di principio, ragazzo, cerca di capire. Ci sono poi tanti furbetti che amano le. scorciatoie. Personalmente, Ne ho già visti troppi, non mi sfiora nemmeno l’idea di cedere.

Anne Marie: ragazzi ragioniamo, a quest’ora avrebbe già pagato il ragazzo. Passa ragazzo, passa pure.

Ulrike: va bene dai. Almeno abbiamo fatto la nostra buona azione della giornata. Anche se, a dirla tutta, avevo una certa fretta anch’io.

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Tira e molla

Tira e molla (scarica audio)

Episodio n. 1198

Trascrizione

Benvenuti amici di Italiano Semplicemente. Oggi parliamo dell’espressione tira e molla.

L’espressione “tira e molla” è molto comune in italiano e si usa per descrivere una situazione piena di continui cambiamenti di direzione, come se si stesse partecipando a una specie di gioco in cui una persona tira da una parte e l’altra oppone resistenza, per poi cedere (cioè mollare) e ricominciare tutto da capo. È un’espressione figurata che può riferirsi a rapporti personali, trattative, decisioni politiche, contrattazioni e simili. L’importante è che ci sia un avanti e indietro di qualche tipo o come quando si va da una parte e poi dall’altra, tipo in una sfida.

L’espressione quindi indica un susseguirsi di incertezze, di cambi di idea, di contrasti; ma anche una dinamica in cui nessuno vuole cedere, ma alla fine qualcuno cede, poi si ricomincia. Oppure ancora, una situazione che si protrae nel tempo senza una soluzione definitiva.

Vi faccio alcuni esempi in vari contesti.

Relazioni sentimentali:

Marco e Giulia stanno insieme da anni, ma è sempre un tira e molla: si lasciano, poi si rimettono insieme, e poi di nuovo si lasciano…

Politica:

Anche sul nuovo decreto è stato un continuo tira e molla tra i partiti della maggioranza.

Trattative lavorative:

Dopo giorni di tira e molla con il datore di lavoro, alla fine hanno firmato il contratto.

Famiglia:

Non ce la faccio più con mia madre: ogni volta è un tira e molla per farle accettare le cose!

Espressioni simili:

“Prendersi e lasciarsi”
Può essere usata in ambito sentimentale, come sinonimo di “tira e molla”:

Sono due anni che si prendono e si lasciano, ormai non ci capisco più niente!

Oppure “essere in bilico
– si riferisce a situazioni incerte:

Il loro rapporto è sempre in bilico, mai una certezza.

Anche “Farsi desiderare”, in senso amoroso o strategico può
implicare una certa strategia nel concedersi o meno, simile al “molla e tira” nel corteggiamento.

Le espressioni “Giochi di potere” e “Braccio di ferro” possono invece essere usate in politica o nei negoziati:

Quello tra i sindacati e il governo è diventato un vero braccio di ferro.

Un tira e molla può poi generare un’altalena di emozioni.
Espressione più poetica.

L’espressione si presta bene anche a vignette umoristiche, dove due personaggi si contendono qualcosa (una valigia, una decisione, un bambino) tirando da lati opposti.

Adesso usiamo l’espressione in un ripasso delle espressioni precedenti.

Carmen: Quando Marta ha lasciato Gianni per la quarta volta, lui ha detto: “Basta, è finita, la misura è colma! Getto la spugna! E poi le ha scritto alle tre di notte!

Karin: Un classico! Lui fa la voce grossa, ma alla fine molla sempre per primo! Peccato! Da un pezzo ormai erano in rotta di collisione!

Estelle: Scommetto che lei l’ha tirato per la giacca con due storielle su quanto si sente incompresa, ma sulle vere ragioni, senz’altro, è restata sul vago!

Marcelo: E lui ha ceduto! È proprio un gioco di potere il loro: un colpo lei, un colpo lui. Sfido chicchessia a dire il contrario!

Ulrike: Non mi piace fare da bastian contrario, ma a me sembra più una strategia d’amore mal riuscita… ma funziona, a quanto pare. Dovrebbero farsi guidare dal buon senso.

Julien: Stamattina li ho visti baciarsi davanti al bar, stavano scegliendo insieme il menù del matrimonio! Dopo tutto questo tira e molla, ci ricascano sempre! Evidentemente, come si suol dire, il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende!

Anne Marie: non amo i giochi di parole. Ve lo dico tout court: questi due sono un binomio inscindibile!

Estelle: Chiamasi strategia d’amore arzigogolata.

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Anelare

Anelare (scarica audio)

Episodio n. 1197

Trascrizione

Benvenuti amici di Italiano Semplicemente. Oggi parliamo di un verbo elegante, poetico, quasi nobile: anelare.

“Anelare” è un verbo che si usa per esprimere un desiderio intenso, profondo, quasi struggente, verso qualcosa che sembra lontano, ma che ci attira con forza. Abbiamo parlato dei desideri in un episodio passato, ma non avevo parlato del verbo anelare.

Non è un semplice “volere”. Non è neppure un “desiderare”. No, anelare è qualcosa di più sottile, più viscerale, più… romantico.

La parola deriva dal latino anhelare, che significava “ansimare, respirare affannosamente”. Da qui, col tempo, ha assunto il significato di “desiderare ardentemente qualcosa, al punto da ansimare, da perdere il fiato”.

Hai presente quando si dice “non vedo l’ora”? Ecco, anelare è un “non vedere l’ora”… ma con l’anima. Tra l’altro, cosa non trascurabile, se si usa anelare non è detto che questa cosa accadrà, come quando si usa non vedere l’ora, che in genere si dice quando si aspetta con ansia un evento positivo già in programma, e che quindi già sappiamo che accadrà. Non è lo stesso con anelare.

Facciamo qualche esempio:

Dopo anni di lavoro in ufficio, Giulia anelava alla libertà di una vita all’aria aperta in un’isola sperduta.

Non era solo un desiderio: era un sogno che la consumava dentro, un’esigenza dell’anima.

Tutti aneliamo alla felicità, ma spesso non sappiamo nemmeno dove cercarla.

L’Italia intera anelava alla pace, dopo anni di guerra.


Nota bene:
Il verbo anelare regge normalmente la preposizione “a”, similmente al verbo ambire.
Anelare a qualcosa

Non si dice: anelare qualcosa – anche se a volte può capitare nella lingua poetica o letteraria, ed anche a noi comuni mortali.

C’è qualcosa che tu aneli nella vita?

O meglio: c’è qualcosa a cui aneli nella vita?

Una meta, una persona, una condizione?

Prova a usare questa parola al posto di “desiderare”, e vedrai che effetto fa.

In definitiva, anelare è un verbo da usare quando vuoi dare forza, intensità e un tocco poetico ai tuoi desideri. È come dire: “Io non mi limito a volere… io anelo!”

Adesso, prima di ripassare, mi rivolgo a tutti i visitatori che anelano a diventare membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Spedite la vostra richiesta compilando il form sul sito e il vostro desiderio verrà esaudito.

Edita:
Io, sinceramente, anelo a una vita semplice, senza l’andirivieni degli imprevisti e dei teatrini che imperversano quotidianamente in questo ufficio… altro che carriera!

Sofie:
Gira gira, si finisce sempre lì: ci danniamo l’anima per fare il minimo sindacale, mentre dalle alte sfere continuano a inoltrare direttive a dir poco gravose, senza manco badare alla realtà.

Anna:
Con tutto che uno cerca di mostrare gli attributi e tenere botta, ma poi basta un qui pro quo e succede un casino!

Marcelo:
Io anelo a una scuola in cui non si debbano ogni volta appianare le controversie tra genitori a colpi di whatsapp inviati nottetempo

Karin:
A me invece basterebbe non ricadere nella solita velleità del cambiamento per forza: ogni riforma è un’involuzione, e noi qui a crogiolarci nel nostro orticello, mentre il mondo va allo sbando.

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Il coccolone

Il coccolone (scarica audio)

Episodio n. 1196

Trascrizione

Oggi voglio parlarvi di una parola curiosa, familiare e vagamente spiritosa: coccolone.

Il coccolone, nel linguaggio colloquiale italiano, è un modo colorito e informale per indicare un malore improvviso, spesso serio, come un infarto o un ictus. Non è un termine medico, anzi, ha un tono quasi ironico o affettuoso, ed è spesso usato per sdrammatizzare una situazione potenzialmente grave. A volte si usa il termine “colpo” o “sincope“.

Ad esempio, se qualcuno riceve una brutta notizia all’improvviso, si potrebbe dire:

Quando ha visto la bolletta della luce gli è venuto un coccolone!

Quando ho vista la mia ex alla stazione mi è preso un colpo/una sincope!

Ovviamente, se uso la parola coccolone, non è affatto detto che la persona sia davvero finita in ospedale, ma si vuole esprimere lo shock e il disagio provato in quel momento.

Oppure:

Appena ha scoperto che il figlio aveva preso 4 in matematica, ha rischiato il coccolone!

Anche qui si tratta di una reazione esagerata, magari teatrale, ma in senso scherzoso.

In altri casi, però, si può usare anche con un tono più serio, magari accompagnato da un aggettivo:

Mi hanno detto che al nonno è venuto un coccolone stanotte, ma ora sta meglio.

In questo caso, il termine indica un vero e proprio problema di salute, anche se il tono resta meno crudo rispetto a dire direttamente “infarto” o “ictus”.

Insomma, il coccolone è una parola che sta a metà tra la comicità e la preoccupazione, ed è molto usata nel parlato italiano, soprattutto in contesti informali o familiari. Si capisce facilmente dal tono con cui viene detto se si sta scherzando o meno.

Forse è bene chiarire, prima di passare al ripasso del giorno, che il coccolone in questi casi non ha niente a che vedere con le coccole, sia chiaro. In altri casi possiamo dare del coccolone o coccolona a una persona che ama le coccole, ma bisogna stare attenti alla chiarezza! In questo caso è aggettivo.

Marguerite: Ragazzi, stamattina, sul treno, ho avuto un coccolone tremendo: ho letto la notizia del rincaro del carburante e adesso sto elucubrando su come farò ad arrivare a fine mese.

Albéric: Oddio, ti capisco benissimo! Anche a me frullano in testa mille pensieri su come gestire le spese con questi continui aumenti. Il mio conto in banca fa acqua da tutte le parti ultimamente.

Estelle: Già, e non c’è verso! Il governo non vuole sentire ragioni. Sembra che non si rendano conto della situazione, e ogni tanto mi viene il dubbio che facciano orecchie da mercante.

Hartmut: Eh, a volte sembra di camminare sulle uova per non far saltare tutto. Vorrei solo che qualcuno si prendesse la briga di assumere una posizione chiara e definitiva su queste questioni.

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La circospezione

La circospezione – (scarica audio)

Episodio n. 1195

Trascrizione

La parola di oggi è circospezione.

Di sicuro hai tante occasioni per utilizzarla nella vita di tutti i giorni e chissà quante volte anche tu hai avuto un fare circospetto.

Iniziamo proprio da questo.

Circospetto è un aggettivo che descrive una persona prudente, attenta, misurata nei comportamenti e nelle parole, che agisce con cautela, cercando di non esporsi troppo o di non creare problemi. Solitamente ad essere circospetto, nel linguaggio, è il comportamento, l’atteggiamento, il fare, il modo di fare; ma anche una persona può essere definita circospetta.

In altre parole, una persona circospetta valuta bene ogni cosa prima di agire o parlare, spesso per non offendere, non compromettere sé stessa, o non attirare attenzioni indesiderate.

Se una persona si comporta in modo circospetto, allora è prudente, cauta, riservata, accorta, avvenuta. Si guarda attorno. Non a caso “circo” indica proprio l’intorno, ciò che circonda la persona.

Al contrario sarebbe una persona impulsiva, avventata, spavalda, sconsiderata addirittura.

Si usa spesso quando si nota in una persona qualcosa che insospettisce, che suscita sospetto. Il sospetto ci porta alla seconda parte della parola circospetto.

Es:

Giovanni ha risposto con tono circospetto, evitando di dire troppo.

Era molto circospetto quando gli ho chiesto della sua vita privata.

Il diplomatico si mostrava circospetto durante l’intervista.

È questa la circospezione. Indica il modo di comportarsi proprio di una persona circospetta, cioè la prudenza, la cautela, la delicatezza e l’attenzione nel parlare o nell’agire.

Es:

Ha agito con grande circospezione, sapendo che ogni parola poteva essere fraintesa.

In questi casi ci vuole circospezione, non impulsività.

La sua circospezione era evidente: si guardava continuamente attorno prima di parlare.

Parlando di circospezione possiamo facilmente usare l’espressione “avere un fare“, che, come si è visto in un episodio passato, può indicare un atteggiamento di qualsiasi tipo. Dipende dall’aggettivo che segue.

Avere un fare circospetto, quindi, significa chiaramente comportarsi in modo prudente, cauto, riservato.
“Fare”, come abbiamo visto, in questo caso, indica l’atteggiamento, il modo di porsi, l’impressione che si dà, il modo di fare.

Quindi, un fare circospetto è un atteggiamento visibilmente attento e guardingo (un altro bell’aggettivo): chi si comporta così appare misurato nei gesti e nelle parole, spesso con un tono basso, lo sguardo attento, i movimenti controllati.

Entrò nella stanza con un fare circospetto, come se temesse di disturbare.

Aveva un fare circospetto e parlava sottovoce, guardandosi intorno.

Con quel suo fare circospetto, dava l’idea di sapere qualcosa che non voleva dire.

Tanto per usare qualche altra definizione, possiamo dire che in genere si usa per descrivere una persona che non vuole esporsi, oppure che teme qualcosa, o semplicemente è molto attenta e riservata.

Adesso ripassiamo.

Immaginate di stare in un bar italiano e di fare una domanda al barista. La domanda può riguardare il bar, un ordine particolare oppure una informazione qualunque. Potete immaginare anche la risposta.

Ulrike: Scusi, volevo chiederle una cosa: qui al bar siete avvezzi a servire anche caffè d’orzo freddo, oppure è un’abitudine più rara? E il barista, magari con un sorriso affabile, potrebbe rispondere: “Beh, in realtà siamo avvezzi a preparare un po’ di tutto, ma il caffè d’orzo freddo non è tra le richieste più comuni.

Estelle:
Allora, siete pronti a preparare un caffè su un letto di ghiaccio? Poi si potrebbe mettere il tutto su una torta con un po’ di liquore di mandorle. Con questo caldo della Madonna è lo stretto indispensabile per sopravvivere! Come ciliegina sulla torta ci mancava solo che si rompesse il condizionatore!

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Accadde il 22 giugno: fregiarsi, fregio e sfregio

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Accadde il 21 giugno: il verbo svenarsi e il salasso

Svenarsi e salasso

Descrizione:

Partiamo da un evento accaduto il 21 giugno di tanti anni fa per spiegare l’utilizzo del verbo svenarsi e del sostantivo salasso.

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I massimi sistemi

I massimi sistemi (ep. 1193) – scarica audio

Trascrizione

Oggi per la rubrica denominata due minuti con Italiano Semplicemente, vi parlerò dei massimi sistemi. È chiaramente una espressione idiomatica.

L’espressione spesso si presenta in questa forma: “Parlare dei massimi sistemi“, o “discutere dei massimi sistemi“.

Un’espressione solitamente usata in modo ironico, ma abbastanza misteriosa per degli studenti non madrelingua: “i massimi sistemi”.
Cosa sono? A cosa servono? E perché tutti, prima o poi, ci caschiamo, e ne parliamo? Oddio, magari non proprio tutti..

L’espressione “parlare dei massimi sistemi” viene dalla filosofia antica, in particolare da Aristotele e poi da Galileo Galilei, che in un’opera del 1632 intitolata “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” parlava dei due principali modelli cosmologici: quello tolemaico e quello copernicano. Questo però è difficile che gli italiani lo sappiano! Resta il fatto che l’espressione è molto utilizzata. Però le stelle e il cosmo non c’entrano nulla con l’uso dell’espressione oggi.

Oggi, nel linguaggio comune, “i massimi sistemi” non sono più i modelli dell’universo. Sono invece i grandi temi, le questioni fondamentali dell’esistenza, della politica, della morale, della scienza, della religione… insomma, tutto ciò che è molto teorico, profondo, spesso anche un po’ inutile da discutere quando…. quando magari si ha fame o si è in ritardo per il lavoro.

Parlare dei massimi sistemi significa quindi filosofare, astrarre, divagare su temi troppo alti per la situazione concreta in cui ci si trova. C’è sempre un po’ di fastidio quando qualcuno parla dei massimi sistemi. Magari perché si crede chissà chi, oppure perché la situazione non richiede discussioni di alto livello teorico o tecnico.

Chi parla dei massimi sistemi non è certamente consapevole di farlo. L’espressione infatti si usa per fare ironia o per polemizzare contro qualcuno.

L’espressione è quindi usata perlopiù in tono ironico, o comunque distaccato, come per dire: “Ok, stai parlando di cose importanti, ma forse stai un po’ esagerando…”

Es:
“Dai, non metterti a parlare dei massimi sistemi adesso, dobbiamo solo decidere dove andare a cena!”

Oppure:
“Ieri sera con Marco abbiamo parlato dei massimi sistemi fino alle tre del mattino: politica, giustizia, il senso della vita…”

Ultimo esempio:
“A volte mi piace fermarmi e riflettere sui massimi sistemi… poi mi ricordo che ho la lavatrice da stendere.”

Chi parla dei massimi sistemi spesso filosofeggia – come si suol dire – fa della retorica, si perde in voli pindarici, si arrovella su problemi irrisolvibili. In alcuni casi si dice anche che sta menando il can per l’aia, cioè che parla tanto per parlare.

Potete usare questa espressione per descrivere chi si prende troppo sul serio o per ironizzare su te stesso quando vuoi sembrare profondo ma stai solo cercando di evitare di lavare i piatti.

Insomma, i massimi sistemi sono lì, in alto, a fluttuare sopra le nostre teste, sempre pronti a scendere sulla tavola quando siamo a cena con amici un po’ troppo intellettuali… o un po’ troppo ubriachi.

Adesso ripassiamo con un ripasso preparato da Marcelo, direttamente dall’Uruguay.

Hartmut. Ciao raga! …sapete che con la nuova rubrica denominata “Accadde il siamo arrivati a più di 160 episodi pieni di espressioni, modi di dire, verbi e vocabolario che hanno arricchito la nostra conoscenza della lingua del Sì?

Ulrike. Si certo, e ho dovuto arrovellarmi il cervello per stare al passo con questa valanga di roba nuova!

Anne Marie: era ora di smettere di girarsi i pollici, e iniziare a fare pratica!

Rauno: Altrimenti si rischia di vincere il premio come lavativo indefesso!

Kerin: Lasciamo gli scherzi da parte, e ricordate quel proverbio che dice: guardare il fuscello del prossimo e non la trave nel proprio!

Christophe: Hai ragione, ma non dimentichiamo le altre rubriche: quella dei 2 Minuti, il linguaggio del calcio, i verbi professionali eccetera, che continuano senza fermarsi.

Edita: Certo, tra diversi siti per imparare italiano, IS è molto divertente. Te lo dico con cognizione di causa e posso dire che IS si distingue perché si fonda sulle sette regole d’oro, vere colonne portanti del metodo.

Carmen. Io direi che è un connubio perfetto tra apprendimento e divertimento. Detto ciò, i responsabili di tutto questo sono Gianni e la rosa di associati che appartengono a molti paesi diversi e che si impegnano a dare il meglio di sé. Io mi annovero tra di essi.

Julien: Amici, adesso metterei la parola fine a questo il dialogo, altrimenti contravveniamo alle regole poc’anzi citate.

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Accadde il 25 maggio: alla fine, finalmente, alla fin fine, in definitiva, infine, in fondo, da ultimo

Accadde il 25 maggio: alla fine, finalmente, alla fin fine, in definitiva, infine, in fondo, da ultimo (scarica audio)

Trascrizione

C’è una data che, forse, oggi pochi ricordano, ma che segna una tappa importante nella storia della democrazia italiana: il 25 maggio 1958. Quel giorno si tennero le elezioni politiche in Italia, le prime elezioni della Repubblica Italiana a suffragio universale dopo la firma della Costituzione.

Erano passati solo dieci anni dall’entrata in vigore della Costituzione del 1948, e l’Italia era ancora un Paese giovane, alle prese con i grandi cambiamenti del dopoguerra. La Seconda guerra mondiale aveva lasciato macerie, ma anche voglia di ricostruire, di scegliere, di partecipare.

Queste elezioni furono particolarmente importanti per due motivi. Primo, perché vi parteciparono finalmente, con pienezza di diritti, anche le donne, non solo come elettrici, ma anche come candidate. Certo, le donne avevano già votato nel 1946 per la scelta tra monarchia e repubblica, ma nel 1958, finalmente, cominciarono ad essere presenti in modo più significativo anche in Parlamento.

Ecco: finalmente è una parola molto italiana. Non si usa per concludere un discorso, ma per esprimere sollievo, gioia, liberazione.
Es:
– Finalmente le donne al Parlamento!
– Finalmente si comincia a vedere un cambiamento!

“Finalmente” non si usa mai per tragedie o eventi negativi, attenzione: dire “finalmente finì la guerra” può essere corretto anche nel senso di “alla fine”, ma in realtà si vuole trasmettere il senso di sollievo, gioia, per la fine della guerra. Invece una frase come “finalmente ci fu un attentato” suonerebbe orribile, a meno che non lo dica un criminale!

Torniamo alla nostra storia. Le elezioni del 1958 videro una grande affluenza alle urne: oltre il 92% degli italiani andò a votare. Un dato che oggi fa impressione, dopotutto (ecco un’altra parola interessante), all’epoca votare era vissuto quasi come un dovere sacro.

Dopotutto è una parola che introduce una riflessione benevola, indulgente.
Es:
– Dopotutto, gli italiani avevano ancora viva la memoria del fascismo, e volevano partecipare.
– Dopotutto, anche chi era scettico andò comunque a votare.

Le elezioni premiarono ancora una volta la Democrazia Cristiana, che ottenne il 42% dei voti. Alla fine, dunque, il sistema politico restò stabile, con un equilibrio centrato sui grandi partiti di massa.
Alla fine” è un modo più colloquiale per concludere un discorso, per raccontare l’esito di una storia, spesso con una sfumatura emotiva. Questo non è banale.
Es:
– Alla fine, la DC vinse di nuovo.
– Alla fine, i partiti minori rimasero fuori dai giochi.

Ma c’erano anche novità. Il Partito Comunista crebbe, e con lui anche il dibattito sociale. In fondo, si stava cercando un equilibrio tra modernità e tradizione, tra crescita economica e giustizia sociale.
“In fondo” non chiude un discorso, ma svela un pensiero più intimo, quasi personale.
Es:
– In fondo, anche chi votava per la sinistra voleva un’Italia migliore.
– In fondo, non era facile scegliere, in quegli anni.

Spesso funge da giustificazione:

In fondo non è così cattivo

In fondo voleva solo farti un regalo, non lo disprezzare.

Passiamo ad “Infine

“Infine” è una parola neutra: serve per chiudere una sequenza, per dire “e per ultimo”.
Es:
– Si votarono i deputati, i senatori e, infine, fu formato il nuovo governo.
– Si contarono le schede, si fecero i calcoli e, infine, si proclamarono i risultati.

Da ultimo” è più formale, adatta alla scrittura, e significa semplicemente “per ultimo”. Simile a “Per finire”, ma più formale.

“Per finire” si usa spesso nel linguaggio parlato, e introduce l’ultima osservazione.

Ma cosa possiamo dire, a conti fatti, di quel 25 maggio 1958?
Ecco, “A conti fatti” è come dire: “se consideriamo tutto”, “se tiriamo le somme”, un po’ come alla fine di un bilancio.
Es:
– A conti fatti, le elezioni del 1958 furono un successo organizzativo.
– A conti fatti, la democrazia si rafforzò.

In definitiva, si può dire che quel giorno segnò una tappa di consolidamento: il popolo italiano confermò la fiducia nelle istituzioni, aprì le porte alla partecipazione femminile, e accettò di convivere con un sistema politico complesso ma aperto.
“In definitiva” è molto razionale, perfetta per chiudere un’analisi o un ragionamento.

E per finire, passiamo a “alla fin fine”.

Questa locuzione – alla fin fine – suggerisce una riflessione profonda, una sintesi dopo aver osservato da tutti i punti di vista.

“Alla fin fine” è simile a “in definitiva”, ma ha un tono più riflessivo, più meditato. È come dire: se ci pensiamo bene, se andiamo al nocciolo della questione. È più letteraria, più pensata. Fa capire che si è scavato nella vicenda.

Dopotutto, è grazie a scelte come quella del 25 maggio 1958 che oggi possiamo raccontare la nostra storia democratica.
In fondo, anche la lingua aiuta a capire il senso di ciò che è accaduto.
Infine, queste espressioni ci aiutano a concludere, ma anche a riflettere.

Detto ciò

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Ciao core!

(ep. 1188) – scarica audio

Trascrizione

Sono molte le espressioni romanesche che hanno travalicato i confini della città e si usano oggi in tutto lo stivale.

Tra queste sicuramente figura “ciao core”.

È una esclamazione che, detto in poche parole, esprime una forma particolare di lontananza, di sarcasmo e di frustrazione allo stesso tempo.

Core, come potete immaginare, è la versione romanesca di “cuore” mentre “ciao” è chiaramente un saluto, ma è da intendere in modo figurato.

In questo senso, “ciao core” non è tanto un saluto, né un’espressione affettuosa, ma piuttosto una frase tagliente, detta quando si capisce che una persona non ci sta proprio capendo niente, o sta andando completamente fuori strada, magari anche dopo mille spiegazioni.

È come dire:

Ma dove vai? Sei lontano anni luce!

Quando fai così mi fai cadere le braccia!

Sei proprio senza speranza!

Continua pure, ma sei proprio fuori rotta

O semplicemente:

Sì, vabbe’!

Sì, ciao!

È uno sfogo ironico, che mette insieme disillusione, frustrazione e una risata amara.

Es:

Un collega propone una soluzione assurda a un problema complesso che riguarda un PC che non funziona bene: “Secondo me basta spegnere e riaccendere tutto.”
Risposta (con mezzo sorriso amaro): “Ciao core!”
Spesso si accompagna l’esclamazione con un gesto con la mano, una sorta di saluto, alzando la mano dal basso verso l’alto, con palmo della mano rivolto in su. Il gesto va ripetuto due volte.

Questo indica che la persona a cui è rivolta l’espressione “si sta allontanando”.

Es:

Un amico ti dice che dopo aver ricevuto numerosi rifiuti da una ragazza, crede di conquistarla con un comportamento infantile e afferma:

“Stanotte la chiamo alle tre di mattina, vedrai che capisce il mio amore per lei.”
Reazione inevitabile: “sì, ciao core…”

Evidentemente questo tuo amico è proprio una testa dura!

Uno studente di lingua italiana sbaglia completamente la pronuncia di una parola dopo molte spiegazioni e tentativi. Dopo l’ennesimo fallimento, il professore commenta in modo sconsolato: “Ciao core, continua così”.

Al professore pare siano cadute le braccia!

Espressioni simili (stesso tono ironico e rassegnato)

“Seee…” – allungato, con tono sarcastico.

“Se vabbè!” – per chiudere un discorso assurdo.

“Buonanotte!” – usato per dire “ormai è inutile”, in modo ironico.

“Ma de che?” – tipico romano per esprimere incredulità e disillusione.

“Ma annamo, su!” – per dire che qualcosa non sta né in cielo né in terra.

Il tono è fondamentale: “ciao core” va detto con un misto di ironia, rassegnazione e un po’ di stanchezza, come se si dicesse:
“Non c’è speranza, fai pure, ma sappi che sei completamente fuori strada.”

Potete star certi che in tutt’Italia si usa e si comprende questa esclamazione. È chiaramente informale e colloquiale. Non la usate in occasioni formali o con persone che non conoscete, mi raccomando!

In realtà si usa anche in modo diverso, quando non si vuole più avere a che fare con una persona, che sia un collega, un amico, un fidanzato o una fidanzata. In quest’ultimo caso il “ciao core” esprime un legame affettuoso che finisce in modo brusco, perché evidentemente si è raggiunto un livello non più sopportabile da chi pronuncia l’espressione.

Es:

Dopo l’ennesimo tradimento, Giovanni mi aveva promesso fedeltà e sembrava veramente pentito. Poi un bel giorno ho trovato la sua camicia sporca di rossetto. E allora gli ho detto: ciao core!

A proposito di relazioni, ripassiamo un po’ parlando del rapporto uomo-donna.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela dalla CinaAngela: Io dico solo che, quando si tratta di comunicazione, molti uomini sono restii a mettersi davvero in gioco. Parlano poco in generale e chi lo fa sbaglia. salvo poi accusare il colpo quando li metti a posto con due parole.

Hartmut dalla GermaniaHartmut: Sarà pure così, ma non è che tutte le donne debbano essere sempre creature accondiscendenti e di buon senso: quindi a forza di sopportare spesso e volentieri, sanno sfoderare ripicche con i fiocchi!

ULRIKEUlrike: Appunto, ma non facciamo di tutta l’erba un fascio. Mica sono così diversi poi uomini e donne. Il pretesto della “diversità biologica” è un’ipotesi peregrina.

marceloMarcelo: io sarei di diverso avviso: è una faccenda di aspettative sociali più che di natura, e finché non mettiamo a punto un nuovo modo di relazionarci, stiamo freschi!

Ulrike:
E dire che una volta bastava poco per sentirsi complici… ora pare che chicchessia debba passare per un manuale d’istruzioni prima di azzardare un complimento, o rischia di finire nel mirino! Che tempi!

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Avere del

(ep. 1187) – scarica audio

Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di una locuzione tanto curiosa quanto affascinante: “avere del”.
Alla fine dell’episodio scoprirete che è qualcosa che non ha dell’incredibile, ma vi sarà sicuramente utile nelle vostre conversazioni quotidiane, soprattutto se volete enfatizzare un concetto.

Un altro esempio, anzi più di uno:

Questo tuo comportamento ha del ridicolo!

La tua teoria ha del geniale.

Cosa significa questo “avere del”?

In questi esempi, “avere del” è un modo un po’ teatrale, quasi drammatico, di esprimere che qualcosa sfiora, si avvicina, ha i tratti caratteristici di qualcosa di straordinario.

Non si afferma direttamente che lo sia, ma ci va molto vicino.

Vediamo:

“Ha dell’incredibile” = È quasi incredibile. Può sembrare incredibile, sembra avere le caratteristiche di qualcosa di incredibile.

“Ha del clamoroso” = È piuttosto clamoroso.

“Ha del ridicolo” = È sul limite del ridicolo.

È un’espressione molto usata nel linguaggio giornalistico e nel parlato più enfatico, quello che si usa per sorprendere o scandalizzare un po’ l’ascoltatore.

Una partita ha dell’epico,
una reazione ha del folle, una vittoria ha del clamoroso.

Ma attenzione! Questo “avere del” non è lo stesso che troviamo in espressioni come:

Ho del vino in cantina

Hai del tempo domani?

Lui ha del potenziale inespresso

In questi casi, “del” indica una quantità indefinita di qualcosa:

del vino = un po’ di vino
del tempo = un po’ di tempo

Niente a che vedere col significato quasi metaforico e qualitativo dell’uso di prima.

Confrontiamo:

“Questo artista ha del talento” può voler dire che ha un po’ di talento, ma se detto in tono enfatico: “Ha del geniale!”, allora è chiaro che stiamo usando la locuzione metaforica:
non diciamo che ha un po’ di genialità, ma che sfiora il genio. Al limite potrei dire che “ha qualcosa di geniale”.

Per chi ama la grammatica: in quest’ultimo caso, “del” introduce un sostantivo astratto (clamoroso, ridicolo, ecc.), usato senza articolo (c’è già la preposizione articolata) e funziona quasi da aggettivo per descrivere in modo valutativo una situazione o un comportamento.

Notate come solamente “del” Si può usare, e non della, degli, delle, eccetera. La struttura è fissa. Si comporta quasi come una formula.

Ad esempio, si può dire:

Ha del romantico.
Ma non: Ha della romantica, né Ha dei romantici.

Perché proprio il maschile singolare? È una questione di grammatica storica e stilistica: il maschile singolare è percepito come più generico, più astratto. Lo so, la lingua italiana è decisamente maschilista da questo punto di vista.

Quando diciamo che qualcosa “ha del magico”, non stiamo parlando di “una cosa magica” in particolare, ma di una qualità indefinita, evocativa. C’è qualcosa che mi fa pensare alla magia.

Invece notate come nell’altro uso di “avere del” possiamo usare anche altre preposizioni.

Es:

Hai delle scarpe da prestarmi?

Ho della marmellata in frigo

Eccetera.

Un membro dell’associazione (parlo di Ulrike) ha osservato che la locuzione “sapere di” è simile a “avere del” e ha chiesto se in effetti le due locuzioni siano vicine o addirittura intercambiabili.

Grazie per l’osservazione Ulrike. Io direi che possono sembrare vicine e un po’ lo sono anche, ma differiscono per natura espressiva e registro linguistico, e raramente sono del tutto intercambiabili.

Vediamo: “Sapere di” è una locuzione usata in senso figurato, non letterale, si riferisce a impressioni soggettive, spesso con un tono più suggestivo o allusivo. Non a caso “sapere di” richiama il sapore (es: questa caramella sa di arancia).

In senso figurato il sapore diventa una sensazione in generale. Quindi può trasmettere anche un leggero giudizio o sospetto.

Esempi:

Il suo gesto sa di vendetta.

Questa decisione sa di disperazione.

Il suo silenzio sa di complicità.

Il tono è più intuitivo, percettivo, psicologico. Si usa sia scritto che parlato, ma più comune nel linguaggio letterario, giornalistico, o riflessivo. Spesso si aggiunge “mi”, (se parlo della mia sensazione) soprattutto nel linguaggio informale e parlato. Es:

Il suo silenzio mi sa tanto di complicità.

È la sensazione che si prova. Secondo me c’è complicità. È la mia sensazione.

Avere del”, d’altro canto, come detto, esprime qualcosa che sfiora una qualità o si avvicina a una caratteristica evidente, ma senza affermarla pienamente.
Ha spesso una connotazione enfatica, drammatica, e più oggettivante.

Esempi:

Il suo comportamento ha del ridicolo.

Questa mossa politica ha del geniale.

Il suo atteggiamento ha del provocatorio.

È più teatrale, intellettuale, giornalistico e si usa soprattutto nello scritto enfatico, o nel parlato abbastanza colto.

Vi propongo un altro esempio per confrontare le due locuzioni:

Recentemente il suo comportamento sa di vanitosità

Recentemente il suo comportamento ha del vanitoso

Entrambe le frasi sono corrette, ma con sfumature diverse:

“Sa di vanitosità”, suggerisce un’impressione soggettiva, un sentore. È come dire: “Mi dà l’impressione di essere vanitoso”.

“Ha del vanitoso”, afferma con più decisione una somiglianza alla vanità, quasi la sfiora, e ha un tono più critico o analitico.

Concludendo, in certi casi si possono usare entrambe, ma il tono cambia.

“Sapere di…” è più subdolo, percezionale.

“Avere del…” è più scenografico, quasi oggettivo.

Chiudiamo l’episodio con una frase ad effetto:

Il modo in cui alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente parlano italiano…
ha del fenomenale! Questa mia frase comunque potrebbe sapere di ruffianeria!

Ripasso episodi precedenti:

Christophe: tra i luoghi sperduti d’Italia, a me vanno a genio i borghi dell’Umbria. Ci sono panorami con la P maiuscola.

Marcelo: Io l’estate scorsa ho scoperto un paesino in Basilicata che non c’azzecca niente con il turismo di massa, ed è stato come entrare in un’altra epoca.

Anne Marie: Io ci sono finita per sbaglio, ma non si direbbe quanto sia affascinante la costa del Molise: zitta zitta, ti entra nel cuore.

Julien: E vuoi mettere i monti della Carnia sulle Alpi orientali? Laggiù la natura, a suo modo ti parla, anche se una volta ho corso il rischio di perdermi.

Angela: La sai lunga tu! Beato chi ci capita in certi posti.

– – –

Spiegazione del ripasso:

Luoghi sperduti: si riferisce a posti lontani, isolati, poco conosciuti o difficili da raggiungere. Spesso sono piccoli paesi fuori dalle rotte turistiche principali.

Mi vanno a genio: è un modo di dire per dire che qualcosa piace molto, che è proprio nelle proprie corde.

Panorami con la P maiuscola: significa che i paesaggi sono talmente belli da meritare rispetto, quasi come se la parola “panorama” dovesse essere scritta con la maiuscola per sottolinearne l’importanza.

Non c’azzecca niente: è un’espressione informale che significa “non ha nulla a che fare con” o “è completamente diverso da”. In questo caso, il paese non ha nulla a che fare con i luoghi affollati e commerciali tipici del turismo di massa.

Non si direbbe: significa “non lo si immagina”, “non ci si aspetterebbe”.

Zitta zitta: è un modo di dire per indicare qualcosa che agisce in modo silenzioso, discreto, senza farsi notare subito, ma che poi sorprende.

Vuoi mettere…?: è una domanda retorica, usata per dire “secondo me non c’è paragone”, come a dire che quello che sta per nominare è meglio di tutto il resto.

La natura, a suo modo, ti parla: è una frase che esprime l’idea che in certi luoghi la natura comunica emozioni, sensazioni, anche senza parole.

Ho corso il rischio di perdermi: significa che ha rischiato davvero di non ritrovare la strada, probabilmente perché la zona era selvaggia o poco segnalata.

La sai lunga: è un’espressione che si usa per dire che qualcuno ne sa tante, che ha molta esperienza o conosce cose che gli altri magari ignorano. A volte si dice anche con un tono un po’ scherzoso.

Beato chi ci capita: significa “fortunato chi riesce a passare o a visitare posti del genere”. “Beato” qui vuol dire “fortunato”, “invidiabile”

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Uso di “Ce ne” per esprimere quantità con enfasi

Uso di “ce ne” e “ne” (ep. 1185)(scarica audio)

Trascrizione

Ciao a tutti e benvenuti!

Oggi vediamo insieme un’espressione molto usata dagli italiani, specialmente quando vogliono sottolineare una quantità rilevante, o un livello elevato di qualcosa. In generale si può usare per evidenziare qualsiasi cosa di esagerato.
Parliamo dell’uso di “ce ne”.

Ne abbiamo parlato altre volte, ad esempio nell’episodio dedicato a “ce ne vuole” e anche in quello dedicato a “ce ne fossero“. Riguardo alla singola particella “ce”, non dimentichiamo poi l’episodio dedicato, che risale al 2017.

L’episodio di oggi è vicino al primo di questi tre episodi.

Vediamo cosa intendo per utilizzo nel caso di esagerazione e quantità:
Es:
Ce ne manca ancora di tempo alla riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente!

Qui l’idea è che “ce ne” anticipa una quantità non specificata ma rilevante, grande. In questo caso parliamo di tempo che manca alla riunione dei membri, che sarà a settembre e si terrà in Umbria.

Ce ne manca di tempo! = manca ancora tanto tempo!
Versione neutra o meno enfatizzata:
Manca ancora molto tempo.
Altro esempio:

Ce ne sono di ragazze da queste parti!

Qui “ce ne sono” mette l’accento sulla quantità. È come dire: “altroché se ce ne sono!”.
Versione meno enfatica:

Ci sono molte ragazze qui.

Quella con “ce ne” spesso può assumere la forma di una domanda retorica quasi a chiedere una conferma a qualcuno.

Es:
Certo che ce ne vuole di pazienza per sopportarti! No?

Cioè: ne serve davvero tanta!
Versioni neutra:
Serve molta pazienza.

Ce n’è di gente al mare oggi!

Cioè: c’è tantissima gente!

Versione neutra: c’è tanta gente al mare!

Insieme, “ce ne” si usa quindi per introdurre con forza la quantità di qualcosa, prima del verbo.

Ce ne sono di problemi in quella famiglia!

Sottintende: molti e seri!

Versione neutra: Ci sono molti problemi in quella famiglia.

Ce ne vuole di coraggio per fare una cosa del genere!

Cioè: ci vuole tantissimo coraggio.

Versione neutra: Serve molto coraggio per fare una cosa del genere.

Ce n’è di traffico oggi!

Cioè: ce n’è tantissimo, troppo!

Versione neutra: C’è molto traffico oggi.

Ce ne metti di tempo a rispondere ai messaggi, eh!

Allude ironicamente al fatto che ci metti tanto tempo.

Versione neutra: Impieghi molto tempo a rispondere ai messaggi.

Vediamo adesso:
Eh sì, ne hai di fantasia!
Ne hai tanta, magari anche troppa!

Non vi sarà sfuggito che stavolta manca la particella “ce”.

“Ne” a volte da sola può bastare, dipende dal verbo che segue e se si parla in modo impersonale o meno. Ci sono casi in cui si usano entrambe le forme, anche se non ci sarebbe bisogno di “ce”.

Es:
Ce ne metti di tempo a rispondere ai messaggi, eh!
Ne impieghi di tempo a rispondere ai messaggi, eh!

Ce ne vuole di tempo!
Ne serve di tempo!
Ne occorre di tempo!

Ce ne manca di tempo ancora!

Ne manca di tempo ancora!

Ne hai di coraggio, eh!
(ce) ne metti di parmigiano sulla pasta tu! Non ti farà male?

Certo che ne mangi di carne tu!

Avrete notato anche che spesso la frase inizia con “certo che…“.

Questo serve a rafforzare ulteriormente il tono, dando un tocco di sorpresa, ammirazione, incredulità o anche rimprovero.
Oppure serve per far suonare l’esclamazione più viva.

Certo che ce ne vuole di pazienza con te!

Certo che ne hai di fantasia!

Certo che ce ne sono di persone strane al mondo!

“Certo che…” qui non significa davvero “è sicuro che…”, ma è più un modo per introdurre un commento colpito, ironico, a volte anche un po’ critico.

Quindi, la prossima volta che vuoi dire che qualcosa abbonda o che scarseggia, puoi farlo usando questa forma, con “ne” o “ce ne” , a seconda del caso. Provateci, fa molto italiano!

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Sapete che tra due giorni inizia il conclave per eleggere il nuovo pontefice? Speriamo che esca presto la fumata bianca! Comunque io so chi vincerà!

Estelle: Meglio non iniziare a far nomi già da adesso perché quando si comincia a pontificare senza cognizione di causa si rischia di passare il segno.

Anne Marie: Facciamoci il segno della croce comunque, perché ci manca poco. I politici cominciano già a esprimere preferenze e questo non è un buon segno per niente.

Julien: infatti, non dico che da qualche parte vorrebbero eleggere un papa guerrafondaio ma poco ci manca!

Ulrike: Io, intanto, smanetto con Twitter per capire cosa bolle in pentola, ma questa elezione è tutto un programma!

Khaled: Sfido io! Con questi chiari di luna in tutto il mondo! Con tutto che Papa Francesco si è speso profusamente in appelli alla pace.

Angela: Vedremo. Poi noi a bocce ferme potremo commentare.

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Il verbo combinare

Il verbo combinare – (ep. 1184) (scarica audio)

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Trascrizione

Cari amici di Italiano Semplicemente, oggi parliamo di un verbo che si usa moltissimo: il verbo combinare!

Già dal suono capiamo che c’entra qualcosa con l’unione, con il mettere insieme. E infatti, “combinare” significa proprio “mettere insieme”.

Ma attenti, perché questo verbo è come un attore: ha tanti ruoli diversi. Vediamoli uno per uno, con esempi, ovviamente.


1. Combinare = mettere insieme

Questo è l’uso più “innocente” del verbo.

  • Giovanni e Marcelo hanno dovuto combinare bene tutti gli appuntamenti, altrimenti rischiavano di accavallarli.

Qui “combinare” è usato nel suo senso organizzativo e armonizzante: mettere insieme le cose in modo ordinato, senza creare confusione o sovrapposizioni. Il verbo “accavallare” è perfetto come controparte: vuol dire mettere una cosa sopra un’altra, in questo caso appuntamenti sovrapposti, un classico da agenda impazzita! Esempio alternativo:

Se non avesse combinato bene gli orari, Giovanni si sarebbe trovato a parlare con due persone contemporaneamente… e magari in due lingue diverse!

Altro esempio:

La combinazione dei colori usata non è di mio gradimento.

Qui invece “combinazione” è un sostantivo e si riferisce all’accostamento, cioè come i colori sono stati messi insieme.
È un uso molto comune in ambito estetico, nel design, nella moda. E sì, anche quando ti fanno indossare quella camicia a fiori gialla su pantaloni verdi…

In questi casi si usa anche abbinare.

Possibile alternativa:

Chi ha scelto questa combinazione cromatica? Era bendato forse?

Insomma, quando unisci cose diverse in modo possibilmente armonico, stai combinando.

2. Combinare = organizzare

Quando gli italiani organizzano qualcosa, “combinano”

Hai combinato tu l’incontro tra Angela e Albéric? Che bel colpo!

Frase perfetta e molto naturale! Qui “combinare” è usato nel senso di organizzare un incontro (in modo quasi strategico), ed è anche leggermente ammiccante, come se tra Angela e Albéric potesse esserci qualcosa di più… magari un interesse comune… magari qualcosa di romantico?

Il finale “Che bel colpo!” rafforza l’idea che l’incontro sia stato ben riuscito o addirittura astuto, come se fosse stato un colpo da maestro.

Insomma, sembra quasi che tu abbia fatto da cupido diplomatico!

3. Combinare = fare un guaio
Combinare si usa anche per dire che hai fatto un pasticcio, un disastro, un errore!

Cosa hai combinato stavolta?

Frase classica da mamma, insegnante o collega esasperato.

Giovanni ha combinato un disastro con il muretto del giardino! Ora l’inferriata è legata con la corda…

Abbiamo combinato un bel casino con le foto del calendario di marzo. Abbiamo messo la bandiera sbagliata!

4. Combinare = ottenere un risultato (o no)

In questo senso, spesso in frasi negative:

Non ho combinato nulla oggi!

Giornata Improduttiva.

Alla fine, con quel progetto non si è combinato niente.

Un modo più elegante ma sempre informale per dire: tutto inutile, un buco nell’acqua!

Ci sono poi alcune espressioni tipiche. Es:

Ne ha combinata un’altra delle sue!

Cioè: l’ha fatta grossa di nuovo. Evidentemente questa persona è solita combinare guai.

Questa è un’altra frase tipica:

Non combinare guai!

Cioè: stai buono! Non fare pasticci.

C’è anche:

Combinare un matrimonio

Cioè organizzare un’unione, alla vecchia maniera!

Spessissimo si può usare anche il verbo fare. Non cambia il significato:

Combinare/fare guai

Combinarne/farne di tutti i colori

Combinarne/farne di cotte e di crude.

Hai combinato/fatto un casino.

Ho combinato/fatto un affare.

A volte il verbo si usa anche con l’ausiliare essere e ha un significato del tutto particolare, molto colloquiale e spesso ironico. In questo caso, “essere combinato” è uno stato, non un’azione, e funziona come un aggettivo, proprio come dire “sei messo male” o “sei conciato così così”.

Es:

Come sei combinato oggi! Hai i capelli da tutte le parti e due calzini spaiati!

Cioè: Sembri uscito da un uragano!

Dopo la festa eri proprio combinato male…

Avevi un aspetto distrutto, disordinato, magari anche un po’ ubriaco!

Sei combinato proprio bene: tutto elegante e profumato! Dove vai, a un matrimonio?

Qui usato ironicamente al contrario, per sorprendersi di un aspetto curato.

Infine fate attenzione al genere nel participio passato!

  • Ne ho combinata una grossa!
  • Maria ne ha combinata una delle sue!

Si usa “combinata” perché si sottintende “una cosa” (femminile).

Qualche esempio per chiudere:

  • Il collega Paravati ha combinato un incontro con l’ambasciatrice. Poi ha dimenticato di andarci. Classico!
  • Angela ha combinato un guaio col foglio Excel: adesso i conti tornano… ma in lire, non in euro.
  • Ulrike ha combinato un bel casino per la cena dell’associazione: nessuno ha capito dove fosse il ristorante!
  • Giovanni voleva solo sistemare la casa, ma ha combinato un pasticcio che non vi dico.

Facciamo un piccolo quiz finale (per ripassare giocando!)
Completa le frasi con la forma giusta di “combinare”:

  1. Stamattina ho _______ un disastro in cucina: il caffè è finito nel cassetto delle posate!
  2. Che cosa hai _______ ieri con quei file audio?
  3. Speriamo di _______ qualcosa di buono per l’incontro di settembre.
  4. Ne abbiamo già _______ abbastanza, adesso stiamo buoni!

Soluzioni:

  1. ho combinato
  2. combinato
  3. combinare
  4. combinate

Adesso un bel ripasso di qualche episodio passato. Senza combinare casini, mi raccomando!

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Hartmut: mi metto subito all’opera senza aspettare nessun altro associato, col timore di camminare su un crinale pericoloso se venissi criticato.

Marcelo: quando il capo chiama, nessuno può fare a meno di darsi da fare. C’è una rosa di amici che fa parte della nostra associazione pronta a dare il proprio contributo. Poi Gianni dovrà combinarli nel modo giusto.

Karin: a me sembra che qualcuno abbia oltrepassato il segno pensando di fare tutto il ripasso da solo. Alludo a Hartmut se non si fosse capito.

Christophe: io sono disposto a correre il rischio di combinare un guaio, ma non posso farne a meno di partecipare. Per me si tratta di un imperativo categorico.

Julien: anch’io devo dire la mia! Questo dei ripassi è un modo per spronarci a non dimenticare ciò che abbiamo imparato e a ricordare le sette regole d’oro che i più sicuramente ricordano.

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Accadde il 9 aprile: e quindi uscimmo a riveder le stelle

E quindi uscimmo a riveder le stelle (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente della rubrica “accadde il”. Oggi però dovrei togliere una “d” perché l’episodio si riferisce alla giornata Odierna: 9 aprile 2025.

Oggi, 9 aprile 2025, Re Carlo d’Inghilterra entra nel parlamento italiano (è la prima volta per un re/regina d’Inghilterra). Ha fatto anche un bel discorso, in parte proprio in lingua italiana, e ha pronunciato, in chiusura, questa frase: E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Com’è da interpretare? Perché l’ha pronunciata? Per fare bella figura? Per omaggiare l’Italia? Vediamo.

La frase “E quindi uscimmo a riveder le stelle” è uno dei versi più celebri della Divina Commedia di Dante Alighieri, esattamente l’ultimo verso dell’Inferno (Canto XXXIV, verso 139).

È un momento di grande potenza simbolica: dopo un lungo e oscuro viaggio attraverso l’inferno (ricordate la selva oscura?), Dante e Virgilio risalgono faticosamente fino a tornare alla luce del cielo stellato.

Quel “riveder le stelle” è il segno della speranza, della rinascita, della salvezza dopo le tenebre. L’aggettivo “oscuro“, è importante dirlo, viene spesso usato per descrivere un periodo storico negativo, ed oggi ne stiamo vivendo uno direi abbastanza oscuro.

Allora oggi, re Carlo III d’Inghilterra, durante il suo storico discorso al Parlamento italiano, quando ha citato questo verso, lo ha fatto anche per sottolineare la speranza e la forza del legame tra Regno Unito e Italia, e soprattutto direi per dare un messaggio di fiducia verso il futuro, evocando l’immagine di un’uscita comune dalle difficoltà, da questo periodo oscuro, verso una nuova luce.

È stato anche un richiamo colto e potente alla cultura italiana; anche un omaggio naturalmente, ma anche un modo elegante per connettere passato e presente, letteratura e politica, emozione e diplomazia.

Quel “quindi” è molto adatto a dare una linea di separazione più netta tra passato e futuro, tra prima e dopo, tra l’oscurità e la luce. Molto di più rispetto alla sola “e” (e uscimmo a riveder le stelle) oppure a “e così uscimmo a riveder le stelle” (ci sarebbe il senso di qualcosa di ovvio, di normale) e anche rispetto a “e poi uscimmo a riveder le stelle”. In quest’ultimo caso si trasmette un senso di continuità, cioè l’esatto opposto rispetto a “quindi“, che porta con sé un senso di conclusione inevitabile di quanto è accaduto prima, e di passaggio quasi solenne alla fase successiva.

Il verbo “rivedere” è molto interessante, soprattutto in questo contesto poetico.
Non significa semplicemente “vedere di nuovo”, (es: quando ci rivediamo? Ci rivediamo domani), in senso meccanico, ma può avere, come in questo caso, una sfumatura più profonda: è il tornare a godere della vista di qualcosa che ci era mancato.

Nel caso di Dante, “riveder le stelle” non è solo un’azione visiva: è un’esperienza emotiva, un ritrovare la speranza dopo l’oscurità.

La scelta di non scrivere “vedere” ma “rivedere“, per Dante, è importantissima, perché sottolinea la separazione temporanea dalla luce e il gioioso ritorno.

Allo stesso modo, re Carlo III ha citato questa frase proprio per evocare questa idea: non solo vedere la luce, ma rivederla, tornare a vederla dopo un periodo difficile, di incertezze o di distanza, e farlo insieme (noi uscimmo).

È un invito alla speranza condivisa, a una nuova fase luminosa nelle relazioni fra i popoli.

Inoltre, vi faccio notare anche la costruzione “a riveder le stelle” — con la e finale mancante (tipico della poesia), che rende il ritmo più fluido e immediato. Anche questo contribuisce alla musicalità e alla forza evocativa del verso.

Poi Dante usa il passato remoto: uscimmo. “Uscimmo” è la forma del verbo “uscire” al passato remoto, coniugato alla prima persona plurale (noi). Significa, come detto, “noi uscimmo”, cioè “noi siamo usciti” o “noi fummo fuori”.

Il passato remoto, usato nella letteratura italiana classica, è spesso impiegato per eventi che si riferiscono a un passato che è remoto, appunto, cioè passato da molto tempo, o per dare un tono più solenne al racconto, come nel caso della “Divina Commedia”.

Infine, l’uso della preposizione “a” come lo vedete?

Dante avrebbe anche potuto usare “per” (per riveder le stelle) ma indubbiamente con “a” la frase suona meglio, e inoltre, potrei aggiungere che l’uso di “per” avrebbe enfatizzato troppo l’idea di scopo o finalità (ossia, l’uscita dall’Inferno sarebbe stata motivata dal desiderio di vedere di nuovo le stelle, con una connotazione di scopo un po’ troppo pratico e diretto). Allora meglio usare “a”, che in questo caso conferisce una dinamicità e un senso di movimento verso un luogo che è tanto fisico quanto metafisico, come se l’uscita dall’Inferno fosse anche un viaggio verso una rivelazione o una meta più alta.

Insomma, considerando la brutta situazione che il mondo sta vivendo in questo momento, speriamo che un giorno, parlando di questo periodo oscuro che stiamo vivendo, potremmo anche noi dire “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

I dazi – ripasso dei recenti episodi

I dazi (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente all’interno della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”. Trattasi di un episodio di ripasso. Parliamo dei dazi, argomento talmente alla moda recentemente che anche noi, non possiamo non parlarne. Vediamo qualche frase in cui userò le ultime cose imparate insieme.

1. Avere il polso della situazione — Per imporre dazi efficaci, bisogna avere il polso della situazione e conoscere bene le dinamiche internazionali.

2. Ove mai— Ove mai l’Europa rispondesse con nuovi dazi, la tensione commerciale salirebbe alle stelle.

3. Andirivieni — L’andirivieni di accuse tra Stati Uniti e Cina sui dazi sembra non avere fine.

4. Bruscolini — Per Trump, i dazi miliardari non sono bruscolini, ma armi strategiche.

5. Rispondere per le rime — L’Unione Europea ha deciso di rispondere per le rime ai dazi statunitensi sul vino.

6. Non stare in piedi— La giustificazione dei dazi americani sull’acciaio europeo proprio non sta in piedi.

7. Dare in pasto— Trump ha dato in pasto ai suoi elettori la narrazione dei dazi come soluzione a tutti i mali.

8. Il viterbese — Anche il viterbese produttore di nocciole teme le ripercussioni dei dazi americani.

9. Il casertano esportatore di mozzarella è finito nel mirino dei dazi USA.

10. Prova e riprova— Prova e riprova, Trump ha convinto il Congresso a sostenere nuovi dazi sulla Cina.

11. Il siparietto— Il siparietto tra il presidente e il ministro del commercio ha lasciato intendere nuove tariffe in arrivo.

12. Il teatrino — Il teatrino dei negoziati sui dazi sembra fatto apposta per confondere l’opinione pubblica.

13. Non ho capito io!— Ma non ho capito io! I dazi non dovevano proteggere i nostri prodotti?

14. L’impossibile — Stanno facendo l’impossibile per evitare una guerra commerciale totale.

15. La qualunque— Trump sarebbe disposto a mettere dazi su “la qualunque”, pur di dare un segnale forte.

16. Chiamarsi fuori — Alcuni Paesi europei cercano di chiamarsi fuori dalla battaglia dei dazi.

17. Dare forfait— La delegazione cinese ha dovuto dare forfait all’ultimo round di trattative.

18. Il discrimine — Il discrimine tra protezionismo e ritorsione è ormai sottilissimo.

19. La discriminante — La provenienza dei prodotti è diventata la discriminante per l’applicazione dei dazi.

20. Distinguersi per— Trump si è sempre distinto per la sua politica aggressiva sui dazi.

21. Essere in rotta di collisione— USA e UE sono ormai in rotta di collisione per la questione dei dazi tecnologici.

22. Uno spaccato— La disputa sui dazi offre uno spaccato delle tensioni geopolitiche attuali.

23. Coincidere — Gli interessi dei produttori americani coincidono con la politica dei dazi di Trump.

24. Combaciare — Le promesse elettorali di Trump combaciano perfettamente con l’aumento dei dazi.

25. Coincidenza — Che coincidenza: proprio prima delle elezioni sono stati annunciati nuovi dazi!

26. Scalo — Lo scalo portuale di Shanghai è congestionato dai container bloccati dai dazi.

27. Crinale — La politica dei dazi si muove su un crinale pericoloso tra protezionismo e isolamento.

28. Andazzo — Con l’andazzo attuale, i dazi rischiano di diventare la norma nel commercio globale.

29. Tenere botta— L’industria europea cerca di tenere botta nonostante i dazi americani.

30. Tenere duro— I produttori italiani decidono di tenere duro di fronte ai dazi USA.

31. Chi di dovere— Chi di dovere dovrebbe intervenire per evitare l’escalation dei dazi.

32. Chi so io— Se i dazi non verranno ritirati, chi so io non resterà a guardare.

33. L’imperativo categorico— Per Trump, l’imperativo categorico è difendere l’economia americana con i dazi.

34. Per il rotto della cuffia — L’accordo è stato raggiunto per il rotto della cuffia, evitando nuovi dazi.

35. La rosa — La rosa dei Paesi colpiti dai dazi si allarga ogni giorno di più.

36. I più— I più non avrebbero creduto, prima delle elezioni, che Trump si sarebbe spinto fino al punto di farsi baciare il sedere..

37. Temporale — Sembra un temporale passeggero, ma i dazi potrebbero lasciare danni permanenti.

38. Temporaneo — L’esenzione dai dazi concessa all’Europa è solo temporanea.

39. Metti che… — Metti che la Cina alzi i dazi sulle auto americane: sarebbe il caos.

40. Il motivo del contendere— Il motivo del contendere sono i dazi sul settore tecnologico.

41. Il pomo della discordia — I dazi sul vino francese sono diventati il pomo della discordia nelle relazioni transatlantiche.

42. Il connubio — Il connubio tra protezionismo e retorica patriottica alimenta la politica dei dazi.

43. Destare — L’annuncio di nuovi dazi ha destato preoccupazione tra gli esportatori.

44. Metterci il carico da 11 Dopo le prime tariffe, Trump ci ha messo il carico da 11 con dazi aggiuntivi.

45. Il coacervo — La questione dei dazi è solo un tassello del coacervo di tensioni internazionali.

46. Specificamente — I dazi colpiscono specificamente i settori dove gli USA vogliono rafforzarsi.

47. Specificatamente — Le tariffe sono state pensate specificatamente per penalizzare le importazioni cinesi.

48. Pensare bene di… — Trump ha pensato bene di rilanciare la guerra dei dazi a ridosso delle elezioni.

Bene, spero che il messaggio sia arrivato a destinazione. Il messaggio è che ogni espressione o verbo o locuzione o parola particolare che trovate su italiano semplicemente potete usarla parlando di qualsivoglia argomento. Basta un po’ di fantasia.

Alla prossima!

Briscola e Mister X (2° episodio di ripasso)

Briscola e Mister X (2° episodio di ripasso)

audio in preparazione

Trascrizione

Briscola e mister X

In questo episodio, ripassiamo qualche episodio passato, appartenenti prevalentemente alla rubrica “accadde il...”. Lo facciamo facendo un po’ di ironia e di immaginazione.

C’era una volta, in una galassia lontana lontana (direi oltreoceano!) un presidente intergalattico di nome “Briscola”, seduto sul suo “scranno” dorato, orbitante attorno alla galassia denominata recentemente “io so io e voi non siete un dazio”.

Un giorno, Briscola annunciò che avrebbe messo in atto duri provvedimenti con dazi pesanti sui prodotti provenienti dai pianeti più lontani, come il vino di Saturno e lo champagne di Venere.

Con i dazi, per tutti sono ca…i” amava dire Briscola. Accanto a lui, mister X osservata divertito (Per la cronaca, tutti lo chiamavano mister K, dove K sta per Ketamina, la sua passione).

Mente parlava in pubblico qualcuno commentava:
“Ha detto dazi o ha detto ca…?”

Insomma, c’era anche chi capiva fischi per fiaschi.

Gli esseri terrestri devono bere solo il nostro champagne!” proclamò, mostrando i denti con un sorriso da gradasso, orgoglioso come un “partenopeo” abituato a comandare in un regno di stelle.

Il giorno dopo, però, il suo piano galattico sembrò essere messo in discussione da lui stesso. I prodotti provenienti da Venere, inclusi gli champagne venusiani, non sarebbero stati toccati dai dazi. Questo almeno recitava una circolare intergalattica che smentiva il decreto del giorno precedente. Ma come, Briscola aveva cambiato idea?

Ah, “eppur si muove” commentò qualcuno nel suo staff, vedendo la sua politica andare e tornare come una navetta spaziale che gira in tondo senza mai arrivare a destinazione.

Dall’altra parte della galassia. Le astronavi elettriche di Mister X, prodotte sulla luna, sono state appena soppiantate  da quelle alimentate a Ketamina, che erano però al centro di una discussione accesa. Briscola prima era per le astronavi a scoppio, poi è diventato improvvisamente a favore anche di quelle lì. Chi ci capisce è bravo!

Briscola, però, non si fermò.

Quando si trattò di imporre dazi sui prodotti provenienti da Saturno, come sulle famose “rose di Saturno” (un vino raro di cui i briscoliani andavano matti), sembrò pronto ad attraversare il Rubicone interstellare. La sua politica assunse toni sempre più pessimistici, come se ogni stella nel cielo fosse una minaccia.

Nonostante le contraddizioni, Briscola continuava a giocare la sua partita: un carico da 11 messo di qua, un altro di là, senza mai sapere se il prossimo colpo sarebbe stato vincente o perdente. Ogni dichiarazione, infatti, sembrava un’ulteriore carta giocata senza troppa riflessione sul futuro, come se non ci fosse un domani, lasciando il destino dell’intera galassia in bilico, come in una mano di carte dove il mazzo è continuamente mischiato.

Quando si parlava dei dazi sui meteoriti provenienti da Urano, Briscola annunciò che avrebbe risolto la questione “in modo definitivo”, non come il governo precedente, che sin dal famoso attacco ai pianeti gemelli dell’11 settembre 3056, causò una sequela di guerre interminabile.

Poi però cambiò idea come se avesse pescato una carta sbagliata. “Non ho mai detto questo! Così è se vi pare,” dichiarò con un’alzata di spalle.

La sua politica sembrava sempre più come un moto continuo di atti e provvedimenti senza fondamento, in balia di scelte rapide e incoerenti. L’ultima sua trovata è fare di Giove un’oasi per ricchi, con addirittura la carta igienica prodotta con ex monete ucraine! (un pianeta ormai scomparso da tempo). Questo almeno è quanto battuto dalla agenzie di stampa stamani.

La sua squadra osservava, incredula, mentre Briscola si lanciava in una nuova dichiarazione dopo l’altra. “Chi semina vento, raccoglie tempesta” si iniziava a vociferare nella stanza dei bottoni.

Qualcuno si sbottonava di più, fino a paventare una rivolta popolare, mentre il gioco continuava. Era un continuo andirivieni di cose dette e smentite: un giorno Briscola si dichiarò martire di un sistema che non capiva, il giorno dopo sembrava pronto a mettere a tacere tutti, come se la partita fosse stata vinta senza nemmeno giocarla. Però intanto serpeggiavano dissensi anche tra le sue fila. Che la congiura fosse vicina?

Nel frattempo, mentre le redini del mondo sembravano ancora in mano a Briscola, alcuni dei suoi oppositori lo guardavano e vedevano in lui un personaggio vittima e subalterno delle circostanze, incapace di mantenere una rotta stabile.

Ogni sua mossa faceva parte di un canovaccio di una commedia che cambiava ad ogni atto, come un affresco che assumeva forme diverse a seconda della luce.

Sin dal momento del suo avvento i democratici erano stati banditi dalla sua galassia e esiliati sul pianeta che aveva chiamato “MAGA” nel lontano 2025. MAGA sta per “Make Asteroids Great Again“. Che volete, Briscola aveva una passione per gli asteroidi.

Ma il vero banco di prova di Briscola sapete quale era? Era la guerra tra Marte (che rappresenta la morte) e Venere (l’amore), che aveva promesso di risolvere in due minuti. Nel frattempo erano passati più di mille anni però…

Nonostante tutto, Briscola rimaneva ancora sulla cresta dell’onda, come un pioniere dell’universo, pronto a sfidare ogni stella che gli si parava davanti.

Nel frattempo, la partita continuava, con Briscola che, come sempre, si faceva interprete della sua visione del gioco: imprevedibile, ma sempre pronto a nuove scommesse, mai banale e mai coerente.

La borsa americana, nel frattempo, era in caduta libera. Ma Briscola glissava come niente fosse, anche perché Mister X stava finalmente issando la sua bandiera su Marte in galassia-visione!

Ma… sorpresa! Marte era abitato! “Sono solo piccoli uomini inutili”, diceva Mister X. Gli abitanti del pianeta rosso erano in odore di guai, e Briscola annunciava: “o fate subito fagotto dal pianeta o sarà una Ecatombe!)  ma inaspettatamente, mossi da spirito garibaldino e incuranti del “bau bau biondo che fa impazzire il mondo”, fecero fare fagotto a Mister X mandando a carte 48 il suo piano.

Morale della favola: chi la fa l’aspetti!

accadde il

L’incontro del secolo (episodio di ripasso)

L’incontro del secolo (episodio di ripasso) – scarica audio – 

Trascrizione

trump e zelensky

In questo episodio, dedicato all’incontro tra Trump e Zelensky di qualche giorno fa, ripassiamo qualche episodio passato, appartenenti prevalentemente alla rubrica “accadde il...”. Per gli altri episodi, che sono aperti a tutti, c’è anche un link che vi porta alla spiegazione.

Era una mattina ventosa a Roma quando il Presidente ucraino Zelensky, ormai noto in tutto il mondo per la sua determinazione a sorvolare su ogni angheria nei suoi confronti, si trovò a vedersi consumare l’ennesimo voltafaccia sul palinsesto politico internazionale.
L’aria era pesante, come una bomba a orologeria, mentre avveniva uno di quegli incontri destinati a segnare i tempi. Le mosse dei due contendenti erano sotto gli occhi di tutti, dai sostenitori del pessimismo cosmico a quelli che, con cuore partenopeo, sperano in una soluzione pacifica.

“I tuoi vestiti non sono conformi all’importanza dell’evento!” Gli dissero. Non è stata una buona premessa…
“Così è se vi pare”
pensò Zelensky, mentre era nell’aria qualcosa che potrebbe far tremare la terra sotto i piedi di tutti noi.
Da una parte c’è la Russia e gli Stati Uniti, una gigantesca banda rispettivamente di conquistatori e predatori moderni, dall’altra l’Ucraina, impegnata a mettersi in discussione continuamente, ma determinata a non essere una Cenerentola di fronte alla grande doppia potenza.

Nel frattempo, il presidente Trump stava dando istruzioni per gli editoriali di tutti i giornali americani. Lui non si sentiva ancora in odore di premio alla carriera, anzi! Si sentiva invece in odore di riabilitazione politica e sembrava un uomo che sapeva come risolvere tutti i problemi del mondo e, così facendo, avrebbe abbracciato la diplomazia in modo tanto teatrale quanto opportunistico. Quando il suo incontro con Zelensky avvenne, fu come attraversare il Rubicone: niente più ritorno e nessun tentativo da parte di nessuno di tamponarne gli effetti.
Trump lo incalzava: “Tu scommetti sulla terza guerra mondiale!” Vorrebbe addossare a lui la colpa della scia di sangue che potrebbe seguire da un fatale disaccordo. Ma mentre parlavano della “lotteria” della politica internazionale e si scambiavano complimenti, Trump si fece interprete della sua visione del mondo. Lui e Putin sono d’accordo oggi. L’America ha cambiato strada. I corsi e ricorsi storici però non aiutano a essere ottimisti.

Se l’Ucraina vuole la pace veramente, deve accettare certe condizioni. In ballo c’è solo il potere temporale, non certo quello spirituale, appannaggio esclusivo della Chiesa, mentre Sua Santità è momentaneamente fuori gioco in questi giorni e non potrà quindi sostenere la “martoriata” Ucraina, come dice sempre.

Siamo alle soglie di un nuovo conflitto mondiale? Perché ce l’hanno tutti con l’Ucraina adesso? Oppure soffrono tutti della sindrome del complotto!

Carthago delenda est, penserà infatti lo zar russo dal suo scranno. È il suo pensiero fisso d’altronde. Ma è l’Ucraina la nuova Cartagine.
Comunque vada, l’avvento di una nuova era di pace o di guerra è ormai alle porte. Delle due l’una però. Di questo sono sicuri tutti!

Le agenzie di stampa parlano di un futuro incerto e di un possibile accordo, ma si rischia che l’Ucraina resti sola ad affrontare l’invasore. In tal caso, gli ucraini, sebbene mossi da indomito spirito garibaldino, questo potrebbe non bastare.

Molti sono già pronti a mettere all’indice il povero Zelensky se l’accordo non arriverà, ma speriamo che l’Europa (dove aumentano di giorno in giorno gli euroscettici) non resti a guardare. Sarebbe un errore capitale! Siamo già stati abbastanza latitanti fino ad ora…

La doppia pace in Ucraina e nella Striscia di Gaza farebbe illuminare tutto il mondo d’immenso, ma quando ci sono di mezzo fazioni storicamente avverse, tipo guelfi e ghibellini, non è mai facile. I palestinesi addirittura dovrebbero fare fagotto e lasciare la loro terra. Sembra poco realistico, per non dire pura farneticazione, dicono in molti.

Questo è comunque un banco di prova per quella testa calda di Trump, che aveva promesso la qualunque prima delle elezioni. “Memento audere semper”  sarà probabilmente il suo motto. Ad ogni modo, quel proiettile mancato ha confermato come sia indubbiamente nato sotto una buona stella, quindi speriamo tutti che nessuno mandi tutto a carte 48, altrimenti sarà probabilmente consumata l’ennesima ecatombe.

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Il coacervo

Il coacervo – (scarica audio) – (ep. 1181)

Trascrizione

coacervo

Ricordate la parola connubio?

L’abbiamo trattata qualche giorno fa ma per chiarire maggiormente il concetto di connubio parliamo oggi del coacervo. Termine simile ma fino ad un certo punto.

“Coacervo” e “connubio” infatti non sono parole direttamente legate etimologicamente, ma hanno un collegamento concettuale nel senso di unione o fusione di elementi.

Coacervo deriva dal latino coacervus, formato da co- (insieme) e acervus (mucchio, ammasso, accozzaglia), che significa ammassare, accumulare, mettere insieme cose diverse. È un termine letterario e poco usato oggi, quantomeno nel linguaggio quotidiano, ma può indicare un’accumulazione disordinata o un insieme di elementi diversi raccolti insieme. La parola accozzaglia, che come ho detto, somiglia molto a coacervo, l’abbiamo già trattata, e direi che è decisamente più informale e si usa solo in senso dispregiativo.

Connubio invece, come abbiamo visto indica un’unione armoniosa, spesso riferita a matrimoni, ma anche a combinazioni tra idee, elementi culturali, artistici, ecc.

Entrambe le parole esprimono l’idea di unire o mettere insieme qualcosa, ma coacervo evidenzia più l’aspetto quantitativo e caotico dell’accumulo.

Connubio sottolinea invece un’unione equilibrata e armoniosa.
Ecco un esempio per distinguere i due concetti:

La sua opera è un coacervo di influenze letterarie di epoche diverse” (fusione forse disordinata).

Il romanzo è un perfetto connubio tra realismo e fantasia” (unione armoniosa).

Altri esempi con coacervo:

Il romanzo stimola un coacervo di emozioni contrastanti, in cui la gioia si mescola continuamente alla malinconia.

La mostra d’arte sembrava un coacervo di stili e tecniche, senza un filo conduttore evidente.

Quel saggio filosofico è un coacervo di citazioni dotte, riflessioni personali e teorie poco connesse tra loro.

Il mercato rionale è un coacervo di colori, profumi e suoni che affascinano chiunque vi passeggi.

Il discorso del politico era un coacervo di promesse vaghe e dichiarazioni contraddittorie.

In tutti questi casi, “coacervo” indica un insieme eterogeneo e spesso confuso di elementi diversi, proprio come i membri dell’associazione Italiano Semplicemente, che rappresentano un coacervo di culture e di intelligenze diverse da tutto il mondo, con una passione comune però: l’Italia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ciao amici, come state! Vorrei conoscere la vostra opinione sulla nuova rubrica “accadde il”, che fin dal primo giorno dell’anno ci fa compagnia.

Estelle: molto interessante! È un connubio perfetto tra storia e lingua.

Camille: Sono d’accordo, ma per me è un imperativo categorico leggere e fare subito pratica con le nuove parole. Devo tenere duro per stare al passo. Quando non ci riesco mi sento frustrato.

Julien: Devo dire la mia! Fare tutti i giorni episodi per gli associati non è facile! Gianni deve metterci tutto se stesso per farlo, e noi non possiamo fare altro che ringraziarlo e spronarlo a continuare così!

Estelle: su questo tutti siamo d’accordo. I nostri pensieri combaciano alla perfezione!

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Destare: un verbo che non dorme mai!

Destare: un verbo che non dorme mai! (scarica audio)

Trascrizione

destare

Oggi parliamo del verbo destare. È un verbo che, se fosse una persona, sarebbe di sicuro un tipo sveglio, uno di quelli che alle 6 di mattina ha già fatto jogging, preparato il caffè, letto il giornale e sistemato la spesa.

Ma cosa significa destare? Beh, se ricordate l’episodio sull’espressione “non raccontarla giusta”, lì avevamo parlato di persone che, per qualche motivo, ci sembrano un po’… sospette! E infatti, vi avevo accennato all’espressione “destare sospetti”.

Ebbene, destare significa far sorgere, far nascere, provocare qualcosa che prima non c’era. Se una persona “non ce la racconta giusta”, è molto probabile che desti in noi qualche sospetto. Il dubbio era lì, tranquillo, addormentato, e poi arriva qualcuno a svegliarlo bruscamente!

Immaginiamo una situazione:

Torno a casa e trovo mio figlio seduto a tavola con un sorriso smagliante. Mi guarda e dice:
“Papà, oggi ho preso 10 in matematica!”
Io, che fino a ieri lo vedevo disperarsi davanti alle equazioni, lo fisso con un sopracciglio alzato.

Potrei esclamare: cosa? Sogno o son desto?

Oppure potrei pensare:

Mmm… questa cosa desta in me qualche sospetto!

Ecco, quel destare è il campanello d’allarme che squilla nella nostra testa.

Ma “destare” non si usa solo coi sospetti! Possiamo destare interesse, destare emozioni, destare scalpore… Insomma, ogni volta che qualcosa ci sveglia da uno stato di calma e tranquillità, c’è di mezzo destare.

Volete conoscere una cosa che desta scalpore?

Parliamo di qualcosa di scandaloso, curioso o sorprendente,

Ad esempio questo inverno freddino che stiamo vivendo in Italia desta scalpore, perché ci si aspettava temperature più alte per via del riscaldamento globale.

E voi, avete mai destato sospetti? Oppure avete mai destato l’attenzione di qualcuno con un comportamento insolito? Scrivetelo nei commenti se volete… ma attenzione a raccontarla giusta!

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ogni volta che passeggio ascoltando gli episodi di Italiano Semplicemente, c’è sempre qualcosa che desta la mia curiosità, per esempio oggi mi sono imbattuto in una volpe che sembrava affamata.

Christophe: per me destano più interesse gli episodi di italiano professionale. Le nostre preferenze non combaciano perfettamente.

Julien: strano. Sembravate pappa e ciccia! Questa cosa desta sospetti! Indagherò!

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Il connubio perfetto: quando due elementi si sposano alla perfezione

Il Connubio (ep. 1178) – scarica audio

connubio, unione, legame, combinazione, simbiosi

Trascrizione

Oggi parliamo del connubio, parola molto elegante direi!

Nel mondo delle relazioni, del gusto e dello stile, questa parola eleva ogni accostamento a un livello superiore: connubio.

Elegante e raffinata, descrive un’unione così ben riuscita da sembrare quasi inevitabile. In un episodio abbiamo parlato, proprio adesso mi viene in mente, dell’espressione “la morte sua“. Questa è un’espressione molto informale, ma rappresenta un connubio perfetto, circoscritta prevalentemente al mondo dei sapori però. Se usiamo il termine connubio possiamo allargare il campo.

Pensiamo a una coppia iconica: Sinner e il tennis, un connubio di classe ed eleganza in movimento. Non pensavo solo al “campo” da tennis però.

Pensiamo alla moda, dove il connubio tra il nero e il bianco è da sempre simbolo di stile senza tempo.

E che dire del connubio perfetto tra caffè e cornetto, il rituale irrinunciabile delle mattine italiane?

Gli stranieri generalmente spesso usano parole più semplici per esprimere un concetto simile: unione o combinazione o anche fusione.

Ma nessuna di queste parole ha il fascino e la musicalità del nostro “connubio“.

D’altronde, l’Italia è la patria dell’armonia, e quando due elementi si incontrano alla perfezione, non è mai un semplice accostamento… è un vero e proprio connubio da sogno!

Proviamo allora ad articolare dei ragionamenti usando parole simili. Magari così facendo vi resta più in mente questa bella parola che non vorrei dimenticaste.

Ad esempio, il connubio tra tradizione e innovazione è spesso alla base dei grandi cambiamenti nella storia dell’umanità.

Pensiamo, ad esempio, a come l’unione tra arte e tecnologia abbia dato vita a capolavori senza tempo, o a come la fusione di culture diverse abbia arricchito intere civiltà.

Questo legame tra elementi apparentemente distanti, come passato e futuro, può creare un’alleanza potente, capace di superare ogni barriera.

In natura, la simbiosi tra specie diverse ci insegna che la collaborazione è spesso la chiave per la sopravvivenza.

Allo stesso modo, nella vita di ogni giorno, la congiunzione di idee e punti di vista diversi può portare a soluzioni inaspettate e rivoluzionarie.

Anche il matrimonio tra opposti, quando ben equilibrato, è sempre una fonte di crescita e progresso.

E così, sottolineo ancora una volta come il connubio sia molto più di una semplice combinazione, miscela, unione, matrimonio, legame, congiunzione, simbiosi, fusione: è un’armonia perfetta, un legame così naturale da sembrare scritto nel destino.

E se venite in Italia, approfittatene per usare questa parola nei contesti giusti!

Ad esempio, quando assaporate una pizza con mozzarella di bufala e pomodoro San Marzano, potreste dire: “Che connubio perfetto di sapori!”.

Il cameriere rimarrà senza fiato!

Oppure, davanti a un tramonto su Ponte Vecchio a Firenze, potreste esclamare: “Il connubio tra arte e paesaggio qui è qualcosa di unico!”.

E non dimenticate di osservare il connubio tra storia e modernità nelle nostre città: il connubio tra bellezza, cultura e gusto è qualcosa che si respira ovunque: passeggiare tra i vicoli di Roma, Milano o Napoli significa vedere il passato e il presente intrecciarsi in un equilibrio affascinante.

Notate che si preferisce usare la preposizione “tra” o “fra” quando si parla di connubio. Si preferisce rispetto alla preposizione “di” come si fa più facilmente invece usando le parole “unione” o “fusione“. Perché?

“Connubio” deriva dal latino connubium, che deriva dal matrimonio, un’unione legittima. Si riferisce quindi a un legame tra due elementi distinti che si combinano in modo armonioso. L’armonia è la parola chiave.

Per questo motivo, quando si usa connubio, si deve evidenziare il rapporto tra due entità diverse, di diversa natura, e la preposizione tra/fra è quella che meglio esprime questa relazione. Vale lo stesso per il matrimonio.

Quindi, parliamo ad esempio di unione di acqua e farina per fare la pizza, e acqua e farina sono mescolate per creare un impasto. Oppure parliamo di fusione di due comuni italiani o della fusione di due unità immobiliari, dove le entità originarie si fondono in una sola. ma, nel caso del connubio, ad esempio l tra tradizione e modernità, questo è un mix armonioso tra due elementi distinti. Si mantiene l’identità di entrambe, creando però un’armonia tra loro.

In definitiva, possiamo dire che connubio si usa quando i due elementi restano distinti ma si esaltano a vicenda, mentre unione e fusione indicano più un’aggregazione o una trasformazione in qualcosa di nuovo.

Adesso parlatemi di un connubio particolare che caratterizza il vostro paese.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: La mia Argentina è nata da un connubio tra le culture europee e quelle sudamericane, e questo si manifesta nell’arte, nella musica, nella danza, negli sport e nella lingua, così come si riflette nel Lunfardo (per la cronaca, il Lunfardo è un gergo originario di Buenos Aires) e nel particolare modo di parlare lo spagnolo, diverso da quello che si parla nel resto dell’America!
Sfido chicchessia a mettere in dubbio che questo connubio abbia arricchito la nostra società e dato origine a un’identità nuova e accattivante!

Anne Marie: è veramente singolare che tu abbia paura di essere messo in discussione. Proprio tu che sei entrato nelle grazie del presidente dell’associazione ormai da illo tempore.

Camille: Io invece, mi domando e dico: ma se tu parli il Lunfardo, perché mai non ce l’hai mai fatto ascoltare?

Marcelo: Yo me encargo! Podría chamuyar un cacho en lunfa, pero capaz que no entienden un joraca. (traduzione: ci penso io! Potrei certamente parlare un po’ il lunfardo, ma voi capace che non capireste niente)

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Il motivo del contendere e il pomo della discordia

Il motivo del contendere

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Durata audio MP3 – 9 minuti

🔵 “Motivo del contendere” vs. “Pomo della discordia” – Qual è la differenza?

In questo episodio di Italiano Semplicemente, scopriamo due espressioni spesso usate nei dibattiti e nelle discussioni, ma con sfumature diverse! Con esempi pratici e un tocco di leggerezza, capirai quando è meglio dire “il motivo del contendere” e quando invece usare “pomo della discordia” per indicare una questione che si trascina nel tempo.

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motivo del contendere

 

Metti che… – Il verbo “mettere” per formulare ipotesi in modo informale

Un altro uso figurato del verbo mettere

audio mp3

Durata audio MP3 – 9 minuti

🎧 Metti che il verbo “mettere” sia più sorprendente di quanto pensi…

“Metti che” non è solo un’espressione, è un invito a immaginare. “Metti una sera a cena” non è solo il titolo di un film, è una porta su infinite ipotesi, storie e possibilità. In questo episodio del nostro podcast, esploriamo come un verbo semplice come “mettere” possa trasformarsi in uno strumento per costruire scenari, lanciare sfide e accendere la fantasia.

Ammettiamolo: non è solo grammatica, è il piacere di giocare con la lingua!

🎧 Ascolta l’episodio e scopri come “mettere” può aprire mondi, tra cinema, espressioni idiomatiche e piccoli segreti dell’italiano.

👉 Non perdere questa puntata: metti che sia proprio quella che stavi aspettando! 😉

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metti che

Per il rotto della cuffia

Per il rotto

della cuffia

(ep. 1172) (scarica audio)

Trascrizione

Oggi vediamo l’espressione “per il rotto della cuffia”, un modo di dire molto usato per indicare una situazione in cui si riesce a fare qualcosa o a evitare un problema per un soffio, cioè all’ultimo momento o con pochissima differenza rispetto a un fallimento.

Abbiamo già citato l’espressione in altri episodi, e questo vi aiuterà a capire meglio quando possiamo usarla. Uno degli episodi è “salvarsi in angolo“, un altro è quello dedicato ai verbi vedersela e cavarsela. Ne abbiamo parlato anche a proposito delle preposizioni semplici.

Molto spesso si dice anche “farcela per un pelo“. Il senso è il medesimo.

Ma da dove arriva questa espressione? La “cuffia” di cui si parla non è quella che usiamo per ascoltare la musica, e neanche quella cosa che si mette in testa quando si entra in una piscina pubblica.

Parliamo invece della cuffia che indossavano i fantini, cioè i cavalieri che partecipano alle corse di cavalli.

Anche questa cuffia copriva la testa, come quella per la piscina, ma la cuffia dei fantini serviva a proteggere la testa durante la gara. Pare si trattasse di una sfida in cui il fantino doveva evitare di essere colpito e allo stesso tempo doveva colpire un bersaglio.

A volte veniva colpito, ma riusciva ugualmente a colpire il bersaglio, e il colpo ricevuto aveva appena rotto la cuffia che aveva in testa. Insomma, un successo ottenuto per il rotto della cuffia!

È pian piano diventato naturale associare l’espressione ad ogni vittoria ottenuta per pochissimo, magari fortunosa o spesso all’ultimo secondo, all’ultimo istante.

Vediamo alcuni esempi pratici:

Sono arrivato in aeroporto per il rotto della cuffia.

Qui significa che la persona è arrivata quasi in ritardo, giusto in tempo per non perdere il volo. Comunque ce l’ha fatta. C’è bisogno di un successo di qualche tipo per usare questa espressione.

Abbiamo vinto la partita per il rotto della cuffia!

In questo caso, la squadra ha vinto, ma di misura, magari segnando il gol decisivo all’ultimo minuto.

È riuscito a evitare l’incidente per il rotto della cuffia.

Questo esempio mostra una situazione pericolosa, dove si è evitato un danno appena in tempo.

Questa espressione si usa spesso anche in contesti informali per enfatizzare quanto sia stato difficile o rischioso raggiungere un risultato.

Es:

Ho passato l’esame per il rotto della cuffia! (L’esame è andato bene, ma solo per poco.)

Sono riuscito a evitare la multa per il rotto della cuffia. (Si è evitato qualcosa di spiacevole, ma di pochissimo.)

Adesso vediamo una conversazione che include questa espressione, ma che include anche altre espressioni già incontrate in episodi passati:

Marcelo: stento a crederci! Siamo riusciti a prendere il treno per il rotto della cuffia!

Christophe: Eh già! Se il semaforo fosse stato rosso un secondo in più, l’avremmo perso. Ci è andata di lusso!

Edita: E meno male che non abbiamo dovuto aspettare il prossimo. Vuoi o non vuoi, se facevamo tardi al colloquio forse l’avrebbero presa male … Sai com’è, certe aziende non tollerano i ritardi.

Karin: Sì, ma se qualcosa fosse andato storto per un ritardo, ne avrei parlato con chi di dovere!

Accadde il 31 gennaio 1952: farsi interprete

Farsi interorete (scarica audio)

Trascrizione

Benvenuti a tutti nella rubrica “accadde il“, iniziata 31 giorni fa.

È la rubrica che collega l’Italia del passato alla lingua del presente, unendo storia, cultura e lingua in un viaggio quotidiano attraverso le parole!

Ogni giorno, nel gruppo WhatsApp dell’associazione Italiano Semplicemente, partiamo da un evento storico accaduto in un giorno preciso per rivelare curiosità nascoste e scoprire come il linguaggio si intreccia con la cultura.

Trasformiamo la storia in un’opportunità per capire e usare meglio la nostra lingua.
Oggi parliamo del 31 gennaio e l’episodio è a disposizione di tutti i visiitori di Italiano Semplicemente. Per ascoltare e leggere anche gli altri episodi basta diventare membri della nostra bella famiglia.
Correva l’anno 1951 quando il 31 gennaio, a San Remo, in Liguria, Nilla Pizzi vince la prima edizione del Festival di Sanremo, cantando “Grazie dei fiori”.

Furono in gara 20 canzoni, mentre a concorrere furono solamente tre interpreti: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano.

La canzone vincitrice fu composta dal maestro Saverio Seracini poco tempo dopo essere divenuto improvvisamente cieco. Pensate un po’.

Comunque sia, dopo l’episodio vi faccio ascoltare la canzone vincitrice, ma prima voglio parlarvi degli interpreti. Ho detto che ci furono solo tre interpreti in quel festival. Che significa?

Significa che, a differenza delle edizioni successive, nel primo Festival di Sanremo del 1951 le 20 canzoni in gara furono interpretate solo da tre artisti: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Non c’erano più cantanti a eseguire la stessa canzone, come avviene oggi.

In pratica, la competizione si concentrava più sulle canzoni che sugli interpreti, e questi tre artisti si alternavano nell’esecuzione dei vari brani in gara. Alla fine, Nilla Pizzi trionfò con Grazie dei fiori, dando inizio alla storia del Festival della Canzone Italiana.
Il termine interpreti in questo caso indica i cantanti.

In generale però interprete è chi interpreta, cioè chi dà espressione e significato a un’opera, trasmettendola al pubblico. Può riferirsi a un cantante o un musicista che esegue un brano, cioè lo interpreta.
Un attore ugualmente può interpretare un ruolo.

Oppure parliamo di un traduttore simultaneo (è un interprete linguistico).

Nella danza l’interprete può essere un ballerino che esegue una coreografia con espressività.
Sapete che Il verbo “interpretare” può anche significare capire in un certo modo, a volte in modo errato o distorto, volontariamente o meno.

Per esempio:
Hai interpretato male le mie parole, non volevo offenderti! (cioè hai capito in modo sbagliato)

I giornalisti hanno interpretato a loro modo le dichiarazioni del politico. (cioè hanno dato un significato diverso, forse volutamente)

Quindi, oltre a significare dare un’interpretazione artistica (come un attore o un musicista), può anche indicare comprendere soggettivamente, con il rischio di fraintendere o manipolare il significato originale.

Esiste anche la locuzione “farsi interprete” di qualcosa. Molto interessante.

La locuzione “farsi interprete” significa assumersi il compito di rappresentare, esprimere o trasmettere un’idea, un sentimento, un’esigenza o la volontà di qualcun altro.

Per esempio:
Il sindaco si è fatto interprete delle richieste dei cittadini presso il governo.

L’artista si è fatto interprete del dolore della sua epoca attraverso le sue opere.

In questo senso, interprete non indica solo chi recita o canta, ma chi dà voce a un pensiero o a una causa, rendendola comprensibile e comunicandola agli altri.
Mai sentito un non madrelingua usare questa locuzione, lo sapete?
Generalmente si usa quando si rappresentano gli interessi di un certo gruppo di persone, anche se queste persone non ti hanno chiesto nulla.

Quando qualcuno si fa portavoce degli interessi di un gruppo di persone, dei loro sentimenti o delle loro esigenze, allora questa persona si fa interprete dei loro interessi.

Per esempio:

Il sindacalista si è fatto interprete delle richieste dei lavoratori.
Lo scrittore si è fatto interprete delle inquietudini della sua generazione.

L’idea è quella di mediare e trasmettere un messaggio o un’esigenza, proprio come un interprete fa con una lingua straniera.

Tenere botta vs tenere duro

Tenere botta vs tenere duro

Durata MP3: 7 minuti (solo per membri dell’associazione)

Descrizione: L’espressione “tenere botta” indica resistere a difficoltà immediate, mentre “tenere duro” implica una resistenza prolungata e costante nel tempo.

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Indice degli episodi della rubrica

tenere botta, tenere duro

Crinale e andazzo

Crinale e andazzo

Durata MP3: 9 minuti (solo per membri dell’associazione)

Descrizione: Crinale è una linea di confine, spesso usata in senso metaforico per situazioni critiche. Andazzo indica l’andamento delle cose, di solito con un’accezione negativa. Vi spiego la differenza alla maniera di Camilleri.

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crinale, Andazzo

Uno spaccato

Uno spaccato

(ep. 1166)

audio-mp3-riservato-ai-membri-della-associazione.jpg

Trascrizione

uno spaccatoSe vi chiedo cosa sia uno spaccato, cosa rispondete?

Evidentemente, un non madrelingua potrebbe far riferimento al verbo “spaccare” e dunque spaccato sarebbe indicato come il participio passato del verbo spaccare. Non è sbagliato, ma uno spaccato (inteso come sostantivo) è una cosa diversa.

L’uso figurato del termine non manca mai, vero?

Allora immaginiamo di aprire, o “spaccare” un oggetto per vedere cosa c’è dentro.

Qualcosa vediamo, non tutto, ma qualcosa, che forse è sufficiente.

Allora “lo spaccato” diventa una rappresentazione, una descrizione o un’illustrazione dettagliata di una parte o di un aspetto di qualcosa, per offrire una comprensione più chiara o approfondita. Il termine viene utilizzato in diversi contesti, e il suo significato può variare leggermente a seconda dell’ambito.

In senso figurato non parliamo di oggetti. Vogliamo rappresentare o descrivere una realtà complessa evidenziandone alcuni aspetti.In senso tecnico o visivo è invece una sezione o un’immagine che mostra l’interno o la struttura di qualcosa, come un oggetto, un edificio o un macchinario.Vediamo qualche esempio.

Il suo discorso è stato uno spaccato fedele della società contemporanea, mettendo in luce le sue contraddizioni e i suoi progressi.

Quindi il discorso ci descrive fedelmente la società contemporanea. Ci mostra in particolare le sue contraddizioni e i progressi.

La mostra fotografica offre uno spaccato unico della vita rurale negli anni ’50, tra tradizioni e duro lavoro.

Il libro fornisce uno spaccato dettagliato del funzionamento interno della politica, rivelando dinamiche spesso ignorate.

Lo spaccato di vita presentato dallo scrittore non mi rappresenta assolutamente

I verbi che si usano, quando è presente “lo spaccato” normalmente sono:

  • Presentare uno spaccato
  • Offrire uno spaccato
  • Rappresentare uno spaccato
  • Evidenziare uno spaccato
  • Mostrare uno spaccato

Generalmente il contesto in cui ci troviamo è culturale o sociale, per descrivere un aspetto specifico di una società, di un’epoca o di un fenomeno e non si può dire che lo spaccato faccia parte del linguaggio quotidiano. Lo usano principalmente giornalisti, scrittori, critici d’arte e anche in sociologia. In questi ambiti, viene usato per descrivere una parte di una realtà più complessa, per fare un’analisi di un aspetto particolare di un fenomeno o per raccontare una situazione che offre uno spunto di riflessione senza pretese di totalità.

Possiamo comunque usarlo tutti volendo, parlando di un libro che rappresenta una certa realtà, o di un quadro, per descrivere cosa ci vuole mostrare.

Sicuramente è uno di quei termini che arricchisce il nostro vocabolario. Provate ad usato quando parlate con un italiano e noterete la sua espressione di stupore e ammirazione per il vostro livello di Italiano.

Possiamo anche dire

Il libro offre uno spaccato della vita contadina nel XIX secolo.

Oppure siamo in ambito tecnico e architettonico, per indicare un disegno o un’immagine che mostra la struttura interna di qualcosa.

Il manuale include uno spaccato del motore per facilitare la manutenzione.

Oppure siamo in ambito narrativo o analitico, per descrivere un dettaglio o una porzione che rappresenta una realtà più grande.

Il reportage presenta uno spaccato del sistema scolastico italiano.

Ci sono chiaramente termini vicini nel significato, come un panorama, un ritratto o una Illustrazione, una rappresentazione.
In genere viene utilizzato per descrivere una rappresentazione parziale o selettiva di qualcosa che è troppo complesso o ampio per essere descritto nella sua totalità.

Quando ad esempio parliamo di un “spaccato della vita di provincia negli anni ’50”, stiamo dicendo che il libro non pretende di fornire un quadro completo e esaustivo di quella realtà, ma piuttosto si concentra su alcuni aspetti significativi o emblematici, quelli che possono rappresentare in modo efficace una parte di quella realtà.

Quindi, la frase esprime che il libro esplora un frammento della vita in provincia in quel periodo, probabilmente scegliendo alcune storie o situazioni che possono essere indicative o significative, senza però cercare di fare una panoramica totale o definitiva di tutto ciò che accadeva in provincia negli anni ’50.

Ripasso episodi precedenti.

Marcelo: Ragazzi, Pare che ci siano state alcune defezioni tra i membri dell’associazione. Non mi direte che non ne siete al corrente!

Karin: Sì, sì. Ho chiesto a Giovanni per capire meglio, ma in realtà ci sono anche alcuni membri che abbiano fornito false generalità in fase di iscrizione e dunque il rinnovo per ora è in sospeso.

Ulrike: Io li avrei cacciati seduta stante. Bisogna agire con decisione acché la cosa non si ripeta più. Avverto un certo fastidio quando vedo queste cose.

Julien: Da quel dì che lo dico io! Bisognava controllare prima, che so, esigendo un documento di riconoscimento. Mi direte che può sembrare un po’ troppo esagerato, ma almeno risolvevamo il problema a monte anziché a valle.

Olga: Beh, ormai la frittata è fatta. Poi mi chiedo: qualcuno ha ascoltato la versione di questi membri o ci fidiamo di Giovanni?

Flora: mi pare doveroso fidarsi del presidente, non è persona che gli prende lo schiribizzo e fa cose insensate. Certo che quado ti ci metti sei di un diffidente che non ti dico!

Essere in rotta di collisione

Essere in rotta di collisione

(ep. 1165)

Essere in rotta di collisione è un’espressione che si ascolta e si legge abbastanza spesso. Indica una situazione in cui due o più parti sembrano inevitabilmente destinate a uno scontro. Può riferirsi a conflitti di tipo politico, sociale, personale o perfino economico. In ambito di politica internazionale:

Vediamo esempi di utilizzo e altre espressioni con la parola “rotta”. Episodio audio e trascrizione riservati ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente iscriviti

Quando ‘per’ significa ‘nonostante’

Quando ‘per’ significa ‘nonostante’

(ep. 1164)

https://italianosemplicemente.com/wp-content/uploads/2025/01/1164quandopersignificanonostante.mp3

Trascrizione

Oggi voglio parlarvi di un altro uso particolare della preposizione “per”.

Ricordate che in passato infatti abbiamo visto frasi come “per essere bravo, sei bravo”.

Ebbene, abbiamo fatto questo bell’episodio in merito e abbiamo visto che in quel caso la preposizione per viene usata per introdurre qualcosa di insufficiente.

C’è sempre un “ma”, o un “però” a seguire. In qualche modo siamo vicini al senso di “nonostante“, perché c’è qualcosa che non basta, non è sufficiente, o che non corrisponde a ciò che serve, che è utile, o che ci si aspettava. Si riconosce, se vogliamo, una qualità inutile. Non voglio entrare maggiormente nel merito, essendoci appunto l’episodio che potete ascoltare e leggere.

Oggi invece vediamo che si può usare la preposizione “per” anche in un modo alternativo, e ha anche questa volta un senso simile a “nonostante“.

Analizziamo la frase seguente:

Guidi bene per essere una donna

A parte lo stereotipo sulle donne che non sanno guidare, la preposizione “per” ha un utilizzo particolare, che indica una concessione e non una causa o un obiettivo.

Infatti la preposizione “per” molto spesso indica una causa o un obiettivo.

Es:

Ho studiato molto per superare l’esame.

Oppure:

Lavoro per guadagnare dei soldi.

In questo caso invece, “per” significa “nonostante“, “sebbene” o “considerando che“, “tenendo conto che”, e l’espressione complessiva implica una sorta di contrasto tra l’aspettativa comune (che, secondo stereotipi, in questo caso le donne non sarebbero brave a guidare) e la realtà, che invece è diversa.

Quindi la frase “guidi bene per essere una donna” si traduce in “nonostante tu sia una donna, guidi bene” oppure “considerato che sei una donna, guidi bene”.

La preposizione “per” in questo caso non indica uno scopo, ma una contraddizione rispetto all’aspettativa comune.

Possiamo anche invertire la frase, facendola iniziare con la preposizione per:

Per essere una donna guidi bene.

Vediamo altri esempi.

Entro in un negozio e vedo con piacere che oggi tutti i prodotti sono scontati del 20%. Però poi mi accorgo che i prezzi sono ugualmente alti.

Posso dire:

Oggi, per esserci lo sconto, non mi pare costi poco.

“Per” funziona qui nello stesso modo, indicando che “nonostante” lo sconto, il costo non sembra essere basso.

Lo stesso vale per la frase:

Per essere così giovane, è molto maturo

In sintesi, l’uso di “per” in queste frasi è legato a una concessione che esprime un contrasto tra ciò che ci si aspetta e ciò che effettivamente accade.

Questo uso della preposizione “per” con il significato di “nonostante” è considerato colloquiale, informale.

Si tratta di una costruzione che si trova spesso nel linguaggio parlato o in contesti meno formali, ma che può risultare poco adatta a un registro scritto o formale, dove espressioni come “pur essendo”, “benché” o “nonostante” sarebbero più appropriate.

Ad esempio:
Informale:

Per essere un film di basso budget, è fatto davvero bene.

Formale:

Pur essendo un film di basso budget, è realizzato molto bene.

Questa costruzione è comune e perfettamente comprensibile, ma il suo tono informale la rende più adatta a situazioni di uso quotidiano o a testi meno rigorosi.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Vi consento di dire la vostra.

Albéric: Sapete ragazzi, riflettevo sul significato di certi modi di dire nella lingua italiana, e mi chiedevo: si dice consentire o acconsentire in questo contesto? Per scrupolo, meglio chiarire una volta per tutte.

Rauno: A dir la verità, non me ne volere, ma certi dettagli non mi tangono più di tanto; ciò non toglie che la lingua italiana abbia fior fiore di espressioni degne di nota. Senza contare che, tra l’altro, c’è già un episodio in merito.

Estelle: Beato te! Io invece  sto sempre lì lì per scatenarmi quando sento qualcuno storpiare certi termini, tanto che mi vien voglia di mettere dei paletti sull’uso corretto delle parole!

Marcelo: Vivaddio, concordo! Non c’è santo che tenga: le regole grammaticali vanno rispettate in toto e non possiamo permetterci di eludere la grammatica.

Distinguersi per

Distinguersi per (ep. 1162)

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Trascrizione

Continuiamo a parlare di cose che separano o, se vogliamo, distinguono una cosa dall’altra, sulla scia dell’ultimo episodio in cui abbiamo visto il discrimine e la discriminante.

Il verbo distinguere lo conoscete tutti vero?

Distinguere è, prima di tutto, un atto di osservazione e di giudizio. Quando distinguiamo, separiamo mentalmente o fisicamente due o più cose, basandoci sulle loro peculiarità. È un esercizio dell’intelletto, una capacità di distinguere, di discernere (questo verbo lo dobbiamo ancora spiegare ma si capisce vero?), di vedere oltre l’apparenza, di riconoscere ciò che rende unico ogni elemento rispetto agli altri.

Ad esempio, distinguere un suono da un altro richiede attenzione, un ascolto che sa cogliere le note sottili e le variazioni impercettibili. Distinguere tra il bene e il male, invece, richiama un giudizio morale, una capacità di valutare non solo ciò che appare, ma ciò che è intrinsecamente giusto o sbagliato.

Il termine si estende anche a situazioni più concrete: distinguere un oggetto in lontananza significa percepirlo con chiarezza nonostante la distanza o le condizioni difficili. In questo senso, distinguere non è solo un atto mentale, ma anche fisico, legato ai nostri sensi.

Esiste anche la forma riflessiva: distinguersi. Quando diciamo che una persona “si distingue”, intendiamo che possiede una qualità o una caratteristica che la rende diversa, migliore, o semplicemente unica rispetto agli altri. Chiaramente non solo le persone possono distinguersi. Basta avere una caratteristica che fa la differenza rispetto al resto per distinguersi.

E’ interessante che per richiamare questa caratteristica si utilizzi la preposizione “per“: distinguersi per una caratteristica.

Distinguersi per” è una modalità che porta un individuo o qualcosa a emergere dal contesto circostante, a differenziarsi, appunto, per una qualità o un comportamento specifico. Tale locuzione porta con sé un’eco di “contraddistinguere“, un verbo che segna una linea di demarcazione, un marchio, una peculiarità che rende qualcosa o qualcuno unico rispetto al resto. Abbiamo già incontrato in episodi passati sia il verbo contraddistinguere, sia le peculiarità e le prerogative, quindi sapete di cosa parlo.

La peculiarità è esattamente la caratteristica di cui si parla, la cosa per cui una persona o una cosa si distingue rispetto al resto. Quindi una persona, ad esempio, di può distinguere per la sua educazione. In pratica si nota la differenza rispetto agli altri perché questa persona è più educata. E’ la sua educazione la caratteristica che emerge prima delle altre. Parliamo di un cosiddetto “tratto distintivo“, una caratteristica che emerge e si evidenzia.

Nell’audiolibro dei segni zodiacali, se ricordate, abbiamo visto i vari tratti distintivi delle persone a seconda del loro segno zodiacale (ovviamente lo abbiamo fatto per scopi esclusivamente legati alla lingua italiana). Abbiamo visto che ogni segno si distingue per una caratteristica particolare.

I pesci ad esempio si distinguono per la loro capacità di sognare e connettersi con le emozioni più profonde, invece il capricorno si distingue per la sua ambizione e dedizione.

Parliamo di ciò che definisce un individuo come speciale, ciò che gli conferisce una prerogativa, un diritto o una qualità esclusiva, che diventa il motivo per cui viene ricordato o riconosciuto.

Questa nozione si collega anche all’idea di “fare un distinguo“, un’espressione che abbiamo non a caso già incontrato e che richiama l’arte sottile della differenziazione, del tracciare confini. “Fare un distinguo” implica il mettere in luce le sfumature, le discrepanze, i punti di discrimine, una parola che indica ciò che separa nettamente una cosa dall’altra, ciò che definisce i limiti tra categorie apparentemente simili ma profondamente diverse.

Il discrimine, infatti, come abbiamo visto, è il confine, il segno che separa ciò che appartiene da ciò che è escluso. È la radice anche di “discriminante“, che si riferisce a un criterio di valutazione, un elemento decisivo che permette di stabilire una differenza significativa.

Così, quando qualcuno “si distingue per”, una caratteristica, emerge come elemento discriminante nel suo contesto, portando con sé una qualità che funge da simbolo, da marchio della sua identità. È il momento in cui la differenza si fa valore, in cui il tratto distintivo non è solo una linea di confine, ma diventa il motore di un’identità e di una visione. Questo è il contesto in cui si preferisce usare “distinguersi per”.

Ad esempio, si può dire che un artista si distingue per la sua capacità di catturare l’essenza del reale, un leader per la sua visione carismatica, una cultura per la sua ricchezza simbolica. Tutto ciò implica una forma di riconoscimento, un atto di attribuzione che dà significato alla diversità, trasformandola in una prerogativa.

Infine, “distinguersi per” implica sempre un dinamismo: non è una qualità statica, ma un processo continuo, un “farsi notare” che richiede sforzo, dedizione, o talvolta anche una tensione drammatica verso un ideale. Riflette una aspirazione, un desiderio. È un’azione che rivela la profondità di ciò che siamo, nel confronto con ciò che non siamo.

Per cosa si distingue Italiano Semplicemente? Chiediamolo a Chatgpt. Ecco al sua risposta:

Italiano Semplicemente si distingue per la sua capacità di rendere l’apprendimento della lingua italiana accessibile, naturale e piacevole, specialmente per gli stranieri. La sua peculiarità risiede nell’approccio pratico e informale, che combina la spiegazione delle regole grammaticali con l’uso concreto della lingua nella vita quotidiana.

Infine voglio farvi notare che a seconda dei casi, si può sostituire la preposizione “per” con qualcos’altro. Es:

Marco si è distinto in matematica durante gli studi universitari.

In questo caso si vuole evidenziare un ambito o un campo specifico.

Giovanna si distingue grazie alla sua determinazione e costanza.

Qui si vuole attribuire il merito della distinzione a una causa precisa.

Si è distinto per mezzo della sua capacità di leadership.

Questa è una variante più formale che sottolinea il mezzo o la modalità.

Volendo possiamo anche dire:

Si distingue tramite/attraverso il suo approccio innovativo al lavoro.

Questa modalità è più neutra ed è riferita al processo o al metodo

Adesso mi piacerebbe che qualche membro dell’associazione mi parlasse delle proprie caratteristiche. La domanda a cui vi chiedo di rispondere è la seguente: per cosa ti distingui o per cosa ti sei distinto in passato? Nel rispondere cercate di utilizzare il maggior numero di parole o verbi o espressioni affrontate in passato.

– – –

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Il discrimine e la discriminante

Il discrimine e la discriminante

(ep. 1162) (scarica audio)

Trascrizione

Un paio di episodi fa avevo promesso di parlare del discrimine, quindi eccomi qui.

Parliamo anche del verbo discriminare e del sostantivo discriminante.

Discrimine” è un termine interessante e non sempre di immediata comprensione.

Questo sostantivo indica una specie di linea di separazione o un criterio distintivo tra due o più cose.

È usato spesso in contesti formali, filosofici, giuridici o accademici, per indicare ciò che distingue un concetto da un altro, o ciò che divide due categorie.

Ad esempio:

Il discrimine tra il bene e il male non è sempre chiaro.

In questo caso, il discrimine è il confine, il criterio che permette di separare il bene dal male. Non si parla di qualcosa di materiale, ma di una linea concettuale, spesso soggettiva o contestuale.

In senso più generale, “discrimine” si utilizza quando si vuole evidenziare un elemento che fa la differenza. Ad esempio:

L’età è il discrimine per accedere a questo concorso.

In questa frase, il discrimine è il criterio che stabilisce chi può partecipare e chi no.

Col verbo “discriminare” non siamo molto lontani.

“Discriminare” significa letteralmente “distinguere” o “fare una distinzione”, tuttavia, nel linguaggio comune, è usato prevalentemente con una connotazione negativa, riferendosi a un trattamento ingiusto o sfavorevole basato su differenze come razza, sesso, religione, ecc.

Ad esempio:

Non si può discriminare una persona per il colore della sua pelle.

Qui “discriminare” significa trattare in modo ingiusto sulla base di un criterio arbitrario o sbagliato.

In contesti più tecnici, come nella logica o nella statistica, “discriminare” può anche essere usato in modo neutro per indicare l’atto di distinguere tra due o più opzioni. Ad esempio:

Il test serve a discriminare tra due ipotesi.

In questo caso, il termine mantiene un significato strettamente descrittivo.

Notare che il discrimine può sembrare simile alla discriminazione, perché entrambi distinguono, ma il discrimine è neutro e non implica un giudizio e un’azione concreta.

Invece la discriminazione è un’azione: si tratta di trattare in modo diverso, spesso ingiusto, una persona o un gruppo, sulla base di criteri come razza, genere, religione, ecc.

Ha quasi sempre una connotazione negativa nel linguaggio comune, anche se tecnicamente significa semplicemente “distinguere”.

Infine, abbiamo “discriminante“, aggettivo legato al verbo discriminare. Infatti è proprio ciò che discrimina, che opera una discriminazione.

una legge discriminante nei confronti delle donne

Questa legge evidentemente discrimina le donne nei confronti degli uomini.

Ok, così lo usiamo come aggettivo, ma esiste anche la discriminante.

La discriminante è qualcosa che discrimina, cioè è un fattore o un aspetto che risulta determinante per esprimere un giudizio o fare una scelta tra cose analoghe..

Es:

tra i due modelli di automobile la discriminante è il prezzo.

Quindi la discriminante è ciò che guida la scelta, ciò che fa la differenza nella scelta, ciò che rende un modello diverso dall’altro. Torniamo al concetto di linea di separazione, di criterio distintivo tra due o più cose.

Allora quale è la differenza tra il discrimine e la discriminante?

Se parliamo di scelte, la discriminante è ciò che si usa per decidere, mentre il discrimine è ciò che distingue.

Se non parliamo di scelte, la discriminante è un elemento che distingue o che caratterizza qualcosa rispetto ad altro, quindi è un elemento distintivo che può servire a fare una scelta o a spiegare una differenza.

In altre parole, il termine discrimine è simile proprio a “differenza”, “linea di separazione” tra due cose, mentre la discriminante è simile al concetto di “fattore decisivo” alla base della scelta o il criterio che determina o che distingue.

Vediamo altri esempi con discrimine e discriminante.

Il discrimine tra il lavoro serio e il dilettantismo è l’impegno.

Cosa distingue il lavoro serio dal dilettantismo? Qual è il discrimine? È l’impegno.

È la linea di separazione tra due approcci diversi al lavoro. È ciò che fa la differenza.

Il discrimine tra verità e bugia può essere difficile da individuare.

Parliamo di un confine concettuale tra due opposti.

Il discrimine tra una critica costruttiva e un insulto sta nel rispetto.

Se c’è rispetto è una critica costruttiva, altrimenti è solo un insulto.

La capacità di assumersi responsabilità è il discrimine tra maturità e immaturità.

Il discrimine tra giustizia e vendetta è spesso l’intenzione che guida l’azione.

Parliamo di un confine morale. È l’intenzione a fare la differenza.

Passiamo alla discriminante.

Il coraggio è stata la discriminante che ha permesso di vincere la sfida.

Stavolta parliamo di un elemento decisivo, un fattore determinante.

Nel decidere chi invitare alla festa, la discriminante è stata la vicinanza.

Perché Paolo è stato invitato e io no? Quale è stata la discriminante?

Qual è stato il fattore determinante per la scelta? La vicinanza, la distanza tra le abitazioni. Coloro che abitano vicino sono stati invitati, gli altri no.

La preparazione è stata la discriminante nel successo di quel progetto.

È evidentemente la preparazione l’elemento decisivo che ha fatto la differenza.

L’onestà è stata la discriminante tra i candidati al premio.

Parliamo del criterio principale di valutazione. I candidati sono stati scelti in base alla loro onestà.

La rapidità nella risposta è stata la discriminante per scegliere l’azienda migliore.

Anche stavolta parliamo del fattore concreto che ha determinato una decisione.

Adesso facciamo un ripasso degli episodi precedenti. Qual è la discriminante che guida la scelta degli episodi da ripassare?

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Christophe: Secondo me, il discrimine dovrebbe essere quanto ci servono nella vita quotidiana. Ad esempio, quando uso il “non pleonastico”, non sempre mi accorgo se è necessario o no, ma non appena mi sentirò più sicuro, stai sicuro che lo userò tantissimo.

Anne Marie: Già! Anche io mi confondo con questo “non”, pleonastico o meno, soprattutto quando dico cose tipo: Non è che non lo so, è che, vuoi o non vuoi, mi sbaglio spesso.

Irina: io prediligo frasi più colloquiali, tipo: Come ti dona! L’altro giorno l’ho detto a un’amica che aveva un vestito nuovo, e sembrava felice.

Khaled: E’ una frase che fa molto italiano! La stessa cosa vale per “sui generis: Il tuo stile, ad esempio, è davvero sui generis, mi piace!.

Sofie: E come la vedete se chiudiamo il nostro ripasso con qualcosa di elegante, tipo: Dulcis in fundo, possiamo rivedere le espressioni più utili per scrivere messaggi formali. Non vorrei mettere in difficoltà il prossimo però!

Membro 6: Raccolgo la sfida! È nelle cose che, ripassando insieme, riusciamo a conseguire una maggiore sicurezza con l’italiano. Mica male eh?iscriviti

Chiamarsi fuori e dare forfait: significato e differenze

Chiamarsi fuori e dare forfait

(ep. 1160)

Trascrizione

Chiamarsi fuori e dare forfait

Sapete cosa significa “chiamarsi fuori”?

Chiamarsi fuori” è un’espressione italiana che si usa per indicare che una persona decide di non partecipare a qualcosa, tirandosi indietro o escludendosi da una situazione.

Ad esempio, se un gruppo di amici decide di organizzare una partita di calcio, ma una persona non vuole partecipare, potrebbe dire:

“Io mi chiamo fuori, non fa per me.”

Significa quindi che questa persona non vuole essere coinvolta, che si tira indietro e non prende parte all’attività.

Ma attenzione: “chiamarsi fuori” può essere usato anche in situazioni più serie, come un dibattito, una decisione importante o un conflitto. Immaginate una discussione accesa tra colleghi sul lavoro. Uno di loro, stanco della situazione, potrebbe dire:

Mi chiamo fuori, non voglio avere niente a che fare con questa discussione.

Non puoi chiamarti fuori, dobbiamo raggiungere la maggioranza

Chi si chiama fuori non potrà chiedere aiuto quando ne avrà bisogno

L’espressione trasmette il desiderio di non essere coinvolti, spesso per evitare conflitti o responsabilità.

Se ad esempio in un team qualcuno chiede: “Chi vuole occuparsi di questo progetto?”, una persona può rispondere:

Mi chiamo fuori, non posso occuparmene ora.

Qui la persona si sottrae alla responsabilità di un compito.

“Chiamarsi fuori” può anche indicare la volontà di evitare una situazione rischiosa o potenzialmente problematica. Ad esempio:

In una discussione, se il tono di una conversazione si fa acceso, qualcuno può dire:

Mi chiamo fuori, non voglio litigare.

Qui la persona sceglie di non esporsi al rischio di un conflitto.

A volte non ci sono né rischi né responsabilità, ma semplicemente una scelta personale di non partecipare. Ad esempio:

Se un gruppo di amici organizza un’uscita, ma una persona non è interessata, può dire:

Mi chiamo fuori, stasera preferisco restare a casa.

Il contesto e il tono in cui viene usato aiutano a capire il motivo dell’auto-esclusione.

L’espressione è simile a “dare forfait“. Il termine forfait, di chiara origine francese, lo abbiamo già incontrato in un passato episodio di italiano commerciale dedicato ai pagamenti forfettari. Dare forfait però non ha niente a che fare coi pagamenti.

Le due espressioni *dare forfait” e “chiamarsi fuori” hanno significati simili perché in entrambi i casi si tratta di non partecipare a qualcosa, ma ci sono differenze nel contesto e nell’uso.

Chiamarsi fuori” implica una scelta volontaria, spesso fatta prima di iniziare un’attività o una discussione. È una decisione che si prende per evitare un coinvolgimento attivo, sia per responsabilità, sia per disinteresse o altro.

La motivazione può essere disinteresse, mancanza di tempo o evitare problemi.

Dare forfait” si usa invece quando qualcuno rinuncia a partecipare dopo aver inizialmente accettato. Spesso è dovuto a motivi personali, come malessere, imprevisti o difficoltà. Infatti un forfait in questo caso è un abbandono, un ritiro. Non parliamo quindi di un accordo o di una somma fissa, predeterminata, come nel caso di “pagare un forfait“.

Vediamo un esempio col senso di abbandono:

Avrei dovuto venire alla partita, ma devo dare forfait perché non sto bene.

Qui c’è un senso di ritiro per una causa specifica, spesso imprevista.

Inoltre, “chiamarsi fuori”: di solito si manifesta come una presa di posizione chiara e anticipata.

“Dare forfait” invece, come ho detto, è un ritiro, spesso all’ultimo momento.
Inoltre “dare forfait” si usa in contesti più specifici, come eventi, incontri, partite sportive o appuntamenti, e spesso ha un tono di rammarico.

Il tennista ha dato forfait a causa di un infortunio.

Mi spiace, devo dare forfait per la cena di stasera.

Oggi faremo un ripasso che è un augurio per il nuovo anno. Lo faremo usando 4 versioni diverse, ognuna delle quali usa parole che appartengono a categorie diverse. Usiamo le 4 categorie usate da Dante Alighieri nell’opera “de vulgari éloquentia“.

Le categorie individuate sono le seguenti: lisce, aspre, piane e scivolose.

Le parole lisce (levia) hanno un suono dolce, fluido e armonioso. Sono usate per dare eleganza e grazia al discorso.

Le parole aspre (aspera) hanno un suono ruvido o duro, che trasmettono forza o asprezza.

Le parole piane (plania) hanno un ritmo regolare e stabile, senza particolari asperità o dolcezze.

Infine, le parole scivolose (volubilia) sembrano fluide e veloci, capaci di scivolare nella pronuncia.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

_Parole asperae (aspre):_

Marcelo: Che il nuovo anno spezzi ogni catena, squarci le ombre e sortisca il trionfo di una volontà capace di resistere e corroborare le imprese più ardue.

_Parole planæ (piane):_

Ulrike: Che l’anno nuovo porti pace, serenità e dolcezza, ristabilendo l’armonia e concorrendo a costruire un mondo più giusto.

_Parole scivolose (lèvitas):_

Hartmut: Fluisca il tempo come un ruscello limpido, glissando sulle difficoltà, sortendo leggerezza e recando solo gioia nei cuori.

_Parole lenes (liscie):_

Edita: Che ogni alba del nuovo anno sorga dolcemente, accreditando speranze nuove, perfezionando i nostri desideri e diramando pace nell’animo.

 

L’impossibile e la qualunque

L’impossibile e la qualunque

(ep. 1160)

Trascrizione

Un uso particolare e informale del termine “impossibile” è quando si vuole indicare un eccesso.

Se dico ad esempio:

Mi sono mangiato l’impossibile.

Voglio dire che ho mangiato tantissime cose, tante da far impressione. Si parla anche di una vasta varietà di cose, molte cose diverse. C’è un eccesso nella quantità e nella varietà in questo caso.

“L’impossibile” si usa chiaramente anche in modo più letterale, per riferirsi a qualcosa che è effettivamente impossibile o estremamente improbabile.

Es:

Ho fatto di tutto per te, ma non puoi chiedermi l’impossibile

Cioè: non puoi chiedermi ciò che non è possibile fare.

Oggi però vorrei sottolineare l’uso informale legato alla quantità e alla varietà.

Una modalità alternativa, che fa parte sempre del linguaggio colloquiale è “la qualunque“. Ci sono delle differenze però, seppur entrambe possano essere usate per indicare un eccesso. Vale la pena di vederle con alcuni esempi.

L’impossibile Indica qualcosa di straordinario, incredibile o fuori dall’ordinario. Quando si dice ad esempio “mi sono mangiato l’impossibile”, si vuole esprimere l’idea di aver mangiato tantissimo, forse anche più del ragionevole, raggiungendo un livello quasi “oltre i limiti”.

Il tono esprime enfasi puntando sul concetto di eccezionalità.

Non si usa solamente col mangiare. Possiamo usare diversi verbi

Per preparare la festa, ho fatto l’impossibile!

Ho fatto dunque uno sforzo straordinario.

In genere si parla di una quantità di qualcosa, una quantità evidentemente eccezionale, esagerata; dunque nel caso del cibo (mangiare l’impossibile) o nel caso si parli di bere (ho bevuto l’impossibile) si adatta perfettamente.

Nel caso di “fare l’impossibile” ci si riferisce più a un grande sforzo, uno sforzo straordinario o un grande impegno, ma volendo potremmo riferirci ad una notevole quantità di cose diverse.

Parliamo di una quantità eccezionale di cose anche quando usiamo il verbo comprare.

es.

ho comprato l’impossibile

Oppure ci riferiamo a un mix tra un livello di intensità che supera i limiti e una quantità di qualcosa.

es.

un tizio voleva rubarmi il parcheggio ed io gli ho urlato contro l’impossibile

Col verbo vedere, posso dire ad esempio:

In una settimana a Roma abbiamo visto l’impossibile.

Cioè abbiamo visitato una quantità enorme di posti, più del previsto.

Leggermente diverso è il senso di “la qualunque“, una locuzione curiosa che si riferisce a qualcosa di generico o non specifico, senza particolari criteri o qualità distintive.
Dire ad esempio “mi sono mangiato la qualunque” significa che si è mangiato tutto ciò che si trovava a disposizione, senza selezionare.

Il tono è più ironico e informale, spesso usato per sottolineare un atteggiamento poco selettivo o casuale.

Es:

Da quando ho fatto l’abbonamento a Netflix mi sono guardato la qualunque.

Cioè ho guardato di tutto, senza badare alla qualità. Sì, parliamo anche di una grande quantità di cose: serie o film, ma a seconda dell’occasione, si sottolinea maggiormente la scelta casuale, l’indifferenza verso la scelta piuttosto che la quantità. Nel caso volessi sottolineare la quantità meglio usare “mi sono guardato l’impossibile”

Es:

Per giustificare la mia assenza all’appuntamento ho detto la qualunque.

Cioè potrei aver detto tante cose diverse, ma soprattutto ho parlato senza senso o coerenza, dicendo di tutto.

Altro esempio:

Al buffet in ufficio mi sono mangiato la qualunque.

E’ vero che ho mangiato tante cose, ma più che altro significa che ho mangiato qualsiasi cosa trovassi, senza fare differenze.

D’altronde il termine “qualunque” porta già in sé il significato di qualcosa di generico, non specifico, che non si distingue per particolari caratteristiche o qualità. “Qualunque” ha una valenza di generalità e di indifferenza verso criteri di selezione. Qualunque significa in questo caso cose “di qualsiasi tipo”. Quindi, dire “qualunque” implica che l’attenzione scelta non c’è stata, accettando o considerando qualsiasi cosa, senza distinzione.

Dire “la qualunque” è simile quindi a “qualunque cosa” o “una qualunque cosa“, che però sono forme più adatte per selezionare una solo cosa tra tante.

Es:

dammi un PC qualunque, non è importante

Inoltre è adattabile a contesti formali o informali. Invece “la qualunque” ci comunica anche un senso legato alla quantità, oltre al tono ironico, umoristico o sarcastico, quindi spesso si utilizza in modo spregiativo.

Es:

Non ti sai mai regolare. alla festa hai mangiato e bevuto la qualunque.

Si tratta di una modalità che usano perlopiù persone mediamente più colte di altre, nonostante “la qualunque” non sia una forma grammaticalmente corretta. E’ una cosiddetta “forzatura grammaticale”, che però ha lo scopo di dare espressività a ciò che si sta affermando.

Ricapitolando:

“L’impossibile”: Sottolinea un eccesso straordinario e fuori dal comune. Quindi se vuoi enfatizzare l’eccesso in termini di quantità o sforzo puoi usare “l’impossibile”.

“La qualunque”: Mette l’accento sull’indifferenza verso la scelta, indicando un approccio casuale o disordinato. Quindi se vuoi sottolineare la mancanza di criteri o il carattere indiscriminato usa “la qualunque”. Sottolineare il carattere indiscriminato significa evidenziare che qualcosa è stato fatto, scelto o realizzato senza alcun criterio logico o selettivo, in modo casuale o disordinato. In altre parole, si tratta di un’azione o di una decisione che non segue regole, preferenze o priorità chiare, ma avviene in modo indiscriminato, cioè senza fare distinzioni, senza fare alcun discrimine. Questo termine lo vediamo meglio in un prossimo episodio.

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.

Marguerite: Allora, chi porta il panettone quest’anno? Ci pensa Marcelo? Ma non vorrei fare i conti senza l’oste! Sarà d’accordo? Chi lo sa!

Marcelo: non saprei, ma mi sa che tocca a te quest’anno. Comunque: Ambarabà ciccì coccò, la conta l’hai persa tu!

Anne Marie: Mannaggia a te, mannaggia! Non prendere in giro perché L’anno scorso hai portato un pandoro che lasciava molto a desiderare

Edita: Ma smettetela di cazzeggiare, dai! Io comunque preparo l’arrosto, così sarà la morte sua con un bel contorno di patate al forno.

Hartmut: Va bene, va bene, però occhio: se sbagliamo qualcosa, la zia Maria ci farà vedere i sorci verdi.

Karin: Per carità, attenti! Checché ne dica zia Maria comunque, l’importante è stare insieme.

Julien: ragazzi, male che vada, mal comune mezzo gaudio! È Natale anche per condividere i cazziatoni di zia Maria.iscriviti

Non ho capito io!

Non ho capito io!

(ep. 1159) (scarica audio)

Trascrizione

non ho capito io!

Ricordate quando abbiamo parlato dell’espressione ‘hai capito!’? Ebbene, ricorderete che il significato dell’espressione ha poco a che fare con il suo significato letterale. Piuttosto esprime un mix tra incredulità e stima.

Bene, un discorso analogo avviene con l’espressione ‘Non ho capito’ oppure ‘non ho capito io!’.

Si tratta ancora una volta di un’esclamazione, e non esprime il senso letterale. Non si tratta infatti di una mancata comprensione di qualcosa.

“Non ho capito io!” è invece un’espressione breve, diretta e molto potente. A prima vista potrebbe sembrare solo un modo per dire che qualcosa non è chiaro (in effetti può usarsi anche in questo modo, con un altro tono però) ma il suo significato può cambiare completamente in base al contesto e proprio al tono che si usa.

Spesso, infatti, questa frase non esprime un’incomprensione vera e propria, ma diventa una dichiarazione enfatica per sottolineare un diritto, una posizione chiara e non negoziabile.

Vediamo insieme cosa significa esattamente e come si usa.

Questa espressione, quando usata in modo deciso, equivale a dire:

Questa cosa deve essere chiara!

Non ci sono dubbi, è un mio diritto!

Non scherziamo, le cose stanno così!

Espressioni simili, più brevi, possono essere:

Ma guarda un po’!

Ma pensa tu!

Non scherziamo!

Ma ti pare! (anche questa espressione l’abbiamo già spiegata)

L’attenzione è tutta sull’”io”, che tuttavia possiamo anche omettere. Chi parla vuole far capire che è sicuro della propria posizione e che ciò che sta affermando è evidente, giusto e non discutibile. È una rivendicazione, una sorta di “punto esclamativo” che chiude il discorso.

Come si usa?

“Non ho capito io!” si usa spesso in situazioni di confronto o quando si vuole mettere in chiaro qualcosa. Non serve aggiungere molto altro: il tono deciso e l’enfasi bastano per comunicare il proprio messaggio.

Facciamo qualche esempio. Tengo a sottolineare che l’espressione è usata solo nella forma orale. Potreste trovare qualcosa di scritto sulla rete, ma non ve lo garantisco. Anche Chatgpt non vi aiuterà. Ve lo dico da subito!

Vediamo quando si tratta di rivendicare un diritto. Ricorderete che il verbo rivendicare lo abbiamo già incontrato.

Quei soldi sono miei, me li devi restituire. Non ho capito io!

Qui il significato è: “Non c’è spazio per dubbi o discussioni, è un mio diritto.” Non è certamente una richiesta di spiegazioni. Siamo spesso in una posizione di difesa più che di attacco, nel senso che qualcuno sta cercando di privarci di un diritto, di fare una ingiustizia e noi vogliamo invece dire che non è giusto!

In qualche modo, se vogliamo proprio ricondurci al significato letterale, potremmo dire “non capisco per quale motivo non debba essere così”, “non c’è motivo di pensarla diversamente e se ne esistesse uno di motivo, io non lo capisco”.

Possiamo usare l’espressione anche per far rispettare una nostra decisione. Si tratta di una personale decisione, ma non è detto. Di sicuro però chi parla esprime una sua personale opinione.

Es:

Certo che hai lo stesso diritto degli altri, non ho capito io!

Come dire che è ovvio.

Spessissimo si parla di una questione di giustizia, quindi si usa quando manca un atteggiamento giusto, una decisione equa, una parità di diritti, quindi quando c’è ad esempio un chiaro favoreggiamento, una chiara preferenza, quando non ci dovrebbe essere, per una questione di giustizia, di pari opportunità!

Tutti dobbiamo essere trattati allo stesso modo, non ho capito io!

Stiamo contestando un’ingiustizia:

Perché lui sì e io no? Non ho capito io!

Ecco, in questo caso si fatica meno a capire il senso della frase.

Si esprime un senso di ingiustizia, ma è solo una apparente richiesta di spiegazioni.

Altre volte si impone una scelta, una decisione che riteniamo comunque giusta:

Sono stato io a fare tutto il lavoro, quindi decido io. Non ho capito io!

Vuol dire: Deve essere chiaro che tocca a me decidere, non a nessun altro. E’ giusto così! Nessuno provi a dire il contrario!

In modo scherzoso o ironico si può anche usarla per enfatizzare una piccola protesta in modo leggero.

Guarda che tocca a te lavare i piatti oggi, perché è giusto che si faccia un giorno ciascuno, non ho capito io!

“Non ho capito io!” è una frase tipica del linguaggio colloquiale italiano, come ho detto, molto usata in conversazioni informali, familiari, specialmente nel sud Italia ma un po’ dappertutto.

Il tono e il contesto giocano un ruolo fondamentale: è un’espressione che si adatta bene a situazioni in cui c’è un contrasto, una rivendicazione o anche solo il desiderio di enfatizzare un concetto.

La sua forza sta nella semplicità: tre o quattro parole bastano per esprimere con chiarezza una posizione ferma. Non c’è bisogno di spiegazioni aggiuntive o di dettagli, perché il messaggio è già completo e diretto.

E’ importante usarla con il tono giusto. Deve trasmettere sicurezza, decisione e, se necessario, un pizzico di ironia. È perfetta per chiudere una discussione, ribadire un diritto, far valere la propria opinione, far valere le proprie ragioni o farsi sentire. Non sarà il massimo dell’eleganza, ma che volete!

Una esclamazione dal senso simile è “ma io non lo so!” che tuttavia è più spesso usata per esprimere irritazione o fastidio o anche un certo giudizio implicito, come se chi parla si mettesse in una posizione di superiorità morale o di perplessità rispetto all’atteggiamento o alle azioni di qualcun altro. Espressione, questa, di solito accompagnata da gesti o toni che rafforzano il messaggio, come lo scuotere la testa o un’espressione esasperata. come a dire “no”. Ricordate che abbiamo un episodio su questa espressione?

Per gli amanti della lingua romanesca comunque, un’espressione con un senso ancora più vicino è “ma che davero davero!“, che enfatizza l’incredulità verso qualcosa di inaccettabile. E’ come dire “ma sul serio?” e la ripetizione della parola ‘davvero’ (‘davero’ in romanesco) sottolinea ed enfatizza lo stupore, molto spesso per una ingiustizia, per qualcosa di ingiusto, proprio come “non ho capito io!

Ah, dimenticavo di dirvi che l’espressione di oggi si può usare solamente alla prima persona singolare. La forma è invariabile! Non esiste ad esempio “non hai capito tu!”. State infatti esprimendo un’opinione personale, a prescindere dalla persona per la quale si rivendica un diritto.

Adesso ripassiamo e siccome siamo sotto Natale, parliamo di regali di Natale:

– – –

Ripasso a cura dei membri dellassociazione Italiano Semplicemente

– – –

Anne Marie: io a mio fratello regalo un’agenda per aiutarlo con i suoi impegni. Lui è sempre alle prese con mille cose e non sa mai dove annotarle!

Edita: Io, invece, ho optato per qualcosa di più semplice. Regalo libri usati. Ne ho parecchi intonsi, pare brutto che nessuno li legga.

Estelle: Quant’è vero Iddio, io non voglio più sentire recriminazioni da mia sorella! Ogni Natale si lamenta per i regali che riceve. Quest’anno schiafferò sotto l’albero un buono regalo, così si compra ciò che vuole.

Marcelo: Per la cronaca, non mi sconfinfera per niente il Natale. È un continuo correre dietro a regali, decorazioni e pranzi interminabili. Poi, il Natale mi ricorda il mio gatto che non c’è più. Mi viene il magone solo a pensarci!

Julien: Dai! Non fare così. È pur sempre una festa per stare insieme. Piuttosto, durante le cene di Natale in famiglia, bisogna sempre stare sul chi vive per evitare di toccare argomenti che possono scatenare discussioni infinite.

Irina: Hai ragione, però non mi dirai che stare sul chi vive durante il Natale sia così edificante… comunque tornando a Bomba sui regali, io ormai faccio regali neutri e utili a tutti, così mi paro il culo ed evito che qualcuno abbia da ridire!

Mariana: sei sempre stato un paravento tu!

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Il siparietto ed il teatrino

Il siparietto e il teatrino

(ep. 1158)

Trascrizione

Parliamo ancora di teatro. Lo abbiamo fatto, se ricordate, quando ho spiegato l’espressione “essere teatro di qualcosa”. Stavolta parliamo del “teatrino”, e visto che ci sono, vi parlo anche del cosiddetto “siparietto”.

Sono concetti simili, che derivano chiaramente dal mondo del teatro, e vengono spesso usati in senso figurato per descrivere situazioni quotidiane. Vediamo che significano hanno e anche la differenza che esiste tra i due termini.

Il ‘siparietto’ deriva dal termine sipario. Ho già accennato al siparietto in un episodio, quello dedicato alle battute e alle frecciatine, ma oggi vorrei sottolineare anche la differenza rispetto al ‘teatrino’.

Sapete cos’è un sipario?
Un sipario è una grande tenda che si trova nei teatri e che separa il palco dal pubblico. Il sipario separa. facile da ricordare! Viene utilizzato principalmente per nascondere la scena durante i cambi di scenografia o prima e dopo lo spettacolo. Il sipario fondamentalmente si apre all’inizio dello spettacolo e si chiude alla fine.

Il siparietto non è però un piccolo sipario, un sipario dalle dimensioni ridotte.

Fa riferimento invece a una breve scena che potremmo definire ‘teatrale’ che si svolge in situazioni quotidiane, Non c’è nessuno spettacolo teatrale quindi.

In senso figurato, il termine è infatti usato per indicare un episodio breve e piacevole, spesso ironico o buffo, che si verifica in un contesto formale o quotidiano. Può essere una battuta scherzosa o un piccolo scambio divertente tra persone.

Es:

  • Durante la riunione, c’è stato un siparietto divertente tra i colleghi.
    (Quindi c’è stato un breve momento di ilarità che ha alleggerito l’atmosfera)
  • Quel siparietto tra gli ospiti ha reso la trasmissione più dinamica.
    (Una breve interazione simpatica ha animato il programma)

L’idea è quindi legata a qualcosa di leggero, breve e di solito positivo o ironico.

Un siparietto può essere sia spontaneo che organizzato, cioè preparato in precedenza, proprio come uno spettacolo teatrale, a seconda del contesto in cui si verifica.

Un siparietto spontaneo nasce in modo naturale, senza essere programmato, ed è spesso il risultato di interazioni improvvise, battute o episodi divertenti che accadono nel momento. Se il siparietto è spontaneo, naturale e improvviso, chiaramente risulta più autentico rispetto a un siparietto organizzato.

Es:

  • Durante una riunione, un collega fa una battuta che scatena delle risate: ecco un siparietto spontaneo.

In questi casi, il siparietto è un episodio breve che interrompe il flusso normale degli eventi, portando un tocco di leggerezza.

Un siparietto organizzato, invece, in quanto organizzato, è preparato in anticipo, spesso con lo scopo di intrattenere. Accade, per esempio, nei programmi televisivi o negli spettacoli, dove gli autori possono pianificare intermezzi comici o dialoghi simpatici tra i protagonisti.

Due conduttori di un programma si possono ad esempio scambiare battute scritte per creare un momento divertente. Oppure in una cerimonia o evento, viene inserito un intermezzo simpatico per alleggerire il tono.

Una cosa simile al siparietto è il cosiddetto “teatrino

Il termine “teatrino” si riferisce in senso proprio a un piccolo teatro, usato per spettacoli semplici, come quelli di marionette o burattini. In senso figurato, però, ha un’accezione diversa: si usa per descrivere comportamenti esagerati o artificiosi, spesso con una connotazione negativa. Il teatrino non è divertente, piuttosto direi che è irritante.

Parliamo di una situazione in cui le persone si comportano in modo che possiamo definire ancora “teatrale”, ma nel senso che stanno fingendo o esagerando per attirare attenzione o manipolare.

Es:

  • Basta con questo teatrino, parliamo seriamente!
    (Si critica un atteggiamento esagerato o poco autentico)
  • Il loro litigio sembrava un teatrino preparato per farsi notare.
    (Il comportamento di queste persone appare forzato o artificiale)

A differenza del “siparietto”, il “teatrino” ha quindi un tono critico o sarcastico e si usa per evidenziare una mancanza di autenticità.

Un teatrino si può fare anche da soli, non c’è bisogno di esser in compagnia di altre:

Altri esempi:

  • Durante il dibattito, un siparietto tra i candidati ha strappato un sorriso al pubblico, ma subito dopo il loro teatrino di accuse reciproche ha annoiato tutti.
    (Un esempio di come i due termini possano convivere senza problemi nello stesso contesto o in una stessa frase)
  • Prova e riprova, dopo un teatrino di scuse poco credibili, alla fine ha confessato tutto!
    (Qui il “teatrino” indica la finzione prima di una verità)

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti.

(Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente)

Ulrike: La vigilia di natale mi dà da cucinare per tutta la giornata (capirai, con tutto quello che c’è da cucinare!).

Marcelo: certo , ma quale piacere nel potermi sbizzarrire, dai piccoli aperitivi, alla preparazione dell’irrinunciabile cappone.

Julien: per finire con i fiocchi, vale a dire col tronchetto di Natale, inossequio alla storica ricetta. Che volete, è retaggio familiare.

Estelle: Comunque l’impegno è ricompensato dal brillare degli occhi all’alzarsi del sipario su una tavola meravigliosa. Infine un appello: non parlate di politica, altrimenti il sipario potrebbe abbassarsi.

I nomi delle zone d’Italia

I nomi delle zone d’Italia

(ep. 1156) (scarica audio)

Trascrizione

Parliamo oggi di come vengono chiamate alcune zone in Italia.

Possiamo partire dal fatto che queste denominazioni indicano aree geografiche, generalmente intorno a una città o un capoluogo, e derivano dalla necessità di descrivere in modo semplice una porzione di territorio. Ecco come funziona:

Si parte dal nome di una città, spesso un capoluogo di provincia o una località famosa (es. Viterbo, Caserta).

Dopodiché aggiungiamo un suffisso, cioè un pezzo alla fine.

I suffissi più comuni sono:

-ese: Usato per indicare una zona o gli abitanti collegati a un luogo. Esempio: Viterbo → il viterbese (la zona intorno a Viterbo o un suo abitante). Chiaramente nella forma plurale (I viterbesi) parliamo solamente degli abitanti. La forma maschile è sempre l’unica usata, a meno e che non ampliamo il raggio d’azione territoriale, quindi se andiamo oltre la zona circostante una città. In tal caso parliamo ad esempio della Tuscia, la Ciociaria, la Brianza, la Maremma eccetera.

Tornando alle zone attorno alle città, notate che la stessa forma si può usare anche per chiamare il dialetto locale (es: il dialetto viterbese, appunto).

Ecco comunque i suffissi che si usano:

-ano: Simile all’uso precedente, ma più comune in alcune regioni. Esempio: per Caserta abbiamo il casertano, per Brescia il bresciano, per Palermo il palermitano, eccetera.

-ino (meno comune): Es. Ivrea → ivreino. A dire il vero per gli abitanti di Ivrea, il territorio viene più spesso chiamato eporediese, dal nome antico della città, che era Eporedia. Poi c’è anche il perugino, per la città di Perugia.

– asco. Es: il bergamasco, per indicare il territorio di Bergamo.

– ense. Es: il parmense, per il territorio attorno a Parma.

Dunque, come avete capito, non c’è una vera regola per stabilire il nome di un territorio attorno ad una città.

Lo stesso “viterbese” (inteso come territorio) viene anche chiamato “Tuscia” o meglio “Tuscia viterbese” , per via della sua storia etrusca e degli antichi abitanti: i Tusci. Una volta poi la Tuscia si chiama “Etruria”. Come avrete capito, si tende a specificare “Tuscia viterbese” e non semplicemente Tuscia perché quest’ultima si estende anche in altre zone del Lazio, della Toscana e dell’Umbria. D’altronde gli etruschi arrivarono in pianura padana e persino in Corsica.

Queste denominazioni sono usate in quanto molto pratiche per indicare zone più ampie del semplice confine comunale o cittadino.

Si usano ad esempio per parlare della cultura, gastronomia o attrazioni della zona (es. “Nel casertano si produce la mozzarella di bufala”). Non sarebbe corretto dire “a Caserta si produce la Mozzarella di bufala” perché indicheremmo solo la città si Caserta e non anche il territorio circostante.

Altri esempi:

Il viterbese è noto per l’olio d’oliva.

Il bresciano è rinomato per i suoi spumanti Franciacorta.

Nel salernitano si trovano alcune delle spiagge più belle della Costiera Amalfitana.

Il fiorentino è famoso per il Chianti e le ville medicee nei dintorni (medicee significa della famiglia dei Medici, una famosa famiglia fiorentina del passato)

Nel torinese si producono alcuni dei migliori cioccolati d’Italia.

Il veronese è noto per la produzione del vino Amarone e i panorami della Valpolicella.

Il bergamasco è celebre per i casoncelli e le sue città murate.

Nel pisano si trovano alcune delle migliori coltivazioni di olive toscane.

Il reggiano è conosciuto per il Parmigiano Reggiano, uno dei formaggi più famosi al mondo.

Nel parmense si producono eccellenze gastronomiche come il Prosciutto di Parma.

Il leccese offre una straordinaria varietà di spiagge e l’arte del barocco.

Il messinese è noto per la pesca e i suoi tradizionali piatti a base di pesce spada.

Nel riminese il turismo balneare è accompagnato da una vivace tradizione enogastronomica.

Il perugino è apprezzato per la sua cioccolata e i paesaggi collinari.

In inglese, ci sono espressioni come “the Florentine countryside” (per Firenze) o “the Neapolitan area” (per Napoli).

La costruzione è simile, ma in italiano si usa spesso un unico termine.
Spesso poi si creano ulteriori distinzioni per descrivere aree specifiche con caratteristiche peculiari.

Questi termini aiutano a localizzare ancora meglio una porzione di territorio o a sottolinearne le differenze culturali, economiche o semplicemente geografiche rispetto al centro urbano.

Es: per “bassa Tuscia” si intende la parte della Tuscia, cioè del viterbese, che si trova nella parte più a sud-est della provincia.

Altri esempi di questo tipo sono “Alto Casertano” e “Basso Casertano”, il “Basso Viterbese” e “Alto viterbese”, il “Bergamasco orientale” e Bergamasco occidentale”, eccetera.

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: ragazzi, vi siete resi conto che siamo alle soglie del Natale?
Per me l’anno è passato in men che non si dica!

Edita: sfido io, è per via dell’ immediatezza delle comunicazioni!

Julien: cosa? Non sono del tuo stesso avviso! Attribuire la responsabilità alle comunicazioni, è un’idea che non sta in piedi!
Per me, si tratta piuttosto di non vivere pienamente il presente!

Estelle: come sarebbe a dire?

Rauno: te lo spiego io: di solito abbiamo un andirivieni di pensieri preoccupandoci troppo del passato e del futuro, dimenticando il presente, appunto.

Estelle: siate più frivoli ragazzi, pensiamo alle feste e a tutte le amenità relative, senza dimenticare la festa religiosa.

Prova e riprova: differenze ed esempi pratici

Prova e riprova (scarica audio)

(ep. 1157)

Trascrizione

Differenza tra provare e riprovare

Partiamo da una cosa semplice. Qual è la differenza tra provare e riprovare?

Beh, semplice, dipende dal numero di tentativi.

Il verbo provare, infatti, significa fare un tentativo o sperimentare qualcosa per la prima volta.

È un’azione iniziale che implica curiosità, impegno o necessità di verificare qualcosa.

Es:

Devo provare questa nuova ricetta.

(La preparo per la prima volta)

Prova a chiamare Giovanni, forse ti risponde.

(Fai un tentativo)

In generale, “provare” (e anche riprovare) si usa anche per esprimere i sentimenti.

Provo felicità

(Sento felicità)

Il verbo riprovare significa, come avrete intuito, provare di nuovo, cioè fare un secondo (o ulteriore) tentativo dopo che il primo è fallito o non è stato soddisfacente.

Questo non vale necessariamente sempre, soprattutto per i sentimenti.

Possiamo riprovarli, ma teoricamete la prima volta è sempre la migliore :-).

Inoltre riprovare un sentimento non rappresenta un tentativo, ma semplicemente una seconda volta che proviamo un’emozione.

Parlando di tentativi, si può dire ad esempio:

Non sono riuscito a trovare il tempo, ma voglio riprovare domani.

Riprovare a fare pace è sempre una buona idea.

Parliamo di tentare ancora una volta di fare pace.

Riprovare” può indicare un’azione ripetuta anche senza fallimento, se si desidera perfezionarsi:

Riprovò la canzone per migliorare la performance.

Posso comporre frasi anche con entrambi i verbi:

Es.

Prova e riprova, alla fine ci sono riuscito

Ho provato e riprovato senza successo.

Vediamo adesso due locuzioni particolari. Parlo di “A prova di” e “A riprova di”.

“A prova di” e “a riprova di” sono espressioni che spesso generano confusione, nonostante abbiano significati ben distinti.

Analizziamoli uno alla volta per chiarire ogni dubbio.

Significato di “a prova di”

L’espressione “a prova di” indica qualcosa progettato per resistere o essere immune a un determinato problema, fenomeno o condizione. Il suo significato è legato all’idea di protezione.

Es:

Questa serratura è a prova di scasso.

Significa che la serratura è progettata per resistere ai tentativi di scasso.

Parliamo del verbo scassinare, che significa forzare o rompere una serratura o un sistema di chiusura per accedere a un luogo o a un oggetto protetto.

Quando si dice che una serratura è “a prova di scasso”, si sottolinea che è progettata per opporre resistenza ai tentativi di scassinatura, rendendo difficile o impossibile forzarla o romperla.

Puoi provare a romperla, puoi provare a scassinarla, ma non ci riuscirai mai! Ecco perché di dice “a prova di” scasso.

L’idea di base è quindi legata alla prevenzione del crimine e alla sicurezza.

Altro esempio:

Un contenitore a prova di bambini.

Indica che il contenitore è progettato in modo che i bambini non possano aprirlo.

È come dire che il contenitore è stato fatto (realizzato, progettato, ideato) per resistere ai bambini. Anche qui c’è l’idea della prevenzione.

L’origine di questa espressione richiama l’idea di un test o una verifica: qualcosa che “resiste alla prova” supera una sorta di esame o difficoltà.

L’espressione può essere usata anche in senso figurato:

Giovanni ha un alibi a prova di bomba.

Significa che l’alibi è inattaccabile, impossibile da mettere in dubbio. Le bombe non c’entrano nulla in realtà.

Ad ogni modo, in senso proprio, posso dire:

Abbiamo costruito una cassaforte a prova di bomba

Questo per indicare che neanche l’esplosione di una bomba potrebbe rompere e quindi aprire la cassaforte.

Significato di “a riprova di”

Diverso è il caso di “a riprova di”, che si usa per indicare una conferma o una dimostrazione ulteriore di qualcosa già conosciuto. Riprova = provare, dimostrare ulteriormente, fornire un’ulteriore prova, cioè fornire una riprova.

Questo dovrebbe ricordarvi l’episodio che abbiamo dedicato al verbo comprovare.

In effetti “a comprova di” ha lo stesso significato di “a riprova di”, che però è utilizzato molto più spesso.

Comunque sia, il senso è quello di rafforzare un’idea con un esempio o una ulteriore prova concreta.

Es:

A riprova della sua innocenza, ha presentato un video.

Significa che il video serve a confermare ulteriormente l’innocenza.

Altro esempio:

A riprova del suo talento, ha vinto un altro premio.

Questo indica che il premio è un’ulteriore dimostrazione del suo talento.

A riprova della sua serietà, è sempre puntuale.

Qui la puntualità viene vista come una conferma della serietà.

Quindi “a prova di” riguarda protezione o resistenza, come una barriera contro qualcosa, mentre “a riprova di” riguarda una dimostrazione o conferma, come un ulteriore elemento che supporta un’idea o una tesi.

A riprova di“, lo ribadisco, nasce dall’idea di offrire una seconda prova (ri-prova) per consolidare una verità già dichiarata.

È la stessa cosa anche di “a conferma di“. Stesso significato.

Altri esempi:

Questo vetro è a prova di urto.

(Resiste agli urti, è progettato per non rompersi facilmente)

A riprova della sua onestà, ha restituito il portafogli trovato per strada.

(Restituire il portafogli dimostra ulteriormente la sua onestà.)

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

– – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

– – –

Ulrike: Grazie mille Gianni, un episodio fantastico, evidentemente a riprova del tuo talento straordinario a spiegare la lingua italiana. Non datemi della ruffiana amici, è nient’altro che la mera verità. E al contempo un ripassino di qualche espressione precedente della rubrica dei due minuti 😀.

Carmen: non c’è santo che tenga: l’esperienza paga sempre. È da qualche anno che fa episodi ormai.

Marcelo: al netto di qualche eccesso nella durata degli episodi, non posso che essere anch’io molto soddisfatto.

Mariana: Ciò non toglie che a volte i temi siano così intriganti da farmi dimenticare il tempo che passa.

Rauno: Non sia mai detto che manchi di riconoscere la sua abilità: riesce sempre a prendere spunto da dettagli apparentemente insignificanti per creare qualcosa di memorabile.

Karin: Del senno di poi sono piene le fosse, ma se c’è una cosa che ho capito è che seguirlo sin dall’inizio mi avrebbe evitato di perdermi tante chicche linguistiche.

Prova anche il video Youtube 🙂

Jean-Marie – episodio di ripasso

Jean-Marie (ripasso) (scarica audio)

Trascrizione

Oggi voglio fare un veloce episodio di ripasso, un episodio piuttosto anomalo ma originale al contempo, dedicandolo a Jean-Marie, che con la sua donazione (per inciso, non è la prima) ha voluto aiutare italiano semplicemente.

Lo farò con una serie di frasi in cui utilizzerò parole, verbi o espressioni già spiegate. Qualcuna di queste vi farà sorridere, ma ben venga una risata ogni tanto, no?

Jean-Marie non ha stentato a dimostrarsi generoso: il suo contributo è stato di gran lunga il più inaspettato dell’anno.

Grazie a lui e anche ad altri generosi sostenitori, possiamo evitare di tirare a campare e dedicarci con maggiore assiduità alla crescita del progetto di Italiano Semplicemente.

La generosità del suo gesto, permettetemi di dire, non è opinabile: è l’ennesima prova che il nostro lavoro non passa inosservato, neanche a chi si trova in alto mare con l’apprendimento dell’italiano! Non è il suo caso comunque!

Alcuni potrebbero dire che fare donazioni sia un lusso che non ci si può permettere ma io preferisco considerarlo un buon viatico che ci permette di andare avanti. Capirai, con questi chiari di luna!

È grazie a sostenitori come Jean-Marie che posso continuare a occuparmi del sito senza dover raschiare il fondo del barile per trovare il tempo e le risorse necessarie. Qui è previsto il sorriso di cui sopra.

Si potrebbe dire che il suo gesto è stato emblematico di chi non si limita al minimo sindacale, ma sceglie di metterci la faccia per sostenere qualcosa in cui crede.

Pendiamo dalle tue labbra, caro Jean-Marie: se hai suggerimenti, domande o richieste, sono qui, pronto ad ascoltare.

Una donazione un modo moderno di dimostrare che ci si può sostenere anche da lontano. Spero che qualcuno prenda spunto da te e ci dia anche solo un piccolo supporto.

Grazie mille, Jean-Marie, per il tuo sostegno che come puoi vedere non è passato inosservato (forse sto esagerando con la ruffianeria?) Per la cronaca, non si tratta di bruscolini! Ove mai ci fossero dubbi, sappi che qui si lavora con passione e dedizione, senza avere la velleità di farcela sempre da soli, ma stavolta insieme a una splendida comunità. A buon rendere!

Donazione

Dare in pasto

Dare in pasto

(ep. 1155) (scarica audio)

Trascrizione

Dare in pasto è un’espressione della lingua italiana che evoca un’idea forte e visiva: quella di offrire qualcosa o qualcuno a un pubblico affamato, proprio come si darebbe del cibo a un animale in gabbia. Ma il suo significato figurato va ben oltre questa immagine.

Cosa significa esattamente “dare in pasto”? Generalmente vuol dire esporre una persona o un argomento a un gruppo che lo giudicherà, lo criticherà o lo “divorerà” con entusiasmo, spesso in modo impietoso. È un’espressione che si usa quando qualcuno viene lasciato senza difese, esposto a critiche o attacchi pubblici.

Facciamo un esempio: Se un politico commette un errore e i giornali lo riportano con grande clamore, possiamo dire che quel politico è stato “dato in pasto alla stampa”. Significa che è stato esposto al pubblico, che non vedrà l’ora di analizzare, criticare o condannare il suo errore.

Pensate a una situazione in cui qualcuno viene deliberatamente esposto alle critiche degli altri: un collega che presenta un lavoro non ancora finito davanti a un capo molto severo, o uno studente che, senza preavviso, viene chiamato a rispondere a una domanda difficilissima davanti all’intera classe. Dire “mi hanno dato in pasto agli squali” è un modo iperbolico e divertente per esprimere questa sensazione.

Qual è l’origine di questa espressione?

L’immagine deriva chiaramente da situazioni in cui si dava del cibo a un gruppo di animali affamati, come i leoni o gli squali. Nel linguaggio figurato, gli “animali” possono diventare persone o anche altro: un pubblico, la stampa, un gruppo di critici, tutti pronti a “sbranare” ciò che gli viene offerto.

L’espressione può anche essere usata in modo ironico. Per esempio:

Un amico ti chiede di cantare al karaoke senza preavviso? “Non puoi darmi in pasto al pubblico così, senza neanche fare una prova!”

Oppure:

Qualcuno ti fa una domanda scomoda davanti a molte persone? “Mi hai proprio dato in pasto alla folla con questa domanda!”

In sintesi, “dare in pasto” è un’espressione che racconta di esposizioni improvvise, di giudizi impietosi e, a volte, di un po’ di ironia. Perfetta per descrivere situazioni in cui ci si sente, almeno per un momento, come un boccone prelibato!

In senso figurato non solo le persone possono essere “date in pasto”, ma anche informazioni, notizie o situazioni. L’espressione è molto versatile e si usa per descrivere qualsiasi cosa venga deliberatamente esposta al giudizio o all’attenzione di un pubblico affamato di critiche, curiosità o reazioni.

Esempi:

“L’azienda ha dato in pasto alla stampa i dettagli del nuovo prodotto.”
Qui si intende che l’azienda ha rivelato volutamente informazioni per stimolare interesse o reazioni.

“Il video è stato dato in pasto ai social.”
Si usa per indicare che un contenuto è stato pubblicato online, esposto alle reazioni di milioni di persone.

Può riguardare qualunque cosa venga offerto in modo deliberato o malizioso per suscitare reazioni: una persona, una notizia, un segreto o anche un oggetto simbolico.

L’espressione “dare in pasto” non si usa letteralmente con il cibo, ma è riservata a un contesto figurato. Questo perché nasce da un’immagine evocativa, ma il suo significato è metaforico: esporre qualcuno o qualcosa a critiche, giudizi o attenzioni, come se fosse cibo dato ad animali affamati.

Allora quando si parla di cibo reale caso si usa?

Se si tratta di cibo vero, non si dice “dare in pasto”, ma si usano espressioni più letterali, come “offrire”, “servire” o “dare da mangiare”. Ad esempio:

Ho dato da mangiare ai cani.

Ho servito la torta agli ospiti.

Perché l’espressione non si usa con il cibo?

L’idea dietro “dare in pasto” è quella di una scena drammatica o violenta: immaginare animali (leoni, squali) che si avventano su qualcosa o qualcuno. Questo rende l’espressione inadatta a contesti culinari quotidiani, dove il cibo è preparato e condiviso con cura.

Perché si usa la preposizione “in”? Potrebbe venire spontaneo usare “come”: dare come pasto.

Ci sono casi analoghi se può consolarvi. Pensiamo a “mettere in cattiva luce” una persona.

C’è sempre l’idea dell’esposizione, a una luce o a un giudizio.

Ad ogni modo la preposizione in è obbligatoria, altrimenti non ha senso.

Adesso ripassiamo. Parliamo della tecnologia.

Marcelo: Siamo sempre alle prese con una miriade di strumenti digitali.

Edita: comunque, a differenza di quanto si pensi, ci sono anche aspetti positivi. La tecnologia può fornire occasioni propizie per la comunicazione e per il lavoro. Cosa bolle in pentola nei vostri settori?

Anne Marie: Nel mio campo, per esempio, c’è troppa tecnologia e chi la sa usare tutta è merce rara! Ce ne fossero di più non sarebbe male.

Karin: altrimenti la tecnologia rischia di remare remare contro la nostra produttività se non sappiamo usarle bene.

Julien: Esatto. È doveroso dare più spazio ai giovani. Ad oggi non vedo iniziative in tal senso nel mio paese.

Ulrike: Eh, benedetti giovani! La nota dolente arriva dall’esperienza sul campo. Poi nella mia azienda si dovrebbero rimpinguare le casse per assumere giovani, che poi oltretutto vanno pure formati.

M7: Capirai, se la mettiamo sul discorso economico, a me sembra una scusa bell’e buona. Viva la tecnologia e viva i giovani.

Rispondere per le rime

Rispondere per le rime

(ep. 1153) (scarica audio)

Trascrizione

Rispondere per le rime è un’espressione della lingua italiana che rappresenta una pronta risposta, pungente e ben mirata, capace di “fare rima” con ciò che l’ha preceduta, quasi come un duello verbale.

Ma cosa significa esattamente “rispondere per le rime”? Se non si fosse capito, vuol dire replicare a qualcuno con la stessa moneta, restituire pan per focaccia. La lingua italiana a quanto pare è ricca di espressioni quando si tratta di esprimere un qualunque concetto.

Rispondere per le rime è una modalità molto efficace per sottolineare una risposta arguta e incisiva, spesso usata per difendersi o per mettere qualcuno al proprio posto con eleganza e intelligenza.

E quando possiamo usarla?

Immaginate una discussione accesa: se una persona provoca, “rispondere per le rime” significa non restare in silenzio, ma ribattere con fermezza, magari anche con ironia, dimostrando di non essere da meno.

Facciamo un esempio:
Un collega vi fa una battuta pungente sul vostro ritardo? Rispondere per le rime potrebbe essere:

Arrivo tardi, è vero, ma almeno arrivo con idee nuove, non riciclate!

Da dove arriva questa espressione?

L’origine è poetica: nelle antiche dispute letterarie, i poeti si scambiavano versi su versi, spesso rispondendosi l’un l’altro in rima, con intelligenza e maestria. La rima, dunque, rappresenta qui il simbolo di una risposta che ha lo stesso tono o intensità dell’attacco.

Quando usarla con stile?

Ricordate che rispondere per le rime non significa essere volgari o offensivi: è un’arte sottile. Si tratta di giocare con le parole, mantenendo il controllo e magari strappando anche un sorriso al vostro interlocutore.

Es:

Un amico vi prende in giro per un errore di grammatica?

Pensa che fortuna: posso sbagliare e imparare. Tu invece resti fermo.

Insomma, rispondere per le rime è una vera e propria danza verbale, un gioco di intelligenza che rende le discussioni più frizzanti e meno banali. Un’arma raffinata per chi sa maneggiare bene le parole.

È importante usare la preposizione “per”, perché usare “con” sarebbe più intuitivo forse, ma significherebbe usare veramente le rime, come fanno i poeti.

Allora oggi, in via eccezionale, facciamo un ripasso non molto normale.

Se la lingua vuoi affinare,
gli episodi devi ripassare.
Andirivieni, viavai e frasi sagaci,
rendono i tuoi discorsi più vivaci.

Usa le rime in via eccezionale, e fallo sapendo che potrai sbagliare. Ora sta a te, vedi che puoi fare.

Marcelo: Ho dato una veloce scorsa ai giornali italiani, e emerge che dopo 1000 giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, non ci sia una grande preoccupazione per il futuro.

Julien: sono del tuo stesso avviso! Direi che sussistono gli estremi per una guerra atomica, soprattutto dopo il cambio di protocollo sull‘uso di ordigni nucleari fatto da Putin!

Ulrike: vero o no, pendiamo tutti dalle labbra del nuovo zar imperiale!

Anne Marie: assolutamente d’accordo! Direi che ha la velleità di fare e disfare a suo piacimento.

Edita: con la vittoria di Trump, il sostegno dell’Ucraina ricade sulla UE e, con questi chiari di luna, sorgeranno disaccordi tra i responsabili di ogni paese, e questo senz‘altro sarà foriero di nuove complicazioni economiche e di aumenti dei prezzi!

M6: se non si arriva a una soluzione che soddisfi tutte le parti, è palese che nessuno ne uscirà indenne!

Bruscolini, bazzecole, quisquilie, pinzillacchere

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Bruscolini, bazzecole, quisquilie, pinzillacchere

Vediamo alcuni modi per indicare delle “piccolezze” in italiano o scarse quantità di denaro. Ciascuno ha il suo stile unico. Passiamo dai più colloquiali “bruscolini”, usato per ridimensionare valori economici, alle raffinate “quisquilie”, perfette per enfatizzare l’irrilevanza con un tocco d’ironia. Le “bazzecole” aggiungono un’eleganza senza pretese, mentre le vivaci “pinzillacchere” evocano la teatralità di Totò. Questi termini raccontano, con leggerezza e creatività, la filosofia italiana di non prendersi troppo sul serio.

Durata: 11 minuti

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Il congiuntivo in Italiano: omissione della particella “se”

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Il congiuntivo in Italiano: omissione della particella “se” 

L’uso della preposizione “a” seguita da un sostantivo in italiano ha diversi usi a seconda del contesto.  Nei casi di ubbio, incertezza o rammarico e delusione, la particella “se” può essere omessa, soprattutto in frasi esclamative.

Durata: 14 minuti

Avere il polso della situazione

Avere il polso della situazione (ep. 1148) (scarica audio)

Trascrizione

Avete mai sentito dire che qualcuno “ha il polso della situazione”? È un’espressione molto comune, ma da dove viene? E soprattutto, cosa significa?

Iniziamo dal termine “polso”.

In senso letterale, il polso è quella parte del corpo che si trova tra la mano e l’avambraccio; quella parte che ci permette di sentire il battito del cuore e di misurare la nostra vitalità. Ma quando parliamo di “avere il polso della situazione”, ci riferiamo a qualcosa di più astratto: è la capacità di comprendere a fondo ciò che sta accadendo intorno a noi, di anticipare gli eventi e di prendere decisioni in modo efficace.

Perché si usa questa espressione? Chi ha il polso della situazione è in grado di leggere i segnali che lo circondano e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti.

Si tratta di situazioni che possono cambiare in peggio improvvisamente, dove c’è bisogno di monitorare la situazione continuamente, di continuo, perché la cosa potrebbe sfuggire di mano. C’è bisogno che qualcuno abbia il controllo assoluto della situazione, che sia in grado di recepire i segnali di cambiamento, che si accorga se le cose cambiano e che sappia porre rimedio quando richiesto.

Vi faccio presente che l’espressione è simile a “stare sul pezzo” e infatti vi avevo già accennato proprio nell’episodio dedicato a quest’ultima espressione. In quell’occasione vi ho detto che le due espressioni non sono equivalenti.

A differenza di “stare sul pezzo”, che si riferisce soprattutto alle informazioni e al rimanere aggiornati, avere il polso della situazione è quasi esclusivamente utilizzata per tranquillizzare le persone in momenti di difficoltà, proprio perché, come vi ho detto prima, la situazione potrebbe peggiorare da un momento all’altro.

Tranquilli, non c’è problema ragazzi, ho perfettamente il polso della situazione

L’immagine è un medico che ha la mano sul polso del paziente e si accorge quando cambia il battito del cuore. Lui ha tutto sotto controllo, quindi ha il polso della situazione.

Possiamo usarla in molti contesti diversi.

L’allenatore della Roma va esonerato perché non ha il polso della situazione

Significa che l’allenatore non riesce a capire e gestire al meglio la squadra, la situazione della partita o più in generale il contesto in cui opera. Non è in grado di prendere decisioni efficaci, di motivare i giocatori o di adattare la strategia alle diverse circostanze.

Il polso della situazione si può anche perdere, non solo avere.

Se perdi il polso della situazione, rischi di commettere errori.

Spessissimo infatti si usa anche per criticare, per indicare la mancanza di certe capacità, per indicare una persona che pensa di sapere tutto e di avere tutto sotto controllo ma in realtà si sbaglia:

Luigi crede di avere il polso della situazione, ma si sbaglia di grosso!

Maria pensa di avere il polso della situazione, ma non ha idea di cosa stia succedendo.

Adesso ripassiamo.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Ulrike: Oggi ho dato una scorsa al giornale e ho letto con sorpresa: “Nessuno ci salverà dalla crisi del clima!” – un titolo di “La Stampa” di oggi! Cosa ne pensate?

Marcelo: l’anno in corso sarà il primo in cui l’aumento della temperatura sarà superiore alla soglia degli 1,5 ºC! Se tanto mi da tanto, tra poco saremo tutti grigliati!

Danielle: Quanto tempo passerà prima che i leader globali reagiranno e si daranno da fare per trovare una soluzione duratura?

Khaled: Sembrerebbe che abbiano perso il polso della situazione e così rischiano di commettere errori costosi per tutta l’umanità!

Julien: te lo dico senza indugio, siamo in alto mare per trovare una soluzione globale al problema!

M6: e come colpo di grazia c’è l’ascesa dei governi negazionisti a destra e a manca! Oltre il danno, la beffa!

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Kappaò o fuori combattimento

Kappaò o fuori combattimento (ep. 1145) (scarica audio)

Trascrizione

Ci avete mai fatto caso che KO è OK hanno un significato opposto?

Eppure la parola “kappaò” (o KO), è l’abbreviazione della locuzione inglese knock out.

Kappaò ha un significato specifico e vari usi, che possono essere particolarmente utili e interessanti per chi sta imparando l’italiano.

Il termine viene dal mondo del pugilato.

Nel pugilato, “kappaò“, che spesso e volentieri si scrive con le due lettere k e o, indica la situazione in cui un pugile viene messo fuori combattimento con un colpo così potente da impedirgli di rialzarsi entro il conteggio di dieci secondi.

In questo contesto, “kappaò” è sinonimo di incapacità di continuare a combattere a causa di uno stato di incoscienza o incapacità fisica.

La versione abbreviata, “KO”, è un termine internazionale che viene riconosciuto e utilizzato anche in altre lingue, inclusa l’italiano.

Quindi KO in italiano sarebbe “fuori combattimento” e possiamo tranquillamente usare questa come modalità per esprimere lo stesso concetto, in ogni caso, letterale o figurato. Lo possiamo usare quasi sempre al posto di KO.

Esempi:

Durante il match, al terzo round, il pugile ha subito un kappaò.

In questo caso non si dice subire un fuori combattimento. Possiamo solamente usare “subire un ko”.
Possiamo però comunque usare “è stato messo fuori combattimento” al posto di “ha subito un ko”.

Nel linguaggio quotidiano italiano, “kappaò” e “fuori combattimento” sono usati spesso in senso figurato per indicare una situazione di estrema stanchezza o esaurimento. In questo caso, si usa per descrivere una persona che è “al tappeto” o che si sente “distrutta” o esausta.

Ricordate l’episodio dedicato al colpo di grazia?

Non c’è dubbio che dopo aver ricevuto il colpo di grazia, si viene messi ko, sebbene un colpo di grazia spesso prefiguri la morte, ben peggiore del ko! In contesti soprattutto sportivi però, il senso è il medesimo.

L’uso del termine ko e di “fuori combattimento” può essere utile per chi studia l’italiano perché è molto comune, informale e può aggiungere espressività al linguaggio.

Esempio:

Dopo otto ore di lavoro in piedi, ero completamente Kappaò.

Dopo otto ore di lavoro in piedi, ero completamente fuori combattimento

Si può anche parlare di una situazione di fallimento o sconfitta schiacciante, in particolare in ambiti che possono ricordare una “competizione” o una “sfida” (ad esempio, negli affari, nello sport o negli studi).

Questo significato enfatizza il senso di non riuscire a rialzarsi o recuperare la situazione, proprio come un pugile sconfitto sul ring.

Possiamo anche esprimere una sconfitta forte e definitiva.

Esempio:

La bocciatura all’esame di matematica ha lasciato conseguenze. Sono andato kappaò psicologicamente.

In definitiva, per usare ko e fuori combattimento, ciò che conta è il fatto di non riuscire più a proseguire, da ogni punto di vista, fisico o psicologico.

Oltre agli usi principali sopra descritti, “kappaò” può apparire anche in situazioni ironiche o esagerate. Ad esempio, può essere usato per descrivere una reazione a una notizia scioccante o a un evento particolarmente stressante o imprevedibile.

Esempio di utilizzo:

La notizia del costo della riparazione della macchina, mi ha messo kappaò!

Quella barzelletta mi ha messo Kappaò

I verbi che possono essere usati con Kappaò e quasi sempre anche anche con “fuori combattimento” sono:

– mettere (con la tua notizia mi hai messo Kappaò)

– subire (nell’ultima sfida ho un subito un Kappaò tremendo)

– mandare (es: il caldo mi ha mandato Kappaò)

– andare (dopo cinque ore di lezione sono andato Kappaò)

– essere (dopo che Laura mi ha lasciato ero completamente Kappaò)

– rimanere (quando ho visto il conto al ristorante sono rimasto ko)

– cadere (dopo l’ultimo colpo, il pugile è caduto Kappaò)

sentirsi (dopo due ore di corsa mi sentivo Kappaò).

Adesso tocca a voi. Cosa vi mette fuori combattimento o Kappaò?

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Ci sono molte cose delle quali posso dire di aver subito un kappaò, ma me ne viene in mente una che mi è successa la settimana scorsa.

Christophe: Ero in dirittura d’arrivo per finire una lunga lista di riparazioni che hanno interessato alcuni elettrodomestici che a quanto pare hanno deciso di rompersi tutti allo stesso tempo, quando di scatto mia moglie mi annuncia: “amore! Sai cos’altro non funziona più?!”

Ulrike: Senza aspettare la mia risposta, aggiunge: “il forno a microonde!”
Questa giornata è
tutto un programma!” le ho fatto io per tutta risposta.

Anne Marie: la mia faccia si è trasformata immediatamente, le sopracciglia si sono aggrottate e gli occhi spalancati come due piatti! Non immaginavo che ciò che era appena successo fosse foriero di ancora nuovi problemi!

M5: io mi sono guardato bene dall’improvvisarmi tecnico riparatore, ma non vi dico a quanto è ammontato il preventivo del servizio riparazione.

M6: però posso dire che mi ha lasciato kappaò! Pazienza!

Essere in dirittura d’arrivo

Essere in dirittura d’arrivo (ep. 1143)

Audio: 3 minuti circa

Descrizione

Essere in dirittura d’arrivo” è un’espressione idiomatica italiana che significa essere molto vicini a concludere qualcosa, che si tratti di un progetto, un viaggio o un obiettivo. Vediamo qualche esempio e a seguire un ripasso degli episodi precedenti.

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essere in dirittura d'arrivo

In ossequio a

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In ossequio

“In ossequio” è un’espressione italiana che indica rispetto, riverenza o obbedienza. Segue un ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Durata: 9 minuti circa

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Nottetempo

Nottetempo (ep. 1141)

Audio: 8 minuti circa

Descrizione

“Nottetempo” è una parola quasi poetica, che si usa per indicare qualcosa che avviene “durante la notte” o “nel corso della notte”.

Alla fine dell’episodio un bel ripasso degli episodi precedenti. Audio MP3: 10 minuti circa

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nottetempo

A buon rendere

A buon rendere (ep. 1140)

Audio: 8 minuti circa

Descrizione

“A buon rendere” è un’espressione italiana per ringraziare, promettendo di ricambiare il favore ricevuto.

Alla fine dell’episodio un bel ripasso degli episodi precedenti. Audio MP3: 10 minuti circa

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Sbizzarrirsi

Il verbo “Sbizzarrirsi” (ep. 1138)

Audio MP3: 12 minuti

Descrizione

Sbizzarrirsi” significa liberarsi da vincoli o inibizioni e dare libero sfogo alla propria creatività, fantasia, voglia di fare. Vediamo come si pronuncia questo verbo, verbi simili e numerosi esempi. Alla fine facciamo anche un piccolo ripasso degli episodi precedenti e ascoltiamo una breve canzone dedicata al verbo sbizzarrirsi.
Per ascoltare il file audio e leggere la spiegazione, vieni con noi nell’associazione Italiano Semplicemente.

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I membri dell’associazione Italiano Semplicemente

‘Buone cose’, un saluto informale ma non troppo

Buone cose (ep. 1137) – (scarica audio)

Trascrizione

Sapevate che “Buone cose” è una forma di saluto? Molti di voi probabilmente conoscete solamente “ciao”, “arrivederci”, “buona giornata”, “buongiorno”, “buonasera” e “buonanotte”.

Buone cose” è una forma di saluto che si può usare non quando ci si incontra, ma quando solamente ci si allontana da una persona, similmente a “ci vediamo”, “arrivederci” e “a presto”.

E’ un saluto informale ma non troppo e positivo, utilizzato per augurare il meglio a qualcuno.

È un augurio generico che implica il desiderio che la persona a cui viene rivolto possa vivere esperienze positive, raggiungere successi, o semplicemente godere di cose buone nella vita. Non ha un contesto specifico, quindi può essere usato in varie situazioni, ma come detto, solo al termine di una conversazione.

Questo tipo di saluto si utilizza prevalentemente non con famigliari e amici stretti, ma con semplici conoscenti, o anche con persone che si incontrano per la prima volta, come forma di commiato, cioè è un saluto con cui ci si lascia.

Si può usare ad esempio con i vicini di casa dopo aver fatto due chiacchiere, in modo del tutto simile a “arrivederci”, ma direi che si tratta di un saluto più cordiale e in fondo esprime anche una forma di augurio. Non è adatto invece tra amici o colleghi con cui si ha un rapporto pressoché quotidiano o con familiari. Suona un po’ distaccato e pertanto potrebbe sembrare fuori luogo e in tali casi si preferisce un saluto più caloroso e personale. E’ una formula educata che lascia spazio a un augurio ampio, senza essere troppo personale.

E’ un saluto cordiale, amichevole, una formula educata, ma leggermente distaccata, non un saluto particolarmente intimo o confidenziale. Un po’ come “salve“, che invece è, nelle stesse situazioni, il saluto di quando ci si incontra o ci si incrocia con qualche conoscente, vicino di casa o qualcuno che si conosce solo di vista.

È un modo di augurare il meglio senza entrare troppo nello specifico, il che lo rende perfetto per situazioni in cui si vuole mantenere un certo grado di distacco.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Khaled: Quando si raggiunge l’associazione, abbozzare un bel ripasso sembra una sfida bell’e buona.
Angela: Eccome! Pian piano però capita il momento di rompere gli indugi per iniziare a destreggiarsi con l’aiuto dell’elenco degli episodi dei 2 minuti. Un viatico tutt’altro che inutile!
Edita: Infatti! Rimanere un’anima in pena non serve.
Marcelo: Tanto più che possiamo contare sull’appoggio benevolo degli altri membri per darci manforte e non andare in tilt.
Rauno: Parole sante! Non c’è niente di cui vergognarsi se si verifica qualche errore. Repetita iuvant, come piace dire a Gianni. Niente paroloni qui!
Barbara: Io però, in quanto nuovo membro, capisco che fare a volte un ripasso sia il minimo sindacale. Temo però che gli altri siano di gran lunga più a conoscenza di tutte le locuzioni rispetto a me. Tenersi al passo mi pare un traguardo irraggiungibile.
Albéric: Ma chi se ne frega proprio! Provaci con qualche recente lezione e vedrai che una cosa tira l’altra! Su questo non ci piove!
Julien: Ma certo! Da cosa nasce cosa! Bisogna solo darsi una piccola mossa. Poi se vengono a galla dei dubbi, non avrai che da chiedere lumi. Vedrai che le risposte ti verranno a iosa! Suvvia! Non c’è altro da fare che cimentarsi.

‘Altro che’ vs ‘altroché’: Differenze chiave

Descrizione: Questo episodio spiega le differenze tra “altroché” e “altro che”, enfatizzando l’uso e i significati distintivi. Numerosi esempi e una canzone finale dedicata ai due termini. Segue il solito ripasso degli episodi precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Zanzare: Verbi, Frasi e Curiosità Linguistiche

Il linguaggio delle zanzare (ep. 1135) (scarica audio)

Trascrizione

Credo sia interessante, per un non madrelingua, parlare del linguaggio che si utilizza quando si parla di zanzare: sapete, quegli esseri fastidiosi che dalla primavera all’autunno ci infastidiscono, ci pungono e succhiano il nostro prezioso sangue. Finora ci siamo occupati delle zanzare solamente riguardo alla pronuncia della lettera z. La zanzara zuzzurellona” è il nome dell’episodio dedicato. In quell’occasione abbiamo parlato della zeta dolce e di quella dura.

Partiamo oggi invece dal verbo pungere, che è il verbo principale per descrivere l’azione della zanzara che “morde” (si fa per dire) la pelle di una persona. Ad esempio:

La zanzara mi ha punto.

A volte si usa anche il verbo “pizzicare” al posto di “pungere” quando si parla di zanzare, ma “pungere” è il verbo più specifico e corretto.

Pizzicare” viene spesso usato in modo colloquiale per descrivere la sensazione causata dalla puntura della zanzara.

Ad esempio, si può dire:

Mi ha pizzicato una zanzara ieri sera.

“Pizzicare” rende l’idea della leggera sensazione di fastidio o prurito che si prova dopo la puntura, mentre “pungere” descrive più precisamente l’azione dell’insetto.
La puntura della zanzara dunque è il modo corretto di indicare ciò che fa la zanzara quando ci punge. Il termine “pizzico” è usato ma, analogamente al verbo pizzicare, descrive il fastidio causato.

Ronzare invece è il verbo che si riferisce al rumore prodotto dalle zanzare mentre volano vicino all’orecchio. Ad esempio:

La zanzara ha ronzato tutta la notte.

Mi dà molto fastidio il ronzio delle zanzare

Un verbo, ronzare, che si usa anche in modo figurato, oltre al suo significato letterale legato al suono prodotto da insetti come le zanzare o le api.

Si usa ad esempio nel senso di essere ossessionati da un pensiero: Quando un pensiero o un’idea continua a ripetersi nella mente, si può dire che “ronza in testa” o “ronzare per la testa“. C’è anche un episodio in merito.

Es:

Quel pensiero mi è ronzato in testa tutta la notte.

Il verbo si usa anche per descrivere una persona che si avvicina o si aggira intorno a qualcuno in modo insistente o fastidioso, simile a come fa una zanzara o un’ape.

Es:

Da quando ho ottenuto quella promozione, i colleghi mi ronzano intorno.

Ronzare attorno a qualcuno in senso figurato può indicare quindi qualcuno che cerca l’attenzione di un’altra persona in maniera costante, spesso anche per corteggiarla o per ottenere qualcosa.

Es:

Luca ha iniziato a ronzare attorno a Marta da quando ha saputo che è single.

Non posso non citare il verbo schiacciare: Si usa quando qualcuno uccide una zanzara, solitamente con le mani o una ciabatta. Ad esempio:

Ho schiacciato una zanzara sul muro.

Poi, al posto di schiacciare si usa spesso anche ammazzare, verbo cruento ma molto usato.

Quando invece si viene punti, se si tratta di molte punture di zanzare, si può enfatizzare il concetto usando il verbo massacrare.

Si usa per enfatizzare situazioni di estremo fastidio o disagio, inclusi i casi in cui si ricevono molte punture di zanzare. Questo verbo rafforza l’idea di essere stati “attaccati” o “tormentati” in modo pesante.

Es:

Sono stato massacrato dalle zanzare ieri sera in giardino

Le zanzare mi hanno massacrato durante la notte.

Direi che questo verbo rende l’idea di sofferenza o esasperazione dovuta a molte punture.

Quanto alle esclamazioni, quando si viene punti e si avverte il dolore provocato dalla puntura, si cerca subito di colpire la zanzara dandosi un piccolo schiaffo sulla parte del corpo che è stata punta, e in tali casi l’espressione spontanea più comune è…

Tacci tua!!

Questo almeno è ciò che si dice a Roma e dintorni.

Si usa per esprimere rabbia o fastidio verso qualcuno o qualcosa che ci infastidisce. Nel caso delle punture di zanzare, è molto comune a Roma e nei dintorni urlare “Tacci tua!” subito dopo aver sentito la puntura o aver cercato di colpire la zanzara.

Si tratta di un’espressione che ha un tono un po’ decisamente ironico ma anche liberatorio, perfetta per quei momenti di fastidio improvviso.

In altre regioni d’Italia, ci possono essere varianti simili, ma questa è decisamente tipica del dialetto romanesco!

A Roma si dice addirittura che se non si dice “tacci tua”, la zanzara non muore.

Scherzi a parte, espressioni comuni sulle zanzare ce ne sono molte.

“Essere una zanzara” può essere usato in modo figurato per descrivere una persona fastidiosa, che disturba continuamente, proprio come fanno le zanzare.

Ho dimenticato di citare la zanzariera: È la rete che si usa per proteggersi dalle zanzare, specialmente in estate. Si può spiegare come un oggetto comune nelle case italiane in zone con molte zanzare.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando proprio di zanzare.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
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Marcelo: Sapete amici chi ha la meglio su tutti i più grandi assassini dell’umanità dacché mondo è mondo? È qualcuno che non impugna armi, ma che ha mietuto più vittime di qualsiasi guerra! Il suo colpo di grazia *si fa appena sentire ma non ne ha per nessuno.

Angela: Sembra prenda tutti di mira. Scommetterei su chi o cosa potrebbe essere, ma dimmi tu.

Danielle: Aspetta, prima di svelare il mistero, c’è una risposta che mi ronza per la testa. Provo Io! la zanzara?

Julien: Bravo! C’hai azzeccato! Si stima che le zanzare abbiano causato la morte di a dir poco 400 miliardi di persone.

Ulrike: Zanzare e malattie sono un binomio inscindibile: febbre gialla, malaria, dengue, virus del Nilo, chikungunya, e chi più ne ha, più ne metta, sono alcuni dei nomi che hanno terrorizzato l’umanità da sempre.

André: non vi dico! Per farsene un’idea, l’anno scorso sono morte di dengue più di mille persone in Brasile. Tra i miei amici e i miei parenti ogni due per tre avevo notizia di un contagio! Poi è toccato anche a me!

Christophe: Anche se le dà del filo da torcere, potete star certi però che la scienza troverà nuove armi per curare e combattere ognuna di queste malattie o quantomeno per ridurre i rischi che possano insorgere!

Anne Marie: Vabbè, speriamo che gli scienziati riescano a spuntarla prima che le zanzare ci ammazzino tutti!

Dire pane al pane e vino al vino

Dire pane al pane e vino al vino (ep. 1131) – (scarica audio)

Trascrizione

L’espressione “dire pane al pane e vino al vino” significa parlare in modo chiaro, diretto e senza giri di parole, chiamando le cose per quello che sono, senza mezzi termini o ipocrisie.

In altre parole, si tratta di essere schietti e onesti, dicendo le cose come stanno, senza cercare di abbellirle o edulcorarle.

Avrete capito che si possono usare tante modalità diverse per esprimere questo concetto di chiarezza e schiettezza. Mi viene in mente parlare “senza peli sulla lingua” ad esempio.

Le espressioni “senza peli sulla lingua” e “pane al pane e vino al vino” hanno significati abbastanza simili, ma direi che c’è una piccola differenza.
Entrambe le espressioni indicano sincerità, ma “senza peli sulla lingua” ha una connotazione di schiettezza più cruda, mentre “pane al pane e vino al vino” enfatizza la chiarezza e l’onestà, ma con un tono meno tagliente.

La frase “pane al pane e vino al vino” sembra apparentemente senza senso. Perché mai dovrebbe indicare chiarezza?

Il pane e il vino sono elementi comuni e basilari della vita quotidiana, soprattutto nelle culture mediterranee, dove rappresentano cibo e una delle bevande essenziali e riconoscibili.

Dire “pane al pane e vino al vino” suggerisce quindi di attribuire alle cose i loro nomi propri, senza complicarle o far finta che siano altro.

In senso figurato se si vuole essere chiari, bisogna chiamare il pane esattamente così: pane. E lo stesso vale per il vino. Se dico “vino” intendo proprio il vino e nient’altro. Per comprendere il motivo dell’uso della preposizione “al”, pensate di parlare direttamente al pane e al vino come se fossero persone.

Cosa dovete dire al pane?

Risposta: Dovete dire pane al pane.

È cosa dovete dire al vino?

Risposta: dovete dire vino al vino.

Cosa dovete dire al pane e al vino?

Risposta: dovete dire pane al pane e vino al vino.

Dunque l’espressione è una metafora per la chiarezza e la trasparenza: se chiami il pane “pane” e il vino “vino”, stai usando termini immediati e comprensibili, senza bisogno di abbellimenti o distorsioni. Questa è l’immagine per rappresentare schiettezza e onestà.

È chiaramente un’espressione informale usata spesso per definire delle persone specifiche, indicando quindi il loro carattere schietto e sincero. Es:

Giovanni è uno che dice pane al pane e vino al vino.

Si può usare anche per situazioni specifiche che richiedono sincerità e chiarezza. Es:

Dimmi tutto pane al pane e vino al vino, senza remore.

Adesso ripassiamo. Parliamo di schiettezza.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marceloMarcelo: parlare di schiettezza? Prendo spunto dalle tue parole e ti dico che apprezzo molto la semplicità e la sincerità!
È una caratteristica che ammiro negli altri e della quale mi pregio.
Mi sento fortunato ad avere persone che sono come un libro aperto e di poter contare su di loro.
Averne di più di queste persone sarebbe un vero regalo, e per festeggiarlo propongo di bere un calice di un buon vino! Alla salute!

ULRIKEUlrike: Conoscete quelli, che non appena ti beccano, ti attaccano il pippone, parlando senza tregua e con tanto di schiettezza delle loro cose e del loro modo di vedere il mondo? Iniziano perlopiù con con una domanda innocua, tipo “cosa ci fai da queste parti?” per poi, senza aspettare una risposta, continuare con una pappardella bell’e buona. Vabbè, pazienza.

Estelle: Cari amici, devo confessarvi una cosa con la massima schiettezza. Per il nostro anniversario di matrimonio, abbiamo deciso che ci concederemo un piccolo lusso: assaporare un delizioso astice che accompagneremo con un ottimo vino. È un’occasione speciale e credo che meritiamo di festeggiare come si deve, senza riserve. Che ne dite? Sono sicura che sarà una serata indimenticabile, da incorniciare.

Al millimetro, al grammo, al secondo

Al millimetro, al grammo, al secondo (ep. 1130) – (scarica audio)

Al millimetro, al grammo, al secondo

Trascrizione

Oggi voglio spiegarvi un modo particolare e molto usato da tutti gli italiani per indicare un alto livello di precisione. Locuzioni come “al millimetro”, “al grammo”, “al centimetro”, e “al secondo“, ad esempio, sono usate proprio a questo scopo. E’ un modo per descrivere un alto livello di precisione o accuratezza. Vediamo qualche esempio

La mia architetta è molto precisa. Lei prende le misure con grande accuratezza e ha preparato il progetto al millimetro.

Significa che il progetto è stato fatto con grande cura e precisione; una precisione estrema, in cui ogni piccolo dettaglio è considerato. In questo caso ci si riferisce alle misurazioni che si fanno in un appartamento.

Un cuoco degno di questo nome, quando prepara un dolce, dosa gli ingredienti al grammo.

In questo caso ci si riferisce a una precisione molto elevata riguardo al peso degli ingredienti, alle quantità, alle dosi da usare: 100 grammi di farina devono essere 100 grammi e non 110 e neanche 101. La precisione deve essere al grammo, quindi un grammo in più o uno in meno fa differenza. Questa ovviamente può essere anche un’esagerazione, ma la locuzione si usa per indicare una precisione notevole.

Similmente alla precisione al millimetro, si può usare anche la precisione al centimetro. La precisione dipende dall’attività di cui si parla. Una precisione al centimetro può indicare comunque una precisione accurata.

Es:

Quando parcheggio nel mio garage, devo essere preciso al centimetro perché lo spazio è proprio risicato e potrei colpire il muro o altre automobili.

In questo caso non c’è bisogno di arrivare al millimetro per indicare una precisione particolarmente elevata.

Posso parlare anche di tempo. In questo caso il secondo può essere una unità abbastanza piccola per il nostro scopo di indicare una precisione elevata.

I treni in Italia arrivano puntualissimi. Rispettano l’orario al secondo.

Se fosse vero, sarebbe bello. Purtroppo non è così, ma l’Italia fortunatamente ha altri lati positivi 🙂

Comunque sia quando il treno rispetta l’orario al secondo significa che è arrivato esattamente all’orario previsto, senza ritardo, anche il più piccolo.

Chiaramente non ha senso se dico “al metro” o “all’ora” o “al chilogrammo”; quantomeno non ha questo senso! Sono unità non così piccole per il nostro scopo. Potrebbe aver senso in casi estremi. Potrei dire ad esempio che è stato inventato un nuovo razzo che colpisce un obiettivo distante 10.000 km con una precisione “al metro”. In questo caso anche un metro può essere abbastanza poco per simboleggiare una precisione elevata.

Ricordate poi che “al secolo” ha tutto un altro significato!

Esistono chiaramente altre modalità per esprimere precisione. Le vediamo in altri episodi. Per oggi può bastare così. Anche a me piace rispettare o quantomeno avvicinarmi alla durata degli episodi di questa rubrica, che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente“, anche se una precisione “al secondo” non sono mai riuscito a raggiungerla!

Adesso ripassiamo:

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Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Ieri mi sono imbattuto in un vecchio amico che non vedevo da tempo! Non da illo tempore ma comunque da parecchio.

Lejla: Bello rivedere vecchi amici, soprattutto se sono persone che si apprezzano!

Vasken: Abbiamo preso un caffè al bar e lui non smetteva di parlare di soldi, come per dimostrare che ne aveva un bel po’, e che il suo stipendio era molto cospicuo!

Julien: Quindi hai incontrato un vero spaccone! Io preferisco persone più discrete e riservate!

Karin: Anch’io preferisco discrezione e riservatezza, ma anche precisione!

Marcelo: Avrebbe almeno dovuto dirti esattamente quanto guadagna, non dico con una precisione all’euro, ma giù di lì. Così ora potremmo discutere su quanto sia davvero tanto per lui!

È tutto un programma

È tutto un programma (ep. 1129) – (scarica audio)

Trascrizione

Avete mai incontrato l’espressione “è tutto un programma“?

È usata per descrivere situazioni o comportamenti senza bisogno di aggiungere altre parole, perché si immagina già tutto.

Spesso si usa quando si vede qualcosa. Basta guardarla e si capiscono tante cose.

Si usa sempre per fare ironia ed è chiaramente un’espressione informale. Normalmente non si tratta di apprezzamenti positivi. Piuttosto invece è una battuta ironica che evidenzia un difetto o fa ridere per qualche motivo.

Es:

Non appena ho detto a Giovanni che ero sposata, lui ha fatto una faccia che è tutto un programma.

In questo caso, l’espressione “è tutto un programma” indica che la faccia di Giovanni ha comunicato molto più delle sue parole, anche qualora avesse detto qualcosa.

Probabilmente, la sua reazione è stata così evidente o significativa da esprimere chiaramente i suoi sentimenti o pensieri senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

L’espressione potrebbe suggerire anche sorpresa, delusione, imbarazzo o un’altra emozione che è facile leggere sul volto, rendendo la situazione immediatamente comprensibile solo guardando l’espressione del viso, senza bisogno di spiegazioni verbali.

Vediamo altri esempi:

Gli ho chiesto cosa ne pensasse della mia nuova casa, e mi ha risposto con un sorriso che è tutto un programma.

Il sorriso esprime più di quanto le parole potrebbero dire, comunicando magari scetticismo o ironia.

Certo, qualcuno potrebbe rispondere: in che senso era tutto un programma?

Allora, in questo caso, si possono dare spiegazioni ulteriori, svelando ciò che poteva sembrare scontato alla persona che ha usato questa espressione.

Se state parlando di un libro che ha un titolo particolare, che lascia chiaramente immaginare il suo contenuto, se volete fare ironia potete tranquillamente dire:

Quel titolo è tutto un programma

Lo stesso si potrebbe dire del nome di un qualunque prodotto, oggetto o altro, che sia rivelatore di qualcosa. Ad esempio:

Ho scoperto un vino buonissimo con un nome che è tutto un programma. Si chiama “viva L’Italia”.

Evidentemente è un vino prodotto in Italia, o c’è qualche curiosità comunque interessante da scoprire.

Vale la pena di sottolineare la differenza tra l’espressione “è tutto dire“, che vi ho già spiegato, e “è tutto un programma”.

Sono abbastanza simili, ma “è tutto dire” si usa quasi sempre nella forma “il che è tutto dire”, che sottolinea che ciò che è stato detto dice già tutto, suggerendo che si capiscono già solo da ciò che ho detto, una serie di cose, semplicemente usando la logica.

Invece “è tutto un programma” non riguarda solo cose che si dicono, ma spessissimo qualcosa che si vede, ed esprime quasi sempre qualcosa di ironico.
Quindi non si usa una frase tipo questa:
Ha fatto una battuta che è tutto dire.

E neanche:
La sua faccia è tutto dire.

Analogamente, non si usa dire:
Giovanni ha 35 anni e non ha mai avuto una Fidanzata, il che è tutto un programma .

Adesso ripassiamo

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Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Ieri sera mia moglie mi ha proposto di dipingere le pareti delle camere da letto, dal momento che è arrivata la primavera. Per tutta risposta ho fatto uno sguardo che era tutto un programma!

Anne Marie: rapidamente, con tono accondiscendente, le ho chiesto: di che colore?

Vasken: Il colpo di grazia è arrivato quando, in più, mi ha chiesto di dipingere anche armadio, finestre e porte. A quel punto la misura era colma!

Rauno: Con prontezza di riflessi ho replicato: Certo, ma aspettiamo nostro figlio, lui ci aiuterà! Stanne certa!

Julien: Ho combinato un bel pasticcio a tirare in ballo mio figlio. Una ramanzina da parte sua non me la toglie nessuno! Pazienza!