Conciliante, conciliare, riconciliarsi

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episodio 1241

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola alquanto interessante: conciliante. Vi servirà, o meglio, potrebbe esservi utile conoscere questo aggettivo perché ce ne sono tante di persone concilianti.

Immaginate una persona che, in una discussione accesa, non alza la voce, non prende posizioni rigide, ma cerca invece di calmare gli animi, di trovare un punto d’incontro, di mettere tutti d’accordo. Ecco, quella è una persona conciliante.

Ma cosa significa esattamente?

Conciliante è un aggettivo, questo è chiaro, che descrive chi ha un atteggiamento disponibile, pacato, aperto al dialogo, e soprattutto orientato alla riconciliazione, cioè a ristabilire l’armonia tra persone in disaccordo.

La parola conciliante inizia per con,non a caso.

Una persona conciliante quindi:

  • evita lo scontro diretto
  • cerca soluzioni condivise
  • tende a smussare gli angoli nn o, per usare un’espressione a voi nota, tende ad appianare le controversie.

Non è necessariamente una persona debole, attenzione. Essere concilianti non significa cedere sempre, ma piuttosto avere l’abilità di gestire i conflitti con intelligenza e misura.

Vediamo ora il legame con il verbo conciliare. Perché c’è un legame

Cosa? Non avete mai utilizzato questo verbo? Beh, da una parte può essere una buona notizia, sapete?

Il verbo conciliare significa, da una parte, proprio questo: mettere d’accordo, far tornare in armonia, rendere compatibili cose o persone che sembrano in contrasto. Anche cose, non solo persone.

Ad esempio:

  • Cerco di conciliare lavoro e famiglia
  • È difficile conciliare due opinioni così diverse

Da questo verbo deriva direttamente l’aggettivo conciliante. Dunque, una persona conciliante è, letteralmente, una persona che tende a conciliare, cioè a creare accordo. Ma come avete appena capito, si possono conciliare anche le cose della vita. Non solo lavoro e famiglia, ma uno studente potrebbe voler conciliare studio e lavoro, oppure amore e studio.

Se parliamo di conciliare applicato alle persone, possiamo anche dire che una persona ha un atteggiamento conciliante, oppure un tono conciliante. Pensate a qualcuno che dice:

Cerchiamo di capirci

oppure:

Troviamo una soluzione che vada bene a tutti

Questo è un tipico linguaggio conciliante.

C’è poi una sfumatura interessante: a volte si può usare conciliante anche in senso leggermente critico. Ad esempio, se una persona evita sempre il conflitto, qualcuno potrebbe dire:

È fin troppo conciliante

intendendo che forse manca un po’ di fermezza.

Dunque, come spesso accade, tutto dipende dal contesto.

Riassumendo:

  • conciliare è il verbo: mettere d’accordo
  • conciliante è l’aggettivo: che tende a mettere d’accordo

E, alla fin fine, essere concilianti è spesso una qualità preziosa, soprattutto nei rapporti umani, dove, come sappiamo, i contrasti non mancano mai.

Ma sapete che conciliare è anche applicabile alle multe.

Sì, proprio così.

Nel linguaggio amministrativo e giuridico, conciliare può significare anche chiudere una controversia pagando una somma ridotta, evitando così ulteriori problemi, ricorsi o procedimenti.
In questo caso si parla spesso di conciliazione.

Facciamo un esempio molto semplice.

Ricevete una multa. A questo punto avete diverse possibilità:
potete fare ricorso
oppure potete conciliare, cioè accettare la sanzione e pagarla, spesso con una riduzione

In Italia, ad esempio, esiste la possibilità di pagare una multa entro 5 giorni con uno sconto.

Questo, in un certo senso, è un modo di conciliare: si evita il conflitto con l’amministrazione e si chiude la questione rapidamente.

Dunque, anche qui ritroviamo l’idea centrale del verbo conciliare: evitare lo scontro e trovare un accordo, anche se in questo caso l’accordo è tra il cittadino e lo Stato.

Esistono anche i verbi riconciliare e riconciliarsi.

Riconciliare è esattamente ciò che fa la persona conciliante, mentre riconciliarsi significa semplicemente fare pace dopo un litigio, ristabilire un rapporto che si era interrotto o deteriorato.

Ad esempio:

Dopo anni di silenzio, si sono riconciliati

Ho litigato con un amico, ma poi ci siamo riconciliati

Qui entra in gioco un elemento temporale molto importante:
mentre conciliare può anche riferirsi a mettere d’accordo due elementi qualsiasi (idee, esigenze, interessi), riconciliarsi implica quasi sempre che prima c’era un’armonia, poi un conflitto, e infine un ritorno all’armonia.

Quel prefisso ri- è decisivo: indica proprio il ritorno a una situazione precedente.

Possiamo quindi vedere una sorta di percorso:

conciliare è mettere d’accordo (anche per la prima volta)

riconciliarsi invece sta per tornare d’accordo dopo una rottura.

E naturalmente esiste anche il sostantivo: riconciliazione.

Interessante anche una sfumatura più profonda, quasi interiore: ci si può riconciliare non solo con una persona, ma anche:
con il proprio passato
con una scelta fatta
persino con se stessi

Ad esempio:

Col tempo mi sono riconciliato con quella decisione.

Qui non c’è un’altra persona, ma c’è comunque un conflitto… interno.

E allora, se conciliare è un po’ come costruire un ponte,
riconciliarsi è tornare a percorrerlo, dopo che era stato interrotto.

Marcelo: Di volta in volta discuto con un amico di politica e mi fa arrabbiare il suo modo di pensare. Anche se so di essere un po’ fumino, torno presto sui miei passi.

Carmen: Le controversie non mi piacciono e cerco di appianarle, però se non riesco nel mio intento preferisco non avere ragione e riconciliarmi con il mio amico.

André: Siamo in tempi di guerre, conflitti ogni due per tre che nascono dall’incapacità di ascoltare davvero l’altro: ognuno parla, ma pochi lo fanno in modo conciliante.

Julien: Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualcuno che prova a conciliare posizioni opposte, magari intervenendo sommessamente, senza clamore, ma con una forza silenziosa che lascia il suo strascico nel tempo.

Karin: Sono i casi di Nelson Mandela o di Mahatma Gandhi.
Sono proprio queste persone a essersi distinte per il loro coraggio morale: non quello delle armi, ma quello della parola e dell’empatia.

Nancy: Perché alla fine, se davvero vogliamo uscire dal ciclo infinito della violenza, l’unica strada possibile è riconciliare ciò che è stato diviso, ricucire le ferite e restituire umanità là dove sembrava perduta.

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Questione di tempo

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episodio 1240

Trascrizione

Sapete, il tempo è una di quelle cose che tutti pensiamo di conoscere… finché non proviamo a spiegarlo in una lingua straniera.

Al tempo in cui si comincia a studiare italiano, per esempio, si imparano parole semplici: “oggi”, “ieri”, “domani”. Ma col tempo ci si accorge che non bastano più. Servono espressioni più precise, più sottili.

Ai tempi in cui anch’io studiavo le lingue (in realtà adesso che ci penso, le sto ancora studiando!) mi rendevo conto che alcune parole erano particolarmente difficili da afferrare.

Prendete ad esempio, in italiano, la parola frangente: non è un semplice momento, ma un momento delicato, spesso decisivo.

Un frangente può essere critico, imbarazzante, oppure determinante.

Es:

In un frangente così delicato, è meglio evitare decisioni affrettate.

Proprio nel frangente più difficile della partita, la squadra ha trovato il coraggio di reagire.

In certi frangenti, non è facile prendere le giuste decisioni.

A proposito di frangente, vale la pena fare una piccola digressione.

In realtà, i frangenti sono onde marine che, avvicinandosi alla costa, si rompono spumeggiando contro scogli o bassifondi.

Il termine deriva dal verbo “frangere”, che significa “rompere”. Le onde si rompono contro gli scogli. Si dice anche che si infrangono sugli scogli. In questo caso il verbo è infrangersi, che è simile ma molto particolare. Ce ne occupiamo nel prossimo episodio.

Il frangente, quindi, è sia l’onda stessa sia, per estensione, il punto pericoloso in cui questa si infrange. Ma nessuno usa frangente in questo modo.

Capite bene come si è arrivati al significato figurato: nella lingua italiana, un frangente è un momento difficile, delicato, a volte persino pericoloso. Un po’ come un’onda che si rompe con forza e mette alla prova chi si trova lì.

Somiglia chiaramente a circostanza, situazione, momento, evenienza.

Ecco, anche il termine evenienza è molto interessante. Voi stranieri non lo usate mai. Me ne sono accorto, cosa credete?

Eppure è una parola utilissima.

Evenienza indica una possibilità, qualcosa che può accadere, spesso con una sfumatura un po’ formale o anche prudente.

Per esempio:

in caso di evenienza, chiamami.

Per ogni evenienza, non esiti a contattarci.

Qui non sappiamo cosa succederà, ma ci prepariamo a una possibile situazione, magari imprevista.

Rispetto a parole come situazione o caso, evenienza ha un tono più elegante. Non a caso spesso si dà del lei quando si usa.

Si usa spesso in questa forma: in ogni evenienza, cioè “in qualsiasi caso”, “qualunque cosa accada”.

Ecco perché vale la pena impararla: non è molto comune nel parlato quotidiano, ma tutti la conoscono e dà subito un’impressione di precisione e padronanza della lingua.

E poi c’è la parola contingente.

Questa è una parola che da una parte indica una sorta di gruppo. Parliamo di una quota definita di persone o merci (es. un contingente di soldati). Abbastanza tecnico come sostantivo.

Ma la forma più usata è come aggettivo e non come sostantivo.

Indica qualcosa di occasionale, transitorio, eventuale.

Anche questa parola si riferisce al tempo, ma in modo diverso: indica qualcosa legato alle circostanze presenti, non stabile. Una decisione contingente, per esempio, dipende dalla situazione attuale.

Es:

Abbiamo preso questa decisione per motivi contingenti, ma la rivedremo più avanti.

La difficoltà che stiamo affrontando è contingente e non riflette la situazione generale dell’azienda.

Si tratta di un problema contingente, legato a circostanze temporanee e non strutturali.

Il contrario di contingente può essere strutturale, permanente, stabile definitivo.

Se uso contingente vuol dire che c’è un’urgenza, è accaduto qualcosa che non mi aspettavo.

Se una riunione è stata convocata per motivi contingenti, questo è un modo elegante per dire che c’è stata una situazione inaspettata, inattesa, non prevista. Non era pianificata, ma le circostanze l’hanno richiesta.

A proposito di circostanze: anche circostanza e circostanze sono parole fondamentali.

Le circostanze sono il contesto, l’insieme dei fattori che influenzano ciò che accade.

In certe circostanze si reagisce in un modo, in altre… in modo completamente diverso.

Es:

Non giudicare quella scelta senza conoscere tutte le circostanze che l’hanno determinata.

In quella circostanza, era meglio non parlare e aspettare il momento giusto.

Le decisioni aziendali cambiano a seconda delle circostanze economiche e del mercato.

Ma torniamo al tempo.

Ecco, queste due parole messe in fila formano una copia che si usa in diversi modi: “al tempo” .

Il primo lo avete appena visto.

La locuzione “al tempo” si usa ad esempio in modo informale e ha un significato simile a “questa cosa si farà al momento giusto” , eppure “aspetta, adesso non è il caso,meglio aspettare il momento più adatto” oppure ” ci vuole tempo, aspetta”. È un’esclamazione a volte anche un po’ brusca.

Può servire a fermare qualcuno, a rimandare un’azione.

Esempi:
Sistema tutto subito questo casino in camera tua!

Al tempo, non è il momento. Prima devo riposare.

Posso raccontarti tutto ora?

Al tempo, lascia che prima si calmino un po’ le cose.

Facciamo partire il progetto domani?

Al tempo, dobbiamo prima verificare i dettagli.

In sostanza, “al tempo” ci ricorda che certe cose richiedono pazienza e il momento giusto per essere affrontate. Si usa anche l’espressione “dare tempo al tempo” per trasmettere l’idea di avere pazienza e di fare le cose al momento giusto o perché ci vuole un po’ di tempo.

Chiaramente “al tempo” si usa soprattutto per indicare un tempo preciso, un periodo storico preciso.

Esempi:

Al tempo dei Romani, la città era molto più piccola.

Lui era un famoso pittore al tempo del Rinascimento.

Ai tempi” è un po’ diverso.

Parliamo sempre di un periodo passato, ma spesso con nostalgia o paragone. Anche con ironia molto spesso.

Si usa per parlare di come erano le cose in un certo periodo, senza indicare necessariamente un momento preciso come fa “al tempo”.

Esempi:

Ai tempi della scuola, passavamo ore a giocare in cortile.

Le cose erano più semplici ai tempi dei nostri nonni.

Quindi”al tempo” sesso indica un momento preciso o il tempo giusto per fare qualcosa (anche nell’uso informale).
Invece “Ai tempi” quindi al plurale, indica un’epoca o periodo più ampio, spesso con un tono descrittivo o riflessivo o ironico.

Possiamo a “al momento” .

Quando diciamo “al momento”, intendiamo molto spesso “adesso”, nella situazione attuale. Si sta però dicendo che la situazione potrebbe cambiare. Abbiamo visto in un episodio passato la locuzione “ad oggi” e questa è del tutto analoga.

Come a dire che adesso la situazione è questa, ma chissà domani o anche tra un’ora o un minuto.

Es:

Al momento non ci sono novità, ma ti aggiorno appena so qualcosa.

Al momento non possiamo approvare il progetto, dobbiamo aspettare ulteriori verifiche.

Al momento vivo a Roma, ma potrei trasferirmi nei prossimi mesi.

A volte si usa “al momento ” anche al posto di “in quel momento”, quindi parlando di un momento passato e non di quello attuale.

In questi casi, però, è il contesto a chiarire tutto.

Es:

Non ho risposto subito perché al momento non avevo tutte le informazioni.

Sembrava una buona idea, ma al momento non ci siamo resi conto dei rischi.

Al momento della decisione, nessuno ha sollevato obiezioni.

Diverso è “sul momento“, che indica una reazione immediata e spesso istintiva: sul momento magari non sappiamo cosa dire. Del tutto analogo a “lì per li” che è più informale.

Es:

Non sapevo cosa rispondere sul momento, così ho fatto un sorriso e basta.

Quando l’ha visto cadere, è corso ad aiutarlo sul momento.

Non ho pensato a controllare i documenti sul momento, ma poi me ne sono pentito.

Per finire oggi vediamo l’espressione che ho inserito come titolo dell’episodio: questione di tempo.

L’espressione “questione di tempo” si usa per indicare che qualcosa succederà sicuramente, ma non si sa esattamente quando.

Si concentra sull’idea che la realizzazione o il cambiamento è inevitabile, e che serve solo un po’ di pazienza o attesa. Spesso, quasi sempre direi, si usa insieme a “solo”.

Es:

Non preoccuparti, la situazione si risolverà, è solo una questione di tempo.

Il treno partirà presto, è solo una questione di tempo.

Prima o poi Gianni capirà l’errore, è solo una questione di tempo.

Ora, come vedete, le espressioni legate al tempo sono davvero tante. E, a dire il vero, per motivi di tempo non è il caso di spiegarle tutte oggi.

Nel frattempo, però, accontentatevi di questo episodio, che credo sia molto utile per tutti voi stranieri che volete padroneggiare meglio queste sfumature.

Adesso, per ripassare, a proposito di tempo, ditemi qual è il vostro primo ricordo.

Mariana:
Buongiorno a tutti.
Preferisco ricordare i momenti felici: le mie cugine che giocano con me e mi fanno sentire protetta. Dico questo in quanto il mio primo ricordo è piuttosto brutto. Preferisco glissare

Nancy: Il mio primo ricordo? Che vuoi che ti dica… è qualcosa di piuttosto sui generis, quasi un’immagine che ogni tanto affiora d’emblée, senza preavviso, come un fulmine a ciel sereno. Niente di che comunque.

Marcelo: Ricordo una luce. Nient’altro. Una luce forte, quasi fastidiosa, poi il colore celeste del camice dell’ostetrica che sbatte con quello delle pareti, Mi dirai che è un ricordo un po’ vago! Ma sto scherzando! È nelle cose che si sia un po’ confuso/a sul primo ricordo, no?

Hartmut: Il mio primo ricordo della vita è quando mamma mi portò dal dottore perché avevo le tosse. Siamo restati per ore in una sala fredda insieme con altri venti bambini malati. Diciamo che le circostanze non erano ottime per una guarigione ma ai tempi – era la fine degli anni sessanta – nessuno se ne fregava – e fortunatamente ne sono uscito indenne!

Carmen: a detta di qualcuno, i primi ricordi non sono nemmeno autentici, ma ricostruzioni, espedienti della mente per dare coerenza a ciò che, in origine, era solo caos. Io non ricordo granché comunque. Ma tant’è.

André: Non credo che mi crederete, ma il primo ricordo della mia vita, il primo momento che non mi è mai sfuggito dalla mente e che, ne sono certo, ricorderò fintantochė vivrò, risale alla mattina in cui, appena mi svegliai, dissi: “Che figo, oggi compio tre anni!”

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In croce

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episodio 1239

Trascrizione

Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.

Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.

Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.

Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.

Facciamo qualche esempio.

Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:

Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.

Oppure, parlando di una persona poco loquace:

Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.

O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:

Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.

In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.

È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?

Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).

Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.

C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.

Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente, poche idee, pochi risultati, poche risorse, potrete dire tranquillamente:

Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”

Ma perché usare la parola croce?

Bella domanda vero?

La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.

Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:

Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.

La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.

C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.

In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.

Un’altra volta vi spiego anche un altro uso completamente diverso di “in croce”. Parlo di mettere qualcuno in croce.

Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.
La domanda è: se rinascessi, chi verresti essere?

Commento del ripasso (scarica audio)

Marcelo: Se rinascessi, vorrei essere una persona estremamente conciliante, capace di togliere d’impaccio chiunque si trovi in una situazione difficile e magari anche di galvanizzarlo.

Sofie: Io invece vorrei essere una stacanovista, ma senza mai essere rea di trascurare le persone care per il troppo lavoro.

Anne Marie: Mi piacerebbe rinascere come uno dei grandi personaggi italiani della storia, qualcuno che sappia sempre cogliere nel segno con le sue scoperte.

Mariana: Vorrei far parte della polizia, così potrei girare in borghese e dare il benservito ai criminali.

Julien: Mi piacerebbe essere un sognatore capace di costruire castelli in aria che però sappiano trasformarsi in progetti concreti e utili.

Ulrike: Se potessi scegliere (ma la vedo difficile!) vorrei essere un’esperta di italofonia per poter parlare la lingua del a menadito.

Carmen: io invece vorrei rinascere me stessa e munirmi di pazienza infinita (che, per inciso, ora non ho). Vorrei avere tante occasioni per fare bella figura e parlare in italiano senza tediare nessuno… anche perché, diciamolo, ogni tanto, in questa vita, rischio seriamente di far scappare tutti!

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In borghese

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episodio 1238

Trascrizione

C’è qualcosa di curioso nell’espressione “in borghese”.

A sentirla così, isolata, sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un mondo fatto di cappelli, giacche ben stirate e passeggiate in centro. E in effetti, un po’ è proprio così.

In borghese” nasce da borghesia, quella classe sociale che, tra nobiltà e popolo, ha rappresentato per secoli il volto più riconoscibile della vita quotidiana: persone comuni, rispettabili, senza uniforme, senza insegne, senza simboli di potere evidenti.

Ed è proprio qui il punto.

Quando diciamo che qualcuno è in borghese, intendiamo dire che non indossa una divisa, che si presenta come una persona qualunque, indistinguibile tra la folla.
Un poliziotto in borghese, ad esempio, non porta la divisa: si confonde tra i passanti, osserva senza essere notato, agisce senza attirare l’attenzione.

Es.

State camminando per strada, tutto sembra normale, quando qualcuno vi dice:

Attento, quello è un poliziotto in borghese.

E improvvisamente cambia tutto.
Quella persona, che fino a un attimo prima era uno qualunque, assume un altro significato. Non è più solo un passante: è qualcuno che ha un ruolo, ma non lo mostra.

Parliamo di chi svolge una funzione ufficiale senza indossarne i segni distintivi.

C’erano diversi agenti in borghese tra la folla.

L’arresto è stato effettuato da due carabinieri in borghese.

In questi casi, “in borghese” serve a sottolineare proprio questo contrasto: ruolo nascosto, apparenza normale.

Ma la locuzione non si ferma qui.

Pensate a un contesto completamente diverso, più quotidiano.
Un’azienda, un ufficio, magari una cerimonia.

Oggi niente giacca e cravatta, siamo tutti in borghese.

Qui non ci sono poliziotti, né operazioni “sotto copertura”.

Eppure il senso è simile: assenza di formalità, di segni distintivi, di “uniforme” sociale.

“In borghese”, in questo caso, diventa quasi sinonimo di informale, di normale, di non ufficiale.

Si usa anche in questo modo la locuzione.

Quando diciamo “in borghese”, quella piccola preposizione “in” fa molto più di quanto sembri.

Non indica semplicemente un luogo, come in “in casa” o “in ufficio”.

Qui in introduce una condizione, uno stato visibile, quasi una “forma esteriore” in cui una persona si presenta.

È la stessa in che usiamo quando vogliamo descrivere come appare qualcuno agli occhi degli altri.

Pensate a queste locuzioni:

in uniforme

in divisa

in abito da sera

in giacca e cravatta

in maniche di camicia

In tutti questi casi, in significa qualcosa come: “nella condizione esteriore di”, “vestito in modo tale da apparire…”

Se allarghiamo lo sguardo, troviamo molte altre espressioni analoghe, anche fuori dall’abbigliamento:

in silenzio

in difficoltà

in imbarazzo

in incognito

Anche qui in introduce uno stato, ma non più visivo. È come se passassimo dall’abito esterno alla condizione interna o situazionale.

“In borghese”, in un certo senso, sta proprio a metà strada tra questi due mondi:
è visibile, ma porta con sé anche un significato più profondo, legato al ruolo e all’intenzione.

Notate che essere in borghese è simile a “essere in abiti civili”.

Quasi equivalente, ma non del tutto. Infatti “in abiti civili” indica semplicemente che una persona non indossa una divisa

Ad esempio:

Il militare era in abiti civili durante la cerimonia.

Qui manca quell’elemento di intenzione o funzione nascosta.

“In borghese”, invece, ha spesso una sfumatura in più: suggerisce che l’assenza di uniforme non è casuale, ma significativa.

Quindi se due poliziotti sono in borghese c’è l’idea implicita di operare senza farsi riconoscere.
Quindi “In abiti civili” descrive invece ciò che si vede, mentre “in borghese” generalmente suggerisce anche ciò che si nasconde.

Carmen: Mi fa ridere vedere qualcuno che cerca di fare il pavone per darsi arie e poi finisce per fare una figuraccia.

Hartmut: Io invece rido di gusto quando vedo uno stacanovista che perde la calma per una piccola e insignificante pecca nel suo lavoro.

Edita: A me divertono molto i soliti furbetti del quartierino che sono convinti di farla sempre franca e invece poi vengono scoperti subito.

Khaled: Non posso fare a meno di ridere quando qualcuno inizia a fare un salamelecco per compiacere il potente di turno.

Anne Marie: Trovo esilarante un tipo solitamente sboccacciato che tenta disperatamente di apparire serio durante una cerimonia.

Estelle: Mi fa ridere la faccia sbalordita di chi viene messo davanti al fatto compiuto e non ha più tempo di inventare una delle sue solite scuse.

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Lo sconcerto

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episodio 1237

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Oggi, cari amici di Italiano semplicemente, parliamo di una parola molto interessante: sconcerto.

È una parola che si sente spesso nei telegiornali, nei commenti politici, ma anche nella vita quotidiana, quando succede qualcosa che ci lascia… un po’ spiazzati.

Abbiamo spessissimo parlato di sorpresa negli episodi passati. A volte con esclamazioni. Questa però non è una parola che si usa in una esclamazione.

Ma che cos’è esattamente lo sconcerto? Qual è la sua prerogativa?

Lo sconcerto è una sensazione particolare, non è semplicemente sorpresa. Non è neanche solo confusione. È un misto di stupore, disorientamento e incredulità.

La componente del disorientamento è molto importante. E si tratta quasi sempre di un commento negativo, contrario. Queste sono già due caratteristiche distintive dello sconcerto.

Quando qualcosa rompe le nostre aspettative in modo improvviso, e noi non sappiamo bene come reagire, ecco che nasce lo sconcerto.

Facciamo qualche esempio.

Immaginate di seguire con attenzione un evento importante, convinti che andrà in un certo modo… e poi succede esattamente il contrario. In quel momento potreste dire:

“C’è grande sconcerto”.

Oppure, in una situazione più quotidiana: arrivate in ufficio e scoprite che hanno cambiato tutto senza avvisare nessuno. Le scrivanie, i ruoli, magari anche i colleghi. E voi restate lì, fermi, a guardarvi intorno. Non sapete se ridere, protestare o andare a prendere un caffè. Ecco, quello è sconcerto.

Interessante anche il verbo collegato: sconcertare.

Qualcosa sconcerta quando ci mette in difficoltà, quando rompe i nostri schemi mentali. Ad esempio:

“Le sue parole mi hanno sconcertato”.

Cioè: non me le aspettavo, mi hanno lasciato perplesso, quasi senza parole.

E poi c’è l’aggettivo: sconcertante.

Una situazione sconcertante è una situazione difficile da capire, che lascia interdetti. Ad esempio:

“È una decisione sconcertante”.

In questo caso si sta dicendo: è una decisione che lascia perplessi, che non convince, che quasi disorienta.

C’è anche un aspetto interessante: lo sconcerto spesso, direi quasi sempre, è collettivo. Non riguarda solo una persona, ma un gruppo, una comunità. Questa è la terza caratteristica distintiva.

Per esempio:

“C’è sconcerto tra i cittadini”.

Questa è una frase tipica del linguaggio giornalistico. Significa che molte persone sono rimaste sorprese e disorientate da una certa notizia.

Ma attenzione: lo sconcerto non è per forza negativo al cento per cento. Può avere anche una sfumatura ironica. Ironica, non positiva però.

Immaginate qualcuno che racconta una cosa assurda, esagerata, quasi incredibile. Voi potreste rispondere:

“Guardo con sconcerto!”

In questo caso, magari state anche scherzando. È uno sconcerto un po’ teatrale, esagerato apposta.

Dal punto di vista etimologico, la parola viene da “concerto”, che ha a che fare con l’armonia, con l’accordo. Spesso con la musica, ma non è questo il caso.

Aggiungendo la “s-” iniziale, si crea l’idea opposta: qualcosa che rompe l’armonia, che crea disordine. E infatti lo sconcerto è proprio questo: una perdita di equilibrio, almeno momentanea.

Infine, una piccola osservazione sull’uso.

Sconcerto” è una parola abbastanza formale. Nella lingua parlata di tutti i giorni si usano più spesso espressioni come:

“sono rimasto di stucco”

“sono rimasto spiazzato”

“non ci ho capito più niente”

“Sono basito” è ugualmente abbastanza formale

Però usare “sconcerto” dà un tono più preciso, più elegante, e anche un po’ più giornalistico. Ribadisco comunque che si usa quasi sempre in senso collettivo e non individuale.

A conti fatti, è una parola molto utile, perché descrive una sensazione complessa con una sola parola.

E quando una parola riesce a fare questo… vale la pena ricordarla.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Spero nonci sia sconcerto da parte vosra, visto che lo facciamo sempre…

Marcelo: Durante il matrimonio della maggiore delle mie figlie, per inciso un momento molto felice per tutti i genitori, aspettavo il mio amico più stretto alla festa.
Ho provato uno sconcerto indimenticabile quando sono venuto a conoscenza che lui non sarebbe venuto.
I miei pensieri percorrevano i meandri del mio cervello senza scoprire il vero motivo: incidente con la macchina, indisposizione personale… non riuscivo a figurarmi il motivo. Più tardi,a bocce ferme, quando eravamo già rilassati, scoprimmo il perché del suo atteggiamento. La sua decisione che non sto quì a dirvi, è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Sono passati anni ormai, e nonostante i miei *tentativi* di appianare le controversie, il rapporto non ha mai ritrovato il suo corso. Della serie: bastano piccoli capricci per rovinare un’amicizia di anni!

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