902 Un marcantonio

Un marcantonio (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:

Oggi parliamo di come descrivere fisicamente una persona che è alta e grossa. Ci sono diversi modi per farlo, ma uno molto simpatico è marcantonio.

Un marcantonio è un ragazzo o un uomo dalla struttura fisica imponente, quindi che ha un fisico imponente, che si impone. L’aggettivo imponente significa spesso anche che incute soggezione o ispira rispetto.

Si dice spesso: un uomo o una donna d’aspetto imponente.

Questo è un altro modo per dare una immagine di queste persone alte e grosse. Quest’ultima ovviamente è una modalità informale, come anche marcantonio.

Es:

Guarda che marcantonio che è diventato tuo figlio!

Nella squadra di rugby di mio figlio giocano tutti marcantoni!

Si tratta dunque di una persona di corporatura molto alta e robusta, dall’aspetto imponente e anche aitante.

Giovanni è proprio un bel pezzo di marcantonio!

Si usa spesso questa forma “bel/gran bel pezzo di marcantonio”.

Aitante significa di bell’aspetto, dall’aspetto sportivo ma anche dal fisico robusto e prestante.

Un altro modo di descrivere le persone alte e grosse è anche “un colosso” o “un corazziere“.

Sono tutti termini scherzosi ma rendono subito l’idea.

Da dove viene marcantonio?

Deriva dal nome di un personaggio romano importante: Marco Antonio, vissuto nel primo secolo a.C. Era un uomo politico e militare romano.

Un tipo alto e grosso” è altresì molto usato, ma spesso in modo negativo, per sottolineare che nonostante la corporatura, non è molto sveglio o intelligente.

Di questo tipo di persona a Roma si dice ad esempio “alto grosso e fregnone”, dove fregnone sta per sciocco, stupido.

Sapete che marcantonio in realtà si può usare anche con riferimento a una donna:

Mia nipote sta diventando una marcantonia!

Quella ragazza è un bel pezzo di marcantonia.

Evidentemente questa ragazza è attraente ma dal fisico imponente, quindi alta e robusta. Una marcantonia non è certamente una ragazza gracile e magra, tantomeno bassa e grassa. È invece alta e con le spalle larghe. Forse non risponde ai classici canoni della bellezza femminile, ma, come si dice, de gustibus!

Prima ho citato colosso e corazziere.

Colosso è ugualmente adatto per descrivere una persona robusta e massiccia, di statura molto più alta del normale, ma si usa anche per descrivere una persona eccezionalmente dotata sul piano culturale o intellettuale e non solo le persone ma qualcosa di molto importante che si impone sugli altri, come delle aziende importanti.

Un colosso nel mondo della finanza mondiale

Amazon è un colosso nella vendita online

La Bayer è un colosso dell’industria chimica

infine, se dico che una persona ha un fisico da corazziere, ci si riferisce ad un soldato della cavalleria pesante e sapete che per fare il corazziere viene richiesta una altezza di almeno 190 cm, una costituzione corporea armoniosa e grande resistenza e preparazione atletica, anche perché il corazziere deve fare dei prolungati turni di servizio in piedi, da svolgersi stando fermo completamente.

Quindi marcantonio, corazziere, colosso, persona alta e grossa, persona dal fisico imponente e massiccio, sono modalità usate per descrivere le persone robuste, alte e grosse.

Adesso come ripasso faccio una domanda ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente: sapete dirmi le differenze tra la cucina italiana e quella francese?

Mary: La cucina italiana e quella francese sono due delle cucine più famose e apprezzate al mondo. Non datemi del cavilloso, ma occorre fare alcuni distinguo.

Edita: Ingredienti: La cucina italiana si basa su ingredienti semplici. Che so: pomodori, olive, formaggi e basilico, mentre la cucina francese utilizza ingredienti più elaborati come burro, vino, cipolle e funghi.

Marcelo: quanto alla preparazione: La cucina italiana è solitamente preparata in modo semplice e veloce, di contro, la cucina francese è più elaborata e richiede più tempo.

Irina: in merito allo stile fatemi dire la mia: La cucina italiana è più rustica e informale, mentre la cucina francese è maggiormente sofisticata e formale.

Hartmut: riguardo alle pietanze, la cucina italiana è famosa per le sue pasta, pizza e insalate, mentre la cucina francese è conosciuta per i suoi soufflé, paté e quiches. Per inciso, anche questo fa la differenza.

Estelle: direi che anche l’uso del vino è diverso. Nella cucina italiana si usa sia per bere che per cucinare, mentre nella cucina francese è senz’altro più forte la tradizione di abbinamento vino-cibo.

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901 Il verbo scappare

Scappare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: il verbo scappare lo conoscete?

Sì, certo, molto simile a “fuggire“, ma vale la pena come sempre spiegare le differenze.

Scappare infatti significa darsi alla fuga in modo rapido e precipitoso, talvolta in modo furtivo.

Abbiamo già discusso in passato su questo verbo, ma non fa mai male fare il bis aggiungendo qualcosina, soprattutto parlo di una espressione che vedremo alla fine dell’episodio.

Quindi scappare si preferisce a fuggire in tutte quelle occasioni in cui si vuole sottolineare non semplicemente la velocità nell’allontanarsi da qualcosa, ma quando siamo in una situazione pericolosa, o quando c’è una colpa o una responsabilità, quindi si scappa per sfuggire dalle responsabilità o per non subire le conseguenze di una colpa.

Si può scappare di prigione ad esempio, e questo si dice anche “evadere”.

Ogni volta che ci si sottrae a una situazione negativa o pericolosa, si vuole evitare qualcosa.

Ma ci sono altri usi comuni di questo verbo di cui vi voglio parlare.

Si usa ad esempio anche quando ci si allontana dalla famiglia o, come si suol dire, dal tetto coniugale: il marito di Maria è scappato di casa.

Anche un figlio può scappare di casa:

E’ scappato di casa alle 20 e anche la polizia lo sta cercando

Passiamo a: “di qui non si scappa!

Questa è una espressione che si usa spesso in situazioni che non si possono evitare. Non ci sono alternative o vie d’uscita.

Potrei dire a mio figlio che è inutile che cerca di evitare le interrogazioni, perché per superare l’anno scolastico bisogna studiare prima o poi: di qui non si scappa!

Si usa anche con le occasioni, le opportunità che non vengono colte e che quindi sono sfuggite, scappate:

Questa è un’occasione unica, non lasciartela scappare!

Questo mi ricorda anche l’espressione “!cogliere un’occasione al volo” di cui ci siamo già occupati.

Non solo una persona può scappare, e non solo un’occasione. Anche una battuta che non volevamo fare o una frase che non volevamo dire. Quando ormai è tardi, perché l’abbiamo pronunciata, possiamo dire:
Ops, scusa, mi è scappata!
Cioè: mi è uscita inavvertitamente, spontaneamente, senza pensarci. Si usa anche quando si fanno errori grammaticali.
Lo so, ho scritto un po’ senza apostrofo, Mi è scappato!
Se dite qualcosa di sconveniente o volgare o di maleducato e poi vi pentite:
Mi è scappato! Scusate!
Anche il verbo “sfuggire” (c’è un episodio in merito) si può usare in questi casi ma scappare è più colloquiale. Anche un colpo di fucile può scappare.
Stavolta però è più grave la disattenzione!
Se dimentico qualcosa posso ugualmente dire:
Lo so, dovevo chiamarti ma mi è scappato di mente!
Equivale a dimenticarsi in tal caso.

Può scappare da ridere, può scappare la pipì, può scappare una risata: Si tratta di impulsi emotivi o bisogni fisiologici che non si riescono a frenare o che sono impellenti.

Si usa anche nella forma scapparci (abbiamo già un episodio intitolato “ci scappa“) e in questo caso si indica una conseguenza inevitabile, specie se negativa, ma non è detto:

In Italia è sempre la stessa storia: finché non ci scappa il morto non si affronta mai un problema con serietà.
Nelle situazioni potenzialmente pericolose tipo risse, manifestazioni pubbliche, proteste di piazza eccetera, a volte capita che ci scappa il morto!
In senso positivo potrei dire ai mie figli:
Quest’anno se vi comportate bene e fate sempre i compiti, potrebbe scapparci un bel I-Phone per tutti e due.
Oppure durante una partita di calcio:
La squadra sta giocando bene, e ci può anche scappare la vittoria
In questi casi si indica una possibilità perlopiù insperata precedentemente.
C’è poi una bella espressione: “essere uno scappato di casa“.
Scappare da/di casa, come ho detto prima, sta per lasciare la casa, allontanarsi di casa fisicamente, ma essere uno “scappato di casa” (si usa solo la preposizione “di” in questo caso) sta ad indicare una persona che non ha un’immagine positiva. Un modo colloquiale per dire che questa persona è poco affidabile, poco organizzata, che vive in modo approssimativo. L’immagine di una persona appena scappata di casa è abbastanza chiara: improvvisazione, emergenza, trasandatezza. Uno scappato di casa  dà l’idea di una persona che non ha ben chiara nella vita la propria identità, il proprio mestiere, il proprio futuro.
Si può anche usare per indicare l’incompetenza, ma soprattutto la impresentabilità (anche dal punto di vista del modo di vestire), il fatto di essere inappropriati in un dato contesto.
E’ abbastanza offensivo.
Notate che “scappato” è usato come sostantivo, non come participio passato del verbo scappare, nonostante la frase funzioni lo stesso a volte anche se lo usiamo come verbo:
Sei uno scappato di casa!
Sembra uno scappato di casa!
Viene al lavoro vestito come uno scappato di casa
Non vogliamo scappati di casa a dirigere la nostra azienda!
Lionel Messi vincerebbe sicuramente lo scudetto in Italia anche se giocasse in una squadra di scappati di casa!
Non scappate adesso perché c’è il ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Albèric: Non me la sento proprio oggi di fare un ripasso ma mica voglio deludere Gianni non fosse altro che per dargli manforte.
Ulrike: Io non ho la stoffa di creatività. Forte però dell’esempio di Albèric, oso farmi viva con queste 4 espressioni della nostra famosa rubrica dei due minuti.
Anne Marie: Anch’io sono a corto di idee, non sia mai detto però che sia così nullafacente da tirarmi indietro!
Edita: inventarsi un ripasso è diventato obbligatorio? Neanche ne avessimo bisogno come il pane! Ma va!
Peggy: ti sei appena tolta un sassolino della scarpa o sbaglio?
Karin: Si dà il caso che io debba prima recuperare tutte le lezioni per rimettermi al passo. Abbiate pazienza!
Marcelo: Neanch’io voglio che mi sia dato del nullafacente, preferisco pararmi il sedere con questa breve frase piuttosto che fare la figura del menefreghista.

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900 Avere stoffa

Avere stoffa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di stoffa.

Estelle: ti sei forse dato alla sartoria Giovanni?

Giovanni: no, no, Estelle, non mi sono dato alla sartoria, e tantomeno all’alta moda!

Avere stoffa, che è il titolo dell’episodio di oggi, indica la presenza di talento in una persona. Oggi ci occupiamo di questo e di tanto in tanto ascolterete una frase di ripasso degli episodi precedenti.

Questo ragazzo ha la stoffa del campione!

Gianluca ha veramente stoffa!

Un modo informale ma molto diffuso e efficace per indicare la presenza di talento, cioè delle qualità che servono per emergere, per farsi notare o comunque per esprimersi al meglio in un determinato campo.

L’alunna sembra avere stoffa! Non si scoraggi però se prende qualche insufficienza all’inizio. Perché i professori sono molto esigenti.

Quest’ultima è una frase che alcuni professori hanno detto a proposito di mia figlia durante un colloquio scolastico.

Un grande complimento evidentemente.

In campo sportivo, scolastico o comunque ovunque ci sia la possibilità di mettere alla prova le proprie capacità, questa espressione è indicativa delle potenzialità oltre che delle qualità di una persona.

Si parla di qualità più innate che acquisite. Con la stoffa ci si nasce. Si tratta di qualità intellettuali o fisiche, non è importante.

Detto in altro modo, avere stoffa significa avere una spiccata attitudine o una disposizione naturale per una determinata attività.

Adesso ricorderete tutti sicuramente l’espressione “essere portati” a fare qualcosa, ma qui parliamo di capacità notevoli. Ricorderete anche avere una disposizione nel fare qualcosa, ho detto bene?

Quando qualcosa riesce bene senza troppi sforzi in effetti è giusto parlare di disposizione, attitudine e giustamente si dice che una persona è portata a fare questa attività.

Avere stoffa è un’espressione più legata alla competizione e alle potenzialità.

Si dice spesso anche “avere stoffa da vendere”.

Si può usare in più modi il possesso di stoffa:

Ha della stoffa

Ha stoffa

Possiede stoffa

È un ragazzo di stoffa

È bene sapere che non si usa verso sé stessi. Si potrebbe dire ma sarebbe come darsi troppo delle arie e si sarebbe poco credibili.

Irina: vuoi dire che con ogni probabilità si potrebbe pensare che si stia allargando?

Giovanni: esatto Irina!

Verrebbe da dire:

Ma chi è questo sbruffone che crede di avere stoffa?

Si usa molto verso i giovani, le giovani promesse dello sport ad esempio o verso i cosiddetti scrittori “in erba”, quindi giovani, non ancora maturi, ma con qualcosa in più rispetto agli altri.

Al lavoro non è molto adatto. D’altronde nel mondo lavorativo neanche il termine talento si usa granché.

Per finire vi dico anche perché si dice avere stoffa. Immagino sarete curiosi.

Marcelo: esatto! Non mi dirai che sai leggerci nel pensiero!

Maja e Danielle: non è che ci legge nel pensiero, è che ha imparato a conoscerci.

Giovanni: infatti! Se I vestiti sono fatti di stoffa. La stoffa non è un materiale specifico ma qualsiasi tipo di tessuto per abiti sono stoffa.

Ebbene, i vestiti vanno indossati e non sempre sono della giusta misura. Gli abiti inoltre ci rappresentano. Possono dirci qualcosa su noi che li indossiamo: che carattere abbiamo o che mestiere facciamo.

Allora avere stoffa, con un po’ di fantasia, può indicare un vestito che ci calza a pennello, fatto su misura per noi: il vestito del campione, ad esempio.

Hartmut: adesso, dulcis in fundo, ricapitoliamo.

Giovanni: va bene, allora abbiamo parlato della stoffa e dell’espressione avere stoffa. Si usa per indicare la presenza di talento, soprattutto nei giovani promettenti che sembrano più dotati e portati degli altri. Molto usato nello sport e per le qualità intellettuali, è più in generale in tutti gli ambiti in cui c’è competizione, in caso di qualità superiori alla media. È come avere un vestito (fatto di stoffa, come tutti i vestiti) tagliato su misura, dove quel vestito rappresenta una specifica attività.

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899 I mezzucci

I mezzucci (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vi parlo di un espediente meschino, di un ripiego immorale di scarsa efficacia.

Con questa breve introduzione ho già citato due episodi di questa rubrica.

Ricorderete sicuramente l’episodio dedicato alla soluzione di ripiego. Ricorderete allora che un ripiego è una soluzione di emergenza, un rimedio inadeguato. Potremmo anche chiamarlo un mezzo inadeguato.

Rucordete anche l’episodio dedicato al termine espediente. Abbiamo detto che l’espediente somiglia spesso a una soluzione poco ortodossa ad un problema.

Ebbene, un espediente è già di per sé un ripiego, dunque qualcosa di non molto adatto, spesso inadeguato, e se questo espediente è anche meschino, allora le cose peggiorano ancora!

Infatti meschino è un aggettivo bruttissimo, perché è spesso usato per descrivere persone o comportamenti che denotano una certa povertà sul piano morale. Le cose poco dignitose possono essere descritte come meschine.

Prima si parlava di problemi e di soluzioni e allora, quando, nel tentativo di trovare una soluzione ricorriamo a una soluzione non solo poco ortodossa, ma anche meschina, possiamo dire che il mezzo usato è un mezzuccio.

Un termine che si si usa più spesso al plurale: i mezzucci.

I mezzucci sono dunque delle modalità moralmente riprovevoli per cercare di ottenere un risultato.

Il termine si usa soprattutto nel giudicare negativamente il comportamento di una persona che fa qualcosa di immorale, di poco dignitoso.

Vediamo qualche esempio:

Una uomo d’affari che guadagna milioni di euro all’anno, se nasconde dei soldi al fisco o se comunque cerca di pagare meno tasse, si potrebbe dire:

Ma perché usare questi mezzucci? È un uomo molto ricco e potrebbe tranquillamente pagare le tasse dovute.

Un secondo esempio:

Il direttore di un’azienda vuole licenziare un lavoratore, ma non sa come fare, allora lascia del denaro sulla scrivania per vedere se lui lo prenderà.

Il lavoratore però capisce tutto e pensa:

Non si dovrebbero usare questi mezzucci per mandare avanti un’azienda!

Terzo ed ultimo esempio:

Una squadra sta vincendo una partita di calcio e alcuni calciatori di questa squadra perdono tempo in tutti i modi possibili, fanno sceneggiate davanti all’arbitro ogni volta che un avversario li sfiora appena. Ogni volta sembra che stiano per morire dal dolore!

Dunque questa squadra sta mettendo in atto tutti i mezzucci possibili per mantenere il vantaggio a tutti i costi e portare a casa la vittoria.

Notate che solitamente non si tratta solamente di rimedi poco efficaci. In genere non basta questo. Occorre che ci sia un giudizio morale negativo.

Per dirla in parole povere, sono cose che non si fanno! Non si fanno per rispetto degli avversari (nel caso dei calciatori), per questioni di correttezza (nel caso del direttore che vuole licenziare il lavoratore), per onestà (nel caso del ricco uomo d’affari che vuole pagare meno tasse) e per tutte le questioni morali in generale.

Si usa spesso il verbo “ricorrere” quando si parla di mezzucci, perché il verbo ricorrere ha, tra gli altri, anche il senso di fare ricorso a qualcosa per ottenere uno scopo.

Ricorrere a qualcosa per ottenere un risultato.

Si può ricorrere a un mezzo, ad una soluzione, a un rimedio e quindi anche a un mezzuccio.

Finiamo con la pronuncia: la z di mezzuccio è una zeta dolce (o sonora) proprio come quella di “mezzo”, ma anche di zanzara, Zagabria, razzo, e belzebù, mentre vi ricordo che esiste anche la z aspra o sorda, che è quella di pazzo, mazzo, pezzo, pazzia, alzare, sfilza, calza, innalzare, calzolaio, eccezioni eccetera.

Se volete c’è un episodio eccezionale (z aspra) sulla pronuncia della zeta che ho realizzato con i miei figli e qualche membro di Italiano semplicemente.

Per adesso abbiamo finito, ma non dimentichiamo che occorre ripassare anche altri episodi passati.

Marcelo: Cari amici, sono contentissimo, perché la prossima settimana verranno finalmente i tecnici per cambiare la nostra piastra da cucina e il nostro frigo. Quando ho ricevuto la notizia lì per lìquasi non sapevo come reagire.

Edita: poverini! Mi ricordo anche che il frigo è arrivato due mesi fa, ma era del tipo sbagliato (senza la parte freezer desiderata da Marcelo). Quando Marcelo ha chiesto una spiegazione, per tutta rispostaqualche tizio ha detto: che vuole che le dica?

Ulrike: Ma, no! Mi sembra davvero il colmo!

Marcelo: Purtroppo, è proprio successo così. È stata una frustrazione enorme, ma non c’era niente da fare. L’abbiamo riordinato seduta stante e abbiamo dovuto riaspettarlo…
È solamente l’inizio di un progetto più ampio per cambiare la nostra cucina (vogliamo anche cambiare qualche anta), ma sono contenta/o che finalmente possiamo andare avanti.

Anthony: È da sperare però che i tecnici non compiano qualche altra leggerezza. Non è che voglio fare il negativo, ma siete stati delusi più di una volta.

Marcelo: speriamo di no! Mi sono sfogato più di una volta con voi nel passato. Ne avevo proprio bisogno per sopportare l’attesa lunghissima… Ma adesso mi godrò il risultato ancora di più; questo è il rovescio della medaglia! Vi terrò aggiornati.

Giovanni: allora abbiamo parlato dei mezzucci, un termine informale per indicare un mezzo immorale per ottenere un risultato. Spesso questo mezzo è anche inefficace ma questo non basta: occorre l’immoralità per parlare di mezzucci. Un mezzuccio potremmo definirlo come un espediente meschino perché anche la meschinità è legata all’immoralità.

Mezzuccio si pronuncia con la z dolce.

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898 Allargarsi

Allargarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vi parlo di una cosa che faccio sempre quando realizzo un episodio della rubrica che si chiama “2 minuti con italiano Semplicemente”: mi allargo spessissimo.

Probabilmente lo farò anche oggi, perché due minuti non bastano quasi mai per spiegare bene un concetto. Cercherò di allargarmi il meno possibile comunque.

Allargarsi significa divenire più largo; ampliarsi, estendersi. E’ chiaramente la versione pronominale e intransitiva di allargare.

Questa che vi ho dato è chiaramente la definizione dell’uso proprio, perché qualunque cosa che abbia una larghezza, qualora questa larghezza aumenti, posso usare questo verbo:

La strada si allarga dopo la curva.

Il fiume in questo punto sembra piccolo, ma più avanti si allarga di una decina di metri.

A noi interessa chiaramente di più l’uso figurato però.

Allargarsi infatti si può usare con un significato simile a esagerare o andare oltre. Non si tratta di andare oltre nella larghezza fisica però, ma nel tempo, ad esempio, quando si impieghi più tempo del previsto in una attività, oppure con le spese, cioè quando si spende più del previsto, oppure quando si mangia in misura maggiore di quanto doveva farsi, per qualunque motivo, oppure ancora quando si sta parlando delle qualità di una persona o delle caratteristiche di qualcosa e si esagera un po’.

Si tratta di un uso sempre abbastanza colloquiale, perché in tutte queste occasioni si potrebbe tranquillamente usare il verbo esagerare, ma se usiamo il verbo allargarsi, si sta ponendo l’attenzione sulla persona che “si allarga”, cioè che esagera.

Vediamo qualche esempio:

Dobbiamo dividere questa torta in 5 parti perché siamo in 5 persone. Inizia tu a tagliare la tua parte e vedi di non allargarti.

Quindi cerca di non esagerare, non prenderti più di quanto ti spetta, non tagliare un pezzo di torta più grande del dovuto.

Tra gli episodi che abbiamo visto in passato, ci sono abbastanza similitudini con il verbo “sforare” e anche con “calcare“. Infatti quando si “calca la mano“, ad esempio, si sta esagerando. Si tratta anche in quel caso di eccedere, esagerare, ma allargarsi ha più a che fare con l’egoismo personale, con la superbia, con l’opportunismo, mentre calcare la mano si preferisce usare quando si esagera sgridando una persona, rischiando di offenderla, E’ molto vicino a “Insistere eccessivamente” rischiando di offendere o di punire in modo esagerato. L’enfasi è maggiormente sulla persona che sta esagerando, che sta facendo o dicendo qualcosa di troppo a fini egoistici. IN genere si tratta di questo tipo di esagerazioni.

Vedete quindi che esagerare è molto generico come verbo e molto più semplice da usare. Quando si affina il proprio linguaggio si riesce anche a capire se è il caso di usare una particolare espressione.

Sforare invece come si è visto, si usa quasi sempre solo in due occasioni: quando si eccede rispetto al tempo a disposizione o quando si esagera con le spese. Quindi abbastanza specifico come utilizzo.

Due ultimissimi usi di allargarsi sono, sempre relativamente al linguaggio informale, per descrivere una persona che si è ingrassata, quindi si è fisicamente “allargata” (sempre informale) e nell’espressione “mi si allarga il cuore” che si usa quando si riceve una notizia o quando si ascoltano delle parole che hanno un effetto confortante, consolante:

Dall’ospedale hanno detto che tuo figlio sta meglio e non è più in pericolo di vita: una notizia che mi allarga il cuore.

Le parole del papa di questa mattina allargano il cuore

La solidarietà delle persone allarga il cuore di chi soffre.

Le storie che danno speranza allargano il cuore.

Quindi le parole confortanti, che consolano chi le ascolta, che danno una gioia profonda, si può dire che allargano il cuore.
Ricapitolando l’uso di allargarsi e le sue peculiarità: esagerare è molto generico, sforare si usa prevalentemente quando si eccede con il tempo o con le spese, mentre calcare (non inteso come sostantivo ma come verbo, e mi riferisco all’espressione calcare la mano) si usa quando si esagera in un comportamento che potrebbe ferire o offendere qualcuno. Quando ci si allarga invece (attenzione: ci si allarga, e non si allarga) mi sto riferendo alla persona che esagera in un atteggiamento egoistico o nell’enfatizzazione delle qualità di qualcosa o qualcuno.
Adesso, dopo che mi sono allagato abbastanza anche oggi, vediamo un bel ripasso:
Ulrike: Ciao Anne Marie, ti vedo un po’ giù. C’è qualcosa che non va?

Anne Marie: non esattamente. È solo che un mio collega mi ha spiattellato in faccia che ormai sono entrata negli anta, un fatto che di per sé non sarebbe neanche grave, ma il modo in cui me l’ha detto mi ha dato fastidio.

Marcelo: Ma Anne Marie, non te la prendere, sai già com’è fatto Giuseppe. Non brilla per intelligenza emotiva.

Anne Marie: Si lo so, lo so. Ed è anche un buon collega. Forse ce l’ho solo con me stessa. Invece di prenderla con filosofia o di controbattere al suo discorso l’ho ascoltato imperterrita, sono cioè rimasta impalata come un salame.

Danielle: questo è proprio il colmo. Qualcuno ti insulta passami il termine – e tu ce l’hai con te stessa?

Anne Marie: Non dirmelo, lo so… È solo che ha toccato un tasto dolente sai… Però adesso basta: me ne voglio fare una ragione, meglio che mi rimbocco le maniche (ché ho un sacco da fare, tra l’altro) e giro pagina!

Segue una spiegazione (solo orale) del ripasso.

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897 Ripromettersi

Ripromettersi (scarica audio)

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Giovanni: Qualche episodio fa abbiamo visto un uso particolare del verbo promettere.

Oggi invece mi riprometto di spiegarvi il verbo ripromettere (basta aggiungere “ri” all’inizio). Questo verbo si usa in realtà anche e soprattutto in senso pronominale: ripromettersi.

Infatti ripromettersi ha un senso simile a “promettere a sé stesso”.

Invece ripromettere si usa soprattutto nel senso di promettere due volte.

Dunque oggi occupiamoci di ripromettersi: si tratta di una vera promessa verso sé stesso?

Come si fa a promettere qualcosa a sé stesso? In realtà significa proporsi, impegnarsi (con sé stesso) a fare qualcosa.

Vediamo qualche esempio:

Con l’inizio dell’anno, mi riprometto di fare maggiore attività sportiva.

Quindi mi sto proponendo di stare più in forma. Questo è ciò che voglio, questo è un impegno che prendo con me stesso. Ovviamente nutro forti speranze nel fatto che riuscirò a farlo, mi aspetto che questo obiettivo sarà raggiunto, perché in fondo sempre di una promessa si tratta, anche se l’ho fatta a me stesso.

Un verbo che si usa spesso soprattutto quando ci si sente un po’ in colpa o quando ci si deve giustificare per non aver ancora fatto qualcosa. Qualcosa che avrei dovuto fare ma che per un qualunque motivo ancora non ho fatto. Adesso però è il momento di farlo.

es:

Mi riprometto di finire il lavoro che ho iniziato entro una settimana

Si tratta di qualcosa in più di una semplice intenzione. qualcosa di più di una cosiddetta “disposizione d’animo”. Un conto è essere ben disposti verso un obiettivo, se non ci sono particolari ostacoli, un altro conto è fare una promessa. Non dico che si tratti di un giuramento, perché spesso semplicemente si tratta di qualcosa che ci si aspetta, quindi si tratta di una aspettativa verso un obiettivo che riteniamo raggiungibile comunque con un certo sforzo e impegno.

Ad esempio:

Con questo nuovo lavoro mi riprometto di guadagnare abbastanza per pagarmi l’affitto di casa e vivere dignitosamente

Dunque è come se dicessi che mi impegnerò moltissimo per ottenere quanto mi sono ripromesso.

Non devo rendere conto a nessun altro all’infuori di me stesso, perché lo sto promettendo a me stesso e basta.

Questo non significa però che non posso ripromettermi di raggiungere un obiettivo parlando con una persona che in qualche modo è interessata direttamente a questo obiettivo. Posso ad esempio parlare col mio capo e ripromettermi di partecipare a tute le riunioni dell’ufficio.

Questa resta comunque una assunzione di impegno e quindi somiglia anche molto ad una promessa.

A proposito di promessa, esiste anche il sostantivo “ripromessa“.

Es:

Ho nascosto i soldi in un cassetto, con la ripromessa che appena uscito dalla prigione sarei passato a riprenderli.

Siamo stati a cena da Giovanni, e lui ci ha fatto mangiare tante specialità italiane. Ad un certo punto ci siamo dovuti fermare perché stavamo scoppiando, con la ripromessa di tornare al più presto per degustare i secondi ed i dolci.

Ci siamo salutati con la ripromessa di vederci un’altra volta nei prossimi giorni.

Si tratta quindi di propositi verso il futuro. Spesso come negli ultimi due esempi visti, le ripromesse si fanno in compagnia, nel senso che io prometto a te, tu prometti a me, ed ognuno di noi promette e sé stesso.

Anche questa è una ripromessa: un impegno comune versi sé stesso e gli altri.

Sicuramente quindi possiamo trovare molte occasioni anche per usare il sostantivo ripromessa.

Un bel modo per promettersi qualcosa a vicenda, un obiettivo comune da raggiungere, un impegno che si prende insieme.

Un’ultima cosa. Avrete notato che la preposizione da usare è “di”. Altre volte invece ripromettersi è seguito da “che”.

Mi riprometto di smettere di fumare

Mi riprometto che smetterò di fumare.

Infatti si usano di e che per specificare il proposito da raggiungere.

In realtà, molto più raramente, si usa anche “da”:

Giovanni si ripromette molto dal figlio.

In questo caso però è come dire che Giovanni si aspetta molto dal figlio.

Una modalità poco usata ma vale la pena menzionarla.

Si può tradurre anche come: Giovanni spera di ottenere molto dal figlio.

In questi casi però si tratta non di un impegno ma di una aspettativa.

Allora possiamo sempre usare questo verbo in questo modo quando parliamo di aspettative, di ciò che ci si aspetta da qualcosa o da qualcuno:

Spero che non vogliate ripromettervi da me grandi cose, perché io non potrei accontentarvi.

Quindi non vi aspettate da me niente di importante, non dovete credete di ottenere da me grosse cose, non abbiate alte aspettative da me.

Non possiamo riprometterci nulla dalla riforma dalla giustizia appena approvata.

Evidentemente non dovremmo avere grosse aspettative, non dobbiamo aspettarci grossi risultati da questa riforma.

Quest’ultimo utilizzo (con la preposizione da) è, oltre che poco diffuso, è anche poco adatto a conversazioni informali.

Adesso ripassiamo.

marceloMarcelo: Sai che a quest’ora faccio sempre la mia passeggiata quotidiana.

Ad ogni modo farò un tentativo per non dare adito a lamentele da parte tua. Non sia mai!
Non vorrei rovinare questa promettente giornata!

Tra l’altro, se non farò errori sarò ancora più ringalluzzito e mi farebbe correre più veloce che mai!

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896 Una leggerezza

Una leggerezza (scarica audio)

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leggerezza Giovanni: Se cerchiamo sul dizionario il termine leggerezza, troviamo che questa è la caratteristica delle cose leggere (che pesano poco) così come, ad esempio, la stanchezza è propria di chi è stanco.

Abbiamo già visto un episodio dedicato all’espressione “prendere alla leggera“.

Possiamo usare questo termine però anche in modo diverso. Si usa ad esempio per descrivere le movenze di una ballerina o di un ballerino o anche di un calciatore, che quando si muove lo fa con leggerezza, nel senso che sembra quasi che la forza di gravità non sia un problema. Leggerezza allora sta per agilità o scioltezza nei movimenti, una dote innata di delicatezza o anche un grado notevole di abilità.

Al contrario, se una ballerina mostra pesantezza nei movimenti, è come se dicessimo che non sembra molto allenata, sembra mostrare fatica nei movimenti.

Ma la leggerezza è anche un’altra cosa che non ha a che fare col peso espresso in grammi, ma col peso nel senso di importanza. Torniamo allora alla leggerezza di “prendere alla leggera” inteso come sottovalutare, come abbiamo già visto. Come abbiamo detto si tratta di non dare il giusto peso alle cose.

Vi ricordo che spessissimo si usa il termine peso per indicare la rilevanza, l’importanza di qualcosa o di qualcuno. Es:

Una persona di peso nel mondo politico è una persona le cui opinioni contano molto, una persona importante, che ha influenza.

Una decisione di peso è una decisione importante, che porta conseguenze importanti.

Una questione di enorme peso è una questione rilevante, importante.

Ecc.

Allo stesso modo, anche la leggerezza, oltre al peso, può usarsi in modo figurato, ma non per indicare una cosa poco importante, quanto per indicare un errore commesso per superficialità, per distrazione, per non aver considerato importante a qualcosa che invece era molto importante.

Approfondiamo ancora l’utilizzo del termine “leggerezza“. La leggerezza innanzitutto si compie.

Questo è il verbo da usare (anche commettere va bene). Si può usare anche il verbo fare, ma compiere è molto più adatto.

Ho compiuto una leggerezza.

Significa che ho fatto una cazzata (permettetemi il termine). Non ho capito che una cosa era importante e mi sono comportato senza pensarci, con superficialità, dunque con leggerezza. Mi sono comportato con leggerezza, ho compiuto una leggerezza. Si usa anche dire “agire con leggerezza” o “parlare con leggerezza“.

Lo so, è molto più divertente usare “fare una cazzata“, perché in genere nel linguaggio colloquiale è questa l’espressione che si usa quando si fa qualcosa di sbagliato dalle conseguenze molto negative. In alternativa si usa il termine stupidaggine, o sbadataggine, se le conseguenze sono poco rilevanti e voglio imputare l’errore al fatto che sono stato sbadato, distratto:

Oddio, che sbadataggine, ti ho rovesciato l’acqua addosso! scusami! Mi sono distratto!

Se uso “stupidaggine” la conseguenza è più grave sicuramente, ma questo termine possiamo usarlo anche e soprattutto  per sottolineare la colpa di chi la compie, o la scarsa intelligenza o la scarsa competenza di chi dice qualcosa di sbagliato. L’episodio in cui abbiamo parlato delle sciocchezze e delle stupidaggini sicuramente vi aiuterà a capire meglio questo utilizzo.

Compiere una leggerezza” è certamente meno colloquiale, e ammettere di aver compiuto una leggerezza è un’ammissione di colpa e una modo per scusarsi.

Se dico di aver compiuto una leggerezza sto ammettendo di aver avuto una mancanza di serietà e di riflessione, una faciloneria:

Meno colloquiale, quindi più adatta, come modalità, per essere usata al lavoro o comunque se vogliamo esprimerci in modo più elegante. Non è niente di particolarmente formale comunque, quindi si può usare in ogni contesto senza suscitare alcuna reazione di chi ci ascolta. Non abbiate paura di usare la “leggerezza” in questo modo.

Negli stessi contesti posso usare il termine “faciloneria“, che deriva da “facile”.

Vediamo qualche esempio:

Ho compiuto una leggerezza ieri durante la partita di calcio. Non dovevo passare la palla al portiere perché l’attaccante avversario era troppo vicino e così ha potuto fare gol.

Una leggerezza difensiva compromette la vittoria della Juventus

Nello sport si usa spessissimo questo termine per indicare degli errori che fanno i giocatori quando non ragionano abbastanza, quando non sono abbastanza concentrati e questo li porta a fare grossi errori. Non solo nello sport però:

Non ti fidare di Giovanni, sarebbe una gravissima leggerezza!

Mi raccomando, non agite con leggerezza quindi non accettate pagamenti in contanti.

Ho provveduto a cancellare quel commento su Facebook che aveva offeso Flora. Una leggerezza di cui mi scuso.

Il termine “faciloneria” è più offensivo. Si preferisce usare quando si vuole accusare qualcuno, che non pensa abbastanza a ciò che dice e ciò che fa e che si comporta come se le cose fossero “facili”, quando invece non lo sono per niente. Dunque la faciloneria è la qualità (si fa per dire) e il modo d’agire di chi è “facilone“:

Non fare il facilone, non puoi dire che ci vogliono 5 minuti a risolvere questo problema!

Si sta accusando qualcuno di “gratuita stupidità”, di sciatteria, semplicismo, di approssimazione.

Non voglio però esaurire oggi tutto il vocabolario, dunque passiamo al ripasso del giorno.

Marcelo: “Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto“. Questo lo diceva Milan Kundera nel suo romanzo “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. Ha un suo perché secondo voi oppure, ove non siate d’accordo, potete dire perché?

Peggy: d’emblée mi viene da dire che ci potrebbe essere un rovescio alla medaglia nel vivere più volte. A che pro voler vivere tante vite se non si è in grado di farlo pienamente?

Ulrike: Boh…mi sono scervellata un po’ per afferrare ben bene il senso di questa affermazione. Niente da fare, mi sento ancora sguarnita da ogni idea. Vabbè, può darsi che io sia dura di comprendonio. Comunque sia, non voglio perdermi nei meandri della mente di questo scrittore, non me la sento proprio.

Monica: La fa facile l’autore a dirlo, lui che ha vissuto una vita proprio sui generis. Ma per noi comuni mortali, basta accontentarci di una vita piacevole tout court, Sarà grasso che cola se non sarò già stanca dopo una ottantina d’anni.

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leggerezza domande

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895 Impalato

Impalato (scarica audio)

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Giovanni:

Cosa fai lì impalato? Vieni ad aiutarmi, sbrigati!

Questa frase capita spesso di ascoltarla, tra amici e in famiglia e anche nei film italiani.

Quando una persona resta dritta in piedi, immobile, rigida, si dice che questa persona resta impalata:

Dammi una mano invece di rimanere lì impalato!

L’immagine è quella del palo. Il palo e lungo, piantato a terra (come i pali della luce) quindi rappresenta qualcosa di rigido, che se ne sta fermo, immobile.

Quindi la persona che, anziché fare qualcosa che ci si aspetta, si irrigidisce nella posizione di attenti e resta immobile in piedi, si dice informalmente che resta impalata.

Ho parlato della “posizione di attenti” perché in ambito militare c’è un comando impartito al militare per fargli assumere la posizione eretta del corpo, con testa alta, braccia distese lungo i fianchi e talloni uniti. Il comandante grida: attenti!

E tutti i militari si mettono sull’attenti (si dice così: mettersi sull’attenti, cioè assumere la posizione di attenti) quindi si mettono dritti impalati, senza muoversi e senza parlare. In effetti starsene/rimanere/restare impalati spesso implica anche il restare in silenzio oltre alla posizione immobile.

L’espressione restare/rimanere/starsene impalati si usa sempre per indicare questo tipo di rimprovero per l’inattività, per la mancanza di prontezza nel capire che c’è bisogno di aiuto o comunque di fare qualcosa.

Un altro esempio:

La tua ragazza se ne sta andando, si è offesa con te e non vorrà più vederti probabilmente.

Ma cosa aspetti a rincorrerla? Vuoi restare qui impalato? Corri, vai e chiedile scusa!

State attenti perché non va bene per indicare un’attività in generale, tipo per indicare chi non lavora o una persona pigra, ma meglio usarlo solo quando non si vede (ma è richiesta) una certa prontezza nel capire che c’è qualcosa da fare in quel momento.

Si usano i verbi stare, restare e rimanere. Non si usano normalmente altri verbi.

Altre volte si può invece usare l’immagine del salame (ancora più informale):

Non te ne stare li come un salame, aiutami!

L’aggettivo “salame” è altrettanto informale e chissà perché questo insaccato, questo salume stagionato fatto di carne magra di suino (quindi parliamo del maiale) è usato anche per indicare una persona impacciata e goffa, oppure incapace o facile a esser raggirata.

Un “salame” pertanto, essendo una persona impacciata, goffa e poco “sveglia” in generale, è facile che resti impalato in occasioni in cui è richiesta invece una reazione fisica immediata.

Impalato veramente ha anche un altro significato ma non è una cosa molto gradevole perché si tratta di un tipo di tortura che porta alla morte.

Adesso ripassiamo:

Estelle: ieri mi stavo trascinando nei meandri della mia città e sai chi ti incontro ? Marcelo!

È andata così:

Marcelo: ciao! Quanto tempo!

Estelle: Come stai? Non ci vedevamo da illo tempore!

Marcelo: potrebbe andare meglio…. sono nel guai, non non so più cosa fare.

Estelle: un problema di coppia forse?

Marcelo: eh già! Hai toccato subito la nota dolente! Io sono sempre stato fedele, ma una sola volta ho fatto uno strappo alla regola.Sono pentito però. Mi sono fatto in quattro ovviamente per ovviare alla situazione, ma a quanto pare il mio matrimonio sta prendendo una brutta strada.

Estelle: ben ti sta! Hai tradito la sua fiducia e quindi è giusto che tu debba pagarne lo scotto.Non sia mai detto che non ti avevo avvertito. Avresti dovuto smettere di fare il donnaiolo.
L’avevo intuito sai?
Ho incontrato tua moglie la settimana scorsa e l’ho vista molto nervosa. Conoscendoti mi sono detta: qui gatta ci cova!

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Il Chianti – le meraviglie d’Italia

Il Chianti (scarica audio)

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Non è un caso che abbiamo organizzato la riunione dei membri dell’anno 2023 proprio nel cosiddetto Chianti.

Cos’è il chianti?

L’Italia è famosa nel mondo, tra le altre cose, soprattutto per la qualità e la varietà dei vini. Il Chianti è appunto un vino. Un vino col marchio DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) prodotto nella regione Toscana.

Ma il nome “Chianti” è anche identificativo della zona della Toscana in cui si produce questo vino.

Questa zona è intorno alle “colline del Chianti”, una breve catena montuosa lunga una ventina di chilometri

Il chianti è dunque una zona collinare, compresa tra Firenze e Siena, tra Arezzo e i Colli Pisani ed è considerata da sempre il cosiddetto “cuore della Toscana”.

Questa zona, bellissima da un punto di vista del paesaggio, ospita tantissimi vigneti e boschi ma anche dei suggestivi borghi medievali e romantici castelli. E’ una zona assolutamente da visitare per i turisti, non solo per provare i vini e portarsene qualcuno a casa, anche perché c’è una temperatura media annua attorno ai 14 gradi.

Con il termine vigneto si intende un appezzamento di terreno dedicato alla monocoltura della vite. La vite (“le viti” al plurale) è la pianta che ha come frutto proprio l’uva, da cui si ottiene il vino.

L’altitudine (cioè l’altezza rispetto al livello del mare) dei comuni del Chianti va dai 240 slm ai 600 slm circa. In italiano si usa a questo scopo la sigla slm, che sta per metri “sul livello del mare”.

Le cose da vedere nella zona del Chianti (ammesso che non abbiate bevuto troppo) sono:

Il Castello di Meleto, che all’origine era di proprietà signorile, in quanto era proprietà di una ricca famiglia aristocratica fiorentina, è situato nel comune di “Gaiole in Chianti”. Il castello oggi è sede di un’azienda agricola specializzata nella produzione di vino Chianti Classico ed è visitabile a pagamento. Il castello, si legge su un sito, domina le sue terre e i suoi vigneti.

Notate questo utilizzo del verbo “dominare“. In questo caso significa che il castello sta in posizione più elevata (quindi ha una maggiore altitudine) rispetto ai vigneti.

In questo castello è possibile anche soggiornare, ma anche degustare i vini, scoprire le tradizioni più antiche e passeggiare tra le colline coltivate. Ci sono comunque altri castelli in zona.

Poi c’è anche la cosiddetta “Strada del vino e dell’olio del Chianti Classico“.

Uno dei tanti itinerari principali di questa strada si chiama la “Chiantigiana”, strada tra le più belle d’Italia, che attraversa tutto il Chianti da Firenze a Siena. Percorrerla è un ottimo modo per scoprire il territorio. Si può percorrere in auto e allora possiamo fare un tour, quindi fermarsi di tanto in tanto ed assaggiare i vari vini durante il percorso.

Si tratta di un tour “enodegustativo” perché si possono degustare vari vini. Degustare è un verbo simile a assaggiare, e si preferisce quando ci si deve convincere delle qualità di un prodotto. Enodegustativo perché riguarda il vino, che in greco si dice “einos”. Enodegustativo quindi significa che si può assaggiare – anzi degustare – il vino.

Se non volete prendere l’auto potete anche ricorrere a un tour organizzato.

Tra i borghi medievali da non perdere c’è quello di Lucignano in provincia di Arezzo.

E’ un borgo medievale posto al vertice di una collina e si trova all’incrocio fra le province di Firenze, Arezzo, Siena e Perugia ed è curioso per la sua forma ad anelli concentrici.

Gli anelli concentrici sono un concetto geometrico e praticamente se guardiamo questo borgo dall’alto, si vedono come più cerchi, piccoli e grandi. Questi cerchi o anelli, sono concentrici, sono formati dalle costruzioni presenti e sono uno dentro l’altro. Concentrici significa che hanno lo steso centro. All’interno ci sono residenze d’epoca, appartamenti e bed and breakfast.

Mi fermo qui, e per chi ne volesse sapere di più non vi resta che partecipare alla riunione dei membri di Italiano Semplicemente. Presto verrà pubblicato il programma della riunione che si svolgerà dal 24 al 30 giugno.

Per chi è interessato a far parte dell’associazione basta inoltrare ufficiale richiesta nella pagina dedicata.

Un saluto.

chiantigiana

894 Non promettere nulla di nuovo/buono

Non promettere nulla di nuovo/buono (scarica)

Trascrizione

Giovanni: Quella di oggi è una espressione che si ascolta abbastanza di frequente quando si parla delle condizioni atmosferiche e non solo.

Il cielo oggi non promette niente di buono.

La serata non promette bene

Il ragazzo promette molto bene

E’ interessante l’uso del verbo “promettere“.

In generale promettere significa impegnarsi a fare o dare qualcosa, prendere un impegno. E’ simile anche a garantire. Posso promettere a qualcuno un regalo, un premio, un pagamento, posso promettere il mio voto, il mio aiuto, la mia sincerità, posso promettere mia figlia in sposa a qualcuno, posso promettere di comportarmi bene eccetera.

Le promesse sono in genere sempre rivolte a qualcuno e di solito è sempre una o più persone a fare una promessa, attraverso la parola. Le promesse si fanno e si ricevono, hanno solitamente un mittente e un destinatario.

In senso figurato però le cose cambiano:

Quel ragazzo promette di diventare un campione

Giovanni promette proprio bene a scuola

In questi casi (come negli esempi fatti all’inizio) non si sta facendo una promessa a parole, ma si tratta di pensare al futuro, di far prevedere determinati sviluppi, di preannunciare una evoluzione.

Non è un caso che negli esempi appena visti, le promesse non hanno un destinatario preciso. Inoltre non sono fatte a parole. Non è Giovanni che ha fatto una promessa infatti. E neanche quel ragazzo ha fatto una promessa a nessuno. Semplicemente si fa un’ipotesi sul futuro basandosi sullo stato attuale dei fatti.

Quel ragazzo sembra molto bravo e quindi si pensa possa diventare un campione. Lo stesso si può dire di Giovanni, che i primi giorni di scuola sembra avere ottimi profitti e così si immagina che continuerà a farlo.

Quindi se il cielo promette pioggia, allora questo significa che guardando il cielo adesso, viene da pensare che nel futuro prossimo pioverà.

Il cielo fa temere che pioverà, il cielo minaccia pioggia.

Se la campagna promette un raccolto abbondante, allo stesso modo, questo significa che ci sarà probabilmente un raccolto abbondante.

Se mi trovo in dolce compagnia di una bella ragazza, ad un certo punto potrei pensare che “la serata promette bene”. Evidentemente penso che ci saranno sviluppi positivi, nei termini che vi lascio immaginare…

Si tratta sempre di pensare alle possibili evoluzioni di una situazione e, sia che siano positive, sia negative, posso usare il verbo promettere:

Il cielo promette pioggia

La serata promette bene

La serata promette male

Il ragazzo non promette nulla di buono: ha cominciato l’anno scolastico con due brutti voti.

Si usa anche nella formula “nulla di nuovo”. Vi faccio un esempio.

Oggi piove e domani? È difficile che le cose cambieranno. Il tempo non promette nulla di nuovo per domani.

Da notare che l’aggettivo promettente ha invece solamente un accezione positiva:  “Gianni è un promettente calciatore” o “abbiamo un futuro promettente davanti”.  Promettente allora significa che dà bene a sperare per il futuro:

Un giovane promettente; uno studente promettente, un attore promettente, un inizio promettente, un affare promettente. Tutte le cose promettenti fanno pensare solamente ad un futuro positivo.

Adesso un bel ripassino.

Marcelo: Un ripassino hai detto? Adesso sto facendo una passeggiata e più tardi sono stato commissionato per un lavoro molto importante. Allora non posso assumere questa incarico! Dolente!

Ulrike: Hai capito Marcelo! Perfino durante una passeggia se ne esce con un ripasso. Ce ne fossero di studenti come lui!

Irina: Magari potessi annoverarlo tra i miei studenti. Lo porterei ad esempio in tutte le classi. I miei alunni, invece, dicono senza pudore e remora, che non amano sedersi alla scrivania per darsi allo studio.

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promettere

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