Il crocevia

Il crocevia

audio in preparazione

episodio 1261

Trascrizione

Bentrovati amici di Italiano Semplicemente benvenuti in questo nuovo episodio di due minuti con Italiano semplicemente.

Oggi parliamo di una parola molto interessante: crocevia.

Se proviamo a scomporla, a dividerla, troviamo due elementi: croce e via. Non è difficile immaginare il significato originario. Un crocevia è infatti un punto in cui due o più strade si incrociano, formando una sorta di croce.

Se state guidando e arrivate in un punto in cui una strada si divide o incontra altre strade, siete arrivati a un crocevia. Si, si chiama anche incrocio, che è il termine più usato parlando di strade che s’incrociano.

Ad esempio:

Al crocevia gira a destra e prosegui per due chilometri.

Fin qui tutto semplice.

Ma, come spesso accade in italiano, l’uso figurato è ancora più interessante. Il crocevia si usa spesso in senso figurato.

Quando parliamo di un crocevia in senso figurato, ci riferiamo generalmente a un momento, a una situazione oppure a un luogo in cui convergono diverse possibilità, diverse scelte o diversi interessi.

Partiamo dal concetto di momento o situazione. È un momento importante della vita. Un momento di scelte.

Pensate proprio alla vita di una persona.

Ci sono momenti in cui bisogna prendere decisioni importanti: scegliere un lavoro, trasferirsi all’estero, sposarsi, cambiare carriera.

Sono tutti momenti che possono essere definiti dei crocevia.

Potremmo dire:

A trent’anni mi trovavo a un crocevia della mia vita.

In altre parole, ero davanti a più strade possibili e dovevo scegliere quale percorrere.

Si tratta di un’immagine molto efficace, perché richiama proprio la situazione di chi arriva a un incrocio e deve decidere dove andare.

Anche la storia è piena di crocevia. Il plurale di crocevia non cambia, sempre crocevia: un crocevia, due crocevia.

Gli storici parlano spesso di eventi che rappresentano un crocevia per un paese o addirittura per il mondo intero.

Una guerra, un’elezione, una rivoluzione o una scoperta scientifica possono diventare un crocevia storico, cioè un punto di svolta da cui dipendono sviluppi futuri molto diversi.

Ad esempio:

La caduta del Muro di Berlino fu un crocevia fondamentale per l’Europa.

Anche alcune città vengono descritte come crocevia.

In questo caso il significato è quello di luogo d’incontro, di passaggio e di scambio.

Potremmo anche dire che Roma è stata per secoli un crocevia di popoli, culture e commerci.

Oppure che il Mediterraneo è stato un crocevia di civiltà.

In questi esempi non si parla necessariamente di strade che si incrociano, ma di persone, idee, merci e tradizioni che si incontrano e si mescolano.

Notate che la parola viene spesso associata a termini come destino, scelta, svolta, incontro, opportunità e cambiamento.

Quando sentite parlare di un crocevia, infatti, quasi sempre c’è qualcosa di importante in gioco.

Non si tratta, in genere, semplicemente di un punto geografico, ma di una situazione in cui bisogna decidere, orientarsi o comprendere quale direzione prendere.

Per questo motivo, nella lingua giornalistica e politica si leggono spesso espressioni come:

l’Italia si trova a un crocevia decisivo.

L’azienda è giunta a un crocevia della propria storia.

Siamo a un crocevia che determinerà il nostro futuro.

Insomma, il crocevia è molto più di un semplice incrocio stradale.

È il luogo, reale o simbolico, in cui le strade si incontrano, le alternative si moltiplicano e le decisioni diventano inevitabili.

E voi? Vi trovate attualmente a un crocevia della vostra vita oppure avete già imboccato la strada che desideravate percorrere?

Albéric: Mi trovo attualmente a un vero crocevia: il discrimine tra restare dove sono e inseguire ciò a cui continuo ad anelare è sempre più stringente. È giunta l’ora della decisione.

Anne-Marie: Io quella strada l’ho già imboccata, e per le difficoltà incontrate non ho mai pensato di dare forfait. Per il rotto della cuffia, sono riuscita spesso a tenere botta.

Carmen: anch’io, dopo anni di tira e molla e di scarsi sviluppi, ho deciso di correggere il tiro e adesso i miei obiettivi e la mia vita finalmente combaciano.

Estelle: alleluia! Personalmente sto in un frangente complicato: come dice qualcuno, non sono ancora uscito/a dalla mia zona di comfort, ma metti che arriva l’occasione giusta, allora potrei anche levare le tende e aprire un capitolo completamente nuovo.

Ulrike: Io, a detta di molti, mi distinguo per una certa ritrosia ai cambiamenti, ma da quando vado dallo psicologo, il leitmotiv è l’imperativo categorico di non traccheggiare, che mi ha galvanizzato e mi ha fatto uscire dall’immobilismo.

Khaled: beato te! Che io ricordi, non sono mai stata così vicina alla meta desiderata: detto ciò, tengo sempre d’occhio gli sviluppi, perché il crinale tra successo e tracollo, a volte, è più sottile di quanto i più immaginino.

Danielle: Con questa chicca possiamo concludere il ripasso. Giovanni non si può lamentare stavolta!

Il vituperio e “il tanto vituperato”

Il vituperio “il tanto vituperato” (scarica audio)

episodio 1260

Trascrizione

Bentrovati amici di Italiano Semplicemente e benvenuti in questo nuovo episodio di due minuti con Italiano semplicemente.

Oggi parliamo di una parola che ogni tanto compare nei giornali, nei dibattiti politici, nei libri e persino nelle cronache sportive. Si usa comunque anche nel linguaggio quotidiano.

La parola è vituperio.

E vedremo anche gli aggettivi vituperato e vituperata, che probabilmente avrete sentito nell’espressione “il tanto vituperato…”, “la tanto vituperata”.

Cominciamo dal sostantivo.

Il vituperio è una critica molto dura, un biasimo severo, una condanna morale diciamo.

Quando una persona viene fatta oggetto di vituperio, significa che viene attaccata, disprezzata, accusata pubblicamente. Potrei anche dire che questa persona viene vituperata, ma l’aggettivo in realtà si usa con una eccezione un po’ diversa.

Il vituperio: non si tratta di una semplice osservazione critica.

Se un insegnante dice a uno studente:

Hai commesso qualche errore.

Questa è una critica.

Ma se lo umilia davanti a tutti, lo copre di insulti e lo presenta come un esempio negativo, allora siamo molto più vicini al vituperio.

Il termine deriva dal latino vituperium, che significava proprio biasimo, rimprovero, disapprovazione.

Oggi, nonostante si usi anche nel linguaggio di tutti i giorni, la parola ha un sapore piuttosto letterario e ricercato.

Potremmo dire:

  • Quel politico è stato fatto oggetto di pubblico vituperio.
  • Dopo lo scandalo, l’azienda è caduta nel vituperio generale.
  • Non merita tanto vituperio per un errore del genere.

A ben vedere, il vituperio non è sempre giustificato.

Talvolta le persone vengono attaccate con una veemenza, con una forza sproporzionata rispetto alle loro colpe.

Da che mondo è mondo, infatti, l’opinione pubblica ama trovare qualcuno da criticare.

Oggi basta un messaggio sui social per scatenare una valanga di commenti.

In pochi minuti si passa dalla critica al vituperio.

Ma veniamo all’aggettivo vituperato.

Una persona vituperata è una persona criticata, biasimata, malvista.

Analogamente, un provvedimento vituperato è un provvedimento che riceve molte critiche.

Quindi, se dico che un calciatore viene vituperato, allora è un giocatore preso di mira dai tifosi e dai giornalisti.

Spesso, però, troviamo l’espressione:

“il tanto vituperato…”

Ad esempio:

  • Il tanto vituperato traffico romano.
  • Il tanto vituperato sistema burocratico.
  • Il tanto vituperato VAR.
  • La tanto vituperata grammatica.

Che significa?

Significa che qualcosa è stato criticato molte volte, forse addirittura troppo. Il fatto di mettere “tanto” o “tanta”, conferisce a questo aggettivo un senso di eccesso.

Quando diciamo “il tanto vituperato”, infatti, spesso lasciamo intendere che le critiche siano diventate quasi un’abitudine, eppure che non è così giusto tutto questo biasimo nei suoi confronti, questo risentimento esagerato, questa critica è veramente eccessiva.

Quindi chi parla non è del tutto d’accordo con quelle critiche.

Immaginate una persona che dice:

Ho preso il tanto vituperato treno regionale e, tutto sommato, mi sono trovato bene.

Qui si percepisce una certa sorpresa.

Come a dire:

‘Tutti ne parlano male, ma la mia esperienza è stata diversa”

Un giornalista potrebbe scrivere:

Il tanto vituperato allenatore ha finalmente coronato la sua stagione con una vittoria.

In questo caso l’espressione evidenzia il contrasto tra le numerose critiche ricevute e il risultato ottenuto.

È un po’ come dire:

“Quello che tutti criticavano alla fine ha avuto successo.”

E qui emerge un aspetto interessante.

In genere il vituperio è collettivo.

Una persona comincia a criticare qualcosa. Poi un’altra si accoda. Poi un’altra ancora.

Alla fine si crea una specie di coro.

E molti finiscono per unirsi al coro senza riflettere troppo.

Avete presente quando si dice che qualcuno viene preso come capro espiatorio?

Ecco, il vituperio spesso funziona proprio così. Tutti contro uno. Oppure tutti contro qualcosa.

Naturalmente esistono anche casi in cui il vituperio è meritato.

Se un amministratore pubblico sperpera denaro, se un dirigente si comporta in modo scorretto o se un atleta bara, le critiche possono essere del tutto legittime.

Ma quando il vituperio diventa eccessivo, si rischia di perdere l’equilibrio.

Per questo motivo, prima di unirci al coro dei critici, conviene sempre verificare i fatti.

In definitiva, riassumendo, il vituperio è un biasimo severo e pubblico. Vituperare significa criticare duramente, disprezzare. E vituperato significa criticato, biasimato, spesso in modo insistente.

Quanto all’espressione “il tanto vituperato”, essa si usa per indicare qualcuno o qualcosa che è stato oggetto di numerose critiche, talvolta forse persino troppe.

E allora, la prossima volta che leggerete sui giornali frasi come:

“Il tanto vituperato progetto”,
“Il tanto vituperato allenatore”,
“La tanto vituperata riforma”,

saprete che non si sta parlando semplicemente di qualcosa di criticato, ma di qualcosa che è finito al centro di un vero e proprio vituperio. A volte la parola “polverone” dà un’immagine simile al vituperio, ma se ricordate, il polverone indica il clamore, la confusione, le polemiche e le discussioni accese che si sviluppano attorno a un fatto.

Adesso vediamo un ripasso in cui parliamo di cose vituperate.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: È risaputo che certe teorie complottistiche, prive di fondamento e per giunta diffuse a destra e a manca, siano tra le cose più vituperate.

Hartmut: dovrei prenderle sul serio? Queste sono sempre tutte stupidaggini, fesserie che non hanno niente a che spartire con la realtà.

Ulrike: Tant’è vero che, quando qualcuno se ne esce con una supercazzola o con una caterva di castronerie, mi fa specie che ci sia ancora chi gli dia credito.

Estelle: non a caso, le campagne allarmistiche che speculano sulle paure della gente sono vituperate e direi a maggior ragione, poiché possono causare danni concreti.

Julien: E che dire di chi cerca di eludere tutte le regole? Un comportamento del genere merita veramente il vituperio.

Mariana: vero. Tra l’altro, a dispetto delle evidenze comprovate dai fatti, c’è sempre qualcuno che insiste e tira dritto; poi dice che la gente finisce per cazziarlo. Roba da matti!

Carmen: Scommetto che state parlando del tanto vituperato governo italiano. In fondo non è che stia facendo disastri. C’è però chi lo accusa di essere troppo di destra e chi sostiene che certe promesse siano finite in cavalleria, il che, a dirla tutta, non è cosa nuova da queste parti.

vituperio

Il verbo articolare

Il verbo articolare (scarica audio)

episodio 1259

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo del verbo articolare, un verbo molto interessante e piuttosto elegante della lingua italiana.

È un verbo che si incontra spesso nei giornali, nei discorsi politici, negli ambienti professionali e perfino nella medicina. Proprio per questo vale la pena conoscerlo bene. Devo dire che i ragazzi non lo usano quasi mai. Sono in grado però di capirlo perché si usa in molti contesti diversi. Potrei dire che se molti non lo usano è solo perché se ne può fare a meno,nel senso che è facilmente sostituibile con verbi simili. Però è elegante come verbo, quindi vale la pena di impararlo.

Partiamo dall’origine.

Il verbo deriva dal sostantivo articolazione, che a sua volta deriva dal latino articulus, cioè “piccola giuntura”.

Pensate alle articolazioni del corpo umano: il gomito, il ginocchio, il polso. Sono punti che collegano parti diverse permettendo il movimento.

Da questa idea di collegamento e organizzazione nascono tutti gli usi del verbo articolare.

Partiamo da articolare un discorso. Cos’è l’articolazione di un discorso?

Questo è probabilmente l’uso più frequente.

Articolare significa, in questo caso, esprimere qualcosa in modo ordinato, strutturato e comprensibile.

Se una persona ha molte idee in testa ma non riesce a esprimerle chiaramente, possiamo dire:

Giovanni oggi ha difficoltà ad articolare il proprio pensiero. Sarà ubriaco?

Oppure:

Il ministro ha articolato le sue proposte durante il dibattito.

In questo caso articolare non significa semplicemente parlare, ma parlare in modo organizzato.

Una persona agitata, ad esempio, potrebbe non riuscire ad articolare una risposta.

Alla domanda del giornalista, il sindaco riuscì a malapena ad articolare poche parole.

Qui il verbo assume il significato di pronunciare o formulare verbalmente qualcosa.

Possiamo però anche articolare un progetto, un piano o una strategia
In ambito professionale e organizzativo.

Significa suddividere e organizzare in più parti coordinate tra loro.

Abbastanza simile all’articolazione di un discorso.

Ad esempio:

Il progetto è articolato in tre fasi.

L’iniziativa si articola su diversi livelli di intervento.

Abbiamo articolato il corso in dieci lezioni.

In questo caso il concetto è quello di struttura.

Ad esempio, un progetto ben articolato è un progetto ben organizzato.

La forma riflessiva è molto usata: articolarsi.

Partendo dall’ultimo esempio, se dico che abbiamo articolato il corso in dieci lezioni, possiamo anche dire che il corso si articola in dieci lezioni.

Quando diciamo che qualcosa si articola in varie parti, significa che è composto da più elementi collegati tra loro.

Il programma si articola in cinque moduli.

La conferenza si articola in due giornate.

Il romanzo si articola attorno alla figura del protagonista.

Quest’ultimo esempio introduce una costruzione molto frequente:

articolarsi attorno a

cioè svilupparsi intorno a un elemento centrale.

Passiamo ai suoni, cioè alla fonetica e alla linguistica.

Qui articolare significa produrre un suono mediante l’uso degli organi della parola, come lingua, labbra, denti e palato.

I linguisti parlano di:

  • Articolare una consonante;
  • Articolare una vocale;
  • Un punto di articolazione;
  • Un modo di articolazione.

Per esempio la lettera “p” viene articolata chiudendo e riaprendo rapidamente le labbra.

È un uso tecnico ma molto interessante.

Allora si può articolare anche una parola?

Certo. Il significato è vicino al precedente.

Quando una persona parla in modo chiaro possiamo dire:

Articola bene le parole.

Al contrario:

Parla troppo velocemente e non articola.

In questo caso il verbo indica una pronuncia nitida e comprensibile.

Quindi quando si parla, articolare ha due sensi diversi. Articolare un discorso ha il senso dell’organizzazione, articolare una parola o una lettera si riferisce alla pronuncia nitida, comprensibile.

Molti insegnanti di lingue invitano gli studenti a articolare meglio i suoni italiani.

Comunque si può articolare anche una parte del corpo.

Questo uso deriva direttamente dal significato originario.

In anatomia articolare significa collegare due o più ossa mediante un’articolazione.

Ad esempio:

Il femore si articola con il bacino.

Le dita sono articolate da numerose piccole giunture.

È un uso prevalentemente medico o scientifico. Normalmente,intendo le persone comuni non lo usano così questo verbo.

Sapete che si può articolare anche un ragionamento complesso.

Qui il verbo assume una sfumatura molto apprezzata in ambito accademico e professionale.

Non basta esporre un’idea.

Bisogna svilupparla, argomentarla e collegarla ad altre idee.

Il sindacato ha articolato una critica molto convincente al direttore.

L’avvocato ha articolato una difesa dettagliata delle proprie posizioni.

Un ragionamento articolato è ricco di sfumature e ben costruito.

Per finire vediamo alcune espressioni utili e molto usate.

Un fiscorso articolato, che è un discorso complesso ma ben organizzato.

Una struttura articolata (di un’azienda,di un’organizzazione, di un libro ecc) è composta da molte parti collegate.

Un sistema articolato è un sistema complesso, diciamo non elementare.

Invece articolare una risposta vuol dire formulare una risposta, in genere convincente.

Articolare una proposta significa presentarla in modo dettagliato.

Non bisogna confondere comunque articolare con complicare.

Una cosa articolata non è necessariamente complicata.

Un progetto può essere molto articolato e allo stesso tempo perfettamente chiaro.

Anzi, spesso articolare serve proprio a rendere più comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe confuso.

Quando articoliamo un discorso, una proposta o un progetto, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che fanno le articolazioni del nostro corpo: mettiamo insieme parti diverse affinché possano muoversi in modo armonioso.

E da che mondo è mondo, chi riesce ad articolare bene i propri pensieri ha sempre qualche possibilità in più di essere compreso dagli altri.

Per finire, meglio specificare che l’articolo non ha niente a che fare col verbo articolare. E neanche l’articolo di giornale.

Se leggete un articolo, non state necessariamente articolando qualcosa! E neanche se scrivo l’articolo “il” davanti ad una parola state articolando!

Se scrivete il tavolo, la casa o gli amici, non state articolando proprio niente!

Adesso nel ripasso di oggi vi invito a parlare di problemi alle articolazioni.

Danielle: Come siete messi con le ginocchia ragazzi?

Anne Marie: Non me lo dire! Ad oggi sono ancora alle prese con un problema annoso. Salire le scale è diventato pressoché un’impresa. C’è di che preoccuparsi, direi.

Marcelo e Hartmut: A chi lo dici! Io ho già dato con le articolazioni delle mani. Allorché mi alzo la mattina, mi sembrano di legno.

Ulrike: La nota dolente sono le dita, vero? A ben vedere, è nelle cose: superati gli anta, qualche acciacco arriva, vuoi o non vuoi.

Katherine: non mi dirai che dobbiamo rassegnarci tout court. Io passeggio tutti i giorni. Correre non è proprio cosa alla mia età

Julien: Ben fatto! Anch’io ho ripiegato su attività meno gravose. Prima mi fiondavo a giocare a calcetto ogni giovedì. Adesso preferisco nuotare.

Carmen: Che volete che vi dica? Io ho provato di tutto. Un pannicello caldo qua, un palliativo là. Ma gli strascichi sono rimasti. Forse ho iniziato tardi a curarmi.

Edita: Le avvisaglie le avevi avute già tempo fa, se non vado errata, però hai tirato dritto, imperterrita. E adesso ne paghi i risvolti.

Karin: basta coi cazziatoni però! Non è molto edificante come lezione! Questo doveva essere un Innocente ripasso e invece, come al solito, abbiamo degenerato.

Quel dico non dico

Quel dico non dico

audio in preparazione

episodio 1258

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo dell’espressione “Quel dico non dico“.

L’espressione è molto interessante e anche molto usata nella lingua italiana, soprattutto quando si parla di comunicazione poco chiara, di allusioni e di messaggi lasciati a metà.

“quel dico non dico”.

Può sembrare curiosa, perché è composta semplicemente dai verbi dire e non dire.

Ma che significa esattamente?

Immaginate una persona che voglia comunicarvi qualcosa senza però dirla apertamente.

Magari vi dice:

Sai, ho sentito certe cose su quel collega…

Ah sì? Cosa hai sentito?

No, niente, lasciamo perdere…

Oppure:

Diciamo che qualcuno potrebbe avere dei problemi…

Chi?

Non importa.

Ecco, in questi casi si crea un’atmosfera fatta di mezze parole, di allusioni, di frasi lasciate in sospeso.

Questo è proprio il dico non dico.

Si tratta infatti di un modo di parlare in cui si lascia intendere qualcosa senza esprimerla chiaramente.

Spesso si usa l’espressione con l’articolo:

“un dico non dico” e soprattutto “quel dico non dico”.

Ad esempio:

Tra i due c’era un continuo dico non dico che rendeva impossibile capire la verità.

Oppure:

Quel suo dico non dico mi ha fatto pensare che sapesse molto più di quanto volesse ammettere.

Lei era un po’ ambigua, hai presente quel dico non dico che ti mette in imbarazzo?

A ben vedere, il dico non dico può avere diverse finalità.

Talvolta serve per prudenza, altre volte per diplomazia. In certi casi, invece, serve semplicemente a suscitare curiosità.

Pensate ai giornalisti quando scrivono:

Una nota personalità sarebbe coinvolta nella vicenda…

senza però fare nomi.

Oppure a certi politici che amano parlare per allusioni.

Da che mondo è mondo, infatti, non tutti hanno il coraggio di dire apertamente ciò che pensano.

C’è chi preferisce muoversi tra le righe. C’è chi lascia intendere. C’è chi fa capire senza esporsi troppo.

E così nasce il dico non dico.

L’espressione può anche avere una sfumatura negativa. Se qualcuno esagera con le allusioni, infatti, può risultare irritante.

Dopo un po’ viene voglia di dirgli:

“Parla chiaramente oppure taci!”

In altre parole, il dico non dico può sembrare una strategia per non assumersi responsabilità.

Si lascia trapelare un’informazione, ma senza affermarla davvero.

Se poi qualcuno protesta, si può sempre rispondere:

“Io non ho detto niente.”

Una situazione piuttosto comoda, non c’è che dire.

Nel linguaggio sentimentale il dico non dico è frequentissimo.

Pensate a due persone che si piacciono ma che non vogliono scoprirsi troppo.

Frasi ambigue, guardi, messaggi indiretti, complimenti velati.

Tutto questo crea quel caratteristico dico non dico che spesso precede una dichiarazione più esplicita.

Insomma, il dico non dico è un modo di comunicare che si colloca a metà strada tra il silenzio e la dichiarazione aperta.

Non si parla chiaramente, ma nemmeno si tace del tutto. Si lascia intendere, si suggerisce, si allude.

E chi ascolta deve cercare di leggere tra le righe.

Si tratta di un’espressione molto efficace perché descrive un comportamento universale.

Chi di noi non si è mai imbattuto, almeno una volta, in un fastidioso o intrigante dico non dico?

Qualche altro esempio:

Quel suo dico non dico mi ha insospettito.

Tra i giornalisti c’era un continuo dico non dico sulla vicenda.

Basta con questo dico non dico, parla chiaramente!

Nel loro rapporto c’era un affascinante dico non dico.

Le sue allusioni e il suo dico non dico non aiutavano a capire la situazione.

Ha lasciato intendere molte cose con un sapiente dico non dico.

Quel dico non dico ha alimentato ulteriormente le voci.

La riunione si è conclusa in un clima di dico non dico e di incertezza.

Ci vediamo al prossimo episodio.

A ben vedere

A ben vedere

audio in preparazione

episodio 1257

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo dell’espressione “a ben vedere”.

A ben vedere è un’espressione elegante e utile della lingua italiana.

Si usa quando, dopo una prima impressione, si arriva a una conclusione diversa osservando meglio una situazione.

È come dire:

se ci pensiamo bene

a guardare meglio

a un esame più attento

in realtà

tutto sommato

L’espressione è composta da tre elementi:

a = introduzione della locuzione;

ben = forma abbreviata di “bene” che, se non ricordo male, è presente in altre espressioni a cui abbiamo dedicato un episodio, come essere ben disposti, volevo ben dire, averne ben donde, ben detto e ben fatto.

vedere = osservare, esaminare. Quindi non solo vedere con gli occhi.

Letteralmente significa quindi: “guardando bene”.

Facciamo qualche esempio.

All’inizio pensavo che Giovanni fosse antipatico. A ben vedere, però, era soltanto molto timido.

In questo caso il giudizio iniziale cambia dopo un’osservazione più accurata.

Oppure:

Sembrava una spesa eccessiva. A ben vedere, invece, ci ha fatto risparmiare parecchi soldi negli anni successivi.

Anche qui emerge una valutazione diversa rispetto alla prima impressione.

L’espressione si usa spesso per introdurre una riflessione più profonda:

Molti credono che il lavoro da casa faccia lavorare meno. A ben vedere, in molti casi aumenta persino la produttività.

Notate che a ben vedere non indica semplicemente un’opinione personale. C’è l’idea che una persona abbia esaminato i fatti con maggiore attenzione e sia arrivata a una conclusione più ponderata.

Per questo motivo l’espressione è molto frequente nei giornali, nei saggi, nei dibattiti e nei discorsi formali.

Vediamo qualche altro esempio:

A ben vedere, le due proposte non sono poi così diverse.

A ben vedere, la situazione è meno grave di quanto sembri.

A ben vedere, aveva ragione lui fin dall’inizio.

A ben vedere, non si tratta di un problema economico ma organizzativo.

Oltre a quelle già citate poco fa, a ben vedere esistono anche altre espressioni simili:

a ben guardare

a ben pensarci

a conti fatti

in definitiva

in fondo

Tuttavia, a ben vedere, non sono perfettamente equivalenti. ‘A ben vedere” richiama soprattutto l’idea di un’osservazione più attenta della realtà.

Immaginate di guardare un quadro da lontano. Da una certa distanza vedete soltanto delle macchie di colore. Avvicinandovi, però, distinguete figure, dettagli e sfumature.

Ecco, a ben vedere significa proprio questo: andare oltre la prima impressione.

A ben vedere, infatti, molte incomprensioni nascono proprio dal fatto che ci fermiamo alla superficie delle cose senza approfondire abbastanza.

Adesso ripassiamo con l’aiuto di alcuni membri della nostra associazione che a ben vedere sono anche i membri della nostra “famiglia”.

Per rilassare ruspondete alla seguente domanda: cosa fareste se poteste spendere tutti i soldi che volete per 24 ore?

Marcelo: Se avessi tutti i soldi che voglio per 24 ore, mi fionderei a comprare castelli, isole e yacht di ogni genere, ma in linea di massima cercherei anche di trovare la quadra per non buttare via tutto in modo estemporaneo.

Anne Marie: Io, a differenza di molti, farei piazza pulita dei debiti di parenti e amici, perché vedere la loro frustrazione sparire sarebbe una soddisfazione non da poco.

Carmen: Mi dirai che sono esagerato, ma spenderei una fortuna per visitare il mondo: mi piacerebbe spaziare dall’Antartide al Giappone senza stare lì a contare i centesimi.

Danielle: Io invece comprerei opere d’arte, auto d’epoca e ville storiche; de gustibus, ma è questo che mi fa brillare gli occhi.

Estelle: Io farei investimenti a non finire, perché 24 ore passano in un battibaleno e non vorrei ritrovarmi senza nulla allo scadere del tempo.

Hartmut: Che vuoi che ti dica? Io approfitterei dell’occasione per finanziare ospedali e scuole; può sembrare poco egoistico ma è molto edificante.

Nancy: me ne andrei in Patagonia con la mia famiglia. Mi piacerebbe soggiornare sulle rive del Lago Traful e godermi paesaggi a dir poco mozzafiato. Per me quello sarebbe il connubio perfetto tra natura, tranquillità e avventura.