Starne certi

Starne certi (ep. 1128) – scarica audio

Trascrizione

Oggi ci occupiamo di “starne certi”.

“Stanne certo” è un’espressione che significa “puoi esserne sicuro” o, a seconda dell’occasione, anche qualcosa di simile a “fidati”.

Può essere usata per rassicurare qualcuno su qualcosa o per ostentare sicurezza, per dimostrare sicurezza.

Ad esempio, se una persona ti dice “stanne certo, verrò alla festa”, sta dicendo che puoi essere sicuro che parteciperà alla festa.

Ci si può rivolgere anche a più persone. In questo caso è “statene certi”, che sta per “potete starne certi”, “potete esserne certi”.

Quando invece mi rivolgo a una persona e le do del tu, posso dire “stanne certo”. Vediamo parola per parola.

“Starne” contiene il verbo “stare”. La parola “starne” non è il plurale di starna, che è un uccello (la starna, le starne).

Il verbo stare si usa spesso anche in altre esclamazioni:

Stai tranquillo

Stai calmo

Stai sereno

Oppure, mantenendo anche la particella “ne”:

Stanne alla larga

Stanne fuori

“Ne” è una particella pronominale che significa “di ciò” o “di questo” e si riferisce a qualcosa detto prima o implicito.

“Stanne certo” infatti può diventare “stai certo di questo,” “puoi star certo di ciò”.

Colloquialmente si usa anche “sta’ certo di questo” parlando con una sola persona:

Sta’ certo che ciò che dico è vero

Notate che se si dà del lei, “stanne certo” diventa “ne stia certo”, o “stia certo di questo”. Non esiste la versione formale di “stanne” in una sola parola.

Questo accade anche con altri verbi:

Fanne, ne faccia (delle mie parole fanne buon uso)

Dinne, ne dica (quante parolacce devo dire? Risposta: Dinne tre)

Parlane, ne parli (di me parlane bene con tutti)

Tienine, ne tenga (delle mie parole tienine conto e cerca di farne tesoro)

eccetera.

“Certo” è infine un aggettivo simile “sicuro”, “convinto”.

Quindi “stanne certo” si traduce letteralmente in: “stai certo di ciò” o “puoi essere sicuro di questo”.

Concludo l’episodio con qualche esempio:

Non ti deluderò, stanne certo.

Se segui questo percorso, stai certo che otterrai grandi risultati.

Non importa quanto ci vorrà, ma puoi star certo che raggiungerò il mio obiettivo.

Faremo tutto il possibile per aiutarvi, statene certi.

La situazione cambierà presto, statene certi.

Ci saranno delle difficoltà, ma supereremo ogni ostacolo, statene certi.

Adesso ripassiamo gli episodi precedenti. Così non li dimenticherete. Statene certi!

– – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela: Grazie Gianni. Che bell’episodio, fa molto italiano. Facciamo pratica con un ammonimento serio.

Anthony: ditemi amici, quante parolacce posso dire.

Hartmut: Che vuoi che ti diciamo, non dirne nessuna sarebbe meglio!

Anthony: ma che cacchio dite? Non posso farne a meno!

Marcelo: hai capito bene Anto’, stanne alla larga dalle parolacce, sempre! Tienine conto e datti una regolata. Sennò, saremo presto insofferenti a te. E manco poco! Stanne certo !

La montatura

La montatura (ep. 1127) (scarica audio)

Trascrizione

Tu che stai ascoltando o leggendo questo episodio, indossi gli occhiali?

Se indossi gli occhiali, allora quasi certamente i tuoi occhiali hanno, oltre alle lenti, anche una montatura.

La montatura degli occhiali è la struttura che sostiene le lenti. Le “lenti” chiaramente servono per vedere.

La montatura ha una funzione pratica, ma anche estetica, poiché influenza l’aspetto e lo stile di chi la indossa. Può essere realizzata in vari materiali, come metallo, plastica o legno.

Ci sono comunque anche occhiali senza montatura. Si chiamano occhiali con montatura a giorno.

Comunque sia, il termine “montatura” indica anche qualcos’altro.

Innanzitutto non si deve confondere la montatura con il montaggio. Quest’ultimo è un termine tecnico, usato principalmente nel cinema, televisione e audio, che si riferisce all’assemblaggio delle varie parti di un film, programma o registrazione, per creare il prodotto finale.

Consiste nel mettere insieme scene, suoni o immagini in modo coerente e narrativo. Poi posso anche occuparmi personalmente del montaggio di un mobile Ikea… In questo contesto, montaggio si riferisce all’assemblaggio fisico di parti, come nel caso di un mobile Ikea.

Significa mettere insieme i vari componenti seguendo le istruzioni. Quindi, oltre al montaggio audiovisivo, il termine si applica anche a operazioni pratiche come montare mobili o oggetti meccanici.

Ma torniamo alla montatura. Oltre a quello legato agli occhiali, una montatura può essere anche un “inganno” o una “messa in scena” o una falsificazione, spesso elaborata per far credere qualcosa che non è vero.

La “messa in scena” è una modalità comunemente usata nel contesto teatrale, cinematografico e televisivo per riferirsi all’insieme degli elementi visivi e tecnici che danno vita a una rappresentazione. Include la disposizione degli attori, l’ambientazione, le luci, i costumi, le scenografie e la regia. Con la messa in scena si rappresenta qualcosa ed è costruita per creare un certo effetto o atmosfera.

La stessa espressione la possiamo usare come sinonimo di “montatura“.

Ad esempio, si potrebbe dire che una notizia falsa è una “montatura” se è stata creata ad arte per ingannare le persone. Potremmo ugualmente dire che è una “messa in scena“.

Si tratta di qualcosa di elaborato, di pensato, di una storia che qualcuno ha montato per l’occasione, con l’obiettivo di far credere qualcosa, quando la verità è un’altra.

In generale, “montatura” in questo senso ha ovviamente una connotazione negativa, legata alla manipolazione della verità o alla costruzione di una realtà fittizia. C’è sempre malafede in questi casi.

Possiamo usare anche un’altra modalità meno informale: una montatura o una messa in scena è una realtà o un’operazione “costruita ad arte” per ingannare o trarre in inganno. Costruire ad arte è interessante, perché significa creare o organizzare qualcosa con grande abilità, attenzione e cura, spesso con l’intento di ottenere un risultato specifico. L’espressione può avere una connotazione sia positiva che negativa, a seconda del contesto: positivo quando si riferisce a un’opera ben fatta, creata con maestria o professionalità (ad esempio, un progetto ben eseguito o una soluzione ingegnosa). Negativo quando implica che qualcosa è stato orchestrato in modo elaborato e artificioso per ingannare o manipolare (ad esempio, “una trappola costruita ad arte”).

In entrambi i casi, l’accento è sulla precisione e sull’intenzionalità del processo di costruzione. Ho citato anche il verbo “orchestrare”. E’ chiaramente un’immagine figurata. Così come fa un direttore d’orchestra, ma con l’intento di trarre in inganno o di nascondere la verità.

Tornando alla montatura, tra gli ambiti in cui si usa comunemente il termine c’è indubbiamente il giornalismo. Si sente spesso parlare di “montatura mediatica” quando un evento o una notizia viene ingigantito o distorto dai media (TV, internet, radio, giornali) per attirare attenzione, spesso per creare scandalo o manipolare l’opinione pubblica. Spesso si sentono commenti come:

Non è vero niente, è tutta una montatura!

Chiaramente si usa molto spesso parlando di politica, per riferirsi alla creazione di false accuse o scandali per screditare un avversario, alterando deliberatamente i fatti per influenzare il consenso o l’immagine pubblica.

Si allude a un complotto o a false prove costruite per incastrare qualcuno, ad esempio in processi o indagini.
Nel linguaggio comune, si può usare il termine “montatura” per indicare una situazione personale o sociale in cui qualcuno crea una falsa apparenza o costruisce un inganno a danno di altri, come nel caso di pettegolezzi o storie un po’ esagerate.

Concludo con una serie di alternative da usare al posto di “montatura”, oltre a quelle già viste: truffa, falsificazione, manipolazione, bluff, frode e raggiro.

Ci sono chiaramente alcune sfumature di differenza. Un raggiro ad esempio è un inganno più personale e spesso per ottenere piccoli vantaggi, sfruttando la buona fede di qualcuno. Se poi la questione è meramente economica, si tende ad usare la truffa e la frode. La manipolazione invece si riferisce più ad una forma di controllo o influenza subdola su persone o fatti per ottenere un risultato desiderato. Infine la falsificazione si preferisce usare quando si tratta di alterazione di un oggetto, spesso di un documento o per farlo apparire autentico.

E’ tutto per oggi, Oggi, Aspetto il ripasso del giorno da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Ripasso in preparazione

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Marcelo: Sapete che l’ultima volta che ho comprato degli occhiali, mi hanno fatto spendere troppo. Speravo in una modica cifra, ma anche “eccessiva” a me sembra un eufemismo. Poi, dulcis in fundo, mi accorgo che la montatura faceva acqua da tutte le parti! Gliel’ho riportata con tanto di faccia arrabbiata!

Julien: Un bis di fregature allora! Anche a me è accaduto comunque. Prima occhiali costosi che non ti dico, e poi mi hanno rifilato una montatura che non mi stava nemmeno aderente al viso.

Anne Marie: Neanche io scherzo! Ho comprato una montatura da un ottico che giurava e spergiurava fosse di marca. Poi mi accorgo che era solo una pallida imitazione. Stendiamo un velo pietoso su questa storia…

Ulrike: da parte mia mi è rimasta sul groppone una ingente spesa comprando occhiali online. Erano perfetti in teoria, ma la nota dolente è che non mi è mai arrivato niente! E dire che mi avevano avvertito e invece ci sono ricascato. Tanto tuonò che piovve, tanto per cambiare!

Khaled: Io, stando da sempre in fissa per gli occhiali di vari colori, mi sono fatto una scorpacciata di montature economiche su un sito sconosciuto. Era l’unico sito ma ho voluto rischiare, anche a costo di prendere una fregatura. Apparentemente andò tutto a meraviglia, ma quando sono arrivate, le montature erano talmente leggere che sembravano pronte a frantumarsi al primo utilizzo!

montatura occhiali

L’involuzione

Involuzione (ep. 1126) – scarica audio

Trascrizione

Immaginate di aver costruito un castello di sabbia molto bello sulla spiaggia.

All’inizio, è grande e forte, ma poi comincia a piovere e le onde arrivano più vicine. Pian piano, il castello si rovina, si scioglie e torna a essere solo sabbia, un po’ come se stesse “regredendo” o tornando indietro.

L’involuzione è un po’ così: è quando qualcosa, invece di migliorare o crescere, comincia a tornare indietro o peggiorare. Somiglia molto al termine “peggioramento“, ma aggiunge il senso di “tornare indietro”.

Per esempio, se uno studente inizia la scuola prendendo bassi voti e poi lentamente migliora, ma ad un certo punto i voti iniziano a peggiorare possiamo dire che questo studente si è involuto.

Notate che mentre il termine “involuzione” si usa abbastanza di frequente, non si usa per niente coniugare nelle diverse forme.

Alcune volte, come nell’esempio dello studente si usa “involversi“. Un secondo esempio:

Il percorso intrapreso per migliorare il mio italiano si è involuto per cui dovrò cambiare metodo di studio.

Credo che la tv pubblica italiana si sia involuta. Mi auguro torni a fare servizio pubblico.

Più spesso troviamo frasi di questo tipo:

Il percorso intrapreso per migliorare il mio italiano ha subito un’involuzione per cui dovrò cambiare metodo di studio.

Questo accade molto più spesso invece, con evolvere, che esprime il concetto opposto di involvere.

Dunque, sebbene esista il verbo involvere, nella pratica si usa pochissimo e men che meno si usano: Io involvo, tu involvi, eccetera. Per le altre forme al passato e futuro vale lo stesso discorso.

Un altro esempio potrebbe essere una città che, invece di diventare più moderna e sviluppata, comincia a cadere in rovina, con le case che si rompono e le persone che se ne vanno. Anche in questo caso, si potrebbe parlare di involuzione.

Termini simili a “involuzione” sono “regressione” o “declino“. Potete usare questi termini ogniqualvolta volete parlare di qualcosa che va indietro o peggiora, invece di migliorare.

Regressione” si usa quando qualcosa torna a uno stato più semplice o meno sviluppato, come quando una persona che ha imparato a leggere e scrivere comincia a dimenticare come si fa.

Declino” si usa quando qualcosa perde qualità o importanza nel tempo, come una squadra di calcio che comincia a perdere tutte le partite dopo essere stata molto forte.

Quindi, se si parla di una cosa che peggiora o torna indietro, “involuzione” può essere la parola giusta da usare. Perché ho detto “può essere” è non “è”?

“Involuzione” è preferito rispetto a “regressione” o “declino” in contesti specifici.

In biologia e medicina l’involuzione si riferisce a un processo naturale in cui un organo o un tessuto diminuisce di dimensioni o torna a uno stato precedente. Ad esempio, l’involuzione dell’utero dopo il parto o l’involuzione di una ghiandola.

In psicologia e psicanalisi l’involuzione può essere usata per descrivere un processo in cui un individuo ritorna a fasi precedenti dello sviluppo psicologico, magari in risposta a traumi o stress, senza necessariamente implicare un giudizio negativo.

Ma soprattutto si usa in sociologia e politica. In un contesto sociologico o politico, “involuzione” può descrivere un processo in cui una società, un’istituzione o un sistema ritorna a una forma meno avanzata o più primitiva, spesso in risposta a crisi interne o esterne. Ad esempio, si può parlare di involuzione democratica per descrivere un processo in cui un sistema democratico perde le sue caratteristiche essenziali.

Ma anche parlando del nostro personale rapporto di coppia possiamo dire che le cose non vanno più bene come sembrava. C’è stata cioè un’involuzione nel rapporto. Siamo tornati indietro. Siamo peggiorati.

Anche nella letteratura e nella filosofia, il termine può essere usato in modo più figurato per indicare un ritorno a uno stato precedente o una chiusura su se stessi, con una connotazione di ripiegamento o di perdita di apertura verso il nuovo.

In sintesi, “involuzione” è utilizzato quando si vuole enfatizzare un ritorno a una condizione precedente peggiore, mentre “regressione” e “declino” tendono a essere usati più genericamente per indicare un deterioramento o una decadenza.

Ora ripassiamo perché questo è l’unico modo per non avere un’involuzione nel vostro processo di apprendimento della lingua italiana.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Oggi, non appena apro la prima pagina del giornale, la prima cosa che balza agli occhi sono le guerre e i confronti tra politici.

Julien: vedere i leader del paese che non prendono una posizione ferma di fronte a comportamenti che mostrano una chiara deriva autoritaria mi fa impazzire!

Anne Marie: credo che ci sia una netta involuzione della situazione internazionale. Mi fa pensare di essere tornati in una situazione di pre-guerra. Dio ce ne scampi e liberi, per carità!

Ulrike: infatti. Basta ascoltare le alte sfere della politica mondiale: i prossimi candidati alla presidenza negli Stati Uniti e la tiepida posizione dell’Unione Europea. Pare che nessuno voglia prendere l’iniziativa nel tentativo di trovare una soluzione consona per tutti i partecipanti nei conflitti in corso.

Rauno: Sì, sono del tuo stesso avviso! E sai come vanno le cose: una cosa tira l’altra, e all’improvviso ci troveremo in un conflitto che avremmo potuto evitare se avessimo preso il toro per le corna al momento giusto.

Nara: Vabbè, preghiamo perché tutto vada per il verso giusto, se Dio vuole!

L’accortezza e l’attenzione

L’accortezza e l’attenzione

DURATA MP3: 12 min. circa

Descrizione: Oggi parliamo di due modalità diverse per utilizzare il concetto di accortezza. Inoltre vediamo anche qualche sfumatura di differenza rispetto al più semplice concetto di attenzione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Fare testo e non fare testo

Fare testo e non fare testo (ep. 1124) (scarica audio)

Trascrizione

non fare testo

Scommetto che l’espressione “non fare testo” non l’avete mai usata!

E allora ve la spiego io!

E’ un’espressione molto usata e significa che qualcosa non può essere presa come esempio valido o rappresentativo in una determinata situazione. In altre parole, il caso in questione è considerato un’eccezione, non una regola, e non si dovrebbe usarlo per trarre conclusioni generali.

Ad esempio:

Dicono che l’università a Roma sia molto difficile, ma Marco ha fatto 9 esami il primo anno.

Risposta:

Ok, ma Marco non fa testo.

Significa che il rendimento di Marco non è significativo o non rappresenta la norma.

In qualche modo Marco non rientra nella categoria dello studente medio. Chiaramente è un complimento in questo caso per Marco.

Un secondo esempio:

La squadra quest’anno gioca malissimo. Lo so, abbiamo vinto l’ultima partita ma quella partita non fa testo, la squadra avversaria era priva di tutti i suoi giocatori migliori.

Qui si afferma che il risultato di quella partita non è significativo, poiché la squadra avversaria non era nelle sue condizioni normali. Non si può prendere ad esempio l’ultima partita per capire se la squadra gioca bene o male.

Ultimo esempio. Parliamo di un film che non ci è piaciuto, ma nonostante questo ha venduto un discreto numero di biglietti. Posso dire:

Il successo di quel film non fa testo, perché è uscito durante le vacanze natalizie quando il pubblico è molto più numeroso.

In questo caso, si dice che il successo del film non è indicativo del suo valore intrinseco, ma è dovuto a una circostanza particolare (le vacanze natalizie).

Il termine “testo” indica qualcosa che può essere preso come modello o base per confronti e analisi.

È come se parlassimo di un testo scritto. In pratica, questa cosa o questa persona che “non fa testo” non è considerato un “testo” valido da cui trarre regole, esempi o conclusioni è non può essere usato neanche come base di confronto o come standard per giudicare altre situazioni.

Quanto alle alternative, se dico ad esempio che una cosa non fa testo, potrei dire, con senso analogo:

Questa cosa non è indicativa

Questa cosa non è rappresentativa

Questa cosa non è significativa

La più adatta dipende del contesto.

Devo dirvi anche che questa espressione si usa molto più spesso con la negazione. Può capitare comunque di trovare qualcosa che “faccia testo.”

Quindi, mentre “non fare testo” indica una situazione eccezionale o non rappresentativa, “fare testo” si riferisce a un esempio autorevole o un modello di riferimento accettato.

Come risposta a qualcuno che ha detto che qualcosa non fa testo, posso dire ad esempio:

Fa testo eccome!

Oppure:

La sua è una opinione che fa testo fino ad un certo punto

Che è un altro modo per dire che qualcosa non fa testo!

Quindi posso usare fare testo per dire che qualcosa è rappresentativo, ma più che altro, “fare testo”, senza negazione, si usa nel senso di dare valore a qualcosa.

Es:

Non leggere quei libri di religione che non si sa da dove vengono e chi li ha scritti. Leggi solamente il vangelo, che è l’unico libro che fa testo, poiché è la Parola di Dio.

Oppure, se acquistiamo qualcosa, è lo scontrino o la fattura che fa testo.

Significa che la fattura è valida come riferimento o prova dell’acquisto e del pagamento In altre parole, ciò che “fa testo” è ciò che conta e ha valore, spesso, un valore legale o formale.

Oppure, nello sport:

Nella decisione su un fallo, è il regolamento ufficiale del campionato che fa testo.

Quindi in una discussione su una regola o una decisione arbitrale, il regolamento ufficiale del campionato è l’unica fonte autorevole.

Chiaramente posso usare “non fare testo” semplicemente come negazione di “fare testo“, e allora in questo caso “non fare testo” si avvicina molto a “non serve a nulla”, “non significa nulla”. È una negazione dell’importanza o dell’autorità di un documento o di una dichiarazione.

Es:

Il verbale scritto a mano durante la riunione non fa testo rispetto al verbale ufficiale redatto dal segretario.

Significa che il verbale scritto a mano non ha lo stesso valore dell’ufficiale redatto dal segretario.

Oppure, se hai acquistato un prodotto ma non hai lo scontrino o la fattura ma solo un foglio scritto a mano, si può dire:

Questo foglio non fa testo in caso di rimborso.

Significa che il promemoria scritto a mano non ha valore ufficiale o non può essere usato come prova per il rimborso.

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Angela: Accidenti a voi! Giovanni ha chiesto un ripasso e nessuno gli sta dando ascolto!! Vogliamo che continui a predicare nel deserto? Io vi odio!

Anne Marie: Cosa? Ti invito a non trascendere! Che maniere! Che sarà mai, per un ripasso!

Nara: Pare anche a me che si sia passato il segno stavolta!!

Julien: Questo comportamento mi sembra abbastanza emblematico e secondo me riflette un problema personale.

Estelle: modi a parte, Angela ha ragione e il suo tono è da biasimare, ma magari si è solo fatto prendere un po’ la mano.

Dare da pensare

Dare da pensare (ep. 1123) – scarica audio

Trascrizione

Trovo interessante fare un approfondimento su alcune espressioni comuni nella lingua italiana, che condividono la struttura “dare + da + verbo all’infinito”, dove l’azione espressa dal verbo provoca un effetto su chi la riceve.

In particolare vorrei soffermarmi su: dare da pensare, una espressione informale di uso comune.

“Dare da pensare” significa suscitare riflessione o preoccupazione in qualcuno. In questo caso è questo l’effetto provocato.

Quando qualcosa o qualcuno “dà da pensare”, induce una persona a riflettere, a porsi delle domande, a considerare un problema o una situazione con maggiore attenzione.

Ad esempio, se una persona nota un comportamento strano in un amico, potrebbe dire che quel comportamento “gli dà da pensare”, nel senso che lo spinge a riflettere sul motivo o sulle possibili cause di quel comportamento. Il primo dà è con l’accento (verbo dare) mentre il secondo è la preposizione da, quindi senza accento.

Il verbo dare si usa, in questa locuzione, in modo figurato, non in senso materiale. La stessa cosa accade, ad esempio, con “dare preoccupazioni“.

Con “dare da pensare” spesso c’è del sospetto, ma può anche esserci preoccupazione. In alcuni casi la linea tra le due sensazioni è sottile, poiché entrambe portano a riflettere più a fondo su una situazione.

Un certo comportamento o situazione fa sorgere dubbi o sospetti, inducendo a riflettere su possibili cause nascoste o intenzioni poco chiare.

Ad esempio, “Il suo comportamento evasivo mi dà da pensare” suggerisce che potrebbe esserci qualcosa di sospetto dietro quel comportamento.

In altri contesti, “dare da pensare” può indicare preoccupazione o anche inquietudine. Ad esempio, “Questi sintomi insoliti mi danno da pensare”: significa che la persona è preoccupata e riflette su cosa potrebbero significare quei sintomi.

Altri modi alternativi per esprimere lo stesso concetto sono:

Far pensare“, che probabilmente è quella più usata. Se usiamo questa forma spesso c’è un “che” a seguire.

Es

La tua faccia mi fa pensare che tu sia arrabbiato

Normalmente invece, se usiamo “dare da pensare”, la frase finisce lì.

Oppure, a seconda dell’occasione:

Far riflettere.

Sollevare dubbi.

Destare preoccupazioni.

Indurre a riflettere.

Stimolare la riflessione.

Suscitare interrogativi.

Spingere a pensare.

Ognuna di queste modalità può essere usata a seconda del contesto per trasmettere l’idea di un concetto o di un fatto che induce a pensare più profondamente.

Ad ogni modo, “dare da pensare” non è l’unico esempio della costruzione “dare da” seguita da un verbo all’infinito.

“Dare da fare” ad esempio, significa impegnare qualcuno in un’attività o in un lavoro, spesso in modo intenso. Ad esempio, “Questo progetto mi dà molto da fare” significa che il progetto richiede molto impegno e lavoro.

Molto più usato è “dare da mangiare/bere” che utilizza il verbo dare in modo più materiale, ma si può usare anche in senso più ampio.

Innanzitutto infatti si può usare quando si offre cibo o bevande a qualcuno. Ad esempio, “Devo dare da mangiare al cane” significa che bisogna nutrire il cane.

In senso più ampio posso dire che: “il mio lavoro dà da mangiare a tutta la mia famiglia”.

Per “dare da lavorare” vale un discorso simile a “dare da fare”:

Il mio capo mi ha dato da lavorare fino a tardi

L’industria tessile ha dato da lavorare a 100 operai.

Non si usa molto ma anche “dare da dire” è un altro esempio.

Informalmente significa suscitare critiche o pettegolezzi. Ad esempio, “Quel vestito stravagante dà da dire alla gente” significa che quel vestito fa parlare le persone, spesso in modo critico.

Adesso ripassiamo. Vi do un po’ da fare.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Il conflitto tra Russia e Ucraina ha preso una piega che non mi piace.

Cristophe: infatti! Sulle prime si pensava che il conflitto finisse presto.

Julien: ora però, riflettendo sull’evolversi della situazione, dà molto da pensare e darà da fare ai leader europei e americani per come evitare che il conflitto degeneri in una contesa globale.

Ulrike: Ricordando le parole del poeta Omero, “lieve è l’oprar se in molti è condiviso”. I leader mondiali dovrebbero cooperare per trovare una soluzione pacifica, altrimenti ognuno dovrà fare il proprio mea colpa!

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Visto e considerato

Visto e considerato (ep. 1122) (scarica audio)

Trascrizione

I termini “visto” e “considerato” possiamo molto spesso utilizzarli l’uno al posto dell’altro.

Posso ad esempio dire:

Visto che sono a Roma, vado a trovare Giovanni

Ma anche:

Considerato che sono a Roma, vado a trovare Giovanni

Usando “visto” la frase appare un pochino più colloquiale.

Come sappiamo, “visto” è il participio passato del verbo “vedere”.

Chiaramente il verbo vedere si usa per indicare che qualcosa è stato percepito visivamente, cioè visto, ma in senso figurato, come nel nostro caso, significa che qualcosa è stato compreso o notato e in base a questo si prende una decisione o si desume una conseguenza.

Ad esempio:

Visto il tuo comportamento, non posso fidarmi di te.

“Considerato” invece è il participio passato del verbo “considerare”. Indica che qualcosa è stato valutato, preso in esame o ponderato. Molto simile a “visto”.

Ad esempio:

Ho considerato tutte le opzioni prima di decidere.

Ma a noi interessa di più il seguente esempio:

Considerato il contesto, la tua reazione è comprensibile.

Un uso particolare dei due termini riguarda poi alcune tipologie di testo.

All’interno di un decreto legge, una circolare amministrativa o altri documenti ufficiali, i termini “visto” e “considerato” hanno significati specifici e distinti, utilizzati in diverse sezioni del documento per scopi diversi.

Visto” è utilizzato per richiamare normative, disposizioni legali, decreti precedenti, o altri documenti che sono rilevanti per la materia trattata nel decreto o nella circolare.

Di solito, la sezione “Visto” appare all’inizio del documento, prima di entrare nel merito delle disposizioni specifiche.

Es

Visto l’articolo 32 della Costituzione…

Visto il Decreto Legislativo n. 165/2001…

In pratica, si fa riferimento a norme o atti già esistenti che costituiscono la base giuridica per il nuovo provvedimento.

Considerato” viene utilizzato invece per introdurre le motivazioni, le circostanze o le valutazioni che giustificano l’adozione del provvedimento. È una sorta di premessa che spiega il contesto e le ragioni per cui si rende necessaria l’emanazione del documento.

Es.

Considerato che è necessario garantire la tutela della salute pubblica…

Considerato che le attuali circostanze richiedono un intervento urgente…

Serve quindi a esporre le ragioni o gli obiettivi che giustificano il provvedimento.

Usciamo dal contesto normativo e torniamo alla vita quotidiana.

Esiste un’espressione in cui sono presenti entrambi i termini.

L’espressione è “visto e considerato”.

Questa frase viene spesso utilizzata per introdurre una conclusione o una sintesi dopo aver esaminato i fatti o le circostanze. Ad esempio:

Visto e considerato tutto quello che è successo, penso che dovremmo cambiare strategia.

In frasi come questa, potrei usare anche solamente uno dei due termini e il senso sarebbe lo stesso. Non si tratta però di una inutile ripetizione.

Analizzando infatti più accuratamente la frase, potremmo dire “visto” implica che si è preso atto di qualcosa, mentre “considerato” implica che ci si è riflettuto sopra. C’è stata una riflessione.

Questa dunque è una locuzione che prepara il terreno per una conclusione, che introduce una decisione basata su una riflessione.

Usare semplicemente “Visto” è un modo più semplice e diretto e può andar bene lo stesso anche se non usiamo “considerato” quando introduciamo una causa o una motivazione.

È spesso usata nel linguaggio quotidiano e in contesti meno formali.

Non sono venuto alla festa visto che ero stanco.

Non sono venuto alla festa vista la stanchezza che avevo.

In fondo possiamo usare “visto” al posto di perché, poiché o “in quanto”.

Visto e considerato che” spesso è più formale, ma in contesti normali rinforza la giustificazione.

Può essere usata per sottolineare che una decisione o un’azione è stata attentamente valutata sulla base di più considerazioni.

Spesso si trova in testi legali, amministrativi o in contesti formali.

Es:

Visto e considerato che il contratto non è stato rispettato, abbiamo deciso di recedere dall’accordo.

Possiamo quindi usare “visto” in modo più colloquiale e diretto, mentre “visto e considerato” aggiunge un livello di formalità o si usa per enfatizzare in contesti informali, per sottolineare qualcosa.

Si presta ad esempio per usata anche nel corso di un litigio o una discussione accesa per far valere le proprie ragioni, specialmente quando qualcuno vuole rafforzare il proprio argomento o dimostrare che la propria posizione è ben ponderata.

In un contesto di questo tipo, questa espressione può servire a sottolineare che l’altra persona non ha tenuto conto di determinate circostanze o che le proprie decisioni sono basate su una valutazione attenta e ragionata.

Ad esempio, in un litigio potresti sentire frasi come:

Visto e considerato che tu non hai mai rispettato i nostri accordi, non vedo perché dovrei fidarmi ancora di te.

Qui, l’uso di “visto e considerato” serve a dare peso all’argomento, quasi a formalizzare la lamentela e a mettere l’accento sulla valutazione dei fatti precedenti.

Quindi, “visto e considerato” può essere utilizzato per rendere il discorso più perentorio e per sottolineare che una certa decisione o reazione è stata presa dopo un’attenta riflessione su quanto accaduto.

Adesso, visto e considerato che sono stato un po’ prolisso, facciamo un breve ripasso dedicato agli episodi precedenti.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Sono un fervente sostenitore dell’iniziativa privata! Conosco molte persone di successo che si sono fatte da sé.
Trovo una caratteristica che accomuna coloro che hanno ottenuto il successo da soli: protrarre le azioni per raggiungere il loro scopo con tenacia e senza mai mollare, nonostante i possibili fallimenti che possono ostacolare questo percorso.
Credo che il loro proverbio sia: chi la dura, la vince!

Ulrike: Ciao Giovanni, non riesco a mostrarmi restia nei confronti della tua richiesta di un ripasso. Anzi, a mio parere sarebbe un atto ingeneroso, visto e considerato che da par tuo te ne sei appena uscito con un episodio con la È maiuscola, vale a dire un lavoro coi fiocchi che merita il nostro riconoscimento. E come la vedete voialtri? Per la cronaca amici: guai se qualcuno mi desse della ruffiana.

Anthony: Ti do, cara Ulrike, della ruffiana tranquillamente e senza remore poi Giovanni mi risponderà in malo modo con un cazziatone bell’e buono. Riesco addirittura a presagire le sue parole: ce ne fossero di membri come lei e meno coatti come te, Antò.

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Fare da sé, farsi da sé

Fare da sé, farsi da sé (ep. 1121) (scarica audio)

Trascrizione

Fare da sé” è un’espressione italiana che significa “fare qualcosa autonomamente,” cioè in autonomia, senza chiedere aiuto o dipendere da qualcun altro.

Si può usare ad esempio quando una persona decide di affrontare un compito o risolvere un problema esclusivamente con le proprie forze e capacità.

Si usa prevalentemente In situazioni quotidiane, tipo:

Non mi serve l’aiuto di nessuno, faccio da me.

Oppure:

Se voglio un aiuto? No grazie, faccio da me.

Posso anche decidere di svolgere un’attività domestica, un lavoro manuale, o qualsiasi altra attività senza assistenza.

Es:

Non ho bisogno di lezioni extra, preferisco fare da me

Posso usare la locuzione anche se una persona sceglie di prepararsi autonomamente per un esame o di lavorare su un progetto senza collaboratori.

In senso figurato si usa ugualmente molto spesso:

In un mondo in cui tutti pensano solo a sé stessi, bisogna imparare a fare da sé.

Rispetto alle alternative si usa in particolare per sottolineare l’indipendenza o l’autosufficienza.

Le possibili alternative possono essere:
“Agire/fare da solo” che enfatizza l’assenza di aiuto esterno. Usare il verbo agire in luogo del verbo fare, è comune nel linguaggio giornalistico quando si commentano ad esempio i reati:

Il ladro ha agito da solo.

Agire dunque è più formale.

Nella quotidianità c’è comunque una differenza tra “fare da sé” e “fare da soli”. Infatti si preferisce usare “fare da sé” quando c’è un contenuto emotivo, tipo una lamentela, un malcontento, una rivendicazione o una ripicca.

Provvedere da sé/soli” è un’altra possibilità, e può indicare l’autosufficienza in ambiti più specifici, come il sostentamento o la gestione di sé stessi.

Tipo:

Per fare la spesa e cucinare, in assenza di mia madre, ho dovuto provvedere da me (oppure provvedere da solo).

Si può usare anche “fare per conto proprio”, che ha un significato simile, ma può avere una sfumatura di l’individualismo. Meno colloquiale rispetto a “fare da sé”.

Es:

Marco ha deciso di fare per conto proprio (o fare per conto suo) e avviare un’attività, senza coinvolgere i suoi amici nel progetto.

In questo esempio, “fare/agire per conto proprio” indica che Marco ha scelto di agire autonomamente, prendendo le proprie decisioni e assumendosi la responsabilità delle sue azioni.

Io faccio per conto mio

Tu fai per conto tuo

Lei fa per conto suo

Noi facciamo per conto nostro

Voi fate per conto vostro

Loro fanno per conto loro

Esiste poi il cosiddetto “Fai da te”.

Questa espressione si può usare sia per dire a qualcuno che deve fare qualcosa in autonomia. (es:

Meglio che fai da te piuttosto che farti aiutare da Giovanni), sia come frase invariabile se riferita a lavori manuali, bricolage o riparazioni o preparazioni casalinghe.

In questi casi si parla del “fai da te”. Abbiamo dunque il fai da te, che è dunque una attività.

L’espressione si presta bene in tutti i contesti in cui l’indipendenza e l’autonomia sono valorizzate o necessarie.

Il “fai da te” è un’attività a tutti gli effetti, in cui una persona esegue lavori manuali o artigianali senza l’aiuto di professionisti, utilizzando le proprie abilità e strumenti. Questo termine come ho detto si applica a una vasta gamma di attività, come riparazioni domestiche, costruzioni, decorazioni, lavori di giardinaggio, e persino la realizzazione di mobili o oggetti.

Es:

Avete mai provato il latte di soia fai da te?

Tornando all’espressione “fare da sé”, si può anche questa personalizzare:

Io faccio da me

Tu fai da te

Lui/lei fa da sé

Noi facciamo da noi

Voi fate da voi

Loro fanno da loro.

Non dimentichiamo poi che esiste anche l’espressione “farsi da sé“.

“Farsi da sé” è un’espressione italiana che significa costruire il proprio successo o realizzare qualcosa grazie alle proprie forze, capacità e iniziativa, senza dipendere dagli altri o dall’aiuto esterno. “Farsi” nel senso di costruire il proprio percorso da soli.

È spesso usata per descrivere persone che hanno raggiunto una posizione di rilievo, successo o indipendenza attraverso il proprio impegno, il lavoro duro e la determinazione, partendo magari da una condizione di svantaggio o senza risorse iniziali significative o raccomandazioni.

Es:

Giovanni è un imprenditore romano che si è fatto da sé.

Evidentemente nessuno ha aiutato Giovanni a costruire la sua carriera e tutto ciò che ha realizzato è esclusivamente merito suo.

Un sinonimo in italiano potrebbe essere “autodidatta“, anche se autodidatta riguarda specificamente l’apprendimento, come a dire che una persona autodidatta ha imparato tutto da solo, mentre “farsi da sé riguarda non solo l’apprendimento, ma l’intero percorso di una persona che costruisce la propria carriera, successo o status sociale partendo dalle proprie forze.

Adesso vediamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Meglio che facciate da soli, perché, come dice il proverbio, “chi fa da sé fa per tre!”.

Estelle: Per la cronaca, il mio cane, James è un bassotto, cioè un cane da caccia. Questo ha la sua importanza per il seguito del racconto.
Lo cercavo ma non lo trovavo, come se fosse svenuto nel buio. Dopo qualche istante lo vidi nascosto in un angolo, con lo sguardo colpevole. Ero sbalordita, aveva una coda tra i denti! Aveva ingerito alla chetichellaun topo. Niente da fare. Dopo qualche tentativo infruttuoso per fargli rendere l’animale, sentii il rumore spaventoso delle ossa che si rompevano sotto le zanne. Non sussistevano dubbi, aveva mangiato il topo.
Non vi dico il mio disgusto!

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Alla chetichella

Alla chetichella (ep. 1120) (scarica audio)

Trascrizione

Il termine chetichella si usa unicamente nella locuzione “alla chetichella“.

Fare qualcosa alla chetichella significa farlo di nascosto, senza farsi vedere, senza farsi scorgere né udire.

Abbiamo già visto in un episodio il senso dell’utilizzo della preposizione articolata “alla” che, ricordo, si può usare per indicare una modalità, un modo o una tecnica per svolgere un’azione. Tra l’altro abbiamo incontrato altre volte espressioni e locuzioni che utilizzano la stessa preposizione, tipo prendere alla leggera.

La locuzione colloquiale di oggi, in particolare, si utilizza per indicare azioni compiute in modo furtivo, senza farsi notare.

Voglio aprire una parentesi sull’aggettivo furtivo, che ho appena usato.

Fare qualcosa in modo furtivo non significa necessariamente che ci sia un furto e dunque che ci sia anche un ladro.

Entrambi i termini furtivo e furto condividono però l’idea di agire in segreto o di nascosto.

Nel contesto di un furto, il ladro agisce in modo furtivo (o furtivamente) per non essere scoperto.

Allo stesso modo, fare qualcosa “in modo furtivo” si riferisce in generale a qualsiasi azione compiuta con l’intento di passare inosservati, anche se non riguarda necessariamente un crimine come il furto. Chiusa parentesi.

Ad esempio, si potrebbe dire “Giovanni è entrato in stanza alla chetichella” per indicare che Giovanni è entrato nella stanza senza farsi vedere dagli altri senza che gli altri lo sappiano.

Si possono fare tante cose alla chetichella.

Es:

È uscito di casa alla chetichella
Te ne sei andato alla chetichella.

Si può anche dire che questa persona se n’è andata via in modo discreto.

Spesso questa locuzione si utilizza per con una connotazione leggermente scherzosa o affettuosa. Si può usare anche per criticare o prendere in giro una persona.

Vediamo altri esempi:

Il presidente, prima di lasciare il posto al suo successore, ha nominato alcuni dirigenti alla chetichella.

Ho cancellato alcuni post sul mio account Instagram alla chetichella, ma i miei fans se ne sono accorti.

Si potrebbe anche dire fare qualcosa “zitto zitto“, molto usata anche questa locuzione. Ce ne siamo occupati nell’episodio n. 301 di questa stessa rubrica. Non che io mi ricordi il numero dellì’episodio… l’ho dovuto cercare!

Oppure si può fare qualcosa “di soppiatto” o anche “senza dare nell’occhio”. Anche queste sono modalità molto usate.

Non è che anche i membri dell’associazione Italiano Semplicemente hanno esempi di cose fatte alla chetichella? Con l’occasione usate alcune parole o espressioni che avete già imparato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marcelo

Marcelo: Da ragazzi, pur di non essere scoperti quando arrivavamo a casa all’alba, dopo aver fatto bagordi, io e mi fratello entravamo alla chetichella.
Il segreto consisteva nell’allacciare prima di uscire le piccole campanelle fissate alla porta d’ingresso, così non suonavano!
Cosa non si fa per non svegliare i genitori!

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Foriero

Foriero (ep. 1119) (scarica audio)

Trascrizione

Oggi vediamo l’aggettivo foriero.

Un aggettivo e un sostantivo, che originariamente indicava un ufficiale incaricato di annunciare l’arrivo di un sovrano o di una persona importante. Come sostantivo è simile ad ambasciatore o messaggero. Foriero oggi si usa maggiormente in senso figurato ed è legato ad un possibile presagio o anticipazione.

Il termine è significa “annunciatore” o “precursore” di qualcosa, spesso di un evento futuro, sia positivo che negativo.

Il cielo scuro è foriero di tempesta.

Vale a dire che il cielo annuncia tempesta o minaccia tempesta. Simile anche a segno e segnale.

Quindi, se il cielo scuro è foriero di tempesta, tutto lascia pensare che stia per arrivare una tempesta. Ancora non è arrivata ma guardando il cielo c’è da preoccuparsi. Evidentemente è un cielo nero, e in aggiunta qualche fulmine si inizia a vedere e magari il vento inizia ad alzarsi.

Il cielo scuro in particolare può essere uno dei segni che preannunciano l’arrivo di una tempesta.

Il suo sorriso è foriero di buone notizie.

Qui, il sorriso della persona fa pensare che porterà notizie positive.

Un silenzio invece può essere foriero di cattive notizie, come anche una faccia preoccupata.

I movimenti strani del mercato sono spesso forieri di cambiamenti economici.

Significa che questi movimenti insoliti possono indicare che ci saranno cambiamenti in campo economico.

Dunque “foriero” è usato per descrivere qualcosa che preannuncia o presagisce o anticipa un evento futuro, quindi come un segno o un indizio.

Non è un termine usato granché, soprattutto dai giovani italiani, che probabilmente non ne conoscono neanche il significato. Decisamente più usato nella letteratura anche nella poesia e dai giornalisti. Usato prevalentemente in contesti meno informali. Di sicuro vi farà fare un’ottima figura se doveste utilizzarlo con Italiani.

Parlatemi voi adesso di qualche indizio che è stato foriero di qualche avvenimento passato che vi ha riguardato o anche un segno che state osservando attualmente e che secondo voi può essere considerato foriero di qualcosa.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Gerd: La crescente instabilità climatica (ormai è un continuo) potrebbe essere foriera di cambiamenti radicali nei modelli economici e geopolitici a livello globale. Richiederebbe più attenzione da parte della politica.

Nara: Quando i bambini si ammalano, questo è foriero di malattia per tutta la famiglia! Difficile evitare l’ineluttabile!

Marcelo: Prima dell’ultima tornata elettorale, durante gli ultimi 20 anni, in Argentina, che per inciso è il mio paese, i governi populisti, fatto salvo un piccolo periodo di centro, hanno governato senza bilanciare le entrate con le spese.
Così, inizialmente abbiamo vissuto un’inflazione ogni mese in crescendo, inflazione che è stata foriera del progressivo impoverimento della popolazione.

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Il verbo imperversare: esempi e differenze rispetto ai verbi simili.

Il verbo imperversare

DURATA MP3: 14 min. circa

Descrizione: Imperversare dignifica “scatenarsi con violenza o intensità, manifestarsi con forza e durezza, esercitare un dominio”. Vediamo come si usa anche rispetto ai verbi simili. Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione. Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Metterci, volerci, richiedere, impiegare, occorrere e servire

Metterci, volerci, richiedere, impiegare occorrere e servire

DURATA MP3: 15 min.

Descrizione: Oggi vediamo alcuni verbi simili, ma in particolare due modi per sostituire il verbo impiegare usando i verbi metterci e volerci. 

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Il carattere dei papi: gli aggettivi da usare

Il carattere dei papi: gli aggettivi da usare

DURATA MP3: 18 min. circa

Descrizione: Come descrivere il carattere di un papa?

Quali sono gli aggettivi da usare? Non si tratta, generalmente, di aggettivi usati per le persone comuni.

Facciamo allora una rassegna dei papi che si sono succeduti dal 1900 fino ad oggi e cerchiamo gli aggettivi più adatti per definirli. Da Leone XIII (1878-1903) fino a Papa Francesco.

ENTRAADERISCI

Riconoscenza e riconoscimento

Riconoscenza e riconoscimento

DURATA MP3: 10:13

 

Descrizione: sia la riconoscenza che il riconoscimento hanno a che fare con il verbo riconoscere. Vediamo le differenze con numerosi esempi.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione e una breve canzone dedicata ai due termini riconoscenza e riconoscimento.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

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Sorgere e tramontare

Sorgere e tramontare

DURATA MP3: 13:50 min. circa

Descrizione:

Vi spiego l’uso figurato di questi due verbi. Vediamo tutti i verbi simili e numerosi esempi. Alla fine dell’episodio ascoltiamo una divertente canzone dedicata ai due verbi.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Verbo ripetuto: come fai fai, dove vai vai, quando arrivi arrivi

Come fai fai, dove vai vai, quando arrivi arrivi (ep. 1114) (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Nel linguaggio informale è molto frequente la duplicazione del verbo.

Espressioni come “dove vai vai”, “come caschi caschi bene” e “come fai fai”, ad esempio, utilizzano la ripetizione del verbo per esprimere un’idea di indifferenza riguardo al risultato dell’azione. Dunque esprimono un senso simile a “non importa”. “è la stessa cosa”, “non c’è problema”.

Vediamo alcune tra le forme più usate.

“Chi c’è c’è, chi non c’è non c’è” significa che non importa in quanti siamo, non importa il numero delle persone presenti. Si potrebbe usare in una riunione, quando non si ha più voglia di aspettare i ritardatari.

Dove vai vai: Indica che non importa quale direzione o destinazione tu scelga, il risultato sarà lo stesso o comunque accettabile. Ad esempio, se qualcuno ti dice “in Italia dove vai vai, troverai sempre qualcosa di interessante”, significa che tutte le possibili destinazioni hanno qualcosa di interessante da offrire.

Come caschi caschi bene: Vuol dire che qualsiasi cosa accada la situazione sarà comunque favorevole. Ad esempio, se una persona dice “Non preoccuparti per l’ufficio in cui lavorerai, nella nostra azienda come caschi caschi bene”, intende che indipendentemente dal risultato, indipendentemente dall’ufficio in cui sarai destinato, ci saranno comunque degli aspetti positivi. Non andrà male in ogni caso.

Naturalmente “come caschi caschi male” ha il senso opposto.

Il verbo cascate qui si usa in senso figurato, per indicare una situazione in cui ci si può trovare, anche indipendentemente dalla propria volontà. Si potrebbe usare anche il verbo capitare.

Anche “Come fai fai” è molto usata. Significa che qualsiasi modo tu scelga per fare qualcosa, andrà bene. Ad esempio, “Come fai fai, andrà bene” indica che tutte le possibili modalità di fare qualcosa sono accettabili o avranno un buon esito.

Es: con un dirigente meticoloso e preciso come Giovanni, come fai fai male. In questi casi si dice anche “come fai, sbagli“.

Evidentemente a Giovanni non va mai bene nulla e si potrebbe sempre far meglio. Questo è il senso.

All’opposto, si può anche dire “come fai fai bene”.

Molto usata anche: Quando arrivi arrivi: significa che non importa quando arrivi l’importante è che arrivi.

Es: Arrivo attorno alle 20 se tutto va bene, casomai ti chiamo se ritardo.

Risposta: non preoccuparti, quando arrivi arrivi, per me non è un problema.

Oppure:

Chi viene viene: indica che non importa chi viene, tutti sono i benvenuti.

Es: posso invitare due miei amici alla tua festa? È un problema?

Risposta: certo, tranquillo, per me chi viene viene, basta che ci siete anche voi.

In tutti questi casi, la ripetizione sottolinea l’idea che tutte le alternative o modalità sono equivalenti o comunque accettabili, eliminando, tra l’altro, l’ansia della scelta o del risultato.

“Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”.

Questa è una celebre espressione napoletana ma che è nota in tutt’Italia. “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto” è quasi un proverbio in realtà.

Significa che quello che è stato fatto è ormai passato e non può essere cambiato. L’espressione sottolinea l’importanza di accettare il passato così com’è, senza rimpianti o recriminazioni, e di concentrarsi sul presente e sul futuro. In altre parole, quello che è stato fatto è fatto e non si può tornare indietro. Non ha importanza se qualcuno ha più dato che ricevuto o viceversa.

Ho fatto solo qualche esempio tra i più usati, ma si possono usare anche altri verbi, a seconda della circostanza.

Es:

Con chi parli parli, tutti dicono la stessa cosa.

Qualunque cosa fai fai, non cambierà nulla

Ora una domanda potrebbe nascere spontanea: prima di questa duplicazione del verbo, ci può essere qualunque avverbio o pronome?

Funziona principalmente con termini che introducono una condizione o una modalità, come “dove”, “come”, “quando”, “chi”, e “cosa”, “qualunque cosa” che sono in grado di definire una gamma di possibilità o circostanze che come detto sono indifferenti nella nostra frase.

Es:

Dove vai vai, troverai sempre qualcosa di interessante.

Come fai fai, andrà bene.

Come caschi caschi male.

Quando arrivi arrivi, troverai tutto pronto.

Chi viene viene, sarà il benvenuto.

Cosa rispondi rispondi, sarà comunque un problema.

Qualunque cosa fai fai, non cambierà nulla.

Molti avverbi non si prestano a questa struttura perché non introducono una gamma di possibilità o non hanno il significato necessario per rendere la ripetizione del verbo logica e comprensibile.

Si può anche cambiare la persona, anche se nell’uso è meno frequente, ma dipende all’occasione:

Quando arrivate arrivate

Come facciamo facciamo

Qualunque cosa diciamo diciamo

Eccetera.

Adesso ripassiamo. Usiamo qualche espressione già spiegata per rispondere alla seguente domanda: cosa ti dà fastidio ma non l’hai mai detto a nessuno?

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Cristophe: Una cosa che mi dà sui nervi è quando scrivo un messaggio ad un amico senza ricevere mai nessuna risposta.
Ho sempre pensato che fosse molto scortese. Però non ho mai osato dirlo agli amici, e ho sempre preferito soprassedere.

Anne Marie: a me dà a dir poco fastidio quando verso l’acqua nel bicchiere di una persona e mentre la verso mi dice “basta”. Cosa credi, che avrei versato tutta la bottiglia?

Ulrike: a me danno fastidio i festeggiamenti sopra le righe. La settimana scorsa ero alla festa di compleanno di Gianni, il nostro presidente per intenderci, e me ne sono andata allorché tutto il cucuzzaro era già ubriaco, tanto che le risposte avvenivano sempre a scoppio ritardato! Non è che non mi piaccia la caiprinha, ad esempio, ma di qui a dire che mi piace essere una ubriacona ce ne vuole.

Marcelo: Avete presente quando nel bel mezzo di una conversazione, d’emblée, l‘attenzione dell’altro viene catturata dallo schermo luminoso del suo cellulare? In tali casi mi taccio, aspetto pazientemente che finisca e riprendo non appena si accorge della mia reazione. Se poi questo non accade, allora mi accomiato, vale a dire alzo i tacchi e me ne vado. Non vale la pena aggiungere altro.

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Sentirsi spaesati

Sentirsi spaesati (ep. 1113) (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Il termine “paese” è all’origine dell’aggettivo “spaesato“.

Spaesato però non indica una persona senza paese, senza un paese di origine o cose del genere. Il senso è figurato infatti.

Significa visibilmente a disagio, disorientato, per una difficoltà d’ambientamento.

L’aggettivo “spaesato” quindi deriva dal termine “paese” ma una persona “spaesata” si sente disorientata, confusa, o fuori luogo, come se fosse lontana dal proprio ambiente familiare, dal proprio paese. Ecco il senso figurato.

C’è una sensazione di smarrimento o disorientamento in una situazione nuova o sconosciuta.

Vediamo qualche esempio:

Appena arrivato a Roma, Karim si sentiva completamente spaesato: troppa gente e troppo traffico secondo le sue abitudini.

Il primo giorno di lavoro, Francesca era visibilmente spaesata e doveva chiedere ai colleghi per qualunque cosa.

Durante il suo viaggio in Giappone, Paolo si sentiva spaesato di fronte alle abitudini e alle usanze così diverse dalle sue.

Alla festa, con tutte quelle persone che non conosceva, Laura si sentiva spaesata e non sapeva con chi parlare.

In ciascuno di questi esempi, “spaesato” o “spaesata” indica una sensazione di disorientamento o confusione dovuta a un ambiente nuovo o non familiare.

E interessante parlare delle espressioni del viso di una persona spaesata.

Quando una persona si sente spaesata, le espressioni del viso possono riflettere vari segni di disorientamento e incertezza.

Lo sguardo è perso. Aggettivo interessante per gli occhi.
Questo significa che gli occhi possono muoversi rapidamente in diverse direzioni, cercando punti di riferimento o qualcosa di familiare. Lo sguardo non si focalizza su nulla in particolare.

Le sopracciglia sono sollevate in segno di sorpresa o confusione.
Possono anche essere aggrottate, indicando uno sforzo per capire o per cercare di orientarsi. C’è preoccupazione.

La bocca è aperta o leggermente socchiusa, cioè leggermente aperta, mostrando sorpresa o incertezza.
Le labbra possono essere anche strette, indicando nervosismo o disagio.

La persona può guardarsi intorno frequentemente, esprimendo un chiaro segno di disorientamento.

Possono esserci segni di tensione sul volto, specialmente attorno agli occhi e alla bocca, indicando ansia o preoccupazione.

Vi capita spesso di sentirvi spaesati?

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Vasken: Mi sento disorientato e spaesato giorno dopo giorno perché le persone intorno a me sono ignare di ciò che sta accadendo con la politica che non approvo. Voglio andare via in men che non si dica!

Marcelo: anche a me succede qualcosa di simile! Quando nei giorni feriali mi trovo lontano da casa, nei piccoli paesini che devo attraversare per ritornare, anche a tarda notte, mi trovo con diverse macchine parcheggiate e sempre con un nutrito gruppo di giovani con la musica a tutto volume, come se battessero un tamburo! Proprio in quei momenti mi sento spaesato! So che appartengo ad un altro tempo e spazio, pazienza!

André: i giovani sono giovani da che mondo è mondo! Si sentono di fare quello che gli vieni in mente e se ne fregano degli altri. Non ne hanno per nessuno! Secondo me chiedere loro un comportamento diverso lascia palesemente il tempo che trova. Poi ci saranno pure eccezioni, ma le devi cercare col lanternino.

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A bocce ferme

A bocce ferme (ep. 1112) (scarica audio)

Trascrizione

a bocce ferme

Buongiorno a tutti. Non di rado capita di leggere o ascoltare l’espressione “a bocce ferme“.

Si tratta di una espressione idiomatica che richiama il gioco delle bocce.

Il gioco delle bocce è uno sport che consiste nel lanciare delle sfere, delle piccole palle (le bocce) il più vicino possibile a un bersaglio, chiamato pallino o boccino. È un gioco che richiede precisione, strategia e abilità nel lancio. Si gioca con le mani e non richiede una forza particolare o particolari doti atletiche. Il principale obiettivo è lanciare le proprie bocce il più vicino possibile al pallino.

L’origine di questa espressione è legata proprio al gioco delle bocce, dove si aspetta che tutte le bocce si siano fermate prima di decidere chi ha vinto il punto.

L’espressione “a bocce ferme” si usa normalmente in senso figurato al di fuori del gioco delle bocce. Significa “a situazione stabilizzata” o “a situazione calma.” È un modo di dire che si usa per indicare che è opportuno aspettare che le circostanze siano stabili e chiare prima di prendere una decisione o fare una valutazione.

Aspettiamo a prendere una decisione sulla riorganizzazione dell’ufficio, meglio fare tutto a bocce ferme per evitare errori.

Dopo la fusione aziendale, valuteremo i nuovi processi aziendali a bocce ferme.

Le elezioni hanno creato molta tensione, ma faremo una valutazione dei risultati a bocce ferme.

Dopo la partita ci sono state molte polemiche, ma l’allenatore preferisce commentare la prestazione a bocce ferme.

Dopo la discussione di ieri, è meglio parlarne a bocce ferme per trovare una soluzione

Non voglio prendere decisioni affrettate sul nostro trasferimento, aspettiamo di valutare tutto a bocce ferme.

Quindi c’è sempre l’idea di attendere che la situazione sia meno caotica e più chiara prima di procedere con ulteriori azioni o valutazioni.

Si usa sempre la preposizione “a”, sebbene potrebbe sembrare normale usare anche “con le bocce ferme” o anche “quando le bocce saranno ferme”. Il senso non cambierebbe ma di fatto si usa sempre la preposizione “a”.

Questa preposizione si usa allo stesso modo anche in altre espressioni o locuzioni:

a caldo

a freddo

a giochi fatti

a babbo morto

ed altre ancora

Adesso ripassiamo.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Vasken (Libano): Ragazzi, avete mai provato la dieta mediterranea? È fantastica! È sana e deliziosa. Nessun’altra dieta può competere. Provatela; poi fa molto italiano anche se state all’estero.

Marcelo (Argentina): Non ho la più pallida idea di cosa sia esattamente la dieta mediterranea. Io sono più un tipo da fast food, lo ammetto.

Estelle (Francia): Beh, anche noi in Spagna abbiamo una dieta simile. Molto pesce, olio d’oliva e verdure. Però a volte, un po’ di jamón iberico non guasta! Vuoi mettere, in confronto agli hamburger?

Paul (Svizzera): Io preferisco la nostra cucina francese. Un bel croissant al mattino e un buon formaggio di qualità, che è la morte sua!

Adriana (Bulgaria): Sapete che cazzeggiare con voi mi fa venire fame. Però, non penso che riuscirei a rinunciare ai miei hamburger. Magari un giorno mi convertirò.

Ulrike (Germania): Forse un giorno proverò qualche piatto mediterraneo. Hai visto mai che mi piaccia!

Julien (Francia) : Gli italiani sono spesso bacchettoni sul cibo, ma checché se ne dica, una cena tra amici con buon cibo e buon vino è sempre una gioia. Basta che non manca la birra, il resto per me non conta!

Paulo (Brasile): Certo, sono giustamente bacchettoni! Checché se ne dica, non mettere mai il ketchup sulla pizza! È un peccato mortale.

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Un qui pro quo

Un qui pro quo (ep. 1111) – scarica audio

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Ero molto curioso dell’origine dell’espressione “qui pro quo“, che in italiano indica un malinteso, un mal intendimento, un equivoco, un fraintendimento, un travisamento, quando, ad esempio, si dice una cosa e se ne capisce un’altra.

Ho scoperto che nel medioevo
quid pro quo” era il titolo di una sezione che in alcune compilazioni farmaceutiche comprendeva i medicamenti che si potevano dare al posto di altri. Si trattava quindi di sostituire una medicina con un’altra che aveva lo stesso effetto.

Oggi si è persa una “d” ed è rimasto “qui pro quo“.

Si usa però, come ho detto all’inizio, quando soprattutto si capisce una cosa per un’altra. La farmacia non è più legata all’espressione.

Es:

C’è stato uno spiacevole qui pro quo.

Notate che usando questa espressione non si sta dando la colpa a nessuno per questo malinteso.

Infatti non si dice che qualcuno ha fatto un qui pro quo ma si dice che che c’è stato un qui pro quo.

Qualcuno ha equivocato, ha frainteso, ha travisato, ha capito male insomma. Non ne facciamo un dramma però. Questo è il senso che si vuole trasmettere usando questa espressione.

Non si tratta mai comunque di questioni troppo serie se usiamo l’espressione “qui pro quo”.

Ad ogni modo, si potrebbe trattare anche di malintesi non legati a comprendere male una parola o una frase, ma più in generale di un problema non troppo grave legato ad un errore involontario. Spesso si tratta di uno scambio o di una situazione confusionaria che comporta un problema.

Es:

C’è stato uno spiacevole qui pro quo: non era Giovanni, ma un altro la persona che hai visto in macchina. Ecco perché non ti ha salutato.

Per uno stupido qui pro quo ho sbagliato il luogo dell’appuntamento.

Si può anche scrivere in una sola parola volendo, accentando la o finale: quiproquò.

Per ridere si usa a volte anche “qui quo qua” o giochi di parole simili.

Adesso facciamo un ripasso. Facciamo finta che ci sia una sfida, una lotta tra due lottatori, uno che ha una motosega in mano e l’altro che si difende con una scala. Mettiamo anche un’immagine che aiuta a immaginare la scena.

Chi vincerà la sfida?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo – Lottatore con la motosega (L): Ah, ma guarda chi si vede! Sei venuto a sfidarmi con una scala? Povero te, non ti sfiora l’idea di quanto sia ineluttabile il mio successo. Sei pronto a toccare il fondo?

Christophe: Lottatore con la scala (S): Tu, con quella motosega, pensi davvero di avere tanta stoffa per osare affrontarmi? Non sai nemmeno come si usa. Sei solo un marcantonio con uno strumento pericoloso.

Ulrike: (L): Oh, come sei suscettibile! Smettila di vessarmi con quella scala.

Anne Marie: (S): La tua motosega? Non è che un mezzuccio. Diversamente da te, io ho la capacità di usare la mia scala con solerzia e precisione.

Vasken: (L): Ci volevi proprio tu, con i tuoi ghiribizzi da scalatore! Non realizzi che la tua strategia è destinata ad andare in malora? Eppure, ci metti un certo impegno, lo ammetto.

Julien: (S): Ah, ma tu proprio non senti ragioni! A differenza di te, io non ho bisogno di demonizzare l’avversario per vincere. La mia scala è un simbolo di perseveranza e ingegno, non uno strumento di distruzione.

Edita (L): Simbolo, dici? Bellamente me ne infischio dei tuoi simboli. Preferisco la concretezza della mia motosega. Posso squadrare ogni avversario e già incutere timore in lui. Non c’è niente di più appagante.

Estelle (S): Squadrare dici? Sei solo un esibizionista che cerca di ingraziarsi il pubblico con mezzucci violenti. La tua politica di paura non ha niente a che vedere con la mia determinazione.

Paul: (L): La tua versione dei fatti è solo una pallida imitazione della realtà. Ti vedo male, amico mio. Non hai idea di quanto la mia motosega possa rimpinguare il mio orgoglio di lottatore.

Estelle (S): E io ti vedo già in bambola quando capirai che la forza bruta non è tutto. Il mio ingegno e la mia strategia ti faranno andare in pezzi. Alla fine, la mia scala sarà il simbolo della tua sconfitta.

Edita (L): vedremo chi avrà il piacere di trionfare. Io con la mia motosega e la mia determinazione, o piuttosto tu con la tua scala e la tua arroganza. Che il miglior lottatore vinca!

Estelle (S): Suvvia, ammetti di aver paura! Buona fortuna, ne avrai bisogno.

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Infinocchiare

Infinocchiare (ep. 1110)(scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vi spiego il verbo infinocchiare, un simpatico verbo che significa “ingannare” o “raggirare” o *imbrogliare” qualcuno, solitamente con astuzia o malizia. C’è dunque un inganno, un raggiro, un imbroglio. Con infinocchiare c’è allora un finocchio?

In qualche modo si, ma finocchio non è sinonimo di inganno.
Chiaramente però infinocchiare deriva dalla parola finocchio.

Il finocchio è una pianta, precisamente si tratta di un ortaggio che viene utilizzato sia crudo, ad esempio nelle insalate, sia cotto, come ingrediente in varie ricette.

Ebbene, infinocchiare tecnicamente indica usare il finocchio per coprire il gusto del vino cattivo. Lo facevano una volta, facendo credere al consumatore che fosse di buona qualità. Una usanza che fortunatamente si è persa.

È una forma di inganno infinocchiare il vino, giusto?

Oggi, il termine è usato per descrivere proprio situazioni in cui qualcuno viene ingannato o truffato.

Non si infinocchia più il vino, ma le persone.

Molto informale come verbo. Somiglia a fregare, imbrogliare, truffare, ma rispetto a questi verbi, che spesso sono legati alle questioni economiche, infinocchiare somiglia anche a “convincere con inganno”. Qualcuno ti ha convinto di qualcosa con l’inganno? Ebbene, sei stato infinocchiato.

E voi, siete mai stati infinocchiati?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano

ULRIKE

Ulrike: Certo Gianni, in armeno dicono “se non ti lasci mai infinocchiare non possederai mai niente“. Vale a dire prenderai una brutta piega.

marcelo

Marcelo: un bel detto armeno, e per non essere da meno, devo dire che anche io sono stato infinocchiato più di una volta e spero proprio che non mi succeda mai più, ma se dovesse capitare, sia la volta buona che mi permetta di accrescere il portafoglio! A Dio piacendo naturalmente.

Angela dalla Cina

Angela: eh sì amici, non dovreste avere paura di sfigurare qualora veniste raggirati! Anzi, è un’opportunità propizia per imparare ed anche insegnare qualcosa ai propri cari! Della serie: non tutto il male viene per nuocere!

Julien: io invece da quel dì che non subisco un infinocchiamento. Si vede che sono più furbo della media…

Hartmut dalla Germania

Hartmut: E fu così che dopo le sue ultime parole venne infinocchiato come si deve!

– – –

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro.

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Corsi e ricorsi storici

Corsi e ricorsi storici (ep. 1109) – (scarica audio)

Trascrizione

corsi e ricorsi storici

Buongiorno a tutti. Oggi vediamo la frase “corsi e ricorsi storici“, usata prevalentemente quando si parla di storia e di avvenimenti storici.

La cosa più importante da notare nella frase è la somiglianza tra la parola “corsi” e la parola “ricorsi“. A prescindere dal significato che possono assumere i due termini, bisogna cogliere solamente la ripetizione nel tempo di un evento. Il fatto che ricorsi inizia per “ri” deve farvi pensare a una ripetizione di qualcosa che è già accaduto.

La frase “corsi e ricorsi storici” è stata coniata dal filosofo e storico italiano Giambattista Vico.

Vico espone questa teoria nella sua opera principale, “La Scienza Nuova“, pubblicata per la prima volta nel 1725.

Secondo Vico, la storia umana segue un andamento ciclico – quindi non lineare ma ciclico – con periodi di progresso che vengono inevitabilmente seguiti da periodi di regressione.

Questa visione ciclica della storia contrasta quindi con l’idea di progresso lineare e suggerisce che le civiltà tendono a ripercorrere fasi simili nel loro sviluppo e declino.

La frase “corsi e ricorsi storici” viene utilizzata per indicare che eventi o situazioni del passato tendono a ripetersi nel tempo, spesso con variazioni ma seguendo schemi simili. Vico si riferiva in generale all’evoluzione umana, ma l’espressione si usa in realtà in ogni contesto, quando qualcosa semplicemente si ripete dopo un certo periodo di tempo.

Es:
L’ascesa e la caduta degli imperi antichi possono essere visti come un esempio di corsi e ricorsi storici.

Quindi ogni impero è destinato, ineluttabilmente, a vivere la sua fase di splendore seguita dal declino.

Anche per le crisi economiche vale il principio dei corsi e ricorsi storici, con periodi di espansione seguiti da recessioni.

E’ doveroso fare attenzione alle similitudini per evitare di ricadere negli stessi errori. Questa è la morale.

Oppure, in ambito sociale:

I movimenti di protesta che vediamo oggi possono essere interpretati come corsi e ricorsi storici, simili a quelli degli anni ’60.

A differenza di allora, però, oggi le dinamiche sociali sono influenzate anche dai social media, rendendo il fenomeno suscettibile a nuove interpretazioni.

In generale, la frase sebbene si usi generalmente per sottolineare la natura ciclica della storia e per suggerire che comprendere il passato può aiutare a prevedere o interpretare il presente e il futuro, si usa spesso anche per sottolineare semplicemente analogie col passato, similitudini, parallelismi.

Si potrebbero evidenziare i corsi e ricorsi storici delle pandemie, sottolineando le similitudini ad esempio tra il Covid e la peste nera, come lo stimolo all’innovazione che è seguito alle due pandemie, prima in campo agricolo e tecnologico, poi in particolare nel campo della salute digitale, dell’e-commerce e delle tecnologie di comunicazione.

Oppure in ambito sportivo potrei dire che (solo a titolo di esempio sportivo):

L’alternanza tra i periodi di dominio di atleti americani e giamaicani nelle gare di sprint evidenzia i corsi e ricorsi storici che caratterizzano le Olimpiadi.

Questo fenomeno è davvero affascinante e, a suo modo, emblematico della natura ciclica dello sport. Laddove gli atleti americani dominano una competizione, i giamaicani emergono nel periodo successivo, mostrando un continuo passaggio di testimone. Sto facendo solo degli esempi non è detto che questo risponda al vero.

Poi dice che lo sport non è interessante!

Oppure:

Il ritorno della scherma italiana ai vertici mondiali, dopo un periodo di predominanza francese e russa, è un classico esempio di corsi e ricorsi storici.

Adesso ripassiamo. Parliamo di vacanze?

– – –
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

marcelo

Marcelo: parlare di vacanze? Ho appena realizzato che le mie stanno appunto per finire! Mannaggia!

Hartmut: ma l’importante è se hai potuto fare ciò che avevi in programma e lo stesso vale per voi care amiche e cari amici!

Rauno: nel mio caso ho fatto tutto ciò che avevo in programma, però devo dire che sono passate in men che non di dica!

ANTHONY

Anthony: le vere vacanze erano quelle che facevamo anni fa, quando non cerano né cellulari, né computer, e sembrava che il tempo trascorresse più lentamente, e me la prendevo comoda senza nessuna lamentela da parte di mia madre!

ULRIKE

Ulrike: Sono in pensione e quindi in vacanza permanente, ma la cosa curiosa è che non si direbbe, ma ho avuto più tempo per fare le cose mentre lavoravo. Adesso sono sempre occupato e non ho più tempo per divertirmi o rilassarmi. Ma vi pare?

Julien: Va da sé che le vacanze sono un momento propizio per riposarsi. Ma nonostante tutto la Sardegna, dove siamo in vacanza, ci ha riservato qualche sorpresa. Persi nei meandri di una laguna, non abbiamo niente da fare di meglio che crogiolarci in piscina oppure ammirare i fenicotteri. Dobbiamo farcene una ragione, il far niente è l’obiettivo maggiore delle vacanze. Allora la cultura aspetterà! E voi come la vedete?

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Mandare in pappa il cervello

Mandare in pappa il cervello (ep. 1108 (scarica audio)

Trascrizione

cervello in pappa

Buongiorno a tutti. Spero che l’episodio di oggi non vi mandi in pappa il cervello!

Più o meno scommetto che avete capito cosa voglia dire con “mandare in pappa il cervello“. È un modo di dire italiano che indica la perdita di lucidità mentale, la perdita di buon senso e capacità di giudizio.

Si usa per descrivere una persona che non riesce più a “usare” la propria intelligenza a causa di vari motivi, come stanchezza, vecchiaia o anche, perché no, innamoramento.

L’uso dell’espressione può indicare anche una mancanza di concentrazione e attenzione, in cui il cervello diventa incapace di focalizzarsi su compiti o pensieri specifici.

L’immagine associata a questo modo di dire è quella di un cervello ridotto in poltiglia che ha perso la sua consistenza naturale e, di conseguenza, la sua funzionalità.

In altre parole, quando si dice che qualcuno ha il cervello in pappa, si intende che ha perso la capacità di pensare in modo razionale e coerente, e agisce in modo illogico o irrazionale.

Esiste un modo più formale di dirlo? Si potrebbe utilizzare, come vi ho anticipato poco fa, l’espressione “perdere la lucidità mentale” o “perdere la capacità di ragionare in modo coerente”.

Queste espressioni sono più neutre e adatte a contesti formali o quantomeno non familiari.

Ma perché pappa? cos’è la pappa?

La parola “pappa” si riferisce genericamente a un alimento per bambini piccoli o a una minestra o zuppa.

I bambini mangiano la pappa, si dice. È anche un modo per chiamare il cibo parlando con i bambini.

Nel contesto dell’espressione, “pappa” viene utilizzata per descrivere una situazione in cui il cervello diventa come una pappa, cioè privo di consistenza e funzionalità. Non si sta parlando della pappa come cibo, ma parliamo della consistenza della pappa, morbida e simile alla passata di pomodoro come consistenza.

Volete sapere perché si usa il verbo mandare?

Non è obbligatorio usare il “verbo mandare”, perché potrei usare, come si è visto, anche “avere il cervello in pappa“, e anche “andare il cervello in pappa” (tipo: mi sta andando il cervello in pappa).

Quando si usa il verbo mandare lo si fa semplicemente per indicare la causa.

Il verbo “mandare” viene utilizzato quindi per indicare l’azione di trasformare qualcosa in pappa, cioè in una consistenza morbida e poltiglia. Dunque il cervello diventa come una pappa, privo di consistenza e funzionalità per colpa di qualcosa, che manda in pappa il cervello, cioè che trasforma il cervello in una pappa, in una poltiglia, come se si spappolasse, si sciogliesse per sforzo eccessivo fino a non funzionare più.

Vediamo qualche esempio.

Dopo una giornata di lavoro estenuante, ho il cervello in pappa e devo solamente sdraiarmi sul divano!

Non c’è nulla da fare, quando sono vicino a lei, mi va il cervello in pappa!

Tutti questi conteggi, a quest’ora di sera, mi mandano il cervello in pappa!

Qualcuno si starà chiedendo anche il motivo per cui si utilizza la preposizione “in”.

In italiano, la preposizione “in” è spesso usata per descrivere una trasformazione o un cambiamento di stato.
La preposizione “in” sottolinea proprio questa transizione verso uno stato diverso (in questo caso, negativo) rispetto a quello normale.

Ci sono diverse espressioni italiane in cui “in” ha lo stesso ruolo. Tra l’altro qualcuna l’abbiamo già incontrata.

Andare in tiltche significa smettere di funzionare correttamente, come un apparecchio che va in avaria.

Più semplicemente anche “Andare in crisi.

Anche “andare/mandare in rovina” cioè portare qualcuno o qualcosa a uno stato di disastro economico o morale.

Oppure “Cadere in disgrazia” cioè perdere il lavoro ad esempio e diventare povero.
Ci sono anche “Entrare in gioco”, “mettere in guardia”, “essere in difficoltà” e tante altre ancora.

Adesso facciamo un breve ripasso parlando di lavoro e tempo libero. Un ripasso che non sia troppo impegnativo, altrimenti sapete cosa vi succederà…

– – – –
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: A me sia al lavoro sia nel tempo libero piace concentrarmi su ciò che faccio. Non sono fissato per il lavoro ma al lavoro non mi piace tergiversare, mentre durante il tempo libero adoro sguazzare nelle piccole cose, come leggere qualcosa in italiano, tuffarmi in mare e in famiglia e con amici a dir poco me la spasso.
Insomma, cerco di vivere ogni momento al massimo!

Non me lo leva nessuno

Non me lo leva nessuno

DURATA MP3: 10 min. circa

Descrizione: .

In generale l’espressione serve a dare enfasi quando si esprime un concetto con sicurezza o come forma di minaccia. Oppure quando si esprime soddisfazione per qualcosa che si ritiene meritato e atteso. 

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione,l.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

La brutta copia e la bella copia

La brutta copia e la bella copia – ep. 1106 (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vediamo la “brutta copia” e la “bella copia”

Iniziamo dal termine copia.

Una “copia” è una riproduzione o una duplicazione di un documento, testo, immagine o anche un oggetto.

Una copia può anche riferirsi a una fotocopia o una stampa di un documento originale.

Passiamo agli aggettivi che possiamo abbinare con la copia. I più usati sono bella e brutta.

La brutta copia e la bella copia si usano spesso a scuola, quando si svolge un compito da consegnare ai professori. Si scrive il compito su dei fogli, e si devono consegnare ai professori.

La brutta copia è la versione preliminare o una bozza, spesso usata per raccogliere idee e fare correzioni. Ogni brutta copia va corretta e integrata perché se si consegnasse la brutta copia a scuola il professore potrebbe arrabbiarsi.

Invece la “Bella copia” è la versione finale e corretta, pronta per essere consegnata e valutata.

La “Brutta copia”, in generale, è una modalità che si riferisce a una versione preliminare o non definitiva non solo di un compito ma di un documento, testo, progetto. In pratica, è una bozza iniziale che può contenere errori, imprecisioni e correzioni.

Gli studenti spesso scrivono una brutta copia di un tema, di un compito o di un esame prima di trascrivere la versione definitiva, chiamata appunto “bella copia”.

Questo permette loro di correggere eventuali errori, migliorare la struttura e il contenuto del testo e assicurarsi che il lavoro finale sia il migliore possibile.

Chiaramente, lo avete capito, sebbene si chiamino bella e brutta copia, non sono copie esatte l’una dell’altra.

La brutta copia si usa comunque anche in senso figurato per indicare una versione meno riuscita, inferiore o non ottimale di qualcosa.

Ad esempio, si può dire che una persona è la “brutta copia” di qualcun altro se cerca di imitare quella persona senza riuscirci bene, oppure se un progetto o un’idea sono considerati inferiori rispetto a un altro simile. In questi contesti, l’espressione mantiene l’idea di qualcosa che è solo una bozza o un tentativo non riuscito.

Si può anche essere la brutta copia di sé stessi.

Essere la “brutta copia di sé stessi” è un’espressione usata per indicare che una persona non è al meglio, non è in forma rispetto a come è stata in passato.

Questo può riferirsi a un periodo in cui una persona era più realizzata, energica, felice o in buona salute, e ora appare meno vivace, meno performante o meno soddisfatta.

Es:

Da quando è stato promosso, sembra la brutta copia di sé stesso. È sempre stressato e non riesce a gestire bene i suoi compiti come faceva prima.

Dopo l’infortunio, il campione sembra la brutta copia di sé stesso. Non ha più la stessa velocità e agilità di una volta.

Da quando ha iniziato a lavorare fino a tardi ogni sera, Marco è diventato la brutta copia di sé stesso. È sempre stanco e di cattivo umore.

Anche la bella copia comunque si può usare in senso figurato. “Bella copia” enfatizza il miglioramento e la qualità rispetto a versioni precedenti o meno riuscite.

Dopo il suo percorso di crescita personale, Maria è diventata la bella copia di sé stessa. È più sicura di sé e felice.

L’edizione di quest’anno del festival è la bella copia di quella dello scorso anno. L’organizzazione e gli spettacoli sono notevolmente migliorati.

Dopo la ristrutturazione, il centro storico è la bella copia di quello che era prima. Gli edifici restaurati e le nuove piazze lo rendono incantevole.

Adesso ripassiamo. Oggi facciamo un ripassino piccante.

Un’ultima annotazione prima. Specie quando si parla di brutta copia di sé stessi, si usa spesso anche l’espressione “essere l’ombra di sé stessi“.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo (Uruguay): Allora, ragazzi, sgombriamo il campo dalle timidezze: parliamo di preferenze e pratiche sessuali.

Giovanni: wow Marcelo! A te non ti ci facevo proprio! Voglio vedere adesso cosa rispondono!

Edita (Repubblica Ceca): sempre diretto tu! Niente voli pindarici! Io comunque Preferisco la semplicità, la connessione emotiva è tutto. Le pratiche strane non mi sconfinferano.

Olga (Saint Kitts e Nevis): Io sono d’accordo con te, ma ogni tanto provare qualcosa di nuovo penso possa dare luogo a esperienze interessanti. Bisogna solo stare sul chi va là perché non si sa mai con chi si ha a che fare.

Vasken (Libano): sempre prudente tu! Io invece adoro sperimentare. Sì, può sembrare smodato, ma ho scoperto che uscire dalla propria banale routine è squisitamente piacevole.

Ulrike (Germania): ben detto! Si fa presto a dire che certe cose sono esagerate. Bisogna provarle prima. Io ad esempio ho una corda e un frustino pronti all’uso nel cassetto vicino al letto.

André (Brasile): della serie: la vita è troppo breve per non godersela?

Rauno (Finlandia): Parole, parole, parole. Si fa presto a parlare ragazzi. Siete disposti a passare alla pratica adesso?

Come non mai

Come non mai (ep. 1105) (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi vediamo insieme l’espressione “come non mai“.
L’espressione si usa per enfatizzare un’azione, un evento, o una condizione, indicando che qualcosa sta avvenendo o si sta manifestando o è già accaduta, in modo eccezionale, più intensamente o più significativamente rispetto al passato.

Posso usarla in molte situazioni, come ad esempio per esprimere una situazione di gioia o felicità:

Oggi mi sento felice come non mai.
Ha riso come non mai.

Oppure per esprimere preoccupazione o tristezza:

Mi sento preoccupato come non mai.
Giovanni è triste come non mai.

Oppure per descrivere una performance eccezionale:

Ha giocato bene come non mai.
Ha cantato come non mai.

Magari invece svoglio esprimere impegno o sforzo:

Ha lavorato duramente come non mai.
Si è dedicato allo studio come non mai.

Oppure posso indicare un cambiamento o un miglioramento:

Il giardino è fiorito come non mai.
Il paese è prospero come non mai.

Analizziamo l’espressione.

“Come” introduce una comparazione, un confronto.
“Non mai” assume un significato rafforzativo, enfatizzando il livello di intensità o eccezionalità dell’azione o dello stato descritto.

Se vogliamo, possiamo esprimere lo stesso concetto usando parole diverse, o anche altre locuzioni o espressioni con un significato simile, come:

– Più che mai: Oggi mi sento felice più che mai

– Come mai prima: stavolta ha reagito come mai prima alla sconfitta dell’Italia.

– Come mai prima d’ora: Ha riso come mai prima d’ora

– Come non si era mai visto: Ha lavorato duramente come non si era mai visto

Notate che a volte si può usare anche semplicemente “come mai” al posto di “come non mai“. Siamo pertanto in presenza di un “non” pleonastico, che abbiamo visto nell’episodio dedicato.
Il problema è che “come mai”, come sapete, viene usato principalmente nelle domande per chiedere il motivo o la ragione di qualcosa. Anche di questo ci siamo già occupati in un episodio passato dove abbiamo parlato della differenza tra perché e come mai.

E’ per questo motivo che è meglio conservare la struttura “come non mai” se vogliamo esprimere un’intensità o una qualità mai vista prima.

Quanto ho impiegato per registrare questo episodio? Mamma mia!!! Sono stato veloce e conciso come non mai oggi! Di gran lunga più del solito!

Adesso però facciamo un ripasso delle espressioni precedenti. Mi raccomando, voglio che vi impegniate come non mai!

– – –

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Suvvia ragazzi, diamoci da fare con un bel ripasso discutendo dei vantaggi dell’essere giovani contro quelli dell’essere vecchi. Chi vuole iniziare?

Vasken: Io mi sento in dovere di sfatare il tabù che solo i giovani possano vivere esperienze emozionanti. Anche in età avanzata si possono fare grandi cose!

Julien: Però, essere giovani offre una prontezza di riflessi e un’energia che, in età avanzata, è difficile mantenere. Senza contare la vita sessuale.

Rauno: a mio avviso conta anche la saggezza.

Christophe: Non edulcoriamo le difficoltà della vecchiaia però. Certo, i giovani possono commettere errori, ma hanno anche il tempo per rimediare. Gli anziani, invece, rischiano di impelagarsi in problemi di salute senza ritorno.

Vasken: io, che a dir poco ho superato gli anta, dall’alto della mia esperienza direi che ogni età ha i suoi vantaggi, e, per inciso, a dispetto della mia età ad oggi sono in forma come non mai.

Sin da, sino a, fin da, fino a

Sin da, sino a, fin da, fino a

DURATA MP3: 6 min. circa

DescrizioneSi parla di tempo. Si tratta di locuzioni che usano le preposizioni “da” e “a”. Sto parlando di sin da, sino a, fin da, fino a.

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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

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ENTRAADERISCI

Gira gira, gira che ti rigira

Gira gira, gira che ti rigira

DURATA MP3: 5 min. circa

Descrizione:

Vediamo due espressioni colloquiali  che hanno più o meno lo stesso significato di “alla fine”.

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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

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L’orticello

L’orticello

DURATA MP3: 8 min. circa

Descrizione: Si spiega il significato di “curare il proprio orticello,” usato in senso figurato per descrivere il concentrarsi solo sui propri interessi.

ENTRAADERISCI

Al secolo

Episodio n. 1099 (scarica audio)

L’espressione “al secolo” viene utilizzata in italiano per indicare il nome di nascita di una persona, soprattutto quando questa ha adottato un nome diverso in un contesto particolare, come nel caso di religiosi, artisti o persone note con pseudonimi.

L’uso più comune è per i membri del clero o per le suore, che spesso cambiano nome al momento della loro consacrazione. Infatti l’origine dell’espressione è proprio quella religiosa, e riguarda la passata condizione “secolare”. Il termine “secolare” indica tutto ciò che non appartiene alla religione ma alla vita civile.
Per esempio:

Papa Giovanni Paolo II, al secolo Karol Józef Wojtyła.

Suor Maria, al secolo Giovanna Rossi.

Quindi “al secolo” si riferisce al nome originale di una persona prima che assumesse un altro nome per motivi religiosi, ma oggi si usa anche nel caso di artisti o per motivi professionali, nel caso si usino degli pseudonimi.

Quindi, siccome l’attore Bud Spencer è il nome d’arte di Carlo Pedersoli, possiamo dire, ad esempio:

Bud Spencer, al secolo Carlo Pedersoli, era un amatissimo attore italiano.

L’aggettivo “secolare” invece, oltre ad avere il significato di qualcosa che dura o vive da secoli, tipo “tradizione secolare”, indica anche, come detto, qualcosa appartenente al secolo, cioè allo stato laico o alla vita civile. Si sente parlare spesso del “potere secolare”

Il “potere secolare” si riferisce all’autorità e all’influenza esercitate dalle istituzioni laiche e governative, in contrapposizione al “potere ecclesiastico” che è detenuto dalle istituzioni religiose. In altre parole, il potere secolare riguarda il controllo politico, amministrativo, giuridico e militare, mentre il potere ecclesiastico si concentra sugli aspetti spirituali e religiosi, ma in modo più ampio possiamo riferirci al potere esercitato dalla Chiesa, e alla grande influenza sulla vita pubblica e privata, sull’educazione, e sulla moralità della popolazione.

Storicamente, sebbene il termine “secolare” è stato utilizzato quindi per distinguere le competenze e le giurisdizioni dei governi civili da quelle delle autorità religiose, in molte epoche e contesti, questi due tipi di potere erano strettamente intrecciati, e il conflitto tra loro è stato una caratteristica significativa della storia, specialmente in Europa.

Adesso cambiamo completamente argomento e parliamo di amore. Con l’occasione ripassiamo qualche episodio passato. Ricordo a tutti che i ripassi sono prodotti e registrati dai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Julien: oggi festeggio 50 anni di matrimonio!!! Mica pizza e fichi!

Angela: Beati voi. Come fate ad essere ancora innamorati l’uno dell’altro dopo tutti questi anni?

Julien: e chi ha parlato di amore? Ancora ancora se parliamo di affetto, ma non di più! Scherzo chiaramente! Comunque ci siano avvalsi del contenuto di un libro intitolato “le cinque lingue dell’amore”.

Christophe: Ah, buono a sapersi! Urge scoprire la lingua che parla l’altra metà allora!

Anne Marie: non ci tenere sulle spine spiegaci tutto per filo e per segno su questo libro.

Ulrike: Secondo me bisogna semplicemente badare a quello che ti dice il tuo partner.

Marcelo: Personalmente ne ho fin sopra i capelli di ciò che dice! Ad esempio dice che non mi ritaglio mai del tempo per lei.

Cermen: Ah ecco. Allora è semplice. Fai una gita fuori porta con lei ogni tanto. Ci metterei la mano sul fuoco che la vostra relazione così andrà a gonfie vele!

Edita: la mia lingua è la più facile di tutte e per giunta la più economica. Per sentirmi amata basta ricevere un sacco di complimenti nonché lusinghe.

L’aggettivo “consono”

L’aggettivo “consono”

Durata: 9:16 minuti

Una parola mai usata dagli stranieri è “consono”. Significa “adeguato”, “adatto” o “appropriato” o “in armonia” con qualcosa. Vediamo anche la differenza rispetto a “conforme“. Alla fine ascoltiamo una  breve canzone dedicata all’aggettivo consono.

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Il verbo badare

Badare – ep. 1097 (scarica audio)

Trascrizione

badare

Buongiorno a tutti. Quando scrivo gli episodi di questa rubrica, che si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente”, a volte non bado molto al tempo che passa. Il risultato è chiaramente sempre un episodio molto più prolisso di quanto programmato.

Tra l’altro, anche oggi l’obiettivo è spiegare un verbo e tutti i suoi utilizzi, e anche il verbo di oggi, badate bene, ha parecchi usi diversi, quindi inevitabilmente anche il destino di quest’episodio è già scritto.

Scherzi a parte, badare è un verbo di uso comune da tutti gli italiani. D’altronde l’età media avanza in tutto il mondo, e chi non ha bisogno di una badante o di un badante per un nonno o genitore è già molto fortunato.

E chi bada ai figli delle coppie più giovani mentre sono al lavoro?

In entrambi i casi c’è un costo da sostenere, che sia una badante o una baby-Sitter.

Personalmente non appartengo a nessuna di queste due categorie, ma non è che per questo motivo io possa permettermi di non badare a spese. Assolutamente no!

Riuscire a tenere a bada le proprie voglie di spendere a destra e a manca, senza preoccuparsi del tetto di spesa mensile è, per inciso, purtroppo, un problema che non mi riguarda.

Ecco. Credo di aver usato quasi tutti i modi più comuni di utilizzo del verbo badare.

Ricapitoliamo. Badare è simile a controllare, tenere sotto controllo, stare attenti a qualcosa.

Quindi si può badare al nonno, per assisterlo e fare in modo che mangi o che non cada, così come si può badare ai bambini piccoli per controllarli, per occuparsi di loro. La/il badante serve a questo, ma generalmente sono i genitori o i nonni a badare ai propri figli o i nipoti. Fare il/la badante di una persona è un mestiere vero e proprio, quindi remunerato attraverso un contratto di lavoro.

Si può anche “fare da badante a” qualcuno.

Se io faccio da badante a qualcuno però, e quindi se utilizzo le preposizioni “da”, per indicare l’attività e “a” oppure “per” (indicando la persona che ha bisogno d’aiuto) vuol dire generalmente che non è un mestiere (analogamente a “fungere da”).

Chi fa da badante a nonno oggi? Io devo lavorare!

Questo equivale a dire:

Chi bada al nonno oggi?

Chi sta col nonno oggi?

Chi si occupa di nonno oggi?

Chi controlla il nonno oggi?

Oppure:

Sono tre mesi che sono costretto a fare da badante 24 ore al giorno ai miei suoceri. Non è giusto, anch’io ho bisogno di tempo libero.

Iniziamo dall’inizio però, quando vi ho detto:

A volte non bado molto al tempo che passa

Qui “badare” significa prestare attenzione, fare caso. Quindi, in questo contesto, vuol dire che non faccio molta attenzione al tempo che scorre mentre scrivo gli episodi.

Badate bene, il verbo ha parecchi usi diversi

In questo caso, “badate” è usato come imperativo plurale, esortando i lettori a prestare attenzione, a notare bene.

Chi non ha bisogno di una badante o di un badante per un nonno o genitore è già molto fortunato.

Il sostantivo “badante” deriva dal verbo “badare” e indica una persona che si occupa, che assiste qualcuno, solitamente un anziano.

Non posso permettermi di non badare a spese

Qui “badare” significa considerare o prestare attenzione. “Non badare a spese” significa non preoccuparsi dei costi, essere disposti a spendere senza limiti. Si potrebbe anche dire non controllare le spese.

Riuscire a tenere a bada le proprie voglie di spendere

Tenere a bada” è un’espressione idiomatica che abbiamo già incontrato in un passato episodio. Significa controllare, mantenere sotto controllo. In questo caso, controllare i propri impulsi di spesa.

Anche se c’è una persona che non si riesce a controllare, che è incontenibile, perché magari parla a sproposito o è una persona violenta, si può dire che, ad esempio:

Non riesco a tenerlo a bada.

Andiamo avanti:

Chi fa da badante al nonno oggi?

Fare da badante” significa assumere temporaneamente il ruolo di chi assiste e si prende cura di qualcuno, in questo caso il nonno.

Chi bada al nonno oggi?

Qui “badare” è usato nel suo significato più diretto: prendersi cura di, assistere.

Sono tre mesi che sono costretto a fare da badante 24 ore al giorno ai miei suoceri

Anche qui, “fare da badante” implica l’atto di assistere e prendersi cura dei suoceri.

In sintesi, il verbo “badare” e le sue varianti sono usati per esprimere l’azione di prestare attenzione, controllare, prendersi cura di qualcuno o qualcosa.

Un senso leggermente diverso può essere quello di dedicarsi esclusivamente a qualcosa, spesso con una sfumatura polemica. Ad esempio se dico:

Giovanni bada solamente ai propri interessi

La frase implica che Giovanni si preoccupa esclusivamente dei suoi interessi personali, trascurando o ignorando le esigenze o i bisogni degli altri. Questo uso del verbo “badare” mette in evidenza un atteggiamento egoistico o poco altruista.

Questo significato è diverso dall’uso più comune di “badare”, cioè di prendersi cura di qualcuno o fare attenzione a qualcosa, come in “badare ai bambini” o “badare a non cadere” o “non badare a spese”.

Un ultima sfumatura di significato è fare attenzione a qualcosa, con un tono di raccomandazione o di minaccia:

Bada allo scalino, che potresti cadere!

Bada di uscire per tempo altrimenti perderai il treno;

Io esco. Tu, mi raccomando, bada che il fuoco non si spenga!
Oppure:

Bada ché ti ho visto!

Badate bene a non fare scherzi, ché vi controllo!

Di ripassi ce ne sono abbastanza per oggi. Alla prossima.

Una cosa tira l’altra

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Una cosa tira l’altra

Durata: 9:09 minuti

Si tratta più di un modo di dire simile a “da cosa nasce cosa”. Vediamo però le differenze.

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Da cosa nasce cosa…

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Da cosa nasce cosa

Durata: 7 minuti

Si tratta più di un modo di dire che suggerisce che un’azione (una “cosa”) può portare a nuove opportunità o sviluppi, spesso inaspettati.

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https://youtu.be/2FLkOPeXJ9E

Il verbo stendere

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Il verbo stendere  

Il senso è quello di allungare qualcosa, distendere qualcosa. Può anche avvicinarsi al verbo scrivere o a “buttare giù” qualcosa. Anche elaborare si avvicina. Vediamo le. Differenze e molti esempi di utilizzo. 

photo of person making a pizza
Stendere il pomodoro sulla pizza – Photo by Athena Sandrini on Pexels.com

A+sostantivo

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A+ sostantivo  

L’uso della preposizione “a” seguita da un sostantivo in italiano ha diversi usi a seconda del contesto. Nella frase “a guerra ancora in corso”, l’espressione indica una situazione di contemporaneità o concomitanza con l’evento descritto. Durata: 10 minuti

Appianare le controversie

Appianare le controversie – ep. 1089 (scarica audio)

Trascrizione

Appianare controversieBuongiorno a tutti. Nella sezione dei verbi professionali ci siamo già occupati del verbo dirimere e anche dell’aggettivo dirimente. Abbiamo visto che l’uso che si fa del verbo dirimere è vicino a “separare”, “dividere”, “sciogliere”, “risolvere“. Anche risolvere è stato oggetto di un interessante episodio. Nel caso di dirimere parliamo spessissimo di controversie. Non vi avevo parlato delle controversie ma forse può essere interessante. Cosa sono le controversie? Le controversie sono disaccordi, contrasti o dispute tra due o più parti su questioni di fatto o di diritto. Insomma, una controversia avviene quando due persone, ad esempio, non la pensano allo stesso modo. E’ dunque un disaccordo, una specie di litigio, ma ha un utilizzo nel linguaggio del diritto. Più precisamente, potrei aggiungere che non tutte le controversie sono liti e non tutte sono legate a questioni legali. Il termine “controversia” è spesso utilizzato in un contesto formale, soprattutto in ambito giuridico, per indicare un disaccordo che ha conseguenze legali. Dicevo che non tutte le controversie sfociano in un litigio. Possono esserci disaccordi che si risolvono in modo pacifico e costruttivo, attraverso la comunicazione, la negoziazione o il compromesso. Dunque ” dirimere una controversia” è un modo più complesso e formale per dire “portare a soluzione una controversia“. Che significa? Potrei usare altri verbi, come appianare, concludere, dissipare, risolvere, sanare o sciogliere. Il verbo “dirimere” indica dunque l’atto di risolvere una controversia, prendere una decisione che pone fine a un disaccordo. Risolvere è probabilmente il modo migliore per sostituire il verbo dirimere. E’ interessante anche “appianare“. Deriva chiaramente da “piano” che indica una superficie liscia, senza asperità. Questo è il significato letterale:appianare” significa rendere piano, lisciare una superficie togliendo le asperità e le irregolarità. Se vogliamo usare appianare in modo figurato, le asperità sono le divergenze, i problemi, i punti di discussione, i punti che mettono in conflitto due o più parti. Allora in senso figurato con appianare si vuole indicare l’atto di risolvere un problema, una difficoltà o un ostacolo, eliminando le tensioni e i contrasti. Se c’è un conflitto tra più parti dobbiamo dirimere queste conflittualità, dobbiamo appianare queste divergenze. Esempio:
Il diplomatico ha cercato di appianare le divergenze tra i due paesi.
Come usare “dirimere” in questo esempio? In realtà non è così semplice.

Appianare infatti enfatizza l’aspetto del superamento graduale e pacato delle divergenze, attraverso la mediazione, il compromesso e la ricerca di soluzioni condivise. Si concentra sul processo di riavvicinamento e di ricomposizione delle posizioni contrastanti.

D’altro canto, dirimere sottolinea l’aspetto della risoluzione definitiva e netta della controversia, spesso attraverso un atto di autorità o una decisione vincolante. Implica l’esistenza di un contrasto più marcato e di una necessità di “tagliare il nodo” in modo chiaro e inequivocabile.

Nel caso della frase: “Il diplomatico ha cercato di appianare le divergenze tra i due paesi.”

L’utilizzo di “appianare” risulta più appropriato perché l’obiettivo del diplomatico è quello di promuovere il dialogo, la comprensione reciproca e la ricerca di un terreno comune tra le due nazioni.

L’uso di “dirimere” implicherebbe un approccio più autoritario e unilaterale, che potrebbe non essere efficace o addirittura controproducente in un contesto di relazioni diplomatiche.

Es:

La Corte di giustizia internazionale è stata chiamata a dirimere la controversia territoriale tra i due stati.

In questo caso, “dirimere” è adatto perché si tratta di un’istanza ufficiale con il potere di prendere una decisione vincolante che ponga fine alla controversia in modo definitivo.

Dunque appianare è più adatto per contrasti da superare con gradualità, dialogo e compromesso. E’ anche di uso più comune rispetto a dirimere, che si utilizza per controversie da risolvere in modo definitivo e vincolante.

Adesso passiamo a “dirimente” che è un aggettivo, ma è anche il participio passato del verbo dirimere. Ce ne siamo già occupati nell’episodio dedicato al verbo dirimere. Oggi aggiungiamo qualcosa.

Chiaramente non si usa tutti i giorni questo aggettivo, ma in contesti burocratici e formali, potreste incontrare frasi di questo tipo:
Il voto delle elezioni europee è dirimente per il destino dell’Europa
Vedete che “importante” sembra un sostituto valido per dirimente.
C’è di meglio però.

Una riformulazione più accurata potrebbe essere

Il voto delle elezioni europee avrà un ruolo importante nel determinare il destino dell’Europa.
Oltre a “importante,” potrei provare a sostituire “dirimente” in altro modo:
Cruciale Decisivo Determinante Essenziale Fondamentale Rilevante Significativo Vitale
Ad esempio:
Il voto delle elezioni europee avrà un ruolo cruciale nel determinare il destino dell’Europa.
E’ tutto per oggi. Adesso ripassiamo. – – – ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente – – – Marcelo : Ciao a tutti! Finalmente ci siamo, tra poco ci sarà la riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente in Sicilia! Non vedo l’ora di incontrarvi tutti di nuovo. Scalpito dell’ansia! Edita: Anche io sono super entusiasta, Marcelo! È sempre un piacere ritrovarsi con tutti e condividere la nostra passione per la cultura italiana e inoltre poter rammentare i bei momenti condivisi nelle riunioni passate! Julien: Io non vedo l’ora di scoprire cosa Gianni ha in serbo per noi quest’anno. Spero che ci sia  il momento propizio di condividere una bella pizza fatta da lui e forse qualche calice di buon vino! Jennifer: Hai ragione, Julien! Mi piacerebbe molto partecipare a qualche laboratorio di cucina e rendermi edotto sulla preparazione della pizza. Sarebbe un’occasione per migliorare il mio italiano e giostrarmela meglio nel corso di una conversazione. Edita: Io invece vorrei chiacchierare su temi di attualità e politica legati all’Italia. Un modo interessante per approfondire la mia conoscenza del paese. Julien: E non dimentichiamo le visite a posti archeologici e i pranzi e cene insieme! L’ultima volta è stato molto divertente! Marcelo: Ci sono davvero tante cose da aspettarsi da questa riunione. Non vedo l’ora di essere li. Basti pensare che sono stato a un passo dal non poter partecipare! Edita: suvvia amici, se c’è qualcuno ancora indeciso, coraggio, non  ve ne pentirete!

Edotto

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Edotto

In questo episodio in particolare vediamo l’utilizzo di “essere edotto” e “rendere edotto”.

Parliamo di informazioni e di conoscenze. C’è qualcuno che trasmette una informazione o qualcuno che acquisisce una informazione, cioè che viene a conoscenza di qualcosa.

Il verbo gravare e l’aggettivo gravoso

Gravare e gravoso – ep. 1087

audio mp3

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti in questo nuovo episodio della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Spero che non siate gravati da troppi impegni ma per ascoltare questo episodio basteranno una decina di minuti.

L’episodio è dedicato al verbo gravare e agli aggettivi gravoso e gravosa.

Il verbo “gravare” ha a che fare con i pesi, ma non necessariamente con pesi veri, con oggetti pesanti. Anzi, quasi mai è così.

Parliamo di un peso morale o molto spesso economico.

Gravare quindi può significare “pesare”, ma in senso figurato.

Se parliamo di peso economico o derivante da responsabilità, possiamo tradurlo con “essere oneroso” oppure in altri contesti può indicare qualcosa che ha un peso peso morale o psicologico.

Alcuni verbi alternativi per “gravare” includono, oltre a “pesare”, anche “affliggere”, o “opprimere”, a seconda del contesto.

Vediamo qualche esempio:
La situazione economica attuale grava pesantemente sulla popolazione.

Le tasse elevate gravano sui cittadini italiani.

La responsabilità di prendersi cura degli anziani grava sulla famiglia

Le spese eccessive gravano sul bilancio familiare.

Vediamo adesso l’aggettivo “gravoso” e “gravosa” che derivano chiaramente dal verbo “gravare” e vengono utilizzate per descrivere qualcosa di pesante, oneroso o opprimente.

Se qualcosa grava su di me, allora è gravosa per me.

Ad esempio, si potrebbe dire:

La situazione economica attuale è gravosa per molte famiglie italiane.

Il compito assegnato è estremamente gravoso per gli studenti.

Questo compito quindi è troppo difficile, comporta evidentemente molto tempo e molto studio da parte loro. Forse troppo.

Questo aggettivo è dunque utilizzato per descrivere situazioni, compiti o responsabilità che sono difficili da sopportare o che richiedono uno sforzo significativo.

Il carico di lavoro durante la stagione turistica è gravoso per i dipendenti dell’hotel.

Le condizioni meteorologiche avverse hanno reso il viaggio particolarmente gravoso per i turisti.

Dunque gravoso può sostituire aggettivi come difficile, complicato, impegnativo, lungo, dispendioso. Vediamo qualche ultimo esempio in cui vi indicherò l’aggettivo più adatto a sostituire gravoso o gravosa. Poi potrete tornare alle vostre faccende quotidiane, che sono già abbastanza gravose per poter aggiungere altri impegni.

– Difficile: Una decisione così importante può essere gravosa da prendere.

– Complicata: La procedura burocratica è risultata gravosa da completare.

– Impegnativo: Il progetto di ricerca è stato gravoso da portare a termine.

– Lungo: Un viaggio così lungo può essere gravoso per chi soffre di mal di mare.

– Dispendioso: L’acquisto di questa nuova attrezzatura si è rivelato gravoso per il bilancio aziendale.

– Pesante: Il carico di responsabilità può essere gravoso da sopportare.

– Oneroso: L’affitto mensile di quell’appartamento è risultato gravoso da sostenere.

– Faticoso: Il lavoro fisico continuo è stato gravoso da svolgere.

– Oppressivo: Le restrizioni imposte sono risultate gravose da tollerare.

Gravoso, lo avrete capito, è abbastanza “pesante” come aggettivo, dunque quando gli aggettivi alternativi non sono particolarmente efficaci per descrivere la gravosità in esame, la pesantezza o la difficoltà, allora hanno bisogno di un rinforzo per poter sostituire efficacemente l’aggettivo gravoso.

Quindi “molto difficile”, e “molto complicato” esprimono un senso più vicino all’uso di gravoso. Ciò non toglie che possiamo rinforzare anche gravoso:

Particolarmente gravoso

Eccessivamente gravoso

Molto gravoso

È tutto per oggi. È il momento del ripasso, che grava chiaramente sulle spalle (efficace, vero?) dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. A voi la parola.

– – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

– – –

Albéric: Con buona pace dei più pigri tra di noi, evitiamo che questo ripasso gravi sulle spalle del nostro grande capo.

Paul: convengo con te. Aspettiamo fiduciosi. Hai visto mai che un membro se ne esca con un bel ripasso? non fosse altro che per alleviargli questo peso!

Cristophe: Stai fresco! Tant’è vero che oggi è pure un giorno festivo! Capirai!

Ulrike: Dai raga, diamoci da fare! Non sarà mai detto che non diamo una mano a Gianni di tanto in tanto.

Angela: tra l’altro, così non perdiamo una bella opportunità per rispettare una delle 7 regole d’oro: repetita juvant.
Marcelo: Hai ragione, anche se mi dà di volta il cervello, sarò lieto che il ripasso non sia rimasto sul groppone di Gianni!

L’espressione “sfido io” e le alternative meno informali

L’espressione “sfido io” – episodio n. 1086 (scarica audio)

Trascrizione

sfido io!Buongiorno a tutti. Ricordate quando abbiamo parlato della parola “grazie“?

Oltre ad essere il ringraziamento che tutti conoscete, è anche, come abbiamo visto, una forma informale e ironica di ringraziamento.

Una espressione abbastanza simile è “sfido io“. Attenzione, non ho detto “io sfido”, ma “sfido io”. L’ordine delle parole è molto importante.

E’ abbastanza informale anche questa espressione, ma può risultare meno aggressiva.

Esiste anche una forma ancora più aggressiva e volgare, se è per questo: “grazie al….”. Ma possiamo farne a meno in questo episodio. Se non altro perché la volgarità non è nelle mie corde 🙂

Sfido io” non è per niente aggressiva se si usa il tono giusto. Si sta parlando di qualcosa che si ritiene ovvio, qualcosa che ha più di un motivo per risultare vero. Se qualcuno parla con me e fa una affermazione; io, se ritengo che questa affermazione sia vera e soprattutto se ho dei motivi validi per dire questo, allora posso usare questa affermazione e solitamente si aggiunge il motivo per cui si ritiene vera, anzi ovvia, questa affermazione.

Quindi si può usare per esprimere condivisione:

Affermazione: Questo film è un capolavoro!

Risposta: Sfido io che sia un capolavoro! Hai visto chi è il regista?

Affermazione: finalmente riesco a parlare bene l’italiano senza fare errori

Risposta: sfido io, sono 5 anni che sei iscritto all’associazione Italiano Semplicemente!

Affermazione: Non c’è niente di meglio di una pizza fatta in casa!

Risposta: Sfido io! Il sapore genuino degli ingredienti freschi, la soddisfazione di prepararla con le proprie mani… vuoi mettere?

Si esprime una condivisione ma si sta anche rafforzando un’affermazione, perché si ha qualcosa da dire che rafforza quanto appena ascoltato.

Affermazione: Sono sicuro che la mia squadra vincerà la partita.

Risposta: Sfido io che vincerà! Hanno giocato benissimo ultimamente, sono in forma smagliante e il morale è alto.

Affermazione: Questo studio dimostra chiaramente che il cambiamento climatico è una realtà.

Risposta: Sfido io che sia una realtà! I dati sono incontrovertibili, la comunità scientifica è concorde e le conseguenze sono già visibili. Non avete visto come sono aumentate le temperature ultimamente?

Si può anche usare per creare un’atmosfera informale e scherzosa:

Affermazione: Ho mangiato così tanto oggi che non riesco più a muovermi!

Risposta: Sfido io che non riesci a muoverti! Sei ingrassato come un pachiderma!

Affermazione: Sono così stanco oggi.

Risposta: Sfido io! Sono due giorni che non chiudi occhio!

Avrete notato che spesso si ripete ciò che si ritiene ovvio:

Sfido io che tua sia stanco

Sfido io che sei stanco…

Si dovrebbe usare il congiuntivo ma spesso se ne fa a meno, considerato il carattere informale dell’espressione.

Cosa ha a che fare “sfido io” col verbo sfidare? L’espressione “sfido io” deriva da un uso figurato del verbo “sfidare”, con il significato di “mettere in dubbio la veridicità di qualcosa”.

Come a dire “sfido chiunque a dire il contrario”. Si è talmente sicuri di questa cosa che si è disposti, ironicamente si intende, a sfidare chi pensa che questa cosa non sia vera.

In buona sostanza, si tratta di un modo spesso ironico per esprimere una forte convinzione e condivisione riguardo a un’affermazione.

In alternativa si usa spesso anche “certo” e soprattutto “ci credo”. Il senso è il medesimo. Un’alternativa più elegante è invece ‘”lo credo bene

Es:

ci credo che Giovanni riesce a scrivere un episodio in soli 15 minuti, sono 8 anni ormai che pubblica episodi tutti i santi giorni!

lo credo bene che sei stanco, non hai chiuso occhio tutta la notte!

Affermazione: Ho saputo che Franco si è laureato!

Risposta: ci credo! Sono due anni che ha finito gli esami. Era ora!

Se vuoi essere più serio e usare un linguaggio meno informale, si possono usare diverse modalità, come ad esempio:

Affermazione: Ho imparato l’italiano in solo 6 mesi

Possibili risposte: Beh certo, so che sei membro dell’associazione Italiano Semplicemente. Non fatico a crederci!

Voglio farvi notare che, se non usiamo “sfido io”, per mantenere un significato simile, non basta in teoria esprimere un accordo con frasi tipo:

Sono pienamente d’accordo.

Condivido pienamente la tua/sua opinione.

La tua/sua affermazione è assolutamente vera.

Non potrei essere più d’accordo con lei/te

Sottoscrivo in pieno le tue/sue parole.

Si deve aggiungere qualcosa dopo, per sottolineare la validità dell’affermazione, per evidenziare un aspetto che rende l’affermazione ancora più significativa. Chiaramente usando un linguaggio meno informale si risulta spesso meno incisivi. Es:

D’altronde è evidente che…

Oltretutto

Per di più..

Poi i fatti dimostrano che…

Infatti si è visto che…

Se non altro…

Non fosse altro

Oltre ad aggiungere argomenti a sostegno della propria convinzione, si può anche riformulare l’affermazione originale con enfasi. Vediamo qualche esempio.

Lei ha perfettamente ragione a dire questo, oltretutto tutti gli esperti concordano con lei.

Come ha ben detto lei, non c’è alcuna speranza di vincere le elezioni, soprattutto in virtù dell’ultimo scandalo che ha coinvolto il partito.

Concordo al 100% con la sua analisi, tra l’altro c’erano state delle forti avvisaglie in passato.

La sua osservazione coglie perfettamente nel segno, se non altro alla luce delle evidenze che emergono dagli ultimi dati.

Non fatico a credere che stai male. D’altronde te ne sono successe parecchie ultimamente.

Queste sono modalità che si possono usare in alternativa a “sfido io”, ricordandovi che l‘utilizzo di “sfido io” (e anche di “ci credo” e “grazie“) è appropriato solamente in contesti informali e con persone che conosci bene.

Se non vuoi essere offensivo, è anche importante evitare un tono di voce arrogante o aggressivo. L’obiettivo è esprimere condivisione e rafforzare la propria opinione in modo ironico e leggero.

Di conseguenza, se non sei sicuro che l’espressione sia adatta alla situazione, è meglio utilizzare un linguaggio più neutro.

Tornando a bomba, qualcuno si stara chiedendo: ma si può usare “sfidi tu”, “sfidiamo noi” eccetera? La risposta è no!! Esiste solamente “sfido io”. Al massimo potete evitare “io”, perché tanto è scontato, quindi può dire ad esempio:

Sfido (io) che non dormi! Sono due giorni che non chiudi occhio!

Adesso ripassiamo qualche episodio passato.

– – –

Ripasso registrato dai membri dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

– – – 

paul marcelo angela

Edita: Luca mi ha detto che hai un vizio segreto. Vuoi svelarmelo? Non mi dire che sei ricaduto nell’atavico vizio dell’amore a pagamento!

Marcelo: Stai fresca! Luca dovrebbe imparare a tenere la bocca chiusa. Posso dirti però di avere un debole per il cioccolato.

Christophe: In virtù del fatto che siamo amici, devo dire che lo sapevo già. Hai la faccia da chi ha appena mangiato un intero barattolo di Nutella!

Ulrike: Questo non è neanche l’unico suo vizio. Ti ricordi quando gli ho chiesto se poteva smorzare i toni mentre parlavamo di politica? Pareva gli avesse dato di volta il cervello. Era scatenato!

Danielle: Senza contare la sua poca accortezza nella spesa. Hai contezza di quanto spende mensilmente per cose inutili?

Paul: Questi suoi vizi mi confortano. Almeno non sono l’unico ad averne.

Angela: Ci mancherebbe! È risaputo che anche io non scherzi quanto a vizi. Tutta colpa di mia madre!

Camille: Scusa, ma che c’azzecca tua madre? Ancora ancora tuo padre, che ti ha sempre viziata da piccola. Da questo punto di vista non sei diverso/a da me comunque.

Junna: una magra consolazione! Va bè ragazzi ci aggiorniamo domani che io devo andare.

Mostrare gli attributi

Mostrare gli attributi – 1085 – (scarica audio)

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Oggi facciamo un episodio un po’ particolare, per via del fatto che l’espressione “mostrare gli attributi” è apparentemente una locuzione innocua, ma in realtà è la versione elegante di “tirar fuori le palle”.

Naturalmente voi stranieri potreste aver difficoltà anche nel comprendere quest’ultima espressione; allora iniziamo dalla parola attributi.

Un attributo è innanzitutto un aggettivo che indica una qualità, una caratteristica di un sostantivo. L’attributo è ciò che viene attribuito, è dunque un aggettivo che si collega a un nome per attribuirgli una qualità, una caratteristica.

Tipo: “il giovane presidente”, ma anche “il presidente giovane”. “Giovane” è la caratteristica attribuuta al presidente, quindi è attributo.

Al presidente si attribuisce questa qualità, questa caratteristica. Per questo motivo l’aggettivo assume la funzione di attributo.

Parliamo della cosiddetta “analisi logica”. Niente paura. Basti sapere che l’attributo è l’aggettivo che può essere posto prima o dopo un nome per indicarne una qualità o una caratteristica.

Attributo può anche essere sostantivo, non solo aggettivo. In pratica si usa perlopiù come sinonimo di “caratteristica”.

L’intelligenza spero sia un mio attributo

Esiste anche il cosiddetto “attributo di stima” che è una dimostrazione di stima.

Es: vi ringrazio per l’attributo di stima nei miei confronti.

Cioè: vi ringrazio per avermi dimostrato che mi stimate. Vi ringrazio per aver detto parole positive su di me, che dimostrano la vostra stima nel miei confronti

La cosa più interessante però è che al plurale, attributo diventa attributi. Cioè, non è questa la cosa interessante, ma che al plurale, attributi si utilizza anche per indicare i cosiddetti attributi maschili, o attributi femminili. Ma cosa sono?

Parliamo di un eufemismo scherzoso per gli organi genitali, sia femminili che maschili, ma soprattutto per quelli maschili.

Possiamo riconoscere l’uso di questo senso figurato soprattutto in frasi come:

Mostrare gli attributi

Tirar fuori gli attributi

Mancanza di attributi

Servono gli attributi

Una persona con gli attributi

Ma qual è il legame tra i due utilizzi, quello di qualità, caratteristica e quello degli organi genitali?

È presto detto.

“Mostrare gli attributi” è un modo fantasioso e forte per dire: esibire le qualità di una persona. Significa quindi dimostrare di avere le qualità richieste, soprattutto se queste qualità sono quelle della convinzione, del coraggio, della sicurezza nei propri mezzi, della forza.

Es: Giovanni è convinto di vincere la scommessa. Ha scommesso che tu non riuscirai a dichiarare il tuo amore a Giulia. Vai, dimostra a Giovanni che hai gli attributi per farlo. È il momento di mostrare gli attributi.

Questo significa che bisogna dimostrare a Giovanni di avere quelle qualità che Giovanni non crede che tu abbia: il coraggio, in questo caso.

Analogamente, la “mancanza di attributi” può indicare la mancanza di determinate caratteristiche o qualità.

Es:

Giovanni crede che ti manchino gli attributi per laurearti in 4 anni.

Dicevo che attributi si usa normalmente di più come eufemismo per gli organi geniali maschili.

La versione volgare di mostrare gli attributi è pertanto “mostrare le palle” o “tirar fuori le palle”. Questo è il motivo per cui si usa il plurale e non il singolare.

Ad ogni modo, sia la versione volgare che quella edulcorata sono utilizzabili sia per gli uomini che per le donne. Infatti qualità come il coraggio e la sicurezza in sé stessi, così come la facoltà di accettare qualunque sfida che sia alla propria portata, possono essere prerogative sia di uomini che di donne. La forza invece può essere più spesso una prerogativa maschile.

Parlare di attributi, in questo senso, non è da considerare volgare. Al limite, meglio evitare “tirar fuori gli attributi”, e preferire versioni meno esplicite, tipo “Servono gli attributi”, meglio anche di “mostrare gli attributi”.

Anche la frase “una persona con gli attributi” è relativamente innocua.

Ci si riferisce a qualcuno che possiede le qualità desiderate per una particolare situazione. Può essere particolarmente adatta a ricoprire un incarico o semplicemente è molto istruita o molto sicura di sé.

Adesso ripassiamo.

– – –

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano (per adesioni scrivere a italianosemplicemente@gmail.com)

– – –

Anthony: Su, ragazzi, facciamo una chiacchierata sui nostri attori italiani caratteristi preferiti.  Ce ne sono tra i più disparati. Chi vuole iniziare?

Rafaela: Posso dire che Bombolo è riuscito a ingraziarsi il pubblico con la sua comicità unica?

Danielle: Assolutamente sì! Non che sia quello che più preferisco, ma comunque mi ha sempre fatto molto ridere.

Christophe: Parlando di attori che sanno accattivarsi il pubblico, non posso non citare Paolo Villaggio. Ha un talento non indifferente nel conquistare lo spettatore, direi anche in ruoli impegnativi.

Estelle: Ancorché io in genere abbia sempre ambito a diventare un’attrice di nicchia, devo ammettere che ci metterei la firma per avere una carriera simile alla sua.

Marcelo: Ah, allora vorresti diventare una attrice anche tu? Per quanto io possa sforzarmi, non mi ti riesco ad immaginare su un set.

Paul: non pare neanche a me che tu abbia questa inclinazione.

Il verbo “crogiolarsi”

Il verbo “crogiolarsi”

Trascrizione

Buongiorno a tutti. Se state ascoltando questo episodio di domenica mattina, mentre vi crogiolate nel letto, è già un buon inizio per comprendere il significato del verbo crogiolarsi.

Ha chiaramente a che fare col godimento, con lo stare bene. Se vogliamo essere più precisi, quando una persona si crogiola (attenzione alla pronuncia) gli sta piacendo molto ciò che sta facendo.

Si sta deliziando in una situazione specifica, tanto che sta prolungando il piacere il più possibile. Quando una persona si crogiola in un’attività, non smette volentieri di farlo.

Amate prendere il sole sul vostro lettino sulla spiaggia? Allora vi piace crogiolarvi al sole.

Ve la state godendo davanti al vostro camino in una fredda serata d’inverno? Allora potete dire che amate crogiolarvi al fuoco, o al calduccio del vostro caminetto.

Ci si può anche crogiolare in un pensiero o in un sentimento.

Evidentemente, quando questo accade, vi state compiacendo del vostro pensiero, vi state beando del vostro sentimento, vi state deliziando, state gongolando mentre avete quel pensiero.

È il sentimento opposto alla sofferenza, alla pena. Però ci si può paradossalmente anche crogiolare in cose negative, come il dolore. Questo si fa a scopo provocatorio o per enfatizzare un comportamento negativo.

Vediamo qualche esempio.

In una giornata di sole, mi piace crogiolarmi sulla spiaggia, sentendo il calore del sole sulla pelle.

Non posso credere che Giovanni si stia crogiolando nella sua ignoranza invece di cercare di imparare qualcosa di nuovo.

Dopo una lunga giornata di lavoro, mi piace crogiolarmi nel mio letto, rilassandomi e dimenticando lo stress.

Maria non ha fatto altro che crogiolarsi nel suo dolore anziché cercare di superarlo e andare avanti.

Possiamo dire che crogiolarsi è simile anche a indugiare, quindi soffermarsi in una situazione piacevole, come ad esempio una situazione di ozio.

Nel caso del dolore o del dispiacere, quando diciamo che una persona vi si crogiola, evidentemente proviamo un certo fastidio nel vedere questa persona che parla continuamente delle sue disgrazie e vicissitudini, e questo è un suo modo per sfogarsi. Prova una certa soddisfazione nel farlo, un certo piacere, se vogliamo.

Se vogliamo usare il verbo in modo transitivo, possiamo ad esempio crogiolare una pietanza sul fuoco. Non è un verbo di uso comune in questo caso, ma crogiolare significa cuocere qualcosa lentamente, quindi a fuoco moderato e con poco liquido. Questa lentezza della cottura ci aiuta a capire anche l’uso di crogiolarsi: un piacere prolungato.

Adesso ripassiamo:

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Andrè Arena
Andrè Arena, corrispondente in Brasile (Araraquara, San Paolo) di Italiano Semplicemente

André (Brasile): ragazzi, avete visto le notizie? Rio Grande do Sul, in Brasile, è stata teatro di una tragedia senza limiti! Manco fosse arrivato un secondo diluvio universale!

Albéric (Francia): Questi disastri naturali meriterebbero un mea culpa da parte di tutti noi. Non rispettare l’ambiente, alla lunga, è un atteggiamento che non paga.

Angela (Cina): Il problema è che spesso i politici sono troppo occupati a pontificare anziché agire concretamente.

Hartmut (Germania): Esatto, con buona pace degli ambientalisti.

Marcelo (Uruguay): Beh, questo è opinabile. La questione è soggettiva, ci sono sempre opinioni diverse.

Ulrike (Germania): Ma se non si agisce, si rischia di passare il segno. Anzi, secondo me l’abbiamo già passato da un pezzo.

Anthony (USA): oltretutto bisogna pure darsi una mossa, perché il minimo sindacale non può basta’ (versione romanesca di “bastare”).

Julien (Francia): Il fatto è che le ricadute delle attività umane sono tantissime ed è palese che siamo ancora in alto mare riguardo ai giusti provvedimenti da adottare.

Christophe (Francia): Va bene ma non fasciamoci la testa, possiamo ancora uscirne. Non vorrei passasse il messaggio che qualunque tentativo sarà velleitario. Non siamo ancora al punto di non ritorno.

Anne Marie (Francia): Sarà, ma la sequela di errori che commettiamo deliberatamente giorno dopo giorno è emblematica.

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Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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La malafede e la buona fede (ep. 1081)

Episodio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Le alte sfere (ep. 1079)

audio mp3

Trascrizione

Tutti noi abbiamo studiato, almeno un po’, matematica. Giusto? Tutti allora conosciamo la sfera, che ha la forma di una palla, ma parliamo del nome geometrico. La palla ha una forma sferica. Quindi la sfera è una figura geometrica tridimensionale.

Qualunque oggetto di forma sferica può venire in realtà detta sfera. Esistono molti usi frequenti nella lingua italiana:

La sfera celeste, cioè il cielo stellato, che ha una ipotetica superficie sferica sulla quale sembrano disposte le stelle. Esiste la “penna a sfera”, che ha una sfera metallica sulla punta. A parte questi usi, in senso figurato il termine sfera si può usare in diversi modi.

Da una parte può indicare una condizione sociale o professionale, un certo ambiente in cui si vive o si lavora.

Si dice ad esempio che una persona può appartenere a una sfera elevata.

Oppure, riferito anche ad organizzazioni di qualunque tipo, che una persona occupa le alte sfere militari, economiche, politiche, finanziarie.

Altre volte in modo molto simile si usa la parola cerchia, ma se usiamo cerchia, generalmente si tratta di  un gruppo ristretto di persone che si conoscono e si frequentano regolarmente, creando legami di amicizia, collaborazione o scambio di informazioni, come la “cerchia di amici”.

I termini “sfera” e “cerchia” possono avere alcune somiglianze nell’uso figurato, soprattutto quando si riferiscono a gruppi di persone o contesti sociali. Entrambi i termini possono suggerire un senso di appartenenza, coesione e condivisione di interessi comuni.

Le “alte sfere” si usa spessissimo in modo ironico, soprattutto in contesti politici o sociali. In questo senso, assume un significato simile a “luoghi elevati”. Si usa per sottolineare la distanza tra le persone comuni e coloro che le governano, e per criticare la loro presunzione o incompetenza.

Es:

Ma che ne sanno le alte sfere dei problemi della gente comune?

Le solite manovre delle alte sfere per accaparrarsi i posti di potere.

Non è che per caso alle alte sfere qualcuno ha deciso di aumentare le tasse?

In alcuni casi, l’ironia può assumere una sfumatura di sarcasmo o addirittura di rabbia, soprattutto quando l’espressione viene usata per denunciare ingiustizie o soprusi da parte dei potenti.

Non tutti gli usi dell’espressione “alte sfere” sono ironici. Può essere usata anche per indicare effettivamente i luoghi dove si esercita il potere o le persone che lo detengono. Tuttavia, l’uso ironico è sicuramente il più frequente.

A parte le sfere elevate e le alte sfere, gli altri usi figurati possono indicare anche semplicemente un ambito circoscritto, un determinato settore di attività o di competenza. Somiglia alla parola “ambito” (attenzione all’accento).

La sfera affettiva, ad esempio, è tutto ciò che riguarda l’ambito affettivo. Possiamo usare il verbo racchiudere (essendo una sfera): la sfera affettiva racchiude le nostre emozioni, sentimenti e passioni. È il regno dell’amore, della gioia, della tristezza, della rabbia, della paura e di tutte le sfumature emotive che colorano la nostra esistenza. Es: 

La sfera d’influenza invece cosa racchiude? Racchiude tutte le persone e i contesti in cui abbiamo potere. Rappresenta il nostro potere di agire e condizionare il mondo che ci circonda. Racchiude, cioè comprende, le nostre capacità, risorse, relazioni e il contesto sociale in cui viviamo.
E la sfera sessuale? Qui parliamo dell’ambito del sesso. Comprende la nostra sessualità, il nostro corpo, i nostri desideri e le nostre esperienze intime. È legata al piacere e alla riproduzione.
Esistono anche altre sfere chiaramente, come la sfera cognitiva, cioè il mondo del pensiero, dell’apprendimento, della memoria e della conoscenza. La sfera spirituale invece si riferisce alla dimensione trascendentale dell’esistenza, ai valori, alle credenze e al senso di connessione con qualcosa di più grande di noi stessi. Può includere esperienze religiose, mistiche o filosofiche.
La sfera sociale racchiude le nostre relazioni con gli altri.
La sfera economica, la sfera politica, sfera ecologica, la sfera mediatica eccetera. L’importante è che descriviamo ambiti specifici, come anche la sfera artistica, la sfera sportiva, la sfera culinaria o la sfera letteraria.
Ditemi di voi adesso. Parlatemi di una sfera a vostra scelta.
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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
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Jennifer Nella mia sfera sociale, qui in Abruzzo, è un miscuglio fra italiani che parlano italiano, quelli che parlano solo il dialetto e degli stranieri che, essendo ancora a carissimo amico con la lingua italiana, hanno cioè solo un’infarinatura. Potete immaginare come le nostre conversazioni siano alquanto divertenti. Quando ci ritroviamo in un mare di confusione siamo costretti ad usare gesticolazioni creative per farci capire, e di quelle in Italia ce n’è in abbondanza.
Marcelo:  Nella sfera sportiva e soprattutto nel mondo calcistico, si discute su chi sia il miglior giocatore mai esistito. Pelé, Maradona, Messi e nei circoli dei giornalisti, si aggiunge anche Alfredo Distefano. Secondo me, una discussione bizantina che sicuramente lascia il tempo che trova!
Segue una breve canzone dal titolo: “le sfere della vita”

Profuso, profondere e profusamente (ep. 1078)

audio mp3

Trascrizione

Trascrizione

È un verbo un po’ strano il verbo profondere.

Anche un italiano, se gli venisse chiesto di fare una frase con questo verbo, avrebbe qualche esitazione all’inizio. Non sarebbe un problema invece usare il participio passato “profuso” che è anche un aggettivo.

Infatti il verbo profondere suona un po’ strano, perché nella forma dell’infinito si usa pochissimo.

Una particolarità è che ad essere profuso solitamente è una cosa: l’impegno. Questo nel 90 percento dei casi.

Oltre all’impegno, si può definire profuso o profusa anche la collaborazione, la scrittura, la salivazione, i complimenti, le lodi, il sangue, le lacrime ma anche le spese e il denaro. Può essere profusa anche una chioma, quindi la capigliatura o la barba di una persona.

In generale profondere significa spargere, versare largamente, dare abbondantemente. Il senso è anche figurato chiaramente.

Dunque, ad esempio:

L’impegno profuso da Giovanni è stato notevole.

L’Impegno, quando si dice “profuso” ci si trova in genere in ambito formale, professionale.

Profondere impegno significa dedicare grande sforzo, energia o attenzione a qualcosa.

Si usa questa modalità per indicare il grande lavoro o l’impegno che qualcuno ha messo in una determinata attività o compito.

Quando si fanno dei ringraziamenti, specie se pubblicamente, si usa molto spesso. Altrimenti, in altri contesti, basterebbe dire ad esempio:

Vi ringrazio per l’impegno che avete messo in questa attività.

Ma in occasioni pubbliche molto più diffuse sono frasi tipo la seguente:

Desidero infine esprimere un caloroso ringraziamento alle organizzazioni per l’impegno profuso (o per il profuso impegno)

Riguardo agli altri usi, ad esempio:

Il papa ha voluto elogiare l’encomiabile opera di beneficenza profusa dalle associazioni.

Quanto denaro profuso per cose inutili nella mia famiglia

Nel caso del denaro, quando viene profuso è come dire che è stato sprecato. Si tratta di sperpero, spreco, scialo di soldi. Si tratta di uno scialacquamento di soldi. In alternativa posso anche parlare di profusione di denaro.

Marito e moglie si sono separati nonostante le lacrime profuse da parte dei figli.

C’è stata quindi una grande quantità di lacrime che sono state versate.

L’uomo aveva una profusa barba che scendeva sul petto.

Evidentemente era una lunga barba che scendeva sul petto.

Era una barba fluente, sciolta.

I membri dell’associazione mi hanno profuso amicizia, accoglienza e sostegno.

Evidentemente c’è stata una grande accoglienza, amicizia e sostegno da parte di tutti.

Le energie profuse da tutti meritano i miei complimenti.

Esiste anche l’avverbio profusamente, che significa abbondantemente, diffusamente, ampiamente, copiosamente; solo un po’ più formale.

Es:

Nelle due guerre mondiali il sangue è stato profusamente sparso.

Abbiamo discusso profusamente del nostro rapporto tutta la serata.

Lo abbiamo fatto abbondantemente allora, in modo diffuso, ampio.

Quando capita di ferirsi, se la ferita continua a sanguinare profusamente nonostante le cure iniziali, bisogna cercare assistenza medica.

Maria aveva litigato con l’amica, di cui mi ha parlato profusamente tutta la sera.

Anche profusamente suona un po’ più formale rispetto ad avverbi simili, ma non preoccupatevi perché non c’è niente di male ad usare il verbo o l’aggettivo o l’avverbio anche in famiglia o fra amici.

È tutto per oggi.

Ripassiamo adesso qualche parolina o espressione che non abbiamo ancora profusamente utilizzato.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Il mio tentativo:
nell’intento di fare il ripasso, all‘improvviso ho ricordato il tranello che mi aveva fatto Gianni a ragione, visto che lo sbagliavo sempre, per farmi capire l’uso della parola intento, e non lo dimenticherò mai…
Ho imparato la lezione!

Ulrike: Complimenti a Marcelo per l’impegno profuso in fatto di ripassi. Appena vista la richiesta di Gianni, si mette all’opera e da lì a poco se ne esce con un bel ripasso, così comprovando la sua inclinazione e passione per l’apprendimento della lingua italiana. Ce ne fossero di studenti come lui, proprio merce rara direi.

Estelle: Non ho la stoffa per sfoderare di punto in bianco un ripasso degno di nota.
Per abbozzare un ripasso, prima devo rispolverare le lezioni e scervellarmi un po’.
Poco a poco il testo sta prendendo forma, visto?
Niente di trascendentale ma che volete, sono ancora in alto mare con la padronanza della lingua italiana.

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Segue una breve canzone dal titolo “profusamente te”.

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Ha ragione, a ragione (ep. 1077)

Ha ragione, a ragione

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Trascrizione

La lettera h sarà pure muta (la cosiddetta “mutina”, come veniva chiamata la lettera h nel gergo scolastico di un tempo), però con o senza di essa, anche il senso della frase muta! (cioè cambia).

Permettetemi questa battuta come inizio di questo episodio in cui l’obiettivo è spiegare soprattutto l’utilizzo della locuzione “a ragione” con “a” senza la lettera h.

Tutti sapete usare infatti “ha ragione” con la lettera h. Es:

Giovanni ha ragione

Tua madre ha ragione a dire che devi studiare si più

Eccetera.

Si tratta quindi del verbo avere.

Ma “a ragione“- senza acca, è, come dicevo, una locuzione italiana che si usa per indicare che qualcosa è giusto o corretto. Parliamo sempre del fatto che una persona ha ragione (con l’acca), ma non stiamo usando il verbo avere.

Usiamo invece la preposizione semplice a.

Può essere utilizzata per sottolineare non che una persona “ha ragione”, ma che una persona ha una buona ragione o un valido motivo per pensare o agire in un certo modo. È importante specificare. Stiamo solitamente valutando una situazione a posteriori.

Ad esempio:

Gianni ha parlato a ragione quando ha detto che la situazione era pericolosa.

Significa che Gianni ha detto qualcosa che poi si è dimostrato essere corretto, poiché la situazione era effettivamente pericolosa. In altre parole, le sue preoccupazioni avevano fondamento.

Oppure:

Chi parla a ragione ha sempre ragione

Potremmo sostituire “a ragione” con “giustamente” e a volte anche con “a maggior ragione“, di cui ci siamo già occupati.

Altro esempio, immagina che Maria abbia criticato un progetto di lavoro perché pensava che non fosse abbastanza dettagliato. Successivamente, il progetto ha avuto problemi proprio a causa della mancanza di dettagli.

In questo caso, si potrebbe dire:

Maria ha parlato a ragione quando ha sollevato dubbi sulla completezza del progetto, poiché i problemi che abbiamo incontrato confermano effettivamente le sue preoccupazioni.

Chiaramente esiste anche la locuzione “a torto“, che esprime il senso opposto. Ne abbiamo parlato in un episodio dedicato proprio al “torto“.

Si usa per indicare che qualcuno si è sbagliato o ha agito in modo errato senza una valida ragione. Anche questa osservazione viene fatta solitamente a posteriori.

Ad esempio:

Luisa ha criticato il nuovo film senza vederlo, quindi possiamo dire che ha criticato a torto. Il film, perché non l’aveva ancora visto.

Significa che la critica di Luisa non era giustificata perché non aveva esperienza diretta del film. Infatti non l’aveva visto.

Oppure:

Il dittatore, a torto, pensava di conquistare il mondo, e invece il suo esercito e i suoi sogni sono stati distrutti.

Ricordate l’espressionea ragion veduta“? Anche in questo caso, come anche in “a maggior ragione” , l’utilizzo della preposizione a è esattamente lo stesso. Tutte indicano un ragionamento o un’azione che è giustificata o ben ponderata. “A ragion veduta”, come ricorderete, si riferisce a un giudizio o a un’opinione formata dopo un’attenta considerazione dei fatti o delle circostanze, magari perché si aveva già avuto quell’esperienza. Si era già visto (o “veduto”) il possibile risultato.

Con “A maggior ragione“, invece, sempre senza acca, si fa un confronto e si esprime un motivo aggiuntivo per giustificare un’azione o un pensiero.

Parlatemi di voi adesso. Potrete rispondermi, a ragione, che dovete pensarci un po’. Pensateci pure e poi fatemi sapere.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

marceloMarcelo:

Come la vedi questa storia? Durante questi tre ultimi giorni, ho dovuto affrontare un’aspra battaglia legale con l’ente che si occupa della mia pensione. È stata un’esperienza frustante! Veramente un incubo! Il calcolo della pensione iniziale a mio avviso é stato effettuato in modo errato, come avevo detto a ragione in tempi non sospetti con le mie indagini. Sono più di 10 anni che ci rimpalliamo con sta benedetta pensione. Vai a capire i meandri della burocrazia!

Segue una canzone dal titolo “lo dicevo a ragione

Mi hai mai amato? Non lo so
a ragione lo dicevo
Le tue parole
Confondevo
Quando dicevo “Io ti amo”
Tu dicevi no
a torto però

Mi hai mai amato? Non capisco
Le tue azioni
Mi rendo conto
Mi hai fatto credere a un sogno
Che era solo un gioco

Mai amato
Mai amato
Le tue parole erano false
Mai amato
Mai amato
Mi hai spezzato il cuore
Oh no

Essere in alto mare (ep. 1076)

audio mp3

Trascrizione

landscape photograph of body of water
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Quando siamo molto lontani dal trovare una soluzione o dal raggiungere un obiettivo possiamo usare una bella espressione: essere in alto mare.

L’espressione “essere in alto mare” ha chiaramente un senso letterale. Significa trovarsi lontano dalla costa, lontano dalla terra. Quando una nave ad esempio si trova in alto mare, la terra è molto lontana e non si vede neanche.Il fatto di usare l’aggettivo “alto” non si riferisce quindi alla profondità dell’acqua, ma alla distanza dalla terra. E’ pur vero però che, normalmente, più siamo in “mare aperto” (altra modalità per indicare una notevole distanza da terra) e più il mare è profondo.

Il fatto di usare l’aggettivo “alto” non si riferisce quindi alla profondità dell’acqua, ma alla distanza dalla terra. E’ pur vero però che, normalmente, più siamo in “mare aperto” (altra modalità per indicare una notevole distanza da terra) e più il mare è profondo.

Vediamo qualche esempio in senso proprio:

La nave da crociera ha avuto un guasto al motore ed è rimasta in alto mare per giorni.

I pirati hanno assalito il mercantile in alto mare.

A parte il senso proprio, decisamente più utilizzato è l’uso figurato, per indicare il trovarsi in una situazione difficile e incerta, senza una chiara via d’uscita.

Esempi:

I negoziati per il nuovo contratto di lavoro sono ancora in alto mare.

Non so quando uscirò stasera. Devo terminare il mio lavoro ma sto ancora in alto mare

Il progetto è ancora in alto mare perché mancano i finanziamenti.

Il processo di digitalizzazione della Pubblica amministrazione è in alto mare. Ci vorranno anni

In questi casi, l’espressione “essere in alto mare” evoca un senso di instabilità, incertezza e difficoltà. Spesso c’è anche un senso di scoraggiamento derivante dal fatto che non si riesce a “vedere la fine”, come si dice. Lo scoraggiamento è uno stato mentale negativo caratterizzato da una sensazione di svogliatezza, demotivazione e pessimismo.

C’è un’espressione simile che abbiamo già incontrato: essere a carissimo amico“, che esprime lo stesso concetto, solo in modo più simpatico.

Adesso ripassiamo. Parlatemi di quando vi siete trovati in alto mare.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Non occorre fare mente locale per ricordare tutte le volte che mi sono trovato in situazioni scoraggianti, demoralizzato e pessimista, dunque quando mi sono sentito in alto mare. Però tranquilli, con tutto che me ne sono capitate di cotte e di crude, essendo un ottimista per natura e uomo dalle mille risorse, dico sempre che, presto o tardi, tutto passa!

Ulrike: Essendo ancora a carissimo amico con l’apprendimento della lingua inglese, sarebbe un bel passo in avanti se un giorno speriamo non troppo lontano, riuscissi a raggiungere lo stesso livello del mio l’italiano. Ad oggi però non la vedo così facile.

Marguerite: Da parte mia devo dirvi che mi vedo costretta ad imparare un po’ d’informatica, diciamo almeno il minimo sindacale. Lungi da me infatti l’idea di diventare una smanettona! In merito a quest’impegno sono decisamente in alto mare!

 

Il minimo sindacale (ep. 1075)

Il minimo sindacale (scarica audio)

Descrizione

Il “minimo sindacale” è quel livello di sforzo o impegno appena sufficiente per dire “ho fatto il mio”. È la soglia che separa il “ci ho provato” dal “sono andato oltre”, ed è la filosofia che guida chi cerca di fare il meno possibile senza finire nei guai. Nell’episodio scopriamo come il “minimo sindacale” si nasconde un po’ ovunque: sul lavoro, nella vita e nelle piccole abitudini quotidiane. Perfetto per chi vuole ridere, riflettere e riconoscersi nelle piccole, pigre scelte di ogni giorno. Non perdertelo su Spotify – potresti scoprire che il minimo può essere… molto di più!

Trascrizione

Ieri sera siamo andati al ristorante e abbiamo speso 25 euro a testa. Non molto vero?

Il propretario ha detto che per quello che abbiamo mangiato, 25 euro sono il minimo sindacale.

Questa è un’espressione chiaramente idiomatica, che si può utilizzare in particolari occasioni, per indicare un valore o un livello minimo indispensabile di qualcosa.

Nel caso del prezzo da pagare al ristorante sarebbe come dire che meno di così non si poteva pagare, considerata la quantità di cibo consumata.

“Sindacale” fa riferimento ai sindacati dei lavoratori, cioè alle organizzazioni create per difendere i diritti dei lavoratori, sia in termini di salario sia per la tutela della loro condizione lavorativa in generale: ambiente di lavoro, sicurezza e salubrità.

I sindacati fanno dunque attività sindacale, e il “minimo sindacale”, nel senso proprio, rappresenta il salario minimo orario che il datore di lavoro deve corrispondere (cioè pagare) al lavoratore per la sua attività lavorativa. Si sente continuamente parlare di salario orario minimo, anche recentemente, e la cifra che viene stabilita contrattualmente come valore minimo al di sotto del quale non si può scendere viene detta minimo contrattuale o anche minimo retributivo o minimo sindacale.

Si fa una contrattazione collettiva nazionale di reparto e viene stabilito questo valore minimo come valore di “equa retribuzione” applicabile a tutti i rapporti di lavoro subordinato.

Si hanno chiaramente tanti valori minimi, a seconda del livello.

Esiste il concetto di “giusta retribuzione” e per capire se la propria retribuzione è giusta, si guardano i cosiddetti “minimi tabellari” stabiliti per ciascuna categoria e qualifica dei c.c.n.l. (contratti collettivi nazionali di lavoro).

Questi contratti collettivi sono stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative.

Questa è l’origine del “minimo sindacale”, però come accade molto spesso nella lingua italiana, una espressione nata in un certo campo sì finisce per utilizzare in senso figurato anche in altri contesti.

Si fa quasi sempre riferimento alla sfera dei diritti in qualche modo. Non sempre comunque, perché a volte si tratta semplicemente di ridurre qualcosa, ma questa riduzione ad un certo punto deve fermarsi, perché non si può andare oltre.

Vediamo qualche esempio aggiuntivo.

La Roma batte il Milan con il minimo sindacale. Finisce 1-0.

Qui parliamo del minimo possibile per poter parlare di vittoria.

Anche 2-1 o 3-2 sarebbero vittorie con il minimo sindacale. Ciò che conta è la distanza tra i gol segnati e quelli subiti.

Altro esempio:

Offerta imperdibile: 10 bottiglie di spumante al prezzo minimo sindacale.

Impossibile abbassare ancora il prezzo. Questo il senso della frase.

Ancora:

Non voglio così tanto da te. Almeno una telefonata al giorno per sapere come sto. Chiedo il minimo sindacale, altrimenti perché stiamo insieme?

Oppure:

Non sei mai stato molto affettuoso con me. Mi ha sempre solo dato il minimo sindacale.

Qui siamo in un contesto sentimentale, ma anche in questo caso, sempre in modo figurato, possiamo parlare di minimo sindacale. Si parla di un minimo al di sotto del quale non vogliamo andare, non è possibile andare, o il minimo indispensabile, il minimo necessario.

Nel linguaggio formale però non si usa l’espressione in modo figurato. In contesti professionali si preferisce parlare di “minimo possibile” o “minimo indispensabile”.

Adesso ripassiamo parlando proprio di minimo.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Marcelo: Ho fatto mente locale, e all’improvviso ho ricordato la scuola, dove si studiava il minimo comune multiplo o anche di come ridurre una espressione ai minimi termini.

Hartmut: Era doveroso studiare attentamente queste cose in matematica. Io avevo difficoltà, con tutto che dedicavo molto tempo alla matematica.

André: a me vengono in mente i colleghi che facevano il “minimo indispensabile”, al lavoro. Ho sempre predicato nel deserto. Non riuscirò mai a farci il callo.

Con tutto che – contuttoché (ep. 1074)

Con tutto che (contuttoché)

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Trascrizione

Avrei giurato che con tutti gli episodi che ho pubblicato su italiano semplicemente, ci fosse anche almeno una citazione, almeno un utilizzo di “con tutto che”. Invece, con tutto che ad oggi gli episodi sono più di 2000, non avevo mai usato finora questa congiunzione. Veramente strano.

Generalmente si scrive in tre parole: “con tutto che” . ma si può anche scrivere tutto in una parola: contuttoché, con l’accento acuto sulla e. Si usa comunque prevalentemente all’orale e forse è per questo motivo che non l’ho mai usato. Ma quando si parla con una persona, anche io lo uso molto di frequente.

Per iscritto invece preferisco usare sebbene, nonostante, quantunque, ancorc (su cui c’è un episodio) malgrado, anche se. Pensate che con tutto che ho persino fatto un episodio dedicato anche a “per quanto“, neanche in quell’episodio ho citato questa equivalente modalità. E dire che c’è anche un terzo episodio episodio su “benché“.

Sto giocando un po’, ma ciò che voglio dirvi è che è comunque utile conoscere e saper usare anche questa modalità, quantunque sia usata in prevalenza all’orale.

Ad ogni modo contuttoché viene utilizzata per esprimere un’idea di concessione o contrasto, in modo simile a “nonostante” o “benché” eccetera

Viene usata per introdurre una frase che contraddice o limita ciò che è stato detto precedentemente.

Vediamo qualche esempio.

Mia sorella fa la segretaria da 20 anni, con tutto che è laureata.

Non mi è mai piaciuta la pizza, con tutto che sono nato a Napoli.

Io in questi esempi ho sempre usato il verbo all’indicativo, ma si può usare anche il congiuntivo.

Es:

sono stato bocciato, con tutto che avessi studiato notte e giorno per mesi.

Contuttoché Giovanni sia guarito dalla malattia del Covid, continua a indossare sempre la mascherina.

Posso aggiungere che rispetto soprattutto a sebbene e benché, di solito si usa il tono della voce per enfatizzare e spesso si dedica una frase a parte, sempre per enfatizzare.

Es:

non amo fare scherzi il primo di aprile, con tutto che sono un tipo che ha sempre in mente gli scherzi.

Invece benché e sebbene si mettono soprattutto all’inizio della frase, sebbene questa non sia una regola.

Adesso, ripassiamo parlando di umorismo.

Marcelo: Oggi, primo di aprile, è il giorno del pesce d’aprile, una giornata umoristica la cui nascita si crede risalga al sedicesimo secolo in Francia e consiste nello scambiarsi scherzi che non causino conseguenze negative. Quanto al concetto di umorismo, consiste nel ridere “con” le persone, e non “di” loro. Se qualcuno inciampa e cade, non è carino deriderlo. Un esempio? Una volta un uomo mentre ballava scivolò e cadde sulle terga. Tutti ridevano “di” lui. Con prontezza di riflessi, mentre si alzava disse: “La prossima volta lo farò meglio!” E tutti risero “con” lui! Questo sì che è vero umorismo!

Miracolo al centro commerciale

Un racconto di MARGHERITA MILANO, letto da Sofie.

Durata: 20 minuti

Episodio per i membri dell’Associazione italiano Semplicemente

Trascrizione

Me ne ero andata al centro commerciale per meditare. Dal soffitto a quadretti, come la pagina di un quaderno di un bambino delle elementari filtrava una luce azzurra tenue. Mi ricordava quella della chiesa
della mia infanzia, dove era dipinto un giudizio universale molto brutto ma che io guardavo per distrarmi dalla noia dell’ora di catechismo.

Le volte laterali del centro commerciale, sicuramente con ambizioni maggiori della piccola chiesa di campagna, erano dipinte di rosa, e contribuivano a dare l’aspetto di una cattedrale dal cui altare maggiore sprigionava una luce divina.

Continua… 

Prontezza di riflessi (ep. 1073)

Prontezza di riflessi

richiesta adesione iscrizione associazione

Trascrizione

Ho una domanda per voi. La sfida è che dovete rispondere entro due secondi.

Immaginate di avere tre pulsanti davanti a voi. Dovete premere il pulsante giusto prima del vostro avversario.

Un pulsante è per rispondere si, uno è per rispondere no, il terzo è “forse, ci devo pensare”.

Ecco la domanda: sapete cosa significa essere pronti di riflessi?

Tempo scaduto.

Se avete risposto in tempo, evidentemente siete persone pronte di riflessi. Anche se non ne conoscete il significato.

Essere pronti di riflessi significa proprio questo: essere preparati a reagire rapidamente e spesso anche istintivamente. A reagire a cosa? In genere a situazioni impreviste o pericolose.

Si può usare però anche in senso più ampio, come ho fatto io all’inizio.

I riflessi, tecnicamente, sono delle risposte automatiche del corpo a stimoli esterni o interni, che si verificano senza coinvolgimento cosciente. Ad esempio, il riflesso di retrazione del piede quando si tocca la zona sotto il ginocchio. Il ginocchio reagisce muovendosi in avanti e questo accade anche senza la nostra volontà in quanto è una reazione automatica.

Chiaramente nell’esempio che ho fatto ho usato in senso figurato il termine riflessi.

In senso figurato, i “riflessi” possono indicare reazioni istintive o anche solamente immediate di una persona a determinate situazioni, senza necessariamente implicare un coinvolgimento cosciente o razionale.

Si può usare anche al singolare: riflesso. Da non confondere col riflesso relativo alla riflessione della luce.

I riflessi della luce sono fenomeni ottici in cui la luce si riflette su una superficie e cambia direzione.

Questo può avvenire su superfici lisce come uno specchio o su superfici rugose come un foglio di carta. Quando la luce riflette su una superficie abbiamo un riflesso.

Poi ci sono anche i riflessi ai capelli che si fanno dal parrucchiere.

I riflessi in questo caso si riferiscono a una tecnica di colorazione dei capelli in cui vengono aggiunti riflessi più chiari o più scuri per creare dimensione e profondità nel colore dei capelli. Questa tecnica può essere utilizzata per aggiungere luminosità e contrasto al colore naturale dei capelli o per creare effetti più audaci e creativi.

Tornando alla prontezza di riflessi, che può essere intesa sia nel senso proprio, riferendosi alla rapidità delle risposte fisiche automatiche del corpo, che nel senso figurato, indicando la prontezza nella risposta a situazioni o problemi anche in un contesto più ampio.

Vediamo altri esempi:

Ieri stavo cadendo dal mio monopattino perché ho preso in pieno una buca. Fortunatamente sono stato pronto di riflessi e sono riuscito a non cadere.

Stavo discutendo con un tizio in un parcheggio, lui voleva assolutamente parcheggiare al mio posto, ma l’ho visto arrivare con la coda dell’occhio e subito ho occupato il posto in un secondo prima che lo facesse lui.

Nel calcio, durante una partita, potremmo commentare una grande parata di un portiere che riesce a parare un tiro molto pericoloso e da distanza molto ravvicinata. Ci vuole una grande prontezza di riflessi da parte del portiere per parare quando un calciatore avversario tira da molto vicino.

Esiste anche un altro modo di riferirsi a questo tipo di reazione: il riflesso incondizionato. Il riflesso incondizionato è anch’esso una risposta automatica e innata a uno stimolo specifico. Non richiede apprendimento o esperienza per manifestarsi e avviene in modo naturale. Ad esempio, il riflesso di suzione nei neonati è un riflesso incondizionato in cui il neonato succhia automaticamente quando qualcosa tocca la sua bocca. Si usa il riflesso incondizionato anche quando una reazione viene spontanea, anche se magari, avendo a disposizione un tempo maggiore per pensare, si crede che la reazione sarebbe stata differente.

Un esempio ulteriore di riflesso incondizionato potrebbe essere quando qualcuno si ritrae istintivamente da una fonte di calore intenso, come mettere la mano su una superficie calda. In questo caso, il ritirarsi istintivo è una risposta automatica e innata al pericolo di scottarsi, senza bisogno di apprendimento o razionalizzazione, cioè senza bisogno di stare a pensare.

Voi invece cosa mi dite dei vostri riflessi? Rifletteteci e fatemi sapere.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Ulrike: Avete presente coloro che hanno sempre la battuta pronta? In quanto tali mi sa che si tratta di persone dotate di prontezza di riflessi, per lo meno in fatto di spiritosità. Io purtroppo non posso annoverarmi tra di loro, a me le idee argute e spiritose, semmai, mi vengono in differita, di rado dal vivo.

Marcelo: Vorrei in merito citare due pugili, per inciso, entrambi campioni mondiali! Il primo un americano arci conosciuto, Casius Clay, poi diventato Mohamed Ali. Ricorderete i suoi veloci riflessi per schivare i colpi immagino. Vabbè… almeno chi ha superato gli anta saprà di chi parlo.
L’altro è Nicolino Locche, argentino, famoso per abbassare la guardia e mostrare il volto al suo avversario, che non riusciva mai a colpirlo! Difficile centrare il bersaglio con questo tizio! Purtroppo, tutt’e due hanno avuto il Parkinson in età avanzata. Cercate su YouTube qualche video che li riguarda. Sono degni di nota! Quanto alla mia prontezza di riflessi, beh, meglio che ne parliamo un’altra volta!

Estelle: Avete presente quel diabolico strumento della cucina chiamato mandolina? Cucinare per gli altri è per me un piacere da sempre. Ero avvezzati a usarla frequentemente in modo quasi istintivo. Ineluttabilmente ciò che doveva accadere è accaduto, e il mio dito ha preso il posto della patata. Non vi dico lo stato di panico nella casa: i figli hanno subito attivato il campanello d’allarme. Da quel giorno ho sviluppato una certa prontezza di riflessi per ritirare le dita mentre la lama si avvicina. Conunque, a ragion veduta, senza voler demonizzare questa macchina, penso che il da farsi sia probabilmente dimenticarla. Dire che questa macchina è pericolosa è un eufemismo.

Smanettare (ep. 1072)

Smanettare

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Sapete qual è l’abilità degli informatici? La loro abilità consiste nel fatto che sanno smanettare.

Smanettare nell’uso più comune, significa saper utilizzare il computer con grande abilità, con una certa disinvoltura.

In particolare si utilizza quando una persona riesce a risolvere problemi più o meno complessi, sperimentando soluzioni, cercando soluzioni usando i vari programmi del computer.

Si può usare anche quando si sa usare bene il cellulare con lo stesso senso. E non solo il cellulare.

È un verbo informale che chiaramente fa riferimento alle “mani”.

Come a dire che cliccando di qua e di là, provando prima una cosa e poi un’altra si riesce facilmente a risolvere dei problemi.

Vediamo qualche esempio:

Sono due ore che stai smanettando col telefonino. Ma cosa stai facendo così concentrato?

Il cancello automatico non funzionava bene. Ho dovuto smanettare un po’ col telecomando per capire come funzionasse.

Questo è uno smartphone molto adatto per chi riesce a smanettare e usare tutte le funzioni.

È un po’ complicato installare questo programma. Però se smanetti un po’ vedrai che ce la puoi fare.

È interessante che esiste anche l’aggettivo, che indica una persona appassionata di informatica, che riesce e si diverte a modificare le varie funzioni del proprio computer o dei software che vi sono installati, o a muoversi con disinvoltura tra le varie funzioni di un dispositivo elettronico e magari anche ad aggiungere funzioni nuove. Chi ha queste abilità viene chiamato “smanettone“.

Teoricamente però smanettare deriva anche da “manetta“, un termine associato alla velocità.

Infatti andare a manetta significa andare a tutta velocità. È chiaramente informale anche questa espressione.

Allora smanettare può anche significare andare molto velocemente, proprio come “andare a manetta”.

Infatti quando si guida una moto di usa la mano destra per accelerare.

Una modalità alternativa è “andare a tuffo gas” “o anche “andare a tutta birra“. Si tratta di forme alternative a “andare a tutta velocità“.

In realtà però, almeno personalmente, non mi pare di aver mai visto o sentito usare il verbo smanettare in questo modo, per indicare velocità.

E voi sapete smanettare? Siete degli smanettoni? Parliamo quindi di competenze informatiche. Come ve la cavate?

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Jennifer: Fra mio figlio ed io non c’è confronto quando parliamo di competenze informatiche. Lui smanetta gli aggeggi come se avesse sviluppato un sesto senso; è davvero uno smanettone. Purtroppo io sono un dinosauro perso nel mondo della tecnologia. È come se quasi mi mancassero le sinapsi necessarie per comprendere come funzionano le cose che utilizzano la tecnologia dei computer. Ce l’ho messa tutta per imparare ma sfortunatamente anziché diventare abbastanza competente i miei figli sono convinti che io possieda “un’energia storta” che non lascia indenne alcun dispositivo che è nelle mie vicinanze.

Marcelo: La competenza informatica è oggi un requisito fondamentale per quasi tutti i lavori. Un viatico indimenticabile direi! Non c’è colloquio di lavoro che non includa domande sul livello raggiunto. Non essendo nato nell’era digitale, il mio consiglio è lasciare la paura da parte e mettersi in gioco! All’inizio sembrerà duro, però man mano che ci impegniamo tutto diventerà liscio come l‘olio! Suvvia, non vi pentirete amici! Almeno così è stato il mio percorso. Bisogna seguire delle tappe, un passo alla volta, così di tappa in tappa Si diventa sempre un po’ più più bravi! Fatevi sotto!

L’aggettivo “atavico” (ep. 1071)

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Sapete qual è il male atavico degli italiani? C’è chi dice sia l’individualismo.

Altri dicono che il male atavico degli italiani sia l’incoerenza.

Altri ancora dicono che sia il camaleontismo. Per altri ancora è l’indifferenza. Per alcuni siamo persino ondivaghi, cioè vaghi, imprecisi, che cambiano spesso opinione, quindi siamo mutevoli, instabili. Questi sarebbero tutti mali atavici di noi italiani.

Ma, prima di tutto, cosa significa male atavico?

Atavico è un aggettivo che non si usa per descrivere solo un male. Dentro alla parola atavico c’è “avi” che significa antenati, progenitori.

In generale atavico o atavica descrive una caratteristica, un tratto, un elemento, una radice. Qualcosa che dipende o è legato alla cultura e alla vita dei nostri progenitori, i nostri avi.

Insomma, atavico è qualcosa che è nel sangue, nel dna di un popolo, qualcosa che è stato trasmesso dalla cultura, dagli usi e dai costumi di un popolo.

Se qualcosa è atavico, vuol dire che risale agli antenati, che deriva dagli avi.

Quindi l’aggettivo viene associato a caratteristiche o comportamenti che sembrano risalire a tempi antichi, ereditati dai progenitori o dalle origini ancestrali di una persona o di una cultura.

Ho detto origini “ancestrali”. In effetti ancestrale è un sinonimo di atavico. Possiamo usarlo senza problemi al suo posto. In più la forma femminile è uguale a quella maschile.

Vediamo qualche esempio con atavico:

In Grecia, la pratica del teatro tragico ha radici ataviche che risalgono all’antica tragedia greca.

In Italia, la passione per il cibo e la convivialità sono tratti atavici che si riflettono nella cultura culinaria e nelle riunioni familiari.

In Francia, la tradizione del vino e della gastronomia è un elemento atavico che ha radici profonde nella cultura nazionale.

In Germania, la tradizione della birra e dei mercatini natalizi è un tratto atavico che riflette l’importanza della convivialità e delle festività nella cultura tedesca.

In Inghilterra, il folklore e le leggende antiche sono parte integrante della cultura, con origini ataviche, che risalgono ai tempi dei miti e delle leggende medievali.

In Norvegia, il legame con la natura e le tradizioni vichinghe sono elementi atavici che influenzano la cultura lo stile di vita norvegesi.

In generale, la pratica della superstizione è un tratto atavico che può essere riscontrato in molte culture, manifestandosi attraverso credenze e rituali che hanno radici antiche.

L’aggettivo “atavico” inevitabilmente si usa parlando di popoli e culture. Volendo si può usare anche per descrivere caratteristiche biologiche o comportamenti che sembrano avere radici profonde nella storia evolutiva di una specie.

Vi ricordo poi il termine “retaggio” che è chiaramente legato all’aggettivo “atavico”. Direi che atavico però viene da più lontano, è più radicato nel passato e si usa di più parlando di popoli.

Adesso parlatemi di un tratto atavico della vostra cultura usando qualche episodio passato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Estelle: La chiave di volta per capire il mio retaggio familiale risiede probabilmente nel valore che diamo al lavoro. Da sempre i miei genitori mi hanno trasmesso l’importanza dello sforzo per raggiungere gli obiettivi da prefiggersi.

Marcelo: Io, cari amici, come argentino, direi che la nostra eredità è senz’altro influenzata dalla cultura spagnola fin dalle origini. Così, tutto è stato tramandato per secoli. Ma nel secolo XIX e alle porte del secolo XX, i governi argentini hanno promosso una corrente migratoria molto importante. A quel tempo, l’Argentina era un paese ricco e promettente, e questo portò all’arrivo di tanti italiani, francesi, tedeschi, russi, britannici e di altri paesi. Questo ha implicato che l’Argentina si è trasformata in un crogiolo di culture e quindi è difficile individuare un unico retaggio.

Inoltrare e inoltrarsi (ep. 1070)

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Cos’hanno in comune un bosco, la primavera e una email? La risposta risiede nel verbo inoltrare.

Infatti ci si può inoltrare in un bosco, la primavera può essere inoltrata e si può inoltrare una email.

Le tre frasi condividono il concetto di “avanzare” in qualcosa. Nel primo caso, ci si inoltra nel bosco, quindi si avanza, ci si addentra nel bosco, nel secondo caso si inoltra la stagione primaverile cioè ci troviamo nel pieno della stagione primaverile e nel terzo caso si inoltra un’email, cioè si invia una e-mail che abbiamo ricevuto.

Quindi c’è un legame tra le tre frasi. Tutte e tre implicano un movimento o un progresso in avanti in un determinato contesto.

Nel caso del bosco, inoltrarsi nel bosco significa penetrare all’interno del bosco, ma si può dire lo stesso di un territorio, quindi inoltrarsi è simile a addentrarsi in qualcosa. Es.

La ragazza si inoltrò nella foresta.

Quindi non solo la ragazza è entrata nella foresta ma è andata “oltre”. È entrata nella foresta ma è penetrata dentro e ha fatto anche un po’ di strada. C’è un po’ il senso del pericolo in questo caso.

Ad ogni modo ciò che conta è che la ragazza non si trova all’inizio del suo percorso. Si è inoltrata, cioè è andata avanti (oltre l’inizio) in modo significativo.

Quando è una stagione ad essere inoltrata stiamo invece usando il verbo il senso figurato.

Significa giungere a una fase avanzata della stagione, quindi ancora una volta non all’inizio ma la stagione è iniziata già da un po’ di tempo.

Es:

L’ultima volta che ci siamo visti era autunno inoltrato.

È primavera inoltrata e ancora non si vedono alberi fioriti. Che strano!!

Infine, l’unico uso transitivo del verbo inoltrare è relativo al linguaggio burocratico.

Nel linguaggio burocratico infatti inoltrare può significare due cose.

Significa trasmettere un messaggio in via gerarchica, quindi analogamente a diramare, distribuire ad altri.

Ma significa anche inviare a qualcuno una e-mail ricevuta.

Quest’ultimo è l’uso più comune.

Si può quindi inoltrare una direttiva (un tipo di comunicazione) agli uffici competenti, nel senso di inviare, trasmettere, diramare, ma molto più spesso si inoltra un’email a qualcuno a cui può interessare il contenuto di quel messaggio. Ci siamo già occupati della differenza tra inviare, mandare, spedire, inoltrare. Date un’occhiata se volete.

È bene ribadire che se si inoltra una email a qualcuno vuol dire che qualcuno quella e-mail l’ha inviata a noi, e noi a nostra volta la inviamo ad altri.

Es:

Ho ricevuto una email dal direttore. Te la inoltro, dimmi che ne pensi.

Avrete notato la somiglianza tra inoltro e inoltre. Falso allarme comunque.

“Inoltro” e “inoltre” sono due parole che hanno significati e utilizzi diversi.

Un “Inoltro” indica infatti l’azione di inviare qualcosa (simile a invio), come un messaggio o un documento, a un’altra persona o destinazione.
Inoltre” invece è un avverbio che significa “in aggiunta a quanto detto”, “oltre a ciò” o più semplicemenete “anche” e “poi”.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Parliamo di attività sportive.
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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Tra le attività che mi piacciono di più si trovano il campeggio e il trekking. Molte volte mi sono inoltrato nei meandri di boschi intricati, con pericoli dappertutto, però fortunatamente ne sono uscito indenne in tutte le occasioni.

Camille: Da annoverare tra le cose importanti in quegli sport ci sono i bastoni per l’arrampicata, una bottiglia per l’acqua, occhiali da sole, cappello e una gavetta con dei medicinali di base, il minimo imprescindibile.

Danielle: ma da avere sempre all’occorrenza c’è anche alcol, bende, aspirina, cerotti adesivo, ecc., è poi occorre buonumore: un buon viatico per tutte le attività.

Edita: Avete iniziato ad accarezzare l’idea di esordire in questa disciplina? Suvvia amici! Non esitate. Non ve ne pentirete mai!

L’aggettivo indenne (ep. 1069)

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faceless firemen by building on fire
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Mi è stato suggerito da Camille, un membro dell’associazione Italiano Semplicemente, di fare un approfondimento sul termine “indenne“.

Ebbene, l’aggettivo indenne deriva dal termine “danno“. Come sapete, un danno è una diminuzione, più o meno grave di efficienza, di consistenza o di valore, dovuta a cause fortuite o anche volontarie. Esistono poi diversi tipi di danni. Esistono danni morali e danni materiali, ma anche e soprattutto danni economici. Quando subiamo un danno economico abbiamo un effetto economico negativo conseguente dall’azione di qualcuno o da un fatto e così “subiamo un danno” normalmente quantificabile in un certo numero di euro o altra valuta.

Esiste anche il danno fisico, relativo alla salute. In medicina, è un termine usato come sinonimo di lesione, disfunzione, alterazione.

Es: subire un danno celebrale o un generico danno al fisico.

Ebbene, “indenne” è un aggettivo che sta ad indicare un’assenza di danni. Quindi se io non subisco alcun danno dal verificarsi di un evento, posso dire che sono indenne o che sono uscito indenne da questo evento. Il prefisso negativo “in” è usato in questo caso per esprimere valore contrario, e viene premesso soprattutto ad aggettivi che esprimono concetti graduabili, tipo incapace, incerto, inefficace, insicuro, inutile.

Anche indenne è un esempio dell’uso di questo prefisso, anche se “danno” è un sostantivo,

Passiamo ai verbi che si utilizzano quando parliamo di danni.

Con i danni si può usare il verbo subire ma anche il verbo patire. Quindi indenne significa anche che una persona o qualcosa non patisce alcun danno:

Con indenne invece si usano principalmente i verbi: rimanere, restare e uscire:

Fortunatamente dal terremoto ne sono uscito indenne

La crisi finanziaria mondiale ha dimostrato che nessuna economia può rimanere indenne dalle conseguenze dei problemi globali.

Ho stipulato l‘assicurazione per restare indenne rispetto agli infortuni sul lavoro

Maria è uscita indenne dall’incidente

Comunque indenne fortunatamente ha anche dei sinonimi. A seconda dell’occasione possiamo usare incolume, illeso o sano e salvo. Oppure salvo, intatto, integro, e anche “perfetto”.

Dicevo che “indenne” si usa anche per le cose e non solo per le persone:

es:

L’incendio ha devastato la chiesa ma il quadro è rimasto indenne.

La pandemia ci ha insegnato inoltre che “indenne” è anche un sinonimo di “immune” quando si parla di contagio.

Es:

Ci sono alcune zone italiane risultate completamente indenni dall’epidemia

Quanto alle differenze con i termini simili, “illeso” può essere usato in contesti simili a “indenne” e “incolume“, ma talvolta porta con sé un senso di fortuna o miracolo nel non essere stato danneggiato, come “uscire illeso da un incidente automobilistico”. Intonso invece, sebbene abbia un suono simile, si usa generalmente in contesti diversi, come abbiamo visto, quando si tratta di qualcosa di mai utilizzato, più che di qualcosa di non danneggiato.

Anche “scampare da un pericolo” trasmette un senso simile. Si potrebbe dire lo stesso dei verbi cavarsela. Se invece riusciamo a prevenire questo pericolo prima che si manifesti, allora possiamo usare il verbo “scongiurare” a meno che non si tratti di qualcosa di ineluttabile

Oggi vorrei che il ripasso quotidiano vertesse sulla felicità. Pare che il paese più felice sia la Finlandia. E questo perché i finlandesi si godono appieno le piccole gioie della vita, come l’aria pulita, l’acqua cristallina e le passeggiate nei boschi. Che ne pensate?

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Andrè: Da che mondo è mondo gli esseri umani cercano la felicità! Secondo me la definizione di felicità è soggettiva, anzi direi addirittura che la felicità non esiste ma che esistono i momenti felici! Per quanto riguarda la felicità dei finlandesi, che vuoi che ti dica, sarà perché non soffrono con il caldo soffocante? A proposito, qualche giorno fa la sensazione termica percepita era di 62 gradi a Rio de Janeiro! Non vi dico che sono morto, ma poco ci manca!

Lei vede o veda? (ep. 1068)

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Quando si dà del lei a una persona, sapete tutti che in genere si tratta di una persona che non si conosce, oppure di una persona importante, come un professore, un dirigente o anche semplicemente un collega con cui per rispetto o per formalità o abitudine si è deciso di avere un rapporto di questo tipo.

Ai ragazzi normalmente non si dà mai del lei e neanche tra loro i ragazzi si danno del lei, conseguentemente fino all’età si 18-20 anni una persona difficilmente usa lei al posto di tu.

Oggi, in particolare, voglio parlarvi dell’uso del verbo vedere in una precisa circostanza legata proprio al “lei”.

Iniziamo dal “tu”.

Quando si dà del tu (ma anche del lei) e si sta cercando di spiegare bene un concetto, può capitare di usare il verbo vedere in senso figurato. Si usa senza soggetto davanti.

Es:

vedi Giovanni, se ti dico queste cose è solo per darti un consiglio da amico.

C’è da dire che i giovani difficilmente usano il verbo vedere in questo modo. È un modo di esprimersi poco giovanile, e “vedi”, seguito spesso dal nome della persona con cui si parla (vedi Giovanni, vedi amico, ecc.) è qualcosa che si può semplicemente omettere perché ciò che aggiunge alla frase è solamente un tentativo di ingentilire la frase, oppure si usa per fare una battuta ironica o per darsi un tono, per sembrare più colto o superiore al nostro interlocutore. Per questo motivo attenzione al tono che usate.

In effetti a volte a me dà fastidio quando una persona mi parla e inizia la frase con “vedi”. Sembra quasi che si senta il bisogno di spiegarmi meglio un concetto, come se non avessi capito o che io abbia bisogno di riflettere perché sono stato troppo impulsivo o precipitoso. Suona anche un po’ compassionevole a volte, come a dire: te lo spiego meglio….

Comunque non è un “vedi” che è legato alla vista, ma è un Invito all’ascolto o alla riflessione. Un uso simile, nel senso che è sempre figurato, è quando si dice “io la vedo così”, “tu come la vedi?.

Ci siamo già occupati di queste frasi.

Questo, se diamo del tu.

Invece se diamo del lei, “vedi” diventa “vede”, oppure “veda” .

Abbiamo due possibilità quando diamo del lei. Quale delle due forme è corretta? Vedi o veda?In realtà si ritengono corrette entrambe. Anche se “vede” è molto più diffusa.Vediamo qualche esempio con vedi, vede e veda.

Vedi Marco, ti dico questo perché ti voglio bene. Se continui a arrabbiarti sempre così per ogni stupidaggine, può salirti la pressione o anche prenderti un infarto.

Vedi Laura, ciò che voglio dirti è che non è giusto giudicare una persona solo per le sue azioni passate.

Se diamo del lei invece:

Vede signora Bianchi, io mi fido di Giovanni a differenza di lei semplicemente perché mi fido delle persone in generale.

Vede Dottor Rossi, se le dico questo è perché so come sono andate le cose, si fidi.

Veda Signor Presidente, credo che bisogna analizzare la questione da diversi punti di vista.

Come capite, si sta cercando di spiegare bene qualcosa e si invita a “guardare”, a “vedere” la realtà per come la vede chi parla. È anche un modo per sembrare più riflessivi.

Poi c’è anche un altro uso particolare. In questo caso “veda” non si utilizza.

Mi riferisco a quando dico all’interlocutore che le cose stavano o stanno proprio nel modo come dico io. Es:

Vedi che avevo ragione io?Vede? Avevo ragione io.

Vede che in fondo non era cosi difficile?

Anche in questi casi è un vedere figurato.

Poi a volte la vista però sembra entrarci un po’:

Vedi come come sei bella quando sorridi?

In questi casi veda, come ho detto, non si usa.

Poi invece c’è anche un caso in cui, quando si dà del lei, si usa solamente “veda”, ma il contesto è differente.

Parliamo della locuzione “vedere di”. Attenzione perché in questo caso non ci rivolgiamo con gentilezza. Ce ne siamo già occupati in un episodio, ma in quella occasione non ho fatto esempi dando del lei.

Esempio:

Veda di stare zitto!

Veda di sbrigarsi se non vuole essere licenziato!

Veda un po’ di farsi gli affari suoi!

Si tratta della forma imperativa presente del verbo vedere. Però stiamo dando del lei.

Riassumendo, quando si usa il “lei”, sia “vede” che “veda” sono corretti quando si dà una spiegazione, ma “vede” è più comune e si usa in situazioni più o meno formali, mentre “veda” è più letterario e ancora più formale.

Entrambe le forme sono considerate corrette nella lingua standard ma “vede” è decisamente più utilizzato.

Non si usa “veda” ma solo “vede”, però, quando invito una persona a osservare che qualcosa era proprio come dicevo io.

Infine si usa solamente “veda” nella locuzione “vedere di”.

Adesso vedete di fare un ripasso come si deve.

Parliamo dell’Italia. Quale luogo dell’Italia preferite e perché.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Scegliere il mio posto preferito dell’Italia, nevvero, è la decisione più difficile per un innamorato del bel paese. Quanto è vero Iddio che quest’estate prendo un aereo e ci vado! Però, se mi vedessi costretto a scegliere un posto, sceglierei la Toscana. È un posto che mi fa impazzire, perché? Per la belleza dei suoi tramonti, i suoi vigneti, la qualità del vino, i crostini di fegatini, il tartufo nero, il pecorino, e chi più ne ha più ne metta! E voi, che ne dite, mai stati in Toscana?

Jennifer: Vedi Gianni, per noi che amiamo l’Italia è difficile scegliere un posto specifico. L’Italia è gremita di posti bellissimi. Se mi permettete di predicare un po’, sceglierei il luogo dove vivo ora, l’Aruzzo. Fuori dalla finestra vedo gli infiniti uliveti punteggiati di case isolate. All’orizzonte c’è il Corno Grande, che fa parte del Grand Sasso, ancora innevato e ad est si vede il mare. Oggi sulla schiena sento il calore del sole. Scrivendo questo ignoro che il giardino è un disastro e che la schiena non vuole affrontare il lavoro che è un dovere. Nel momento in cui dovessi scegliere tra qui e Manchester non ci sarebbero dubbi, rimarrei qui. Ho già dato e sono felice in pensione.

Il verbo sbandare, andare allo sbando e la sbandata (ep. 1067)

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Sbandare” è un verbo interessante con vari significati sia propri che figurato.

Riguardo al significato letterale, sbandare è ciò che accade quando un veicolo perde il controllo e va fuori strada.

Un veicolo in corsa può deviare bruscamente dalla direzione di marcia per cause accidentali es:

La mia auto ha sbandato a destra

Ho perso il controllo dopo una buca e la macchina ha iniziato a sbandare a destra e sinistra.

Anche una imbarcazione può sbandare quando il vento la fa inclinare su un fianco.

Quanto invece ai significati figurati, la perdita del controllo riguarda la via della vita.

C’è un allontanamento di una persona da un’ideologia o da una condotta ritenute giuste e ortodosse deviando verso teorie considerate errate e degne di biasimo.

Quella che è ritenuta la retta via, la direzione giusta da prendere nella vita viene quindi, almeno momentaneamente, persa.

Es:

Alcuni settori del partito stanno sbandando pericolosamente verso l’estremismo.

Parliamo del pericolo legato allo sbandamento, non di un veicolo stavolta, ma di una persona, della sua condotta morale, della sua fede, qualunque essa sia.

Anche “deviare dalla retta via” è un’espressione comune per indicare questo sbandamento morale o religioso.

Posso ad esempio dire che “molti ragazzi sbandano per colpa dei genitori” oppure che “molti ragazzi deviano dalla retta via per colpa dei genitori”.

Si usa spesso il termine “sbandato” proprio per indicare una persona, generalmente molto giovane, isolata o dispersa per aver perso o abbandonato il contatto con il proprio gruppo di appartenenza sia in senso militare, politico, sociale, familiare. Uno sbandato o una persona sbandata è quindi una persona che ha perso la “direzione”, in senso figurato.

Se voglio descrivere dei ragazzi che passano il loro tempo girando per strada senza un certo obiettivo, senza lavorare, senza sapere cosa vogliono dalla loro vita o comunque se voglio etichettarli negativamente associandoli ad una direzione sbagliata della vita che è stata presa, posso dire che sono degli sbandati.

Si dice anche che sono “ragazzi allo sbando”.

Non si dice invece che sono ragazzi che “sbandano” o che “hanno sbandato”. Si usa l’ausiliare essere nel caso si parli di persone che hanno perso la direzione di vita: essere sbandati, o anche essere allo sbando.

“Essere allo sbando” non è una condizione che si può associare solo ai ragazzi. E’ una situazione di perdita di orientamento che proviene dalla mancanza di punti di riferimento generalmente morali, spirituali o ideologici.

Anche un paese si può dire che è/sta allo sbando. Ciò può accadere quando si parla del governo e della situazione problematica delle istituzioni pubbliche che hanno perso il controllo del paese.

Il paese si trova in una situazione di caos organizzativo e amministrativo.

Si usa anche speso col verbo andare: “andare allo sbando”.

Es: Il paese sta andando allo sbando. Fate qualcosa prima che sia troppo tardi.

Si usa anche un’altra espressione volendo in questo casi, ma è più informale e anche scurrile: andare a puttane! es: il paese sta andando a puttane!

“Allo sbando” comunque si usa solo in questi casi. Non si usa con le automobili che sbandano per via della perdita del controllo. Solitamente è un paese, una nazione che va allo sbando, o anche un adolescente o una persona qualunque che ha difficolta economiche, magari non ha più una casa e non sa dove dormire. E’ completamente allo sbando!

Anche un ufficio può essere allo sbando perché magari ha perso il suo dirigente e c’è il caos organizzativo.  A volte si aggiunge anche qualcosa per rafforzare la frase, tipo:

Completamente allo sbando, allo sbando più completo, allo sbando più assoluto, allo sbando totale.

Prendere una sbandata” invece, se da una parte può descrivere la perdita del controllo dell’auto (si usa più frequentemente sbandare o anche “fare una sbandata” in genere in questo caso)  dall’altra si usa in modo figurato quando vogliamo indicare un innamoramento improvviso per qualcuno, o un forte interesse o attrazione improvvisa per qualcosa, come un hobby, un’attività o un’idea.

Es:

La macchina ha preso una sbandata a destra e ho avuto paura

Giovanni ha preso una sbandata per una compagna di classe e non sta più studiando.

Si tratta di un interesse improvviso e emotivamente molto coinvolgente che prende tutta l’attenzione della persona. Questa persona, quando prende una sbandata, non pensa ad altro.

Si usa la preposizione “per” ma solo quando parliamo di amori, passioni, emozioni, quindi non parlando di auto che sbandano in curva senza controllo.

Es:

Prendere una sbandata per una ragazza

Da adolescente ho preso diverse sbandate (per diverse ragazze).

Si può anche usare “prendersi una sbandata”.

Es:

Mi sono preso una sbandata per Maria

Solitamente si tratta di passioni intense, improvvise, ma spesso anche di passioni non corrisposte e quindi destinate a durare poco. Non meravigliatevi dell’utilizzo del verbo prendere, che come abbiamo detto più volte, si usa spessissimo in modo figurato. Date un’occhiata all’episodio che abbiamo dedicato a questo verbo.

Se vogliamo, prendere o prendersi una sbandata è simile a “prendere/prendersi una cotta“. Stesso significato.

L’espressione “prendersi una cotta” viene utilizzata per indicare un’attrazione romantica improvvisa o un innamoramento per qualcuno. E’ più romantico quindi rispetto a “prendere una sbandata”.

L’origine esatta dell’espressione non è del tutto chiara, ma si ritiene che possa derivare dal concetto di “cottura” o “cuocere” nel senso di un amore che “cuoce” dentro di sé.

Si dice spesso:

Sono cotto della la mia fidanzata!

Giovanni è innamorato cotto!

Sono innamorati cotti.

Non c’è in questo caso il senso dell’amore non corrisposto o della passione momentanea. C’è solamene il senso della passione amorosa. Si può essere innamorati cotti anche per altre cose, oltre che per una persona, ma in genere si usa per le relazioni amorose.

È voi avete mai preso una sbandata? Parlatene usando espressioni già spiegate.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Ulrike: Di persone che si trovavano in uno stato di confusione mentale, anche clienti totalmente sbandati, ne ho conosciuti a iosa quando, in un remoto periodo della mia vita lavorativa, mi sono dedicata al diritto familiare. Quante storie con postumi devastanti, soprattutto per i bambini, spesso causati da cotte adulterine, prese da uno dei coniugi. Dopo qualche anno ne avevo abbastanza e ho preso le distanze da questa materia.

Marcelo: Parlare di passioni intense e coinvolgenti… meglio non parlare a nome proprio, per carità!
Al lavoro è frequente trovare qualcuno che ha avuto una sbandata con un collega!
A volte si verificano comportamenti sopra le righe, con rapporti sessuali proibiti dalla politica aziendale! Sì, sì, hanno passato il segno, o come si dice a Roma, l’hanno fatto fuori del vasetto! Comportamenti davvero non condivisibili, ma un consiglio dato al tempo giusto li ha aiutati a rimettersi in carreggiata!

sbandata

Cosa bolle in pentola? (ep. 1066)

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Cosa bolle in pentola?

Bollire in pentola è un’espressione che va letta in senso chiaramente figurato.

In senso proprio infatti è abbastanza chiaro.

La pentola è un semplice recipiente di materiale resistente al fuoco, di forma generalmente cilindrica ed è provvista di due manici e di coperchio. La pentola serve per cucinare, quindi è per uso culinario, specialmente per cucinare la pasta o per lessare la carne.

Bollire invece è ciò che accade ai liquidi quando raggiungono la temperatura di ebollizione.

I liquidi, infatti, a una certa temperatura sviluppano bolle di vapore che salgono tumultuosamente alla superficie e si aprono.

Riguardo alla temperatura di ebollizione, questa dipende dalla nostra altitudine rispetto al livello del mare, dove l’acqua bolle a 100 gradi.

Poi c’è la bollitura, diversa dall’ebollizione. Infatti la bollitura riguarda le vivande che cuociono nell’acqua bollente. La bollitura è la cottura in acqua bollente di qualcosa. Dunque l’ebollizione riguarda i liquidi, mentre la bollitura riguarda ciò che viene cucinato in un liquido che bolle.

Posso dire che, ad esempio, i ceci bollono, che la pasta bolle in acqua eccetera.

Dunque l’espressione bollire in pentola, in senso proprio, significa che c’è qualche vivanda che sta bollendo nella pentola, con un liquido che è arrivato alla temperatura di ebollizione.

In senso figurato invece, quando qualcosa bolle in pentola significa che c’è qualcosa in progetto, in preparazione. Proprio come la pasta che si sta cuocendo. L’immagine è questa.

Si tratta spesso di qualcosa che viene tenuto nascosto.

In questa immagine entra quindi in gioco anche quella del coperchi, che serve a coprire la pentola.

Se sulla pentola c’è il coperchio non si vede cosa sta bollendo in pentola.

Allora se c’è qualcosa che bolle in pentola, in senso figurato normalmente pensiamo che c’è un progetto nascosto, che c’è qualcuno che sta cercando di fare qualcosa. Noi non sappiamo cosa esattamente, ma abbiamo dei sospetti. Qualcosa è in fase di preparazione. Ma cosa?

Cosa bolle in pentola?

Non riesco a capire cosa bolle in pentola.

Esempi:

Negli ultimi giorni, il capo ha avuto molte riunioni private. C’era un viavai continuo di gente. Chissà cosa bolle in pentola.

Il mio collega ha portato dei documenti in segreteria ma non ha voluto dirmi cosa riguardassero. Sembra che ci sia qualcosa che bolle in pentola.

Ci sono voci su delle trattative segrete della nostra società. Chissà cosa sta bollendo in pentola.

Se volessi usare espressioni meno informali potrei dire ad esempio che:

Le voci circolanti sulle trattative segrete hanno sollevato interrogativi. Oppure che queste voci hanno suscitato curiosità.

Chissà cosa c’è in progetto, chissà cosa sta accadendo. C’è qualcosa di sospetto, probabilmente abbiamo una sorpresa in serbo.

Chissà quale novità è all’orizzonte.

Chissà quali sviluppi ci riserva il futuro?

Chissà quali sorprese ci attendono?

Quali novità ci saranno in serbo per noi?

Cosa ci aspetta all’orizzonte?

Quali cambiamenti potrebbero manifestarsi?

Ancora più informalmente invece potremmo dire:

Qui gatta ci cova!!

Se “gatta ci cova” suggerisce che potrebbe esserci qualcosa di nascosto o di cui bisogna prestare attenzione. È un modo figurato e colloquiale per esprimere sospetto o curiosità riguardo a una situazione. È un’espressione questa che abbiamo incontrato nella lezione di italiano Professionale dedicata alla fiducia e alla diffidenza.

Adesso ripassiamo. Parliamo delle cose che secondo voi bollono in pentola.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marceloMarcelo la prima cosa che mi è venuta in mente è quella delle promesse elettorali che si fanno per raccogliere le simpatie dei votanti, almeno da queste parti! Questo è indicativo del tentativo di non agitare lo spauracchio con misure restrittive in tutti gli ambiti! Noi argentini stiamo attraversando questi chiari di luna per colpa del governo precedente. Se non stiamo raschiando il fondo del barile, poco ci manca!

Il verbo predicare, la predica e il predicozzo (ep. 1065)

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Trascrizione

Vediamo il verbo predicare.

Per predicare, prima di tutto, occorre che ci sia qualcuno vicino a voi. Altrimenti sembrerebbe che stiamo “predicando nel deserto”.

Questa è una simpatica espressione molto utilizzata.

Partiamo però dal significato del verbo predicare. Predicare significa spiegare pubblicamente una religione.

Ad esempio si può predicare il Vangelo.

Significa leggere e spiegare ciò che c’è scritto.

Predicare è ciò che fa il prete durante la messa cattolica e in generale ciò si fa in tutte le religioni per diffondere e spiegare la religione ai fedeli

C’è anche un senso figurato però.

Predicare può anche usarsi per sostenere pubblicamente un ideale, un’ideologia, un pensiero, quindi similmente a “promuovere”.

Es:
predicare la pace.

Predicare la pace significa promuovere la pace attraverso parole, azioni e comportamenti che favoriscono l’armonia, la comprensione e la risoluzione pacifica dei conflitti.

Le persone che predianno la pace sono spesso leader spirituali, attivisti per i diritti umani, pacifisti, leader politici impegnati nel dialogo e nella diplomazia, e organizzazioni internazionali che lavorano per la risoluzione dei conflitti e la promozione della cooperazione mondiale.

Il verbo “predicare” può essere conunque utilizzato in diversi contesti, non solo quello religioso o parlando di pace.

Si può predicare la parola di Dio o insegnare i principi di una religione, ma si possono anche
predicare ideali politici o promuovere determinate politiche.
Si può predicare la giustizia, l’onestà, la compassione, ecc., incoraggiando comportamenti virtuosi.
In ambito culturale c’è chi predica la tolleranza, il rispetto reciproco e altri valori culturali.
Possiamo anche predicare la nostra filosofia di vita o un approccio particolare a problemi o situazioni.
Un professore può anche predicare un concetto o un insegnamento.

Quando si predica si vuole insegnare qualcosa o si vuole spingere delle persone ad assimilare un concetto o una teoria, e l’obiettivo è diffondere questa idea in modo che tante persone la conoscano e possibilmente contribuiscano anche loro alla sua diffusione.

Il termine “predica” però se da una parte si può riferire a un discorso, solitamente di natura religiosa, in cui vengono esposti e spiegati insegnamenti morali o religiosi, dall’altra può anche essere utilizzato in senso più ampio per indicare un discorso moralizzatore o serioso su un argomento specifico, anche al di fuori del contesto religioso.

Es: mio padre mi ha fatto la solita predica perché sono tornato troppo tardi stanotte.

Questa è una sorta di “cazziatone” in questo caso. Niente di religioso. Piuttosto una cosiddetta “ramanzina” quindi un discorso sul modo corretto di comportarsi. Spesso si sente dire anche “predicozzo“.

Si usa questo termine per indicare un rimprovero paternalistico per lo più bonario. Si tratta sempre di una ramanzina ma è un ammonimento fatto in tono amichevole. Diciamo che si tratta di una amichevole paternale.

All’inizio ho parlato di “predicare nel deserto“. Questa è un’espressione idiomatica che non va interpretata alla lettera. Non significa essere soli nel deserto e parlare senza che nessuno ci ascolti.

Invece “predicare nel deserto” si riferisce a parlare o cercare di convincere qualcuno o un pubblico su qualcosa, ma senza ottenere alcun risultato o senza avere un’attenzione significativa. In pratica, significa parlare o agire senza essere ascoltati o senza che ci sia un impatto significativo sulle persone o sulla situazione.

Es:

Se il papa cerca di promuovere la pace in una zona dove c’è una guerra e il conflitto è così radicato che nessuno è disposto ad ascoltare o ad impegnarsi in negoziati, potrebbe sentirsi come se stesse predicando nel deserto:

Il papa predica nel deserto.

Oppure in ambito lavorativo può significare suggerire dei miglioramenti in un ambiente di lavoro ostile.

Se un dipendente propone costantemente idee per migliorare l’ambiente di lavoro in un’azienda dove la cultura aziendale è resistente ai cambiamenti e non c’è volontà da parte dei dirigenti di ascoltare, potrebbe sentirsi come se stesse predicando nel deserto.

Terzo esempio:

Cercare di sensibilizzare sul cambiamento climatico in un gruppo di scettici. Se una persona cerca di sensibilizzare i suoi amici su questioni ambientali, ma il gruppo è completamente indifferente o addirittura scettico sul cambiamento climatico, potrebbe sentirsi come se stesse predicando nel deserto.

Quanto alla lingua italiana ed al metodo proposto da Italiano Semplicemente, io spesso predico il rispetto delle sette regole d’oro e non credo affatto di predicare nel deserto.

Rispetto al verbo pontificare, qual è il confine tra predicare e pontificare?

Una cosa è esporre o insegnare principi, valori o credenze, spesso con l’intento di influenzare o persuadere gli altri. Un’altra cosa è parlare o esprimere opinioni in modo autorevole, dogmatico o presuntuoso, senza necessariamente avere un pubblico disposto ad ascoltare o senza tenere conto delle opinioni altrui. Quando si pontifica c’è in senso figurato una certa arroganza o supponenza nell’affermare le proprie idee.

Quindi mentre “predicare” implica spesso un intento di condividere insegnamenti o valori con altri, “pontificare” può avere una connotazione più negativa perché come si è visto anche lo scorso episodio, pontificare può significare parlare in modo autoritario o dogmatico, senza accettare opinioni diverse.

Ulrike: Si potrebbero anche menzionare i modi di dire: “predicare bene e razzolare male” e “da che pulpito viene questa predica”.

Certamente Ulrike, hai ragione. “Predicare bene e razzolare male” è un’espressione, sempre idiomatica, che si usa per indicare qualcuno che dà buoni consigli ma non segue i suoi stessi consigli nella pratica.

Quindi ad esempio Il mio amico mi ha sempre detto di risparmiare denaro, di mettere da parte i soldi perché sono preziosi, ma poi ho scoperto che è sempre indebitato, è pieno di debiti fino al collo. Insomma, il mio amico predica bene e razzola male!

Ma che verbo è razzolare? È un verbo che ndica un comportamento poco coerente o inefficace nel mettere in pratica ciò che si consiglia agli altri. “Razzolare” è ciò che fanno le galline nel pollaio, significa, nel senso proprio, raspare in terra con le zampe e col becco, simile a ruspare ma qui si usa in senso figurato per indicare un muoversi o agire in modo goffo, disordinato o poco efficace.

“Da che pulpito viene questa predica” è un’altra espressione interessante. Simile un po’ alla precedente.

Si usa quando si vuole far notare l’ipocrisia di qualcuno che critica gli altri per comportamenti che egli stesso ha.

Il pulpito è anch’esso un termine preso in prestito dalla religione. È una piattaforma sopraelevata, rialzata, dove va il sacerdote ad esempio per predicare in chiesa.

Il sacerdote sale sul pulpito per predicare la parola di Dio.

Allora l’espressione “da quale/che pulpito viene la predica” è a sua volta una predica, perché si rimprovera una persona, aspramente, come a dire: proprio tu ci dici queste cose? Tu non puoi permetterti di fare questa predica, non puoi permetterti di insegnare qualcosa che neanche tu rispetti.

Ad esempio:

Mia sorella continua a rimproverarmi per essere una persona disorganizzata, ma l’altro giorno ho visto il suo ufficio ed era un caos totale! Da che pulpito viene questa predica?

Adesso ripassiamo. Vi invito a parlarmi di quando avete predicato nel deserto, se vi è mai capitato.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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marceloMarcelo: Da parte mia, convincere qualcuno è sempre un’attività sfidante, specialmente con i figli adulti! Di volta in volta, quando discutiamo, sembra che non valutino a fondo tutte le alternative, e quando do loro un consiglio, ogni due per tre, per tutta risposta, mi fanno: “Sempre la solita predica!”

 

Il verbo pontificare (ep. 1064)

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Trascrizione

Vi do una notizia. Avete mai pensa a costruire un ponte?

Domanda bislacca vero?

Purtroppo, qualora foste interessati a costruirne uno, non potete usare il verbo “pontificare

Infatti questo verbo è più adatto al papa o a un vescovo, ma non quando costruiscono ponti. Non è questo il significato del verbo pontificare. Pontificare significa invece celebrare una funzione religiosa con rito e paramenti solenni. I paramenti sono le vesti indossate durante la celebrazione. Questo chiaramente è il senso proprio di pontificare.

La pontificazione dunque è una cosa solenne, importante. È fatta dal papa addirittura! Non è un caso che il papa si chiama anche il pontefice. Il pontefice pontifica.

C’è però chi, pur non essendo così importante si atteggia a tale, crede di esserlo e così anche lui o lei, sapete cosa fa? Pontifica!

Il verbo chiaramente è usato in modo figurato in questo caso.

Il verbo “pontificare” ha diverse sfumature di significato, ma comunemente si riferisce all’atto di parlare o agire in modo autoritario, specialmente su argomenti di importanza religiosa o anche politica.

Può anche significare assumere un atteggiamento altezzoso, saccente o presuntuoso.

Questi aggettivi sono importanti per capire il senso figurato di pontificare.

Significa assumere toni di solenne superiorità, ad esempio parlando in modo saccente, altezzoso e sussiegoso.

Sussiegoso è un aggettivo non molto usato che significa contrassegnato da una rigida ma altezzosa compostezza.

Altezzoso e saccente sono abbastanza simili come aggettivi. Nel caso di altezzoso parliamo di un comportamento offensivo, parliamo di una boria, una presunzione, di chi si crede più importante degli altri.

Saccente è invece colui che ostenta (che mostra, che esibisce qualcosa con vanto, vantandosi) in modo irritante una cultura personale che crede di avere, ma è una superiorità culturale più presunta che reale. Saccente non è colui che sa, ma colui che crede di sapere.

Col verbo pontificare si usa spesso la preposizione “su” per indicare la questione sulla quale si pontifica.

Non è necessario però specificare.
Es:

Marcello quando si mette a pontificare è veramente insopportabile!

Antonio pontifica spesso sulle sue competenze tecniche

Es:

Il politico continua a pontificare sulle politiche economiche senza ascoltare le opinioni degli altri.

Il politico dunque continua a esprimere in modo presuntuoso e dogmatico le sue opinioni sulle politiche economiche senza ascoltare le opinioni degli altri.

Esprimersi in modo dogmatico significa che ciò che si dice è indubbiamente vero, è indubitabile, indiscutibile, indipendentemente dalla verifica nella realtà e nei fatti. Deriva da dogma, che è un’affermazione che deriva da una rivelazione di Dio. Se parliamo in modo dogmatico allora forse ci crediamo molto importanti e allora ci viene spontaneo pontificare.

Es:

Il capo ha passato la riunione a pontificare sulle regole aziendali senza dare spazio al dialogo.

Il capo cioè ha passato la riunione a esporre in modo autoritario le regole aziendali senza dare spazio al dialogo, alla discussione, al confronto.

Il giornalista ha scritto un articolo in cui pontifica sulla crisi politica internazionale.

Il giornalista ha scritto un articolo in cui esprime in modo presuntuoso le sue opinioni sulla crisi politica internazionale.

Si tratta di qualcosa di esagerato, di qualcuno che, pur non avendo la verità in tasca, si comporta come se l’avesse, esprimendo le sue idee con un tono solenne e autoritario o troppo enfatico.

Il predicatore ha pontificato sulla moralità durante il sermone domenicale.

Il predicatore pertanto ha esposto in modo dogmatico concetti di moralità durante il sermone domenicale.

Anche il sermone è qualcosa di sacro. E un discorso su un argomento sacro, ma d’altronde in questo ultimo esempio parliamo di un predicatore, di un uomo di chiesa che è deputato a predicare. Certo che quando si fa il predicatore è difficile resistere dalla tentazione di pontificare.

Comunque nel prossimo episodio ci occupiamo anche di questo verbo: predicare, e di alcune espressioni di uso comune.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando della prossima riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente in programma per fine giugno che si svolgerà in Sicilia, in provincia di Siracusa.

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Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Marcelo: Visitare la Sicilia? Bellissimo! Poi ancora meglio se in occasione della riunione annuale dei membri di IS. Ho visto nel programma delle visite interessanti, tra le quali quella alle rovine di Siracusa, e poi la spiaggia! A giugno poi non c’è rischio di incontrare un’ora di turisti!

Hartmut: senza contare il tour enogastronomico. Prevedo che qualcuno si sballerà con l’alcol e altri forse si godranno una bella scorpacciata!

Irina: la cosa più bella sarà sicuramente ritrovare gli amici e fare pratica delle 7 regole d’oro!

Julien: sono arcisicura che sarà un’esperienza da annoverare tra le migliori della mia vita.

Peggy: su questo non ci piove, vale a dire che questo non è opinabile. Ma non voglio apparire altezzosa e saccente. Vi racconteremo dopo come sarà andata.

Poco ci manca o ci manca poco? (ep. 1063)

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Trascrizione
Qual è la differenza tra “ci manca poco” e “poco ci manca”? Potete provare a fare la domanda a qualunque intelligenza artificiale ma, almeno ad oggi, risponde che non c’è alcuna differenza.

Infatti ecco cosa risponde ChatGPT: “Ci manca poco” e “poco ci manca” sono due espressioni italiane simili che significano praticamente la stessa cosa: che si è vicini al raggiungimento di qualcosa o a una certa situazione. La differenza principale è nell’ordine delle parole, ma il significato è sostanzialmente lo stesso.

Ecco. Come volevasi dimostrare. In realtà però una differenza c’è.

La definizione di ChatGPT sarebbe anche giusta, ma il fatto è che “poco ci manca” raramente si utilizza quando ci parla di tempo o di spazio.

Si preferisce invece usare “poco ci manca” soprattutto quando parliamo in termini negativi di qualcosa o qualcuno, per sottolineare un difetto o una mancanza o per commentare un evento, sempre in termini negativi.

Questa connotazione negativa è un elemento importante da considerare nella scelta tra le due espressioni. Sembrerà un dettaglio, una sottigliezza di poco conto, ma la conoscenza di una lingua passa anche attraverso questi dettagli che però sono importanti.

Vediamo qualche esempio sia con “ci manca poco” che con “poco ci manca”.

Ci manca poco alla fine del film.

Mi riferisco al tempo in questo caso. Si può usare solamente “ci manca poco” = manca poco tempo.

Ci manca poco per arrivare a casa.

Qui potrei parlare di una distanza espressa in km, quindi in termini di spazio, ma anche in minuti e quindi in termini di tempo.

Non abbiamo ancora finito questo lavoro. Però ci manca poco.

In questo caso parlo di poco lavoro mancante, ma potremmo anche parlare di tempo rimanente.

Giovanni mi sta proprio antipatico. Non voglio dire che ogni volta che parla mi contraddice, ma poco ci manca.

Ecco. Stavolta sto parlando di una caratteristica negativa, riferita al carattere di Giovanni.

Notate che c’è una negazione all’inizio della frase, c’è un “non”, e questo è già un indizio importante. Non è detto sia sufficiente per poter usare “poco ci manca” ma quasi.

A proposito di “quasi“. Entrambe le forme posso sostituirle proprio con questa parola: quasi. Quasi è molto generica però.

Prima ho parlato anche di un giudizio negativo, ma in realtà non è neanche questo qualcosa di obbligatorio per usare “poco ci manca”.

Si parla in generale di un limite, un limite indicativo che, qualora raggiunto, dimostrerebbe pienamente una mia idea, una mia teoria su una persona o su qualcosa. Questo limite però non è stato raggiunto, ma quasi. Mi verrebbe da dire “poco ci manca”.

Esempi:

Filippo è un fenomeno. Quando si è laureato ha preparato tutti gli esami in pochissimo tempo. Non voglio dire che ha impiegato al massimo due settimane per ogni esame, ma poco ci manca.

Stavolta non sto parlando male di Filippo. Tutt’altro direi. Però ho voluto indicare qualcosa di estremo, un traguardo, un’impresa: al massimo ha impiegato due settimane per preparare un esame. No, non è stato così. Non sempre due settimane, ma poco ci manca.

Poi avrete notato che “poco ci manca” è praticamente sempre preceduto da “ma“.

Certo, potrei dire anche “ma ci manca poco”, o “ma quasi” o “ma c’è mancato poco”. Questo posso farlo, ma c’è meno enfasi in questi casi.

Un’altra cosa interessante è che “poco ci manca” si usa solo al presente.

Nessuno vieterebbe di dire “poco c’è mancato” o “poco ci mancava”, quando parlo di qualcosa accaduto in passato, ma questo non si fa mai. La forma passata si usa infatti nella prima parte della frase è questo è sufficiente.

Es:

Non dico che Giovanni è stato sempre il più bravo di tutti ma poco ci manca.

Oppure:

Ciò che ha scritto Matteo in questo libro e bellissimo. Se non è poesia, poco ci manca.

Sempre al presente quindi. Non voglio dire che è vietato, che non si possa dire “poco c’è mancato” ma in genere non si fa. Invece “c’è mancato poco” (una forma passata di “ci manca poco”) è utilizzatissima.

Provate a fare delle ricerche su Google e vedrete quanti esempi troverete con “c’è mancato poco”. Credo invece che sarà complicato trovare utilizzi di “poco c’è mancato”. La stessa considerazione vale per il futuro.

Un’ultima caratteristica di “poco ci manca” è che la particella “ci” non si riferisce a “noi” e questo anche quando sto parlando di noi.

Es:

Non voglio dire che (noi) non abbiamo ascoltato neanche una episodio di italiano semplicemente, ma poco ci manca!

Quel “ci” si riferisce sempre a quel limite, quel punto estremo quasi raggiunto. Questo è chiaramente più evidente quando non si parla di “noi” nella frase, ma il “ci” resta.

Adesso che l’episodio è finito vorrei che qualcuno di voi usasse qualche espressione già spiegata parlando di record mondiali.

Mi raccomando, mi piacerebbe che a fare questo tentativo partecipasse anche qualcuno poco avvezzo a costruire ripassi. Non voglio dire infatti che siano sempre gli stessi membri a formularli e registrarli, ma poco ci manca.

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Ripass a cura dei membri dell’associazione. A seguire la canzone dal titolo “poco ci manca

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Dorota: Ragazzi, ovviamente tutti conoscete il Guiness dei primati ossia il libro dei record, vero? Si dà il caso che vi siano pubblicati i più diversi e strani record! Allora io mi domando e dico: possibile mai che Gianni non abbia ancora registrato il record mondiale di episodi creati per insegnare una lingua straniera?

Christophe: I ricordi mondiali, per lo più sportivi, mi hanno sempre stupito. A volte sono stato un po’ invidioso, mettendo le cose in prospettiva e chiedendomi perché ci sono persone “normali” tra virgolette, che, anche allenandosi con serietà non brillano e quindi non sono in grado di competere con le persone più dotate, che invece non fanno nulla per migliorare. Alla lunga con ogni probabilità questo può risultare frustrante. Poi ci sono anche i record senza senso a mio avviso. Che so, a titolo di esempio il maggior numero di cannucce infilate contemporaneamente in bocca. Ma quale record d’Egitto! Comunque, competere penso sia una buona cosa in quanto aiuta a spingersi sempre oltre il limite, per poter raggiungere nuovi traguardi, soprattutto n
In campo scientifico e quello della salute. Questo può stimolare continuamente la ricerca di cure nuove.

I chiari di luna… (ep. 1062)

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Trascrizione

Ecco un’espressione che potete usare quando le cose non vanno troppo bene: ” I chiari di luna”.

Strano vero? Infatti in realtà la luna ispira anche romanticismo, soprattutto la luce che viene dalla luna, specie quando è piena, cioè quando la luna è visibile completamente.

Fare una passeggiata al chiaro di luna infatti significa passeggiare con la luna che illumina il cammino. Molto romantico.

Ad ogni modo i “chiari di luna”, (usando dunque il plurale “chiari”) si utilizza per indicare l’attraversamento di un periodo difficile, economicamente o anche da altri punti di vista.

Vediamo come si usa ma prima spiego cosa sono materialmente i chiari di luna.

In astronomia, un “chiaro” è la luce che emette un corpo celeste o la luce che riflette un pianeta su un altro (ad esempio la Terra) anche se la luce non è emessa direttamente da questo pianeta ma è solo riflessa.

Questo “chiaro” , (sostantivo dunque), proviene dal sole, ma è riflesso dalla luna ed è in grado di illuminare il pianeta su cui è riflesso (la Terra). Parliamo della illuminazione notturna.

Esempio di utilizzo figurato dell’espressione “chiari di luna”.

Dobbiamo comprare una nuova casa, ma non abbiamo molti soldi. Un amico mi chiede: Come mai?

Io potrei rispondere:

eh, con questi chiari di luna sarà difficile riuscire a sostenere tutte le spese necessarie.

Parlo di difficoltà economiche in questo caso.

È un’espressione abbastanza comune in tutt’Italia, usata per indicare un particolare momento critico, un periodo difficile, soprattutto sotto il profilo economico, ma non solo. Un periodo passato o quello attuale.

Un secondo esempio:

Un futuro migliore per la città di Roma oggi è possibile, dopo certi chiari di luna…

Evidentemente la città di Roma ha affrontato in passato un periodo negativo. Probabilmente non c’erano abbastanza risorse per sostenere delle spese per via di una crisi economica. Adesso però sembra che le cose vadano meglio perché il periodo in questione è passato: “dopo certi chiari di luna”.

L’espressione si usa generalmente quando è evidente a cosa ci si riferisce, anche se di per sé l’espressione non è molto precisa.

Certi chiari di luna? Quali esattamente? Si intuisce solo che c’è stato un periodo difficile. Si dà per scontato che chi ci ascolta capisca al volo.

Probabilmente si utilizza l’immagine della luce riflessa dalla luna perché la sua luce è fioca, è debole, quindi sono poco visibili i particolari e si vede a malapena. Questa scarsità di luce rappresenta metaforicamente una scarsità di diversa natura.

Al di fuori del senso economico, legato ai soldi che non ci sono (o sono scarsi, appunto), potremmo anche parlare di una difficoltà diversa.

Es:

Sto per laurearmi in lettere e decido che non voglio fare l’insegnante nella mia vita, perché ultimamente secondo me, tra le altre cose, gli insegnanti non godono di molta considerazione.

I genitori dei ragazzi lì mettono sempre in discussione, poi è sempre più difficile trovare lavoro e infine gli insegnanti non sono neanche ben pagati. Poi ultimamente, ammettiamo che anche la classe politica ha annunciato che taglierà lo stipendio degli insegnanti.

Allora posso dire che, visti i recenti chiari di luna, forse è bene che io decida di fare un altro mestiere nella mia vita.

In questo caso si parla di difficoltà di vario tipo, economiche ma anche sociali e legate al mondo del lavoro.

Ultimo esempio:

Immaginate due adolescenti che parlano tra loro, e commentano il periodo del Covid dicendo che in quel periodo era difficile conoscere ragazze e avere esperienze amorose:

Es:

Adesso esco tutti i giorni e conosco sempre nuove ragazze, ma vi ricordate che chiari di luna qualche anno fa ai tempi del Covid?

In questo caso ci si riferisce chiaramente alle difficoltà nel conoscere ragazze e nel fare nuove avventure.

L’espressione è chiaramente informale e sapete una cosa? Mi stupirebbe molto se la sentissi usare da una persona non madrelingua.

Provare a farlo con un amico italiano e vedrete la sua reazione.

Adesso mi piacerebbe un ripasso degli episodi precedenti che verta sulla luna 🌙. A seguire ascoltiamo una breve canzone dedicata alla stessa luna.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Marcelo: Nessuno prese sul serio Armstrong quando disse la famosa frase “un piccolo passo per l’uomo ma un grande balzo per l’umanità”.

Anne Marie: Adesso con le guerre in corso di passi ne stiamo facendo parecchi, ma indietro. Qualcuno ha già pagato pesantemente lo scotto.

Ulrike: questo è sicuramente un tema controverso.

Hartmut: certo, ma si sono registrate già vittime a migliaia. Questi numeri non sono opinabili.

Peggy: per non parlare delle ricadute sociali, umane ed economiche di questi conflitti.

Trascendere (ep. 1061)

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Trascrizione

Il verbo trascendere, come vi ho accennato nello scorso episodio, ha un senso simile a “passare il segno” e a “esagerare”.

Infatti uno dei suoi utilizzi è proprio questo: oltrepassare, superare un limite, si intende un limite non materiale, legato a qualche regola di comportamento ad esempio.

Es:

il tuo comportamento trascende la decenza.

Parliamo di un comportamento che va oltre la decenza, è al di là della decenza, al di là di un livello accettabile di decenza. Quindi parliamo di un comportamento indecente: che trascende la decenza.

È sicuramente un modo molto formale di esprimere un’esagerazione. È solitamente associato ai comportamenti, e si tratta quasi sempre di qualcosa di cui vergognarsi. Esprime una critica con tono severo e distaccato, con un senso spesso di condanna morale.

Non sempre però. Potrei anche dire che:

battendo un record del mondo ho compiuto un’impresa che trascende ogni aspettativa.

Si tratta ancora una volta di qualcosa (un’impresa) che va oltre (va oltre ogni aspettativa).

Sempre molto formale direi.

Si può usare anche in modo intransitivo con lo stesso senso: Andare oltre i limiti imposti dalla convenienza, eccedere in qualcosa. Es:

Se ho trasceso vi chiedo scusa

Sei solito trascendere, stai attento se non vuoi essere etichettato.

Il verbo “trascendere” non ha nulla a che fare con “scendere”. Il contrario piuttosto.

Deriva infatti dal latino: “trans” + “ascendere” cioè salire al di là. Ascendere infatti è proprio il contrario di scendere. Significa salire, ma solitamente non un salire normale, ma ad esempio salire in cielo. Al di là, appunto, di qualcosa. L’ascensore in qualche modo fa eccezione 🙂 per questo motivo alla fine di questo episodio dedicheremo una breve canzoncina proprio all’ascensore, ma inteso come metafora della vita.

Torniamo a “trascendere” che quindi si riferisce a superare o andare oltre i limiti o le barriere, mentre “scendere” si riferisce chiaramente al movimento verso il basso.

Se proprio vogliamo trovare un legame tra trascendere e scendere, posso dirvi che il basso, se vogliamo, possiamo interpretarlo come un qualcosa di negativo, un comportamento che abbassa la stima, che fa scendere il valore di una persona “che trascende”. Questo è solo qualcosa che può aiutare a ricordare il verbo. Dimenticatelo se volete.

La cosa interessante del verbo trascendere è che oltre a questo uso formale legato alle esagerazioni e al superamento di un limite, ha a che fare con la filosofia.

Trascendere” in filosofia si riferisce al concetto di andare oltre l’esperienza ordinaria o il mondo materiale per raggiungere una realtà più profonda o spirituale. In termini filosofici, può indicare il superamento dei confini della conoscenza empirica, materiale, per raggiungere una comprensione più elevata della realtà o dell’essenza delle cose. Questo concetto è centrale in molte tradizioni filosofiche e religiose.

La trascendenza può essere associata a concetti come l’assoluto, l’infinito o l’eterno. In breve, in filosofia, trascendere significa andare oltre (non è nel senso di esagerare però) i confini della realtà empirica per raggiungere una comprensione più profonda della natura dell’esistenza.

Ad esempio potrei dire:

Dio trascende il mondo

In effetti Dio, chiunque esso sia, va oltre i confini materiali. Dio sa tutto e sta ovunque. Decisamente trascendente.

Dio infatti è descritto come onnisciente (sa tutto) e onnipresente (è presente ovunque), caratteristiche che lo rendono trascendente rispetto alla nostra comprensione della realtà empirica, materiale.

Questa trascendenza è un concetto centrale in molte tradizioni religiose e filosofiche che cercano di comprendere la natura dell’esistenza.

Oltre a trascendente esiste anche trascendentale, che ha lo stesso significato ma trascendentale si usa soprattutto per indicare qualcosa che supera un certo grado di normalità, quindi qualcosa che va oltre la normalità.

Ricorderete che abbiamo già incontrato questo termine nell’espressione “niente di trascendentale” che ha un senso simile a “niente di speciale”.

In effetti si usa quasi sempre in questo modo.

Potrei anche dire che, ad esempio:

il compito non presenta difficoltà trascendentali.

Stesso significato.

Domanda: Com’era il compito?

Risposta: “niente di trascendentale“, cioè non era particolarmente difficile, non era un compito che andava oltre rispetto al concetto di normalità, riguardo alla difficoltà.

Adesso ripassiamo parlando di ascensori e per finire la canzone dal titolo “l’ascensore della vita”.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Danielle: Proprio di ascensori vuoi parlare? Per me non è il momento propizio per farlo, visto che fino a ieri non abbiamo potuto usare il nostro per quasi 3 settimane… Devi sapere che abitiamo al decimo piano e che soffro ancora dei postumi delle discese e delle salite. Capisco che potreste dirmi: suvvia in fondo c’è un rovescio della medaglia. È stato un bell’allenamento. Ma io ritengo che sia meglio parlarne fra qualche settimana…

– – –

Segue la canzone del giorno dal titolo “l’ascensore della vita”

Passare il segno (ep. 1060)

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Passare il segno

passare il segno

Trascrizione

Passare il segno” è una espressione idiomatica che significa esagerare, andare oltre, o, come diciamo a Roma, farla fuor dal vasetto.

Quest’ultima è di sicuro più attraente!

Restiamo però su “passare il segno”. Nell’episodio dedicato al termine segno (vi ricordate?) non si è parlato di questo uso particolare. Allora facciamolo ora.

Il verbo “passare” in questo caso sta per “superare”. Il superamento del segno indica che si è andati oltre il segno. Ma oltre quale segno?

Il segno in questo caso indica un limite massimo, un limite che possiamo indicare in modo figurato con un segno, con una linea immaginaria disegnata per indicare un punto al di là del quale non si può andare. Per questo motivo parliamo di qualcosa di esagerato, e quando reputiamo una cosa esagerata, che sia una parola detta o un’azione intrapresa, è come se avessimo disegnato una linea che è stata oltrepassata.

Il verbo oltrepassare sarebbe  in realtà il verbo più adatto per descrivere il superamento di una linea, ma in questa espressione si utilizza invece il verbo passare: passare il segno.

Ciò non toglie che quando parliamo di una esagerazione si possono usare anche altre modalità, che possono prevedere sia l’utilizzo del verbo superare sia oltrepassare.

Parliamo sempre della stessa cosa: del superamento di certi limiti, limiti della convenienza o della sopportazione. Parliamo di un eccesso di qualcosa.
Tipo:
Adesso basta, ormai hai oltrepassato ogni limite!
Hai superato il limite della sopportazione!
Sei andato oltre ogni limite
Non credi di esserti spinto troppo oltre?
Passare il segno, rispetto a queste modalità, è certamente meno informale.
Rappresenta sempre uno spingersi oltre il termine ultimo, o oltre un certo limite che non può o non deve essere superato, ma lo usano normalmente negli articoli di giornale, in TV. Comunque si può usare anche in famiglia senza problemi. Possiamo dire che passare il limite è simile anche a eccedere e anche a trascendere.
Vediamo qualche esempio:
La discussione si è riscaldata durante la riunione e qualcuno ha passato il segno, offendendo gli altri partecipanti.
Durante la cena del matrimonio, ho passato decisamente il segno con le porzioni e mi sentivo che sto scoppiando!
Avete presente i matrimoni che si svolgono nel sud Italia? Lì si passa sempre il segno nel mangiare!
Alcune persone, nella loro ricerca di successo, passano il segno e finiscono per danneggiare gli altri senza scrupoli.
Solitamente quando si passa il segno, lo avrete capito, ci sono delle conseguenze negative, proprio come quando si usa il verbo esagerare.
C’è da dire che l’espressione di oggi si usa più spesso in contesti sociali, quindi quando si parla di comportamenti, di morale, di offese personali. Potremmo collegarla anche ad un’altra espressione che abbiamo spiegato in passato. Anzi, a più di un episodio se vogliamo. Uno è quello dedicato al verbo sforare“. Un altro è quello sul verboinfieriree un altro ancora è l’episodio dedicato all’espressione “sopra le righe“.
Dicevo prima del verbo eccedere. Sebbene si possa sempre usare al posto di “passare il segno”, l’espressione rende maggiormente l’idea del superamento di un limite, e poi bisogna anche dire che in molte frasi il verbo eccedere suona male:
Es:
Devo aver ecceduto con il cibo stasera. Mi sento scoppiare
Sì, decisamente suona molto meglio,: “Devo aver passato il segno stasera con il cibo” anche perché dà l’idea di un limite massimo superato.

Ho citato anche il verbo trascendere.

Meglio occuparci di questo verbo nel prossimo episodio.

Adesso ripassiamo parlando indovinate di cosa? Parliamo di eccessi e limiti.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

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Albéric: è risaputo che oggigiorno la moderazione sia considerata come una virtù: non mangiare troppo, non bere troppo, non offendere la gente e chi più ne ha più ne metta.
Per gli antichi greci e romani però non fu sempre così. Si dà il caso che darsi ai bagordi e fare bisboccia durante il baccanale era uno sport collettivo. Non abbiatene a male ma questa nostra epoca è davvero noiosa.

marceloMarcelo: In via amichevole, personalmente, posso dirvi che gli eccessi sono da sconsigliare, anzi sono da prevenire in tutto e per tutto!
Riguardo ai limiti, credo che questi vadano sempre fissati affinché ognuno sappia cosa può fare e cosa no.
So che fissare dei limiti non è cosa facile e vedo nei giovani genitori me stesso quando ero giovane: per accattivarsi i loro figli, non sono capaci di stabilire dei limiti. Non c’è da che stupirsi, però c’è da riflettere. Possibile mai che si debba essere sempre così accondiscendenti?

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a seguire dell’episodio una breve canzone dal titolo “sono esagerata”

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Opinabile, soggettivo, controverso, discutibile, contestabile (ep. 1059)

Opinabile, soggettivo, controverso, discutibile, contestabile

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Vorrei sapere la vostra opinione sull’aggettivo “opinabile“. Qualunque sia la vostra opinione, di sicuro questa è opinabile.

Infatti l’opinione è, come diceva il filosofo Eraclito, una falsa visione personale della realtà.

Non è un caso che opinione è opinabile siano termini simili.

Opinabile è infatti un aggettivo che indica dei fatti o delle questioni che si possono opinare, su cui cioè si può avere un’opinione propria, o diversa da altre.

Se qualcosa è opinabile, allora non è indiscutibile. Non esiste una verità assoluta.

Tu puoi avere una tua opinione e io una mia. Ciascuno può avere la propria opinione.

Ok ma perché si dovrebbe usare in una frase? Perché scegliere proprio questo aggettivo?

Se vogliamo esprimere una nostra opinione personale su un fatto o una qualunque questione e non crediamo sia possibile pensarla in un solo modo, allora possiamo dire che questa è una materia opinabile, una questione opinabile, una soluzione opinabile.

Es: coloro che non vanno a votare dicono che tanto è inutile, perché tutti i politici sono uguali e nessuno pensa ai problemi reali delle persone. Decisamente opinabile vero?

Spesso opinabile è sinonimo di discutibile, quindi possiamo usarlo al posto di questo aggettivo.

Opinabile è comunque più formale.

Possiamo parlare di una teoria opinabile, di un’affermazione opinabile.

A volte usiamo opinabile per contestare una persona che crede di avere la verità in tasca.

Non necessariamente per contestare però.

Opinabile” può essere utilizzato per indicare che qualcosa è soggetto a interpretazione o discussione, senza necessariamente contestare la verità di qualcuno.

Un esempio potrebbe essere:

Secondo te questo film è stupendo? Questo è opinabile, poiché ho sentito persone che lo hanno trovato noioso.

In questo caso, si sta suggerendo che le opinioni sul film possono variare da persona a persona, senza implicare che qualcuno abbia la verità assoluta sull’argomento, senza che ci sia una protesta o una contestazione.

Capite come l’aggettivo si presti a qualunque questione, qualunque cosa su cui si può esprimere la propria opinione.

Ci sono parecchi aggettivi simili a opinabile.

Vediamo le differenze.

Alcuni sinonimi di “opinabile” includono:

Discutibile: usando questo aggettivo potrei anche sottolineare il fatto che si possano avere opinioni diverse, ma semplicemente si parla di qualcosa che non ha basi logiche, quindi che è poco credibile. Se usiamo questo aggettivo quando si descrive un’opinione altrui, è diciamo “ciò che hai detto è discutibile” può anche essere offensivo, perché non si sta dicendo necessariamente che si possono avere opinioni diverse, ma piuttosto che quella cosa non è vera, è poco credibile, non è logica, o è qualcosa che non si può dimostrare.

Contestabile: abbastanza simile a discutibile. Questo aggettivo viene utilizzato quando si vuole sottolineare che qualcosa può essere messo in discussione o contestato. Ad esempio, si potrebbe dire: “La sua teoria è contestabile, ci sono molte prove che la contraddicono”. Appare meno emotivo come aggettivo. Si potrebbe usare anche per consigliare ad un amico che meglio non dire una certa cosa perché questa cosa ha dei punti deboli, quindi è contestabile, qualcuno potrebbe contestarla.

Soggettivo: viene utilizzato per indicare che qualcosa dipende dalle opinioni, ma più ancora dalle esperienze o punti di vista personali di una persona, piuttosto che essere basato su fatti oggettivi. Ad esempio, si potrebbe dire: “La bellezza di un’opera d’arte è un concetto soggettivo, ognuno ha la propria opinione su di essa, perché dipende dai gusti personali di ciascun individuo. Direi che “opinabile” è meno neutro rispetto a “soggettivo”. Infatti dire che qualcosa è soggettivo è come dire “dipende dalle persone”, mentre opinabile somiglia di più a “questa non è la verità assoluta”, “non è detto che sia così” quindi a volte potrebbe sembrare un attacco personale, sebbene non informale. “Soggettivo” è meno pericoloso da questo punto di vista. Non c’è il rischio di una contestazione” se si usa il tono giusto.

Controverso: viene utilizzato per descrivere qualcosa su cui ci sono opinioni contrastanti o dibattiti accesi. Ad esempio, si potrebbe dire: “Il nuovo libro dell’autore è stato molto controverso, diviso tra chi lo ha apprezzato e chi lo ha criticato aspramente.” In questo caso, si sottolinea che il libro ha suscitato dibattiti intensi e opinioni contrastanti da parte del pubblico. Se qualcosa è controverso allora è oggetto di controversia, un termine simile a litigio, dissidio, contesa, contrasto, disaccordo, discussione, disputa, lite.

Poi controverso può essere associato anche a una persona o al suo carattere:

Giovanni è un tipo controverso, ha un carattere controverso. Vuol dire che Giovanni è difficilmente interpretabile, ha un carattere difficile, con caratteristiche che sembrano opposte. Non è facile capire bene il suo carattere.

Opinabile invece, oltre che più formale, non si usa per descrivere direttamente le persone.

Come ripasso, vi propongo di parlare di discussioni.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Ulrike: Indiscutibilmente si tratta di un episodio utilissimo. Non permetto a chicchessia di mettere in discussione questo mio Ferno giudizio. Davanti a eventuali contestazioni, che indubbiamente sarebbero prive di fondamento, resterei imperterrita. Questo è quanto. 😉

Estelle: Benché l’argomento possa essere opinabile la tua opinione come ripasso lascia poco spazio a controversie. Dunque concordo pienamente con te. Non vorrei ci fossero ricadute sul nostro rapporto 😂

Marcelo: Ragazze, capisco benissimo che vi piace questo episodio e che lo trovate utile!
Però dobbiamo ricordare che c’è sempre il rovescio della medaglia!
Le opinioni sono sempre soggettive, quindi possono essere soggette a revisione!
Almeno questo è la mia opinione . Mi aspetto di non essere frainteso!

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Segue la canzone dal titolo “tra le onde dell’opinione

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Cadute e ricadute (ep. 1058)

Cadute e ricadute

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Emanuele: Il termine ricaduta è “interessante”. Chiaramente deriva dalla “caduta”.

Allora cominciamo dalla caduta.

La caduta deriva a sua volta da “cadere“.

La caduta, in senso proprio, è ciò che accade quando qualcosa cade, quindi rappresenta il movimento, il moto dall’alto verso il basso, che spesso ha conseguenze dannose.
Ad esempio, con una caduta da cavallo ti puoi far male, ma anche con una caduta dal tetto. Ci si può far male anche con una caduta dal letto a dire il vero. Specie se si tratta di un letto a castello.Non parliamo degli effetti della caduta di un fulmine…

Anche la caduta di un dente chiaramente può provocare dolore.
Poi ci sono anche altre tipologie di cadute.
In atletica leggera ad esempio rappresenta l’ultima fase del salto con l’asta: la caduta sul tappeto.

Nel paracadutismo, poi, esiste la “caduta libera”, che è una fase anch’essa. È quella fase compresa tra il lancio dall’aereo e l’apertura del paracadute.
Ci sono gli utilizzi figurati. Quando un titolo azionario è in caduta, o anche “in caduta libera”, vuol dire che c’è un forte ribasso, un crollo improvviso e veloce.La caduta quando è definita “libera” vuol dire che è veloce e sembra inarrestabile. Ma anche la semplice “caduta” è comunque più forte rispetto ad esempio a “discesa” quando si usa per indicare una diminuzione di qualcosa.

Es:Euro in caduta libera sui mercati internazionali.
Oppure:
La nostra relazione adesso è in caduta libera.
La caduta del governo è anch’essa molto negativa, chiaramente solo per il governo :-)Quando si usa in senso figurato, la caduta somiglia, in alcuni usi, alla cosiddetta capitolazione, termine simile a “sconfitta. Si tratta di una sconfitta dopo una lunga resistenza. Per chi vince potrebbe trattarsi anche di una vittoria di Pirro, ma questo è un altro discorso e anche un altro episodio.

Quando, ad esempio, in una battaglia, una città finisce di resistere agli attacchi del nemico e si arrende, possiamo dire che c’è la caduta della città, cioè la sua resa o la sua capitolazione. Si usa anche nello sport questo termine.

Es:
La città capitola dopo un anno di assedio. La squadra è capitolato solo ai tempi supplementari.
Un altro uso figurato della caduta è il seguente.
Antonio ha spesso cadute di stile. Appena beve un po‘ e inizia a dire parolacce.
Ci sono anche altri usi di “caduta”, ma passiamo alla ricaduta.

Il prefisso “ri” suggerisce che si tratta di una nuova caduta. Questo è possibile, anzi è molto frequente questo utilizzo.

Es:
Elettra è ricaduta, cioè è caduta nuovamente, un’altra volta.
Però la ricaduta si utilizza anche in altri due modi.

Parlando prima di tutto di malattie.

In tale ambito una ricaduta è ciò che accade quando, in caso di malattia, sembra essere arrivata la guarigione, ma, dopo un iniziale miglioramento, avviene un nuovo peggioramento, dovuto alle conseguenze della malattia.

Si dice ad esempio che bisogna curarsi bene, perché “le ricadute sono peggio delle cadute”.

Si tratta, in altre parole, di una cosiddetta riacutizzazione di una malattia apparentemente guarita.

Es:
La malattia sembrava essere sparita e invece era solo in via di guarigione. Il corpo era ancora debole e così c’è stata una ricaduta.
Uscendo dall’ambito medico, ma sempre in senso figurato, parlando più in generale, una ricaduta è una nuova caduta, cioè una successiva caduta.

Es.
Mario ha avuto una ricaduta nel vizio del fumo. Sono nuovamente ricaduto nell’errore. Accidenti!
Ricadere nell’errore” è molto utilizzato.

Vediamo il secondo uso interessante del termine ricaduta.

Si tratta sempre di una conseguenza, come la conseguenza di una malattia, ma in un altro ambito; una conseguenza sotto un altro punto di vista, un altro aspetto legato a quello principale.

S tratta di conseguenze a volte anche inaspettate, proprio come le ricadute dopo una malattia.

Es:le proteste degli studenti hanno portato delle ricadute politiche.
Quindi ci sono state conseguenze politiche, causate, cioè provocate dalle proteste degli studenti.

Si tratta di conseguenze o effetti indesiderati che derivano da un’azione o da una situazione particolare.

Ecco alcuni altri esempi:
L’abuso di sostanze stupefacenti può portare a una serie di ricadute sulla salute fisica e mentale.Una relazione instabile può avere ricadute emotive durature su entrambi i partner.Un disastro naturale come un terremoto può avere ricadute devastanti sull’ambiente e sull’economia locale.
Quanto al ripasso del giorno, che ne dite se parliamo proprio di cadute e ricadute? Inizio io.

Mio nonno diceva che gli anziani devono stare attenti alla salute, non solo per evitare ricadute, ma raccomandava di stare attenti la alle “tre c“: cadute, catarro e cacarella. Mio suocero era un medico. Evidentemente nella sua vita professionale ha registrato una lunga sequela di cadute e altrettante ricadute.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Eh sì! Tuo nonno aveva proprio ragione. Quando ti tocca una qualsiasi delle tre C da lui menzionate, se si è anziani, vuol dire che è prossima la caduta del sipario sul teatro della tua vita, in cui tu sei stato l’attore principale!

Pendere dalle labbra (ep. 1057)

Pendere dalle labbra

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Trascrizione

Pendere dalle labbra di una persona è un’espressione idiomatica che significa essere estremamente interessati a ciò che qualcuno sta dicendo, essere completamente concentrati e desiderosi di ascoltare ogni parola che esce dalla sua bocca.

Ora, analizziamo le singole parole che compongono questa espressione:

Pendere significa essere sospesi o appesi, a volte in modo precario. In questo contesto, suggerisce che qualcosa (il nostro interesse o attenzione) è in bilico e dipende da qualcos’altro per essere mantenuto in equilibrio. Precisamente dipende dalle parole che pronuncerà questa persona.

Dalle” è la preposizione articolata “da” seguita dall’articolo determinativo “le”. Qui indica la direzione o l’origine di qualcosa. Nel contesto dell’espressione, si riferisce al punto di provenienza delle parole che stiamo ascoltando.

Le labbra invece sono le parti carnose che formano il confine esterno della bocca umana e sono coinvolte nella produzione dei suoni del linguaggio umano.

Nel contesto dell’espressione, rappresenta il punto da cui escono le parole che stiamo ascoltando.

Di chi sono le labbra da cui pende qualcuno? Può essere qualunque persona, dalla quale siamo molto interessati a sentire ciò che sta dicendo.

L’espressione crea un’immagine metaforica: qualcuno che resta sospeso o appeso alle parole che escono dalla bocca di una persona, sottolineando un forte interesse e attenzione verso ciò che viene comunicato.

Si usa spesso in modo ironico oppure per prendere in giro qualcuno, o perché non riesce a attirare l’attenzione perché non sa parlare oppure perché viene ammaliata da qualcuno, viene sottomessa, viene soggiogata, quasi stregata da una persona, o resta a bocca aperta ascoltando una persona che non lo merita.

Es: se qualcuno sta raccontando qualcosa di noioso o poco interessante, potresti dire ironicamente:

Oh, sì, sono letteralmente appeso alle tue labbra.

Oppure:

pendiamo tutti dalle tue labbra!

In questo caso, sto usando l’espressione per sottolineare il fatto che sto ascoltando, ma in realtà sono annoiato o poco interessato a ciò che viene detto.

Un altro esempio: durante una riunione di lavoro, il capo inizia a parlare e uno dei dipendenti, potrebbe dire con sarcasmo:

Guarda il dottor Rossi, sembra sospeso letteralmente dalle labbra del capo. Ogni sua parola è un’illuminazione.

In questo caso, l’uso dell’espressione sottolinea l’atteggiamento ipocrita e l’ostentata deferenza del dipendente nei confronti del capo.

Ho detto: ostentata deferenza del dipendente nei confronti del capo.

Ostentare” significa mostrare in modo esagerato o eccessivo, mentre “deferenza” si riferisce al rispetto o alla riverenza mostrata verso qualcuno, in particolare verso una figura di autorità o un superiore. Quindi, l'”ostentata deferenza” si riferisce a un comportamento in cui il rispetto verso il capo viene mostrato in modo esagerato o evidente.

Ad ogni modo, come ho detto, l’uso ironico o critico, come negli esempi fatti, è molto frequente quando si usa questa espressione, che però possiamo usare anche seriamente, per sottolineare le capacità e il fascino di un intellettuale che quando parla pendono tutti dalle sue labbra. Tutti ascoltano con attenzione, affascinati dal suo modo di parlare.

Es: Alla conferenza, Giovanni si levò in piedi e cominciò a parlare con tale eloquenza e profondità di pensiero che tutti in sala rimasero incantati. Le sue parole fluivano con grazia e chiarezza, e il suo fascino naturale catturava l’attenzione di ogni persona presente. Ogni sguardo era puntato su di lui, e tutti pendevano letteralmente dalle sue labbra, rapiti dalla sua capacità di comunicare in modo coinvolgente e persuasivo.

Quel Giovanni, purtroppo, non ero io. 🙂

Adesso ripassiamo? Che ne dite? Chiedo ai membri dell’associazione di dire ciò che pensano degli intellettuali.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Camille: Molto spesso, quando sentivo parlare di un individuo definito intellettuale, avevo un giudizio negativo, ero prevenuto nei confronti di questa persona. Le associavo a coloro che, di solito, forniscono risposte elaborate a domande semplici. A volte avevo anche ragione, altre invece era solo un mio pregiudizio.

Khaled: io con gli anta ho imparato a tollerare e rispettare tutte le opinioni, anche quelle che non condivido. Che poi ti imbatti in falsi intellettuali e devi fare l’indiano e fingere di non capire per non passare per maleducato è un’altra storia!

Marcelo: studiare è appagante, questo è fuor di dubbio, ma la categoria non gode di ottima reputazione. Potrei fare alcuni nomi emblematici a riguardo, ma meglio evitare querele.

Giovanni: scusate, sono sempre io. Devo aggiungere un’ultima cosa importante. Nell’episodio ho parlato sia del verbo pendere che del verbo appendere. Però potrei anche usare appendere. In che modo? Sostituendo pendere con appendere? La Risposta è no.
Non si può dire infatti “appendo dalle tue labbra”, ma se si vuole usare il verbo appendere , bisogna dire “sono appeso alle tue labbra”, che esprime lo stesso significato di “pendo dalle tue labbra”. Questo perché appendere esprime l’azione di prendere qualcosa e attaccarla in alto, come quando si appende una giacca.

Io appendo la giacca, tu appendi la giacca eccetera.
Invece “pendere” è un verbo che esprime il fatto di stare appesi, di trovarsi appesi, di essere appesi a qualcosa.

Io sono appeso alle tue labbra

Tu sei appeso alle mie labbra. Eccetera. Fine del chiarimento.

Orda (ep. 1056)

Orda

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Trascrizione

people on sidewalk selective focal photo
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La parola “orda” è l’argomento di oggi. Orda al singolare, orde al plurale. Orda si pronuncia con la O aperta, come omega, osso, e non come orologio e ordigno, ad esempio.

In senso generale, orda può riferirsi a un gruppo numeroso e disordinato di persone o animali, spesso associato a un comportamento aggressivo.

Infatti in ambito storico, a tutti gli italiani vengono subito in mente le orde dei barbari.

In alcuni contesti però la parola orda può anche essere usata in senso dispregiativo per riferirsi a un gruppo di persone considerate volgari o selvagge.

Si indica col termine orda una massa umana spinta dalla violenza (come le orde dei barbari, appunto) o dalla miseria (orde di pezzenti). Si può usare anche scherzosamente, tipo:

Oggi in metropolitana ho incontrato con un’orda di ragazzi che usciva dalla scuola.

Il senso quindi è di creare l’immagine di un gruppo disordinato, che fa confusione e anche che non è molto rispettoso degli altri.

Più o meno è l’equivalente di “branco“, che si usa maggiormente per i gruppi di animali o anche di “frotta“, o “massa“. Si possono anche usare termini come accozzaglia, torma, stuolo, schiera, folla, caterva. Ognuno di questi termini può enfatizzare un aspetto diverso. L’orda indubbiamente trasmette un senso di caos, disordine o tumulto associato a un gruppo numeroso di persone.

Può implicare una mancanza di controllo, disciplina o civiltà, chiaramente con connotazioni negative. Si potrebbe parlare anche di un’orda di fan che si accalcano davanti a un concerto, suggerendo un gruppo di persone agitate e rumorose.

Vediamo altri esempi:

Orde di cani randagi si aggirano nei dintorni del quartiere.

Orde di vacanzieri affollano l’Italia nel mese di agosto.

Un’orda di fan è arrivata a Roma per il concerto di Vasco Rossi.

Adesso ripassiamo. Per restare in tema parliamo dell’autocontrollo e della disciplina. Mi piacerebbe se ci fosse un gruppo numeroso di membri, che non chiamerei mai orda, sia ben chiaro, disposto a creare dei ripassi. Mi accontento di un paio di frasi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo Beh, certo che un ripassino a quest’ora non è mica facile direi! Dovrò proprio tenere a bada le mie emozioni, soprattutto quelle che mi fanno diventare adirato, anzi, imbestialito! Ma non per il ripasso di per se, fatte salve le notizie che si ascoltano del mio paese, che per inciso è l’Argentina! Dovrei pazientare, altrimenti corro il rischio di impazzire… dopo le revisioni fatte del nuovo governo. Quando pensavamo di aver raschiato il fondo del barile, hanno fatto emergere fondi fiduciari che fungevano da cassa per i politici in carica del precedente governo senza nessun controllo! E l’entità di questi fondi è di 3000 miliardi e passa! Poveri noi, onesti e disciplinati cittadini che lavorano e pagano le tasse! Autocontrollo? Manco per niente! Con questi tutto è poco o niente!

Deliberatamente (ep. 1055)

Deliberatamente

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Trascrizione

È interessante notare come “deliberatamente” sembri un avverbio apparentemente semplice, poiché indica, in fondo un’azione volontaria.

Parliamo cioè di qualcosa fatto di proposito, tanto per citare un’espressione che abbiamo affrontato recentemente (parlo di “fare di“).

Possiamo anche parlare di un’azione fatta volutamente, volontariamente, o con intenzione o anche consapevolmente.

C’è di più però, perché “deliberatamente” , benché possa essere sostituito da queste modalità alternative, aggiunge molto spesso qualcosa in più, qualcosa che non c’è, ad esempio, in “volontariamente“.

Si tratta di qualcosa che a un non madrelingua può sfuggire. Per questo ho pensato potesse essere utile approfondire l’uso di questo avverbio.

Deliberatamente” aggiunge un livello di consapevolezza e intenzionalità più forte rispetto a “volontariamente”. Perché più forte? Direte voi.

Allora: qualcosa è stato detto o fatto in modo consapevole e intenzionale, dopo aver pensato attentamente o preso una decisione volontaria. Non basta neanche questo però.

Se una persona fa qualcosa deliberatamente, lo fa intenzionalmente, ma forse è più adatto dire che lo fa premeditatamente.

Anche questo è abbastanza “forte” come avverbio.

Si tratta in genere di atti, quindi di comportamenti, di azioni deprecabili (ne parliamo meglio un’altra volta di questo aggettivo), diciamo negative, offensive, che ad esempio sono contro la morale o che infrangono qualche regola o che arrecano un danno a qualcuno.

Si utilizza generalmente per sottolineare che questa azione non è casuale, che quindi c’è stata l’intenzione, e che di conseguenza l’azione è da condannare o addirittura da demonizzare, tanto per citare un altro episodio.

Vi faccio qualche esempio:

La nave è stata colpita dai missili deliberatamente. Non c’è stato alcun errore. Altro che storie!

Questa frase sottolinea la volontarietà dell’attacco alla nave e si condanna questo attacco.

È un avverbio abbastanza formale come avrete capito.

Una mamma pertanto potrebbe anche dire, in teoria, ai figli di aver rotto deliberatamente i vetri della finestra del vicino di casa, ma indubbiamente preferirà dire che l’hanno fatto apposta o che l’hanno fatto di proposito o intenzionalmente o volontariamente.

I giornalisti e i politici invece usano spessissimo questo avverbio. Spesso si parla anche di “azione deliberata” o “scelta deliberata”.

Ad esempio, leggo su Google news che:

Il gasdotto che collega la Finlandia con l’Estonia potrebbe essere stato deliberatamente danneggiato.

Secondo questo giornalista quindi potrebbe trattarsi di un atto deliberato, quindi volontario, voluto e causato intenzionalmente da qualcuno.

Possiamo usarlo anche nello sport in caso di gravi infortuni. Ma attenzione.

Ad esempio, potremmo dire che un giocatore ha deliberatamente commesso un fallo grave in un’azione di gioco.

Tuttavia, è importante notare che l’uso di “deliberatamente” in situazioni di infortuni nello sport potrebbe implicare un’intenzione di causare danni, quindi va usato con cautela per evitare fraintendimenti. Se lo usiamo significa che il calciatore che ha commesso il fallo voleva far male all’avversario.

Un altro esempio potrebbe essere qualcuno che deliberatamente ignora una richiesta urgente di aiuto da parte di un amico.

In questo caso, “deliberatamente” suggerisce che la persona ha preso una decisione consapevole di non aiutare, nonostante fosse pienamente in grado di farlo e nonostante sapesse le conseguenze potenziali che potevano conseguire dalla mancanza di aiuto.

Anche “volutamente” si usa in genere per sottolineare azioni volontarie da condannare, ma l’intensità è più bassa.

Potrei dire ad esempio che “la mia richiesta è stata volutamente ignorata”. Non è detto che in questo caso ci siano conseguenze drammatiche conseguenti.

Si può dire lo stesso di “intenzionalmente”, che può essere utilizzato per sottolineare la volontarietà e la consapevolezza di un’azione. Anche questo avverbio è meno forte rispetto a deliberatamente.

“Volontariamente” è più innocente come avverbio. Ha spesso una connotazione più neutra o innocua rispetto a “deliberatamente” o “intenzionalmente”. Ciò non significa che non possa essere usato per azioni condannabili.

Es: una moto investe volontariamente un passante che attraversava sulle strisce pedonali.

Tuttavia è sufficiente che ci sia la volontà:

La ragazza si è allontanata da casa volontariamente. Nessuno l’ha costretta.

Il dipendente si è dimesso volontariamente.

Oppure:

L’industria dell’auto sta volontariamente rallentando la diffusione delle auto elettriche

Esiste anche “deliberatezza“, poco usata come parola, a dire il vero, ma stavolta non necessariamente in senso negativo.

Posso parlare ad esempio della “deliberatezza dell’uomo” che descrive il margine di scelta che ognuno di noi ha.

Ad esempio se voglio parlare della scelta che una persona può fare di non avere figli, allora posso dire, anziché “la libertà nella scelta di non avere figli”, “la deliberatezza della scelta di non avere figli”.

Se diciamo invece “la scelta deliberata di non avere figli” o “ho scelto deliberatamente di non avere figli” benché si possa fare senza problemi, sembra quasi di aver commesso un delitto :-).

Adesso ripassiamo qualche episodio passato, sperando che i membri dell’associazione Italiano Semplicemente non decidano deliberatamente di fare gli gnorri. Parliamo delle scelte importanti della vita.

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Segue una breve canzone dedicata all’episodio
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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Suvvia, animiamoci un po’ per scoprire ognuno le scelte importanti della vita! Per me, e dopo aver riflettuto un po’, scegliere il posto dove abitare è assai importante. Condiziona non solo te, ma anche tutta la famiglia, dalle opportunità di lavoro alla scuola, alle amicizie. Chissà come sarebbe la mia vita se invece di nascere nel mio paese, fossi nato dove sono nati i miei nonni! Vai a capire dove sarei adesso e cosa avrei fatto nella vita. Senza contare che il luogo della riunione annuale dei membri di IS, sarebbe a un tiro di schioppo!

Fare di (ep. 1054)

Fare di

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Sofie: Sapete che ci sono tante espressioni e locuzioni che contengono “fare di“. Su due piedi mi vengono in mente:

Fare di tutto

Oggi voglio fare di testa mia.

Fare di tutta l’erba un fascio

Fare di meglio

Fare di conto

Fare di proposito

Fare di qualcuno o di qualcosa ciò che si vuole

Abbiamo già visto almeno un paio di episodi che voglio citare:

Che me ne faccio” (di qualcosa o di qualcuno) e “Fare di necessità virtù”.

Queste due espressioni condividono lo stesso utilizzo del verbo fare. Infatti in entrambe le espressioni fare è seguito dalla preposizione di o una preposizione articolata tra del, della, degli, delle, dello e delle.

In questi casi, spesso” fare di” ha il senso di rendere o utilizzare o un senso vicino a “trasformare”.

Es:

fai di me quello che vuoi

Cioè: utilizzami come vuoi, decidi tu cosa fare di me. Rendimi tuo schiavo se vuoi… Vabbè non esageriamo!

Oppure:

Cosa vuoi fare di tutto il tempo libero che hai?

Cioè: Come lo vuoi utilizzare?

Oppure:

Ti regalo questo libro. Se non ti piace, fanne ciò che vuoi, cioè fai di questo libro ciò che vuoi.

Cioè regalalo anche tu, o gettalo se vuoi. Decidi tu come utilizzarlo.

Di questo legno voglio farne un tavolo!

In questo caso “fare” e “di” sono separate, ma il senso è quello di trasformare il legno per costruire un tavolo.

Posso anche dire che:

Questa squadra di calcio fa dell’organizzazione di gioco la propria arma vincente.

Anche qui c’è il senso, anche se appena percepibile, dell’utilizzo. Possiamo usare questa modalità abbastanza elegante ad ogni contesto. Es:

Marco ha fatto della sua fantasia la sua fonte di guadagno

Stesso significato.

Chiaramente non è sempre così quando “fare” è seguito dalla preposizione “di” o una delle sue simili articolate.

Es:

Vediamo l’espressione “fare di tutta l’erba un fascio“, che significa, in senso proprio, prendere tutta l’erba e farne un unico fascio, unirla tutto insieme formando un solo fascio.

C’è quindi l’idea di raggruppare tutto insieme, senza distinzione, e si usa però quando non è il caso di farlo.

In questo caso non si tratta di utilizzare qualcosa, ma piuttosto di raggruppare.

Es: perché dici che tutti gli studenti di questa classe sono di basso livello? Non puoi fare di tutta l’erba un fascio.

Chiaramente si usa sempre in senso figurato. Quando qualunque cosa viene raggruppato impropriamente si può usare questa espressione.

Poi c’è “Fare di tutto”, che significa mettere in atto tutti i mezzi e sforzi possibili per raggiungere un obiettivo o affrontare una situazione. Si tratta di impegnarsi al massimo, utilizzando tutte le risorse disponibili, per ottenere un risultato desiderato.

Es: ho fatto di tutto per aiutarlo ma non ci sono riuscito.

“Fare di tutto” non è come “fare tutto” (senza preposizione) perché in quest’ultimo caso non stiamo parlando di impegnarci per raggiungere un obiettivo.

Anche “Fare di testa propria” non c’entra con la trasformazione e neanche con l’utilizzo. Indica invece un agire in modo indipendente, senza tener conto dei consigli o delle opinioni degli altri. Significa prendere decisioni o intraprendere azioni basate esclusivamente sul proprio giudizio o istinto, usando solo la propria testa, senza essere influenzati dalle idee altrui. Si usa spesso per rimproverare:

Sei troppo testardo, pensi sempre di fare di testa tua!

Oppure per dimostrare sicurezza:

Stavolta farò di testa mia!

Stavolta non ha proprio nessun senso la frase se togliamo la preposizione.

Passiamo a “Fare di meglio” che invece significa migliorare le proprie prestazioni o risultati attuali.

Es: mi piace come ho scritto questo episodio, ma ho fatto di meglio!

E l’opposto rispetto a “fare di peggio”. C’è anche fare “del proprio meglio” che è simile a fare di tutto. Fare di più e fare di meno si usano ugualmente molto spesso.

Se togliamo la preposizione, otteniamo “fare meglio” che si usa per fare confronti diretti.

Es:

Ho fatto meglio rispetto a ieri

Passiamo a “Fare di proposito”. Anche questo non è legato all’utilizzo o alla trasformazione. Invece significa agire intenzionalmente o deliberatamente. Quest’ultimo è un avverbio interessante. Prendo nota per un prossimo episodio.

Fare di proposito indica che un’azione è stata compiuta con uno scopo preciso o con consapevolezza, e non per caso o per errore. Più informalmente si dice “fare apposta”. Il proposito infatti rappresenta l’intenzione, l’obiettivo.

Il mio proposito di oggi era, ad esempio, quello di spiegarvi “fare di” nel senso legato all’utilizzo e alla trasformazione. Dico “era” perché non riesco a resistere quando si presenta l’occasione di approfondire qualcosa.

Poi ho citato anche “fare di conto” o “far di conto“. Si intende l’abilità o la capacità di capire e utilizzare i numeri.

Ci sono sicuramente anche altri usi di “fare di” che possono sfuggirmi al momento. Fortunatamente direte voi…

Ad esempio, mi viene in mente:

Che fai di mestiere?

Oppure:

Perché dormi di giorno? Dormire è una cosa che bisogna fare di notte.

Esiste anche “fare di continuo” qualcosa che è simile a “fare continuamente” qualcosa.

E tu come fai di cognome?

Cioè: qual è il tuo cognome?

Oppure:

Cosa fare di divertente a Roma?

Cosa possiamo fare di domenica pomeriggio?

Mi sono fatto prendere la mano come al solito..

Il fatto è che piu continuo a pensare e più mi vengono in mente espressioni con diversi usi di “fare di”, come “fare di fretta” e “fare di si/no con la testa”.

Adesso basta però. È l’ora del ripasso. Fate di testa vostra, mi raccomando, senza ricorrere all’intelligenza artificiale. Potreste parlare del verbo fare. Cercate di usarlo in diversi modi.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Albéric: Sul verbo fare c’è tanto da dire. Pensiamo un po’ alle diverse lezioni di Gianni in merito, tipo: far presente, avere un fare, fare salvo e chi più ne ha più ne metta.

Marcelo: Mi pare che qualunque sia la lingua, il verbo fare è giocoforza uno dei più versatili, in quanto ha una caterva di usi diversi.

Danielle: Ragion per cui troviamo più usi possibili.

Camille: Non sia mai detto che a fare un ripasso non ci abbia provato anch’io.

Anthony: ben detto! Anche se questo sarà solo un modico contribuito voglio anch’io metterci del mio.

Komi: noi ci abbiamo provato. Poi Giovanni farà dei nostri tentativi ciò che vuole. Intanto ascoltate una breve canzone dedicata al verbo fare.

– – –

Segue una breve canzone dedicata all’episodio

– – –

La sequenza (ep. 1053)

audio mp3

La sequenza 

Trascrizione

Ricordate l’episodio dedicato alla sequela? Ho notato che non viene mai usato per comporre dei ripassi. Occorre rimediare subito!

Allora riprendiamo un attimo questo termine per aggiungere un dettaglio importante. La sequela è simile alla sequenza. Non parlo solamente delle lettere che compongono le due parole, ma anche del significato. La sequenza è molto meno impegnativa e anche scevra di ogni contenuto emotivo.

Ecco, se ricordate il significato di scevro e scevra, la sequenza è una sequela scevra di contenuto emotivo e anche più tecnica.

Una sequenza infatti indica semplicemente una cosa dietro un’altra, una successione ordinata o progressiva. Ordinata nel senso che c’è sempre un elemento della successione che ne precede un altro. Si può trattare di cose materiali ma anche immateriali.

Vediamo qualche esempio:

La sequenza delle lezioni di matematica inizia con l’aritmetica base e procede fino all’algebra avanzata.

Il mio piano di allenamento prevede una sequenza precisa di esercizi per ogni gruppo muscolare.

Nella matematica, è importante seguire la sequenza corretta delle operazioni per risolvere un problema.

La sequenza degli eventi storici ci aiuta a comprendere meglio il contesto di un’epoca passata.

La sequenza delle scene nel film è stata accuratamente montata per creare un’esperienza narrativa coinvolgente.

In una fabbrica la sequenza delle fasi di produzione è stata ottimizzata per massimizzare l’efficienza.
Per accedere al livello successivo del videogioco, devi inserire la sequenza corretta di tasti sulla tastiera.

Ogni numero nella sequenza di Fibonacci è la somma dei due numeri precedenti.

Per chiamare Giovanni devi digitare i numeri sul telefono nella sequenza corretta.

Si può anche dire che tua moglie ti ha coperto con una sequenza di insulti impressionante, ma in questi casi meglio usare sequela. Così come nel caso di tutte le successioni di fatti, di eventi o di frasi che sono avversi o fastidiosi, come la sequela di disgrazie.

Bene, adesso ripassiamo parlando dell’intelligenza artificiale, ma prima ho per voi una bella sequenza di parole in musica!
 
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Albéric: Quale redattore pubblicitario mi servo di Chat GPT all’occorrenza. Inizio a scrivere un brano e gli chiedo di rielaborarlo. Sulle prime, non di rado la prima versione non mi va a genio. Allora io mi domando e dico: ma che me ne faccio di questo obbrobrio che mi hai rifilato! Poi chiedo di affinare il testo così giungo a una versione di cui sono arcicontento!

Danielle: Non voglio propinare la solita pappardella agitando lo spauracchio Big Brother, ma per quanto mi riguarda, il primario problema delle AI verte sui dati.
Che fine fanno tutte le domande che gli poniamo?
Sull’uso etico di questi dati non ci scommetterei. È necessario adottare leggi rigide contro l’uso subdolo dell’IA da parte delle firme che le hanno create, che spesso non vogliono sentire ragioni. Se io facessi una domanda in merito alla mia salute e poi vedessi il prezzo della mia assicurazione sanitaria crescere…Pensate un po’! C’è da aspettarsi che un uso non regolato debba essere proibito.

Marcelo: Parlare di Intelligenza artificiale a questo punto é dovuto da parte mia! Molti paventano conseguenze nefaste per l’umanità e cercano di vietarla o limitarla! Secondo me tutto dipende dell’uso che se ne fa. L’IA è uno strumento come tanti altri! Non c’è bisogno di lambiccarsi su cose che forse non accadranno mai. Allora solo all’occorrenza, quando quindi si paleseranno conseguenze pericolose, si potranno mettere dei paletti, quindi solo all’uopo. Sempre che non sia troppo tardi! Ricordiamoci sempre che non tutti i mali vengono per nuocere e che quando di chiude una porta, si apre un portone! Come la vedete?

Palese, palesare e palesarsi (ep. 1052)

Palese, palesare e palesarsi

audio mp3

    • Trascrizione

      Ciao a tutti! Oggi voglio parlarvi di una parola che sembra un po’ presuntuosa! Sto parlando di “palese” e dei suoi amici “palesare” e “palesarsi“.

      Un proverbio dice:

      Chi si scusa senza essere accusato fa palese il suo peccato

      Cosa significa?

      Immaginate questa situazione: siete fuori, il sole splende, gli uccellini cantano, e improvvisamente… BOOM! Temporale improvviso e inizia a piovere a catinelle! Ecco, in quel momento, direi che è palese che il bel tempo è finito, giusto? Non c’è bisogno di un meteorologo per spiegarlo!

      “Palese”, quindi, si usa quando qualcosa è così ovvia che è evidente senza bisogno di spiegazioni aggiuntive. È come se fosse così chiaro da saltare agli occhi!

      Vediamo altri esempi:

      Era palese che il professore fosse un appassionato della lingua italiana, considerando che passava più tempo a spiegare le origini delle parole che a dare lezioni di grammatica!

      In questo esempio, “palese” indica qualcosa che è chiaramente evidente, ovvero l’interesse del professore per la lingua italiana, manifestato dal suo modo di insegnare.

      Alberico non faceva altro che ascoltare e ripetere e aveva abbandonato il libro di grammatica. Era la prova palese della sua dedizione al metodo di Italiano Semplicemente

      Questa era una prova chiara, evidente, lampante. Palese è un aggettivo simile anche a “nitido“, che abbiamo visto nel linguaggio del calcio ma che si usa anche in altri contesti.

      Usare l’aggettivo “palese” può però dare un’idea di presunzione, come ho accennato all’inizio. Questo perché quando si dice che qualcosa è palese, è quasi come dire: lo vedi anche tu no? E’ impossibile non vederlo! Come fai a non vederlo? E’ chiaro ed evidentissimo.

      E che dire di “palesare“? Beh, pensate a quel momento in cui vi rendete conto che il vostro amico ha un debole segreto per quella persona in particolare. Magari non l’ha mai detto esplicitamente, ma i suoi occhi brillano ogni volta che la vede. Ecco, potremmo dire che ha palesato i suoi sentimenti senza dire una parola! È come se il suo viso gridasse “Sì, mi piace!” più forte di un annuncio pubblicitario in TV!

      “Palesare” si riferisce all’azione di rendere evidente qualcosa che prima era nascosto o non chiaro. È come tirare fuori un coniglio da un cappello magico, solo che al posto del coniglio, c’è la verità!

      Tante cose si possono palesare. Le intenzioni innanzitutto.

      Le intenzioni sono un ottimo esempio di ciò che può essere palesato o che possono “palesarsi“.

      Immagina di trovarti in una situazione in cui qualcuno mostra comportamenti che suggeriscono un determinato scopo o desiderio, anche se non lo esprime apertamente. Questi segnali possono far emergere le intenzioni di quella persona, rendendole chiare o “palesi” agli altri.

      Le intenzioni possono anche palesarsi, cioè diventare evidenti, mostrarsi chiaramente, attraverso il linguaggio del corpo, le espressioni facciali e persino il tono della voce. Quindi le intenzioni sono sicuramente una delle cose che possono essere palesate o che possono palesarsi, e spesso lo fanno in modo sottile ma significativo!

      Ho usato “palesarsi” nel senso di rendersi palesi, come se le intenzioni facessero tutto da sole. In effetti si usa soprattutto in questo modo il verbo palesare.

      Per capire bene ricorro all”immagine di qualcosa che emerge dal buio o dal nulla all’improvviso.

      Tipo, immaginate di essere alla ricerca disperata di una soluzione a un problema, e all’improvviso, bam! La soluzione si palesa davanti ai vostri occhi come un flash di illuminazione improvvisa. È come se il vostro cervello dicesse: “Ecco, finalmente mi è venuta un’idea geniale!”

      “Palesarsi” dunque esprime qualcosa che diventa visibile o evidente da solo, senza bisogno di intervento esterno. È come se si rivelasse da sé, senza bisogno di essere spinto o forzato.

      Sicuramente questi tre termini: palese, palesare e palesarsi possono aiutarci a comunicare in modo più colorato e divertente. Quindi la prossima volta che qualcosa è così ovvia ed evidente ricordatevi di farli entrare in gioco!

      Anche una persona può palesarsi e lo può può fare in diversi modi.

      In senso letterale può mostrarsi fisicamente, quindi può palesarsi fisicamente, uscendo allo scoperto o presentandosi in un luogo specifico. Oppure può, in senso figurato, confidarsi, cioè può aprirsi e condividere i propri pensieri, sentimenti o esperienze con un’altra persona. Può anche manifestare la propria opinione, il proprio carattere o la propria personalità. E’ un altro modo questo di palesarsi, di uscire allo scoperto. Oppure può dichiararsi, cioè rivelare i propri sentimenti o intenzioni verso un’altra persona.

      Vediamo qualche esempio di persone e di altre cose che si palesano o che vengono palesate:

      Stavo nel parco a passeggiare, quando all’improvvso la mia ex moglie si palesa davati a me!

      oppure:

      L’allenatore era arrabbiatissimo per l’arbitraggio. All’inizio non ha detto nulla, ma poi ha palesato tutta la sua rabbia davanti alle telecamere.

      Era scomparsa una ragazza a Roma due giorni fa, ma fortunatamente ieri si è palesata spontaneamente e è voluta tornare a casa.
      Scusami, ma se la ami, non capisco cosa aspetti a palesarti con lei!
      Appena andato in carica, il Governo ha reso subito palesi le proprie intenzioni
      Allora, riprendendo il proverbio iniziale:
      Chi si scusa senza essere accusato fa palese il suo peccato
      Sta a significare che questa persona, che si scusa nonostante non sia stato neanche accusato, rende evidente, chiaro, lampante, che sia colpevole, che abbia fatto qualcosa di sbagliato!
      Allora, vi ricordate che adesso è il momento del ripasso? Verrebbe da chiedersi a cosa serva fare domande la cui risposta dovrebbe essere palese.
      Certo che vi ricordate! Allora palesatemi le vostre idee a riguardo.

      – – –

      Segue una breve canzone dal titolo “palese

      – – –

      Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

      Albéric: Avete presente la locuzione francese «Parlare della pioggia e del bel tempo?» Questo binomio inscindibile si riferisce a un dialogo che verte su cose banali della vita. Come “parlare del più e del meno” in italiano. Sebbene io possa sembrare un tipo restio a questo tipo di discorsi, in realtà dipende. A volte bisogna solo armarsi di pazienza quando un tizio ci attacca bottone parlando di nulla. Poi però, è palese che se a fare questo fosse una bellissima ragazza, vi direi: non me ne volete ma che me ne frega delle sue parole, la sua bellezza di per sè dice già abbastanza.

      Marcelo: Una volta, un amico mi ha domandato: “Sai qual è il viaggio più lungo che fai con uno sconosciuto?” Ovviamente io non lo sapevo ed era palese guardando la mia espressione. Così mi ha detto: “È quello che fai nell’ascensore ogni mattina prima di andare al lavoro con un vicino che non conosci per niente“. Poi aggiunge: “L’aria a volte si può tagliare con un coltello tanto è palpabile l’imbarazzo, perché si deve parlare anche se non si ha voglia! Il rovescio della medaglia però è che può nascere una nuova amicizia! Hai visto mai!

Indice, indicativo e emblematico (ep. 1051)

Indice, indicativo e emblematico

audio mp3

  • Trascrizione

    Emanuele: Come si chiamano le dita di una mano?

    C’è il pollice, l’indice, il medio, l’anulare e il mignolo.

    L’unico che serve ad indicare indovinate qual è?

    Chiaramente parlo dell’indice!

    Questo è un termine che si usa molto nella lingua italiana con diversi significati, ma tutti fanno riferimento in qualche modo al dito della mano. Tutti derivano dall’associazione con il dito della mano che usiamo per indicare, puntare o segnalare qualcosa.

    Ho detto “segnalare” e questo è, se vogliamo, il collegamento con l’ultimo episodio, in cui abbiamo parlato di “fare presente“, sebbene non fosse richiesto.

    Con il vostro Indice potete quindi far presente qualcosa a una persona. Ma il termine dicevo ha altri usi e significati legati al dito della mano.

    Infatti “Indice” può riferirsi a un segnale o un’indicazione di qualcosa. Ad esempio, l'”indice di pericolo” indica la presenza di un pericolo in un’area specifica.

    Quindi quando qualcosa è indice di pericolo, allora ci fornisce questa informazione, ci indica che c’è una forma di pericolo.

    Es:

    È aumentato il livello di inquinamento dell’aria in città, e questo è indice di pericolo per chi abita o lavora al centro.

    Con riferimento ai libri o a un testo di un documento, l’indice di un libro è una lista di argomenti o voci, solitamente situata all’inizio, che fornisce riferimenti numerici alle pagine dove possono essere trovati. Questo indice ci fornisce anch’esso un’informazione, ci indica le voci più importanti.

    Indice” può anche riferirsi a un numero o un valore utilizzato come punto di riferimento. Ad esempio, l'”indice di massa corporea” è un valore utilizzato per valutare il peso corporeo in rapporto all’altezza. Anche questo indice ci indica qualcosa.

    In ambito finanziario o economico, l'”indice” può indicare una misura statistica che rappresenta il valore di un gruppo di titoli o di un mercato nel suo complesso. Ad esempio, l'”indice azionario” rappresenta il valore medio di un gruppo di azioni. Anche questa è una indicazione.

    Insomma, il termine “indice” ha una vasta gamma di significati che ruotano attorno al concetto di indicazione, segnalazione, riferimento o misura.

    Qualunque informazione in realtà ci può indicare qualcosa, fornire qualche informazione, senza la necessità di voler misurare qualcosa o usare informazioni tecniche.

    Il concetto di “indice” può essere usato anche in contesti discorsivi più informali. In questo caso può essere utilizzato per introdurre un argomento o un aspetto che suggerisce o indica la presenza o la natura di qualcos’altro.

    Es:

    Le loro occhiate sospettose erano un chiaro indice di tensione tra di loro

    Questo esempio potrebbe essere utilizzato in una conversazione per indicare un comportamento o un atteggiamento che suggerisce la presenza di tensione o conflitto.

    L’aumento delle vendite è un buon indice di successo per la nostra nuova strategia di marketing.

    Questo è un modo per indicare un segnale o un elemento che suggerisce il raggiungimento di un obiettivo o di un risultato positivo.

    Oppure:

    Il suo sorriso mentre parlava dell’Italia è stato un chiaro indice di interesse per il Bel Paese.

    Se non vogliamo usare il termine “Indice“, informalmente possiamo usare diverse modalità: “questo vuol dire che”, “ciò significa che”, “è un segno che”, “è un indizio che”, “sembra indicare che” e così via.

    Queste espressioni sono più colloquiali e flessibili e adatte a conversazioni informali o situazioni meno formali rispetto all’uso di “indice di”.

    Si può usare anche “indicativo di” qualcosa, allo stesso modo di “indice di”, ma spesso il termine indicativo si usa da solo, senza preposizione seguente. In questo modo può avere due significati diversi.

    Può significare qualcosa che ci dà delle informazioni, che indica qualcosa, senza specificare cosa (dovrebbe essere scontato) oppure si utilizza per una misura approssimativa, solo indicativa, appunto, quindi non precisa. È simile a “più o meno” e “pressappoco”.

    Vediamo esempi di diverso tipo:

    Una temperatura del corpo è più alta o più bassa di 36-37 gradi può essere indicativa di una qualche problematica.

    Rispetto a “indice di”, questo utilizzo di “indicativo“, molto spesso si trova in ambiti più tecnici o comunque meno informali.

    Oppure:

    Un valore molto alto del livello di colesterolo nel sangue può essere indicativo di una cattiva alimentazione.

    Anche essere troppo magri può essere indicativo di una cattiva alimentazione, o di un metabolismo accelerato, o di una malattia o di un disturbo alimentare.

    Altro esempio, stavolta senza preposizione seguente:

    Negli ultimi anni le temperature medie sono state molto più alte del normale in tutta l’Italia e questo è indicativo secondo gli esperti, perché conferma la teoria del riscaldamento globale.

    Non posso usare “indice” in questo caso, perché indice è sempre seguito da “di”, “che” o una preposizione articolata, del, dello, della eccetera.

    Nell’ultimo esempio potrei dire, usando indice anziché indicatore:

    …questo è indice che la teoria del riscaldamento globale ha un fondamento di verità.

    Oppure:

    … questo è indice di come la questione del cambiamento ambientale sia un grande problema di tutti.

    L’uso di “indicativo” quindi, se non seguito da alcuna preposizione, non prevede di specificare: indicativo di cosa?

    Diciamo che è scontato, che si capisce dal contesto di quale indicazione stiamo parlando.

    Es:

    Non so se sia meglio, per vedere l’aurora boreale, andare in Finlandia a agosto oppure a ottobre. Certo, è indicativo che i prezzi degli aerei siano molto più alti a ottobre.

    Quindi sto dicendo che ho una indicazione importante. È Indicativo che i prezzi siano molto più alti a ottobre. Evidentemente, come è risaputo, per vedere l’aurora boreale è decisamente meglio andare a ottobre.

    Infine voglio parlarvi di “emblematico” che è qualcosa di simile a indicativo.

    Emblematico si riferisce a qualcosa che è rappresentativo o simbolico di un concetto più ampio. C’è spesso l’idea di un simbolo. Un emblema in effetti è un simbolo.

    Ma in senso figurato è qualcosa di particolarmente rappresentativo o significativo.

    Ad esempio, si usa spesso il “caso emblematico” o “l’esempio emblematico“. Esso rappresenta qualcosa, dimostra qualcosa, si può considerare a rappresentanza di qualcosa.

    Un caso emblematico è un esempio significativo o rappresentativo di un determinato fenomeno, concetto o situazione. È un esempio che è considerato particolarmente chiaro, rilevante o rappresentativo per comprendere un argomento specifico o illustrare una certa condizione.

    Es:

    è più facile imparare una lingua se si parla e si ascolta oltre a leggere e basta.
    I membri dell’associazione Italiano Semplicemente sono un caso emblematico perché imparano a comunicare molto più velocemente.

    Un altro esempio:

    I ragazzi che crescono dovendo affrontare delle difficoltà economiche sono più determinati quando diventano adulti. È emblematico il caso di Maria, che, partendo da zero, è riuscita a costruirsi una carriera di successo nel settore della moda.

    È possibile utilizzare “indicativo” in sostituzione di “emblematico“, ma solo in contesti in cui si intende indicare qualcosa che fornisce un’indicazione o un segnale di un concetto più ampio, e non tanto nel senso di rappresentare simbolicamente o essere esemplificativo di qualcosa.

    Ad esempio, potremmo dire:

    È indicativo il caso di Maria, il cui successo accademico e professionale suggerisce una forte determinazione e impegno nel perseguire i suoi obiettivi.

    In questo caso, “indicativo” viene utilizzato per sottolineare che il caso di Maria fornisce un’indicazione o un segnale della sua determinazione e impegno e magari la sua esperienza potrebbe anche suggerire che c’è probabilmente un legame tra difficoltà economiche e determinazione. Emblematico quindi è più forte rispetto a “indicativo” come concetto di legame tra una caratteristica e ciò che si vuole rappresentare.

    Indicativo” fornisce solo una indicazione, mentre “emblematico” va oltre, suggerendo che il caso di Maria rappresenta o simboleggia in modo esemplare la relazione tra difficoltà economiche e determinazione.

    Quindi, in effetti, “emblematico” ha una connotazione più forte e rappresentativa rispetto a “indicativo” quando si tratta di legami o relazioni tra caratteristiche e concetti più ampi.

    Giovanni: grazie Emanuele. Certo che episodi di questo tipo, che contengono un sacco di informazioni e soprattutto che durano più di dieci minuti sono emblematici perché in questa rubrica, che si chiama “due minuti con Italiano Semplicemente” quasi mai sono riuscito a rispettare la durata promessa. Questo episodio dunque rappresenta alla perfezione tutta la rubrica. Evidentemente però questo è un chiaro indice che ho sbagliato il nome della rubrica…

    A mia giustificazione, potrei dirvi che il nome della rubrica è solo indicativo della durata degli episodi. Assai indicativo…

    All’inizio Emanuele vi ha detto infatti che “indicativo” si può utilizzare anche per indicare una misura approssimativa, appunto, quindi non precisa. È ciò che ho appena fatto. D’altronde una indicazione ci fornisce solo qualche informazione, non ci dice tutto.

    Indicativo in questo caso è dunque simile a “più o meno” e “pressappoco“. Potrei dire che indicativamente ha questo significato.

    Quindi il nome della rubrica indica una durata solo indicativa.

    Domanda: ma Indicativa di cosa?

    Risposta: Indicativa della vera durata degli episodi.

    In questo caso posso specificare, se necessario, oppure no. Tanto si capisce lo stesso. Chiaramente non posso usare “indice” in questo caso, che non c’entra con l’approssimazione.

    Adesso un brevissimo ripasso dedicato alle indicazioni stradali. Ma prima una piccola canzoncina indicativa del mio livello di creatività.

    – – –

    Segue una breve canzone dal titolo “un amore indicativamente emblematico”

    – – –

    Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

    Marcelo: Io piuttosto che chiedere a qualcuno come raggiungere un luogo, preferisco seguire le indicazioni del mio navigatore. Ci sarà pure c’è il rischio di sbagliarmi ugualmente, ma almeno, evito di rinfacciargli il suo inutile aiuto e mandarlo a quel paese!

Fare presente (ep. 1050)

Fare presente

audio mp3

  • Trascrizione

    Emanuele: Il presente episodio è dedicato alla locuzione “fare presente” o “far presente”.

    È una locuzione che volutamente abbiamo lasciato fuori dall’ultimo episodio. Quindi in quell’episodio, dedicato al termine “presente“, questa locuzione non è presente.

    Battute a parte, “fare presente” significa segnalare qualcosa a qualcuno, quindi si potrebbe sostituire anche con far notare, o anche con precisare.

    Vi faccio presente però che è spesso usata in contesti formali, in cui si dà del lei all’interlocutore, tipo:

    Signor presidente, le faccio presente che gli episodi di questa rubrica dovrebbero durare attorno ai due minuti e spesso lei si dilunga eccessivamente.

    Teoricamente si potrebbe usare anche il verbo dire (ti dico che… le dico che) ma questa persona che “dice” questa cosa al presidente, sta non solo comunicando con lui, ma gli sta dando un suggerimento, o meglio ancora in questo caso, sta facendo una correzione.

    A volte fare presente è abbastanza simile a “tenere conto”, “tenere in considerazione”. Più informalmente si usa anche “calcola che“, anche se non c’è niente da calcolare nel senso proprio del verbo.

    Se vogliamo usare un semplice verbo in sostituzione di “fare presente”, oltre a segnalare e calcolare, potremmo usare il verbo valutare, meno informale ma si può usare in ogni contesto.

    La particolarità di “fare presente” è che molto spesso si utilizza per correggere una persona quando questa dimentica qualcosa di importante e che è giunto ad una conclusione senza considerare questa cosa importante.

    Fare presente” viene quindi spesso usato per portare all’attenzione di qualcuno un punto importante che potrebbe essere stato dimenticato o trascurato durante una discussione o un ragionamento. È un modo gentile per correggere o integrare una conclusione.

    Es:

    Ti volevo fare presente che nella tua analisi manca un dato cruciale che potrebbe cambiare la conclusione.

    Mi permetto di farti presente che durante la riunione di ieri non hai menzionato l’aspetto finanziario del progetto.

    Nella tua recensione su TripAdvisor hai scritto che l’albergo è molto bello e grande, ma il servizio non è al top. Ti faccio presente che ‘top’ è un termine inglese, quindi sarebbe più corretto dire “il servizio non è il massimo”, oppure “il servizio non è dei migliori.?

    Una possibile risposta però potrebbe essere:

    io invece ti faccio presente che qui a Milano si usa molto spesso e tutti capiscono senza problemi!

    Se non siamo in ambito formale spesso si usa ironicamente. Questa è una caratteristica importante che contraddistingue la locuzione rispetto ai verbi o altre locuzioni che possono usarsi in sostituzione.

    Es:

    Se un mio amico mi chiede di passare il weekend a casa sua con due sue amiche, poteri rispondere:

    Giovanni:

    Ti ringrazio per il pensiero, ma ti vorrei solo far presente che a casa ho una moglie e tre figli che mi aspettano.

    Prima si è citato “portare all’attenzione di qualcuno” come possibilità alternativa a “fare presente” ma questa è ancora più formale e si usa solamente in contesti professionali e burocratici. Non si usa, tra l’altro, in modo ironico.

    Potrebbe risultare un po’ eccessiva per situazioni più informali o quotidiane tra persone sposate o tra amici o in famiglia. Quindi, se stiamo parlando ad esempio di un rapporto tra coniugi o amici, “fare presente” è sicuramente più adatto e si presta bene a correzioni e utilizzi ironici, anche con un pizzico di “acidità” direi.

    Questa precisione aggiunge qualcosa di importante secondo me, perché a volte, quando si usa “fare presente” l’effetto ottenuto non è quello della battuta divertente, ma quello della battuta cosiddetta “acida”.

    Parliamo di sarcasmo. Non so se conoscete questo termine.

    A volte, il tono o il contesto in cui viene utilizzata la locuzione “fare presente” possono trasmettere un senso di pungente critica anziché semplice osservazione. Dipende molto dalla modalità in cui viene fatta l’osservazione e dall’intenzione di chi la usa.
    Una sfumatura che credo sia importante.

    Vi faccio un paio di esempi di questo tipo.

    Caro, ti faccio presente che hai lasciato la spazzatura sul pavimento della cucina. Sarà forse la tua nuova installazione artistica?

    Risposta del marito:

    Vorrei farti presente che non sono l’addetto alle pulizie di questa casa.

    Vi lascio immaginare il seguito della conversazione…

    Adesso ripassiamo. Parliamo di battute acide e di sarcasmo.

    Il sarcasmo, per aiutarvi un po’, se non è abbastanza chiaro, è un tipo di linguaggio o tono di voce che viene utilizzato per comunicare in modo ironico o beffardo, spesso dicendo il contrario di ciò che si intende veramente o esprimendo disprezzo o derisione. Si tratta di un’ironia tagliente, utilizzata per sottolineare una critica o per prendere in giro qualcuno o qualcosa. Il sarcasmo può essere evidente oppure più sottile e difficile da afferrare a volte.

    A voi la parola.

    Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

    Albéric: Ottimo argomento, su misura per me direi. Si dà il caso infatti che da giovane mi sia laureato in “Sarcasmo e Ironia” presso l’Università di Bologna. Il mio corso preferito era senz’altro quello tenuto dal Professor “Finto Tonto” . Fu lui a dirigere la mia tesi intitolata: “Il menefreghismo come arte di vita”. Solo gli addetti ai lavori sono in grado di capirne la sostanza, che si snoda attraverso i meandri di un modo di pensare restio a qualsiasi forma di logica.

    Ulrike: Quale sorpresa, questo corso del famoso professor Finto Tonto! Lo conosco anch’io, benché i miei ricordi non siano dei migliori. Ho mollato presto rendendomi conto che la materia mi andava di traverso. Poi c’era un tizio accanto a me, sempre disposto a lanciare frecciatine sarcastiche per far ridere alle spalle altrui. Non vi dico quanto mi dava sui nervi.

    Marcelo: Dopo aver riflettuto un po’ sul concetto di sarcasmo, ricordo un professore che era assuefatto a questo modo di essere. indirizzava critiche mordaci, anche pungenti, ma non esplicite, verso il suo bersaglio, in modo acido e caustico. Questo mi provocava un crescendo di rabbia, e cresceva il desiderio in me di dargli risposte sibilline. Questo professore non a caso annoverato tra i primi posti, se non proprio al primo, tra tutti i professori che odiavo! Tra le persone dirette e quelle caustiche e mordaci, sono decisamente per le prime!

    – – –

    Segue una breve canzone dal titolo “ti faccio presente”

    – – –

Il presente, la presente,  il qui presente, la qui presente (ep. 1049)

Il presente, la presente, il qui presente, la qui presente

audio mp3

  • Trascrizione

    Presente!

    Questa è la risposta che si dà normalmente quando si fa un appello. Ricordate quando la maestra faceva il vostro nome alle scuole elementari o i professori alle scuole medie e alle superiori?

    Chiaramente questa è la risposta dei presenti, cioè di coloro che sono presenti, cioè che ci sono al momento dell’appello. Gli assenti chiaramente non possono rispondere.

    I presenti invece rispondono proprio così: presente!

    Quando dico “i presenti” sto usando presente come sostantivo chiaramente. Al femminile diventa “la presente” e “le presenti”.

    Anche al singolare si usa il sostantivo, ma “il presente” e “la presente” non si usano mai in questo modo (a differenza del plurale) per indicare una persona fisicamente presente in un luogo, ad esempio durante un appello.

    Invece ci sono occasioni in cui si usa “il qui presente” e “la qui presente“.

    “Qui” indica un luogo, quello in cui una persona si trova, cioè quello in cui è presente.

    “Il qui presente” e “la qui presente” sono modalità che si usano per riferirsi alla persona attualmente presente in un determinato contesto o situazione. Ad esempio, in un documento legale si potrebbe scrivere “il sottoscritto, il qui presente Giovanni Rossi”, per indicare la persona che sta firmando il documento in quel momento.

    Es:

    Il sottoscritto, il qui presente Giovanni Rossi, dichiara che quanto segue risponde al vero.

    Questa modalità si può usare anche al plurale:

    Es

    Alla mia email hanno risposto solamente i qui presenti Paolo Rossi e Mario bianchi.

    Parlando di oggetti o comunque non di persone si potrebbe invece leggere:

    La presente relazione analizza i risultati ottenuti durante il periodo di ricerca.

    Non si usa indicare il luogo (“qui”) nel caso di cose.

    Il presente documento è da considerarsi a tutti gli effetti, parte integrante del modulo sopraindicato.

    In questi due ultimi casi, sto specificando: “la presente relazione”. “il presente documento”. Parlo della relazione, parlo del documento, cioè mi riferisco a questo documento, a questa relazione. E’ come dire quindi, più informalmente: “questa relazione”, “questo documento”.

    Oppure, in una comunicazione, come una email, si potrebbe leggere:

    Si allega alla presente il contratto firmato per la vostra revisione e approvazione.

    Oppure:

    Con la presente, desidero informarvi della mia decisione di revocare il contratto.

    Non c’è bisogno di specificare quando si tratta di indicare la comunicazione che si sta facendo. Si usa la forma femminile in questi casi.

    In tutti questi esempi, “la presente” viene dunque utilizzata per riferirsi al testo o all’oggetto in questione in modo formale e rispettoso.

    Si tratta solitamente infatti di modalità formali, quindi non si utilizzano in famiglia o tra amici.

    Ora, “il presente”, unicamente al maschile, è anche un’altra cosa. Direi anche più di una.

    Prima di tutto il presente indica il tempo attuale. Il presente è posto tra il passato e il futuro. Il sostantivo “presente” però indica anche un regalo.

    Un qualunque tipo di regalo?

    Diciamo di sì. È un regalo, Un dono, un oggetto che serve a “far presente” cioè a ricordare chi lo invia. Per questo si chiama così.

    Spesso per “presente“, comunque, si intende un regalo simbolico e spesso di valore limitato , ad esempio:

    Gli ho portato un presente per non andare alla cena a mani vuote.

    Più informalmente in questi casi si dice anche “una sciocchezza“.

    Che bello, cosa mi hai portato?

    Risposta: No, niente di che, solo una sciocchezza!

    Come regalo simbolico non sempre è detto però che il valore sia limitato. È il caso in cui “un presente” è un anello prezioso.

    Ad esempio, come regalo di laurea, un anello può essere il giusto presente per augurare un futuro radioso e brillante.

    Non voglio dilungarmi troppo su tutti i significati di “presente” in un unico episodio. In uno dei prossimi comunque voglio parlarvi di “far presente“, di cui ho fatto solo un breve accenno qualche frase addietro.

    Ora è il momento del ripasso. Parlatemi di qualunque cosa, ma evitando di usare l’indicativo presente. Ce l’avete presente?

    Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

    Ulrike: Evitare l’indicativo presente, hai detto? Un compito bellamente escogitato direi. Sulle prime pensavo fosse una presa in giro bell’e buona. Ma no, a pensarci bene, più che altro dovrebbe trattarsi di una sfida grammaticale. Non ti ci facevo, Gianni, proprio no.

    Albéric: Questa sarà una sfida vera e propria, targata senza dubbio Italiano Semplicemente? A raccogliere questa provocazione ci potrei anche stareSe dovessi fare a meno dell’indicativo, ci metterei senz’altro la faccia attraverso l’uso quantomeno del congiuntivo, sebbene questo potrebbe essere teatro di tanti dibattiti, essendo il modo supremo della lingua del Sì.
    Però, come direbbe Kierkegaard: «La mia vita è purtroppo fatta al congiuntivo: fa’, o mio Dio, ch’io abbia una forza indicativa!»

    Marcelo: Ieri, mentre passeggiavo, mi sono imbattuto in un posto di blocco della polizia stradale. Stavano facendo i controlli della revisione annuale obbligatoria. Delle persone mostravano al poliziotto il libretto dove doveva stare il timbro del 2023 ma non appena scoperta la mancanza del rinnovo annuale, il posto di blocco è diventato presto teatro di scontri e malumori, e qualcuno ha anche pronunciato bestemmie! Non è bello essere colti in flagrante dalla polizia.

    Jennifer: Mi è venuto in mente un incidente accaduto qualche anno fa. Stavamo tornando da una bella serata in cui mio marito aveva bevuto un bel po’ di vino. Due carabinieri ci hanno fermato e hanno voluto vedere la sua patente. Mio marito non l’aveva portata ma non era per niente preoccupato mentre il giovane carabiniere gli ricordava la legge Italiana. Tra l’altro, sapendo che di recente avevamo fatto il tagliando e la revisione, non eravamo preoccupati. Il giovanotto carabiniere continuava imperterrito a ribadire cosa dovesse la legge in Italia, pensando che non capissimo bene l’Italiano. Alla fine mio marito, con tono rilassato, gli ha spiegato che ero io che stavo guidando e che la nostra macchina inglese aveva il volante a destra, qualcosa di cui i carabinieri non si erano resi conto.… Poi dice perché le barzellette coinvolgono le forze dell’ordine!

    Zhao: Sul serio: non avrei mai pensato che fosse possibile vietare l’uso dell’indicativo presente, e inoltre senza preavviso, di punto in biancoTi sarà dato di volta il cervello, egregio presidente! Ma sappilo, questa volta, la tua richiesta non sarà mai accolta da parte mia. Piuttosto, potrei vedermi costretto a parlarne con il mio avvocato. Lo farò appena potrò, e senza remore… 😉

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    Sigla musicale dedicata a questo episodio dal titolo: “hai presente il presente?”

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    brown gift box
    Photo by Porapak Apichodilok onPexels.com

Il tagliando e la revisione (ep. 1048)

Il tagliando e la revisione

Descrizione: un episodio dedicato alle automobili. In particolare parliamo dei controlli che si devono fare.

 

Per avere la trascrizione completa in PDF di questo episodio e di tutti gli altri, anche in versione pdf, e i file audio in formato MP3, diventa membro di Italiano Semplicemente.

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man fixing vehicle engine
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Spunto, spuntino, spuntarla (ep. 1047)

Spunto, spuntino, spuntarla

DURATA MP3: 10:54

Vediamo come usare la versione pronominale di spuntare. parliamo anche dello spunto e dello spuntino. Prendete spunto…

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 21 episodi precedenti e una breve canzone dedicata all’episodio.

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spuntare una voce

 

Lo spauracchio (ep. 1046)

Lo spauracchio

DURATA MP3: 9 min. circa

Descrizione:

In senso figurato qualunque cosa che rappresenta un motivo di terrore, qualcosa di assiduo e incombente possiamo chiamarlo spauracchio.

Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alla paura. Segue una breve canzone dedicata allo spauracchio.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

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Spauracchio

Il prefisso “arci” (ep. 1045)

Il prefisso “arci” (ep. 1045)

DURATA MP3: 11:48

Impariamo ad usare il prefisso “arci” come forma di superlativo assoluto. Vediamo quando preferire questo prefisso rispetto agli altri. Alla fine dell’episodio facciamo ascoltare anche una breve canzone sul tema:

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 24 episodi precedenti.

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L’assiduità (ep. 1044)

Assiduità

Ascolta la canzone dedicata all’assiduità

DURATA MP3: 8:11

Il termine assiduità e l’aggettivo assiduo potete utilizzarli in molte occasioni diverse nei vostri dialoghi in lingua italiana.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 15 episodi precedenti.

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assiduo assiduità

Essere teatro (ep. 1043)

Essere teatro

DURATA MP3: 8:11

L’episodio di oggi è dedicato però all’espressione “essere teatro” in cui gli spettacoli a cui si assiste solitamente non si pagano…

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 10 episodi precedenti.

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Il verbo targare (ep. 1042)

Il verbo targare

DURATA MP3: 11 min. circa

Targare deriva chiaramente da “targa”, quella sottile piastra di metallo che porta incisa una scritta o altre indicazioni.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 24 episodi precedenti.

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hand of elderly man touching licence plate on car
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Il salasso (ep. 1041)

Il salasso

DURATA MP3: 10:40

Vediamo l’uso del termine “salasso” e come questo abbia a che fare sia con le spese che col sangue. Si tratta comunque di “perdite” o sacrifici

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 10 episodi precedenti.

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Il risentimento e l’animosità (ep. 1040)

Il risentimento e l’animosità

DURATA MP3: 10:40

Vediamo i due significati del termine “risentimento”, legato sia al rancore che agli infortuni. Segue il consueto ripasso finale. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 24 episodi precedenti.

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woman touching her back
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Gli aggettivi “Inerente” e “insito” (ep. 1039)

Gli aggettivi “Inerente” e “insito

DURATA MP3: 15 min. circa

Vediamo come usare gli aggettivi “attinente” e “insito” attraverso molti esempi. Scopriamo le affinità e le differenze. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 24 episodi precedenti.

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Segnarsela e legarsela al dito. Il rancore e il risentimento (ep. 1038)

Segnarsela e legarsela al dito. Il rancore e il risentimento (ep. 1038)

DURATA MP3: 13 min. circa

Parliamo del rancore e di alcune espressioni e verbi particolari che possono essere usati per esprimere questo sentimento.

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 15 episodi precedenti.

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Fare mea culpa (ep. 1037)

Fare mea culpa

DURATA MP3: 13 min. circa

La locuzione “mea culpa” può essere usata in diversi contesti. Può essere usata in modo formale, come in un discorso politico o in un’intervista, ma anche in modo informale, come in una conversazione tra amici o familiari..

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 14 episodi precedenti.

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Fare mea culpa

Sulle prime (ep. 1036)

Sulle prime (ep. 1036)

La locuzione “sulle prime” la possiamo usare sempre in sostituzione di “lì per lì“, ma è meno informale e più elegante. 

A partire dal numero 1001, gli episodi audio MP3 (con trascrizione e gli esercizi) di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 29 episodi precedenti.

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Sei sprecato, ti sei sprecato (ep. 1035)

Sei sprecato, ti sei sprecato

 

Sprecare sé stessi è qualcosa che si può esprimere in due modi diversi. Il fatto è che “sprecarsi” e “essere sprecati” hanno due significati diversi. 

A partire dal numero 1001, gli episodi audio MP3 (con trascrizione e gli esercizi) di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 13 episodi precedenti.

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Il verbo distogliere (ep. 1034)

Il verbo distogliere (scarica audio)

Trascrizione

Distogliere l’attenzione si riferisce all’atto di spostare l’attenzione.

Dunque spostare, muovere l’attenzione, solitamente da qualcosa di scomodo o imbarazzante verso un altro argomento.

Ad esempio, in una situazione in cui si è coinvolti in qualcosa di spiacevole, si potrebbe cercare di distogliere l’attenzione dal problema principale parlando di qualcos’altro o incolpando qualcun altro.

L’attenzione che si vuole distogliere è quella degli altri, delle altre persone in questo caso.

È un modo per evitare di affrontare direttamente l’argomento scomodo. In politica avviene spesso, ma tutti noi possiamo in realtà distogliere l’attenzione su un fatto scomodo che ci riguarda perché magari abbiamo qualche colpa.

L’attenzione non è l’unica cosa che si può distogliere comunque.

Possiamo infatti distogliere lo sguardo. Stavolta riguarda il nostro sguardo solitamente.

Distogliere lo sguardo infatti significa spostare lo sguardo da qualcosa o da qualcuno. Può essere usato per evitare il contatto visivo in situazioni imbarazzanti o scomode, o per evitare di concentrarsi su qualcosa di specifico. È un modo per evitare di guardare qualcosa o qualcuno, sia intenzionalmente che involontariamente.

Es:

Guardami negli occhi, non distogliere lo sguardo!

Facciamo un gioco. Ci guardiamo negli occhi senza mai distogliere lo sguardo. Chi lo distoglie per primo perde.

Chiaramente distogliere lo sguardo si può anche usare al posto di distogliere l’attenzione, e allora mi potrei riferire agli altri.

Capite che distogliere è simile a togliere, ma si usa solo con gli sguardi, l’attenzione ma anche con le energie, le emozioni, l’interesse, la concentrazione, la responsabilità, spesso in modo involontario o intenzionale.

La logica è sempre la stessa: spostare qualcosa da un punto a un altro, ma non spostare cose materiali.

L’attenzione, l’energia, la concentrazione, l’interesse, sono cose che si spostano ugualmente ma in senso figurato.

In realtà anche gli occhi possono essere distolti, ma questo è come distogliere lo sguardo. Stesso significato.

Es:

Giovanni non ha mai distolto gli occhi da te, ti ha guardato tutto il tempo.

A dire il vero, oltre agli occhi possiamo anche distogliere una singola persona. Come si fa?

Anche qui il senso non è materiale.

Es:

qualcuno ha cercato di distogliermi dall’idea di insegnare l’italiano agli stranieri.

Significa allontanare qualcuno da un proposito, quindi dissuadere qualcuno.

Anche al plurale comunque si può usare.

Es.

Non voglio distogliervi dall’argomento principale di questo episodio

L’unica eccezione materiale che vale la pena di citare, oltre a distogliere una o più persone, è “distogliere dei fondi“. Infatti anche i fondi, cioè delle risorse finanziarie, possono essere distolte.

“Distogliere dei fondi” viene utilizzato per indicare l’atto di deviare o sviare fondi finanziari da un uso previsto, quindi legittimo, a uno scopo diverso o non autorizzato, o anche illegittimo.

Questo può avvenire in contesti come le finanze pubbliche, aziendali o in altri ambiti in cui dei fondi sono assegnati o destinati a uno specifico scopo ma vengono utilizzati in modo improprio o non autorizzato per altri fini. Si tratta anche in questo caso di allontanare qualcosa.

Si usa anche il verbo “distrarre” in questi casi: distrarre dei fondi.

Questo è un uso molto complicato di “distrarre” e non voglio che distogliate l’attenzione dal verbo di oggi.

Allora, proprio per questo, aspetto il ripasso del giorno dedicato al verbo distogliere.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: Pochi giorni fa ho letto un articolo sulle cosiddette “fallacie argomentative”, che mi é risultato molto interessante. Parlava di sette fallacie logiche usate e abusate da chiunque ma soprattutto nel dibattito pubblico. Sette, numero magico, come le sette regole d’oro di IS. Ma torniamo a bomba.

Irina: Tra tali fallacie, sono annoverate l’argomento fantoccio, l’attacco alla persona, l’appello all’ignoranza, l’origine del populismo, l’appello all’autorità, la fallacia aneddotica e la falsa analogia.

Crostophe: Non vorrei che vi impelaghiate con l’articolo se non vi piace approfondire il tema, però si può vedere il filo conduttore tra le varie fallacie, che è distogliere l’attenzione di chi parla o chi ascolta, e questo si vede ogni due per tre nei dibattiti politici.

Hartmut: All’occorrenza, per non cadere nella trappola, c’è da armarsi di pazienza per arrivare al dunque e questo senz’altrodel filo da torcere!

Scaricare e addossare una colpa (ep. 1033)

Scaricare e addossare una colpa

DURATA MP3: 11 min. circa

Ci sono alcune differenze tra scaricare e addossare. Inoltre c’è qualche affinità anche col verbo accollare, di cui ci siamo già occupati. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 18 episodi precedenti.

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green blue and pink kettle bells on blue surface
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Il capro espiatorio (ep. 1032)

Il capro espiatorio

DURATA MP3: 11 min. circa

Il capro espiatorio è una persona o un gruppo su cui vengono scaricate colpe,per qualcosa, anche se queste persone non sono responsabili. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 16 episodi precedenti.

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Metterci la firma (ep. 1031)

Metterci la firma

DURATA MP3: 14 min. circa

L’espressione “metterci la firma” di cui vi avevo appena accennato nel corso dell’ultimo episodio, è legata alle aspettative. 

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 26 episodi precedenti.

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