Accadde il 27 dicembre 1983: indole e indolenza

Indole e indolenza

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Trascrizione

Un importante evento storico che voglio raccontarvi o ricordarvi, che cade il 27 dicembre è la visita di Papa Giovanni Paolo II al suo attentatore Ali Agca nella prigione di Rebibbia, a Roma; visita avvenuta il 27 dicembre 1983.

Ricorderete, almeno i meno giovani, che il Papa, ora Santo, era stato gravemente ferito due anni prima in un attentato in Piazza San Pietro da parte dello stesso Agca.

La visita in carcere fu un gesto pubblico di perdono, che ebbe una grande risonanza internazionale, in quanto simbolo di umanità e di pace.

Questo evento offre un contesto ricco per capire il carattere e il comportamento umano: parliamo oggi della parola indole.

La parola indole indica proprio il carattere naturale o la disposizione profonda di una persona. Si potrebbe dire anche la natura, il temperamento dì una persona, la sua inclinazione naturale. Molto colloquialmente si potrebbe semplicemente dire: papa Giovanni Paolo II era fatto così. L’indole è un modo di essere.

In altre parole, questa era la sua indole, la sua inclinazione naturale. Un papa dall’indole buona, caritatevole.

Si parla di indole quando si vuole descrivere come qualcuno tende a comportarsi in generale, non solo in un’azione isolata. Non parliamo di uno stato d’animo.

Per esempio, possiamo dire che l’indole di Papa Giovanni Paolo II era compassionevole e legata al perdono, come dimostrò quando decise di incontrare e perdonare il suo attentatore dopo tutto quello che aveva subito.

Questo rifletteva la sua predisposizione interiore a trasformare il dolore in compassione.

Allo stesso modo, quando in ufficio arriva un nuovo collega e, nel giro di pochi giorni, si capisce che tende ad aiutare spontaneamente chi è in difficoltà, si può dire che ha un’indole collaborativa. Non serve che faccia grandi discorsi: basta osservare come si propone senza essere interpellato, come anticipa i problemi altrui, come smussa le tensioni. È la sua indole a emergere, più dei singoli gesti.

A casa, un genitore può accorgersi che il figlio minore ha un’indole riflessiva. Mentre gli altri bambini del quartiere corrono subito a giocare, lui si prende qualche minuto per osservare ciò che lo circonda, capire che cosa vuole davvero fare e, solo dopo, si unisce agli altri. Non è timidezza passeggera: è proprio la sua indole a guidare il suo modo di muoversi nel mondo.

Dunque indole è tra le altre cose, una parola femminile.

Ma ci sono anche persone dall’indole irrequieta, chi è dì indole ansiosa, eccetera.

E l’indolenza? È come l’indole? Le persone che hanno un’indole particolare, sono, potremmo dire, indolenti?

No, non c’entra proprio nulla in realtà. L’indole è completamente diversa dall’indolenza.

L’indolenza è infatti una tendenza a evitare sforzi, lavoro o responsabilità.

La pigrizia quindi,direte coi. Giusto?

In parte è giusto, infatti l’indolenza un atteggiamento di pigrizia o riluttanza ad agire. Se un collega ad esempio evita sistematicamente di preparare materiali per una riunione perché “non ne ha voglia” e lascia agli altri tutto il lavoro, la sua indolenza diventa un ostacolo al progresso del gruppo.

Deriva dal latino indolentia che significa ‘assenza di dolore’. Questo ci aiuta poco però.

Si tratta di una abituale tendenza all’inerzia, quindi di una apatia persistente.

L’indolenza non è proprio come la pigrizia però, perché, tra l’altro, una persona indolente può essere molto irritante.

La pigrizia può essere episodica, bonaria, persino simpatica in certi casi: “oggi ho voglia di non fare nulla”. È uno stato temporaneo, quasi leggero. Non è detto sia persistente. Non è detto sia abituale.

L’indolenza, invece, è un atteggiamento più profondo e costante. Non indica solo mancanza di energia o scarsa voglia, ma una resistenza attiva al fare, al partecipare, al prendere responsabilità.

Proprio questa resistenza rende la persona indolente spesso irritante per chi la circonda. Non è solo “non far nulla”, ma far pesare agli altri il fatto di non far nulla.

Pensate a dei coinquilini.

«Luca, è da tre giorni che il bidone della plastica è pieno. Puoi portarlo giù tu stavolta?»
«Uff… adesso? Magari più tardi.»
«Più tardi quando? Tra un mese? Ci passo sempre io, non è possibile.»
«Ma dai, non essere così agitato. Tanto non scappa nessuno.»
«Non è questione di agitazione, è che non fai mai nulla. Mai.»
«Sì, ma perché te la prendi così? È solo un sacchetto…»

Ecco. Indovinate quale dei due inquilini è indolente.

È chiaramente quello che evita sistematicamente le incombenze quotidiane, lasciando che sia l’altro a occuparsene e non mostrando mai né senso del dovere né reazione alle lamentele.

La sua riluttanza a muoversi o decidere, unita al tono distaccato, rende evidente l’aspetto irritante dell’indolenza.

Accadde il 23 ottobre 1867: accanirsi e accanito

Accanirsi e accanito (scarica audio)

Trascrizione

Il 23 ottobre 1867, durante la battaglia di Mentana, i volontari garibaldini tentarono di conquistare Roma per completare l’unità d’Italia, ma furono sconfitti dalle truppe pontificie, sostenute dai francesi.

Si chiama battaglia di Mentana perché avvenne nei pressi dell’omonimo borgo vicino a Roma, lungo la via Nomentana, dove Garibaldi cercò invano di aprirsi la strada verso la capitale.

Era un tentativo prematuro, precedente alla celebre Breccia di Porta Pia del 1870 (di cui abbiamo già parlato in altri episodi), che avrebbe poi segnato la fine del potere temporale dei papi. Anche del potere temporale abbiamo parlato.

Perché uso, apriamo una parentesi, questa forma verbale “che avrebbe poi segnato…”?

La frase significa:

“La Breccia di Porta Pia del 1870 che (in seguito, tre anni dopo) segnò la fine del potere temporale dei papi.”

Il condizionale passato (avrebbe segnato) crea un effetto di distanza temporale e di anticipazione, come se il narratore (cioè io, in questo caso) guardasse gli eventi da fuori, consapevole di ciò che accadrà in seguito. Io già so cosa accadde anni dopo. Per questo motivo e in queste occasioni si può utilizzare il condizionale passato. Volete altri esempi?

Beh, credevo non me li avreste chiesti, ma se insistete…
Se avessi saputo che vi sarebbe stato utile fare altri esempi, sono sicuro che ne avrei fatti a bizzeffe.

Chiudiamo la parentesi grammaticale e andiamo avanti.

Nonostante la disfatta, i garibaldini combatterono con accanimento, cioè con una tenacia ostinata e quasi disperata.

Allora parliamo del senso di “accanito”. È accanito chi mostra una passione o determinazione intensa e duratura. Si dice infatti, ad esempio, “fumatore accanito”, “accanito lettore”, “accanito tifoso”, “accanito lavoratore”, “accanito difensore della libertà”: l’aggettivo descrive un comportamento costante e perseverante, quasi mai violento, ma a volte eccessivo o ossessivo.

Il verbo accanirsi, invece, dà maggiormente il senso dell’origine: “diventare come un cane rabbioso”, cioè aggredire o insistere con furia. Oggi accanirsi si usa per indicare un atteggiamento ostinato o rabbioso: “si accanì contro il nemico”, “si accanisce a dimostrare di aver ragione”, “il destino si è accanito contro di lui” (sebbene il destino non abbia una sua volontà, si usa spesso), “si accanisce nello studio pur di superare l’esame”.

Abbiamo già trattato, se ricordate, il verbo infierire.

Bisogna dire che, nonostante a volte possa utilizzarsi uno al posto dell’altro, accanirsi è un po’ diverso da infierire, che indica crudeltà o ferocia verso chi è già in difficoltà: si può “infierire su un avversario sconfitto”, “infierire con le parole”, ma non certo dire “fumatore infierito”, perché fumare molto non è un atto di cattiveria, bensì di ostinazione. Quindi accanirsi sottolinea l’ostinazione, mentre infierire sottolinea la crudeltà.

Il carattere dei papi: gli aggettivi da usare

Il carattere dei papi: gli aggettivi da usare

DURATA MP3: 18 min. circa

Descrizione: Come descrivere il carattere di un papa?

Quali sono gli aggettivi da usare? Non si tratta, generalmente, di aggettivi usati per le persone comuni.

Facciamo allora una rassegna dei papi che si sono succeduti dal 1900 fino ad oggi e cerchiamo gli aggettivi più adatti per definirli. Da Leone XIII (1878-1903) fino a Papa Francesco.

ENTRAADERISCI

A babbo morto

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Trascrizione

L’espressione “a babbo morto” si utilizza nella lingua italiana quando si parla di soldi.

Precisamente quando si prestano i soldi ad una persona.

Prima o poi i prestiti vanno restituiti giusto?

I soldi devono tornare indietro, devono essere restituiti.

Ebbene, quando avverrà la restituzione dei soldi? Quando avremo i nostri soldi indietro?

Se dico che il prestito mi verrà restituito a babbo morto, voglio dire che non c’è alcuna certezza su quando questo avverrà.

Non c’è una data precisa, e probabilmente questo avverrà tra molto tempo, quando il babbo sarà morto.

Ovviamente questo è solo un modo di dire, una frase fatta. Il babbo è il padre, il papà, nel linguaggio familiare.

Quindi i soldi torneranno quando il papà sarà morto. Questo è il senso letterale della frase.

La preposizione “a” viene usata per indicare quando qualcosa accadrà. Questo non è l’unico caso in cui si fa questo:

A giochi conclusi = quando i giochi saranno conclusi

A pancia piena = quando la pancia sarà piena

A partita finita = quando la partita sarà finita

Ma perché si usa dire “a babbo morto? E’ quello che avviene, se ci pensate, quando si riceve un’eredità.

Dobbiamo aspettare la morte prima di ereditare, prima che ciò che era di mio padre diventi mio. E la morte non si sa quando arriverà. Quindi se un ragazzo prende un prestito, quando suo padre morirà, riceverà l’eredità e potrà ripagare il prestito.

Naturalmente è una frase informale. Si usa proprio per evidenziare l’incertezza legata alla restituzione del prestito.

Tieni questi soldi, me li restituirai a babbo morto.

Ho prestato 1000 euro al mio amico, ma credo che li rivedrò a babbo morto.

Spesso è solo un modo ironico per dire MAI!! Non li avrò mai indietro!!