Accadde il 31 dicembre 335: incurante e non curante

Incurante e non curante (scarica audio)

Trascrizione

incurante del pericolo

Il 31 dicembre, mentre molte persone sono immerse nella preparazione del cenone con amici e parenti, nella scelta delle lenticchie da mangiare per portare fortuna, o nel conto alla rovescia finale per salutare il nuovo anno, c’è chi racconta storie sul papa San Silvestro, morto proprio in quella data nel 335, e su come questa ricorrenza si sia trasformata nel tempo da una memoria religiosa a una festa popolare.

Durante un’intervista televisiva di fine anno, un giornalista potrebbe commentare: “È sorprendente quanta non curanza molti mostrino rispetto alle origini storiche di San Silvestro, concentrandosi soltanto sui festeggiamenti moderni”.

Cos’è la “non curanza”? Ne abbiamo già parlato in un episodio della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente. La non curanza indica una mancanza ci cura, di attenzione. Indica l’atteggiamento di chi non presta attenzione o non si occupa di qualcosa; è vicino a “disinteresse” o “trascuratezza”.

In questo caso vuol dire che molte persone trascurano o non considerano la storia profonda della ricorrenza.

Se descriviamo una persona che, pur conoscendo la storia di San Silvestro, non ne parla durante la cena con amici perché vuole solo divertirsi, potremmo dire: “Luisa era incurante delle discussioni storiche intorno alla notte del 31 dicembre; le interessava solo brindare”.

Dell’aggettivo Incurante non abbiamo ancora parlato. E’ un aggettivo che qualifica il comportamento di Luisa: lei non si preoccupa di approfondire o di menzionare la dimensione storica. Luisa si disinteressa di questo, non se ne cura.

Al contrario, se qualcuno organizza una piccola presentazione storica per spiegare agli ospiti stranieri chi era San Silvestro e perché si usa chiamare così quella notte, diremo che quella persona si è curata di far capire il significato storico della data. “Curarsi di” qualcosa indica l’attenzione e la responsabilità che ha dedicato a spiegare il contesto culturale agli altri.

Tutto deriva dalla parola “cura”, chiaramente.

Per chiarire ulteriormente queste espressioni con esempi in altri contesti: immagina un gruppo di studenti che deve preparare un progetto per la scuola. Se nessuno di loro legge i libri o presta attenzione alle fonti, qualcuno potrebbe lamentarsi della non curanza con cui affrontano lo studio. Se uno studente è incurante delle istruzioni dell’insegnante e non segue le linee guida, finirà per fare un lavoro scarso. Se invece uno studente si cura di raccogliere fonti affidabili, ordinare le idee e controllare i dettagli, il progetto sarà più solido.

Infine, considera il contesto di una città che deve prepararsi per il grande evento di Capodanno: se l’amministrazione non si cura di organizzare servizi di sicurezza e pulizia, i cittadini potrebbero lamentarsi della non curanza istituzionale nei confronti del loro benessere, e la stampa potrebbe descrivere i funzionari come incuranti dei rischi legati ai fuochi d’artificio, alla folla e alla pulizia delle piazze.

Queste frasi e situazioni aiutano a capire come, in italiano, non curanza, incurante e “curarsi di qualcosa” si usano per descrivere atteggiamenti di attenzione o disattenzione verso compiti, eventi storici, persone e responsabilità.

Il prefisso di incurante si dice “privativo”: in indica assenza, negazione.

La radice invece è curante, participio presente di curare.
Il significato letterale di incurante è quindi di una persona “che non si cura (di qualcosa)”.

Quando diciamo che qualcuno è “incurante”, comunichiamo implicitamente che dovrebbe prestare attenzione ma non lo fa, e questo comportamento è potenzialmente rischioso, scorretto o poco opportuno.

Alcuni sinonimi sono:

  • distratto: rispetto a incurante, che sottolinea la mancanza di attenzione verso qualcosa che meriterebbe cura, non ha una sfumatura negativa. Infatti nella distrazione, semplicemente l’attenzione è altrove, perché spesso avviene in modo involontario. E’ meno giudicante rispetto a incurante

  • disattento: la persona disattenta non presta attenzione quando dovrebbe; è vicino a “distratto”, ma è più legato al compito.

  • negligente: il negligente non adempie ai propri doveri; implica responsabilità mancata. Più grave di “incurante”.

  • superficiale: il superficiale non va in profondità. Resta in superficie senza approfondire. Affronta le cose senza approfondire; riguarda il modo di pensare/agire, non solo l’attenzione.

  • noncurante: attenzione, perché se vogliamo trovare una leggera differenza nell’utilizzo, vi dico che ad esempio se dico a una persona che è non curante degli interessi degli altri, ad esempio, pur essendo molto simile a “incurante”, lo pronuncio spesso con astio, perché la persona non curante di qualcosa lo fa con un tono più volutamente indifferente, quasi di sfida. Incurante in genere è più descrittivo, mentre non curante è più accusativo. Mi spiego meglio: incurante tende a essere più descrittivo nel senso che fotografa un atteggiamento di disattenzione o trascuratezza. Mette l’accento sul comportamento osservabile.
    Esempio: “Andava avanti incurante del traffico”, “affrontò il nemico incurante del pericolo”. Potrei usare anche “noncurante” senza troppi problemi (oppure anche “non curandosi del traffico/del pericolo”), però incurante suona meglio come una constatazione. Non è detto ci sia emozione o giudizio. D’altro canto, non curante/noncurante tende a essere spesso più accusatorio: suggerisce una scelta volontaria, quasi provocatoria, di ignorare ciò che andrebbe considerato.
    Esempio: “Si comportava in modo sfacciato, assolutamente noncurante delle regole.”
    Suona quindi più spesso come un rimprovero implicito.

  • indifferente: l’indifferente, infine, non prova interesse o coinvolgimento emotivo; riguarda più il sentimento che l’attenzione.

Con questo episodio si chiude il percorso della rubrica Accadde il, un viaggio attraverso eventi storici utili per approfondire la lingua italiana in modo naturale e coinvolgente. Per chi desidera continuare a ripassare questi contenuti e ritrovarli periodicamente, il gruppo WhatsApp riservato ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente rappresenta lo spazio ideale: lì gli episodi vengono ripresi, commentati e integrati nel lavoro quotidiano sulla lingua. Se apprezzi questo tipo di contenuti ti invito a diventare membro dell’associazione e a partecipare attivamente alla nostra comunità.

Chiaramente, se vuoi andare avanti da solo, incurante dei miei consigli, fai pure 🙂

Accadde il 30 dicembre 1848: la corrispondenza

La corrispondenza (scarica audio)

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Un evento storico italiano realmente accaduto il 30 dicembre che possiamo usare per spiegare la parola corrispondenza, oggetto dell’episodio di oggi, è lo scioglimento della Camera del Regno di Sardegna nel 1848: in corrispondenza di questa data, infatti, si verificò un fatto politico significativo durante le rivoluzioni che attraversarono la penisola italiana nel 1848.

Regno di Sardegna

Nel 1848 l’Italia non era ancora unificata e il Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte e Sardegna) fu protagonista di riforme e scontri per l’indipendenza nazionale. Proprio in corrispondenza del 30 dicembre di quell’anno, il parlamento del Regno di Sardegna fu sciolto, una misura presa nel pieno di tensioni politiche e sociali: i mazziniani (i seguaci di Giuseppe Mazzini) dopo aver ottenuto successi elettorali, spingevano per la ripresa della guerra contro l’Austria, mentre le circostanze interne ed esterne rendevano incerta la direzione futura del Regno.

La locuzione “in corrispondenza di” – iniziamo da questa locuzione – indica un allineamento temporale o spaziale tra due elementi.

Mi spiego meglio: quando diciamo “in corrispondenza di questo giorno storico”, intendiamo che l’azione (lo scioglimento della Camera) è collegata al momento preciso del calendario (30 dicembre 1848). Infatti è avvenuto proprio questo giorno. In questo caso si parla di corrispondenza esatta. La coincidenza è un caso particolare di corrispondenza.

Questa espressione “in corrispondeza di” può aiutarci tutte le volte in cui vogliamo esprimere connessioni, legami tra eventi o posizioni: può essere usata per tempi, luoghi o altri riferimenti che “corrispondono” l’uno all’altro.

Se mi fa male il ginocchio, ad esempio, posso dire al mio medico che avverto dolore in corrispondenza del ginocchio.

Il medico dirà: ah, come parli bene!

Scherzi a parte, questo è un uso pienamente appropriato della locuzione, soprattutto in contesti formali, sanitari o descrittivi. Chiaramente nel linguaggio comune potresti dire più semplicemente “ti fa male il ginocchio” o che “senti dolore al ginocchio”.

Quando si studia l’ambiente, potresti dire: I picchi di inquinamento dell’aria si verificano in corrispondenza delle ore di punta del traffico, cioè durante i momenti della giornata nei quali il traffico è più intenso e l’inquinamento aumenta.

In geografia, si potrebbe spiegare: In corrispondenza della dorsale alpina il clima è molto più rigido rispetto alle valli circostanti, indicando come la posizione geografica (la dorsale alpina) corrisponde a particolari condizioni climatiche.

In ingegneria o architettura, potresti dire: I carichi più elevati si osservano in corrispondenza dei pilastri portanti, sottolineando che dove ci sono i pilastri (il riferimento spaziale) si concentra il peso maggiore, il carico maggiore. Infatti senza pilastri la struttura cade, crolla. I pilastri servono a questo.

Un’informazione stradale:

Devi voltare a destra in corrispondenza del palazzo delle finanze.

Cioè: quando vedi quel palazzo, proprio a quell’altezza, volta a destra.

In tutti questi casi “in corrispondenza di” serve quindi a collegare due elementi.

L’evento storico del 30 dicembre 1848 è uno dei tanti eventi che avrei potuto scegliere per l’episodio di oggi.

Adesso faccio una panoramica sulla parola corrispondenza, che non si usa solamente in questo caso.

La parola corrispondenza ha un’idea centrale molto semplice: due cose che si rispondono l’un l’altro, si collegano o coincidono tra loro. Questo lo abbiamo visto, ma da questa idea di base derivano i vari significati.

Nel linguaggio più comune, la corrispondenza è innanzitutto lo scambio di lettere o messaggi scritti. Quando si dice che “è arrivata la corrispondenza”, si parla di posta; quando due persone “mantengono una corrispondenza”, significa che si scrivono con continuità.

Ad esempio, tutta la mia corrispondenza che ho avuto in passato con le mie fidanzate, stanno in un cassetto segreto!

Il termine indica anche una coincidenza o un accordo tra elementi. Per esempio, si può notare la corrispondenza tra un dato dichiarato e un documento ufficiale, oppure la corrispondenza tra quello che si è promesso e quello che poi si fa davvero. In questo caso il termine esprime una forma di coerenza o di equivalenza. Le due cose corrispondono.

Quante volte capita di dire nella vita:

Non mi pare ci sia corrispondenza tra queste due cose

Non vedo la corrispondenza!

Strano, non c’è corrispondenza tra il testo di questo episodio e le parole di Giovanni.

A volte, in effetti, non c’è piena corrispondenza tra lo scritto e l’orale perché magari aggiungo qualcosina mentre parlo, o sostituisco una parola con un’altra.

C’è poi, come detto, la corrispondenza nel senso di posizione, cioè un collegamento spaziale: si può avvertire un dolore in corrispondenza del ginocchio, oppure dire che un edificio è stato costruito in corrispondenza della vecchia porta della città. Qui la parola aiuta a indicare il punto preciso in cui avviene qualcosa.

Ancora: nel mondo dei trasporti la corrispondenza è la connessione tra due mezzi, come quando un treno arriva a un orario che permette di prendere subito l’autobus successivo. Anche qui ritorna l’idea del collegamento. Si chiama più spesso “coincidenza” in questo caso specifico.

Es: devo andare a Roma partendo da Milano, ma devo scendere a Bologna e prendere la coincidenza per Roma.

Infine, in ambito più letterario o culturale, si parla di corrispondenze quando due cose diverse si richiamano, come certe immagini della natura che sembrano riflettere stati d’animo umani. È un uso meno quotidiano ma mantiene lo stesso concetto di fondo.

Es: Se un autore alterna capitoli brevi e frenetici con capitoli lunghi e riflessivi, si può dire che questa alternanza è in corrispondenza con le fasi emotive del protagonista, come se la forma stessa del testo rispondesse al suo percorso interiore.

In tutte queste situazioni la parola “corrispondenza” ruota sempre attorno alla stessa idea: un rapporto tra due elementi che si allineano.

Ah, quasi dimenticavo i corsi per corrispondenza!

I corsi per corrispondenza sono una forma di istruzione a distanza in cui lo studente non frequenta le lezioni in presenza, ma riceve il materiale di studio tramite posta o, oggi, tramite mezzi digitali. L’idea nasce quando non esistevano Internet e piattaforme online: gli istituti inviavano libri, dispense ed esercizi direttamente a casa dello studente, che poi rispediva gli elaborati completati per essere corretti.

Il punto centrale è che l’apprendimento avviene a distanza, senza contatto diretto e continuativo con i docenti. Lo studente studia in autonomia e invia i propri lavori in ritardo, appunto “per corrispondenza”.

Oggi il concetto è quasi del tutto sostituito dai “corsi online”, ma il termine rimane per indicare qualsiasi percorso formativo svolto “a distanza” e con scambi non immediati tra studente e insegnante.

Analogamente, esistono le vendite per corrispondenza, che sono quelle in cui la merce, offerta tramite un catalogo, viene poi spedita in contrassegno postale.

Interessante anche l’uso giornalistico. Infatti si chiama corrispondenza ogni relazione su avvenimenti locali inviata da un “corrispondente” al proprio giornale. Si chiama corrispondenza dall’estero“. Un corrispondente dall’estero è un giornalista che vive o si trova stabilmente in un altro Paese e che invia notizie alla redazione del suo giornale in patria.

Concludo con la corrispondenza univoca e biunivoca, un concetto alquanto matematico direi. Univoca viene da “uno” e biunivoca viene da “due”.

Questo è un concetto che comunque si può spiegare in modo semplice, mantenendo l’immagine della “corrispondenza” come rapporto tra due elementi.

Dunque, un esempio molto intuitivo di corrispndenza univoca è quello dei mesi e del numero dei giorni: a “febbraio” corrisponde un numero preciso di giorni, a “giugno” corrisponde un altro numero, e così per tutti i mesi. Ogni mese ha il suo numero di giorni, ma lo stesso numero di giorni (come 30) corrisponde a più mesi. Dunque il rapporto funziona bene in una direzione sola: dal mese al numero dei giorni. Ogni mese ha un solo numero di giorni, mentre invece lo stesso numero di giorni ce l’hanno più mesi. Solo nel caso di febbraio c’è corrispondenza biunivoca, perché è l’unico mese ad avere 28 giorni.

L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi della rubrica “Accadde il” , come anche a tutti gli altri pubblicati sul sito, occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Vi aspettiamo!

corrispondenza

Accadde il 29 dicembre 1503: il piglio

Il Piglio

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Per spiegare la parola piglio, molto usata, prendiamo spunto da un evento storico significativo avvenuto in Italia il 29 dicembre 1503: la battaglia del Garigliano.

Il fiume Garigliano si trova nel Centro-Sud Italia e segna per un lungo tratto il confine naturale tra Lazio e Campania.

Tra l’altro, lungo il Garigliano si sono combattute anche battaglie medievali e rinascimentali, e anche durante la Seconda guerra mondiale, quando fu una delle linee difensive principali (la celeberrima linea Gustav).

Ma restiamo al 1503.

In quell’anno, nel pieno delle Guerre Italiane, l’esercito spagnolo guidato dal condottiero Gonzalo Fernández de Córdoba sconfisse le truppe francesi proprio nei pressi del fiume Garigliano, ponendo fine alla resistenza francese e determinando per oltre due secoli la supremazia spagnola nel Regno di Napoli.

Nel contesto storico, il piglio è evidente nel comportamento del generale spagnolo Gonzalo Fernández de Córdoba.

Che significa?

Beh, diciamo che non si trattò solo di muovere soldati sul campo, ma di mostrare un atteggiamento deciso. Questo è il piglio.

In questo contesto Gonzalo Fernández de Córdoba mostrò un atteggiamento deciso e consapevole nel momento in cui scelse quando e come attraversare il fiume e ingaggiare il nemico.

Il suo piglio deciso da comandante, determinato, strategico e fiducioso, fu un elemento psicologico importante per i suoi uomini e anche nella percezione del nemico, e si riflette nella capacità di mantenere controllo e iniziativa in condizioni difficili.

La parola piglio in italiano si usa per descrivere il modo con cui una persona affronta una situazione, in particolare quando quel modo rivela determinazione, sicurezza o personalità. In questo caso storico puoi immaginare un comandante che parla con voce ferma, che guida le sue truppe durante il freddo dicembre davanti al fiume, e che non esita nel prendere una decisione coraggiosa: questo è un piglio da leader.

In un altro contesto, più quotidiano, potresti dire di un insegnante che entra in aula con piglio energico e coinvolgente: non basta solo spiegare la lezione, ma il suo modo di porsi con sicurezza cattura l’attenzione degli studenti e trasmette autorevolezza.

Qui il piglio riguarda il tono di voce, la postura, la chiarezza con cui comunica.

Allo stesso modo, immagina un giocatore di calcio che tira un rigore decisivo con piglio concentrato: non è solo questione di abilità tecnica, ma della determinazione e controllo mentale che mostra prima di calciare.

Anche in un colloquio di lavoro possiamo parlare di piglio professionale: una persona che risponde alle domande con chiarezza, guarda negli occhi l’interlocutore e usa argomentazioni ben strutturate sta mostrando un piglio convincente.

In tutti questi esempi, piglio indica non tanto cosa viene fatto, ma come viene fatto: con decisione, sicurezza e una presenza che comunica forza di carattere. Nel caso della battaglia del Garigliano del 1503, il piglio del comandante spagnolo fu parte della sua capacità di condurre l’esercito alla vittoria in una delle date memorabili della storia militare italiana.

Immagina ora una persona che entra in ufficio il lunedì mattina con piglio deciso: appoggia la borsa, accende il computer senza indugiare e dà subito indicazioni al team. Un collega potrebbe commentare:

ma che piglio che hai stamattina!

Un allenatore potrebbe commentare l’ultima vittoria della propria squadra così:

La gara è stata complicata ma è stata affrontata con il piglio giusto.

Il piglio giusto e il giusto piglio sono le due modalità più comuni per usare questo bel sostantivo che avete imparato oggi.

Sappiate che anche per studiare l’italiano occorre farlo col giusto piglio, sperando che duri, perché la strada può essere lunga!

Infine è utile chiarire che, oltre al sostantivo piglio, in italiano esiste anche il verbo pigliare, una variante di prendere.

È un uso più diffuso nell’Italia centro-meridionale e nei registri informali, ma ancora perfettamente comprensibile ovunque.

Si può dire per esempio che io oggi “piglio il treno delle 8”, cioè prendo il treno; oppure che “non la piglio mai bene quando vengo insultato”, nel senso che non reagisco bene. O ancora “la piglio con calma”, equivalente a “la prendo con calma”, cioè non mi agito. Parliamo chiaramente della prima persona singolare. Per le altre persone, la parola è chiaramente diversa da “piglio”.

Io piglio il treno

Tu pigli la macchina

Lei se la piglia sempre

Non ci pigliamo in giro

Eccetera.

Accadde il 28 dicembre 1908: la scrematura e la cernita

La scrematura e la cernita

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Un evento storico italiano molto significativo accaduto il 28 dicembre riguarda il terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908: alle 5:20 del mattino di quel giorno un violentissimo sisma di magnitudo 7.1 colpì lo Stretto di Messina, radendo quasi completamente al suolo le città affacciate sulle sue coste e causando decine di migliaia di vittime.

Oltre alla scossa duratura e devastante, seguì anche uno tsunami con onde alte fino a 12 metri che aggravò ulteriormente la distruzione. Questo evento non è solo un capitolo doloroso della storia italiana, ma ha segnato anche l’inizio delle prime misure di classificazione sismica e norme antisismiche nel paese.

Adesso che vi ho parlato di un evento Italiano storico importante, vorrei usare questo evento per spiegare la parola “scrematura”.

Non è facilissimo, ve lo anticipo…

Pensiamo agli esperti che analizzarono questo terremoto.

C’erano tante teorie su come prevedere un possibile disastro del genere e allora si può dire che, dopo una catastrofe di quelle proporzioni, gli storici e le istituzioni iniziarono a fare una scrematura delle cause e delle ipotesi sulla ricostruzione.

Occorreva filtrare le informazioni, scegliere ciò che era più importante, scartare voci incongruenti o secondarie, e concentrarsi sulle ragioni principali della distruzione e su come prevenirla in futuro. In questo senso, “scrematura” rappresenta l’atto di separare il materiale rilevante da quello meno rilevante, proprio come si screma il latte per separare la panna.

L’origine è proprio questa.

Espandendo il concetto, possiamo dire che un processo di assunzione, per esempio, l’ufficio risorse umane effettua una scrematura dei curricula: tra centinaia di candidature si selezionano solo quelle che soddisfano i requisiti essenziali, perché non è possibile valutare ogni singolo profilo in modo approfondito.

Oppure, in un’università, prima di ammettere gli studenti a un corso molto richiesto, si può fare una scrematura delle domande di iscrizione attraverso test o punteggi, scegliendo i candidati più idonei e lasciando agli altri la possibilità di iscriversi ad altri corsi.

Un altro esempio quotidiano potrebbe riguardare la selezione delle notizie da pubblicare in un giornale o su un sito web: i redattori operano una scrematura delle potenziali storie, scegliendo quelle con maggiore rilevanza o interesse per i lettori e scartando le notizie meno significative.

In tutti questi contesti, l’idea chiave di scrematura è la stessa: prendere un insieme ampio di elementi e separare ciò che è veramente importante da ciò che non lo è, per prendere decisioni più efficaci o per focalizzarsi sulle priorità.

Dunque la scrematura è una selezione accurata, una cernita, ma con una sfumatura specifica che vale la pena sottolineare.

Quando parliamo di cernita, ti riferisci a un generico processo di scelta o separazione.

Scrematura, invece, richiama l’idea di togliere il “superfluo” da un insieme più grande per trattenere solo la parte più utile, pregiata o rilevante. È un termine che come detto deriva dal mondo del latte (scremare = togliere la panna), quindi porta con sé l’idea di alleggerire o raffinare un insieme, eliminando ciò che appesantisce o non serve.

Per chiarire bene la sfumatura, ecco alcuni esempi dove “scrematura” funziona perfettamente come selezione accurata, ma con quel tono di “filtraggio fine” che la distingue dalla semplice cernita.

Nel mondo del lavoro, quando arrivano 600 candidature per una posizione, il selezionatore non legge tutto subito. Prima fa una scrematura per identificare i 40 profili davvero pertinenti. È una selezione rigorosa, mirata.

L’obiettivo è ridurre drasticamente il numero dei partecipanti, eliminando chi non soddisfa gli standard minimi. Qui la scrematura è quantitativa, necessaria, e serve a rendere gestibile la fase successiva.

Invece una cernita è una scelta, ma è anche l’azione del separare cose diverse. Pensiamo all’addetto alla cernita dei rifiuti. Questa persona si occupa di smistare rifiuti industriali: legno, scatoloni, tessuti, tubi di plastica ecc.

Con la cernita si separano cose diverse, spesso per qualità, ma anche per categoria o utilità.

Quando dici cernita, ti riferisci all’atto base di separare elementi diversi tra loro. È un termine neutro, molto “materiale”. Selezionare i pomodori buoni da quelli marci è cernita. Un vivaista che separa i semi più grandi da quelli più piccoli fa cernita. Il focus è sull’atto fisico del distinguere.

In definitiva cernita è un termine più neutro e generale;
scrematura invece è più marcato e implica un filtraggio fine o la riduzione dell’insieme ai migliori.

Accadde il 27 dicembre 1983: indole e indolenza

Indole e indolenza

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Un importante evento storico che voglio raccontarvi o ricordarvi, che cade il 27 dicembre è la visita di Papa Giovanni Paolo II al suo attentatore Ali Agca nella prigione di Rebibbia, a Roma; visita avvenuta il 27 dicembre 1983.

Ricorderete, almeno i meno giovani, che il Papa, ora Santo, era stato gravemente ferito due anni prima in un attentato in Piazza San Pietro da parte dello stesso Agca.

La visita in carcere fu un gesto pubblico di perdono, che ebbe una grande risonanza internazionale, in quanto simbolo di umanità e di pace.

Questo evento offre un contesto ricco per capire il carattere e il comportamento umano: parliamo oggi della parola indole.

La parola indole indica proprio il carattere naturale o la disposizione profonda di una persona. Si potrebbe dire anche la natura, il temperamento dì una persona, la sua inclinazione naturale. Molto colloquialmente si potrebbe semplicemente dire: papa Giovanni Paolo II era fatto così. L’indole è un modo di essere.

In altre parole, questa era la sua indole, la sua inclinazione naturale. Un papa dall’indole buona, caritatevole.

Si parla di indole quando si vuole descrivere come qualcuno tende a comportarsi in generale, non solo in un’azione isolata. Non parliamo di uno stato d’animo.

Per esempio, possiamo dire che l’indole di Papa Giovanni Paolo II era compassionevole e legata al perdono, come dimostrò quando decise di incontrare e perdonare il suo attentatore dopo tutto quello che aveva subito.

Questo rifletteva la sua predisposizione interiore a trasformare il dolore in compassione.

Allo stesso modo, quando in ufficio arriva un nuovo collega e, nel giro di pochi giorni, si capisce che tende ad aiutare spontaneamente chi è in difficoltà, si può dire che ha un’indole collaborativa. Non serve che faccia grandi discorsi: basta osservare come si propone senza essere interpellato, come anticipa i problemi altrui, come smussa le tensioni. È la sua indole a emergere, più dei singoli gesti.

A casa, un genitore può accorgersi che il figlio minore ha un’indole riflessiva. Mentre gli altri bambini del quartiere corrono subito a giocare, lui si prende qualche minuto per osservare ciò che lo circonda, capire che cosa vuole davvero fare e, solo dopo, si unisce agli altri. Non è timidezza passeggera: è proprio la sua indole a guidare il suo modo di muoversi nel mondo.

Dunque indole è tra le altre cose, una parola femminile.

Ma ci sono anche persone dall’indole irrequieta, chi è dì indole ansiosa, eccetera.

E l’indolenza? È come l’indole? Le persone che hanno un’indole particolare, sono, potremmo dire, indolenti?

No, non c’entra proprio nulla in realtà. L’indole è completamente diversa dall’indolenza.

L’indolenza è infatti una tendenza a evitare sforzi, lavoro o responsabilità.

La pigrizia quindi,direte coi. Giusto?

In parte è giusto, infatti l’indolenza un atteggiamento di pigrizia o riluttanza ad agire. Se un collega ad esempio evita sistematicamente di preparare materiali per una riunione perché “non ne ha voglia” e lascia agli altri tutto il lavoro, la sua indolenza diventa un ostacolo al progresso del gruppo.

Deriva dal latino indolentia che significa ‘assenza di dolore’. Questo ci aiuta poco però.

Si tratta di una abituale tendenza all’inerzia, quindi di una apatia persistente.

L’indolenza non è proprio come la pigrizia però, perché, tra l’altro, una persona indolente può essere molto irritante.

La pigrizia può essere episodica, bonaria, persino simpatica in certi casi: “oggi ho voglia di non fare nulla”. È uno stato temporaneo, quasi leggero. Non è detto sia persistente. Non è detto sia abituale.

L’indolenza, invece, è un atteggiamento più profondo e costante. Non indica solo mancanza di energia o scarsa voglia, ma una resistenza attiva al fare, al partecipare, al prendere responsabilità.

Proprio questa resistenza rende la persona indolente spesso irritante per chi la circonda. Non è solo “non far nulla”, ma far pesare agli altri il fatto di non far nulla.

Pensate a dei coinquilini.

«Luca, è da tre giorni che il bidone della plastica è pieno. Puoi portarlo giù tu stavolta?»
«Uff… adesso? Magari più tardi.»
«Più tardi quando? Tra un mese? Ci passo sempre io, non è possibile.»
«Ma dai, non essere così agitato. Tanto non scappa nessuno.»
«Non è questione di agitazione, è che non fai mai nulla. Mai.»
«Sì, ma perché te la prendi così? È solo un sacchetto…»

Ecco. Indovinate quale dei due inquilini è indolente.

È chiaramente quello che evita sistematicamente le incombenze quotidiane, lasciando che sia l’altro a occuparsene e non mostrando mai né senso del dovere né reazione alle lamentele.

La sua riluttanza a muoversi o decidere, unita al tono distaccato, rende evidente l’aspetto irritante dell’indolenza.