Accadde il 31 dicembre 335: incurante e non curante

Incurante e non curante (scarica audio)

Trascrizione

incurante del pericolo

Il 31 dicembre, mentre molte persone sono immerse nella preparazione del cenone con amici e parenti, nella scelta delle lenticchie da mangiare per portare fortuna, o nel conto alla rovescia finale per salutare il nuovo anno, c’è chi racconta storie sul papa San Silvestro, morto proprio in quella data nel 335, e su come questa ricorrenza si sia trasformata nel tempo da una memoria religiosa a una festa popolare.

Durante un’intervista televisiva di fine anno, un giornalista potrebbe commentare: “È sorprendente quanta non curanza molti mostrino rispetto alle origini storiche di San Silvestro, concentrandosi soltanto sui festeggiamenti moderni”.

Cos’è la “non curanza”? Ne abbiamo già parlato in un episodio della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente. La non curanza indica una mancanza ci cura, di attenzione. Indica l’atteggiamento di chi non presta attenzione o non si occupa di qualcosa; è vicino a “disinteresse” o “trascuratezza”.

In questo caso vuol dire che molte persone trascurano o non considerano la storia profonda della ricorrenza.

Se descriviamo una persona che, pur conoscendo la storia di San Silvestro, non ne parla durante la cena con amici perché vuole solo divertirsi, potremmo dire: “Luisa era incurante delle discussioni storiche intorno alla notte del 31 dicembre; le interessava solo brindare”.

Dell’aggettivo Incurante non abbiamo ancora parlato. E’ un aggettivo che qualifica il comportamento di Luisa: lei non si preoccupa di approfondire o di menzionare la dimensione storica. Luisa si disinteressa di questo, non se ne cura.

Al contrario, se qualcuno organizza una piccola presentazione storica per spiegare agli ospiti stranieri chi era San Silvestro e perché si usa chiamare così quella notte, diremo che quella persona si è curata di far capire il significato storico della data. “Curarsi di” qualcosa indica l’attenzione e la responsabilità che ha dedicato a spiegare il contesto culturale agli altri.

Tutto deriva dalla parola “cura”, chiaramente.

Per chiarire ulteriormente queste espressioni con esempi in altri contesti: immagina un gruppo di studenti che deve preparare un progetto per la scuola. Se nessuno di loro legge i libri o presta attenzione alle fonti, qualcuno potrebbe lamentarsi della non curanza con cui affrontano lo studio. Se uno studente è incurante delle istruzioni dell’insegnante e non segue le linee guida, finirà per fare un lavoro scarso. Se invece uno studente si cura di raccogliere fonti affidabili, ordinare le idee e controllare i dettagli, il progetto sarà più solido.

Infine, considera il contesto di una città che deve prepararsi per il grande evento di Capodanno: se l’amministrazione non si cura di organizzare servizi di sicurezza e pulizia, i cittadini potrebbero lamentarsi della non curanza istituzionale nei confronti del loro benessere, e la stampa potrebbe descrivere i funzionari come incuranti dei rischi legati ai fuochi d’artificio, alla folla e alla pulizia delle piazze.

Queste frasi e situazioni aiutano a capire come, in italiano, non curanza, incurante e “curarsi di qualcosa” si usano per descrivere atteggiamenti di attenzione o disattenzione verso compiti, eventi storici, persone e responsabilità.

Il prefisso di incurante si dice “privativo”: in indica assenza, negazione.

La radice invece è curante, participio presente di curare.
Il significato letterale di incurante è quindi di una persona “che non si cura (di qualcosa)”.

Quando diciamo che qualcuno è “incurante”, comunichiamo implicitamente che dovrebbe prestare attenzione ma non lo fa, e questo comportamento è potenzialmente rischioso, scorretto o poco opportuno.

Alcuni sinonimi sono:

  • distratto: rispetto a incurante, che sottolinea la mancanza di attenzione verso qualcosa che meriterebbe cura, non ha una sfumatura negativa. Infatti nella distrazione, semplicemente l’attenzione è altrove, perché spesso avviene in modo involontario. E’ meno giudicante rispetto a incurante

  • disattento: la persona disattenta non presta attenzione quando dovrebbe; è vicino a “distratto”, ma è più legato al compito.

  • negligente: il negligente non adempie ai propri doveri; implica responsabilità mancata. Più grave di “incurante”.

  • superficiale: il superficiale non va in profondità. Resta in superficie senza approfondire. Affronta le cose senza approfondire; riguarda il modo di pensare/agire, non solo l’attenzione.

  • noncurante: attenzione, perché se vogliamo trovare una leggera differenza nell’utilizzo, vi dico che ad esempio se dico a una persona che è non curante degli interessi degli altri, ad esempio, pur essendo molto simile a “incurante”, lo pronuncio spesso con astio, perché la persona non curante di qualcosa lo fa con un tono più volutamente indifferente, quasi di sfida. Incurante in genere è più descrittivo, mentre non curante è più accusativo. Mi spiego meglio: incurante tende a essere più descrittivo nel senso che fotografa un atteggiamento di disattenzione o trascuratezza. Mette l’accento sul comportamento osservabile.
    Esempio: “Andava avanti incurante del traffico”, “affrontò il nemico incurante del pericolo”. Potrei usare anche “noncurante” senza troppi problemi (oppure anche “non curandosi del traffico/del pericolo”), però incurante suona meglio come una constatazione. Non è detto ci sia emozione o giudizio. D’altro canto, non curante/noncurante tende a essere spesso più accusatorio: suggerisce una scelta volontaria, quasi provocatoria, di ignorare ciò che andrebbe considerato.
    Esempio: “Si comportava in modo sfacciato, assolutamente noncurante delle regole.”
    Suona quindi più spesso come un rimprovero implicito.

  • indifferente: l’indifferente, infine, non prova interesse o coinvolgimento emotivo; riguarda più il sentimento che l’attenzione.

Con questo episodio si chiude il percorso della rubrica Accadde il, un viaggio attraverso eventi storici utili per approfondire la lingua italiana in modo naturale e coinvolgente. Per chi desidera continuare a ripassare questi contenuti e ritrovarli periodicamente, il gruppo WhatsApp riservato ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente rappresenta lo spazio ideale: lì gli episodi vengono ripresi, commentati e integrati nel lavoro quotidiano sulla lingua. Se apprezzi questo tipo di contenuti ti invito a diventare membro dell’associazione e a partecipare attivamente alla nostra comunità.

Chiaramente, se vuoi andare avanti da solo, incurante dei miei consigli, fai pure 🙂

L’accortezza e l’attenzione

L’accortezza e l’attenzione

DURATA MP3: 12 min. circa

Descrizione: Oggi parliamo di due modalità diverse per utilizzare il concetto di accortezza. Inoltre vediamo anche qualche sfumatura di differenza rispetto al più semplice concetto di attenzione.

Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.

Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla pagina dell’associazione.

ENTRAADERISCI

Mandare in pappa il cervello

Mandare in pappa il cervello (ep. 1108 (scarica audio)

Trascrizione

cervello in pappa

Buongiorno a tutti. Spero che l’episodio di oggi non vi mandi in pappa il cervello!

Più o meno scommetto che avete capito cosa voglia dire con “mandare in pappa il cervello“. È un modo di dire italiano che indica la perdita di lucidità mentale, la perdita di buon senso e capacità di giudizio.

Si usa per descrivere una persona che non riesce più a “usare” la propria intelligenza a causa di vari motivi, come stanchezza, vecchiaia o anche, perché no, innamoramento.

L’uso dell’espressione può indicare anche una mancanza di concentrazione e attenzione, in cui il cervello diventa incapace di focalizzarsi su compiti o pensieri specifici.

L’immagine associata a questo modo di dire è quella di un cervello ridotto in poltiglia che ha perso la sua consistenza naturale e, di conseguenza, la sua funzionalità.

In altre parole, quando si dice che qualcuno ha il cervello in pappa, si intende che ha perso la capacità di pensare in modo razionale e coerente, e agisce in modo illogico o irrazionale.

Esiste un modo più formale di dirlo? Si potrebbe utilizzare, come vi ho anticipato poco fa, l’espressione “perdere la lucidità mentale” o “perdere la capacità di ragionare in modo coerente”.

Queste espressioni sono più neutre e adatte a contesti formali o quantomeno non familiari.

Ma perché pappa? cos’è la pappa?

La parola “pappa” si riferisce genericamente a un alimento per bambini piccoli o a una minestra o zuppa.

I bambini mangiano la pappa, si dice. È anche un modo per chiamare il cibo parlando con i bambini.

Nel contesto dell’espressione, “pappa” viene utilizzata per descrivere una situazione in cui il cervello diventa come una pappa, cioè privo di consistenza e funzionalità. Non si sta parlando della pappa come cibo, ma parliamo della consistenza della pappa, morbida e simile alla passata di pomodoro come consistenza.

Volete sapere perché si usa il verbo mandare?

Non è obbligatorio usare il “verbo mandare”, perché potrei usare, come si è visto, anche “avere il cervello in pappa“, e anche “andare il cervello in pappa” (tipo: mi sta andando il cervello in pappa).

Quando si usa il verbo mandare lo si fa semplicemente per indicare la causa.

Il verbo “mandare” viene utilizzato quindi per indicare l’azione di trasformare qualcosa in pappa, cioè in una consistenza morbida e poltiglia. Dunque il cervello diventa come una pappa, privo di consistenza e funzionalità per colpa di qualcosa, che manda in pappa il cervello, cioè che trasforma il cervello in una pappa, in una poltiglia, come se si spappolasse, si sciogliesse per sforzo eccessivo fino a non funzionare più.

Vediamo qualche esempio.

Dopo una giornata di lavoro estenuante, ho il cervello in pappa e devo solamente sdraiarmi sul divano!

Non c’è nulla da fare, quando sono vicino a lei, mi va il cervello in pappa!

Tutti questi conteggi, a quest’ora di sera, mi mandano il cervello in pappa!

Qualcuno si starà chiedendo anche il motivo per cui si utilizza la preposizione “in”.

In italiano, la preposizione “in” è spesso usata per descrivere una trasformazione o un cambiamento di stato.
La preposizione “in” sottolinea proprio questa transizione verso uno stato diverso (in questo caso, negativo) rispetto a quello normale.

Ci sono diverse espressioni italiane in cui “in” ha lo stesso ruolo. Tra l’altro qualcuna l’abbiamo già incontrata.

Andare in tiltche significa smettere di funzionare correttamente, come un apparecchio che va in avaria.

Più semplicemente anche “Andare in crisi.

Anche “andare/mandare in rovina” cioè portare qualcuno o qualcosa a uno stato di disastro economico o morale.

Oppure “Cadere in disgrazia” cioè perdere il lavoro ad esempio e diventare povero.
Ci sono anche “Entrare in gioco”, “mettere in guardia”, “essere in difficoltà” e tante altre ancora.

Adesso facciamo un breve ripasso parlando di lavoro e tempo libero. Un ripasso che non sia troppo impegnativo, altrimenti sapete cosa vi succederà…

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Marcelo: A me sia al lavoro sia nel tempo libero piace concentrarmi su ciò che faccio. Non sono fissato per il lavoro ma al lavoro non mi piace tergiversare, mentre durante il tempo libero adoro sguazzare nelle piccole cose, come leggere qualcosa in italiano, tuffarmi in mare e in famiglia e con amici a dir poco me la spasso.
Insomma, cerco di vivere ogni momento al massimo!

Pendere dalle labbra (ep. 1057)

Pendere dalle labbra

Audio MP3 disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ACCEDIENTRA NELL’ASSOCIAZIONE)

Trascrizione

Pendere dalle labbra di una persona è un’espressione idiomatica che significa essere estremamente interessati a ciò che qualcuno sta dicendo, essere completamente concentrati e desiderosi di ascoltare ogni parola che esce dalla sua bocca.

Ora, analizziamo le singole parole che compongono questa espressione:

Pendere significa essere sospesi o appesi, a volte in modo precario. In questo contesto, suggerisce che qualcosa (il nostro interesse o attenzione) è in bilico e dipende da qualcos’altro per essere mantenuto in equilibrio. Precisamente dipende dalle parole che pronuncerà questa persona.

Dalle” è la preposizione articolata “da” seguita dall’articolo determinativo “le”. Qui indica la direzione o l’origine di qualcosa. Nel contesto dell’espressione, si riferisce al punto di provenienza delle parole che stiamo ascoltando.

Le labbra invece sono le parti carnose che formano il confine esterno della bocca umana e sono coinvolte nella produzione dei suoni del linguaggio umano.

Nel contesto dell’espressione, rappresenta il punto da cui escono le parole che stiamo ascoltando.

Di chi sono le labbra da cui pende qualcuno? Può essere qualunque persona, dalla quale siamo molto interessati a sentire ciò che sta dicendo.

L’espressione crea un’immagine metaforica: qualcuno che resta sospeso o appeso alle parole che escono dalla bocca di una persona, sottolineando un forte interesse e attenzione verso ciò che viene comunicato.

Si usa spesso in modo ironico oppure per prendere in giro qualcuno, o perché non riesce a attirare l’attenzione perché non sa parlare oppure perché viene ammaliata da qualcuno, viene sottomessa, viene soggiogata, quasi stregata da una persona, o resta a bocca aperta ascoltando una persona che non lo merita.

Es: se qualcuno sta raccontando qualcosa di noioso o poco interessante, potresti dire ironicamente:

Oh, sì, sono letteralmente appeso alle tue labbra.

Oppure:

pendiamo tutti dalle tue labbra!

In questo caso, sto usando l’espressione per sottolineare il fatto che sto ascoltando, ma in realtà sono annoiato o poco interessato a ciò che viene detto.

Un altro esempio: durante una riunione di lavoro, il capo inizia a parlare e uno dei dipendenti, potrebbe dire con sarcasmo:

Guarda il dottor Rossi, sembra sospeso letteralmente dalle labbra del capo. Ogni sua parola è un’illuminazione.

In questo caso, l’uso dell’espressione sottolinea l’atteggiamento ipocrita e l’ostentata deferenza del dipendente nei confronti del capo.

Ho detto: ostentata deferenza del dipendente nei confronti del capo.

Ostentare” significa mostrare in modo esagerato o eccessivo, mentre “deferenza” si riferisce al rispetto o alla riverenza mostrata verso qualcuno, in particolare verso una figura di autorità o un superiore. Quindi, l'”ostentata deferenza” si riferisce a un comportamento in cui il rispetto verso il capo viene mostrato in modo esagerato o evidente.

Ad ogni modo, come ho detto, l’uso ironico o critico, come negli esempi fatti, è molto frequente quando si usa questa espressione, che però possiamo usare anche seriamente, per sottolineare le capacità e il fascino di un intellettuale che quando parla pendono tutti dalle sue labbra. Tutti ascoltano con attenzione, affascinati dal suo modo di parlare.

Es: Alla conferenza, Giovanni si levò in piedi e cominciò a parlare con tale eloquenza e profondità di pensiero che tutti in sala rimasero incantati. Le sue parole fluivano con grazia e chiarezza, e il suo fascino naturale catturava l’attenzione di ogni persona presente. Ogni sguardo era puntato su di lui, e tutti pendevano letteralmente dalle sue labbra, rapiti dalla sua capacità di comunicare in modo coinvolgente e persuasivo.

Quel Giovanni, purtroppo, non ero io. 🙂

Adesso ripassiamo? Che ne dite? Chiedo ai membri dell’associazione di dire ciò che pensano degli intellettuali.

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Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Camille: Molto spesso, quando sentivo parlare di un individuo definito intellettuale, avevo un giudizio negativo, ero prevenuto nei confronti di questa persona. Le associavo a coloro che, di solito, forniscono risposte elaborate a domande semplici. A volte avevo anche ragione, altre invece era solo un mio pregiudizio.

Khaled: io con gli anta ho imparato a tollerare e rispettare tutte le opinioni, anche quelle che non condivido. Che poi ti imbatti in falsi intellettuali e devi fare l’indiano e fingere di non capire per non passare per maleducato è un’altra storia!

Marcelo: studiare è appagante, questo è fuor di dubbio, ma la categoria non gode di ottima reputazione. Potrei fare alcuni nomi emblematici a riguardo, ma meglio evitare querele.

Giovanni: scusate, sono sempre io. Devo aggiungere un’ultima cosa importante. Nell’episodio ho parlato sia del verbo pendere che del verbo appendere. Però potrei anche usare appendere. In che modo? Sostituendo pendere con appendere? La Risposta è no.
Non si può dire infatti “appendo dalle tue labbra”, ma se si vuole usare il verbo appendere , bisogna dire “sono appeso alle tue labbra”, che esprime lo stesso significato di “pendo dalle tue labbra”. Questo perché appendere esprime l’azione di prendere qualcosa e attaccarla in alto, come quando si appende una giacca.

Io appendo la giacca, tu appendi la giacca eccetera.
Invece “pendere” è un verbo che esprime il fatto di stare appesi, di trovarsi appesi, di essere appesi a qualcosa.

Io sono appeso alle tue labbra

Tu sei appeso alle mie labbra. Eccetera. Fine del chiarimento.

Stare attenti o essere attenti? (ep. 969)

Stare attento o essere attento? (scarica audio)

Video

https://youtu.be/9a100Yk5Th4
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Trascrizione

Si dice stare attento/attenta o essere attento/attenta?

Cioè si deve usare il verbo essere oppure il verbo stare?

Qual è la scelta migliore?

È presto detto.
Entrambe le modalità, “stare attento” e “essere attento”, sono corrette e a volte vengono usate in modo intercambiabile.

Tuttavia, c’è una leggera differenza di sfumatura tra le due.

Stare attento” implica una maggiore enfasi sull’azione di prestare attenzione in un momento specifico o in una situazione particolare.

Ad esempio, “Devi stare attento quando attraversi la strada”

Essere attento” invece tende a sottolineare uno stato di attenzione generale o una caratteristica della personalità di qualcuno.

Ad esempio, “Luca è una persona attenta ai dettagli.”

Pertanto, se vuoi dire a un amico che non si deve distrarre durante la guida, e che deve restare concentrato, molto meglio dire:

Stai attento quando guidi, mi raccomando!

E non:

Sii attento quando guidi!

Invece, se parli di Giovanni e vuoi dire che lui non si distrae mai alla guida, è preferibile dire:

Giovanni è sempre attento quando guida

Oppure

Giovanni è una persona molto attenta alla guida

Piuttosto che:

Giovanni sta sempre attento quando guida

Infatti stiamo parliamo di Giovanni e del fatto che lui è fatto cosi. È una sua caratteristica quella di essere sempre concentrato quando guida. Usare “stare” non è scorretto, ma meno adatto.

Bene, stavolta sono stato attento a rispettare la durata dei due minuti! Stavolta secondo voi quale verbo ho usato?

Adesso un piccolo ripasso. State attenti alla pronuncia. Vi propongo di registrare uno scioglilingua. Scegliete voi quale.

Marcelo: Sul tagliere gli agli taglia. Non tagliare la tovaglia.
La tovaglia non è aglio,
e tagliarla è un grave sbaglio.

Mariana: bravo Marcelo, della serie chi taglia la tovaglia è uno scemo!

Paul: Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo.

Ulrike: ma a che pro fare una palla di pelle di pollo? Non mi pare una domanda peregrina!

Estelle: a proposito: la pera sul purè pare peregrina, però pure il purè con le pere peregrino pare.

Karin: bisogna ripeterlo fino a quando non sbagliamo più vero? Stiamo freschi!

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