Rimbecillire: quando il cervello va in bambola

Il verbo rimbecillire e l’aggettivo imbecille

audio in preparazione

episodio 1217

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di un verbo da usare con moderazione: rimbecillire.

Perché da usare con moderazione? Beh, semplicemente perché rimbecillire tecnicamente significa “diventare imbecille”. Detto così fa sorridere però.

Più esattamente non si tratta necessariamente di un insulto.

Potremo dire che significa “rendere sciocco”, o, più formalmente “ottundere le capacità mentali” (ho usato un verbo complicato?). Allora diciamo che rimbecillire è vicino a “mandare/andare in pappa il cervello“, che è un’espressione a voi più familiare considerato che l’abbiamo già incontrata. Il senso è abbastanza simile. La cosa in comune è che sono ugualmente modalità poco edulcorate; piuttosto dirette direi. Rimbecillire infatti è un verbo forte e va usato con misura, a meno che non si voglia passare il segno. Tuttavia il verbo è estremamente efficace per descrivere alcune persone o per spiegare certi comportamenti che vuoi o non vuoi, danno da pensare.

Ad ogni modo si può usare anche parlando di sé stessi.

Pensiamo, ad esempio, all’uso smodato che si fa oggi dei social: notifiche a raffica, caratteri cubitali, contenuti che il nostro smartphone ci propina uno dietro l’altro… A forza di sequele di notifiche e raffiche di post, qualcuno finisce per rimbecillirsi, cioè per diventare stupido, imbecille, cioè finisce per perdere la ragione. Ma devo spiegare meglio il senso perché non è esattamente così.

Il rimbecillimento è un’involuzione, lenta ma inesorabile. E apriti cielo se lo fai notare! Aspettatevi una sfuriata come minimo!

Allora: rimbecillire non è sinonimo perfetto di diventare stupido o imbecille. Somiglia piuttosto a “stordire”. “Stordire” è però spesso temporaneo. “Rimbecillire”, invece, suggerisce un effetto più profondo e duraturo.

Uno scoppio improvviso ci può stordire, come uno schiaffo ben assestato, ma per rimbecillirsi bisogna agire sulle facoltà mentali. Alla fine è come se si perdessero le proprie capacità critiche. Quindi rimbecillire non indica quasi mai un fatto improvviso, ma un processo graduale. Ci si rimbecillisce col tempo, per esposizione continua a qualcosa: abitudini, comportamenti, stimoli ripetuti. Per questo si usa spesso parlando di televisione, social network, cattive frequentazioni o attività ripetitive che non richiedono alcuno sforzo mentale. Il cervello va “in modalità provvisoria”, per usare un linguaggio tecnologico. Cioè continua a funzionare, ma con capacità ridotte, senza spirito critico, senza profondità, limitandosi alle funzioni minime indispensabili.

Quando si rimbecillisce, diminuiscono le capacità di ragionare, di capire, di valutare le cose con lucidità. In altre parole, si entra in un processo attraverso cui una persona diventa progressivamente più imbecille, cioè meno intelligente nel senso pratico e critico del termine.

Es:

La televisione spazzatura rimbecillisce.
Passare ore a scorrere video inutili finisce per rimbecillire.

In questo senso, rimbecillire non è solo un insulto, ma anche una critica a un meccanismo.

E che dire di “imbecillire”, senza la “ri”? È più neutro, più da vocabolario. Il prefisso ri- aggiunge un’idea di processo, di reiterazione: una cosa tira l’altra, da cosa nasce cosa, e alla fine il cervello va in frantumi.

Ci sono poi sinonimi solo apparenti:
ottundere, che come abbiamo detto poco fa è più formale;
istupidire/instupidire, meno colorito di rimbecillire. Qui l’attenzione è sul risultato: diventare stupidi. Manca però l’idea di logoramento progressivo che invece è molto presente in rimbecillire.
rincretinire, affine ma più colloquiale, spesso suona un po’ esagerato.

Riferito a una persona precisa può risultare offensivo. Invece riferito a un fenomeno o a un’abitudine è invece perfettamente accettabile.

Questo tipo di contenuti su Instagram dopo un po’ rimbecillisce

Questa frase suona come una critica sociale.

Se parli così velocemente tu mi rimbecillisci!

Ecco, questa frase può suonare amichevole e scherzosa se detta nel modo giusto ma può anche suonare come un attacco personale.

Si usa anche in modo riflessivo:

Se continui così, ti rimbecillisci

Poi attenzione ad una cosa. Imbecille è un aggettivo particolare. Di solito “gli imbecilli” sapete chi sono?

Questo aggettivo non indica necessariamente una persona poco intelligente dal punto di vista cognitivo. Molto spesso, nell’uso comune, l’imbecille è chi si comporta da imbecille, non chi “lo è” in senso assoluto.

Quando diciamo “gli imbecilli”, di solito non pensiamo a chi ha difficoltà di comprensione, ma a chi compie azioni stupide, dannose o irresponsabili. Si usa in senso analogo a “idioti“.

Sono imbecilli, per esempio:

  • coloro che rovinano i monumenti,

  • coloro che trasformano una manifestazione pacifica in una manifestazione violenta,

  • chi non rispetta le regole minime della convivenza civile.

In questi casi, imbecille non descrive un limite intellettivo, ma una mancanza di senso civico, di responsabilità e di giudizio. È un’etichetta che nasce dal comportamento, non dalla persona in sé. Nei TG e nei notiziari si usa spessissimo.

Es:

I soliti imbecilli hanno devastato la statua

Imbecillire e ancora di più rimbecillire però, spessissimo sono verbi più ingenui e meno legati a fenomeni o atteggiamenti di questo tipo.
Non rimandano tanto a comportamenti dannosi o violenti, quanto piuttosto a una perdita di lucidità, a un abbassamento dell’attenzione e dello spirito critico.

E adesso, considerato che l’episodio non è stato in fondo così lungo e complesso da rimbecillirvi, possiamo fare un ripasso degli episodi precedenti.

Ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

M1:
Sul verbo rimbecillire c’è di che discutere: tuttavia non è una bazzecola, anzi, nevvero? Ci voleva una buona volta qualcuno che mettesse la questione sul piatto.

M2:
Invero, a sentir certi discorsi in politica si finisce per rimbecillire la gente: non c’è da stupirsi. Vale a dire che c’era da aspettarselo, visto l’andazzo in tutte le nazioni al mondo da qualche tempo a questa parte.

M3:
Siamo tutti oramai avvezzi a contenuti scadenti che mandano in pappa il cervello. Ci vorrebbe una bella rivoluzione, altro che storie.

M4:
A quanto vedo. A rimbecillire sono ormai i più importanti personaggi al mondo. Vada per la rivoluzione!

M5:
Eppure c’è chi stigmatizza e biasima l’uso del verbo, come fosse proibito, quasi spacciandolo per uso indebito della parola.

M6:
Però un po’ di lucidità noi ce l’abbiamo Ancora. Non vi sfiora nemmeno l’idea che gira gira, a pagarne lo scotto siamo sempre noi?

M7:
Cosa non si fa per il potere: si edulcora tutto, e si sposta il limite sempre più in avanti.

M8:
Sfido io che poi si tocchi il fondo del barile e lo si raschi per disperazione.

Accadde il 30 dicembre 1848: la corrispondenza

La corrispondenza (scarica audio)

Trascrizione

Un evento storico italiano realmente accaduto il 30 dicembre che possiamo usare per spiegare la parola corrispondenza, oggetto dell’episodio di oggi, è lo scioglimento della Camera del Regno di Sardegna nel 1848: in corrispondenza di questa data, infatti, si verificò un fatto politico significativo durante le rivoluzioni che attraversarono la penisola italiana nel 1848.

Regno di Sardegna

Nel 1848 l’Italia non era ancora unificata e il Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte e Sardegna) fu protagonista di riforme e scontri per l’indipendenza nazionale. Proprio in corrispondenza del 30 dicembre di quell’anno, il parlamento del Regno di Sardegna fu sciolto, una misura presa nel pieno di tensioni politiche e sociali: i mazziniani (i seguaci di Giuseppe Mazzini) dopo aver ottenuto successi elettorali, spingevano per la ripresa della guerra contro l’Austria, mentre le circostanze interne ed esterne rendevano incerta la direzione futura del Regno.

La locuzione “in corrispondenza di” – iniziamo da questa locuzione – indica un allineamento temporale o spaziale tra due elementi.

Mi spiego meglio: quando diciamo “in corrispondenza di questo giorno storico”, intendiamo che l’azione (lo scioglimento della Camera) è collegata al momento preciso del calendario (30 dicembre 1848). Infatti è avvenuto proprio questo giorno. In questo caso si parla di corrispondenza esatta. La coincidenza è un caso particolare di corrispondenza.

Questa espressione “in corrispondeza di” può aiutarci tutte le volte in cui vogliamo esprimere connessioni, legami tra eventi o posizioni: può essere usata per tempi, luoghi o altri riferimenti che “corrispondono” l’uno all’altro.

Se mi fa male il ginocchio, ad esempio, posso dire al mio medico che avverto dolore in corrispondenza del ginocchio.

Il medico dirà: ah, come parli bene!

Scherzi a parte, questo è un uso pienamente appropriato della locuzione, soprattutto in contesti formali, sanitari o descrittivi. Chiaramente nel linguaggio comune potresti dire più semplicemente “ti fa male il ginocchio” o che “senti dolore al ginocchio”.

Quando si studia l’ambiente, potresti dire: I picchi di inquinamento dell’aria si verificano in corrispondenza delle ore di punta del traffico, cioè durante i momenti della giornata nei quali il traffico è più intenso e l’inquinamento aumenta.

In geografia, si potrebbe spiegare: In corrispondenza della dorsale alpina il clima è molto più rigido rispetto alle valli circostanti, indicando come la posizione geografica (la dorsale alpina) corrisponde a particolari condizioni climatiche.

In ingegneria o architettura, potresti dire: I carichi più elevati si osservano in corrispondenza dei pilastri portanti, sottolineando che dove ci sono i pilastri (il riferimento spaziale) si concentra il peso maggiore, il carico maggiore. Infatti senza pilastri la struttura cade, crolla. I pilastri servono a questo.

Un’informazione stradale:

Devi voltare a destra in corrispondenza del palazzo delle finanze.

Cioè: quando vedi quel palazzo, proprio a quell’altezza, volta a destra.

In tutti questi casi “in corrispondenza di” serve quindi a collegare due elementi.

L’evento storico del 30 dicembre 1848 è uno dei tanti eventi che avrei potuto scegliere per l’episodio di oggi.

Adesso faccio una panoramica sulla parola corrispondenza, che non si usa solamente in questo caso.

La parola corrispondenza ha un’idea centrale molto semplice: due cose che si rispondono l’un l’altro, si collegano o coincidono tra loro. Questo lo abbiamo visto, ma da questa idea di base derivano i vari significati.

Nel linguaggio più comune, la corrispondenza è innanzitutto lo scambio di lettere o messaggi scritti. Quando si dice che “è arrivata la corrispondenza”, si parla di posta; quando due persone “mantengono una corrispondenza”, significa che si scrivono con continuità.

Ad esempio, tutta la mia corrispondenza che ho avuto in passato con le mie fidanzate, stanno in un cassetto segreto!

Il termine indica anche una coincidenza o un accordo tra elementi. Per esempio, si può notare la corrispondenza tra un dato dichiarato e un documento ufficiale, oppure la corrispondenza tra quello che si è promesso e quello che poi si fa davvero. In questo caso il termine esprime una forma di coerenza o di equivalenza. Le due cose corrispondono.

Quante volte capita di dire nella vita:

Non mi pare ci sia corrispondenza tra queste due cose

Non vedo la corrispondenza!

Strano, non c’è corrispondenza tra il testo di questo episodio e le parole di Giovanni.

A volte, in effetti, non c’è piena corrispondenza tra lo scritto e l’orale perché magari aggiungo qualcosina mentre parlo, o sostituisco una parola con un’altra.

C’è poi, come detto, la corrispondenza nel senso di posizione, cioè un collegamento spaziale: si può avvertire un dolore in corrispondenza del ginocchio, oppure dire che un edificio è stato costruito in corrispondenza della vecchia porta della città. Qui la parola aiuta a indicare il punto preciso in cui avviene qualcosa.

Ancora: nel mondo dei trasporti la corrispondenza è la connessione tra due mezzi, come quando un treno arriva a un orario che permette di prendere subito l’autobus successivo. Anche qui ritorna l’idea del collegamento. Si chiama più spesso “coincidenza” in questo caso specifico.

Es: devo andare a Roma partendo da Milano, ma devo scendere a Bologna e prendere la coincidenza per Roma.

Infine, in ambito più letterario o culturale, si parla di corrispondenze quando due cose diverse si richiamano, come certe immagini della natura che sembrano riflettere stati d’animo umani. È un uso meno quotidiano ma mantiene lo stesso concetto di fondo.

Es: Se un autore alterna capitoli brevi e frenetici con capitoli lunghi e riflessivi, si può dire che questa alternanza è in corrispondenza con le fasi emotive del protagonista, come se la forma stessa del testo rispondesse al suo percorso interiore.

In tutte queste situazioni la parola “corrispondenza” ruota sempre attorno alla stessa idea: un rapporto tra due elementi che si allineano.

Ah, quasi dimenticavo i corsi per corrispondenza!

I corsi per corrispondenza sono una forma di istruzione a distanza in cui lo studente non frequenta le lezioni in presenza, ma riceve il materiale di studio tramite posta o, oggi, tramite mezzi digitali. L’idea nasce quando non esistevano Internet e piattaforme online: gli istituti inviavano libri, dispense ed esercizi direttamente a casa dello studente, che poi rispediva gli elaborati completati per essere corretti.

Il punto centrale è che l’apprendimento avviene a distanza, senza contatto diretto e continuativo con i docenti. Lo studente studia in autonomia e invia i propri lavori in ritardo, appunto “per corrispondenza”.

Oggi il concetto è quasi del tutto sostituito dai “corsi online”, ma il termine rimane per indicare qualsiasi percorso formativo svolto “a distanza” e con scambi non immediati tra studente e insegnante.

Analogamente, esistono le vendite per corrispondenza, che sono quelle in cui la merce, offerta tramite un catalogo, viene poi spedita in contrassegno postale.

Interessante anche l’uso giornalistico. Infatti si chiama corrispondenza ogni relazione su avvenimenti locali inviata da un “corrispondente” al proprio giornale. Si chiama corrispondenza dall’estero“. Un corrispondente dall’estero è un giornalista che vive o si trova stabilmente in un altro Paese e che invia notizie alla redazione del suo giornale in patria.

Concludo con la corrispondenza univoca e biunivoca, un concetto alquanto matematico direi. Univoca viene da “uno” e biunivoca viene da “due”.

Questo è un concetto che comunque si può spiegare in modo semplice, mantenendo l’immagine della “corrispondenza” come rapporto tra due elementi.

Dunque, un esempio molto intuitivo di corrispndenza univoca è quello dei mesi e del numero dei giorni: a “febbraio” corrisponde un numero preciso di giorni, a “giugno” corrisponde un altro numero, e così per tutti i mesi. Ogni mese ha il suo numero di giorni, ma lo stesso numero di giorni (come 30) corrisponde a più mesi. Dunque il rapporto funziona bene in una direzione sola: dal mese al numero dei giorni. Ogni mese ha un solo numero di giorni, mentre invece lo stesso numero di giorni ce l’hanno più mesi. Solo nel caso di febbraio c’è corrispondenza biunivoca, perché è l’unico mese ad avere 28 giorni.

L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi della rubrica “Accadde il” , come anche a tutti gli altri pubblicati sul sito, occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.

Vi aspettiamo!

corrispondenza

Accadde il 23 dicembre 1978: scottante

Scottante (scarica audio)

Trascrizione

Un evento adatto a spiegare bene il valore figurato di “scottante”, è l’approvazione della legge n. 833 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).

Il 23 dicembre 1978 il Parlamento italiano approvò una riforma epocale: la sanità diventava un diritto universale, garantito dallo Stato a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito.

Non è da poco considerando che, tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti non esiste.

La riforma suscitò immediatamente un dibattito scottante: da un lato c’era l’entusiasmo per un sistema più equo, dall’altro fortissime preoccupazioni sui costi, sull’organizzazione e sul ruolo delle Regioni.

Per molti politici e amministratori la sanità divenne un tema scottante, perché toccava interessi economici enormi, responsabilità dirette e il rischio di errori con conseguenze sociali rilevanti.

Ancora oggi, quando si parla di finanziamento del SSN o di liste d’attesa, il tema resta scottante, proprio perché delicato, sensibile e potenzialmente conflittuale.

Questo esempio aiuta a capire bene il significato figurato di scottante. Un argomento è scottante quando è attuale delicato e rischioso, quando chi lo affronta può “scottarsi”, cioè subire critiche, polemiche o conseguenze politiche e personali. Non è necessario che ci sia dolore o tragedia: basta che la questione sia difficile da maneggiare.

In altri contesti, si può parlare di una inchiesta scottante che un giornalista pubblica con cautela, di una domanda scottante durante una conferenza stampa, oppure di una decisione scottante in ambito aziendale, capace di creare tensioni interne.

Rispetto a cocente, che abbiamo appena trattato, la differenza resta netta. “Cocente” è legato soprattutto al dolore provato: una sconfitta cocente, una delusione cocente, qualcosa che fa male sul piano emotivo.

Scottante”, invece, a differenza anche di come lo usano i bambini (lo utilizzano quando toccano qualcosa di molto caldo, qualcosa che scotta), indica ciò che è pericoloso o imbarazzante da affrontare, anche se il dolore non è presente.

In poche parole, “cocente” brucia dentro (o fuori, ma solo nel caso del sole) mentre “scottante” brucia se lo tocchi, ma solo in senso figurato, mi raccomando!

Un sole cocente

Un argomento scottante

Un tema scottante

Una delusione cocente

Segue un breve racconto per capire meglio.

Titolo: un tema scottante

Sul far della sera, quando il cielo ardeva di porpora e d’oro, Ser Aldo sostava solo nel cortile del suo cuore. Un segreto gli gravava sul petto come ferro incandescente: dirlo era rischio, tacerlo era pena.

Giunse Livia, lieve come verbo non detto. «Perché tremi?» chiese.
«Perché la verità scotta,» rispose egli, «e brucia chi la stringe a mani nude.»

Allora ella sorrise, e nel sorriso v’era coraggio. «Meglio una bruciatura che una vita al gelo.»
Ser Aldo parlò. Il mondo non crollò. Anzi, parve respirare.

Così appresero entrambi che il silenzio è catena, la parole è fiamma: ferisce, sì, ma illumina il cammino degli uomini.

Accadde il 5 settembre 1827: la pudicizia e il pudore

La pudicizia e il pudore (scarica audio)

Trascrizione

Avete presente l’inno d’Italia? Lo ha scritto Goffredo Mameli, nato il 5 settembre 1827.

Questo mi offre un ottimo spunto per parlarvi di una caratteristica umana: la pudicizia.

Il termine indica un atteggiamento di riservatezza, pudore, ma anche discrezione, soprattutto nei confronti della sfera sessuale.

Si usa per descrivere una persona riservata, modesta, che non ostenta, soprattutto riguardo al corpo o alla sfera sessuale, ma può estendersi anche al comportamento in generale.

Non si tratta solo di imbarazzo: è una virtù interiore, una misura rispettosa e composta, quasi una forma di eleganza morale.

Ora, immaginiamo Mameli, giovane idealista, poeta e patriota, immerso nella lotta per l’identità e l’onore del suo paese.

Il suo impegno, la sua dedizione, e persino la tragicità del suo destino (morì giovanissimo a soli 22 anni) suggeriscono una sensibilità profonda, un’intima dignità... insomma, un animo che rifugge la vanità e desidera restare fedele a se stesso fino all’estremo sacrificio.

Questo è un modo poetico per associare la pudicizia alla figura di Mameli:

Il 5 settembre nasceva dunque Goffredo Mameli, poeta e patriota, anima ardente e discreta. La sua pudicizia, anziché rivolgersi alla sfera privata, si incarnò nella purezza dei suoi versi e nella forza dei suoi ideali.

Più che di un sentimento parliamo di una disposizione d’animo, caratterizzata da riserbo, riservatezza.

La pudicizia è la qualità di chi è pudìco/pudìca.

Es:

La sua pudicìzia le impediva di parlare apertamente di certi argomenti.

Quel gesto è stato interpretato come un segno di pudicìzia.

Lei è molto pudìca: indossa sempre un costume intero invece del bikini.

Non fare lo spiritoso, sii un po’ più pudìco nelle tue battute.

La nuova collezione propone abiti pudìci, con gonne lunghe e maniche coperte.

Luca è troppo pudìco, arrossisce ogni volta che si parla di certe cose.

Mia nonna era una donna pudìca, non avrebbe mai accettato di mostrarsi in pantaloncini.

Attenzione alla differenza tra pudicizia e pudore.

Il pudore è un sentimento, quindi può essere momentaneo.

La pudicizia è una virtù, una /abitudine del carattere, quindi più duratura. Come detto prima, è una disposizione d’animo.

Se volessi spendere più parole direi che il pudore è il sentimento interiore di riservatezza e vergogna che si prova quando si espone il corpo o la sfera più intima. È un atteggiamento spontaneo, quasi istintivo (“arrossì per pudore”).

La pudicizia come detto è una virtù che al rifiuto di impurità sessuale, in quanto motivo di morbosità e di scandalo, associa il culto di una franca riservatezza e di una composta modestia.

Due esempi finali per chiarire:

Si è coperta d’istinto per pudore quando qualcuno è entrato all’improvviso nella stanza.

Era una donna di grande pudicìzia, sempre riservata nei modi e nell’abbigliamento.

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