Il verbo articolare

Il verbo articolare (scarica audio)

episodio 1259

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo del verbo articolare, un verbo molto interessante e piuttosto elegante della lingua italiana.

È un verbo che si incontra spesso nei giornali, nei discorsi politici, negli ambienti professionali e perfino nella medicina. Proprio per questo vale la pena conoscerlo bene. Devo dire che i ragazzi non lo usano quasi mai. Sono in grado però di capirlo perché si usa in molti contesti diversi. Potrei dire che se molti non lo usano è solo perché se ne può fare a meno,nel senso che è facilmente sostituibile con verbi simili. Però è elegante come verbo, quindi vale la pena di impararlo.

Partiamo dall’origine.

Il verbo deriva dal sostantivo articolazione, che a sua volta deriva dal latino articulus, cioè “piccola giuntura”.

Pensate alle articolazioni del corpo umano: il gomito, il ginocchio, il polso. Sono punti che collegano parti diverse permettendo il movimento.

Da questa idea di collegamento e organizzazione nascono tutti gli usi del verbo articolare.

Partiamo da articolare un discorso. Cos’è l’articolazione di un discorso?

Questo è probabilmente l’uso più frequente.

Articolare significa, in questo caso, esprimere qualcosa in modo ordinato, strutturato e comprensibile.

Se una persona ha molte idee in testa ma non riesce a esprimerle chiaramente, possiamo dire:

Giovanni oggi ha difficoltà ad articolare il proprio pensiero. Sarà ubriaco?

Oppure:

Il ministro ha articolato le sue proposte durante il dibattito.

In questo caso articolare non significa semplicemente parlare, ma parlare in modo organizzato.

Una persona agitata, ad esempio, potrebbe non riuscire ad articolare una risposta.

Alla domanda del giornalista, il sindaco riuscì a malapena ad articolare poche parole.

Qui il verbo assume il significato di pronunciare o formulare verbalmente qualcosa.

Possiamo però anche articolare un progetto, un piano o una strategia
In ambito professionale e organizzativo.

Significa suddividere e organizzare in più parti coordinate tra loro.

Abbastanza simile all’articolazione di un discorso.

Ad esempio:

Il progetto è articolato in tre fasi.

L’iniziativa si articola su diversi livelli di intervento.

Abbiamo articolato il corso in dieci lezioni.

In questo caso il concetto è quello di struttura.

Ad esempio, un progetto ben articolato è un progetto ben organizzato.

La forma riflessiva è molto usata: articolarsi.

Partendo dall’ultimo esempio, se dico che abbiamo articolato il corso in dieci lezioni, possiamo anche dire che il corso si articola in dieci lezioni.

Quando diciamo che qualcosa si articola in varie parti, significa che è composto da più elementi collegati tra loro.

Il programma si articola in cinque moduli.

La conferenza si articola in due giornate.

Il romanzo si articola attorno alla figura del protagonista.

Quest’ultimo esempio introduce una costruzione molto frequente:

articolarsi attorno a

cioè svilupparsi intorno a un elemento centrale.

Passiamo ai suoni, cioè alla fonetica e alla linguistica.

Qui articolare significa produrre un suono mediante l’uso degli organi della parola, come lingua, labbra, denti e palato.

I linguisti parlano di:

  • Articolare una consonante;
  • Articolare una vocale;
  • Un punto di articolazione;
  • Un modo di articolazione.

Per esempio la lettera “p” viene articolata chiudendo e riaprendo rapidamente le labbra.

È un uso tecnico ma molto interessante.

Allora si può articolare anche una parola?

Certo. Il significato è vicino al precedente.

Quando una persona parla in modo chiaro possiamo dire:

Articola bene le parole.

Al contrario:

Parla troppo velocemente e non articola.

In questo caso il verbo indica una pronuncia nitida e comprensibile.

Quindi quando si parla, articolare ha due sensi diversi. Articolare un discorso ha il senso dell’organizzazione, articolare una parola o una lettera si riferisce alla pronuncia nitida, comprensibile.

Molti insegnanti di lingue invitano gli studenti a articolare meglio i suoni italiani.

Comunque si può articolare anche una parte del corpo.

Questo uso deriva direttamente dal significato originario.

In anatomia articolare significa collegare due o più ossa mediante un’articolazione.

Ad esempio:

Il femore si articola con il bacino.

Le dita sono articolate da numerose piccole giunture.

È un uso prevalentemente medico o scientifico. Normalmente,intendo le persone comuni non lo usano così questo verbo.

Sapete che si può articolare anche un ragionamento complesso.

Qui il verbo assume una sfumatura molto apprezzata in ambito accademico e professionale.

Non basta esporre un’idea.

Bisogna svilupparla, argomentarla e collegarla ad altre idee.

Il sindacato ha articolato una critica molto convincente al direttore.

L’avvocato ha articolato una difesa dettagliata delle proprie posizioni.

Un ragionamento articolato è ricco di sfumature e ben costruito.

Per finire vediamo alcune espressioni utili e molto usate.

Un fiscorso articolato, che è un discorso complesso ma ben organizzato.

Una struttura articolata (di un’azienda,di un’organizzazione, di un libro ecc) è composta da molte parti collegate.

Un sistema articolato è un sistema complesso, diciamo non elementare.

Invece articolare una risposta vuol dire formulare una risposta, in genere convincente.

Articolare una proposta significa presentarla in modo dettagliato.

Non bisogna confondere comunque articolare con complicare.

Una cosa articolata non è necessariamente complicata.

Un progetto può essere molto articolato e allo stesso tempo perfettamente chiaro.

Anzi, spesso articolare serve proprio a rendere più comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe confuso.

Quando articoliamo un discorso, una proposta o un progetto, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che fanno le articolazioni del nostro corpo: mettiamo insieme parti diverse affinché possano muoversi in modo armonioso.

E da che mondo è mondo, chi riesce ad articolare bene i propri pensieri ha sempre qualche possibilità in più di essere compreso dagli altri.

Per finire, meglio specificare che l’articolo non ha niente a che fare col verbo articolare. E neanche l’articolo di giornale.

Se leggete un articolo, non state necessariamente articolando qualcosa! E neanche se scrivo l’articolo “il” davanti ad una parola state articolando!

Se scrivete il tavolo, la casa o gli amici, non state articolando proprio niente!

Adesso nel ripasso di oggi vi invito a parlare di problemi alle articolazioni.

Danielle: Come siete messi con le ginocchia ragazzi?

Anne Marie: Non me lo dire! Ad oggi sono ancora alle prese con un problema annoso. Salire le scale è diventato pressoché un’impresa. C’è di che preoccuparsi, direi.

Marcelo e Hartmut: A chi lo dici! Io ho già dato con le articolazioni delle mani. Allorché mi alzo la mattina, mi sembrano di legno.

Ulrike: La nota dolente sono le dita, vero? A ben vedere, è nelle cose: superati gli anta, qualche acciacco arriva, vuoi o non vuoi.

Katherine: non mi dirai che dobbiamo rassegnarci tout court. Io passeggio tutti i giorni. Correre non è proprio cosa alla mia età

Julien: Ben fatto! Anch’io ho ripiegato su attività meno gravose. Prima mi fiondavo a giocare a calcetto ogni giovedì. Adesso preferisco nuotare.

Carmen: Che volete che vi dica? Io ho provato di tutto. Un pannicello caldo qua, un palliativo là. Ma gli strascichi sono rimasti. Forse ho iniziato tardi a curarmi.

Edita: Le avvisaglie le avevi avute già tempo fa, se non vado errata, però hai tirato dritto, imperterrita. E adesso ne paghi i risvolti.

Karin: basta coi cazziatoni però! Non è molto edificante come lezione! Questo doveva essere un Innocente ripasso e invece, come al solito, abbiamo degenerato.

Suggestioni e suggerimenti

Audio riservato ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Prontuario lessicale: L’arte della suggestione e il valore del suggerimento

1. Introduzione: Il paradosso della radice comune

Esiste un fascino particolare nel modo in cui le parole evolvono: una singola radice latina, suggestio, può biforcarsi fino a descrivere, da un lato, l’incanto quasi magico di un borgo medievale e, dall’altro, la vulnerabilità della mente umana o un semplice consiglio logistico. In italiano, questo bivio semantico si materializza nella distinzione tra suggestione e suggerimento.

Per lo studente straniero, queste due parole rappresentano una delle “trappole” più insidiose a causa del fenomeno dell’interferenza linguistica. Il nostro cervello, cercando di risparmiare energia cognitiva, tende a percorrere la strada più breve, traducendo letteralmente termini che appaiono simili alla propria lingua madre. Tuttavia, comprendere queste sfumature è ciò che trasforma un principiante in un “parlante consapevole”, capace di muoversi con precisione tra la logica dei fatti e la profondità delle emozioni.

La curiosità linguistica è una bussola preziosa, ma senza una guida attenta, la somiglianza morfologica può trarre in inganno proprio quando cerchiamo di essere più precisi.

2. L’inganno dei “falsi amici”: suggestione vs suggestion

In molte lingue occidentali, il termine derivato da suggestio è strettamente legato all’atto di proporre un’idea. In italiano, la distinzione è così netta che persino nei contesti più formali o burocratici non si farebbe mai confusione tra i due ambiti.

Ecco come il “falso amico” opera nelle diverse lingue rispetto all’italiano:

Lingua Termine Simile Significato Principale Traduzione Corretta in Italiano

Inglese Suggestion Idea proposta / Consiglio Suggerimento, consiglio, raccomandazione

Francese Suggestion Raccomandazione Suggerimento, consiglio

Spagnolo Sugestión Idea / Consiglio Suggerimento, raccomandazione

Portoghese Sugestão Proposta / Consiglio Suggerimento, idea

Italiano Suggestione Fascino / Influenza emotiva —

Molti stranieri chiedono: “Posso darti una suggestione?” o dicono: “Grazie per le tue suggestioni”. Per un orecchio italiano, queste frasi suonano estremamente bizzarre. La suggestione non si “dà” come un consiglio; essa appartiene alla sfera dell’irrazionale, non della logica pratica.

Una volta disinnescata la trappola del falso amico, analizziamo lo strumento razionale per eccellenza: il suggerimento.

3. Il suggerimento: la bussola pratica

Il suggerimento è un atto conscio, esterno e volontario. È un contributo razionale che offriamo o riceviamo per orientare una scelta nel mondo reale. È, in sostanza, un’informazione statica che mettiamo a disposizione dell’altro.

Vediamo come si muove nei contesti quotidiani attraverso i verbi d’azione:

Viaggi e Logistica: Migliorare l’esperienza altrui. Ad esempio, si può dare il suggerimento di partire prima delle sette per evitare il traffico.

Scuola e Lavoro: Collaborare tra pari. Un collega può accettare suggerimenti su un progetto, mentre a scuola un compagno potrebbe sussurrare una risposta a chi è in difficoltà.

Nota didattica: Ricordate che a scuola suggerire durante un compito è un atto rischioso che può portare a punizioni!

Tempo libero: Chiedere pareri qualificati. Possiamo chiedere un suggerimento su quale libro leggere o quale ristorante provare.

Mentre il suggerimento ci aiuta a decidere e agire nel mondo dei fatti, la parola successiva serve a farci sognare e a colpire la nostra sensibilità.

4. Suggestione: Il fascino dell’invisibile

La suggestione è un’impressione forte che colpisce la fantasia. A differenza del suggerimento, che è un dato che noi elaboriamo, la suggestione è un’emozione che “subiamo” o che ci avvolge.

La suggestione positiva: L’aggettivo “Suggestivo”

Quando diciamo che un luogo è suggestivo, stiamo attribuendo a quel luogo un ruolo attivo: non è solo bello, è il luogo stesso che sta facendo qualcosa alla nostra immaginazione, evocando immagini, ricordi o misteri.

Cosa dovete provare quando usate questo termine? Meraviglia, fascino, una sottile emozione sospesa. Immaginate:

Un borgo medievale illuminato fiocamente di sera.

La strada immersa nella nebbia, che trasforma il paesaggio in un sogno.

Il mare al tramonto, che rapisce lo sguardo.

Il silenzio della montagna, che impone un senso di rispetto e pace.

Questa medesima forza emotiva, tuttavia, se non filtrata dalla ragione, può trasformarsi in una forma di fragilità.

5. L’altra faccia della medaglia: essere “suggestionabili”

Sul piano psicologico, la suggestione smette di essere estetica e diventa un condizionamento. Qui la distinzione cognitiva è fondamentale: il suggerimento è un atto conscio (scelgo di ascoltare), mentre subire una suggestione è spesso un atto inconscio o involontario.

Esistono due scenari critici in cui la mente diventa vulnerabile:

1. L’influenza esterna: È il caso di Margherita, che ascoltando racconti di paura diventa suggestionabile e finisce per fare brutti sogni. La sua mente trasforma un racconto esterno in una realtà emotiva interna.

2. La “Cybercondria”: Un fenomeno moderno in cui l’utente, leggendo sintomi su internet, cade in una suggestione auto-indotta. Non riceve un consiglio medico (suggerimento), ma si convince per pura paura di essere malato.

In questi casi, la suggestione è legata a pensieri immotivati e preoccupazioni eccessive che nascono quando la nostra sensibilità prende il sopravvento sulla logica.

Per fissare questi concetti ed evitare ogni confusione futura, consultate questo schema riassuntivo.

6. Sintesi finale: lo specchietto per il principiante

Termine Significato Centrale Ambito Dominante Esempio Chiave

Suggerimento Consiglio pratico, idea proposta. Logica / Pratica “Accetto il tuo suggerimento: il ristorante è ottimo.”

Suggestione Impressione forte, influenza. Emozione / Inconscio “Il castello di notte crea una forte suggestione.”

Suggestivo Affascinante, che colpisce la mente. Estetica / Fascino “Che panorama suggestivo c’è da quassù!”

Suggestionabile Facilmente influenzabile. Psicologia / Vulnerabilità “È troppo suggestionabile: non fargli vedere quel film.”

Un ultimo consiglio per la vostra pratica quotidiana: la prossima volta che guardate una foto di un paesaggio italiano, non limitatevi a dire che è “bello”. Provate a chiedervi se è suggestivo. Se quel luogo sta parlando alla vostra immaginazione, allora siete pronti a usare questa parola come un vero madrelingua.

Spero che questo suggerimento linguistico vi aiuti a godervi ogni luogo suggestivo d’Italia!

A dismisura e il prefisso dis-

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episodio 1244

Trascrizione

Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo dell’espressione “a dismisura”, ma aggiungiamo un elemento in più: il ruolo del prefisso “dis-”, che è fondamentale per capire fino in fondo il significato.

Partiamo da “dismisura”.

La parola è composta da:

  • misura cioè limite, controllo, equilibrio. La misura può anche indicare una misurazione o una taglia però. Tipo la misura delle scarpe o dei pantaloni. Ad ogni modo si tratta sempre di misurare qualcosa.
  • prefisso dis- indica negazione, privazione, separazione, alterazione

Quindi “dismisura” significa letteralmente assenza di misura, perdita del limite.

E da qui nasce la locuzione:

“a dismisura” cioè in modo senza misura, quindi in modo eccessivo, esagerato. La locuzione può essere sostituita da “smisuratamente“.

Ad esempio:

I prezzi crescono a dismisura.

Mio figlio spende a dismisura.

Francesca si preoccupa sempre a dismisura.

In tutti questi casi, c’è qualcosa che supera il limite normale.

Adesso concentriamoci proprio sul prefisso “dis-”, perché è molto usato in italiano.

Il prefisso “dis-” può avere diversi valori, ma i principali sono tre:

1. Negazione o mancanza

“onesto” diventa disonesto

Una persona disonesta è una persona non onesta.

“accordo” diventa disaccordo

Il disaccordo è mancanza di accordo.

“ordine” è l’opposto di disordine

Il disordine è assenza di ordine.

2. Separazione o rottura

“fare” e disfare

Disfare significa annullare ciò che è stato fatto. Disfare le valigie ad esempio, è ciò che si fa tornando da una vacanza.

3. Valore negativo o peggiorativo

“abile” e disabile

Indica una difficoltà o limitazione.

“grafico” diventa disgrafico

Una persona disgrafica ha difficoltà nella scrittura. Molti ragazzi e bambini hanno questo problema in Italia.

“agio” diventa disagio

Il disagio è una condizione negativa, di difficoltà o malessere. Sei a disagio con la lingua Italiana? Oppure ti senti a tuo agio?

Torniamo ora a “dismisura”.

Qui il prefisso “dis-” non indica semplicemente “non misura”, ma qualcosa di più forte: una rottura della misura, un superamento del limite.

È come se la misura venisse meno completamente.

Per questo “a dismisura” non significa semplicemente “molto”, ma troppo, oltre ciò che è normale o accettabile.

Facciamo un confronto per chiarire:

“Lavora molto.” cioè quantità di ore elevata, ma neutra.

“Lavora a dismisura.” quantità eccessiva, fuori controllo.

Un ultimo punto: la preposizione “a”.

Come già visto, serve a trasformare “dismisura” in una locuzione avverbiale, cioè in un’espressione che indica come si svolge l’azione.

“Parla a dismisura” cioè parla in modo eccessivo.

È lo stesso meccanismo di:

  • a caso
  • a lungo
  • a vol
  • ontà

In conclusione, “a dismisura” è un’espressione molto efficace perché combina:

  • il concetto di misura (limite)
  • con il prefisso dis- (rottura, assenza)
  • e con la preposizione a (modo)

Il risultato è un’espressione forte, che indica chiaramente un eccesso sproporzionato.

A conti fatti, è una parola costruita in modo semplice… ma con un significato molto potente.

Dicevo che la locuzione può essere sostituita da smisuratamente, ma anche da smodatamente, oppure da “oltre misura”. Possiamo anche usare la più semplice esageratamente, in modo esagerato, in modo smodato. Bisogna dire però che “A dismisura” esprime sempre un’idea di eccesso fuori controllo rispetto a una misura attesa, una certa quantità attesa o considerata naturale.

Ripasso degli episodi precedenti. Quale piatto Italiano vi piace di più!

Marcelo: Stavamo proprio discutendo su quale pizza sia la migliore, la romana o la napoletana. All’improvviso qualcuno ha detto: la napoletana senza dubbio! Proprio per quest’affermazione si è levato un polverone che non ti dico!

Ulrike: Come sai, sono di indole conciliante e ti posso solo dire: de gustibus!

Christophe: La mia posizione è a favore dell’unica pizza che è stata nominata dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’umanità: la napoletana. E questo la dice tutta!

Hartmut: Discutere per quisquilie non ha senso! Ricordatevi che la pizza è il cibo italiano per antonomasia!

Carmen: La qualità è a dir poco fondamentale, e non solo degli ingredienti! La qualità della farina e il modo di lavorare l’impasto sono il segreto dei grandi pizzaioli. Chiedete al nostro caro Gianni che ha fatto il pizzaiolo per più di dieci anni. Lui la sa lunga in merito.

Julien: Le pizzerie stile napoletano vanno per la maggiore in tutto il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti!

Edita: Va bene! Credo che tutti siamo d’accordo su un punto: sia una o l’altra, mangiare una pizza e bere una birra gelata è un piacere da re! Peccato che ora sia tardi, altrimenti mi metterei a impastare e sicuramente ci faremmo una vera scorpacciata!

Conciliante, conciliare, riconciliarsi

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episodio 1241

Trascrizione

Oggi parliamo di una parola alquanto interessante: conciliante. Vi servirà, o meglio, potrebbe esservi utile conoscere questo aggettivo perché ce ne sono tante di persone concilianti.

Immaginate una persona che, in una discussione accesa, non alza la voce, non prende posizioni rigide, ma cerca invece di calmare gli animi, di trovare un punto d’incontro, di mettere tutti d’accordo. Ecco, quella è una persona conciliante.

Ma cosa significa esattamente?

Conciliante è un aggettivo, questo è chiaro, che descrive chi ha un atteggiamento disponibile, pacato, aperto al dialogo, e soprattutto orientato alla riconciliazione, cioè a ristabilire l’armonia tra persone in disaccordo.

La parola conciliante inizia per con,non a caso.

Una persona conciliante quindi:

  • evita lo scontro diretto
  • cerca soluzioni condivise
  • tende a smussare gli angoli nn o, per usare un’espressione a voi nota, tende ad appianare le controversie.

Non è necessariamente una persona debole, attenzione. Essere concilianti non significa cedere sempre, ma piuttosto avere l’abilità di gestire i conflitti con intelligenza e misura.

Vediamo ora il legame con il verbo conciliare. Perché c’è un legame

Cosa? Non avete mai utilizzato questo verbo? Beh, da una parte può essere una buona notizia, sapete?

Il verbo conciliare significa, da una parte, proprio questo: mettere d’accordo, far tornare in armonia, rendere compatibili cose o persone che sembrano in contrasto. Anche cose, non solo persone.

Ad esempio:

  • Cerco di conciliare lavoro e famiglia
  • È difficile conciliare due opinioni così diverse

Da questo verbo deriva direttamente l’aggettivo conciliante. Dunque, una persona conciliante è, letteralmente, una persona che tende a conciliare, cioè a creare accordo. Ma come avete appena capito, si possono conciliare anche le cose della vita. Non solo lavoro e famiglia, ma uno studente potrebbe voler conciliare studio e lavoro, oppure amore e studio.

Se parliamo di conciliare applicato alle persone, possiamo anche dire che una persona ha un atteggiamento conciliante, oppure un tono conciliante. Pensate a qualcuno che dice:

Cerchiamo di capirci

oppure:

Troviamo una soluzione che vada bene a tutti

Questo è un tipico linguaggio conciliante.

C’è poi una sfumatura interessante: a volte si può usare conciliante anche in senso leggermente critico. Ad esempio, se una persona evita sempre il conflitto, qualcuno potrebbe dire:

È fin troppo conciliante

intendendo che forse manca un po’ di fermezza.

Dunque, come spesso accade, tutto dipende dal contesto.

Riassumendo:

  • conciliare è il verbo: mettere d’accordo
  • conciliante è l’aggettivo: che tende a mettere d’accordo

E, alla fin fine, essere concilianti è spesso una qualità preziosa, soprattutto nei rapporti umani, dove, come sappiamo, i contrasti non mancano mai.

Ma sapete che conciliare è anche applicabile alle multe.

Sì, proprio così.

Nel linguaggio amministrativo e giuridico, conciliare può significare anche chiudere una controversia pagando una somma ridotta, evitando così ulteriori problemi, ricorsi o procedimenti.
In questo caso si parla spesso di conciliazione.

Facciamo un esempio molto semplice.

Ricevete una multa. A questo punto avete diverse possibilità:
potete fare ricorso
oppure potete conciliare, cioè accettare la sanzione e pagarla, spesso con una riduzione

In Italia, ad esempio, esiste la possibilità di pagare una multa entro 5 giorni con uno sconto.

Questo, in un certo senso, è un modo di conciliare: si evita il conflitto con l’amministrazione e si chiude la questione rapidamente.

Dunque, anche qui ritroviamo l’idea centrale del verbo conciliare: evitare lo scontro e trovare un accordo, anche se in questo caso l’accordo è tra il cittadino e lo Stato.

Esistono anche i verbi riconciliare e riconciliarsi.

Riconciliare è esattamente ciò che fa la persona conciliante, mentre riconciliarsi significa semplicemente fare pace dopo un litigio, ristabilire un rapporto che si era interrotto o deteriorato.

Ad esempio:

Dopo anni di silenzio, si sono riconciliati

Ho litigato con un amico, ma poi ci siamo riconciliati

Qui entra in gioco un elemento temporale molto importante:
mentre conciliare può anche riferirsi a mettere d’accordo due elementi qualsiasi (idee, esigenze, interessi), riconciliarsi implica quasi sempre che prima c’era un’armonia, poi un conflitto, e infine un ritorno all’armonia.

Quel prefisso ri- è decisivo: indica proprio il ritorno a una situazione precedente.

Possiamo quindi vedere una sorta di percorso:

conciliare è mettere d’accordo (anche per la prima volta)

riconciliarsi invece sta per tornare d’accordo dopo una rottura.

E naturalmente esiste anche il sostantivo: riconciliazione.

Interessante anche una sfumatura più profonda, quasi interiore: ci si può riconciliare non solo con una persona, ma anche:
con il proprio passato
con una scelta fatta
persino con se stessi

Ad esempio:

Col tempo mi sono riconciliato con quella decisione.

Qui non c’è un’altra persona, ma c’è comunque un conflitto… interno.

E allora, se conciliare è un po’ come costruire un ponte,
riconciliarsi è tornare a percorrerlo, dopo che era stato interrotto.

Marcelo: Di volta in volta discuto con un amico di politica e mi fa arrabbiare il suo modo di pensare. Anche se so di essere un po’ fumino, torno presto sui miei passi.

Carmen: Le controversie non mi piacciono e cerco di appianarle, però se non riesco nel mio intento preferisco non avere ragione e riconciliarmi con il mio amico.

André: Siamo in tempi di guerre, conflitti ogni due per tre che nascono dall’incapacità di ascoltare davvero l’altro: ognuno parla, ma pochi lo fanno in modo conciliante.

Julien: Eppure, anche nei momenti più bui, c’è sempre qualcuno che prova a conciliare posizioni opposte, magari intervenendo sommessamente, senza clamore, ma con una forza silenziosa che lascia il suo strascico nel tempo.

Karin: Sono i casi di Nelson Mandela o di Mahatma Gandhi.
Sono proprio queste persone a essersi distinte per il loro coraggio morale: non quello delle armi, ma quello della parola e dell’empatia.

Nancy: Perché alla fine, se davvero vogliamo uscire dal ciclo infinito della violenza, l’unica strada possibile è riconciliare ciò che è stato diviso, ricucire le ferite e restituire umanità là dove sembrava perduta.

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In croce

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episodio 1239

Trascrizione

Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.

Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.

Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.

Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.

Facciamo qualche esempio.

Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:

Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.

Oppure, parlando di una persona poco loquace:

Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.

O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:

Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.

In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.

È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?

Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).

Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.

C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.

Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente, poche idee, pochi risultati, poche risorse, potrete dire tranquillamente:

Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”

Ma perché usare la parola croce?

Bella domanda vero?

La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.

Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:

Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.

La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.

C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.

In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.

Un’altra volta vi spiego anche un altro uso completamente diverso di “in croce”. Parlo di mettere qualcuno in croce.

Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.
La domanda è: se rinascessi, chi verresti essere?

Commento del ripasso (scarica audio)

Marcelo: Se rinascessi, vorrei essere una persona estremamente conciliante, capace di togliere d’impaccio chiunque si trovi in una situazione difficile e magari anche di galvanizzarlo.

Sofie: Io invece vorrei essere una stacanovista, ma senza mai essere rea di trascurare le persone care per il troppo lavoro.

Anne Marie: Mi piacerebbe rinascere come uno dei grandi personaggi italiani della storia, qualcuno che sappia sempre cogliere nel segno con le sue scoperte.

Mariana: Vorrei far parte della polizia, così potrei girare in borghese e dare il benservito ai criminali.

Julien: Mi piacerebbe essere un sognatore capace di costruire castelli in aria che però sappiano trasformarsi in progetti concreti e utili.

Ulrike: Se potessi scegliere (ma la vedo difficile!) vorrei essere un’esperta di italofonia per poter parlare la lingua del a menadito.

Carmen: io invece vorrei rinascere me stessa e munirmi di pazienza infinita (che, per inciso, ora non ho). Vorrei avere tante occasioni per fare bella figura e parlare in italiano senza tediare nessuno… anche perché, diciamolo, ogni tanto, in questa vita, rischio seriamente di far scappare tutti!

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