Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.
Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.
Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.
Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.
Facciamo qualche esempio.
Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:
Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.
Oppure, parlando di una persona poco loquace:
Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.
O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:
Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.
In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.
È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?
Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).
Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.
C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.
Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente—poche idee, pochi risultati, poche risorse—potrete dire tranquillamente:
“Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”
Ma perché usare la parola croce?
Bella domanda vero?
La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.
Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:
Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.
La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.
C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.
In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.
Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.
C’è qualcosa di curioso nell’espressione “in borghese”.
A sentirla così, isolata, sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un mondo fatto di cappelli, giacche ben stirate e passeggiate in centro. E in effetti, un po’ è proprio così.
“In borghese” nasce da borghesia, quella classe sociale che, tra nobiltà e popolo, ha rappresentato per secoli il volto più riconoscibile della vita quotidiana: persone comuni, rispettabili, senza uniforme, senza insegne, senza simboli di potere evidenti.
Ed è proprio qui il punto.
Quando diciamo che qualcuno è in borghese, intendiamo dire che non indossa una divisa, che si presenta come una persona qualunque, indistinguibile tra la folla.
Un poliziotto in borghese, ad esempio, non porta la divisa: si confonde tra i passanti, osserva senza essere notato, agisce senza attirare l’attenzione.
Es.
State camminando per strada, tutto sembra normale, quando qualcuno vi dice:
Attento, quello è un poliziotto in borghese.
E improvvisamente cambia tutto.
Quella persona, che fino a un attimo prima era uno qualunque, assume un altro significato. Non è più solo un passante: è qualcuno che ha un ruolo, ma non lo mostra.
Parliamo di chi svolge una funzione ufficiale senza indossarne i segni distintivi.
C’erano diversi agenti in borghese tra la folla.
L’arresto è stato effettuato da due carabinieri in borghese.
In questi casi, “in borghese” serve a sottolineare proprio questo contrasto: ruolo nascosto, apparenza normale.
Ma la locuzione non si ferma qui.
Pensate a un contesto completamente diverso, più quotidiano.
Un’azienda, un ufficio, magari una cerimonia.
Oggi niente giacca e cravatta, siamo tutti in borghese.
Qui non ci sono poliziotti, né operazioni “sotto copertura”.
Eppure il senso è simile: assenza di formalità, di segni distintivi, di “uniforme” sociale.
“In borghese”, in questo caso, diventa quasi sinonimo di informale, di normale, di non ufficiale.
Si usa anche in questo modo la locuzione.
Quando diciamo “in borghese”, quella piccola preposizione “in” fa molto più di quanto sembri.
Non indica semplicemente un luogo, come in “in casa” o “in ufficio”.
Qui in introduce una condizione, uno stato visibile, quasi una “forma esteriore” in cui una persona si presenta.
È la stessa in che usiamo quando vogliamo descrivere come appare qualcuno agli occhi degli altri.
Pensate a queste locuzioni:
in uniforme
in divisa
in abito da sera
in giacca e cravatta
in maniche di camicia
In tutti questi casi, in significa qualcosa come: “nella condizione esteriore di”, “vestito in modo tale da apparire…”
Se allarghiamo lo sguardo, troviamo molte altre espressioni analoghe, anche fuori dall’abbigliamento:
in silenzio
in difficoltà
in imbarazzo
in incognito
Anche qui in introduce uno stato, ma non più visivo. È come se passassimo dall’abito esterno alla condizione interna o situazionale.
“In borghese”, in un certo senso, sta proprio a metà strada tra questi due mondi:
è visibile, ma porta con sé anche un significato più profondo, legato al ruolo e all’intenzione.
Notate che essere in borghese è simile a “essere in abiti civili”.
Quasi equivalente, ma non del tutto. Infatti “in abiti civili” indica semplicemente che una persona non indossa una divisa
Ad esempio:
Il militare era in abiti civili durante la cerimonia.
Qui manca quell’elemento di intenzione o funzione nascosta.
“In borghese”, invece, ha spesso una sfumatura in più: suggerisce che l’assenza di uniforme non è casuale, ma significativa.
Quindi se due poliziotti sono in borghese c’è l’idea implicita di operare senza farsi riconoscere.
Quindi “In abiti civili” descrive invece ciò che si vede, mentre “in borghese” generalmente suggerisce anche ciò che si nasconde.
Carmen: Mi fa ridere vedere qualcuno che cerca di fare il pavone per darsi arie e poi finisce per fare una figuraccia.
Hartmut: Io invece rido di gusto quando vedo uno stacanovista che perde la calma per una piccola e insignificante pecca nel suo lavoro.
Edita: A me divertono molto i soliti furbetti del quartierino che sono convinti di farla sempre franca e invece poi vengono scoperti subito.
Khaled: Non posso fare a meno di ridere quando qualcuno inizia a fare un salamelecco per compiacere il potente di turno.
Anne Marie: Trovo esilarante un tipo solitamente sboccacciato che tenta disperatamente di apparire serio durante una cerimonia.
Estelle: Mi fa ridere la faccia sbalordita di chi viene messo davanti al fatto compiuto e non ha più tempo di inventare una delle sue solite scuse.
Un evento storico italiano realmente accaduto il 30 dicembre che possiamo usare per spiegare la parola corrispondenza, oggettodell’episodio di oggi, è lo scioglimento della Camera del Regno di Sardegna nel 1848: in corrispondenza di questa data, infatti, si verificò un fatto politico significativo durante le rivoluzioni che attraversarono la penisola italiana nel 1848.
Nel 1848 l’Italia non era ancora unificata e il Regno di Sardegna (che comprendeva Piemonte e Sardegna) fu protagonista di riforme e scontri per l’indipendenza nazionale. Proprio in corrispondenza del 30 dicembre di quell’anno, il parlamento del Regno di Sardegna fu sciolto, una misura presa nel pieno di tensioni politiche e sociali: i mazziniani (i seguaci di Giuseppe Mazzini) dopo aver ottenuto successi elettorali, spingevano per la ripresa della guerra contro l’Austria, mentre le circostanze interne ed esterne rendevano incerta la direzione futura del Regno.
La locuzione “in corrispondenza di” – iniziamo da questa locuzione – indica un allineamento temporale o spaziale tra due elementi.
Mi spiego meglio: quando diciamo “in corrispondenza di questo giorno storico”, intendiamo che l’azione (lo scioglimento della Camera) è collegata al momento preciso del calendario (30 dicembre 1848). Infatti è avvenuto proprio questo giorno. In questo caso si parla di corrispondenza esatta. La coincidenza è un caso particolare di corrispondenza.
Questa espressione “in corrispondeza di” può aiutarci tutte le volte in cui vogliamo esprimere connessioni, legami tra eventi o posizioni: può essere usata per tempi, luoghi o altri riferimenti che “corrispondono” l’uno all’altro.
Se mi fa male il ginocchio, ad esempio, posso dire al mio medico che avvertodolore in corrispondenza del ginocchio.
Il medico dirà: ah, come parli bene!
Scherzi a parte, questo è un uso pienamente appropriato della locuzione, soprattutto in contesti formali, sanitari o descrittivi. Chiaramente nel linguaggio comune potresti dire più semplicemente “ti fa male il ginocchio” o che “senti dolore al ginocchio”.
Quando si studia l’ambiente, potresti dire: I picchi di inquinamento dell’aria si verificano in corrispondenza delle ore di punta del traffico, cioè durante i momenti della giornata nei quali il traffico è più intenso e l’inquinamento aumenta.
In geografia, si potrebbe spiegare: In corrispondenza della dorsale alpina il clima è molto più rigido rispetto alle valli circostanti, indicando come la posizione geografica (la dorsale alpina) corrisponde a particolari condizioni climatiche.
In ingegneria o architettura, potresti dire: I carichi più elevati si osservano in corrispondenza dei pilastri portanti, sottolineando che dove ci sono i pilastri (il riferimento spaziale) si concentra il peso maggiore, il carico maggiore. Infatti senza pilastri la struttura cade, crolla. I pilastri servono a questo.
Un’informazione stradale:
Devi voltare a destra in corrispondenza del palazzo delle finanze.
Cioè: quando vedi quel palazzo, proprio a quell’altezza, volta a destra.
In tutti questi casi “in corrispondenza di” serve quindi a collegare due elementi.
L’evento storico del 30 dicembre 1848 è uno dei tanti eventi che avrei potuto scegliere per l’episodio di oggi.
Adesso faccio una panoramicasulla parola corrispondenza, che non si usa solamente in questo caso.
La parola corrispondenza ha un’idea centrale molto semplice: due cose che si rispondono l’un l’altro, si collegano o coincidono tra loro. Questo lo abbiamo visto, ma da questa idea di base derivano i vari significati.
Nel linguaggio più comune, la corrispondenza è innanzitutto lo scambio di lettere o messaggi scritti. Quando si dice che “è arrivata la corrispondenza”, si parla di posta; quando due persone “mantengono una corrispondenza”, significa che si scrivono con continuità.
Ad esempio, tutta la mia corrispondenza che ho avuto in passato con le mie fidanzate, stanno in un cassetto segreto!
Il termine indica anche una coincidenza o un accordo traelementi. Per esempio, si può notare la corrispondenza tra un dato dichiarato e un documento ufficiale, oppure la corrispondenza tra quello che si è promesso e quello che poi si fa davvero. In questo caso il termine esprime una forma di coerenza o di equivalenza. Le due cose corrispondono.
Quante volte capita di dire nella vita:
Non mi pare ci sia corrispondenza tra queste due cose
Non vedo la corrispondenza!
Strano, non c’è corrispondenza tra il testo di questo episodio e le parole di Giovanni.
A volte, in effetti, non c’è piena corrispondenza tra lo scritto e l’orale perché magari aggiungo qualcosina mentre parlo, o sostituisco una parola con un’altra.
C’è poi, come detto, la corrispondenza nel senso di posizione, cioè un collegamento spaziale: si può avvertire un dolore in corrispondenza del ginocchio, oppure dire che un edificio è stato costruito in corrispondenza della vecchia porta della città. Qui la parola aiuta a indicare il punto preciso in cui avviene qualcosa.
Ancora: nel mondo dei trasporti la corrispondenza è la connessione tra due mezzi, come quando un treno arriva a un orario che permette di prendere subito l’autobus successivo. Anche qui ritorna l’idea del collegamento. Si chiama più spesso “coincidenza” in questo caso specifico.
Es: devo andare a Roma partendo da Milano, ma devo scendere a Bologna e prendere la coincidenza per Roma.
Infine, in ambito più letterario o culturale, si parla di corrispondenze quando due cose diverse si richiamano, come certe immagini della natura che sembrano riflettere stati d’animo umani. È un uso meno quotidiano ma mantiene lo stesso concetto di fondo.
Es: Se un autore alterna capitoli brevi e frenetici con capitoli lunghi e riflessivi, si può dire che questa alternanza è in corrispondenza con le fasi emotive del protagonista, come se la forma stessa del testo rispondesse al suo percorso interiore.
In tutte queste situazioni la parola “corrispondenza” ruota sempre attorno alla stessa idea: un rapporto tra due elementi che si allineano.
Ah, quasi dimenticavo i corsi per corrispondenza!
I corsi per corrispondenza sono una forma di istruzione a distanza in cui lo studente non frequenta le lezioni in presenza, ma riceve il materiale di studio tramite posta o, oggi, tramite mezzi digitali. L’idea nasce quando non esistevano Internet e piattaforme online: gli istituti inviavano libri, dispense ed esercizi direttamente a casa dello studente, che poi rispediva gli elaborati completati per essere corretti.
Il punto centrale è che l’apprendimento avviene a distanza, senza contatto diretto e continuativo con i docenti. Lo studente studia in autonomia e invia i propri lavori in ritardo, appunto“per corrispondenza”.
Oggi il concetto è quasi del tutto sostituito dai “corsi online”, ma il termine rimane per indicare qualsiasi percorso formativo svolto “a distanza” e con scambi non immediati tra studente e insegnante.
Analogamente, esistono le vendite per corrispondenza, che sono quelle in cui la merce, offerta tramite un catalogo, viene poi spedita in contrassegno postale.
Interessante anche l’uso giornalistico. Infatti si chiama corrispondenza ogni relazione su avvenimenti locali inviata da un “corrispondente” al proprio giornale. Si chiama “corrispondenza dall’estero“. Un corrispondente dall’estero è un giornalista che vive o si trova stabilmente in un altro Paese e che invia notizie alla redazione del suo giornale in patria.
Concludo con la corrispondenza univoca e biunivoca, un concetto alquanto matematico direi. Univoca viene da “uno” e biunivoca viene da “due”.
Questo è un concetto che comunque si può spiegare in modo semplice, mantenendo l’immagine della “corrispondenza” come rapporto tra due elementi.
Dunque, un esempio molto intuitivo di corrispndenza univoca è quello dei mesi e del numero dei giorni: a “febbraio” corrisponde un numero preciso di giorni, a “giugno” corrisponde un altro numero, e così per tutti i mesi. Ogni mese ha il suo numero di giorni, ma lo stesso numero di giorni (come 30) corrisponde a più mesi. Dunque il rapporto funziona bene in una direzione sola: dal mese al numero dei giorni. Ogni mese ha un solo numero di giorni, mentre invece lo stesso numero di giorni ce l’hanno più mesi. Solo nel caso di febbraio c’è corrispondenza biunivoca, perché è l’unico mese ad avere 28 giorni.
L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi della rubrica “Accadde il” , come anche a tutti gli altri pubblicati sul sito, occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.
Per introdurre la locuzione “inultima istanza“, si può partire da un episodio storico italiano avvenuto il 26 dicembre 1194, quando nacque a Jesi l’imperatore Federico II di Svevia, figura centrale del medioevo europeo e destinato a diventare uno dei sovrani più influenti d’Europa.
Fu anche promotore della scuola poetica siciliana, che, non è da poco, fu il primo movimento poetico unitario della letteratura italiana, che elevò il volgare siciliano illustre a lingua letteraria.
Fu riformatore del diritto e, cosa importante per spiegare la locuzione, fu anche interlocutore costante del papato.
È proprio raccontando la sua ascesa che si può chiarire l’uso della locuzione.
Molti fattori contribuirono alla sua legittimazione come erede del Regno di Sicilia: l’origine normanna della madre. Questo contò.
Contò anche l’appoggio di parte dell’aristocrazia e la debolezza politica di altri pretendenti.
Tutti elementi che giocarono a suo favore, non c’è dubbio.
Tuttavia, in ultima istanza, fu la volontà papale a risultare decisiva, perché la Chiesa rivestiva un ruolo arbitrale nell’Europa del tempo e poteva sancire o negare la legittimità di un sovrano.
La locuzione indica dunque ciò che conta davvero quando tutti gli altri elementi sono stati considerati e ridotti all’essenziale: il fattore determinante, il giudizio finale, la scelta conclusiva che chiude ogni discussione.
Si può anche dire che il senso è simile ad espressioni più colloquiali come “in fin dei conti”, “alla fin fine“, ” alla fine dei conti”, “in definitiva” , ” a conti fatti”, “alla fine”. Anche la parola “soprattutto” somiglia alla locuzione.
Dobbiamo anche distinguere la locuzione dalla semplice parola “istanza”, che abbiamo già trattato nel corso di Italiano professionale nel senso di “richiesta formale” o “domanda”onecessità, in senso burocratico o giuridico. In ultima istanza non c’entra con questo significato tecnico. L’istanza, qui, non è un modulo o un atto o una necessità, bensì un livello di giudizio, un momento conclusivo della valutazione. Riguarda quindi il valore logico e gerarchico di un ragionamento.
In una discussione familiare sulla scelta di trasferirsi o meno, si possono considerare mille fattori, dal lavoro ai figli alla qualità della vita; ma si potrebbe dire che, inultima istanza, la decisione dipende dal benessere complessivo della famiglia.
In un contesto economico, un’impresa può adottare strategie, marketing e innovazioni, ma riconoscere che, in ultima istanza, è la fiducia dei consumatori a determinarne il destino.
Riuscite a immaginare quante volte potete usare questa locuzione?
Ma attenzione. La parola “ultima” suggerisce anche un altro utilizzo.
Si può usare “in ultima istanza” anche come “ultima possibilità pratica”. In realtà, questi due usi, sebbene diversi, sono parzialmente sovrapposti.
Nel senso più rigoroso, come detto, in ultima istanza indica il fattoredecisivo, ciò che conta davvero quando tutto il resto è stato valutato.
Tuttavia, anche in contesti meno formali, la locuzione viene talvolta reinterpretata come “l’ultimasoluzione disponibile”, ossia come l’ultima carta da giocare quando tutte le altre hanno fallito.
Quando una persona prova varie strategie senza successo, può dire che, in ultima istanza, proverà una soluzione estrema o residuale. Sarebbe l’ultimo tentativo. Della serie: o la va,o la spacca!
Posso proporre però un esempio a metà strada tra i due sensi.
Si immagini un gruppo di amici che sta organizzando una cena insieme, come succede spesso nelle comitive,almeno quelle italiane.
All’inizio cercano di trovare un accordo sul ristorante: qualcuno vuole la pizza, qualcuno il sushi, qualcuno insiste per la trattoria di sempre. Passano venti minuti a discutere nel gruppo WhatsApp, provano a fare un sondaggio, poi a votare a maggioranza. Niente funziona: continuano a non mettersi d’accordo.
A un certo punto, uno di loro propone la soluzione che di solito tengono come risorsa estrema: andare tutti a mangiare a casa di Marco, perché Marco cucina bene, ha un salotto grande, e soprattutto è l’unico che non si lamenta mai. Si sporcherà casa ma pazienza. Magari i genitori di Marco si arrabbieranno, ma pazienza.
In questo contesto si può dire che, in ultima istanza, scelgono di andare da Marco.
La frase ha qui entrambi i significati sovrapposti.
Nel primo senso, in ultima istanza significa che, dopo aver considerato tutte le preferenze e aver valutato il rischio di litigare per una sciocchezza, la decisione finale, quella che chiude la discussione, è accettare l’ospitalità di Marco, perché è la soluzione che garantisce la pace del gruppo; la soluzione residuale che funziona sempre.
Nell’uso quotidiano, c’è da dire che il secondo uso prevale.
In medicina, un paziente può seguire diverse terapie farmacologiche e fisioterapiche; quando nulla funziona, il medico può proporre, in ultima istanza, un intervento chirurgico. La logica è quella della successione di tentativi che culmina in una soluzione estrema o definitiva; non quella più importante, ma quella che dev’essere preceduta da altre, magari perché si tratta della soluzione più rischiosa. Quindi si decide di provarla per ultima.
Pensate anche al cosiddetto “Prestatore di ultima istanza“, cioè la banca centrale che interviene per salvare le banche in crisi. È il ruolo della BCE nell’euro zona, ad esempio.