Premunirsi, cautelarsi, assicurarsi

Premunirsi, cautelarsi, assicurarsi

Audio in registrazione

episodio 1267

Trascrizione

Nell’episodio precedente abbiamo parlato di vizi e stravizi, cioè di eccessi e cattive abitudini.

Oggi, invece, cambiamo completamente argomento. Voglio agganciarmi proprio ai vizi per iniziare.

Se uno ha il vizio di dimenticare tutto, che cosa dovrebbe fare?

Cosa fare affinché questo non accada più o per evitare conseguenze negative da queste dimenticanze?

Premunirsi, cautelarsi e assicurarsi sono tre verbi utili in questi casi. Ad esempio, questa persona dovrebbe assicurarsi di aver spento la luce e chiuso l’acqua prima di partire per le vacanze.

Potrebbe anche premunirsi mettendo un allarme col telefono o con Alexa poco Prima di uscire.

Dovrebbe anche cautelarsi, ad esempio lasciando una copia delle chiavi a una persona di fiducia nel caso rimanesse chiuso fuori casa, oppure si potrebbe cautelare installando un rilevatore di fumo o una valvola di sicurezza per limitare i danni se dovesse dimenticare qualcosa acceso.

Dunque questi tre verbi sono molto simili, ma non del tutto identici come avrete capito.

Cominciamo da premunirsi.

Premunirsi significa prepararsi in anticipo contro un possibile pericolo, un inconveniente o una difficoltà.

Se domani è prevista pioggia, mi premunisco e porto l’ombrello.

Se devo affrontare una discussione difficile, mi premunisco raccogliendo tutti i documenti necessari.

È un verbo che contiene l’idea della prevenzione. Ci si prepara prima che il problema si presenti.

Molto vicino è cautelarsi.

Cautelarsi significa prendere delle precauzioni per proteggere i propri interessi, i propri diritti o la propria persona.

Ad esempio:

Prima di firmare il contratto è meglio cautelarsi facendolo leggere a un avvocato.

Oppure:

Per cautelarmi ho chiesto una conferma scritta.

Qui l’attenzione non è tanto sul pericolo in generale, ma sulla tutela personale. È un verbo molto frequente in ambito giuridico, lavorativo e amministrativo.

Deriva da cautela, che è quasi un sinonimo di attenzione. La cautela è la prudenza nel comportamento, cioè l’adozione di misure per evitare rischi o danni.

Cautelarsi, quindi, significa prendere le dovute precauzioni per proteggere sé stessi o i propri interessi.

Infine abbiamo assicurarsi.

Attenzione, perché questo verbo ha almeno due significati.

Il primo è quello di stipulare un’assicurazione.

Ho assicurato la macchina contro il furto.

Ma quando diciamo assicurarsi che…, il significato cambia completamente.

Mi sono assicurato che tutti fossero presenti.

Vuol dire verificare, controllare, accertarsi. Assicurarsi significa che bisogna essere sicuri di qualcosa.

Es:

Prima di uscire mi assicuro sempre di aver chiuso il gas.

Prima di inviare un’email mi assicuro che non ci siano errori.

In questo caso non mi sto proteggendo direttamente da un pericolo: sto semplicemente controllando che tutto sia a posto.

Possiamo quindi riassumere così:

Premunirsi: prepararsi in anticipo contro un rischio.

Cautelarsi: adottare precauzioni per tutelare se stessi o i propri interessi.

Assicurarsi (che…): verificare, accertarsi che qualcosa sia vero o sia stato fatto.

Naturalmente, nella vita quotidiana questi verbi possono anche sovrapporsi.

Se parto per un viaggio all’estero mi premunisco portando una ruota di scorta, mi cautelo controllando le leggi stradali e i limiti di velocità di quel paese e mi assicuro di aver spento tutte le luci di casa.

Tre azioni diverse, ma tutte accomunate da un’idea: evitare problemi prima che si presentino.

In un episodio passato abbiamo visto anche il verbo sincerarsi.

Chiaramente anche questo è vicino ai tre verbi di oggi, ma sincerarsi significa come si è visto, verificare con attenzione, spesso per avere conferma diretta o personale di una situazione, e con una sfumatura di interesse umano o relazionale.

Es:

Mi sono sincerato che stesse bene.

Il medico si è sincerato delle condizioni del paziente.

Qui non è solo un controllo tecnico come assicurarsi: c’è quasi sempre una dimensione di cura, attenzione verso qualcuno o qualcosa, oppure una verifica “di persona”.

Quindi:

Mi sono assicurato che il pagamento fosse andato a buon fine (Si tratta di una verifica tecnica)

Mi sono sincerato che il cliente non avesse problemi. (Si tratta di una verifica con attenzione alla persona).

Rispetto a premunirsi e cautelarsi, bisogna dire che sincerarsi è un verbo di controllo informativo e diretto: significa verificare che qualcosa sia vero o come sta andando, ma non si sta prevedendo nulla, si sta solo accertando una realtà.

Dei migliori, delle migliori, dei peggiori, delle peggiori

Dei migliori/peggiori, delle migliori/peggiori

audio in preparazione

episodio 1262

Trascrizione

Bentrovati amici di Italiano Semplicemente e benvenuti in questo nuovo episodio di “due minuti con Italiano semplicemente”.

Per un paio di giorni non abbiamo pubblicato episodi e qualcuno si sarà preoccupato, ma tranquilli, perché il motivo è semplice.

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Veniamo all’episodio di oggi.

Oggi vediamo una locuzione tipica dell’italiano parlato: “dei migliori / delle migliori”.

La forma completa da cui deriva è:

– una delle migliori
– uno dei migliori

Per esempio:

‘Questa bici non è una delle migliori”, che può diventare “questa bici non è delle migliori”.

Quando diciamo:

– Questa bici non è delle migliori
– Quel film non è dei migliori
– Il servizio non è dei migliori

intendiamo semplicemente che non è particolarmente buono, cioè:

– non è tra i migliori
– non è di alta qualità
– lascia un po’ a desiderare

È quindi una forma attenuata, e per questo motivo è una forma più elegante rispetto a dire direttamente “non è buono”.

Si può usare senza la negazione?

La forma senza negazione esiste, ma si usa meno spesso:

– Questa bici è delle migliori
– Quel vino è dei migliori
– Questa soluzione è delle migliori

Non è di uso frequente, ma in questo caso, in questi casi il significato è chiaramente positivo e significa:

– è tra i migliori

– è eccellente

– è uno/uno dei migliori

Tuttavia, nel caso non si voglia usare la negazione, in italiano si preferisce spesso dire in modo più diretto, proprio:

– è tra i migliori

– è ottimo

– è eccellente

Eccetera.

Si usa anche con “peggiori”. Si usa “fei peggiori” e “delle peggiori” a seconda del genere maschile o femminile. Anche in questo caso si preferisce usare questa forma con la negazione.

Esempi:

Questo film non è dei peggiori che abbia visto.

“Non è dei peggiori” significa che non è così scadente.

Quindi “non è dei migliori” sta per “c’è di meglio” e “non è dei peggiori” sta per” c’è di peggio” .

Ma oggi preferiamo usare queste forme più eleganti.

In fondo, usarlo con la negazione è un modo per non esagerare con la critica: ‘non è dei/delle peggiori” significa proprio che la situazione non è delle peggiori, quindi resta un giudizio negativo ma non pessimo.

Notate una cosa interessante. Poco fa ho detto che questa è una forma abbreviata.

Quando usiamo la forma completa con uno/una, essa è perfettamente corretta, ma si usa soprattutto quando il “panorama” è ben definito, cioè quando è chiaro il gruppo di riferimento.

Per esempio:

Questa è una delle migliori biciclette del mercato.

È uno dei migliori film dell’anno.

La Roma non è una delle peggiori squadre del campionato.

Qui il gruppo è ben identificato: il mercato, l’anno, il campionato.

In questi casi “una dei/delle migliori” è molto naturale.

Quando invece il contesto è più generico o colloquiale, l’italiano tende a semplificare e dire, soprattutto nella forma negativa:

non è delle migliori

è delle migliori

Senza esplicitare “una”. D’altronde spesso stiamo dando un giudizio di qualità, senza necessariamente avere a mente un termine preciso e completo di confronto.

Es:

Se la situazione in cui ti trovi non è delle migliori, possiamo cercare di risolverla o affrontarla insieme.

Questa foto non è delle migliori, ma è spontanea, quindi mi piace un sacco!

La mia fotocamera del telefono non è delle migliori, ma non abbiamo di meglio

Vediamo con peggiori:

Si tratta di espressioni di “giudizio tiepido”, un’iperbole in negativo per dire che qualcosa è sufficiente, accettabile o passabile.

Il servizio non è stato dei migliori ma neanche delle peggiori.

Non buttiamoci giù’ perché il cast del nostro film non è dei peggiori.

Abbiamo perso ma la delusione non è delle peggiori perché abbiamo giocato benino.

Si tratta di modalità molto italiane.

Cercate di usarle perché sono utili soprattutto per dare giudizi sfumati, non troppo diretti.

Al ristorante, tanto per fare un esempio, anziché dire:

Questa pasta non è buona, o che fa schifo, potreste dire, per non offendere, che non è delle migliori.

Spero comunque che non vi capiti mai di usarla al ristorante. 🙂

Se invece qualcuno critica pesantemente un piatto, se voi fondamentalmente siete d’accordo ma volete edulcorare il giudizio, potreste dire che non è dei peggiori.

Adesso provate subito a mettervi all’opera e usate queste locuzioni con un vostro amico.

A proposito di mettersi all’opera, adesso i membri dell’associazione lo faranno parlando di meteo.

Per farlo, chiedo loro di utilizzare qualcuno tra i verbi professionali che sono stati spiegati all’interno del corso di Italiano professionale.

Anne Marie: In inverno il freddo sembra non cedere mai, ma dai dati degli ultimi anni si può evincere che le temperature medie stanno lentamente aumentando.

Marcelo: Io invece posso constatare che questa primavera è stata molto piovosa e che l’umidità ha finito per arrecare qualche disagio a chi soffre di allergie.

Julien: ieri gli esperti hanno diramato un bollettino in cui si caldeggia un uso più responsabile dell’acqua durante le estati particolarmente calde.

Carmen: non so voi, ma a me conviene sempre attenermi alle previsioni meteo, perché un temporale improvviso potrebbe pregiudicare una bella escursione in montagna.

Ulrike: Per corroborare l’idea che il clima stia cambiando, basta osservare come certe piante riescano ormai a conseguire una fioritura anticipata.

Julien: Senza voler soffermarmi troppo sulle statistiche, posso dire di aver percepito inverni, negli anni recenti, meno rigidi rispetto a quelli della mia infanzia.

Estelle: Concordo, e non si può certo glissare sull’argomento: occorre quantificare con precisione questi cambiamenti per acclarare quanto concorrano le attività umane alle variazioni del clima.

Il verbo articolare

Il verbo articolare (scarica audio)

episodio 1259

Trascrizione

Buongiorno a tutti e benvenuti su Italiano semplicemente.

In questo episodio della rubrica “2 minuti con Italiano semplicemente” parliamo del verbo articolare, un verbo molto interessante e piuttosto elegante della lingua italiana.

È un verbo che si incontra spesso nei giornali, nei discorsi politici, negli ambienti professionali e perfino nella medicina. Proprio per questo vale la pena conoscerlo bene. Devo dire che i ragazzi non lo usano quasi mai. Sono in grado però di capirlo perché si usa in molti contesti diversi. Potrei dire che se molti non lo usano è solo perché se ne può fare a meno,nel senso che è facilmente sostituibile con verbi simili. Però è elegante come verbo, quindi vale la pena di impararlo.

Partiamo dall’origine.

Il verbo deriva dal sostantivo articolazione, che a sua volta deriva dal latino articulus, cioè “piccola giuntura”.

Pensate alle articolazioni del corpo umano: il gomito, il ginocchio, il polso. Sono punti che collegano parti diverse permettendo il movimento.

Da questa idea di collegamento e organizzazione nascono tutti gli usi del verbo articolare.

Partiamo da articolare un discorso. Cos’è l’articolazione di un discorso?

Questo è probabilmente l’uso più frequente.

Articolare significa, in questo caso, esprimere qualcosa in modo ordinato, strutturato e comprensibile.

Se una persona ha molte idee in testa ma non riesce a esprimerle chiaramente, possiamo dire:

Giovanni oggi ha difficoltà ad articolare il proprio pensiero. Sarà ubriaco?

Oppure:

Il ministro ha articolato le sue proposte durante il dibattito.

In questo caso articolare non significa semplicemente parlare, ma parlare in modo organizzato.

Una persona agitata, ad esempio, potrebbe non riuscire ad articolare una risposta.

Alla domanda del giornalista, il sindaco riuscì a malapena ad articolare poche parole.

Qui il verbo assume il significato di pronunciare o formulare verbalmente qualcosa.

Possiamo però anche articolare un progetto, un piano o una strategia
In ambito professionale e organizzativo.

Significa suddividere e organizzare in più parti coordinate tra loro.

Abbastanza simile all’articolazione di un discorso.

Ad esempio:

Il progetto è articolato in tre fasi.

L’iniziativa si articola su diversi livelli di intervento.

Abbiamo articolato il corso in dieci lezioni.

In questo caso il concetto è quello di struttura.

Ad esempio, un progetto ben articolato è un progetto ben organizzato.

La forma riflessiva è molto usata: articolarsi.

Partendo dall’ultimo esempio, se dico che abbiamo articolato il corso in dieci lezioni, possiamo anche dire che il corso si articola in dieci lezioni.

Quando diciamo che qualcosa si articola in varie parti, significa che è composto da più elementi collegati tra loro.

Il programma si articola in cinque moduli.

La conferenza si articola in due giornate.

Il romanzo si articola attorno alla figura del protagonista.

Quest’ultimo esempio introduce una costruzione molto frequente:

articolarsi attorno a

cioè svilupparsi intorno a un elemento centrale.

Passiamo ai suoni, cioè alla fonetica e alla linguistica.

Qui articolare significa produrre un suono mediante l’uso degli organi della parola, come lingua, labbra, denti e palato.

I linguisti parlano di:

  • Articolare una consonante;
  • Articolare una vocale;
  • Un punto di articolazione;
  • Un modo di articolazione.

Per esempio la lettera “p” viene articolata chiudendo e riaprendo rapidamente le labbra.

È un uso tecnico ma molto interessante.

Allora si può articolare anche una parola?

Certo. Il significato è vicino al precedente.

Quando una persona parla in modo chiaro possiamo dire:

Articola bene le parole.

Al contrario:

Parla troppo velocemente e non articola.

In questo caso il verbo indica una pronuncia nitida e comprensibile.

Quindi quando si parla, articolare ha due sensi diversi. Articolare un discorso ha il senso dell’organizzazione, articolare una parola o una lettera si riferisce alla pronuncia nitida, comprensibile.

Molti insegnanti di lingue invitano gli studenti a articolare meglio i suoni italiani.

Comunque si può articolare anche una parte del corpo.

Questo uso deriva direttamente dal significato originario.

In anatomia articolare significa collegare due o più ossa mediante un’articolazione.

Ad esempio:

Il femore si articola con il bacino.

Le dita sono articolate da numerose piccole giunture.

È un uso prevalentemente medico o scientifico. Normalmente,intendo le persone comuni non lo usano così questo verbo.

Sapete che si può articolare anche un ragionamento complesso.

Qui il verbo assume una sfumatura molto apprezzata in ambito accademico e professionale.

Non basta esporre un’idea.

Bisogna svilupparla, argomentarla e collegarla ad altre idee.

Il sindacato ha articolato una critica molto convincente al direttore.

L’avvocato ha articolato una difesa dettagliata delle proprie posizioni.

Un ragionamento articolato è ricco di sfumature e ben costruito.

Per finire vediamo alcune espressioni utili e molto usate.

Un fiscorso articolato, che è un discorso complesso ma ben organizzato.

Una struttura articolata (di un’azienda,di un’organizzazione, di un libro ecc) è composta da molte parti collegate.

Un sistema articolato è un sistema complesso, diciamo non elementare.

Invece articolare una risposta vuol dire formulare una risposta, in genere convincente.

Articolare una proposta significa presentarla in modo dettagliato.

Non bisogna confondere comunque articolare con complicare.

Una cosa articolata non è necessariamente complicata.

Un progetto può essere molto articolato e allo stesso tempo perfettamente chiaro.

Anzi, spesso articolare serve proprio a rendere più comprensibile qualcosa che altrimenti sarebbe confuso.

Quando articoliamo un discorso, una proposta o un progetto, facciamo qualcosa di molto simile a ciò che fanno le articolazioni del nostro corpo: mettiamo insieme parti diverse affinché possano muoversi in modo armonioso.

E da che mondo è mondo, chi riesce ad articolare bene i propri pensieri ha sempre qualche possibilità in più di essere compreso dagli altri.

Per finire, meglio specificare che l’articolo non ha niente a che fare col verbo articolare. E neanche l’articolo di giornale.

Se leggete un articolo, non state necessariamente articolando qualcosa! E neanche se scrivo l’articolo “il” davanti ad una parola state articolando!

Se scrivete il tavolo, la casa o gli amici, non state articolando proprio niente!

Adesso nel ripasso di oggi vi invito a parlare di problemi alle articolazioni.

Danielle: Come siete messi con le ginocchia ragazzi?

Anne Marie: Non me lo dire! Ad oggi sono ancora alle prese con un problema annoso. Salire le scale è diventato pressoché un’impresa. C’è di che preoccuparsi, direi.

Marcelo e Hartmut: A chi lo dici! Io ho già dato con le articolazioni delle mani. Allorché mi alzo la mattina, mi sembrano di legno.

Ulrike: La nota dolente sono le dita, vero? A ben vedere, è nelle cose: superati gli anta, qualche acciacco arriva, vuoi o non vuoi.

Katherine: non mi dirai che dobbiamo rassegnarci tout court. Io passeggio tutti i giorni. Correre non è proprio cosa alla mia età

Julien: Ben fatto! Anch’io ho ripiegato su attività meno gravose. Prima mi fiondavo a giocare a calcetto ogni giovedì. Adesso preferisco nuotare.

Carmen: Che volete che vi dica? Io ho provato di tutto. Un pannicello caldo qua, un palliativo là. Ma gli strascichi sono rimasti. Forse ho iniziato tardi a curarmi.

Edita: Le avvisaglie le avevi avute già tempo fa, se non vado errata, però hai tirato dritto, imperterrita. E adesso ne paghi i risvolti.

Karin: basta coi cazziatoni però! Non è molto edificante come lezione! Questo doveva essere un Innocente ripasso e invece, come al solito, abbiamo degenerato.

Nonché, non che, non è che

Nonché, non che, non è che (scarica audio)

episodio 1253

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Ricorderete che uno dei primi episodi di questa rubrica l’ho dedicato alla locuzione “non è che“.

Oggi facciamo un passo in avanti, anzi due.

Oggi infatti vediamo delle modalità che all’orecchio possono sembrare simili, ma che in realtà funzionano in modo molto diverso. Mi feriscono a “nonché“, unica parola con l’accento sulla e, e a “non che“, due parole.

Che differenza esiste rispetto a “non è che“?

Per molti stranieri infatti può essere normale confondere nonché con l’accento e scritto in una sola parola, “non che” ,scritto in due parole, e “non è che”, locuzione in cui c’è anche il verbo essere. Cosa non di poco conto…

Che differenza potrà mai fare un accento o un verbo essere in meno?

In realtà il significato, il registro linguistico e perfino la grammatica cambiano notevolmente. Saranno contenti gli appassionati di grammatica!

Vediamo allora di fare chiarezza una volta per tutte.

NONCHÉ: una sola parola

Partiamo da nonché, scritto tutto attaccato.

“Nonché” è una congiunzione, direi alquanto elegante, che significa: anche, oltre a, così come, inoltre, per non dimenticare, e in più, e poi, e per finire.

Serve dunque, nella sostanza, ad aggiungere un elemento.

Esempi

Ho invitato Marco, Lucia nonché Paolo.

Cioè:

Ho invitato Marco, Lucia e anche Paolo.

Il sindaco ha incontrato imprenditori, giornalisti nonché rappresentanti delle università.

L’associazione organizza corsi, eventi culturali nonché attività online.

Questo locale è famoso per la pizza nonché per i dolci fatti in casa.

“Nonché” ha un tono abbastanza formale, elegante, piuttosto ricercato.

È molto comune nei giornali, nei documenti, nei discorsi ufficiali, nei testi burocratici. Meno comune nel parlato.

Nel parlato quotidiano gli italiani spesso preferiscono: e, e anche, oltre a, e le altre alternative viste poco fa.

Attenzione all’accento: nonché ha l’accento finale, come perché, poiché, altroché.

“NON CHE”

Adesso passiamo a “non che”, scritto separato (sono due parole anziché una) e senza il verbo essere, che invece si trova nella locuzione “non è che“.

Qui cambia completamente la funzione grammaticale.

Non che” spesso si può sostituire a “non è che“, ma senza il verbo in mezzo è una costruzione più elegante, più letteraria, meno colloquiale, e soprattutto richiede quasi sempre il congiuntivo.

Questa è una nota dolente per voi non madrelingua, ne sono consapevole!

A cosa serve “non che”? Analogamente a “non è che” può essere utile per attenuare un’affermazione, prendere le distanze da qualcosa o qualcuno, fare una precisazione , escludere qualcosa o introdurre una limitazione.

Molto spesso il significato implicito è:

“non voglio dire che…”

“non sto sostenendo che…”

“non è propriamente vero che…”

Esempi:

Non che io sia contrario, è che non ci sono abituato.

Non che mi interessi molto.

Non che avessi molte alternative.

Non che voglia criticarti, ma potevi avvisarmi.

Non che la situazione sia semplice, ma…

Avete notato?

Dopo “non che” troviamo normalmente il congiuntivo: sia, interessI, avessi, voglia, eccetera.

Attenzione adesso:

Rispetto a “non è che” , “non che” NON si usa nelle domande. Questo è un punto molto importante.

Non possiamo usare “non che” per fare domande. Per esempio, in queste frasi ci vuole il verbo essere:

Non è che hai una penna?

Non è che ti sei innamorata di me?

Non è che puoi aiutarmi?

In questo caso, sempre informalmente, si usa anche “per caso” in sostituzione o in aggiunta e il senso non cambia.

Non è che per caso hai una penna?

Per caso hai una penna?

Per gli appassionati del romanesco, aggiungo che a Roma si usa anche la forma “niente niente” con senso analogo:

Niente niente hai una penna?

Chiudiamo la parentesi romanesca.

“Non è che”, quindi , è a volte molto diversa da “non che”.

“Non è che” è una costruzione molto comune nel parlato, quindi più colloquiale.

Solitamente si usa l’indicativo, ma serve anche a fare domande, come si è detto, se vogliamo, è più adatta a negare qualcosa, come a dire “non è vero che”.

Vediamo alcuni esempi di questo tipo.

Tu non vuoi aiutarmi!

Risposta: Non è che non voglio aiutarti, è che oggi non ho tempo.

Oppure:

Luca ti sta antipatico?

Non è che Luca mi sta antipatico, è solo molto timido.

Oppure:

Questo episodio è proprio difficile da capire. Non credi?

Non è che sia difficile, ma ci vuole pazienza. Occorre leggerlo più volte attentamente.

Ricapitolando, nonché serve per aggiungere qualcosa in modo più elegante, mentre la più grande differenza di “non che” rispetto a “non è che” consiste nel fatto che “non è che” si può usare nelle domande.

Nelle domande poi, volendo, si può usare anche il condizionale, ma solo quando chiediamo un favore.

Per esempio:

Non è che avresti una penna?

Non è che potresti accompagnarmi?

Questo si fa per cortesia. Ma se non è per chiedere un favore non possiamo usare il condizionale:

Non è che ti sei offeso?

Non è che domani piove?

Non è che ti sei innamorata di me?

Qui stiamo prospettando una possibilità. Non sto chiedendo un favore.

In entrambi i casi comunque questa struttura serve a rendere la domanda più morbida, meno aggressiva, più prudente, più indiretta.

Confrontiamo:

Hai una penna?

domanda diretta.

Non è che hai una penna?

domanda più delicata e meno brusca.

Ancora di più se uso il condizionale:

Non è che avresti una penna?

Quanto al congiuntivo, si usa anche con “non è che” ma non nelle domande! Non posso dire ad esempio: “non è che avessi una penna?” ma solamente “non è che hai/avresti una penna?”

Quando è consentito, si preferisce il congiuntivo, ma è una scelta di stile, nelle valutazioni, nelle precisazioni, per escludere una cosa e spiegare meglio:

Esempi:

Non è che sia impossibile, è che richiede molto impegno.

Non è che io voglia lamentarmi, è che mi sento discriminato.

Non è che la situazione mi entusiasmi, ma se lo devo fare lo faccio.



Quanto al ripasso, non che io non voglia farlo, ma questo episodio ne contiene già qualcuno.

Ora, non è che sia obbligatorio fare una donazione per italiano semplicemente, ma Italiano Semplicemente vive grazie alle vostre donazioni, nonché di entusiasmo.

Quando ‘stesso’ non significa ‘uguale

Stesso (scarica audio)

episodio 1246

Trascrizione

Bentornati su Italiano Semplicemente e in particolare nella rubrica ” due minuti con Italiano Semplicemente”.

C’è una parola italiana che sembra semplicissima.

Una parola che tutti conoscono.

Una parola che spesso si traduce con same in inglese, o même in francese.

Questa parola è “stesso”. Facile vero?

Eppure… attenzione.

Perché “stesso” non significa soltanto uguale o identico.

A volte assume un valore molto più sottile, elegante e persino enfatico.

Pensiamo a questa frase.

Anche quest’anno Giovanni, il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, ha organizzato la riunione dei membri. Alcuni membri parteciperà e ci sarà anche lo stesso Giovanni con la sua famiglia.

Oppure:

Ho sentito dire che la riunione sarà nella zona del Cilento e lo stesso Giovanni ha confermato la notizia.

Qui “stesso” non significa affatto “uguale”.

Non indica somiglianza.

Non vuol dire neppure “medesimo” nel senso più comune.

Qui ha un altro ruolo.

È come dire:

Proprio Giovanni, Giovanni in persona, nientemeno che Giovanni.

Ecco il punto.

In questi casi “stesso” svolge una funzione enfatica, rafforzativa.

Serve a mettere in evidenza il referente.

A sottolineare che si tratta proprio di quella persona, e non di un’altra.

È un uso che deriva dal latino ipse, che aveva proprio questa funzione rafforzativa.

Per questo motivo, quando diciamo:

Lo stesso direttore è intervenuto alla riunione

intendiamo:

perfino il direttore,
il direttore in persona,
proprio lui.

È dunque un uso assolutamente particolare.

C’è però una sfumatura da osservare.

Nella frase:

Lo stesso Giovanni ci va

l’espressione può assumere un valore quasi narrativo.

Serve a riprendere un nome già menzionato e a riportarlo al centro dell’attenzione.

È come se dicessimo:

proprio quel Giovanni di cui stavamo parlando.

Se diciamo “anche Giovanni ci va”, è lo stesso, ma non è detto mi riferisca al medesimo Giovanni di cui stavo parlando.

Ad ogni modo in questi casi si perde qualcosa. Manca l’enfasi. Ciò che manca è il valore della partecipazione di Giovanni.

Ad ogni modo si può usare anche così, senza dare enfasi.

In questi casi è solo una forma di richiamo, è una ripresa elegante, un modo per evitare la ripetizione semplice del nome, ma comunque sottolinearlo.

Vediamo altri esempi e vediamo quanta enfasi c’è o è solo un richiamo.

Il presidente stesso ha firmato il documento.

Quindi proprio il presidente, proprio lui, in persona. C’è abbastanza enfasi in questo caso.

Oppure:

Lo stesso Giovanni, che ieri sembrava indeciso, oggi ha cambiato idea.

Qui richiama una persona già nota (Giovanni) nel discorso e la rimette in primo piano. Anche qui focalizziamo l’attenzione su Giovanni, che, evidentemente come altre persone, ha cambiato idea. Ma Giovanni appare più importante.

Oppure:

La proposta è stata sostenuta dagli esperti e dallo stesso ministro.

Beh, il ministro è il ministro…

Oppure:

Per comprendere il messaggio del libro, possiamo affidarci alle parole di chi lo ha scritto: è lo stesso autore infatti che, nella prefazione, chiarisce il suo intento e ne illustra il senso profondo.

Anche in questo caso si vuole attribuire maggiore peso alla persona citata.

Si rafforza l’argomento citando proprio l’autore.

Si può anche enfatizzare qualcosa e non qualcuno: un oggetto, un fatto, un concetto, perfino un’intera situazione.

Per esempio:

Il problema sta nello stesso regolamento.

cioè nel regolamento stesso, nel regolamento in sé.

La risposta è contenuta nella domanda stessa.

Attenzione qui, perché spesso si preferisce invertire e mettere la parola “stesso” alla fine.

Infatti potrebbe essere ambiguo dire “La risposta è contenuta nella stessa domanda”, perché in questo caso “stessa” torna più facilmente al suo significato ordinario di identità o uguaglianza.

Se dico:

“La risposta è contenuta nella stessa domanda” l’ascoltatore potrebbe interpretare la frase come:
nella medesima domanda di cui si parlava prima,
oppure in quella domanda e non in un’altra.

Insomma, qui stessa può sembrare semplicemente equivalente a medesima.

Se invece dico:
“La risposta è contenuta nella domanda stessa” l’effetto cambia.

La posizione finale dà maggiore rilievo al valore enfatico.

È come dire:
nella domanda in sé,
nella domanda stessa, proprio in essa.

Questa collocazione evita ambiguità e rafforza il significato.

Per questo motivo, quando si vuole mettere in evidenza un oggetto, un concetto o una situazione, l’italiano spesso preferisce spostare stesso dopo il nome.

Con le persone, invece, entrambe le posizioni sono più naturali.

Lo stesso Giovanni
Giovanni stesso

ma con le cose la posizione finale è spesso più elegante e più precisa.

Dunque l’ordine delle parole non è un dettaglio secondario. Può cambiare la sfumatura e a volte chiarisce l’intenzione comunicativa.

L’episodio finisce qui.

Siete sorpresi di questo utilizzo di “stesso”? Lo saranno probabilmente anche alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Comunque tranquilli, è lo stesso italiano che a volte, ci sorprende.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti a cura degli stessi membri. Parliamo di problemi con l’automobile.

André: Volevo comprarmi una Fiat, ma l’ho trovata con una caterva di problemi (gli italiani lo sanno bene!). Ho firmato il contratto e adesso sto cercando di sistemare tutto in via amichevole con il venditore… speriamo non invano. Ma si sa: ho voluto la bicicletta? E adesso pedalo!

Marcelo: Fortuna ha voluto che la mia macchina non sia mai rimasta in panne e non mi abbia mai lasciato appiedato!
Se fosse successo qualche guasto, fatta salva una foratura, non avrei potuto fare niente. Adesso a differenza di venti anni fa, per risolvere qualche problema devi essere un esperto di computer!… mannaggia alla modernità!