Impariamo l’italiano cantando (ep. 4)

Impariamo l’italiano cantando

Audio in preparazione

Trascrizione

Bentornati nella rubrica rubrica dedicata alle canzoni italiane.

È una canzone famosissima che, a prima vista, sembra quasi senza senso.

E invece… è tutto il contrario.

Partiamo dal titolo: Nuntereggae più. In questo episodio vi svelo subìto il titolo, che non è scritto in italiano standard.

È infatti una deformazione del romanesco.

Nuntereggae più significa “Non ti reggo più” cioè: non ti sopporto più.

Il verbo usato è reggere, che informalmente, in tutt’Italia capiscono che significa sopportare. Reggere è infatti un sinonimo di sostenere, che fa pensare ad un peso.

Quindi non ti reggo più sta per non ti sopporto più, non riesco più a sopportare il tuo “peso”. Evidentemente è troppo tempo che perdura una situazione poco piacevole.

Però il titolo gioca col termine “reggae” che è il genere musicale di Bob Marley.
Quindi il titolo è già ironico, ambiguo, ma anche e soprattutto creativo.

Ascoltando questa canzone si ha l’impressione di un elenco confuso: parole, nomi, concetti… messi insieme apparentemente senza logica.

In realtà, è una critica durissima alla società italiana. Altro che senza logica. Sì elencano tutte le cose ormai divenute insopportabili.

Rino Gaetano è , probabilmente lo sapete già, uno dei cantautori più originali e graffianti della storia italiana. Purtroppo non c’è più da tanti anni. Chissà quante altre perle ci avrebbe regalato.

Dicevo che la canzone è un lungo elenco di nomi, situazioni e vizi dell’Italia degli anni ’70, e io testo è strutturato come uno sfogo liberatorio contro l’ipocrisia della società. Uno sfogo contro varie cose in realtà:

La politica

personaggi pubblici

I valori tradizionali

I media

È come se l’autore dicesse: “basta, non ne posso più di tutto questo” . Cioè: “Queste cose non le sopporto più”.

Il ritornello è quindi simile a: “quando è troppo, è troppo”.

Nuntereggae più” viene ripetuto continuamente.

Questo crea un effetto quasi nervoso, insistente. È una specie di sfogo, anzi lo è a tutti gli effetti, come quando una persona ripete sempre la stessa frase perché ha raggiunto il limite.

Ma vediamo le frasi e le parole difficili per voi non madrelingua (e spesso anche per gli italiani) soprattutto i più giovani.

Vediamone alcune.

A dama c’è chi fa la patta”. Non è un’espressione idiomatica, ma ha un significato.

La dama è il classico gioco da tavolo con le pedine bianche e nere. In Italia, per decenni, è stato il gioco “da bar” o “da circolo” per eccellenza, praticato soprattutto dagli uomini più anziani. Si gioca sulla scacchiera, la stessa su cui si gioca a scacchi.

Fare la patta? Che significa? Non è la patta dei pantaloni, che è il pezzo di tessuto, la parte sotto, dove viene cucita la cerniera dei pantaloni.ni parlo di quella patta.

Nel linguaggio dei giochi (dama, scacchi, “patta” significa pareggio. Col pareggio non vince nessuno. C’è anche l’espressione “pari e patta”, che rafforza l’idea di parità alla fine di una partita.

Es:

È finita parole patta!

Comunque nella canzone si dice “fa la patta”.

Fare la patta quindi significa finire la partita in parità, senza vincitori né vinti. Ma qui somiglia a qualcosa tipo “accordarsi per essere tutti soddisfatti”.

Cioè? Rino Gaetano sta facendo un paragone tra il popolo e l’élite (i politici e i potenti):

Si dice, nella canzone, anche che”Il popolo si gratta“: Il “popolo” non ha lavoro, si annoia o è abbandonato a se stesso (grattarsi è il gesto di chi non ha nulla da fare o è insofferente).

Allora “A dama c’è chi fa la patta” sta a significare che mentre la gente comune soffre e si gratta, i potenti “giocano” tra loro. “Fare la patta” significa quindi che i politici, anche se fingono di essere nemici (come il bianco e il nero alla dama), alla fine si mettono d’accordo. Si spartiscono il potere in modo che nessuno perda davvero. È una patta!

Questa si può interpretare quindi come una critica ai compromessi politici. I potenti giocano sulla pelle dei cittadini e, alla fine, decidono di “pareggiare” per restare tutti sulle loro poltrone.

Poi continua con una bella rima:

“A sette e mezzo c’ho la matta”

Questa è davvero complicata.

“Sette e mezzo” è un gioco di carte italiano che si gioca con le carte più famose in Italia: le carte Napoletane.

L’obiettivo del gioco è arrivare a 7 punti e mezzo. Si distribuisce una carta ciascuno e poi eventualmente si chiede una carta aggiuntiva per avvicinarsi il più possibile a sette e mezzo.

Non sì conosce chiaramente le carte che stanno per arrivare. Se si supera sette e mezzo “si sballa”, cioè si va oltre quel punteggio e si è fuori gioco. Ci si deve avvicinare a sette e mezzo più che si può.

La matta” cos’è ? È una carta speciale.

Si tratta del re di denari, che viene chiamato “matta” e da sola assume il valore di mezzo punto ma può valere da 1 a 7 punti interi, a discrezione del giocatore che lo possiede. A chi capita la matta difficilmente sballa.

Quindi:

c’ho la matta = ho la carta jolly

Ma in senso figurato?

Può significare:

“ho un vantaggio nascosto”

“ho l’asso nella manica”, “ho la fortuna dalla mia parte”.

Oppure, in modo ironico: “sto barando” quindi ho molte possibilità di vincere. Questo fa a pensare a coloro che hanno dei vantaggi che altri non hanno.

E poi? Poi Rino Gaetano “vede tanta gente che non ha l’acqua corrente.”.

Cioè mentre i potenti si spartiscono le ricchezze e il potere, c’è gente che “non c’ha niente” (non ha nulla).

Ma chi me sente” è uno sfogo: una domanda retorica: queste persone hanno bisogni che vengono ignorati. Nessuno sente i lamenti di queste persone. Il tono di questa strofa è anche sconfortato.

Possiamo ai “buffoni di corte”

Questa è un’espressione idiomatica.

Il buffone di corte era quello che faceva ridere il re. La corte del re. è l’insieme delle persone (nobili, guardie, servitori) che vivono intorno a un sovrano e lo assistono nelle sue funzioni.

Oggi i re non ci sono più, ma i buffoni di corte, se vogliamo alludere a qualcuno, esistono eccome!

Oggi i buffoni sono chi intrattiene il potere, chi serve coloro che hanno il potere, quindi parliamo di coloro che vogliono ricevete favori dai potenti, cioè dai politici.

Si parla anche dei “ministri puliti”.

Qui c’è ironia pura. “Puliti” significa onesti, ma chiaramente si tratta di ironia, come a dire: “sì certo… proprio puliti”

La canzone inizia con “Abbasso e alè”: l’unione di una specie di insulto (“abbasso!”) e di un incitamento (“alè!”). Si tratta di un modo veloce per dichiararsi a favore o contro qualcosa, tipo”abbasso la Juve” e “alè” che è un’esclamazione italiana di incitamento, spesso usata nel ciclismo e nello sport per spronare, per spingere i tifosi o i corridori. È sinonimo di “forza!”, “dai”, e “avanti!”.

Rino Gaetano con questo “abbasso e alè” critica il fatto che gli italiani si lamentano di tutto, ma poi continuano a trattare i politici e i VIP come idoli.

Nella parte finale, la canzone sembra scivolare volutamente in una banale canzonetta d’amore (“Che bella sei, vali per sei…”).

A me sembra un atto di sarcasmo eppure un modo per alleggerire: l’autore sembra dire che, alla fine, per non affrontare i problemi seri (la gente che “non c’ha l’acqua corrente”), l’italiano preferisce rifugiarsi nelle canzoni d’amore superficiali e nei programmi TV come Portobello, una famosa trasmissione in cui il protagonista era un pappagallo di nome Portobello, dove l’obiettivo dei concorrenti era fargli dire il suo nome.

“Portobello e illusioni” si dice.

Gaetano accosta il nome del programma alla parola “illusioni” per un motivo preciso: la TV di quegli anni stava diventando il nuovo “oppio dei popoli”.

C’è una distrazione di massa: Mentre l’Italia viveva la crisi economica, il terrorismo (gli Anni di Piombo) e la corruzione, la televisione offriva sogni facili e intrattenimento leggero.

Lotteria a trecento milioni”: i programmi TV che promettono successo e le lotterie che promettono ricchezza improvvisa.

Sono tutte “scappatoie mentali” , dei modi per scappare dalla realtà per un popolo che, come dice, spesso “non c’ha l’acqua corrente”.

La canzone è, in definitiva, un inno contro l’immobilismo dell’Italia, dove tutto cambia nei nomi, ma nulla cambia nei fatti.

Ma vediamo qualche cosa in più che vale la pena spiegarvi per capire l’Italia oltre che la canzone.
Si parla di “Ladri di polli / Ladri di Stato”.

I “ladri di polli” sono i piccoli criminali (che rubano poco); i “ladri di Stato” sono invece i politici corrotti che rubano grandi somme restando impuniti. C’erano allora, negli anni ’70 come oggi.

Poi le “Auto blu”: Sono le macchine di rappresentanza dei politici e dei funzionari statali (ancora oggi simbolo di privilegio). Le auto blu c’è l’hanno solo i politici più importanti.

Ma auto blu fa rima con “Sangue blu“. Parliamo della nobiltà.

Chi ha il sangue blu, vuol dire che appartiene a una famiglia nobile o aristocratica, simbolo di prestigio. L’espressione, derivante dallo spagnolo sangre azul, e si riferisce storicamente alla pelle pallida dei nobili, che non lavorando all’aperto, non si abbronzavano. Quindi si vedevano le vene che avevano un colore simile al blu.

Poi c’è “Eya alalà”: questo è un grido di guerra di epoca fascista (inventato da Gabriele D’Annunzio). Rino Gaetano lo mette nell’elenco delle cose che “non sopporta più”.

Non mancano alcune single dei partiti di quel periodo: PCI, PSI, DC, PLI, PRI: Sono gli acronimi dei partiti dell’epoca (Comunista, Socialista, Democrazia Cristiana, Liberale, Repubblicano). La ripetizione ossessiva serve a mostrare quanto fossero onnipresenti.

Si parla anche di “Immunità parlamentare“: questa esiste anche oggi.

È Il privilegio legale dei politici che impedisce loro di essere processati come i comuni cittadini (un tema caldissimo all’epoca e anche oggi). Anche di questa immunità parlamentare non se ne può più.

Nel testo non mancano tanti nomi che in qualche Modo hanno stufato. In parte si tratta della “élite” italiana del 1978:
La “Dinastia” Agnelli: I proprietari della FIAT.

Calciatori e Sportivi: Causio, Tardelli, Antognoni (campioni del calcio); Lauda (Formula 1); Thoeni (sci).

Ci sono presentatori TV: Mike Bongiorno, Maurizio Costanzo, Raffa (Raffaella Carrà).
Poi si cita anche “Cazzaniga“. Credo si tratti dì Gian Mario Cazzaniga, un filosofo,politico e sindacalista Italiano che è stato tra l’altro anche segretario nazionale della CGIL. Si sentiva spesso parlare di luì in quegli anni.

Per finire voglio citare qualche modo di dire molto usato e che Rino Gaetano non reggeva più.

Mi sia ‘onsentito dire”.

Questa è una parodia del linguaggio formale dei politici. La “C” mancante in “consentito” imita l’aspirazione toscana di alcuni leader politici dell’epoca. Nella lingua toscana molte “c” sono aspirate: casa diventa ‘asa, cannuccia diventa ‘annuccia e quindi consentito diventa ‘onsentito.

“Mi consenta” e “mi sia consentito dire” erano e sono ancora in realtà modalità molto frequenti in politica e nei dibattiti pubblici. È un modo per chiedere il permesso di dire la propria idea,la propria visione.

Possiamo a “Nella misura in cui” e soprattutto “Aliena ogni compromesso”

Stessa storia. Sono espressioni tipiche del “politichese”, un linguaggio inutilmente complicato usato per non dire nulla di concreto.

Analizziamo le parole.

Aliena: In questo caso deriva dal verbo “alienare”, che nel linguaggio formale/giuridico significa allontanare, escludere o cedere.

Ogni compromesso: Il compromesso è un accordo dove entrambe le parti rinunciano a qualcosa. In politica, spesso ha una sfumatura negativa (corruzione o perdita di coerenza).

Cosa significa la frase intera quindi?

Letteralmente significa: “Rifiuta/esclude qualsiasi tipo di accordo o mediazione”.

Come a dire che chi parla non è disposto a farsi convincere da altri. Questo fa pensare a un politico convinto e che non si fa corrompere da nessuno.

“Ué paisà.”.

Questo è un saluto stereotipato dell’emigrante italiano (spesso meridionale). Significa “ciao, paesano”, “ciao amico, tu che vieni dalla mia stessa terra”. Anche questa espressione fa pensare al fatto che in Italia si va avanti, si fa carriera tramite amicizie e conoscenze e non per meriti.

Il quindicidiciotto”.

Si riferisce alla Grande Guerra, cosiddetta la guerra del 15-18 cioè che c’è stata dal 1915 al 1918. La Prima Guerra mondiale quindi.

Il quarantotto / Il sessantotto.

Questi sono gli anni di rivoluzioni e rivolte studentesche. Fare un “quarantotto” significa ancora oggi creare un gran disordine. È un’espressione idiomatica anche. Il sessantotto è il 1968 che è stato un anno cruciale segnato da un’ondata globale di proteste studentesche e operaie contro l’autoritarismo, la guerra in Vietnam e le disuguaglianze sociali, culminato con il “maggio francese”, scontri a Valle Giulia in Italia, l’assassinio di Martin Luther King e la Primavera di Praga repressa dai sovietici.

Terminiamo con le P38.

Le P38 sono le pistole tristemente famose durante gli “Anni di Piombo” (periodo di terrorismo in Italia).

Anzi no, c’è anche la “Spiaggia di Capocotta”: Una spiaggia vicino Roma, famosa negli anni ’50 per un caso di omicidio e scandalo sessuale che coinvolse l’alta società parliamo del caso di Wilma Montesi, trovata morta su quella Spiaggia. Un episodio che pare abbia anche ispirato il film “la dolce vita” di Federico Fellini.

Adesso vi lascio all’ascolto della canzone sperando di avervi dato una mano nella comprensione anche dell’Italia di ieri e in parte anche di oggi.

In croce

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episodio 1239

Trascrizione

Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.

Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.

Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.

Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.

Facciamo qualche esempio.

Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:

Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.

Oppure, parlando di una persona poco loquace:

Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.

O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:

Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.

In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.

È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?

Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).

Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.

C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.

Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente, poche idee, pochi risultati, poche risorse, potrete dire tranquillamente:

Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”

Ma perché usare la parola croce?

Bella domanda vero?

La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.

Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:

Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.

La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.

C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.

In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.

Un’altra volta vi spiego anche un altro uso completamente diverso di “in croce”. Parlo di mettere qualcuno in croce.

Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.
La domanda è: se rinascessi, chi verresti essere?

Commento del ripasso (scarica audio)

Marcelo: Se rinascessi, vorrei essere una persona estremamente conciliante, capace di togliere d’impaccio chiunque si trovi in una situazione difficile e magari anche di galvanizzarlo.

Sofie: Io invece vorrei essere una stacanovista, ma senza mai essere rea di trascurare le persone care per il troppo lavoro.

Anne Marie: Mi piacerebbe rinascere come uno dei grandi personaggi italiani della storia, qualcuno che sappia sempre cogliere nel segno con le sue scoperte.

Mariana: Vorrei far parte della polizia, così potrei girare in borghese e dare il benservito ai criminali.

Julien: Mi piacerebbe essere un sognatore capace di costruire castelli in aria che però sappiano trasformarsi in progetti concreti e utili.

Ulrike: Se potessi scegliere (ma la vedo difficile!) vorrei essere un’esperta di italofonia per poter parlare la lingua del a menadito.

Carmen: io invece vorrei rinascere me stessa e munirmi di pazienza infinita (che, per inciso, ora non ho). Vorrei avere tante occasioni per fare bella figura e parlare in italiano senza tediare nessuno… anche perché, diciamolo, ogni tanto, in questa vita, rischio seriamente di far scappare tutti!

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Sommessamente

Sommessamente

Audio livello intermedio in preparazione

episodio 1233

Audio livello avanzato (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una parola elegante, discreta, quasi timida: “sommessamente”. L’abbiamo già incontrata nella rubrica “accadde il” in cui abbiamo visto la differenza tra sommessamente e umilmente. Ma una cosa non vi avevo detto in quell’episodio.

Dunque, sommessamente è un avverbio, questo è chiaro, che deriva dall’aggettivo “sommesso”, e già questo ci dà un indizio importante: entrambe le parole hanno a che fare con qualcosa di attenuato, non appariscente, quindi diciamo “tenue”, sia nel tono della voce sia nell’atteggiamento.

Cominciamo proprio da sommesso.

Una voce sommessa è una voce bassa, contenuta, quasi trattenuta. Non è necessariamente un sussurro, ma ci si avvicina. È il contrario di una voce alta, squillante, aggressiva. Se dico:

  • “Giovanni ha parlato con tono sommesso”

sto dicendo che quella persona ha scelto, volontariamente o meno, di non imporsi, di non farsi notare troppo, di non disturbare. Spesso parliamo di una persona un po’ triste, abbattuta per qualcosa che gli è successo. Non è detto però. Potrebbe essere una persona rassegnata oppure volutamente discreta.

Ma sommesso/a non riguarda solo la voce. Può riferirsi anche a un atteggiamento:

  • “Un sorriso sommesso”
  • “Una protesta sommessa”

In questi casi, l’idea è sempre quella di qualcosa di contenuto, trattenuto, quasi in secondo piano, qualcosa di quasi nascosto.

Passiamo adesso a “sommessamente”.

Come spesso accade con gli avverbi in -mente, indica il modo in cui si compie un’azione:

  • “Ha risposto sommessamente”
  • “Ha protestato sommessamente”

Fin qui, tutto lineare: significa parlare o agire con discrezione, senza alzare i toni.

Ma veniamo all’uso più interessante, quello che vi piacerà sicuramente e che i libri di grammatica non dicono:

“ricordo sommessamente…”.

Qui succede qualcosa di molto italiano, molto sottile: l’avverbio viene usato in modo ironico. Sto parlando in prima persona. L’ironia si usa solo in questo caso.

Se io dico:

  • “Ricordo sommessamente che questa idea l’avevo proposta io”

non è detto in questo caso che io stia parlando a bassa voce, né che io sia davvero modesto. Anzi, probabilmente sto facendo esattamente il contrario: sto rivendicando qualcosa, ma fingendo di farlo con discrezione.

È una specie di finta modestia, spesso un po’ pungente.

In pratica, il messaggio reale è:

“Te lo dico con calma… ma guarda che ho ragione io.”

Oppure:

“Non vorrei dirlo… ma l’avevo detto!”

Quindi sommessamente, in questo uso, diventa quasi un marcatore ironico. Serve a smorzare solo in apparenza una frase che in realtà è abbastanza decisa. In genere si fa un sorrisino malizioso per accompagnare la frase.

Lo stesso vale in altri contesti:

  • “Mi permetto sommessamente di dissentire”
  • “Faccio sommessamente notare che…”

Anche qui, chi parla non è davvero timido: sta esprimendo un dissenso, ma lo veste di cortesia, spesso proprio con un leggero sorriso ironico.

È un modo molto efficace per essere garbati… senza rinunciare a dire la propria.

In definitiva, possiamo dire che:

  • sommesso descrive qualcosa di attenuato, discreto, poco rumoroso
  • sommessamente indica un’azione fatta con lo stesso tono
  • ma in certi contesti, soprattutto con verbi come ricordare, notare, permettersi, assume un valore ironico e leggermente provocatorio

Alla fin fine, è una parola piccola, ma molto raffinata: ti permette di dire cose anche piuttosto forti… senza alzare la voce. O almeno, facendo finta di non farlo.

Adesso ripassiamo. Cercate di immaginare un dialogo in cui un gruppo di 5 amici devono organizzare una cena con Roberto Benigni a Roma.

Ripasso.

Khaterine: Allora apro io le danze: dobbiamo organizzare questa cena con Roberto Benigni, ma, detto ciò, voglio sperare che non diventi un pretesto per chiedere favori personali, che fa molto italiano.

Marcelo: Io anelo da una vita una serata con lui. Una serata semplice, senza troppi salamelecchi però. Non è che l’obiettivo debba esere quello di fare una bella figura.

Carlos oppure Monica Aineto: A me interessa il giusto fare bella figura: propongo di divertirci innanzitutto.

Danielle oppure Maria Eugenia: non so come la vedete voi, ma io direi di fare un minimo di sforzo economico e portarlo in un posto elegante, purché non sia fuori Roma.

Natalia: Ragazzi io non so se posso venire. Ho molto lavoro arretrato. C’ho provato a chiedere un permesso, ma tant’è.

Fernando oppure Osvaldo: va bene. Se ci sono sviluppi, cambiamenti e decisioni di qualunque tipo, ti teniamo aggiornato.

Ulrike: Perfetto, per non saper né leggere e nè scrivere io ho già prenotato il tavolo. Spero ne esca una serata memorabile!

André: ragazzi, siete sicuri che Roberto Benigni ci verra? Io cerco di ritagliarmi del tempo, ma senza tanti giri di parole: vengo se arriva anche Monica Bellucci!

I salamelecchi

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE

Durata (livello intermedio): 8:34

Durata (livello avanzato): 18:24

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salamelecchi

Galeotto fu

Descrizione
Un’espressione legata all’amore e a Dante Alighieri.

Durata: 7 minuti circa

File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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