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Spiegazione breve2 minuti con Italiano Semplicemente – Episodi 301-400- (MP3+PDF)
Giovanni: Benvenuti nel segno del Leone. L’animale credo lo conosciate tutti, il “Re della foresta”, così si fa chiamare, o meglio così’ lo chiamiamo noi esseri umani.
Ma anche nello zodiaco il leone è il re. Siamo di fronte al re dello zodiaco. Il re dei segni zodiacali.
Cosa significa?
I segni zodiacali a voi che state cercando di migliorare il vostro italiano, sono stati pensati per capire come descrivere il carattere delle persone, e già solo da questo dettaglio che vi ho detto: il re dello zodiaco, si può intuire che la personalità del Leone è tutt’altro che priva di sapore e di spessore.
Il Leone è un segno di fuoco, ed è anche un segno fisso.
Abbiamo già descritto queste caratteristiche dei segni zodiacali. I segni di fuoco sono Ariete, Leone e Sagittario. Essere un segno di fuoco significa essere persone creative, calde e luminose. Creatività, energia, ma anche istinto, intuito, entusiasmo, coraggio, e spesso impulsività e slancio. Questo sono i segni di fuoco. Le persone di uno di questi segni sono spesso anche individualisti, hanno una forte capacità di decisione ed orgoglio.
Poi è un segno fisso, cioè cade al centro di una stagione, non si trova al limite tra una stagione ed un’altra. E la sua stagione è quella più calda, l’estate. E durante l’estate il Sole scalda il Leone, e lo fa brillare. Potremmo anche dire che il Leone brilla di luce propria, perché è l’energia che scorre nelle sue vene.
Cosa voglio dire quando una persona brilla di luce propria? In genere questo accade perché queste persone hanno un forte ego, un forte senso dell’io, una forte personalità: non sono persone che passano inosservate, tutt’altro, sanno ciò che vogliono, e lo mostrano senza remore, senza timore, rischiando ovviamente di risultare evidenti, a volte ingombranti.
Iniziamo da questo: i leoni sono spesso ingombranti. Tutti gli aggettivi che abbiamo visto finora di questo segno adesso li spieghiamo bene, iniziando proprio dalla loro presenza ingombrante.
Ulrike: trovo interessante l’aggettivo ingombrante. Cosa sai dirci del significato?
Giovanni: Grazie Ulrike della domanda. L’aggettivo ingombrante viene spesso associato alla presenza: una “presenza ingombrante” parlando di una persona: Giovanni è una presenza ingombrante. Non è certo un complimento però.
Il senso è chiaramente figurato, perché ingombrante vuol dire che ingombra, cioè che occupa un grande spazio, e così facendo rende inutilizzabile una eccessiva quantità di spazio; è voluminoso. Questo è quanto si dice di un mobile ingombrante, ma in senso figurato quando una persona la definiamo tale significa che toglie spazio agli altri e che non possiamo far finta che non esista.
Una persona la cui presenza mette a disagio altre persone, o suscita anche fastidio. Una simile persona è invadente (nel senso che invade, occupa spazio altrui) scomoda (non si tratta facilmente con una persona così), inopportuna a volte (si comporta in modo sconveniente in circostanze che richiedono invece un comportamento diverso, più opportuno appunto). Questi sono altri termini abbastanza simili.
Il Leone in effetti non conosce le mezze misure. Non è una persona moderata, che sa gestire gli equilibri in modo ragionato, che pensa ai compromessi tra i vari interessi: per lui non esistono le mezze misure, e si dice così quando si parla di persone decise, che o vogliono ottenere il massimo dalle cose, oppure meglio niente, meglio niente che una via di mezzo, una “mezza misura”, appunto. Il suo obiettivo, di solito, ciò a cui mira un leone, è tutto, perché il leone non conosce le sfumature. non conosce le differenti tonalità di grigio. Esiste solo il bianco ed il nero.
Ma non dovete pensare, dalle mie parole, che i leoni sia egoisti, perché invece il segno è molto generoso, uno di quelli che adorano invece condividere con gli altri.
Ricordiamoci che il calore si trasmette, e le persone calorose, calde, trasmettono il loro calore a chi sta loro vicino. In questo modo il leone dà anche prova di sè, mostra a tutti che è lui il “re della foresta”. Anche con i bambini riesce ad essere affettuoso ed amorevole.
Il Leone infatti non passa inosservato, tutti si accorgono di lui: è estroverso, volitivo, sprizza gioia di vivere ed è un leader nato. E’ lui il numero uno, il leader, colui che calamita l’attenzione di tutti gli altri.
Ma vediamo meglio la volitività. Cos’è? la volitività è la caratteristica delle persone volitive, ed il volitivo è colui che ha una capacità decisa e durevole a volere.
Il volitivo non si arrende mai, punta l’obiettivo e non lo molla, non lo abbandona. Il volitivo vuole, è deciso a volere e non si arrende al primo nè al secondo inconveniente che incontra sulla sua strada.
I suoi sogni sono sempre i più grandi: diventare presidente come Obama (è un Leone), essere la star del rock (Madonna è del Leone). I leoni sono seguiti dalle masse, anche nel piccolo il leone è quello del gruppo che si fa notare di più, il leader, colui che sa scaldare i cuori, che sa essere travolgente. In fondo non ha mezze misure il leone.
Ulrike: e cosa significa travolgente? Da dove deriva questa parola?
Giovanni: travolgente riferito alle persone, ha un significato figurato: una persona travolgente è una persona che conquista, che trascina irresistibilmente, colui che riesce a conquistarti col suo entusiasmo; ed il Leone è trascinante, coinvolgente, prorompente. La sua eloquenza travolgente; il suo modo di parlare quindi, riscuote sempre un successo travolgente. A volte è la sua simpatia a travolgere tutti, altre volte è la sua passione travolgente a calamitare tutti attorno a sè.
Travolgente da dove deriva? In senso proprio, non figurato, si riferisce alla forza della natura: un vento travolgente, che abbatte ogni resistenza; che non incontra ostacoli e che quindi ti travolge, ti inonda, ti sorprende. La sua forza impetuosa, irresistibile, a volte violenta, non incontra resistenza. Ti travolge, appunto. Il loro attivismo ed entusiasmo si notano, eccome.
Difficilmente, infatti, incontrerete dei Leoni che non fanno nulla, che sono cioè nullafacenti o nullatenenti.
I loro sogni sono grandiosi, magari sono sogni artistici, ma sicuramente ci sono forti possibilità di un futuro successo.
Il leone non si nasconde, non lo fa neanche in amore. E’ limpido, tutte le sue dimostrazioni sono plateali. Anche in amore si fa rispettare ed è coerente con quanto detto finora. Anche qui è travolgente: il suo potenziale partner si accorge di lui o di lei perché non può fare altrimenti: attenzioni continue, regali, plateali dimostrazioni anche in questo campo, e pazienza se anche gli altri se ne accorgono!
Andrè: qual è il significato di dimostrazioni plateali?
Giovanni: Grazie della domanda Andrè. plateali viene da platea, che significa piazza. Questo termine viene usato in due modi diversi, ed in questo caso significa “evidente”. Un gesto plateale, ad esempio, è un gesto chiaro, evidente, aperto, che tutti possono vedere, un gesto che non è possibile venga frainteso il significato. Il gesto plateale, così come le dimostrazioni plateali, sono comportamenti, atteggiamenti con cui si vuole dimostrare chiaramente, senza ambiguità, qualcosa. Si tratta di gesti chiari ed a volte quasi ostentati, ed infatti il termine plateale ha anche un significato negativo, inteso come qualcosa di volgare e grossolano, poco delicato, fatto solo per farsi notare.
Quindi una dimostrazione plateale esprime la volontà chiara di dimostrare qualcosa senza troppo badare ad altro. La cosa che conta è che venga capita l’intenzione di chi compie il gesto, senza ambiguità, e per questo spesso è considerato un po’ eccessivo e vistoso.
Si parlava anche di amore, e il leone ha anche un’altra caratteristica molto apprezzata in quest’ambito: la virilità. Il leone è virile.
Bogusia: non conosco l’aggettivo virile. Potresti spiegarmi per favore?
Giovanni: Certo Bogusia. La virilità è un tipica caratteristica dell’uomo. Significa proprio mascolino. Quindi chi ha il pelo sul petto è un uomo virile, ma in senso figurato indica un comportamento dei maschi, spesso apprezzato, altre volte no. Il virile è maschio, piace perché deciso, fermo, risoluto. Proprio come il leone.
Al leone non mancano i difetti e questo lo abbiamo già visto parlando di ingombranza e ego eccessivo. Loro amano essere apprezzati, stimati, amano i complimenti, ma amano anche le sfide, le conquiste sofferte: più è alta la posta, maggiore è la soddisfazione.
Di conseguenza le lodi eccessive e le critiche possono dar fastidio: i leoni sono suscettibili all’adulazione.
Sono encomiabili per il loro impegno e dedizione, la loro voglia di vincere sempre, e la pazienza che mettono, e il cuore, e l’entusiasmo, e il trasporto ma troppe lodi gli danno fastidio, così come una frase sbagliata può dare loro mollto fastidio. Sono encomiabili ma suscettibili. Possono reagire in modo stizzito, diciamo mostrando uno stizzito orgoglio.
Khaled: Ci potresti dire del termine encomiabile?
Bogusia: cosa significa stizzito orgoglio?
Giovanni: grazie delle vostre domande Khaled e Bogusia. Encomiabile significa degno di encomio, cioè degno di ricevere una lode, un encomio, un complimento.
Invece la parola suscettibile ha a che fare con lo stizzito orgoglio. Suscettibile significa che bisogna stare attenti perché il loro orgoglio è grande. I leoni sono orgogliosi e a volte altezzosi, e difficilmente sono in grado di sopportare, fa passare una battuta di cattivo gusto. Se si sentono feriti, reagiscono in maniera aggressiva, reagiscono in modo stizzito, perché il loro orgoglio è stato colpito. Reagire in modo stizzito vuol dire che si è ricevuta un’offesa, e la reazione è immediata. Stizzito significa irritato, risentito, molto infastidito. Infastidito in questo caso nell’orgoglio che è stato ferito.
Questa, in breve, è la suscettibilità. E Il contrario è paziente, tollerante, equilibrato. Ma il leone, non pazienta, non tollera, e abbiamo detto che non ha mezze misure, quindi l’equilibrio non è cosa sua. Il leone odia il nichilismo.
Andrè: non ho la più pallida idea di cosa significhi nichilismo.
Giovanni: è un termine filosofico, ma nel linguaggio più comune il nichilista è colui che ha un atteggiamento rinunciatario, perché è convinto che tanto non serve a nulla, tutto è inutile. Ma evidentemente i nichilisti hanno poca stima nei propri confronti. Non è il caso del leone.
Abbiamo anche detto altezzoso come aggettivo. Simile ad orgoglioso, ma molto peggio: essere altezzosi è avere una boria, una presunzione offensiva nei propri atteggiamenti, nei rapporti sociali, che dà molto fastidio alle altre persone.
La boriosità è fastidiosissima. Il borioso, l’altezzoso, cammina a testa alta con sguardo fiero, sicuro di sè, un abituale atteggiamento di sprezzante superiorità e grandezza, rispetto agli altri, ma è più presunta, più nella sua testa, che reale. Si dice presuntuoso normalmente, perché il presuntuoso presume di essere migliore degli altri, lo immagina, ma agli occhi degli altri non lo è affatto. Insomma la presunzione, l’altezzosità e la boria (attenzione all’accento) che si possono vedere nel Leone lo allontanano dal concetto di empatia.
Ma queste caratteristiche appaiono solo se provocate un leone.
La sua fierezza gli inpedisce di essere equilibrato, ma il leone sa essere anche conprensivo. Lui è trasparente, sa esteriorizzare i sentimenti, può reagire male a volte ma sa essere molto magnanimo.
Ecco un’altra caratteristica interessante: la magnanimità.
Rauno: potresti chiarire un po’ che cosa significa esteriorizzazione e magnanimità?
Giovanni: grazie della domanda Rauno. Esteriorizzare significa far uscire fuori, all’esterno. Parliamo di sentimenti, delle emozioni. Essendo un carattere estroverso, il leone esteriorizza, mentre la persona introversa fa l’opposto: interiorizza.
Anche la magnanimità è interessante. Essa consiste nell’essere nobili nell’animo.
Il magnanimo è grande nell’animo, questo è all’origine del termine.
Il magnanimo è colui che si ritiene degno di onori e di fama, degno del successo, ed è veramente degno, altrimenti sarebbe un pusillanime. Chi crede di essere invece non lo è, quindi, si chiama pusillanime, mentre chi merita gli onori che riceve è magnanimo.
Il magnanimo quindi non aspira ad imprese troppo grandi rispetto alle sue capacità. Sa chi è e cosa merita, è ben presente e consapevole. Una qualità che non hanno tutti, evidentemente.
Bogusia: Gianni, quando posso dire che qualcuno è un po’ sfuggente?
Giovanni: grazie della domanda Bogusia. Qualcuno potrebbe in effetti definire il leone un po’ sfuggente. È un leone un po’ diverso dagli altri, perché non lascia trapelare chiaramente i suoi pensieri, i sentimenti, le emozioni. Questo leone è più silenzioso e riservato, un po’ timido forse, ma se riuscite ad avere confidenza con lui o lei, uscirà il vero leone, sicuro e volitivo, uno che sa esteriorizzare, che sa manifestare i propri sentimenti.
Bogusia: ho ancora una domanda. Mi interesserebbe la differenza tra volenteroso e volitivo.
Giovanni: un’ottima domanda Bogusia. Il volenteroso ha volontà, e il leone ha una grande forza di volontà. Il volenteroso ha buona volontà, è diligente, non si distrae, ha voglia di fare. Ma essere volitivi è invece indice di grandissima forza di volontà. Il volitivo si riconosce dallo sguardo, dai gesti, dagli atteggiamenti. L’essere volenterosi non garantisce il successo, anzi spesso si usa il termine quasi per bilanciare un lato negativo:
Il ragazzo non è molto intelligente ma abbastanza volenteroso.
Non si può essere invece abbastanza volitivi. O bianco o nero. Questo è il leone.
Infine volevo evidenziare come il leone vada molto d’accordo con i bambini, come io detto prima. Sono gli unici che possono prendere in giro un leone, che possono ottenere ciò che vogliono da una persona scaltra come sono i leoni.
Monica: ecco la mia domanda. Cosa significa scaltro?
Giovanni: ciao Monica. Scaltro è un altro modo di dire intelligente. La scaltrezza è l’abilità a capire subito una situazione, a capire se qualcosa può essere utile o meno. La persona scaltra si accorge di tutto e sa reagire subito e con efficacia. Una forma di intelligenza che denota una assoluta mancanza di distrazione e un controllo del presente e della realtà. C’è un po’ di furbizia, di astuzia, di attenzione, di concentrazione, ma a volte si usa con una accezione negativa, più legata alla furbizia.
Terminiamo con un esercizio di ripetizione. E con qualche domandina per voi.
Il leone è un pusillanime? Rispondete.
Tutt’altro. È magnanimo.
Il leone è generoso e affettuoso.
Creatività, calore e luminosità.
Ingombrante a volte.
Conosce le mezze misure? No, non le conosce.
È estroverso e non passa inosservato.
Volitivo e travolgente.
Fa gesti plateali a volte.
La virilità è una caratteristica dei maschi del leone.
Encomiabile ma suscettibile.
Odia il nichilismo ma pecca di presunzione.
Magnanimo e mai pusillanime.
A volte sfuggente
Scaltro con tutti, tenero coi bambini.
Un saluto da Giovanni, e grazie a Ulrike, Bogusia, Monica, Khaled, Rauno ed André per il loro contributo.
È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)
Buongiorno amici. Io sono Giovanni e voi state ascoltando un episodio di Italiano Semplicemente, un sito in cui si impara a comunicare usando la lingua italiana. Sapete che in questo sito non ci piace parlare di grammatica, lo diciamo sempre. Difficilmente studiare la grammatica non risulta noioso e inoltre tiene lontani coloro che di tempo per studiare non ne hanno molto.
Per questa ragione in Italianosemplicemente.com si realizzano episodi audio come questo. Per aiutare i lavoratori e coloro che hanno poco tempo.
Bene, oggi parliamo dell’uso dell’apostrofo. Una di quelle cose che può creare difficoltà nella comprensione di un italiano quando parla e allo stesso tempo uno di quegli aspetti che caratterizza l’armoniosità di una lingua. E’ anche grazie ad un corretto uso dell’apostrofo che la lingua italiana è così all’udito, all’ascolto.
L’apostrofo inoltre è anche molto usato dai poeti italiani di oggi e di ieri.
Ma quando si può usare l’apostrofo. Beh, innanzitutto cos’è l’apostrofo. Per spiegare questo dobbiamo necessariamente parlare di grammatica, ma questo ogni tanto può andar bene perché comunque faremo molti esempi, sperando di non annoiarvi. Cercherò di essere più chiaro possibile, come al solito.
L’apostrofo è un segno, simile alla virgola, ed infatti possiamo chiamarla anche una “virgoletta” sopraelevata (’), una virgoletta che sta un po’ in alto (sopraelevata) rispetto alle lettere, e sta ad indicare diverse cose. Solitamente l’apostrofo si mette in sostituzione di una vocale che sta alla fine di una parola. Si parla di “elisione di una vocale finale”. Elidere significa eliminare, annullare. Possiamo elidere, eliminare la vocale che sta alla fine di una parole. Allora quando facciamo questo dobbiamo usare l’apostrofo. Ho appena detto “l’apostrofo” e per dire “l’apostrofo” ho usato un apostrofo. Infatti l’apostrofo sarebbe in realtà “lo apostrofo”. Noi eliminiamo, elidiamo la lettera “o” dell’articolo “lo”, sia nello scritto che nella pronuncia e sostituiamo la lettera “o” con un apostrofo.
Perché lo facciamo? Perché si fatica meno a dire l’apostrofo e il suono è più musicale. Infatti la lettera “o” dell’articolo “lo” è troppo attaccata alla “a” di apostrofo.
Quando due vocali di due parole diverse sono vicine, qualche volta possiamo sostituire la prima vocale con un apostrofo. Non sempre però. Quando non possiamo farlo, siamo di fronte ad uno “iato”, una brutta parola, lo so, ma così si chiama.
Sappiate che uno “iato” lo incontrate ogni volta che avete due vocali ma non possiamo sostituire una vocale con un apostrofo. In questi casi abbiamo uno iato.
Ebbene qualche volta possiamo evitare lo iato, come se fosse una malattia, usando un apostrofo.
Ci sono delle regole naturalmente per capire quando possiamo evitare questa malattia.
A volte l’apostrofo è obbligatorio, a volte è facoltativo cioè sta alla vostra facoltà di usarlo: decidete voi se volete usarlo o meno. Altre volte l’apostrofo è vietato: non potete usarlo. In quest’ultimo caso la malattia di nome “iato” è inevitabile. E la cosa brutta è che non esiste la cura!
Bene, come facciamo molto spesso, prima di spiegarvi la regola vi racconto una storia. Poi spieghiamo i perché della storia sull’uso dell’apostrofo.
Prima però devo dirvi che l’apostrofo non si usa solamente per evitare lo “iato”. Si usa anche in altri casi: ad esempio nei numeri (1948 diventa ’48) e “gli anni ‘90” si scrive con l’apostrofo prima di scrivere 90. In questo caso non si parla di elisione, perché non cadono vocali in questo caso. Si parla invece di aferesi.
Bisogna dire che a volte l’apostrofo può sostituire anche un’intera sillaba, ad esempio quando scriviamo la parola “poco” questa può diventare po’ dove la sillaba finale è stata tolta per far posto ad un bell’apostrofo (non è un accento ma un apostrofo. Molti italiani si sbagliano qui). In questo caso si parla di troncamento.
Poi a volte capita di vedere parole in cui manca la prima vocale, tipo ‘nsomma al posto di insomma, ma questo non è linguaggio corretto.
Eccovi la storia dunque, dove troviamo un po’ di tutto: elisioni, aferesi e troncamenti, usi obbligatori, vietati e facoltativi:
C’era una volta uno straniero che sapeva scrivere solo un po’.
L’arte di scrivere d’altronde non è una cosa semplice da imparare. Questo straniero, nato negli anni ’90, non dava importanza all’apostrofo.
“Va bè, l’imparerò col tempo”, diceva al suo professore che insisteva. “Quell‘allievo ho l’impressione che sia un po’ cocciuto”, diceva sempre il professore : “fa tutto di testa sua e dà tutto per scontato, e questo non mi va a genio.
“Sono un uomo bravo”, diceva lo studente, e il professore: “sei un brav’uomo, vorrai dire, ma ancora c’è molto da fare perché l’apostrofo lo devi imparare ma lo devi anche studiare, perché sant’Antonio non ti può aiutare!”
“Che c’entra Sant’Antonio?” Diceva lo studente “Comunque lo userò d‘ora in poi, d’altra parte son qui per imparare”
“Ok”, rispose il professore “Tutt‘al più – aggiunse – se proprio non riesci, puoi diventare membro dell’associazione Italiano Semplicemente, dove i membri sono molto motivati, studenti di tutt‘altro tipo rispetto agli altri. Senz‘altro questo t’aiuterà, hanno tutti la buona volontà di seguire le lezioni tutti i giorni”.
“Ah, sì, l’associazione… proprio avant‘ieri ne ho sentito parlare – disse lo studente –ma sono sicuro che non serve a niente!”
“Nient‘affatto! – rispose il professore – lì c’è molto da imparare, e se andrai d’amore e d’accordo con gli altri membri saranno fiori d’arancio, ne sono sicuro. Dai un’occhiata al sito web!
“ok, ci andrò subito allora e se trovo le regole dell’apostrofo le userò subito!
Il professore allora disse: “imparerai subito come evitare lo iato, vedrai, e magari troverai anche un’amichetta…”
Lo studente rispose: “Questo non m’importa, quello che m’incuriosisce per adesso è sapere dov’è che posso usare l’apostrofo e com’è che posso impararlo facilmente!”
Fammi sapere com’è andata ok?
Senz’altro! A domani prof!
Domani vediamo le regole.
Ciao
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Eccoci di nuovo qui, sulle pagine di italiano semplicemente, ed io sono Giovanni, la voce principale del sito senonché presidente dell’associazione italiano semplicemente. Senonché vuol dire “anche”. Posso anche dire nonché.
Per chi non lo sapesse, perché per la prima volta ascolta gli episodi di Italianosemplicemente.com in questo sito si impara a comunicare in italiano ed io cerco di aiutare voi stranieri attraverso la spiegazione di frasi come quella di oggi, espressioni che fanno parte del linguaggio comune ed anche a volte del linguaggio formale e professionale.
Per quest’ultima categoria di linguaggio, più difficile, cioè quello professionale e del lacoro, è sicuramente più difficile trovare del materiale su internet. Anche e soprattutto è difficile trovare spiegazioni audio che siano adatte agli stranieri.
L’espressione che vi spiego oggi è in effetti molto utilizzata a livello formale e nelle comunicazioni commerciali e istituzionali. L’espressione è “a fronte di“.
In questa locuzione ci sono due preposizioni semplici: a e di, e la parola “fronte” che probabilmente conoscete già.
La fronte è infatti una parte del vostro corpo (e del mio anche) anzi è una parte del vostro viso che si trova sopra i vostri occhi: diciamo tra i vostri occhi e l’inizio dei capelli. Quello spazio è la fronte. Tecnicamente la fronte è la regione anatomica compresa fra le sopracciglia e la radice dei capelli.
La parola fronte però non è solamente una parte, una regione anatomica, cioè una parte del vostro corpo.
È una parola che si usa anche in molte espressioni italiane e non solo. Ad esempio “essere impegnato su due fronti” , o anche “agire su due fronti” (fronti è il plurale di fronte), “essere sfrontato” .
Esiste anche il verbo fronteggiare, che è un sinonimo di affrontare, che contiene a sua volta la parola fronte all’interno.
La parola fronte poi ha sia il maschile che il femminile: il fronte infatti si usa nel linguaggio bellico (il linguaggio della guerra), per indicare la prima linea: stare al fronte, in guerra, significa essere esposto al fuoco nemico, essere di fronte al nemico. Vedete come l’immagine della fronte, che sta proprio davanti al nostro corpo, viene utilizzata per indicare la parte anteriore, che sta davanti, in molte occasioni diverse, come la guerra appunto. D’altronde anche “stare di fronte” a qualcuno significa avere questo qualcuno davanti a sé. Se ho una persona davanti a me posso dire che sta di fronte a me, e che io ce l’ho di fronte.
Allo stesso modo posso dire che di fronte a casa mia c’è un parco.
“Il fronte” però, al maschile, si usa molto anche nel linguaggio di tutti i giorni:
– il fronte dell’edificio, ad esempio, per indicare la parte davanti di un edificio. In questo caso si dice anche il frontale, la facciata dell’edificio o la parte anteriore, quella cioè rivolta a chi ci guarda, proprio come la nostra fronte.
– al fronte opposto. Questa frase si usa quando vogliamo indicare la parte opposta di qualcosa, che sta di fronte, alla parte opposta, ma opposta anche nel senso di contraria. Posso parlare di qualcosa di fisico (la parte opposta di una strada ad esempio) oppure quando ci sono due situazioni che sono opposte, che si contrappongono, che sono una il contrario dell’altra. Posso dire che i pacifisti vogliono la pace ma al fronte opposto (o sul fronte opposto) ci sono i fondamentalisti che vogliono la guerra. La pace è l’opposto della guerra, è il contrario. La pace ci contrappone alla guerra. Da una parte sta la pace e dalla parte opposta, sul fronte opposto, o al fronte opposto, sta la guerra.
Esiste, anche il:
– cambiamento di fronte. Espressione che si usa molto nel calcio ma non solo. Nel calcio Indica un cambiamento della zona del campo in cui si sta giocando. Posso anche però usare questa frase quando avviene un cambiamento dell’interesse da parte di qualcuno. Io ad esempio posso mangiare la carne e poi può avvenire un cambiamento di fronte e ad un certo punto divento vegetariano.
La parola fronte può essere quindi usata sia per indicare qualcosa davanti a noi, o anche indicare una direzione o qualcosa a cui è interessata la nostra attenzione. Ad esempio posso dire:
– sul fronte della moda/politica ecc. In questo caso uso “il fronte” per cambiare l’oggetto del discorso: è come dire: “Ora invece inizierò a parlare di moda. Ad esempio:
Ci sono interessanti notizie economiche sull’Italia oggi, mentre sul fronte della moda è uscita la nuova collezione autunno inverno di Dolce & Gabbana.
Sul fronte della politica invece nulla di nuovo.
Non voglio però elencare tutti i diversi modi per usare il fronte o la fronte. Quello che intendo farvi capire è che bisogna stare attenti a come si usa perché dipende molto dalla preposizione che si usa.
Nella frase di oggi in particolare ce ne sono due di preposizioni:
A fronte di. In questo caso, fate attenzione, la parola fronte si usa per indicare uno scambio.
Gli scambi, sapete bene che sono l’anima del commercio: il commercio è fatto di scambi:
– Io do un prodotto a te e tu dai dei soldi a me.
– Tu lavori per me e io do dei soldi a te.
– voi vi iscrivete ad una associazione e voi in cambio ricevete dei benefici.
Questi sono esempi di scambi. Dove c’è uno scambio c’è sempre una contropartita, un corrispettivo, una forma di compensazione.
Anche in questo ambito posso usare la parola fronte e posso dire ad esempio, se voglio usare gli esempi che ho appena fatto che:
– Io do un prodotto a te a fronte del tuo pagamento verso di me.
– Tu lavori per me ed io, a fronte del tuo lavoro, do dei soldi a te.
– voi vi iscrivete ad una associazione e voi, a fronte di questa iscrizione, ricevete dei benefici.
Vedete che in tutti questi casi c’è uno scambio. Per questo motivo usiamo “a fronte”, ed aggiungiamo “di qualcosa” per indicare una delle cose che è stata scambiata. Provate a ripetere dopo di me qualche frase:
Ti pago a fronte del tuo lavoro
A fronte del tuo forte interesse vorrei assumerti
Ti consegno la merce solo a fronte del pagamento immediato.
I nostri servizi avvengono sempre a fronte della massima disponibilità del cliente.
Allora per farvi capire bene voglio cercare di sostituire la frase “a fronte di” con qualche altra parola o verbo, in modo che non cambi il significato e la modalità formale della frase.
Ti pago a fronte del tuo lavoro
Il mio pagamento rappresenta il corrispettivo della tua attività lavorativa.
A fronte del tuo forte interesse vorrei assumerti
Hai mostrato un forte interesse e di conseguenza, di fronte a questo, ho deciso di assumerti.
Ti consegno la merce solo a fronte del pagamento immediato.
Solamente se il pagamento avverrà contestualmente, cioè nello stesso momento, o in corrispondenza, ti verrà consegnata la merce: io ti consegno la merce, il prodotto, e contestualmente, a fronte di questa consegna dovrà avvenire il pagamento, il pagamento cirrispondente alla consegna della merce.
Vetere che è più facile usare “a fronte di” in questi casi in cui c’è uno scambio. È più facile perché basta indicare le due cose che sono oggetto di scambio:
La merce a fronte del pagamento, il servizio a fronte della disponibilità, l’assunzione a fronte dell’interesse.
È un modo che vi consiglio di usare anche nelle comunicazioni scritte, perché rende il linguaggio più pulito, libero da interpretazioni personali e quindi meno rischioso anche.
Attenzione adesso. Vi dicevo dell’importanza delle preposizioni ricordate? Eccovi un esempio.
“A fronte di” non deve essere confuso con “di fronte a“.
In questo caso le preposizioni a e di sono invertire ed il significato è diverso.
“Di fronte a” non si usa negli scambi, ma si usa per indicare tre cose diverse:
Il modo più semplice è essere davanti a qualcosa, anche di non tangibile, ad esempio “urlare di fronte a tutti” cioè davanti a tutti: tutti possono sentire e vedere.
Oppure
Mi trovo di fronte a mille difficoltà (mi trovo davanti in senso figurato)
Ma voglio in particolare parlarvi di altri due modi di usare “di fronte a”.
Nel primo modo si indica una reazione volontaria o anche qualcosa di inevitabile: succede qualcosa e come reazione ne accade un’altra.
Siamo nell’ambito delle conseguenze quindi. Abbiamo più volte parlato di conseguenze sulle pagine di italiano semplicemente e delle espressioni che si usano a riguardo. In questo caso si parla di conseguenze che avvengono perché c’è la volontà di qualcuno che reagisce a qualcosa che avviene oppure quando non c’è niente da fare. Ad esempio.
Di fronte a tutte queste difficolta mi arrendo (reazione volontaria)
Di fronte agli uragani non c’è nulla da fare (conseguenza inevitabile)
Di fronte a tutte quelle accuse ho dovuto difendermi (reazione volontaria).
Ma come fare a capire meglio la differenza tra “a fronte di” e “di fronte a”?
Cerco di aiutarvi in questo: vedete che in questi ultimi casi non c’è un vero scambio. Quello che si vuole sottolineare in questi ultimi esempi è che è successo qualcosa che occorre fronteggiare, affrontare, voglio quindi dire che mi sono trovato di fronte, davanti, una realtà che mi costringe alla reazione: devo reagire, oppure non c’è nulla da fare ed è inutile reagire.
In questi casi c’è un’azione principale e una secondaria che è la reazione.
Invece, attenzione, “a fronte di” che abbiamo visto prima serve a confrontare due cose che hanno lo stesso valore, sono una il corrispettivo dell’altra, ecco perché vi dicevo che l’espressione è più pulita e per questo molto adatta al mondo del lavoro ed al commercio.
Spero di avervi aiutato, quindi terminiamo l’episodio con un saluto. Colgo l’occasione per usare la frase di oggi dicendo che ringrazio tutti e in particolare i sostenitori, che a fronte di questo sforzo da parte mia aiutano italiano semplicemente con una donazione personale.
Un grande abbraccio.
È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)
Buongiorno amici di Italianosemplicemente.com e benvenuti in questo nuova puntata dedicata alle espressioni idiomatiche italiane. Io sono Giovanni, il presidente dell’associazione italiano semplicemente ed oggi vi vorrei parlare di un’espressione divertente che si usa a livello informale, tra amici e conoscenti. L’espressione è “rigirare la frittata“.

Un’espressione divertente che ha a che fare con la cucina, uno degli argomenti più strettamente legati all’immagine dell’Italia nel mondo. La cucina è in effetti una delle cose che caratterizza l’Italia e la sua cultura, un argomento del quale parliamo spesso all’interno del gruppo whatsapp dell’associazione italiano Semplicemente. In particolare di questi aspetti legati alla cultura italiana ne parliamo il venerdì. Infatti il programma della settimana è così strutturato:
Il lunedì si parla di una o più espressioni idiomatiche italiane,
Il martedì ci occupiamo delle notizie, ascoltando un notiziario del giorno e provando a scrivere e spiegare il significato delle parole più difficili.
il mercoledì è dedicato ad una lezione di Italiano Professionale, cioè per l’italiano più formale, usato nel mondo del lavoro;
Il giovedì è dedicato alla pronuncia.
Il venerdì, appunto, ci occupiamo di un aspetto legato alla cultura ed al territorio italiano;
il Sabato è per la letteratura e la poesia.
La domenica sport e tempo libero.
Se chiunque volesse partecipare alle discussioni non ha che da spedire la sua richiesta dal sito. Vi inserisco un link nell’articolo che vi permetterà di aderire all’associazione culturale. Si versa la quota di iscrizione e si fa ufficialmente parte della famiglia di Italiano Semplicemente.
Torniamo all’espressione di oggi quindi: “rigirare la frittata“.
Sapete cosa sia la frittata?
La frittata si fa con le uova, è una pietanza, un piatto a base di uova “sbattute“, cotte in padella con olio o burro bollente, talvolta con l’aggiunta di formaggio, verdure lesse e tritate o pezzetti di carne.
La frittata è molto diffusa in Italia, è un piatto povero, alla portata di tutti perché basta avere delle uova per fare una bella frittata. Si chiama così perché le uova si friggono e le cose che si friggono nell’olio o nel buro si dicono cose “fritte” (è il participio passato di friggere).
Ho parlato di uova “sbattute”: per sbattere le uova si usa solitamente una forchetta. Si mettono le uova: sia il tuorlo che l’albume (cioè sia la parte rossa che la parte bianca) in un contenitore e poi si prende una forchetta e si inizia ad agitare nel piatto, mescolando la parte rossa (il tuorlo) con la parte dell’albume (la parte bianca) e così si ottengono le uova sbattute che poi si versano nella padella quando l’olio o il burro sono caldi.
Ebbene friggere e la frittata sono termini abbastanza comuni nella lingua italiana non solo in ambito culinario (cioè in cucina) ma anche perché si tratta di termini usati in senso figurato.
In particolare l’espressione di oggi: “rigirare la frittata” fa riferimento ad una azione che si fa con la frittata: rigirare significa che la frittata dobbiamo capovolgerla affinché si cuocia da entrambi i lati. Allora quando la frittata è ben cotta da uno dei due lati, si prende allora un piatto e si rovescia la frittata nel piatto, poi si rimette la frittata in padella ma dall’altro lato, in modo che posso cuocersi anche dall’altra parte. Infatti la frittata si cuoce maggiormente dalla parte che sta a contatto con la padella, che a sua volta sta a contatto diretto col fuoco.
Ebbene questa azione, questa operazione che si fa si chiama capovolgere, girare o rigirare la frittata. In particolare il verbo “rigirare” è un verbo che ha molti utilizzi, ed è anche simile ad un altro verbo: “raggirare” che significa imbrogliare, cercare di trarre in inganno, di ingannare qualcuno. Quando si usa questa espressione: “rigirare la frittata” in senso figurato si vuole far riferimento alla volontà da parte di una persona, di far vedere un aspetto che è esattamente il contrario di quello reale, quello vero, proprio con la volontà di ingannare, con una abilità personale, il suo prossimo. Rigirare la frittata quindi significa far apparire una cosa secondo la propria convenienza e non per rappresentare la realtà.
Una persona che secondo noi è capace a rigirare la frittata è quindi una persona della quale ci si debba fidare poco, è una specie di manipolatore, di imbroglione.
Posso fare alcuni esempi per farvi capire:
Ammettiamo che una persona di nome Giuseppe sia accusata di aver picchiato un ragazzo. Giuseppe è stato visto da molte persone mentre picchiava questo ragazzo. Lui, Giuseppe, accusato, si è difeso dicendo che il ragazzo lo ha aggredito, e lui ha dovuto difendersi e per questo motivo l’ha picchiato.
A questo punto i testimoni, coloro che hanno assistito all’evento, dicono che Giuseppe ha rigirato la frittata, che invece sia stato proprio Giuseppe ad aggredire il povero ragazzo.
Ecco vedete che se Giuseppe rigira la frittata sta ad indicare che racconta una verità diversa dalla realtà e lo fa per avere dei vantaggi. Giuseppe rigira la frittata, cioè vuole che si veda un aspetto diverso da quello apparente: lui si è solo difeso, quindi Giuseppe afferma di essere la vittima e non l’aggressore. Ma i testimoni lo sconfessano, perché hanno visto cosa è realmente accaduto. Sconfessare qualcuno significa dimostrare che ciò che dice questa persona non è vero. Giuseppe quindi ha rigirato la frittata.
Vediamo un secondo esempio. Un politico contrario all’immigrazione afferma che gli immigrati irregolari non vadano fatti entrare in Italia perché loro non vogliono il bene dell’Italia e degli italiani e persone di questo tipo è meglio che restino nel loro paese.
Qualcuno potrebbe dire a questo personaggio politico che lui sta rigirando la frittata, perché sono gli italiani come lui che non amano gli stranieri irregolari e non vogliono il loro bene.
Questo cercare di mostrare un aspetto diverso e spesso completamente opposto rispetto alla realtà, o rispetto ad altre opinioni, si chiama appunto cercare di rigirare la frittata. Gli esempi che vi ho fatto mostrano chiaramente che le persone che sono tacciate di rigirare la frittata (tacciate vuol dire accusate) stanno cercando di raggirare qualcuno, per fargli credere che le cose siano diverse da come qualcun altro afferma o rispetto alla realtà evidente.
La frittata quindi simbolicamente rappresenta la realtà, e chi cerca di rigirare la frittata cerca di mostrare un lato della frittata, quindi un lato della realtà, quel lato che è opposto a quello che si vede.
È ovviamente informale come espressione. Se volessi esprimere lo stesso concetto in termini formali non dovrei usare immagini di questo tipo, derivanti dalla vita quotidiana.
Anziché dire allora “non rigirare la frittata” potrei dire ad esempio: “la prego di non cercare di manomettere la realtà”, “la invito (ancora più formale) a non distorcere la realtà del fatti”. Si tratterebbe comunque di una accusa diretta, rivolta in prima persona alla persona alla quale si parla, ma sarebbe più seria: la distorsione della realtà indica sempre un tentativo di modificare i fatti attraverso una diversa rappresentazione, ma come avviene solitamente nel linguaggio popolare e informale l’immagine visiva legata alla frase idiomatica rende sicuramente l’idea. In questo caso la frittata che viene rigirata indica meglio di ogni altra cosa il tentativo di raggirare, di imbrigliare.
Adesso facciano un esercizio di ripetizione. Un esercizio particolare oggi: provate a rispondere alle accuse che vi farò negando l’accusa.
Se ad esempio vi dicessi:
Che fai, rigiri la frittata?
Voi ad esempio potreste rispondere:
assolutamente no, questa è la pura e sacrosanta verità! Non sto cercando di rigirare la frittata!
Oppure semplicemente:
“non sto rigirando la frittata, è la verità!”
Adesso tocca a voi:
Perché rigiri la frittata in questo modo?
Esempio di risposta: perché mi chiedi questo? Non sto affatto rigirando la frittata!
Un’altra domanda:
Secondo me stai rigirando la frittata come al solito. No?
Esempio di risposta:
assolutamente no, non ho rigirato proprio nulla! Ho detto la verità!
Bene ragazzi grazie mille per l’ascolto, e grazie a chi sostiene italiano semplicemente con una donazione personale.
A proposito di donazione sto preparando un episodio dedicato alla Germania 🇩🇪, che è il paese dal quale provengono più donazioni finora.
Ed allora aspettiamo questo nuovo episodio. Non vi dirò l’argomento per non rovinarvi la sorpresa.
Se riesco farò anche un video sul canale YouTube di italiano semplicemente. Ebbene sì, italiano semplicemente ha anche un canale YouTube e leggendo anche i sottotitoli potrete leggere ed ascoltare nello stesso tempo, che è uno degli esercizi più utili per imparare la lingua italiana.
A presto allora.
Ciao.
Giovanni: Buon giorno ragazzi.
Nell’episodio di oggi ripassiamo qualche espressione italiana e lo facciamo parlando del MATE, una tipica bevanda argentina. È molto diffusa anche in Paraguay, in Uruguay e in Brasile.

Questo episodio è un modo per ringraziare tutte le persone argentine che hanno fatto una donazione a favore di italiano semplicemente. Non sarò solo oggi a parlare. Ho una sorpresa per voi. Mi farà compagnia un argentino, un vero argentino, Javier. Lui meglio di me potrà pronunciare le parole più tecniche.
Di tanto in tanto io e Javier in questa puntata di italiano semplicemente utilizzeremo una espressione tipica italiana (lo faremo 30 volte) e inserirò ogni volta un collegamento ipertestuale (cioè un link) nell’articolo per chi abbia voglia di leggere o ascoltare la spiegazione delle singole espressioni.
Inoltre vedremo alcuni termini e verbi molto particolari.
E lo faremo finché non sarete stanchi, finché non starete alla frutta. Questa è la prima delle trenta espressioni che ripassiamo oggi. Le riconoscete per via del link nella trascrizione.
Il mate dunque è una tradizionale bevanda argentina. Si tratta di un infuso. Un infuso è appunto una bevanda, e significa versato sopra, versato dentro o immerso in un liquido. Anche il tè e la camomilla sono due infusi ed esempio, i più diffusi in Italia.
Il mate fa parte quindi della tradizione argentina. Ma perché si chiama così?
Curioso che la più diffusa tradizionale bevanda argentina abbia un nome che in spagnolo significhi compagno. Forse perché il rituale del mate crea il clima perfetto per lunghe conversazioni e anche se soli questo è un buon compagno per le persone che vogliono semplicemente pensare o ingannare semplicemente il tempo.
Se devi stare a casa da solo tanto vale stare bene. Ho saputo che in America del sud le persone sono mediamente più felici che altrove nel mondo. Forse è merito anche del MATE.
Vediamo un po’ la preparazione: È una bevanda che si fa con le foglie secche e sminuzzate della pianta Yerba Mate, un arbusto.
Sminuzzare significa tagliare in pezzi molto piccoli, in pezzi minuti, cioè piccoli. Si comincia a tagliare e a furia di tagliare le foglie alla fine diventano quasi una polvere. Ho detto pezzi minuti. Questo aggettivo è particolare perché si usa anche per le persone, quando si descrive una persona minuta, cioè piccola, ma non bassa, piuttosto dalla piccola corporatura. Ma le cose che possono essere sminuzzate sono normalmente le erbe e le cose che si usano in cucina.
Allora come si prepara questa bevanda? Per prima cosa si raccolgono le foglie della pianta che poi vengono fatte essiccare per molte ore. In questo modo diventando foglie secche.
Essiccare significa proprio far diventare secche e il fenomeno si chiama essiccazione.
Poi le foglie secche vengono spezzettate in modo tale che possano essere utilizzate facilmente per preparare l’infuso.
Infine queste foglie, sminuzzate cioè spezzettate, si sottopongono ad una lieve torrefazione che le rende maggiormente aromatiche.
La torrefazione, anche detta tostatura è un processo di arrostimento, che sottopone qualcosa, come delle foglie, ad elevata temperatura, in maniera tale da disidratarle, cioè togliere l’acqua. Potremmo dire asciugare le foglie fino all’essiccatura.
La torrefazione è un processo utilizzato anche per la preparazione del tabacco (in quei caso si fa per diminuirne il contenuto di nicotina).
Preparare la yerba mate nella gran parte delle case argentine è un vero e proprio rito, un po’ come da noi in Italia preparare il caffè. Un momento di piacere da trascorrere in compagnia. Cosa meglio del MATE come compagno? Il nome parla da solo in effetti.
Javier: La Yerba si usa, cioè si beve in due modi diversi. Possiamo quindi optare per due diverse possibilità di preparazione:
1) Mettere le foglie secche (1 cucchiaio per ogni tazza) in un contenitore e lasciare le foglie secche in infusione per alcuni minuti in acqua bollente. Lasciare in infusione significa lasciare immerse nell’acqua, in modo che l’acqua si impregni del sapore delle foglie. Poi si deve fíltrare (lo stesso procedimento che si usa per fare il tè). Si usa ovviamente un filtro. E questo è il modo di preparare il “Mate Cocido”.
2) La yerba mate si mette in un apposito contenitore chiamato “mate”, come la bevanda. C’è una cannuccia apposita chiamata bombilla dalla quale sorseggiare con calma la bevanda calda senza necessità prima di filtrarla. Sorseggiare significa bere un sorso alla volta, e sorseggiare si usa per indicare il piacere che si prova quando si assapora qualcosa. Infatti quando non si vuole sentire il sapore di una bevanda perché ad esempio non ci piace allora o non la beviamo, oppure la beviamo molto velocemente, senza sorseggiarla, senza assaporarla quindi.
Questa seconda modalità di preparazione é la forma piu utilizzata ed é il mate propriamente detto.
La Yerba mate ha un sapore amaro e un odore molto caratteristico. Il suo gusto è accostabile a un piatto dolce, tanto quanto ad uno salato.
Il suo gusto è accostabile, cioè si accosta bene, si sposa bene sia con piatti dolci che salati.
Giovanni: Evidentemente non c’è quindi un piatto ideale, un piatto per cui possiamo dire che è la morte sua, che si sposa cioè perfettamente con il mate.
Si dice che questa bevanda abbia enormi benefici energetici e stimolanti. Javier che ne pensi? Cosa serve per fare la Yerba Mate?
Javier: Per la preparazione del mate bisogna avere a disposizione:
• un mate, come abbiamo detto prima, ovvero un apposito recipiente realizzato con una zucca, oppure può essere di metallo, di ceramica o di legno, ed il mate viene usato sia per preparare l’infuso, sia per berlo. Quando si compra un mate nuovo è necessario che venga “curato“, o “trattato” prima di essere utilizzato onde evitare odori indesiderati della bevanda.
Per curare il mate bisogna riempirlo di erba, versarvi acqua calda e lasciarlo in infusione per una intera giornata. Il giorno successivo si svuota il mate e si ripete il procedimento; la stessa cosa va fatta molti giorni, meglio se per una settimana di fila. In questo modo il mate si impregna del sapore dell’erba ed elimina sapori estranei.
Il mate si impregna cioè assorbe il sapore dell’erba e quindi prende il suo sapore.
• un altro elemento necessario è poi la “bombilla”, cioè si è detto una specie di cannuccia di metallo che da un lato ha l’imboccatura, (dal lato che va in bocca) e dal lato opposto c’è un filtro per impedire alle foglie di erba mate di entrare nella cannuccia stessa.
Il filtro può essere costituito semplicemente da una chiusura bucherellata, cioè piena di buchi, di piccoli buchi. Notate che una cosa bucata ha un solo buco, ragion per cui se una cosa ha invece molti piccoli buchi si dice che è bucherellata e non bucata.
• ovviamente abbiamo bisogno dell’yerba mate può essere preparata “con palo” (con il picciolo) o “sin palo” (senza picciolo). Il picciolo è la parte della pianta che unisce la foglia alla pianta stessa. Esiste anche il picciolo della mela, della pera, delle ciliegie e in generale per la frutta. Ma evidentemente possiamo parlare anche del picciolo per le foglie.
Ebbene, l’erba con palo ha un sapore più deciso e più amaro; l’erba sin palo ha un sapore invece più morbido. Evidentemente questo picciolo ha un sapore amaro.
• serve anche un recipiente dove scaldare l’acqua, cioé quella che in Argentina ai chiama la “Pava”. (In Italia useremmo una banale pentola).
•poi si usa anche un contenitore termico, per mantenere calda l’infuso per tutta la durata della mateada (cioè la bevuta del mate).
Una curiosità, esiste il verbo “Cevar”. “Cevar Mate”
Cebar mate è l’espressione tipica che significa “preparare il mate e servirlo”; si tratta di un vero e proprio rito, una tradizione ed è una procedura guidata dal cebador.
Dopo essere stato riempito d’erba, il mate viene tappato con la mano. Si mette la mano sopra quindi e poi viene agitato il mate e capovolto, a testa in giù. In questo modo sul palmo della mano con cui viene tappato si deposita della polvere che va eliminata. Questa è una cosa molto interessante.
Poi vi viene versata sopra l’acqua calda, ma attenzione perché l’acqua non deve mai bollire. L’acqua va versata poi sempre nello stesso punto, in modo da inumidire solo una parte delle foglie di mate e lasciarne asciutta un’altra parte.
Nel punto in cui si è versata l’acqua si inserisce la bombilla, che non andrà mai spostata in seguito.
Giovanni: Bene, un procedimento non troppo facile mi sembra. Io mi incasinerei facilmente. E comunque meglio spiegare tutte le istruzioni attentamente, non sia mai alcuni argentini si lamentino per come abbiamo spiegato la preparazione. Cercherò di farlo senza meno. Con l’aiuto di Javier.
Javier: Il cebador comunque beve per primo il mate, aspirando l’infuso con la bombilla fino ad esaurirlo e provocare anche il tipico rumore che fa una cannuccia quando finisce il liquido aspirato.
Giovanni: Evidentemente questo non è giudicato come sbagliato, non rappresenta una cosa che non si fa perché è maleducazione. In Italia infatti sin da piccoli ci insegnano che fare rumore succhiando con la cannuccia è una cosa che non va fatta perché è indice di maleducazione. Ma del resto ogni paese ha la sua cultura, bisogna prenderne atto senza giudicare.
Javier: A questo punto, una volta che il cebador ha bevuto si aggiunge altra acqua e il cebador passa il mate a chi è seduto alla sua sinistra che lo beve a sua volta fino in fondo e lo restuisce al cebador, che aggiunge altra acqua e lo passa al secondo invitato, poi al terzo, e cosí via.
Si continua così facendo circolare il mate anche per ore.
Le foglie inizialmente lasciate asciutte sono una specie di riserva: quando le prime foglie sono ormai esaurite, si bagnano le seconde per continuare la mateada e il cebador potrà anche spostare la bombilla nel nuovo punto di infusione. Alla fine la yerba mate sarà interamente sfruttata: si tratta ormai di mate lavado (“cioè di mate lavato, slavato”).
Giovanni: ma il mate è amaro o dolce Javier?
Javier: Il mate si puo bere sia amaro che dolce, aggiungendo ovviamente zucchero all’acqua o direttamente nel recipiente.
Giovanni: ah ottimo!
Grazie Javier di aver soddisfatto questa mia curiosità. Javier è un membro dell’associazione italiano semplicemente e solo grazie a lui è stato possibile realizzare questa puntata speciale. Avete sentito che Javier parla molto bene l’italiano.
Adesso però la mia curiosità è aumentata e dovrò chiedere assolutamente a qualche argentino di farmi assaggiare questo mate. Lo farò non appena me ne capiterà uno a tiro. Javier se n’è già andato purtroppo!
Tra l’altro mi é venuto un desiderio esagerato anche di prepararlo oltre che di assaggiarlo!
Ci proverò a cercare qualcuno che me lo faccia assaggiare, almeno. Tentar non nuoce. Male che va proverò a prepararlo da solo acquistando il mate personalmente sperando che il prodotto finale non lasci a desiderare. Al che io diventerò molto triste, in questo caso, e la qualità degli episodi di italiano semplicemente peggiorerà di conseguenza, con buona pace dei visitatori stranieri che vogliono imparare l’italiano. Ed allora, a quel punto, qualcuno forse mi regalerà il mate di migliore qualità. Speriamo!
Forse qualcuno mi dirà che ci vuole una certa faccia di bronzo per chiedere dei regali, ma questo era l’unico modo di usare questa espressione. Comunque stavo scherzando, infatti credo che assaggerò il mate quando andrò in Argentina un giorno: Vuoi mettere? Sarà tutta un’altra emozione.
Bene, siamo al capolinea di questo episodio. Spero vi sia risultato utile.
Almeno ora, voi come me, conoscete vita, morte e miracoli del MATE.
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Buon giorno amici di Italiano Semplicemente, io sono Giovanni e vi do il mio benvenuto sul sito italianosemplicemente.com, un sito dove potete imparare l’italiano, e soprattutto dove potete imparare a comunicare e parlare in italiano. Cerchiamo di farlo nel modo meno noioso possibile, evitando spiegazioni complicate.

Oggi voglio spiegarvi una espressione che gli stranieri non usano mai, ma che vi risulterà molto utile.
L’espressione è “prendere atto”
Non si tratta, vi dico subito, di una espressione di tutti i giorni, di quelle che gli italiani usano quotidianamente, ma piuttosto di una espressione molto usata al lavoro, soprattutto allo scritto. Ovviamente stiamo parlando di lavori in cui si fanno comunicazioni in forma scritta e con un certo livello di formalità.
L’espressione in molte famiglie si usa anche al di fuori dell’ufficio, ma questo non avviene in tutte le famiglie italiane; diciamo solo in quelle più istruite.
Ma passiamo subito alla spiegazione. “Prendere atto” contiene innanzitutto il verbo prendere. Si tratta di un verbo usato da tutti, anche dagli stranieri. E’ un verbo molto usato perché prendere significa afferrare, quindi per prendere un oggetto basta allungare una mano e afferrare un oggetto. Se ti dico: “Prendi questa mela!” tu puoi allungare la mano verso di me e prendere, afferrare la mela. Semplice quindi.
Ma prendere è un verbo molto usato anche in moltissime espressioni idiomatiche e anche molto usato per costruire tantissime frasi dove non si usa il verbo nel modo che abbiam visto prima, per afferrare gli oggetti.
Possiamo infatti prendere anche cose immateriali, che non si toccano. Posso “prendere in considerazione” qualcosa, ad esempio, cioè semplicemente “considerare”, “tenere in considerazione” qualcosa. Tra l’altro questa frase ha un significato molto simile a prendere atto di qualcosa.
Posso prendere un autobus, cioè salire su un autobus, come anche un treno, un taxi, una bicicletta eccetera.
Posso “prendere una decisione”, dove si usa il verbo prendere nel senso di assumere una decisione, decidere cosa fare, risolvere una situazione di incertezza.
Posso “premdere in giro” qualcuno, cioè ridere di qualcuno, fare delle battute su di lui, posso “prendere coscienza”, che significa svegliarsi, oppure risvegliarmi da una situazione di incoscienza. Il verbo prendere quindi si usa in una moltitudine di occasioni diverse: quando si prende qualcosa con le mani, oppure quando si fa proprio qualcosa, come una decisione appunto, oppure in senso figurato e con un senso molto diverso dal significato proprio del verbo. A volte si fatica molto a capire il motivo per cui si usa questo verbo, come prender in giro, “prendere alla larga” un argomento eccetera. In realtà non si deve molto riflettere sul motivo per cui usiamo questo verbo, perché gli italiani non lo fanno, ed io adesso sto cercando di spiegarvi qualcosa sulla quale non ho mai realmente riflettuto. Bisogna semplicemente fare l’abitudine ad usare certe espressioni, e col tempo diventerà naturale.
Nel caso della frase di oggi abbiamo “prendere atto”. Che significa “considerare come un dato acquisito”, oppure “tener conto al fine di prendere delle decisioni”. Non è facile sostituire “prendere atto” con un’altra frase di identico significato.
Prendere atto ha un significato preciso: se tu sei la mia fidanzata ed io ti dico ad esempio:
Il nostro rapporto è finito. Devi prendere atto di questo e cercare un’altra persona
Ti voglio dire che devi prendere atto di quello che ti ho detto, devi cioè considerare quello che ti ho detto come una realtà da accettare, cosicché le tue decisioni future non possano prescindere da questo (vedi anche farsene una ragione).
Prendere atto di qualcosa implica che da ora in poi bisogna sempre pensare a questo e capire che non c’è più nulla da fare per cambiare le cose. Possiamo solo prendere le nostre decisioni future considerando questo fatto, questa cosa di cui stiamo prendendo atto, come un fatto acquisito, come una realtà da accettare.
Spesso infatti l’espressione si usa quando si deve dire che bisogna accettare una realtà, anche se è difficile farlo. Non possiamo cambiare le cose, quindi l’unica cosa che possiamo fare è prenderne atto.
Vedete che non si tratta in fondo di una frase formale. Per quello che ho detto finora si può usare in molte occasioni diverse, al lavoro, in famiglia e nelle relazioni sociali di qualsiasi tipo.
Spesso si usa anche semplicemente per dire che una persona accetta qualcosa. Ecco, il verbo “accettare” può essere usato al posto di prenderne atto.
Tua figlia si sposa? Accettalo, devi accettarlo. Cioè, devi prenderne atto. Prendi atto di questa realtà. Accettala così com’è, perché così non soffrirai più.
Accettare ovviamente è molto più usato in queste occasioni non lavorative. Ma al lavoro se dobbiamo scrivere un documento o una comunicazione formale non possiamo scrivere “accettare”, anche perché accettare ha diversi significati: accettare un’offerta ad esempio ha un altro significato di “accettare un compromesso” o di “accettare le conseguenze di qualcosa”.
Prendere atto in questi casi è la forma migliore per comunicare l’accettazione di una realtà al fine di prendere delle decisioni future. In questi casi formali però non stiamo parlando necessariamente di cose negative che accettiamo a malincuore,
Usiamo questa frase invece ogni volta che veniamo a conoscenza di qualcosa di importante che influenza il nostro comportamento. Se usiamo questa espressione vogliamo comunicare che abbiamo ricevuto una informazione e ora siamo a conoscenza di questa informazione, e quindi “ne prendiamo atto”.
La frase è neutra, non stiamo esprimendo dispiacere o piacere. Stiamo solo dicendo che siamo venuti a conoscenza di qualcosa e la teniamo in considerazione, la consideriamo per il futuro.
Vediamo alcuni esempi:
Sono un’azienda che produce caldaie e scriviamo ad un cliente che si è lamentato per un inconveniente tecnico durante l’istallazione della caldaia: Gli rispondiamo così:
Gentile cliente, la ringraziamo per averci contattato. In merito all’inconveniente, ne prendiamo atto e ci scusiamo per quanto accaduto.
In questo caso “si prende atto” di quanto accaduto. E’ una formula cordiale per dire che la comunicazione del cliente non è stata inosservata. Invece ne prendiamo atto, perché per noi è importante.
Se invece io lavoro in una istituzione pubblica e ho ricevuto delle osservazioni su un documento, dei pareri da altre istituzioni, posso rispondere:
Si prende atto delle osservazioni arrivate al fine di apportare le modifiche al documento.
Si prende atto delle osservazioni, cioè ne terremo conto, le terremo in considerazione per il futuro, quando dovremo apportare le modifiche al documento sul quale sono state fatte le osservazioni.
Anche il verbo Considerare si avvicina molto a prendere atto. Quando si fa un ragionamento si può decidere di considerare qualcosa, cioè di tenere in considerazione qualcosa che riteniamo importante. Come dicevo prima “prendere in considerazione” ha un significato simile a prendere atto.
Si prende atto di qualcosa. Importante usare la giusta preposizione, che in questo caso è di, del, delle, dei, degli.
Prendo atto della tua decisione;
Prendiamo atto della vostra dichiarazione;
Prendiamo atto volentieri delle tue volontà;
Mi auguro prendiate atto di tutte le nostre osservazioni;
Se prenderete atto dei nostri consigli ve ne saremo lieti;
Se la Francia non dovesse prendere atto delle decisioni del governo Italiani ci saranno forti ripercussioni politiche;
Dovete prendere atto del risultato elettorale ed accettare la sconfitta
Tenete presente che in tono confidenziale, se dite che prendete atto di qualcosa la frase potrebbe sembrare un po’ fredda. Infatti la caratteristica di neutralità della frase, l’assenza di emozioni che c’è nella presa d’atto, può essere utilizzata volontariamente per sembrare offesi, freddi, distaccati dalla persona con cui parlate, proprio per comunicare una sensazione di freddezza.
Ah mi vuoi licenziare? Hai detto che non lavoro bene? Bene, ne prendo atto e da domani mi metto alla ricerca di un altro lavoro.
Come? Non mi ami più? Ne prendo atto e me ne vado.
A volte quindi si usa proprio per prendere le distanze dal nostro interlocutore, per comunicare freddezza e distacco dalla persona con cui parliamo.
Al lavoro invece vi consiglio di usarla perché una “presa d’atto”, così si chiama, è qualcosa di molto adatto alle comunicazioni di lavoro.
Spesso si tratta di qualcosa di molto formale, ma non ci sono problemi ad usarlo in email e scambi di opinioni.
Spesso si dice “prendere atto di un fatto”, cioè la parola fatto si associa molto spesso alla presa d’atto.
Devi prendere atto di un fatto: non sei più un bambino e devi guadagnarti da vivere!
La parola “atto” si riferisce al significato di atto inteso come relazione scritta, un resoconto, un rapporto, un verbale, insomma un documento che viene letto e quindi leggendolo si viene a conoscenza di qualcosa che si deve tenere nella dovuta considerazione.
Anche questo è un modo per sostituire la frase “prendere atto”: tenere qualcosa nella dovuta considerazione.
Posso anche dire: “prendere nota” cioè annotare, segnare da qualche parte. Ma prendere nota è più informale, somiglia più a segnarsi qualcosa, annotarsi un appunto, senza troppa considerazione in fin dei conti. Prendere atto è un po’ più serio come concetto.
Prendo anche atto che probabilmente vi state stancando di questa spiegazione e se ne prendo atto non posso continuare ancora, quindi vi saluto tutti, vi ringrazio per l’attenzione
Grazie a tutti, associati, donatori e visitatori occasionali.
Ciao.
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Spieghiamo una espressione italiana ironica, che è bene conoscere ma che non vi consiglio di usare. Non è una parolaccia ma può essere offensiva se usate il tono sbagliato. Episodio senza trascrizione (per ora) registrato durante un viaggio in automobile.

Buongiorno ragazzi, buongiorno amici di Italiano Semplicemente, e benvenuti in questo nuovo episodio.
Oggi spieghiamo una nuova frase idiomatica. Non so se si può chiamare effettivamente una frase idiomatica quella di oggi: è piuttosto un’espressione normalmente utilizzata da più o meno tutti gli italiani, di ogni tipo, di ogni estrazione sociale, religione, eccetera. Probabilmente c’è qualche categoria di italiani che la usa un po’ più degli altri; adesso vi spiegherò quale di queste categorie la usa di più.
L’espressione di oggi, ad ogni modo, è “senza meno”. Sono semplicemente due parole, di cui voglio spiegare il significato prima di passare alla spiegazione dell’espressione.
Dunque, “senza meno”: la prima parola è “senza”. “Senza” esprime la mancanza di qualcosa. Ad esempio, una pasta senza parmigiano vuol dire che la pasta è priva di parmigiano. Se vai al ristorante e ordini un piatto di pasta, puoi dire al cameriere: “Per favore, la vorrei senza parmigiano” oppure “senza formaggio”, eccetera. Quindi, “senza” esprime una mancanza, ok? La mancanza di cosa, in questa frase? La mancanza di “meno”.
“Meno” di per sé esprime una mancanza, oppure meglio ancora, esprime una quantità; quindi la mancanza, “senza”, esprime, abbiamo detto, la mancanza, cioè vuol dire che non ci deve essere qualcosa, ok? “Meno”, invece, significa che ci si sta riferendo a una quantità. Questo almeno è il significato della parola “meno”, che è il contrario di “più”, ok? A una quantità che va ridotta, va diminuita, va decrementata, detta in termini tecnici.
Di conseguenza, possiamo dire, ad esempio, sempre se vai al ristorante e ordini un piatto di pasta, potresti dire: “Scusi, cameriere, vorrei un piatto di pasta con meno parmigiano”, cioè con una quantità inferiore di parmigiano. Oppure, se vedi che il cameriere mette una quantità troppo abbondante di parmigiano, puoi dire al cameriere: “Ne vorrei un po’ di più” oppure “Ne vorrei un po’ di meno”. Bene, quindi “meno” esprime una quantità.
Ma allora, la frase “senza meno” che cosa significa? Se dovessimo analizzare il significato esplicito di queste due parole messe una di seguito all’altra, “vorrei vedere senza meno”, cioè il “meno” non dobbiamo metterlo: è come negare la parola “meno”. Quindi, “senza meno” tecnicamente significherebbe “di più”, ok? Di più, ma di più che cosa? Abbiamo capito che mettere insieme il significato di queste due parole non ci aiuta. Ci aiuta, infatti, sapere come si utilizza questa frase per capirne il significato.
Vi faccio un esempio. Ammettiamo che ci siamo in ufficio e che io abbia un dirigente che devo aiutare a risolvere delle situazioni, dei problemi, devo fare il mio lavoro, e il mio dirigente mi chiede di fare qualcosa, ad esempio di produrre un documento. Allora mi potrebbe dire: “Giovanni, c’è da fare urgentemente questo documento, che vogliamo fare? Mi aiuterai?” Io potrei dire: “Ok, non c’è problema”, ma potrei anche rispondere “senza meno”, potrei anche dire “l’aiuterò senza meno”.
E bene, questa risposta cosa significa? Significa, ok, ti aiuterò senza altro, ok? “Senza altro” o “dire sicuramente”, “senza altro” è abbastanza simile. “Senza meno, mi aiuterai”, “senz’altro”, è un altro modo di dire “ok”. Vuol dire “senza dubbio”, quindi “senza dubbio ti aiuterò”, “senz’altro ti aiuterò”. È un modo di dire “sì”, è un modo di dire “ok”.
Ma perché si dice “senza meno”? E quali sono le differenze con “senz’altro” e “senza dubbio”? Dipende dalla cosa che vogliamo sottolineare. Questa cosa potrebbe essere appunto la certezza di quello che diciamo, e questo lo diciamo meglio esprimendoci con la frase “senza dubbio”. Però, se si dice “senza dubbio”, in realtà può significare che noi siamo sicuri di qualcosa di cui però non abbiamo la certezza assoluta.
In realtà, “senza dubbio” vuol dire “con dubbio”. Ad esempio, se io dico: “Adesso sono partito da Perugia per arrivare a Roma, il mio navigatore dice che arriverò tra un’ora e 43 minuti, ma senza dubbio arriverò entro due ore”, ma non ne ho la certezza. Io “senza dubbio” posso dirlo perché sono praticamente sicuro di questo, ma non posso avere la certezza al 100%. Ho quasi la certezza. “Senza dubbio arriverò”, ma chiamando in causa il dubbio vuol dire che in realtà un dubbio c’è: sono quasi sicuro, ma non ho la certezza assoluta.
Se si risponde “sì” oppure “ok, certamente” si vuole esprimere ancora di più la certezza di qualcosa che potrebbe accadere in futuro, quindi “sì, ok, sicuramente, certamente” esprime una certezza maggiore. “Senza dubbio” vuol dire che noi siamo sicuri, ma che in realtà potrebbe non essere vero e la probabilità è molto alta, ma non è al 100%.
“Senz’altro” è un termine un po’ più informale. “Senz’ltro” si scrive, se si scrive, “senz’altro”, cioè l’abbreviazione di “senza altro”. “Ti aiuterò senz’altro” è una risposta che si dà in modo abbastanza informale e molto discorsivo come termine, e si usa quando appunto si sta esprimendo una certezza all’interno di un discorso.
Lunedì parlerò con il mio dirigente e cercheremo di convincerlo della mia tesi, e senz’altro riuscirò a convincerlo, come sono sempre riuscito a fare. Ci riuscirò senz’altro.” “Sei sicuro che ci riuscirai?”
“Senz’altro, non c’è nessun problema, non c’è nessun dubbio su questo, ci riuscirò senz’altro.”
È molto discorsivo. Non avviene in genere, quantomeno non molto frequentemente, che “senz’altro” sia una risposta secca, ma si può rispondere “senz’altro” come risposta secca, come risposta semplice, senza aggiungere altro.
Nota che, ad ogni modo, anche “senz’altro”, pur essendo più discorsivo di “senza dubbio”, esprime comunque una certezza non assoluta, ok? “Senz’altro” vuol dire “io credo di sì, credo fortemente di sì”, come “senza dubbio”. Con “senza dubbio” si vuol dare più la certezza che quella cosa avverrà, “senz’altro” è la stessa cosa, semplicemente più discorsivo.
Ma la frase di oggi era “senza meno”.
“Senza meno” ha un’eccezione particolare, si usa in determinate circostanze e io sinceramente non vi consiglio molto di usarlo. Quindi è bene sapere cosa significa, ma state attenti perché a volte si usa in modo ironico.
Quindi, se qualcuno risponde “senza meno”, il significato è “farò il massimo”, quindi è riferito a un’azione personale, non alla probabilità che si verifichi un evento. In realtà si risponde in questo modo quando si vuole, ad esempio, dire che qualcuno ci chiede un aiuto e noi vogliamo rispondere che sicuramente faremo tutto ciò che è nelle nostre possibilità per raggiungere quell’obiettivo.
Quindi si esprime una volontà, la volontà di fare qualcosa. Se qualcuno ci fa una domanda alla quale dobbiamo rispondere fornendo ad esempio la nostra disponibilità nel risolvere un problema, “senza meno” significa sicuramente, sicuramente farò il massimo, sicuramente non lascerò nessun particolare.
È un giro di parole un po’ strano, però “senza meno” significa esattamente questo. Però spesso è ironico, Si può anche rispondere in questo modo: è una risposta un po’ che si dà quando in realtà non si è molto convinti, che quando non si è molto convinti di fornire un certo aiuto, ma si vuole dare la sensazione che il nostro aiuto sarà in realtà un aiuto poco convinto, poco credibile.
“Credici che ti aiuterò, ma molto probabilmente non lo farò.” Ma a volte significa anche questo. Significa: “Sì, sì, vedrai che ti aiuterò! Contaci, perché ti aiuterò.” In realtà, molto spesso è utilizzato per dire il contrario.
Ad esempio, se un tuo amico ti chiede: “Allora, il mio direttore mi ha promesso che dentro il prossimo mese mi darà una promozione. Tra l’altro l’ha già data a tutti i miei colleghi, questa promozione, il loro stipendio è aumentato, mancavo soltanto io, sono l’unica persona del mio ufficio alla quale non è stata data una promozione.”
Quindi finalmente il mio direttore mi ha detto, dopo che io mi sono lamentato: “La darò anche a te.” Ma se il mio amico mi dice una cosa del genere, io non sono convinto di questo; se io credo che in realtà il tuo direttore non farà questo, allora la mia risposta potrebbe essere: “Sì, sì, vedrai che te la darà senza meno!”
Avrei potuto rispondere: “Te la darà senz’altro.” Avrei potuto rispondere: “Te la darà senza dubbio.” ma in realtà non è abbastanza ironico rispondere in questo modo, e quindi rispondo “senza meno”: “Senza meno il tuo direttore ti darà la promozione, vedrai che ti darà la promozione.”
E quindi questa è una risposta ironica, è una risposta che sottintende in realtà il convincimento contrario, il convincimento opposto. Si sta dicendo “non è vero”, si sta dicendo un’altra cosa in realtà.
Quindi “senza meno” è un’espressione abbastanza ironica, è usata ovviamente a livello informale. Non utilizzatela a livello professionale con degli italiani, perché loro avvertiranno la presenza di una velata ironia.
Ovviamente, se sei uno straniero che si esprime in questo modo, “senza meno”, l’italiano potrebbe avvertire che conosci talmente bene la lingua italiana da aver capito anche cosa significa l’espressione “senza meno”. Oppure, l’italiano farà un sorriso e dirà: “Questo straniero sta usando questa espressione, ma non si è reso conto di quello che sta dicendo.”
Quindi ci potrebbe essere una reazione un po’ anomala da parte dell’italiano, che potrebbe darti un’occhiata un po’ strana, come a verificare che tu in effetti abbia detto una frase ironica oppure semplicemente che tu non l’abbia fatto apposta.
Usare certe espressioni metterebbe sicuramente il sospetto da parte dell’italiano che quello che tu hai appena detto abbia un contenuto ironico, e questa probabilità aumenterà all’aumentare della conoscenza della lingua italiana da parte di questo straniero. Se questo straniero parla benissimo l’italiano, allora l’italiano penserà: “Allora questo straniero conosce anche le espressioni idiomatiche e conosce anche la cultura italiana”, e quindi sarà portato a pensare che “senza meno” abbia un significato ironico.
Se invece lo straniero parlerà male l’italiano, perché fa un sacco di errori grammaticali, sentire utilizzare questa espressione farebbe pensare all’italiano che lo straniero in realtà non sa esprimersi, non ha capito bene il significato di “senza meno” e quindi si farà probabilmente una risata o farà un sorriso. Da questo sorriso si capisce che l’italiano non è convinto del fatto che tu abbia utilizzato correttamente questa espressione.
Potrebbe anche rispondere l’italiano: “Perché? Perché ‘senza meno’? C’è qualcosa che non va? C’è qualcosa di cui non sei convinto? La tua è una risposta ironica?” Potrebbe anche dire questo, volendo, l’italiano. Quindi, state attenti ad utilizzare questa espressione.
La lingua italiana, come sapete, se non lo sapete vi avverto, ha moltissime, moltissime caratteristiche di questo tipo. Ha delle espressioni, come probabilmente anche altre lingue, delle espressioni che hanno un certo significato e molte di queste si usano in contesti ironici. Quindi frasi come “senza meno”, come “figurati”, come… ci sono molte altre espressioni che si utilizzano per esprimere una certa ironia.
Tra l’altro, gli italiani usano molto anche il linguaggio dei gesti, quindi a volte, quando una parola non è abbastanza esplicativa, la accompagnano con un gesto. Quindi “senza meno” non ha bisogno di essere accompagnata da un gesto, è di per sé abbastanza esplicita. Quindi “senza meno” ha un significato ironico, questo tenetelo presente.
Adesso, se volete, facciamo un piccolo esercizio di ripetizione. Non è particolarmente difficile pronunciare questa coppia di parole, perché non contiene doppie, non contiene “r”, una consonante che potrebbe far emergere dei problemi di pronuncia agli stranieri, come spesso accade, non so, ad esempio ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi. Quindi, non avendo una “r” e non avendo delle doppie, la frase “senza meno” è abbastanza semplice da pronunciare.
Quindi potete ripetere dopo di me:
Senza”. “Senza”, attenzione, perché “senza” alla lettera “z” si pronuncia con la “z” dolce, quindi si dice “senza” in questo caso, e non si dice “senza” con la “z” dura.
Come sapete, l’italiano ha una doppia modalità di pronunciare la lettera “z”: c’è la “z” dolce e la “z” dura. “Senza” in questo caso la pronuncia è “senza”, come in “costanza”, come… non so, adesso non mi vengono in mente altre parole con la “z”. Ad ogni modo, la pronuncia è “senza”, “senza meno”, “senza meno”. “Meno” non ha, credo, nessuna difficoltà di pronuncia.
L’unica difficoltà può venire dalla lettera “z”. Per esempio, nella lettera “z” la pronuncia della parola “z” è con la “z” dura, non è “z” come potrebbe dire uno spagnolo, ma è “z”. Quindi “senza”, “senza”, “senza” è corretto, invece “senza” con la “z” dura è scorretto, non va bene.
Quindi vi dico: “senza, senza, senza meno, senza meno, farai questo lavoro entro domani.” “Senza meno.” “Lo farò senza meno.” “Non è vero che lo farete?” “Lo farò senza meno.” “Ti impegnerai per vincere la partita di domani?” Voi non avete molta voglia di impegnarvi, allora rispondete: “Sì, sì, mi impegnerò senza meno.” Mi sforzerò al massimo, significa “senza meno”. Ma è ironico.
“Farai del tutto per finire il lavoro entro domani?” “Senza meno.” Che è “senza meno”, cioè “non mi risparmierò”.
È tutto per oggi, ragazzi. Restate con noi e scusate, oggi è stata una registrazione con un po’ di rumori di fondo, perché sto facendo questa registrazione durante un viaggio verso Roma. Mi sono detto: “Perché no? Perché non utilizzare i tempi morti?” Questo per me è un tempo morto, quindi credo che comunque vi faccia piacere ogni tanto ascoltare podcast di questo tipo.
Non farò una trascrizione (NOTA: non subito, ma se state leggendo allora vuol dire che l’ho realizzata in futuro), di conseguenza oggi dovete accontentarvi di questa spiegazione orale. È stato comunque un piacere. Adesso cercherò di impegnare la prossima ora in altro tipo di attività, probabilmente ascolterò qualche podcast in francese, qualche podcast in inglese e qualche altro in tedesco, le lingue che sto studiando ultimamente, e cercherò di impegnarmi senza meno. Posso avere qualche distrazione sicuramente.
Ciao ragazzi!

È possibile ascoltare il file audio in formato mp3 tramite l’audiolibro in vendita su Amazon (Kindle o cartaceo)
Ciao ragazzi e benvenuti all’ascolto di questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente. Oggi vediamo l’espressione idiomatica “si fa per dire” e ringrazio Ulrike, un avvocato di Berlino fedelissima ad italiano semplicemente per avermi proposto questa spiegazione.
Prima della spiegazione vi do le ultime notizie. Finalmente è nata l’associazione culturale che si chiama esattamente come il sito: Italiano Semplicemente.
Naturalmente tutti possono iscriversi all’associazione, italiani e stranieri. E’ un progetto pensato per gli stranieri, sin dal 2015 quando è nato il nostro sito, quindi ci sembra giusto permettere a tutti di appartenere all’associazione.
Vi ricordo tra l’altro che è stato possibile creare l’associazione solamente grazie alle generose donazioni di tutti voi, che io ho sempre chiamato membri della famiglia di Italiano Semplicemente.
Quindi per tutti coloro che sono interessati possono aderire all’associazione Italiano Semplicemente. Da quel momento potranno accedere a tutte le lezioni del sito, quindi anche a tutte le lezioni del corso di Italiano Professionale. Stiamo comunque già lavorando anche su dei corsi speciali per aiutare i principianti della lingua, dedicati ugualmente ai membri dell’associazione. Se volete saperne di più vi invito a leggere il regolamento (lo Statuto) dell’associazione e le condizioni di adesione.
Vi aspetto numerosi dunque, per chiedere di aderire è sufficiente una email all’indirizzo italianosemplicemente – chiocciola – gmail.com.
Adesso occupiamoci dell’espressione di oggi: “Si fa per dire”
“Si fa per dire” è una espressione italiana utilizzatissima da tutti, tutti i giorni ed in ogni mento della giornata. Non credo esista un solo italiano che non abbia mai detto “si fa per dire” nella sua vita.
Per spiegare bene questa espressione, che può creare dei problemi agli stranieri, userò il solito metodo: spiegherò dunque le singole parole e il senso della frase. Poi faremo alcuni esempi ed alla fine faremo come al solito un esercizio di ripetizione per aiutarvi a pronunciare bene questa frase.
“Si fa per dire” è una frase che contiene quattro parole.
La prima è “si”. Si, senza accento, è un pronome, e nella fattispecie è una particella impersonale che si usa soprattutto col verbo dire. Impersonale significa che non si riferisce ad una persona specifica. Ad esempio:
Quindi la particella “si”, come pronome impersonale si usa appunto per parlare senza indicare una persona specifica; è un pronome impersonale, come ho detto.
“Si mangia bene in Italia” significa che in generale, chi viene in Italia, mangia bene. Chi è che mangia bene in Italia? Non ho detto che io mangio bene, e neanche che sei tu a mangiare bene o che sia un mio amico a mangiare bene. Dico invece che “si mangia bene”. Ho usato una modalità impersonale ed ho usato quindi il pronome “si”.
Nella frase “si fa per dire“, è la stessa cosa. Anche “si fa per dire” indica un’azione generica, non un’azione che viene compiuta da una persona specifica.
Vediamo che dopo il pronome “si” c’è poi il verbo fare: “si fa per dire”.
Se osserviamo l’ultimo esempio che ho fatto prima è stato:
Questo significa che in questa scuola, in generale, le persone fanno molto sport, praticano dello sport. Il verbo fare ha un senso: fare sport significa praticare sport, fare una attività sportiva. Questo è importante da dire perché nella frase “si fa per dire” invece non è così: il verbo fare: “si fa” non indica un qualcosa che si fa, come lo sport.
Ma andiamo avanti nel frattempo.
“Per dire” sono le ultime due parole della frase. “Per dire” è una coppia di parole che inizia con la preposizione semplice “per”. Per è una delle nove preposizioni semplici.
Ad esempio:
Vedete che la preposizione “per” in questi casi indica una finalità, un obiettivo da raggiungere. Si tratta di uno dei diversi utilizzi della preposizione per. Ce ne sono una decina in tutto. Per si usa in molti modi diversi. Uno di questi è appunto quella di essere una preposizione finale. E’ usata per arrivare ad una conseguenza, ad un obiettivo, o per indicare una necessità.
Andare al lavoro: questa la finalità, l’obiettivo della bicicletta: Uso la bicicletta per andare al lavoro.
Cosa occorre per parlare bene italiano? Occorre esercitarsi.
Analogamente, come posso fare per mangiare cibo di qualità? Serve venire in Italia. Se vado in Italia sicuramente mangerò bene. Ovviamente questi sono solamente degli esempi 🙂 si mangia bene anche in altri paesi del mondo, non solo in Italia.
Passiamo ora al significato della frase intera.
In virtù di quanto abbia detto sull’utilizzo della preposizione “per”, “si fa per dire”, va interpretato così: perché si fa? Si fa per dire!
Questo è l’obiettivo! Il motivo per cui “si fa” è “per dire”.
Nonostante tutto, ancora non si comprende bene però il significato.
Quello che porta fuori strada è la prima parte: “si fa”.
In effetti, come dicevo prima, in verbo fare in questa frase porta un po’ fuori strada, perché la frase dovrebbe essere “si dice per dire” che è più comprensibile.
Si dovrebbe cioè usare il verbo “dire” due volte, ma questo suona un po’ male. ”
A volte però, notate bene, si dice anche “si dice tanto per dire“. Si aggiunge quindi la parola “tanto”. Oppure anche “si fa tanto per dire” che ha lo stesso significato. Questo può aiutarvi a comprendere.
“Tanto per” si usa spesso in italiano anche in altre frasi.
Ad esempio:
Questi esempi vi fanno comprendere come “tanto per” significa quindi “solo per” o “soltanto per“. Si usa quindi per dire che una cosa non è molto importante. “Tanto per” nel linguaggio parlato si usa in questo modo.
Notiamo poi che “tanto per” che sono due parole è diverso da “pertanto” che è una sola parola ed è equivalente a “perciò”.
Quindi “si dice tanto per dire” cosa significa?
Significa “si dice soltanto per dire“, che a sua volta è equivalente a “si fa per dire“. Tutte queste frasi sono equivalenti, hanno lo stesso significato e vogliono dire che la cosa che si è appena detta non è proprio da intendere e da leggere così come è scritta, alla lettera, ma meno seriamente. Quindi “si fa per dire” serve a alleggerire una frase in termini di importanza.
Oppure la frase si usa per chiarire che quanto si è detto, per dire che è semplicemente un esempio, o soltanto un’ipotesi, nelle intenzioni di chi parla. Quando ci si accorge che quello che abbiamo detto potrebbe essere frainteso allora possiamo aggiungere “si fa per dire”. è come dire: non prestare troppa attenzione a quello che ho detto, perché ho fatto solo un esempio, oppure ho usato una frase che mi è venuta spontanea, che non va interpretata alla lettera, troppo seriamente.
Se vogliamo sostituire la frase con una equivalente possiamo dire “più o meno” o “indicativamente“.
Facciamo alcuni esempi:
C’è una partita di calcio e la tua squadra ha perso giocando malissimo. Tutti i giocatori erano stanchi e rassegnati, e l’unico giocatore che ha provare a vincere, si fa per dire è l’attaccante, che tira in porta una volta ma senza impensierire il portiere.
Quindi diciamo che l’unico giocatore che prova a vincere la partita è l’attaccante della squadra che ha perso. Il giocatore infatti ha tirato in porta senza impensierire il portiere avversario. Diciamo quindi che si fa per dire che ha provato a vincere, cioè non ha veramente provato a vincere, ma sicuramente ha fatto più dei suoi compagni che erano stanchi e poco motivati.
Secondo esempio: ora che è stata superata la crisi economica mondiale, si fa per dire, ora ogni paese del mondo deve provare ad aumentare il tasso di occupazione.
Quindi questa volta voglio dire che la crisi economica mondiale non è veramente una cosa risolta del tutto, quindi dopo aver detto: “ora che è stata superata la crisi economica mondiale” mi accorgo che la frase che ho detto potrebbe sembrare esagerata. Non è in fondo cambiato molto per i cittadini di tutto il mondo e chi aveva problemi economici ancora continua ad averne, quindi aggiungo “si fa per dire”. E’ questa una frase che può anche essere messa tra parentesi, oppure tra due virgole, una prima e una dopo, proprio perché si deve fare una pausa prima e dopo aver pronunciato questa frase.
Bene che avete tutti ma proprio tutti, si fa per dire, capito il significato di questa frase possiamo fare un esercizio di pronuncia. Ripetete dopo di me copiando la mia voce ed il mio tono.
Si fa
—
per dire
—
Si fa per dire
—
Si fa per dire
—
Grazie a tutti, ora mi piacerebbe che tutti, si fa per dire, abbiano voglia di far parte dell’Associazione Italiano Semplicemente. Vi aspetto.
Ciao ragazzi.
questo episodio fa parte dell’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon:
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Buongiorno amici, spero stiate tutti bene. Da parte mia devo dire che non c’è male, sto molto bene, sia fisicamente che moralmente.

A volte mi capita anche di non essere in forma, ma ad ogni modo non faccio sicuramente parte di quella categoria di persone che alla domanda “come stai” risponde con ad esempio: “così così” , oppure “si sopravvive“, o anche “si tira a campare” o “tiro a campare“. Molte persone rispondono proprio così: “si tira a campare”. Non so se avete mai sentito questa espressione, molto usata soprattutto dalle persone anziane, o almeno a me è capitato spesso di ascoltarla da persone con una età abbastanza avanzata.
Di espressioni simili ce ne sono molte, tra cui vivacchiare, che poi è un semplice verbo, una distorsione del verbo vivere, oppure anche la frase “vivere alla meglio“.
Tirare a campare è la frase quindi su cui voglio soffermarmi oggi. Il verbo tirare in questo caso è utilizzato in un modo veramente strano, insolito direi. Tirare qualcosa significa prendere una cosa con le mani e portare questa cosa verso di sé: tirarla a sé o tirarla verso di sé. Questo è il modo più utilizzato di usare questo verbo. Tirare quindi è il contrario di spingere. Si può tirare una corda, si può tirare una maniglia di una porta, ma si può tirare anche un sasso però, ed in questo caso tirare significa lanciare, prendere una cosa e lanciarla, tirarla lontano. Quindi è esattamente il contrario di prima. Analogamente si può tirare un calcio di rigore nel gioco del calcio, e qui tirare il rigore equivale a battere un calcio di rigore o di punizione. Non è esattamente un verbo facilissimo da usare pertanto.
Qui in questa frase “tirare a campare” si sta invece parlando della propria vita. Campare infatti significa più o meno, essere vivi, sopravvivere. Come stai? “Si campa” , “si sopravvive” , anche questa è una risposta del tutto equivalente a tirare a campare. “Si campa” significa quindi “si sopravvive“, ma “si tira a campare“, oppure se parlo in prima persona:”tiro a campare” ha un senso ancora più forte che indica uno sforzo, una fatica che si fa cercando di sopravvivere.
Infatti quando si fa fatica a fare qualcosa si può anche usare il verbo tirare in un altro modo. Posso dire “tirare avanti a fare qualcosa“. Ad esempio:
Come stai? Una risposta può essere:
“Si tira avanti“: anche questa è una risposta analoga ed equivalente a “si tira a campare“.
In altri contesti posso ugualmente usare tirare avanti. Al lavoro posso chiedere ad un collega: Come va con il tuo progetto lavorativo? Risposta:”Lo sto tirando avanti a fatica“. Cioè faccio fatica a proseguire con il progetto, riesco a portarlo avanti ma con fatica, faccio un notevole sforzo: lo tiro avanti con fatica. È come se spingessi in avanti qualcosa di pesante. Questo podcast è anche quindi una risposta a Alexandre su Twitter che mi ha chiesto il significato di “fare fatica a fare qualcosa” . Ecco, la fatica, caro Alexandre, può essere sia fisica che psicologica, cioè mentale.
Quando si fa fatica a sollevare qualcosa si tratta di fatica fisica, ma se faccio fatica a fare un lavoro mi riferisco invece allo sforzo mentale, all’impegno che devo mettere in quel lavoro, oppure alla volontà che devo mettere perché magari non mi interessa quel lavoro, non mi interessa ma qualcuno mi ha chiesto di farlo, oppure non ho la capacità di farlo, è troppo difficile. La fatica quindi può dipendere da molte cose diverse.
Nel caso di tirare a campare si fa fatica a campare, cioè a sopravvivere. Se una persona ha delle difficoltà economiche, cioè ha problemi di denaro, dei seri problemi economici, magari non ha i soldi per acquistare il cibo o per la casa o cose di prima necessità, in questo caso ha senso dire: faccio fatica a tirare avanti, oppure tiro a campare come posso, riesco a tirare a campare. In tal caso si vuole dire che nonostante le difficoltà, vado avanti, sopravvivo ma con fatica. Invece questa frase tirare a campare è spesso usata, direi in modo improprio, per dire: va bene ma potrebbe andare meglio, va bene ma ho dei problemi. Non sono soddisfatto.
Non ci sono quindi in realtà seri problemi economici legati alla sopravvivenza, problemi a mangiare o cose del genere. Oppure è solo un modo ironico di rispondere.
Alcune persone hanno infatti quasi il timore, la paura di dire che tutto va bene, che sono felici di come vadano le cose. Chissà perché. Ed allora rispondono con “si tira a campare“. Forse queste persone hanno paura di attirare troppo l’attenzione e che la loro felicità possa essere motivo di invidia da parte di chi ascolta, oppure rispondono così per non sembrare troppo esagerati e per non vantarsi. Quindi usiamo il verbo tirare: è come se noi stessi fossimo spinti a fatica in avanti, come se avessimo mille difficoltà a superare dei problemi. Ecco perché si usa il verbo tirare. È la vita stessa a cui ci si riferisce. Qui è importante l’uso della preposizione semplice “a“. Tirare a campare. È quindi simile alla frase “riuscire a vivere” o “riuscire a sopravvivere“. Ecco perché si usa la preposizione “a”. Campare non è però esattamente come vivere o sopravvivere. Campare significa avere cibo a sufficienza per sopravvivere, nonostante mille difficoltà. Tra l’altro il verbo campare è molto usato nelle espressioni idiomatiche italiane: Un altro modo di dire abbastanza diffuso è infatti “campa cavallo che l’erba cresce“. Ma questa frase la spieghiamo la prossima volta in un altro episodio di italiano semplicemente.
Insomma avete capito che tirare a campare è la frase idiomatica di oggi, non molto intuitiva da comprendere. Spero sia riuscito a spiegare bene il senso. Spero anche che non impariate ad usare questa espressione parlando di voi stessi e della vostra situazione personale, anche perché, secondo me, con questo tipo di risposte si mette anche un po’ in imbarazzo chi fa la domanda: come stai? Ci si aspetta sempre che si risponda: benissimo grazie e tu?
Ciao ragazzi ci vediamo al prossimo podcast di italiano semplicemente.
Benvenuti nel corso di Italiano Professionale. Oggi vediamo il verbo RENDERE.
Anche questo è un verbo che è quasi sempre utilizzato nel lavoro.
Vediamo quanti sono i significati del verbo rendere e quando si usa. Facciamo ovviamente degli esempi di utilizzo ed infine un esercizio di ripetizione, seguendo quindi il metodo di Italiano Semplicemente che tutti voi sicuramente conoscete. Per chi non ne sa nulla vi invito a leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente.
Dunque rendere ha un utilizzo, come dicevamo, prevalentemente professionale, ma il primo significato che trovate sul dizionario è quello di dare indietro qualcosa che si era preso o ricevuto, cioè rendere è un sinonimo di restituire. Posso quindi dire “devo rendere a Giovanni il libro che mi ha prestato”.
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Il file MP3 da scaricare e la trascrizione integrale in PDF di questo episodio è disponibile per chi ha aderito all’associazione Italiano Semplicemente
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E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 anche tramite l’audiolibro (+Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
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Mohamed: Ciao Giovanni, come stai? In classe i miei studenti mi chiedono le frasi idiomatiche che si usano in caso di figuracce. Se puoi aiutarmi a fare questa cosa sarebbe una cosa molto bella. Grazie in anticipo. ciao
Bene, ciao a tutti e grazie a Mohamed a cui voglio rispondere col podcast di oggi. Mohamed è un professore di italiano ad Alessandria d’Egitto e fa parte della redazione di Italiano Semplicemente infatti mi aiuta spesso a realizzare dei bei podcast come questo. Per rendere il podcast più interessante ci aiuterà stavolta anche Jessica, una ragazza brasiliana, ed Ulrike, una ragazza tedesca.

L’argomento del giorno sono quindi le figuracce. Cos’è una figuraccia? La figuraccia è una impressione negativa suscitata in qualcuno col proprio comportamento.
Se non avete capito ve la spiego meglio: quando fate qualcosa di sbagliato, qualcosa che invece avreste dovuto fare bene, meglio o che altre persone si aspettavano che voi faceste bene, queste altre persone potrebbero avere dei pensieri negativi su di voi, potrebbero pensar male di voi, e voi quindi avete fatto una figuraccia.
Una figuraccia è la conseguenza di un comportamento, di un vostro comportamento, in conseguenza del quale qualche altra persona ha una impressione negativa su di voi. In questi casi si dice che chi ha avuto questo comportamento fa una figuraccia. Fare è il verbo che si usa con la parola figuraccia: “fare una figuraccia“.
Io ad esempio posso fare una figuraccia col mio professore di italiano se vengo bocciato all’esame. Magari non riesco a rispondere a delle domande facili e il mio professore di italiano si aspettava invece una persona preparata, che aveva studiato, ed invece no, il professore mi boccia, cioè mi dice che l’esame è andato male, mi boccia perché crede che io non sia affatto preparato: posso dire di aver fatto una figuraccia col mio professore e la cosa può darmi fastidio oppure no; in entrambi i casi il professore di italiano non avrà un bel ricordo di me dopo questo esame, dopo questa figuraccia che ho fatto.
La parola figuraccia finisce con il suffisso “ACCIA” è questo è ciò che normalmente viene fatto nella lingua italiana quando si qualifica negativamente una qualsiasi cosa. Quindi una cosa brutta diventa una “cosaccia” , una brutta bicicletta diventa una biciclettaccia. Eccetera.
In questo caso è una figura ad essere accia, cioè ad essere brutta: una figuraccia è appunto una brutta figura. La figura rappresenta in questo caso come appariamo agli occhi degli altri, cioè l’impressione che facciamo. Si può fare una bella figura, o anche un “figurone“, termine spesso usato ma solo all’orale, cioè una bella figura, una bella impressione. Si usa dire anche “fare una porca figura” in certi casi. All’opposto si può fare una brutta figura, cioè una figuraccia, appunto, ed anche figuraccia è un termine colloquiale, che non si usa nello scritto.
Ci sono in realtà molti modi per chiamare una brutta impressione che facciamo agli occhi di altre persone. Dipende un po’ dal tipo di brutta figura e dalle persone con cui parliamo: ci sono quindi modi formali ed informali, perché come sapete la lingua italiana ci dà molte diverse possibilità.
Nella forma scritta ad esempio le modalità più diffuse sono “fare una pessima figura” e “fare una pessima impressione”. Pessima equivale a brutta o cattiva, ma è un termine equivalente a negativa o negativo se dico pessimo al maschile. Infatti brutto e brutta sono più relative a cose tangibili, che si toccano, come oggetti e persone, cattivo invece è più usato come carattetistica umana (cattivo è il contrario di buono). Per cose intangible cioè che non si toccano, come la figura, come una impressione possiamo usare quindi pessima figura, cioè una impressione negativa.
Fino a qui niente di particolarmente difficile quindi.
Ascoltiamo un esempio di brutta figura, di figuraccia che ha fatto Ulrike.
Ulrike: io ho chiesto ad una cliente se fosse in cinta ed ho fatto gli auguri, ma non era così. Lei era solo ingrassata, causa una separazione da suo marito.
Divertente come figuraccia, quella di Ulrike, avete ascoltato, Ulrike ha visto una sua cliente e le ha fatto gli auguri perché credeva fosse in cinta, credeva aspettasse un bambino, questo sembrava agli occhi di Ulrike ed invece no, invece la cliente di Ulrike era solamente ingrassata, aveva messo su qualche chilo per motivi personali. Ma fortunatamente pet Ulrike la donna è rimasta sua cliente e l’ha perdonata.
Allora: adesso vi spiego bene la differenza tra pessima impressione e brutta figura: si può fare una pessima impressione, ad esempio, ad un esame universitario, o ad un qualsiasi esame del mondo se l’esame va male ovviamente, ed è sicuramente la forma più utilizzata in ambito accademico e nei colloqui di lavoro anche. La parola figura e la frase fare una brutta figura o figuraccia sono invece più usate nelle relazioni umane, non accademiche e istituzionali dunque, ma tra amici e familiari o anche al lavoro con i colleghi. Invece pessima è più formale diciamo. Quindi se ad un colloquio di lavoro non ci si presenta, oppure se si arriva in ritardo ad una riunione si fa una pessima figura.
In questi casi potete scusarvi, ad esempio potete fare come Jessica:
“ti chiedo mille scuse, io ero… avevo una visita di una mia amica”.
Ecco sicuramente Jessica ha fatto una pessima figura, e con questo tipo di scusa ha persino peggiorato la situazione ha reso la situazione persino peggiore.
Invece la parola “impressione” si usa di più quindi quando c’è una valutazione da dare, e quindi come detto prima in caso vada male un esame o un colloquio di lavoro.
Ma non finisce qui. La parola “gaffe” è conosciuta credo da tutti, ma una gaffe è una azione o una espressione inopportuna, cioè un atto commesso o una parola pronunciata che rivelino una inesperienza ad esempio, o goffaggine.
Se ad esempio un ragazzo esce con la sua fidanzata e la chiama per sbaglio con un altro nome, allora quella che avete fatto è una gaffe, almeno è questa la parola, il termine più usato in questi casi. La parola gaffe deriva dal francese e significa quindi commettere un’indelicatezza, dire o fare una cosa indelicata. Di usa molto in Italia, soprattutto in ambito televisivo: ci sono personaggi televisivi divenuti famosi per le gaffe che hanno fatto: Mike Bongiorno ad esempio, il famoso presentatore televisivo morto qualche anno fa, ne ha fatte più di una in TV. Lui presentava un programma famosissimo in cui Mike bongiorno faceva alcune domande ai partecipanti che erano preparati ognuno du un singolo argomento (il titolo della trasmissione era “Lascia o raddoppia”) e una volta c’era una signora, la signora Longari, (Longari era il cognome della signora) e la domanda era sugli uccelli: era una domanda che riguardava un uccello.
Ebbene la signora Longari sbaglia la domanda e Mike bongiorno commenta l’errore dicendo:
“Ahi ahi ahi, signora Longari: mi è caduta sull’uccello“.
Questa è sicuramente la gaffe, la figuraccia più famosa di Mike Bongiorno.
La gaffe consiste nel fatto che la signora Longari ha sbagliato una domanda, cioè è caduta su una domanda – si dice anche così quando si sbaglia: “cadere su” ed in modo colloquiale, parlando direttamente si dice anche “mi è caduta”, rivolgendosi direttamente alla persona che sbaglia; quindi Mike dice “Ahi ahi ahi, signora Longari: mi è caduta sull’uccello”, cioè ha sbagliato la domanda sull’uccello!
Sembra un commento normale, ma purtroppo per lei, suo malgrado, l’uccello è anche un modo di chiamare l’organo sessuale maschile. Dunque Mike Bongiorno dice una cosa che ha anche un secondo significato, una frase con un doppio senso quindi.
Un’altra famosa gaffe è di un’altra presentatrice italiana che dice in diretta TV “voglio salutare l’Istituto dei ciechi di Milano, so che mi stanno guardando“. Anche questa è una gaffe, infatti i ciechi sono coloro che non hanno il dono della vista, quindi non vedono, quindi evidentemente anche questa è una gaffe, una figuraccia. La parola italiana più simile a gaffe è papera, quindi fare una papera è come fare una gaffe. Papera, o papero è il nome di un uccello che normalmente si trova nei parchi e nei laghi. Il Papero (il nome dell’ucello è al maschile) è una giovane oca non ancora in fase riproduttiva, quindi il papero è un’oca giovane. Chissà perché “la papera” invece, inteso come figuraccia, si pronuncia al femminile: forse per via del fatto che indica una brutta figura, che è appunto una parola femminile. Comunque le papere, o i paperi, camminano in modo buffo, lo averet sicuramente notato: e la goffaggine del modo di camminare è all’origine dell’utilizzo di questa parola per indicare una brutta figura.
Un altro modo di dire simile, anzi si tratta di una sola parola, è “svarione” ed anche svarione si usa col verbo fare: fare uno svarione. Ma svarione è più semplicemente un grosso errore, un errore inaspettato, più che una figuraccia. Comunque non è una parola molto usata; a parte nel calcio, dove si parla spesso di svarione difensivo, di uno svarione, cioè di un grosso errore, commesso da un difensore se causa un gol degli avversari. Allo stesso modo posso usare la parola “sproposito“, ma sproposito si usa col verbo dire: dire uno sproposito: “ha detto uno sproposito”, vuol dire “ha detto una sciocchezza, una grossa sciocchezza”. e quando si dice uno sproposito si fa sicuramente una figuraccia.
La parola sproposito si usa anche in altra circostanze però, tutte hanno a che fare con le figuracce: ad esempio “parlare a sproposito“. In questa frase significa parlare inutilmente e in modo controproducente. Quando qualcuno parla a sproposito dice cose fuori luogo, cose inopportune, fa ad esempio delle affermazioni imbarazzanti, e quando qualcuno parla a sproposito sarebbe meglio stesse zitto, perché più parla, peggio è. Attenzione perché sproposito è usato anche come sinonimo di “molto”. Ad esempio se acquistate qualcosa e lo pagate una cifra alta, molto soldi, potete dire che avete pagato “uno sproposito”, ed in questo caso significa appunto molto.
Un modo molto elegante per dire figuraccia è “fare una figura barbina“, ma attenzione perché chi fa una figura barbina è una persona che fa una figuraccia per un motivo preciso: un motivo legato ai soldi o per un grave motivo morale: la persona che fa una misura barbina è solitamente una persona gretta, meschina, avara, cioè attaccata ai soldi: se ad esempio un uomo invita a cena una donna per la prima volta, al loro primo appuntamento, se l’uomo non paga la cena ma la fa pagare alla donna, allora l’uomo fa una misura barbina. Barbina si scrive come barba, ed infatti deriva proprio dalla parola barba ma sinceramente non c’entra nulla con la barba. Una figura barbina si potrebbe tradurre con “una figura misera” ed infatti spesso si dice anche così. Misera viene da miseria, cioè la mancanza di qualcosa. Questo qualcosa che manca, in questo caso è una qualità importante. Quando la modalità è interessata quindi usate barbina, ma se è molto grave potete anche usare “figura meschina“, che sono equivalenti ma barbina è meno grave, e potete usarlo anche ironicamente, per ridere, volendo anche su voi stessi. La figura meschina invece è grave, più seria come espressione perché la persona meschina è una persona spiritualmente limitata, ed anche intellettualmente limitata, che non ha principi morali, una persona meschina vi fa pena, è moralmente povera e non vale la pena di frequentarla.
Vediamo adesso altri due modi abbastanza eleganti che vi consiglio di usare: le parole sono “lapsus” e “magra“. Con la parola lapsus si indica un errore di distrazione, uno sbaglio, come la parola gaffe, ma con lapsus si usa il verbo avere: “ho avuto un lapsus“. Quando qualcuno ha un lapsus fa un l’errore ed in particolare l’errore può consistere in una sostituzione di una parola con un’altra, mentre scrive o mentre parla, o anche la dimenticanza di un nome.
In particolare c’è il Lapsus freudiano, che viene da Freud, il famoso psicologo tedesco dovuto a motivi inconsci. Se ad esempio una signora anziana, una nonna chiama il proprio nipote col nome del proprio figlio, esprimerà inconsciamente il desiderio di essere ancora giovane. Anche con i lapsus quindi possiamo fare delle brutte figure. Nell’esempio che ho fatto prima, di chiamare la fidanzata con il nome di un’altra ragazza, posso quindi parlare di lapsus, di laspus froidiano in particolare, perché il motivo della figuraccia è legato all’inconscio, alla mente umana.
Oltre a lapsus, dicevamo prima, esiste la parola “magra“.
Sapete tutti che magra e grassa, sono due aggettivi che indicano una corporatura opposta: una persona magra è una persona che è il contrario di una persona grassa: il magro ha un fisico asciutto, non mangia molto e il grasso invece è più pesante ed è in sovrappeso, cioè ha un peso maggiore della norma. Il magro è il contrario.
Ebbene, le parole grasso o grassa e magro o magra si associano spesso ai rapporti sociali. La magrezza, come la miseria nell’espressione “una figura misera” sta ad indicare la mancanza di qualcosa, e quindi si usa la mancanza peso, di grasso, o un peso insufficiente, ad immagine, diciamo come immagine figurata. Quindi una “magra figura” è una figuraccia, una brutta figura che si fa con qualcuno, e sicuramente è un’immagine molto negativa, ma non ha una connotazione negativa come “figura barbina”, che è più collegata alla moralità. Una magra figura invece è più usata quando l’effetto che si fa è ironico. Se la figuraccia genera delle risate da parte di altre persone e viene voglia di nascondersi dalla vergogna, possiamo dire che si tratta di una magra figura, o semplicemente di una magra. Magra quindi può essere sia sostantivo che aggettivo.
Notate che se una persona fa una magra figura, qualcuno potrebbe farsi una “grassa risata“, che è una grande risata, una risata fatta con gusto e soddisfazione per la figuraccia fatta da qualcuno.
Vedete quindi come a volte la magrezza e la grassezza si usano nelle situazioni sociali in cui si fanno delle figuracce.
Terminiamo questo episodio con una espressione idiomatica molto comune: “fare una figura di merda” che è molto usata dagli italiani di ogni ceto sociale, religione, età e ambiente diverso. La merda, cioè la cacca, è un dispregiativo, e si usa in questa espressione per indicare proprio la gravità della figura, la brutta figura fatta. Chi di noi non ha mai fatto una figura di merda nella vita? Se voglio esagerare e scendere bel volgare posso anche dire fare una figura del cazzo , è bene sapere che esiste anche questa forma, più utilizzata di quanto uno straniero possa immaginare.
Attenti quindi perché queste due ultime sono espressioni volgari ed ovviamente si usano solo all’orale.
Bene Mohamed, spero che i tuoi studenti abbiano materiale a sufficienza per essere soddisfatti ora.
Concludo ringraziando tutti coloro che sostengono Italiano Semplicemente economicamente. Grazie a loro ho acquistato un nuovo microfono per registrare i file audio, e questo nuovo microfono è in grado di eliminare i rumori di fondo, che possono a volte essere molto fastidiosi; quindi ora la qualità audio sarà sicuramente migliore di prima. Il prossimo acquisto sarà una telecamera che vorrei utilizzare per registrare alcun video in giro per Roma da utilizzare su Youtube.
Bene per finire esercitatevi anche voi a parlare un po’ adesso con un esercizio di ripetizione:
Figuraccia
Fare una figuraccia
Fare una brutta figura
Io ho fatto una brutta figura
Tu hai fatto ha figura barbina
Mio fratello ha fatto una gaffe
La mia amica ha avuto un lapsus
Noi abbiamo fatto veramente una magra figura,
Voi avete fatto una figura di merda
I miei fratelli fanno spesso delle pessime figure.
Continuate pure a fare le vostre richieste su Facebook sui futuri episodi di Italiano Semplicemente, cercherò di venirvi incontro più che posso, compatibilmente con gli orari di lavoro e con la famiglia.
Ascoltate più volte il podcast per memorizzare bene e fatemi conoscere le vostre impressioni, nella speranza di non aver fatto una figuraccia avendo detto e scritto anche alcune parolacce. Non le usate mi raccomando, potreste fare una figura di merda.
Ciao.
PS: Ascolta la figuraccia di Jessica
Buongiorno a tutti e benvenuti in questo nuovo episodio di Italiano Semplicemente e grazie per essere qui.
Oggi facciamo un bell’episodio di ripasso. Ripassiamo, cioè rivediamo, per poterle ricordare meglio, alcune espressioni che abbiamo già spiegato attraverso dei podcast recenti.
L’idea è un’idea molto interessante, e quest’idea mi è stata data da Madonna, una ragazza egiziana che ha scritto une breve storia, quella che ascolterete oggi. In questa storia sono utilizzate alcune espressioni, di tanto in tanto, che pronunceranno i protagonisti di questa bella storiella, che sono un padre e una figlia. Io interpreterò il padre e Madonna vestirà i panni della figlia. Vestire i panni equivale ad interpretare. I panni sono i vestiti. Vestire i panni è una frase che si usa quando una persona deve immedesimarsi in qualcuno, deve identificarsi, deve “calarsi nel personaggio”, cioè interpretare qualcun altro. Bene. Vi faccio ascoltare la storia, poi seguirà una mia spiegazione che servirà a rinfrescarvi la memoria sulle espressioni ma anche, importantissimo, ad ascoltare lo stesso dialogo raccontato da me, in modo indiretto quindi, cioè utilizzando delle diverse coniugazioni e ache delle diverse parole.
Un esperimento questo molto utile credo per chi ha difficoltà con i verbi e col vocabolario in generale. Ma ascoltiamo pure la storia: padre e figlia parlano al telefono, come ascolterete, la figlia frequenta la scuola, mentre il padre si trova fuori casa da qualche giorno.
Figlia: ciao papà!
Padre: ciao tesoro come stai ?
Figlia: Eh, bene ..mi manchi tanto sai? quando tornerai a casa?
Padre: anche tu ..ritornerò fra due settimane. Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?
Figlia: nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO.
Padre: dai che sei brava… se passi gli esami con dei bei voti ti faccio una sorpresa!
Figlia: Davvero??
Padre: sì, TI DO LA MIA PAROLA!
Figlia: ok..ma ho paura di una materia. Psicologia è veramente difficile ..è già GRASSO CHE COLA se sarò promossa con il voto minimo!
Padre: difficile psicologia? Non è difficile dai, Anzi, direi che è interessante. Ascolta: nulla è difficile da capire! Se studi bene, ti va bene certamente.. Ma cosa fai adesso?
Figlia: niente… CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…
Padre: bene.
Figlia: ma… come è andata la tua riunione la settimana scorsa?
Padre: MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!
Figlia: ah, pensavo fosse la settimana scorsa…comunque che fai in questi giorni a parte il lavoro?
Padre: beh, ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa.
Figlia: ok, ma ascolta papà, POICHÉ sei in Egitto, mi raccomando COGLI L’OCCASIONE AL VOLO e vai a vedere le piramidi.
Padre: sì, certo che lo farò.. Allora Ciao tesoro, MI RACCOMANDO studia bene.
Figlia: ok papà … Ciao.
Bene, avete ascoltato questa storia ed avrete sicuramente notato che sono presenti alcune delle espressioni idiomatiche italiane di cui ci siamo occupati in passato.
Nell’articolo, cioè nella trascrizione dell’articolo ho inserito anche i link, cioè i collegamenti ipertestuali alle spiegazioni.
Si tratta di espressioni ma anche di parole singole e apparentemente semplici come POICHE’, ad esempio, che a differenza di perché, che si usa nelle domande, “poiché” si usa nelle risposte, ma vi invito a leggere i podcast che vi interessano di più. In tutto sono dieci citazioni, 10 episodi che vengono richiamati in questa storia.
Brevemente, per i più sfaticati di voi, vi faccio un piccolo riassunto, molto sintetico per capire meglio il dialogo ed il significato di ogni espressione usata.
All’inzio della storia il padre dice alla figlia: “Ma dimmi, CHE ARIA TIRA a scuola?” vale a dire: come va a scuola? Cosa si dice nella tua scuola?
E la figlia risponde: “nessun’aria in particolare ..facciamo gli esami alla fine di questo mese, MIO MALGRADO“. Cioè la figlia risponde al padre, suo malgrado, cioè purtroppo per lei, nonostante a lei non piaccia questa cosa, quindi suo malgrado, malgrado la volontà della figlia, a fine mese ci saranno gli esami, che evidentemente non piacciono a Madonna. Povera Madonna, come darle torto.
Poi il padre promette un regalo alla figlia, infatti dice “sì, TI DO LA MIA PAROLA!”, cioè ti prometto di farti un regalo qualora passassi, cioè superassi, gli esami. Se quindi Madonna fosse promossa agli esami con dei bei voti il padre promette, dà la sua parola alla figlia, cioè le promette di farle una sorpresa, ed in particolare le promette un regalo.
Ma poi la figlia, un po’ pessimista, risponde che lei ha paura di Psicologia, che come materia è veramente difficile secondo lei e aggiunge che è già GRASSO CHE COLA se sarà promossa con il voto minimo! E’ difficile quindi, secondo la figlia, che lei riesca a superare l’esame di psicologia, e se lo supererà, è già grasso che cola se prenderà il voto minimo, il voto più basso tra quelli ammessi per la promozione. In Italia i voti, i voti all’università vanno da un minimo di 18 trentesimi a trenta trentesimi. Poi c’è anche il trenta e lode, che è il voto massimo ad un esame universitario.
Nella storia non viene detto che la figlia frequenta l’università ma è scontato visto che si parla di voto minimo.
Dopo il padre domanda alla figlia cosa stesse facendo. Dice infatti: “ma cosa fai adesso?”
e la figlia risponde di non fare nulla. Dice di cazzeggiare un po’: CAZZEGGIO un po’ per non annoiarmi…” dice. La figlia dice che mentre parla cazzeggia un po’ per non annoiarsi. Cazzeggiare equivale a perdere tempo, ghibellonare, fare cose inutili, senza un obiettivo preciso.
Poi dopo è la figlia che fa una domanda al padre. Gli chiede infatti come fosse andata la sua riunione della settimana scorsa.
Il padre allora risponde che quella riunione non c’è stata, infatti la riunione, dice il padre, è programmata per il martedì futuro: “MICA era la scorsa settimana la riunione! È martedì prossimo!”
Il padre usa quindi la parola MICA, che è una forma colloquiale per negare, per dire no. “Mica era la settimana scorsa la riunione! È martedì prossimo!”” Questa frase la posso anche invertire senza problemi: “È martedì prossimo la riunione, MICA la settimana scorsa!”.
La figlia fa poi un’altra domanda al padre, e gli chiede cosa faccia in quei giorni a parte il lavoro: ” che fai in questi giorni a parte il lavoro? Ed il padre risponde che lui ha acquistato dei nuovi libri, e lo ha fatto per Ingannare il tempo: “beh – dice il padre – ho comprato nuovi libri per INGANNARE IL TEMPO. ..te li faccio leggere quando ritorno a casa”. Non appena il padre tornerà a casa per raggiungere la figlia, le farà leggere i libri che lui ha acquistato per ingannare il tempo, cioè per far trascorrere il tempo più velocemente, perché quando non hai molte cose da fare il tempo sembra non passare mai.
Mi auguro che anche voi, per ingannare il tempo, ogni tanto ascoltiate degli episodi di Italiano Semplicemente. Un grazie a Madonna che ha avuto questa bell’idea. Se qualcuno di voi vuole esercitarsi e fare la stessa cosa sarò felice di pubblicare anche la vostra storia. Basta andare sulla pagina delle frasi idiomatiche, scegliere una decina di frasi, comporre una breve storia ed inviarla a italianosemplicemente@gmail.com
Un saluto a tutti.
E’ possibile leggere ed ascoltare e/o scaricare il file audio di questo episodio in formato MP3 tramite l’audiolibro (+Kindle) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 54 espressioni italiane e 24 ore di ascolto.
US – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN
Allora amici rieccoci qui, su Italiano Semplicemente punto com.
Recentemente sto notando un crescente interesse da parte dei membri della famiglia di Italiano Semplicemente, anche su Facebook. Per chi non lo sapesse esiste una pagina Facebook dedicata ad Italiano Semplicemente sulla quale tutti gli amici scrivono i loro pensieri sui Podcast pubblicati e fanno le loro proposte sui nuovi articoli, o episodi, o Podcast (chiamiamoli pure “episodi” visto che la traduzione di Podcast in italiano non esiste in una sola parola). Cerco di accontentare tutti, ho ancora delle richieste da soddisfare ma state tranquilli che ce la faremo.
Questo crescente interesse che sto notando ho immediatamente provveduto a trasformarlo in energia da dedicare alla spiegazione delle lezioni da condividere con tutti voi.
Prima di passare alla spiegazione del prossimo episodio vi faccio una piccola introduzione sui futuri progetti di Italiano Semplicemente. Spero vi faccia piacere.
Ci ho riflettuto a lungo, da quando, ormai più di un anno fa, ho deciso di intraprendere questa avventura, finalizzata all’aiuto di voi stranieri che volete imparare la lingua italiana.
Allora, i futuri progetti sono diciamo sintetizzabili, riassumibili in quattro semplici punti.
Primo, le spiegazioni delle espressioni tipiche italiane, che saranno gratuite come sempre, con trascrizione e con il relativo file audio in formato mp3. Queste lezioni continueranno per sempre finché avrò voce per parlare e sono il modo migliore per aiutare le persone come voi.
Secondo, il corso di Italiano Professionale, la mia personale “resolution“, cioè il mio obiettivo di quest’anno, dell’anno 2017, corso la cui versione base sono intenzionato a terminarla nel corso di quest’anno, il 2017. Poi il corso si arricchirà di lezioni aggiuntive perché la mia intenzione è di affrontare, uno alla volta, tutti i mestieri, tutte le professioni, tutti i lavori che gli stranieri fanno in Italia, che svolgono in Italia: Pizzaiolo, domestica, badante, professoressa, infermiera, addetta al call-center eccetera. Faremo quindi, dal 2018, dei pacchetti per ogni singolo lavoro. Ci saranno dialoghi, ci saranno lezioni approfondite su tutti i lavori, su come parlare e quali parole usare in ogni occasione. Ci saranno spiegazioni del vocabolario, ed ogni volta come faccio sempre mi farà piacere spiegarvi quando usare un termine o una espressione e quando usarne un’altra: un lavoro alla volta dunque, uno al mese. Questa è la mia profonda intenzione, della quale sono veramente entusiasta poiché un corso di questo tipo non esiste oggi su internet. Il corso sarà interamente online ma chi vorrà potrà ricevere la stampa dell’intero corso e la pen-drive con tutte le lezioni audio e PDF.
Terzo punto, in futuro c’è anche un progetto di aiutare maggiormente i principianti. Oggi ci sono molte lezioni gratuite ed approfondite per loro, per coloro che non conoscono l’italiano per niente, e tali lezioni sono delle piccole storie con domande e risposte, come molti di voi sanno già. Sono storie divertenti create insieme ai miei figli che mi aiutano spesso. Non appena avrò terminato le storie per principianti gratuite previste, in futuro sarà invece creato un corso per principianti di circa 15 lezioni in più con le storie più famose e conosciute da tutti: la storia di pinocchio, cenerentola, biancaneve e anche discorsi celebri che tutti conoscono, come il discorso di martin Luther King (I have a dream, in italiano ovviamente) ed altri discorsi che tutti o molti conoscono già nella loro lingua. Ci sto lavorando e saranno corsi adatti per i bambini ma anche per gli adulti. Anche queste lezioni avranno una storia, delle domande e delle risposte e i relativi file PDF da leggere.
Quarto punto, ma non per importanza, è la creazione di un’area comune, che potrebbe essere un gruppo privato su Facebook, dove con i partecipanti, un gruppo ristretto di persone, affronterò ogni mese un argomento diverso relativo alla cultura italiana; si parlerà di personaggi italiani particolarmente importanti, parleremo di turismo in Italia, di monumenti, delle scarpe italiane, della moda in generale e faremo dei podcast anche sulle città italiane.
Il programma prevede che ogni mese si affronti un argomento diverso, e si farà un file audio con trascrizione, un video con sottotitoli, e anche un file audio chiamato “vocabolario”. Vedremo quindi ogni volta un vocabolario diverso: il vocabolario del turista, del cinema eccetera.
Chiunque è interessato potrà sottoscrivere l’abbonamento mensile ed ogni mese potrà decidere se continuare oppure non continuare più. Sto ancora studiando i dettagli di questa offerta ma sul sito potete già leggere la pagina dedicata a questo speciale corso di italiano, basta andare sul menù in alto e cercare “LA CULTURA ITALIANA“. Potete inviare le vostre adesioni via email se siete interessati. Nel frattempo come dicevo ho inserito un pulsante sul menù in alto, nel sito, dove spiego i dettagli di questo speciale corso sulla cultura italiana. Ho anche scritto alcuni degli argomenti che pensavo di trattare.
Molte quindi le novità che ci aspettano cari amici.
Bene, passiamo ora alla frase di oggi, che è l’espressione “andare a rotta di collo“.
Ho provato a chiedere sulla nostra pagina Facebook se qualcuno conoscesse questa espressione. La maggioranza di coloro che hanno risposto non la conosce, qualcun altro la conosce ma non sa bene come usarla.

Bene, allora è una espressione che si usa quando si deve esprimere, diciamo così, il concetto di velocità.
“Andare velocemente” è la frase più comune, il modo più utilizzato per esprimere questo concetto, e quando si fanno le cose velocemente, si possono usare diverse espressioni, o termini, qualcuna di queste è una espressione idiomatica, proprio come “andare a rotta di collo”.
Vediamo un po’: andare è un verbo noto a tutti voi che capite ciò che sto dicendo. Il “collo” è una parte del corso, ed è quella parte del corpo che sta sotto la vostra testa e sopra le vostre spalle, e che ha la funzione di sostenere la vostra testa e farla girare a destra e sinistra. Il collo.
La parola “rotta” viene da rompere. Se una cosa è rotta vuol dire che non funziona più. Anche il collo si può rompere, ma la rottura del collo è una cosa gravissima e questo è solamente un modo di dire, perché la frase “andare a rotta di collo” significa semplicemente andare velocemente, fare le cose velocemente, talmente velocemente che si potrebbe rompere il collo.
Andare a rotta di collo è quindi una espressione che posso usare (è una espressione informale, beninteso) ogni volta che qualcuno fa qualcosa di fretta, di molta fretta. Solitamente si usa più quando si deve correre fisicamente, quando cioè c’è uno sforzo fisico o anche uno stress mentale. Quindi se dico:
E’ da stamattina che sto andando a rotta di collo, devo rilassarmi, non ce la faccio più.
Vuol dire che da questa mattina che sto facendo le cose velocemente, e sono stressato. Ho bisogno di riposare, di rilassarmi perché finora sono andato a rotta di collo.
Ma è una espressione che potete usare sempre per indicare una velocità eccessiva. Al lavoro potete andare a rotta di collo per poter terminare un documento importante, ed in questo caso c’è solamente un stress mentale e meno una fatica fisica.
Anche se correte solamente, e state correndo per fare in tempo a prendere il treno, altrimenti lo perdete, potete dire che dovete sbrigarvi, che dovete andare a rotta di collo per non perdere il treno, o anche l’aereo. In questo caso c’è maggiormente una fatica fisica. Però in questo caso si capisce di più perché la rottura del collo è un trauma che potrebbe capitare più facilmente quando correte. Scherzi a parte, in questi casi, nei casi in cui si deve correre si usa anche un’altra espressione, che mi ha ricordato Maya su Facebook, che saluto. L’espressione è “correre a perdifiato”. Quando si corre, si sa, viene il fiatone, si respira affannosamente, si respira con affanno, cioè con fatica. Il “fiato” è il respiro, il fiato è l’aria che esce dai polmoni durante il movimento di espirazione, che si chiama “fiatone” quando si fa grosso, quando si respira affannosamente perché si corre, si sta correndo. “Correre a perdifiato” vuol dire quindi “correre finché si perde il fiato”, cioè correre finché viene mancare il fiato, quando non si riesce più a respirare per quanto si corre. In questi casi bisogna stare attenti perché il battito cardiaco aumenta, aumenta e aumenta e si rischia perfino ‘infarto, cioè l’arresto cardiaco, l’arresto del cuore: il cuore si ferma. “A perdifiato” quindi sta per “a perdere il fiato” e correre a perdifiato significa correre molto, finché il fiato viene a mancare. Ma correre a perdifiato si usa solamente nella corsa, mentre in senso figurato non si può usare. In questi casi si usa “andare a rotta di collo”, cioè in tutti quei casi in cui si va velocemente, si fa qualcosa velocemente.
Andare velocemente: in generale, non solo nella corsa ma sempre, se non vogliamo usare espressioni idiomatiche, possiamo dire anche semplicemente: sbrigarsi, oppure “andare di corsa”, o “andare di prescia“.
Qui però bisogna fare anche una distinzione. Se si tratta di una semplice velocità si deve usare sbrigarsi, andare velocemente, andare di corsa, precipitosamente o andare a rotta di collo ma invece se voglio esprimere l’intenzione, il desiderio di voler accelerare, avere la fretta di voler terminare una attività qualsiasi, ci sono altre espressioni.
In effetti quando ci si sbriga, quando si fa velocemente, quando si va speditamente, si potrebbe sbagliare qualcosa, si potrebbe trascurare qualcosa, infatti la fretta non è mai una buona cosa. Ma quando si ha fretta, molta fretta, può capitare di ascoltare l’espressione: “vado di prescia” o “avere prescia“, molto diffusa dal Lazio in giù, quindi è una espressione locale del centro-sud Italia.
Se uso questa parola “prescia”, con andare o avere come verbo, significa che voglio evidenziare la cosa negativa che c’è nella fretta, il fatto di non poter pensare a tutto. Infatti spesso ci si scusa quando si usa la parola prescia: “scusa vado di prescia”, “scusa ho prescia, ci pensiamo dopo a quella cosa”.
In modo più elegante la fretta da prescia, che evidenzia i fattori negativi, si trasforma in “premura“. “Avere premura” è un modo più formale, ma sempre colloquiale e adatto più alla forma orale che a quella scritta. La premura è un desiderio urgente di qualche cosa. Non è solo fretta dunque; può essere la fretta di terminare, ma premura è più delicato; premura è fretta sì, ma anche cura, attenzione:
Si può avere la premura di finire un lavoro, perché si ha la fretta di terminarlo, ma il lavoro va fatto bene, con attenzione, quindi bisogna impegnarsi nel farlo. C’è una bella differenza tra “avere prescia di finire un lavoro” e “avere premura di finire un lavoro”. Nel primo caso c’è solo fretta, e il lavoro è più un peso, più una cosa da terminare in fretta. Nel secondo caso il lavoro è importante, quindi è meglio avere premura che avere prescia. Non usate mai la frase “ho molta prescia” al lavoro ma piuttosto usate “ho molta premura” se volete essere stimati e considerati persone attente al proprio lavoro. Quindi posso fare anche altre esempi:
Ecco, quindi stiamo attenti perché se voglio sottolineare la velocità e la fatica, anche fisica ed emotiva, utilizzo ” andare a rotta di collo“; se invece sottolineo la fretta senza attenzione utilizzo “avere prescia“, o “andare di prescia“.
Se poi vogliamo essere più formali, eleganti e professionali possiamo dire “andare spediti“. Chi va spedito va velocemente, chi fa le cose velocemente le fa in modo spedito, o anche speditamente. Si dice anche così. Spedito inoltre evidenzia la mancanza di ostacoli. Chi va spedito non ha nessun ostacolo da superare. Non ha problemi.
Hai problemi? No, no, nessun problema, sto andando molto spedito.
Andare spediti è sicuramente più elegante e carino da ascoltare, sicuramente più carino di andare di prescia che invece sottolinea, evidenzia come detto, gli elementi negativi della fretta ed è anche più elegante di “andare a rotta di collo”, che preannuncia anche se in modo figurato, incidenti fisici!
Infine vi dico anche che c’è anche una parola simile a “andare a rotta di collo”. Si tratta di una sola parola, anzi si tratta di un verbo. Il verbo è scapicollarsi.
Scapicollarsi significa esattamente “andare a rotta di collo” ed è persino più forte come concetto.
Domanda: Hai finito quel lavoro? Doveva essere pronto per ieri!
Risposta: Mi sto scapicollando ma ancora non sono riuscito a finirlo!
Oppure: Per finire questo lavoro devo scapicollarmi!
Scapicollarsi è quindi uno di quei verbi pronominali che esistono solamente nella forma pronominale. Non esiste io scapicollo qualcosa oppure tu scapicolli eccetera, ma esiste invece:
Io mi scapicollo
Tu ti scapicolli
lui/lei si scapicolla
Noi ci scapicolliamo
Voi vi scapicollate
Essi/loro si scapicollano
Ci si riferisce quindi a se stessi. Non è un verbo che presenta particolari difficoltà e in Italia vi capiterà spesso di ascoltarlo perché si usa ovunque ma è molto informale. Mai usarlo nelle occasioni importanti.
Bene, se volete ora terminiamo l’episodio facendo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me senza pensare troppo alla grammatica. Imparate ad ascoltarvi.
Io vado a rotta di collo;
—
Tu vai a rotta di collo;
—
Lui si scapicolla;
—
Lei va a rotta di collo;
—
Noi abbiamo premura di finire il lavoro in tempo;
—
Voi state andando molto spediti;
—
Loro vanno di prescia.
—
Ripetete l’ascolto più volte, non abbiate fretta, non fate le cose di prescia
E’ possibile ascoltare il file audio e leggere la trascrizione di questo episodio tramite l’audiolibro (Kindle o cartaceo) in vendita su Amazon, che contiene in tutto 42 espressioni italiane.
US – UK – DE – FR – ES – IT – NL – JP – BR – CA – MX – AU – IN
Eccoci qua, amici di Italiano Semplicemente, ad un nuovo episodio dedicato alla lingua italiana. L’espressione di oggi è VATTELAPPESCA. E’ stato RAUNO, che saluto, (Ciao Rauno) a proporre la spiegazione di questa parola.

VATTELAPPESCA, badate bene, è infatti una sola parola, tutta attaccata.
Rauno nella sua email mi chiede: mi interessa l’espressione VATTELAPESCA, lo so, dice Rauno, che significa “chi lo sa?” ma perché si usa dire questo?
Bene Rauno, allora spieghiamo a tutti il significato di questa espressione, come l’hai chiamata tu, anche se è un’espressione composta da una sola parola: VATTELAPPESCA.
In realtà però vattelappesca sembra una frase di più parole: VATTELAPPESCA infatti viene dalla frase VATTELA A PESCARE, cioè VALLO A PESCATE DA TE, VAI TU A PESCARE QUESTA COSA.
E’ una esclamazione dunque, che deriva da tre parole che sono state unite in una sola parola: VATTELAPPESCA= VATTELA A PESCARE.
Vai è la forma imperativa del verbo andare. Vai! cioè tu vai, vai a pescare. Pescare invece è quell’attività che compiono i pescatori, cioè pescare significa estrarre dall’acqua, tirar fuori dall’acqua. Solitamente si pescano i pesci, gli animali che si trovano in acqua, ma si può in realtà pescare qualsiasi cosa, l’importante è che si trovi in acqua. Quindi VATTELAPPESCA significa letteralmente: “vai a estrailo dall’acqua”, “vallo a paescare”.
Rauno dice che conosce questa espressione, il suo significato figurato e che sa che significa “chi lo sa!”, cioè sa che significa “non lo so!”, “chissà!”, “non so!”.
La persona che parla, e che usa questa parola quindi sta semplicemente dicendo che non sa qualcosa, e si usa spesso in questi casi, ma in realtà nella maggior parte dei casi non si usa quando non si sa qualcosa, quando non si conosce qualcosa in generale, ma si usa quando non si sa più dove si trova qualcosa. Prima si conosceva il luogo, ora invece non si sa più.
Quindi anche se sul dizionario della lingua italiana trovate che questa è una locuzione familiare che si usa frequentemente in espressioni d’incertezza, di dubbio, di ignoranza assoluta, quando non sapete qualcosa, la verità è che si usa quasi sempre quando questa ignoranza è relativa a qualcosa, o qualcuno, di cui non si conosce più il luogo in cui si trova.
E’ familiare come espressione, ma è utilizzatissima nel linguaggio di tutti i giorni.
Se ad esempio due miei amici che non mi vedono da molto tempo, parlando tra loro di me, potrebbero dire:
Hei, ti ricordi di Giovanni? Chissà che fine ha fatto ora! Sai per caso dove abita adesso Giovanni?
L’altro amico potrebbe rispondere:
“Chi lo sa, vallo a sapere dove abita! Abita vattelappesca dove”
Quindi vattelappesca equivale a chissà, chi lo sa ed espressioni analoghe, ma vattelappesca è più adatto a descrivere l’incertezza di un luogo:
Dove si trova Giovanni? Vattelappesca dove si trova!
Cioè vallo a pescare dove si trova. Vattelo a pescare, vallo tu a pescare Questa sarebbe la traduzione letterale, ma cosa c’entra la pesca?
Rauno infatti nella sua email mi domanda: Gli italiani vanno spesso a pescare quando sono all’oscuro di qualcosa?
Quando sono all’oscuro di qualcosa, cioè quando non sanno qualcosa (Rauno ha utilizzato un’altra espressione idiomatica!), in questi casi gli italiani non vanno a pesca, assolutamente no, ma dove si pesca? Nel mare, oppure in un fiume, o in un lago, e se provate a gettare una cosa nel mare, una qualunque cosa, come una bottiglia ad esempio, e la lasciate lì, poi se provate ad andare a riprendere la bottiglia dopo 10 anni, o dopo 20 anni, riuscite a ritrovarla? Il mare è grande!
Vai a pescare dove è andata a finire quella bottiglia!
Vai, vai, vattela a pescare e vediamo se la ritrovi!
Te lo dico io, non la ritroverai mai quella bottiglia, vattelappesca quella bottiglia dove può essere oggi!
In questo esempio ho utilizzato una bottiglia, per farvi capire da dove viene questa espressione, ma ogni volta che non sapete assolutamente dove possa essere una cosa o anche una persona, potete usare questa parola, senza che la pesca c’entri qualcosa. La pesca quindi, caro Rauno, è usata solamente per indicare la difficoltà nel trovare qualcosa, come se la dovessimo cercare in mare, che è grande, molto grande.
Quindi ad esempio se non trovate più una vostra amica su Facebook con cui parlavate qualche tempo fa, potete dire:
Vattelappesca dove sarà adesso!
Allo stesso modo, se non trovate gli occhiali:
Dove sono i miei occhiali accidenti? Vattelapesca!
Posso usare vattelappesca al posto, o anche insieme ad un’altra espressione più conosciuta, “andarsi a cacciare” o “andare a cacciarsi”.
Ad esempio:
Vattelappesca dove si saranno cacciati i miei occhiali!
Dove si sarà cacciato quel mio amico di Facebook? Vattelappesca!
Cacciarsi quindi si usa nella forma interrogativa:
Dove ti sei cacciato? Non riesco a trovarti!
Dove si sarà cacciato il mio amico? Vattelappesca!
Dove si saranno cacciati i miei occhiali? Vattelappesca!
Quindi oggi amici volevo spiegarvi una espressione ed invece alla fine ne ho spiegate due.
Allora: andare è un verbo, lo conoscete tutti, mentre cacciarsi è anch’esso un verbo che viene da cacciare, deriva dal verbo cacciare; ma cacciare significa uccidere gli animali, ucciderli o catturarli per sport, ed invece cacciarsi non è uccidere o catturare se stessi per sport… perché solitamente i verbi pronominali riflessivi, che finiscono per “si” hanno questo significato. Lo abbiamo già visto sull’episodio dedicato ai verbi pronominali.
Cacciarsi vuol dire invece “andare in qualche posto nascosto”, “andare a finire da qualche parte”, “infilarsi”. Quando non trovate qualcosa si usa frequentemente proprio come vattelappesca.
Se un oggetto come ad esempio una forchetta vi cade dal tavolo mentre state mangiando e questa forchetta va a finire nell’angolo più lontano della stanza, e voi non la vedete più potete dire:
E se poi la trovate:
Prima dell’esercizio di ripetizione devo dirvi che a volte vattelappesca si usa anche genericamente quando non si conosce qualcosa, non solo dove è qualcosa, ma in tutti i caso di incertezza. Ad esempio:
Mentre sto parlando, in quanti siete all’ascolto di questo podcast? boh, chissà, vattelappesca.
Un piccolo esercizio di ripetizione ora, che vi invito a fare prima di terminare l’ascolto. Ripetete dopo di me:
VATTELAPPESCA!
—
VATTELAPPESCA!
—
VATTELAPPESCA dove sarà la penna!
—
VATTELAPPESCA dove sarà Maria oggi!
—
Dove si sono cacciati gli occhiali?
—
Dove sei? Dove ti sei cacciato?
—
Dov’eri? Dove ti eri cacciato?
—
Vattelappesca dove ti sei cacciato!
—
Un saluto affettuoso a tutta la famiglia di Italiano Semplicemente e non usate questa espressione col professore di italiano, mi raccomando! E’ pur sempre una espressione familiare, si usa quindi tra amici e in famiglia.
Un’altra raccomandazione: ripetete l’ascolto più volte per ricordare meglio. Saluto infine tutti i brasiliani, che oggi sono stati coloro che hanno più ascoltato più degli altri i podcast di Italiano Semplicemente. Chissà dove sono adesso tutti i brasiliani che son stati su Italiano Semplicemente: Chi, lo sa, vattelappesca!
Membri della famiglia Italiano Semplicemente, un saluto da Giovanni, e vi do il benvenuto in questo nuovo episodio, in questo nuovo podcast di ItalianoSemplicemente.com. Ringrazio tutti del vostro interesse e dei vostri commenti sulla pagina Facebook, spero da parte mia, di esservi utile e di aiutarvi concretamente nell’apprendimento della lingua italiana. Scusate se a volte non riesco a rispondere personalmente ai messaggi su Facebook ma non sempre riesco a trovare il tempo. Ad ogni modo credo sia più produttivo sottolineare due cose, prima di iniziare la spiegazione di oggi.
La prima cosa è che queste espressioni, conoscere le espressioni idiomatiche Italiane è importante per conoscere la cultura Italiana, e difficilmente troverete queste espressioni in un corso di italiano convenzionale, dove lo studio della grammatica è al centro e non c’è spazio per le espressioni tipiche italiane. La seconda cosa, ancora più importante, a mio modo di vedere, è che per ogni espressione tipica italiana bisogna sapere come utilizzarla, in quali occasioni, se è informale o formale, se la potete usare in famiglia o in ufficio o col vostro professore di italiano. È bene sapere quindi anche in quali altri modi esprimere lo stesso concetto, per essere sicuri che stiamo usando bene l’espressione, altrimenti c’è il rischio di fare brutte figure, ed allora è meglio non conoscerla quell’espressione. Sul web ci sono altri siti o canali YouTube, anche molto interessanti, in cui si spiegano le espressioni italiane, ma tutti questi siti spiegano solo una versione della frase, e si tratta sempre di espressioni familiari, che potete usare e tra amici e non con persone diverse o che non conoscete bene. È per questo, è anche per questo che nelle mie spiegazioni cerco sempre di specificare il contesto di riferimento. Ed è anche per questo che ho deciso di sviluppare il corso di italiano professionale, che potete trovare sul sito e in cui vengono spiegate, tra l’altro, tutte le frasi che si riferiscono al mondo del lavoro, dalle riunioni, alle conferenze, al colloquio di lavoro, a come trattare eccetera. Ma torniamo all’espressione di oggi.
L’espressione che ho scelto di spiegarvi oggi, anzi le espressioni di cui ho deciso di parlarvi oggi sono due. Si tratta di “pezzo da novanta” e di “la paura fa novanta”. Credo siano due espressioni interessanti da spiegare e da comprendere.
Queste due espressioni sono state proposte da Leonardo, che saluto. Leonardo mi ha inviato una mail attraverso il link che ho inserito nella pagina delle frasi idiomatiche, e ha scelto due espressioni che contengono la parola “novanta”, che è un numero, come sapete. Novanta è il numero che sta dopo l’ottantanove e prima del novantuno. Ma in Italia il novanta è un numero particolare; non è un numero qualunque. Sapete infatti, o forse non lo sapete, che esiste un gioco in Italia che si chiama “Tombola”, un gioco molto famoso. Ora vi spiego come funziona il gioco della Tombola.
Ecco quindi che per spiegare queste due semplici espressioni contenenti la parola 90, il numero 90, occorre fare una premessa. Occorre spiegare il significato del numero novanta, cioè quello che rappresenta il numero novanta. Questo, inevitabilmente, ci fa entrare nella cultura italiana. Vediamo come quindi.
La tombola, dicevo, è un gioco, un tradizionale gioco da tavolo nato nella città di Napoli nel XVIII secolo, secolo che inizia nell’anno 1701 e termina nell’anno 1800 incluso. Il gioco della Tombola è un gioco in cui vengono sorteggiati dei numeri, vengono estratti dei numeri che vanno da 1 a 90, numeri compresi tra 1 e 90. La Tombola è la versione casalinga del gioco del lotto.
Probabilmente molti di voi conoscono il gioco del lotto ma non conoscono la Tombola.
Ebbene, questo gioco, famosissimo in Italia, è un gioco diffuso a livello familiare, infatti ogni Natale, durante le feste del Natale (che cade il 25 dicembre di ogni anno) in quasi tutte e famiglie, soprattutto se ci sono dei bambini, si gioca a Tombola: ci si mette tutti attorno ad un tavolo e si gioca tutti assieme a Tombola. Questo avviene anche nelle feste di paese, dove si gioca a Tombola nella piazza del paese, di molti paesi almeno, soprattutto al centro-sud. Dicevo che vengono sorteggiati, vengono estratti dei numeri, che stanno dentro ad un contenitore, all’interno di alcune palline. Nelle piazze dei paesi i numeri vengono sorteggiati e vengono urlati con l’aiuto di un megafono, in modo che tutti possano ascoltare.

Ogni persona, per partecipare al gioco, acquista una “cartella”, cioè un foglio, un foglietto, sul quale sono scritti 15 numeri, in tre file di 5 numeri. C’è poi una persona che estrae un numero alla volta dall’urna, dalla scatola, dal contenitore. Quindi man mano che escono i numeri, uno alla volta, questi numeri vengono detti ad alta voce: “cinque, ventidue, ottantasei” eccetera. Le persone che hanno acquistato una cartella controllano se la loro cartella, il loro foglio contiene il numero di volta in volta estratto. Quando una cartella contiene, su una delle tre file, il numero estratto, normalmente si appoggia un fagiolo sopra quel numero, oppure si fa un buchino sulla cartella con uno stuzzicadenti: diciamo che ci sono vari modi di segnare i punteggi. E quando si vede, quando si verifica, si constata, si appura che avete quel numero nella cartella si dice: “ce l’ho”, e mettete, appoggiate il fagiolo sul numero della vostra cartella di carta.
Quando si vince? Si vince quando qualcuno nella sua cartella riesce per primo, prima degli altri, ad avere due o più numeri in fila, cioè sulla stessa fila, su una delle tre file di ogni cartella: si fa quindi “ambo” (con due numeri), si fa terno con tre numeri, quaterno con quattro e chi ne azzecca cinque, tutti i cinque numeri di una delle tre file fa quella che si chiama “cinquina”.
Chi è poi molto fortunato riesce anche a “fare Tombola”. Fare tombola vuol dire utilizzare tutti i fagioli, tutti e 15 i fagioli, quindi vuol dire che tutti e 15 i numeri della cartella sono stati estratti. Ovviamente chi riesca a fare tombola lo strilla, lo dice a voce alta davanti a tutti non appena viene pronunciato l’ultimo numero: “tombola, ho fatto tombola!”
Chi fa tombola vince generalmente dei soldi, ma a prescindere dai soldi o dal premio che si vince, è un gioco molto divertente.
Questo gioco nasce a Napoli, come ho detto prima, ed a Napoli si danno molta importanza ai numeri ed al loro significato. Cosa significa? Significa che i napoletani hanno attribuito, hanno assegnato ad ogni numero, ad ogni numero da 1 a 90, uno specifico significato.
Quindi esiste un sistema di associazione tra numeri e significati, di solito umoristici. Ogni numero ha un suo significato. Per chi fosse interessato esiste anche un libro, che si chiama “La Smorfia”, che da secoli, da molti anni quindi, associa i sogni ai 90 numeri. Ogni numero ha un suo significato, ed ogni avvenimento, ogni sogno particolare, va tradotto in uno o più numeri.
Ebbene, il numero 90 (novanta) è associato alla paura. Allo stesso modo possiamo dire che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutta questa lunga spiegazione per arrivare a questo dunque.
Dunque la paura è il numero 90, e la paura fa 90. Questo è il senso proprio dell’espressione “la paura fa 90”. Inoltre vediamo che si usa il verbo “fare”: “la paura fa 90”.
Allo stesso modo infatti possiamo dire che 47 fa “morto che parla”, oppure che 42 fa caffè.
Quanto fa 40? Vediamo un po’… ah 40 fa noia!
Quindi questo significa che se sognate, se fate un sogno e sognate che il vostro caro nonno, morto tanti anni fa, si beve un caffè e vi racconta delle storie, allora dovete giocare al lotto i numeri 47 (morto che parla) e il numero 40 (caffè). Infatti 40 fa caffè e 47 fa morto che parla. Semplice vero?
“La paura invece fa 90”, ora avete capito che significa, letteralmente, che la paura è rappresentata dal numero 90. Tutto qui. Ma questo è il senso proprio, quello letterale.
La paura fa 90 è però una espressione idiomatica, e questa espressione significa invece che con la paura si possono fare cose incredibili. Sotto lo stimolo della paura si fanno cose che sembrerebbero impensabili in condizioni normali.
Se quindi, ad esempio, siete rincorsi da un cane che vuole mordervi, riuscirete a correre molto velocemente, molto più velocemente del normale: la paura fa 90!
Potete usare questa espressione quindi ogni volta che verificate che con la paura si fanno coe incredibili.
Spero Leonardo sia chiaro il senso della prima frase: la paura da novanta!
Ora vediamo la seconda frase che contiene il numero novanta: “pezzo da novanta”.
Stavolta la tombola non c’entra nulla. Stavolta il numero 90 rappresenta la dimensione, cioè la grandezza, di un cannone. Il cannone è l’arma da fuoco che si usava per sparare sulle navi, un’arma normalmente molto grande (lunga circa 2 metri o giù di lì). Sembra che la larghezza della bocca del cannone, da dove cioè esce la palla di cannone, cioè il proiettile del cannone, si misuri in calibri, e il calibro di un cannone può variare: Nella seconda guerra mondiale esistevano i cannoni a calibro 88 che avevano i tedeschi, e pare che gli italiani possedessero, avessero anche una trentina di cannoni a calibro 90, cioè più potenti.
Esistevano quindi solamente trenta cannoni, trenta cannoni che avevano un calibro pari a 90.
Esistevano quindi solamente 30 pezzi da 90.
Qui occorre spiegare però anche il termine “pezzo”, che normalmente si usa per indicare una piccola quantità, una porzione di qualcosa, come un pezzo di pizza eccetera. Soprattutto nel mondo del commercio la parola pezzo non indica una porzione di qualcosa, ma il termine “pezzo” viene usato in questo caso per indicare una singola unità: un pezzo. Questo vale per qualsiasi cosa: Se voi acquistate un qualsiasi oggetto, e ne acquistate alcune unità, potete dire anche che avete acquistato “alcuni pezzi”. Il termine pezzo quindi non significa solamente “una porzione”, “un pezzo” come quando qualcosa si rompe e “va in pezzi”, cioè si distrugge in piccole porzioni più piccole. Il termine pezzo al singolare significa quindi una singola unità. Al plurale, se voglio acquistare sei bicchieri uguali posso dire alla commessa: scusi, vorrei sei pezzi di questo bicchiere! Cioè vorrei sei bicchieri di questo tipo, sei bicchieri uguali. Quindi quei trenta cannoni speciali, quei trenta cannoni che avevano un calibro 90, erano dei pezzi speciali, dei pezzi quasi unici, perché ne esistevano solamente trenta pezzi: esistevano pochissimi pezzi da 90.
Da allora la frase “pezzo da novanta” ha anche un senso figurato, e viene usata per indicare una persona importante: un pezzo da novanta è un personaggio importantissimo, come ce ne sono pochi al mondo.
Allora ad esempio se conosco il vice presidente di un’importante azienda, posso dire che quello è un pezzo da novanta di quell’azienda, cioè un uomo importante, che svolge un ruolo importante. Non si tratta di un uomo qualsiasi, ma di un vero pezzo da novanta.
Qualcuno di noi, credo, potrebbe conoscere alcuni pezzi da novanta, in qualsiasi ambito. Io, fatemi pensare… dunque, non ho mai conosciuto pezzi da novanta della politica italiana, ad esempio, e non ho neanche mai conosciuto pezzi da novanta dello sport. Totti ad esempio è un pezzo da novanta del calcio italiano e mondiale, e mi piacerebbe molto conoscerlo. Nel mio caso non mi vengono in mente pezzi da novanta che io abbia mai incontrato o conosciuto personalmente.
Avete quindi capito che un pezzo da novanta è una persona importante, molto importante. Non per forza la più importante nel suo settore, ma una delle persone più importanti.
Quindi se ad esempio devo indicare una persona che ricopre un ruolo importante in una azienda ma non ricordo il suo ruolo, cioè non ricordo ad esempio se si tratta del direttore, del vicedirettore, del presidente o del vicepresidente, ma ricordo solamente che è uno importante, posso dire che è un pezzo da novanta, che questa persona è uno dei pezzi da novanta.
Pezzo da novanta è una espressione molto usata in Italia, usata soprattutto nella forma orale e quindi non molto raffinata come espressione. Si dice anche “essere qualcuno”. Se dico che mio padre è qualcuno nel tennis, ad esempio, vuol dire che gioca bene a tennis, che è una persona conosciuta. Essere qualcuno, se detta nel modo giusto, significa quindi essere una persona conosciuta, importante perché conosciuta, una persona rispettata perché importante. Anche questa espressione però è abbastanza familiare.
Se vogliamo esprimerci in modo leggermente meno informale possiamo usare la parola “calibro”, oppure, ancora meglio, possiamo usare la parola “spessore”: allora possiamo dire che una persona importante è un pezzo da novanta, se parliamo con amici, ma possiamo anche dire che questa persona è una persona di grosso calibro, o di un certo calibro, che vuol dire ugualmente un calibro elevato, un livello elevato; questo se parliamo con persone di cui abbiamo molto rispetto, o che non conosciamo abbastanza bene. Il senso è lo stesso però. Esistono persone di grosso calibro, ed anche persone dello stesso calibro, cioè dello stesso valore, della stessa importanza. Esistono poi delle persone che hanno un “elevato calibro morale”, persone cioè che han dimostrato nella loro vita di avere una forte moralità, un forte senso del dovere ad esempio, o elevato senso civico. Se quindi volete fare un complimento ad una persona che stimate molto per la sua correttezza ed onestà, che vi ha dimostrato in molte occasioni, potete dirgli che secondo voi è una persona di un elevato calibro morale.
La parola spessore, infine, può essere usata allo stesso modo: “Quella persona ha un elevato spessore morale”, oppure quella persona ricopre un ruolo di un certo spessore, perché magari è il direttore, o il vicedirettore, o il responsabile di una qualche attività.
Bene, sperando che anche voi un giorno possiate diventare persone di elevato calibro morale, se non lo siete già ovviamente, spero di essere riuscito a farvi capire bene il significato di queste due frasi “pezzo da novanta” e “la paura fa novanta”: se ci sono riuscito posso dire di essere un professore di un certo spessore, anche se questo non è esattamente il mio mestiere. Siamo dovuti un po’ entrare nella cultura italiana per capire bene, ed in effetti è questo il significato profondo di imparare una lingua: se imparate la cultura, imparare la lingua vi risulterà più facile. Spero di non avervi annoiato, ringrazio Leonardo per la domanda e tutti gli altri di essere così numerosi a seguire ItalianoSemplicemente.com.
Ora rispondete a voce alta ad alcune facili domande. Aspettate la domanda e provate a rispondere, così vi esercitate nella pronuncia: saranno delle domandine facili-facili.
La paura fa ottantanove?
No, la paura non fa ottantanove, la paura fa novanta!
…
La paura fa novantuno?
…
No, la paura non fa novantuno, la paura fa novanta!
Quanto fa la paura?
…
La paura fa novanta!
…
Ripetete ora:
Pezzo da novanta.
…
Quell’uomo è un pezzo da novanta!
…
Rispondete:
Ma chi è quell’uomo? Una persona di spessore?
…
Altroché! Quello è un pezzo da novanta!
…
Quel tizio è qualcuno nell’azienda?
…
Sì, lui è un pezzo da novanta! È uno di grosso calibro!
Ciao a tutti, e ricordatevi che tutti i fan di italiano semplicemente sono pezzi da novanta, almeno per me.
Tanti modi diversi per dire la stessa cosa. Agli amici, ai colleghi, in famiglia.
– fatti gli affari tuoi
– non ficcare il naso
– la cosa non la riguarda
– non ti inpicciare
– non ti immischiare
– fatti i fatti tuoi
– non amo le interferenze
– non sia inopportuno
Buongiorno a tutti, e benvenuti su un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.
Oggi siamo qui per spiegare il significato di alcune espressioni molto usate in Italia. In particolare spiegheremo a tutti cos’è l’undicesimo comandamento.
Il comandamento, o meglio, i comandamenti, sono le regole, scritte sulle tavole della legge che, secondo la Bibbia, furono date da Dio a Mosè sul monte Sinai.
Ci sarebbe molto da dire in proposito, ma qui mi limito a dire che per chi non conosce molto bene la religione cattolica, i dieci comandamenti sono le dieci fondamentali regole che ogni cattolico deve rispettare. Ci sono varie versioni dei dieci comandamenti, e nella versione cattolica questi comandamenti sono ben noti a tutti gli italiani.
Questi comandamenti, sono appunto dieci. Il loro numero è dieci:
Questi sono i dieci comandamenti che ci insegnano a tutti da piccoli, diciamo dai 6 ai 10 anni, quando si frequentano le scuole elementari e durante l’attività di formazione, diciamo così, durante il catechismo (o catechesi) che si fa ai bambini prima di fare la prima comunione, uno dei principali sacramenti cristiani.
Ma prima avevo parlato dell’undicesimo comandamento!

Ebbene, sebbene l’undicesimo comandamento non esista ufficialmente, almeno non esiste nella religione cristiana, ebbene è una usanza nota a tutti gli italiani che l’undicesimo comandamento sia un’altra regola che tutti dovremmo rispettare. La regola che tutti dovremmo rispettare è la seguente: Pensa ai fatti tuoi! “I fatti tuoi”, o in generale “i fatti propri” sono le cose che ci riguardano personalmente, le cose che riguardano noi stessi. Quindi “i fatti miei” sono le cose che mi riguardano, mentre “i fatti tuoi” sono le cose che riguardano te. Allo stesso modo “i fatti suoi” sono le cose che riguardano lui o lei, cioè una terza persona. La stessa cosa vale per “i fatti nostri”, che riguardano noi, “i fatti vostri” che riguardano voi ed infine “i fatti loro”, che riguardano loro, cioè delle terze persone.
“Pensa ai fatti tuoi,” significa quindi non pensare alle cose che non ti riguardano, non entrare, non interessarti delle cose che non ti riguardano, che cioè non riguardante, te stesso, ma invece riguardano qualcun altro, un’altra persona. Questo è quello che scherzosamente è indicato come l’undicesimo comandamento.
Ovviamente non si tratta di una regola religiosa, ma semplicemente di un modo di dire italiano.
Quando vogliamo dire a qualcuno che non deve pensare alle cose che riguardano gli altri, possiamo farlo appellandoci all’undicesimo comandamento, che recita appunto: pensa ai fatti tuoi!
Appellandoci vuol dire “fare appello”, cioè “richiamando”, “ricordare che esiste”, e dicendo “mi appello all’undicesimo comandamento” si vuole dire, scherzosamente, che esiste una regola, una legge, un comandamento (quindi una legge divina), esiste una legge alla quale mi appello, cioè una legge che va rispettata e quindi te la ricordo, come se fosse una vera legge; e questa legge alla quale mi appello dice che non devi pensare alle mie cose, ma devi pensare alle tue cose e basta: “mi appello all’undicesimo comandamento significa semplicemente: “fatti i fatti tuoi”
Ci sono però altri modi di dirlo. Ci sono altri modi simili per dire la stessa frase, per dire questa semplice frase. Ed è proprio questo l’argomento di oggi.
Il modo più diffuso è: “fatti i fatti tuoi“. Fatti i fatti tuoi significa “pensa ai fatti tuoi”, ed anche a “occupati dei fatti tuoi”, il verbo quindi può variare: fare, pensare, occuparsi.
Ma perché si dice “i fatti”?
I fatti sono le cose che accadono. I fatti, cioè: ciò che accade, ciò che succede. Quindi i fatti tuoi sono le cose che accadono a te, le tue vicende: i fatti tuoi.
Comunque non solo può cambiare il verbo: fare, pensare, occuparsi: A cambiare può anche essere la seconda parte della frase. “I fatti” possono diventare “gli affari”.
Quindi la frase diventa:
Fatti gli affari tuoi, pensa agli affari tuoi, occupati degli affari tuoi.
Di queste versioni viste finora la meno offensiva è “occupati degli affari tuoi”, semplicemente perché “occuparsi” è un verbo un po’ più formale, meno usato di fare o pensare.
Se invece non vogliamo essere affatto delicati con la persona cui ci rivolgiamo, e quindi vogliamo proprio offendere questa persona, colpevole di non essersi occupata degli affari propri, possiamo essere decisamente più offensivi.
Quindi possiamo dirgli di “farsi i cazzi suoi“.
“Fatti i cazzi tuoi” è la versione più offensiva, sicuramente. Può capitare a tutti di ascoltarla molto spesso, e quando la ascolterete la persona che parla, e che dice questa frase a qualcun altro, avrà probabilmente un tono di voce molto alto, perché la frase è una frase di sfogo, una frase con la quale ci si sfoga, si urla quasi, una frase con la quale si accusa la persona con la quale si parla di non aver rispettato l’altra persona. Se lo dico a mia sorella, le sto dicendo che mi ha mancato di rispetto.
Si usa molto in ambito familiare, o con gli amici, con le persone alle quali si vuole più bene quindi… essendo le persone più importanti per noi, sono quelle con le quali le nostre emozioni sono più forti, e quindi ci dispiace di più litigare con familiari e amici che con sconosciuti.
Infatti è molto offensivo anche
Con uno sconosciuto basta dire: “non sono cose che la riguardano“, oppure “non sono cose che ti riguardano“, a seconda che state dando del lei o del tu a questa persona.
Ci sono però anche altri modi di dire questa cosa. Ad esempio c’è: “non ti immischiare” oppure “non ti impicciare” e anche “non ti intromettere”
Immischiarsi, impicciarsi ed intromettersi sono i tre verbi utilizzati in questo caso. Questi tre verbi hanno lo stesso identico significato. Quello che cambia è il contesto: intromettersi è più educato. Impicciarsi è il più familiare dei tre.
Ad esempio: “non ti intromettere in ciò che non ti riguarda”. intromettersi significa mettersi in, cioè entrare, quindi “non entrare in ciò che non ti riguarda”: è la stessa cosa. Volendo si può usare anche il verbo entrare.
La stessa cosa vale per immischiarsi e impicciarsi. immischiarsi viene da “mischia”, e la mischia indica se vogliamo un gruppo di persone coinvolte in una attività. Chi si immischia (doppia m) si sta facendo gli affari di qualcun altro, non si sta facendo i fatti suoi. Il verbo immischiarsi si usa solamente in questo modo in italiano, cioè per indicare che qualcuno si sta occupando di affari che non lo riguardano, sta entrando in una mischia che non gli compete.
Il verbo impicciarsi è uguale? Ha lo stesso significato di immischiarsi?
La risposta è sì, ha lo stesso significato, ma diciamo che impicciarsi è indicato maggiormente per sottolineare che questa persona sta dando fastidio, sta entrando in questioni che non la riguardano e facendo questo crea fastidio, crea intralcio: “Non ti impicciare!” è come dire: “fatti gli affari tuoi, sei fastidioso!”.
Quindi voglio sottolineare questo aspetto, quello del fastidio, del disturbo creato, dell’intralcio. Ma più o meno il verbo è equivalente a immischiarsi.
Quello che si deve ricordare è che esistono situazioni diverse in cui usare espressioni diverse, e quindi se non conoscete la persona è meglio che al massimo diciamo qualcosa come “non ti intromettere”. Non possiamo esagerare con la confidenza, ed evitate di dire “fatti i fatti tuoi”, o ancora peggio “non ti impicciare” o “non ti immischiare” che sono più familiari.
“Fatti i cazzi tuoi” è invece da evitare sempre, ma è bene sapere cosa significhi perché capita spesso di ascoltare questa frase, anche in film polizieschi o commedie italiane.
Se vogliamo poi essere ancora più formali possiamo usare varie forme, dando però del lei (questo è importante se non conoscete la persona). Posso dire ad esempio:
“La cosa non credo che la riguardi!”
oppure
“non credo che la cosa debba essere di suo interesse!”
o anche
“non vedo, non capisco come l’argomento possa interessarle!”
In tutti questi casi si sta dando del lei all’interlocutore, e non del tu. In alternativa, sempre in modo formale, potete esprimere i vostri sentimenti, ciò che provate e quindi potete manifestare che i vostri sentimenti sono stati offesi: come farlo?
“Gradirei moltissimo se lei non si interessasse della questione!“: In questo modo state comunicando un vostro disagio. Ma lo state facendo in modo formale, distaccato.
Si può anche dire: “non amo le interferenze!“, o, ancora più deciso, potete dire: “la cosa non la deve interessare!” o ancora più forte: “non sia inopportuno!“.
Inopportuno significa non opportuno. Ed opportuno significa appropriato, adatto, adatto ad una certa circostanza. Quindi voi non siete opportuni, cioè se siete inopportuni, allora vuol dire che non state nel posto giusto, quindi è come dire, è come invitare la persona ad andare in un luogo più opportuno, ad occuparsi di cose più opportune.
“Non sia inopportuno” quindi è un invito a non essere inopportuno: “non sia” cioè “non essere”, ma non dimenticate che state dando del lei alla persona, quindi “tu non essere” diventa “lei non sia” inopportuno.
Inopportuno è molto usato nella lingua italiana ma ha più utilizzi diversi: una persona può essere inopportuna, ma anche un intervento, cioè ciò che viene fatto o detto da qualcuno può essere inopportuno. Se qualcosa o qualcuno è inopportuno, in poche parole, c’è qualcosa che non va, e la cosa a cui ci si riferisce sarebbe stato meglio non fosse accaduta, perché ha creato disagio, ha creato dei problemi.
Se quindi vi siete chiesti il significato della parola inopportuno, la vostra domanda non è stata inopportuna!
L’ultima espressione di oggi è “ficcare il naso“. Ficcare vuol dire mettere, inserire, mentre il naso come sapete è la parte del corpo che serve per odorare. “Ficcare il naso” è lo stesso che impicciarsi, immischiarsi: è al stessa cosa. “Ficcare il naso” dà più l’idea di chi si sporge, di chi si intromette, come se una persona dovesse entrare in una stanza e inserisce la testa di nascosto nella stanza con la porta appena aperta. Quindi mette la testa, ficca la testa dentro, ma la prima cosa che entra è in realtà il naso, come per annusare, o per vedere cose che non dovrebbe vedere. Quindi l’espressione “non ficcare il naso in queste cose” ad esempio, vuol dire “non immischiarti”, “non impicciarti. Il naso è utilizzato in molte espressioni italiane.
Bene ragazzi, possiamo dire che è opportuno fare un esercizio di ripetizione ora? Ebbene sì, possiamo dirlo! È molto opportuno, ed infatti lo facciamo subito.
Ripetete dopo di me e, state attenti alla vostra pronuncia. Non saltate questo esercizio, mi raccomando, sarebbe veramente inopportuno.
Io mi faccio i fatti miei!
—
Tu ti fai gli affari tuoi!
—
Lui si fa i fatti suoi
—
Lei si fa i fatti suoi.
—
Noi ci facciamo gli affari nostri.
—
Voi fatevi i fatti vostri!
—
Loro si fanno i fatti loro!
—
La cosa non ti riguarda!
—
Pensa ai fatti tuoi!
—
Occupati degli affari tuoi!
—
La cosa non ti riguarda!
—
Non ti immischiare!
—
Noi non ci impicciamo!
—
Non ficcare il naso nelle mie cose!
Credo sia abbastanza per oggi. Se volete ascoltate questo episodio più volte e venite a trovarci su italianosemplicemente.com.
Fatevi pure i fatti nostri, noi non ci offendiamo!
Ps: grazie di cuore per le vostre donazioni
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Buongiorno e benvenuti all’ottava lezione di Italiano Professionale. Siamo arrivati alla lezione numero otto. Spieghiamo oggi le espressioni italiane utilizzate quando si parla di risultati, di obiettivi raggiunti o ancora da raggiungere. Questo è l’argomento di oggi.
Mohamed: oggi ci sono io a farti compagnia! Mi chiamo Mohamed e sono egiziano. Insegno italiano ad Alessandria.
Ciao Mohamed, benvenuto. Grazie a Mohamed che offre il suo contributo, quindi presta la sua voce per questa lezione di italiano professionale.
Dunque Mohamed, parlavamo di risultati. Le espressioni di oggi, che vedremo nel dettaglio, sono tutte relative ai risultati (goal in inglese). In ogni lavoro ci sono dei risultati da raggiungere, da ottenere, da perseguire ed è quindi questo un argomento che non poteva mancare in un corso di italiano professionale, dove cerchiamo di affrontare le situazioni comuni a tutte le attività; situazioni suddivise per argomento.
Questo argomento, quello dei risultati, è sicuramente uno dei più importanti e dei più specifici del settore lavoro. I risultati si sognano, inseguono, e poi si raggiungono, si ottengono, o anche si perseguono: questi sono i verbi più diffusi che si usano quando si parla di risultati: sognare, inseguire, raggiungere, ottenere, perseguire, ma ce ne sono anche altri come vedremo nella lezione.
Vi capiterà di parlare di risultati, di obiettivi, di sogni, e vi capiterà di andare nella giusta direzione oppure no. Ebbene, nella lingua italiana esistono molteplici espressioni, anche idiomatiche, quindi con un doppio significato (significato letterale e figurato); espressioni che si adattano a descrivere ognuno un aspetto diverso riguardo a questo argomento.
Vediamo oggi queste espressioni insieme a Mohamed.
Mohamed: si tratta di molte espressioni Gianni, tutte diverse tra loro.
Molte espressioni diverse, infatti!
Mohamed: per semplicità, forse è meglio dividere queste espressioni in gruppi. Giusto Gianni?
Sì, infatti abbiamo pensato che è bene fare una classificazione. Così all’inizio vedremo un primo gruppo di espressioni che si riferisce alle frasi che si usano prima di aver raggiunto i risultati, in una fase precedente. Poi vediamo un secondo gruppo, dove collocheremo le frasi più utilizzate che si usano durante, oppure poco prima di aver ottenuto dei risultati, poco prima del traguardo diciamo, e infine il terzo ed ultimo gruppo, dedicato al dopo. Diciamo una suddivisione temporale. Essendo molte frasi abbiamo pensato di utilizzare questa pratica suddivisione. Vedrete che in questo modo sarà anche più facile riuscire ricordare le singole espressioni. In ogni caso avrete bisogno di ascoltare la lezione molte volte per poterle memorizzare completamente.
Nella seconda parte della lezione vedremo anche espressioni che si usano quando non si riesce a raggiungere dei risultati: quando i risultati cioè non arrivano.
Dopo la spiegazione, vedremo se ci sono, tra tutte le frasi viste, delle espressioni rischiose, rischiose nella pronuncia o anche nel contesto in cui ogni singola espressione va utilizzata. Vedremo allora quali evitare e quali usare in contesti istituzionali.
Alla fine concluderemo la lezione con un dialogo finale e con un esercizio di ripetizione.
Mohamed: Io e Gianni interpreteremo due personaggi che parleranno prima, durante e dopo i risultati: voi dovrete ripetere ognuna delle frasi dopo di noi.
Infatti ci sarà un dialogo e due personaggi, interpretati da me e Mohamed. Io e Mohamed saremo due dirigenti di una stessa azienda, un’azienda di scarpe italiane, che produce scarpe italiane, che discutono della stagione autunno-inverno. In questo dialogo useremo tutte le espressioni spiegate in questa lezione.
Dunque abbiamo appena iniziato la nostra attività lavorativa: le cose vanno bene. Non abbiamo ancora ottenuto risultati, ma i primi risultati sono positivi. In questo caso possiamo utilizzare diverse espressioni.
La frase più semplice è: “andare alla grande!”. Andare alla grande vuol dire che le cose vanno bene; abbiamo iniziato bene. Il verbo andare è appropriato e adatto, perché indica una direzione ed un movimento: si sta andando, si sta procedendo, in una direzione. E qual è la direzione? “Alla grande” ci dice che questa direzione è quella giusta!
Alla grande significa semplicemente “benissimo”. Se chiedo a Mohamed: come va col tuo nuovo ristorante? Fai buoni affari?
Mohamed: Sì, vado alla grande, grazie!
“Vado alla grande!” è molto usato ed è una espressione abbastanza informale, usata tutti i giorni tra persone che si conoscono. È informale, quindi, non è adatta a situazioni più importanti.
Ovviamente se parlo al plurale, se faccio cioè riferimento a più persone, si dice: “andiamo alla grande!” Oppure “vanno alla grande!” se mi riferisco a delle terze persone, ad un gruppo di persone a cui non si appartiene.
Ci sono alcune frasi analoghe ad “andare alla grande”. Una di queste è “Andare per il verso giusto”. Questa è più formale, adatta anche alla forma scritta: anche in questo caso si vuole dire che si è iniziato bene, sia sta andando verso la giusta direzione, anzi, il giusto verso: “Andare per il verso giusto”. La direzione infatti ha due versi, due versi opposti, e quello intrapreso, il verso intrapreso, è il giusto verso, o il “verso giusto”. Si sta utilizzando una rappresentazione, diciamo, geografica, geometrica, come se vi doveste recare, come se doveste andare in un luogo e doveste prendere una strada che porta in quel luogo. Quel luogo è il risultato da ottenere, e voi state andando verso quel luogo, ma non lo avete ancora raggiunto.
Ad esempio gli ascoltatori di questa lezione stanno andando nel verso giusto se vogliono ottenere una conoscenza della lingua italiana adatta ad un ambiente di lavoro.
Un’altra espressione simile, perché anch’essa adatta a contesti anche formali è: “andare a gonfie vele”.
In questo caso si utilizza l’immagine di una barca a vela, cioè di una barca, di un’imbarcazione, che non ha un motore, ma si muove grazie a delle vele, grazie al vento che gonfia le vele; le gonfia perché le riempie d’aria, e le vele diventano così “gonfie”. Se c’è molto vento la barca si muove velocemente; se invece non c’è vento, allora la barca, non avendo un motore, non si muove, non va avanti.
Ebbene, questo è probabilmente il miglior modo per esprimere che state procedendo molto bene, senza problemi, nella giusta direzione. Siete sospinti dal vento, ed ovviamente questa è un’immagine, un’immagine molto adatta e molto elegante da utilizzare: andare a gonfie vele.
Quindi “andare a gonfie vele” e per il verso giusto sono due espressioni adatte entrambe anche ad un contesto formale: le vele gonfie indicano che state andando benissimo. “Andare per il verso giusto” è meno ottimistica come frase, ma ugualmente positiva.
Mohamed: non mancano poi altre espressioni molto informali che utilizzano un’immagine per dire che tutto va bene.
Sì, “andare a tutto gas” è una di queste. L’immagine qui è quella di un veicolo a motore. Non c’è la vela quindi, ma un motore. Dove c’è un motore, come su una macchina o su una moto, c’è un combustibile che lo alimenta. Questo combustibile può essere la benzina, può essere il gasolio, eccetera; ma in questa frase si usa “il gas”, ed il gas nella frase rappresenta il combustibile, qualunque esso sia. Nelle macchine c’è il pedale dell’acceleratore, nelle moto c’è la manopola, perché si accelera con le mani e non con i piedi. Sia guidando una macchina che guidando una moto possiamo quindi accelerare: si può dire, anziché accelerare, “dare gas”. Si può dare più gas oppure si può dare meno gas, a seconda se si vuole accelerare o rallentare. E si può “andare a tutto gas” se si vuole andare alla massima velocità possibile, quindi premendo col piede il pedale al massimo nella macchina, o girando la manopola al massimo nella motocicletta, nella moto.
Chi “va a tutto gas” quindi va al massimo, “va a gonfie vele”. Le due frasi sono identiche ma adatte a due contesti diversi: il gas è informale, le vele sono più eleganti.
Andando dall’informale verso il formale, ci sono poi altre espressioni: “andare a tutta birra”, del tutto analoga come frase rispetto a “andare a tutto gas”. Sia il gas che la birra in effetti appartengono più al linguaggio giovanile ed a argomenti attinenti al tempo libero, e non al lavoro.
Lo stesso si può dire per “andare a tutto spiano”.
Mohamed: Questa però è più difficile da spiegare. Cos’è lo spiano?
Dunque, andare è anche qui il verbo utilizzato. La preposizione “a” è presente anche qui. “Tutto spiano” equivale a “tutta birra”, ed anche a “gonfie vele”. Cos’è lo spiano mi hai chiesto?
È talmente normale usare questa espressione per gli italiani che nessuno probabilmente sa cosa sia lo spiano. Ho fatto quindi una ricerca in proposito, caro Mohamed, ed ho scoperto che lo “spiano” si usava a Firenze, nell’antichità: si usava nei forni, dove si cucina il pane. Lo spiano era una certa quantità di grano col quale si fa il pane, lo spiano era quindi una quantità di grano. C’era anche il mezzo spiano, che era ovviamente la metà. C’era quindi il “tutto spiano”, e c’era il “mezzo spiano”. Se si lavorava “a tutto spiano” si faceva quindi il massimo del lavoro. Oggi l’espressione è usata in tutti i lavori e non solo nel forno, dove si fa il pane. E non solo nel lavoro poi!
Posso lavorare a tutto spiano, ma posso anche mangiare a tutto spiano, posso correre a tutto spiano, divertirmi a tutto spiano.
Anche questa è un’espressione familiare.
Mohamed: Ancora più difficile sarà spiegare l’espressione “a spron battuto”.
Mi stai veramente mettendo in difficoltà, Mohamed!
“A spron battuto” è credo l’espressione più difficile da spiegare finora.
Il senso però è quasi identico a quello visto finora: procedere bene, andare bene, aver iniziato bene anzi, benissimo direi. Come ”a gonfie vele”.
Le due frasi “a gonfie vele” e “a spron battuto” si possono usare anche con altri verbi, non solo con il verbo “andare”: posso dire “Procedere a gonfie vele”, o “proseguire a gonfie vele”.
Analogamente posso dire “andare a spron battuto”, ma anche “procedere a spron battuto”, “proseguire a spron battuto”, “andare avanti a spron battuto”. Posso anche dire “lavorare a spron battuto”.
Però quando si dice “a spron battuto” c’è anche l’idea della velocità, della fretta, e non solo del buon risultato. Quindi si usa anche dire “allontanarsi a spron battuto”. A spron battuto quindi è anche come dire “subito”, “velocemente”. Invece “a gonfie vele” contiene solamente il risultato, la velocità sì, ma legata al risultato.
In ambito bellico, quindi in caso di guerre, di battaglie, si usa dire che un esercito si è “ritirato a spron battuto”, per dire che si è ritirato in massa, e con velocità.
Ok ma cos’è lo spron battuto? Ebbene lo spron è lo sperone, che è quel pezzo di ferro, o di acciaio, che si usa con il cavallo per farlo correre, per farlo andare più velocemente. Lo sperone è attaccato allo stivale del piede, e se si punzecchia il cavallo con lo sperone, il cavallo avverte del dolore e aumenta la velocità. Lo sperone si batte quindi sul cavallo, quindi lo sperone è battuto sul cavallo. “A spron battuto” vuol dire quindi “ a sperone battuto”. E se si va, se si procede “ a spron battuto” si procede velocemente. L’immagine del cavallo quindi è analoga all’immagine della vela, o della macchina a gas. Si sta comunque andando velocemente nella giusta direzione. Credo che a spron battuto si possa sempre utilizzare, ma si trova un po’ in mezzo alle espressioni viste, quindi è adatta a tutte le situazioni, ma di più a quelle informali. Utilizzatissima anche questa espressione.
Finisce qui la prima parte della lezione otto di italiano professionale: nella seconda parte vedremo altre espressioni: prima quelle del secondo gruppo e poi quelle del terzo gruppo. Poi si parlerà dei rischi nella pronuncia e per finire l’esercizio di ripetizione.
Fine prima parte
Ciao a tutti gli amici di Italiano Semplicemente. Oggi vediamo una serie di espressioni, tutte abbastanza simili, che si usano per dire una cosa molto semplice: basta!!
“Basta” quindi è la parola più semplice, l’esclamazione più facile che esiste per dire “stop”.
Bene, quindi tale parola esprime quindi, un sentimento, un’emozione, uno stato d’animo: quello stato d’animo che abbiamo quando vogliamo che qualcosa finisca, che qualcosa termini, quando siamo stanchi di qualcosa. “Basta!” è un’esclamazione quindi. Le esclamazioni di usano per esclamare, per esprimere un sentimento, e le riconoscete perché sono seguite da un punto esclamativo, quello col puntino in basso.
Quante volte diciamo “basta” ogni giorno? Lo diciamo ai nostri figli, quando insistono a fare qualcosa che non va, qualcosa che non va bene, qualcosa che non andrebbe fatto, oppure lo diciamo semplicemente perché siamo stressati e siamo stanchi, dopo una lunga giornata di lavoro o di studio. Poveri figli! Oppure lo pensiamo, lo pensiamo al lavoro, lo pensiamo perché non sopportiamo più qualcosa, perché non siamo più disposti a tollerare qualcosa.
Allora in Italia si usano molti modi diversi di dire basta! Io stesso ne ho già utilizzati molti finora. Ho usato anche i verbi “sopportare” e “tollerare”, il primo più familiare, il secondo più formale, più adatto nella forma scritta ad esempio. Questi due verbi possono essere usati per costruire delle semplici esclamazioni, per dire appunto “basta!”.
Vediamo in particolare che ci sono alcune espressioni che gli italiani usano più di frequente, anche più frequentemente del semplice “basta!”.
Vediamo quali sono: “ne ho abbastanza!” è una delle esclamazioni più usate.

“Ne” si riferisce alla cosa della quale ne avete abbastanza, cioè si riferisce alla cosa di cui siete stanchi, alla cosa a cui dite basta. Ad esempio: “ne ho abbastanza del mio lavoro!”. Ho è il verbo avere.
“Ne ho” quindi vuol dire “io ne ho”. Quindi io, anche se non c’è scritto, anche se non si pronuncia è scontato: sono io che ne ho abbastanza!
Cioè sono io che sono stanco del mio lavoro, ad esempio, sono io che non voglio più lavorare. “Ne ho abbastanza!”. Oppure “ne ho abbastanza di te”: questa è forte ragazzi!! Questa frase potete dirla alla persona che non volete più vedere, la persona con la quale non volete più avere rapporti, anche al vostro fidanzato o fidanzata, anche se non è carino, diciamo…
Ovviamente possiamo utilizzare l’espressione con qualsiasi persona:
Io ne ho abbastanza, tu ne hai abbastanza, lui o lei ne ha abbastanza, noi ne abbiamo abbastanza, voi ne avete abbastanza, loro ne hanno abbastanza. Ma in tutti i casi spesso non troverete il pronome personale davanti.
Spero che nessuno vi dica mai questa frase, sinceramente. Infatti “ne ho abbastanza” esprime un sentimento molto forte. Ne ho abbastanza di qualcosa, in generale vuol dire che col passare del tempo il vostro sentimento di stanchezza è aumentato: all’inizio non eravate stanchi di questa cosa o di questa persona, ma man mano che il tempo è passato, vi siete sempre di più stancati, tanto che non siete più disposti ad accettare questa cosa, ne avete abbastanza. “Abbastanza” come vedete contiene la parola “basta”. Quindi abbastanza vuol dire che non volete più continuare. Abbastanza, come parola, è semplicemente l’equivalente di “enough” in inglese, o di “assez” in francese, ma “ne ho abbastanza” invece è informale, è colloquiale, si usa molto nella forma orale, nel parlato. L’equivalente, la forma equivalente, ma formale, di questa espressione, è molto diversa: “La misura è colma”. Questa espressione è molto formale, ma ha lo stesso identico significato di “ne ho abbastanza!”. L’espressione è “La misura è colma”.
Vediamo bene questa espressione. “Colma” vuol dire piena. Un bicchiere, ad esempio è colmo, quando è pieno fino all’orlo, fino alla fine, fina alla parte più alta del bicchiere, l’orlo. Più di così non è possibile, perché l’acqua uscirebbe.
“La misura è colma” utilizza quindi l’immagine di un contenitore, come un bicchiere, che non può più contenere altro liquido, perché tale bicchiere, tale contenitore, è colmo, è pieno fino all’orlo. “La misura” indica il livello massimo possibile dell’acqua, indica cioè quanto “misura” il contenitore, quanto è ampio, quanto è grande. Quant’è la misura di questa bottiglia? un litro, ad esempio. Questa bottiglia misura un litro esatto, questo contenitore misura cinque litri esatti.
Potete ascoltare o leggere la frase “la misura è colma” all’interno di articoli, anche giornalistici, che parlando di qualcosa di cui qualcuno si è stufato. Qualcosa di cui qualcuno è stufo, è stanco. Infatti “la misura è colma” a differenza di “ne ho abbastanza” si usa di più nella forma scritta.
Ho appena usato anche, involontariamente, l’espressione, la parola “stufato” o “stufo”. Ad esempio posso dire: “sono stufo di questa situazione”, oppure “mi sono stufato di questa situazione”. Ebbene queste due espressioni sono equivalenti a “sono stanco” e “mi son stancato”. “Sono stufo” quindi significa semplicemente “sono stanco”, ma è più familiare, ed anche più forte, esprime una stanchezza maggiore: “sono veramente stufo”: potete ascoltare molto spesso questa espressione in Italia.
Inoltre “stanco”, e la “stanchezza” si usano, sono più usate per indicare la stanchezza fisica. Se andate a fare una corsa a piedi, o in bicicletta, al vostro ritorno potete dire che siete molto stanchi , ma non potete dire che siete stufi, o che vi siete stufati, perché se dite che vi siete stufati vuol dire che non volete più andare a correre, che vi siete stufati della bicicletta ad esempio. Se invece dite “sono stanco” vuol dire che fisicamente la corsa vi ha reso stanchi, vi ha stancato.
Quindi “sono stufo di questa situazione” equivale a “ne ho abbastanza di questa situazione”. Voglio smettere.
Bene, ora vediamo ancora un’altra espressione utilizzatissima, una esclamazione che non ha bisogno di aggiungere nessun’altra parola; è già abbastanza chiara e forte così com’è. L’espressione è: “Non ne posso più!”. Non ne posso più vuol dire “basta!” quindi è anch’essa un’esclamazione. Se vogliamo non ne posso più è una frase che sintetizza una frase più lunga, come ad esempio “non posso più proseguire”, “non posso più andare avanti”. “Non ne posso più” è più breve, più concisa, più secca come esclamazione, come se si volesse accorciare la frase perché si è stanchi persino di sprecare parole a riguardo: “Non ne posso più!”. Anche qui il “ne” si riferisce alla cosa della quale siete stufi, alla cosa di cui ne avete abbastanza. Se dite “non ne posso più!” e non aggiungete altro, potete farlo, ma vuol dire che è già chiaro di cosa stiate parlando. Altrimenti potete anche dire: “non ne posso più… della mia macchina”, ad esempio, o “non ne posso più di lavare i piatti” o “non ne posso più di studiare la grammatica”.
“Non ne posso più di questi esami universitari”. Ecco, se non ne potete più dei vostri esami universitari non è un buon segno, perché faticherete a finirli e quindi faticherete a laurearvi; anche a me è capitato di non poterne più dell’università.
Quindi finora abbiamo visto le espressioni più usate:
– “basta!”;
– “ne ho abbastanza!”;
– “non ne posso più!”
– “la misura è colma”
Come dicevo prima potete anche utilizzare i verbi sopportare tollerare.
Ad esempio “non sopporto più” è anch’essa molto usata. “non ti sopporto più” o anche “non sopporto più una certa persona” sono ugualmente molto utilizzate, e vi capiterà spessissimo di ascoltare queste espressioni in dialoghi, conversazioni informali, davanti alla macchina del caffè, tra amici al bar eccetera.
Invece come dicevo il verbo “tollerare” è più formale, più forbito, diciamo così. Molto usata è ad esempio l’espressione: “non sono più disposto a tollerare questa situazione”. Questa frase potreste ascoltarla in riunioni, anche importanti, in cui uno dei partecipanti manifesta il desiderio di liberarsi di una situazione spiacevole. Magari in una riunione d’ufficio ci si può lamentare del fatto che uno dei colleghi non lavori molto, non aiuti l’attività dell’ufficio, quindi uno dei collegi si potrebbe lamentare di questo e potrebbe dire al dirigente, o ad una riunione a cui partecipa anche il capo, il dirigente dell’ufficio: “non sono più disposto a lavorare a queste condizioni”, “non sono più disposto a tollerare questa situazione”.
Quindi il verbo tollerare si associa, si usa, insieme a “non sono più disposto”, cioè “non sono più disponibile”. Usando un linguaggio più familiare potrei dire: “non mi va più!”, o anche “non ho più voglia”. Ma ovviamente come saprete in un ufficio spesso si utilizzano frasi diverse.
È importante sapere che chi vuole imparare a comunicare in italiano, impari che, come immagino accada anche in altre lingue, ci sono differenze sostanziali, importanti, tra il linguaggio familiare, di tutti i giorni, dal linguaggio d’ufficio, almeno quello da usare per alcune occasioni, come durante le riunioni o quando si vuole esprimere qualche sentimento, qualche preoccupazione, o anche un semplice dissenso, quando non siete d’accordo su qualcosa. In questi caso è importante usare le parole giuste.
Per questo motivo esiste anche il corso di Italiano Professionale, che serve esattamente a questo: a spiegare la differenza tra linguaggio formale e informale, a capire quando usare un’espressione o quando usarne un’altra, più adatta al lavoro, o durante una riunione, o più adatta perché meno aggressiva eccetera.
Per chi è interessato il corso sarà disponibile a partire dal 2018, stiamo sviluppandone i contenuti giorno dopo giorno e chi ci vuole aiutare può visitare la pagina facebook dedicata al corso di italiano professionale dove ci può suggerire dei contenuti interessanti da aggiungere.
Credo che può bastare così per oggi, altrimenti ne avrete abbastanza anche di questo episodio e di italiano semplicemente.
La misura è colma per oggi, ma domani provate ad escoltare ancora questo episodio, altrimenti vi dimenticherete presto e se un giorno vi capiterà di dire basta a qualcosa, o a qualcuno, penserete:
“oddio, com’era che si diceva? Non mi ricordo più!”
Quindi seguite le sette regole d’oro, per chi non conosce le sette regole d’oro per imparare a comunicare in italiano vi invito a dare un’occhiata al sito italianosemplicemente.com e vedrete che ascoltando più volte lo stesso podcast, se il vostro livello di italiano è sufficientemente alto per comprendere almeno il senso del discorso, allora in tal caso la ripetizione dell’ascolto è una delle chiavi per comprendere sempre di più, e vedrete appunto che a forza di ripetere l’ascolto ci saranno delle parole che all’inizio non capite, ma poi, una alla volta, saranno più chiare: il contesto vi aiuterà a capire anche ciò che all’inizio non comprendevate.
Terminiamo l’episodio con un esercizio di pronuncia. Anche questo importantissimo: è la settima regola d’oro: “Parlare”. Quindi ripetete dopo di me per esercitare i muscoli e per abituarvi ad ascoltare la vostra voce, così da non avere imbarazzo o problemi psicologici quando vi capiterà di parlare con un italiano vero.
Proviamo a ripetere alcune frasi che abbiamo visto oggi:
– Ne ho abbastanza degli esami universitari.
—-
– Ne ho abbastanza di te.
—-
– Non ne posso più di questa situazione.
—-
– non ne posso più di questo caldo. Voglio l’inverno!
—-
– Basta, ora la misura è colma.
—-
– Il governo italiano deve cambiare. La misura è colma.
—-
Ciao ragazzi, alla prossima.
Buongiorno ragazzi. Buongiorno a tutti. Una frase veramente curiosa quella di oggi: “in zona Cesarini”. Sicuramente è una di quelle espressioni che non troverete mai in un libro di grammatica italiana, né troverete l’equivalente esatto in lingua inglese, francese eccetera. Credo che anche all’università, durante le lezioni è impossibile che possiate ascoltare o leggere questa frase.
L’espressione di oggi, che mi accingo a spiegare è una di quelle espressioni che racchiudono un pezzo d’Italia. Una di quelle espressioni che, se pronunciate da uno straniero, da una persona non nata e cresciuta in Italia, suscita sicuramente molto stupore, ed un italiano, ascoltando uno straniero che pronuncia questa espressione rimane sicuramente molto stupito, sicuramente molto meravigliato: Penserà: Com’è possibile che questa persona, straniera, conosca l’espressione “in zona Cesarini”? Evidentemente ha vissuto in Italia. Evidentemente ha passato del tempo in Italia. Questo penserà un italiano. Alla fine dell’episodio di oggi, dopo avervi spiegato il significato di questa espressione italianissima, vi farò alcuni esempi di utilizzo, vi suggerirò alcuni contesti in cui potreste utilizzare l’espressione “in zona cesarini”, anche come semplice turista.
Allora, avrete notato, se avete letto o state leggendo in questo momento la trascrizione di questo episodio, che “Cesarini” si scrive con la lettera “C” maiuscola: con la lettera iniziale maiuscola. Avrete anche notato che se provate a cercare su un dizionario italiano online, la parola “Cesarini” i dizionario vi riporta non ad una parola comune, ma ad una persona, al cognome di una persona.
Ebbene sì. “Cesarini”, con la “C” maiuscola è una persona. In particolare è un calciatore. Troverete più persone che si chiamano Cesarini di cognome su internet, ma quando si parla di “zona Cesarini” si sta parlando di Renato Cesarini, un calciatore, cioè giocatore di calcio, che giocava in Italia nel secolo scorso.

Renato Cesarini è il suo nome e cognome, e questo giocatore giocava con la squadra della Juventus. La conoscete tutti la Juventus, detta anche “Juve”. Ebbene questo calciatore nel 1931, in una partita tra Italia ed Ungheria, precisamente il 13 dicembre 1931, segnò, realizzò un gol, fece un gol, al minuto numero novanta, al novantesimo minuto, cioè all’ultimo minuto della partita.
Questo giocatore, a dire il vero, molto spesso segnava nei minuti finali di una partita: gli era successo più volte di realizzare diversi gol nei minuti finali di partita, anche se si trattava sempre di gol decisivi ai fini del risultato, cioè non tutti questi gol sono stati importanti, importanti nel senso che la partita è stata vinta grazie al gol di Renato Cesarini. Questo fatto, il fatto di segnare negli ultimi minuti, gli era successo molte volte quindi, anche contro avversari di rango, cioè molto forti, come Napoli e Torino ad esempio. Nel calcio, come in tutti gli sport, gli avversari “di rango” sono gli avversari più forti, sono gli avversari più “blasonati”, più difficili da battere. Si dice anche così: blasonati, cioè che hanno un blasone. Il blasone è simbolo di nobiltà. Questa è l’origine del termine blasone. Ma nello sport chi ha un blasone, chi è blasonato, o la squadra blasonata, è la squadra che ha vinto molti titoli. Il Barcellona e la Juventus sono due squadre blasonate quindi, e sono due squadre di rango.
Quindi tornando a Cesarini, a Renato Cesarini, dopo quel gol realizzato contro l’Ungheria, nel 1931, divenne famoso per essere un calciatore che segna sempre nei minuti finali, che fa sempre gol nei minuti finali di una partita. Ebbene? Allora? Cosa c’entra con l’espressione “in zona Cesarini?”
Cos’è la “zona Cesarini”?
Succede molto spesso che una espressione, anche se nasce in uno specifico contesto, può finire per essere applicata anche ad altri contesti, e così l’espressione “zona Cesarini” finì per essere applicata anche ad altri sport, per indicare fatti, avvenuti, o situazioni avvenute all’ultimo momento, in extremis.
Si parla di “zona” perché col termine zona si vuole indicare un periodo temporale, un arco di tempo, si vuole indicare “l’ultimo momento possibile”. Si dice anche “area Cesarini”.
Quindi la zona Cesarini, o l’area Cesarini, è l’ultimo momento; l’ultimo momento utile per fare qualcosa, ed in particolare per porre rimedi, per rimediare, cioè per risolvere una questione, un problema. Solitamente la parola zona invece si riferisce allo spazio: una zona è solitamente un’area di terreno, e si misura in metri quadri, non in tempo. In tal caso invece si indica una porzione di tempo, un preciso periodo, e precisamente la fine di un periodo di tempo.
Normalmente si dice “in extremis”, per esprimere lo stesso concetto, come ho detto anche prima. È la stessa cosa. In zona Cesarini significa esattamente “in extremis”, “all’ultimo momento”.
Quel gol di Renato Cesarini fece sì che l’Italia vincesse tre reti contro due contro l’Ungheria, in una partita valida per la Coppa Internazionale, una competizione che ora non si svolge più. Si è svolta per sei volte nel passato e queste sei edizioni si disputarono dal 1927 al 1960. La Coppa Internazionale È stata la prima competizione per squadre nazionali di calcio disputata in Europa. Ora ci sono, come sapete, i campionati Europei di Calcio.
Vediamo qualche esempio di utilizzo dell’espressione “zona Cesarini”. Potete usare queste espressione in qualsiasi contesto, ma fondamentalmente solo nella forma orale. Non viene usata, se non in articoli giornalistici, nella forma scritta.
Immaginiamo che siate un turista, un turista che viene in Italia e che viene a Roma ad esempio. A Roma ad esempio andate a visitare il Colosseo, e scoprite scopre che l’orario di visita del Colosseo, l’orario in cui è possibile visitare il Colosseo, vederlo cioè dal suo interno, sta per terminare. Siete l’ultima persona del giorno che entra nel Colosseo. Siete molto fortunato, e quindi potreste dire quindi alla persona che gli dà il biglietto “meno male, ce l’ho fatta in zona Cesarini!”.
Vedrete la reazione della persona che sta di fronte a voi: come minimo sgranerà gli occhi: cioè allargherà gli occhi in segno di stupore; sarà stupita, sarà meravigliata, perché avete utilizzato l’espressione “in zona Cesarini”. Penserà forse che siete italiana, o che avete vissuto in Italia per un po’ di tempo.
La stessa cosa la potete usate al ristorante. Se decidete di cenare molto tardi, ad esempio alle 10.30 di sera, magari perché avete visitato Roma o avete passeggiato per le vie del centro, troverete sicuramente dei ristoranti aperti, ma alcuni ristoranti a quell’ora stanno per chiudere. È tardi per cenare, e probabilmente a quell’ora, alle 10.30 di sera, è più facile che troviate aperti pub, birrerie, che vi possono comunque preparare delle cose da mangiare. Se entrate in un classico ristorante e chiedete: “ è possibile cenare?”. Il proprietario, o il cameriere, potrebbe rispondervi: “stiamo quasi per chiudere, ma entrate pure siete arrivati in zona Cesarini”. Se si accorge che siete degli stranieri sicuramente non userà questa espressione. Anche voi però potreste usare questa espressione: potreste chiedere: “si può entrare in zona Cesarini?”, “cioè “si può entrare anche se siamo arrivati all’ultimo momento?” “anche se siamo arrivati in extremis?”.
Avete capito quindi che la zona cesarini non è una zona fisica, un’area, ma è un periodo di tempo.
“in zona cesarini” è una espressione usata in tutta Italia, assolutamente innocua, usata da tutti. Non abbiate paura quindi di utilizzarla. Per memorizzarla velocemente il trucco lo sapete: dovete ripetere e dovete collegarla a delle emozioni.
Ora faremo un esercizio di ripetizione, mentre riguardo alle emozioni potete provare ad andare su facebook, e scrivere una frase che contiene questa espressione. Magari avrete delle reazioni, dei commenti che agiranno sulle vostre emozioni facendovi ricordare meglio questa frase.
Facciamo ora l’esercizio di ripetizione. Repetita iuvant.
Zona Cesarini
…
Zona Cesarini
…
In zona Cesarini
…
In zona Cesarini
…
Sono arrivato in zona Cesarini
….
Scusate se arrivo in zona Cesarini
…
Mi sono salvato in zona Cesarini.
…
Bene ragazzi, spero che tutto sia chiaro, spero di essere riuscito a spiegare per bene questa espressione. Per conoscere la spiegazione di altre frasi idiomatiche basta andare sulla home page del sito Italianosemplicemente.com e cliccare su “livello intermedio”, lì troverete molte espressioni italiane di suo comune che in nessun libro però riuscirete a trovare né un suo utilizzo, tantomeno una spiegazione.
Vi lascio alla sigla finale, anche perché devo andare a fare la spesa al supermercato e spero di riuscire ad arrivare in tempo prima della chiusura. Se ce la farò, arriverò sicuramente in zona Cesarini, altrimenti, niente cena…
……..
Buongiorno amici. La frase idiomatica che di oggi è “fare buon viso a cattivo gioco”.
La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è una frase non molto facile da spiegare. Cercherò di fare quindi molti esempi e di spiegare tutte le parole.
Questa espressione è utilizzata non molto di frequente nel linguaggio di tutti i giorni. Tuttavia il suo utilizzo è molto frequente in ambito lavorativo e professionale.
Vi potrebbe capitare di ascoltarla in Italia in molte occasioni ed in qualsiasi attività lavorativa.
Come sa chi ci segue solitamente, in Italiano Semplicemente cerchiamo di spiegare ogni settimana almeno una frase idiomatica, e spesso vengono spiegate espressioni molto utilizzate nel lavoro.
Nella pagina frasi idiomatiche troverete molte espressioni di uso comune in tutta Italia e alcune delle espressioni più utilizzate, come quella di oggi, in ambito professionale. In generale però tutti gli altri contenuti, cioè tutte le frasi idiomatiche più utilizzate nel lavoro, specifiche del lavoro, così come tutti i verbi e tutte le situazioni più frequenti in ambito professionale che familiare sono inserite all’interno del corso di Italiano Professionale, che sarà disponibile per chi volesse acquistarlo, a partire dal 2018.
Ogni giorno siamo impegnati, con gli altri membri della redazione a sviluppare i contenuti di ogni lezione di questo speciale corso, e mettiamo a disposizione sempre la prima parte di ogni lezione, in modo che tutti possano capire di cosa si parli nel corso e possano decidere con sicurezza e tranquillità se acquistare il corso o meno quando sarà disponibile.
La frase di oggi, “fare buon viso a cattivo gioco” è un podcast completo, interamente gratuito, un episodio accessibile a tutti, e spero di riuscire oggi a spiegarvi il significato della frase senza troppe difficoltà.
Allora, vediamo parola per parola. Fare è un verbo, molto usato nelle frasi e espressioni idiomatiche italiane. Il viso è la parte del corpo in cui si trovano gli occhi, il naso e la bocca. “Il viso”. Si dice anche “la faccia”, ma il viso è più indicato e più usato per indicare la parte del corpo, invece la faccia è usato di più per rappresentare le espressioni e le emozioni del viso, anche per quelle che si provano guardando questa faccia, questo viso. Ad esempio: “ha una faccia curiosa“, oppure “ha una faccia da schiaffi“, ed altre espressioni simili.
“Fare buon viso” contiene la parola “buon”, cioè “buono”. Un “buon viso” è un “viso buono” un viso che esprime tranquillità, che non esprime preoccupazione. La bontà del viso non è da intendere come la bontà d’animo. o la bontà delle persone, ma come un viso che esprime tranquillità.
Vediamo che in questo caso “viso” è utilizzato per indicare un’emozione, cosa che come detto prima si usa fare di più con la parola “faccia” e non con la parola viso. Non è così in questo caso.
Le due parole “buon viso” stanno insieme solamente in questa espressione: non esistono altre espressioni e modi di dire italiani che contengono queste due parole in fila: è chiaro quindi che appena voi dite “fare buon viso”, un italiano che ascolta subito intuisce, capisce subito qual è la fine della frase che state dicendo: “a cattivo gioco”
“A cattivo gioco”: cosa vuol dire?
Il senso proprio di questo pezzo di frase non ci aiuta.
Il gioco solitamente è divertimento, è una attività che dà gioia, che fa piacere fare. Quindi un “cattivo gioco” non esiste. Al massimo un cattivo gioco può essere un gioco il cui fine è cattivo, crudele. Uccidere per gioco può essere giudicato un “cattivo gioco”. Cattivo infatti si usa per le persone: una persona cattiva è una persona non buona, che non fa del bene ma fa del male agli altri. Un cattivo gioco può anche essere un gioco non istruttivo, che non istruisce, cioè che non insegna nulla ai bambini. Ma non è neanche questo il significato nella frase di oggi.
La parola “Cattivo”, l’aggettivo “cattivo”, si usa anche in molte altre circostanze, in molte altri contesti e situazioni e non solo per le persone. Si usa per, ad esempio, il tempo, ma in questo caso la cattiveria non c’entra col “cattivo tempo“. In questo caso il tempo si dice cattivo quando piove, ad esempio o quando fa freddo e c’è vento, insomma quando non è un tempo, da un punto di vista meteorologico, buono. “Fa cattivo tempo”, si dice per dire che non è un bel tempo.
“che tempo fa oggi a Roma?”. Se piove potete dire “fa cattivo tempo”.
Poi c’è anche “cattivo sangue” e “cattivo profeta”.
Questo per dirvi che la frase “fare buon viso a cattivo gioco” va letta tutta insieme, e non un pezzo alla volta. Il senso della frase è cercare di adattarsi il meglio possibile, nel miglior modo possibile, a situazioni sgradevoli che non si ha possibilità di evitare o modificare.
Se abbiamo una situazione sgradevole, cioè non gradevole, cioè che non ci piace, ma è necessario sopportare, allora possiamo dire che dobbiamo “fare buon viso a cattivo gioco”, cioè dobbiamo mostrarci tranquilli, far finta che non sia un problema, dobbiamo sopportare e mostrare, far sembrare che tutto vada bene, dobbiamo fare “buon viso”, cioè mostrare un viso sereno, senza mostrare preoccupazioni, “a cattivo gioco”, cioè ad una situazione che non ci piace, sgradevole, che vorremmo evitare, ma che conviene affrontare in questo modo, facendo “buon viso a cattivo gioco”, perché quello che è successo è inevitabile, non si può evitare.
Attenzione perché è importante usare la preposizione “a”. Non sembra corretto dal punto di vista grammaticale, ma nelle espressioni idiomatiche non dovete badare alla grammatica: queste infatti sono un modo per sintetizzare una situazione frequente che può capitare. Al lavoro capita spesso di fare buon viso a cattivo gioco.
Se ad esempio state lavorando, state lavorando e siete molto concentrati, e ad un certo punto una persona vi interrompe e vi dice “scusa disturbo? posso farti una domanda?”.
Voi a questo punto perdete la concentrazione e questo vi fa arrabbiare. A questo punto avete due scelte, potete fare due cose: la prima cosa che potete fare è rispondere: “no, ho da fare!“, oppure “non ora, più tardi!“. Questa è la prima scelta, e potrebbe essere giudicata poco gentile da parte vostra una risposta di questo tipo. Ormai avete perso la concentrazione, quindi potrebbe convenirvi una risposta più diplomatica.
La seconda scelta quindi è “fare buon viso a cattivo gioco” e fare finta di niente, cioè far finta che la cosa non vi abbia seccato, non vi abbia dato fastidio, e quindi rispondere gentilmente: “prego, entra pure, non mi disturbi affatto!“. In questo modo avete fatto buon viso a cattivo gioco. La cosa non vi ha fatto buon gioco, perché vi ha fatto perdere la concentrazione, ma pur non avendovi fatto buon gioco, voi fate “buon viso”. Fate buon viso a cattivo gioco.
Si potrebbe discutere sul fatto che sia buona cosa o meno fare buon viso a cattivo gioco. E’ una cosa positiva fare buon viso a cattivo gioco? Qualcuno potrebbe dire che chi fa buon viso a cattivo gioco è una persona ipocrita, e l‘ipocrisia è il nome del sentimento. Ipocrisia deriva dal greco e significa simulazione. Simulare significa “far finta”, “far sembrare”, far apparire una cosa in un modo quando invece non è così.
Una persona ipocrita è una persona che non dice quello che pensa e che lo fa per ottenere dei vantaggi. L’ipocrita ha imparato a dire ciò che “rende” di più, cioè che gli porta maggiori vantaggi.
In effetti l’ipocrisia non è una cosa affatto positiva nel lavoro e direi anzi che è una delle caratteristiche peggiori. Ma qui bisogna forse anche distinguere tra ipocrisia e diplomazia.


La diplomazia, a differenza dell’ipocrisia, ha una eccezione positiva, ha un significato positivo. Entrambe sono simulazioni però. Con entrambe ci si comporta in modo diverso da ciò che i nostri sentimenti ci consiglierebbero.
Entrambe sono simulazioni di sentimenti e lo scopo è sempre quello di guadagnare la fiducia degli altri, la fiducia altrui. Ma il termine ipocrisia è più collegato all’inganno. Se faccio finta di essere tuo amico e poi parlo male di te con gli altri colleghi sono un ipocrita, mi sto comportando da ipocrita, non sono diplomatico. Il diplomatico è realista, ed il suo fine, quello che vuole ottenere, non è un fine personale, ma è una intesa: l’intesa nel lavoro è il suo obiettivo. Per il diplomatico la cosa importante è come agire nel rispetto della persona altrui. Invece l’ipocrita è egoista, pensa a se stesso. Questa è la differenza. Se ad esempio devo trovare un accordo tra persone diverse, tra opinioni diverse, allora cerco di mantenere una posizione neutrale, cercando di capire le differenze tra le persone e cercando di trovare un accordo, il miglior accordo possibile.
Potete quindi ben capire che la diplomazia è una caratteristica molto apprezzata nel lavoro perché pochi hanno la capacità di mantenere una posizione neutrale e cercare sempre la migliore soluzione ad ogni problema, anche andando a volte contro il proprio pensiero, perché l’obiettivo, il fine ultimo, è l’accordo.
La diplomazia quindi non è ipocrisia, non è manipolazione. Ecco, anche questo termine: “manipolazione” è senza dubbio una parola negativa, come ipocrisia. Chi manipola è quindi un ipocrita, un egoista, uno che vuole fare in modo che gli altri facciano delle cose che gli porteranno dei vantaggi. Manipolare viene da “mani”, cioè lavorare con le mani, quindi manipolare una persona è cercare di cambiarla, come se fosse un oggetto e come se dovesse far assumere una certa forma a questa persona, la forma che vuole lui, la forma che desidera il manipolatore.
In ogni caso si potrebbe discutere molto sui termini diplomazia e ipocrisia, e si potrebbero anche avere opinioni differenti. Infatti ci sono dei mestieri, dei lavori, dove fare buon viso a cattivo gioco è indispensabile, è molto importante: come nel mestiere del diplomatico, o del politico.
Il diplomatico, lo dice anche il nome, è colui che deve avere diplomazia. Il diplomatico è un lavoratore, detto “funzionario“, attraverso il quale uno Stato (come quello italiano ad esempio) oppure la Santa Sede, la Chiesa, intrattiene relazioni con un altro Stato, con la Santa Sede o con un’organizzazione internazionale: questo è il diplomatico. L’ambasciatore ad esempio è un diplomatico.
Il politico invece è colui che si occupa di politica, colui che è eletto dal popolo per prendere decisioni che riguardano la collettività, il popolo intero. In questi due mestieri, il diplomatico e il politico, fare buon viso a cattivo gioco significa essere diplomatici ma spesso il confine tra diplomazia e ipocrisia è molto, molto stretto.
Comunque fare buon viso a cattivo gioco è una frase utilizzabile anche al di fuori del lavoro in generale se ci troviamo in situazioni difficili, se non vogliamo affrontare apertamente chi ci ha fatto del male, o chi ci ha procurato uno svantaggio, o chi ci ha messo i bastoni tra le ruote, magari preferiamo fare buon viso a cattivo gioco, preferiamo far finta di niente, perché tanto ormai è successo, e pensiamo che è meglio far finta di niente.
Facciamo ora un esercizio di ripetizione come facciamo sempre per rispettare la regola numero sette per imparare a parlare Italiano: parlare.
Ripetete dopo di me, copiate la mia pronuncia.
Fare buon viso a cattivo gioco.
….
Fare buon viso a cattivo gioco.
….
Fare buon viso….. a cattivo gioco… a cattivo gioco…
Meglio fare buon viso a cattivo gioco
….
Non mi piace fare buon viso a cattivo gioco
…..
Ti consiglio di fare buon viso a cattivo gioco
….
Ti sconsiglio di fare buon viso a cattivo gioco
….
Vi ringrazio di aver seguito questo episodio di Italiano Semplicemente. Ascoltate questo episodio più volte se volete usare la tecnica dell’ascolto per imparare l’italiano in modo naturale. Fatelo più volte, durante i vostri tempi morti, e continuate a seguirci anche su Facebook, e se volete visitate la pagina di Italiano Semplicemente.
Ciao a tutti da Giovanni. Un abbraccio.
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La domanda:
La spiegazione:
La domanda di Manal (Algeria): ciao Gianni, vorrei sapere il significato dell’espressione: “fare i conti senza l’oste”. Non sono riuscita a trovare nulla su internet
La spiegazione
Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo l’espressione idiomatica italiana “fare i conti senza l’oste”, e ringrazio Manal, una ragazza algerina, e più precisamente della città di Shief. Manal studia italiano nell’università di Blida. Spero di aver pronunciato bene tutti i nomi. Manal ha detto di non aver trovato su internet la spiegazione di questa frase.
Bene allora vediamo un po’ se ce la faccio a farvi capire il significato dell’espressione.
Fare i conti senza l’oste. Dunque cos’è “fare i conti”? Per capire occorre spiegare cosa sono i conti. I conti si fanno in matematica. Si prende una calcolatrice, oppure si scrive su un foglio di carta. Quanto fa due virgola tre più tre virgola uno? Facciamo i conti e vediamo quanto fa, vediamo il risultato di questa operazione facendo i conti. I conti è un termine, una parola generica; nello specifico esistono le operazioni matematiche: addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione. In generale si dice: fare delle operazioni, oppure ancora più in generale, si dice fare i conti. In senso matematico quindi, questa espressione si usa al ristorante, in pizzeria, ad esempio: mi fa il conto per favore? In questo caso si usa al singolare: il conto. Per “fare il conto”, il proprietario del ristorante deve fare i conti, deve vedere quello che si è mangiato, fare le singole addizioni e vedere il risultato. Il risultato è il conto, il conto del tavolo.
La cameriera, che serve ai tavoli, potrebbe chiedere al proprietario: “mi fai il conto del tavolo numero due per favore?
Quindi i conti si fanno per calcolare un risultato. Ma in realtà “fare i conti”, l’espressione “fare i conti” è usata in senso più ampio; si può utilizzare non solo al ristorante, in pizzeria eccetera, ma anche quando ci sono delle questioni da chiarire tra due persone. Se ci sono due persone ad esempio che devono ancora concludere una discussione, o hanno avuto una trattativa, ed una delle due persone crede che ancora questa discussione, questa trattativa non sia terminata, perché crede magari che finora non si sia detto tutto e occorre, bisogna terminare la discussione per ristabilire un equilibrio, allora questa persona che si sente in credito, che crede di averci rimesso finora, vuole fare i conti, vuole ristabilire il giusto, un giusto equilibrio, come è giusto che sia, secondo lui.
Se ad esempio un bambino fa un capriccio, fa una cosa che non deve fare, una cosa grave che fa arrabbiare la mamma, la mamma potrebbe dire al telefono a suo figlio:
“appena torno a casa facciamo i conti!”
Ed il bambino probabilmente avrà paura del ritorno della mamma, che vuole fare i conti con lui.
Bene, spero sia chiaro finora. Questo è uno dei significati di “fare i conti”.

A noi interessa di più però il primo significato, quello di fare i conti al ristorante. Perché “l’oste” è la persona proprietaria non di un ristorante, ma di una osteria. L’oste è il proprietario, oppure colui che gestisce l’osteria. L’osteria è un locale simile al ristorante, ma si serve prevalentemente, cioè quasi esclusivamente, del vino. È quasi come una enoteca, ma si tratta di vino normale, di vino spesso prodotto dallo stesso proprietario, cioè dallo stesso oste, mentre nell’enoteca si vendono diversi tipi di vino. Nell’osteria quindi si beve il vino dell’oste e spesso si può anche mangiare qualcosina, si può fare qualche piccolo spuntino. Lo spuntino è qualcosa di leggero da mangiare velocemente, come uno snack.
Ok quindi l’oste, il gestore dell’osteria vi porta il vino, e normalmente è anche colui al quale si paga dopo aver bevuto il vino. Ebbene è lui che fa i conti; è lui che scrive su un pezzo di carta quanto va pagato alla fine dal cliente. Non si possono fare i “conti senza l’oste”.
Quindi il cliente non può fare i conti da solo, ma li deve fare l’oste.
Chi fa i conti senza l’oste rischia di sbagliarli. Avrete certamente intuito che “fare i conti senza l’oste”, questa locuzione, questa frase idiomatica viene detta a un soggetto che è abituato a prendere decisioni affrettate, che non tengono conto delle volontà altrui e anche di un eventuale rifiuto.
Quindi non è una frase che si utilizza solamente in osteria, ma in tutte le situazioni in cui qualcuno prende decisioni senza tener conto di tutto, soprattutto della volontà di altre persone, del parere di altre persone coinvolte nella decisione. È quindi una frase che si utilizza anche in ambito lavorativo: non è una frase volgare, niente affatto! Si tratta di una espressione molto utilizzata anche in ambienti importanti. Infatti è chiara, fa subito capire cosa si vuole dire, perché se si pronuncia è scontato, si dà per scontato chi sia l’oste in questione.
Se ad esempio sono in una azienda e decido, come presidente, di spostare il luogo di lavoro di alcuni miei dipendenti, senza particolari motivi e soprattutto senza consultare i sindacati dei lavoratori, allora posso dire che sto facendo i conti senza l’oste, perché avrei dovuto consultate l’oste, che in questo caso sono i sindacati, che potrebbero impedire che senza le giuste motivazioni si trasferiscano, si spostino le sedi di lavoro dei lavoratori.
Analogamente se sono l’allenatore di una squadra di serie A italiana e decido di acquistare Lionel Messi, perché credo che sia una giocatore fondamentale per vincere lo scudetto in Italia, allora telefono a Messi, oppure chiamo il suo procuratore, e preso dall’entusiasmo avverto anche i giornali sportivi italiani del prossimo acquisto, di acquistare Messi.
Ma come allenatore ho dimenticato di avvertire l’oste, che in questo caso è il presidente della mia squadra, colui che presumibilmente dovrà pagare l’acquisto di Messi. Ho preso una decisione affrettata. Ho fatto i conti senza l’oste.
Spero, cara Manal, di averti chiarito il dubbio e di averlo chiarito a tutti gli ascoltatori. Non abbiate paura di usare questa espressione perché è assolutamente innocua. È universale e sempre utilizzabile, anche, come ho detto, nel lavoro. A proposito di lavoro, questa è una delle frasi che verrà utilizzata anche nel corso di Italiano Professionale, in preparazione, corso al quale potete già iscrivervi per richiedere di essere avvisati non appena sarà disponibile. Basta cliccare sul link che inserisco all’interno del podcast. In alternativa potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare “italiano professionale”. Troverete lì il link per richiedere di essere avvisati non appena inizierà il corso.
Ora vediamo di esercitare la pronuncia. Ripetete dopo di me, è importante, anche qualcuno se non ha ben capito tutte le frasi all’interno di questo episodio. La ripetizione è importante perché parlare è parte della comunicazione, ed è anche una delle regole che usiamo in Italiano Semplicemente: la settima ed ultima regola.
Ripetete dopo di me e state attenti alla vostra pronuncia:
Fare i conti senza l’oste
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L’oste
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Fare i conti
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Fare i conti senza l’oste
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Fare i conti senza l’oste
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Fare i conti senza l’oste
—–
Un ultima volta:
Fare i conti senza l’oste
—–
Bene, è tutto per oggi. Ascoltate questo episodio più volte per esercitarvi, fatelo senza stress, con calma, fatelo molte volte e vedrete che riuscirete a farlo in modo sempre più facile. Non dimenticate la fase di ripetizione, e se andate al ristorante, mi raccomando, non fate i conti senza l’oste!
Grazie Manal, ciao a tutti.
Vediamo le espressioni usate per esprimere un sentimento di amore o affetto.
Buongiorno ragazzi. Oggi vediamo tutti i modi per dire “ti voglio bene”. Quanti modi ci sono in italiano? Vedremo che la fantasia non manca agli italiani, in questo caso, soprattutto in campo amoroso direi!
Ho provato a sottoporre la questione su Facebook, ed ho avuto un riscontro molto positivo.

Tutto è nato da un messaggio che mi è arrivato, su Messenger, dove un amico di Facebook mi chiedeva: cosa significa “ci tengo a te”. Cominciamo quindi a spiegare questa frase. Poi vediamo la fantasia di coloro che hanno risposto alla mia domanda fino a che punto si è spinta.
Una cosa a cui non avevo pensato, in effetti, è che non è facile, non è immediato almeno, comprendere questa brevissima espressione. “Ci tengo a te”.
“Ci tengo a te” è uno dei tanti modi di dire “ti voglio bene”. “Ci tengo a te” è l’abbreviazione di “io ci tengo a te”. Quindi il soggetto, colui che compie l’azione è il sottoscritto, io, cioè chi parla, e chi parla “ci tiene” alla persona che ha di fronte, che sta davanti. “Io ci tengo a te”.
Tenere è il verbo utilizzato: tenere significa trattenere, “to keep” in inglese, o anche “to have”, dipende. Tenere significa avere in mano oppure avere tra le mani; stringere qualcuno o qualcosa con le mani, avere tra le braccia o in altro modo perché non cada, perché non si muova, perché non fugga dalla presa. Questo è tenere.
Ma tenere ha molti altri significati. “Tenere a qualcuno” vuol dire voler bene a questa persona, tanto da, avere difficoltà a lasciarla andare. Se una persona ci tiene ad un’altra persona, vuol dire che la vuole con se, le vuole bene, ci tiene.
La stessa frase “ci tengo”, senza aggiungere altro, ma solo “ci tengo”, significa che per me è importante, senza specificare cosa è importante.
Al lavoro potrei dire: “Mi fai questo lavoro per favore? Ci tengo molto!
E quindi posso anche “tenere a qualcuno”. Attenzione perché l’uso della preposizione semplice “a” è molto importante. Vediamo un esempio di come usare la frase “tenerci a qualcuno”:
Io ci tengo a te!
Tu ci tieni a me!
Lui ci tiene a te!
Noi ci teniamo a te!
Voi ci tenete a lui!
Loro ci tengono a te!
Vedete quindi che è sempre presente, oltre alla preposizione semplice “a”, la parolina “ci”.
“Ci” è un avverbio, si chiama così, ma non ce ne frega niente, poiché quello che interessa è come si usa.
“ci” si usa in moltissime circostanze diverse in realtà, ed in questo caso la sua funzione è quella di rafforzare la frase, dare più forza alla frase, infatti potrei anche togliere l’avverbio “ci” in questo caso: potrei anche dire “io tengo a te”, “tu tieni a me” eccetera. In questo caso il significato non cambia ma è meno forte. Questa forma, senza “ci” si usa maggiormente in ambito formale, al lavoro ad esempio: “se tenessi al tuo lavoro, arriveresti puntuale!”, solo per fare un esempio.
Potete quindi dire “io tengo a te”, o anche “tengo molto a te”, senza “ci”, ma attenzione, perché se togliete il “ci” dovete specificare cosa: non potete dire “io tengo”, perché il “ci” ci deve stare, perché serve a sostituire la cosa di cui state parlando: cioè “te”, la persona alla quale si tiene, ad esempio.
“Tengo molto a te” è quindi un bel modo di dire “ti voglio bene”. Si può dire anche ad un amico, quindi è più universale di “ti amo”, che invece si applica solamente all’amore romantico, quello per il proprio partner.
È comunque meno usato di “ti voglio bene”, che si usa sempre, con qualunque persona sia importante per te.
“Ci tengo” invece si applica anche alle cose: posso tenere al mio lavoro, posso tenere al mio orologio, alla mia automobile eccetera.
Voler bene si usa solamente con le persone, quindi amanti, figli, genitori, amici, al limite si può voler bene agli animali domestici, ma non si usa con altre cose: non si usa dire “voglio bene al mio lavoro”, se non in circostanze particolari.
Vediamo altri modi diffusi in Italia per dire: “Ti voglio bene”.
Renato ne suggerisce qualcuno: “Abiti dentro del mio cuore” scrive Renato per primo. In realtà si dovrebbe dire “abiti dentro il mio cuore”. Non credo di averla mai sentita utilizzare caro Renato, ma potrebbe sicuramente far effetto a chi ascolta la frase, senza dubbio.
“Senza te, non sono niente”: questa è la seconda frase di Renato. Si può dire, bravo Renato! E di sicuro non può lasciare indifferente. Tra le frasi proposte in realtà non ci sono frasi normalmente utilizzate, ma di indubbia fantasia: “Sei l’aria che respiro”, “Sei l’ossigeno per me”, “Sei il sangue che corre sulle mie vene”, “Sei la mia allegria di vivere”.
Probabilmente la più utilizzata tra quelle proposte da Renato è “Sei la mia fonte di ispirazione”, ma questa frase possono pronunciarla prevalentemente gli artisti e coloro che vivono di ispirazione.
Comunque poi c’è Anna Maria propone “sei il caffè della mia colazione”. Ed Anna Maria ha tenuto a specificare che il caffè è vita per lei.
Nabil propone invece una frase più sobria: “Sei la mia vita, Sei il mio tesoro”. Sicuramente sono entrambe molto utilizzate perché brevi e, diciamo, molto intense.
Lidia invece propone la frase: “IO TI VOGLIO BENE DAVVERO” scritta in caratteri maiuscoli. In effetti la frase “ti voglio bene” è talmente tanto utilizzata che è facile ascoltarla; tutti la possono pronunciare. Quindi dicendo “io ti voglio bene”, ed aggiungendo “davvero!” vuol dire: io non sono come gli altri, io sì che ti voglio bene, io sto dicendo la verità, il mio è un vero sentimento.
Sono stupito che nessuno mi abbia detto la frase “sono pazzo di te”, utilizzatissima come frase in ambito amoroso.
Credo che ci siano anche altre frasi veramente molto utilizzate, vale la pena citare anche delle forme più attenuate, nel senso che ci sono diversi livelli di amore, diverse intensità. Posso amare intensamente o posso anche essere semplicemente interessato ad una persona.
Mi viene in mente la frase “mi interessi!”, o anche “sono interessato a quella ragazza” che manifesta l’intenzione di chi parla nel voler conoscere meglio quella persona, perché attraente, bella, o intelligente.
Se un ragazzo o una ragazza vi dice “mi interessi” vuol dire che gli piaci, o che le piaci: anche se non ti conosce molto bene questa persona è interessata a te. Non è ovviamente ancora amore.
“Mi piaci” è generale, si usa spessissimo, ed è un po’ di più di “mi interessi”. Se piaci ad una persona generalmente questa persona ti conosce.
Si usa spesso dire “mi piaci un sacco”, più diffuso di “mi piaci molto”, perché il “mi piace molto” è più adatto agli oggetti, o anche alle vacanze (Roma mi piace molto, l’Italia mi piace molto) ma in realtà si usano entrambi i modi verso una persona: diciamo che “un sacco” è più giovanile.
Comunque anche il “mi piaci” non è vero amore, solamente un po’ di più di un semplice interesse.
Ancora più intenso di “mi piaci” è “ti adoro”. Però per poter dire “ti adoro” ad una persona dovete conoscere molto bene questa persona, non potete certo dirlo ad una persona sconosciuta o che avete conosciuto da poco tempo: dovete conoscerla bene, a fondo, e dovete aver avuto modo di apprezzarne le qualità.
Ti adoro, tra l’altro si dice in occasioni particolari, quando questa qualità che voi apprezzate viene fuori, quando questa qualità emerge con chiarezza e per l’ennesima volta.
Se il vostro fidanzato vi porta sempre i fiori, sapendo che a te piace molto, dopo tre o quattro volte potete dirgli: “ti adoro”, che vuol dire “amo questo tuo atteggiamento”, “amo questa tua attenzione verso di me”, “mi piace questo tuo modo di fare”.
Delle frasi simili a “ti adoro” sono: “mi fai impazzire!”, oppure “mi fai morire!” o anche “sei speciale”, “sei meravigliosa!”
Poi c’è tutto un insieme di frasi che più che amore esprimono attaccamento. La frase più semplice di questo tipo è “mi manchi” (I miss you), ma se volete esagerare, ma state attenti perché rischiate di attaccarvi troppo e di far anche impaurire la persona a cui vi rivolgete, potete dire ad esempio “non riesco a fare a meno di te!”, che non è esattamente come “mi manchi”, più romantica come frase. A chi ama l’amore esclusivo e molto passionale farà sicuramente piacere, ma in generale chi non riesce a fare a meno di un’altra persona ha un attaccamento che ha a che fare con l’egoismo più che con l’amore. Chi ama veramente non dovrebbe dipendere: “l’amore non è dipendenza ma libertà”, dicono gli psicologi.
Meglio che la finiamo qui per oggi. Grazie a tutti coloro che hanno dato il loro contributo. Un saluto da Giovanni.
«ambarabà ciccì coccò
tre civette sul comò
che facevano l’amore
con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò:
ambarabà ciccì coccò! »
Oggi amici di Italiano Semplicemente vediamo una bella filastrocca italiana.
Ringrazio Neringa per avermi suggerito la filastrocca che vediamo oggi. Ciao Neringa 🙂
L’argomento del giorno non è quindi una frase idiomatica, ma una filastrocca. In realtà però, con la scusa della filastrocca vedremo anche due espressioni idiomatiche italiane che hanno lo stesso identico significato. Quando dico “con la scusa di vedere la filastrocca” voglio dire che colgo l’occasione della filastrocca per spiegare delle espressioni idiomatiche. L’obiettivo vero di questo episodio è quindi quello di spiegare, ancora una volta, delle espressioni idiomatiche italiane, ma come scusa, come motivo apparente, dico che l’obiettivo è quello di spiegare questa filastrocca. Quindi con questa scusa, con questo motivo apparente, cioè con questa falsa motivazione, colgo l’occasione per spiegare, in realtà, due espressioni idiomatiche evidentemente collegate a questa filastrocca. Vedremo quali sono queste due espressioni.
Perché faccio questo? Beh, il motivo è sempre lo stesso: per insegnare l’italiano in modo divertente e non noioso, e questo lo faccio sia per voi che per me. In questo modo è sicuramente più divertente e possiamo anche entrare un po’ nella cultura italiana, di cui fanno parte anche le filastrocche. È anche con le filastrocche, tra l’altro, che i bambini imparano la lingua italiana e imparano a sciogliere la lingua, diciamo così. Sciogliere la lingua significa slegare, cioè facilitare la fuoriuscita delle parole dalla bocca. Sciogliere è, credo, una parola non facile da pronunciare per molti, per via del fatto che c’è la “sc” e che c’è anche la “gli“.
La filastrocca l’avete appena ascoltata all’inizio dell’episodio, ed anziché cantarla io ho preferito farvela ascoltare da un video che ho scaricato da Youtube, video dal quale ho estratto un pezzo di audio che ho inserito in questo Podcast. Se volete vedere il video per intero vi rimando alla fine di questo episodio, sul sito italianosemplicemente.com.
Ma che cos’è una filastrocca? Una filastrocca (F_I_L_A_S_T_R_O_C_C_A) è un tipo di componimento, un componimento molto breve, se vogliamo è una canzone, una canzoncina; ed in questa canzoncina ci sono delle ripetizioni di sillabe, cioè di parti di parole, di sillabe, che appunto vengono ripetute. Questa ripetizione genera un ritmo che caratterizza la filastrocca e che la rende orecchiabile. Una cosa è orecchiabile quando fa piacere ascoltarla, con le orecchie appunto, e le rime e le assonanze tendono orecchiabile una frase.

La filastrocca ha quindi, diciamo, un suo ritmo, un ritmo particolare, ed è proprio questo ritmo, questa musicalità nel ritmo, che rende la filastrocca molto particolare ed orecchiabile.
Il ritmo della filastrocca è abbastanza rapido, normalmente, e cadenzato (cadenzato viene da cadenza, che è un sinonimo di ritmo) e ci sono quindi, nelle filastrocche, rime e assonanze.
In Italia un nome famoso è quello di Gianni Rodari, che è un noto, cioè un famoso autore di alcune filastrocche. Su internet troverete molte filastrocche di Gianni Rodari, che ha scritto questo autore; basta fare una piccola ricerca anche su Youtube se volete.
Ricordo che da piccolo, quando ero bambino, le filastrocche si usavano per fare la cosiddetta “conta“. Quando si doveva fare la conta, cioè quando si doveva scegliere una persona tra un gruppo di amici che doveva fare qualcosa, o a cui toccava fare una penitenza, una punizione oppure che doveva avere un premio, ebbene, per scegliere questa persona, questo bambino, si faceva la conta: ci si metteva tutti in circolo, si formava un circolo, un cerchio di persone, ed una di queste persone faceva la conta, cioè toccava le persone del gruppo una ad una, lei compresa, e faceva la conta recitando una filastrocca. Si diceva proprio così:
«ambarabà ciccì coccò, tre civette sul comò, che facevano l’amore con la figlia del dottore;
il dottore si ammalò: ambarabà ciccì coccò ».
E quando si arrivava all’ultima parola, la persona, il bambino che era stato toccato mentre si pronunciava questa parola era il bambino che doveva fare qualcosa, il bambino sorteggiato: il bambino che la sorte, cioè il caso, aveva scelto. Il bambino sorteggiato, cioè scelto dalla sorte.
Sono sicuro che questa è una cosa che fanno tutti i bambini del mondo, non solo in Italia e sono sicuro che anche chi ci ascolta ne conosce qualcuna: anche chi ci ascolta conosce sicuramente una filastrocca simile.

Quindi durante la conta si passano in rassegna con la mano tutti i partecipanti al gioco e man mano che si toccano le persone una ad una si scandiscono le parole della filastrocca. Scandire le parole significa farle ascoltare chiaramente: questo è scandire le parole.
Avrete certamente capito quindi cosa significhi “fare la conta“: è un po’ come sorteggiare, tirare a sorte, “vedere a chi tocca“. Ecco: “fare la conta” significa “vedere a chi tocca”. La conta viene fatta per vedere a chi tocca fare qualcosa.
Queste quindi sono le espressioni di oggi: “fare la conta” e “vedere a chi tocca“.
Notate bene che fare la conta non significa contare (1,2,3,4…) e neanche conteggiare, che significa fare dei conteggi, includere in un conto.
“Fare la conta” è finalizzato a capire chi farà qualcosa, a capire a chi toccherà fare qualcosa: a chi tocca? Tocca a me o tocca a te? Tocca a lui?
A chi tocca oggi andare a fare la spesa? A chi tocca oggi lavare i piatti?
Se ad esempio sono in un appartamento e sono uno studente universitario che vive assieme ad altri studenti, posso immaginare che ci sia un’unica cucina in casa e che i piatti vadano lavati a turno, una volta ciascuno, e quindi la prima volta che si lavano i piatti dopo aver mangiato possiamo decidere, ad esempio, di fare la conta.
Vediamo a chi tocca lavare i piatti per primo! Vediamo chi deve iniziare a lavare i piatti! Facciamo la conta:
«ambarabà ciccì coccò tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore; il dottore si ammalò: ambarabà ciccì coccò! ». Si toccano tutte le persone, una ogni parola, e si fa il giro, poi si ricomincia finché dura la filastrocca, finché cioè non finisce la filastrocca, e quando termina la filastrocca vediamo la mia mano su chi si trova. Vediamo a chi tocca lavare i piatti.
Potrebbe toccare a me, ma potrebbe toccare anche a qualcun altro, non si sa, e a scegliere sarà il caso, la sorte.
Questo è un esempio di fare la conta.
Questa filastrocca ha quindi una struttura circolare, come del resto anche altre filastrocche, e questo significa che può essere ripetuta a piacere tante volte.
Una struttura circolare vuol dire che alla fine della filastrocca possiamo ricominciare la filastrocca, come un circolo, che non ha un inizio e una fine.
Ambarabà ciccì coccò è quindi il primo verso di questa filastrocca per bambini.
È senza dubbio una filastrocca gioiosa, che dà gioia, allegria, ma a dire il vero non ha un particolare senso logico. Se analizziamo i versi, tutti i versi della filastrocca (cioè tutte le parti della filastrocca) non si capisce un granché. Non possiamo quindi spiegare più di tanto questa filastrocca, perché in effetti non ha alcun senso logico.
Ho letto che sono stati fatti anche degli studi su questa filastrocca, per capirne il significato e l’origine, ed in particolare c’è un linguista italiano, cioè uno studioso della lingua italiana, di nome Vermondo Brugnatelli, che ha fatto uno studio approfondito che potete trovare anche su internet.
Quello che vi ho letto è il testo di una delle tante versioni della filastrocca am barabà ciccì coccò. Quello che è, in genere, comune a tutte le versioni è l’incipit, cioè la parte iniziale, le prime parole, e tale incipit resta tuttavia incomprensibile: am barabà ciccì coccò.
Dicevo che ci sono altre versioni rispetto a quella che vi dicevo prima: ad esempio al posto di “tre civette sul comò” potreste trovare “tre galline” (la gallina è l’animale che sta nel pollaio e che fa l’uovo) oppure “tre scimmiette sul comò“. Cioè tre scimmie, tre piccole scimmie (scimmiette).
Lo studioso di cui vi parlavo prima ha analizzato, ha studiato questa filastrocca e pare che essa risalga all’epoca latina addirittura. Siamo di fronte ad una filastrocca molto antica.
Questa filastrocca è famosissima in Italia e lo dimostra il fatto che è entrata anche nella canzone italiana. Ho fatto anche una piccola ricerca in merito e ho scoperto che anche Vasco Rossi già nel 1978, quando all’epoca avevo 7 anni, cantava una canzone dal titolo Ambarabaciccicoccò (tutto attaccato, una sola parola), una canzone che a dire il vero non conoscevo. Molto carina la canzone, che parla di partiti politici, di sindacati e di rivoluzione: nulla a che vedere con i bambini dunque.
La filastrocca viene ironicamente ripresa anche in un’altra canzone, una canzone stavolta del gruppo rock Italiano che si chiama”Elio e le Storie Tese“, un gruppo molto divertente e molto famoso in Italia. La canzone si intitola “Complesso del primo maggio“. Anche questa canzone parla in qualche modo di politica, perché il giorno primo maggio (cioè il primo giorno del mese di maggio) è la festa dei lavoratori in Italia e tutti gli anni a Roma si svolge il celebre concerto del primo maggio, in cui si esibiscono molti gruppi e cantanti legati alla sinistra italiana.
Ci sono anche un paio di canzoni per bambini che hanno preso lo spunto sempre da questa filastrocca, e che risalgono all’anno 1965, la prima ed all’anno 1992 la seconda canzone. Le due canzoni si chiamano rispettivamente “Tre civette sul comò”, proprio come una parte della filastrocca e “Barabà, Ciccì e Coccò”.
Queste due canzoni sono state cantate in due edizioni diverse di una trasmissione televisiva che si chiama “Lo Zecchino d’oro”, in cui si esibiscono dei bambini. Lo zecchino d’oro è il Festival Internazionale della Canzone del Bambino.

Se avete dei dubbi sulla filastrocca, posso cercare di aiutarvi, quindi spieghiamo qualche parola della filastrocca. Dunque:
Am barabà ciccì coccò sono parole senza senso, divertenti ma senza un vero senso compiuto.
Tre civette su comò:
Le civette sono degli uccelli, degli animali rapaci notturni. Un uccello rapace è un uccello predatore che si nutre di altri animali. La civetta è quindi un uccello rapace, un predatore dei cieli.
Il comò è un cassettone, cioè una grande cassettiera, un mobile con dei grandi cassetti, dei cassettoni che normalmente si trova in camera da letto ed è fatto di legno: Il materiale di cui è fatto è il legno.
Che facevano l’amore con la figlia del dottore: anche questa frase è abbastanza illogica, senza senso, e quando il dottore si ammalò, cioè quando il dottore si è sentito male, ha avuto una malattia e quindi si è ammalato, si ammalò, ebbene, a quel punto, am barabà ciccì coccò.
Tutto senza senso ma molto divertente e da bambini ci si diverte molto a fare la conta con questa bella filastrocca.
Ringrazio ancora Neringa che mi ha dato l’occasione di parlare delle filastrocche e, con la scusa delle filastrocche, di parlare e di spiegare queste due frasi idiomatiche: fare la conta e vedere a chi tocca.
Si dice vedere “a chi tocca” proprio perché quando si fa la conta si toccano le persone con la mano, quindi “a chi tocca” vuol dire “a chi capita”, chi cioè deve fare qualcosa perché viene toccato per ultimo.
Un saluto da tutto lo staff di Italianosemplicemente.com e mi raccomando, continuate a seguirci.
Se siete curiosi come me vi faccio ascoltare anche una filastrocca egiziana raccontata da Salma, e qualche filastrocca colombiana, in lingua spagnola, da parte di Adriana. Un saluto ed un ringraziamento ad entrambe.
Un video sulla filastrocca
La canzone di Vasco Rossi
La canzone del gruppo “Elio e le storie tese”
La canzone per bambini del 1965
https://www.youtube.com/watch?v=IrnBiuySLHs
La canzone per bambini del 1992
https://www.youtube.com/watch?v=pIVzBxQIWIY
Vediamo le espressioni usate per allontanare un pericolo, sia in modo serio che scherzoso.
Buongiorno amici. Buona giornata a tutti gli amici di Italiano Semplicemente.
Oggi per la sezione frasi idiomatiche, spieghiamo un’espressione idiomatica italiana. L’espressione è “Scongiurare un pericolo”. Non è in realtà una vera espressione idiomatica, perché il verbo scongiurare si applica praticamente soltanto al “pericolo”. Quindi l’espressione ha soltanto un senso proprio. Spiegare la frase di oggi, in realtà equivale a spiegare il verbo “scongiurare”. Con l’occasione però vedremo una frase idiomatica, oggi, collegata al verbo scongiurare, quindi collegata alla frase “scongiurare un pericolo”. La frase idiomatica che vediamo e che è collegata alla frase “scongiurare un pericolo” è la seguente: “Dio ce ne scampi e liberi”.
Quindi vedremo due frasi oggi: “scongiurare un pericolo” e “Dio ce ne scampi e liberi”.
Dunque, cosa significa “scongiurare un pericolo”? Sapete tutti cos’è un pericolo? Un pericolo è una cosa pericolosa! Un pericolo è una cosa che può accadere, e che ci potrebbe far male, ci potrebbe procurare un danno, ci potrebbe procurare un dolore, ci potrebbe nuocere. Questo è un pericolo: se una cosa porta del pericolo, vuol dire che questa cosa è pericolosa. Una cosa pericolosa è una cosa che può procurarci del male, che può procurarci qualcosa di negativo. Questo è il pericolo. Scongiurare un pericolo: come dicevo prima il verbo “scongiurare” si applica praticamente soltanto con il pericolo.
Scongiurare è un verbo. Vi ho detto che il pericolo che si riferisce a delle cose che possono accadere, ma queste cose posso anche non accadere. Quindi una circostanza negativa può verificarsi oppure può non verificarsi. Se si verifica questa circostanza negativa, questo pericolo diventa un fatto negativo, se invece non si verifica abbiamo scongiurato un pericolo. Quindi scongiurare un pericolo significa semplicemente fare in modo che una cosa negativa non si verifica.
Ad esempio l’altro ieri c’è stata la partita Italia-Germania, vinta dalla Germania ai calci di rigore. Sto parlando dei quarti di finale dei campionati europei di calcio 2016, Italia e Germania sono due squadre molti forti. Quindi la Germania rappresentava un pericolo per l’Italia, così come l’Italia rappresentava un pericolo per la Germania. Ebbene l’Italia non è riuscita a scongiurare il pericolo Germania. La Germania, dal canto suo, invece, è riuscita a scongiurare il pericolo Italia. L’Italia quindi non è riuscita a scongiurare il pericolo Germania, la Germania invece è riuscita a scongiurare il pericolo Italia.
Quindi scongiurare è il verbo che si usa in questi casi, quando si vuole evitare che qualcosa di negativo diventi un pericolo. Scongiurare è molto simile al verbo “giurare”, ma non ha niente a che vedere col verbo giurare. Infatti giurare significa promettere, promettere solennemente, cioè promettere con forza. Giurare è un verbo che si applica soprattutto alle cose a cui teniamo molto: ad esempio si dice “giuro sui miei figli”. Vuol dire che sto dicendo la verità, prometto che sto dicendo la verità: giuro sui miei affetti più cari, giuro sulle cose a cui tengo di più, giuro sui miei figli, cioè prometto solennemente che sto dicendo la verità, vi prometto che non sto dicendo una bugia, vi prometto che non sto mentendo: “giuro sui miei figli”. Quindi giurare significa promettere, scongiurare invece ha a che fare con i pericoli: non c’entra nulla col verbo “giurare”.
La frase idiomatica collegata all’espressione “scongiurare un pericolo” è invece, come vi avevo accennato prima, la frase “Dio ce ne scampi e liberi”.
“Dio ce ne scampi e liberi” è un’espressione idiomatica, una frase cioè una cosa che si dice quando si è in pericolo. Quindi “Dio ce ne scampi e liberi” contiene la parola “Dio”, di conseguenza è una richiesta di aiuto a Dio. Si chiede a Dio di liberarci di qualcosa: di liberarci dal pericolo, di liberarci da questa circostanza negativa che vogliamo scongiurare. Un evento può verificarsi oppure no: è per questo che è pericoloso; noi non vogliamo che si verifichi, di conseguenza invochiamo Dio: chiediamo a Dio che ci liberi da questa cosa, che non la faccia verificare: “Dio ce ne scampi e liberi”. Cosa significa “ce ne scampi”?
“Scampi” viene da “scampare”, e scampare è un verbo. È un verbo che, anche questo, si applica solamente ai pericoli, come scongiurare. Infatti si dice anche: “scampare da un pericolo”, che è analoga alla frase “scongiurare un pericolo”. Non è esattamente uguale però. Adesso vi spiego le differenze. Scampare significa “evitare” un pericolo. Scampare un pericolo significa evitare qualcosa che si è verificato, oppure significa evitare qualcosa che si potrebbe verificare, quindi potrebbe essere sostituita alla frase “scongiurare un pericolo”, ma la frase “scampare un pericolo” si applica anche quando qualcosa si è già verificato. Ad esempio se c’è stato un terremoto da qualche parte, ed io sono riuscito a sopravvivere, sono riuscito a scappare, quindi non ho subito le conseguenze negative del terremoto, posso dire: “sono riuscito a scampare dal pericolo terremoto”, “sono riuscito a scampare dal terremoto”: quindi il terremoto si è verificato, c’è stato il terremoto, ma io sono scampato dal terremoto, invece se il terremoto c’è stato vuol dire che non si è riusciti a scongiurare il pericolo terremoto, perché il terremoto si è effettivamente verificato, di conseguenza non siamo riusciti a scongiurare il pericolo terremoto, però io sono riuscito a scampare dal terremoto.
Quindi queste sono le differenze. Invece “scampi” viene appunto da scampare. “Dio ce ne scampi” vuol dire “Dio ci liberi”, “Dio ci faccia sopravvivere”, “Dio faccia in modo che non si verifichi questa cosa negativa”. Posso dire “Dio ci liberi dal terremoto”, oppure “Dio ci faccia scampare dal terremoto”, cioè “Dio ci faccia sopravvivere dal terremoto”. Quindi “Dio ce ne scampi e liberi”. In questo caso “liberi” è un rafforzativo di “scampare”: cioè “Dio ce ne scampi, dal terremoto”, “Dio ci liberi dal terremoto”. Significano entrambi la stessa cosa. Dio ce ne scampi e liberi vuol dire “spero che Dio faccia in modo che questo terremoto non avvenga”, cioè “ce ne liberi”. “Dio faccia in modo di sopravvivere al terremoto”, cioè “Dio ce ne scampi”.
Quindi “Dio ce ne scampi e liberi” è una frase collegata all’espressione “scongiurare un pericolo” perché ogniqualvolta c’è qualcosa di pericoloso che vogliamo scongiurare, che non vogliamo cioè che si verifichi, possiamo dire questa frase: “Dio ce ne scampi e liberi”.
Questa è una frase che possiamo usare tra amici, tra familiari, tra conoscenti, ma è una frase che si pronuncia ogniqualvolta c’è una circostanza pericolosa, ogniqualvolta c’è un pericolo imminente, c’è qualcosa di pericoloso che sta per accadere, e noi vogliamo manifestare il nostro desiderio di allontanarci da questo pericolo, di scongiurare questo pericolo, quindi possiamo dire “Dio ce ne scampi e liberi”. Quindi ad esempio se ci sono due persone che parlano, e la prima persona dice: “ho sentito il telegiornale e dicono che domani potrebbe esserci una grande scossa di terremoto”. L’altra persona potrebbe dire: “per carità!, Dio ce ne scampi e liberi!”
Quindi si dice anche “per carità!”. Per carità è un altro modo di scongiurare un pericolo: “per carità!, Dio ce ne scampi e liberi!”. Sia “per carità”, sia “Dio ce ne scampi e liberi” sono due espressioni colloquiali, sono due espressioni di tutti i giorni, due espressioni familiari, che hanno tutte lo stesso significato. Il modo più normale diciamo, più diffuso, di esprimere questo “sentimento”, di esprimere la volontà di scongiurare un pericolo è “Dio ce ne guardi”, o “Per l’amor di Dio”. Per l’amor di Dio significa “per l’amore di Dio”. Anche in questo caso si sta chiedendo l’aiuto di Dio. “Per carità” invece è una frase un po’ più corta, che però si usa anche in senso scherzoso, ogni volta che vogliamo scongiurare un pericolo. Una frase che si dice in qualsiasi circostanza, anche non necessariamente pericolosa, proprio perché vogliamo ironizzare su un fatto, su una cosa divertente che vogliamo far apparire come pericolosa. Quindi ogniqualvolta c’è una cosa anche brutta da vedere, e noi non la vogliamo vedere, possiamo dire “per carità”. Anche se c’è una cosa cattiva da mangiare, che non è buona, possiamo dire “per carità!”. Ad esempio se io amo il caffè senza lo zucchero, se una persona mi dice:
“Giovanni, vuoi un po’ di zucchero nel caffè?”, io posso dire “per carità! Per carità il caffè con lo zucchero”. Cioè: “non voglio il caffè con lo zucchero, non mi mettere lo zucchero nel caffè; non voglio il caffè con lo zucchero”; “per carità”, “per l’amor di Dio”, “Dio ce ne scampi e liberi”.
Queste quindi sono tutte espressioni che vengono utilizzate nella lingua italiana per scongiurare un pericolo, come anche “Dio ce ne guardi”.
Ovviamente tutte queste espressioni non sono formali, che si possono usare in contesti più importanti, da un punto di vista professionale, ma soltanto da un punto di vista informale, quindi potete utilizzarle con gli amici, con i vostri conoscenti, con i vostri familiari. Da un punto di vista formale posso usare altre espressioni. Quindi se ad esempio sono il capo di una azienda che viene a conoscenza della possibilità di una crisi economica, per scongiurare il pericolo della crisi economica, potrei dire, anziché “per carità”, o anziché “Dio ce ne scampi e liberi”, o “Dio ce ne guardi”, potrei dire: “spero che questa circostanza non si verifichi, sarebbe molto negativo se questa crisi economica si verificasse”. Quindi non è una frase ironica, che fa ridere.
Quando si parla in modo professionale e si vuole scongiurare un pericolo non possiamo suscitare dell’ironia ma dobbiamo parlare seriamente, e questo significa dire esattamente le cose come stanno. Se c’è una crisi economica non possiamo dire “Dio ce ne scampi e liberi”, a meno che questi colleghi di lavoro siano dei conoscenti, degli amici. Possiamo quindi dire: speriamo non accada, sarebbe una evenienza molto negativa. La crisi economica sarebbe la fine della nostra azienda. Quindi amici spero di non avervi annoiato oggi. Abbiamo quindi visto all’inizio il significato del verbo scongiurare e la frase, l’espressione “scongiurare un pericolo”. Abbiamo visto che il verbo scongiurare si applica solamente ai pericoli. Poi abbiamo visti il significato dell’espressione “Dio ce ne scampi e liberi”, quindi abbiamo visto che “Dio ce ne scampi” e “Di0 ce ne liberi” vogliono più o meno dire la stessa cosa. Poi abbiamo visto che la stessa espressione si può dire anche in differenti modi: possiamo dire “dio ce ne scampi e liberi”, possiamo dire “per carità”, possiamo dire “Dio ce ne guardi”. Possiamo anche dire “Per l’amor di Dio”. Abbiamo infine detto che queste sono espressioni utilizzate sempre in un linguaggio informale, mentre non si possono utilizzare in occasioni importanti, in riunioni di lavoro, eccetera.
Facciamo adesso il solito esercizio di ripetizione: credo che questo sia un esercizio molto importante, lo dico sempre alla fine dei miei podcast. Esercitatevi anche a parlare, perché potreste anche conoscere tutte le regole grammaticali italiane, potreste anche comprendere perfettamente un qualsiasi libro di italiano, potreste leggere qualsiasi giornale italiano senza problemi, potreste anche aver frequentato l’università di Italianistica, ma se non vi esercitate a parlare, il vostro italiano non sarà mai molto buono: è importante esercitarsi, esercitarsi fin dall’inizio, ed è per questo che vi raccomando sempre alla fine dei miei podcast di ripetere delle frasi complicate. Vi invito a farlo dopo di me, a ripetere le frasi dopo di me. Non pensate alla grammatica ma soltanto a ripetere.
Dio ce ne scampi e liberi
……
Dio ce ne scampi e liberi
……
Dio ce ne scampi e liberi
……
Dio ce ne scampi e liberi
……
Dio ce ne scampi e liberi
……
Ce ne vuol dire “a noi”. “Ce” vuol dire “a noi”, “ne” vuol dire “di questa cosa”, “del pericolo”.
Per l’amor di Dio
…..
Per l’amor di Dio
…..
Per l’amor di Dio
…..
Per carità
…..
Per carità il caffè con lo zucchero
…..
Per carità il caffè con lo zucchero
…..
Per carità il caffè con lo zucchero
…..
Dio ce ne scampi e liberi
….
Dio ce ne guardi
…..
Dio ce ne guardi
…..
Dio ce ne guardi
…..
Per l’amor di Dio
….
Scusatemi se oggi c’erano un po’ di rumori perché ho registrato il podcast, quindi ogni tanto passavano delle macchine. Spero che dopo aver ascoltato questo podcast non pensiate “Dio ce ne scapi e liberi da Italiano Semplicemente!”.
Ciao Amici!
Buongiorno amici. Oggi vi spiegherò una espressione italiana relativamente facile, ma ovviamente sarete voi a giudicare.
L’espressione è “lasciare a desiderare“.
Non so quanti di voi conoscano già questa espressione, che appartiene al linguaggio di tutti i giorni, usata in ogni regione italiana indistintamente, ma anche se ne conoscete il significato vi consiglio ugualmente di ascoltare la spiegazione. Ascoltare non fa mai male. Oggi poi proviamo a registrare il podcast in due velocità, facciamo questo esperimento in modo che anche coloro che hanno un livello più basso di comprensione possano esercitarsi ad ascoltare.
Lasciare a desiderare dunque è l’espressione di oggi, diffusissima in tutta Italia, utilizzata in ogni contesto, in ogni momento, in ogni circostanza diversa, dallo sport alla moda, dallo studio allo stadio. Se proprio dobbiamo fare delle differenze, vi devo dire che ad utilizzarla sono maggiormente le persone un po’ più colte.
In ogni modo ci sono tanti modi per esprimere li stesso concetto ed oggi cercheremo di vederne qualcuno.
Lasciare è un verbo, lo sapete, ed è il verbo, che se utilizzato in senso proprio significa mollare: Se voi tenete in mano un oggetto e lo stringete con la mano, se poi lo lasciate, lo lasciate andare, lo mollare, vuol dire che non lo tenete più. Lo avete lasciato.
Il verbo lasciare è usato in molti modi diversi però in italiano. Si può lasciare un oggetto, ma di può lasciare anche un fidanzato, o una fidanzata: chi di noi non è stato lasciato almeno una volta nella vita? Se quindi venite lasciati dal vostro fidanzato, da quel momento non state più insieme. Siete stati lasciati. Da quel momento non siete più fidanzati.
Un altro modo ancora di usare il verbo lasciare è farlo seguire dalla preposizione semplice “a”.
Posso dire ad esempio “lasciare a te“, lasciare a te la decisione, ad esempio, lasciare a te il comando,
“lasciare a ” è analogo a “lasciare per“. Quindi vuol dire dare a qualcun altro.
Se ad esempio io lascio a te la decisione, posso anche dire che lascio che sia tu a prendere la decisione. Se tu lasci che io comandi, posso anche dire che tu lasci a me il comando. Un altro esempio: Se io lascio a te l’onore di salire sulla mia auto, posso anche dire che lascio che tu abbia l’onore di salire sulla mia automobile.
C’è però anche un altro significato del verbo lasciare. Se ad esempio sono in macchina e siamo in due persone, posso fermarmi e far scendere questa persona. La lascio scendere, cioè le permetto di scendere, lascio scendere questa persona e quindi lasciare scendere significa fare in modo che questa persona scenda dell’automobile, fare in modo che questa persona lasci l’automobile e scenda, lasciare che questa persona scenda dall’auto. Lasciare =permettere.
Ed allora arriviamo all’espressione di oggi lasciare a desiderare. Il senso proprio dell’espressione lasciare a desiderare è che se ad esempio ti lascio a desiderare, vuol dire che io lascio che tu desideri, io ti permetto di desiderare.
Questo è il senso proprio di lasciare a desiderare.
C’è però un significato secondario, figurato ovviamente che vi dico subito.
Se una cosa lascia a desiderare significa che non è molto bella, o molto buona, o che non è molto adatta al suo scopo. Questo non significa che va malissimo, non è un giudizio molto negativo.
Se ad esempio il mio vestito lascia a desiderare vuol dire che non è un bel vestito.
Se ci pensate bene, rende bene l’idea, infatti se il mio vestito lascia a desiderare è come se non facesse felice chi lo indossa o chi lo guarda, e quindi gli fa desiderare di avere un vestito diverso, più bello. Il mio vestito lascia, chi lo guarda, a desiderare un vestito più adatto, lo lascia a desiderare un vestito più bello.
Evidentemente non è un bel vestito. L’espressione è adatta a qualsiasi cosa,ai vestiti come anche ad altri oggetti ed anche alle persone. E non solo.
Se ho un esame universitario e un mio amico mi chiede: come è andato l’esame?
Potrei rispondere:
La prima parte dell’esame è a data bene, è ok, poi però ho un po’ lasciato a desiderare.
Quindi io ho lasciato a desiderare, al passato dunque. Solitamente comunque si usa dire: “un po’ a desiderare” , oppure “molto a desiderare”.
Difficilmente ascolterete semplicemente che una cosa lascia a desiderare. Solitamente si dice: il mio esame ha lasciato molto a desiderare, la mia prestazione ha lasciato un po’ a desiderare, la tua idea lascia un po’ a desiderare. Si dice anche abbastanza o leggermente a desiderare.
Dicevo prima che l’espressione è utilizzata più da persone colte ed istruite ed in effetti è un modo abbastanza delicato di dire che una cosa non piace e che non è molto buona o positiva.
Per esprimere lo stesso sentimento, la stessa sensazione di disapprovazione, di giudizio negativo ci sono molti modi, a secondo della situazione in cui vi trovate o del grado negativo del vostro giudizio.
“Non mi piace“, o “non mi piace per niente“, sono espressioni più universali. “Fa schifo” invece, rappresenta il modo meno gentile per esprimere un giudizio negativo. “Questo gelato fa schifo” , ad esempio, è molto forte ed anche offensivo se lo dite a chi vi ha dato il gelato. Invece “questo gelato lascia un po’ a desiderare” è più gentile e molto meno offensivo.
In termini più tecnici, più adatti al lavoro di ufficio, se vogliamo, possiamo dire: “Essere insoddisfacente“, o anche “non corrispondere alle aspettative”
Il tuo lavoro lascia molto a desiderare quindi equivale a il tuo lavoro è insoddisfacente, cioè non soddisfa le mie aspettative, quindi io mi aspettavo di più da te, dal tuo lavoro, quindi il tuo lavoro non corrisponde alle mie aspettative. Se volete la frase: “Non sono soddisfatto del tuo lavoro” è il modo più semplice per dire la stessa cosa.
Ma se volete essere più eleganti potete dire “il tuo lavoro lascia molto a desiderare”.
Questa espressione di conseguenza è adatta ad un contesto lavorativo quindi è una delle tante espressioni che utilizzeremo anche nel corso di italiano professionale.
Voglio dirvi ad esempio che, personalmente sono molte le cose in cui lascio molto a desiderare.
Lascio a desiderare nel gioco del tennis, ad esempio, poiché non sono molto bravo a giocare e lascio a desiderare in molti altri sport. A scuola lasciavo abbastanza a desiderare in storia. Ognuno di noi lascia a desiderare in molte cose ed in altre invece dà il meglio di sé.
Facciamo ora il consueto esercizio di ripetizione, prima al presente poi al passato.
Io lascio a desiderare
………
Tu lasci a desiderare
………
Lui lascia a desiderare
………
Noi lasciamo a desiderare
………
Voi lasciate a desiderare
………
Essi lasciano a desiderare
………
Vediamo al passato:
Io ho lasciato molto a desiderare
………
Tu hai lasciato un po’ a desiderare
………
Lui ha lasciato molto a desiderare
………
Noi abbiamo lasciato un po’ a desiderare
………
Voi avete lasciato molto a desiderare
………
Essi hanno lasciato abbastanza a desiderare
………
Ascoltate se volete altre volte questo episodio se volete memorizzare questa espressione ed il corretto modo di utilizzarla.
Un saluto a tutti i fedeli ascoltatori di Italianosemplicemente.com.

Ramona: ciao Gianni. Una frase mi è venuta in mente: ho provato tante volte ad imparare a nuotare, con mio padre, con i miei amici, ma non c’è verso: non riesco a superare la paura dell’acqua.
Gianni: Buonasera, amici di Italiano Semplicemente, benvenuti sul nuovo podcast, che tratterà di una, anzi di due espressioni idiomatiche italiane. Non si tratta in realtà di vere espressioni idiomatiche, ma le definirei semplicemente due espressioni molto utilizzate nella lingua italiana.
Sono due espressioni molto brevi, che si possono applicare nello stesso contesto, che è quello di “fare qualcosa”, decidere di fare qualcosa.
Questo podcast è dedicato a tutti coloro che hanno un livello di italiano intermedio, quindi dal livello universalmente riconosciuto come A2, quindi non esattamente principianti, fino al livello C1, e forse dovrei dire anche C2. Cercherò di parlare abbastanza chiaramente per fare comprendere bene tutte le parole che pronuncerò durante questo podcast, affinché tutti quanti possano comprendere bene. Nello stesso tempo, per coloro che hanno un livello un po’ più avanzato (che conosceranno sicuramente queste due espressioni che oggi sto per spiegare) concentrerò la mia attenzione su un aspetto particolare che riguarda esattamente queste persone di livello un po’ più avanzato. Ho fatto caso, durante le mie chiacchierate con tutti gli stranieri che ho avuto nell’ultimo anno utilizzando questo fantastico strumento che è whatsapp, agli errori più comuni che commettono le persone anche molte esperte, coloro che sanno molto bene l’italiano, ma che, nonostante tutto continuano a sbagliare delle cose. Mi riferisco alle preposizioni semplici.
Di conseguenza oggi spiegherò queste due frasi, che sono “non c’è verso” e “tentar non nuoce”.
Queste sono due frasi, due frasi che si applicano in un contesto decisionale, quindi entrambe vanno bene ogni qualvolta si devono prendere delle decisioni, e nello stesso tempo, mentre spiegherò queste due frasi, mi concentrerò sulle preposizioni semplici che utilizzo, e spiegherò perché si usano a volte si usano quelle preposizioni semplici, e perché a volte invece se ne usano altre.
Dunque, le preposizioni semplici italiane non sono molte (ma neanche poche), e sono le seguenti:di, a, da, in, con, su, per, tra, fra.
LE preposizioni semplici si ricordano facilmente a memoria, perché hanno un suono abbastanza melodioso. Una cosa che io ricordo dalle scuole elementari, quindi credo sia facile per tutti.
Cominciamo con la prima espressione: “NON C’E’ VERSO”. Significa semplicemente “non c’è modo”, “non c’è alcun modo”. Qual’è la differenza? Intanto spiegherò la parola “verso” , poi mi concentrerò più sull’espressione.
Cos’è il verso? Il verso ha a che fare con la direzione. Quando si va in un posto preciso, ammettiamo che dobbiamo fare il percorso da A a B, ad esempio da Roma a Napoli, cioè la strada che sto facendo io in questo momento. Sono partito da Roma e sto andando verso Napoli . Quindi se vado da Roma a Napoli, la direzione si chiama Roma-Napoli. Ladirezione Roma-Napoli è uguale alla direzione Napoli-Roma: è la stessa direzione.
Da un punto di vista geometrico la direzione non fa riferimento alla partenza e all’arrivo, ma solamente alla direttrice che collega il punto A al punto B. Se invece io dico che vado verso Napoli, cioè IN direzione Napoli.
Attenzione! Ho appena detto IN In direzione Napoli. “In” è una preposizione semplice, ed in questo caso proprio “IN”. In davanti alla parola direzione vuol dire cje state andando verso quella parte, verso quel luogo: “in direzione Napoli”.
Questo è il verso. Ci sono due versi per ogni direzione, da Roma verso Napoli e da Napoli verso Roma. L’espressione “non c’è verso” però per il momento ancora non è chiaro, ma se ci pensate bene, la parola “verso” può anche essere utilizzata in sostituzione della parola “modo”. Per quale motivo? Il motivo è il seguente: quando voi cercate di fare qualcosa, quando prendete una decisione (si parla appunto di decisioni), e prendete la decisione di raggiungere un certo obiettivo, che non è detto sia un luogo in cui voi stiate andando, un luogo in cui vi stiate recando (come me che sto andando verso Napoli), ma semplicemente raggiungere un obiettivo, cioè ottenere un risultato.
In questo caso avete preso la decisione di raggiungere un obiettivo, o potete provare a raggiungere l’obiettivo “in” più modi: potete provare il modo “A” (la strada “A”) oppure il modo “B” (la strada “B”) . Quindi ci sono diversi modi, diverse strade che vi possono portare a raggiungere un obiettivo. Di conseguenza quando si dice la frase “non c’è verso”, che equivale all’espressione “non c’è modo”, significa semplicemente che avete già provato attraverso più modi, più strade, a raggiungere quell’obiettivo, e non ci siete mai riusciti. Quindi avete provato a risolvere il problema in differenti modalità, utilizzando strade diverse, in differenti modi, ma non ci siete ancora riusciti. Quindi “non c’è verso” è un sinonimo di “non c’è modo”.
La differenza, dicevo prima, tra “non c’è modo” e “non c’è verso” è che, appunto, quando dite “non c’è verso” vuol dire che avete già provato molte volte, che avete insistito, avete provato tante volte ma non ci siete mai riusciti. Quindi quando si pronuncia questa espressione significa che avete provato molte volte, avete insistito e vi siete arresi: significa che non proverete più, state constatando che non c’è nessun modo per risolvere il problema, non c’è nessun modo per raggiungere l’obiettivo, vie siete arresi e di conseguenza fate questa esclamazione.
Non c’è verso “di”. Attenzione! Non c’è verso “di”. Se voi dite non c’è verso di imparare a nuotare, ad esempio, come ha detto la nostra amica Ramona, significa che avete provato più volte a nuotare, ma non ci siete mai riusciti: Non c’è verso “di” nuotare, non c’è verso “di” imparare a nuotare. Quindi attenzione perché si usa la preposizione “di”.
Non potete usare altre preposizioni. Un italiano vi potrebbe comprendere lo stesso, ma non è detto che vi comprenda. Quindi non c’è verso “di”:
C’è sempre un obiettivo che dovete raggiungere. Nel caso di Ramona l’obiettivo era di imparare a nuotare. Avete fatto più tentativi e non ci siete riusciti: non c’è verso.
Invece nella frase “non c’è modo” non è detto che voi abbiate già tentato di raggiungere l’obiettivo; probabilmente avete constatato che non c’è nessun modo, nessuna maniera per ottenere quel risultato, ma non è detto che voi abbiate già tentato e che vi siate arresi.
Questa è la differenza tra “non c’è verso” e “non c’è modo”..
Vediamo la seconda frase, che è “tentar non nuoce“.
Anche questa frase ha a che fare con le decisioni e con il raggiungimento di un obiettivo specifico, che sia di arrivare fino a Napoli (come nel mio caso), come il tentativo di ottenere un obiettivo qualsiasi.
Cosa significa? “Tentar” deriva da “tentare”, quindi è il verbo “tentare”, dove si toglie l’ultima lettera. Tentare diventa tentar. “Non nuoce”: non è la negazione, e nuoce viene dal verso “nuocere”.
Cosa significa “nuocere”? Nuocere vuol dire “fare del male”. Se cercate sul vocabolario il verbo nuocere troverete che significa “fare del male”. Solitamente il verbo nuocere è preceduto dalla parola “non”, quindi è usato in senso negativo, anche se a volte potete trovarlo anche in frasi affermative.
Ad esempio, sui prodotti che fanno male alla salute, come nel caso di prodotti con particolari sostanze chimiche, potreste leggere sulle istruzioni del barattolo”nuoce gravemente alla salute”, cioè “fa male alla salute”. Non nuoce quindi vuol dire che non fa male. Quindi nuocere è un verbo che si usa fondamentalmente per iscritto, sulle confezioni, sui barattoli dei prodotti che fanno male alla salute. Non troverete mai scritto “fa male alla salute”, ma troverete sempre scritto “nuove (gravemente) alla salute”. Invece non nuoce vuol dire che non fa male, che non nuoce.
Tentar non nuoce quindi vuol dire che tentare non nuoce, cioè “provare non nuoce”, “provare non fa male”. Quand’è che si usa questa frase: tentar non nuoce?
La frase è abbastanza melodiosa, perché ogniqualvolta si taglia l’ultima vocale di una parola, come in questo caso (“tentare” è diventato “tentar”).
Ogni qualvolta si toglie l’ultima lettera di una parola è per rendere la frase più melodiosa all’udito. Quindi “tentare non nuoce” è una frase correttissima in italiano, però non si usa. Normalmente si usa “tentar non nuoce”, che è una esclamazione, una frase che può essere usata ogni qualvolta si voglia invitare una persona a fare un tentativo (tentare-tentativo), quindi quando si vuol spingere una persona a provare a risolvere un problema, a provare a raggiungere un obiettivo. Quindi se ad esempio io faccio l’università e vorrei fare la facoltà di ingegneria, però ho sentito dire che la facoltà di ingegneria è molto dura, che gli esami sono molto difficili “da” superare, (“da” è un’altra preposizione semplice), ebbene, in questo caso potrei dire a me stesso:
ma sì, dai, proviamo “a” fare ingegneria , tentar non nuoce!
Cioè provare non fa male: posso provare a fare ingegneria, e se poi verifico che la facoltà di ingegneria è una facoltà complicata, una facoltà troppo difficile per me, ebbene, “in “questo caso, cambierò facoltà; passerò ad un’altra facoltà.
Tentare non nuoce, così come la prima frase che abbiamo visto, vale a dire “non c’è verso”, sono due espressioni italiane UTILIZZATISSIME, in tutti i contesti, in contesti sia informali che formali. Probabilmente la prima frase la troverete più adatta ad un contesto informale e all’orale, quindi più nel linguaggio parlato che nel linguaggio scritto, perché “non c’è verso” in effetti è una frase più adatta al linguaggio parlato, di tutti i giorni, ma se la utilizzate anche in un contesto importante, più formale, nessuno si scandalizzerà: nessuno vi dirà: ma cosa stai dicendo? Hai utilizzato una espressione volgare!
Non si tratta di una espressione volgare, si tratta di una espressione italiana, molto utilizzata, che in ogni caso è più adatta sicuramente ad un linguaggio parlato piuttosto che ad un linguaggio scritto.
Anche tentar non nuoce probabilmente è una espressione più utilizzata all’orale che per iscritto, ma in realtà, come vi ho detto precedentemente, il verbo nuocere è messo per iscritto in tutte le confezioni dei prodotti che fanno male alla salute, ma la frase “tentar non nuoce” è una frase che potete tranquillamente utilizzare per iscritto. Probabilmente è più adatta ad una email, ad una chat, piuttosto che ad un documento formale, perché è una frase che si utilizza quando si sta parlando ad una persona, quindi quando si scrive una lettera, una email, si sta chattando con una amico o un conoscente. “Tentar non nuoce” e “non c’è verso” sono due espressioni quindi che si utilizzano quando si parla con un’altra persona in un contesto decisionale, in un contesto in cui si sta prendendo una decisione. Si può incitare una persona e dire:
Tentar non nuoce. Dai, fai questo tentativo, provaci, non si sa mai!
“Non si sa mai”, in effetti, è un’espressione abbastanza simile a “tentar non nuoce”.
Tentar non nuoce di conseguenza vuol semplicemente dire che se provi, se provi a fare un tentativo, non può succederti nulla di male. Non c’è nulla di sbagliato nel provare, perché provare non costa nulla.
Ovviamente non potete utilizzare “tentar non nuoce” in tutte le occasioni. Se ad esempio mi viene voglia di lanciarmi col paracadute, ad esempio, però ho paura di lanciarmi col paracadute perché non l’ho mai fatto in vita mia, un amico mi potrebbe dire:
Dai, prova, tentar non nuoce!!!
Ed invece in questo caso tentar nuoce, eccome se nuoce! Quindi non è il caso (in questo caso) di utilizzare l’espressione “tentar non nuoce”.
Così come mi viene in mente di provare ad andare a 200 km orari utilizzando la mia nuova automobile.Non mi verrebbe mai in mente di dire a me stesso:
Vabè, dai, prova! Vediamo a che velocità riesci ad arrivare, tentar non nuoce!
Anche in questo caso, tentare NUOCE!! Nuoce gravemente alla salute!
Di conseguenza questa è una frase che si pronuncia in tutte quelle occasioni in cui non c’è nessun pericolo, altrimenti non ha nessun senso utilizzare questa espressione.
Spero che tutti coloro che ritengono di appartenere alla categoria C1 o C2 abbiano fatto caso a tutte le preposizioni semplici che ho utilizzato all’interno di questo podcast.
Quando si dice quindi “vado in direzione Napoli”, oppure “vado a Napoli”, va bene in entrambi i modi, ma non posso dire: “vado a direzione Napoli”.
Posso dire “vado verso” Napoli, “vado in direzione Napoli”. Se dico “verso”, non devo usare “in”.
L’uso delle preposizioni semplici è molto importante. Ho notato personalmente che in fase di presentazione, quando ci si presenta ad un amico, ho notato che anche le persone che hanno un livello di italiano molto alto e che parlano benissimo, molto spesso si presentano e dicono:
Piacere, sono Alberto (ad esempio) e vengo da Marcocco.
ad esempio, o “da Algeria”..
Ho fatto solo un esempio, avrei potuto dire Germania, Francia, Spagna, Irlanda, eccetera
L’uso delle preposizioni semplici in questo caso si può spiegare molto semplicemente: in italiano, quando dovete dire che voi abitate in una determinata nazione, in una certa nazione, si usa solamente dire: “Sono marocchino”, o “sono algerino”, o “sono francese”, “sono danese”, “sono tedesco”, “sono italiano”. Non si dice “io sono di Italia” o “io sono da Italia”. Si dice semplicemente: sono italiano, francese, tedesco. Quindi l’uso della preposizione semplice, in questo caso, è sempre sbagliata.
In effetti la preposizione semplice “di” non si usa mai con le nazioni, con i paesi, ma si usa soltanto con le città:
Sono di Roma!
Sono di Londra, di Calcutta, di Berlino. Quindi quando dovete dire che abitate, che siete residente, che siete un abitante di una città, dovete usare “di”. Dovete usare solamente “di”. Non c’è un’altra preposizione semplice adatta: io sono di Roma. Certo, se dovete dire che ABITATE in un certo posto, dovete dire “io abito a Roma”. In questo caso si usa la preposizione semplice “a” (abitare + città).
Io abito a Roma, io abito a Londra, io abito a Beirut! (come Ramona), io abito a Berlino
Per le nazioni potete usare “in”. Quindi:
Io abito in Brasile, io abito in Albania, io abito in Italia.
Quindi l’uso delle preposizioni semplici, quando si parla di dire dove abitate o di dove siete è uno degli esempi tipici che mi viene in mente che anche coloro che hanno un livello abbastanza alto sbagliano molto spesso. Credo di aver affrontato abbastanza marginalmente il problema delle preposizioni semplici ma non voglio annoiarvi naturalmente. L’obiettivo di Italiano Semplicemente non è quello di insegnare la grammatica, come molti di voi già sapranno. Per coloro che ci seguono per la prima volta vi consiglio di leggere le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, che utilizziamo in ogni episodio. Per coloro che sono interessati potete andare sul sito italianosemplicemente.com e cercare le sette regole d’oro. Credo sia tutto per oggi ragazzi. Spero che dopo aver ascoltato questo episodio non diciate:
Non c’è verso di imparare l’italiano!
Provate. Secondo me dovete provare. Provate a seguire le sette regole d’oro. Vi garantisco che sono delle regole molto importanti per imparare l’italiano, e per imparare a passare dalla fase della comprensione alla fase dell’espressione. Provate, tentar non nuoce.
Ciao amici.
Adriana: A me piace cucinare con mia madre, ma non c’è verso di cucinare un piatto buono come lei!!

Buona giornata a tutti. Oggi voglio spiegare l’espressione “mica pizza e fichi“.
Non ricordo più la persona che mi ha chiesto di spiegare la frase, mi dispiace. Vi dico che questa è una espressione nata a Roma, la capitale d’Italia, l’ombelico del mondo, ma comunque è una espressione abbastanza nota in tutto lo stivale. Lo stivale è uno dei tanti modi con cui si può chiamare l’Italia, la penisola italiana, che appunto ha la forma di uno stivale, cioè di una scarpa alta, alta fino a quasi il ginocchio.
Mica pizza e fichi. Ho voluto spiegare questa espressione perché mi permette di parlare di molte caratteristiche tipiche italiane. Una è la parola “mica“, un’altra è la “pizza” e l’altra è la parola “fichi“.
Iniziamo con mica. Mica (vedi spiegazione) è un rafforzativo della negazione, questo significa che si usa nelle frasi in cui vogliamo negare, cioè vogliamo dire che c’è qualcosa che non è vero.
Si usa in conversazioni familiari e tra amici prevalentemente, e non fa parte quindi del linguaggio scritto o che potete usare per comunicazioni ufficiali ed importanti.
Rafforzare una negazione significa negare, dire no, con maggiore forza, e questo possiamo farlo in molti modi diversi in Italia.
Possiamo usare “per niente” , “per nulla” assolutamente, affatto, possiamo però usare anche un tono diverso se vogliamo.
Possiamo usare “mica” però non solo per rafforzare la negazione, infatti possiamo usare mica al posto di “non già”, “non molto”.
Facciamo qualche esempio: anziché dire:
“oggi non vado a scuola”, dove c’è una negazione (non vado a scuola) possiamo dire “oggi non vado mica a scuola!”. Quindi in questo caso aggiungo mica alla frase, inserisco la parola mica all’Interno della frase.
Non si usa solo in questo modo però. Se anteposto al verbo, cioè se messo prima del verbo, mica sostituisce la negazione.
Allora ad esempio posso dire: “vado a scuola” e se voglio negare questo dico “non vado a scuola” oppure “mica vado a scuola”. Anche questa è una negazione.
Mica al posto di non. Ho sostituito non con mica.
Ma non posso sostituire non con mica. È una negazione diversa.
Non posso farlo perché cambia il significato della frase.
Se tua madre, pensando che vai a scuola, ti dice: ciao, buona scuola per oggi!
Tu puoi rispondere: mica vado a scuola! Che vuol dire: mamma, non è come tu pensi, non sto andando a scuola. Quindi questa frase va bene solamente come risposta a qualcuno che credeva che tu stessi andando a scuola, Come tua madre.
Bene ci stiamo avvicinando a “mica pizza e fichi” ed al suo significato.
Vediamo ora la frase “mica male”.
Mica si usa spessissimo davanti alla parola male: “mica male”. Mica male è una esclamazione italiana, usata in tutta Italia per dire “niente male” per esprimere cioè un giudizio favorevole, una ammirazione verso qualcosa.
“Mica male i nuovi jeans che hai acquistato”.
“Mica male il sito che hai trovato per imparare l’italiano”.
“Mica male la fidanzata di Marco”.
Mica male significa semplicemente “niente male”, ma è più familiare. “Non è affatto male”, o anche “non è niente male” sono le versioni corrette in italiano che si possono usare sempre.
Ok, “mica male” è usata in tutta Italia, come ho detto, e si usa per esprimere un giudizio positivo, un apprezzamento a qualcosa. Questo qualcosa può essere qualsiasi cosa, una macchina, una fidanzata eccetera, ma difficilmente è una cosa nostra, che appartiene a noi stessi. Solitamente “mica male” si usa per apprezzare le cose degli altri.
Eccoci che siamo arrivati a “mica pizza e fichi”.
“Mica pizza e fichi” si usa quasi esclusivamente per le nostre cose, e per le cose a cui teniamo.
Ma perché la pizza i fichi?
La pizza è la specialità italiana, ma è un piatto per tutti e relativamente economico. I fichi sono un frutto, che solitamente si mangia direttamente dagli alberi, non si acquista, non è facile almeno trovarli in vendita perché si rovinano Facilmente una volta raccolti dall’albero.
Quindi pizza e fichi sono due alimenti che insieme indicano un pasto dei poveri. Si può fare anche la pizza con i fichi, che è anche buonissima.
Con mica davanti a pizza e fichi si nega quindi che si stia parlando di una cosa qualsiasi, di una cosa di poco valore.
Perciò “mica pizza e fichi” vuol dire “non è da poveri”, “non è affatto da poveri” , “non è affatto una cosa che tutti possono permettersi”.
Può significare quindi che non hai badato a spese, che hai speso molto, non come fanno, i poveri che invece devono necessariamente e purtroppo badare alle spese.
Mica pizza e fichi si usa spesso quindi per indicare che l’oggetto in discussione ha un certo valore e non è cosa di poco conto, come appunto la pizza, un piatto “povero”, diciamo così, o un semplice frutto: i fichi.
“Ho comprato una macchina bellissima, mica pizza e fichi”.
Si usa qui quindi spesso con cose che ci appartengono, e spesso si usa anche in senso ironico, per ridere, ma a volte anche verso cose che appartengono ad altri. La frase quindi è informale e scherzosa ma non offensiva.
Quindi ad esempio potete dire: ho ascoltato la spiegazione di una frase italiana diffusissima su italianosemplicemente.com, mica pizza e fichi.
Questo è un esempio di utilizzo. Se venite a Roma potete quindi andare al ristorante e chiedere il vino più buono a disposizione del ristorante. Se il cameriere vi porta il vino chianti, vino buonissimo, potreste dire: ah questo è il famoso chianti italiano, mica pizza e fichi.
Vedrete che il cameriere sarà piacevolmente stupito e lo farete sorridere.
In questo caso quindi è come dire: il chianti non è un vino qualsiasi, ma è un vino pregiato, uno dei migliori, uno dei più buoni.
Spero di essere riuscito a spiegare bene questa frase.
Ora provate voi a fare un esercizio di ripetizione. Lo facciamo sempre alla fine di ogni lezione, come sanno bene coloro che ci seguono sempre. È ciò che facciamo anche nelle lezioni di italiano professionale. Ripetete dopo di me, ricopiate il mio tono della voce senza pensare alla grammatica.
Buono questo vino, mica pizza e fichi!
…………………………………
Le piace la mia macchina? mica pizza e fichi!
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Queste scarpe sono le migliori. mica pizza e fichi!
……………………….
Ho acquistato una casa al centro di Roma, mica pizza e fichi!
……………………….
Vi dico che se, come me, anche a voi è venuta voglia di mangiare la pizza con i fichi, non è affatto facile trovare pizzerie che servano ai clienti questo piatto prelibato.
Se venite in Italia comunque provate a chiedere al cameriere, non si sa mai.
Un saluto da Roma e dall’Italia.
Ciao
La nazionale italiana di calcio ha dei giocatori fortissimi, mica pizza e fichi!
Buonasera e benvenuti a tutti su Italiano Semplicemente, il sito per imparare l’italiano con divertimento. Oggi vediamo un’altra espressione tipica italiana di suo quotidiano. Di uso quotidiano, o di utilizzo quotidiano, vuol dire che questa frase si usa tutti i giorni, si usa, si

utilizza, quotidianamente.
Bene, l’espressione è “farsene una ragione”. Avete ascoltato un pezzo di una canzone di Ligabue, famoso cantante italiano, in cui il dice “quando farsi una ragione vorrà dire vivere”.
Non è facilissimo spiegare, a dire il vero, questa espressione, perché non posso neanche aiutarmi con la lingua inglese. Non esiste una vera traduzione di questa frase.
Sicuramente però con l’utilizzo di molti esempi, con molti frasi di esempio vedrete che ce la faremo anche oggi.
Allora: cominciamo con “farsene”. Farsene viene dal verbo fare. Come saprete, il “ne” alla fine indica che si sta parlando di qualcosa di specifico, indica, si riferisce a qualcosa. Quando dico ad esempio, “parliamone”, vuol dire parliamo di questa cosa, di qualcosa in particolare. Ad esempio se io dico a mia moglie: “amore ho un problema, parliamone”; vuol dire parliamo del problema, parliamone.
Allo stesso modo, analogamente, “mangiamone”, che viene da mangiare, anche qui ci si riferisce a qualcosa. Se dico ad esempio: “ho delle fragole, mangiamone un po’” significa mangiamo un po’ di fragole.
Quindi anziché ripetere il soggetto della frase si aggiunge “ne” alla fine. Ok, quindi col verbo fare, che è il verbo di cui si sta parlando nella frase di oggi, posso dire farsene, cioè fare di qualcosa.
Farsene “Una ragione”, quindi indica che c’è qualcosa, di cui possiamo, o dobbiamo farci una ragione.
Ok, ancora non è chiaro però. Cosa significa che io mi devo fare una ragione di qualcosa, o che tu ti devi fare una ragione di una cosa. Semplicemente vuol dire “accettarla”. Farsi una ragione di qualcosa vuol dire accettare questa cosa, non respingerla, fare in modo che non sia più un problema, non pensarci più.
Evidentemente esiste un problema, un problema che ci preoccupa, che ci fa pensare, ci fa pensare a come risolverlo, ed ad un certo punto diciamo: “ok, basta così adesso, non voglio pensarci più, me ne devo fare una ragione”, me ne devo fare una ragione, cioè lo devo accettare, mi devo rassegnare, mi devo fare una ragione di questo problema, “me ne devo fare una ragione”, anche qui “ne” serve per non ripetere il soggetto della frase, il problema. Devo accettare questa cosa, devo farmi una ragione di questo problema, cioè me ne devo fare una ragione.
Ripeto: me ne devo fare una ragione. Posso quindi dire che io me ne devo fare una ragione se è un mio problema, che io, devo accettare, altrimenti se sei tu che devi accettare il problema, in questo caso sei tu che te ne devi fare una ragione.
Oppure: lui se ne deve fare una ragione, lei, oppure noi eccetera.
In generale, se non voglio specificare la persona, dico: farsene una ragione, cioè farsi una ragione di qualcosa.
Ok. Questo credo che ora sia abbastanza chiaro. Ma perché si usa la parola ragione? Cos’è la ragione? Solitamente la ragione rappresenta la mente, il cervello; ognuno di noi ragiona, cioè pensa, aziona il cervello. Il compito del cervello è ragionare. La ragione si usa per risolvere i problemi quindi, per pensare logicamente, per usare la logica. Si dice ad esempio che una persona ha agito senza ragionare, cioè ha fatto qualcosa senza pensare alle conseguenze.
Poi si dice spesso che chi è pazzo è “privo della ragione”. Essere privi di qualcosa significa non avere qualcosa. Chi è privo della ragione, non ragiona, non è capace di ragionare, quindi è pazzo, è una persona priva della ragione.
Poi si dice anche “hai ragione”, per indicare che quello che dici è giusto, che approvo ciò che dici. Al contrario “non hai ragione”, cioè “hai torto”, non è giusto ciò che hai detto, hai detto una cosa sbagliata. Non hai ragione.
Invece se usiamo il verbo fare, e diciamo “fare una ragione” non significa proprio niente. Perché? Perché devo dire chi è che fa questa cosa. Sono io? Allora io me ne faccio una ragione. Il “me” indica che sono io che devo accettare questa cosa. Io me ne faccio una ragione. Tu invece te ne fai una ragione. Lui se ne fa una ragione, noi ce ne facciamo una ragione, voi ve ne fate una ragione, loro/essi se ne fanno una ragione.
Il “ne” (enne, e) come abbiamo detto prima, indica la cosa per cui ci dobbiamo fare una ragione, la cosa che dobbiamo accettare, la cosa a cui non dobbiamo più pensare, la cosa che prima era un problema, ed ora vorremmo farci una ragione di questo problema, vorremmo farcene una ragione.
Lo so, non è facile, ma esercitandosi ce la farete, state tranquilli.
Facciamo ora qualche esempio: se mio figlio, di religione cattolica, decide da grande di cambiare religione, posso dire che noi genitori ce ne facciamo una ragione. Noi genitori dobbiamo farcene una ragione, ce ne dobbiamo fare una ragione, dobbiamo accettare questo fatto, o almeno dovremmo farcene una ragione, se vogliamo bene a nostro figlio.
Vedete che quindi ci sono molti modi di dire la stessa cosa: ce ne facciamo una ragione, dobbiamo farcene una ragione, o dovremmo farcene una ragione, eccetera.
Se, secondo esempio, la Roma non vince lo scudetto, ma lo vince la Juventus, me ne devo fare una ragione, non ci devo pensare più, devo accettare questo fatto, devo dire che la Juventus è una squadra più forte e che quindi devo accettare il fatto che la Roma, la squadra della Roma, che è la squadra di calcio di Roma, della città di Roma, lo vincerà il prossimo anno. Io ormai, che sono tifoso della Roma, me ne faccio una ragione da molti anni. Pazienza.
Un terzo esempio, se mia moglie volesse comprarsi una casa a Piazza di Spagna, al centro di Roma, credo che io le direi: ascolta cara, credo che tu debba accettare il fatto che non possiamo acquistare una casa a Piazza di Spagna, è troppo cara, costa troppi soldi, non possiamo permettercelo, non possiamo permetterci di acquistare una casa in Piazza di Spagna, quindi devi fartene una ragione. Basta pensare a questa cosa, pensiamo ad altro, è inutile continuare a pensare a questo.
Quindi quando ci si deve fare una ragione di qualcosa, vuol dire che è inutile, che non serve a niente continuare a pensarci, a questa cosa, è inutile, non serve a nulla non farsene una ragione. Non possiamo risolvere il problema. Quindi questo significa che è un po’ di tempo che ci pensiamo, è già un po’ di tempo che questo problema sta nella nostra testa, che ci fa preoccupare, ma ora è arrivato il momento di dire basta. Facciamocene una ragione. Non c’è nulla da fare, accettiamo il problema, perché magari non è neanche un problema, magari è una cosa che può capitare a tutti.
Se cominciamo a perdere i capelli, perché abbiamo 60 anni e stiamo invecchiando, facciamocene una ragione, perché se non ce ne facciamo una ragione sarà peggio per noi. Non c’è nulla da fare, contro la vecchiaia e contro la caduta dei capelli non possiamo fare nulla, possiamo anche essere felici senza capelli, o con i capelli bianchi.
Credo che ora sia abbastanza chiaro il significato di questa bella espressione italiana. Resta da fare l’esercitazione orale. Ripetete dopo di me, per esercitare la lingua.
Vediamo prima al presente e poi al passato.
Io me ne faccio una ragione.
—–
Tu te ne fai una ragione.
—–
Lui se ne fa una ragione.
—–
Lei se ne fa una ragione.
—–
Noi ce ne facciamo una ragione.
—–
Voi ve ne fate una ragione.
—–
Loro se ne fanno una ragione.
—–
Vediamo al passato ora.
—–
Io me ne sono fatto una ragione.
—–
Tu te ne sei fatto una ragione
—–
Lui se n’è fatto una ragione.
—–
Lei se n’è fatta una ragione.
—–
Noi ce ne siamo fatti una ragione.
—–
Voi ve ne siete fatti una ragione.
—–
Loro se ne sono fatti una ragione.
—–
Avrete notato che quando ho detto “Lui se n’è fatto una ragione” Ho usato la forma abbreviata. La forma per esteso è “lui se ne è fatto una ragione” o “lei se ne è fatta una ragione”. Quindi “se ne è” diventa “se n’è” nella forma abbreviata.
Ragazzi, come avrete visto non è stato facile affrontare questa frase perché c’è molto da spiegare. Quello che sembra facile per noi italiani non è poi così facile per chi sta imparando la nostra lingua. E questo accade perché, più che le regole, occorre concentrarci sull’ascolto. Bisogna ascoltare, ascoltare, repetita iuvant, quindi ascoltate più volte e tra una settimana sarà divenuto normale usare questa espressione. Se non volete ripetere l’ascolto, non funzionerà, e tra qualche giorno avrete dimenticato tutto. È proprio così, bisogna farsene una ragione.
Ci sentiamo tra qualche giorno con la prossima espressione idiomatica.
Tra un paio di giorni poi sarà online anche una nuova lezione di Italiano professionale, in cui parleremo della Tenacia e della Resistenza, e di tutte le espressioni italiane per indicare queste due qualità professionali: vedremo espressioni come “chi la dura la vince”, “cascasse il mondo”, “dai e dai” e tante altre espressioni.
Un saluto da Roma.

Audio
Buonasera e benvenuti a tutti su Italiano Semplicemente, il sito adatto a tutti per imparare l’italiano. Oggi vediamo una espressione tipica italiana di suo quotidiano. Una frase molto utilizzata che è “mal comune, mezzo gaudio”.
Grazie di essere all’ascolto di questo episodio, che non può che essere dedicato alla Repubblica Italiana. Oggi è infatti il compleanno della Repubblica Italiana, quindi è un giorno di vacanza per gli italiani.
È il settantesimo compleanno per la precisione, il compleanno numero settanta (70). Il compleanno della Repubblica Italiana cade sempre il 2 giugno, tutti gli anni. “Cadere” è il verbo da usare in questo è caso, e più che un compleanno, si parla di “festa della repubblica”. Ma cosa si festeggia durante la festa della Repubblica? Si festeggia la vittoria della Repubblica contro la Monarchia. La Repubblica è una forma di democrazia; Repubblica viene dal latino, “res pubblica” che vuol dire “cosa pubblica” e quindi l’Italia è una cosa pubblica, cioè appartiene al popolo e non appartiene ad un sovrano, ad un re, cosa che avviene invece con la Monarchia. A Roma avviene il festeggiamento, la celebrazione principale. Non è una festa di poco conto in Italia, infatti è molto importante. “Di poco conto” è una espressione che si usa per dire “poco importante”. Non è di poco conto quindi ed infatti è una festa nazionale, è una festa della Nazione Italia, e si festeggia istituzionalmente. È per questo che oggi gli italiani non lavorano.
Settant’anni fa esatti c’è stato il referendum istituzionale, cioè i cittadini italiani sono stati chiamati a votare e la maggioranza di loro ha scelto la Repubblica in luogo della Monarchia.
Tanti auguri all’Italia e lunga vita alla Repubblica quindi.

Passiamo alla spiegazione della frase di oggi: “mal comune, mezzo gaudio”.
Frase di quattro parole, senza nessun verbo, se ci avete fatto caso, ed è chiaramente una cosa un po’ strana. Non è facile trovare delle frasi senza alcun verbo.
“Mal comune mezzo gaudio” è una frase di uso quotidiano, molto utilizzata in ogni ambito, tra amici, in famiglia, al lavoro, più nella forma orale che scritta. Ma cosa significa?
“Mal” sta per male, chiaramente. Si usa spesso accorciare le parole nelle espressioni tipiche italiane, per dare una musicalità alla frase, per essere più facilmente ricordata. “Mal comune” vuol dire quindi male comune. Male comune nel senso di una cosa negativa, un male, che è un male comune, cioè è una cosa negativa accaduta a più persone, e non solamente ad una persona. Il male è comune, cioè accomuna più persone. Il “gaudio” invece significa gioia, felicità. Il gaudio è una grande gioia, e questa parola si usa molto raramente da sola, è difficile che un italiano dica “oggi sento molto gaudio”, o frasi del genere. La parola gaudio oggi si usa ma si usa in pratica solamente in questa frase: “mal comune mezzo gaudio”.
“Mezzo gaudio” vuol dire metà gaudio, cioè una mezza gioia, una mezza felicità.

La frase intera quindi “mal comune mezzo gaudio” significa che un male comune a più persone sembra più sopportabile. Se qualcosa di male accade a più persone, allora questo male non è tanto negativo, perché possiamo condividerlo con tante altre persone, quindi è un mezzo gaudio, cioè è quasi una cosa positiva, non è cioè così brutta. È quindi sopportabile, possiamo sopportarla, possiamo considerare la cosa un po’ meno negativa, tanto da essere considerata un “mezzo gaudio”.
“Mal comune, mezzo gaudio” è una frase che ha una certa musicalità, una certa armonia musicale, e se aggiungessimo un verbo questa armonia non ci sarebbe più. Se dicessimo “mal comune significa mezzo gaudio”, ad esempio, non sarebbe evidentemente la stessa cosa. Questo accade con molte frasi ed espressioni tipiche italiane.
Possiamo dire che, ad esempio, i sostenitori della Monarchia, settant’anni fa, che erano comunque moltissimi, avrebbero potuto dire questa frase per sentirsi un po’ meglio quindi: “mal comune mezzo gaudio”. I sostenitori della Monarchia, cioè tutti coloro che la sostenevano, cioè che avrebbero voluto la Monarchia, tutti coloro che hanno votato per la Monarchia, settant’anni fa, vedendo che la Monarchia invece ha perso e che la Repubblica ha vinto, non si sono sentiti gli unici sconfitti, non hanno perso da soli, ma hanno perso insieme a tanti altri milioni di italiani, e tutti insieme hanno potuto rincuorarsi a vicenda, hanno potuto farsi coraggio. Rincuorarsi vuol dire farsi coraggio. Quando si rincuora una persona, ad esempio, è come se si dicesse a questa persona: non preoccuparti, non è accaduto nulla di grave, stai tranquilla. Avrete notato che nel verbo rincuorare c’è la parola “cuore”.
Se, per fare un altro esempio, io sono licenziato dalla mia azienda, cioè la mia azienda mi licenzia, cioè decide che non devo più lavorare per lei, in questo caso mi sentirei molto sfortunato se l’azienda avesse licenziato solo me. In questo caso avrei pensato di essere una persona sfortunata, o peggiore delle altre persone. Avrei pensato di essere l’unica persona a non avere una protezione, oppure l’unica persona a meritare di essere licenziata. Se invece l’azienda licenzia tutti i lavoratori, nessuno escluso, beh in tal caso è molto diverso. In questo caso non mi sentirei solo, abbandonato. Non mi sentirei peggiore degli altri o meritevole di essere licenziato. Penserei invece che la colpa è dell’azienda, e tutti insieme potremmo cercare una soluzione a questo problema comune.
Ora, mi rendo conto che il “mezzo gaudio” può sembrare esagerato, perché il licenziamento è comunque una pessima cosa, ma questa frase rende bene l’idea della differenza che c’è tra un male che accade solamente a me e un male che invece accade a molte persone. “Mal comune, mezzo gaudio”.
Anche in ambito sportivo possiamo applicare questa espressione. Nel calcio, se sono allo stadio a vedere una partita della squadra del cuore, una sconfitta è meglio sopportata che se vedessi la partita da solo davanti alla TV, quindi potrei dire “mal comune mezzo gaudio”.
Anche in questo caso potrei parlare con le altre persone, potremmo rincuorarci a vicenda, e la sconfitta sarebbe così meno amara. Non è quindi questa una frase che si dice a qualcuno, ma è piuttosto una considerazione, una osservazione, adatta in ogni circostanza in cui si vuole evidenziare che l’uomo, l’essere umano, sopporta meglio un male, una cosa negativa, fosse anche una disgrazia, una tragedia, come un terremoto, o una grave perdita in famiglia. L’essere umano è un animale sociale, adatto a vivere in gruppo e quindi ci si sente meglio quando si condividono con gli altri anche le cose negative.
Proviamo ora a fare un esercizio di ripetizione, affinché possiate esercitarvi a parlare.
Mal comune…. Mal comune….
….
Mezzo gaudio…. Mezzo gaudio…
….
Mal comune mezzo gaudio…
….
Mal comune mezzo gaudio…
….
Mal comune mezzo gaudio…
….
Bene ragazzi, anche oggi abbiamo fatto il nostro dovere, abbiamo esercitato il nostro italiano. Vi raccomando di ascoltare più di una volta anche questo episodio. In questo modo, voi che già conoscete la lingua italiana ma avete ancora delle difficoltà a parlare, riuscirete ad assimilare le regole grammaticali automaticamente, senza studiarle e soprattutto senza annoiarvi. Sono in molte le persone che lavorano, che hanno una famiglia e che non hanno molto tempo a disposizione, che hanno imparato ad ascoltare quotidianamente, tutti i giorni, gli episodi di italiano semplicemente.
Ciao a tutti e viva la Repubblica.
Buongiorno amici, grazie di essere all’ascolto di italiano semplicemente. Oggi torniamo a spiegare una espressione italiana. Prima di iniziare la lezione, chiamiamola pure così, di oggi, lasciatemi dire le ultime novità e progetti di italiano semplicemente.
Dunque la redazione di italiano semplicemente mi sta aiutando molto ultimamente a sviluppare i contenuti del sito e capire come può svilupparsi nel futuro, quali contenuti approfondire eccetera, sia per il corso di italiano professionale, in cui ogni giorno aggiungo delle nuove lezioni nell’indice, sia per le lezioni gratuite come quella di oggi. A proposito di Italiano professionale, la prossima lezione sarà pubblicata tra una settimana circa e riguarda la Tenacia e la Resistenza. Vedremo tutte le espressioni idiomatiche più usate in Italia per descrivere questa qualità indispensabile di ogni ambiente lavorativo.
Oggi vediamo un’espressione utilizzatissima: “checché se ne dica”. Non troverete sicuramente questa espressione in un libro di italiano, per due motivi. Il primo motivo è ché questa è una frase usata molto oralmente, e pochissimo per iscritto. Il secondo motivo è che, pur potendo essere usata in ogni circostanza, formale ed informale, una occasione più o meno importante, è più informale. Si tratta di una espressione usata più in famiglia, tra amici, anche al lavoro ma non a livello istituzionale. E vedremo il perché tra pochissimo.
La frase “checché se ne dica” ha una parola che è più difficile delle altre: “checché”. C-E-C-C-H-E’ – Checché si scrive con l’accento acuto, e non con l’accento grave, perché altrimenti la pronuncia sarebbe checchè. Quindi si scrive come perché, benché, poiché, pressoché, eccetera. Nello stesso modo. Attenzione perché questo è un errore che fanno in molti stranieri quando scrivono, confondere l’accento acuto con quello grave. Inoltre attenzione alla doppia “c”: checché e non cheché.
Cosa significa checché? Per spiegare il significato di questa parola, per essere sicuro che voi ne comprendiate esattamente il significato, dovrò ricorrere a molti esempi. Soprattutto dovrò spiegarvi bene la differenza tra checché e le parole simili, che possono essere utilizzate al posto di checché, benché non si possa sempre sostituire questa parola con i suoi termini più prossimi.
Allora, cominciamo proprio con la frase “checché se ne dica”, che è il titolo di questa lezione. Checché se ne dica significa “nonostante si dicano molte cose in merito”, oppure “benché si dicano molte cose in merito”, o “sebbene ci siano molti pensieri in merito”, “sebbene molte persone la pensino diversamente”, “anche se ci sono moltissime opinioni al riguardo” e potrei continuare con altre frasi equivalenti.
Quindi potrei al limite anche non usare mai questa espressione “checché se ne dica”; potrei anche fare questo, ed infatti gli stranieri generalmente non la usano, perché posso esprimere più o meno lo stesso concetto con altre frasi, frasi un po’ più lunghe. Però, a dire il vero, manca qualcosa a queste frasi, non è proprio la stessa cosa.
L’utilizzo della parola checché è del tutto peculiare infatti; è particolare, per più motivi. Checché si usa con il verbo al congiuntivo: “checché se ne dica”. Ma questo non la distingue dai suoi simili: “nonostante si dicano molte cose in merito”, “benché si dicano molte cose in merito”, “sebbene molte persone la pensino diversamente”, anche qui c’è sempre il congiuntivo.
Vediamo allora che però checché si usa con un tono un po’ sostenuto, ed anche ironico. “Checché se ne dica, sarò io il vincitore”. Ecco, in questo esempio si capisce bene che l’uso di “checché” sta ad indicare che chi dice questa frase vuole evidenziare la differenza tra il pensiero di altre persone ed il proprio pensiero: “checché se ne dica”, separa di più di nonostante, sebbene, benché. Si usa quindi checché per dire che “non importa cosa ne pensino gli altri”. Anche se gli altri la pensano diversamente, io vincerò.
Quindi l’uso di checché ci pone in contrapposizione con gli altri. Nonostante è più soft, più leggero. Checché indica invece la contrapposizione con una pluralità di persone, un gruppo di persone, un gruppo di opinioni diverse dalla mia. Quindi è un termine più forte, un termine sfidante. C’è una sfida tra gli altri e me, tra un gruppo di persone, anche un gruppo ben identificato, e me stesso.
Nella frase “Checché se ne dica”, “se ne dica” indica l’opinione degli altri, e checché indica che io non sono d’accordo, che io la penso diversamente.
Un politico italiano potrebbe dire ad esempio: “checché se ne dica, il nostro governo è molto solido. La frase è molto generica. Però potrebbe anche dire: “checché ne dicano le opposizioni, il governo è molto solido“, oppure anche “checché ne dicano i sindacati, la riforma del lavoro aiuterà i lavoratori”. Cioè nonostante i sindacati pensino che la riforma del lavoro sia una cattiva riforma, invece io dico che è una buona riforma, che aiuterà i lavoratori, che è a favore dei lavoratori”.
Vedete quindi che nel linguaggio corrente, quando si vuole evidenziare una contrapposizione tra due parti, si usa molto spesso questa formula ”checché se ne dica” e simili. Quando dico simili voglio dire che il termine checché si usa non solo con il verbo dire (“checché se ne dica” usa il verbo dire al congiuntivo), ma anche con il verbo pensare: “checché ne pensino i sindacati” ad esempio, o “checché ne pensino gli altri”, e si usa anche col verbo credere: “checché ne credano gli altri”. Inoltre possiamo dire “checché se ne dica”, che è più corto, oppure “checché ne dicano”, ma se usiamo “checché ne dicano” dobbiamo specificare chi, cioè chi è che lo dice. Ad esempi o “checché ne dicano i sindacati”, “checché ne dicano gli altri”, “checché ne pensino le opposizioni”. Invece “Checchè se ne dica” è appunto più generico, indica una platea di persone generica. La cosa importante comunque è che io la penso diversamente.
Quindi le due caratteristiche di “checché” sono la contrapposizione, prima di tutto, e poi la pluralità delle persone a cui ci si contrappone. Io contro tanti. Ciò non toglie che io posso anche dire anche, ad esempio “checché tu ne dica, farò a modo mio”, cioè farò come dico io nonostante tu abbia una opinione diversa. Quindi io contro di te, la mia opinione contro la tua. Questo per dirvi quindi che la cosa che conta di più è la contrapposizione, la sfida, il tono sostenuto con il quale si pronuncia questa frase. In ogni caso sentirete più spesso di altre la frase “checché se ne dica” piuttosto che “checché tu ne dica”; diciamo che è più frequente come utilizzo quello che ci vede contrapposti ad una platea di opinioni, perché in questo modo la sfida è ancora più grande.
In ambito sportivo, in ambito calcistico, facciamo un altro esempio quindi, Cristiano Ronaldo potrebbe dire: “checché se ne dica, io sono un calciatore più forte di Lionel Messi”. Evidentemente Ronaldo, se dicesse una frase del genere, penserebbe che la maggior parte delle persone è dell’opinione contraria. Penserebbe che sia Messi il calciatore più forte del mondo, ed invece lui, checché ne dicano gli altri, checché ne dica la maggioranza delle persone, non la pensa nello stesso modo.
In inglese non mi sembra ci siano molti modi di dire questa frase; mi viene in mente “whatever”, cioè “qualunque cosa”. Ma si sa, l’italiano è una lingua nata dagli scrittori italiani, che amavano differenziare il più possibile, quindi se ci sono, come molto spesso accade, molti apparenti sinonimi, c’è sempre una piccola differenza tra i loro utilizzi. E questo si impara solamente ascoltando italiano vero. Ascoltare italiano vero è la regola numero 5 per imparare l’italiano, la quinta delle sette regole d’oro.
Vediamo adesso di fare degli esempi, alcuni esempi sui quali anche voi possiate esercitare la pronuncia, e spero che questi esempi servano a chiarirvi le idee su questa parolina magica “checché”. Sappiate che checché se ne dica, non è molto difficile da usare. E nonostante gli stranieri non la utilizzino è bene iniziare a farlo. Potete ad esempio fare un post sul vostro gruppo preferito di facebook, usando questa parola o una delle frasi che includono questa parola.
Le frasi che seguono quindi servono a voi per esercitarvi e possono servire anche per farvi venire qualche idea per scrivere un intervento su facebook. E sono curioso di vedere come Shrouk e Lilia, egiziana e russa rispettivamente, se la cavano a pronunciare le prime due frasi.
Checché se ne dica, la lingua italiana è molto facile;
Checché se ne dica, finirò tutti gli esami entro l’anno.
Non male direi, molto bene.
Vediamo tre frasi ancora:
Checché se ne dica, voglio bene a tutti i membri del gruppo;
Checché ne pensino gli italiani, è difficile pronunciare la parola precipitevolissimevolmente;
Un’ultima frase:
Checché ne pensino le maestre, mia figlia fa sempre tutti i compiti.
Bene ragazzi, spero di essere riuscito a chiarire bene il significato di questa espressione italiana e di aver ben spiegato la differenza tra “checché” e i suoi simili: nonostante, sebbene, benché, anche se, qualunque sia, eccetera.
Ascoltate questo episodio più di una volta soltanto, ed ogni volta ripetete le frasi, mi raccomando, sempre se la cosa non sia noiosa per voi. Checché ne dicano i professori di italiano, quello dell’ascolto ripetuto credo sia il metodo migliore per passare dalla fase della comprensione alla fase dell’espressione.
Se credete che questo metodo funzioni, applicatelo, checché ne pensino gli amanti della grammatica e delle regole grammaticali. Un saluto da Roma. Grazie a tutti.
“se insegnate qualcosa a qualcuno, non la imparerà mai”
Bernard Shaw
Benvenuti nella settima regola d’oro di Italianosemplicemente. Grazie di essere qui ad ascoltare o leggere questo nuovo episodio di italianosemplicemente.com.
Questa è l’ultima delle sette regole d’oro, l’ultima delle sette importanti regole, fondamentali, importantissime, per imparare l’italiano velocemente e con divertimento. Soprattutto per imparare l’italiano senza dover perdere anni a leggere e studiare libri di grammatica inutilmente.
A questo serve Italiano Semplicemente, è questo cioè il motivo per cui è nato questo sito, nel luglio del 2015. Le sette regole d’oro sono appunto sette, come i sette vizi capitali, come i sette nani, ed anche i sette sacramenti, o anche come i sette colli di Roma. Ci sono anche i sette samurai, un film di Akira Kurosawa. Sette è, a quanto pare, un numero magico. E questo numero magico lo applichiamo anche all’apprendimento di una lingua. Le sette regole d’oro sono quindi, possiamo dire, i sacramenti dell’insegnamento di una lingua straniera, se vogliamo trovare delle analogie; sono i consigli più importanti, sono le regole da seguire se state imparando una lingua sia ad un livello base, come Principiante (A1,A2) oppure ad un livello Intermedio (B1,B2).
Chi sta ascoltando e sta comprendendo ciò che sta dicendo ora, evidentemente è ad un livello intermedio, e per voi credo sia importante ascoltare questi consigli se volete migliorare il vostro modo di parlare, se volete diventare più fluenti, quindi se volete parlare senza balbettare, senza inciampare sulle parole e senza fare delle lunghe pause prima di ricominciare a parlare.
Passare dal livello della comprensione a quello dell’espressione. Ecco: questo è il vero problema. E per arrivare ad un buon livello di espressione occorre seguire un metodo. Quello che vi propongo è basato su poche e semplici regolette, sette appunto, da seguire ed è un metodo, credetemi, molto efficace. Non è un caso che esistano siti in francese in inglese, tedesco e spagnolo che usano metodi analoghi, metodi simili, e che riscuotono molto successo. Questi siti hanno molto successo (riscuotere successo significa avere successo) ed il motivo è semplice se ci pensate bene. Quali sono infatti le cose più preziose quando si impara una lingua? Sono il tempo, la volontà e l’interesse. Questi tre fattori sono fondamentali, e se non si ha tempo non si può studiare una lingua, se non si ha la volontà, cioè la voglia di farlo, non durerete molto a lungo e quindi vi stancherete se non avete la volontà di studiare, e, dicevo, per ultimo ma non per importanza (last but not least) l’interesse. Se non siete interessati a ciò che studiate o ascoltate, le cose non vi resteranno in testa molto a lungo e finirete per dimenticare.
Per affrontare questi tre grossi problemi (tempo, volontà, interesse) ho scritto le sette regole d’oro. Oggi spieghiamo l’ultima delle sette regole, poiché le altre sei sono già online nella duplice versione audio-testo. Prima di spiegare la settima regola è bene forse fare un piccolo riassunto delle regole precedenti.
La prima regola è ascoltare, ascoltare, ascoltare: repetita iuvant. Con questa regola, fondamentalmente per accorciare i tempi, si affronta quindi il primo problema, quello del tempo. Ascoltare è fondamentale ed è fondamentale ripetere l’ascolto: ascoltare più volte la stessa cosa: dedicare tempo, molto tempo, all’ascolto. Già. Ma così non si risolve il problema del tempo giusto? Non lo si risolve perché per risolvere completamente il problema del tempo c’è la seconda regola: usare i tempi morti. Se non abbiamo tempo per ascoltare? Come fare? Occorre ascoltare, ma ascoltare mentre, ad esempio, lavate i piatti, ascoltate mentre fate ginnastica, mentre vi fate un giro in bicicletta, mentre fate una passeggiata o anche mentre state andando al lavoro in autobus o in automobile. Quanti di voi vanno a lavorare e impiegano 40, 60 minuti? C’è un’espressione italiana che recita “unire l’utile al dilettevole”. Fare cioè cose utili, come andare a lavorare, e nello stesso tempo ascoltare e studiare l’italiano, ciò che rappresenta il dilettevole, ciò che è dilettevole, cioè che è divertente, ciò che volete fare perché è vostro desiderio imparare la lingua di Dante Alighieri.
Unire l’utile a dilettevole dunque, ok, quindi ascoltare e usare i cosiddetti “tempi morti” è importante, ma per ottimizzare l’uso del tempo ancora di più, per fare in modo che il tempo che dedichiamo all’italiano sia tempo veramente utile, occorre che quando ascoltiamo non siamo stressati. Questa è la terza regola d’oro. Se siete stressati, se ascoltate mentre in casa vostra c’è confusione, con la TV accesa, con i bambini che girano per casa o in altre condizioni stressanti, non va bene. Il vostro apprendimento ne risentirà, e la vostra mente andrà da un’altra parte. Mentre ascoltate vi verranno in mente altre cose che dovete assolutamente fare in giornata ed altre cose ancora. Occorre invece eliminare lo stress; occorre avere la mente libera. Per questo, prima, vi consigliavo di ascoltare mentre fate una passeggiata rilassante, o quando comunque non impegnate la vostra mente in altro modo.
Il problema del tempo quindi si affronta con le prime tre regole d’oro.
Passiamo alla volontà. Avere volontà è importante. “Willpower” è il termine in inglese, e secondo me, questa è la mia personale opinione, la volontà rappresenta una delle qualità più importanti di una persona. È una qualità non innata, con la quale non si nasce, ma è una qualità che si coltiva, che si deve nutrire costantemente. È una qualità, la volontà, che ha bisogno di tempo per svilupparsi, e che ha bisogno di costanza, di ripetizione, di regolarità, di routine. È come un muscolo che va allenato, e che darà dei risultati strepitosi una volta superato il periodo iniziale. Questo è un argomento sul quale si potrebbe parlare per ore ed ore.
La disciplina è quindi importante e di conseguenza occorre applicare queste regole tutti i giorni. Mezzora, un’ora al giorno è l’ideale.
Cosa dice la quarta regola d’oro? La quarta regola parla di storie e di emozioni. Imparare attraverso delle storie e attraverso delle storie emozionanti. Non importa quale sia l’emozione chiamata in causa: gioia, divertimento felicità; la cosa importante è che si crei quel cemento che non ci faccia dimenticare ciò che ascoltiamo. In fondo è con le storie e con le emozioni che si vive, e quelle che si ricordano di più sono le storie e le emozioni più forti; il resto si dimentica molto facilmente. Quindi la quarta regola serve a questo: serve a cementare, ad incollare ciò che imparate. Tramite le storie e le emozioni poi non focalizzate la vostra attenzione sulle singole parole, ma sulle frasi, sulle frasi intere, sulla storia intera, ancora meglio.
Passiamo alla quinta regola. Con questa regola andiamo ancora oltre: andiamo verso la terza chiave che come detto è l’interesse. Il tempo lo abbiamo visto, la volontà anche, ora l’interesse.
Ascoltate ciò che vi piace. Non ascoltate tutto ciò che vi capita, ma vi consiglio di fare una selezione: selezionate gli episodi che destano il vostro interesse e non fate come i muli, che vanno dritti senza vedere dove vanno. I muli sono quegli animali che, sono utilizzati nella lingua italiana per indicare le persone che non ragionano e che vanno avanti senza neanche guardare, che vanno avanti come un mulo. In inglese, se non sbaglio, si chiamano “mules”, in spagnolo “mulas” ed in francese è abbastanza simile “les mules”. In tedesco (“die Maultiere”) ed in arabo, scusate la pronuncia dovrebbe essere (ELBIRELI) البغال . Fortunatamente nella redazione di Italiano Semplicemente abbiamo Shrouk che ci aiuta. Come si dice Shrouk!
Shrouk: “ si dice البغال in arabo”.
Grazie Shrouk, andiamo avanti dunque. Andiamo alla regola numero 6: utilizzare le domande & risposte. Questa è una regola importante soprattutto per i principianti, che in questo modo possono facilmente superare lo scoglio iniziale (lo scoglio si usa in italiano per indicare un grosso ostacolo: “rock” in inglese).
Ovviamente per ognuna di queste regole appena descritte c’è un articolo in forma scritta e un file audio che se volete potete ascoltare per approfondire ciò che vi interessa di più, la regola che vi interessa di più.
Oggi siamo alla regola numero sette: parlare.
Parlare fa parte della comunicazione. Non possiamo solo ascoltare. Ascoltare va bene, è fondamentale, ma dobbiamo anche parlare. Per due motivi dobbiamo farlo.
Il primo motivo è che in questo modo ci abituiamo, prendiamo l’abitudine ad ascoltarci e ci sentiamo sempre più a nostro agio. Sembrerà banale, ma la timidezza è un fattore importante. All’inizio saremo in imbarazzo, tenderemo a dire molti emmm, ehhh,… a fare molte pause, ad essere esitanti. Tenderemo a volte ad andare molto velocemente, perché nella nostra testa pensiamo: più veloce parlerò, prima finirò di parlare e prima esco dall’imbarazzo. Poi col tempo impariamo a gestire le pause, e se necessario, impariamo a parlare più lentamente; ci abituiamo ad ascoltarci, non ci vergogniamo più, ed acquistiamo sicurezza. Col tempo impariamo che gli altri non stanno lì a giudicarci, ma sono disposti anche ad ascoltarci e ad aiutarci se c’è bisogno. E vedrete che il vocabolario base italiano in realtà è molto semplice, e che ci sono molti modi semplici per dire la stessa cosa. Vedrete ed imparerete da soli che parlare ed esprimersi, per far passare un messaggio, è più facile che comprendere, perché quando parlate scegliete voi le parole da utilizzare, siete voi a decidere quali parole usare.
La seconda motivazione è che parlando, parlando da subito, abbiamo subito soddisfazione, capiamo sin da subito che possiamo farcela. Questo vale sia per i principianti che per coloro che si trovano ad un livello più avanzato.
C’è una frase di Bernard Shaw che mi è rimasta impressa. La frase è “se insegnate qualcosa a qualcuno, non la imparerà mai”. Cosa significa? Significa che l’apprendimento è un processo attivo. Solo “facendo” s’impara. Ho letto questa frase sul libro di Dale Carnagie dal titolo “Come trattare gli altri e farseli amici”, questo è il titolo in Italiano ovviamente. Un libro che consiglio a tutti di leggere perché molto ricco di contenuti. Quindi se volete applicare le sette regole d’oro agite, cominciate a parlare, oltre che ad ascoltare. Altrimenti vi dimenticherete in fretta di quello che ascoltate e di ciò che vi viene detto ed insegnato. Solo le conoscenze delle quali si fa uso costante si fissano nel nostro cervello.
I principianti, con la sesta regola (la numero sei) possono già iniziare a parlare rispondendo alle domande ascoltando le Domande & Risposte. Infatti ogni storia per principiante, oltre al file audio della storia, che è molto breve, ha anche un ulteriore file audio che si chiama “Domande & Risposte”. In questo file audio si fanno molte domande, anche semplicissime, sulle storielle ascoltate, ed in questo modo si inizia a parlare sin dall’inizio; domande e risposte del tipo:
D: Chi parla? Giovanni?
R: Sì. Parla Giovanni.
D: Chi parla ora?
R: Giovanni parla, è Giovanni che parla ora.
D: Parla Giuseppe?
R: No, non è Giuseppe che parla, ma Giovanni.
D: Giovanni parla in italiano?
R: sì, esatto. Giovanni parla in Italiano
D: Giovanni è un madrelingua italiano?
R: proprio così, Giovanni è un madrelingua italiano e parla in italiano.
Per gli intermedi (quindi B1,B2 o C1) consiglio ugualmente di ascoltare i file audio delle Domande & Risposte, perché in questo modo scoprirete come è facile sbagliare le preposizioni semplici e articolate quando date le risposte. E ascoltando questi file e provando a rispondere vedrete come è facile e veloce migliorare il vostro italiano. Provate e vedrete.
Io dopo di voi darò le risposte, ascolterete quindi da me anche le risposte, e di conseguenza potrete confrontare le mie risposte con le vostre, e capirete così dov’è che sbagliate: se sbagliate l’articolo, la preposizione, oppure la pronuncia. Imparerete così parole nuove, sinonimi, contrari e soprattutto vi accorgerete dei vostri progressi giorno per giorno.
Non solamente Domande & Risposte però. Oggi abbiamo whatsapp, abbiamo le chat in cui si possono registrare dei piccoli audio, possiamo registrare la nostra voce ed ascoltare quella degli altri. E tutto questo è gratuito se utilizzate il wifi.
Questo è un consiglio che vi do, iniziate a parlare con qualcuno che è al vostro stesso livello, e se ci riuscite create un piccolo gruppo dove sia presente anche un italiano che possa aiutarvi, se possibile.
Attenzione però. Ho, diciamo così, tre avvertimenti, tre consigli che mi sento di darvi. Il gruppo deve essere piccolo. Questo è il primo consiglio. Quattro, cinque persone, non di più. Ci si deve conoscere, si deve avere interesse l’uno dell’altro, si deve creare un rapporto di amicizia, se non si conoscono già queste persone con cui condividiamo il gruppo. Altrimenti si viene sommersi di messaggi e non si riesce a conoscere nessuno, soprattutto se non si ha molto tempo a disposizione.
Secondo consiglio: utilizzate whatsapp soprattutto per registrare ed ascoltare messaggi audio. Questo porta molti vantaggi: Potete registrare quando volete e potete ascoltare i messaggi dei vostri amici quando volete e quante volte ne avete voglia, soprattutto se non avete ben capito. Potete ascoltare anche voi stessi, anche la vostra stessa voce, una o più volte, dopo che avete registrato un messaggio. Questo è il grosso vantaggio di whatsapp rispetto a Skype ad esempio.
Terzo consiglio: dovete prendere l’abitudine di fare questo tutti i giorni. 5-10 minuti al giorno. Parlare 5 minuti al giorno vuol dire parlare 35 minuti alla settimana. Vi sembra poco? A fine mese avrete parlato 150 minuti! Ed avrete ascoltato almeno la stessa quantità di minuti. Un grande risultato direi.
Attenzione però. Non usate solamente whatsapp per ascoltare, altrimenti, a meno che se non ci siano dei madrelingua nel gruppo non capireste mai i vostri errori o i modi alternativi per esprimere lo stesso concetto. Per questo vi dicevo che sarebbe importante avere una persona italiana nel gruppo. In ogni caso ai principianti consiglio di usare sia whatsapp che le storie per principianti e le domande & risposte delle storie. Queste storie si trovano nella pagina “livello base – principianti” del sito. In questo modo potete imparare a parlare correttamente, rispondendo alle domande ed ascoltando le risposte da me, e poi potrete anche parlare con i vostri amici.
A coloro che stanno ad un livello più avanzato, oltre a whatsapp consiglio di ascoltare più volte i file a loro dedicati, seguendo le sette regole d’oro naturalmente. Questi file li trovate tutti nella pagina “Livello Intermedio”; ci sono le spiegazioni delle frasi idiomatiche italiane, ma ci sono anche le lezioni di italiano professionale, e consiglio di provare a fare gli esercizi di ripetizione che si trovano alla fine di ogni file audio. Inoltre è un buon esercizio quello di ascoltare i file audio e ripetere ciò che ascoltate nello stesso tempo, meglio se ad alta voce se potete farlo. Io uso questa tecnica col francese e con l’inglese e mi è molto utile per capire le parole difficili da pronunciare.
Questo è tutto. Adesso sapete cosa fare, conoscete le sette regole da usare. Non è facile lo capisco. Anche io cerco di applicarle tutte per il francese e l’inglese, da intermedio e col tedesco da principiante e ci riesco quando sono costante, quando diventa un’abitudine. Se salto un paio di giorni, a volte mi capita, diventa molto difficile riprendere ed essere costante. Mi auguro che anche riusciate ad essere costanti, e spero veramente di esservi stato utile. Vi rinnovo il mio invito ad ascoltare le storie di Italiano semplicemente. Seguiteci su Facebook, che resta il luogo principale per scambiarci opinioni e messaggi, su Instagram, dove di tanto in tanto inserisco qualche immagine che riguarda i nuovi episodi di Italiano Semplicemente oppure su Twitter, dove il nome dell’account è @ItalianoSemplic.
Ogni settimana vi aspetta un nuovo episodio, vi aspetto. Siate numerosi. Ciao.
video a cura di Yasemin Arkun
Buongiorno a tutti e bentrovati sulle pagine di italianosemplicemente.com, sito adatto per aiutare ad apprendere l’italiano tutti coloro che hanno poco tempo a disposizione per studiare la grammatica.
Grazie di essere ancora qui, e per chi non conosce ancora Italiano Semplicemente, vi invito ad andare sul sito e dare un’occhiata alla sezione “livello intermedio”, dove ci sono molti episodi da leggere e file audio mp3 da ascoltare. Per i principianti, benvenuti e a voi consiglio di andare alla pagina a voi dedicata. Anche coloro che non sanno nulla di italiano, potranno trovare, nella pagina “principianti”, delle storie da ascoltare. Lì troverete sia i file audio che le trascrizioni.
Bene, oggi ci occupiamo di una frase idiomatica, e in particolare di una frase molto delicata.
Dico delicata perché avrò alcune difficoltà a trovare le parole più idonee per spiegare questa frase idiomatica. Vado subito al dunque (via il dente, via il dolore) e vi dico che la frase in questione è “andare a quel paese”. Andare a quel paese è una frase idiomatica, sicuramente, perché il senso proprio di questa frase è sicuramente fuorviante. Fuorviante significa che vi porta fuori dalla via, vi porta fuoristrada, questo significa che voi potreste pensare di leggere la frase parola per parola ed interpretare la frase in questo modo, ed invece la frase ha un senso figurato; un senso diverso dal significato proprio.
Chi di voi già consce questa espressione già avrà capito per quale motivo sono preoccupato oggi, nell’affrontare questa spiegazione. Gli altri invece saranno incuriositi, e quindi cercherò di cavarmela affrontando la frase senza indugiare. Cercherò di cavarmela significa cercherò di uscirne fuori, cercherò di risolvere il problema.
Dunque “andare a quel paese”, o meglio, l’esclamazione “vai a quel paese”, rivolta a qualcuno, è l’equivalente di… “fuck you” in inglese. La differenza è che mentre la frase inglese è molto volgare (ed ovviamente esiste l’equivalente italiano di fuck you, che non sto qui a ricordarvi poiché sicuramente tutti voi già conoscete; mentre la frase inglese è volgare, come dicevo, “vai a quel paese” è, per quel che si può, la versione delicata, informale, gentile se vogliamo.
Andare a quel paese quindi è un invito, è un invito che si fa, che si rivolge ad una persona, ed è un invito che si rivolge generalmente a persone con le quali non si va molto d’accordo. In genere “vai a quel paese” conclude sempre una discussione, è cioè l’ultima frase che si dice, generalmente, in una discussione animata, in cui si litiga con qualcuno. Se si discute, se si litiga con qualcuno, ed in particolare se si discute animatamente si alzano i toni, si alza la voce, e spesso può accadere che una delle persone insulti un’altra persona, e pronunci appunto questa frase: “vai a quel paese”.
Discutere animatamente significa discutere con l’anima, e si usa frequentemente per indicare una discussione accesa, che non si svolge con toni pacati, tranquilli, ma ad un certo punto ci si lascia andare, si comincia ad alzare la voce, e si perde il controllo. Ed alla fine uno dei due, e spesso entrambi, mandano a quel paese l’altra persona.
Mandare a quel paese quindi vuol dire manifestare un grande dissenso verso l’altra persona, nel senso che queste due persone hanno una idea totalmente diversa a proposito di un certo argomento, e mandando a quel paese si dice all’altro:
ok, è chiaro che non la pensiamo nello stesso modo, è chiaro che abbiamo una idea diversa, quindi tu resti con la tua opinione, che io non approvo, ed io resto con la mia, che tu non approvi.
Questa lunga frase, evidentemente, è troppo lunga per essere pronunciata, e soprattutto non vale la pena di sprecare fiato per una persona che vogliamo liquidare. In queste circostanze quindi “vai a quel paese” è un sistema sbrigativo per liquidare una persona.
Liquidare una persona vuol dire, non renderla liquida, non farla diventare liquida, ma vuol dire sbarazzarsi di questa persona, farla allontanare, oppure smettere di parlarci perché le abbiamo già dedicato molto tempo.
Entrambe le persone, evidentemente, per mandare a quel paese l’altra persona, manifestano la volontà di sbarazzarsi l’una dell’altra. L’una dell’altra vuol dire che ognuna delle due persone si vuole sbarazzare dell’altra persona. E sbarazzare, come detto, ha lo stesso significato, più o meno, di liquidare. Posso quindi dire “ho liquidato Giovanni” oppure posso dire “mi sono sbarazzato di Giovanni”.
E’ la stessa cosa. Quindi ragazzi spero non vogliate liquidarmi dopo questa spiegazione. Soprattutto spero non vogliate mandarmi a quel paese, perché mi offenderei.
Un’ultima annotazione: “quel paese” indica un luogo, un paese, appunto, che non si nomina. Si indica quindi un paese senza nome che indica quindi un luogo lontano, che non viene nominato, perché se lo facessi, direi una parolaccia…
Vi lascio sulle note di questa bella canzone italiana di Alberto Sordi, un comico italiano tra i più famosi, ormai passato a miglior vita purtroppo (cioè ormai deceduto) che si chiama appunto: “te c’hanno mai mannato a quel paese”, che in dialetto romano significa “ti ci hanno mai mandato a quel paese?, cioè: “a te ti hanno mai detto vai quel paese”?
Un saluto a tutti.

video a cura di Yasemin Arkun
Buongiorno amici e membri della famiglia di Italiano Semplicemente.
Oggi torniamo a spiegare una frase idiomatica, e ringrazio Jasna che mi ha proposto e suggerito la frase.
In realtà si tratta di due frasi: la prima frase è “in bocca al lupo” e la seconda è “crepi il lupo”. Per divertirci un po’ lo faremo in due modi diversi: uno familiare, con un linguaggio semplice e amichevole, ed uno più formale, più cordiale, con alcune espressioni più adatte ad un contesto più importante, come se parlaste un linguaggio istituzionale, come se doveste scrivere un documento formale. Proviamo a fare questo esperimento, e se vi piacerà, potremo rifarlo altre volte. Iniziamo quindi la prima versione, la spiegazione amichevole, quella che uso sempre quando cerco di spiegare il significato di una espressione italiana.
Tra l’altro confrontare il linguaggio formale e quello informale è ciò che viene sempre fatto all’interno del corso di Italiano Professionale, che come sapete in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per chi di voi vuole conoscere in maniera un po’ più approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro, perché vogliono lavorare in Italia.
Ultimamente sto ricevendo varie frasi idiomatiche che quindi dovrò spiegare, e tutte queste frasi le ho appuntate, le ho scritte su una pagina del sito che tutti voi potete vedere. La pagina si chiama “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“, dove ci sono sia le frasi spiegate che quelle in programma.
“Appuntare”, verbo che ho usato nella frase precedente vuol dire “segnare”, vuol dire scrivere da qualche parte, per non dimenticarsi. Scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Appuntare viene da mettere un punto, un punto non di punteggiatura, ma un punto… come se fosse fatto da qualcosa con la punta, come un chiodo, una puntina, qualcosa di appuntito che tenga fisso un foglio, che resti così attaccato da qualche parte in modo che possiamo vederlo. Oggi si usano i post-it per appuntare, e tutti credo che conoscano i post-it.
Quindi mi sono appuntato anche di spiegare queste due frasi: “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”. Normalmente spieghiamo una frase per volta, ma in questo caso le spiegherò insieme, ed il motivo è che le due frasi sono collegate: quando si usa la prima frase si usa anche la seconda. L’unica differenza è che a pronunciare le due frasi, a dirle, sono due persone diverse.
Se vi ho incuriosito, ora vi toglierò ogni dubbio, facendolo in modo divertente, come al solito.
Alcuni di voi sanno già cosa sia un lupo, e per quelli che non lo sanno ancora provo a spiegarlo: il lupo è un animale, che somiglia molto al cane. Rispetto al cane però ha delle differenze: il cane abbaia (verso abbaio), mentre il lupo ulula (verso ululato). Quindi il suo verso è l’ululato.
Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive normalmente nei boschi, oppure in cattività: vivere in cattività vuol dire vivere non in libertà, quindi non vuol dire essere cattivi (quella è la cattiveria). Chi vive in cattività non vive libero, cioè nel suo ambiente naturale, piuttosto vive, ad esempio, nei giardini zoologici. Quindi non confondete la cattività con la cattiveria.
Un’altra differenza tra il cane e il lupo è che il cane si dice sia il migliore amico dell’uomo, il lupo invece, essendo selvaggio, quindi non domestico, è un animale di cui solitamente si ha paura. Tutti hanno paura dei lupi perché i lupi hanno la fama, cioè sono famosi per essere dei predatori (cioè cacciano le prede), in particolare le loro prede preferite sono, tra le altre, gli agnelli e le pecore, ma non solo. Il lupo è uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso”. Chi non conosce questa storia?
Questo dunque è il lupo. E il lupo ha una bocca, che quindi è piena di denti, e di conseguenza finire nella bocca del lupo non è molto gradevole e fa molta paura per via della sua fama di predatore.
“In bocca al lupo!” è una esclamazione, ed in particolare è un augurio. Questo significa che è una frase che si dice ad una persona a cui si vuole bene. “In bocca al lupo” è l’abbreviazione della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”. Ma come? Ma Giovanni non hai detto che era una cosa che si diceva ad un amico oppure no?
Infatti “In bocca al lupo” è un augurio scherzoso di buona fortuna che si rivolge a chi sta per sottoporsi ad una prova difficile, come un esame, un colloquio, di lavoro eccetera. L’espressione quindi nel linguaggio parlato ha assunto un valore scaramantico. Si dice cioè per scaramanzia, per allontanare cioè il pericolo o la sfortuna. Quindi per allontanare un pericolo, una cosa negativa che potrebbe verificarsi, si fa l’augurio contrario: si dice “in bocca al lupo”.
La frase potrebbe quindi essere nata nella caccia (la caccia è l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e i cacciatori rivolgevano questa frase ad altri cacciatori come loro. Col tempo la si è utilizzata anche verso chi si appresta ad affrontare una prova rischiosa o difficile in generale, non soltanto per la a caccia ma anche un esame, una prova di qualsiasi tipo.
“Crepi il lupo” è la risposta. Anche questa è una esclamazione, e la dice per rispondere.
Il verbo crepare si usa spesso per allontanare qualcosa. Ad esempio c’è “crepi l’avarizia” che si usa quando si sta per affrontare una spesa.
“Crepi il lupo” vuol dire quindi: “mi auguro che muoia il lupo”, “che crepi il lupo”. Abbreviato diventa: “crepi il lupo!”.
Se c’è quindi un vostro amico che deve fare un difficilissimo esame all’università, un esame complicato e molto importante, puoi dire al tuo amico:
“in bocca al lupo!” e il tuo amico risponderà: “crepi il lupo”, oppure semplicemente: “crepi!”.
In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con “crepi!”.
Se un vostro parente o collega deve fare un esame medico, oppure deve andare a ritirare il risultato di un esame medico già fatto, un possibile augurio da rivolgergli quindi potrebbe essere:
“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il tuo collega o parente risponderà “crepi” o “crepi il lupo”.
Ho detto parente o collega perché questa è un’espressione universale, che potete usare con tutti, amici, famigliari, parenti, colleghi; in qualsiasi occasione quindi, in ogni circostanza, al lavoro come a casa, al bar come al campo da calcio.
Se ad esempio un amico ti dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani tu hai un colloquio di lavoro, tu devi rispondere “crepi il lupo!”. Ed è difficile che un italiano non risponda nulla, oppure che risponda con un semplice “grazie”, oppure “ti ringrazio molto”, o “molto gentile da parte tua” perché è obbligatorio rispondere “crepi!” o “crepi il lupo!”. E’ obbligatorio perché è scaramantico, è una cosa che allontana il pericolo che il colloquio di lavoro vada male. Possiamo dire che non rispondere in questo modo “porta male”, come si dice in Italia, cioè “porta sfortuna” non rispondere “crepi il lupo”.
Spero cara Jasna di aver risposto bene alla tua domanda, spero quindi che la mia spiegazione sia stata sufficientemente chiara.
Colgo l’occasione per dire a tutti che se volete scrivermi per chiedere la spiegazione di una frase, di una espressione italiana, potete farlo mediante la pagina di facebook, che è il metodo più veloce, oppure andate sul sito italianosemplicemente.com ed cliccate sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina Twitter di italiano semplicemente.
Prima di passare all’esercizio di ripetizione, vorrei ricordarvi che soprattutto i giovani utilizzano anche un altra frase, molto simile, nel senso che ha lo stesso significato, ma è un po’ diversa. Inoltre è molto informale e si può usare solo tra amici: “in culo alla balena!” Stavolta non vi consiglio di usare questa frase quindi in ambienti formali, come in ufficio ad esempio. Non la usate, ma è bene sapere che i giovani la utilizzano qualche volta e voi potreste chiedervi cosa significhi questa espressione: ebbene ha lo stesso significato di “in bocca al lupo” quindi è un augurio anche questo. Un augurio a cui non si può però rispondere con “crepi la balena”.
Bene, ora l’esercizio di ripetizione, importante per abituarsi a parlare italiano, per sciogliere un po’ la lingua, come si dice, e per abituarvi ad ascoltarvi mentre parlate, in modo che sia per voi sempre più naturale ascoltare la vostra stessa voce parlare una lingua diversa da quella vostra di origine.
Ripetete dopo di me senza badare alla grammatica ma solamente al tono della mia voce. Provate ad imitare il tono della mia voce.
In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Quindi amici questo episodio termina qui, e se avete un esame domani, un grosso in bocca al lupo da parte mia. E non dimenticate di ascoltare anche la versione formale di questo podcast, più difficile ma utile per chi frequenta italiani soprattutto per lavoro.
video a cura di Yasemin Arkun
Gentili visitatori, gentili membri della famiglia di Italiano Semplicemente, chi vi parla è Giovanni ed il motivo per il quale siamo qui oggi insieme è alquanto inusuale e ne capirete presto la ragione.
Quest’oggi ci occuperemo, ancora una volta, della illustrazione del significato di una frase idiomatica, cosa divenuta una consuetudine per coloro che seguono da qualche tempo il sito.
Vorrei cogliere l’occasione per porgere i miei più sentiti ringraziamenti alla dott.ssa Jasna, che ha proposto e suggerito la locuzione verbale che quest’oggi mi accingo a spiegare a tutti voi. Ad essere sincero si tratta di due espressioni in luogo di una, come facciamo di consueto: la prima espressione è “in bocca al lupo” e la successiva è “crepi il lupo”.
Per poter sollevare il nostro spirito, e questo per l’appunto è la cosa inusuale, la spiegazione delle frasi in questione verrà affrontata attraverso due differenti modalità: una modalità famigliare, utilizzando un linguaggio semplice e confidenziale, ed una modalità più ricercata, attraverso espressioni verbali meno utilizzate frequentemente, ma che ugualmente rientrano nel vocabolario italiano.
Più precisamente tali espressioni, che ho definito poc’anzi “ricercate” sono certamente più adatte ad un contesto diverso rispetto a quello famigliare. Il linguaggio formale è una forma probabilmente più utilizzata per iscritto, e che con ogni probabilità è più vicino al linguaggio istituzionale, utilizzato, solo per portarvi un esempio, a livello di documentazione formale: tra aziende o tra istituzioni pubbliche e private.
Cercheremo di a fare questo esperimento, e se risulterà di vostro gradimento, se cioè apprezzerete questa tipologia di podcast, potremo ripetere questa modalità di spiegazione anche per altre espressioni idiomatiche. Il tutto ovviamente con uno spirito orientato al divertimento, per non annoiarsi mentre si impara una lingua.
Ho appena terminato di registrare e trascrivere la versione informale. Ora vediamo quindi la versione istituzionale, che è quella che state ascoltando in questo momento. Posso immaginare che la maggioranza di chi ci ascolta questo lo avrà già intuito dal tono della spiegazione finora utilizzato.
Come dicevo ho appena provveduto a registrare e trascrivere la versione familiare del podcast, e con la stampa della versione informale sotto gli occhi del sottoscritto, mi appresto quindi in questo momento a registrare la versione formale, facendo molta attenzione ad utilizzare termini ed espressioni più forbite e ricercate della precedente versione.
Nella versione formale darò “del lei” all’ascoltatore, mi rivolgerò cioè all’ascoltatore dandogli del lei.
Di conseguenza “ti dico” diviene “le dico”, “tu stai ascoltando” diventa “lei sta ascoltando” ed analogamente “ti spiego questa cosa” diventa “le spiego questa cosa”, come se stessi parlando con un’altra persona di sesso femminile (lei) e non con la persona che ho di fronte. Questo è “dare del lei”a qualcuno.
Si dice:
– io do del lei – io do del tu
– tu dai del lei – tu dai del tu
– egli dà del lei – egli dà del tu
– noi diamo del lei – noi diamo del tu
– voi date del lei – voi date del tu
– essi danno del lei – essi danno del tu.
Dare del lei è ciò che avviene nelle occasioni importanti, quando ci si rivolge a qualcuno che non si conosce. Nella versione informale, invece, mi rivolgerò al mio interlocutore dandogli del tu. Dare del tu è ciò che avviene con gli amici, i famigliari i conoscenti in generale.
Io personalmente do del lei a tutti coloro che non conosco, se hanno almeno una trentina d’anni, ma scusate ho dimenticato di usare un linguaggio più forbito. Dicevo che il sottoscritto regolarmente dà del lei a tutti coloro che non conosce, qualora l’età sia superiore ai trent’anni.
E’ una occasione quindi anche per spiegare la differenza tra “dare del lei” e “dare del tu”. In inglese questa differenza non esiste, quindi nella lingua inglese è tutto più semplice, invece nella lingua italiana, come anche in altre lingue, come quella tedesca ad esempio, è importante conoscere bene questa differenza, perché fa parte della cultura del paese. Dare del lei suona un po’ strano, lo capisco, per coloro che nella loro lingua hanno solamente un solo modo per rivolgersi al prossimo, cioè il tu, come appunto avviene con la lingua inglese,
E’ questo, tra l’altro, (quello di spiegare sia le espressioni formali che quelle informali), l’approccio che viene seguito all’interno del corso di Italiano Professionale, in fase di preparazione e che sarà online nel 2018. Tale corso è studiato proprio per coloro che vogliono conoscere in maniera approfondita la lingua italiana, in particolare per motivi di lavoro.
Al termine dell’ascolto di questo podcast, lei, ascoltatore, potrà, se vuole, consultare ed ascoltare anche la versione più informale ed amichevole, che rappresenta la modalità utilizzata normalmente sul nostro sito in sede di spiegazione di una espressione idiomatica italiana.
Recentemente sto ricevendo diverse richieste di spiegazione; le espressioni che ci vengono proposte ho l’abitudine di annotarle su una pagina del sito che ogni visitatore può consultare liberamente, lei compreso. La pagina è denominata “frasi idiomatiche ed altri podcast gratuiti“.
Nel paragrafo precedente ho utilizzato la parola “annotare“, che rappresenta un verbo equivalente a “segnare velocemente”, “prendere nota”, “prendere appunti“, e che ha il significato di scrivere qualcosa per evitare di dimenticarlo: scrivere su un foglio, oppure, come ho fatto io, su una pagina internet. Un classico esempio è il post-it, utilizzato abitualmente per annotare, cioè per prendere nota.
Nel mio caso non ho fatto uso di post-it, non ho preso nota attraverso un post-it, bensì attraverso una pagina del sito. Le frasi in questione, già menzionate precedentemente sono “in bocca al lupo” e “crepi il lupo”.
Abitualmente quello che facciamo su italiano semplicemente è occuparci di una espressione alla volta, ma in tal caso le spiegherò contestualmente. La ragione per cui le frasi verranno spiegate contestualmente è che esiste un legame, un collegamento tra le due espressioni; ed infatti si usano una dopo l’altra. La peculiarità delle due espressioni è che esse vengono pronunciate da due persone diverse, prima una e poi l’altra immediatamente a seguire.
Se ho destato in qualche modo la sua curiosità, gentile ascoltatore, ebbene cercherò di fugarle immediatamente ogni dubbio, sforzandomi di suscitare anche qualche emozione, benché si tratti di un semplice sorriso.
Mi accingo ad iniziare la spiegazione: Forse lei conoscerà il lupo, ma per coloro che non ne sono al corrente, il lupo è un animale molto simile al cane. Rispetto al cane però ci sono alcune differenze: il cane notoriamente abbaia, il lupo invece ulula e di conseguenza il suo verso è chiamato ululato.
Seconda differenza: Il cane è un animale domestico, mentre il lupo è un animale selvaggio, che vive in zone boscose o anche in cattività: l’espressione “vivere in cattività” è equivalente a “non vivere in libertà” e la parola cattività di conseguenza non inganni: cattività non indica la presenza di cattiveria, piuttosto significa vivere non liberamente, vivere non nel proprio ambiente naturale. Vivere ad esempio in un giardino zoologico: uno zoo. E’importante perciò non confondere la cattività con la cattiveria.
Una ulteriore differenza tra il cane ed il lupo è che il primo, come noto, si dice sia il compagno e amico dell’uomo; il lupo a sua volta, essendo un animale selvaggio, vale a dire non domestico, è un animale di cui solitamente si ha timore. Tutti hanno timore dei lupi perché fanno parte della categoria dei predatori, e le loro prede sono, tra le altre, agnelli e pecore. Il lupo è anche uno dei protagonisti della storia per bambini “cappuccetto rosso“. Credo che ciascuno di voi abbia almeno una volta ascoltato questa storia dalla propria nonna o dai genitori.
Dunque questo è il lupo. E il lupo è dotato di una bocca, di fauci, una bocca ricca di denti, e di conseguenza andare a finire all’interno della bocca di un lupo non è un evento che si può definire gradevole. Il lupo genera di conseguenza molta paura e preoccupazione per effetto della sua notorietà come predatore.
“In bocca al lupo!” rientra certamente nella categoria delle esclamazioni, ma nella fattispecie rappresenta un augurio, un auspicio per il futuro.
E’ una esclamazione quindi, che si rivolge normalmente ad una persona a cui si tiene molto ed alla quale non si dà del lei ma del tu.”In bocca al lupo” è la forma abbreviata della frase “finirai nella bocca del lupo”, oppure “spero che tu finisca in bocca ad un lupo”, “spero che tu ti caccerai nei guai”.
Lei, ascoltatore, potrebbe dirmi a questo punto: “non capisco, dott. Giovanni, lei ha appena affermato che l’espressione si utilizza nei confronti di un caro amico, oppure no? E ad un amico si augura di finire nelle fauci di un predatore?”
Difatti, gentile ascoltatore, il senso proprio dell’espressione “In bocca al lupo” trae sicuramente in inganno chi ascolta, poiché si tratta in realtà di una espressione di augurio: come se lei dicesse “buona fortuna!”. E’ una espressione che si rivolge a chi è in procinto di affrontare una difficile prova, come un esame universitario, come un colloquio di lavoro e via discorrendo.
L’espressione di conseguenza, nel linguaggio parlato intendo, ha assunto un valore scaramantico. La frase viene pronunciata come segno di scaramanzia, vale a dire che al fine di scongiurare l’eventualità di un avvenimento indesiderato la frase si esprime sotto forma di augurio. Andare nella bocca del lupo è infatti una palese metafora per cacciarsi nei guai. Inoltre una consuetudine del modo di dire in sé vuole che si risponda con “Crepi il lupo!” a chi formula l’augurio.
La frase potrebbe trarre le sue origini dal mondo della caccia (dicesi caccia l’attività che consiste nella ricerca, nell’uccisione o nella cattura di animali selvatici) e con ogni probabilità i cacciatori rivolgevano questa frase verso altri cacciatori che si accingevano ad andare a caccia.
Col passare del tempo poi l’espressione evidentemente si è estesa dalla caccia ad un ambito più generale nel quale qualcuno si appresta ad affrontare una difficile prova. Si usa quella che si chiama una perantifrasi, parola molto difficile che conosce un italiano su mille probabilmente, ed il sottoscritto prima di questo podcast si trovava nel gruppo dei 999.
“Crepi il lupo” è la risposta che viene data dalla persona verso la quale si rivolge l'”in bocca al lupo”. Analogamente alla prima, anche questa è una esclamazione.
Il verbo crepare, abbastanza informale di per sé, come verbo, viene però utilizzato nella lingua italiana associato a qualcos’altro, con l’obiettivo di scongiurare questo qualcosa. Facendo proprio riferimento alla frase: “crepi l’avarizia”, questo qualcosa è l’avarizia, che costituisce la caratteristica di coloro che hanno un attaccamento morboso al denaro, e rappresenta il significato opposto della generosità: “crepi l’avarizia” si pronuncia quando si presenta la possibilità di effettuare una spesa ingente, una spesa cospicua, cioè un ammontare di denaro non indifferente, vale a dire una grossa quantità di denaro, e di fronte a questa possibilità, si manifesta la volontà di non rinunciare a tale spesa: “crepi l’avarizia”, ma questa spesa va fatta. “Crepi l’avarizia”, almeno per una volta non voglio badare a spese.
“Crepi il lupo” è come dire: “mi auguro che muoia il lupo”, “mi auguro che deceda il lupo”, “mi auguro che crepi il lupo”; In forma abbreviata la frase diviene: “crepi il lupo!”, eliminando quindi la parte iniziale della frase.
A titolo di esempio, qualora ci sia un suo amico che deve affrontare un esame universitario, un esame complicato e molto importante. Ebbene, in tal caso lei potrà certamente formulare un augurio al suo amico dicendo: “in bocca al lupo!”. Ed il suo amico avrà la facoltà di rispondere: “crepi il lupo”, o in alternativa, semplicemente: “crepi!”.
In effetti molto spesso è sufficiente rispondere con l’espressione “crepi!”.
Poniamo invece il caso che un suo parente o un suo amico stia per fare un esame medico, oppure debba andare a ritirare il risultato di un esame medico fatto in precedenza, un possibile augurio al suo collega o amico potrebbe essere:
“Un grosso in bocca al lupo!”, ed anche il suo collega avrà la possibilità di replicare con: “crepi” o “crepi il lupo”.
Ho precedentemente fatto l’esempio del collega e dell’amico poiché la frase costituisce in effetti un’espressione universale, che lei può utilizzare con qualsivoglia tipologia di persona, che si tratti di amici, di famigliari, di parenti, o appunto di colleghi; in qualsiasi circostanza più o meno importante.
Se un amico le dice “in bocca al lupo per domani” e l’indomani lei ha un colloquio di lavoro, la sua risposta sarà “crepi il lupo!”. Ed è alquanto improbabile che una persona cresciuta in Italia non trovi le parole per rispondere all’augurio in questione, o che questa risponda con un semplice “grazie”, oppure “la ringrazio molto”, o “molto gentile da parte sua”, perché è pressoché scontato che si risponda sempre con “crepi!” oppure con “crepi il lupo!”, perché questa è divenuta oramai una forma scaramantica. Infatti con questa risposta “crepi il lupo” si vuole scongiurare il pericolo che il colloquio di lavoro abbia un esito negativo, che “porti sfortuna”, come si dice in Italia, cioè ” che sia malaugurante” non rispondere con: “crepi il lupo”.
A seguito di questa breve spiegazione, spero, gentile Jasna, di aver chiarito ogni sua perplessità in merito alla sua richiesta; mi auguro che la spiegazione sia stata abbastanza chiara e devo dire che è la prima volta che mi rivolgo a lei dandole del lei. Trovo questo alquanto inconsueto ma allo stesso tempo molto divertente.
Colgo l’occasione per comunicare a tutti i componenti della famiglia di Italiano Semplicemente che chiunque può domandarmi delucidazioni e chiarimenti su una espressione tipica italiana, e che possono farlo mediante la pagina Facebook, che è il metodo più semplice, più veloce, oppure andando sul sito di italianosemplicemente.com e cliccando sulla pagina dei contatti, o ancora sulla pagina twitter di italiano semplicemente.
Ora l’ultima parte del podcast, che è non meno importante di quanto detto finora. L’ultima parte è sulla ripetizione, come di consueto. Ritengo sia un esercizio importante per esercitare la pronuncia ed il movimento dei muscoli che abitualmente, nella sua lingua di origine, lei, gentile visitatore, non è probabilmente abituato ad utilizzare. In aggiunta, ascoltare la propria voce è altrettanto importante: inizialmente troverà questo alquanto bizzarro, ma col tempo, le posso garantire, si abituerà ad ascoltare la sua voce e sarà alla fine sempre più naturale e ci farà l’abitudine.
Ripeta dunque dopo di me, senza prestare attenzione alle regole grammaticali ma semplicemente ed unicamente al tono della mia voce. Provi semplicemente ad imitare il tono della mia voce:
In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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In bocca al lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Crepi il lupo
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Bene amici visitatori, vi ringrazio cordialmente dell’ascolto e dell’attenzione prestatami quest’oggi. Spero vivamente di avervi intrattenuto destando il vostro interesse e dichiaro terminato l’episodio di oggi. Per gli universitari, qualora domani doveste affrontare un esame, un grosso in bocca al lupo da parte mia. Come si risponde?
Buongiorno, benvenuti a tutti Sul podcast di Italiano Semplicemente.
Oggi per la sezione livello intermedio state ascoltando il podcast di una spiegazione di una frase idiomatica italiana, questa volta è una frase un po’ più difficile delle altre, una frase di uso comune quindi utilizzata in qualsiasi circostanza dagli italiani in molti contesti diversi; la frase in questione è “chi è causa del suo mal, pianga se stesso“.
Questa è una frase un po’ più complicata del solito, un po’ più difficile, da una parte perché non rispetta molto le regole grammaticale italiane e dall’altra perché c’è qualcosa di poetico in questa frase; e spesso la poesia non segue le regole grammaticali.
“Chi è causa del suo mal pianga se stesso” è una frase è che stata presa da un verso di Dante Alighieri. In realtà si tratta di una rivisitazione di Dante Alighieri.
Se una frase è una rivisitazione di un’altra frase vuol dire che è stata presa la prima frase ed è stata rivisitata, cioè è stata rivista.
Una revisitazione vuol dire che è stata rivisitata e quindi è stata modificata, è stata leggermente modificata. La frase originale era un’altra; una rivisitazione è una frase che è stata derivata dalla prima ma non è che esattamente uguale alla prima, ma ne una rivisitazione.
Quindi Dante Alighieri nel canto numero XXIX dell’inferno recita una frase che è simile a questa ma non è esattamente uguale a questa, la frase originale è “credo ch’un spirto del mio sangue pianga la colpa che là giù cotanto costa” questa in realtà è molto più difficile della nostra frase e ci vorrebbe un’ora solo per spiegarla quindi mi limito a spiegare la frase idiomatica, quella che viene utilizzata da tutti i giorni dagli italiani “chi è causa del suo mal, pianga se stesso“.
Dunque come al solito seguiamo un metodo specifico: prima spieghiamo le singole parole che compongono la frase, poi spieghiamo il senso della frase dopo facciamo qualche esempio.

Dunque vediamo un po’ “chi è causa del suo mal” bene, dunque “chi è causa” vuol dire di chi è la colpa, chi è il colpevole, “chi”, cioè “la persona”, la persona che è colpevole, la persone che ha causato, “chi” è causa, “chi è causa del suo mal” cioè “del suo male”, “mal” sta per “male“: ne rappresenta la versione poetica, “chi è causa del suo mal” cioè colui che è il colpevole del suo male, colui che è il colpevole del suo stesso male, “del suo mal” vuol dire “del suo male”, quindi chi ha causato il suo male “pianga se stesso”, “pianga” viene da piangere, quindi colui che ha causato il suo male deve piangere se stesso.
Detto in questo modo non significa molto per quello che dicevo, cioè che esce un po’ dalle regole grammaticali italiane: in effetti “chi è causa” in generale dovrebbe dirsi “colui che è la causa“, “colui che ha causato“, quindi “chi è causa” dovrebbe essere “chi è la causa del suo mal”, dovrebbe essere “del suo male”.
“Pianga se stesso” in realtà è corretto, quindi “deve piangere se stesso” cioè “deve dare la colpa a se stesso”, quindi, la frase mira, diciamo, ad ammonire, mira ad ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno , costui dovrà prendersela esclusivamente con se stesso e non addossare la responsabilità ad altri, quindi ammonire vuol dire incolpare quindi se io ammonisco una persona vuol dire dico a questa persona che lui è colpevole di qualcosa, lo ammonisco, il verbo ammonire è molto diffuso nel gergo calcistico, l’ammonizione è quando l’arbito mostra il cartellino giallo al giocatore, l’ammonizione in quel caso è meno grave perché il fallo più grave è punito con l’espulsione, cioè il calciatore, è cacciato dal campo, quindi con questa frase si vuol ammonire colui che ha prodotto la causa del proprio danno cioè del proprio male, costui cioè colui dovrà prendersela esclusivamente con se stesso e non addossare la responsabilità ad altri, non prendersela con gli altri e non dire che la colpa è di qualcun altro.
“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso”, sentite che la frase è molto melodica e suona molto bene e di conseguenza questo è il motivo per cui si è largamente diffusa nel linguaggio corrente italiano; è una frase molto elegante e che ha un profondo significato, colui che è il colpevole del suo male pianga se stesso cioè colui che è il colpevole della cosa di cui si lamenta deve prendersela soltanto con se stesso e non con gli altri.
Lo stesso proverbio esiste anche in altre lingue, ovviamente, ed in quel caso Dante Alighieri non c’entra nulla, ma il concetto di prendersela con se stessi quando si è colpevoli è stato rappresentato in una frase idiomatica anche in altre lingue.
Anche in inglese per esempio se dice (as you make your bed, so you must lay on it), quindi la traduzione qua sarebbe: come tu hai costruito il tuo letto, devi giacersi sopra, devi stenderti sopra: visto che l’hai costruito ti ci stendi sopra, visto che hai fatto tu il tuo letto, adesso ti ci stendi sopra. Non è la stessa frase idiomatica italiana perché Dante Alighieri non citava (NOTA: CITARE=NOMINARE) nessun letto, comunque il significato è lo stesso, esiste anche uno equivalente in tedesco e evidentemente ci sono degli equivalenti proverbi in francese o in altre lingue.
Vi invito a commentare l’articolo e a scrivere le frasi analoghe, frasi simili che si possono trovare in altre lingue.
Vediamo se riesco a trovare qualche sinonimo delle parole utilizzate in quest’espressione. A volte questo proverbio è usato anche in un altra forma, si dice spesso ”Chi è cagione del suo mal, pianga se stesso” oppure ”Chi è cagion del suo mal del suo mal, pianga se stesso’‘, “cagion” significa “cagione” e chi cagiona una cosa vuol dire colui che la procura. Cagionare significa “portare”, “apportare” quindi esiste anche questa versione un po’ meno diffusa, a dire il vero: ‘Chi è cagion del suo mal, pianga se stesso’‘. Anche questa frase è abbastanza poetica, suona molto bene, quindi (come detto) si tratta di un antico proverbio che deriva da Dante Alighieri.
Vediamo se riesco a fare qualche esempio. Potremmo immaginare ad esempio una persona che si lamenta molto perché dice che nella vita non ha mai ottenuto niente, che nella sua vita non è riuscito a laurearsi, non è riuscito a costruirsi una famiglia, perché tutte le relazioni che avuto sono terminate e ormai è invecchiato, ormai non riesce più a trovare una compagna e di conseguenza verrebbe spontaneo (NOTA: spontaneo=naturale) dire “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.
Difficilmente un amico potrebbe pronunciare questa frase di fronte a questa persona perché evidentemente se pronunciato direttamente ad una persona potrebbe essere abbastanza offensiva perché, in poche parole, si sta dicendo a quella persona che lei è la colpevole delle cose di cui si sta lamentando; è lei la colpevole, non se la deve prendere con nessun altro. E’ vero che una frase del genere se invita le persone ad una responsabilità non procura consigli, quindi non si sta dando un consiglio su come risolvere un problema ma si sta solamente dicendo: “il colpevole sei tu!”.
Se io dico ad un mio amico “chi è causa del suo mal,pianga se stesso”, gli sto dicendo che lui è il colpevole e non sto dicendo come risolvere il problema, quando in realtà un amico dovrebbe consigliare la soluzione di un problema, più che trovare il colpevole.
Quindi è una frase abbastanza dura; se vogliamo qualcuno la potrebbe descrivere come una frase abbastanza “acida“, se utilizzata per descrivere una situazione che riguarda un’altra persona, una frase anche un po’ cattiva perché in fin dei conti (nota: in definitiva, in fondo) nessuno di noi è in grado di giudicare obiettivamente una situazione umana, anche se si usa molto spesso in realtà.
Si usa molto spesso quando si parla di persone che hanno dei problemi e che è fondamentalmente quello che appare dall’esterno; da quello che sembra è che il colpevole di tutti i problemi sia proprio la persona che ne è colpita, quindi se vi viene in mente di pronunciarla è meglio che lo facciate con la persona che è direttamente coinvolta in questi problemi, ma vi può capitare ovviamente di dover parlare di una persona, di una terza persona, che ha dei problemi o di voler dire che lui è il colpevole dei suoi problemi. In questo caso potete utilizzarla con una certa prudenza (nota: attenzione). Sappiate che la prudenza è necessaria perché il significato profondo di questo proverbio è abbastanza pesante. perché quando si hanno dei problemi in generale è sempre meglio consigliare di trovare una soluzione che essere accusati di essere colpevoli di un problema. Non è molto carino. La stessa cosa si potrebbe pensare, in ambito calcistico, in ambito sportivo in generale, se un calciatore sbaglia continuamente dei calci di rigore, sbaglia cinque calci di rigore consecutivi e il portiere ogni volta para il calcio di rigore.
Alla fine l’allenatore potrebbe decidere che non è più lui il rigorista della squadra, il giocatore potrebbe dire: “ma che colpa io se il portiere diventa sempre un fenomeno quando io batto il calcio di rigore? Che colpa ho io? Fammi a provare! Fammi tentare ancora una volta! Voglio calciare ancora io i calci di rigore, voglio continuare ad essere io il rigorista della squadra!”
L’allenatore potrebbe dirgli: “chi è cagion del suo mal, pianga se stesso!”. Quindi l’allentatore che evidentamente ha il ruolo di colui che è chiamato a fare delle scelte, è lui che deve scegliere chi è il rigorista della squadra e quindi è lui che deve giudicare se una persona è colpevole oppure no. Evidentemente se un calciatore sbaglia cinque calci di rigore consecutivi non si può dire che sia un fenomeno a calciare i calci di rigore perché qualsiasi portiere è superabile, quindi cinque calci di rigore consecutivi sono evidentemente troppi. Il calciatore “è il colpevole del suo mal” e quindi “pianga se stesso“, potrebbe dire l’allenatore.
Questo è probabilmente un esempio un po’ più calzante del primo perché l’allenatore sta nelle vesti di colui che deve giudicare; è lui il primo responsabile del rendimento della squadra e se il calciatore non riesce a realizzare i calci di rigore il primo colpevole è l’allenatore.
Questa cosa potrebbe capitare in ogni famiglia in cui una madre o ad un padre sgridano i loro figli che magari non riesce a superare il compito di matematica. Immaginiamo che tutti gli anni questo ragazzo vada male a matematica e non riesca a prendere buoni voti e lui potrebbe dire: “ma io non sono portato in matematica, io preferisco studiare la lingua italiana, preferisco studiare storia, italiano, geografia. Matematica proprio non ci riesco, non mi piace e quindi non la capisco” oppure questo ragazzo potrebbe dire: “il professore non può spiegare la matematica e per questo vado male a scuola“. Allora i genitori possono rispondergli: “è colpa tua, è colpa tua se vai male a matematica, è colpa tua che non la studi e di conseguenza chi è causa del suo mal, pianga se stesso”. Quindi i genitori stanno dicendo al proprio figlio che deve studiare di più, che deve impegnarsi di più perché se non riesce a prendere i buoni voti in matematica è soltanto colpa sua.
Bene, adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetezione, qualcuno di voi potrebbe avere dei problemi a pronunciare correttamente questa frase per vari motivi: primo perchè potrebbe contenere delle parole difficili nella pronuncia, secondo, perché a secondo della vostra nazionalità alcune parole possono essere più complicate di altre. Quindi vi invito a ripetere la frase dopo di me. Lo farò cinque volte e vi darò il tempo di rispondere. Non vi concentrare sulla grammatica, in questo caso è assolutamente inutile, visto che non viene neanche rispettata. Cercate di imitarmi semplicemente, come potrebbe fare un attore. Imitate la mia voce, imitate il mio tono, ripetete dopo di me e ascoltate mentre parlate:
Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Chi è causa del suo mal,pianga se stesso
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Bene, credo sia tutto per oggi. Esercitatevi, mi raccomando: ascoltate più volte il podcast se lo ritenete necessario. Ascoltate e leggete per le prime due o tre volte, dopodiché potreste pensare anche di ripetere tutto il podcast mentre lo ascoltate. In fin dei conti (nota: in fondo) non parlo molto velocemente quindi volendo potreste ripetere ogni singola frase del podcast, in questo modo la grammatica vi entrerà automaticamente in testa. Non c’è bisogno di studiare le regole grammaticali, l’importante è la ripetizione, la ripetizione dell’ascolto. Quindi ascoltate il podcast più volte e se lo ritenete necessario (qualche utente di italiano semplicemente lo fa), trascrivete il podcast in modo che esercitiate anche un po’ la scrittura. In questo modo potete rendervi conto se ci sono delle parole più difficili, più complicate da scrivere, di conseguenza passate al podcast successivo soltanto quando credete di non avere più dubbi su tutte le parole e il contenuto di questo podcast.
E’ tutto per oggi amici, mi raccomando continuate a seguire Italiano Semplicemente e se vi è piaciuto questo podcast e se volete fare i commenti (o fare una piccola donazione) , andate sulla pagina Facebook o fate dei commenti direttamente sulla pagina del sito. E se nella vostra lingua (ve lo ricordo ancora una volta), ci sono delle espressioni simili, vi invito a scriverle, in questo modo credo che la frase può rimanervi ancora più impressa, e perché no, qualcuno leggendo il podcast potrebbe essere interessato anche a sapere come si dice la frase in altre lingue.
Grazie a tutti e se
Ciao amici, alla prossima
CORSO DI ITALIANO PROFESSIONALE.
Ramona: ebbene, sarei curiosa di sapere se è stata resa nota la data della cena in ambasciata per discutere dell’emergenza immigrazione.
Shrouk: purtroppo, onorevole, sembra che ci sia ancora qualche impedimento.
Adriana: anche io ne sono oltremodo rammaricata; qualcuno è a conoscenza delle motivazioni?
Thiago: credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che non tutti gli invitati abbiano ancora dato la loro disponibilità per la data proposta dell’ambasciatore.
Lilia: onorevoli colleghi, vi invito cortesemente a prendere una decisione in merito in tempi brevi.
Amany: non me ne vogliate, è stata una mia mancanza. Ho avuto un’agenda che recentemente ha subito stravolgimenti imprevisti.
Ahmed: non è il caso di farne un problema onorevole, non crolla il mondo se posticipiamo di una settimana.
Jasna: certamente, sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, a prescindere dagli impegni personali, considerata l’urgenza.
Buonasera membri della famiglia di Italiano Semplicemente, e grazie di essere qui all’ascolto del file audio di oggi.
Prima però voglio dare il benvenuto ai due nuovi membri dello staff, Lilia e Jasna, rispettivamente dalla Russia e dalla Slovenia che mi aiuteranno per comunicare con coloro che parlano il russo, il tedesco e la lingua slovena.
Grazie poi anche agli amici che hanno partecipato a questo file audio, e che lo hanno reso più divertente e piacevole con le loro voci.
Dunque oggi, dopo aver pubblicato il podcast sulla cena tra amici, dove abbiamo spiegato alcune espressioni informali, cioè familiari, oggi vediamo una conversazione più formale.
Credo sia utile, credo sia anzi molto utile, approfondire queste due categorie di linguaggio e quindi essere in grado di comprendere non solamente il linguaggio di tutti i giorni, cioè il linguaggio che utilizziamo in famiglia o con gli amici, vale a dire il linguaggio informale, o lessico familiare, ma approfondire anche le espressioni più formali, le frasi e i modi in cui possiamo esprimerci in occasioni più formali, in occasioni importanti.
Quando parlo di espressioni formali, sto evidentemente parlando di forma. C’è la parola forma all’origine del linguaggio formale.
Cosa significa? La forma è una caratteristica, come sapete, degli oggetti. Ogni oggetto ha una sua forma: quadrata, rettangolare, rotonda, eccetera. Ogni oggetto ha una sua forma. Però in realtà la forma non si riferisce solamente agli oggetti, ma possiamo applicarla anche ai discorsi, quindi anche alle parole ed alle frasi. La forma rappresenta come gli oggetti si presentano alla vista, ci dicono qualcosa degli oggetti, non ci dicono tutto, d’accordo, ma qualcosa ci dicono. Dalla forma quindi, dalla forma che ha un oggetto ci facciamo una idea di un oggetto.
Analogamente, dalla forma di una frase, dalla forma di una espressione verbale ci facciamo un’idea della frase, e ci formiamo una nostra idea anche di chi l’ha pronunciata, quella frase, lo chiedo a Salma, egiziana, che è la prima ospite d’onore di questo podcast. Non è vero Salma?
Salma: certo Gianni, le cose infatti si possono dire in molti modi diversi ed in Italia si dice, si usa dire che “la forma è sostanza”, cioè che la forma è importante, è importante cioè esprimere una idea, un’opinione, un concetto, nel modo giusto. È esatto Gianni?
Esatto Salma, proprio così. Come parla bene Salma vero? Molto brava Salma. Quindi quando diciamo che una espressione è informale, vuol dire che non si sta attenti alla forma. Informale significa che la frase è una frase che non è stata curata molto, e chi l’ha pronunciata non ha badato alla forma, ma ha usato un linguaggio, appunto, informale. Quello che conta è il contenuto; la cosa a cui ha prestato maggiore attenzione, chi l’ha pronunciata, è il contenuto della frase, e non la forma.
Questo accade nel lessico familiare.
Il linguaggio formale si usa quindi in tutte quelle occasioni in cui non è importante solamente comunicare un concetto, dove non conta solamente il contenuto di una frase, ma conta, cioè ha la sua importanza, anche il modo in cui si dice, le parole che si usano. Il fatto stesso di utilizzare parole non di comune utilizzo, non di tutti i giorni, il fatto di usare parole più rare, meno usate normalmente, ebbene questo è già di per sé indicazione della volontà di dare una forma alla frase, di volerla presentare in modo diverso, non in modo semplice, quindi, non in modo informale.
Personalmente non amo molto la comunicazione formale, preferisco quella informale, ma ci sono vari livelli di comunicazione formale.
Vediamo cosa ne pensa Neringa, ragazza Lituana, cioè della Lituania. Cosa ne pensi Neringa? Preferisci il lessico familiare o quello formale?
Neringa: per ora forse informale. Perché sono laureata, diciamo così, di cose di leggi, e sarà più difficile studiare cose di legge.
Credo che il linguaggio a cui ti riferisci, Neringa, sia il linguaggio tecnico.
Il linguaggio formale però non è proprio uguale a quello tecnico. Il linguaggio tecnico è quello ad esempio proprio delle leggi, cioè il linguaggio della giurisprudenza, quello di cui parli tu, ma anche quello della medicina va bene? In generale è il linguaggio scientifico, il linguaggio delle varie scienze, delle discipline. Ma non solo: anche il gioco del calcio ha un suo linguaggio tecnico ed anche gli altri sport. Ma chi si intende di sport e usa questo linguaggio specifico non significa che sta parlando in modo formale. E’ vero che a volte può essere confuso il linguaggio tecnico con quello formale: se ad esempio un medico dice: “le raccomando di detergere bene le mani prima di ogni pasto“, il verbo detergere, che significa lavare, è un termine tecnico, perché è utilizzato da un medico, ma se lo dico io ad un mio collega di lavoro diventa un termine formale. Non lo sto usando perché sono un medico.
Una cosa è certa, chi parla in modo formale può farlo per due motivi: o perché non c’è confidenza con la persona con cui parla, a cui si rivolge, oppure questa persona vuole creare una distanza con il suo interlocutore, non vuole avere confidenza, non vuole che ci sia amicizia, ok? Invece vuole essere rispettato, e crede che con un linguaggio formale aumenti il rispetto del suo interlocutore verso di lui.
Bene, iniziamo a vedere le frasi di oggi, le frasi della nostra conversazione. Questa volta si tratta di una cena con l’ambasciatore, di una cena che si svolge in ambasciata.
A questa cena parteciperanno dei politici, degli uomini e della politica italiana, cioè degli onorevoli.
Il motivo della cena, l’oggetto della cena, dell’incontro tra i politici e l’ambasciatore sarà l’emergenza immigrazione.
Ho scelto quindi un tema di attualità, ed evidentemente di queste cene se ne faranno molte in Italia. L’immigrazione è quando degli stranieri entrano in un paese, e questo paese in questo caso è l’Italia.
Quella che avete ascoltato in realtà è la fase organizzativa delle cena. La data della cena non è stata ancora decisa, per qualche motivo, e i politici invitati alla cena, gli onorevoli che parteciperanno alla cena, stanno parlando proprio di questo: come mai non si decide quando cenare insieme? Onorevole è una parola che viene da onore, quindi un onorevole ha l’onore di essere un onorevole, un rappresentante dello Stato italiano, quindi va onorato, va cioè rispettato. Gli va dato onore di questo, gli va cioè riconosciuto il merito di essere stato eletto come rappresentante dello Stato Italiano. Per questo si chiama onorevole. Per lo stesso motivo chi merita un premio si può chiamare meritevole, e se una cosa dura molto tempo si dice durevole, se gira si dice girevole eccetera. Quindi onorevole è una persona che ha onore.
E come mai non si raggiunge un accordo sulla data della cena? Sul giorno della cena?
Si tratta quindi dello stesso tipo di conversazione che abbiamo visto qualche giorno fa nella “cena tra amici“, l’ultimo podcast pubblicato sul sito italianosemplicemente.com.
Questa volta però i partecipanti alla cena non sono amici ma sono… “colleghi” potremmo dire così, poiché sono tutti dei politici italiani. Fanno tutti lo stesso mestiere, lo stesso lavoro.
Sapete cosa sono i colleghi? Vediamo se Manel, dall’Algeria, conosce questa parola.
Manel: allora, colleghi, lo so cosa significa perché assomiglia ad una parola francese: collega significa un amico nel lavoro, o un amico nell’aula. Penso che è questo, ma credo che è giusto
Ok Manel, ci siamo, i colleghi lavorano con noi, e possono anche essere amici, ma non è detto. Poi hai detto penso “che è questo” e naturalmente volevi dire “penso sia questo”. Allo stesso modo la tua ultima frase “credo che è giusto” si dice “credo sia giusto”.
Quelli della storia, gli onorevoli, sono dei personaggi importanti, che non è detto si conoscano bene, quindi utilizzano un linguaggio formale, anche perché devono andare a cena da un ambasciatore. Non abbiamo detto quale ambasciatore, ma non è importante per la spiegazione.
L’Ambasciatore comunque è la persona che viene detta un agente diplomatico, una persona che si occupa di rapporti diplomatici, cioè di diplomazia, e tra tutti gli agenti diplomatici è quello che appartiene alla classe di rango più elevato, dove il rango rappresenta l’importanza.
Se una persona ha un alto rango, vuol dire che è molto importante. L’ambasciatore è una persona molto importante.
Quindi l’ambasciata è il luogo ideale per una cena formale e per parlare in modo formale. Non trovate?
Si dice anche parlare in modo forbito. Manel voglio farti una seconda domanda: sai cosa significa “linguaggio forbito?
Manel: Forbito non lo so! non so cosa significa forbito, penso che venga dalla parola furbo, cioè molto intelligente.
Beh Manel, forbito è una parola difficile ed è normale che tu non la conosca. L’hai però pronunciata molto bene. Forbito è simile alla parola furbo, ma invece vuol dire una cosa diversa: vuol dire curato, raffinato, elegante, ricercato. E’ una parola che si usa per il linguaggio ed il modo di parlare. Quindi si può parlare in modo forbito, si può avere uno stile forbito, ok? Si può anche dire che una persona è forbita nel parlare. Si dice anche “ricercato“. Attenti però perché se una persona “è ricercata” vuol dire solamente che la polizia la sta cercando, è ricercata dalla polizia, ed è ricercata per andare in prigione, perché ha commesso un crimine. Invece si dice anche che una persona parla, si esprime, in modo ricercato. State attenti che la lingua italiana qualche volta è pericolosa.
Non provate a dire a qualcuno: “vedo che lei è ricercato!” Perché potrebbe offendersi! La frase esatta è: vedo che lei parla in modo ricercato! o in modo forbito.
Allora vediamo quindi le frasi e la pronuncia della conversazione.
Inizia la nostra Ramona da Beirut, che dice:
Ramona: ebbene, sarei curiosa di sapere se è stata resa nota la data della cena in ambasciata per discutere dell’emergenza immigrazione.
Cominciamo da “ebbene“. Non è una parola che si usa molto nel linguaggio comune. Solitamente si dice “insomma?”, “allora?”, ” Beh allora? “in definitiva?”. Ebbene si usa nelle domande, si usa per fare le domande, e serve a sollecitare una spiegazione o una decisione. “Ebbene cosa pensi di fare?”, “Ebbene, hai deciso?”. Sollecitare significa fare in modo che qualcuno faccia qualcosa, chiedere, stimolare, insistere. Quando si vuol sollecitare gentilmente qualcuno si può dire “ebbene?”.
Poi Ramona dice: “sarei curiosa di sapere”. Ramona avrebbe potuto dire “sono curiosa di sapere”, oppure “voglio sapere”, oppure “qualcuno mi dica”, “desidero sapere” ad invece Ramona usa il condizionale: dice “sarei curiosa” e non “sono curiosa”. Questo perché il condizionale rende la frase più educata, meno brusca, e questo non avviene solamente nella lingua italiana. Quindi se si vuole usare un po’ di delicatezza, usare il condizionale è una buona idea. Il condizionale si usa anche per fare ironia però, attenti, quindi state attenti al tono ed alla situazione in cui vi trovate.
Ad esempio una moglie potrebbe dire al marito: “Sarei curiosa di sapere dove sei stato stasera!” è ironico, non è rispettoso. Attenti quindi al condizionale.
Poi, “è stata resa nota la data” vuol dire “è stata decisa”, “è stata comunicata”. Rendere noto vuol dire “far diventare conosciuta” una cosa. Prima di rendere nota una informazione questa informazione non si conosceva, ma dopo che qualcuno l’ha resa nota allora tutti ne vengono a conoscenza.
Infine il verbo “discutere“, “discutere dell’emergenza immigrazione”, qui è usato come sinonimo di parlare, cercare delle soluzioni insieme, scambiarci le proprie opinioni, ma nel linguaggio informale discutere significa anche litigare, ed è più utilizzato per dire che ci sono delle persone che non sono d’accordo su un argomento: Quindi nel linguaggio di tutti i giorni se dico ad esempio: “io e mia moglie abbiamo discusso molto oggi” vuol dire che abbiamo parlato ad alta voce, quasi litigato, abbiamo alzato la voce, non eravamo d’accordo e abbiamo così discusso. In ambasciata invece discutere di immigrazione vuol dire parlare, scambiarci le idee. Se non riuscite a capire il senso potete essere sicuri del vero significato della parola “discutere” solamente in un caso: quando c’è la particella “ne”. Quando ascoltate la frase “ne abbiamo discusso”, con il “ne” davanti, vuol dire sempre “parlare”, “confrontarci”: “ne abbiamo discusso, cioè ne abbiamo parlato”. Invece se ascoltate “abbiamo discusso”, senza il “ne”, non potete essere sicuri se si parla di parlare o di litigare.
Passiamo alla frase di Shrouk:
Shrouk: purtroppo, onorevole, sembra che ci sia ancora qualche impedimento.
“Purtroppo“, cioè la parola “purtroppo” non possiamo definirla una parola formale, ricercata, perché si usa sempre, ma volendo Shrouk avrebbe potuto dire “malauguratamente”, che è molto più formale, ed anche più comprensibile da chi parla il francese, infatti è simile all’equivalente in francese (malheureusement). In italiano nessuno usa però malauguratamente, che viene da male augurio, cioè è una cosa che non si augura, che non si deve augurare, non si deve desiderare, e quindi vuol dire purtroppo, malauguratamente quindi vuol dire in modo malaugurato. Infatti anche altre parole, come ad esempio efficientemente ad esempio vuol dire in modo efficiente, e fortunatamente vuol dire in modo fortunoso, eccetera.
Poi Shrouk dice “sembra che ci sia ancora qualche impedimento“, che in modo più semplice avrei potuto dire “pare che ci sia ancora qualche problema“. “pare che ci sia qualcosa che non va”. Pare quindi è come sembra, ma pare non si usa in questi casi importanti. Un impedimento invece è un problema, qualcosa che “impedisce” è qualcosa che “non permette”: in questo caso non permette, cioè impedisce, di fissare la data, e di rendere nota la data della cena.
La parola “impedimento” è poco usata nel linguaggio di tutti i giorni: si usa sempre “problema” al suo posto.
Arriva a questo punto Adriana dalla Colombia, da Bogotà:
Adriana: anche io ne sono oltremodo rammaricata; qualcuno è a conoscenza delle motivazioni?
Adriana ne è rammaricata, cioè ne è dispiaciuta. Adriana prova del rammarico, prova cioè del dispiacere. Questa sì che è una parola forbita: essere rammaricati è veramente una caratteristica di chi ha veramente un rango elevato: lo potrebbe dire un Re, una Regina, o anche un ambasciatore. In bocca ad un onorevole, ad un uomo politico, veramente suona un po’ ridicolo, cioè fa un po’ ridere. Se ascoltate qualcuno che usa questo verbo sicuramente lo sta facendo per farsi notare, per “darsi un tono”, si dice in Italia, cioè per sembrare una persona che sa parlare bene.
Adriana quindi è rammaricata, accidenti Adriana, non lo avrei masi immaginato!!Adriana poi ha detto che ne e oltremodo rammaricata! La parola “oltremodo“, cara Adriana, è ancora più formale di rammaricata!
Oltremodo significa molto, oltremisura. Semplice quindi. Oltremodo vuol dire oltre, cioè al di là, di più, moltissimo, oltre la misura normale, di più del normale.
Adriana è rammaricata oltremisura perché non è a conoscenza delle motivazioni. Ad una amica Adriana avrebbe detto: “accidenti, qualcuno sa perché?” “qualcuno sa il motivo?”ed invece di dire questo dice “qualcuno è a conoscenza? cioè “qualcuno conosce?”, “qualcuno sa?”, “qualcuno conosce il motivo?“, “qualcuno conosce il perché?“, “qualcuno sa il perché?” Essere a conoscenza delle motivazioni suona molto più formale, molto più ufficiale, molto più importante, ed Adriana si sente molto importante, l’onorevole Adriana! Scusa Adriana se ti prendo in giro:
Adriana: non è giusto però!
Sentiamo Thiago dal Brasile:
Thiago: credo di poter dire, con quasi assoluta certezza, che non tutti gli invitati abbiano ancora dato la loro disponibilità per la data proposta dell’ambasciatore.
Thiago dice “credo di poter dire“, cioè semplicemente “crede” ok? crede “con quasi assoluta certezza“, cioè “crede quasi sicuramente”, ne è quasi sicuro, che c’è qualcuno che ancora “non ha dato la sua disponibilità”, cioè non ha detto “ok” all’ambasciatore, alla data proposta dall’ambasciatore. L’ambasciatore aveva deciso una data, la aveva proposta a tutti gli invitati alla cena e qualcuno ancora non ha detto “ok” a quella data. Dare la propria disponibilità significa dire si essere disponibili, di esserci, per quella data, quindi vuol dire dire di sì. Dire “ok” alla data.
Lilia: onorevoli colleghi, vi invito cortesemente a prendere una decisione in merito in tempi brevi.
Lilia dalla Russia, appena entrata nello staff di Italiano Semplicemente, “invita cortesemente” i suoi colleghi onorevoli. Il verbo invitare è normalmente usato per far venire le persone a casa propria, o ad una festa: invitare una persona a casa, invitare una persona alla festa di compleanno eccetera. Ma si può anche invitare qualcuno a parlare, o a fare una qualsiasi azione. In questo caso significa sollecitare, spingere qualcuno a fare qualcosa. Come dire: “prego signore, dica pure!” “prego signora”, quando si dice “prego”, si invita qualcuno, si sollecita qualcuno a fare qualcosa.
Invitare è anche un modo cortese di dire “prego“, e spesso è seguito dalla parola “cortesemente”, quindi vi invito cortesemente equivale a vi invito con cortesia, vi invito con gentilezza. Lilia quindi, invita cortesemente i suoi collegjhi a “prendere una decisione”, cioè a decidere. Li invita a decidere “in merito“.
Anche questo “in merito” è molto formale, si usa nelle dichiarazioni ufficiali, sia usa molto nella forma scritta.
In merito vuol dire “in proposito”, cioè “su questa cosa”, sulla cosa di cui si sta parlando”, cioè sulla data della cena.
Posso dire:
quindi questo è come dire:
Ok. invece “in tempi brevi” invece cosa significa? Lo chiedo a Dalila di Algeri:
Dalila: l’espressione in tempi brevi vuol dire fra un piccolo tempo o un limitato tempo
Brava Dalila, infatti vuol dire proprio così, “velocemente”. Anche questa espressione non si usa normalmente, ma non è super-formale, solo un po’ più ricercata, niente di più.
Arriva l’onorevole Amany, ragazza egiziana, che dice che è colpa sua:
Amany: non me ne vogliate, è stata una mia mancanza. Ho avuto un’agenda che recentemente ha subito stravolgimenti imprevisti.
“Non me ne vogliate” è molto formale. Vogliate viene dal verbo volere. Spero che voi non ve la prenderete, spero che voi non vogliate offendervi, non vogliate offendervi per colpa mia, quindi spero non me ne vogliate, non vogliate vedermi come il colpevole, non vogliate vedere me, come colpevole, per questo, per questo motivo, ecco perché c’è il “ne”.
“Non me ne vogliate” è la forma abbreviata di “non vogliate offendervi con me per questo”.
“E’ stata una mia mancanza” vuol dire che è stata colpa mia, che a me è mancato qualcosa, sono io che ho mancato, che ho mancato di dire la mia opinione.
In parole povere Amany sta dicendo che è colpa sua. Semplicemente.
La sua agenda ha avuto degli stravolgimenti imprevisti. L’agenda è il calendario degli appuntamenti, degli impegni. La sua agenda è stata stravolta. Cioè è stata modificata, è stata molto modificata, completamente modificata. È stata stravolta. “Stra” vuol dire molto, in modo esagerato. Come ad esempio straordinario, stratosferico, strabiliante, stramaledetto. E gli stravolgimenti sono stati imprevisti. L’agenda è stata modificata, stravolta, in modo imprevisto, inaspettato, non era previsto, non era aspettato. Quindi era imprevisto ed inaspettato.
In pratica l’onorevole Amany dice che ha avuto problemi, ed in gergo familiare diremmo che è stata incasinata, che ha avuto dei casini imprevisti, che non erano previsti.
Poi Amany dice che ha subito, la sua agenda ha subito stravolgimenti imprevisti, quindi ha subito vuol dire che ha avuto, quindi subito si scrive come “subito” ma viene dal verbo subire, quindi la sua agenda ha subito stravolgimenti imprevisti vuol dire che è stata stravolta, che ha subito stravolgimenti imprevisti.
Poi c’è Ahmed, egiziano:
Ahmed: non è il caso di farne un problema onorevole, non crolla il mondo se posticipiamo di una settimana.
“Non ne facciamo un problema” dice Ahmed, non crolla il mondo. La frase “non crolla il mondo“, è sicuramente più formale della frase “non muore nessuno”, oppure “non succede nulla”, oppure “non cambia nulla” più dirette come frasi, quindi meno delicate e meno cortesi, meno gentili.
Jasna: certamente, sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, a prescindere dagli impegni personali, considerata l’urgenza.
Ok grazie Jasna, anche lei nuovo membro della redazione: “Certamente” equivale a “certo”, “sicuramente”, ma è un po’ meno familiare. La parola “sebbene” solitamente è sostituita da “anche se”. Sebbene ed “anche se” sono dunque equivalenti.
Attenzione perché “sebbene” non è la stessa cosa che “ebbene”. Attenzione, sono delle parole che si scrivono e si pronunciano quasi nello stesso modo, ma hanno un significato molto diverso. Sebbene vuol dire “anche se”, “seppure”, “nonostante”, ad esempio:
“Sebbene sono raffreddata, andrò al lavoro” cioè: “Anche se sono raffreddata andrò al lavoro”, “nonostante io sia raffreddata, andrò al lavoro”.
Poi c’è “sarebbe opportuno” “sebbene sarebbe opportuno”, dice Jasna. Possiamo dirlo anche come “anche se sarebbe meglio”, “anche se mi piacerebbe”, “anche se mi farebbe piacere”, “anche se non mi dispiacerebbe”, “anche se vorrei”.
Opportuno viene da porto, ed il porto è dove le navi arrivano. Quindi i porto è la destinazione di un viaggio, quindi opportuno vuol dire “che spinge verso il porto”. Quindi se una cosa è opportuna, vuol dire che bisogna farla, che ci permette di risolvere un problema, di arrivare a destinazione. Si dice anche “andare in porto”, soprattutto in ambiente di business, di affari, in ambiente lavorativo. Se un affare va in porto, vuol dire che si riuscirà a concludere, che si farà l’affare.
Chi di voi ha prenotato il corso di Italiano Professionale vedrà che l’espressione “andare in porto” è solamente una delle tantissime espressioni idiomatiche utilizzate in ambito lavorativo, cioè al lavoro, nel mondo degli affari. Ce ne sono almeno altre 10, tra le più diffuse ed abitualmente utilizzate dagli italiani riguardanti i risultati. Sto parlando della lezione numero 8 della prima parte del corso, la prima sezione, dedicata alle espressioni idiomatiche. Per chi è interessato metterò un link nella pagina di questo podcast per poter leggere l’intero programma del corso e prenotare gratuitamente il corso.
Quindi Jasna dice che sarebbe opportuno che non si vada troppo in là. Andare troppo in là vuol dire andare troppo avanti. Là si scrive con l’accento sulla a, quindi è diverso dall’articolo “la”: es: “la macchina” eccetera.
Là significa in quel luogo, e “andare troppo in là” vuol dire esagerare. Si può dire “andare troppo in là con i tempi”, oppure anche “andare troppo in là con l’età”, quando si è molto anziani.
Jasna dice sebbene sarebbe opportuno che non si vada troppo in là, cioè sarebbe meglio non esagerare con i tempi, sarebbe meglio non posticipare troppo, non esagerare. Quindi Jasna dice: “ok Ahmed, non crolla il mondo per una settimana in più” ma non più di una settimana. Non più in là di una settimana. Se si andasse al di là di una settimana, sarebbe troppo, non sarebbe opportuno, non sarei daccordo. Jasna dice questo perché dobbiamo considerare l’urgenza, dobbiamo tener presente l’urgenza immigrazione, che è una questione che bisogna risolvere in poco tempo, in tempi brevi, come diceva Lilia in precedenza.
Quindi Jasna dice che occorre non andare troppo in là, “a prescindere dagli impegni personali”. A prescindere vuol dire “indipendentemente”, vuol dire “non tenendo conto”, “no considerare”. Quindi non dobbiamo posticipare troppo, anche se ci sono molti impegni personali. Non dobbiamo considerare importanti gli impegni personali, non dobbiamo tenere conto, (ok?) degli impegni personali, ma dobbiamo fare come se non ne avessimo. Dobbiamo comportarci a prescindere dagli impegni personali.
Vedete che prescindere contiene il prefisso “pre”, che sta per “prima”, “precedente”. Quindi di capisce che prima ancora di sapere se ho impegni personali, io devo prendere una decisione, come se non ne avessi.
Bene ragazzi, abbiamo finito…
Adriana: non è giusto però!
Ok Adriana, ma è un podcast lungo e prima o poi bisogna finire. Quindi salutiamo coloro che sono all’ascolto, e se volete ascoltare altri audio-file basta andare su italianosemplicemente.com.
Il prossimo podcast sarà la spiegazione della frase idiomatica “botta di culo”, e di tutte le espressioni italiane che riguardano la fortuna.
Ciao ragazzi
(sigla finale estratta dal festival della canzone italiana su Facebook – voce di Camilo Salazar, il vincitore – premio: corso di Italiano Professionale)
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In questa lezione vedremo le espressioni e le frasi idiomatiche più diffuse ed utilizzate in Italia per esprimere chiarezza e sintesi, due qualità fondamentali nel mondo del lavoro.
Lezione completa – lezione n. 1.1.2: Frasi idiomatiche – sintesi e chiarezza |
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En esta lección, veremos las expresiones y frases diomáticas más difundidas y utilizadas en Italia para expresar claridad y consición, dos cualidades fundamentales en el mundo de los negocios.
Lección completa – lezione n. 1.1.2: Frasi idiomatiche – sintesi e chiarezza |
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Dans cette leçon, nous allons voir les expressions et les idiomes les plus largement utilisés en Italie afin d’exprimer la clarté et élaborer des synthèses, deux concepts fondamentaux dans le monde des affaires.
La leçon complète: – leçon n. 1.1.2: Expressions idiomatiques – concision et clarté |
| In this lesson we will see the expressions and the most common idiomatic phrases used in Italy to express clarity and summary, two fundamental qualities in the business world.
The full lesson: – lezione n. 1.1.2: Idiomatic phrases – synthesis and clarity (book!) |
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في هذا الدرس سنري بعض العبارات والمصطلحات الأكثر شهرة وإستخداما في إيطاليا للتعبير بدقه ووضوح، بالإضافه الي العبارات الأساسيه في عالم العمل
– المصطلحات بدقه ووضوح
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В этой лекции рассмотрим фразы и устойчивые выражения наиболее распространенные и используемые в Италии для того чтобы изъяснятся ясно и лаконично -два необходимых качества в деловом мире.
Урок # 1 – Тема урока: Идиоматические выражения – ясность и лаконичность (заказать!) |
| In dieser Lection lernt man die Ausdrücke und die idiomatischen Redewendungen kennen, die am meisten verbreitet und gebraucht werden. Dadurch werden besser die Klarheit und die Prägnanz ausgedrückt- Der vollständige Unterrichtseinheit: – lezione n. 1.1.2: Redewendungen – Synthese und Klarheit | |
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Σε αυτό το μάθημα θα δούμε ιδιωματικές εκφράσεις και φράσεις, οι οποίες είναι οι πιο διαδεδομένες και χρησιμοποιούνται κατά κόρον στην Ιταλία και εκφράζουν σαφήνεια και σύνθεση, δύο βασικά χαρακτηριστικά στον εργασιακό χώρ- Το ολοκληρωμένο μάθημα – μάθημα αρ. 1.1.2¨Ιδιωματικές φράσεις – σύνθεση και σαφήνεια |
La lezione completa – lezione n. 1.1.2: Frasi idiomatiche – sintesi e chiarezza (prenota qui)
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Ramona: Allora, abbiamo deciso finalmente quando cenare tutti INSIEME APPASSIONATAMENTE?
Shrouk: no Ramona, A QUANTO PARE non riusciamo ancora a QUAGLIARE.
Adriana: Accidenti, come mai ancora CINCISCHIAMO?
Thiago: beh Adriana, MI SA che non tutti si sono ancora ESPRESSI.
Lilia: Avanti, chi è che fa ancora lo GNORRI?
Amany: Ragazzi, non mi menate, è colpa mia. È che sono un po’ INCASINATA ultimamente.
Ahmed: tranquilla Amany, MICA MUORE NESSUNO se rimandiamo di una settimana
Jasna: Vabbè, basta che non va a finire ALLE CALENDE GRECHE sta cena.

Buongiorno amici di italianosemplicemente.com e benvenuti nella “cena tra amici”. In questa simpatica storia, raccontata dai visitatori di italianosemplicemente.com e dagli amici di facebook, alcuni dei quali sono divenuti membri dello staff di Italiano Semplicemente, si racconta di una cena, di una cena tra amici e di come viene organizzata; cioè avete ascoltato dei dialoghi, una conversazione che si svolge tra i partecipanti alla cena, cioè tra coloro che devono partecipare alla cena.
Nella storia quindi ci sono dei dialoghi, delle frasi, delle parole, ed alcune delle frasi sono delle frasi idiomatiche o comunque tipiche della lingua italiana, del linguaggio parlato, che difficilmente troverete all’interno dei libri di grammatica italiana e che quindi avreste difficoltà a capire anche in normali conversazioni come questa se vi doveste trovare ad ascoltare casualmente. Quindi oggi siamo qui a spiegare questi modi colloquiali, queste espressioni tipiche italiane, abbastanza frequenti.
E lo facciamo utilizzando il metodo TPRS, un metodo che, appunto, utilizza le storie. E questa è appunto la storia di una cena tra amici.
Nell’articolo che trovate sul sito, cioè nella trascrizione del podcast presente sul sito potete trovare evidenziate, cioè in evidenza tutte le frasi o le parole più difficili, e le troverete infatti in grassetto, cioè con un carattere più scuro (bold in inglese) che sono state utilizzate nel dialogo che state ascoltando e che vengono spiegate in questo podcast, in questo file audio che potete anche scaricare e che come al solito vi consiglio di ascoltare più volte. La spiegazione avverrà utilizzando anche dei sinonimi, cioè delle parole più semplici, di più facile comprensione, ma che hanno lo stesso significato, ed utilizzando all’occorrenza anche il termine contrario, cioè utilizzando dei contrari. Spesso i due termini li ascolterete o li leggerete associati: i sinonimi ed i contrari.
Iniziamo con Ramona, che è la prima persona che parla nel podcast e che usa l’espressione tutti insieme appassionatamente. La frase di Ramona è: “Allora, abbiamo deciso finalmente quando cenare tutti INSIEME APPASSIONATAMENTE?”
Tutti insieme appassionatamente è una espressione ironica, una espressione divertente, che si dice per ironizzare, cioè per fare ironia, cioè per ridere. E’ una frase informale, familiare, che si utilizza per indicare che c’è un eterogeneo gruppo di persone che si riunisce. Dico “ironica” perché la parola appassionatamente vuol dire che tra tali persone c’è della passione, questo è il senso proprio della parola “appassionatamente” e la passione è una parola importante, che ha a che fare con l’amore, o comunque con le emozioni, con i sentimenti, con qualcosa di forte che accomuna queste persone, come la passione per qualcosa, che può essere anche l’amicizia. Accomuna, invece, significa che queste persone hanno qualcosa in comune, e la cosa che hanno in comune è l’amicizia; è l’amicizia che accomuna queste persone.
Questo gruppo quindi è un insieme di persone che si riunisce, un gruppo di amici, un gruppo che in realtà è abbastanza eterogeneo; ed è per questo che si dice ironicamente “appassionatamente”, cioè con passione.
In questo gruppo ci sono quindi persone diverse tra loro, eterogenee appunto, anche molto diverse, anche molto eterogenee, quindi è per questo che Ramona usa ironicamente l’espressione “tutti insieme appassionatamente”.
E’ una frase molto usata in Italia e dagli italiani, e sempre ed esclusivamente in modo ironico, per ironizzare, per prendere in giro, o per prendersi in giro, come nel caso della cena.
Posso ad esempio dire: “i politici italiani di tutti gli schieramenti politici hanno votato una legge all’unanimità a favore del finanziamento pubblico dei partiti, tutti insieme appassionatamente”.
Questo vuol dire che, nonostante le differenze che ci sono tra i partiti politici, tutti i politici, di tutti i partiti, cioè di tutti gli schieramenti politici, sono favorevoli, cioè sono d’accordo a finanziare con soldi pubblici la politica; sono favorevoli cioè al finanziamento pubblico dei partiti. E’ una espressione che si usa sempre in modo ironico.
Bene, passiamo alla seconda frase, quella di Shrouk, egiziana, che risponde a Ramona dicendo: “no, Ramona, A QUANTO PARE non riusciamo ancora a QUAGLIARE”.
Shrouk quindi dice a Ramona che a quanto pare, cioè a quanto sembra, non si riesce ancora a quagliare.
Quindi Shrouk prima dice: “no! Ramona”, poi aggiunge: a quanto pare, cioè a quanto sembra, a quanto mi sembra, a quanto posso vedere, a quanto riesco ad immaginare, vedendo i fatti che accadono.
Quindi “a quanto pare” vuol dire: “da quello che si vede”, “da quanto si può desumere osservando la realtà”. La preposizione semplice “a” che sta all’inizio di “a quanto pare” può anche essere sostituita con “da”, cioè: “da quanto pare” e la parola “pare” può essere invece sostituita dalla parola sembra. Pare e sembra hanno lo stesso significato. “Pare” è però più informale. Difficilmente troverete la parola “pare” in un libro di grammatica, ma è molto usata in Italia nel linguaggio parlato.
C’è anche un’opera di Luigi Pirandello che si intitola: “Così è (se vi pare)” un’opera teatrale di Luigi Pirandello, scrittore e poeta italiano molto famoso.
Invece la parola “quagliare” vuol dire avere un esito positivo, concludersi positivamente.
Quando qualcosa o qualcuno “quaglia”, quando qualcosa o qualcuno riesce a quagliare, vuol dire che va a buon fine, che si conclude, che ha esito positivo. Si può dire anche che “va in porto“, come se fosse una barca, una imbarcazione che deve raggiungere il porto di destinazione. Andare in porto quindi significa “quagliare”. Hanno lo stesso significato.
La parola, il verbo quagliare ha anche altri significati, ma l’uso che si fa del verbo quagliare è solitamente questo: riuscire a ottenere qualcosa di positivo, riuscire a concludere. Quindi se gli amici riescono a quagliare vuol dire che riusciranno a cenare insieme, riusciranno a mangiare insieme a cena, riusciranno ad organizzare la cena, perché è quello l’obiettivo.
Quagliare solitamente è preceduto dal verbo “riuscire”. Se c’è questo verbo prima non potete sbagliare il significato: Siamo riusciti a quagliare, eccetera.
E’ un verbo, quagliare, anche molto usato nel mondo del lavoro: si dice ad esempio: “sembra che l’affare quagli” ed è per questo motivo che il verbo è uno di quelli inseriti anche nel corso di italiano professionale che sarà disponibile a gennaio 2018. In particolare le lezioni di italiano professionale in cui è inserito il verbo quagliare sono le lezioni numero 2 e 8, che si occupano rispettivamente di due concetti, quello di “sintesi” e “risultati”. Solitamente ci sono molti modi di esprimere lo stesso concetto, fondamentalmente però ci sono due macrocategorie, in modo formale o informale; in questo senso “andare in porto” è sicuramente più formale e più spendibile in ambito professionale. Quagliare è invece più familiare e quindi più adatto ad una cena tra amici, appunto, come questa. Ci son poi almeno altri 20 modi di dire la stessa cosa, e che potreste ascoltare in diversi ambiti, ciascuna con differenti caratteristiche. Per chi è interessato può acquistare il corso direttamente sul sito italanosemplicemente.com.
Attenzione a non confondere il verbo quagliare con il verbo squagliarsela, o col verbo squagliare, che hanno tutt’altro significato. Squagliarsela infatti significa andare via, fuggire, fuggire velocemente da un pericolo ad esempio. Squagliare invece significa riscaldare qualcosa, con del calore, con del fuoco ad esempio, riscaldare un materiale fino a fargli cambiare forma. Si può squagliare la plastica, ad esempio, ma non si può squagliare il legno, che invece prende fuoco, è infiammabile, produce cioè della fiamma.
A questo punto, arriva Adriana di Bogotà che dice: “Accidenti, come mai ancora CINCISCHIAMO?“
Quindi Adriana dice come mai cincischiamo?, come mai stiamo ancora cincischiando?
Allora la parola difficile qui è “cincischiando”. Adriana l’ha pronunciata bene. Noi stiamo cincischiando, stiamo ancora cincischiando. Il verbo è “cincischiare” che è un verbo informale, che vuol dire fare qualcosa senza giungere ad alcun risultato, anzi più peggiorando che migliorando. È un verbo quindi che vuol dire esitare, perdere tempo, ma in senso negativo ed informale, quindi è bene usare questo verbo con prudenza perché è abbastanza amichevole come verbo. Cincischiare vuol dire non essere convinti, quindi non arrivare mai alla soluzione. Evidentemente se non si quaglia, se non si riesce a quagliare, allora c’è qualcuno che cincischia, c’è qualcuno che sta cincischiando, che sta cioè perdendo tempo prezioso.
Ci sono molti modi in Italia per esprimere il concetto di perdita di tempo, e degli atteggiamenti, dei comportamenti personali negativi che hanno a che fare col tempo e la capacità di non saperlo utilizzare bene, e questi modi riguardano evidentemente ancora una volta il mondo del lavoro, hanno a che fare cioè col mondo del lavoro.
Quindi quando nella nostra cena tra amici, Adriana dice “come mai cincischiamo?“, vuol dire come mai stiamo perdendo tempo? Come mai stiamo indugiando?
Allora come mai cincischiamo?
Thiago dal Brasile prova a dare una risposta. Thiago dice ad Adriana: “beh Adriana, MI SA che non tutti si sono ancora ESPRESSI.”
Mi sa che non tutti si sono ancora espressi. “Mi sa” è l’equivalente di “credo”, di “io credo”: credo che non tutti si sono ancora espressi.
Anche “mi sa” è una espressione molto informale, da usare solo in amicizia o in famiglia o tra colleghi anche ma solo a livello informale, solo a livello amichevole.
Mi sa che ti sbagli, mi sa che hai ragione, mi sa che farò tardi, mi sa che non c’è la farò, eccetera. Si usa quando si ha un piccolo dubbio su qualcosa, quindi vuol dire “credo” ma in realtà non si è proprio sicurissimi. Mi sa che farò tardi dire credo che farò tardi, ma non ne sono così sicuro, forse mi sbaglio. Diciamo che è una via di mezzo tra “credo” e “forse”.
Poi esiste anche un’altra accezione di “mi sa”, che vuol dire “mi appare”, in questo caso il “sa” è il verbo “sapere”, inteso come sensazione, sapore, impressione. “Mi sa molto di inganno” vuol dire ad esempio “ho la sensazione si tratti di un inganno”, quindi credo si tratti di un inganno, come prima, ma più nel senso di sensazione, di presentimento, di intuizione personale.
Poi Thiago dice “non tutti si sono ancora espressi”, mi sa che non tutti si sono ancora espressi, cioè forse, credo che non tutti si sono ancora espressi.
Espressi viene dal verbo esprimersi. Esprimersi vuol dire “dire la propria opinione”, dire ciò che si pensa in merito, in proposito, dire la propria opinione sulla cena in questo caso.
Io mi esprimo sulla cena, tu ti esprimi sulla cena, egli si esprime noi ci esprimiamo, voi vi esprimere, essi si esprimono.
Esprimersi è un verbo che però è usato anche in senso un po’ diverso.
Sapersi esprimere vuol dire essere in grado di dire qualcosa con chiarezza, riuscire ad esprimersi, Essere in grado di esprimersi. Ad esempio se voi siete in grado esprimervi bene in italiano vuol dire che sapete comunicare usando la lingua italiana. In tal caso quindi non significa dire il proprio pensiero, la propria opinione, ciò che si pensa, come nel caso della cena tra amici.
Se qualcuno, come dice Thiago, non si è ancora espresso vuol dire che non ha detto ancora la sua opinione sulla cena, che ancora non ha detto quando preferisce farla questa cena, se verrà a questa cena.
In tal caso quindi espresso vuol dire parlare: chi si esprime tira fuori qualcosa, ed anche la macchina per fare il caffè, cioè l’ESPRESSO, tira fuori il caffè, possiamo dire che “esprime” il caffè, esprime l’espresso.
Quindi se qualcuno non si è ancora espresso, secondo Lilia, dalla Russia, è perché sta facendo lo gnorri.
Lilia infatti dice: “Avanti, chi è che fa ancora lo GNORRI?”

Cosa vuol dire fare lo gnorri? Fare lo gnorri significa far finta di non sapere o di non capire, far finta di niente, si dice anche fare l’indiano.
Chi fa lo gnorri quindi fa l’indiano, cioè fa finta di non sapere, quando invece sa. La parola gnorri detiva dal verbo ignorare. Chi ignora vuol dire che non sa, invece chi fa lo gnorri fa finta di non sapere, ed invece sa. C’è anche una espressione tipica dello gnorri, che potete vedere sull’articolo pubblicato su Internet. L’espressione è con gli angoli della bocca e degli occhi rivolti verso il basso, come ad esagerare nell’esprimere che non si sa nulla di una cosa.
Chi è che fa lo gnorri? Vuol dire chi fa finta di niente? In questo caso chi fa finta di non aver sentito, ascoltato che si sta organizzando una cena? Perché non si esprime questa persona? Perché non dice nulla? Perché fa finta di nulla? Perché fa lo gnorri?
A questo punto esce fuori il colpevole, si fa per dire, ed infatti Amany dall’Egitto dice: “Ragazzi, non mi menate, è colpa mia. È che sono un po’ INCASINATA ultimamente”.
Ragazzi non mi menate vuol dire non mi picchiate. Menare vuol dire picchiare, far male fisicamente, colpire fisicamente, però in senso ancora più informale. Menare ha in realtà più significati, è utilizzato in modo diverso a seconda del luogo italiano in cui vi trovate. Al centro Italia ad esempio ha più il significato di picchiare, più al Nord invece vuol dire “infastidire”, insistere in modo fastidioso. “Non me la menare” vuol dire proprio non mi infastidire, non mi tormentare, non mi dar fastidio. Si esprime in ogni caso un sentimento negativo comunque: si tratta di un fastidio in entrambi i casi, di qualcosa di negativo che si riceve, che si tratti di ricevere colpi fisicamente oppure semplicemente fastidi generici, non in senso fisico.
Poi Amany, con la sua dolce voce, dice di essere stata incasinata, ed è per questo che ancora fa la gnorri, è per questo che ancora Amany non si è espressa, che non ha detto cosa pensa della cena tra amici, che si riuniscono tutti insieme appassionatamente.
Amany è quindi incasinata, anzi è stata incasinata, ha cioè avuto dei casini. Cosa significa?
Avere avuto dei casini, o essere stata incasinato, o incasinata, al femminile vuol dire che sono accadute delle cose fastidiose, dei problemi, dei casini, che non si aspettava e che avrebbe preferito evitare. Quando si hanno dei casini vuol, dire che si hanno dei problemi da risolvere. Ovviamente casini è una parola molto familiare, molto informale, da non usare mai in occasioni diverse dall’ambito delle amicizie o della famiglia.
Amany è stata incasinata; ha avuto dei casini, dei problemi, e questi casini, questi problemi, le hanno impedito di sapere quando sarebbe stata disponibile per fare la cena tra amici.
Attenzione perché la parola casino ha diversi significati, quindi se la utilizzate male rischiate delle figuracce, delle brutte figure.
Il Casino infatti è anche una casa chiusa, dove ci si prostituisce, dove ci sono le prostitute. Quindi in questo caso è al singolare: Casino. Ma casino significa anche confusione, trambusto, chiasso, molto rumore.
Se dico ad esempio “che casino che è in questa discoteca!” vuol dire che c’è molto rumore, molte persone che fanno chiasso.
Se invece dico “questa casa è un casino!” può voler dire due cose. Dipende dal tono che si utilizza. Normalmente vuol dire che nella casa c’è molta confusione, molto disordine, che è una casa senza ordine, tutto è confuso, disordinato, tutto è fuori posto. E’ un casino.
Oppure se non enfatizzo molto e parlo più lentamente vuol dire che questa casa è una casa chiusa, che si sono delle persone che si prostituiscono. Poi dipende anche dal contesto, non solo dal tono che usate.
Attenzione quindi alla parola “casino” al singolare. Essere incasinata invece ha solamente un significato che è quello che ho spiegato prima: avere dei problemi.
A questo punto arriva Ahmed sempre dall’Egitto che risponde alla connazionale Amany: “Tranquilla Amany, MICA MUORE NESSUNO se rimandiamo di una settimana”.
Ahmed dice di stare tranquilla ad Amany, cioè che non si deve agitare, che non deve preoccuparsi se ha avuto dei casini e che non succede nulla se si sposta la cena di una settimana
Non succede nulla si dice anche “non muore nessuno”, ma questo è un modo informale. Non muore nessuno sta ad indicare che non accade nulla di grave, come può essere grave la morte di qualcuno, ed infatti non esiste una cosa più grave della morte di qualcuno giusto? Quindi dire che non muore nessuno vuol dire che è la stessa cosa, che non cambia niente, che non succede niente se si rimanda la cena di una settimana, cioè se la cena si sposta in avanti di una settimana. Quindi Amany non si deve preoccupare di aver avuto dei casini, possiamo rimandare la cena di una settimana senza problemi.
Almeno questo è quello che pensa Ahmed, perché infatti Jasna dalla Slovenia non è della stessa opinione. Jasna infatti dice: Vabbè, basta che non va a finire ALLE CALENDE GRECHE sta cena.
“Vabbè” credo lo conosciate tutti: vabbè vuol dire va bene, ok, “vabbè, basta che” vuol dire quindi, “ok, l’importante è che”, anche questo è un modo informale di dire “la cosa importante è che”.
Ad esempio se abbiamo un appuntamento e se io dico: “aspettami 5 minuti ok?”, tu potresti rispondermi: “ok, basta che ti sbrighi”, cioè “l’importante è che ti sbrighi, cioè “l’importante è che sei veloce”, “la cosa importamte è che non mi fai aspettare ancora”, ma possiamo anche dire “ok, è sufficiente che però ora tu ti sbrighi”. “basta che” indica quindi “è sufficiente che”. Infatti quando si dice “basta!”. oppure “basta così” vuol dire appunto che è sufficiente così. Basta col ritardo quindi. La cosa importante è che… “non va a finire alle calende greche sta cena”.
Quindi “sta cena” vuol dire “questa cena”, in modo informale.
Questa cena va a finire alle calende greche. E’ la cena che va a finire alle calende greche. La cena finisce alle calende greche quando ancora manca moltissimo tempo alla cena. In generale qualsiasi cosa, se finisce alle calende greche, se va a finire alle calende greche. vuol dire in pratica che non si farà mai, o si farà chissà quando, in un futuro molto lontano.
Ma cosa son le calende greche? Pensate che sembra che la prima persona ad utilizzare e quindi ad inventare questa espressione sia stato l’imperatore Augusto, l’imperatore romano Augusto.
Le “Kalendae” esistevano infatti solo nel calendario romano (e corrispondono al 1º giorno di ogni mese, da cui viene la parola calendario) e non esistevano in quello greco, quindi esistevano solamente le “Kalendae” romane, non quelle greche, e quindi l’imperatore Augusto, quando qualcuno non pagava, quando cioè c’erano delle persone che dovevano dare dei soldi ad Augusto, cioè all’impero Romano, Augusto per indicare quei debitori, quelle persone che avevano un debito, e che non avrebbero mai pagato, almeno secondo lui, diceva che avrebbero pagato il conto alle Calende greche, cioè mai, visto che non esistono le calende greche.
Bene ragazzi, abbiamo finito anche stavolta, riascoltiamo la conversazione, stavolta capirete un po’ di più.
Questa settimana ascoltate più volte questo file audio, e il prossimo podcast sarà invece intitolato: “una cena FORMALE“, quindi attenzione perché la conversazione formale sarà completamente diversa. Fatemi sapere se volete collaborare con le vostre voci, mandatemi un messaggio, anche su Facebook.
Ciao amici.
In questa lezione, la prima del corso Italiano Professionale, vedremo le espressioni e le frasi idiomatiche utilizzate in Italia per esprimere le proprie competenze e specializzazioni, sia a livello personale che come rappresentante di una azienda.
Dans cette leçon, la première leçon du cours d’italien professionnel, nous allons voir les expressions et locutions utilisées en Italie pour exprimer les compétences et spécialisations à la fois personnellement et en tant que représentant d’une société
In this lesson, the first of the Course of Professional Italian, we will see the most used expressions and idioms to express skills and specializations, both at personal level that as a representative of a company.
في هذا الدرس الأول من دورات الإيطاليه المتخصص، سوف نري تعبيرات ومصطلحات اللغه المُستخدمه في إيطاليا للتعبير عن مهاراتهم وتخصصاتهم، سواء علي المستوي الشخصي أو بصفته مُمثلًا لشركه ما.
В этом первом уроке профессионального итальянского курса, рассмотрим выражения и устоявшиеся обороты, используемые в Италии для того чтобы продемонстрировать свои знания и компетентность как личностный уровень так и как представителя какой-либо компании.
Σε αυτό το μάθημα, το οποίο είναι και το πρώτο μάθημα του “Italiano Professionale”, θα δούμε ιδιωματικές εκφράσεις και φράσεις που χρησιμοποιούνται στην Ιταλία, για να εκφράσουν τις ικανότητες και την εξειδίκευση, τόσο σε επίπεδο προσωπικό, όσο και σε επίπεδο ενός αντιπροσώπου μίας εταιρίας.
AudioGrazie a Shrouk e Amany dall’Egitto, Jasna dalla Slovenia, Ramona ed Elie dal Libano e Adriana dalla Colombia
Adriana: Sai dov’è il mio amore? perché non trovo nessuno!!
Buonasera amici, sono Giovanni, il creatore di italianosemplicemente.com, oggi vi spiegherò una frase idiomatica che vi avevo già promesso nel corso del penultimo podcast inserito nella pagina delle frasi idiomatiche.
La frase del giorno è: “Non ne ho la più pallida idea!”
é una frase apparentemente facile, almeno per gli italiani, ma in realtà ho provato a porre la domanda a molte persone diverse di varia nazionalità, anche di livello intermedio, e nessuno sapeva spiegarmi esattamente il significato di questa espressione. Mi riferisco alle persone che frequentano la chat su whatsapp.
Dunque spieghiamo questa espressione oggi, che evidentemente cela, cioè nasconde delle difficoltà. Dunque “Non ne ho la più pallida idea!” è la frase. In generale possiamo dire che la frase è non avere la più pallida idea di qualcosa.
Quindi si può dire:
Dunque, come normalmente facciamo su Italiano Semplicemente spieghiamo prima le parole, poi il significato della frase poi facciamo qualche esempio, e alla fine un esercizio di ripetizione.
Dunque, non ne ho la più pallida idea.
“Non” è una negazione, come “no”, solo che la differenza tra “non” e “no” è che “no” è una esclamazione, quindi è la risposta a una domanda. “Non” invece, non può essere semplicemente una risposta ad una domanda se non seguita da altre parole. Se ad esempio io chiedo ad un’altra persona: “hai visto il mio libro?”, questa persona può rispondere: “no!”, oppure può dire: “non l’ho visto!”, oppure “No, non l’ho visto!”.
Quindi “no” può anche essere da sola come parola; è una esclamazione, quindi a seguire va il punto esclamativo (!), oppure posso dire “non l’ho vista!”, quindi dopo “non” non può esserci mai il punto esclamativo, dopo “non” ci deve essere qualcos’altro: “non l’ho vista!”, “non so di cosa parli!”, “non te lo so dire!”, oppure “non ne ho la più pallida idea!”, appunto, come in questo caso.
Quindi “non” è la prima parola. “Non ne ho” equivale a “non ho”. il “ne” si riferisce alla “pallida idea”. “La” è articolo femminile singolare.
Pallida idea: L’idea sapete benissimo che cos’è. Un’idea è qualcosa che avete in mente, un’idea è quindi un pensiero che vi viene in mente. Quindi quando si ha un’idea si ha un’intuizione, si ha un pensiero su come risolvere un problema. In questo caso invece il senso della parola “idea” non è esattamente quello che normalmente si utilizza quando si usa la parola “idea”. Vedremo poi cosa significa la parola “idea” quando avrò spiegato tutto il significato dell’espressione.
“Pallida” è un aggettivo che normalmente è utilizzato per altri motivi. Normalmente la parola “pallida” o “pallido” al maschile, è utilizzato per un viso, per esempio. Un viso pallido ad esempio o una faccia pallida vuol dire che non sta molto bene. Se un viso è pallido vuol dire che una persona è malata o comunque c’è qualcosa che non va. Si può dire anche che una persona impallidisce. Se una persona impallidisce vuol dire che per esempio ha ricevuto una notizia negativa e la persona che riceve la notizia negativa può impallidire, quindi può diventare pallida. Il suo viso può diventare pallido, cioè può sbiancare, può dare un segnale visivamente negativo, come dire che è una brutta notizia.
Se una persona è pallida normalmente non sta tanto bene. Qualcos’altro che può essere pallido… potrebbe essere per esempio… una giornata… ma adesso mi viene in mente soltanto il viso. Ovviamente ciò che può essere pallido è anche un’idea.
Quando un’idea è pallida vuol dire che non c’è un’idea, vuol dire che non è una vera idea, quindi pallida vuol dire più chiara quasi trasparente, quasi inconsistente, quindi dovete pensare alla parola pallida come ad una caratteristica negativa.
Una pallida idea è un’idea appena accennata, un’idea piccola, non molto ben definita, non molto chiara, quindi quando si dice “non ho una palla idea”, vuol dire che non solo non ho un’idea, ma non ho neanche un’idea pallida, cioè “non ne so niente”.
Non ne ho la più pallida idea vuol dire che tra tutte le idee pallida… Ammettiamo ci siano delle idee chiare, delle idee meno chiare, e ci siano delle idee pallide: tra tutte le idee pallide ci sarà la più pallida idea. Ebbene, quando una persona dice non ne ho la più pallida idea vuol dire appunto che non sa proprio assolutamente di cosa stai parlando, cioè “non ne ho idea “. Si può anche dire così : non ne ho idea. Non ne ho nessuna idea, oppure di può dire non ne ho la più pallida idea. Tra tutte le idee, anche la più pallida, ebbene il non c’è l’ho!
Quindi è un modo un po’ più forzato di dire “non lo so”. Significa semplicemente “non lo so”.
Non ne ho la più pallida idea vuol dire non loso. Quindi vedete che in questo caso le parola “idea” non è relativa al solito modo di utilizzare la parola idea. Perché un’idea è appunto un’intuizione, un modo di risolvere un problema. C’è chi ha molte idee, c’è chi ne ha poche. Ci sono vari modi di risolvere i problemi e solitamente quando viene un’idea, quanto ti viene un’idea, quando mi viene un’idea, vuol dire che ho trovato una soluzione ad un problema,
In questo caso non c’è nessun problema da risolvere, perché non ne ho la più pallida idea è una esclamazione, che segue ad una domanda, dice di chiede, qualcuno chiede una cosa ad un’altra persona e questa persona potrebbe rispondere “Sì lo so” oppure “no, non lo so” oppure “non ne ho la più pallida idea”. Vuol dire “non lo so assolutamente”, “proprio non ne so nulla”, “non ne so niente, non devi chiedere a me, io non ne so nulla, non ne ho idea, non ne ho “la più pallida idea”.
Ok 👍 credo che a questo punto l’idea sia abbastanza meno pallida di prima, per quanto riguarda il concerto di questa frase idiomatica. Quindi dopo questa frase ci va il punto esclamativo, quindi è una esclamazione, perché è una frase che si Esclama. Tutte le frasi col punto esclamativo sono esclamazioni, e sono delle risposte a qualche frase che ci viene fatta, qualche domanda che ci viene fatta. Ovviamente è una risposta un po’ forte, quindi non è molto cortese, in generale, rispondere in questo modo: “non ne ho la più pallida idea”.
Ci sono modi molto più gentili, molto più educati, molto meno diretti di rispondere: “non lo so”. Potrei dire ad esempio “non saprei”, che è un modo abbastanza gentile, “non so che dirti”, “non lo so”, ” non mi viene in mente “.
Non ne ho la più pallida idea è veramente un modo abbastanza forte, come dire: “non mi fare altre domande, non lo so, mi fa fastidio che me lo stai chiedendo”, potremmo anche dire così. Poi dipende anche dal tono che si utilizza per rispondere ad una domanda. Di solito non ne ho la più pallida idea è un modo abbastanza brusco, quindi si vuole interrompere la conversazione prima che vengano fatte altre domande. Ovviamente si può rispondere “non ne ho la più pallida idea” anche con un tono più positivo, più allegro, in ogni caso si esprime qualcosa con questa frase, si dice “non ne so assolutamente nulla!”, “non ho mai sentito parlare di questa cosa”, quindi il tono è molto importante che viene utilizzato per rispondere ad una domanda alla quale non si sa come rispondere, perché non si sa la risposta. Quando non si conosce la risposta ad una domanda di può dire anche “non ne ho la più pallida idea”. Non vi consiglio di utilizzarla ad un esame universitario, perché se lo faceste, vorrebbe dire che sarete bocciati sicuramente. È utile che voi possiate comprendere un italiano che può pronunciare… può capitarvi di ascoltare un italiano che pronunci questa espressione, in ogni caso ci sono moltissimi altri modi per dire che non si sa rispondere ad una domanda che non si conosce la risposta.
Non la possiamo definire una risposta o formale o informale. Qui siamo in un ambito diciamo di gentilezza di educazione. Certo, è più informale, se proprio dobbiamo decidere, ciò non esclude che voi possiate utilizzare questa espressione anche in un ambiente più formale.
Quindi adesso se volete possiamo fare un piccolo esercizio di pronuncia e di ripetizione, che fa sempre bene, anche per coloro che, e sopratutto per coloro che sono poco abituati a parlare l’italiano, e di conseguenza hanno bisogno di esercitarsi.
Non vi vergognate perché per prendere confidenza con una lingua bisogna ascoltarsi, bisogna esercitarsi ad ascoltare la propria voce, preferibilmente ad alta voce, dico preferibilmente perché se seguite le regole del metodo tprs, e se seguite i consigli che sono stati chiamati “sette regole d’oro di Italiano Semplicemente”, dovreste quindi esercitarvi sin dall’inizio a parlare, ciò potrebbe non essere possibile perché ad esempio vi trovate sull’autobus, state andando al lavoro ad esempio è non potete parlare ad alta voce perché vi potrebbero prendere per matti, in ogni caso potreste ripetere nella vostra testa, dentro di voi ciascuno nella propria testa, è sempre un esercizio utile. Soprattutto dopo aver fatto questo esercizio di pronuncia vi consiglio di ripetere l’ascolto più volte, perché soltanto con la ripetizione le regole grammaticali verranno automaticamente memorizzate pur non conoscendo l’esistenza di queste regole.
Numerosi esperimenti hanno dimostrato che questo meccanismo di memorizzazione avviene molto più velocemente con la ripetizione che studiando semplicemente le regole, e sopratutto perché utilizzate la lingua che volete imparare. Se non avete la più pallida idea di cosa sia il metodo TPRS e se non avete la più pallida idea di cosa siano le sette regole d’oro, vi consiglio di andare sul sito italianosemplicemente.com e fare una piccola ricerca nel motore di ricerca interno, oppure sul menu che trovate in alto sul sito.
Cliccate sulle sette regole d’oro oppure sul metodo TPRS, che è il metodo che utilizziamo all’interno del sito italianosemplicemente.com.
Dunque, adesso partiamo con un piccolo esercizio di ripetizione, ci aiuteranno per questo i nostri amici della chat di whattapp.
Tutte queste domande che verranno fatte in questo piccolo esercizio avranno come risposta semplicemente la risposta non ne ho la più pallida idea.
Se per qualcuno di voi può essere complicato pronunciare courts-métrages questa frase, dipende dalla vostra nazionalità ovviamente, ripetere questo trovate più volte e ripetete sia la domanda che la risposta. In questo caso ci consiglio di ripetere più volte e più spesso le domande o le risposte sulle quali avete più difficoltà a memorizzare la pronuncia.
Quindi non vi concentrate sulle regole grammaticali, non vi concentrate sulle regole in generale, impieghereste più tempo a risolvere il problema dell’acquisizione di una regola l’evento semplicemente la regola, piuttosto che ascoltando ripetutamente delle frasi in cui sono presenti le espressioni che spieghiamo in questo file audio 👂.
Quindi ringrazio tutti gli amici della chat di whattapp che mi hanno aiutato a fare questo podcast, a mettere insieme le domande che hanno tutte, ripeto, come risposta “non ne ho la più pallida idea”.
Disco il via alle domande: Tre, due uno zero…
Amany: Gianni, dai quando il papa ha incoronato Carlo Magno imperatore del sacro romano impero?
Gianni: non ne ho la più pallida idea!
Jasna: quando l’euro è entrato in circolazione? Non ne ho la più pallida idea!
Elie: Ramona, sai cosa cucina nostra madre oggi?
Ramona: Non ne ho la più pallida idea!
Shrouk: Amany, sai chi sono i miei fratelli?
Amany: Non ne ho la più pallida idea!
Jasna: ah, ancora una domanda, quanto costa il biglietto 🎫 per Roma? Non ne ho la più pallida idea!
Bene, è tutto amici, mi auguro che il podcast vi sia piaciuto. Gli amici di whattapp hanno la capacità di rendere il podcast sempre molto più piacevole, sentire più voci è sempre una cosa positiva, e sopratutto potete ascoltare i differenti modi di parlare, di diverse nazionalità, perché solitamente all’interno dei podcast che trovate su italianosemplicemente.com coloro che mi aiutano nel fare i podcast hanno differenti accenti, hanno differenti nazionalità di conseguenza ognuno di voi si può confrontare con i differenti modi di pronunciare una singola espressione, una singola domanda o delle differenti risposte. Di conseguenza mi auguro che continuiate a seguirci. La comunità di Italiano Semplicemente cresce di giorno in giorno, la comunità facebook sta crescendo, è dalla metà di luglio 2015 che italianosemplicemente.com è online quindi veramente pochissimo tempo, neanche 6 mesi. È cresciuta la comunità che ci segue su facebook sta crescendo quella che ci segue di Twitter, speriamo che cresce anche la redazione di Italianosemplicemente.com che comunque già conta 4 persone. Oltre a me, e veramente anche oltre ai miei due figli che mi aiutano spesso a realizzare i podcast per i principianti, ci sono altre tre persone che si sono aggiunte recentemente, e che hanno deciso di aiutarmi per quanto riguarda… per curare i contatti con tutti coloro che non sanno parlare ancora l’italiano e che hanno bisogno di informazioni e quindi anziché rivolgersi direttamente a me, possono rivolgersi a loro.
Sto parlando di Adriana dalla Colombia, di Shrouk da El Cairo, e anche di Ramona dal Libano.
Ringrazio ovviamente queste tre ragazze che con entusiasmo hanno deciso di far parte della redazione, dello staff di Italianosemplicemente.com. Speriamo di aumentare ancora di più nel futuro 🔮.
Ad esempio mi piacerebbe avere anche un membro giapponese o cinese anche, perché no ed anche qualcuno dalla Germania ad esempio, per aiutare i nostri amici che numerosi ci sono dalla Germania.
Credo sia tutto per oggi. Ascoltate il podcast più volte, se avete problemi contattate me o gli altri tre membri della redazione di Italianosemplicemente.com.
Arrivederci amici.
Eccoci finalmente arrivati alla sesta regola d’oro di italiano semplicemente, che é l’importanza delle domande e delle risposte. Ringrazio subito coloro che mi hanno aiutato a rendere più piacevole questo articolo, con le loro voci: Shrouk, Amany e Ahmed, egiziani, Lilia dalla Russia, Adriana dalla Colombia, Ramona dal Libano ed infine Jasna dalla Slovenia.
Abbiamo già visto cinque regole molto importanti per l’apprendimento di una lingua difficile come l’italiano. Ascoltare e ripetere l’ascolto é la prima regola: repetita iuvant. Salvate i file audio sul vostro cellulare ed ascoltate i file più volte.
Shrouk: E quando dobbiamo farlo Giovanni? quando ascoltare?
Quando? Ce lo dice la seconda regola, che è quella di usare i tempi morti, tutti i tempi che si possono usare per ascoltare. Sul bus, mentre fate ginnastica, mentre lavate i piatti eccetera.
Amany: e Come? in che modo? C’è qualche segreto ancora Gianni?
Amany, Ce lo dice la terza regola d’oro: il segreto è: senza stress, con tranquillità, senza fretta.
Ahmed: sì Giovanni, ma spesso quello che ascoltiamo è noioso. Come facciamo allora?
C’è la quarta regola Ahmed, che ci parla dell’importanza delle storie e delle emozioni, quindi chiama in causa il metodo tprs, che è il metodo che si utilizza in italiano semplicemente.
Lilia: e poi Gianni, spesso si ascoltano file audio non solo noiosi, ma non molto veri, non molto realistici, non è vero?
Infatti Lilia c’è la quinta regola per questo, che é quella di ascoltare italiano vero e che vi piace, altrimenti non ce a farete a resistere e imparare italiano sarà uno sforzo e non un piacere.
Adriana: allora Giovanni, cosa dice la sesta regola? siamo qui per questo no?
Eh sì Adriana, e la sesta regola, quella di oggi, fa parte anch’essa del metodo tprs. Si tratta delle domande & risposte. Cosa sono le domande & risposte? La prima volta che, studiando inglese, ho incontrato una lezione in cui venivano utilizzate le domande & risposte sono rimasto impressionato. Era esattamente quello che stavo cercando da molto tempo.
Fino ad allora perdevo il mio tempo, la risorsa più preziosa al mondo, a leggere regole grammaticali e ad ascoltare audio che non capivo e che nessuno mi spiegava. Stavo col vocabolario sempre in mano e facevo una fatica immane. Immane vuol dire molto grande. Solo la forza di volontà mi faceva andare avanti e la voglia di imparare.
Poi col metodo tprs tutto è diventato più facile. Capivo senza vocabolario, imparavo velocemente la pronuncia e i sinonimi, i contrari, tutti i diversi modi per comunicare un messaggio.
Di cosa si tratta? Semplicemente di domande e di risposte. Si ascolta la storia, e poi si ascolta il file audio delle domande e delle risposte, dove si fanno delle domande sulla storia, si prova a rispondere, e poi avrete le risposte, avrete tutti i possibili modi per rispondere alla domanda.
Si tratta di domande semplici, semplicissime all’inizio, e le risposte saranno ugualmente semplici, come un sì ed un no, ma anche i principianti potranno rispondere, anche loro potranno iniziare a dire le prime loro parole, ed ad ascoltare come si pronunciano.
Tutte le storie che troverete in italiano semplicemente, le storie per principianti, hanno un file audio che si chiama domande & risposte, che va ascoltato dopo aver ascoltato la storia.
Prendiamo ad esempio la storia che si intitola: “il ladro padre e il ladro figlio“.
Dopo aver ascoltato il suono di una sveglia, e la prima frase della storia, che è la frase “Suona la SVEGLIA”, la prima domanda è: Cosa suona? Cos’è che suona? chi ascolta avrà qualche secondo per provare a rispondere, poi ascolterà la risposta: “La sveglia. Suona la sveglia. E’ la sveglia che suona”.
Poi la seconda domanda: “Cosa fa la sveglia?” pausa, e poi la risposta:
“Suona. La sveglia suona”.
Poi la terza domanda: “La sveglia canta?” Pausa, poi la risposta:
“No, non canta. La sveglia non canta. La sveglia suona”.
Il file audio delle domande e delle risposte è quindi, come ho detto prima, un metodo studiato ampiamente, non di mia invenzione naturalmente, ma che è stato dimostrato essere molto più efficace per imparare e memorizzare velocemente una lingua straniera.

Si tratta di un approccio naturale, a natural approach, così come descritto da chi lo ha creato, cioè da da Dr. Stephen Krashen e Tracy Terrell. Il metodo dell’Approccio Naturale sostiene che le lingue si imparano attraverso dell’input comprensibile. Poi un certo Blaine Ray ha aggiunto che l’input non solo deve essere comprensibile, ma anche ripetuto e inoltre, deve essere interessante.
La ripetizione si ottiene con il procedimento che ho descritto: si racconta una storia (storytelling) e successivamente si pongono delle domande sulla storia (story asking) usando un vocabolario e delle strutture linguistiche abbastanza semplici; poi coinvolgendo le persone, gli studenti, si rende interessante la storia e piacevole da ascoltare anche più volte.
In tal modo il processo di acquisizione è inconscio, automatico e così gli ascoltatori, (cioè gli allievi, coloro che imparano) si concentrano sulla trama della storia e non sull’apprendimento della lingua.
Il metodo TPRS ha ottenuto dei risultati molto interessanti ed anche sorprendenti per quel che riguarda la comprensione della lingua e l’abilità degli allievi di comunicare velocemente. E la partecipazione degli studenti dovrebbe essere costantemente stimolata, altrimenti non funziona.
Per questo spesso in italianosemplicemente.com facciamo partecipare più persone.
Le Domande e le risposte personalizzate, PQA (Personalized Questions and Answers) sono fatte, sono poste dall’insegnante a chi ascolta, invitando gli studenti a riflettere ed a rispondere, come ho descritto prima. Si tratta di uno strumento potentissimo, che fa ricordare le parole, il vocabolario, che suscita attenzione. Il tutto in modo graduale ma inesorabile. Chi utilizza questo metodo, ed io vi consiglio di farlo, non riuscirà più a tornare indietro. Lo consiglio anche a chi si reputa non più un principiante, ma uno studente intermedio.
Nel metodo TPRS, come nel nostro sito italianosemplicemente.com ci si basa sul fatto che la conoscenza della regola, conoscere la regola grammaticale non sia necessario per l’acquisizione della lingua, per imparare la lingua e per imparare a parlare con scioltezza, con fluidità.
Neanche ai livelli più alti vi consiglio di sprecare, di spendere tempo a imparare le regole grammaticali.
Se volete, al fine di imparare in modo più creativo la grammatica, vi consiglio, ed è anche il metodo TPRS che vi consiglia di fare questo, di coprire le pareti della vostra casa, o di una stanza, o di alcune porte della vostra casa, con dei fogli stampati, con le frasi della storia. Potete stampare le coniugazioni dei verbi, le frasi più difficili, ecc. Quello che volete, quello che vi risulta più difficile da capire e memorizzare.
Certo, chi non ha tempo questo non potrà farlo, ma basta ascoltare più volte, sempre durante i vostri tempi morti.
Credo sia tutto, anche per questo file audio.
Jasna: non stai dimenticando nulla Gianni?
Ah ciao Jasna, cosa dimentico?
Jasna: la settima regola no? la prossima regola sarà la settima? cosa ci dici su questa regola?
Ah già, grazie Jasna. Dunque la settima ed ultima regola è quella di parlare, di parlare fin dall’inizio, e visto che la tecnologia ci aiuta, il metodo perfetto per iniziare è usare whatsapp.
Ma di questa vi parlerò la prossima volta, nel prossimo podcast, poiché è importante parlare di una cosa alla volta. Ciao amici, spero vi siate divertiti, spero di sì.
Volevo dirvi che recentemente ho aperto anche un account su instagram, quindi di tanto in tanto, cioè qualche volta, inserirò delle immagini che potete commentare, se volete.
Inoltre, grande novità, ci sono ora dei nuovi nomi nella famiglia di italiano semplicemente. La redazione, la redazione di italiano semplicemente, cioè lo staff, si compone infatti ora di altre tre persone, che possono aiutare i visitatori di lingue diverse. Vi invito ad andare sul sito per scoprire chi sono. Basta cliccare su… Ramona vuoi dirlo tu?
Ramona: sì volentieri Gianni. Cliccate su “chi siamo” e poi vedrete che ci sono anche io!!
Grazie Ramona, grazie a tutti, alla prossima!
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TrascrizioneCiao ragazzi benvenuti su italianosemplicemente.com e grazie di essere qui.
Oggi è il 19 dicembre 2015, è quasi natale, che è il 25 dicembre, come sempre, come ogni anno; dico questo perché non è detto che tutti coloro che ascoltano questo file audio e che leggono questo articolo sul sito siano dei cristiani o di religione cattolica e quindi che sappiano esattamente cosa sia il Natale. Comunque, feste a parte, oggi sono qui a spiegare il significato di una frase idiomatica italiana, di una espressione tipica della lingua italiana, della lingua di Dante Alighieri. Come vi avevo promesso nel corso dell’ultimo podcast, questa volta vi spiego il significato della frase “mi raccomando”, come mi ha chiesto una ragazza di nome Adriana, sulla pagina Facebook di italiano semplicemente, ragazza che saluto e ringrazio della domanda.
La pagina Facebook di italiano semplicemente sta crescendo di giorno in giorno, e i visitatori, tutti coloro che io chiamo membri della famiglia di italiano semplicemente stanno apprezzando molto gli articoli che pubblico sul sito, ad esempio le frasi idiomatiche. La famiglia di italiano semplicemente sta quindi crescendo molto, a giudicare dai “mi piace” che crescono sempre di più. Grazie a tutti per questo.
Oggi quindi, cara Adriana, vorrei fare luce su questa frase che mi hai chiesto: “mi raccomando”. Ok. “Fare luce” vuol dire spiegare, fare chiarezza, Fare luce. Anche questa, se vogliamo, può rientrare nella categoria delle frasi idiomatiche.
Facciamo quindi luce su questa frase, sulla frase “mi raccomando!”, che si scrive col punto esclamativo finale, poiché trattasi di una esclamazione. Si tratta di una esclamazione (trattasi vuol dire si tratta) che è composta di due parole. “Mi” e “raccomando”. Spiegherò prima la parola “raccomando” e poi la parola “mi”, dopodiché vi dirò cosa significa l’espressione intera, e poi farò degli esempi esplicativi, degli esempi calzanti, degli esempi che vi facciano capire esattamente quando e come utilizzare la frase, perché si usa, e quando potreste ascoltarla in Italia; in quale circostanze e ambienti potreste ascoltarla.
La parola “Raccomando” deriva, cioè viene, proviene, ha origine, da un verbo. Il verbo da cui viene, da cui deriva, da cui ha origine è il verbo raccomandare.
Il verbo è utilizzatissimo in Italia, per una serie di motivi, cioè per più motivi. Uno di questi motivi è che ha molti significati diversi. E quali sono questi significati?
Uno di questi significati, quello più usato e diffuso, è il seguente: raccomandare vuol dire “Affidare ad altri”, “affidare ad altre persone” una cosa che ci sta molto a cuore, raccomandare vuol dire: porre attenzione, stare attenti, fare attenzione, avere cura, avere una particolare cura, stare particolarmente attenti a qualcosa di importante.
Questo è il significato più diffuso del termine, del verbo raccomandare. Si dice a qualcun altro, si comunica a qualcun altro che c’è una cosa molto importante a cui prestare attenzione, e questa cosa viene affidata a questa persona. Ok? Il verbo raccomandare, in questo caso, viene associato sempre ad una altra parola. La parola “mi”. Quindi si dice “mi raccomando!”. Quindi sono io che mi raccomando, mi raccomando vuol dire che chi parola, cioè io, è la persona che si raccomanda, sono proprio io la persona che si affida a te su una cosa molto importante. Mi raccomando è quindi l’unione di queste due parole, e unite insieme vuol dire proprio questo.
Detto in altro modo potremmo dire “vorrei che tu facessi attenzione a”, “vorrei che non dimenticassi che”. “Mi piacerebbe se ponessi attenzione su” questo aspetto, su una cosa importante che non va dimenticata.
“Mi raccomando!” quindi si usa tutte le volte in cui la persona che parla “si vuole raccomandare”, cioè vuole porre l’attenzione su una cosa importante che va ricordata.
Ad esempio una mamma italiana dice almeno 10 volte al giorno la frase “mi raccomando” al proprio figlio o figlia: mi raccomando fai tutti i compiti! Mi raccomando quando esci chiudi la porta! Mi raccomando di a tuo padre di venirti a prendere all’uscita di scuola! Oppure semplicemente “mi raccomando i compiti!” eccetera.
Solitamente si usa mi raccomando, e non, o almeno non molto, “ci raccomandiamo”, anche se può capitare anche questo.
Questo è il significato dell’espressione “mi raccomando”. Quando queste due parole sono attaccate, sono unite, sono una dietro l’altra, questo è l’unico significato.
Ma il verbo “raccomandare” ha anche una seconda accezione, anche un secondo significato. Infatti raccomandare, molto usato in Italia anche in questo caso, significa appoggiare qualcuno, cercare di aiutare qualcuno (appoggiare vuol dire essere con lui, aiutarlo, spingerlo, approvarlo) e quindi si raccomanda una persona; viene raccomandata una persona, la cosa che viene raccomandata è una persona. Raccomandare una persona vuol dire aiutarla, aiutarla nel senso di parlare bene di lei, per farle avere un beneficio, per fare in modo che questa persona sia scelta per un lavoro ad esempio.
Se io raccomando te, vuol dire che ti sto segnalando all’attenzione di chi ti può favorire, anche in modo scorretto. Ti sto segnalando, ti sto aiutando per ottenere un beneficio che ti farebbe vincere una competizione, un concorso, una selezione pubblica. Insomma ogni volta che ci sono più persone che concorrono per aver un beneficio, come potrebbe essere ottenere un lavoro (concorrono vuol dire correre con, correre insieme, chi concorre sta correndo insieme a qualcun altro, sta cercando di ottenere un beneficio sperando di essere scelto tra un insieme di persone che sta cercando di fare la stessa cosa). Quindi ogni volta che si concorre per un lavoro ad esempio, e qualcuno viene raccomandato, come si dice, allora vuol dire che questa persona è aiutata, è stata aiutata da qualcuno per vincere la competizione, per essere scelto al posto di altri, al posto degli altri concorrenti, di coloro che cioè concorrono (i concorrenti).
In questo caso quindi, in questo secondo caso, senza “mi”, il verbo raccomando viene usato per specificare cosa viene raccomandato, e non chi si raccomanda, come nel primo caso. Nel primo caso invece, nel caso di “mi raccomando”, si specifica che sono io che mi raccomando, sono io che svolgo l’azione. Io mi raccomando. Sono io che mi sto raccomandando, e mi sto raccomandando con te, sto parlando con te.
Mi raccomando, fai i compiti! Vuol dire “fai i compiti, è importante”.
Invece nella frase “ti raccomando mio fratello”, non c’è “mi”, ma c’è “ti”, ti raccomando, cioè raccomando a te, e cosa raccomando a te? Cosa ti raccomando? Ti raccomando mio fratello. Vuol dire che la cosa che ti raccomando è mio fratello. È lui la cosa a cui prestare attenzione, e lo sto dicendo a te, è a te che lo raccomando. In genere questa frase si usa in ambito lavorativo, molto spesso, forse troppo.
Dico troppo perché in Italia è molto diffusa la cosiddetta “raccomandazione”. Si usa spesso raccomandare qualcuno per ottenere un lavoro, per fare in modo che il lavoro venga dato ad un mio amico, o mio parente.
Questo quindi vuol dire che in Italia la raccomandazione non è una cosa molto bella, perché dove c’è raccomandazione c’è corruzione, e purtroppo l’Italia è uno dei paesi al mondo in cui la corruzione è più diffusa.
Purtroppo quindi la “raccomandazione” ha un senso negativo in Italia, e quando sentite qualcuno parlare di raccomandazione si parla sempre di questo: aiutare qualcuno ad avere un lavoro, ad ottenere un lavoro, anche se potrebbe averlo qualcun altro, che magari è più bravo, che quel lavoro saprebbe farlo meglio, qualcuno che meriterebbe di aver il lavoro e che invece non lo avrà perché “il raccomandato” sarà la persona che otterrà il lavoro. Coloro che seguono gli sviluppi del corso “Italiano professionale”, avranno visto che all’interno del corso in questione parlerò anche di corruzione e di criminalità organizzata, cioè di mafia.
Ebbene la mafia e la corruzione nascono anche dalle raccomandazioni. Ne parlerò approfonditamente, come ho detto prima, all’interno del corso italiano professionale, che sarà in vendita dal 2018, ma chi vuole può già prenotare il corso. Approfonditamente vuol dire “in profondità”, profondamente, cioè nel dettaglio.
Poi c’è anche una espressione particolare: “tipo raccomandabile”, anche questa molto usata in Italia. Tipo raccomandabile; cioè se un tipo è raccomandabile, se una persona è raccomandabile (tipo vuol dire persona in questo caso) vuol dire che si può raccomandare; questa persona può essere raccomandata. Questo è il senso primario. In senso generale, in Italia si usa questa espressione per qualificare una persona, per dire in poche parole che di questa persona ci si può fidare, che è una brava persona; è un tipo raccomandabile.
Si può usare sia in senso negativo che positivo; si può dire sia che una persona è un tipo raccomandabile sia che una persona è un tipo poco raccomandabile. Nel caso negativo quindi si usa dire “tipo poco raccomandabile”, e si usa meno “tipo non raccomandabile”. Se una persona è un tipo non raccomandabile, o poco raccomandabile, vuol dire che, in senso generale, nel suo passato ha avuto dei comportamenti negativi, dei comportamenti tali che mi fanno pensare che sia meglio non avere a che fare con lui, o con lei, in senso generale, non in senso lavorativo.
Posso dire a mia figlia, ad esempio, che il ragazzo che frequenta è un tipo poco raccomandabile, che ho saputo che è un tipo poco raccomandabile, che qualcuno mi ha comunicato, mi ha detto, che non mi raccomanda questa persona, perché in passato ha fatto qualcosa che lo ha reso poco raccomandabile. La parola “tipo” serve per qualificare questa persona, per qualificarla come qualcuno facente parte di un gruppo, quindi si tratta di una tipologia di persona, di un tipo di persona, appunto. Quindi dicendo “tipo poco raccomandabile”, si vuole dire “persona facente parte di un gruppo di persone” che sono poco raccomandabili. Una persona qualsiasi di questo gruppo, ecco perché si usa la parola tipo, che tra l’altro si usa in molti altri contesti; posso dire “un tipo strano” per dire una persona strana, oppure “quello è un tipo particolare”, per dire che una persona, che una certa persona, ha delle caratteristiche particolari che la contraddistinguono. Contraddistinguere vuol dire distinguere. Se una persona si contraddistingue, di distingue, cioè si differenzia, ha delle differenze e le mostra agli altri, si distingue, cioè non è uguale alle altre, non è uguale rispetto alle altre persone, quindi nei confronti delle altre persone; contraddistingue, cioè contrariamente alle altre persone, ha delle caratteristiche particolari…. Al contrario delle altre persone, ecco perché ci sono le lettere “contr” davanti a distinguere, perché vuol dire “al contrario di altri”. Spero sempre che non vi annoiate con le mie spiegazioni 🙂
Poi c’è anche la parola “raccomandata”. La raccomandata non è una persona, perché c’è l’articolo “la” davanti: la raccomandata. In questo caso la raccomandata è una lettera, una lettera che viene raccomandata, cioè viene spedita ad un destinatario, che è colui che riceve la lettera, colui al quale è destinata la lettera. Ma è una lettera non come le altre, bensì è una lettera importante, molto importante. E’ Una lettera che quindi viene raccomandata. Vedete che i fondo è come per le persone che vengono raccomandate. Se c’è una persona importante per noi, che è brava a fare qualcosa, allora io questa persona la raccomando a qualcuno, la contraddistinguo dalle altre, dico che per me è importante, e quindi la raccomando. Lo stesso, se ci pensiamo bene, avviene con le lettere da spedire. Ci sono le lettere normali e quelle raccomandate. Se quindi andate alle poste italiane, in un ufficio postale italiano e volete spedire una lettera importante, che volete essere sicuri che arrivi a destinazione, allora chiedete di spedire una raccomandata. In questo modo sarete sicuri, almeno al 99,9% dei casi, che questa lettera arriverà a destinazione. Potete anche scegliere di spedire una “raccomandata con ricevuta di ritorno”. In tal caso, se la vostra lettera arriverà, sarete avvisati da una seconda lettera, da una lettera in cui sarà scritto: la vostra raccomandata è stata consegnata il giorno x alle ore y. Questa lettera, questo avviso che ricevete si chiama “ricevuta di ritorno”, e arriva a voi, viene recapitata a voi che avete spedito la raccomandata con ricevuta di ritorno. Avete quindi ricevuto la ricevuta di ritorno. La vostra ricevuta attesta, dichiara, conferma, che la vostra raccomandata è arrivata, e voi sarete più felici 🙂 Ovviamente spedire una raccomandata ha un prezzo, che è maggiore del prezzo di una lettera normale non raccomandata. Circa 5 euro, se non ricordo male.
Ma in fondo anche raccomandare una persona ha un prezzo. Ha un prezzo perché, in ambito di corruzione e di raccomandazioni di lavoro, se un politico, ad esempio, raccomanda una persona, se il politico trova un lavoro ad una persona, questa persona dovrà essere riconoscente col politico che l’ha raccomandata. E questa riconoscenza è il prezzo da pagare per la raccomandazione ricevuta. La parola riconoscenza vuol dire, deriva dal verbo riconoscere, che vuol dire accettare, vuol dire: “ok, mi hai fatto un favore”, “riconosco che mi hai fatto un favore”, riconosco che mi hai raccomandato, quindi ti devo qualcosa in cambio, quindi anche io prima o poi dovrò essere riconoscente, dovrò farti anche io un favore. Questo è il prezzo della raccomandazione, che non è uguale al prezzo della raccomandata, ma molto più alto di 5 euro.
E questo modo di pensare, questo modo di agire, questo modus operandi, è tipico e abbastanza radicato in Italia; abbastanza diffuso (radicato vuol dire che ha messo le radici, è radicato).
Ma anche se, occorre dire, non tutti lo utilizzano. C’è anche una Italia onesta, c’è anche una Italia che ha dei valori e che crede nell’onestà. Basta saperla riconoscere. Ovviamente non è facile, non è facile capire se una persona è onesta oppure se è una persona “poco raccomandabile”, ma ci sono una serie di trucchi per scoprirlo, ed uno dei questi è il linguaggio, le parole che si usano, i termini più ricorrenti nel modo di parlare di una persona, le pause, così come il modo di guardare eccetera. Sarò più preciso su questo aspetto all’interno del corso di Italiano Professionale, che ha un focus particolare sul mondo del lavoro. Per chi vuole può già da ora prenotare il corso, con un forte sconto per la fiducia accordatami. Mi raccomando!
Ecco, ho appena usato l’espressione “mi raccomando!”. Questa espressione può quindi anche essere utilizzata da sola, senza aggiungere altro. Mi raccomando! Quando è noto a cosa ci si riferisce, quando è chiaro, quando non c’è alcuna necessità di specificarlo, è sufficiente dire “mi raccomando!”. Che vuol dire “ci tengo”, “è importante”, “non lo dimenticare”. Questo vuol dire. Mi raccomando quindi, ascoltate questo file audio più volte, perché la ripetizione aiuta a ricordare: repetita iuvant.
Credo che occorra porre attenzione anche al tono che si usa quando si pronunciano queste espressioni. Mi raccomando va pronunciato scandendo le due parole e le lettere: m-i r-a-c-c-o-m-a-n-d-o è più efficace di un veloce: mi raccomando ok? Scandire vuol dire far ascoltare distintamente tutte le lettere, quasi come uno spelling.
C’è da dire poi che non c’è bisogno di dire “io mi raccomando!”. Il soggetto, “io”, non va scritto necessariamente, non va detto, non è obbligatorio, e può essere evitato, perché “mi raccomando!” vuol dire proprio “io mi raccomando”, perché come sapete la lingua italiana non ha bisogno spesso di specificare il pronome personale soggetto, il pronome personale “io”, e questo perché non è come l’inglese, e il verbo parla da solo. “Mi raccomando” può essere solamente “io mi raccomando, per il tu c’è “ti raccomandi”, per noi c’è “ci raccomandiamo” eccetera. Quindi scrivere “io” o non scriverlo è al stessa cosa, e quindi meglio non scriverlo, meglio non dirlo. Non può essere confuso con altri soggetti, sono solo io che mi raccomando, non altri. Ed infatti non si fa, non si usa mettere “io” davanti, perché non ce n’è alcun bisogno.
Solamente per la terza persona singolare “lui” o “lei” c’è bisogno di scrivere il soggetto, perché esiste anche la forma impersonale: “si raccomanda”, come ad esempio “si raccomanda di fare molta attenzione”. “Si raccomanda” è generico quindi, è generale, vuol dire genericamente “viene raccomandato”, invece “lui si raccomanda”, oppure “mia madre si raccomanda”, “il mio capo ufficio si raccomanda”, specifica proprio che è una certa persona che si raccomanda, non in generale. Ok spero che anche questo sia chiaro :.)
Quindi ora passiamo alla fase della ripetizione. Se volete potete quindi ripetere dopo di me alcune frasi, così vediamo se riuscite ad imparare anche il modo in cui pronunciare questa espressione. Il tono da usare. Non vi vergognate, ripetete nella vostra testa se qualcuno vi sta ascoltando, o se siete in autobus. La fase della ripetizione è sempre l’ultima parte dei podcast di Italiano Semplicemente, perché ora che avete ben compreso l’espressione e quando si usa potete passare all’azione. Ripetete quindi dopo di me, vi lascerò il tempo per farlo e se necessario fate delle pause col vostro telefono o lettore mp3. Tre, due uno, via:
Ok, ora proviamo a cambiare qualcosa, proviamo a cambiare i tempi:
Ok, credo sia tutto per oggi, spero cara Adriana, che mi hai scritto dalla Bulgaria, di aver risposto alla tua domanda e ciao a tutti amici; ciao anche a tutti gli amici della Bulgaria. Ah, amici quasi dimenticavo: se vi è piaciuta questa spiegazione cliccate su “mi piace” su Facebook, mi raccomando! Chiudiamo con una frase di Ramona da Beirut, che ha voluto partecipare al file audio con un consiglio per tutti voi. Grazie Ramona e complimenti per la tua ottima pronuncia italiana.
Ramona: mi raccomando, non preoccuparti di quello che pensa la gente, vivi la tua vita come tu la vuoi, perché nessuno ha vissuto la tua storia oppure le tue emozioni, quindi nessuno potrà giudicare le tue scelte
FINE
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Ciao a tutti. “Occhio per occhio, dente per dente” è la frase di oggi, me l’ha chiesta una persona sulla pagina Facebook di Italiano Semplicemente, mi scuso che non mi ricordo più il nome di questa persona. In ogni caso grazie, perché di tanto in tanto, se vi fa piacere, potete chiedermi tranquillamente il significato di una frase idiomatica italiana, ho creato una pagina apposita per questo. E’ sufficiente che andiate su italianosemplicemente.com e che clicchiate in alto sulla pagina “Contatti” oppure potete andare sulla pagina “Frasi idiomatiche” e poi cliccare sulla scritta “proponi la tua frase“. In questo modo potete chiedermi il significato di una frase, una frase italiana che non avete compreso, e magari si tratta proprio di una espressione idiomatica italiana, cioè tipica del linguaggio italiano; sarò felice di potervi aiutare a comprenderla. Ho alcune frasi idiomatiche che mi sono appuntato, cioè che mi sono segnato, che ho cioè scritto su un file excel, e che ho in programma di spiegare.
Credo che le prossime due frasi saranno infatti l’esclamazione: “mi raccomando!“, che mi ha chiesto una persona di nome Adriana, che saluto con l’occasione e l’espressione “non ne ho la più pallida idea!“, anche questa è una esclamazione, la riconoscete dal punto esclamativo finale.
Questa di oggi è una espressione molto antica, ed infatti esiste in moltissime lingue differenti, esiste in francese ed in arabo ad esempio, e ringrazio Ramona e Shrouk rispettivamente dal Libano e dall’Egitto, per avermi aiutato nella realizzazione di questo file audio. L’espressione di oggi “occhio per occhio, dente per dente” è anche detta “legge del taglione“, che è, tra l’altro, scritta anche nella bibbia, cioè nei libri sacri, o Sacre Scritture, dell’ebraismo e del cristianesimo.
Ho trovato però che sul libro di storia di mia figlia, che ha 9 anni, questa espressione è presente anche nel codice di Hammurabi, il codice delle leggi babilonesi, delle leggi del popolo dei babilonesi, dove in più parti si fa uso proprio della legge del taglione, e se ne fa uso in diverse forme, in più di una forma.
Ma cosa significa questa espressione e quando si usa. Iniziamo intanto a spiegare le parole presenti nella frase della legge del taglione. Le parole presenti nella frase “occhio per occhio, dente per dente” sono fondamentalmente due, e sono Occhio e dente.
L’occhio è la parte del vostro corpo che serve per vedere, e i più fortunati ne hanno due, l’occhio sinistro e l’occhio destro. Gli occhi si trovano entrambi sul viso e rappresentano una parte importante del nostro corpo, una parte che ci può far apparire belli o brutti, intelligenti o stupidi, svegli o addormentati, saggi o stolti. L’occhio è probabilmente la parte più importante del nostro corpo, quella che usiamo di più, quella che ci serve di più. Dei cinque sensi: vista, udito, tatto, odorato e gusto, probabilmente la vista è il senso più importante.
Il dente invece si trova nella nostra bocca, e fa parte del nostro scheletro. Nella nostra bocca infatti di denti ce ne sono molti, ed anche in questo caso bisogna fare appello alla fortuna, poiché per averne molti, di denti, occorre essere fortunati, soprattutto se non si è più giovanissimi.
“Occhio per occhio, dente per dente”, la frase di oggi, contiene però non solo le due parole occhio e dente, ma anche la parola “per”. Si tratta di una “preposizione semplice”, la preposizione semplice “per”. Non siamo qui a fare una lezione di grammatica perché come sapete non è questo che si fa su italianosemplicemente.com, ma è importante in questa frase anche il ruolo di questa parolina, “per”. Infatti è questa parola che da il significato a questa espressione idiomatica. Il ruolo della parola “per” è perciò molto importante.
“Occhio per occhio, dente per dente” è una legge, nominata appunto legge del taglione, che consiste in una punizione, una punizione che si infligge, cioè che viene data, ad una persona. Se questa persona procura del male ad un’altra, questa persona viene punita. A questa persona viene data una punizione. E che punizione viene data? Esattamente la stessa punizione dello stesso male procurato dello stesso male che è stato fatto. Ad un determinato male ingiusto si pone rimedio, cioè si fa giustizia, con un male di pari grado, cioè con un male equivalente, dello stesso tipo, dello stesso grado, cioè di pari grado. In questo modo si pensa di ristabilire l’equilibrio tra due situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari, sarebbero rimaste non pari, cioè impari. Ci sarebbe cioè stata una ingiustizia, e per fare in modo che quindi tale ingiustizia venga ripagata, venga compensata; per fare in modo che venga fatta giustizia, si è pensato, sin dai tempi dei babilonesi, di applicare la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Cosa vuol dire? Vuol dire che, come avrete immaginato, se io ti cavo un occhio, a me deve essere cavato un occhio. Cavare vuol dire estratte, togliere. Se io quindi estraggo, tolgo, cioè cavo un occhio ad una persona, e questa persona rimane cieca ad un occhio, e quindi non può più vedere da quell’occhio, evidentemente a questa persona è stato fatto un torto grave, un danno grave, una ingiustizia. Proprio perché, come dicevo prima, la vista è uno dei cinque sensi più importanti; probabilmente il più importante; tanto importante che compare nelle leggi, nel codice delle leggi dei babilonesi, e non solo.
Allora questa ingiustizia, questo torto, questo danno, deve essere equilibrato da un danno analogo; analogo vuol dire simile, identico. Perché proprio l’occhio? Perché è stato scelto proprio l’occhio? Evidentemente, lo ribadisco, per l’importanza degli occhi e della vista per tutti noi, per la vita in generale. “Dente per dente” è analoga; è una frase che ha lo stesso significato di occhio per occhio. Se ti viene cavato un dente, alla persona che ti ha procurato il danno, cioè alla persona che ti ha cavato il dente, deve essere cavato un dente.
In questo modo, ancora una volta, viene ristabilito l’equilibrio, viene fatta giustizia. “Occhio per occhio, dente per dente”, sembra una ripetizione, sembra ripetere due volte lo stesso concetto, la stessa idea di giustizia, ma ripetendolo due volte, con due esempi diversi, prima con l’occhio e poi col dente, si vuole dire che è una legge, che cioè vale la stessa cosa per tutto. La stessa idea di giustizia vale per tutte le cose, non solo per l’occhio e per il dente.
Il codice babilonese di Hammurabi, come dicevo, contiene molte volte la legge del taglione, e ad esempio in un articolo di questo codice viene fatto proprio l’esempio dell’occhio. La legge del taglione però non valeva se applicata agli schiavi. A quei tempi esistevano infatti gli schiavi, esisteva la schiavitù; gli schiavi erano quelle persone che non avevano gli stessi diritti degli altri (delle altre persone), venivano trattati praticamente come degli animali ed erano al servizio dei loro padroni. Gli schiavi si vendevano e quindi si potevano acquistare come degli oggetti e quindi uno schiavo veniva scambiato con soldi, con denaro. Di conseguenza anche uno schiavo cieco ad un occhio, con un occhio in meno, valeva meno soldi, aveva un valore inferiore rispetto ad uno schiavo che invece vedeva con entrambi gli occhi.
Di conseguenza se veniva accecato uno schiavo, se cioè ad uno schiavo veniva cavato un occhio, non valeva la legge del taglione, non veniva cioè cavato un occhio anche alla persona che aveva cavato l’occhio allo schiavo, ma era previsto un risarcimento in denaro. La persona doveva risarcire, doveva cioè pagare per il danno fatto, per il danno procurato, ed il prezzo dell’occhio era pari alla metà del valore dello schiavo. Se quindi uno schiavo costava 100, valeva 100, allora uno schiavo cieco ad un occhio, cioè uno schiavo con un occhio cavato, valeva 50, la metà, e quindi il risarcimento dovuto era pari a 50. Non valeva quindi la legge del taglione per gli schiavi.
Quindi, ricapitolondo, cioè riassumendo quanto già detto, la frase “occhio per occhio, dente per dente” è una frase antica, una legge, una punizione che vuol dire che ad un determinato male ingiusto si deve porre rimedio, si deve rimediare con un male di pari grado. In questo modo si pensa di ristabilire l’equilibrio tra due situazioni che altrimenti sarebbero rimaste impari.
L’espressione è molto comune anche in altre lingue. Questa volta ascoltiamo Shrouk dall’Egitto e Ramona dal libano.
Shrouk: La frase equivalente in arabo è..(frase in arabo)
Ramona: Gianni, la frase che ha detto Shrouk è corretta in arabo, si usa spesso, ma nello scritto di più.
Grazie a Ramona e Shrouk, che hanno una ottima pronuncia italiana. Loro sono ormai due fedelissime amiche della chat su whattapp di italianosemplicemente.com.
Ora vi faccio un paio di esempi di utilizzo. Il primo esempio in ambito sportivo: ad esempio nel gioco del calcio, se un calciatore fa male ad un altro calciatore, e quindi commette un fallo grave, da espulsione, da cartellino rosso, e poi il giocatore che ha ricevuto il fallo, subito dopo, si vendica, e anche lui fa del male al calciatore che aveva commesso il fallo, compiendo un altro grave fallo, allora in questo caso possiamo dire che il calciatore ha applicato la legge del taglione, poiché avendo ricevuto un calcio, ha pensato di farsi giustizia da solo, e di rimediare al torto subito con la stessa cosa: facendo cioè un fallo simile; restituendo il calcio all’evversario. Nel gioco del calcio, si chiama “fallo” qualsiasi scorrettezza che viene commessa da un calciatore, come appunto quando si colpisce con un calcio un altro giocatore. Se chiedete al calciatore il motivo per cui ha restituito il calcio, lui potrebbe dirvi: “occhio per occhio, dente per dente”.
Prima ho parlato anche di “espulsione”. L’espulsione di un calciatore avviene quando l’arbitro, cioè il direttore arbitrale, caccia dal campo un calciatore, espellere cioè dal campo il calciatore, lo manda fuori dal campo e questo giocatore non può più continuare a giocare poiché ha commesso una grave irregolarità.
L’arbitro, quando espelle un calciatore, quando lo manda via dal terreno di gioco, gli mostra un cartellino rosso, un piccolo cartello di colore rosso, col quale lo informa che non può più continuare a giocare la partita di calcio.
La stessa risposta “Occhio per occhio, dente per dente” potrebbe darla una donna, una moglie, che, sapendo che è stata tradita dal marito, lei, per vendicarsi, per fare giustizia, decide di tradire a sua volta il marito; di tradirlo cioè anche lei, “a sua volta” vuol dire anche lei.
Tradire, in ambito amoroso, affettivo, vuol dire andare con un altra donna, o con un altro uomo. Quando si tradisce una persona con la quale si è sposati, o anche fidanzati, quello che che viene tradito, la cosa che viene tradita è la fiducia. Io mi fidavo di te, e tu invece mi hai tradito. Allora sai cosa faccio io? Anche io ti tradisco: “occhio per occhio, dente per dente”.
Si può anche dire “ripagare con la stessa moneta”. In questo caso la donna ripaga con la stessa moneta il marito, e questa è una seconda frase idiomatica che ha lo stesso significato della prima. Questa volta c’è un verbo: ripagare, cioè pagare una seconda volta. La moneta è il mezzo che viene usato per pagare, e questo mezzo è appunto il tradimento. Prima mi hai pagato tu con la moneta del tradimento, ora ti ripago io con la stessa moneta. Quindi la donna potrebbe anche dire: ho ripagato mio marito con la stessa moneta, occhio per occhio, dente per dente.
Con questo esempio credo sia abbastanza chiaro il senso della frase, anzi delle due frasi, che sono identiche. Probabilmente “ripagare con la stessa moneta” è un po’ più elegante, ma da più il senso della vendetta, un sentimento certamente poco nobile se usciamo dall’ambito affettivo.
Siamo dunque arrivati alla ripetizione. Provate a ripetere dopo di me, vi lascerò il tempo per farlo. Mi raccomando, questo esercizio è importante perché se non ne avete l’opportunità, potete cominciare a parlare italiano poco a poco, senza sforzi e così allenerete i muscoli della bocca e comincerete a prendere confidenza con la lingua italiana, fino a che, ad un certo punto, la sentirete sempre più vicina a voi, non la percepirete più come una lingua strana da parlare. Se state in un autobus e non potete parlare, allora ripetete dentro la vostra testa.
“Occhio per occhio, dente per dente”.
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State attenti alle doppie, mi raccomando: occhio si scrive con due “c”: occhio, e non occhio.
“Occhio per occhio, dente per dente”
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“Occhio per occhio, dente per dente”
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“Occhio per occhio, dente per dente”
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“Occhio per occhio, dente per dente”
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Avete sentito anche delle piccole musiche. Servono per separare delle parti in un audio file. Lo sento fare molto più spesso nei file audio, nei podcast che tutti i giorni ascolto in inglese, francese e tedesco, e dunque ho deciso di farlo anche io, credo siano utili in fondo, e ho deciso di utilizzarli e di inserirli anche nel corso di italiano professionale, perché solitamente in questo corso i file sono più lunghi, 20-30 minuti ciascuno e quindi è meglio separare tra loro le varie parti di un file audio, come la spiegazione e gli esempi.
Approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno prenotato il corso di italiano professionale, grazie della vostra fiducia, perché il corso è solamente all’inizio, infatti è stata scritta solamente l’introduzione, la spiegazione e il programma del corso ed anche la prima lezione del corso, che parla, descrive tutti i modi che ci sono in italiano per dire che siete bravi a fare qualcosa, tutti i modi per dire che siete degli esperti, e in cosa siete specializzati. Tra questi modi ci sono anche delle frasi idiomatiche, delle espressioni tipiche italiane.
Evidentemente si tratta di cose molto utili a chi cerca lavoro in Italia o lavora con degli italiani. C’è già il file PDF sulle pagine di italiano semplicemente; il file pdf dell’articolo della prima lezione, disponibile per tutti, in modo che tutti possiate capire di cosa si tratti, per farvi un’idea del corso. Fra qualche giorno inserirò le date in cui tutte lezioni saranno pronte, e il corso sarà disponibile ad inizio dell’anno 2018. Si tratta di un progetto a medio termine dunque, ma per fare delle cose per bene ci vuole tempo ed occorre programmare in anticipo.
Un saluto a tutti e arrivederci alla prossima frase idiomatica che sarà: “mi raccomando!”
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Salvate il file mp3 nel vostro I-Pod o sullo Smartphone e ripetete l’ascolto più volte. Seguite le sette regole d’Oro per imparare l’italiano.
Benvenuti amici di ItalianoSemplicemente.com, oggi parleremo di calcio.
Pur parlando di calcio, non parleremo però soltanto di sport, cioè non parleremo dello sport più amato al mondo ed anche in Italia, ma parleremo anche del calcio, e non solo di calcio.
Come sapete la parola “calcio” non significa soltanto football, non è cioè solamente uno sport, ma è anche molte altre cose. Una di queste cose ha a che vedere con la chimica. Infatti il calcio è anche quello che si chiama un “elemento chimico”, indispensabile, cioè molto utile e importante per il sangue, il funzionamento del sistema nervoso, per la formazione delle ossa e la funzione cardiaca, cioè per il cuore. Il sangue è quel liquido di colore rosso che scorre nel nostro corpo e che serve a trasportare l’ossigeno nel nostro corpo e che scorre all’interno delle vene, che sono quei piccoli tubicini, quei piccoli tubi dove appunto scorre, cioè si muove, il sangue.
La parola “calcio” è però anche altre cose, infatti il calcio è anche una parte del fucile e della pistola. Ma un “calcio” è anche un “colpo col piede”, un calcio, è infatti, una colpo, una botta che si da col piede a qualche cosa, a qualsiasi cosa, anche ad una persona: “ti do un calcio!”, vuol dire di do una botta, una pedata, cioè ti colpisco col piede, come si fa con la palla, cioè col pallone, nel gioco del calcio. Attenzione perché si dice “pedata” e non “piedata”, cioè si scrive senza la lettera i, anche se deriva dalla parola piede, e significa appunto colpo inferto col piede, colpo dato col piede.
La parola calcio è veramente molto usata in Italia e dagli italiani. Infatti c’è anche un verbo: “calciare”, che appunto vuol dire “dare un calcio”, “dare una pedata”. Calciare la palla significa proprio “dare un calcio alla palla”.
Ci sono anche molte frasi idiomatiche, molte espressioni tipiche della lingua italiana in cui è presente la parola “Calcio”.
Ad esempio, “dare un calcio alla fortuna” vuol, dire non approfittare della fortuna, cioè non approfittare di una cosa positiva che è accaduta. Si da un calcio alla fortuna se ad esempio un ragazzo tratta male una ragazza che gli vuole molto bene. Si da un calcio alla fortuna ogni volta che si lasciano andare occasioni positive, capitate per caso, e delle quali non si approfitta, delle quali non riusciamo a sfruttare le possibili conseguenze positive.
Ad esempio se una persona vuole imparare l’italiano e gli capita di visitate italianosemplicemente.com per caso e poi non ci torna più, ebbene questa persona sta sicuramente dando un calcio alla fortuna, perché avrebbe potuto imparare l’italiano con divertimento e molto velocemente.
Si può allo stesso modo dare un calcio metaforicamente a qualsiasi cosa. Metaforicamente vuol dire in senso figurato, in senso meraforico. Le frasi idiomatiche hanno sempre un senso metaforico; hanno per defininizione un senso metaforico, poiché contengono sempre una metafora, una similitudine. Posso quindi dare un calcio alla miseria se getto nell’immondizia delle cose ancora nuove, posso dare un calcio alla bellezza se dipingo la mia casa con dei brutti colori e via dicendo.
Ma torniamo al calcio come elemento chimico. Mi ha molto colpito una notizia, che riguarda una ricerca fatta proprio sul calcio. Le ultime novità sono che a quanto pare, a quanto risulta da una recente ricerca scientifica, che risale al mese di settembre 2015, il calcio non fa così bene alle ossa come sembrava finora. Il calcio sembra non faccia quindi bene alle ossa, cioè al nostro scheletro. Le ossa sono, costituiscono la struttura dello scheletro,
Questa ricerca è stata condotta, cioè realizzata, cioè fatta, e pubblicata dalla British Medical Journal. Si tratta di una ricerca scientifica molto approfondita, cioè molto ben fatta: approfondita è il contrario di superficiale; che quindi mostra come tutte le ricerche fatte finora sui benefici del calcio, circa cinquanta ricerche, circa una cinquantina quindi, avevano degli errori procedurali. In conclusione, tale ricerca ha dimostrato come il Calcio usato come integratore non porta benefici alle ossa, quindi non aiuta a prevenire le fratture. In poche parole, assumere calcio, cioè prendere calcio attraverso un integratore, cioè attraverso una bevanda, una bibita arricchita di calcio, ad esempio, non aiuta le ossa a rinforzarsi. Non è una cosa di poco conto, cioè è molto importante dire questo, perché il calcio è l’integratore più pubblicizzato al mondo. Non c’è nessuna sostanza più del calcio, nessun elemento chimico che finora è stato più indicato come integratore in generale. In questo caso come integratore per le ossa.
Tale ricerca insomma dimostra che non solo il calcio non aiuta le ossa, ma può avere anche molti effetti negativi sulla salute, infatti un eccesso di calcio, cioè se si assume troppo calcio, cioè calcio in eccesso, si possono avere disturbi cardiaci, cioè al cuore, e circolatori, relativi cioè alla circolazione del sangue nelle vene.
E’ una notizia che mi ha colpito molto e che volevo condividere con voi; chi vuole può dare una occhiata alla pubblicazione della ricerca scientifica, della quale metterò un link, un collegamento sulla pagina web del file audio che state ascoltando.
Spero che questa notizia sia utile anche a voi, ed a tutti coloro che magari hanno dei figli e che sono preoccupati se non bevono il latte o se non ne bevono abbastanza. La notizia sarà utile anche a tutte le donne, e soprattutto alle donne oltre i 50 anni, che hanno più di 50 anni, alle quali i medici consigliavano di aumentare il consumo di latte e latticini; i latticini sono tutti i prodotti derivati dal latte, come i formaggi ad esempio.
Ebbene, ora si è scoperto che assumere (cioè prendere) calcio in eccesso può causare una serie di disturbi di forte rilievo (cioè importanti) sia al cuore sia anche di altro tipo, poiché a quanto pare (sembra che) l’eccesso di calcio generi mille diversi problemi.
Solamente chi è malnutrito pare abbia dei benefici dal calcio, e quindi solamente chi è totalmente privo di calcio ne ha veramente bisogno. Malnutrito significa nutrito male, quindi quando una persona è malnutrita non mangia a sufficienza e nella sua alimentazione non entrano, quindi vengono a mancare, sono insufficienti, le giuste quantità di alimenti, di cibo e quindi anche di calcio.
Spero che questa lezione un po’ anomala, un po’ strana, di italiano vi sia piaciuta, ma ogni tanto credo sia interessante non solamente insegnare l’italiano ma dire anche qualcosa di utile, qualcosa che è interessante leggere e che quindi voi leggereste anche nella vostra lingua madre.
Tutto questo perché quando si impara una lingua è sempre bene concentrarsi sulla storia e non solamente sulla lezione. Ci vediamo alla prossima lezione, e spero che voi non diate un calcio alla fortuna e vi dimentichiate di italianosemplicemente.com. Ciao amici.
Benvenuti a tutti gli amici della comunità di Italianosemplicemente.com, grazie a tutti i più fedeli visitatori, e per coloro che invece ascoltano questo file audio per caso, vi dico benvenuti innanzitutto, e poi vi dico che state ascoltando un podcast di Italiano Semplicemente, dedicato ad una espressione idiomatica italiana.
Oggi, in particolare vediamo una espressione divertente, abbastanza curiosa, che soprattutto farà incuriosire i nostri amici egiziani, ma non solo. Ricordo che ad oggi l’Egitto è una delle nazioni dalla quale vengono molti visitatori di Italianosemplicemente.com. Ci sono infatti molte ragazze dell’Università di El Cairo; dico ragazze perché ho saputo che sono pochissimi i ragazzi che frequentano la facoltà di Italianistica, nella quale Italiano Semplicemente è un sito abbastanza rinomato, cioè abbastanza famoso. Colgo l’occasione quindi per salutare le ragazze e tutti gli egiziani che sono all’ascolto.
Per entrare in tema ed introdurvi subito la frase in questione, la frase di oggi, potrei dirvi che se mi dite che la facoltà di italianistica di cui sto parlando si trova in Bolivia, io potrei rispondervi: “ma quale Bolivia d’Egitto!!” Oppure “ma quale Bolivia d’Egitto, parlo della facoltà di El Cairo, in Egitto!”
Ebbene, se, come immagino, molti di voi sono rimasti basiti, cioè stupiti, meravigliati, vi spiego subito il significato di questa espressione, quando si usa, in quale contesti, e vi farò, come di consueto, cioè come al solito, degli esempi esplicativi, degli esempi con i quali possiate comprendere e che vi facciano capire esattamente quando e perché usare questa frase.
Avrete certamente notato che il titolo della frase idiomatica che ho inserito nell’articolo pubblicato sul sito, su italianosemplicemente.com, è “ma quale xxx d’Egitto“. Prima invece ho detto “ma quale Bolivia d’Egitto!“. Perché quindi nel titolo ho inserito tre volte la lettera X? “XXX” vuol dire, sta ad indicare, che potete mettere, potete sostituire alle tre X qualsiasi nome, qualsiasi aggettivo, qualsiasi parola italiana di senso compito, cioè che abbia un significato. Vi dirò di più, potreste anche mettere qualsiasi parola anche non italiana; e vi dirò ancora di più: potreste usare anche una qualsiasi parola, anche inventata. Persino una intera frase, non solo una singola parola, può essere inserita all’interno di questa espressione idiomatica al posto delle tre X.
Com’è possibile? Beh, la risposta è abbastanza semplice, e visto che state morendo dalla curiosità, vi dico che l’Egitto non c’entra nulla, non so se la cosa vi faccia piacere o meno! Per spiegarla in poche parole, l’espressione equivale a dire: “non dire sciocchezze!” oppure “sei impazzito?” oppure “ma cosa stai dicendo?“. Qualsiasi situazione nella quale vogliate esprimere che avete appena ascoltato una cosa molto strana, o incomprensibile, una cosa assurda, o vogliate dire al vostro interlocutore, cioè alla persona con la quale state interloquendo, cioè con la quale state parlando, che è molto lontano dalla soluzione, che quello che ha detto il vostro interlocutore, è molto lontano dalla verità, è alquanto strano, forse è anche assurdo.
Diciamo che l’Egitto, e questa probabilmente può essere la motivazione per cui c’è l’Egitto in questo frase, rappresenta proprio la lontananza rispetto all’Italia, la distanza dall’Italia, distanza fisica, ma anche sociale, culturale. Le differenze che esistono tra l’Italia ed l’Egitto, probabilmente, sono all’origine di questa espressione, di questa frase idiomatica. Siccome Italia ed Egitto sono molto lontane, molto distanti tra loro, allo stesso modo il nostro interlocutore è molto lontano dal dire una cosa esatta, e quello che ha detto è invece molto strano, molto diverso, anche assurdo, incomprensibile.
Probabilmente invece poi queste differenze, tutte queste differenze non ci sono in realtà tra Italia ed Egitto; almeno le differenze culturali, io credo, a giudicare da quello che ho visto e sentito io, non ce ne sono molte. In ogni caso questo è il significato della frase, questo è quello che significa, ma per meglio apprenderne il significato e meglio assimilare il concetto, è bene vedere insieme degli esempi, come facciamo normalmente quando si tratta di espressioni idiomatiche italiane.
Farò esempi in ambiti diversi, se possibile utilizzando ambiti assolutamente diversi tra loro. Possiamo ad esempio immaginare un ambito… politico. Perché no! L’ambito in questo caso lo potete scegliere liberamente, senza limiti di immaginazione. Scelgo la politica perché credo sia molto calzante, cioè calza alla perfezione, cioè si adatta bene alla situazione, come una calzatura ad un piede, come cioè una scarpa ad un piede. Vediamo perché.
Ammettiamo quindi che ci sia un politico italiano che, in campagna elettorale, cioè trovandosi vicino alle elezioni, parlando pubblicamente, dica una frase in pubblico, come ad esempio: “Oggi ho sentito il mio avversario politico dire che se vincerà le elezioni, se sarà lui a vincere le elezioni, allora abbasserà le tasse alla popolazione, ed io vi dico: ma quale abbassare le tasse d’Egitto! Sicuramente se vincerà le elezioni lui sicuramente le alzerà le tasse, come ha sempre fatto in passato”. Le tasse sono le imposte, cioè i soldi che si pagano allo Stato affinché lo stesso Stato possa fornire i servizi alla popolazione, possa costruire cioè le scuole, possa costruire le strade, possa far funzionare gli ospedali eccetera. Quindi il politico dicendo in questo modo, dicendo “ma quale abbassare le tasse d’Egitto!” vuole sottolineare, enfatizzare in modo abbastanza forte, abbastanza deciso, che non c’è cosa più lontana dalla realtà di quella che ha appena sentito dal suo avversario politico. Quello che ha detto il suo avversario è assurdo, non è vero affatto, è una vera e propria sciocchezza. Credo che questo esempio sia veramente calzante, sia molto esplicativo, vi faccia capire bene che questa frase: “ma quale abbassare le tasse d’Egitto!” sia molto diretta e arriva subito all’obiettivo di screditare l’avversario politico, cioè di togliergli credito, di screditarlo, di sminuirlo di fronte all’opinione pubblica, cioè di renderlo più piccolo; di ridicolizzarlo, cioè di renderlo ridicolo davanti a tutti.
Facciamo un altro esempio, stavolta in ambito sportivo. Ammettiamo che ci sia in TV una partita tra due tennisti, ad esempio Sampras e Federer, che sono due fortissimi giocatori di tennis, che stanno giocando la finale di Wimbledon, del torneo di Wimbledon. Si tratta della finale, della partita decisiva, cioè della finale, cioè dell’ultima partita, quella che si gioca alla fine del torneo, e immaginiamo che ci siano due persone che stiano commentando la partita guardando la televisione, che stiano cioè parlando di questa partita, commentandola davanti alla TV. Una persona allora dice: “secondo me Sampras potrebbe riuscire a battere il suo avversario di oggi Boris Becker“. Allora la seconda persona, ascoltando il suo amico che dice questa frase potrebbe rispondere: “ma quale Becker d’Egitto, il suo avversario è Federer, Roger Federer, non è Boris Becker!”
Anche in questo caso dunque, chi pronuncia questa frase vuole far notare che ha appena ascoltato una sciocchezza, cioè una cosa sciocca, una inesattezza, una cosa inesatta, cioè non esatta, una cosa sbagliata, che lo ha stupito, lo ha meravigliato, e che è necessario far notare questa cosa, è necessario dire, ed enfatizzare, cioè è necessario dare enfasi, importanza al fatto che la cosa appena detta è molto lontana dalla realtà, dalla verità, così come l’Italia è lontana dall’Egitto. La risposta “ma quale Becker d’Egitto!” col punto esclamativo finale, fa quindi notare suo nostro interlocutore la grave inesattezza appena detta.
Si tratta come è immaginabile, di una reazione immediata, di una esclamazione quindi che non mi sento di consigliarvi di utilizzare in ogni contesto. Non perché si tratta di una brutta esclamazione, o di una parolaccia, o di una offesa, o che non si possa fare, perché come ho detto ha sempre significato, ma proprio perché si da molta enfasi all’errore, può risultare scortese e troppo diretto, troppo brusco. In alternativa, in situazioni più importanti o più formali, o con persone che non conoscete abbastanza vi consiglio di usare altre espressioni più o meno equivalenti. Potrei dire ad esempio “credo che lei stia facendo confusione con Federer“, se state dando del lei a questa persona, oppure “in realtà si tratta di Roger Federer”, che è meno formale. Ancora più informale è ad esempio: “mi sa che ti stai sbagliando, forse volevi dire Roger Federer?”
Insomma ci sono molti modi alternativi di esprimere lo stesso concetto, ma sappiate che anche se non molto usata come espressione, potrebbe capitarvi di ascoltarla. Meno probabile che la troviate scritta, anche se facendo una ricerca su internet potete trovare degli articoli. Si tratta di articoli, come è ovvio, di protesta, di articoli anche politici, in cui si mette fortemente in discussione ciò che è stato detto o scritto da qualcun altro.
Se, come spero, avete afferrato il significato, se avete cioè ben compreso come e quando si usa questa frase idiomatica italiana, passiamo alla ripetizione. Provate quindi a ripetere dopo di me; io cercherò di fare altri esempi che voi dovete ripetere, senza pensare alla grammatica. Pensate piuttosto a ben pronunciare, a usare lo stesso mio tono di voce, perché se il tono è diverso chi vi ascolta potrebbe non capire anche se pronunciate bene le singole parole. Ringrazio Shrouk da El Cairo, in Egitto, ovviamente, per la collaborazione. Tre, due, uno, via. Vai Shrouk!
Grazie ancora a Shrouk. Un’ultima annotazione: la frase è utilizzabile anche in modo scherzoso ovviamente, quindi potete usarla quando volete con amici e conoscenti. L’intonazione, come al solito, svolge un ruolo importante.
Vi ricordo che se volete migliorare il vostro livello di italiano, vi consiglio di ascoltare questo podcast più volte, al fine di memorizzare le parole più difficili ed essere in grado di saperle riutilizzare all’occorrenza, il tutto, come sempre, all’insegna delle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente. Per chi non le conosce ancora vi invito ad andare sul sito a dare una occhiata, poiché sarà una rapida occhiata che vi farà risparmiare molto tempo prezioso.
E’ tutto amici, e spero che se oggi qualcuno vi chiede: “Allora, ti è piaciuto il podcast di oggi di Italiano Semplicemente?” Voi non rispondiate: “ma quale piaciuto d’Egitto!!

Oggi amici di italianosemplicemente.com spieghiamo alcune “espressioni di disappunto”.
Le espressioni di disappunto sono tutte quelle espressioni che vengono utilizzate verbalmente, cioè a voce, non nella forma scritta, per esprimere appunto, disappunto.
Cos’è il disappunto? Il disappunto si esprime, si manifesta, quando c’è qualcosa che non va, quando cioè reagiamo ad una situazione difficile, che ci coglie impreparati, una situazione che non ci aspettavamo in qualche modo, e che ci lascia un po’ contrariati, un po’ sorpresi e amareggiati.
Il disappunto, o meglio una espressione di disappunto, è quindi una espressione verbale, una cosa che viene detta, una espressione, con la quale si manifesta, si mostra, che c’è qualcosa che non va, che ci da fastidio, molto fastidio, che ci provoca malessere. A volte una espressione di disappunto si manifesta con una accusa personale, come per dare la colpa a qualcuno, per puntare il dito su qualcuno, a parole ovviamente, e con un tono negativo, con un tono amareggiato e infastidito.
Per spiegare meglio cosa sia il disappunto dobbiamo necessariamente fare degli esempi, come si fa normalmente in Italiano semplicemente, anche perché ce ne sono svariate di espressioni di disappunto. Ce ne sono molte, anche molto diverse tra loro. Alcune di queste espressioni possiamo tranquillamente farle rientrare nella categoria frasi idiomatiche. In effetti si tratta di espressioni tipiche dell’idioma italiano, cioè della lingua italiana.
Cominciamo con la prima espressione di disappunto. “Mannaggia a te“. Oppure “mannaggia a te mannaggia“. Mannaggia a te è una espressione di disappunto, ma è anche una accusa, un dare la colpa a te, cioè alla persona che sta di fronte a quella che parla. La parola “mannaggia” è una espressione verbale informale e popolaresca, che si usa solamente verbalmente. Non potete scrivere mannaggia su un documento ad esempio!! al massimo potete scriverlo su Facebook, twitter eccetera. Mannaggia è dunque una imprecazione, una imprecazione contro qualcuno, oppure contro qualcosa. Un qualcosa che ci ha provocato un malessere. Non si usa in tutta italia, anche se ovunque la possono comprendere. E’ utilizzata moltissimo nell’Italia centro-meridionale, ed è l’equivalente di “sia maledetto”, ma sicuramente è più scherzoso, meno grave. Mannaggia si usa tra amici, tra conoscenti ed in famiglia. Potete sentire frasi come mannaggia a te, o mannaggia a’morte, mannaggia la miseria eccetera. Possiamo tradurla anche col termine accidenti. Possiamo quindi anche dire, accidenti a te, molta diffusa anche questa, o anche accidenti alla miseria, accidenti alla morte, o semplicemente accidenti!
Possiamo dire che accidenti! è la versione non familiare, quello che potete dire in occasioni più formali, con persone che non conoscete e che non sapete come possono reagire. Sicuramente il semplice accidenti! non rappresenta una accusa, non equivale a accidenti a te! quindi è solamente una imprecazione contro qualcosa di non positivo che è appena accaduto, o del quale siamo venuti ora a conoscenza.
Facciamo qualche esempio.
Se giocate alla lotteria, per chi non la consce la lotteria è un gioco, che consiste nell’estrazione di un vincitore; si sceglie cioè casualmente il vincitore tra una platea di potenziali vincitori. Ad esempio potete acquistare un biglietto della lotteria, il vostro biglietto avrà un certo numero, diciamo il numero 123. Se al momento di decidere il vincitore venite a conoscenza che voi non avete vinto, che il vincitore non è il numero 123 ma un altro numero, potete dire: mannaggia! oppure accidenti! In questo modo esprimete il vostro disappunto, cioè il vostro dispiacere, verso il fatto che non avete vinto. Non si tratta di una forte espressione di dispiacere, non è una cosa grave.
Se invece vostro figlio vi dice che ha preso un brutto voto a scuola, perché ha sbagliato il compito di matematica, appena lo venite a sapere, non appena ve lo dice la sera, a voi dispiace e potreste dire mannaggia a te, o mannaggia a te mannaggia, avevamo fatto un sacco di compiti ieri, ci eravamo esercitati tanto, come mai hai sbagliato? come mai hai preso questo brutto voto? Ecco, in questo caso ve la state prendendo con vostro figlio, state accusando lui, vostro figlio. Non si tratta di una accusa grave, beninteso, ma dipende molto dal tono che usate. Ben più grave sarebbe se usaste parole diverse, come maledizione!, “che tu sia maledetto!” Quest’ultima poi, che tu sia maledetto, non si usa quasi mai perché è una accusa molto grave, e si dice solamente quando si prova qualcosa di molto negativo nei confronti di questa persona alla quale rivolgete. potete ascoltarlo in qualche film italiano, questo potrebbe capitarvi, magari una moglie che lo dice al marito in preda alla disperazione, ma nella realtà è difficile che vi possa capitare. In tal caso si tratterebbe di un vero e proprio litigio, di una forte discussione.
Bene, credo sia abbastanza chiaro ora il senso di queste espressioni di disappunto. Quelle che abbiamo visto, mannaggia! in particolare, è abbastanza familiare. Accidenti! è sicuramente più adatto a qualsiasi situazione. Ci sono altre espressioni universali, ormai quasi in disuso, che non si usano quasi più e che fanno anche un po’ ridere, ma che potreste ascoltare, perché no! Si tratta di diamine!, che è più formale oppure anche pergiove! oppure anche perbacco! In alcune tipologie di film italiani potreste tranquillamente ascoltare anche dannazione! soprattutto in film western, o di azione, di avventura.
Facciamo ora l’esercizio di pronuncia, tanto utile per voi, per memorizzare e per scoprire le eventuali difficoltà nella pronuncia. Ripetete quindi dopo di me, vi darò il tempo per ripetere, e se ne avete bisogno fate una pausa ulteriore col vostro cellulare o lettore mp3. Ripetete dopo di me, come se foste degli attori, senza pensare alla grammatica, ma solamente concentrandovi sul tono della mia voce.
Spero che abbiate ben compreso il significato delle espressioni di oggi, e che non diciate “mannaggia a te Gianni, non ci fai capire mai nulla!” Ricordo a tutti che le altre espressioni idiomatiche sono tutte nella pagina dedicata del sito, basta cliccare su “frasi idiomatiche e modi di dire” ciao amici alla prossima.
Adriana dalla Colombia: io ho cazzeggiato tutto il giorno e non ho fatto i miei compiti per domani!
Buonasera amici. Chi vi parla è Gianni, di italianosemplicemente.com
Sono le 17.38 del giorno 29 ottobre 2015, sono all’interno della mia macchina e sto tornando a casa. Approfittavo… volevo approfittare di questo tempo, di questo tempo morto, appunto, per registrare un file audio, in cui spiegarvi una delle frasi idiomatiche italiane.
Ho già avuto modo di introdurvi la questione su Facebook, sul gruppo Facebook di Italiano Semplicemente. Il verbo, la frase che voglio spiegarvi oggi è in realtà un verbo, un verbo particolare, un verbo che non troverete mai su un libro di grammatica, perché un verbo derivato da una parolaccia, una parolaccia italiana, e il verbo in questione è CAZZEGGIARE.
È un verbo particolare, è un verbo che si usa in contesti più familiari che professionali. E’ praticamente impossibile che durante una riunione di lavoro, soprattutto se molto importante, possiate ascoltare qualcuno che usi, utilizzi questo verbo: cazzeggiare.
Ancora non vi ho spiegato il significato ma avete capito che cazzeggiare contiene la parola.. comincia con le quattro lettere CAZZ, quindi cazzeggiare viene, (deriva) da una parolaccia italiana molto conosciuta. Sicuramente la conoscete già tutti, perché le parolacce sono solitamente la prima cosa che si impara di una lingua straniera, anche se i libri di grammatica solitamente non le riportano; non riportano le parolacce, quindi cazzeggiare è un verbo appunto, ed è un verbo che si usa in famiglia, si usa tra amici. Ed è utilizzatissimo.
Non c’è giornata che passi senza ascoltare almeno una persona che pronunci questo verbo. Cosa significa cazzeggiare?
Cazzeggiare significa, in parole povere, avere un atteggiamento diciamo non professionale, un atteggiamento da perditempo. Chi cazzeggia praticamente non è una persona seria, non si sta comportando da persona seria. Voglio fare più esempi per far capire a tutti quando e come si usa il verbo cazzeggiare nelle frasi.
Non esistono quindi frasi idiomatiche in cui si trova il verbo cazzeggiare, quindi è semplicemente un verbo. Un verbo che potete utilizzare in contesti soltanto famigliari o amichevoli e che però diciamo, ha un significato ben preciso. Cazzeggiare come ho detto significa perdere tempo, comportarsi in modo poco serio ma nello stesso tempo divertente, quindi quando una persona cazzeggia, vuol dire che questa persona sta facendo… si sta comportando in modo scherzoso, magari sta prendendo in giro qualche suo amico, qualche suo famigliare quindi non parla seriamente.
Allora cercherò di fare qualche esempio in modo che tutti comprendiate bene quando e come si usa questo verbo.
Ad esempio se c’è mio figlio. Mio figlio si chiama Emanuele. Sette anni, lui è un ragazzo molto serio, fa sempre il suo dovere di studente, fa sempre i compiti, quindi arriva a casa, fa sempre i compiti, fa tutti i lavoretti che il maestro o la maestra gli dicono di fare. Qualche volta succede invece che non ha molta voglia, diciamo, di fare i compiti. In quel caso preferisce cazzeggiare un po’. Preferisce perdere tempo, preferisce anche CINCISCHIARE in questi casi. Preferisce cincischiare; cioè… magari sta col libro aperto della scuola, però non sta facendo nulla, sta appunto cazzaggiando.
Non necessariamente significa giocare, o significa prender in giro qualcuno. Cazzeggiare può essere il semplice atto di non far nulla. Lora posso dire a mio figlio (non glie lo dico perché è una parolaccia) se fosse un mio amico avrei potuto dirgli: scommetto che stai cazzeggiando. A quest’ora di solito stai cazzeggiando. Quindi mio figlio ogni tanto cazzeggia, ma molto raramente. Non è un tipo che ama cazzeggiare. Evidentemente è un… ha un senso del dovere molto alto, molto spiccato, quindi la prima cosa che pensa, appena arriva a casa è fare i compiti, e farli bene, stare concentrato e non cazzeggiare quindi mai.
Ovviamente qualche volta un sabato, una domenica che non ha voglia di fare i compiti e però magari noi genitori gli diciamo: Emanuele dai fai i compiti, apri quel libro, è ora di fare i compiti, è il momento di fare i compiti.
Lui dice: va bene papà, adesso apro il libro, allora per farci un favore, apre il libro, lo mette sul tavolo, ma non fa nulla, cazzeggia un po’ con la penna, con la matita, cazzeggia un po’ col temperino, con tutti gli strumenti che vengono utilizzati dai bambini di quell’età, dell scuole elementari, e quindi fa finta di lavorare e invece sta cazzeggiando alla grande!
E Questo è soltanto un esempio. Anche in un contesto lavorativo può essere utilizzato questo verbo. Si può pensare ad esempio che un proprio collega, un collega del vostro ufficio, ami molto cazzeggiare in ufficio, non ami molto lavorare, non sia una persona che abbia un senso del dovere molto alto, molto spiccato, e quindi ama molto cazzeggiare con internet, cazzeggiare con gli amici su Facebook, prender in giro magari i suoi amici su Facebook, scrivendo delle frasi scherzose, simpatiche, quindi dal punto di vista del suo dovere in ufficio sta cazzeggiando.
Cioè non sta facendo cose importanti, sono meno importanti; scherzare è ugualmente importante perché aiuta a rilassarsi, ma se si esagera e si scherza troppo e li lavora poco, è facile che il vostro collega diciamo… vi dia che state cazzeggiando. Dunque avrete sicuramente capito adesso il significato di cazzeggiare.
E’ una parolaccia ma ormai è entrata nel gergo comune italiano: si usa a nord, al centro, al sud, in ogni regione d’Italia potrete ascoltare delle persone che usano questa parola. Di solito si usa, si pronuncia con il sorriso sulle labbra, proprio per far vedere che una persona sta scherzando. Quindi è una difficile che una persona, anche parlando di un’altra persona, parlando di un collega si è arrabbiato, e nello stesso tempo utilizzi la parola cazzeggiare. Perché cazzeggiare è appunto un verbo che si usa con il sorriso sulle labbra. In Italia è molto facile incontrare persone con il sorriso sulle labbra, di conseguenza non vi stupote se alla stazione, alla fermata dell’autobus eccetera, in tutti questi posti pubblici, possiate incontrare qualcuno che sta cazzeggiando o che sta utilizzando la parola cazzeggiare. Ecco. Non c’è niente di male quindi ad utilizzare la parola cazzeggiare tra amici.
Non è come la parolaccia dalla quale deriva la parola cazzeggiare, che in effetti è un po’ più “parolaccia”. Quindi chi la pronuncia, chi pronuncia il verbo cazzeggiare, chi costruisce le frasi utilizzando “cazzeggiare”, diciamo non può essere spacciato per una persona maleducata. Semplicemente sta scherzando, si è in un contesto famigliare, o amichevole, diciamo si è con degli amici, quindi non c’è nessun problema, potete usarlo normalmente. E’ una di quelle parole normalmente utilizzate tra amici, soprattutto quando si esce la sera, si va al bar, o in un Pub, a bere una birra. La parola cazzeggiare la potete sentire anche centinaia di volte in una giornata.
Si può cazzeggiare quindi come ho detto a casa, si può cazzeggiare in ufficio, e diciamo si può cazzeggiare anche in un contesto sportivo. Perché se un giocatore, mettiamo un calciatore, un calciatore professionista non prende una partita seriamente, si può dire tranquillamente che quel giocatore sta un po’ cazzeggiando. Durante quella partita, sta cazzeggiando, magari se comincia a fare colpi di tacco, se comincia a passare la palla facendo giochi di prestigio, eccetera, possiamo dire tranquillamente che quel giocatore sta cazzeggiando, cioè non sta prendendo la partita seriamente, non sta giocando come solitamente lui gioca, concentrato, avendo un obiettivo in testa, ma si sta divertendo, sta cercando di alzare magari il morale della squadra, e quindi sta semplicemente cazzeggiando.
Dunque: volendo potremmo fare anche un esercizio di coniugazione, giusto per cercare di farvi adoperare un po’ la parola anche a voi, per allenare un po’ i muscoli della bocca, che… i vostri almeno non sono abituati a parlare italiano come posso esserlo io, di conseguenza è giusto anche utilizzare un po’ anche la vostra lingua., la vostra bocca, e cominciare a parlare oltre che ad ascoltare.
Di conseguenza io dirò delle frasi adesso, e se voi volete, vi darà il tempo per rispondere, dovete semplicemente ripetere dopo di me quello che dirò, in maniera tale che riusciate anche a esercitare la vostra pronuncia e per passare dallo stato della comprensione a quello dell’espressione.
Quindi adesso costruirò delle frasi col verbo cazzeggiare, cercherò di farlo utilizzando tempi diversi, quindi non solo al presente, ma anche al passato ad esempio, a al condizionale, in modo che esercitiate anche un po’ i tempi diversi dell’italiano, ovviamente coniugando il verbo cazzeggiare. Quindi cominciamo. Allora la prima frase è.. ripetete dopo di me, mi raccomando:
Ecco la seconda frase:
Vediamo la terza frase, al passato:
Vediamol adesso, potrei usare l’imperativo. Ripetete dopo di me quindi:
Bene amici, spero che questo podcast vi sia piaciuto. Abbiamo imparato il verbo cazzeggiare, l’abbiamo coniugato. Vi ho fatto più di qualche esempio, credo che sia adesso abbastanza chiaro. Ci sono diciamo anche altre parolacce in Italia, utilizzate per costruire dei verbi. Man mano che mi verranno in mente cercherò di spiegarveli attraverso altri podcast, altri file audio che registrerò durante i miei tempi morti.
Utilizzate anche voi i vostri tempi morti. Utilizzate la terza regola d’oro di Italiano Semplicemente, perché per imparare una lingua occorre innanzitutto ascoltare, e ascoltare è bene farlo durante i tempi morti; prima di tutto perché così trovate il tempo per ascoltare, senza dovervi ritagliare del tempo aggiuntivo, perché tutte le persone che lavorano hanno solitamente molto poco tempo, soprattutto se avete una famiglia, dei figli eccetera.
Quindi andate a lavorare con l’autobus? Ebbene mettete le vostre cuffie, ascoltate ascoltate le registrazioni italiano che faccio e che metto online.
Salvate i podcast sul telefonino ed ascoltateli. Io personalmente faccio lo stesso con l’inglese e col francese.
Ogni giorno riesco a farmi un’ora e mezza di ascolto: mezzora di francese, mezzora di inglese e mezzora di tedesco. Ovviamente lo faccio solamente per il gusto di farlo e perché mi piace confrontare le varie lingue tra loro, per capire anche la cultura, la mentalità, delle altre persone che abitano in paesi diversi.
Dunque vi ringrazio dell’ascolto, ci sentiamo su Facebook, e buona serata a tutti.
Ramona dal Libano: ciao Giovanni. Ho trovato il significato del verbo cazzeggiare, ma non sono sicura se sia corretto o no. Comunque cazzeggiare significa parlare di un argomento o di un soggetto, in una maniera superficiale, senza approfondimento, per esempio, la mia amica Laura non è una persona seria, cazzeggia sempre, e questo la rende meno rispettata dagli altri, giusto?
Dialogo tra naviganti:
Andy Italiano: oggi hanno scoperto che un importante politico mangiava spesso al ristorante a spese del Comune di cui era il sindaco.
Hafid: Ah, l’hanno beccato?
Petra Hecht: è normale, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!
Alina Stefanì: quindi non le pagava lui le cene che faceva? Mangiava a sbafo?
Ramona Mteiny: esatto, pagava “Baffone” a quanto pare!
Eliza Arevalo: ma perché, Andy, hai detto che “era” il sindaco?
Gianni: te lo dico io, perché l’hanno fatto fuori!!
Haktan Ataman: ma no, Gianni, si è fatto da parte spontaneamente!
Christian: a me ha preso alla sprovvista. Sembrava una brava persona.

Molto bene amici. Oggi facciamo una cosa molto divertente. Sono contento della collaborazione di coloro che hanno parlato nella storia che avete appena ascoltato. Li ringrazio tutti uno ad uno per la loro gentilezza e disponibilità. Siamo divertiti molto insieme.
Allora, per costruire la storia, la storiella diciamo, visto che è molto breve, ho preso spunto da alcune vicende italiane che accadono ormai da qualche tempo a questa parte. Il metodo della storia è non altro che il metodo TPRS, che io utilizzo nel mio sito per insegnare l’italiano. TPRS sta per Teaching Proficiency Through Reading and Storytelling, cioè insegnare attraverso la lettura e il racconto di storie, e questa appunto è una piccola storia.
Si tratta di una storia che parla del comportamento sbagliato, scorretto e disonesto dei rappresentanti politici italiani, o meglio, di una piccola parte di essi. Ebbene questi politici, succede spesso, si fanno rimborsare molte spese personali facendole passare per spese effettuate per finalità istituzionali, come se queste spese fossero per il bene dell’Italia.
Quindi ad esempio succede che, andando a guardare gli scontrini, le ricevute di pagamento, ci si accorge che ce ne sono alcune che non dovevano esserci. E come si scopre? Come si scopre che il rimborso che chiedono non è in realtà dovuto? Come si scopre che i soldi spesi sono in realtà delle spese personali, che non hanno quindi nulla a che vedere con l’attività istituzionale di queste persone? Molto spesso accade che gli stessi ristoratori, gli stessi cioè proprietari dei ristoranti, i ristoratori, dicano loro stessi che quella sera, quella sera che quell’uomo politico è andato a mangiare in quel ristorante, il suo ristorante, era in realtà con la sua famiglia, insieme alla sua famiglia, quella del politico e non con l’ambasciatore ad esempio, come viene scritto nella richiesta di rimborso spese effettuata dall’uomo politico. Quindi in questo caso è il ristoratore stesso che smentisce il politico. Che lo smentisce, cioè che dice, che afferma, che non è vero quello che dice il politico sulla cena in questione, riguardo alla cena in questione.
In altri casi poi è chiaro immediatamente dalla tipologia dello scontrino che questo non andava rimborsato, cioè che non si trattava di una spesa fatta per fini istituzionali. Se ad esempio, come è successo, viene acquistata una jeep, cioè una automobile come una jeep, allora è chiaro che la spesa è personale, e non può essere altrimenti. E via dicendo. Sono state messe a rimborso cose del tipo: bottiglie di vino e champagne, cravatte, borse firmate, cibo per gatti, mutande e persino birra.
Dunque questo è il motivo che mi ha spinto a fare questo podcast.
Un altro motivo è che volevo coinvolgere un po’ i visitatori del sito italianosemplicemente.com e i visitatori della pagina Facebook di Italiano Semplicemente. Volevo coinvolgervi perché voglio sapere come va la loro, la vostra pronuncia dell’italiano e capire meglio quali parole potreste aver difficoltà a pronunciare, in modo da orientare la spiegazione che farò oggi verso le cose più utili per voi, che siete i miei visitatori, che seguite sempre con attenzione i miei post e i miei podcast sul sito web.
Allora cominciamo. Vediamo quindi la prima frase, pronunciata da Andy dall’Argentina: “oggi hanno scoperto che un importante politico mangiava spesso al ristorante a spese del Comune di cui era il sindaco.”
L’unica cosa che potrebbe SUSCITARE dei dubbi, in questa frase, credo sia, dal punto di vista del significato, quando si dice “a spese del Comune”. A spese del Comune vuol dire che non è a sue spese, ma A SPESE del Comune. A spese del Comune vuol dire che è il Comune che paga. A spese mie vuol dire che ho pagato io, a spese tue vuol dire che hai pagato tu eccetera. Il sindaco invece, come molti di voi sapranno, è colui che dirige una città, colui che è stato eletto dai cittadini di quel Comune per dirigere il Comune stesso, per prendere le decisioni politiche più importanti. Il Comune è un territorio fisico, delimitato da dei confini, e costituisce una delle tipologie di amministrazioni politiche italiane. Ci sono i Comuni, le Province, le Regioni e la Nazione Italia, ed ognuna di queste tipologie ha dei confini amministrativi, dei confini territoriali ed amministrativi. Prima ho usato la parola SUSCITARE. Suscitare è un verbo, un verbo che si usa spesso per i dubbi, oppure per i sospetti. Se una cosa, un fatto, fa suscitare dei subbi a qualcuno, vuol dire che questa persona non è sicura che sia vera, non è sicura che questa cosa sia vera, che questo fatto sia vero. Suscitare dei dubbi. Analogamente per suscitare i sospetti. Se una cosa fa suscitare dei sospetti vuol dire che questa cosa ci fa sospettare, ci “fa venire” dei sospetti. Quindi suscitare significa “far venire”, “fare emergere”. Quindi si può dire anche “suscitare meraviglia” o “suscitare stupore” o suscitare una emozione qualsiasi. Suscitare significa “far venire”, “far emergere” una emozione qualsiasi.
Vediamo la seconda frase. Hafid dal Marocco “Ah, l’hanno beccato?”
Qualcuno ha detto di non aver capito bene questa espressione, come immaginavo. Non è certamente una espressione che trovate o potete trovare in un libro di grammatica, ma è molto usata in Italia. Non la troverete nei libri classici probabilmente, non la troverete nei libri che vi consiglieranno di leggere per imparare l’italiano, ma vi può capitare di ascoltare questa espressione se andate in Italia ed ascoltate le persone normali parlare e discutere per strada o davanti alla TV.
L’hanno beccato (con due c) vuol, dire: l’hanno scoperto. Tutto qui. L’hanno scoperto. Hanno scoperto che quel politico stava rubando, stava cercando quantomeno di farsi rimborsare, di farsi restituire quei soldi spesi. Beccare è un verbo come sapete. Gli uccelli beccano. Si becca col becco, si può beccare solamente con un becco, quindi solamente chi ha un becco, cioè un uccello, può beccare. E’ un verbo che però si usa, viene usato, viene utilizzato, anche per “scoprire”, per scoprire una persona che fa qualcosa che non doveva fare. “Ti hanno beccato” quindi vuol, dire “ti hanno scoperto”, ti hanno scoperto mentre facevi una cosa, ad esempio contro la legge, una cosa quantomeno vietata, uan cosa che non si doveva fare.
Poi Petra dalla Germania dice: “è normale, prima o poi tutti i nodi vengono al pettine!”
Petra ha un ottimo accento italiano, e ci ha detto che anche in tedesco esiste questa espressione, molto bene. Ma cosa significa quando prima o poi tutti i nodi vengono al pettine? Come facilmente si può intuire, si può immaginare, vuol dire che prima o poi quando si nasconde una cosa, o quando si fa qualcosa di sbagliato, prima o poi si scopre; prima o poi, cioè, si viene scoperti. E’ solo una questione di tempo. Prima o poi si viene scoperti. Il politico è stato beccato e prima o poi sarebbe stato beccato, prima o poi sarebbe stato scoperto. Prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Infatti se avete un nodo ai capelli, se i capelli si annodano, e state pettinando i capelli, allora prima o poi ve ne accorgerete. Vi accorgerete che ci sono dei nodi ai capelli perché questi verranno al pettine, prima o poi il pettine si fermerà e voi sentirete, probabilmente sentirete anche un po’ di dolore. E’ una espressione che potete usare in qualsiasi occasione, formale o informale che sia.
Poi Alina, tedesca ma di origini italiane, che dice: “quindi non le pagava lui le cene che faceva? Mangiava a sbafo?”
L’unica cosa difficile qui è “mangiava A SBAFO“. Mangiare a sbafo vuol dire mangiare gratis, senza pagare. Chi mangia a sbafo mangia gratis, cioè non paga ciò che mangia. E’ una espressione ovviamente familiare, di uso corrente, ma familiare, non professionale. Non potete usare questa espressione dicendo ad un vostro collega ad esempio che lui mangia a sbafo. Infatti la persona che mangia a sbafo non paga, ma dovrebbe pagare, quindi mangia gratis a spese di qualcun altro, che magari non lo sa, non sa che è lui a pagare. Quindi non usate questa espressione in ufficio o con colleghi italiani. Non si può dire quindi: oggi mangio a sbafo poiché c’è la festa di Maria che porterà tante cose da mangiare e quindi non dovrò andare a pranzo e spendere dei soldi per mangiare. Potete usarlo ma in modo scherzoso, e solo se la persona con cui usate questa espressione è un vostro amico.
Poi arriva Ramona dal Libano, da Beirut, che conferma: “esatto, pagava “Baffone” a quanto pare!”
Allora, cos’è un baffone. La parola baffone viene da “baffo”, o meglio da baffoni. I baffi crescono agli uomini, sono i peli che crescono sotto il naso e sopra le labbra, e i baffoni sono dei grandi baffi. Ok, ma baffone? Il singolare di baffoni è appunto baffone, ma baffone con la B maiuscola è in realtà una persona.
“Baffone”. Chi è Baffone? Evidentemente “Paga Baffone” è entrato nel linguaggio comune italiano, anche se non è una di quelle espressioni usate tutti i giorni. “Paga baffone” vuol dire paga lo Stato, lo Stato italiano, cioè paghiamo tutti noi. “Baffone” è semplicemente Stalin, che appunto, aveva dei grandi baffi, dei baffoni, e che rappresentava un intero popolo. Nessuno più di lui rappresentava un popolo. Baffone si usa anche in altre espressioni, come “addavenì Baffone”, che si usa dire quando c’è qualcosa che non va in una nazione e allora ci sarebbe bisogno di un po’ più di rigore, di rispetto delle regole. Quindi ci sarebbe bisogno che venisse qualcuno che fa rispettare le regole, uno come Stalin appunto. Addavenì vuol dire deve venire, “ha da venire”, in dialetto romano. Si usa dire anche “quando c’era Baffone“, che è una frase che si usa dire quando si vuole rimpiangere un certo periodo storico: quando c’era Baffone queste cose non accadevano. Frasi di questo tipo quindi. Quindi Baffone oggi è usato per indicare lo Stato, quindi nella nostra storiella per indicare che non pagava il politico ma lo Stato italiano.
Poi arriva Adriana dalla Colombia (Eliza su facebook), che dice: “ma perché, Andy, hai detto che “era” il sindaco?”
A questo punto rispondo io da Roma, che dico: “te lo dico io, perché l’hanno fatto fuori!!”
Ok, l’hanno fatto fuori vuol dire lo hanno voluto togliere dalla politica, o almeno togliere dal suo INCARICO di sindaco. Qualcuno ce l’aveva con lui, e quindi voleva farlo fuori, voleva cioè farlo uscire da quella carica che ricopriva; quando si fa il sindaco si RICOPRE LA CARICA di sindaco. Ricoprire una carica è un modo, perfettamente corretto, è il modo che si usa ufficialmente per dire che una persona svolge una attività istituzionale. Si può ricoprire la carica di sindaco, ma anche ricoprire la carica di Ministro dell’Economia eccetera. Ricoprire vuol dire svolgere, avere l’incarico di svolgere, essere stato eletto. Chi è stato eletto come sindaco ricopre la carica di sindaco, è come un vestito che ci si mette, una coperta, che ci copre, che ci ricopre. Quando siamo sindaco siamo ricoperti, cioè abbiamo il vestito da sindaco, siamo ricoperti dal vestito di sindaco.
Ok passiamo alla frase di Haktan che risponde: “ma no, Gianni, si è fatto da parte spontaneamente!”
Quindi Haktan mi smentisce, e non si offendo per questo, dicendo che il sindaco, l’ex-sindaco ormai, si è fatto da parte spontaneamente. FARSI DA PARTE vuol dire togliersi dalla carica, uscire dalla carica di sindaco. é una espressione che si usa per qualsiasi tipo di circostanza. Quindi chiunque si può fare da parte, basta ricoprire un ruolo, una funzione, un incarico, e quando non lo si ricopre più, quando non si esercita più un ruolo, una funzione pubblica, vuol dire che, o è scaduto l’incarico, o è finito il tempo di durata dell’incarico, oppure ci si è fatti da parte, ci si è DIMESSI. Farsi da parte vuol dire dimettersi, licenziarsi, farsi fuori, uscire da un incarico.
Si usa però anche per dire “scusa, fatti da parte un attimo”, cioè spostati, spostati un attimo, fammi passare. Quindi non solo per indicare che ci si dimette da un incarico. SPONTANEAMENTE invece che nessuno ci ha costretti. Nella storia, il sindaco si è fatto da parte spontaneamente secondo Haktan, si è fatto da parte senza che nessuno lo avesse obbligato, quindi smentendo me stesso che avevo detto che l’avevano fatto fuori, che qualcun altro lo aveva fatto fuori, vale a dire che non si era fatto da parte spontaneamente, di sua spontanea volontà. Spontaneamente vuol, dire di sua spontanea volontà.
Infine la replica di Christian, da Bogotà, da che dice: “a me ha preso alla sprovvista. Sembrava una brava persona“
Christian se la cava abbastanza bene con l’Italiano, avendo vissuto qualche mese in italia. Dunque PRENDERE ALLA SPROVVISTA vuol dire stupire, colpire di sorpresa, quindi possiamo ad esempio sostituire la frase MI HA PRESO ALLA SPROVVISTA con “mi ha sorpreso”, “mi ha stupito”, “non me l’aspettavo”, si può dire anche “mi ha lasciato di sasso” o anche “mi ha lasciato di stucco”, che sono due espressioni dal medesimo significato ma meno formali, più familiari e forse un po’ più forti rispetto a “prendere alla sprovvista”. Sono piuttosto più simili alla frase “mi ha lasciato a bocca aperta”.
In sostanza se venite presi alla sprovvista da qualcosa o da qualcuno vuol dire che non ve l’aspettavate. Infatti poi Christian dice “sembrava una brava persona”; sembrava cioè una persona brava, cioè una persona dalla quale non ci si aspettava un comportamento scorretto e disonesto.
Va bene questo è tutto amici ci vediamo, anzi ci sentiamo alla prossima storia. Se volete chiunque può partecipare alle storie di italianosemplicemente.com, basta chiedere, quindi mandatemi un messaggio, fatemi sapere in qualche modo, anche su Facebook. Ciao amici.
FINE
Audio MP3video a cura di Yasemin Arkun
Buongiorno a tutti. Sono Gianni, di italianosemplicemente.com. Siamo arrivati alla quinta delle sette regole d’oro: le regole d’oro per imparare a comunicare in italiano. Oggi volevo affrontare una questione cruciale per la comunicazione: “ASCOLTARE ITALIANO VERO“. Questo è il titolo della regola n. 5. Cosa significa?
Beh, intanto “ASCOLTARE ITALIANO VERO” contiene la parola ASCOLTARE. Già è qualcosa di importante, e questo lo abbiamo approfondito nella regola n.1, quella in cui vi racconto che la cosa più importante per imparare a comunicare in Italiano (così come per tutte le altre lingue) è ascoltare e ripetere l’ascolto più volte (“repetita iuvant“).
Notate bene come io non uso mai la parola imparare una lingua, o imparare a parlare una lingua. Parlo invece sempre di comunicazione, cioè di apprendere e parlare. Ascoltare, capire, rispondere.
In ogni caso ora c’è qualcosa rispetto alla prima regola. In particolare c’è la parola “VERO”: ITALIANO VERO.
Ora, questa regola potrebbe essere una sorpresa per molte persone. Troppo spesso infatti vedo che non viene rispettata per niente. Troppo spesso ci sono persone che mi dicono su Facebook: “io sono 4 anni che studio italiano all’università”, capisco tutto quando leggo, ma non riesco ancora bene a parlare, ad esprimere quello che devo dire“.
Qual’è il problema? Il problema secondo me, e secondo anche quanto dicono gli studi sulla comunicazione, è che si da troppo spazio alla GRAMMATICA.
Giusto per farvi un esempio: quasi tutti i post che vengono fatti su qualsiasi gruppo su Facebook, riguardano regole grammaticali, o quando va bene riguarda una qualche lista di parole da ricordare associata alla relativa immagine. Quando va bene.
Si dice ad esempio: “rispondete alle domande che seguono scegliendo tra le tre soluzioni proposte, di seguito: a,b,c.”, oppure, non so, cosa significa la parola “pinco pallino”, o cose di questo tipo. Insomma repliche ed imitazioni di regole grammaticali e di libri di testo.
Molti fanno questo errore. Una volta mi hanno persino cacciato da un gruppo su Facebook perché cercavo di convincere alcuni dei partecipanti della poca efficacia, di quanto cioè è poco produttivo in termini sia di comunicazione, sia di tempo impiegato, che in termini di di memorizzazione lo studio della grammatica. Ma cosa c’è che non va nei libri di grammatica? Non dobbiamo studiarla allora? Studiatela, dico io, ed imparerete la grammatica. Dovete fare un esame di grammatica? Bene, state facendo bene allora. Questo risponderei. Ma se non è questo il vostro obiettivo invece? Se voi invece volete andare a lavorare in Italia? se voi volete imparare a parlare l’italiano ed a capirlo? Allora no!!
La regola numero cinque serve a questo. Serve a capire questo. La regola è in realtà però molto semplice: non studiare regole grammaticali. Non fatelo. Non fatelo se siete principianti e amate la lingua italiana. No fatelo se volete migliorare la pronuncia. Non fatelo se volete capire come si parla in italiano, a capire i film in italiano, a capire le canzoni in italiano, la cultura italiana.
Ora, so che questa è una regola difficile per molte persone, perché per la maggior parte della vostra vita per imparare l’inglese ad esempio vi è stato detto di imparare le regole grammaticali. Alle scuole medie, alle superiori, all’università. Al master, alle scuole di lingue. Ovunque in ogni parte del mondo: la grammatica, sempre la grammatica.
La mia domanda è: ha funzionato? Sapete parlare fluentemente l’italiano? Pensate in italiano? Se stai ascoltando questo audio MP3, e hai studiato la lingua italiana all’università, probabilmente ti siete quindi concentrato o concentrata molto sulle regole grammaticali. Quindi la mia domanda è: riesci a parlare in modo semplice, rapido e automatico in questo momento? Se la risposta è no, perché no?
Ho una bella notizia per te: non è colpa tua. Rilassati, non è vero che non sei portato all’apprendimento delle lingue, o che non riesci a concentrarti. Non è colpa tua
La ragione, la risposta per te e per la maggior parte delle persone che sta ascoltando ora è che hai studiato troppo le regole grammaticali, ti sei concentrato eccessivamente sulle regole grammaticali. Perché? Beh, perché i vostri insegnanti ve lo hanno detto. Ve lo hanno imposto. Vi hanno dato i compiti per casa. E’ colpa loro!
Ma perché, non va bene, mi direte voi? Quando studiate la grammatica, diciamo che state analizzando la lingua italiana. Al microscopio. Questo approccio va bene per la scrittura, è adatto per scrivere correttamente. Questo posso dirlo, anche se, a dire il vero, non è gradevole farlo. Non siete realmente interessati. Siete facilmente distraibili, le vostre emozioni non sono coinvolte. Manca quindi il rispetto della quarta regola d’oro, che abbiamo già fatto: l’importanza delle emozioni.
Cosa manca quindi? Quando scrivete avete molto tempo a disposizione. Avete il tempo per correggervi, per analizzare la frase, per cambiare una parola se non vi piace. Non uscite dal senso proprio delle parole e delle frasi. Non usate frasi idiomatiche, non è necessario pensare in italiano. ok…non è necessario andare velocemente mentre scrivete.
Ma per parlare non c’è tempo. Se volete comunicare con un italiano, anche per chiedere “scusi che ore sono?” Se la risposta sarà “le sette” allora è ok, ma se la risposta sarà invece “bhè, io faccio le sette sul cell, ma non ha mai funzionato benissimo”. In questo caso qualcuno potrebbe avere problemi di comprensione. Avranno problemi tutti coloro che hanno sempre solamente studiato sui libri di grammatica.
Non avete tempo di pensare alle regole italiane del passato prossimo, quando si sta ascoltando e parlando. Non c’è tempo. Qualcuno ti fanno una domanda, si deve rispondere immediatamente, subito. Non hai tempo per pensare alle preposizioni, non hai tempo di pensare ai tempi verbali, ai superlativi, alle forme dirette ed indirette, al gerundio, a tutte le cose che hai imparato. Non c’è tempo.
Potreste chiedermi allora: come hai imparato tu l’italiano? Beh, io sono un madrelingua italiano e vi posso dire che non ho mai studiato regole grammaticali. Non prima delle scuole superiori, seriamente. E le abbiamo studiate per la scrittura. Per imparare a scrivere. Ma sapevamo già parlare. A sei, sette anni si è già in grado di capire, di comprendere praticamente tutto, a parte le questioni tecniche. Allora come si fa? Come possiamo imparare le regole grammaticali e evitare di fare errori quando impariamo una lingua straniera?
Beh, si apprende attraverso l’ascolto, attraverso l’ascolto di italiano corretto, ancora e ancora e ancora e ancora. E’ la prima regola d’oro. Ascoltare l’utilizzo di grammatica corretta. Quindi il modo migliore per imparare la grammatica italiana è attraverso l’ascolto. In altre parole, l’italiano vi entra dentro per lo più attraverso le orecchie, ma anche la lettura è ok, ma quello che aggiungo oggi, con la quinta regola, è: NON LEGGETE LIBRI DI TESTO, non leggete libri di grammatica. E’ sufficiente leggere libri semplici, storie, romanzi. Storie semplici, che riuscite a capire. Ma l’80% del tempo lo dovete dedicare all’ascolto. All’ascolto di italiano vero e che tratti di argomenti che VI INTERESSANO. Ti piace lo sport? Trova dei podcast in italiano che parlano di sport. I vestiti? Ti piacciono i vestiti italiani? Cerca i podcast che parlano di vestiti. Se ti piace l’esercizio fisico o la salute, trova i podcast che ne parlano.
Cos’è l’italiano VERO. Perché vi dico ascoltate italiano vero. L’italiano diventa “vero” quando passate dal libro alla realtà. I libri di grammatica non vi aiuteranno a parlare. Questo secondo me dovrebbe farvi felice. E vai!! Bruciamo tutti i libri di grammatica! Se non volete bruciarli metteteli da parte per quando avrete imparato l’italiano. Oppure potete regalarli a qualcuno che vi sta antipatico…
Va bene, a parte gli scherzi. Ascoltare italiano vero vuol dire conoscere il modo in cui si parla in italiano. Saper capire ed anche usare le frasi idiomatiche (ce ne sono circa 2000 di uso corrente!), saper usare gli INTERCALARI, o riempitivi (credo che questi, sugli intercalari o riempitivi farò una podcast a parte). Queste due tipologie di parole o espressioni non ci sono sui libri di grammatica. Bisogna usare queste frasi, poi, bisogna imparare a farlo nei modi giusti, rispettando la cultura italiana, altrimenti potrebbe passare il messaggio contrario rispetto a quello che volete comunicare voi. Bisogna imparare la melodia della lingua, le pause, le battute frequenti, i modi di scherzare, il tono, i modi formali ed informali di dire la stessa cosa, senza offendere. Queste sono tutte cose che impariamo vivendo una lingua, ascoltando cioè italiano VERO.
Ascoltate poi italiano che vi piace, come ho già detto. L’argomento è importante. È possibile trovare audio-libri. Gli audio-libri sono un altro ottimo modo per praticare il vostro ascolto. Un audio libro è solo un libro che però viene letto da qualcuno e che è stato registrato. Invece di leggere un libro, ascoltate il libro.
Anche in questo caso, scegliete i libri audio che sono facili da capire e che vi interessano. Potrebbe essere necessario iniziare con i libri per bambini. E’ più divertente di un libro di testo. Anche l’ascolto di un libro di storia è più interessante e più divertente di un libro di testo noioso e costoso.
E’ per questo che per i principianti su Italiano Semplicemente mettiamo a disposizione le divertenti mini-storie che registro con i miei due figli e che si trovano nella sezione PRINCIPIANTI del sito. Man mano che il livello del vostro italiano cresce, è possibile ascoltare anche audio-libri, ed anche la spiegazione audio delle frasi idiomatiche che sono nella sezione LIVELLO INTERMEDIO del sito.
E poi occorre continuare con l’ascolto, e quando diventa troppo facile, allora si sceglie qualcosa di un po’ più difficile. Alla fine, quando si è ad un livello avanzato, potete ascoltare anche la radio italiana, o la TV italiana. o i film italiani.
All’inizio cominciate con cose facili. I film all’inizio non vanno bene. Vi fanno perdere tempo, vi demoralizzano. Vi fanno credere che non riuscirete mai ad imparare l’italiano, ed alla fine abbandonate, demoralizzati.
Anche ascoltare questo tipo di audio, quello che state ascoltando ora, è ottimo. Siete interessati al soggetti, siete attenti e concentrati. Mentre parlo, uso frasi idiomatiche, espressioni correnti, non come un libro di grammatica.
Prima di salutarvi, per chi ascolta questo podcast per caso, vi ricordo che è iniziato il corso di ITALIANO PER AFFARI, o meglio, è stata già scritta l’introduzione al corso e i capitoli che conterrà, è stato deciso come si svolgerà il programma delle lezioni audio. E’ un corso dedicato a tutti coloro che vogliono imparare l’italiano per lavorare. Perché magari devono avere a che fare con aziende italiane, o hanno colleghi italiani, o si sono trasferiti in italia per lavorare, o lavorano semplicemente al telefono con italiani.
Ci saranno anche dei file PDF ovviamente. Ma non saranno libri di grammatica, naturalmente, ma dei testi di riferimento con tutte le trascrizioni dei podcast, capitolo per capitolo, che registrerò sul corso di italiano per affari. Si è formato un gruppo chiuso su Facebook, un gruppo di persone, 50 circa, che riceveranno il corso gratuitamente e che mi aiuteranno a svilupparlo e mi consiglieranno di modificare delle cose, di aggiungere dei capitoli, di occuparmi magari di alcune questioni per loro importanti eccetera. Il corso sarà disponibile a tutti nel 2018, il primo gennaio. Fino ad allora sarà possibile prenotarlo ad un prezzo bassissimo.
Va bene credo di aver detto tutto su questa regola, sperando di essere riuscito a “far passare il messaggio”.
Era un po’ di tempo che non mi occupavo delle regole d’oro, ma considerate le “resistenze” incontrate su alcuni gruppi Facebook ed anche da alcune mail che ricevo ancora, volevo veramente registrare questo podcast. Non mi sono inventato nulla comunque. Mi son informato e le ricerche moderne vanno tutte in questa direzione: ascolto, ripetizione, emozioni, italiano vero (o francese vero eccetera).
Ci vediamo alla prossima regola d’oro, che si chiama: “DOMANDE & RISPOSTE”.
Spero di non avervi annoiato e di rivederci qui per la prossima regola d’oro. Ciao.
Buongiorno e benvenuti sulla frase idiomatica di oggi: vedere i sorci verdi o anche far vedere i sorci verdi.
E’ un’altra delle frasi idiomatiche pubblicate sul sito italianosemplicemente.com, sito che utilizza il metodo TPRS e i sette consigli, le sette regole d’oro per imparare semplicemente a comunicare.
Difficilmente troverete questa frase idiomatica su dei libri di testo o di grammatica, ve lo anticipo subito, e per questo ho deciso di spiegarvela a voce, cosicché possiate esercitare il vostro italiano.
Il fine, come al solito è imparare una frase idiomatica; imparare quando si usa, in quali contesti o situazioni possiamo ascoltarla, ed all’occorrenza utilizzarla. Il fine è però anche di esercitarvi ad ascoltare, in modo da assimilare il linguaggio e la grammatica, senza studiarla in modo noioso su dei libri di grammatica. Il modo in cui si parla in italiano si impara solamente ascoltando uno o più italiani che parlano, e nel linguaggio di tutti i giorni ci sono molte espressioni idiomatiche di questo tipo.
Questa in particolare è una frase abbastanza familiare, che quindi non è il caso di usare in occasioni particolari, come in un incontro di affari o molto formali in generale.
A differenza di altre frasi idiomatiche italiane, contiene una parola di uso dialettale, che però oramai è entrata nel vocabolario italiano. Sto parlando della parola SORCI. I sorci sono i topi, semplicemente, nel dialetto romano. Sorci… non so se qualcuno possa avere delle difficoltà a pronunciare questa parola. Forse però la “r” e la “c” attaccate può creare dei problemi per coloro che non hanno mai pronunciato una parola di questo tipo.

Comunque, c’è da dire che non sapevo dell’origine di questa frase “vedere i sorci verdi”, finché non l’ho cercata su internet. Sapevo quindi come e quando usarla ma non sapevo come e quando è nata.
A quanto pare la frase ha origini romane, quindi Roma è la città dove la frase si è sentita e pronunciata per la prima volta. E’ una frase scherzosa, cioè che si dice per SCHERZARE quando cioè non si parla seriamente, ed a quanto pare c’era un reparto, una squadra, detta anche SQUADRIGLIA speciale dell’aviazione italiana, – AVIAZIONE ITALIANA – . L’aviazione è l’insieme delle attività che coinvolgono qualsiasi tipo di apparecchio adatto al volo, di aereo quindi, ma anche elicotteri, eccetera. Tale squadriglia, famosa negli ANNI TRENTA, cioè negli anni che vanno dal 1930 al 1940, famoso per le sue imprese sportive e belliche, cioè nello sport e nella guerra, in ambito di guerra. Sulla carlinga dell’aereo, sulla CARLINGA, cioè sulla parte anteriore dell’dell’aeroplano, cioè dell’aereo, dove sono contenuti l’equipaggio e parte delle installazioni del motore, sulla carlinga appunto, erano dipinti tre topolini, tre topi, cioè tre sorci di colore verde.
Su questo aereo dunque c’erano disegnati, c’erano DIPINTI tre topi verdi. Tre piccoli sorci verdi. E tutti potevano vederli, come anche voi potete vedere dalla foto che ho inserito nell’articolo.
Evidentemente quell’aereo, quello con i tre topi, o sorci dipinti sulla carlinga, era un aereo di cui tutti avevano paura… magari perché batteva tutti in velocità, e non necessariamente perché era un aereo di guerra. Comunque vedremo meglio questa cosa dopo che avrò spiegato il senso della frase.
“Verdi” invece è il plurale di verde, del colore verde, ed è quel colore che si ottiene MISCELANDO, cioè mischiando dal blu e dal giallo. Facile quindi.
“Vedere” invece, non c’è bisogno che lo dica, è ciò che si fa con gli occhi.
“Vedere i sorci verdi” dunque, nel suo senso letterale, vuol dire appunto vedere i topi verdi. Quindi non significa nulla, il suo significato letterale non ci dice niente, come D’ALTRO CANTO quasi tutte le frasi idiomatiche italiane. Occorre quindi cercare il senso figurato della frase.
Il senso dunque è “trovarsi in difficoltà”, affrontare una situazione difficile, complicata, ed uscirne, cioè riuscire a risolvere la situazione ma dopo mille difficoltà.
L’utilizzo quindi della frase non è appropriata, secondo me, non è giusta, non è adatta in situazioni “drammatiche”, come in ambito di guerra, poiché in Italia si usa in ambiti scherzosi appunto, non troppo serie dunque.
Ad esempio, un primo esempio che posso farvi è in ambito sentimentale. Se c’è quindi una coppia, un marito ed una moglie, e ammettiamo che questa coppia abbia problemi economici. Ha difficltà ad arrivare a fine mese. Ammettiamo che il marito un giorno perde tutti pochi soldi che hanno durante una partita di poker con degli amici. E questo di nascosto dalla moglie, senza chiedere prima il permesso alla moglie. Possiamo sicuramente dire che la moglie, appena arriva a casa la sera, farà sicuramente vedere i sorci verdi al marito. Non è una bella situazione per il marito e credo che nessuno vorrebbe essere al suo posto.
Un secondo esempio in ambito sportivo. C’è un calciatore, diciamo Francesco Totti ad esempio. Durante una partita dei mondiali di calcio, una partita dunque molto importante, Totti tira un calcio di rigore in modo molto rischioso, col famoso “pallonetto”, o “cucchiaio“, che è un modo di calciare il rigore tipico di Totti; Totti che a dire il vero ha utilizzato veramente anche durante una partita dei mondiali di calcio, qualche anno fa, il “cucchiaio”, fortunatamente riuscendo a segnare. Ma se non fosse riuscito a segnare quel calcio di rigore, se l’avesse sbagliato, sicuramente l’allenatore “gli avrebbe fatto vedere i sorci verdi”. Lo avrebbe cioè sgridato ASPRAMENTE, pubblicamente magari. Lo avrebbe rimproverato molto, dicendogli che non è un giocatore serio, che non si batte un rigore importante in quel modo eccetera. Una difficile situazione da affrontare quindi per Totti, che fortunatamente è riuscito ad evitare. Fortunatamente per lui e per l’Italia tutta.
L’espressione comunque possiamo anche usarla a scuola ad esempio. Un professore o una professoressa può far vedere i sorci verdi ai propri alunni se ad esempio li interroga tutti e gli fa domande difficilissime, e li rimprovera di non impegnarsi a sufficienza a scuola e di non fare abbastanza compiti a casa. Ma anche gli alunni possono far vedere i sorci verdi al loro professore, se ad esempio si comportano male, non la rispettano, o il professore non è abbastanza severo da farsi rispettare dagli alunni.
Insomma è una frase che si usa in molte circostanze, in molte occasioni, non eccessivamente serie, non drammatiche o quando si parla di qualcosa di molto grave. Non sentirete l’espressione al telegiornale ad esempio, se si parla di una tragedia ad esempio, o di cose simili. Anche una baby-sitter può vedere i sorci verdi ad esempio, se il bambino che sta guardando, il bambino o la bambina a cui la baby-sitter deve badare, la fa arrabbiare eccessivamente; se fa i DISPETTI ad esempio. Se la bambina, di 4 anni ad esempio, inizia a rovesciare le cose, a rompere oggetti, e magari si mette in pericolo, magari salta dalle sedie e cose pericolose di questo tipo, allora sicuramente possiamo dire che la bambina ha fatto vedere i sorci verdi alla baby-sitter, e questa baby-sitter, probabilmente, potrebbe anche decidere di cambiare lavoro per questo 🙂
Dunque quell’aereo sul quale erano disegnati i tre topi, i tre sorci, evidentemente faceva vedere i sorci verdi a chi lo vedeva, e ogni volta che c’era una situazione di pericolo, da quel giorno, si usa dire “far vedere i sorci verdi”.
Notate bene che il verbo “fare” precede la frase, quindi c’è sempre qualcosa o qualcuno che “fa” vedere i sorci verdi a qualcun altro. Non si usano altri verbi se non il verbo “fare”. oppure non si usa nulla, nessun verbo: “ieri nel mio ufficio abbiamo visto i sorci verdi, per via del lavoro che c’era da fare“, ad esempio. Solitamente però c’è sempre il verbo “fare” davanti.
Se volete ora possiamo fare un esercizio di pronuncia e di ripetizione. Ascoltare va bene però occorre esercitare anche la pronuncia, altrimenti la comunicazione non potrà mai migliorare, essendo la comunicazione fatta di ascolto, di comprensione ma anche di espressione. Imparare ad esprimersi è tanto importante quanto capire ciò che si ascolta, dunque ora se volete ripetete senza pensare ad altro che a ripetere, senza pensare cioè alla grammatica, ma solamente a ripetere.
Proviamo stavolta con delle frasi al passato. Vi lascerò 3 secondi per ripetere. Tre, due, uno, via!:
Bene con questo è tutto, spero sia tutto chiaro e che se avete domande da fare o esempi da scrivere andate sulla pagina facebook di italiano semplicemente.
Vi ringrazio dell’ascolto. Ripetete l’ascolto più volte per assimilare tutte le parole e le espressioni usate in questo audio file, e infine spero di essere stato utile ed anche di avervi divertito insegnandovi qualcosa della lingua italiana. Soprattutto, posso dire, spero di non avervi fatto vedere i sorci verdi con questo podcast!!
Un saluto da Roma e dall’Italia.
Audio

Buongiorno a tutti, buongiorno a tutti i membri della famiglia di “italiano semplicemente” benvenuti sull’episodio di oggi di italiano semplicemente, che è una frase idiomatica.
Quindi una espressione italiana di uso corrente “prendere il toro per le corna”. Non ricordo se era esattamente questa l’espressione di cui volevo parlare oggi perché ce ne è anche un’altra riguardante il toro di cui parleremo ed è “parli del toro e spuntano le corna”. In ogni caso iniziamo dalla prima espressione che è “prendere il toro per le corna”.
Dunque una frase idiomatica, ogni volta che parlo di frasi idiomatiche o espressione di uso corrente è praticamente la stessa cosa perché in effetti l’idioma è una lingua, quindi frase idiomatica vuol dire frase che esiste in una lingua.
Allora iniziamo a spiegare questa frase idiomatica “prendere il toro per le corna” spiegando innanzitutto il significato delle parole e poi il significato dell’espressione, poi qualche esempio in contesti diversi ed alla fine faremo degli esercizi di coniugazione, come al solito.
Allora “Prendere” prendere sapete cosa significa, se capite cosa significa vuol dire che già un buon livello di italiano, abbastanza elevato non principiante. Allora “prendere” ha lo stesso significato di “afferrare” soltanto che afferrare è più fisico, nel senso che si afferra con le mani mentre prendere può anche avere un significato non esattamente collegato con il prendere fisicamente un oggetto, come possono essere le corna di un toro.
Per esempio “quella notizia l’ho presa male” vuol dire che non ero molto contento di ricevere quella notizia, quindi “prendere” l’ho presa male, vuol dire che non l’ho gradita, non mi è piaciuta. Quindi “prendere” ha più significati a seconda del contesto, in ogni caso o prendere come afferrare o “portare a se’” oppure ricevere.
Allora prendere il toro, che cos’è il toro. Il toro è il maschio della vacca, cioè il bovino maschio adulto, il maschio della mucca . Da piccolo si chiama vitello, quando è più grande si chiama il toro. Allora qual è il verso del toro? Non voglio imitare il verso del toro in questo contesto, ma perché no? Il verso del toro è muuuuuuuuuuuu! Non sono molto bravo in questo contesto a fare il toro anche perché fortunatamente non ho le corna.
Questa è un’altra frase idiomatica che poi vi spiegherò la prossima volta. Avere le corna. Allora il toro ha le corna in senso fisico ma se un essere umano ha le corna non è certamente una buona cosa.
Ovviamente è una frase idiomatica anche questa e che spiegherò la prossima volta spiegandovi il significato di avere e corna, ricordandovi che non è una buona cosa.
Dunque cosa sono le corna? Le corna sono quelle escrescenze, quei due ossi che il toro ha attaccate alla testa, sono abbastanza grandi ed i toro le usa sia per difendersi che per attaccare.
Avee presente il toro nella corrida? Diciamo che il toro attacca la tovaglia rossa con la testa bassa cercando di infilarla con le corna.
Dunque prendere il toro per le corna fisicamente significa afferrare le corna del toro. Ora questo è il significato proprio dell’espressione: afferrare le corna del toro.
Ovviamente essendo una frase idiomatica significa un’altra cosa e può essere utilizzata in più contesti, significando praticamente prendere in un pugno la situazione, affrontare un problema, essere risoluti , cioè veramente convinti che bisogna risolvere il problema senza più girarci intorno.
Quindi “prendere il toro per le corna”. Faccio qualche esempio in modo da farvi comprendere meglio il significato dell’espressione.
Dunque vediamo un po’. Ecco, all’inizio della mia esperienza con italianosemplicemente.com, prima di iniziare avevo dei dubbi sul fatto che aprire il sito internet oppure no, ascoltavo molti podcast in francese ed in inglese e tedesco e più passava il tempo più mi convincevo che stavo imparando una tecnica molto efficace per imparare una lingua straniera.
Ha funzionato con l’inglese, ha funzionato con il francese, sta funzionando con il tedesco, mi dicevo dentro di me, prima o poi dovrò aprire anch’io un sito internet per aiutare tutti coloro che vogliono imparare l’italiano in maniera veloce e divertente.
Ad un certo punto ho deciso e mi sono detto: bisogna “prendere il toro per le corna” e affrontare la situazione, così il 14 luglio ho acquistato il dominio web di italianosemplicemente.com. Nel frattempo avevo già registrato il file di presentazione mentre stavo in vacanza nel Trentino. Potrete trovare il file audio della mia presentazione all’interno del sito.
Quindi in quel momento io ho deciso di prendere il toro per le corna e risolvere il problema di cercare di aiutare tutti coloro che hanno problemi con l’italiano per insegnargli l’italiano in un modo veloce senza studiare la grammatica.
Vediamo qualche altro esempio: in ambito universitario, mettiamo che si sia uno studente che deve fare un esame molto difficile, penso ad esempio a quando facevo io l’università e dovevo dare l’esame di calcolo delle probabiità nell’università di Roma La Sapienza, facoltà di scienze statistiche, allora avevo già dato molti altri esami più semplici, calcolo delle probabilità era un esame molto difficile che prima o poi avrei dovuto fare. Un giorno mi sono detto: “basta, devo prendere i toro per le corna e iniziare a studiare calcolo delle probabilità” così ho fatto e ovviamente sono riuscito a superarlo grazie, appunto, alla mia convinzione nel… finalmente affrontare il problema da risolvere.
Ovviamente ci sono molti altri contesti in cui può essere utilizzato, anche in ambito…. in diverso ambito… ma avete certamente capito qual è il concetto: prendere il toro per le corna vuol dire essere risoluti, decidersi di affrontare una situazione.
Mi viene in mente ad esempio una situazione in ufficio… se magari avete qualche problema con un vostro collega che non… avete avuto una discussione una volta, e da quel momento, da quel giorno non parlate più con questo vostro collega. Sapete benissimo che la soluzione è affrontarlo; affrontare il problema con lui, parlarne, ma non ne avete il coraggio. Però tenete molto al vostro collega ed al rapporto con lui, di conseguenza un giorno vi decidete, un giorno dite a voi stessi: “basta, adesso prendo il toro per le corna e lo affronto”. Ovviamente non c’è nessun toro da prendere per le corna, andate dal vostro collega e cominciate a parlare con lui, del vostro problema, per risolverlo.
Quindi anche l’apprendimento della lingua italiana, come qualsiasi altra lingua, non va sottovalutato, non va “PRESO ALLA LEGGERA”. Una lingua va “vissuta”, l’apprendimento di una lingua è una decisione molto importante da prendere, di conseguenza, anche in questo caso, prendere il toro per le corna non vi può fare che bene e consiglio anche a voi di prendere il toro per le corna e cominciare a studiare seriamente la lingua italiana, se questo è uno dei vostri progetti, ovviamente. Se proprio volete esagerare e volete rendere al massimo il vostro rendimento, cercate di non focalizzarvi sulla grammatica, cercate di ascoltare, di seguire quelle che io ho chiamato le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente; prendete il toro per le corna, dedicate mezzora del vostro tempo, massimo un’ora all’ascolto della lingua italiana, qualunque sia il vostro livello. che sia principiante o che sia intermedio.
Dunque facciamo adesso un piccolo esercizio di coniugazione, con tutti i “modi” che mi vengono in mente.
Dunque, ripetete dopo di me. Ripetete dopo di me senza pensare alla grammatica, senza pensare alle regole grammaticali, ma semplicemente in modo da imitare la mia voce il più possibile.
In questo esercizio farò una piccola pausa, vi darò il tempo per rispondere e poi provate dopo di me. Utilizziamo il presente e il passato.
in corso…
Buonasera a tutti, sotto consiglio di mio fratello Pietro, ho pubblicato su internet, e precisamente sulla pagina facebook di italiano semplicemente, una domanda, rivolta ovviamente a tutti i visitatori, cioè a tutti voi, membri della famiglia di italiano semplicemente, o anche solamente ascoltatori casuali di questo podcast.
La domanda era relativa ad un proverbio, un proverbio italiano, e precisamente laziale, vale a dire della regione Lazio. Ciò non esclude comunque che lo possiate ascoltare anche altrove, in altre regioni, anche perché non si tratta di dialetto laziale o locale, ma comunque di italiano.
Il proverbio, è il seguente: “brutto fumo fa la pippa” o anche “brutto fumo fa la pipa“.
(ATTENZIONE: PIPPA è anche una notissima parolaccia italiana!!)
Prima di cominciare a spiegare il proverbio, lasciatemi dire che quella di lanciare un sondaggio mi sembra un’ottima idea, è sempre mio fratello che me l’ha consigliato, quindi da ora in poi vi chiederò in anticipo se conoscete il senso di una specifica espressione prima di pubblicare l’articolo e il relativo file audio. Credo sia utile a tutti infatti, sia per destare maggiore interesse – destare interesse significa fare in modo che chi legge il sondaggio sia più interessato all’ascolto del podcast, quindi destare vuol dire “generare”, “generare interesse” quindi. Sia quindi per destare interesse da parte di tutti, sia per effettivamente vedere se conoscete già questa espressione e quanto possiate esserne interessati a comprenderne il significato attraverso un file audio.
Dunque eccomi qua. Allora “brutto fumo fa la pipa”. Spieghiamo prima le parole: “brutto” credo la conosciate tutti come parola, brutto è il contrario di bello, il contrario di piacevole, quindi è un sinonimo di spiacevole. Brutto=spiacevole=sgradevole.
“Fumo”. Cos’è il fumo? Il fumo è, come molti di voi sapranno, quello che produce una combustione che produce la fiamma, e può essere di colore grigio, nero o anche bianco, a seconda della fiamma, a seconda cioè di cosa stia bruciando. Questo è il fumo.
Non è detto poi che il fumo sia solamente prodotto direttamente dalla fiamma, perché anche le automobili ad esempio, producono fumo, ovviamente solamente quelle che bruciano benzina o diesel e altri combustibili di origine fossile e non quindi le automobili elettriche, che funzionano con l’energia elettrica.
Anche nel caso del fumo che esce dal tubo di scappamento di una automobile, comunque, esso è prodotto da una combustione. Il tubo di scappamento è il tubo da cui esce il fumo delle automobili non elettriche.
Comunque, il fumo è prodotto anche dalle sigarette, ed anche dalle “pipe“, che sono degli oggetti di legno, che si inseriscono in bocca, si mettono cioè in bocca, e che servono per fumare, come le sigarette quindi. All’interno della pipa viene messo del tabacco, come nelle sigarette, ma nella pipa non c’è carta che brucia, ma solamente del tabacco.
Fumare la pipa è quindi quasi come fumare le sigarette, solamente che la pipa solitamente viene fumata da determinate persone, non dalla massa, non da tutti, ma da, almeno più frequentemente delle sigarette, da persone più anziane, mediamente più anziane.
Comunque in genere fumare la pipa è diciamo in generale più “elegante” che fumare una sigaretta, o almeno questa è l’idea che mi son fatto io della pipa.
Quindi le pipe, la pipa genera del fumo in quanto brucia del tabacco, poiché contiene del tabacco che viene bruciato e fumato.
Il fumo della pipa credo sia sempre lo stesso, quindi non credo si possa parlare di “bel” fumo o di “brutto” fumo, di fumo “bello” o di fumo “brutto”, come si potrebbe immaginare ascoltando questo proverbio.
E’ evidente che il senso proprio della frase non ci aiuta quindi a capirne il significato, come quasi tutti i proverbi d’altro canto, e che quindi occorre ricercarne il significato non letterale, il significato figurato: quello che vuol dire la frase “brutto fumo fa la pipa” da un punto di vista figurato.
Dunque, l’espressione “brutto fumo fa la pipa”, significa che quello che sta accadendo lascia presagire, lascia cioè pensare, che il futuro non sia positivo, ma negativo. Si tratta quindi di una esclamazione.
Non so se avete presente cosa sia una ESCLAMAZIONE. Si tratta di tutte quelle frasi o parole che terminano col punto esclamativo (!). Il punto esclamativo è quindi il punto che si mette alla fine di una esclamazione, e questo non solo in italiano, ma anche in inglese o in francese e molte altre lingue. Non so esattamente se per l’arabo o il cinese o il giapponese sia la stessa cosa.
L’espressione quindi, l’esclamazione di cui stiamo parlando, “brutto fumo fa la pipa”, fa pensare che il futuro non sia bello, non sembri positivo, almeno a giudicare dal “fumo che fa la pipa”, come se il fumo della pipa fosse diverso a seconda di ciò che succederà nel futuro. Il brutto fumo della pipa non lascia presagire nulla di buono.
“Presagire” viene dalla parola presagio, che vuol, dire profezia, pronostico sul futuro.
Il profeta è colui che fa la profezia, colui che fa il presagio, colui che pronostica il futuro.
E presagire è il verbo che viene dalla parola presagio. Il brutto fumo della pipa dunque non lascia presagire nulla di buono; non lascia pensare che accadrà nulla di buono nel futuro, non fa pensare che ciò che accadrà, ciò che succederà, sia buono, anzi, se la pipa fa un brutto fumo, allora dobbiamo preoccuparci, perché qualcosa di brutto sta per accadere.
Credo che l’origine di questo proverbio sia molto antica, e che faccia riferimento a quando esistevano appunto i “profeti”, coloro che quindi predicevano il futuro, e che magari usavano il fuoco ed il fumo per interpretare, per capire cosa aspettarsi nel futuro, per capire ad esempio se il raccolto agricolo sarà buono eccetera, o se pioverà a sufficienza.
Comunque quando si usa questa espressione? in quali contesti utilizzarla? Quando usare “brutto fumo fa la pippa”?
Come avete visto, nella pagina delle frasi idiomatiche, accanto ad ogni frase adesso avete la possibilità di vedere alcune informazioni su ogni frase. Ad esempio se potete utilizzare la frase sempre, in ogni circostanza, oppure solamente in un contesto familiare. In questo caso è meglio usarla solamente in ambiti familiari o tra amici, oppure anche tra colleghi, se avete abbastanza confidenza. E’ una espressione diciamo non scandalosa, o della quale ci si deve vergognare se pronunciata, ma diciamo che prevede una certa confidenza tra chi parla e chi ascolta, quindi il vostro capoufficio, se molto formale e con il quale avete poca confidenza, potrebbe non gradire la cosa. Meglio evitare dunque.
La frase non è molto utilizzata in realtà, quindi potrebbe capitarvi di ascoltarla, ma ci sono anche molti italiani che probabilmente non la conoscono, anche se possono essere in grado di comprenderla senza particolari sforzi. Infatti l’espressione si usa solamente in particolari contesti, e si può riuscire facilmente a capirne, ad intuirne il significato.
Ad esempio, un primo esempio può essere una partita di calcio, ammettiamo una finale di Champions League. Se la vostra squadra del cuore “inizia col piede sbagliato“, inizia cioè a giocare molto male, quindi l’inizio della partita non è positivo e sembra che la vostra squadra ne uscirà sconfitta, allora potreste subito dire…. mmmmmm, “brutto fumo fa la pipa”, mi sa che questa partita la perdiamo. Vedete dunque che si capisce immediatemente il senso della frase.
Si capisce subito che la squadra da la sensazione di giocar male e che prevedere il futuro è abbastanza facile, e più precisamente che è facile immaginare che la vostra squadra perderà la partita. Ancora però non è accaduto nulla, ancora non è stato fatto nessun gol dalla squadra avversaria, ma quello che si è visto non fa pensare nulla di buono.
Ok, adesso quindi vediamo un secondo esempio. Ammettiamo che ci siano due donne, quindi un contesto sociale stavolta. Immaginiamo che ci siano due amiche, che parlano del loro rapporto di coppia con i loro rispettivi mariti. Ognuna di loro parla del rapporto col proprio marito. Di come va, di come dovrebbe andare, se va bene, o se va male.
Se ad esempio, una delle due donne racconta all’altra, alla sua amica, che il suo rapporto di coppia secondo lei non va molto bene, perché magari il proprio marito tutte le sere fa molto tardi dall’ufficio, perché, dice lui, che deve lavorare, e magari anche che lei si accorge che spesso invia sms di nascosto dalla moglie, di nascosto da lei, senza farsene accorgere quindi, o altri indizi preoccupanti, altre cose non positive che lasciano pensare che l’uomo abbia in realtà un’amante, cioè che abbia una relazione extra-coniugale, cioè al di fuori del matrimonio, con una seconda donna, l'”amante” appunto, allora la sua amica, quella che ascolta, la seconda donna potrebbe dire: mmmm secondo me “brutto fumo fa la pipa“, vale a dire “non mi stai dando delle belle notizie”, oppure “quello che mi stai raccontando è veramente preoccupante per te”.
L’idea quindi è che si fa una previsione del futuro in base a qualcosa che sta succedendo adesso; in base cioè a quanto accade oggi, e che questa previsione sia prevede sia negativa.
C’è un secondo proverbio italiano, abbastanza simile, che dice: “non c’è fumo senza arrosto“, che parla sempre di fumo quindi, e che ha un significato simile. Se c’è del fumo, in questo caso, vuol dire che c’è anche l’arrosto. “Non c’è fumo senza arrosto“, vuol dire che se se vedi del fumo allora c’è anche della carne che sta cuocendo, c’è cioè l’arrosto, cioè la carne che brucia, della carne che cuoce sul fuoco. Se vedi del fumo quindi vuol dire che c’è qualcosa che sta bruciando, anche se non si vede cosa sia la cosa che brucia. Vediamo solamente del fumo, ma non l’arrosto, e pensiamo che da qualche parte ci sia anche l’arrosto. Non è esattamente lo stesso significato quindi della prima frase. Perché nella frase “non c’è fumo senza arrosto” si mette l’accento sul sospetto, sul fumo cioè: se vedo il fumo vuol dire che c’è anche l’arrosto. Non si parla del futuro quindi. Mentre “brutto fumo fa la pipa” mette l’accento sul futuro che non si prevede positivo.
Sono due proverbi quindi anziché uno quindi, due detti, due modi di dire che vengono dal passato, che hanno un origine molto antica credo. “brutto fumo fa la pipa” e “non c’è fumo senza arrosto“.
Ecco, il secondo proverbio è molto più comune del primo: “non c’è fumo senza arrosto” è più comune e anche più utilizzabile in contesti diversi. Potete quindi usarlo anche in ambienti più formali, senza che nessuno spalanchi gli occhi e si scandalizzi. Senza cioè che facciate una brutta figura. Nessun pericolo quindi con questo secondo proverbio. State un po’ attenti invece col primo.
Un terzo esempio in ambito universitario: se siete all’università e avete un esame importante, potrebbe capitare un giorno che dobbiate fare l’esame di pomeriggio ad esempio, anziché di mattina.
Immaginiamo che arrivi l’ora del vostro esame. Prima che tocchi a voi però, appena prima di fare l’esame, dopo aver assistito a tutti gli esami precedenti, agli esami dei ragazzi prima di voi, che vi hanno preceduto, scoprite che che tutti i ragazzi prima di voi sono stati bocciati. Immaginiamo che siano stati tutti respinti, bocciati, e che quindi l’esame sia andato male a tutti gli studenti prima di voi. Non c’è nessuno cioè a cui l’esame sia andato bene, nessuno che sia stato promosso, neanche quelli che voi credevate fossero i più preparati. Allora a quel punto potreste pensare: mmmmmm, brutto fumo fa la pippa… cioè vuol dire “le cose si mettono male”, credo che anche io sarò bocciato come gli altri. Insomma è anche qui una previsione negativa sul futuro.
Dunque ora credo, e spero anche che il significato del proverbio, o del “detto popolare” sia un po’ più chiaro a tutti. Ne abbiamo trovato anche un secondo, un secondo proverbio, che è simile al primo, ma non esattamente uguale in quanto il secondo proverbio mette più l’accento sul sospetto che sul futuro, l’accento è più anche sul presente che sul futuro.
Comunque, proviamo ora a fare ora un esercizio di ripetizione, per esercitare la lingua. Provate cioè a ripetere dopo di me, senza pensare alla grammatica, ma solamente ripetendo quello che dirò.
Dovete sapere che quando lo faccio con il francese ho notato che se lo faccio per dieci minuti di fila, per 10 minuti di continuo, comincio ad avvertire della stanchezza alla lingua, ai muscoli della lingua. In effetti quando siamo abituati a parlare nella nostra lingua e solo nella nostra lingua, automaticamente non esercitiamo certi muscoli, alcuni muscoli della nostra lingua, muscoli che invece sono più importanti quando cambiamo lingua, quando ne parliamo un’altra.
Quindi credo sia importante, per esercitare i muscoli della lingua, provare a ripetere, provare a parlare, non solo quindi per imparare e memorizzare automaticamente la grammatica, ma anche appunto per esercitare la lingua e i suoi muscoli.
Provate quindi a ripetere dopo di me alcune frasi: Pronti partenza… via!
Bene, come al solito ascoltate il podcast più volte, finché tutte le parole saranno più chiare ed avrete memorizzato il proverbio e le frasi più difficili da capire. Soprattutto avrete memorizzato la grammatica automaticamente. Se qualcosa non è chiaro commentate sulla pagina facebook (clicca qui).
Vi ringrazio per aver ascoltato o scaricato questo podcast, spero vi sia utile, e spero che, pensando ora al vostro apprendimento dell’italiano non diciate…mmm brutto fumo fa la pipa, ma invece che pensiate positivo per il futuro e che possiate migliorare il vostro livello.
Vi ricordo che avete ancora tempo fino al 15 ottobre per richiedere gratuitamente (cioè gratis, senza pagare) il corso di italiano per affari. Un corso ideato per coloro che lavorano e studiato appositamente per il mondo del lavoro. Potrete imparare come meglio presentarvi, come presentare la vostra azienda anche, come affrontare un appuntamento, una riunione di affari o anche un semplice incontro informale. Saranno affrontate quindi questione anche tecniche, come presentare un progetto, un prodotto, ad esempio, utilizzando strumenti come power point ad esempio, quindi come spiegare dei grafici, delle tabelle eccetera, ma anche questioni meno tecniche. Affronteremo anche questioni meno tecniche come trattare con efficacia con un partner d’affari e ottenere il miglior risultato, vincere e convincere, come si dice. Infine come affrontare un colloquio, una intervista per ottenere un lavoro. Tutto molto interessante dunque, almeno a me è servito molto fare questi corsi in passato per sapere come comportarsi in certe situazioni, a partire proprio dalla presentazione di se stessi.
Sto già lavorando a questo progetto, il corso sarà terminato entro l’anno 2017, quindi non a brevissimo termine, ma tra 3,4 settimane, spero prima anche, potrete già avere disponibile la prima lezione gratuita per tutti.
Arrivederci amici ed alla prossima.
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Ciao ragazzi, e benvenuti nella quarta regola d’oro di Italiano Semplicemente. Dopo aver visto le prime tre regole, molto importanti, per imparare a comunicare in italiano, per imparare cioè a capirlo e ad esprimerci, siamo finalmente arrivata alla quarta regola, la regola delle emozioni e delle storie.
Le prime tre regole, lo ricordo per coloro che ascoltano questo file audio per caso, sono le seguenti: la prima, la numero uno: cosa fare prima di tutto: occorre ascoltare e ripetere, quindi, l’importanza dell’ascolto e della ripetizione dell’ascolto (repetita iuvant).
La seconda regola, la regola numero due è invece quella relativa al “quando” ascoltare, e quindi l’importanza fondamentale di usare i tempi morti, cioè i tempi in cui potete approfittare per ascoltare i vari file audio e abituarvi alla melodia della lingua italiana.
La terza regola, vale a dire la numero tre è quella che riguarda il “come” ascoltare, cioè in quali condizioni mentali bisogna ascoltare i file audio: l’importanza della tranquillità e del fatto che non dovete essere stressati. Ora siete pronti quindi per la quarta regola d’oro, tocca alla quarta regola quindi: le emozioni e le storie.
Ero molto curioso di sapere se aspettavate il podcast della quarta regola d’oro, e per questo ho recentemente lanciato un sondaggio sulla pagina facebook, per capire se voi, i visitatori del sito, se voi cioè, membri della famiglia di Italiano Semplicemente, foste più interessati alle regole o a qualcos’altro, a qualche altro tipo di file audio e di articoli.
Ho chiesto perciò di esprimere la vostra preferenza. Il risultato è stato che c’era più attesa per questa quarta regola d’oro che per i podcast delle storie per principianti e quelle per il livello intermedio.
In effetti il sondaggio doveva servire proprio a questo, per testare quanto i componenti della famiglia di Italiano Semplicemente fossero interessati al metodo e quanto ai contenuti audio.
Effettivamente il risultato non mi ha sorpreso ed allora mi sono detto: datti da fare e registra anche questo file audio. Ed allora eccomi qui dunque a parlare dell’importanza delle emozioni e delle storie.
Ma la domanda è: come mai ho deciso di accoppiare le storie con le emozioni? Come mai insieme storie ed emozioni nella stessa regola? Questo è quello che potreste chiedermi voi, questo è quello che mi sono chiesto anche io quando ho voluto sintetizzare in sette regole d’oro i principi su cui basare l’apprendimento tramite italiano semplicemente.
Come sapete il sito è dedicato soprattutto a coloro che lavorano, che hanno poco tempo, e che quindi vogliono un metodo veloce ed efficace, che dia risultati in tempi brevi e che allo stesso tempo non sia noioso. Infine un metodo che non necessiti di passare ore ed ore sui libri di grammatica per imparare la lingua di Dante Alighieri.
Il metodo è il migliore, secondo il mio punto di vista, anche per coloro che di tempo ne hanno molto, come può essere per uno studente appena diplomato o laureato.
Insomma le emozioni e le storie. Perché insieme? Dopo averci riflettuto un po’, ho deciso di inserirle in una unica regola. Pensate un attimo infatti alle cose che ricordate, quelle che tenete nella vostra testa anche da molti anni, e che niente e nessuno riuscirà mai a farvi dimenticare. Che cosa hanno queste cose in comune tra di loro? Cosa hanno questi ricordi in comune? Bene, io direi che hanno due cose. La prima è che sono ricordi EMOZIONANTI. Proprio così. Nel bene e nel male, qualunque ricordo che teniamo con noi, dentro di noi, è legato a delle forti emozioni.
Che si tratti di ricordi dolci, come del primo bacio, o anche del primo giorno in cui abbiamo guidato la nostra automobile, persino di cosa abbiamo fatto e dove ci trovavamo il giorno 11 settembre 2001, o anche del giorno in cui abbiamo superato il nostro ultimo esame universitario.
Se tutti i giorni fossero come quei giorni, secondo me, ricorderemmo alla perfezione tutta la nostra vita, tutti i giorni distintamente.
E poi qual’è la seconda cosa? Qual’è la seconda cosa che hanno in comune questi ricordi? Avrete già indovinato che si tratta sempre di STORIE. Si tratta di percorsi di vita, di pezzi di vita, di avvenimenti che hanno un inizio e che hanno una fine, e che ci hanno fatto sognare, tremare, urlare, o anche provocato malinconia, e sofferenza. A volte dolore. Di avvenimenti che ci sono costati fatica e ci hanno messo alla prova.
E’ quindi con le storie che ricordiamo, ma con le storie emozionanti, non storie qualsiasi. Possiamo dire, facendo una analogia con la vita, che se la nostra vita è la nostra casa, allora le storia sono i mattoni della casa, e le emozioni sono la calce, il collante, la colla, quello che tiene insieme i mattoni, che li tiene uniti.
Cosa significa questo? Cosa c’entra con imparare l’italiano? Ma anche l’apprendimento è basato, come sapete bene, sulla memoria. Anche imparare una lingua necessita di colla, di calce, che tenga insieme i pezzi, le parole, le frasi, che ascoltiamo e che leggiamo.
Se ascoltiamo delle parole ripetutamente, per impararle, con l’obiettivo di impararle, non raggiungeremo mai l’obiettivo. Questo è sicuro. Se ad esempio prendiamo una parola a caso, come la parola “erroneamente“. Potremmo pensare che ripetendola cento volte ci entrerà in testa, cioè ce la ricorderemo. Peccato che abbiamo dimenticato di inserire la parola in una frase, peccato che non abbiamo pensato ai possibili contesti in cui inserire la parola erroneamente, e in quale circostanza usarla, utilizzarla. Peccato poi che sia anche molto noioso ripetere 100 volte la parola “erroneamente”.
D’altronde non è questo il metodo che usano i bambini per imparare a parlare, tanto per dirne una. Non è un metodo di apprendimento naturale, quella che usiamo coi nostri figli.
Possiamo allora provare a comporre delle frasi con la parola “erroneamente”, come ad esempio: “Ho pensato erroneamente che avrei imparato l’italiano studiando la grammatica”, e potreste pensare di ripetere la frase 100 volte, come un automa, come un robot. Neanche questo però fanno i bambini. Neanche questo fanno i bambini perché anche qui manca la colla, manca la calce che tiene uniti i mattoni della casa, e questa vi crollerà addosso dopo qualche giorno che non ripetete più la frase, sempre che non siate morti di noia prima di quel giorno.
E poi chi ha detto che per imparare una lingua bisogna soffrire? Chi dice che per imparare l’italiano, la lingua italiana, come qualsiasi altra lingua, bisogna lavorare, lavorare, studiare, sgobbare, stare piegati sui libri, avere sempre un dizionario a portata di mano tutto il giorno e farsi venire il mal di testa? Chi ha detto che dobbiamo arrivare ad odiare una lingua per impararla.
Evidentemente c’è bisogno di qualcos’altro. Evidentemente c’è qualcosa di sbagliato in questo metodo. C’è cioè bisogno delle emozioni. Quello di imparare a memoria le parole è un metodo superato, è il vecchio metodo, che annoia gli studenti e che, tra l’altro, abbrutisce anche i professori. Questo, in definitiva, non è un buon metodo per imparare una lingua.
Ho letto su vari siti internet che la soluzione è ragionare non sulle parole singole ma sulle frasi. Non credo che anche questo sia esatto. E’ sempre meglio che imparare delle singole parole, è chiaro, ma ancora non ci siamo secondo me.
Le storie invece, sono più naturali, sono più facili da ricordare perché la vita è fatta di storie, e la vita è fatta di emozioni. Non si fa fatica ad imparare delle storie, a provare delle emozioni.
Ovviamente le storie quindi devono essere delle belle storie, delle storie che vi insegnino qualcosa, non fini a se stesse.
Così, anziché dire 100 volte la parole “erroneamente”, asetticamente, noiosamente, possiamo inserirla in una frase un po’ più collegata alla realtà, ad esempio:“erronemante avevo creduto di essere felice senza di te”, e magari inserire la frase al termine di una storia, una storia che si conclude proprio con questa frase, magari all’interno di un film che vi ha appassionato e che speravate finisse proprio così…“erronemante avevo creduto di essere felice senza di te” e vissero così felici e contenti.
Ora, non è facile insegnare in questo caso. Non è tanto facile comporre delle storie che non siano noiose, che non siano troppo lunghe, perché devono essere ascoltate molte volte, perché questo è il metodo che propongo in Italiano Semplicemente, storie che non devono perciò risultare pesanti, noiose da ascoltare e che dopo uno o due giorni non abbiamo più voglia di ascoltare e ripetere.
Non è facile quindi per chi queste storie deve comporle, per noi dello staff, ma è anche divertente a dire il vero, e da anche molte gratificazioni, perché se accade poi che le persone ti fanno i complimenti, o via email, o anche pubblicamente su Facebook, e ti dicono: “che bella storia, è una settimana che la ascolto con piacere e sto imparando tantissimo”. Non è facile quindi per noi che stiamo dietro, dall’altra parte dello schermo, ma sappiamo che funziona, che il metodo funziona e continueremo ad utilizzarlo.
Anche i file dedicati al livello intermedio sono delle storie. Le frasi idiomatiche e le espressioni che vengono spiegate sono solamente delle frasi e delle espressioni di uso corrente. Ma tutti gli articoli e i file audio correlati, dedicati alle frasi idiomatiche ed alla loro spiegazione, la spiegazione che ne viene fatta, è a tutti gli effetti una storia. Vengono fatti degli esempi, vengono costruite delle scena di vita quotidiana per la spiegazione delle frasi che fanno parte della vita di tutti i giorni quindi e che inevitabilmente saranno collegate a delle emozioni. Da parte mia faccio del tutto e farò del tutto per costruire un racconto piacevole. Anche il file audio che state ascoltando in questo momento è una storia, una storia che ascoltate per capire come imparare l’italiano e che spero sia interessante e che vi faccia scoprire cose che non sapevate prima o cose alle quali avevate finora prestato poca attenzione.
Le storie quindi, ricapitolando, vi aiutano a memorizzare meglio, in quanto hanno un contenuto non solo in termini di significato, come una parola o, ancora meglio, una frase, ma perché una storia può far emozionare, può far divertire, può piangere, ricordare eventi passati, sognare, sperare.
Non credo, purtroppo, che noi di Italiano Semplicemente riusciremo sempre a farvi piangere dall’emozione (e non è neanche questo che vogliamo!!), ma punteremo comunque, quantomeno, a farvi divertire, a rendervi piacevole l’ascolto e la lettura. Finora speriamo di esserci riusciti, almeno a quanto sembra dalle testimonianze che riceviamo, anche su Facebook, o anche tramite email e nei commenti del sito internet, e speriamo di continuare così.
Questa quindi è la quarta regola d’oro di Italiano Semplicemente. Importantissima per l’apprendimento. Se avete gradito questa regola, se vi è piaciuta, vi invito a condividere e discutere su Facebook le vostre opinioni, e ovviamente vi ringrazio per l’ascolto e ci vediamo alla prossima regola d’oro, la quinta della lista, vale a dire ascoltare italiano vero, ascoltare italiano autentico. L’italiano che si parla in famiglia e in ufficio, in casa e fuori casa, e non l’italiano dei libri di testo. Arrivederci e alla prossima!
Buongiorno e benvenuti su italianosemplicemente.com.
Mi rivolgo ai visitatori abituali del sito ma anche a coloro che ascoltano oggi il loro primo podcast e che hanno scoperto Italiano Semplicemente per caso, magari su Facebook o su Twitter. Benvenuti anche a questi ultimi e vi dico subito che oggi siete molto fortunati, perché vi parlerò, per la sezione frasi idiomatiche e modi di dire, dedicata a coloro che già comprendono l’italiano e che vogliono migliorare ancora il loro livello, arricchendo il loro vocabolario e soprattutto vogliono riuscire a comunicare efficacemente in italiano, pensando direttamente in italiano e che vogliono riuscire ad esprimersi senza esitare, senza balbettare, senza riflettere sulla grammatica. Senza studiare la difficile grammatica italiana.
Vi parlerò quindi di una cosa molto divertente. Come al solito questo lo facciamo tutto in automatico,L’apprendimento in italianosemplicemente.com è in automatico grazie alle sette regole d’oro di Italiano Semplicemente, cioè i sette consigli che vengono anche dalla mia esperienza passata studiando inglese, francese e tedesco.
Oggi quindi avrete ben chiaro l’obiettivo del… di questo file audio che state ascoltando, che è quello di comprendere una espressione italiana, una o più espressioni, e quindi questo semplice obiettivo vi permetterà di assimilare la lingua italiana, di arricchire il vostro vocabolario, di assorbire la grammatica senza… senza pensarci, grazie proprio a queste sette regole d’oro.
Spiegherò oggi una cosa quindi molto simpatica. Si tratta di alcune frasi e di alcuni aggettivi, ed in particolare degli aggettivi che si addicono agli italiani, cioè che stanno bene se ci si riferisce a degli italiani. Sono delle caratteristiche, almeno questo si dice, degli italiani in generale.
Quindi oggi ho una domanda per voi. Non so se avete mai sentito dire che gli italiani sono tutti SEDUTTORI?
Avete mai sentito parlare di Rodolfo Valentino, di Gabriele D’Annunzio, di Marcello Mastroianni magari? Ho citato soltanto alcuni di quelli che sono considerati I più grandi seduttori italiani. Ho detto SEDUTTORI, Ma che significa essere seduttori?
Dunque, la parola seduttore deriva dal verbo “sedurre”. Sedurre significa, in qualche modo, piacere, affascinare, attirare l’attenzione di qualcun altro, ma attirarla in senso positivo. Letteralmente sedurre significa “portare a sé”.
Il seduttore quindi affascina, seduce: la seduzione è qualcosa che non esiste in modo consapevole diciamo, ma è in qualche modo inconscia, quindi viene dall’inconscio, viene da dentro, non è consapevole.
Questo significa che purtroppo non esistono tecniche di seduzione, e che quindi se sapete sedurre è molto meglio per voi, altrimenti pazienza, bisogna “farsene una ragione”. Non possiamo farci insegnare come si fa a sedurre. Ovviamente parlo anche per me!
La seduzione quindi è la prima parola di oggi. Parlando di seduzione, possiamo dire che chi riesce a sedurre, cioè chi seduce, è un seduttore. Di solito si seduce per amore, quindi un uomo può sedurre una donna, o anche un uomo, inconsapevolmente – I-N-C-O-N-S-A-P-E-V-O-L-M-E-N-T-E (parola difficile!) cioè senza consapevolezza, senza accorgersene, cioè senza che se ne accorge; non lo fa apposta quindi! Oppure lo fa di proposito, cioè seduce consapevolmente, con consapevolezza, cioè lo fa apposta.
Il seduttore ha però anche altri nomi, di significato più o meno simile.
DON GIOVANNI ad esempio, lo avete mai sentito? Dunque, il nome di “Don Giovanni” nasce molto tempo fa, nel diciassettesimo (XVII) secolo in una commedia teatrale. E’ il protagonista, cioè è il principale interprete di una commedia, cioè di una opera teatrale. Questa persona quindi, il protagonista della commedia, conquista molte donne, fa molte conquiste quindi, cioè riesce a sedurre molte donne; è quindi un seduttore, e nello stesso tempo, non è mai contento, è cioè sempre inappagato. Inappagato significa che non è mai “pago”, non riceve mai una “ricompensa”, cioè una “paga” che lo soddisfa, che lo renda soddisfatto, cioè che lo renda appagato. Chi è appagato quindi, non cerca altre cose per essere appagato, in quanto già lo è. Chi invece non è mai appagato, come il Don Giovanni, cerca continuamente di esserlo, di appagarsi, e come fa? Come fa per sentirsi appagato? In questo caso, il seduttore seduce altre donne, ed altre ancora, ed altre ancora, finché non si sente appagato. Finché non è appagato.
Quindi seduttore e Don Giovanni non sono esattamente sinonimi, cioè non hanno esattamente lo stesso significato, perché chi seduce, il seduttore, non è detto che ne approfitti. Non è detto che sia sempre inappagato, come il Don Giovanni.
Un sinonimo di Don Giovanni è invece la parola “DONNAIOLO“. Il Donnaiolo è colui che è sempre pronto a corteggiare le donne. Nella parola donnaiolo c’è la parola “donna” infatti. Donnaiolo è quindi chi corteggia, e spesso anche seduce, molte donne ed è sempre in cerca di avventure amorose, di nuove avventure amorose, esattamente come il Don Giovanni quindi.
Gli Italiani quindi, potreste dire, potreste pensare sono tutti donnaioli, anche se questo non è vero. Io ad esempio non lo sono affatto. Non si sa mai che a mia moglie venisse in mente di ascoltare questo podcast!
Se quindi non siete dei donnaioli, come me, vuol dire che non siete neanche dei CASANOVA.
Infatti Casanova, con la “C” maiuscola, è il cognome di Giacomo Casanova, un italiano quindi, un veneziano per la precisione (cioè una persona che abitava a Venezia, che era un cittadino della città di Venezia) vissuto se non sbaglio nel diciottesimo (XVIII) secolo. Casanova era dunque un seduttore, anche lui, un Don Giovanni, un donnaiolo. Era un uomo che amava le “avventure”, cioè le avventure amorose, amava conquistare le donne, era un “amatore” quindi… un altro termine nuovo. AMATORE, cioè colui che ama, in generale. Si può essere amatore di donne, come il donnaiolo, ma anche di moto, di macchine, un amatore di Vini eccetera.
Era quindi un AVVENTURIERO, ma anche uno scrittore. Giacomo Casanova era anche uno scrittore, un poeta; scriveva le poesie, era un filosofo (si occupava cioè di filosofia, come Cesare Beccaria, come Giambattista Vico eccetera). Insomma Casanova faceva un sacco di cose, amava un sacco di cose diverse, tra le quali le donne. Amava anche le donne. Ma amava anche i libri, la filosofia e la poesia.
Possiamo anche dire che Casanova era un RUBACUORI, cioè letteralmente “rubava” i cuori, cioè conquistava i cuori delle donne. Anche rubacuori è molto utilizzato, soprattutto nelle riviste di gossip italiane, molto usato anche quando si parla di qualcuno in modo scherzoso, tra amici eccetera.
Sicuramente, se vogliamo trovare un termine conosciuto da tutti i non italiani, possiamo usare PLAYBOY, termine ormai entrato nel vocabolario anche italiano, anche se ovviamente non ha origine italiane.
Colui che conquista molto, il seduttore, il conquistatore, è anche chiamato, a volte… ADESCATORE,
L’Adescatore viene dal verbo adescare. Chi adesca, colui che adesca, è colui che usa l’esca, cioè che, come il pescatore, “pesca” le donne. Il pescatore si prende i pesci, pesca i pesci, e l’adescatore si prende i cuori delle donne; pesca i cuori delle donne. Chi adesca quindi “Attira” con l’esca le donne. Ovviamente esiste anche l’adescatrice, che è il femminile di adescatore. Il termine però, il termine di adescatore, ha in qualche modo un accezione negativa, è usato in senso più negativo, chi lo fa, cioè chi adesca, è vero che è un seduttore, ma quando seduce… attira tramite lusinghe, fa molti complimenti, molte lusinghe, dice parole dolci, e anche con delle promesse:
“Se sarai mia stanotte ti sposerò domani stesso!”
“Se mi dirai di sì, sarai l’unica donna della mia vita” eccetera…
Promesse che, naturalmente non sono vere. L’adescatore non dice la verità, è un bugiardo. Quindi adescatore non è un vero complimento. Infatti ad esempio colui che adesca è anche colui che invita altre persone a prestazioni sessuali a pagamento. Ecco perché ho detto che il senso qui è più negativo rispetto a seduttori.
“Le prostiture adescano i clienti”, invece “il seduttore conquista i cuori”. Meglio essere seduttori che adescatori quindi. Almeno secondo me.
Anche ADULATORE è molto usato in Italia. Ma Adulatore non ha esattamente lo stesso significato.
L’adulatore infatti è chi “Adula”, Colui che ama adulare è una persona che ama corteggiare, cioè “fare la corte”. Corteggiare significa fare la corte, cioè cercare di conquistare una donna, di conquistare il suo cuore. Ma adulatore significa anche, in qualche modo leccapiedi, o anche, ma questa è una parola un po’ volgare, leccaculo. L’adulatore è colui che fa i complimenti, qualsiasi sia il motivo per cui lo faccia. Chi “lecca i piedi” o il “leccapiedi” è una persona che adula, per ottenere dei vantaggi personali. La stessa cosa, ma è la versione volgare, è la parola “leccaculo”.
Non è quindi un termine solo usato, l’adulatore, nell’ambito dell’amore e dei sentimenti..
Infine voglio citarvi, vi voglio parlare di una frase: “SALTARE LA CAVALLINA“.
Non è molto usata in Italia, almeno non troppo, ma potrebbe capitarvi di ascoltarla, magari mentre vedete un film, o mentre ascoltate una conversazione tra amici. Saltare la cavallina, ha lo stesso significato di “essere un Don Giovanni”, o “Essere un Casanova”, o un donnaiolo.
C’è però un più esplicito, un più diretto riferimento all’atto sessuale, al sesso in generale. C’è un riferimento chiaro al sesso, all’atto di “cavalcare” cioè di fare sesso. Chi salta alla cavallina, è come se facesse sesso per sport, senza sentimento, così come un atleta, quando si allena, salta la cavallina, che è uno strumento utilizzato dagli atleti della ginnastica artistica.
Si può dire anche “CORRERE LA CAVALLINA“, che ha lo stesso identico significato. Vuol dire gustare la vita, assaporare la vita, i piaceri della vita, senza freno, senza nessun freno, senza pensare ad altro. Chi corre la cavallina quindi si lascia andare ad una vita spensierata, senza pensieri cioè, libera dalle costrizioni sociali, libera dagli obblighi, libera dalle cose che vanno fatte. Quindi ci si riferisce soprattutto alle relazioni sentimentali e sessuali.
Possiamo dire ad esempio che “quell’uomo ama correre la cavallina”: vuol dire proprio questo, che è un amatore, un seduttore, e che molto spesso ha relazioni con donne diverse. Con più di una donna. Che ama molte donne.
Bene, non ci sono altri modi per chiamare gli italiani….credo!
A parte gli scherzi, spero che questo podcast vi sia piaciuto, spero che gli esempi che ho fatto siano stati abbastanza chiari. Oggi quindi un podcast molto divertente, ricco di parole diciamo “simpatiche” e soprattutto che riguardano l’immagine degli italiani.
Gli italiani comunque non sono tutti così, non sono tutti Don Giovanni, tutti Casanova e donnaioli. Ci sono anche brave persone, che amano la famiglia e le donne si limitano a guardarle…
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Terminiamo il podcast con un piccolo esercizio di coniugazione: vi chiedo di ascoltare e di ripetere dopo di me. Concentratevi solamente sulla mia voce, non pensate alla grammatica, ma ascoltate solamente, concentrandovi solo sul suono della mia voce e poi ripetete dopo di me. In questo modo imparerete automaticamente, senza sforzi e senza studiare la grammatica: Cominciamo col verbo sedurre:
Io sono un seduttore….
tu sei un seduttore…
Rodolfo Valentino è stato un seduttore…
Quella attrice è una seduttrice…
Noi italiani non siamo tutti seduttori…
Voi italiani siete tutti seduttori
Gli italiani sono più seduttori dei finlandesi (senza offesa per i finlandesi ovviamente)
Adesso un po’ più difficile, per i più bravi e volenterosi tra di voi: Vediamo un esercizio con il condizionale.
Ascoltate e ripetete. Se necessario fate una pausa, provate a ripetere, senza pensare alla grammatica, e poi continuare ad ascoltare:
Se io fossi un seduttore, conquisterei molte donne… (magari…)
Se tu fossi un Don Giovanni conquisteresti molte donne…
Se Rodolfo Valentino non fosse stato un seduttore, non avrebbe mai conquistato molte donne…
Se quell’attrice avesse anche saputo sedurre, avrebbe avuto ancora più successo…
Se, durante la vacanza in Italia, voi aveste sedotto almeno una ragazza, oggi sareste meno nervosi…
Se tutti sapessero sedurre, tutti sarebbero seduttori
Questo ultimo esercizio è veramente per più bravi, provatelo più volte se necessario, ma non cadete nella tentazione, mi raccomando, di cercare su internet il condizionale del verbo sedurre. E’ sbagliato, o meglio, è noioso e non resta in definitiva molto a lungo nella vostra testa. Ascoltate invece molte volte questo podcast, fate una pausa tra una frase e l’altra se ne avete bisogno, quando ne avete bisogno, e provate a ripetere di tanto in tanto. Rispettate cioè i consigli, cioè le sette regole d’oro per imparare a comunicare in Italiano.
Se ovviamente siete in un autobus e non potete ripetere ad alta voce, come può accadere, cercate di farlo nella vostra testa, dentro di voi.
Questo è tutto, ci rivediamo, anzi ci risentiamo su queste pagine, sulle pagine di Italiano Semplicemente. Spero che io sia riuscito a “sedurvi” quest’oggi, nonostante non sia un seduttore, e spero quindi che continuiate a seguire Italiano Semplicemente. Ciao ragazzi e “alla prossima”.
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Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.
there is no favorable wind for the sailor who doesn’t know where to go.
Seneca
Transcrizione
Benvenuti nella terza regola d’oro di Italiano Semplicemente.
Questa regola è molto importante. Studiare in condizioni di relax, cioè quando non siete stressati, vale a dire quando non siete tranquilli o quando siete preoccupati per qualcosa.
Lo stress è un fattore negativo che influenza la vita di noi tutti; la nostra salute, il nostro stato d’animo e naturalmente anche l’apprendimento.
Se volete imparare una lingua, in questo caso l’italiano, mantenere un basso livello di stress è assolutamente determinante.
Ma cosa c’entra lo stress? Potreste chiedervi. E come agisce lo stress sul nostro apprendimento?
Allora, sapete bene che lo stress influenza innanzitutto le nostre emozioni: più siete stressati, e più siete portati a dare più importanza alle emozioni più negative. Quelle positive: la creatività, la determinazione, la gioia, la voglia di imparare, di condividere esperienze, ne subiscono inevitabilmente le conseguenze e passano in secondo piano.
E le emozioni sono determinanti quando si impara una nuova lingua. Oserei dire che le emozioni sono tutto.
Ho letto che la memoria a lungo termine è fortemente dipendente dal proprio livello di stress, di ansia. Se siete stressati perdete poi fiducia nel futuro, perdete la concentrazione, dormite male e via dicendo.
La vostra capacità di apprendimento ne risente enormemente, e di conseguenza il mio consiglio è di non ascoltare i podcast di Italiano Semplicemente quando siete stressati. Non servirebbe a nulla o quasi a nulla.
E’ per questo motivo, e questo mi riconduce alla seconda regola d’oro, dove vi consiglio di ascoltare i file audio mentre fate sport, durante la vostra quotidiana attività sportiva, quando il vostro corpo espelle le tossine e quando il sangue circola più velocemente nel vostro cervello; questo vi aiuta a ricordare e ad immagazzinare più facilmente le parole, le frasi, le espressioni che ascoltate su Italiano Semplicemente. In alternativa, come ho detto, potete ascoltare durante i vostri spostamenti quotidiani casa-lavoro, sempre che non li facciate con la testa piena di pensieri e di preoccupazioni.
La prima regola d’oro invece, della quale abbiamo già parlato, è fortemente collegata allo stress. Ascoltare ripetutamente un podcast aiuta a fare dei piccoli passi quotidiani verso il vostro obiettivo. Piccoli passi che presi singolarmente non sono molto importanti; il processo di apprendimento di una lingua è un percorso che va vissuto giorno per giorno; ma dopo un po’ di tempo noterete i risultati: la costanza, la voglia di imparare, la fiducia in voi stessi, vi aiuteranno, ma questi sono tutti fattori che dipendono dallo stress e dal vostro stato di ansia.
Apprendere ogni giorno ma costantemente, farà entrare l’italiano nella vostra routine quotidiana, e poco a poco, mezzora dopo mezzora, giorno dopo giorno, mattone dopo mattone… il vostro italian uscirà spontaneamente dalla vostra bocca, senza pensare a tradurre, senza pensare alle regole grammaticali.
Questo mi fa riporta alla mente un libro che ho letto recentemente, di Antony Robbins (un celebre life coach e anche saggista americano), dove si parla del metodo Co.co.mi. che è un acronimo (cioè una sigla in cui si considerano soltanto le prime lettere), di COstanti e COntinui MIglioramenti. E’ più noto come metodo Kaizen, che in giapponese significa appunto miglioramento continuo.
E’ proprio questa la filosofia che bisogna seguire, eliminare lo stress affinché possiamo aiutare la nostra memoria, al fine di migliorare giorno dopo giorno tramite le emozioni positive.
Personalmente posso riportarvi la mia esperienza con la lingua inglese: nei primi anni, diciamo dal 2008 fino al 2013, l’unico momento in cui ascoltavo i podcast che scaricavo da internet era durante il percorso casa-lavoro, che facevo però con lo scooter (come faccio anche ora). Ora invece ascolto i mie podcast di francese, inglese e tedesco (da un paio di mesi) durante la mattutina attività sportiva.
Vado a correre nel parco, inserisco le cuffiette e vado! Ebbene, ho notato personalmente come in soli 6 mesi, da quando ho iniziato ad ascoltare mp3 in francese, riesco a comunicare senza problemi (potete scaricare la mia presentazione in francese nell’articolo “Presentazione del corso“), facendo degli errori, naturalmente, ma parlando senza esitazioni e senza balbettare. Posso dire che il livello del mio francese attuale è equivalente a quello del mio inglese. Eppure l’inglese l’ho ascoltato per 5 anni! La differenza credo sia praticamente tutta imputabile allo stress (guidare uno scooter è più stressante che fare una corsa al parco!).
Da quando ho capito questo piccolo-grande segreto ho imparato ad utilizzarlo con efficacia e costanza. Senza dimenticare gli altri fattori chiave, cioè quelle che ho chiamato “regole d’oro“. Ok, spero di essere stato convincente, spero soprattutto di non aversi stressato! Alla prossima, con la quarta regola d’oro di Italiano Semplicemente: apprendere attraverso delle storie emozionanti e divertenti!
La motivazione è ciò che ti fa iniziare. L’abitudine è ciò che ti fa andare avanti.
Motivation is what gets you started. Habit is what keeps you going.
Jim Rohn
Benvenuti nella seconda regola di Italiano Semplicemente.
Dunque se siete qui è perché avete già ascoltato e letto la prima regola di Italiano Semplicemente, cioè: ascoltare e ripetere. Ora tocca alla seconda regola: i tempi morti!!
Cosa sono i tempi morti? Niente di cui dovete preoccuparvi naturalmente! Si tratta solamente della seconda regola, della nostra seconda regola, per imparare a comunicare in Italiano.
Già sapete che dovete ascoltare, perché è la prima regola di Italiano Semplicemente, ma la domanda adesso è la seguente: quando dovete ascoltare? Quando ascoltare? Questa è la domanda. Qualcuno di voi, infatti, potrebbe dirmi: caro Giovanni, io non ho proprio tempo! Non ho il tempo di ascoltare le tue lezioni, non ce la faccio, mi piacerebbe tanto, ma ho un lavoro; ho full-time, ho anche dei figli che vogliono la mia attenzione, poi devo fare la spesa, devo portare a spasso il cane e via dicendo. Sono tutte cose che magari fate tutti i giorni, nella vostra routine quotidiana, che molti di voi fanno tutti i santi giorni, e che quindi non vi lasciano altro spazio.
Allora fa niente, potrei rispondervi io, ma invece vi dico che voi ce la potete fare. Perché potete farcela, potete ascoltare, basta farlo quando la vostra testa non è impegnata in qualcos’altro!
Se pensate bene alla vostra giornata… andate al lavoro? ok!.Andate al lavoro magari in autobus, oppure usate la vostra automobile, magari impiegate un’ora; un’ora di tempo molto prezioso! Allora? Allora perché non ascoltare? Per ascoltare serve solamente un cellulare, uno smartphone, o addirittura un piccolo lettore mp3. Anziché ascoltare i rumori dell’autobus o del treno, anziché sentire le lamentele degli altri… le lamentele altrui sul vostro bus, o perdervi in pensieri negativi, potete ascoltare. Magari avete già le cuffiette del telefono del telefono inserite!
Se siete fortunati e non viaggiate per lavoro, ma purtroppo avete la sfortuna di lavare i piatti la sera o tocca a voi stirare le camicie o cose simili, questa potrebbe diventare la vostra fortuna (si fa per dire), potresti infatti ascoltare mentre svolgete i quotidiani servizi a casa.
Mentre fate jogging, andate a fare una passeggiata o andate in palestra, anche questa è un’ottima occasione. Siete rilassati, e ci sono anche molte ricerche che dicono che ascoltare audio mentre si fa sport favorisce la memorizzazione!
Allora, se siete degli atleti, e non avete tempo per andare ad un corso di italiano, provate pure ad usare questa tecnica.
Insomma ci sono sicuramente molti momenti, nella vostra giornata, che possiamo chiamare “tempi morti”, dei tempi cioè che non usate, che non utilizzate. Magari non mezzora consecutiva, ma anche 10 minuti alla volta, tre volte al giorno, 10 minuti mentre andate al lavoro, 10 minuti magari mentre fate una breve passeggiata, altri 10 minuti al vostro quando tornate a casa. Quindi In una normale giornata vi stupirete come… quanti tempi morti ci sono e quanto tempo potreste usare per ascoltare degli mp3.
Certo, occorre un minimo di attenzione, dovete imparare a ricordarvi di usare i tempi morti, ma se ce la fate a resistere per 4-5 giorni, se resistete solo per qualche giorno… l’ascolto dell’italiano entrerà nella vostra routine quotidiana. Avrete così la vostra nuova Routine. Vi ricorderete automaticamente che dovrete ascoltare, perché non dovrete più pensarci. Tutto sarà… tutto avverrà in maniera automatica.
C’è da dire che anche il mio ruolo è importante. Chi usa il metodo TPRS sa bene che gli mp3 devono essere interessanti, emozionanti, rilassanti anche, devono essere anche gratificanti. Quindi il mio ruolo è complicato. E’ difficile anche per me, ma io ho già visto, come studente, che il metodo funziona, e come me altre migliaia di persone.
L’ho provato imparando l’inglese; prima l’inglese (grazie ad Effortless English), poi ho utilizzato un sistema analogo anche col francese; sistema basato sull’ascolto, anche lui (Français Authentique) ed ora ho iniziato col tedesco. Ho visto che il metodo funziona e pertanto mi sono detto: perché no? voglio aiutare voi a fare lo stesso. Il metodo TPRS funziona, funziona veramente. Io stesso ho faticato molto prima di trovare il metodo giusto e visto che l’italiano, la lingua italiana è più difficile, a quanto pare, delle altre, perché è piena di regole grammaticali, potrebbe essere per voi un’ottima idea quella di usare il metodo TPRS. Ovviamente il metodo TPRS non dice di usare i tempi morti… questo è un mio consiglio personale. Infatti come molti di voi non ho molto tempo a disposizione; di conseguenza, è vero, bisogna ascoltare, ma… uno dei segreti che mi ha permesso di imparare l’inglese e il francese è quello di ascoltare mentre viaggio, ad esempio, o mentre faccio altre attività. Come molti di voi, infatti, non ho molto tempo a disposizione. Come anche… ci sono anche altri miei consigli personali, che ho messo all’interno delle sette regole d’oro. Anche la regola sette (parlare usando skype o anche tramite whatsapp).
Quindi, tra le sette regole d’oro di Italiano Semplicemente poi ce ne sono alcune che interessano soltanto voi, e ci sono altre regole che riguardano anche me. Quelle che interessano voi sono: ascoltare (ovviamente), usare i tempi morti, ascoltare in assenza di stress, quindi con tranquillità, la regola numero sette, quella che ho già detto, e poi ci sono le regole che riguardano anche me, dove cioè dove anch’io ho un ruolo importante. Non dipende quindi solo da voi.
La regola quattro, ad esempio: l’importanza di usare delle brevi storie e l’importanza delle emozioni. Ecco, queste interessano anche me. Sono io infatti, ed anche i miei due figli Elettra ed Emanuele, che facciamo, che componiamo le storie. Di conseguenza siamo noi tre che dobbiamo renderle brevi ed interessanti, ed anche emozionanti e non noiose. Questo perché dovete ripeterla più volte, e se questo diventa noioso non va bene.
Anche la regola cinque che… (quella di ascoltare italiano vero, autentico), dipende, anche quella, da noi (da me e dai miei figli), perché se io parlassi come un libro di testo, se vi dicessi solamente, all’interno dei miei audio file, per esempio: Questo è il congiuntivo del verso fare: “Che io faccia, che tu faccia, che egli faccia“, eccetera, se cioè non usassi espressioni di uso corrente, frasi che si usano tutti i giorni, se non facessi parlare i miei figli, che sono autentici, sono veri, voi non avreste italiano vero da ascoltare.
Voi volete “che io faccia” uso di italiano vero o che io non ne faccia uso nelle mie lezioni? Spero veramente “che voi abbiate” la mia stessa idea, e se è così, siete sul posto giusto, sul sito giusto, e potete cominciare subito a scaricare i vostri podcast ed ascoltare. Dunque, si diceva… delle regole.
C’è la regola numero sei anche, ad esempio. Anche questa dipende molto da me, dal professore in generale. E’ sicuramente la regola che più di tutte dipende da me. Questa regola è fantastica. Non ci sono altri aggettivi, altri modi per definirla. E’ il cuore del metodo TPRS. Le domande e le risposte – non è questo il file audio dedicato a questa regola – ma giusto per accennarvi che le domande vi aiutano a passare dalla prima alla seconda parte della comunicazione, cioè dalla comprensione all’espressione. Si inizia con risposte come semplicemente “sì” e “no”, con risposte semplici come queste, domande semplici, risposte semplici, quindi per “rompere il ghiaccio” come si dice; per iniziare con semplicità. Comunque di questa regola ve ne parlerò in un altro audio file ad hoc, dedicato solamente alla regola numero 6. Della regola 7 di cui vi ho accennato (quella di parlare usando whatsapp o skype), quella dipende esclusivamente da voi. Io non c’entro per niente! Quindi il metodo TPRS è un metodo che si concentra più sul professore e sul suo metodo di insegnare, mentre le sette regole, che io ho voluto chiamare “regole d’oro” riguardano anche voi, ecco perché io dico che uso il metodo TPRS, ma mi sono permesso di “inserire” queste sette regole d’oro. Quindi riguardano anche voi, queste sette regole, voi che avete a che fare anche con una vita da gestire, con dei figli, col vostro lavoro. A volte sarete anche molto stressati. Di conseguenza il metodo TPRS non basta, bisogna sapere anche come poterlo applicare al meglio. Usate dunque i tempi morti. Scaricate quindi i file audio che inserisco in ogni articolo, (anche questo, questo articolo) ovviamente se riuscite a comprendere il senso di quanto sto dicendo, perché se non ci riuscite è completamente inutile. Bisogna capire almeno l’argomento di cui si sta parlando. E’ per questo che in ogni episodio, in ogni articolo, cerco di introdurre, per i principianti, anche la traduzione in inglese della storia. Una volta compresa, per i principianti, la storia… potete… i principianti possono ripetere seguendo il metodo TPRS. Consiglio quindi di ascoltare (la prima regola) per questo che, in ogni episodio, in ogni articolo inserisco sempre il file mp3 da scaricare col tasto destro del mouse.
In questo articolo ho inserito l’immagine di un autobus, proprio perché è quello il momento opportuno, il momento giusto. La mattina, a mente fresca, appena svegli.
Finisce qui, la discussione sulla regola 2. Ci sentiamo per la regola numero 3 che è: ascoltare senza stress.
Ciao a tutti da Gianni.
Fai ciò che è giusto, non ciò che è facile
Do what’s right, not what’s easy
Hal Elrod
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Ciao a tutti, sono Gianni, il creatore di Italiano Semplicemente e benvenuti nella prima delle sette regole d’Oro di Italiano Semplicemente.
E’ la prima delle sette regole d’Oro, la prima e probabilmente la più importante.
Questa è una regola che, come le altre sei, è, come avrete modo di vedere, è molto semplice da seguire e da capire.
Si tratta di regole semplici quindi, ma che quando le utilizzerete e le utilizzerete tutte, cambierà il modo in cui voi vedete la lingua italiana, ottenendo risultati a dir poco eccezionali.
La regola numero uno è semplicemente ASCOLTARE. Ascoltare è il primo, semplice, efficace, naturale segreto per imparare a comunicare.
L’ascolto è veramente la base dell’apprendimento di una lingua. E’ inoltre il primo “pezzo” della comunicazione. Tutto inizia in effetti con l’ascolto. Solo dopo, solo successivamente arriva il secondo “pezzo”, cioè la parola. L’espressione quindi precede sempre la comprensione. Prima si ascolta, poi, solo poi, si parla.
Bene, ascoltare quindi. Ma cosa, quando, in che modo, seguendo quale tecnica? Bene, non abbiate fretta, perché questo è solamente il primo consiglio, la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente.
Prima di tutto, la prima cosa da associare all’ascolto è la FREQUENZA dell’ascolto. La frequenza vuol dire “quante volte” fate una certa cosa, quante volte la ripetete. Ricordate la locuzione latina “REPETITA IUVANT“? Tradotta letteralmente, significa “le cose ripetute aiutano”. Ebbene: i latini la sapevano lunga, cioè sapevano cosa dicevano. Perché quindi non applicare questa regola anche per imparare una lingua?
Ripetere, ok…. ma quante volte è necessario ascoltare lo stesso file audio? La domanda non sono stato io il il primo a pormela infatti… numerosi studi dimostrano che per assimilare un concetto, per memorizzare una frase, una parola, il significato di qualcosa, di un concetto, è necessario ascoltare per almeno trenta (30) volte. La risposta quindi a questa prima domanda è trenta volte. Ovviamente il numero 30 è indicativo, poiché è necessario capire esattamente quando fermarsi ed ascoltare qualcos’altro, qualche file audio differente.
Questo è molto diverso da quello che avete studiato a scuola di italiano, o di inglese, o di francese, non è vero?
E’ diverso, in effetti, anche da quanto ho fatto io stesso in molti anni di scuole. Generalmente gli studenti sono spinti dai professori ad apprendere le parole, usarle per comporre delle frasi, riempire campi, fare esercizi e via dicendo. Grammatica, grammatica, grammatica! Sempre e solo grammatica! Ogni giorno nuova grammatica!
Ogni giorno nuove parole e nuove regole da memorizzare. E quando avete terminato il vostro libro di grammatica? Qual’è il problema? Bene, il problema è che lo studente impara un sacco di cose, ma poi le dimentica… si dimentica tutto. L’italiano poi ha infinite regole grammaticali, e nessuno le conosce tutte. Gli italiani stessi non le conoscono.
Lo studente poi, anche se riesce a ricordarsi qualcosa della regola che ha imparato qualche giorno prima, non riesce ad utilizzarla. Ad esempio, se un giorno uno studente studia il verbo “avere“, e studia quando usare “abbia” anziché “ha” o “aveva”, quel giorno quello studente fa alcuni, anche molti esercizi in un libro di testo.
Ebbene, dopo una settimana lo studente ha dimenticato tutto o quasi. Questo accade sempre, per ogni regola grammaticale. Il problema è che l’italiano non è da intendere come un’insieme di regole grammaticali da imparare a memoria. Per più motivi: è noioso, non è naturale, l’apprendimento non è avvenuto in modo profondo, in modo da memorizzare veramente e soprattutto, in modo naturale.
Quindi, ognuno di noi ha bisogno di rallentare e ripetere continuamente qualsiasi cosa si impari.
Se ci pensate bene questo vale non solo per imparare una lingua, ma anche nello sport: un corridore non legge libri di testo per vincere alle olimpiadi; si allena continuamente, cioè ripete costantemente gli stessi esercizi, ogni giorno.
In questo modo i suoi muscoli e la sua testa apprendono automaticamente e fanno sempre passi avanti, ogni giorno.
Lo stesso vale per apprendere una lingua, soprattutto se volete imparare ad utilizzarla, cioè a parlare.
Quindi, quando ascoltate uno dei miei podcast, come ad esempio questo podcast, la prima regola d’oro di Italiano Semplicemente, ascoltatela più volte al giorno, per mezzora, massimo 1 ora e mezza, non di più.
Fatelo per una settimana, se necessario due settimane. In questo modo il vostro cervello impara automaticamente e memorizza profondamente. L’apprendimento diventa così automatico e imparerete le regole grammaticali senza accorgervene.
Quindi se avete un file audio, qualcosa che vi piace ascoltare e che siete in grado di comprendere almeno per la maggior parte delle parole, non lo ascoltate soltanto una volta. Una volta non è abbastanza. Cinque volte non è abbastanza. Dovete ascoltarlo 30 volte o anche di più se necessario.
Ora, potete avere due o tre file audio anche, 2 o 3 articoli ed ogni giorno li ascoltate. Poi però li dovete ascoltare ancora ed ancora. In questo modo imparate profondamente, automaticamente e definitivamente.
Anche nel momento in cui conoscete il vocabolario, le parole contenute nell’articolo sono chiare, continuate ad ascoltare lo stesso file più volte, perché conoscere il vocabolario, conoscere il senso, il significato della parole significa solo che se fate un test sull’articolo, un esame, allora questo potete superarlo, ma quando vi ricapita di ascoltare la stessa frase, la stessa parola, siete in grado di usarla facilmente e velocemente? automaticamente?
Se la vostra risposta è no, avete bisogno di ripetere ancora, la frase, le parole, le espressioni, l’articolo, ancora ed ancora ed ancora molte volte. Questa è la prima chiave, la prima regola d’oro, la prima “rivelazione” di Italiano Semplicemente per parlare velocemente, senza sforzo, inciampare ed usare l’italiano correttente senza fare errori, e sopratutto, senza pensare alla grammatica.
Questo dovete farlo per ogni file audio di Italiano Semplicemente. Ovviamente se non siete principianti e siete già in grado di capire questo file audio, questo vuol dire che il vostro italiano è già buono, ed il vostro problema è solo quello di comunicare senza sforzo, automaticamente e senza balbettare. In tal caso mentre ascoltate leggete la trascrizione del file audio soltanto un paio di volte, poiché quando vi capiterà di parlare italiano non avrete i sottotitoli e poi perché ascoltare è più facile che leggere ed ascoltare; infatti potete ascoltare anche mentre fate altre attività.
Ricordate che parlare è più facile che comprendere, quindi focalizzate la vostra attenzione sui verbi più comuni, sulle espressioni più comuni, più utilizzate, e ripetere, ripetere, ripetere. Questo è il segreto, il primo segreto per parlare l’italiano.
Ok, ora siete pronti per la regola numero due. A domani. Ciao ciao.
(Cliccare qui col tasto destro per scaricare il file mp3)
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Regole da seguire per imparare a comunicare in italiano
1) Ascoltare ascoltare ascoltare. REPETITA IUVANT. L’importanza della ripetizione (almeno mezzora al giorno)
2) Usare i tempi morti per ascoltare (mentre si fa colazione, al bagno, in viaggio, mentre si fa la spesa, lavando i piatti ecc)
3) Studiare senza stress, in condizioni di relax. Il metodo Co.co.mi. (Costanti e continui miglioramenti)
4) Apprendere attraverso delle storie ed emozioni; non attraverso parole o frasi fatte. Apprendere tramite il contesto.
5) Apprendere attraverso Italiano vero e non con libri di grammatica. Ascoltare ciò che PIACE.
6) Domande e risposte sulle storie ascoltate. Imparare così ad usare parole “alternative”, verbi e tempi diversi.
7) Parlare, attivamente, cioè in coppia od anche passivamente (ad esempio anche attraverso scambio di registrazioni whatsapp)




Video:
Trascrizione
Buongiorno amici!
Mi presento: mi chiamo Giovanni, per gli amici mi chiamo Gianni, e benvenuti alla nostra prima lezione di Italiano Semplicemente.
È la prima lezione di italiano che farà parte di una lunga serie di lezioni che aiuteranno tutti coloro che vogliono imparare questa fantastica lingua che è la lingua di Dante, la lingua più bella del mondo.
E questa prima lezione vi dirò semplicemente come sarà questo corso.
Questo corso di italiano sarà molto facile, perché non sarà basato per niente sullo studio della grammatica, che studiano i bambini alle elementari, come i miei due figli E. ed E., ma sarà basato sul divertimento e su un metodo che si chiama… un metodo molto diffuso ormai su internet, perché è il metodo di apprendimento più veloce che esista e più divertente.
Il metodo si chiama TPRS, in inglese, in italiano sta perTotal Physical Response Storytelling (oppure Teaching Proficiency with Reading & Storytelling), in italiano si dice: risposta totale del fisico raccontando delle storie.
Infatti il corso si svolgerà tramite il racconto da parte mia di piccole storielle molto divertenti, tramite le quali voi apprendere poco alla volta, delle parole in italiano, delle frasi in italiano e senza neanche accorgervene migliorerete col tempo il vostro italiano e sarete capaci tra circa sei (6) mesi, se seguirete tutte le regole su cui è basato il corso: sono delle semplicissime regole che fanno parte del metodo TPRS.
Una di queste regole è utilizzare i file MP3, i file audio, almeno per mezzora al giorno (l’ideale sarebbe un’ora al giorno), per 6 mesi.
Durante l’ascolto di questi mp3 potrete, dopo aver ascoltato, provare a parlare anche voi, seguendo ciò che vi dirò. Lentamente quindi imparerete prima a rispondere con delle semplici risposte tipo Sì, No, e poco a poco riuscirete a formare delle frasi, poco a poco riuscirete a parlare cinque minuti senza interruzioni e dopo 6 mesi, vedrete che riuscirete a parlare senza alcun problema l’italiano.
Avrete un vocabolario di circa cinquemila (5.000), diecimila (10.000) parole, dipende dal vostro.. dal tempo che dedicherete all’ascolto di questi mp3, dipende da anche le vostre capacità innate, in qualche modo. In ogni caso è sicuro che anche coloro che credevano di non essere portati all’apprendimento di una lingua, difficile come l’italiano, vi stupirete come’è facile imparare una lingua utilizzando questo metodo.
E’ un metodo che ho utilizzato anch’io, sia per il francese sia per l’inglese (adesso lo sto utilizzando per il tedesco). Questo quindi è il metodo, le regole ve le spiegherò nel prossimo episodio. Vi ho detto, vi ho accennato soltanto alla prima regola, che è ascoltare ascoltare ascoltare, tutti i giorni, almeno mezzora al giorno.
Dunque: scusate ho un po’ di “FIATONE”, ho un po’ di fiatone perché sto facendo una bellissima passeggiata con i miei figli nella regione del Trentino Alto Adige, in Italia. Qui c’è mio figlio Emanuele. Emanuele dì qualcosa! (Emanuele: ciao!).
Stiamo facendo questa piccola passeggiata quindi ho il FIATO UN PO’ CORTO. I miei figli invece sono in grande forma, a parte E. che è rimasta un po’ indietro veramente. Ha Nove (9) anni ma abbiamo fatto molte passeggiate in questi giorni, quindi si è un po’ stancata. Dunque, il mio obiettivo è di fare una o due podcast a settimana, ciascuna di mezzora; ogni podcast va ascoltato almeno quindici-venti (15-20) volte. Questi podcast (ognuno di questi podcast) sarà composto da più parti:
Nella prima parte si ascolterà una semplice storia, che può essere anche una esperienza della mia vita, o qualsiasi cosa mi possa venire in mente di molto interessante, dopodiché spiegherò le parole più difficili, facendo anche degli esempi, e delle frasi, dopodiché ci sarà l’ultima parte dedicata alle domande e risposte.
Si faranno delle piccole domande sulla storia, a cui voi dovrete rispondere, ed io dopo di voi. Quindi vi lascerò il tempo di rispondere.
Quindi spero che riusciremo a portare a termine il nostro obiettivo quotidiano che è quello della passeggiata di tre quarti d’ora oggi, nel Trentino, e spero che anche voi riusciate, in sei (6) mesi a fare questa lunga passeggiata nell’italiano, nell’apprendimento dell’italiano. Se continuerete a seguirmi, i miei podcast saranno assolutamente tutti gratuiti, fino al raggiungimento della maggiore età dei miei figli, quindi se avete delle domande da farmi, fatemi tutte le domande che volete: se l’audio non è molto alto, se devo parlare più lentamente, se il vostro livello di italiano non è tanto alto da farvi comprendere tutto quello che sto dicendo ditemelo così io parlerò più lentamente. Vorrei sapere, in poche parole, che tipo di pubblico ascolta i miei mp3, cosicché potrò adeguare le mie registrazioni al vostro stato attuale di italiano.
L’obiettivo finale quindi è quello di passare dallo stato della comprensione, cioè riuscite a capire tutto ciò che dico o quasi, allo stato dell’espressione, cioè riuscire ad esprimervi da soli, utilizzando la lingua italiana.
Vi comunico si da ora che l’espressione è molto più semplice della comprensione, perché quando parlate decidete voi le parole da utilizzare. Quando ascoltate le decide chi parla, di conseguenza vedrete che sarà molto facile riuscire ad esprimervi tra 6 mesi e parlare con un italiano per qualsiasi motivo voi abbiate deciso di farlo: che siano dei motivi familiari o dei motivi di lavoro.
Adesso vi saluto. Aspetto i vostri feedback!!
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