Questione di tempo

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episodio 1240

Trascrizione

Sapete, il tempo è una di quelle cose che tutti pensiamo di conoscere… finché non proviamo a spiegarlo in una lingua straniera.

Al tempo in cui si comincia a studiare italiano, per esempio, si imparano parole semplici: “oggi”, “ieri”, “domani”. Ma col tempo ci si accorge che non bastano più. Servono espressioni più precise, più sottili.

Ai tempi in cui anch’io studiavo le lingue (in realtà adesso che ci penso, le sto ancora studiando!) mi rendevo conto che alcune parole erano particolarmente difficili da afferrare.

Prendete ad esempio, in italiano, la parola frangente: non è un semplice momento, ma un momento delicato, spesso decisivo.

Un frangente può essere critico, imbarazzante, oppure determinante.

Es:

In un frangente così delicato, è meglio evitare decisioni affrettate.

Proprio nel frangente più difficile della partita, la squadra ha trovato il coraggio di reagire.

In certi frangenti, non è facile prendere le giuste decisioni.

A proposito di frangente, vale la pena fare una piccola digressione.

In realtà, i frangenti sono onde marine che, avvicinandosi alla costa, si rompono spumeggiando contro scogli o bassifondi.

Il termine deriva dal verbo “frangere”, che significa “rompere”. Le onde si rompono contro gli scogli. Si dice anche che si infrangono sugli scogli. In questo caso il verbo è infrangersi, che è simile ma molto particolare. Ce ne occupiamo nel prossimo episodio.

Il frangente, quindi, è sia l’onda stessa sia, per estensione, il punto pericoloso in cui questa si infrange. Ma nessuno usa frangente in questo modo.

Capite bene come si è arrivati al significato figurato: nella lingua italiana, un frangente è un momento difficile, delicato, a volte persino pericoloso. Un po’ come un’onda che si rompe con forza e mette alla prova chi si trova lì.

Somiglia chiaramente a circostanza, situazione, momento, evenienza.

Ecco, anche il termine evenienza è molto interessante. Voi stranieri non lo usate mai. Me ne sono accorto, cosa credete?

Eppure è una parola utilissima.

Evenienza indica una possibilità, qualcosa che può accadere, spesso con una sfumatura un po’ formale o anche prudente.

Per esempio:

in caso di evenienza, chiamami.

Per ogni evenienza, non esiti a contattarci.

Qui non sappiamo cosa succederà, ma ci prepariamo a una possibile situazione, magari imprevista.

Rispetto a parole come situazione o caso, evenienza ha un tono più elegante. Non a caso spesso si dà del lei quando si usa.

Si usa spesso in questa forma: in ogni evenienza, cioè “in qualsiasi caso”, “qualunque cosa accada”.

Ecco perché vale la pena impararla: non è molto comune nel parlato quotidiano, ma tutti la conoscono e dà subito un’impressione di precisione e padronanza della lingua.

E poi c’è la parola contingente.

Questa è una parola che da una parte indica una sorta di gruppo. Parliamo di una quota definita di persone o merci (es. un contingente di soldati). Abbastanza tecnico come sostantivo.

Ma la forma più usata è come aggettivo e non come sostantivo.

Indica qualcosa di occasionale, transitorio, eventuale.

Anche questa parola si riferisce al tempo, ma in modo diverso: indica qualcosa legato alle circostanze presenti, non stabile. Una decisione contingente, per esempio, dipende dalla situazione attuale.

Es:

Abbiamo preso questa decisione per motivi contingenti, ma la rivedremo più avanti.

La difficoltà che stiamo affrontando è contingente e non riflette la situazione generale dell’azienda.

Si tratta di un problema contingente, legato a circostanze temporanee e non strutturali.

Il contrario di contingente può essere strutturale, permanente, stabile definitivo.

Se uso contingente vuol dire che c’è un’urgenza, è accaduto qualcosa che non mi aspettavo.

Se una riunione è stata convocata per motivi contingenti, questo è un modo elegante per dire che c’è stata una situazione inaspettata, inattesa, non prevista. Non era pianificata, ma le circostanze l’hanno richiesta.

A proposito di circostanze: anche circostanza e circostanze sono parole fondamentali.

Le circostanze sono il contesto, l’insieme dei fattori che influenzano ciò che accade.

In certe circostanze si reagisce in un modo, in altre… in modo completamente diverso.

Es:

Non giudicare quella scelta senza conoscere tutte le circostanze che l’hanno determinata.

In quella circostanza, era meglio non parlare e aspettare il momento giusto.

Le decisioni aziendali cambiano a seconda delle circostanze economiche e del mercato.

Ma torniamo al tempo.

Ecco, queste due parole messe in fila formano una copia che si usa in diversi modi: “al tempo” .

Il primo lo avete appena visto.

La locuzione “al tempo” si usa ad esempio in modo informale e ha un significato simile a “questa cosa si farà al momento giusto” , eppure “aspetta, adesso non è il caso,meglio aspettare il momento più adatto” oppure ” ci vuole tempo, aspetta”. È un’esclamazione a volte anche un po’ brusca.

Può servire a fermare qualcuno, a rimandare un’azione.

Esempi:
Sistema tutto subito questo casino in camera tua!

Al tempo, non è il momento. Prima devo riposare.

Posso raccontarti tutto ora?

Al tempo, lascia che prima si calmino un po’ le cose.

Facciamo partire il progetto domani?

Al tempo, dobbiamo prima verificare i dettagli.

In sostanza, “al tempo” ci ricorda che certe cose richiedono pazienza e il momento giusto per essere affrontate. Si usa anche l’espressione “dare tempo al tempo” per trasmettere l’idea di avere pazienza e di fare le cose al momento giusto o perché ci vuole un po’ di tempo.

Chiaramente “al tempo” si usa soprattutto per indicare un tempo preciso, un periodo storico preciso.

Esempi:

Al tempo dei Romani, la città era molto più piccola.

Lui era un famoso pittore al tempo del Rinascimento.

Ai tempi” è un po’ diverso.

Parliamo sempre di un periodo passato, ma spesso con nostalgia o paragone. Anche con ironia molto spesso.

Si usa per parlare di come erano le cose in un certo periodo, senza indicare necessariamente un momento preciso come fa “al tempo”.

Esempi:

Ai tempi della scuola, passavamo ore a giocare in cortile.

Le cose erano più semplici ai tempi dei nostri nonni.

Quindi”al tempo” sesso indica un momento preciso o il tempo giusto per fare qualcosa (anche nell’uso informale).
Invece “Ai tempi” quindi al plurale, indica un’epoca o periodo più ampio, spesso con un tono descrittivo o riflessivo o ironico.

Possiamo a “al momento” .

Quando diciamo “al momento”, intendiamo molto spesso “adesso”, nella situazione attuale. Si sta però dicendo che la situazione potrebbe cambiare. Abbiamo visto in un episodio passato la locuzione “ad oggi” e questa è del tutto analoga.

Come a dire che adesso la situazione è questa, ma chissà domani o anche tra un’ora o un minuto.

Es:

Al momento non ci sono novità, ma ti aggiorno appena so qualcosa.

Al momento non possiamo approvare il progetto, dobbiamo aspettare ulteriori verifiche.

Al momento vivo a Roma, ma potrei trasferirmi nei prossimi mesi.

A volte si usa “al momento ” anche al posto di “in quel momento”, quindi parlando di un momento passato e non di quello attuale.

In questi casi, però, è il contesto a chiarire tutto.

Es:

Non ho risposto subito perché al momento non avevo tutte le informazioni.

Sembrava una buona idea, ma al momento non ci siamo resi conto dei rischi.

Al momento della decisione, nessuno ha sollevato obiezioni.

Diverso è “sul momento“, che indica una reazione immediata e spesso istintiva: sul momento magari non sappiamo cosa dire. Del tutto analogo a “lì per li” che è più informale.

Es:

Non sapevo cosa rispondere sul momento, così ho fatto un sorriso e basta.

Quando l’ha visto cadere, è corso ad aiutarlo sul momento.

Non ho pensato a controllare i documenti sul momento, ma poi me ne sono pentito.

Per finire oggi vediamo l’espressione che ho inserito come titolo dell’episodio: questione di tempo.

L’espressione “questione di tempo” si usa per indicare che qualcosa succederà sicuramente, ma non si sa esattamente quando.

Si concentra sull’idea che la realizzazione o il cambiamento è inevitabile, e che serve solo un po’ di pazienza o attesa. Spesso, quasi sempre direi, si usa insieme a “solo”.

Es:

Non preoccuparti, la situazione si risolverà, è solo una questione di tempo.

Il treno partirà presto, è solo una questione di tempo.

Prima o poi Gianni capirà l’errore, è solo una questione di tempo.

Ora, come vedete, le espressioni legate al tempo sono davvero tante. E, a dire il vero, per motivi di tempo non è il caso di spiegarle tutte oggi.

Nel frattempo, però, accontentatevi di questo episodio, che credo sia molto utile per tutti voi stranieri che volete padroneggiare meglio queste sfumature.

Adesso, per ripassare, a proposito di tempo, ditemi qual è il vostro primo ricordo.

Mariana:
Buongiorno a tutti.
Preferisco ricordare i momenti felici: le mie cugine che giocano con me e mi fanno sentire protetta. Dico questo in quanto il mio primo ricordo è piuttosto brutto. Preferisco glissare

Nancy: Il mio primo ricordo? Che vuoi che ti dica… è qualcosa di piuttosto sui generis, quasi un’immagine che ogni tanto affiora d’emblée, senza preavviso, come un fulmine a ciel sereno. Niente di che comunque.

Marcelo: Ricordo una luce. Nient’altro. Una luce forte, quasi fastidiosa, poi il colore celeste del camice dell’ostetrica che sbatte con quello delle pareti, Mi dirai che è un ricordo un po’ vago! Ma sto scherzando! È nelle cose che si sia un po’ confuso/a sul primo ricordo, no?

Hartmut: Il mio primo ricordo della vita è quando mamma mi portò dal dottore perché avevo le tosse. Siamo restati per ore in una sala fredda insieme con altri venti bambini malati. Diciamo che le circostanze non erano ottime per una guarigione ma ai tempi – era la fine degli anni sessanta – nessuno se ne fregava – e fortunatamente ne sono uscito indenne!

Carmen: a detta di qualcuno, i primi ricordi non sono nemmeno autentici, ma ricostruzioni, espedienti della mente per dare coerenza a ciò che, in origine, era solo caos. Io non ricordo granché comunque. Ma tant’è.

André: Non credo che mi crederete, ma il primo ricordo della mia vita, il primo momento che non mi è mai sfuggito dalla mente e che, ne sono certo, ricorderò fintantochė vivrò, risale alla mattina in cui, appena mi svegliai, dissi: “Che figo, oggi compio tre anni!”

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Lo sconcerto

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episodio 1237

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Trascrizione

Oggi, cari amici di Italiano semplicemente, parliamo di una parola molto interessante: sconcerto.

È una parola che si sente spesso nei telegiornali, nei commenti politici, ma anche nella vita quotidiana, quando succede qualcosa che ci lascia… un po’ spiazzati.

Abbiamo spessissimo parlato di sorpresa negli episodi passati. A volte con esclamazioni. Questa però non è una parola che si usa in una esclamazione.

Ma che cos’è esattamente lo sconcerto? Qual è la sua prerogativa?

Lo sconcerto è una sensazione particolare, non è semplicemente sorpresa. Non è neanche solo confusione. È un misto di stupore, disorientamento e incredulità.

La componente del disorientamento è molto importante. E si tratta quasi sempre di un commento negativo, contrario. Queste sono già due caratteristiche distintive dello sconcerto.

Quando qualcosa rompe le nostre aspettative in modo improvviso, e noi non sappiamo bene come reagire, ecco che nasce lo sconcerto.

Facciamo qualche esempio.

Immaginate di seguire con attenzione un evento importante, convinti che andrà in un certo modo… e poi succede esattamente il contrario. In quel momento potreste dire:

“C’è grande sconcerto”.

Oppure, in una situazione più quotidiana: arrivate in ufficio e scoprite che hanno cambiato tutto senza avvisare nessuno. Le scrivanie, i ruoli, magari anche i colleghi. E voi restate lì, fermi, a guardarvi intorno. Non sapete se ridere, protestare o andare a prendere un caffè. Ecco, quello è sconcerto.

Interessante anche il verbo collegato: sconcertare.

Qualcosa sconcerta quando ci mette in difficoltà, quando rompe i nostri schemi mentali. Ad esempio:

“Le sue parole mi hanno sconcertato”.

Cioè: non me le aspettavo, mi hanno lasciato perplesso, quasi senza parole.

E poi c’è l’aggettivo: sconcertante.

Una situazione sconcertante è una situazione difficile da capire, che lascia interdetti. Ad esempio:

“È una decisione sconcertante”.

In questo caso si sta dicendo: è una decisione che lascia perplessi, che non convince, che quasi disorienta.

C’è anche un aspetto interessante: lo sconcerto spesso, direi quasi sempre, è collettivo. Non riguarda solo una persona, ma un gruppo, una comunità. Questa è la terza caratteristica distintiva.

Per esempio:

“C’è sconcerto tra i cittadini”.

Questa è una frase tipica del linguaggio giornalistico. Significa che molte persone sono rimaste sorprese e disorientate da una certa notizia.

Ma attenzione: lo sconcerto non è per forza negativo al cento per cento. Può avere anche una sfumatura ironica. Ironica, non positiva però.

Immaginate qualcuno che racconta una cosa assurda, esagerata, quasi incredibile. Voi potreste rispondere:

“Guardo con sconcerto!”

In questo caso, magari state anche scherzando. È uno sconcerto un po’ teatrale, esagerato apposta.

Dal punto di vista etimologico, la parola viene da “concerto”, che ha a che fare con l’armonia, con l’accordo. Spesso con la musica, ma non è questo il caso.

Aggiungendo la “s-” iniziale, si crea l’idea opposta: qualcosa che rompe l’armonia, che crea disordine. E infatti lo sconcerto è proprio questo: una perdita di equilibrio, almeno momentanea.

Infine, una piccola osservazione sull’uso.

Sconcerto” è una parola abbastanza formale. Nella lingua parlata di tutti i giorni si usano più spesso espressioni come:

“sono rimasto di stucco”

“sono rimasto spiazzato”

“non ci ho capito più niente”

“Sono basito” è ugualmente abbastanza formale

Però usare “sconcerto” dà un tono più preciso, più elegante, e anche un po’ più giornalistico. Ribadisco comunque che si usa quasi sempre in senso collettivo e non individuale.

A conti fatti, è una parola molto utile, perché descrive una sensazione complessa con una sola parola.

E quando una parola riesce a fare questo… vale la pena ricordarla.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Spero nonci sia sconcerto da parte vosra, visto che lo facciamo sempre…

Marcelo: Durante il matrimonio della maggiore delle mie figlie, per inciso un momento molto felice per tutti i genitori, aspettavo il mio amico più stretto alla festa.
Ho provato uno sconcerto indimenticabile quando sono venuto a conoscenza che lui non sarebbe venuto.
I miei pensieri percorrevano i meandri del mio cervello senza scoprire il vero motivo: incidente con la macchina, indisposizione personale… non riuscivo a figurarmi il motivo. Più tardi,a bocce ferme, quando eravamo già rilassati, scoprimmo il perché del suo atteggiamento. La sua decisione che non sto quì a dirvi, è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Sono passati anni ormai, e nonostante i miei *tentativi* di appianare le controversie, il rapporto non ha mai ritrovato il suo corso. Della serie: bastano piccoli capricci per rovinare un’amicizia di anni!

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Nomi collettivi: tutti per uno, uno per tutti!

Nomi collettivi

Audio in preparazione

episodio 1229

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una cosa curiosa della lingua italiana: i nomi collettivi.

Sapete cosa sono?
Sono parole che indicano un insieme di cose o di persone, ma usando una sola parola.

In altre parole, invece di nominare tante cose una per una, l’italiano preferisce fare economia. Come se dicesse: perché fare la fatica di contarle tutte, quando possiamo racchiuderle in una sola parola?

Facciamo qualche esempio.

Se vedete una sola ape, direte semplicemente:

Guarda, un’ape!

Ma se le api diventano tante, ronzano tutte insieme e cominciano a girare nell’aria… a quel punto non parliamo più di api singole.
Parliamo di uno sciame. lo so, potremo usare semplicemente il plurale: le api, ma posso usare il nome del gruppo, e un gruppo di api si chiama sciame.

Ora immaginiamo una scena in un negozio. Entra un cliente. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Dopo un po’ il negoziante potrebbe dire:

Ultimamente i clienti sono aumentati.

Ma se usiamo il nome del gruppo diciamo:

Ultimamente la clientela è aumentata.

Qui non si parla di un cliente preciso, ma di tutti i clienti nel loro insieme.

Passiamo ai fiori. Un fiore è bello, certo.
Ma se qualcuno vi regala molti fiori insieme, non vi porta venti fiori uno per uno dicendo:

“Questo è un fiore, questo è un altro fiore…”

Oppure:

Questi sono i fiori!

Meglio ancora dire che vi porta un bel mazzo di fiori.

Poi ci sono le foglie. Una foglia, due foglie, tre foglie… ma quando sono tantissime, magari tutte cadute a terra in autunno, possiamo parlare di fogliame.

La lingua italiana qui diventa quasi poetica. Pensate a una passeggiata nel bosco:

Il sentiero era coperto di fogliame.

Non state contando le foglie. State guardando l’insieme.

Andiamo avanti. Una isola è una sola. Ma quando ci sono molte isole vicine tra loro, formano un arcipelago.

Poi abbiamo una parola molto interessante: biblioteca.

Un libro è un libro.
Ma una biblioteca è un luogo pieno di libri. Una specie di regno dei libri.

Passiamo al mare. Una nave naviga da sola.
Ma se molte navi viaggiano insieme, magari militari, allora formano una flotta.

Oggi però questa parola non si usa solo per il mare: anche gli aerei di una compagnia o gli autobus di una città possono formare una flotta.

Sulla terraferma invece possiamo trovare una sola pecora.
Ma se le pecore sono tante e camminano tutte insieme dietro al pastore, allora parliamo di un gregge.

E quando ci sono molte persone in uno stesso luogo, magari davanti a un concerto o allo stadio?

Non diciamo necessariamente: “C’erano molte persone”.

Possiamo dire semplicemente:

“C’era una folla.”

Nel bosco invece troviamo un pino. Ma tanti pini insieme formano una pineta.

Sul campo di battaglia troviamo un soldato.
Ma molti soldati insieme diventano un esercito.

Guardiamo il cielo. Una stella è una stella.
Ma quando più stelle formano un disegno nel cielo, allora abbiamo una costellazione.

E nel cielo possiamo vedere anche uno stormo di uccelli.

Infine andiamo in campagna. Una vite è una pianta d’uva.
Ma tante viti insieme formano un vigneto.

Avete notato che molti animali hanno nomi collettivi molto particolari?

Per esempio, quando i lupi stanno insieme si parla di branco.
I pesci invece formano un banco.
Gli uccelli che volano insieme formano uno stormo.
E i cani da caccia possono formare una muta.

La cosa interessante è che queste parole non si possono scambiare.

Non diremo mai uno stormo di lupi, né un branco di pesci.
Ogni animale ha, per così dire, il suo gruppo ufficiale.

Un’altra curiosità riguarda gli alberi e le piante. Molti nomi collettivi indicano anche un luogo. Pensiamo a parole come pineta, vigneto, uliveto, castagneto.

In questi casi spesso compare il suffisso -eto o -eta, che suggerisce proprio l’idea di un luogo pieno di qualcosa. Un vigneto è quindi un luogo pieno di viti, mentre un uliveto è un terreno pieno di ulivi.

Infine esistono parole che sono collettive senza che ce ne accorgiamo.

Pensate a parole come gente, popolo o bestiame. Sono parole grammaticalmente singolari, ma dentro di loro si nasconde una moltitudine.

Quando diciamo “la gente parla molto di questa storia”, in realtà ovviamente stiamo pensando a tantissime persone.

Insomma, i nomi collettivi ci mostrano una cosa molto interessante: quando gli elementi diventano numerosi, la lingua cambia prospettiva. Non guarda più il singolo individuo, ma l’insieme.

Una pecora diventa un gregge.
Un uccello diventa uno stormo.
Una nave diventa una flotta.

Insomma, è un po’ lo spirito dei moschettieri: uno per tutti, tutti per uno.

Bene, direi che per oggi possiamo fermarci qui.

Ma adesso vi propong una serie di frasi per verificare se avete davvero capito bene. Un quiz che potete ascoltare con le soluzioni dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente e che quindi diventa, come al solito, anche un bel ripasso degli episodi precedenti. A proposito! Quale nome usare per indicare i membri dell’associsazione? Beh, avete varie possibilità:

  • il gruppo dei membri

  • la comunità dei membri

  • la squadra (più informale)

  • la famiglia di Italiano Semplicemente (molto caloroso)

Io preferisco la famiglia!

ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Esercizio: Completa con il nome collettivo (o individuale) corretto

  1. Nancy: Gerome, timidissimo, ha deciso di prendere il toro per le corna: ha colto un singolo __________ profumato per aggiungerlo al suo mazzo e dichiararsi finalmente ad Estelle.
    (Suggerimento: qui serve il nome individuale del fiore)

  2. Marcelo: Il generale Sacchi, che non è certo un quaquaraquà, comanda l’__________ argentino con pugno di ferro.
    (Suggerimento: qui serve il nome del gruppo di soldati)

  3. Carmen: In quella biblioteca enorme non riuscivo a trovare il mio __________ preferito; ne ho abbastanza di cercarlo! – dissi – scommetto che Albéric lo sta usando per ingannare il tempo e non lo restituirà mai!
    (Suggerimento: qui serve l’oggetto singolo che si legge)

  4. Capirai! È bastata una folata di vento perché una piccola __________ si staccasse dal ramo; ora tutto il fogliame è a terra e mi tocca pulire, mannaggia!
    (Suggerimento: qui serve la parte singola dell’albero)

  5. Gema: In mare c’era una nave solitaria che sembrava latitare all’orizzonte, ma all’improvviso è apparsa l’intera __________: un vero pezzo da novanta della marina militare!
    (Suggerimento: qui serve il gruppo di navi)

  6. Leily: Il povero pastore è caduto a rotta di collo giù per la collina perché una __________ smarrita non riusciva a ricongiungersi al suo gregge.
    (Suggerimento: qui serve l’animale singolo)

Nomi collettivi

Gli occhi – Il linguaggio della salute (ep. 6)

Gli occhi (scarica audio)

Trascrizione

Oggi parliamo di “occhio“. Ce ne siamo occupati più volte:

Sono molte le espressioni dedicate all’occhio, che cioè contengono la parola occhio, ma oggi voglio dirvi velocemente qualcosa in più.

Stropicciare ad esempio è un verbo che si usa spesso con gli occhi. Significa toccarsi gli occhi, cioè sfregare, strofinare, passare più volte la mano sugli occhi. Si fa la mattina quando ci si sveglia; ci si stropiccia gli occhi, quindi si usa in modo riflessivo: Stropicciarsi gli occhi.
Poi è interessante parlare di lacrimazione degli occhi: quando un occhio lacrima (verbo lacrimare) escono le lacrime dagli occhi, escono le gocce dagli occhi, come quando si piange.
Possono lacrimare comunque anche perché sono arrossati o perché qualcosa c’è finito dentro.

Anche il verbo arrossare è abbastanza tipico degli occhi: quando diventano rossi, vuol dire che sono arrossati, cioè sono infiammati, non che il colore degli occhi cambia. Anche la pelle può arrossarsi, ma in questo caso accade quando si prende troppo sole o per via di contusioni, schiaffi eccetera.

Gli occhi poi si possono “strizzare” ma questa è una espressione idiomatica: significa chiudere la palpebra facendo l’occhiolino, come segno d’intesa. Non è certamente come strizzare uno straccio, o come quando ti prende la strizza (la paura, la fifa, ricordate?)

Oltre all’arrossamento ed alla lacrimazione potete anche avere la secchezza degli occhi: in questo caso gli occhi sono poco umidi, sono “secchi” si dice così quando state magari in ambienti surriscaldati o climatizzati, oppure quando fate un uso prolungato del computer. Anche il fumo, la polvere o il vento, possono causare una disidratazione dell’occhio e quindi secchezza o irritazione oculare.

E cosa accade quando prendete un pugno in un occhio? Accade che l’occhio si gonfia: avete un gonfiore all’occhio causato dal trauma del pugno.

Sapete cosa fare in caso di gonfiore o arrossamenti? Potete fare degli “impacchi”. Questa parola l’avete ma sentita? Fate un impacco di acqua e sale ad esempio, che funziona anche in caso di allergie o congiuntivite.

impacco_immagine

L’impacco è l’applicazione sulla cute, cioè sulla pelle, in generale, a scopo terapeutico, quindi per guarire, di panni o garze imbevute di liquidi o soluzioni medicamentose.

Quindi prendete un pezzo di stoffa o una garza, imbevete (cioè bagnate) la garza o la stoffa, il tessuto, di acqua e sale, potrete così fare un impacco. Fare un impacco è questo. Non potete però usare il verbo “impaccare” che invece significa fare un pacco e non un impacco.

A Roma puoi usare il verbo “impaccare” anche in un altro modo… se sei “impaccato di soldi” vuol dire infatti che hai molti soldi, che sei una persona ricca.

Ci “ascoltiamo” al prossimo episodio della rubrica.

Il Pantheon (VOCABOLARIO)

Questo Podcast rappresenta la spiegazione delle parole più difficili presenti nell’episodio: Le meraviglie di Roma: Il Pantheon

Audio

Trascrizione

Benvenuti nel podcast denominato VOCABOLARIO. Spieghiamo le parole più difficili o particolari che si trovano all’interno dell’episodio dedicato al Pantheon.

  1. L’altezza, dove si trova l’oculo, è pari al diametro della rotonda. I diametro è la distanza tra i muri del Pantheon passando per il centro. In geometria ogni cerchio ha un diametro, che è pari al doppio del raggio: il raggio misura la metà della lunghezza del diametro.
  2. L’apertura sopra la cupola si chiama oculo, che permette all’interno di essere illuminato. La parola oculo è simile alla parola “occhio”, che è l’organo umano che serve per vedere, ma il termine “oculo” si usa solamente in architettura e indica proprio un’apertura a forma circolare (a forma di cerchio) oppure ovale (cioè a forma di uovo). L’oculo non è detto sia una fessura vera, un vero buco, una vera apertura, ma può anche essere dipinta, un disegno quindi: anche quello è un oculo.
  3. La cupola del Pantheon è stata costruita di un materiale chiamato calcestruzzo. Il Calcestruzzo è un materiale fatto di materiali vari tra cui sabbia, ghiaia, eccetera. Essendo un insieme di materiali diversi si dice che è un conglomerato (cioè un insieme) artificiale (cioè fatto dall’uomo ed è il contrario di naturale) di materiali diversi. Si può parlare anche di miscela di materiali diversi: i materiali diversi quindi sono messi insieme cioè sono miscelati o agglomerati tra loro. Questo è il calcestruzzo.
  4. Nel Pantheon ci sono le tombe dei due primi re d’Italia, cioè di Vittorio Emanuele II e di suo figlio Umberto I. La parola “re” significa sovrano, e si scrive senza accento. Re significa sovrano di sesso maschile, perché il femminile è regina. Il re d’Italia si scrive d – apostrofo Italia: “re d’Italia” ed analogamente si scrive “re d’Inghilterra” o “regina d’Inghilterra”, perché Italia ed Inghilterra iniziano per vocale e la parola “di” finisce anch’essa per vocale.
  5. Ho parlato di architettura romana. L’architettura è una disciplina, cioè una scienza, una materia di studio; l’architettura è una disciplina che ha come scopo l’organizzazione dello spazio e principalmente lo spazio in cui vive l’essere umano. Esistono molte discipline diverse oltre l’architettura: la matematica, la statistica, l’ingegneria, la medicina eccetera.
  6. Il Pantheon è un tempio il cui nome, significa tempio di tutti gli dei. Attenzione perché la parola “dei”, d-e-i, è il plurale di dio (d-i-o). “Dio” al singolare diventa “dei” al plurale. E’ come quando dico “mio”, il pronome personale, che al plurale maschile diventa “miei”.  Es: “il mio libro”, diventa “i miei libri”. Analogamente “il mio dio” diventa “i miei dei” al plurale.
  7. L’Annunciazione è collocato nella prima cappella a destra quando si entra nel Pantheon. è collocato significa “si trova”. Posso anche dire “è posizionato”. La collocazione pertanto è simile alla posizione, solo che la posizione indica di più il luogo fisico in cui si trova un oggetto, mentre la collocazione è un verbo più tecnico che pone maggiormente l’attenzione su dove l’oggetto è stato messo, cioè collocato. Collocare quindi significa mettere, ma è più tecnico come verbo. Collocare significa “mettere in un luogo”; “sistemare”, “disporre“. Quindi l’Annunciazione è collocato vuol dire  l’Annunciazione è stato messo, è stato disposto, sistemato  nella prima cappella a destra quando si entra nel Pantheon.
  8. L’annunciazione raffigura il momento in cui è stato annunciato a Maria ed a Giuseppe  il concepimento e la nascita di Gesù. “Raffigura” significa rappresenta per mezzo di immagini, tramite immagini, quindi usiamo una immagine per rappresentare qualcosa, e l’Annunciazione raffigura, quindi rappresenta tramite l’uso di una immagine, il concepimento. Il concepimento rappresenta la nascita, e più precisamente il processo biologico che avviene con la fecondazione. Il mio bambino è stato concepito a Roma: vuol dire che la fecondazione della madre è avvenuta a Roma.
  9. Artisti illustri: un artista illustre è un artista famoso, che ha fama cioè che gode di fama: è famoso. Illustre viene da luce. Esiste anche il verbo “lustrare” che vuol dire “rendere splendente”, “far diventare una cosa splendente” o anche “lustre”. Lustrare le scarpe ad esempio significa pulire le scarpe, dare lustro alle scarpe, dare cioè una maggiore visibilità alle scarpe. Esiste poi la Lingua illustre, che secondo Dante Alighieri è una delle grandi qualità dell’alta poesia. Insomma le cose illustri sono famose, sono più visibili e più belle.
  10. Per far defluire l’acqua dal pavimento del pantheon ci sono 22 fori, cioè 22 buchi, 22 forature. La parola buco equivale a foro, ma quest’ultima è più tecnica. Si fanno i buchi a terra ad esempio, ma nelle orecchie ad esempio si fanno i fori. Il termine foratura invece solitamente si usa con la gomma di una macchina, il pneumatico, che si può bucare, si può forare, e quindi la foratura di una gomma è il fatto di aver forato la gomma. Quindi si dice ad esempio che in caso di foratura si deve immediatamente arrestare l’automobile, occorre subito fermare la macchina, per non rovinare la ruota.
  11. “Quell’oculo: Quando dico “quell’oculo” metto l’apostrofo. Quell’oculo è la forma abbreviata di “quello oculo”, che suona male perché ci sono due “o” vicine, cioè due vocali vicine. Quindi “quello oculo” diventa “quell’oculo”. Analogamente  diciamo quell’occhio, quell’animale, quell’orso, quell’imbecille eccetera.
  12. Poi si è parlato poi del tufo e anche dei “lapilli vulcanici” che sono entrambi materiali molto leggeri. I lapilli sono dei sassolini rotondi, si tratta di piccoli sassolini molto leggeri, leggeri come il tufo. Sia i lapilli che il tufo sono rocce magmatiche, cioè che vengono dalla lava, dal magma. Il magma o lava è ciò che esce dal vulcano quando c’è un’eruzione. Quando quindi un vulcano erutta, quando esplode, dalla bocca del vulcano esce del magma, della lava, ed anche dei lapilli, ed il tufo quindi deriva dai lapilli vulcanici. Quando c’è una eruzione vulcanica dal vulcano escono quindi i lapilli, dei piccoli pezzi di magma che cadono uno sopra l’altro e spesso ci sono anche delle conchiglie marine insieme. Il tufo quindi si forma dai lapilli che si uniscono tra loro, ed è molto diffuso in Italia nelle costruzioni e moltissimi paesini hanno le case, le abitazioni costruite ancora interamente in tufo.