Quando ‘stesso’ non significa ‘uguale

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episodio 1246

Trascrizione

Bentornati su Italiano Semplicemente e in particolare nella rubrica ” due minuti con Italiano Semplicemente”.

C’è una parola italiana che sembra semplicissima.

Una parola che tutti conoscono.

Una parola che spesso si traduce con same in inglese, o même in francese.

Questa parola è “stesso”. Facile vero ?

Eppure… attenzione.

Perché “stesso” non significa soltanto uguale o identico.

A volte assume un valore molto più sottile, elegante e persino enfatico.

Pensiamo a questa frase.

Anche quest’anno Giovanni, il presidente dell’associazione Italiano Semplicemente, ha organizzato la riunione dei membri. Alcuni membri parteciperà e ci sarà anche lo stesso Giovanni con la sua famiglia.

Oppure:

Ho sentito dire che la riunione sarà nella zona del Cilento e lo stesso Giovanni ha confermato la notizia.

Qui “stesso” non significa affatto “uguale”.

Non indica somiglianza.

Non vuol dire neppure “medesimo” nel senso più comune.

Qui ha un altro ruolo.

È come dire:

Proprio Giovanni, Giovanni in persona, nientemeno che Giovanni.

Ecco il punto.

In questi casi “stesso” svolge una funzione enfatica, rafforzativa.

Serve a mettere in evidenza il referente.

A sottolineare che si tratta proprio di quella persona, e non di un’altra.

È un uso che deriva dal latino ipse, che aveva proprio questa funzione rafforzativa.

Per questo motivo, quando diciamo:

Lo stesso direttore è intervenuto alla riunione

intendiamo:

perfino il direttore,
il direttore in persona,
proprio lui.

È dunque un uso assolutamente particolare.

C’è però una sfumatura da osservare.

Nella frase:

Lo stesso Giovanni ci va

l’espressione può assumere un valore quasi narrativo.

Serve a riprendere un nome già menzionato e a riportarlo al centro dell’attenzione.

È come se dicessimo:

proprio quel Giovanni di cui stavamo parlando.

Se diciamo “anche Giovanni ci va”, è lo stesso, ma non è detto mi riferisca al medesimo Giovanni di cui stavo parlando.

Ad ogni modo in questi casi si perde qualcosa. Manca l’enfasi. Ciò che manca è il valore della partecipazione di Giovanni.

Ad ogni modo si può usare anche così, senza dare enfasi.

In questi casi è solo una forma di richiamo, è una ripresa elegante, un modo per evitare la ripetizione semplice del nome, ma comunque sottolinearlo.

Vediamo altri esempi e vediamo quanta enfasi c’è o è solo un richiamo.

Il presidente stesso ha firmato il documento.

Quindi proprio il presidente, proprio lui, in persona. C’è abbastanza enfasi in questo caso.

Oppure:

Lo stesso Giovanni, che ieri sembrava indeciso, oggi ha cambiato idea.

Qui richiama una persona già nota (Giovanni) nel discorso e la rimette in primo piano. Anche qui focalizziamo l’attenzione su Giovanni, che, evidentemente come altre persone, ha cambiato idea. Ma Giovanni appare più importante.

Oppure:

La proposta è stata sostenuta dagli esperti e dallo stesso ministro.

Beh, il ministro è il ministro…

Oppure:

Per comprendere il messaggio del libro, possiamo affidarci alle parole di chi lo ha scritto: è lo stesso autore infatti che, nella prefazione, chiarisce il suo intento e ne illustra il senso profondo.

Anche in questo caso si vuole attribuire maggiore peso alla persona citata.

Si rafforza l’argomento citando proprio l’autore.

Si può anche enfatizzare qualcosa e non qualcuno: un oggetto, un fatto, un concetto, perfino un’intera situazione.

Per esempio:

Il problema sta nello stesso regolamento.

cioè nel regolamento stesso, nel regolamento in sé.

La risposta è contenuta nella domanda stessa.

Attenzione qui, perché spesso si preferisce invertire e mettere la parola “stesso” alla fine.

Infatti potrebbe essere ambiguo dire “La risposta è contenuta nella stessa domanda”, perché in questo caso “stessa” torna più facilmente al suo significato ordinario di identità o uguaglianza.

Se dico:

“La risposta è contenuta nella stessa domanda” l’ascoltatore potrebbe interpretare la frase come:
nella medesima domanda di cui si parlava prima,
oppure in quella domanda e non in un’altra.

Insomma, qui stessa può sembrare semplicemente equivalente a medesima.

Se invece dico:
“La risposta è contenuta nella domanda stessa” l’effetto cambia.

La posizione finale dà maggiore rilievo al valore enfatico.

È come dire:
nella domanda in sé,
nella domanda stessa, proprio in essa.

Questa collocazione evita ambiguità e rafforza il significato.

Per questo motivo, quando si vuole mettere in evidenza un oggetto, un concetto o una situazione, l’italiano spesso preferisce spostare stesso dopo il nome.

Con le persone, invece, entrambe le posizioni sono più naturali.

Lo stesso Giovanni
Giovanni stesso

ma con le cose la posizione finale è spesso più elegante e più precisa.

Dunque l’ordine delle parole non è un dettaglio secondario. Può cambiare la sfumatura e a volte chiarisce l’intenzione comunicativa.

L’episodio finisce qui.

Siete sorpresi di questo utilizzo di “stesso”? Lo saranno probabilmente anche alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Comunque tranquilli, è lo stesso italiano che a volte, ci sorprende.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti a cura degli stessi membri. Parliamo di problemi con automobile.

André: Volevo comprarmi una Fiat, ma l’ho trovata con una caterva di problemi (gli italiani lo sanno bene!). Ho firmato il contratto e adesso sto cercando di sistemare tutto in via amichevole con il venditore… speriamo non invano. Ma si sa: ho voluto la bicicletta? E adesso pedalo!

Marcelo: Fortuna ha voluto che la mia macchina non sia mai rimasta in panne e non mi abbia mai lasciato appiedato!
Se fosse successo qualche guasto, fatta salva una foratura, non avrei potuto fare niente. Adesso a differenza di venti anni fa, per risolvere qualche problema devi essere un esperto di computer!… mannaggia alla modernità!

Corso di Italiano Professionale: 10 frasi indispensabili – lezione n. 42

10 frasi indispensabili per lavorare in Italia (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nel corso di Italiano professionale. Siamo ancora nella sezione chiamate “lavorare in Italia”.

In questo nuovo episodio dedicato a chi vuole lavorare in Italia, fare carriera, oppure semplicemente sentirsi più sicuro in un ambiente professionale italiano, vediamo 10 frasi importanti.

Se siete stranieri e state cercando lavoro in Italia, oppure avete già trovato un impiego, conoscere la grammatica non basta.

Sapere il congiuntivo è utile, certo.

Ma in ufficio nessuno vi giudicherà per quello.

Vi giudicheranno, in senso buono, per la vostra capacità di comunicare in modo efficace, naturale e professionale.

Ecco perché oggi vedremo 10 frasi indispensabili per lavorare in Italia.

Non semplici parole, ma espressioni concrete che userete davvero.

E attenzione: queste frasi non servono solo a parlare bene.

Servono a dare un’impressione di affidabilità, competenza e integrazione.

In altre parole: vi aiutano a lavorare meglio… e magari anche a fare carriera.

1) “Resto a disposizione”

È una formula molto usata nelle email professionali. Non si usa in altri contesti.

Significa: sono disponibile se avete bisogno di ulteriori informazioni.

Esempio:

Le invio il documento richiesto. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.

È elegante, formale e molto apprezzata.

Se lavorate in un ufficio, la userete continuamente sia a voce che per email, e nelle email si usa aggiungere appunto”per ulteriori/eventuali chiarimenti”.

2) “Le faccio/farò sapere”

Questa è essenziale.

Vuol dire: la informerò appena avrò novità. Sto dando del Lei al mio interlocutore. Dando del tu comunque “ti faccio sapere” si può usare tranquillamente a livello informale con amici e familiari.

Esempio:

Controllo il calendario e le faccio sapere entro domani.

È utile per prendere tempo in modo professionale.

Non promettete una risposta immediata, ma mostrate attenzione. Normalmente si usa la forma presente (le faccio), ma si può usare anche il futuro (le farò), sebbene al futuro sia meno credibile e opportuna. È importante infatti dire che “le farò sapere” o “le faremo sapere” sono modalità che si usano per liquidare qualcuno, qualcuno che in realtà non sarà mai più chiamato in futuro. Quindi usate il presente (le faccio sapere) perché è molto più credibile.

3) “Mi occupo io della questione”,”me ne occupo io”

Frase importantissima.

Trasmette responsabilità e iniziativa.

Significa: penserò io a risolvere il problema. Informalmente si usa anche “ci penso io” ma non è molto professionale.

In un contesto lavorativo, dire questa frase vi rende affidabili.

Esempio:

Non si preoccupi, mi occupo io della questione.

Anche qui molto meglio usare la forma presente.

4) “Ci aggiorniamo”

Una delle espressioni più frequenti in Italia.

Vuol dire: restiamo in contatto e ci risentiamo presto.

Esempio:

Per ora va bene così, ci aggiorniamo la prossima settimana.

Molto usata in riunioni, telefonate e messaggi. Significa che in futuro ne parleremo ancora e ognuno dei due comunicherà all’altro le eventuali novità.

5) “Ho preso in carico la pratica”

Prendere un carico una pratica è tipica di ambienti amministrativi e burocratici.

Significa: ho iniziato a gestire il caso o la richiesta. È il “ciao” del lavoro.

Esempio:

Confermo di aver preso in carico la pratica.

Suona molto professionale. C’è ne siamo occupati anche in un episodio di Italiano commerciale: la presa in carico.

6) “Entro fine giornata”

Espressione temporale fondamentale.

Vuol dire: prima della fine dell’orario lavorativo.

Esempio:

Le invio tutto entro fine giornata.

Molto usata per scadenze rapide. Ovviamente diamo quasi sempre del lei in ambito professionale, ma talvolta, specie con colleghi che si vedono tutti i giorni, possiamo dare del tu senza problemi.

7) “C’è una criticità”

Criticità: Parola molto amata negli uffici italiani.

Una criticità è un problema, ma detto in modo più tecnico e meno diretto. A me sta abbastanza antipatica, ma sì usa abbastanza spesso.

Esempio:

Abbiamo rilevato una criticità nel sistema.

Più elegante di dire semplicemente: c’è un guasto o c’è un problema da risolvere.

8) “Va condiviso con il team”

Parliamo di una decisione o di un problema o un’informazione che deve essere discussa con gli altri. Dev’essere condivisa con gli altri.

Esempio:

Prima di procedere, questo va condiviso con il team.

Frase utile in ambienti collaborativi.

Il team può essere sostituito con l’ufficio o il gruppo o i colleghi.

9) “È una priorità”

Vuol dire che qualcosa è urgente o molto importante. Una priorità è qualcosa più importante delle altre. Una priorità è prioritaria rispetto agli altri problemi obbiettivi. È qualcosa di impellente.

Esempio:

Questo progetto è una priorità per l’azienda.

Usatela per capire e comunicare l’importanza delle attività.

10) “dobbiamo fare il punto della situazione”

Forse l’espressione più usata tra tutte.

Significa analizzare insieme ciò che è stato fatto e cosa resta da fare.

Esempio:

Domani mattina faremo il punto della situazione.

Molto usata in riunioni e aggiornamenti.

Fare il punto della situazione, letteralmente è incomprensibile. Infatti è una locuzione idiomatica, il che significa che il suo significato non va interpretato letteralmente parola per parola, ma nel suo complesso.

Significa fermarsi a fare un riassunto, analizzare i dati e vedere e valutare a che stadio si trova un progetto, un problema o un evento. È sinonimo di “fare il bilancio”, “aggiornarsi” o “fare una panoramica”.

L’origine è francese: deriva probabilmente dal termine tecnico nautico faire le point. In mare, “fare il punto” significava determinare la posizione esatta della nave sulle carte nautiche rispetto a un percorso, per capire dove ci si trovava.
Oggi viene utilizzata per individuare gli aspetti fondamentali di una questione (o un progetto) e capire lo stato attuale delle cose.

Perché queste frasi sono così importanti?

Perché il lavoro in Italia non dipende solo da quello che fate.

Dipende anche da come vi esprimete.

Un linguaggio professionale corretto crea fiducia.

E la fiducia, nel mondo del lavoro, conta moltissimo.

Conoscere queste formule permette di integrarsi meglio, evitare malintesi e sembrare subito più preparati.
Non memorizzatele soltanto però.

Provate a usarle in email, colloqui, conversazioni.

La lingua professionale si acquisisce praticandola.

E più la usate, più vi sembrerà naturale.

Se volete lavorare in Italia con sicurezza, iniziate da qui.

Perché spesso non basta parlare italiano.

Bisogna parlare l’italiano del lavoro.

Allora ci aggiorniamo al prossimo episodio di Italiano professionale.

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A dismisura e il prefisso dis-

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episodio 1244

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Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo dell’espressione “a dismisura”, ma aggiungiamo un elemento in più: il ruolo del prefisso “dis-”, che è fondamentale per capire fino in fondo il significato.

Partiamo da “dismisura”.

La parola è composta da:

  • misura cioè limite, controllo, equilibrio. La misura può anche indicare una misurazione o una taglia però. Tipo la misura delle scarpe o dei pantaloni. Ad ogni modo si tratta sempre di misurare qualcosa.
  • prefisso dis- indica negazione, privazione, separazione, alterazione

Quindi “dismisura” significa letteralmente assenza di misura, perdita del limite.

E da qui nasce la locuzione:

“a dismisura” cioè in modo senza misura, quindi in modo eccessivo, esagerato. La locuzione può essere sostituita da “smisuratamente“.

Ad esempio:

I prezzi crescono a dismisura.

Mio figlio spende a dismisura.

Francesca si preoccupa sempre a dismisura.

In tutti questi casi, c’è qualcosa che supera il limite normale.

Adesso concentriamoci proprio sul prefisso “dis-”, perché è molto usato in italiano.

Il prefisso “dis-” può avere diversi valori, ma i principali sono tre:

1. Negazione o mancanza

“onesto” diventa disonesto

Una persona disonesta è una persona non onesta.

“accordo” diventa disaccordo

Il disaccordo è mancanza di accordo.

“ordine” è l’opposto di disordine

Il disordine è assenza di ordine.

2. Separazione o rottura

“fare” e disfare

Disfare significa annullare ciò che è stato fatto. Disfare le valigie ad esempio, è ciò che si fa tornando da una vacanza.

3. Valore negativo o peggiorativo

“abile” e disabile

Indica una difficoltà o limitazione.

“grafico” diventa disgrafico

Una persona disgrafica ha difficoltà nella scrittura. Molti ragazzi e bambini hanno questo problema in Italia.

“agio” diventa disagio

Il disagio è una condizione negativa, di difficoltà o malessere. Sei a disagio con la lingua Italiana? Oppure ti senti a tuo agio?

Torniamo ora a “dismisura”.

Qui il prefisso “dis-” non indica semplicemente “non misura”, ma qualcosa di più forte: una rottura della misura, un superamento del limite.

È come se la misura venisse meno completamente.

Per questo “a dismisura” non significa semplicemente “molto”, ma troppo, oltre ciò che è normale o accettabile.

Facciamo un confronto per chiarire:

“Lavora molto.” cioè quantità di ore elevata, ma neutra.

“Lavora a dismisura.” quantità eccessiva, fuori controllo.

Un ultimo punto: la preposizione “a”.

Come già visto, serve a trasformare “dismisura” in una locuzione avverbiale, cioè in un’espressione che indica come si svolge l’azione.

“Parla a dismisura” cioè parla in modo eccessivo.

È lo stesso meccanismo di:

  • a caso
  • a lungo
  • a vol
  • ontà

In conclusione, “a dismisura” è un’espressione molto efficace perché combina:

  • il concetto di misura (limite)
  • con il prefisso dis- (rottura, assenza)
  • e con la preposizione a (modo)

Il risultato è un’espressione forte, che indica chiaramente un eccesso sproporzionato.

A conti fatti, è una parola costruita in modo semplice… ma con un significato molto potente.

Dicevo che la locuzione può essere sostituita da smisuratamente, ma anche da smodatamente, oppure da “oltre misura”. Possiamo anche usare la più semplice esageratamente, in modo esagerato, in modo smodato. Bisogna dire però che “A dismisura” esprime sempre un’idea di eccesso fuori controllo rispetto a una misura attesa, una certa quantità attesa o considerata naturale.

Ripasso degli episodi precedenti. Quale piatto Italiano vi piace di più!

Marcelo: Stavamo proprio discutendo su quale pizza sia la migliore, la romana o la napoletana. All’improvviso qualcuno ha detto: la napoletana senza dubbio! Proprio per quest’affermazione si è levato un polverone che non ti dico!

Ulrike: Come sai, sono di indole conciliante e ti posso solo dire: de gustibus!

Christophe: La mia posizione è a favore dell’unica pizza che è stata nominata dall’UNESCO patrimonio immateriale dell’umanità: la napoletana. E questo la dice tutta!

Hartmut: Discutere per quisquilie non ha senso! Ricordatevi che la pizza è il cibo italiano per antonomasia!

Carmen: La qualità è a dir poco fondamentale, e non solo degli ingredienti! La qualità della farina e il modo di lavorare l’impasto sono il segreto dei grandi pizzaioli. Chiedete al nostro caro Gianni che ha fatto il pizzaiolo per più di dieci anni. Lui la sa lunga in merito.

Julien: Le pizzerie stile napoletano vanno per la maggiore in tutto il mondo, dalla Cina agli Stati Uniti!

Edita: Va bene! Credo che tutti siamo d’accordo su un punto: sia una o l’altra, mangiare una pizza e bere una birra gelata è un piacere da re! Peccato che ora sia tardi, altrimenti mi metterei a impastare e sicuramente ci faremmo una vera scorpacciata!

3 giorni in Italia – Lezione 18: lamentarsi al ristorante

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Sei in Italia, seduto al ristorante. Hai fame, hai ordinato con entusiasmo… e finalmente arriva il piatto. Lo guardi, lo assaggi… e qualcosa non va.

È freddo. È troppo salato. O magari non è nemmeno quello che avevi ordinato.

E adesso?

Oggi vediamo proprio questo: come lamentarsi al ristorante in italiano… senza sembrare maleducati.

Perché sì, gli italiani si lamentano, eccome se si lamentano… ma spesso lo fanno con una certa eleganza, senza attaccare direttamente.

Mettiamoci subito in una situazione concreta.

Ti arriva un piatto diverso da quello ordinato.

La prima reazione potrebbe essere dire: “Questo è sbagliato”.
Ma in Italia è molto più naturale dire:

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Adesso ripeti la frase. Ti lascio il tempo per farlo.

—————————-

Mi scusi, forse c’è stato un errore…

Hai sentito quella parola? “Forse“.
È piccola, ma cambia tutto. Rende la frase più morbida, meno aggressiva. Possiamo usare anche “probabilmente” al posto di “forse”.

Oppure:

Ci dev’essere stato un piccolo errore

Dev’esserci stato un piccolo errore

Se diciamo “dev’esserci stato” o “ci deve essere stato” (sono due forme equivalenti) stiamo ugualmente esprimendo un dubbio, o quantomeno una certezza camuffata da dubbio, tanto per non essere aggressivi.

Proviamo a continuare.

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, io avevo ordinato la carbonara… questo mi sembra amatriciana.

Qui non stai accusando nessuno.
Stai semplicemente esprimendo un dubbio: mi sembra. È un modo molto italiano di parlare. Ancora una volta, magari ne siamo sicuri che quella sia una amatriciana e non una carbonara, ma meglio esprimersi in questo modo.

Andiamo avanti.

Immagina che il piatto sia freddo.
Dire “questo piatto è freddo”, “questa pasta è fredda” , può suonare un po’ troppo diretto.

Molto meglio dire:

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo? Non è molto caldo.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, è possibile scaldarlo un attimo Non è molto caldo.

Hai notato? Non solo segnali il problema, ma proponi anche una soluzione.

Questo rende tutto più civile, più collaborativo.

Adesso entriamo in un campo un po’ delicato: il gusto.

Il piatto è troppo salato.

Dire “È troppo salato” può ancora sembrare un giudizio forte.
Un italiano, spesso, direbbe:

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, forse è un po’ troppo salato per i miei gusti…
Quel “per i miei gusti” è fondamentale.

Non stai criticando il piatto in assoluto. Stai parlando di te.

E questo, nella comunicazione italiana, è molto importante.

Un altro caso tipico.

Non ti piace il piatto.

Molti stranieri dicono: “Non mi piace”.

Non è sbagliato, ma può suonare brusco.

Meglio dire:

Mi scusi, mi spiace ma questo piatto non è proprio di mio gusto.

Ripeti.

—————————-

Mi scusi, mi spiace ma ma questo piatto non è proprio di mio gusto

Oppure:

Non è come me lo aspettavo.

Ripeti.

Sono frasi più sfumate, più diplomatiche.

E poi c’è un’espressione molto utile, quasi universale.

Mi scusi, c’è qualcosa che non va in questo piatto

Ripeti.

—————————-

È vaga, sì, ma proprio per questo è perfetta per iniziare.

Non entri subito nel dettaglio, lasci spazio al dialogo.

Il cameriere potrebbe replicare: Cosa c’è che non va?

È un po’ troppo salato per i miei gusti.

E se vuoi essere ancora più cortese, puoi iniziare così:

Mi scusi se disturbo…

Ripeti.

—————————-

salato

È una formula tipicamente italiana.

Anche se, diciamolo, non stai disturbando: sei un cliente!

Ancora. Vediamo se hai imparato:

Mi scusi, questa birra ha troppa schiuma!

Meglio dire:

Scusi, per i miei gusti, questa birra ha troppa schiuma. È possibile averne una con meno schiuma?

Ripeti

—————————-

birra con schiuma

Ancora.

Scusi, il caffè è freddo.

Meglio dire:

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po’ freddo.

Ripeti

—————————-

Scusi il disturbo, ma il caffè lo preferisco più caldo. Questo è un po' freddo

Alla fine poi, quello che conta davvero non è solo la frase, ma il tono.

Parole come “forse”, “mi sembra”, “per i miei gusti” servono proprio a questo: a rendere la comunicazione più morbida, più umana. Se accompagnate tutto con un sorriso, ancora meglio, ma questo vale in tutte le lingue…

In Italia, lamentarsi è normale.
Ma farlo bene… è un’arte.

E a conti fatti, basta davvero poco per passare da una critica brusca a una richiesta educata.

Levare, levata, levarsi

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episodio 1243

Trascrizione

levata di scudi

Benvenuti a un nuovo episodio di Italiano Semplicemente.

Oggi parliamo di due verbi: levare e levarsi. Del primo verbo ce ne siamo occupati in un episodio dal titolo “levare le tende , ricordate? Quello è un uso figurato però.

Parliamo adesso di quello proprio di levare.

Allora, immaginate di essere a tavola, avete finito di mangiare e prendete il piatto per portarlo via.

In quel momento state facendo un’azione concreta: state levando il piatto.

In altre parole, lo state togliendo, rimuovendo da dove si trova. Questo è il significato più diretto di levare: togliere qualcosa da un posto. È più informale di togliere. Spesso poi ha un contenuto emotivo. Se una persona usa levare al posto di togliere, spesso è leggermente irritato, magari perché ha perso la pazienza.

Tipo:

levati di mezzo ché non vedo la TV!

Leva il piatto dopo che hai mangiato,come te lo devo dire? In tedesco?

Vediamo un altro uso, specie quello riflessivo.

Aprite il giornale, o magari scorrete le notizie sul telefono, e leggete una frase come:

si è levata una polemica.

E qui non c’è più nessun piatto, nessun oggetto da spostare, da togliere. Nessuno ha tolto niente. Eppure qualcosa è successo.

Con levarsi, a meno che non si parla di persone che devono togliersi, quindi come “levarsi”, tipo “levarsi di mezzo”, e a parte l’uso di levarsi nel senso di togliersi (tipo levarsi i vestiti o l’espressione , anche figurata “levarsi di dosso”) entriamo in un altro mondo.

Non si tratta più di togliere, ma di qualcosa che si alza, nasce, emerge, qualcosa che aumenta, spesso all’improvviso e con una certa intensità. Una polemica che “si leva” ad esempio è una polemica che prende forma, che comincia a circolare, che si diffonde tra le persone. È come se si sollevasse nell’aria, diventando visibile a tutti.

Lo stesso vale quando si dice che si è levato un coro di proteste. Non è una sola voce, ma tante voci insieme, che si alzano contemporaneamente. C’è un’idea di movimento collettivo, quasi spontaneo. Nessuno lo organizza davvero: succede, e basta. E’ una sorta di insurrezione.

Questo ci aiuta a capire anche un’espressione molto tipica dell’italiano: la levata di scudi. Qui l’immagine è antica ma molto efficace.

Pensate a dei soldati che alzano gli scudi per difendersi. Trasportata nel linguaggio di oggi, questa immagine descrive una reazione immediata e compatta contro qualcosa che viene percepito come una minaccia o un errore. Quando c’è una levata di scudi, significa che molte persone (non una sola) reagiscono insieme, opponendosi con decisione. Tutti insieme per difendere qualcuno o qualcosa. La levata di scudi si fa sempre in favore di qualcuno o qualcosa che si sostiene collettivamente.

Notate che normalmente non si dice che delle persone hanno levato gli scudi, ma che c’è stata una levata di scudi da parte di un gruppo di persone.

A questo punto la differenza tra i due verbi diventa quasi intuitiva. Levare ha bisogno di qualcuno che compie l’azione e di qualcosa che viene tolto. Levarsi, invece, solitamente è diverso: ciò che si leva non viene rimosso, ma nasce, si diffonde, prende forza.

Spesso, nelle espressioni figurate, è proprio levarsi il protagonista. È il verbo delle polemiche che scoppiano, delle proteste che si accendono, dei venti che iniziano a soffiare all’improvviso. C’è sempre questa idea di qualcosa che prima non c’era, e che a un certo punto si fa sentire.

Alla fine, se ci pensate, è una differenza molto concreta anche quando parliamo in modo figurato: con levare togliamo qualcosa dal mondo, con levarsi qualcosa entra nel mondo e si impone all’attenzione.

E quando sentite dire che si è levata una polemica, non immaginate qualcuno che toglie qualcosa… ma piuttosto qualcosa che si alza, cresce e, nel giro di poco, coinvolge tutti.

Ci sono chiaramente altri usi particolari del verbo levare e levarsi, ma per oggi può bastare così.

Adesso, se chiedo un ripasso ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente, spero non si levi una inutile polemica, perché sapete che il ripasso, in questa rubrica, è obbligatorio.

Marcelo: Probabilmente ci sarà stato un grande sconcerto per l’eliminazione, tra i tifosi italiani a seguito dell’eliminazione ai Mondiali di calcio, e a seguire tanta frustrazione.
Prima o poi dovranno però riconciliarsi con la loro squadra del cuore!

Sicuramente il prossimo allenatore sarà tenuto d’occhio dai tifosi e dai giornalisti, e al primo errore, riceverà anche lui una valanga di critiche, mentre probabilmente gli toccheranno solo due parole in croce di elogio in caso di vittoria!

Ma il lavoro ben fatto alla fin fine paga sempre, e il trionfo, maggior ragione ripaga, eccome!
Di sicuro dovrà imparare ad agire sotto la spada di Damocle!

Comunque sia mi piace pensare che non c’è male che per bene non avvenga.