Durata: 9 minuti
Descrizione:
“Fare il prezioso” significa comportarsi come se si fosse indispensabili, facendosi desiderare o aspettare. Espressione ironica per chi si dà troppe arie.
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“Fare il prezioso” significa comportarsi come se si fosse indispensabili, facendosi desiderare o aspettare. Espressione ironica per chi si dà troppe arie.
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Per introdurre la locuzione “in ultima istanza“, si può partire da un episodio storico italiano avvenuto il 26 dicembre 1194, quando nacque a Jesi l’imperatore Federico II di Svevia, figura centrale del medioevo europeo e destinato a diventare uno dei sovrani più influenti d’Europa.
Fu anche promotore della scuola poetica siciliana, che, non è da poco, fu il primo movimento poetico unitario della letteratura italiana, che elevò il volgare siciliano illustre a lingua letteraria.
Fu riformatore del diritto e, cosa importante per spiegare la locuzione, fu anche interlocutore costante del papato.
È proprio raccontando la sua ascesa che si può chiarire l’uso della locuzione.
Molti fattori contribuirono alla sua legittimazione come erede del Regno di Sicilia: l’origine normanna della madre. Questo contò.
Contò anche l’appoggio di parte dell’aristocrazia e la debolezza politica di altri pretendenti.
Tutti elementi che giocarono a suo favore, non c’è dubbio.
Tuttavia, in ultima istanza, fu la volontà papale a risultare decisiva, perché la Chiesa rivestiva un ruolo arbitrale nell’Europa del tempo e poteva sancire o negare la legittimità di un sovrano.
La locuzione indica dunque ciò che conta davvero quando tutti gli altri elementi sono stati considerati e ridotti all’essenziale: il fattore determinante, il giudizio finale, la scelta conclusiva che chiude ogni discussione.
Si può anche dire che il senso è simile ad espressioni più colloquiali come “in fin dei conti”, “alla fin fine“, ” alla fine dei conti”, “in definitiva” , ” a conti fatti”, “alla fine”. Anche la parola “soprattutto” somiglia alla locuzione.
Dobbiamo anche distinguere la locuzione dalla semplice parola “istanza”, che abbiamo già trattato nel corso di Italiano professionale nel senso di “richiesta formale” o “domanda” o necessità, in senso burocratico o giuridico. In ultima istanza non c’entra con questo significato tecnico. L’istanza, qui, non è un modulo o un atto o una necessità, bensì un livello di giudizio, un momento conclusivo della valutazione. Riguarda quindi il valore logico e gerarchico di un ragionamento.
In una discussione familiare sulla scelta di trasferirsi o meno, si possono considerare mille fattori, dal lavoro ai figli alla qualità della vita; ma si potrebbe dire che, in ultima istanza, la decisione dipende dal benessere complessivo della famiglia.
In un contesto economico, un’impresa può adottare strategie, marketing e innovazioni, ma riconoscere che, in ultima istanza, è la fiducia dei consumatori a determinarne il destino.
Riuscite a immaginare quante volte potete usare questa locuzione?
Ma attenzione. La parola “ultima” suggerisce anche un altro utilizzo.
Si può usare “in ultima istanza” anche come “ultima possibilità pratica”. In realtà, questi due usi, sebbene diversi, sono parzialmente sovrapposti.
Nel senso più rigoroso, come detto, in ultima istanza indica il fattore decisivo, ciò che conta davvero quando tutto il resto è stato valutato.
Tuttavia, anche in contesti meno formali, la locuzione viene talvolta reinterpretata come “l’ultima soluzione disponibile”, ossia come l’ultima carta da giocare quando tutte le altre hanno fallito.
Quando una persona prova varie strategie senza successo, può dire che, in ultima istanza, proverà una soluzione estrema o residuale. Sarebbe l’ultimo tentativo. Della serie: o la va,o la spacca!
Posso proporre però un esempio a metà strada tra i due sensi.
Si immagini un gruppo di amici che sta organizzando una cena insieme, come succede spesso nelle comitive,almeno quelle italiane.
All’inizio cercano di trovare un accordo sul ristorante: qualcuno vuole la pizza, qualcuno il sushi, qualcuno insiste per la trattoria di sempre. Passano venti minuti a discutere nel gruppo WhatsApp, provano a fare un sondaggio, poi a votare a maggioranza. Niente funziona: continuano a non mettersi d’accordo.
A un certo punto, uno di loro propone la soluzione che di solito tengono come risorsa estrema: andare tutti a mangiare a casa di Marco, perché Marco cucina bene, ha un salotto grande, e soprattutto è l’unico che non si lamenta mai. Si sporcherà casa ma pazienza. Magari i genitori di Marco si arrabbieranno, ma pazienza.
In questo contesto si può dire che, in ultima istanza, scelgono di andare da Marco.
La frase ha qui entrambi i significati sovrapposti.
Nel primo senso, in ultima istanza significa che, dopo aver considerato tutte le preferenze e aver valutato il rischio di litigare per una sciocchezza, la decisione finale, quella che chiude la discussione, è accettare l’ospitalità di Marco, perché è la soluzione che garantisce la pace del gruppo; la soluzione residuale che funziona sempre.
Nell’uso quotidiano, c’è da dire che il secondo uso prevale.
In medicina, un paziente può seguire diverse terapie farmacologiche e fisioterapiche; quando nulla funziona, il medico può proporre, in ultima istanza, un intervento chirurgico. La logica è quella della successione di tentativi che culmina in una soluzione estrema o definitiva; non quella più importante, ma quella che dev’essere preceduta da altre, magari perché si tratta della soluzione più rischiosa. Quindi si decide di provarla per ultima.
Pensate anche al cosiddetto “Prestatore di ultima istanza“, cioè la banca centrale che interviene per salvare le banche in crisi. È il ruolo della BCE nell’euro zona, ad esempio.
Un evento adatto a spiegare bene il valore figurato di “scottante”, è l’approvazione della legge n. 833 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale (SSN).
Il 23 dicembre 1978 il Parlamento italiano approvò una riforma epocale: la sanità diventava un diritto universale, garantito dallo Stato a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito.
Non è da poco considerando che, tanto per fare un esempio, negli Stati Uniti non esiste.
La riforma suscitò immediatamente un dibattito scottante: da un lato c’era l’entusiasmo per un sistema più equo, dall’altro fortissime preoccupazioni sui costi, sull’organizzazione e sul ruolo delle Regioni.
Per molti politici e amministratori la sanità divenne un tema scottante, perché toccava interessi economici enormi, responsabilità dirette e il rischio di errori con conseguenze sociali rilevanti.
Ancora oggi, quando si parla di finanziamento del SSN o di liste d’attesa, il tema resta scottante, proprio perché delicato, sensibile e potenzialmente conflittuale.
Questo esempio aiuta a capire bene il significato figurato di scottante. Un argomento è scottante quando è attuale delicato e rischioso, quando chi lo affronta può “scottarsi”, cioè subire critiche, polemiche o conseguenze politiche e personali. Non è necessario che ci sia dolore o tragedia: basta che la questione sia difficile da maneggiare.
In altri contesti, si può parlare di una inchiesta scottante che un giornalista pubblica con cautela, di una domanda scottante durante una conferenza stampa, oppure di una decisione scottante in ambito aziendale, capace di creare tensioni interne.
Rispetto a cocente, che abbiamo appena trattato, la differenza resta netta. “Cocente” è legato soprattutto al dolore provato: una sconfitta cocente, una delusione cocente, qualcosa che fa male sul piano emotivo.
“Scottante”, invece, a differenza anche di come lo usano i bambini (lo utilizzano quando toccano qualcosa di molto caldo, qualcosa che scotta), indica ciò che è pericoloso o imbarazzante da affrontare, anche se il dolore non è presente.
In poche parole, “cocente” brucia dentro (o fuori, ma solo nel caso del sole) mentre “scottante” brucia se lo tocchi, ma solo in senso figurato, mi raccomando!
Un sole cocente
Un argomento scottante
Un tema scottante
Una delusione cocente
Segue un breve racconto per capire meglio.
Sul far della sera, quando il cielo ardeva di porpora e d’oro, Ser Aldo sostava solo nel cortile del suo cuore. Un segreto gli gravava sul petto come ferro incandescente: dirlo era rischio, tacerlo era pena.
Giunse Livia, lieve come verbo non detto. «Perché tremi?» chiese.
«Perché la verità scotta,» rispose egli, «e brucia chi la stringe a mani nude.»
Allora ella sorrise, e nel sorriso v’era coraggio. «Meglio una bruciatura che una vita al gelo.»
Ser Aldo parlò. Il mondo non crollò. Anzi, parve respirare.
Così appresero entrambi che il silenzio è catena, la parole è fiamma: ferisce, sì, ma illumina il cammino degli uomini.
episodio 1213

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Proviamo oggi a spiegare “durare da Natale a Santo Stefano” nello stile di Italiano Semplicemente, cioè in modo narrativo, discorsivo e con qualche divagazione linguistica, senza ridurre tutto allo stretto indispensabile, anche perché, quando si parla di espressioni idiomatiche, andare nei meandri della lingua è spesso la vera chiave di volta.
Ringrazio Danielle per avermi suggerito questa bella espressione.
Dunque, che cosa significa “durare da Natale a Santo Stefano”?
L’espressione “durare da Natale a Santo Stefano” è un modo tipicamente italiano per dire che qualcosa dura pochissimo, anzi, quasi niente, come una promessa fatta con pochissima convinzione, tipo “con l’anno nuovo mi metterò a dieta”. Della serie: mai ripromettersi certe cose con leggerezza!
Natale e Santo Stefano, infatti, sono attaccati, 25 e 26 dicembre, quindi potremmo dire che un giorno segue l’altro non appena finisce il primo. Di tempo, tra i due, ce n’è talmente poco che, a conti fatti, si parla di una durata irrisoria.
Si può usare ad esempio, per tutta risposta, magari con una punta di ironia, quando qualcuno giura e spergiura che qualcosa durerà, ma poi, vedendo la mala parata, propendiamo per l’esatto contrario. E magari lo facciamo a ragion veduta, visto e considerato che è già accaduto in passato.
Esempio:
Ha detto che questo accordo durerà anni.
Sì, certo… da Natale a Santo Stefano.
Qui l’espressione è anche, se vogliamo, un campanello d’allarme: segnala che non ci fidiamo, che questo accordo non promette nulla di buono e che, a meno che non succeda qualcosa di straordinario, non durerà. Magari poi gli strascichi non mancheranno.
Si usa anche parlando di oggetti fragili o dì relazioni effimere, amori fugaci.
È un’espressione tremendamente aderente alla mentalità italiana, che tende a ridurre ai minimi termini certe illusioni.
Potrebbe anche non essere un giudizio fine a sé stesso, qualora lasciasse il segno, perché chi ascolta sa come andrà a finire e che presto dirà “tanto tuonò che piovve“. Insomma, quell’iniziativa era destinata a andare in fumo.
Spesso, come la promessa di mettersi a dieta non appena inizia l’anno nuovo, viene detta sotto Natale, magari alla vigilia, quando si fanno bilanci, quando si promette senza voler tornare sulle proprie decisioni, ma quando poi si prende atto della amara realtà, si resta quasi impalati, e ci si rende conto dì aver fatto male i conti.
È un’espressione che funziona perché è ironica e immediata.
In conclusione, “durare da Natale a Santo Stefano”, considerato che si usa sempre per ironizzare, ha l’obiettivo di prendere in giro, smontando con leggerezza delle aspettative, sgonfiando promesse e mettendo sul piatto la realtà dei fatti, perché certe cose, vuoi o non vuoi, si capiscono subito.
A questo punto, facciamo un bel ripasso con l’aiuto di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Sofie:
Per il 2026, proprio non saprei cosa aspettarmi. Ad oggi, sono alle prese con aspettative contrastanti, perché le domande che mi faccio sono sempre le stesse: come sono messo? A che punto sono con i miei progetti?
Marcelo:
Anch’io sono incerto. A dir poco, riguardo ai sogni da realizzare nel 2026 sono in alto mare! Forse dovrei essere però più ottimista ed evitare di fasciarmi la testa da solo.
Ulrike:
Non so voi, ma io vedo le avvisaglie di un anno foriero di cambiamenti a livello mondiale.
Julien:
Purché però si smetta di remare contro e almeno qualcuno riesca ad avere il polso della situazione, diamine!
Carmen:
A me invece pare che il 2026 possa essere propizio. Un’aspettativa opinabile, a quanto vedo!
Karin:
Anch’io, e detto ciò, voglio sperare che il 2026 non sia solo una brutta copia dell’anno passato, ma finalmente la volta buona. Questa speranza, non me ne volete, non me la leva nessuno.
Come scrivere una lettera e una email motivazionale in italiano: struttura, linguaggio formale, frasi utili e spiegazione dei termini per candidarsi al lavoro in Italia.
File audio e trascrizione disponibile per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)
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