Nomi collettivi: tutti per uno, uno per tutti!

Nomi collettivi

Audio in preparazione

episodio 1229

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di una cosa curiosa della lingua italiana: i nomi collettivi.

Sapete cosa sono?
Sono parole che indicano un insieme di cose o di persone, ma usando una sola parola.

In altre parole, invece di nominare tante cose una per una, l’italiano preferisce fare economia. Come se dicesse: perché fare la fatica di contarle tutte, quando possiamo racchiuderle in una sola parola?

Facciamo qualche esempio.

Se vedete una sola ape, direte semplicemente:

Guarda, un’ape!

Ma se le api diventano tante, ronzano tutte insieme e cominciano a girare nell’aria… a quel punto non parliamo più di api singole.
Parliamo di uno sciame. lo so, potremo usare semplicemente il plurale: le api, ma posso usare il nome del gruppo, e un gruppo di api si chiama sciame.

Ora immaginiamo una scena in un negozio. Entra un cliente. Poi un altro. Poi un altro ancora.
Dopo un po’ il negoziante potrebbe dire:

Ultimamente i clienti sono aumentati.

Ma se usiamo il nome del gruppo diciamo:

Ultimamente la clientela è aumentata.

Qui non si parla di un cliente preciso, ma di tutti i clienti nel loro insieme.

Passiamo ai fiori. Un fiore è bello, certo.
Ma se qualcuno vi regala molti fiori insieme, non vi porta venti fiori uno per uno dicendo:

“Questo è un fiore, questo è un altro fiore…”

Oppure:

Questi sono i fiori!

Meglio ancora dire che vi porta un bel mazzo di fiori.

Poi ci sono le foglie. Una foglia, due foglie, tre foglie… ma quando sono tantissime, magari tutte cadute a terra in autunno, possiamo parlare di fogliame.

La lingua italiana qui diventa quasi poetica. Pensate a una passeggiata nel bosco:

Il sentiero era coperto di fogliame.

Non state contando le foglie. State guardando l’insieme.

Andiamo avanti. Una isola è una sola. Ma quando ci sono molte isole vicine tra loro, formano un arcipelago.

Poi abbiamo una parola molto interessante: biblioteca.

Un libro è un libro.
Ma una biblioteca è un luogo pieno di libri. Una specie di regno dei libri.

Passiamo al mare. Una nave naviga da sola.
Ma se molte navi viaggiano insieme, magari militari, allora formano una flotta.

Oggi però questa parola non si usa solo per il mare: anche gli aerei di una compagnia o gli autobus di una città possono formare una flotta.

Sulla terraferma invece possiamo trovare una sola pecora.
Ma se le pecore sono tante e camminano tutte insieme dietro al pastore, allora parliamo di un gregge.

E quando ci sono molte persone in uno stesso luogo, magari davanti a un concerto o allo stadio?

Non diciamo necessariamente: “C’erano molte persone”.

Possiamo dire semplicemente:

“C’era una folla.”

Nel bosco invece troviamo un pino. Ma tanti pini insieme formano una pineta.

Sul campo di battaglia troviamo un soldato.
Ma molti soldati insieme diventano un esercito.

Guardiamo il cielo. Una stella è una stella.
Ma quando più stelle formano un disegno nel cielo, allora abbiamo una costellazione.

E nel cielo possiamo vedere anche uno stormo di uccelli.

Infine andiamo in campagna. Una vite è una pianta d’uva.
Ma tante viti insieme formano un vigneto.

Avete notato che molti animali hanno nomi collettivi molto particolari?

Per esempio, quando i lupi stanno insieme si parla di branco.
I pesci invece formano un banco.
Gli uccelli che volano insieme formano uno stormo.
E i cani da caccia possono formare una muta.

La cosa interessante è che queste parole non si possono scambiare.

Non diremo mai uno stormo di lupi, né un branco di pesci.
Ogni animale ha, per così dire, il suo gruppo ufficiale.

Un’altra curiosità riguarda gli alberi e le piante. Molti nomi collettivi indicano anche un luogo. Pensiamo a parole come pineta, vigneto, uliveto, castagneto.

In questi casi spesso compare il suffisso -eto o -eta, che suggerisce proprio l’idea di un luogo pieno di qualcosa. Un vigneto è quindi un luogo pieno di viti, mentre un uliveto è un terreno pieno di ulivi.

Infine esistono parole che sono collettive senza che ce ne accorgiamo.

Pensate a parole come gente, popolo o bestiame. Sono parole grammaticalmente singolari, ma dentro di loro si nasconde una moltitudine.

Quando diciamo “la gente parla molto di questa storia”, in realtà ovviamente stiamo pensando a tantissime persone.

Insomma, i nomi collettivi ci mostrano una cosa molto interessante: quando gli elementi diventano numerosi, la lingua cambia prospettiva. Non guarda più il singolo individuo, ma l’insieme.

Una pecora diventa un gregge.
Un uccello diventa uno stormo.
Una nave diventa una flotta.

Insomma, è un po’ lo spirito dei moschettieri: uno per tutti, tutti per uno.

Bene, direi che per oggi possiamo fermarci qui.

Ma adesso vi propong una serie di frasi per verificare se avete davvero capito bene. Un quiz che potete ascoltare con le soluzioni dalle voci dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente e che quindi diventa, come al solito, anche un bel ripasso degli episodi precedenti. A proposito! Quale nome usare per indicare i membri dell’associsazione? Beh, avete varie possibilità:

  • il gruppo dei membri

  • la comunità dei membri

  • la squadra (più informale)

  • la famiglia di Italiano Semplicemente (molto caloroso)

Io preferisco la famiglia!

ripasso in preparazione a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente 

Esercizio: Completa con il nome collettivo (o individuale) corretto

  1. Nancy: Gerome, timidissimo, ha deciso di prendere il toro per le corna: ha colto un singolo __________ profumato per aggiungerlo al suo mazzo e dichiararsi finalmente ad Estelle.
    (Suggerimento: qui serve il nome individuale del fiore)

  2. Marcelo: Il generale Sacchi, che non è certo un quaquaraquà, comanda l’__________ argentino con pugno di ferro.
    (Suggerimento: qui serve il nome del gruppo di soldati)

  3. Carmen: In quella biblioteca enorme non riuscivo a trovare il mio __________ preferito; ne ho abbastanza di cercarlo! – dissi – scommetto che Albéric lo sta usando per ingannare il tempo e non lo restituirà mai!
    (Suggerimento: qui serve l’oggetto singolo che si legge)

  4. Capirai! È bastata una folata di vento perché una piccola __________ si staccasse dal ramo; ora tutto il fogliame è a terra e mi tocca pulire, mannaggia!
    (Suggerimento: qui serve la parte singola dell’albero)

  5. Gema: In mare c’era una nave solitaria che sembrava latitare all’orizzonte, ma all’improvviso è apparsa l’intera __________: un vero pezzo da novanta della marina militare!
    (Suggerimento: qui serve il gruppo di navi)

  6. Leily: Il povero pastore è caduto a rotta di collo giù per la collina perché una __________ smarrita non riusciva a ricongiungersi al suo gregge.
    (Suggerimento: qui serve l’animale singolo)

Nomi collettivi

Fare le spese

Fare le spese (scarica audio)

episodio 1226

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Oggi parliamo di tre espressioni che hanno qualcosa in comune. Tutte e tre parlano di conseguenze. Conseguenze negative in questo caso.

Tutte e tre infatti parlano di un prezzo da pagare, ma non sono esattamente la stessa cosa. E, come spesso accade in italiano, la differenza non è grammaticale. È… diciamo “psicologica”.

Immaginate un’azienda che decide di riorganizzarsi. Nuovi dirigenti, nuove strategie, nuove regole.

Dopo pochi mesi, però, qualcosa non funziona. I risultati peggiorano. Il clima si fa teso. E alla fine chi perde il posto? Non il direttore generale. Non chi ha preso le decisioni, ma alcuni sfortunati dipendenti.

Ecco: loro hanno fatto le spese della riorganizzazione.

Fare le spese”, non è come fare la spesa, al singolare. Significa invece subire le conseguenze negative di qualcosa, spesso senza esserne il vero responsabile. È un’espressione molto usata nel linguaggio giornalistico: “a fare le spese della crisi sono stati i giovani”, “a fare le spese del taglio dei fondi pubblici è stata la scuola pubblica”.

Notate una cosa: qui non c’è necessariamente colpa. C’è piuttosto l’idea di qualcuno che paga al posto di altri. C’è talvolta (anzi, quasi sempre) un senso di ingiustizia.

Diverso è pagare dazio. Questa è la seconda espressione, che abbiamo già incontrato nella rubrica “Accadde il”. Era l’episodio del 13 febbraio.

La parola “dazio” , lo ricordiamo, richiama le tasse medievali che si pagavano per attraversare un confine o entrare in una città. Un prezzo inevitabile. Se volevi passare, dovevi pagare. I dazi oggi sono tornati di moda…

Comunque, ancora oggi, in senso figurato, si usa spesso proprio in questa espressione: pagare dazio.

Una squadra che sale in Serie A spesso paga dazio nelle prime partite. Un’azienda che entra in un nuovo mercato paga dazio all’inizio. Chi prova qualcosa di innovativo paga dazio. Notate che non c’è l’articolo “il”. Le espressioni bisogna accettarle per come sono, e anzi, si riconoscono spesso per l’assenza dell’articolo o di qualche elemento che la renderebbero accettata dal punto di vista grammaticale.

Qui, con pagare dazio, non c’è necessariamente ingiustizia come prima, con l’espressione “fare le spese”.

C’è l’idea di un prezzo strutturale, quasi fisiologico. È il costo dell’ingresso in una nuova realtà. Non stai pagando per un errore preciso. Stai pagando perché il sistema funziona così.

E poi c’è la terza espressione: pagare lo scotto. Anche questa l’abbiamo trattata in un episodio, all’interno di questa stessa rubrica.

Anche “scotto” nasce come contributo, come tassa. Ma oggi l’espressione ha una sfumatura diversa.

Se io dico: “Ho pagato lo scotto della mia inesperienza”, sto riconoscendo una responsabilità. Ho sbagliato. Non avevo abbastanza esperienza. E le conseguenze sono state la mia lezione.

Qui entra in gioco l’apprendimento.

Pagare lo scotto significa spesso crescere. Significa fare un errore, subirne le conseguenze, e diventare più consapevoli. Poi, nella realtà, spesso si usa in alternativa a “fare le spese“, ma se proprio vogliamo trovare una prerogativa di pagare lo scotto, considerate questa legata alla crescita e all’apprendimento.

Vedete allora la differenza?

Se subisco una decisione altrui, posso fare le spese di quella decisione.

Se entro in un contesto nuovo e incontro difficoltà inevitabili, posso pagare dazio.

Se sbaglio per inesperienza, pago lo scotto.

Tre espressioni simili, ma con un centro psicologico diverso: la vittima, il sistema, la responsabilità personale. Vedete che piano piano affiniamo sempre di più la nostra capacità di usare con precisione le varie espressioni Italiane. Un passo alla volta.

E adesso provate voi a riflettere: nella vostra vita, avete mai fatto le spese di una situazione ingiusta? Avete mai pagato dazio entrando in un nuovo paese, magari imparando l’italiano? E avete mai pagato lo scotto di un errore che vi ha insegnato qualcosa?

Pensateci. Parliamo sempre di conseguenze, ma con angolazioni diverse.

Questo, alla fin fine, è uno degli aspetti più affascinanti della lingua.

Adesso ripassiamo.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente

Julien: Avete presente il grande vincitore di Sanremo, Sal Da Vinci?
“Cascasse il mondo, un giorno vincerò San Remo!” Questo l’ha probabilmente detto visto che costui può avvalersi di 40 anni di carriera prima di colpire il bersaglio.
Questo premo l’ha fatto salire alla ribalta.
Aveva già partecipato: nel 2009 si classificò al terzo posto. Checché se ne dica, il suo è indubbiamente un profilo cosiddetto “perseverante!”

Rauno: La sua vittoria mi sembra ancora più impressionante, perché ha il classico profilo del cantante napoletano, nel senso che la sua canzone richiama chiaramente la tradizione musicale napoletana. Già partecipare al Festival non gli sarà stato facile, ma poi ha persino vinto! Il verdetto finale ha sicuramente coronato la sua carriera finora.

Marcelo: Sai che c’è? Sono contento che questa sua perseveranza l’abbia portato a raggiungere obiettivo! Ma non mi dire che la perseveranza è stata l’unica ragione della sua vittoria!
So che è molto importante nella vita, ma non è sufficiente! A volte chi ha talento e merito è costretto a fare le spese di qualche errore o altro. Molte volte, nella carriera non c’è talento che tenga!

Il participio passato dei verbi pronominali in forma implicita

Il participio passato dei verbi pronominali in forma implicita (scarica audio)

episodio 1224

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.
Oggi partiamo da una frase letta in un articolo di cronaca. Una notizia che probabilmente avete letto tutti.

Parliamo di droga e di narcotraffico.

Si parlava di Nemesio Oseguera Cervantes, noto come El Mencho, e si diceva che il suo cartello si era separato, cioè si era scisso da quello di Joaquín Guzmán, detto El Chapo.

Ma il giornalista non ha scritto:

“Il cartello si è scisso dal gruppo di Sinaloa.”

Ha scritto invece:

“il cartello messicano, scissosi dal gruppo di Sinaloa…”

E poi la frase continua. Ma noi qui ci fermiamo.

Che cos’è quello scissosi?

Ma innanzitutto cos’è un cartello?

Un cartello, in questo contesto, è un’organizzazione di più soggetti indipendenti che si accordano per controllare un mercato o un’attività.

Qui “cartello” non indica una semplice “banda”, o gruppo di malviventi, ma una struttura, in questo caso criminale, abbastanza complessa, che coordina produzione, trasporto e distribuzione della droga su larga scala, spesso su più continenti.

Passiamo però a “scissosi“.

Il cartello, che si è scisso dal gruppo. ha creato nuove rotte di narcotraffico.

Diventa, in una forma piuttosto giornalistica:

Il cartello, scissosi dal gruppo, ha creato nuove rotte.
Scissosi” quindi significa:

dopo essersi scisso

oppure

che si era scisso

La scissione è una divisione, una separazione.

Pensate alla scissione dell’atomo. È un verbo che si usa quando si creano certe divisioni, particolari divisioni, come anche quelle in un partito politico. Il partito si può scindere in due correnti, due gruppi separati.

Comunque, tornando a scissosi, si usa quì in una forma più compatta.

Si usa in questo modo anche perché serve ad anticipare un’informazione. In questo caso l’informazione è la creazione dì nuove rotte, nuove direzioni di narcotraffico in diversi continenti.

Invece di usare una subordinata (“che si era scisso”), si usa il participio passato con il “-si” attaccato.

È una costruzione elegante, molto usata nei giornali.

Nel parlato quotidiano si sente più raramente.

Ma si può tranquillamente dire:

“Giovanni, alzatosi dal letto, fece subito colazione”

Lo avete capito già vero?
Questa forma riguarda i verbi pronominali. Abbiamo già parlato dei verbi pronominali in generale, e abbiamo anche discusso, in due episodi passati, dell’uso del participio passato. (primo episodiosecondo episodio) Prendete questo episodio come un ripasso o un approfondimento. Adesso parliamo esplicitamente dei verbi pronominali e del participio passato, mentre nei due episodi passati si parlava di verbi riflessivi, ma la regola sul participio passato non cambia. La differenza principale riguarda invece il significato del pronome: nei riflessivi indica un’azione che il soggetto compie su se stesso (es: lavarsi=lavare sè stessi) mentre nei pronominali il pronome fa parte del verbo e modifica il significato senza che l’azione ricada sul soggetto (es: accorgersi che non significa “accorgere se stessi”).

Più precisamente oggi, rispetto agli apisodi passati, aggiungo un’informazione: si tratta del participio passato dei verbi pronominali in forma implicita.

Si chiama così. Poi vi spiego meglio il perché.

Vediamo adesso alcuni esempi.

  • Il ministro, dimessosi ieri, ha rilasciato un’intervista.
  • Il partito, divisosi in due correnti, ha perso consenso.
  • L’azienda, trasferitasi all’estero, ha ridotto i costi.
  • Le fazioni, alleatesi contro il nemico comune, vinsero la battaglia.

Tutte queste frasi equivalgono a:

  • che si era dimesso
  • che si era diviso
  • che si era trasferita
  • che si erano alleate

Ma la forma con il participio è più compatta.

Si parla di valore implicito perché nella forma:

“Il partito, divisosi in due correnti, perse consenso”

la subordinata c’è sul piano logico, ma non è esplicitata con un verbo coniugato. È “implicita”, cioè compressa dentro il participio.

Ora attenzione; fate attenzione all’accordo.

Qui bisogna stare attenti.

Maschile singolare:

  • Il ministro, dimessosi…
  • Il partito, divisosi…

Femminile singolare:

  • La direttrice, dimessasi…
  • La corrente politica, divisasi…

Maschile plurale:

  • I ministri, dimessisi…
  • I partiti, divisisi…

Femminile plurale:

  • Le direttrici, dimessesi…
  • Le correnti politiche, divisesi…

Sì, “divisesi” e “dimessesi” esistono davvero. 🙂

Quando è meglio evitarlo?
Con verbi troppo comuni o quotidiani.

Dire:

“Giovanni, mangiatosi il panino, usci di casa…”

suona un po’ forzato.

Ci tengo a sottolineare e ribadire che dopo ci si aspetta sempre un’informazione, un messaggio successivo. La frase non può mai terminare in questo modo.

“il dott. Rossi, parlatosi con l’amico, si diresse verso casa”

Lo so, non è comune ascoltare questo tipo di frasi. Questa ad esempio è una frase che si potrebbe ascoltare in un tribunale o in una trasmissione televisiva d’inchiesta, cioè su un programma TV che realizza indagini giornalistiche approfondite su fatti di interesse pubblico. Si indaga su un fatto e quindi si descrive qualcosa di accaduto come nell’esempio:

“il dott. Rossi, parlatosi con l’amico, si diresse verso casa”

È una costruzione in generale che funziona bene in:

  • cronaca
  • saggistica
  • testi storici
  • una narrazione solenne, come nei funerali di un pontefice.

Il carro funebre, lasciatosi dietro la folla, si diresse verso la basilica

Come detto si usa meno nella lingua parlata.

Che valore ha questa forma?
Può indicare:

  • tempo: “dopo essersi scisso”
  • causa: “poiché si era scisso”
  • Una semplice descrizione, un’informazione accessoria.

Per esempio:

Il generale, ritiratosi dalla scena politica, visse in silenzio fino alla sua morte.

Qui il ritiro è un fatto precedente rispetto al vivere in silenzio.

Attenzione anche a non esagerare.

Se in un testo usiamo troppi “-sosi”, “-sasi”, “-sesi”, il risultato diventa pesante.

La lingua elegante è efficace quando è misurata.

Uno “scissosi” ogni tanto funziona benissimo.

Cinque nella stessa pagina… meno.

Vediamo un ultimo esempio.

Il partito si è diviso in due correnti e ha perso consenso.

Il partito, divisosi in due correnti, ha perso consenso.

Stesso significato. Stile diverso.

Questo è un episodio che merita senz’altro di finire nell’audio libro intitolato “non vi spiego la grammatica, ma la imparerete lo stesso“.

Adesso il ripasso.

Marcelo: Non appena abbiamo ricevuto la richiesta di Gianni per fare un ripasso, ho preso e mi sono messo subito all’opera. Pare brutto lasciar perdere l’occasione di fare pratica. Alla peggio magari ci saranno degli errori, ma alle perse potrò dire di aver imparato qualcosa.

Danielle: Hai ragione, caro Marcelo, ma per preparare un ripasso singolare ci vuole più tempo di quanto normalmente io disponga. Non tutti brillano nello scrivere i ripassi come te! Ma va bene, per evitare un monito formale da parte di Gianni scrivo queste righe, anche se in verità è solo una soluzione di ripiego.

Margherite: Tanto per cambiare, cosa ne direste se ci venisse lo sfizio di parlare un po’ del festival di Sanremo, il Festival per antonomasia?
Cosa accadrebbe se, all’improvviso, si presentasse Trump, dal vivo, sul palcoscenico, a cantare un non so che di romantico sulla falsariga del carissimo Celentano.
Di sicuro scatenerebbe un polverone mediatico nonché una mega-galattica risata da far schiantare dal ridere metà del mondo.

Ulrike: Che immagine inquietante questa: Trump sul palco del festival di Sanremo, spacciarsi per il grande Adriano Celentano; seppure limitandosi a cantare una sua canzone, a me parrebbe brutto, anzi, una propria e vera offesa, sia nei confronti del maestro sia in quelli del pubblico.

Fare il prezioso

Episodio per soli membri dell’associazione culturale ITALIANO SEMPLICEMENTE
Durata: 9 minuti

Descrizione:
“Fare il prezioso” significa comportarsi come se si fosse indispensabili, facendosi desiderare o aspettare. Espressione ironica per chi si dà troppe arie.

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fare il prezioso

Accadde il 26 dicembre 1194: in ultima istanza

In ultima istanza

Audio in preparazione

Trascrizione

Per introdurre la locuzione “in ultima istanza“, si può partire da un episodio storico italiano avvenuto il 26 dicembre 1194, quando nacque a Jesi l’imperatore Federico II di Svevia, figura centrale del medioevo europeo e destinato a diventare uno dei sovrani più influenti d’Europa.

Fu anche promotore della scuola poetica siciliana, che, non è da poco, fu il primo movimento poetico unitario della letteratura italiana, che elevò il volgare siciliano illustre a lingua letteraria.

Fu riformatore del diritto e, cosa importante per spiegare la locuzione, fu anche interlocutore costante del papato.

È proprio raccontando la sua ascesa che si può chiarire l’uso della locuzione.

Molti fattori contribuirono alla sua legittimazione come erede del Regno di Sicilia: l’origine normanna della madre. Questo contò.

Contò anche l’appoggio di parte dell’aristocrazia e la debolezza politica di altri pretendenti.

Tutti elementi che giocarono a suo favore, non c’è dubbio.

Tuttavia, in ultima istanza, fu la volontà papale a risultare decisiva, perché la Chiesa rivestiva un ruolo arbitrale nell’Europa del tempo e poteva sancire o negare la legittimità di un sovrano.

La locuzione indica dunque ciò che conta davvero quando tutti gli altri elementi sono stati considerati e ridotti all’essenziale: il fattore determinante, il giudizio finale, la scelta conclusiva che chiude ogni discussione.

Si può anche dire che il senso è simile ad espressioni più colloquiali come “in fin dei conti”, “alla fin fine“, ” alla fine dei conti”, “in definitiva” , ” a conti fatti”, “alla fine”. Anche la parola “soprattutto” somiglia alla locuzione.

Dobbiamo anche distinguere la locuzione dalla semplice parola “istanza”, che abbiamo già trattato nel corso di Italiano professionale nel senso di “richiesta formale” o “domanda” o necessità, in senso burocratico o giuridico. In ultima istanza non c’entra con questo significato tecnico. L’istanza, qui, non è un modulo o un atto o una necessità, bensì un livello di giudizio, un momento conclusivo della valutazione. Riguarda quindi il valore logico e gerarchico di un ragionamento.

In una discussione familiare sulla scelta di trasferirsi o meno, si possono considerare mille fattori, dal lavoro ai figli alla qualità della vita; ma si potrebbe dire che, in ultima istanza, la decisione dipende dal benessere complessivo della famiglia.

In un contesto economico, un’impresa può adottare strategie, marketing e innovazioni, ma riconoscere che, in ultima istanza, è la fiducia dei consumatori a determinarne il destino.

Riuscite a immaginare quante volte potete usare questa locuzione?

Ma attenzione. La parola “ultima” suggerisce anche un altro utilizzo.

Si può usare “in ultima istanza” anche come “ultima possibilità pratica”. In realtà, questi due usi, sebbene diversi, sono parzialmente sovrapposti.

Nel senso più rigoroso, come detto, in ultima istanza indica il fattore decisivo, ciò che conta davvero quando tutto il resto è stato valutato.

Tuttavia, anche in contesti meno formali, la locuzione viene talvolta reinterpretata come “l’ultima soluzione disponibile”, ossia come l’ultima carta da giocare quando tutte le altre hanno fallito.

Quando una persona prova varie strategie senza successo, può dire che, in ultima istanza, proverà una soluzione estrema o residuale. Sarebbe l’ultimo tentativo. Della serie: o la va,o la spacca!

Posso proporre però un esempio a metà strada tra i due sensi.

Si immagini un gruppo di amici che sta organizzando una cena insieme, come succede spesso nelle comitive,almeno quelle italiane.

All’inizio cercano di trovare un accordo sul ristorante: qualcuno vuole la pizza, qualcuno il sushi, qualcuno insiste per la trattoria di sempre. Passano venti minuti a discutere nel gruppo WhatsApp, provano a fare un sondaggio, poi a votare a maggioranza. Niente funziona: continuano a non mettersi d’accordo.

A un certo punto, uno di loro propone la soluzione che di solito tengono come risorsa estrema: andare tutti a mangiare a casa di Marco, perché Marco cucina bene, ha un salotto grande, e soprattutto è l’unico che non si lamenta mai. Si sporcherà casa ma pazienza. Magari i genitori di Marco si arrabbieranno, ma pazienza.

In questo contesto si può dire che, in ultima istanza, scelgono di andare da Marco.

La frase ha qui entrambi i significati sovrapposti.

Nel primo senso, in ultima istanza significa che, dopo aver considerato tutte le preferenze e aver valutato il rischio di litigare per una sciocchezza, la decisione finale, quella che chiude la discussione, è accettare l’ospitalità di Marco, perché è la soluzione che garantisce la pace del gruppo; la soluzione residuale che funziona sempre.

Nell’uso quotidiano, c’è da dire che il secondo uso prevale.

In medicina, un paziente può seguire diverse terapie farmacologiche e fisioterapiche; quando nulla funziona, il medico può proporre, in ultima istanza, un intervento chirurgico. La logica è quella della successione di tentativi che culmina in una soluzione estrema o definitiva; non quella più importante, ma quella che dev’essere preceduta da altre, magari perché si tratta della soluzione più rischiosa. Quindi si decide di provarla per ultima.

Pensate anche al cosiddetto “Prestatore di ultima istanza“, cioè la banca centrale che interviene per salvare le banche in crisi. È il ruolo della BCE nell’euro zona, ad esempio.