Il corso pratico di lingua e tecniche di sala per camerieri stranieri, tra gergo, bon ton e gestione del servizio.
Sei un cameriere straniero che vuole lavorare nei ristoranti italiani con sicurezza e professionalità? Oppure sei un ristoratore che desidera formare rapidamente il personale di sala?
Lavorare nella Ristorazione Italiana è il primo manuale operativo ideato per coniugare l’apprendimento della lingua italiana di sala con le tecniche di servizio più moderne e richieste dal mercato.
Dall’accoglienza dell’ospite alla gestione del conto, questo libro ti guida passo dopo passo attraverso situazioni reali di lavoro, combinando linguaggio tecnico, regole di galateo e normative aggiornate.
Lingua e comunicazione di sala: Formule di cortesia, verbi di servizio, gestione dei clienti difficili e il gergo professionale della brigata.
Mise en place e servizio pratico: Come apparecchiare la tavola, la regola dei calici, l’uso del canovaccio e la tecnica di presa a 2 e 3 piatti.
Digitalizzazione e vendita attiva: L’uso dei palmari elettronici per le comande, i menù QR Code e le tecniche etiche di Up-selling e Cross-selling per aumentare lo scontrino medio.
Sicurezza e normativa allergeni: La guida completa ai 14 allergeni per legge (Reg. UE 1169/2011) e il protocollo di comunicazione al tavolo.
Carta dei vini e vino della casa: I 10 vini italiani più richiesti, le regole per servire il vino sfuso in caraffa e gli abbinamenti cibo-vino.
Diritti del lavoratore e CCNL: Inquadramento nei livelli contrattuali (4° e 5° livello), tutele sul lavoro e contratti a chiamata.
Strumenti di verifica e glossari: Test finale di 50 domande con griglia di valutazione e glossario multilingue dei termini di sala.
Un testo indispensabile per corsisti, camerieri, maitre e datori di lavoro che puntano ad un servizio impeccabile e senza incomprensioni.
Benvenuti alla seconda lezione del Corso di italiano professionale dedicata alle competenze e come esprimerle.
Nella prima lezione del corso ci siamo concentrati sul modo migliore per presentare noi stessi e la nostra esperienza, imparando a esprimere sia la nostra competenza sia, quando necessario, la nostra mancanza di esperienza senza cadere nella trappola della “sufficienza” e del “minimalismo”. Il focus in quel caso erano le espressioni idiomatiche.
Abbiamo visto che un professionista non deve limitarsi a dire cosa sa fare: deve anche saper comunicare come lo sa fare e con quale livello di padronanza.
Vale la pena ricordare che questi due non sono gli unici episodi del corso dedicato al tema delle competenze. Nella quarta sezione del corso, nell’episodio n. 38 lo stesso argomento è stato affrontato dal punto di vista della comunicazione scritta, in particolare nella compilazione del curriculum e nella descrizione del profilo professionale. Lì abbiamo visto formule più adatte alla redazione di un documento formale, mentre nella lezione di oggi restiamo sul piano della comunicazione orale, con espressioni tipiche della presentazione e dell’interazione diretta con colleghi e interlocutori italiani. Questa distinzione tra forma orale e forma scritta è fondamentale per usare sempre la formula più appropriata al contesto.
Questa lezione affronta infatti un altro aspetto fondamentale: la capacità di descrivere il proprio grado di competenza in modo chiaro, calibrato e credibile. In questa fase non basta affermare di essere preparati; è necessario utilizzare le espressioni giuste per trasmettere una valutazione precisa del proprio livello, senza risultare né presuntuosi né insicuri.
Nel mondo del lavoro, infatti, gli interlocutori italiani prestano particolare attenzione a come un professionista definisce le proprie competenze.
Saper dire,ad esempio , di essere “ferrati” in un ambito, ammettere di “averequalchelacuna”, riconoscere di non essere o stare “sulpezzo” o dichiarare di avere “dimestichezza” con un processo: tutte queste espressioni, che vedremo tra poco, svolgono un ruolo cruciale nella costruzione della fiducia e della credibilità.
C’è anche qualche singola lezione sul sito, fuori dal corso di Italiano professionale, in cui vi ho parlato di qualcuna di queste espressione (vi inserisco anche il collegamento, per comodità) ma oggi voglio inserirle tutte nel contesto professionale.
Iniziamo da un dialogo, in cui alcuni membri dell’associazione parlano dalle proprie competenze. Poi vediamo più da vicino le singole espressioni usate.
Hartmut: Sul nuovo programma io direi di essere abbastanza ferrato, ma ho ancora qualche lacuna sui moduli avanzati.
Albèric: Io, invece, su quella parte non sono proprio sul pezzo: mi arrangio, ma non posso certo dire di dominarla.
Estelle: Per quanto mi riguarda, sulle integrazioni fatte recentemente me la cavo egregiamente; anzi, oserei dire che lì sono piuttosto competente.
Marcelo: In compenso io sono un po’ arrugginito sulla contabilità analitica, dovrei rimettermi in pari e colmare qualche buco.
Julien: Se parliamo di software in generale, invece, lì vado a occhi chiusi: è il settore in cui ho più padronanza.
Karin: personalmente sto facendo progressi, ma al momento posso solo affermare di essere a un livello di base: seguo, capisco, ma non sono ancora esperta.
Carmen: L’importante è capire in quali ambiti si ha davvero dimestichezza e in quali, invece, si è ancora un po’ acerbi: solo così riusciamo a distribuire le attività con criterio.
Bene, adesso che avete ascoltato il dialogo, iniziamo col dire che quando Hartmut , il primo a parlare, dice di essere abbastanza ferrato sul nuovo programma, sta utilizzando un’espressione molto diffusa nel linguaggio lavorativo informale ma ormai accettata anche in contesti più formali. Essere ferrati significa avere una buona preparazione su un argomento, una padronanza acquisita attraverso studio o esperienza. Non indica una competenza massima, ma comunque solida, come se si fosse “armati” di conoscenza. Il termine deriva da “ferrare” (munire di ferro) ma viene usato in senso figurato, contrapponendosi a “profano” o “ignorante“.
Subito dopo, Hartmut parla di qualche lacuna: una lacuna è un vuoto nella conoscenza, qualcosa che ancora manca. È un termine tipico della comunicazione professionale, usato spesso nelle valutazioni delle competenze.
Albèric, al contrario, dichiara di non essere proprio sul pezzo. Questa locuzione è informale e indica una scarsa prontezza o un aggiornamento insufficiente su un tema. Significa, in pratica, non essere preparati come si dovrebbe. Per compensare, Albèric aggiunge che si arrangia: un’altra espressione colloquiale utilissima per descrivere una capacità di cavarsela in modo minimo, senza però dominio vero e proprio della materia. Non a caso Albèric specifica che non può dire di dominarla: dominare un argomento significa conoscerlo a fondo, padroneggiarlo in tutti i suoi aspetti.
Quando interviene Estelle, il registro torna più sicuro: me la cavo egregiamente (cioè in modo egregio) significa che la persona è in grado di svolgere un compito con ottimi risultati. Egregiamente aggiunge un livello di qualità superiore alla media, pur mantenendo un tono abbastanza neutro. Estelle spinge il concetto oltre dicendo che è piuttosto competente: qui il linguaggio diventa pienamente professionale, perché la competenza è un parametro oggettivo nelle valutazioni lavorative.
Marcelo, invece, ammette di essere un po’ arrugginito sulla contabilità analitica.
L’immagine è chiara: come un oggetto che non si usa da tempo e inizia a perdere funzionalità, anche una competenza non esercitata tende a “ossidarsi”. L’espressione è informale, ma molto usata anche tra colleghi. L’obiettivo, dice Marcelo, è rimettersi in pari, cioè tornare al livello di preparazione precedente, aggiornandosi e studiando. Anche luì in fondo, come Albèric, non sta sul pezzo.
L’espressione colmare qualche buco mantiene la metafora delle lacune: si parla di riempire i vuoti nella propria preparazione.
Julien porta un registro diverso, più sicuro. Anche il piglio che dimostra il suo tono squillante lo dimostra: “vado a occhi chiusi”, molto simile a “vado a nozze” (che abbiamo gia visto) significa che svolge certe attività con estrema facilità, senza bisogno di pensarci troppo.
È un’espressione informale, ma molto efficace, spesso usata per comunicare una padronanza naturale o maturata nel tempo. Non a caso Julien parla proprio di padronanza, che è un termine pienamente professionale e rimanda alla capacità di gestire un compito in autonomia e con sicurezza.
Karin offre un punto di vista più prudente: dice di trovarsi a un livello di base. L’espressione è usata spesso nei contesti formativi e indica una conoscenza elementare, sufficiente per orientarsi ma non per operare in modo esperto. “”Sto facendo progressi” dice Karin, il che suggerisce un percorso di crescita, mentre “seguo, capisco, ma non sono ancora esperta” descrive bene la fase intermedia che molti professionisti attraversano quando affrontano nuove mansioni.
Infine, Carmen introduce due concetti chiave: dimestichezza (concetto già esplorato) e essere acerbi. Avere dimestichezza significa come visto muoversi con sicurezza in un’attività, grazie all’abitudine e all’esperienza. È una competenza pratica, non necessariamente teorica. Essere acerbi, invece, richiama l’idea del frutto non ancora maturo: una competenza non ancora sviluppata a dovere.
Carmen conclude sottolineando l’importanza di distribuire le attività con criterio: espressione formale che indica l’uso della razionalità, della pianificazione e della coerenza nella gestione delle risorse umane. Similmente si potrebbe dire di usare la testa, più informale indubbiamente, o il più neutro “usare la logica” o “con raziocinio” o “con razionalità”.
Anche se ho un po’ divagato nel finale, spero che questo approfondimento vi sia piaciuto. Grazie mille ai membri che hanno partecipato.
L’episodio finisce qui e ricordo che per avere accesso a tutti gli episodi del corso di Italiano nn professionale occorre chiedere l’adesione all’associazione Italiano Semplicemente.
Se lo stipendio non ti possono erogare, auguri a te se questo un danno ti può cagionare; per te non è stato un buon anno quello che sta per finire.
Se una colpa ti vogliono addossarema sei innocente e non un criminale, auguri di cuore di buon Natale.
Basta discussioni, a Natale gioia bisogna esprimere, e i litigi occorre dirimere.
C’è crisi, a Natale quest’anno i consumi si contrarranno, nonostante il bene che le persone si vorranno.
Se non sai disegnare, ma un regalo artistico vuoi fare, un bel ritratto puoi commissionare. E’ un idea da non scartare!
Babbo Natale, di rosso vestito, ha vagliatocon cura ogni pacco assortito, auguri anche a lui, che alla festa allegria ha sempre conferito.
Babbo Natale esiste? A suffragarequesta ipotesi le opinioni dei bambini. Auguri anche a loro, anche ai più birichini.
A chi insistea far del bene ma non ne fruisce, auguri col cuore, che tutti noi unisce.
Chi investein amore, sapete, è anche lui amato, sebbene il suo cuore non sia ancora impegnato.
A chi è sempre scelto o sempre cassato, il mio augurio di cuore non sarà mai derubricato.
Come commisurarel’affetto per una persona? Tutti fanno regali, ma cosa implicafarlo col cuore? E da quale fonte scaturiscel’amore? Auguri a chi dà perché vuole e non perché deve, e a chi ne dà più di quanto ne riceve.
Prestateattenzione per favore! A voi con le mani consumatedal lavoro, a voi che non detenetealcun potere, a voi la cui vita imponesacrifici e a cui la fortuna non è mai pervenuta. Anche per voi un augurio di cuore, anche se la rima non è venuta.
Chi è lei? Si qualifichiper favore! Vabbè, auguri comunque, auguri di cuore!
Auguri anche a chi meno impattal’ambiente, e a chi più rispetta le donne, i bambini e chi è sofferente.
Se il tuo pranzo di Natale constadi 1 o 12 portate, auguri comunque, ma non criticate.
Finalmente è deciso, Babbo Natale ha deliberato, auguri per tutti, anche a chi non è amato.
Il Natale, si sa, è festa; è sottinteso. Ma conta solo quanto hai dato, e non quanto hai speso.