In borghese
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episodio 1238
Trascrizione
C’è qualcosa di curioso nell’espressione “in borghese”.
A sentirla così, isolata, sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un mondo fatto di cappelli, giacche ben stirate e passeggiate in centro. E in effetti, un po’ è proprio così.
“In borghese” nasce da borghesia, quella classe sociale che, tra nobiltà e popolo, ha rappresentato per secoli il volto più riconoscibile della vita quotidiana: persone comuni, rispettabili, senza uniforme, senza insegne, senza simboli di potere evidenti.
Ed è proprio qui il punto.
Quando diciamo che qualcuno è in borghese, intendiamo dire che non indossa una divisa, che si presenta come una persona qualunque, indistinguibile tra la folla.
Un poliziotto in borghese, ad esempio, non porta la divisa: si confonde tra i passanti, osserva senza essere notato, agisce senza attirare l’attenzione.
Es.
State camminando per strada, tutto sembra normale, quando qualcuno vi dice:
Attento, quello è un poliziotto in borghese.
E improvvisamente cambia tutto.
Quella persona, che fino a un attimo prima era uno qualunque, assume un altro significato. Non è più solo un passante: è qualcuno che ha un ruolo, ma non lo mostra.
Parliamo di chi svolge una funzione ufficiale senza indossarne i segni distintivi.
C’erano diversi agenti in borghese tra la folla.
L’arresto è stato effettuato da due carabinieri in borghese.
In questi casi, “in borghese” serve a sottolineare proprio questo contrasto: ruolo nascosto, apparenza normale.
Ma la locuzione non si ferma qui.
Pensate a un contesto completamente diverso, più quotidiano.
Un’azienda, un ufficio, magari una cerimonia.
Oggi niente giacca e cravatta, siamo tutti in borghese.
Qui non ci sono poliziotti, né operazioni “sotto copertura”.
Eppure il senso è simile: assenza di formalità, di segni distintivi, di “uniforme” sociale.
“In borghese”, in questo caso, diventa quasi sinonimo di informale, di normale, di non ufficiale.
Si usa anche in questo modo la locuzione.
Quando diciamo “in borghese”, quella piccola preposizione “in” fa molto più di quanto sembri.
Non indica semplicemente un luogo, come in “in casa” o “in ufficio”.
Qui in introduce una condizione, uno stato visibile, quasi una “forma esteriore” in cui una persona si presenta.
È la stessa in che usiamo quando vogliamo descrivere come appare qualcuno agli occhi degli altri.
Pensate a queste locuzioni:
in uniforme
in divisa
in abito da sera
in giacca e cravatta
in maniche di camicia
In tutti questi casi, in significa qualcosa come: “nella condizione esteriore di”, “vestito in modo tale da apparire…”
Se allarghiamo lo sguardo, troviamo molte altre espressioni analoghe, anche fuori dall’abbigliamento:
in silenzio
in difficoltà
in imbarazzo
in incognito
Anche qui in introduce uno stato, ma non più visivo. È come se passassimo dall’abito esterno alla condizione interna o situazionale.
“In borghese”, in un certo senso, sta proprio a metà strada tra questi due mondi:
è visibile, ma porta con sé anche un significato più profondo, legato al ruolo e all’intenzione.
Notate che essere in borghese è simile a “essere in abiti civili”.
Quasi equivalente, ma non del tutto. Infatti “in abiti civili” indica semplicemente che una persona non indossa una divisa
Ad esempio:
Il militare era in abiti civili durante la cerimonia.
Qui manca quell’elemento di intenzione o funzione nascosta.
“In borghese”, invece, ha spesso una sfumatura in più: suggerisce che l’assenza di uniforme non è casuale, ma significativa.
Quindi se due poliziotti sono in borghese c’è l’idea implicita di operare senza farsi riconoscere.
Quindi “In abiti civili” descrive invece ciò che si vede, mentre “in borghese” generalmente suggerisce anche ciò che si nasconde.
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