“Metterci la faccia” significa assumersi la responsabilità di qualcosa, mostrarsi pubblicamente o personalmente per difendere un’idea, una causa, un progetto o un’azione
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
L’episodio contiene anche 47 utilizzi di espressioni o termini spiegati in episodi precedenti. Questo rappresenta una forma di ripasso affinché non si dimentichi ciò che si è già imparato.
Una volta ho sentito mia nonna che diceva a mio nonno:
Non ti fai mai la doccia, come mai?
“Solo le persone sporche si lavano”
Questa fu la risposta di mio nonno.
Mi fa sorridere ogni volta che la racconto.
È un tipo di frase che possiamo chiamare, tecnicamente, una contraddizione in termini, oppure anche un “paradosso” se volete, anche se i paradossi generalmente prevedono un ragionamento più complesso.
Una contraddizione in termini è semplicemente una situazione che si verifica quando le parole stesse di una frase sono tra loro in contrasto, sono in contraddizione, appunto.
In pratica le contraddizioni in termini sono frasi illogiche.
Non si può ascoltare il silenzio, o mangiare digiunando. Non esiste un famoso ignoto. Queste sono tutte contraddizioni in termini.
Così anche la frase di mio nonno, che però fa anche ridere, è una contraddizione in termini.
La parola contraddizione in realtà sarebbe di per sé sufficiente. Quando c’è una contraddizione c’è incoerenza, c’è un contrasto.
Il verbo contraddire è interessante, non solo per la doppia “d”.
Significa confutare (anche questo è interessante!) una affermazione di qualcuno opponendo prove che dimostrano il contrario di quanto sostiene.
Es: nessuno osa mai contraddire Giovanni
Se io ti contraddico, cioè se io contraddico te, praticamente sto dicendo che ciò che tu sostieni è falso, non è vero. Sto negando la tua affermazione, la sto confutando, la sto smentendo.
Ma la contraddizione non è solo una affermazione detta da una persona. Non riguarda solo il rapporto tra le persone.
Anche la realtà può contraddire le mie affermazioni o previsioni.
Questo accade quando accade qualcosa che contraddice ciò che io avevo detto o che io avevo previsto.
Poi, c’è da dire che una persona si può anche contraddire da sola. Per fare questo basta fare una affermazione e successivamente farne un’altra di senso opposto, oppure si può fare qualcosa (non dire, ma fare), un’azione che smentisce, che contraddice, che confuta ciò che ha detto.
Se dico: “ciao io esco” e poi resto a casa, mi sono contraddetto. Non ho fatto ciò che ho detto. I fatti mi hanno smentito.
Ma la “contraddizione in termini”, come ho detto, sta in una sola frase.
I termini sono le parole della frase, le parole che compongono la frase. Per questo si chiama così.
Confutare, rispetto a contraddire, è un verbo più “importante”, perché è solitamente riservato non a ciò che si dice nel corso di una conversazione, sebbene si possa fare, ma si usa solitamente per confutare una tesi, una teoria, un’accusa, una testimonianza, una calunnia. Ho confutato le sue dichiarazioni con la prova dei fatti. Riguarda una dimostrazione di qualcosa che si ritiene o che non si ritiene vero.
Esiste anche l’espressione “cadereincontraddizione“. Questa espressione equivale a contraddirsi, quindi dire o fare cosa contraria a quella detta o fatta prima. C’è chiaramente una prerogativa di questa espressione, una sua caratteristica peculiare.
Cadere in contraddizione infatti è qualcosa di involontario. Quando si cade in contraddizione non lo si fa apposta. Non è un caso che anche quando si cade, quando si cade a terra, quindi nel caso di una caduta, difficilmente si tratta di un’azione volontaria, che facciamo di nostra spontanea volontà.
Es: durante l’interrogatorio! l’uomo è caduto in contraddizione più volte.
Quindi l’uomo si è contraddetto più volte, ha detto cose che contraddicono ciò che ha detto in precedenza. Chiaramente non voleva farlo, ma è risaputo che le Bugie, come si suol dire, hanno le gambe corte.
Adesso facciamo un piccolo esercizio di ripetizione.
Contraddizione (due “d” e una zeta – zeta dura, mi raccomando). Sembra che ci sono due z, ma ce n’è solamente una.
Contraddizione
La contraddizione, le contraddizioni
Contraddizione in termini
Cadere in contraddizione
Sei caduto in contraddizione
Ti sei contraddetta
È una contraddizione in termini
Le contraddizioni in termini sono frasi illogiche.
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.
“Sguazzare” nel senso proprio indica il muoversi o giocare nell’acqua o in un liquido in modo piacevole. Figurativamente, ha un senso simile a godere o godersi qualcosa in modo rilassato e piacevole.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
L’episodio contiene anche 24 utilizzi di espressioni o termini spiegati in episodi precedenti. Questo rappresenta una forma di ripasso affinché non si dimentichi ciò che si è già imparato.
Nell’episodio dedicato ai dubbi che abbiamo realizzato qualche tempo fa non vi ho parlato della locuzione “essere in forse”. “Essere in forse” è un’espressione comune che indica incertezza o dubbio riguardo a una situazione, una decisione o un evento futuro. Questa locuzione può essere applicata a diversi contesti della vita quotidiana e assume un significato di indecisione o mancanza di certezza riguardo a qualcosa.
La parola “forse” d’altronde fornisce un grosso aiuto per la comprensione di questa locuzione. “Forse” è un avverbio che indica una possibilità, ma non una certezza assoluta. Viene utilizzato per esprimere incertezza riguardo a una situazione o un’azione futura. Ad esempio, “Forse pioverà domani” suggerisce la possibilità di pioggia senza garantirne la certezza.
L’utilizzo del verbo “essere” insieme alla preposizione “in” in questa locuzione è importante perché stabilisce in questo caso lo stato di incertezza di qualcosa o qualcuno.
La combinazione di “essere” e “in” con altri sostantivi o aggettivi può creare espressioni simili. Ad esempio, “Essere in fermento” indica un periodo di agitazione o cambiamento. “Essere in pace” indica uno stato di tranquillità o serenità interiore. Si usa “In allegria” per indicare uno stato mentale simile alla felicità (quest’ultimo è un parolone, mentre l’allegria è più a portata di mano di tutti direi); “in fretta” per indicare un’azione svolta velocemente, “in silenzio” per indicare uno stato di assenza di rumore.
Potrei citare anche “essere in forma” che indica uno stato di buona salute fisica, “essere in ritardo” indica il non essere puntuali o il non rispettare un orario prestabilito, oppure “essere in grado” che indica la capacità di fare qualcosa.
Vediamo alcuni esempio con “essere in forse“:
La data della riunione è ancora in forse.
Ad esempio sono state proposte alcune date per la riunione, ma al momento è ancora in forse poiché stiamo aspettando la conferma della disponibilità di tutti i partecipanti.
Con questo tempaccio, la gita per domani è in forse!
E’ la gita ad essere “in forse”. Questo è importante, perché sostituire “essere in forse” con “essere in dubbio” non sempre è una buona idea. “Essere in forse” riguarda maggiormente la possibilità che avvenga un evento futuro. Questi eventi possono dipendere da una decisione di una persona, che però può dipendere a sua volta da circostanze esterne. Non è detto ci sia una indecisione, un dubbio. Ci si riferisce sempre direttamente all’esito: la festa è in forse (non si sa se si svolgerà). Oppure: “la mia presenza per domani alla festa è in forse. Vediamo se starò meglio“.
“Essere in dubbio” è più specifico per le persone e il loro pensiero, specie se ci sono più alternative: sono in dubbio se venire o meno, l’allenatore è in dubbio se giocare on due o tre attaccanti.
Spesso si usano indifferentemente, ma meno spesso per indicare il dubbio di una persona.
Es:
“Il calciatore è in forse/dubbio per domani” significa che non si sa se giocherà, ma in genere non si sta parlando della sua indecisione. Non si sa se giocherà, ma questo dipenderà dal suo staff medico o dalle scelte tattiche dell’allenatore.
Lo stesso se dico “La nostra vacanza è in dubbio/forse”. Qui è più chiaro, perché una vacanza non è una persona, quindi non può avere un dubbio. E’ la vacanza ad essere in forse/dubbio. Posso usare entrambi i termini, anche “dubbio”, sebbene io non stia parlando del dubbio che può venire a una persona.
Ci sono casi in cui si può comunque indicare una indecisione:
Sull’acquisto della casa, siamo ancora in forse/dubbio.
Sto parlando di noi, quindi questo significa che evidentemente dopo aver valutato diverse opzioni, siamo ancora in forse riguardo all’acquisto della casa poiché non siamo sicuri se sia la scelta migliore per la nostra famiglia. Detto in altre parole, non è detto che acquisteremo, in tempi brevi almeno, una casa; la decisione non è stata ancora presa. Possiamo usare sia “in dubbio” che “in forse”. Ma usare “in forse”, come detto, non è molto comune quando parliamo di dubbi personali.
Un altro esempio di questo tipo:
Riguardo al piano delle vacanze estive, siamo ancora in forse/dubbio sulla destinazione da scegliere.
Vale a dire che non abbiamo deciso ancora dove andare in vacanza quest’estate. Siamo in forse tra una località al mare o un viaggio in montagna, entrambe sembrano attraenti e non riusciamo a prendere una decisione definitiva. In questi casi meglio usare “in dubbio” perché, quando parliamo esplicitamente di dubbi tra due o più alternative, non suona molto bene usare “in forse”.
Un altro esempio:
riguardo alla scelta tra andare al mare o in montagna sono molto in forse
In questi casi molto meglio usare “essere in dubbio“, quindi:
Riguardo alla scelta tra andare al mare o in montagna sono molto in dubbio.
In definitiva per gli eventi meglio usare “in forse” mentre per le indecisioni è decisamente preferibile “in dubbio”.
Come ripasso del giorno vi propongo di parlare di certezze e incertezze. Potete parlare di eventi futuri o di vostri pensieri. Se siete in dubbio su qualche espressione , chiedetemi pure un consiglio.
Ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente
Albéric: Mi viene in mente la frase “ogni dubbio è lecito”. Infatti, parlando di dubbi e certezze, col senno di poi è sempre facile individuare le misure cautelative che sarebbero dovute adottarsi per rimediare a un danno o una situazione pericolosa.
Marcelo: Avevo un biglietto per la lotteria di Spagna e la certezza di ottenere il primo premio, ma nisba! Il vecchietto che me l’ha venduto mi aveva fatto l’occhiolino facendomi cenno di quale biglietto comprare! in compenso posso dire che mi sono fatto un nuovo amico, il vecchietto! Una magra consolazione direi!
Analizziamo il verbo accollare e vediamo le similitudini e le differenze con propinare, affibbiare, appioppare e rifilare. Vediamo 10 esempi e 10 alternative più formali, usando qualcuno dei verbi professionali che abbiamo già spiegato.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Propinare si usa sia in senso proprio che figurato, e significa somministrare o dare o costringere a sopportare qualcosa che non piace o che fa male o provoca un malessere di qualche tipo.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Un membro dell’associazione Italiano semplicemente, nella fattispecie Gèma dalla Spagna, mi ha chiesto la differenza tra i due verbi rinfrancare e rifocillare.
A partire dal numero 1001, I file audio e la trascrizione fegli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1023 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Rifilare, appioppare e affibiare sono verbi da usare a Natale, ma non solo 🙂
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.
Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Giovanni: durante un periodo di festa, ad esempio durante le feste natalizie, è il momento giusto per usare il verbo fervere.
Non solo. Anche fervore, fervente e fervido/a sono termini che possiamo usare in queste occasioni.
In generale si sta parlando di una intensa attività. Tutti si preparano per qualcosa, ad esempio per festeggiare il Natale.
“Fervono i preparativi”, ad esempio, significa che i preparativi sono in pieno svolgimento o in corso. Siamo in fase di preparazione, una intensa fase di preparazione.
Si usa il verbo “fervere” in questo contesto per indicare un’attività intensa, vivace e frenetica nella preparazione di qualcosa.
Fervente, invece, è un aggettivo che significa animato da una forte passione o intensità di sentimenti.
Dove c’è fervore, c’è sempre passione, c’è emozione, c’è un sentimento intenso, c’è una attività che sprigiona energia, ci possono essere idee che stanno nascendo.
Immaginare una pentola in ebollizione, immaginate un fuoco che arde.
Un effetti il verbo fervere, letteralmente significa proprio rovente, indica qualcosa che bolle, che fermenta, e qualcosa che mentre è in attività fa anche un rumore costante.
In senso figurato, come si utilizza praticamente sempre, si associa a tantissime cose, non solo alle feste.
Vediamo qualche esempio:
Hai veramente una fervida immaginazione, complimenti per questo libro fantasy che ha scritto!
È il fervore della passione per la lingua italiana che tiene uniti i membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
La cucina di casa mia ferve di attività durante le feste.
Nella sala conferenze, la discussione ferveva tra gli esperti.
Sotto il sole cocente, l’asfalto ferveva come una piastra.
La passione dei tifosi della Roma per la squadra è sempre stata fervente.
Il discorso del politico ha generato un fervore di emozioni tra il pubblico.
La ricerca scientifica è stata accompagnata da un interesse fervente da parte degli studenti.
In autunno, la natura si presenta con colori fervidi e caldi.
La fede fervente della nonna l’ha sostenuta in momenti difficili.
Durante il concerto, l’energia della band creava un’atmosfera fervida.
L’entusiasmo fervente dei volontari ha reso possibile la realizzazione del progetto.
C’è stata una fervente discussione prima di trovare un accordo
Nel caso dei colori fervidi, parliamo dell’intensità dei colori, non certo di passione o entusiasmo.
Questi termini possono essere associati sia a qualcosa di positivo che di negativo, a seconda del contesto in cui vengono utilizzati.
In senso positivo “fervente” può indicare passione, oppure entusiasmo o anche devozione (Fervida fede) profonda, aspetti generalmente visti in modo positivo.
“Fervere” può indicare attività intensa, movimento vivace o interesse marcato per un determinato argomento, aspetti che possono essere considerati positivi.
In senso negativo l’intensità eccessiva del fervore in determinate situazioni potrebbero portare a situazioni scomode, come un’agitazione eccessiva o un’eccessiva enfasi su qualcosa.
In certi contesti, un fervore eccessivo potrebbe indicare anche una situazione di tensione o stress.
Anche la guerra può fervere, o una battaglia: una fervente battaglia.
In questo contesto, si riferisce all’intensità delle azioni belliche, all’attività militare intensa e al fervore delle operazioni in corso. Si tratta di un utilizzo più descrittivo che riflette l’energia, la tensione e l’intensità di un conflitto bellico.
Ora facciamo un piccolo esercizio di ripetizione:
Fervente attività
Fervida immaginazione
Fervono le attività in preparazione della festa
Le fervide menti di Giovanni e Emanuele producono sempre idee brillanti
Ferve la battaglia
Nel nostro ufficio ferve il lavoro sin dalle prime ore del mattino
Il fervore delle notti estive attirava i turisti da tutto il mondo
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.
Giovanni: “Fare il bello e il cattivo tempo” è un simpatico modo di dire italiano che ha a che fare con il potere e la capacità di influire sugli eventi.
In poche parole significa influenzare gli eventi, avere il potere di decidere su tutto, influenzando anche gli umori in senso positivo e negativo.
L’espressione utilizza la metafora delle condizioni metereologiche, del “tempo” inteso in questo senso.
Se una persona fa il bello e il cattivo tempo ha il controllo assoluto su una situazione, senza che altri possano farci nulla. Il motivo dell’associazione con il tempo atmosferico è soprattutto legato alle emozioni. Quando il tempo è bello, siamo solitamente felici e contenti; viceversa, il tempo cattivo può causare disagio o problemi. Si utilizza quindi questa metafora per trasmettere l’idea di influenzare le condizioni di una situazione in modo positivo o negativo.
Insomma questa persona fa come vuole e tutti devono adeguarsi, generalmente senza avere la possibilità di replicare o protestare. Questa persona ha completamente in pugno una situazione, detiene un potere e lo utilizza senza farsi scrupoli.
Es: Giovanni fa il bello e il cattivo tempo nella ditta. Se sì alza male la mattina non ne ha per nessuno. Se però sta di buon umore fa regali a destra e a manca.
In questo caso ho voluto invertire sia qualcosa riferito al bel tempo, sia al cattivo, ma generalmente quando si usa questa espressione si vuole enfatizzare soprattutto il potere decisionale senza opposizione, quindi il fatto che nessuno all’infuori di lui o lei possa far nulla, possa prendere decisioni o influenzare gli eventi. Oppure, in senso più ampio quando una persona è molto importante e da lui dipendono le sorti di un gruppo di qualunque tipo.
Es: il calciatore Romero Lukaku nella squadra della Roma fa il bello e il cattivo tempo
Evidentemente si vuole dire che le sorti della Roma dipendono dalla prestazione di questo calciatore. Se gioca bene la Roma vince, mentre se quel giorno non gira, la Roma ha molte difficoltà.
In questo caso più che di potere si parla di importanza.
Parlando di potere invece posso dire:
Es: all’interno dell’amministrazione comunale, c’era anche un boss della malavita che faceva il bello e il cattivo tempo.
Questo boss ad esempio controllava gli appalti pubblici, decideva lui chi doveva vincerli, controllava le assunzioni e non si muoveva paglia, come si suol dire,senza il suo parere.
Questa espressione, “non si muove paglia (o foglia) senza il suo parere”, si usa negli stessi contesti.
Significa che una persona ha un’enorme influenza o controllo su una situazione o su un gruppo di persone, tanto da essere a conoscenza e approvare ogni minimo dettaglio o azione che avviene all’interno di quell’ambito.
Significa che la persona ha un potere assoluto o una presa salda sulle decisioni e sull’andamento delle cose.
Spesso si fa anche la rima:
Non si muove foglia senza che lui lo voglia
Terrificante!
Questa è piu informale rispetto a “fare il bello e il cattivo tempo” e inoltre trasmette in modo più forte il potere assoluto all’interno di un determinato ambito.
Adesso facciamo un esercizio di ripetizione:
Fare il bello e il cattivo tempo
Mi piacerebbe fare il bello e il cattivo tempo
A casa mia non si muove foglia senza che mia moglie voglia
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.
Emanuele: tra le varie locuzioni latine maggiormente usate, più o meno da tutti gli italiani, figura “Inter nos”, che significa “tra noi”.
Viene utilizzata per indicare che qualcosa è da considerarsi confidenziale, riservato a un gruppo ristretto di persone, non destinato a essere divulgato al di fuori di quel contesto. Parliamo di informazioni dunque.
Attenzione però, si usa solo in questi casi. Se ad esempio c’è un ostacolo tra noi, non posso dire che c’è un ostacolo inter nos. In compenso però si può dire, ad esempio:
Es:
Ricordati, questa è una questione inter nos, quindi per favore non divulgarla a nessun altro.
Posso dirti un segreto, ma ti prego, che resti inter nos.
Abbiamo discusso dei dettagli inter nos, quindi non è opportuno divulgarli al resto del team al momento.
Naturalmente non si usa solo questa modalità nelle stesse occasioni.
In italiano esistono espressioni che possono trasmettere lo stesso concetto di riservatezza senza ricorrere alla lingua latina, come:
Anche queste espressioni possono essere utilizzate per indicare che qualcosa è da considerarsi confidenziale e non deve essere divulgato al di fuori di due persone o comunque un determinato gruppo o contesto. Tra l’altro abbiamo già affrontato l’argomento in un episodio dedicato dedicato a “Fidarsi, confidare e confidarsi (ep. 989)”
“In camera caritatis” è un’altra espressione latina che letteralmente tradotta significa “nella stanza della carità”. In pratica si parla di un posto in cui nessun altro possa ascoltare. Possiamo anche dire che ciò che si dice in camera caritatis non deve diventare di dominio pubblico. Anche questa è una modalità molto usata.
Apriamo una parentesi sul dominio pubblico, o pubblico dominio, che dir si voglia. Quando si parla di “dominiopubblico“, si fa riferimento alla sfera di conoscenza, informazioni o risorse che appartengono al pubblico in generale, cioè a tutti, e non sono soggette a diritti di proprietà privata o restrizioni d’uso.
Si tratta di informazioni accessibili liberamente a tutti, senza limitazioni legali. Ma non solo le informazioni possono essere di dominio pubblico.
Ad esempio, lo stato di salute di una persona non è di dominio pubblico, e neanche le opere protette da diritto d’autore sono di dominio pubblico.
Parlando di un’informazione, dire che essa è di dominio pubblico vuol dire che tutti possono accedere a questa informazione o anche, più semplicemente che “tutti lo sanno“, “tutti ne sono a conoscenza”.
Si tratta di cose note a tutti e non ci sono segreti da nascondere. Almeno non più.
Tornando a “in camera caritatis” , l’espressione veniva originariamente utilizzata per indicare le discussioni o le decisioni prese da un consiglio ecclesiastico “a porte chiuse”, in un’atmosfera di riservatezza e discrezione.
Anche l’espressione “a porte chiuse” esprime lo stesso concetto. Non mettete la lettera “h” però davanti alla preposizione “a” !
Infatti “a porte chiuse” significa “con le porte chiuse” , un chiaro riferimento alla riservatezza.
“In camera caritatis”, proprio come “a porte chiuse”, può oggi talvolta essere usata più ampiamente per indicare un contesto in cui le decisioni vengono prese con discrezione, senza l’intenzione di rendere pubblico ciò che è stato discusso o deciso.
Rispetto a “Inter nos“, “in cameracaritatis” è più usata per questioni più importanti (anche rispetto a “a porte chiuse” e poi non si parla necessariamente di “noi”.
Es:
La riunione si è svolta in camera caritatis, quindi i dettagli della discussione non sono stati resi pubblici.
La commissione ha esaminato la questione in camera caritatis per garantire riservatezza e discrezione.
Le decisioni sulla gestione del fondo sono state prese in camera caritatis per mantenere la riservatezza dei dettagli finanziari.
I Consigli comunali svolti in camera caritatis sono un’offesa alla trasparenza amministrativa
Naturalmente quando si dice qualcosa in camera caritatis non è detto che qualche informazioni non trapeli ugualmente.
Bisogna stare attenti a non parlare troppo forte dietro le quinte, perché potrebbe esserci un ‘orecchio indiscreto’ a sentir ciò che diciamo ‘inter nos’ o in ‘camera caritatis’!
Ho usato il verbo trapelare.
“Trapelare” indica il fatto che informazioni, notizie o segreti vengano divulgate o si diffondano, spesso involontariamente o in modo non autorizzato, raggiungendo il pubblico o persone non coinvolte nella situazione originaria. In pratica, significa che qualcosa che doveva essere tenuto segreto o confidenziale è diventato di dominio pubblico.
Questo, tra l’altro, non è un verbo solamente appannaggio delle informazioni, le notizie e i segreti. Anche l’acqua piovana può trapelare dal soffitto, e la luce può trapelare dalle fessure delle serrande. Un bel verbo indubbiamente questo.
Sapete che si usa anche con le emozioni, che possono trapelare. Es:
dal suo volto trapelava preoccupazione.
Oppure:
Giovanni era impassibile. Nonostante stesse attraversando un brutto periodo, dalla sua espressione non trapelava nulla.
Più in generale, in senso proprio o figurato, si sta parlando di qualcosa che esce o fuoriesce o che si manifesta nonostante un ostacolo di qualche tipo. È Un lento manifestarsi, a volte un debole manifestarsi.
Chiudiamo la parentesi su trapelare.
Inoltre ho parlato di “orecchie indiscrete” . Apriamo un’altra parentesi.
Le “orecchieindiscrete” sono una metafora per riferirsi a persone estranee che ascoltano qualcosa di segreto.
C’è la possibilità che informazioni private o confidenziali vengano ascoltate o intercettate da altri. Si può trattare di individui curiosi o attenti che potrebbero, anche accidentalmente, captare conversazioni o informazioni non destinate a loro e, In teoria, anche divulgarle, spifferarle a destra e a manca.
Chiusa la seconda parentesi. Parliamo adesso dei segreti usando le espressioni già imparate.
Zhao: C’è chi dice che non esista alcun segreto di sorta che possa essere tenuto nascosto a lungo. Tutto viene a galla un giorno o l’atro.
Albèric: Dici un segreto a un amico e atuainsaputa, neanche a farlo apposta, lo sanno tutti in men che non si dica.
L’unico modo per prevenire questo sarebbe di stare sulle proprie, alla larga dai pettegolezzi.
Danielle: Se ti aspetti davvero che ti raconti dei segreti, stai fresco! Puoi aspettare a lungo… I segreti sono sacri. Vorrei anche lasciare un ammonimento a chi pensa di divulgare un mio segreto: ti attenderei al varco!
Lejla: Da non dimenticare i segreti professionali, che riguardano segreti altrui e giocoforza vanno custoditi, quali che siano.
Ulrike: Se la mia fidanzata mi dice: “ma va’, dimmelo, saro’ una tomba”, io le rispondo senza indugio: «Quel che alla donna ogni segreto fida, ne vien col tempo a far pubbliche grida». Campa cavallo!
Marcelo: Tra i segreti che mi stupiscono di più, ci sono quelli chiamati segreti di Stato!
Sicuramente sono cose che non si possono o non si devono rivelare!
Quando vengono a galla i segreti di cui sopra, mi portano in un mondo sconosciuto e accattivante. Penso quanto sia difficile tenere a bada le voglie di divulgarli fino alla loro scadenza. Possibile mai che nessuno faccia unostrappo alla regola?
Ce ne siamo già occupati quando mio padre vi ha spiegato il verbo percepire, nella sezione dei verbi professionali.
Non fa male richiamare questo verbo anche in questa rubrica però, essendo di utilizzo molto frequente.
Tutti gli stranieri di livello intermedio sanno usare il verbo avvertire, ma immagino (smentitemi se sbaglio) solamente nel suo uso principale, vale a dire nel senso di “avvisare“.
Es:
ti avverto che non potrai tornare indietro
Avverti Gianni che il suo telefono è rotto
dobbiamo avvertirli subito
Spesso si tratta di pericolo o minacce, ma non è necessario in realtà. Ad ogni modo meglio usare “avvisare” in situazioni non pericolose.
In effetti, gli “avvertimenti” hanno spesso a che fare con le minacce o con qualcosa di cui preoccuparsi. Gli “avvisi” invece provocano generalmente meno ansia, a meno che non si riceva un avviso dall’agenzia delle entrate…
Dunque, il verbo avvertire generalmente si usa in modo simile ad avvisare, ma ha anche altri significati che si possono usare anche nel quotidiano.
Facciamo un esempio: se mi faccio male, posso dire che avverto un dolore.
In questo caso avvertire ha il significato di percepire, e si usa nello stesso modo.
Espressioni come “avverto qualcosa di strano” “avverto che sei arrabbiato”, “avverto dolore”, “avverto una certa tensione nell’aria” sono corrette e si possono usare senza problemi.
Nel quotidiano si preferisce usare il verbo sentire.
Senti dolore se ti tocco qui?
Sento che sei arrabbiato
Però “sentire” è spesso legato all’udito, similmente ad ascoltare. C’è un episodio anche su questo, mi ha detto mio padre.
Anche il verbo provare è spesso usato nelle stesse circostanze di avvertire, ma questo è un verbo più adatto per le emozioni personali.
Con le emozioni personali però, avvertire in genere non si usa. Non si usa dire “avverto rabbia” o “papà sta avvertendo tristezza”. Decisamente meglio usare “provare” in questi casi.
Posso farlo però se la sensazione viene dall’esterno.
Es:
Avverto tensione da parte vostra. Ditemi se sbaglio.
Avverto una certa mancanza di fiducia nei miei confronti
Avverto del pericolo
Si tratta di sensazioni sull’ambiente circostante, ma che potrebbero anche essere sbagliate.
Un ultimo modo di usare il verbo avvertire è con il significato di “considerare attentamente”, ad esempio: “avverti la tua decisione” o “avvertiamo ciò che ci sta per dire”
Vi avverto però che questa espressione non si usa quasi mai e qualsiasi italiano farebbe fatica a capirne il significato.
Ho voluto chiudere l’episodio con un avvertimento anziché con un avviso. Adesso l’episodio sarebbe terminato, ma mio padre mi ha avvisato che sarebbe il momento di fare un ripasso degli episodi precedenti.
Allora ciao e ci sentiamo presto.
– Ripasso in preparazione –
Membro1: Ho sentore che l’avviso di Marcelo sulle supposte sviste nell’esercizio sulla locuzione “vada per” sia passato in cavalleria, il che sarebbe un peccato. È possibile mai che Gianni non abbia visto l’avviso di Marcelo?
Membro 2 : Parlando di avvisi e avvertimenti, mi è venuto subito in mente il proverbio uomo avvisato mezzo salvato e anche un altro detto, meno famoso: “chi avvisa non tradisce” . Tra i due ci sono differenze? Eccome!
D’altra parte, siamo alla vigilia di due eventi importanti in famiglia: il primo è l’arrivo dalla Spagna di mia figlia, il secondo è il mio compleanno. Sì, sono un Sagittario con ascendente Toro e concordo pienamente con Gianni, cioè non sono di diverso avviso riguardo alle caratteristiche del mio segno descritte nel libro “Segni Zodiacali“, un’opera di Italiano Semplicemente che vi consiglio vivamente di leggere e rileggere!
Inoltre, va aggiunto che l’altra mia figlia, che abita in Uruguay, non è stata avvisata dell’arrivo della sorella dalla Spagna. Sarà un sorpresone per lei!
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Emanuele, in una foto recente, durante la sua esibizione (con vittoria finale) al Tour Music Fest 2023, categoria Pianisti Junior
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1020 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
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Che differenza c’è tra il cenno e l’accenno? Posso comprendere che nascono dei dubbi, perché si tratta di termini simili, almeno per come si scrivono e leggono.
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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione. Alla fine dell’episodio, come sempre, proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione.
Albèric (Francia): Con questa lezione mi è subito venuto in mente il verbo alludere. Poi ho pensato a una frase che ho letto tempo fa: un accenno di sorriso, proprio come un modo di abbozzare un sorriso. Mi risulta che un cenno possa sia essere un modo di acconsentire, sia all’opposto un modo tacito di nascondere un bel «che me ne frega», quando se ne ha fin sopra i capelli del bottone che ti ha attaccato qualcuno con la propria pappardella.
Marcelo (Argentina): Da che mondo è mondo abbiamo imparato a comunicare senza parlare, cioè per mezzo di segni. Anzi, direi che il primo linguaggio che conosciamo è quello dei cenni, e la stragrande maggioranza di essi è comune tra gli uomini.
Irina (Ucraina): Molte volte si scatenano reazioni negative per un cenno valutato come inopportuno, ma a volte si fanno errori nel percepire i cenni, e un’interpretazione diversa data al cenno ricevuto rischia di farti fare una figuraccia.
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Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1019 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
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Parliamo dei vari utilizzi delle locuzioni “a meno che” e “a meno di”. Vedremo quando è possibile usarle in alternativa e come fare…
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Alla fine dell’episodio, come l solito, proponiamo delle frasi di ripasso. In questa occasione parliamo di “privazioni”:
Marcelo (Argentina): Per me le privazioni sono qualcosa di simile ai sacrifici, ovvero rinunciare a qualcosa di presente per ottenere un beneficio futuro. La nostra generazione, cresciuta dopo la guerra, è stata incalzata da austerità e il comandamento di non sprecare nulla.
Lejla (Bosnia Erzegovina): Ricordo quando mia madre mi metteva troppo cibo nel piatto, con l’intenzione di farmi abbuffare. Quando non ne potevo più e volevo lasciarne una parte, lei faceva: “Hai l’occhio più grande della pancia! Indi per cui ora te lo mangi tutto!”
Estelle (Francia): Le privazioni includevano l’utilizzo delle scarpe rimediate dai fratelli maggiori e l’abbigliamento regalato da altre famiglie. Nonostante ciò, ci piacevano e fingevamo di non accorgerci della loro usura. È possibile che i nostri figli e nipoti non credano che queste cose siano diventate un’abitudine per noi! In ogni caso, non auguro a nessuno di passare attraverso questo tipo di privazioni. Al contrario, vorrei che ricevessero tutto il bene che meritano! A presto.
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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione. Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle privazioni.
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Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1018 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
Sapete cos’è un varco? È una sorta di passaggio, un luogo che permette un passaggio. Attendere al varco si usa quasi sempre in senso figurato.
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A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle occasioni. Estelle dalla Francia 🇫🇷 ha proposto il ripasso seguente:
Ulrike (Germania): Mi sono detta: suvvia, non è così difficile, questa, tra l’altro, è una bella occasione per rispolverareun po’ gli episodi passati.
Danielle (Paesi Bassi): senza contare che un’assenza troppo lunga potrebbe farmi passare per qualcuno di indifferente al gruppo. Lungi da me quest’idea!
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1017 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Attendersi e aspettarsi si usano nel senso di prevedere. Quindi parliamo di qualcosa che deve ancora accadere e che qualcuno ritiene che accadrà. Oppure di qualcosa che è accaduto e che qualcuno aveva previsto.
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Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.
Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1016 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi voglio parlarvi di “attendo tue”, che è una forma colloquiale per dire attendo tue notizie, aspetto tue notizie.
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili.
Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Danielle: Non avevo intenzione di disdireil mio viaggio. Essendo sbalordito dalla mia determinazione, mio marito all’improvviso si è arreso.
Irina: Mi sono fiondatasedutastante alla nostra agenzia di viaggi, e oggi faccio le valigie… Ma un pensiero mi ronza per la testa: “Cavolo, ma perché non gli ho detto “basta” prima? Potevo già stare a scatenarmiin Calabria!
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1013 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
“Che me ne faccio” è un modo informale di esprimere l’idea di inutilità di qualcosa per chi parla..
Proponiamo anche una serie di eserciziper testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo le seguenti frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili:
Estelle: Mi è venuto il magone perché per molte di queste avevo dovuto faticare molto per acquistarle. Dopo aver vagliato per ore alla ricerca di qualcosa da salvare, mi sono resa conto che mi ero impelagata in un vero casino.
Irina: era tutto pieno di materiali antidiluviani. Ho messo tutto in un sacco le cose da gettare via e all’improvviso ho trovato una chiave inglese che all’occorrenza mi avrebbe potuto aiutare a rimediare a qualche guasto alla macchina! Povera me!Non mi metterò più in queste faccende!
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Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1012 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Voglio spiegarvi come si usano le locuzioni “all’occorrenza” e “alla bisogna”.
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alla necessità .
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Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1011 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
“Vada per” è una locuzione informale simile a “aggiudicato” (di cui ci siamo già occupati), adatta per esprimere la conclusione di un accordo. Ci sono tuttavia alcune occasioni in cui non possiamo usare le due modalità indifferentemente.
Proponiamo anche una serie di esercizi in PDFper testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate proprio di concessioni.
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Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1010 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
“Vederci giusto” indica la capacità di fare valutazioni o previsioni accurate su una situazione o un argomento specifico.
Proponiamo anche una serie di eserciziper testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo delle frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate proprio all’intuizione.
Marcelo: grazie Gianni, ogni episodio arricchisce il nostro lessico ed è un prezioso viatico per affrontare le sfide del nostro apprendimento. avevo intuito che avresti spiegato questa locuzione, ma solo perché me ne avevi accennato ieri durante la videochat
Ulrike: Mio marito ha un aspetto malaticcio oggi, nonostante mi dica di sentirsi bene. Qualcosa non mi torna però, anzi, ho sentore che non me la racconti giusta. Penso che faccia il duro per non mancare allo stadio per la partita della sua squadra del cuore. Valli a capire i tifosi di calcio!
Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1009 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
L’aggettivo “Antidiluviano” si riferisce a qualcosa che è estremamente antico o datato, risalente (si fa per dire) a prima del Diluvio universale. Si usa soprattutto per idee e concetti.
Proponiamo anche una serie di eserciziper testare il grado di comprensione di questo episodio.
Le frasi di ripasso degli episodi precedenti, che si trovano in fondo all’episodio, sono stati registrati da Marcelo (Argentina 🇦🇷), Ulrike (Germania 🇩🇪) e Irina (Ucraina 🇺🇦).
Marcelo: Cos’è la vecchiaia mi chiedeva mio nipote. Dopo qualche minuto per riflettere, gli ho detto: è uno stato dell’anima! Il passare del tempo è ineluttabile, ma l’anima dipende da te.
Ulrike: Si può essere un vecchio giovane o un giovane vecchio e per diventare un vecchio giovane, dei buoni viatici sono allegria, gratitudine, rispetto per il prossimo, una buona dieta e pratica sportiva.
Irina: Se fai così, le avvisaglie dell’età che avanza si allontaneranno. E a me come mi vedi?
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
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Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1008 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Il verbo “gremire” si usa per indicare l’atto di riempire o colmare un luogo di persone o cose.
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Le frasi di ripasso degli episodi precedenti, che si trovano alla fine dell’episodio, sono state registrate da André (🇧🇷 Brasile), Hartmut (Germania 🇩🇪), Marcelo (Argentina 🇦🇷).
Se volete, Saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1007 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
“Ho già dato” è un’espressione tipica del linguaggio informale, spesso usata in senso ironico, con la quale si vuole rappresentare di aver già vissuto una determinata esperienza.
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Le frasi di ripasso degli episodi precedenti, che si trovano alla fine dell’episodio, sono state registrate da Marcelo (Argentina 🇦🇷) e Zhao Junna (Cina 🇨🇳)
Se volete, Saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1002 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
Spieghiamo come si utilizza il termine SUVVIA.
“Suvvia” (che si scrive con la doppia “v”) è un termine che può essere usato in diversi contesti per esprimere incoraggiamento, per sollecitare qualcuno, per enfatizzare una richiesta o per esprimere un certo grado di impazienza o frustrazione.
Proponiamo anche una serie di esercizi per testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Giovanni: Episodio n. 1000 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.
In questo speciale episodio dal numero roboante voglio parlarvi della parvenza.
Parvenza è simile a apparenza, sembianza.
La parvenza rappresenta l’aspetto visibile, l’apparenza esteriore di qualcosa o qualcuno.
Come appare una persona agli occhi degli altri? Come appare una cosa qualsiasi? Quella è la parvenza.
Voi direte: ma ciò di cui parli non è il termine “aspetto”? Non è questo il termine che si usa?
Avete ragione, e infatti l’uso del termine parvenza va riservato a specifiche occasioni.
Quindi è vero che stiamo parlando di ciò che si manifesta agli occhi, ma si usa quasi sempre in modo figurato.
Parliamo in particolare di una vaga apparenza. Se c’è una parvenza di qualcosa vuol dire che questa cosa (parliamo di una caratteristica) appare, ma vagamente, debolmente. E’ come se questa caratteristica non fosse molto evidente, ma vagamente apparente.
Possiamo parlare di qualunque cosa, sia qualcosa che si vede fisicamente, come la “pulizia”, sia di caratteristiche diverse, come la legalità, giustizia, amicizia eccetera. Si tratta di caratteristiche positive.
Si vuole evidenziare, usando il termine parvenza, che queste caratteristiche appaiono solo vagamente, che somigliano vagamente a qualcosa di positivo, ma siamo ancora lontani.
Vediamo qualche esempio:
Leggo le previsioni del tempo, che prevedono un abbassamento della temperatura nei prossimi giorni, dopo il caldo che ha fatto ultimamente. Pare però che questa parvenza di fresco e clima gradevole non durerà a lungo.
Che significa? Significa che il freddo che arriverà sarà abbastanza leggero, un lieve abbassamento della temperatura, che non si può chiamare “freddo” perché non durerà molto. Una leggera rinfrescata temporanea, potremo dire.
Oppure:
Se devo ospitare degli amici a cena ed ho la casa non molto pulita. forse è il caso che io mi dia da fare per dare alla casa una parvenza di pulizia.
Anche qui, il messaggio che si vuole dare è che la casa deve apparire un minimo pulita, non dico che deve luccicare e che il pavimento e i mobili devono essere brillanti e senza un granello di polvere, ma almeno deve sembrare pulita.
“Dare una parvenza di” si usa molto spesso.
Notate come il senso sia quello di simulare o creare l’apparenza di qualcosa senza che sia necessariamente reale o autentico. In altre parole, si tratta di rendere qualcosa simile o apparentemente simile a qualcos’altro, anche se non corrisponde realmente a ciò che sembra. Questa espressione può essere utilizzata in contesti in cui si cerca di ingannare o di dare un’idea fuorviante di qualcosa.
Potremo dire “migliorare l’apparenza” di qualcosa, “cercare di sistemare un po’ le cose” affinché sembrino migliori di quello che sono.
Non sempre però si tratta di ingannare le persone. L’inganno è qualcosa di molto forte e in genere non basta dare una parvenza di qualcosa. Però certamente aiuta!
Vediamo qualche altro esempio:
Datti una sistemata, non puoi uscire così con la tua fidanzata! Almeno pettinati, giusto per darti una parvenza di decenza.
In pratica si chiede che questo ragazzo appaia decente, almeno un minimo decente, e pettinare i capelli sicuramente aiuta in questa direzione. Si potrebbe anche dire “giusto perdarti un minimo didecenza”.
Finalmente la mia squadra di calcio sta mostrando una parvenza di gioco collettivo! Fosse la volta buona che riusciamo a fare qualche punto!
Evidentemente il gioco di questa squadra sta migliorando e sta iniziando a mostrare segnali positivi: una parvenza di gioco collettivo. Anche qui potrei dire “si è visto un minimo di gioco”, o “si è intravisto qualcosa che somiglia ad un gioco di squadra“.
In questo caso sto usando “intravedere” in modo ironico, ma d’altronde anche l’uso del termine “parvenza” è spesso ironico.
Adesso chi si occupa di fare il ripasso del millesimo episodio?
André: Poco più di quattro anni fa esordiva sul sito italianosemplicemente.com la rubrica “due minuti con IS”! Al netto della fantastica capacità creativa di Giovanni, neanche per sogno avrei immaginato che sarebbero già stati creati mille episodi! Pensate un po’! Gianni ha creato praticamente 250 episodi all’anno, senza contare le altre rubriche!
Complimenti, Gianni, con un insegnante come te siamo a cavallo!
Hanno il mio plausoanche i membri dell’associazione che spessissimo assolvonoegregiamente al compito di fare i ripassi degli episodi precedenti con grande coraggio e capacità. Avercenealtri 1000 di membri così!
Giovanni: Episodio n. 999 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.
Oggi vediamo l’espressione “toccare il fondo”, molto usata in tutt’Italia.
L’espressione “toccare il fondo” è un modo informale per indicare il raggiungimento del punto più basso in una situazione difficile o negativa.
L’espressione si utilizza quindi quando parliamo di una situazione già problematica, già negativa, quasi compromessa. Ma nel momento in cui si tocca il fondo, allora non si può ulteriormente peggiorare. Il fondo è proprio la parte più bassa.
Il termine “fondo” in questo contesto si riferisce metaforicamente al punto più basso o alla situazione peggiore in una determinata situazione. Non si riferisce letteralmente a un luogo fisico o a un oggetto concreto, ma piuttosto a un punto in cui una persona o una situazione si trova in una condizione estremamente difficile, negativa o critica. Ad esempio, quando si dice “toccare il fondo”, si intende che qualcuno ha raggiunto il punto peggiore in quella situazione, o sta affrontando una crisi profonda.
Si può esprimere lo stesso concetto in modo più formale o meno colloquiale utilizzando frasi come:
– Raggiungere il punto più basso.
– Trovarsi nella situazione peggiore possibile.
– Essere al culmine di una crisi.
– Essere in una situazione estremamente difficile.
Al limite anche:
– Trovarsi in un momento di grande difficoltà.
Queste alternative sono più adatte in contesti formali o professionali.
Quando si tocca il fondo, spesso c’è una colpa, altre volte invece no, e allora parliamo solamente di una situazione estremamente difficile.
Quando c’è una colpa, c’è stato un comportamento giudicato pessimo, che denota la mancanza assoluta di una qualità importante.
Es:
Quell’uomo non solo ha tradirlo la moglie, ma dopo averci fatto 5 figli l’ha abbandonata senza una lira per andare a divertirsi in Brasile. Ha veramente toccato il fondo!
Non sempre però c’è colpa. L’importante è la condizione in cui ci si trova:
La sua dipendenza da sostanze stupefacenti lo ha portato a toccare il fondo della disperazione.
Spesso si specifica, come in questo caso: “il fondo della disperazione”.
La società era sull’orlo del fallimento e ha toccato il fondo finanziariamente.
La squadra di calcio ha toccato il fondo della classifica, perdendo tutte le partite.
In questo caso il senso non è metaforico. Infatti il fondo della classifica è la parte più bassa, quindi questa squadra è arrivata a essere l’ultima in classifica, quindi ha toccato il fondo della classifica.
Dopo anni di lotta contro la depressione, finalmente Maria sembra stia uscendo da quel periodo in cui aveva toccato il fondo.
Dopo anni di cattiva alimentazione e sedentarietà, la salute di Fernando ha toccato il fondo, costringendolo a cambiare stile di vita.
C’è un’espressione simile: “raschiare il fondo del barile“, ma non è proprio uguale a “toccare il fondo”. Entrambe le espressioni indicano il raggiungimento del punto più basso o il peggioramento di una situazione, ma hanno sfumature leggermente diverse:
“Toccare il fondo” implica come detto che qualcuno o qualcosa ha raggiunto un punto molto basso in termini di condizione, situazione o stato d’animo. Si concentra sulla difficoltà o sulla crisi in atto.
“Raschiare il fondo del barile” si riferisce più specificamente a scavare o cercare in profondità per ottenere ciò che resta, spesso in riferimento a risorse o opportunità esaurite. Può indicare che si stanno cercando le ultime risorse disponibili, senza necessariamente sottolineare la difficoltà emotiva o la crisi. Quasi sempre si parla di soldi.
Questa è un’altra differenza rispetto a toccare il fondo, in cui non si parla necessariamente di problemi economici.
Se ad esempio mi restano pochi euro nel portafogli, e poi non avrò più nulla, posso dire che sto raschiando il fondo del barile, nel senso che ho quasi finito i soldi. Infatti “raschiare“, nel senso proprio, significa grattare una superficie con uno strumento appuntito o affilato per rimuovere detriti, sporco o sostanze attaccate alla superficie. Ad esempio, puoi raschiare il ghiaccio dal parabrezza dell’auto con un raschietto, o puoi raschiare il fondo di una pentola per rimuovere cibo bruciato.
Il barile in senso letterale, è il nome di un contenitore, usato normalmente quando si parla di petrolio o merci. Nel caso del petrolio infatti si parla normalmente di “prezzo al barile”, cioè il prezzo di un barile di petrolio.
In questo caso invece rappresenta un recipiente immaginario contenente risorse, opportunità, denaro, quindi quando si raschia il fondo del barile queste risorse sono praticamente terminate.
Adesso ripassiamo. Chiedo ai membri dell’associazione di parlarmi di problemi economici, specie quelli in cui si tocca il fondo.
Marcelo: Non posso capacitarmidi come il mio paese (l’Argentina) sia arrivato a questa brutta situazione economica, la peggiore della sua storia. Un paese con molte risorse naturali, diversità di clima, vaste aree produttive. Nella Banca Centrale stanno raschiando il fondo del barile. Non ci sono più riserve di valuta estera, anzi sono negative| Vai a capire dove andremo a parare. Ci siamo veramente impelagati!
Ulrike: Che vuoi che ti dica Marcelo! So che non è nemmeno un contentino, ma devo dirti che anche in Germania c’è gente a iosa, e aumenta sempre di più, che si trova impelagata in problemi economici e non riesce a sbarcare il lunario. Per lo più si tratta di persone che subiscono salari irrisori. I problemi economici di chi lavora (diciamo pure la povertà) e le buste paga irrisorie sono un binomio inscindibile.
Gina: Episodio n. 998 della rubrica dei due minuti con Italiano Semplicemente.
Giovanni: eh sì, non è proprio una quantità irrisoria di episodi questa: 998!
Allora vediamo come usare questo aggettivo “irrisorio“, che al femminile è chiaramente “irrisoria“.
Si può usare sia con riferimento ad un numero, come ho appena fatto io, quindi una quantità di qualcosa, ma anche per qualcosa che non si esprime in termini matematici. Ciò che conta è che si tratti di una misura assolutamente inadeguata a qualche scopo, insufficiente e spesso anche offensiva.
Riguardo all’inadeguatezza, oltre all’esempio che ho fatto all’inizio, posso dire:
Ho una quantità irrisoria di anni rispetto a quanto tempo è necessario per diventare un esperto in questa materia.
In questo contesto, sto scherzando sul fatto che sono giovane o inesperto in un determinato campo.
Ma perché ho parlato di una misura “offensiva“?
Si sente spesso parlare di salari irrisori, di stipendi irrisori, di paghe irrisorie.
L’aggettivo “irrisorio” viene utilizzato in questo modo, cioè per esprimere che qualcosa è ridicolmente piccolo, insignificante, esiguo, o inadeguato rispetto a ciò che ci si aspetterebbe, rispetto a ciò che sarebbe giusto. Abbiamo visto in un episodio il termine “sparuto“, che esprime proprio una quantità irrisoria, e in particolare una quantità irrisoria di persone.
Il termine “valore” probabilmente è la parola chiave di questo episodio.
Se qualcosa è irrisorio è troppo piccolo rispetto ad un valore di riferimento, proprio come uno stipendioirrisorio.
Quel lavoro vale molto di più di quanto viene pagato. Per questo lo stipendio viene definito irrisorio.
E’ offensivo pagare così poco un lavoratore. Il valore del suo lavoro è molto più alto, molto più elevato di quanto non dica il suo esiguo stipendio.
Ecco un altro esempio:
Abbiamo intenzione di vendere il nostro appartamento, ma l’offerta che ci hanno fatto era così irrisoria che abbiamo rifiutato subito.
In questo caso, “irrisoria” viene utilizzato per enfatizzare che l’offerta era così scarsa da essere considerata ridicola o inadeguata. L’aggettivo viene utilizzato per indicare che il valore o l’importanza dell’offerta erano molto bassi. La casa ha un valore maggiore dell’offerta, che quindi è irrisoria. Quindi anche un prezzo, in generale, può essere irrisorio. Un prodotto che ha un prezzo irrisorio viene svalutato fino all’incredibile o al ridicolo.
Es:
Ho acquistato un appartamento a un prezzo irrisorio.
C’è una notevole discrepanza tra ciò che ci si aspetterebbe e ciò che è in realtà. “Discrepanza” si riferisce a una differenza, un divario o una incongruenza tra due cose. Parliamo di una quantità o una qualità di qualcosa che è così bassa o inadeguata che sembra sorprendente o fuori luogo.
Parliamo anche di qualità dunque: qualità che sono giudicate estremamente basse o inadeguate rispetto al contesto o alle aspettative.
Ad esempio, se qualcuno presenta un lavoro di scarsa qualità si potrebbe dire che:
La qualità del lavoro è irrisoria
sottolineando che è inadeguata rispetto alle aspettative o agli standard previsti per quella situazione.
Notate poi che non è che detto che parliamo di inadeguatezza. Una cosa irrisoria potrebbe anche essere positiva.
Ad esempio, se ho una azienda che produce mobili, potrei usare diversi materiali, più o meno costosi. Posso allora dire che:
La scelta di materiali più economici ha causato una perdita di qualità irrisoria nei mobili, ma ha permesso di ridurre i costi di produzione.
Quindi scegliendo materiali più economici si ottiene una diminuzione insignificante o trascurabile della qualità, sottolineando che, sebbene vi sia una perdita di qualità, questa è così piccola da non essere ritenuta significativa o grave.
Il termine “irrisorio” è però soggettivo, quindi può variare da persona a persona. Ciò che una persona considera irrisorio potrebbe non esserlo per un’altra.
Mi chiedo adesso: una persona può definirsi irrisoria? La risposta è sì.
es:
Non essere irrisorio!
Si può dire che una persona ha un comportamento irrisorio, in una certa circostanza, se è irriguardosa, cioè se manca di rispetto a una persona, se è irrispettosa nei suoi confronti, se ha un comportamento derisorio (si dice anche così), se cioè la prende in giro, se la deride, se la vuole ridicolizzare, se vuole mettere questa persona in imbarazzo, se vuole farla sentire inadeguata, se ha in generale un comportamento offensivo nei suoi confronti.
es:
Il comportamento irrisorio di Pietro durante la riunione aziendale ha offeso molte persone presenti, rendendo difficile qualsiasi discussione seria.
Il modo in cui si è comportato il direttore con il nostro collega è stato semplicemente irrisorio. Ha fatto commenti offensivi e ha cercato costantemente di metterlo in imbarazzo davanti agli altri.
Durante il colloquio di lavoro Emanuela, ad una domanda seria che le hanno fatto, ha dato una risposta irrisoria. In questo modo ha dimostrato una mancanza di rispetto e maturità, danneggiando le sue possibilità di essere assunta.
Adesso ripassiamo. Ditemi, cari membri dell’associazione, come fare secondo voi per esprimere una critica verso un vostro collega di lavoro che ha svolto un lavoro in modo pessimo.
Giovanni: il verbo porre non si usa moltissimo, ma ci sono alcune occasioni in cui diventa inevitabile.
Iniziamo con il dire che il significato di base di porre è “mettere” o “collocare” e viene utilizzato per descrivere azioni come:
Mettere un oggetto su un tavolo.
ES:
Porre una matita su un tavolo.
È più formale di mettere. Si usa ad esempio quando si fa un concorso e si danno istruzioni ai partecipanti:
Ponete cortesemente la carta d’identità sul banco
In senso figurato, mettere (e quindi porre) si può usare anche in questo modo:
Porre attenzione su qualcosa
Es
Adesso ponete attenzione su ciò che sto dicendo
Ponete attenzione quando state alla guida
Si pregano i gentili passeggeri di porreattenzione ai borseggiatori
Anche questo è un uso meno informale rispetto a “mettere”. Chiaramente anche “fareattenzione” è una possibilità, e tra l’altro è molto più utilizzata rispetto a mettere e porre parlando di “attenzione“.
Si usa come alternativa al verbo “fare” , ancora una volta meno informale, anche quando si “fa” una domanda.
Posso dire infatti:
Porre una domanda
Es: Se volete porre una domanda al professore, potete farlo al termine della lezione.
Porre si può usare anche per fare delle ipotesi: “poniamo che…” Equivalente ma più formale rispetto a “mettiamo che…” e equivalente anche a “ipotizziamo che…”. Per saperne di più date un’occhiata all’episodio di italiano professionale in cui si parla di situazioni ipotetiche.
Es:
Poniamo che io vi insulti pesantemente. Come reagireste?
Altri modi di usare il verbo porre sono:
Porre in evidenza
Porre a confronto
Porre in relazione
Porre a rapporto
In tutti questi casi, il verbo “porre” viene utilizzato in senso figurato per esprimere l’idea di mettere o collocare qualcosa o qualcuno in una situazione specifica o per scopi particolari, diversi dall’uso letterale del verbo.
Quando si “pone in evidenza” qualcosa, si sta sottolineando, mettendo in risalto o enfatizzando un particolare aspetto o caratteristica. Ad esempio:
Il capo ha posto in evidenza i dettagli del suo programma
Quando invece si “pongono a confronto” due o più cose, si stanno valutando le loro differenze o somiglianze. Ad esempio:
È interessante porre a confronto le culture di questi due paesi.
“Porre a rapporto” ha lo stesso uso. Si usa però anche in matematica quando si fa una divisione; infatti ogni divisione si esprime attraverso il rapporto tra due valori o numeri o grandezze.
“Porre in relazione” è leggermente diverso, perché qui, “porre” significa “mettere in una connessione” o “collegare”. Quando si “pongono in relazione” due o più elementi, si sta esaminando come essi sono legati tra loro o come interagiscono. Ad esempio:
Questo libro pone in relazione la storia e la cultura della Regione Lazio.
Adesso passiamo a porsi.
Quando si pone sé stessi, il verbo porre diventa “porsi“.
“Porsi” è quindi una forma riflessiva di “porre“.
Si usa per esprimere l’atteggiamento o l’approccio nei confronti di una situazione.
Es:
Mi pongo obiettivi realistici
Mi pongo delle domande sulla mia vita
Quindi posso pormi degli obiettivi, nel senso di stabilire degli obiettivi che intendo raggiungere.
Nel caso delle domande posso ugualmente anche usare “fare” (o farmi) ma non se parlo di obiettivi.
Stavolta posso sostituire il verbo porsi con “stabilire“, o “fissare” ma con porsi c’è più l’idea dell’impegno personale, essendo riflessivo, e si usa più facilmente in tante occasioni poco formali. Stabilire e fissare suonano più professionali stavolta.
Posso anche usare “prefissarmi/prefiggermi di raggiungere un obiettivo” mantenendo la forma riflessiva e quindi il senso dell’impegno personale.
Un’altra cosa che normalmente si pone (quindi non in senso riflessivo) sono delle condizioni. Anche in questo caso “stabilire” è un adatto sostituto di porre.
I terroristi hanno posto delle condizioni alla base del rilascio dei prigionieri
Quindi porre delle condizioni equivale a stabilire, fissare delle condizioni.
Tornando a “Porsi“, anche col verbo riflessivo possiamo parlare di condizioni:
Porsi nelle condizioni
Quando qualcuno si pone nelle condizioni di fare qualcosa, sta creando le circostanze o le condizioni necessarie per svolgere un’azione o per affrontare una situazione specifica.
Es:
Per ottenere un prestito, devi porti nelle condizioni richieste dalla banca, adempiendo a determinati requisiti di credito e finanziari.
Anche in questo caso si può usare il verbo “mettere“.
Per aiutarti, mi devi mettere/porre nelle condizioni di poterlo fare!
Parliamo sempre di creare le condizioni necessarie per raggiungere un obiettivo o affrontare una situazione specifica.
Il verbo “porsi“, riguarda molto spesso un atteggiamento personale di tipo interiore.
C’è infatti un altro modo per usare questo verbo.
Es:
Come ti poni con i tuoi clienti? Ti poni in modo aggressivo o come una persona riflessiva?
Giovanni non riesce a porsi nel modo giusto ogni volta che conosce una ragazza.
Il “modo di porsi” riguarda il modo con cui siamo percepiti dal prossimo, o meglio, l’impressione che facciamo verso gli altri.
Il “modo di porsi” si riferisce quindi all’atteggiamento, al comportamento o alla disposizione di una persona in una determinata situazione o verso qualcun altro. In altre parole, si tratta di come una persona si comporta o si presenta in relazione agli altri, alle circostanze o a un particolare contesto. Il modo in cui una persona si pone può essere riflessivo, amichevole, aggressivo, timido o in qualsiasi altro modo che descriva il suo atteggiamento o il suo comportamento.
Nel primo esempio, “Come ti poni con i tuoi clienti? Ti poni in modo aggressivo o come una persona riflessiva?”, si sta chiedendo come la persona interagisce con i suoi clienti e se mostra un atteggiamento aggressivo o riflessivo nel suo comportamento.
Nel secondo esempio, “Giovanni non riesce a porsi nel modo giusto ogni volta che conosce una ragazza,” si sta dicendo che Giovanni ha difficoltà a mostrare l’atteggiamento o il comportamento appropriato quando incontra una ragazza. In altre parole, potrebbe comportarsi in modo goffo, timido o inappropriato.
Non parliamo generalmente di vestiti e di aspetto esteriore, anche se a volte si usa anche in questo senso. Es:
Un dipendente di una banca che indossa una maglietta al posto di giacca e cravatta non si pone con i clienti in un modo professionale. Possiamo dire che si pone in modo sbagliato.
Sicuramente mi sto dimenticando altri modi di usare porre e porsi, perché sono veramente tanti.
Mi viene in mente ad esempio solo ora “porre in essere“. che significa mettere in atto o realizzare qualcosa. È spesso utilizzata per riferirsi all’atto di mettere in pratica un’azione, un progetto o un’idea. Ad esempio, se qualcuno dice di “porre in essere un piano” significa che sta mettendo in atto o attuando un piano specifico. In altre parole, si tratta di tradurre in azione ciò che è stato pianificato o progettato.
Es:
L’azienda porrà in essere una strategia di espansione globale, aprendo nuove filiali in diversi paesi
Il docente ha posto in essere un nuovo metodo didattico per coinvolgere gli studenti in attività più interattive e coinvolgenti
Il governo ha annunciato l’intenzione di porre in essere un piano di vaccinazione su larga scala per combattere la diffusione di una malattia contagiosa.
Poi c’è anche “porre rimedio” che significa agire per correggere o risolvere una situazione problematica o un errore. Quando qualcuno “pone rimedio a qualcosa” sta cercando di trovare una soluzione o prendere misure per affrontare un problema o mitigare un danno che è stato causato.
Es:
Come porre rimedio all’inquinamento?
Mi sono accorto degli errori fatti e ho cercato di porre rimedio
A volte si usa anche “porre riparo” con lo stesso senso, che ha un senso diverso di “porsi al riparo“, che si usa in senso simile a ripararsi o proteggersi o mettersi al sicuro prima che accada qualcosa:
Poiché il meteo prevedeva una forte tempesta, la famiglia ha deciso di porsi al riparo in casa anziché andare al picnic.
L’azienda ha cercato di porsi al riparo dagli effetti negativi dell’instabilità economica diversificando i propri investimenti
Quindi rispetto a “porre rimedio a qualcosa” che si usa dopo che è accaduto qualcosa di negativo, “porsi al riparo da qualcosa” è un’azione precedente all’evento negativo. Sta per “prendere misure per proteggersi da situazioni potenzialmente negative” o per evitare conseguenze dannose.
Ora posso porvi una domanda?
Poniamo che io vi chieda un ripasso (che volete, bisogna usare il congiuntivo) che parla del vostro modo di porvi. Cosa mi direste voi?
Albèric: Quanto a me, mi pongo spesso l’obiettivo di ripassare almeno due episodi al giorno, dicendomi: questa “sarà la volta buona” che mi metto in pari con le lezioni mancanti. Poi invece, come c’era da aspettarsi, scopro che ci sono 10 nuovi episodi e dico: vaffancina!!!!
Marcelo: Ogni giorno quando mi alzo, mi chiedo come sarà il nuovo giorno: sarà bello, sarà bel tempo oppure no? E non appena alzo la persiana avvolgibile, a prescindere dal tempo, vedo il solito paesaggio mozzafiato, allora ringrazio Dio e mi dico: avanti Marcelo, anche oggi il problema non si pone!
Giovanni: tutti noi, prima o poi nella vita, ci capita di impelagarsi in qualcosa.
Non è una cosa piacevole. Questo è bene dirlo subito.
Il verbo “impelagarsi” indica l’atto di coinvolgersi o ritrovarsi in situazioni complesse, in intricati affari, o difficoltà da cui è complicato uscire.
È un termine che esprime il concetto di essere intrappolati o coinvolti in modo involontario in situazioni problematiche. Alcuni sinonimi di “impelagarsi” potrebbero essere “avvilupparsi,” “avvolgersi,” “incastrarsi,” “coinvolgersi in complicazioni,” o “immergersi in situazioni intricate.”
Impelagarsi evidenzia chiaramente il concetto di difficoltà e complicazioni associate a tale avventura.
Si usa anche espressione “mettersi in un pelago.”
“Un pelago di guai” è sicuramente quello più usato, ma non è necessario specificare.
Es:
Ti sei impelagato in una relazione con una donna sposata che ti porterà solo problemi.
Se continui a frequentare quelle persone, rischi di impelagarti in un mare di guai.
Non acquistare una casa troppo costosa. Rischi di impelagarti nei debiti.
Mi sono messo in un pelago da cui non uscirò mai.
Ma cos’è il pelago?
Avete presente l’Arcipelago? Si chiama così un gruppo di isole o isolette disposte in prossimità l’una dell’altra. Le galapagos, le Maldive, l’arcipelago delle Isole Hawaii, eccetera. Questi sono famosi arcipelaghi.
Invece il “pelago” rappresenta, nel senso proprio, una porzione di mare aperto. Deriva dal greco e significa proprio “mare”. Rappresenta la vastità del mare.
Posso allora dire, ad esempio:
Il professore si è specializzato nello studio dei vari ecosistemi che si trovano in un pelago
Parliamo quindi di una porzione di mare da qualche parte.
Ma nel senso figurato è simbolo di situazione o vicenda difficile, pericolosa, o anche di quantità eccessiva, che non serve a niente e anzi è qualcosa di nocivo.
Un pelago di guai è dunque una quantità di guai molto grande.
“Mettersi in un pelago di guai” (cioè impelagarsi) quindi significa entrare in una situazione difficilissima dalla quale si fa fatica a uscire.
Il termine pelago però può anche essere usato semplicemenete per indicare qualcosa di grande, vasto, senza confini, e non necessariamente essere legato a guai e problemi.
Es:
La mente dell’artista era come un pelago di creatività, sempre in fermento con nuove idee.
Il viaggiatore si sentì piccolo e insignificante quando contemplò l’immensità di un pelago di stelle nel cielo notturno.
Potete sbizzarrire la vostra creatività nell’uso di questo termine. Chiaramente l’obiettivo deve essere legato a qualcosa possibilmente di immateriale.
Possiamo anche parlare di un “pelago di persone” per indicare che sono tante, ma in genere si usa per dare un tocco di classe, di eleganza, di creatività o di romanticismo a una frase.
A seconda dello scopo della frase, potrei anche usare altri termini soprattutto se parlo di persone.
Ad esempio, Umberto Eco ha detto che con lo sviluppo dei social media si dà la parola a una “legione di imbecilli”.
Qui lo scopo è completamente diverso e Eco ha deciso di usare la “legione“, un termine militare che indica un gruppo molto numeroso di soldati.
In senso più dispregiativo potrei usare “mandria“, che in senso proprio indica un gruppo di “animali”.
Potrei usare anche “combriccola” in altre occasioni e altri termini ancora. Non voglio però impelagarmi in spiegazioni troppo lunghe e nell’evidenziare tutte le differenze che esistono tra i vari termini.
Tra l’altro ci sono anche altri verbi che si avvicinano al verbo impelagarsi, tipo perdersi o impantanarsi.
Anthony: Apprezzo un’ampia gamma di musica però non è mai stato nelle mie corde fare il musicista e quindi non ho mai dato seguito a questo mio apprezzamento. Rimane una fonte di rammarico nella mia vita. Fortunatamente però ho scoperto di essere votato alla medicina, e con queste competenze riesco almeno a campare. Sarà per la prossima vita!
Ulrike: Se penso al mio rapporto con la musica, in primo luogo mi viene in mente il lungo periodo della mia infanzia e adolescenza in cui suonavo il violino. Benchéportata per lo strumento, almeno a parere dei miei insegnanti insistenti, dopo 8 anni di studio e competizioni musicali, per tutta risposta e senza remore ho chiuso per sempre la custodia del violino.
Marcelo: Da piccolo, alle scuole elementari, ero volto agli studi di musica e mi piaceva! Eccome! Ero parte di un complesso musicale e suonavo il tamburo. Col tempo e senza che nessuno caldeggiasse un mio futuro dedicato allo strumento, ho smesso il mio rapporto con la musica. Vai a capire perché! Ora, a posteriori e a ragion veduta, posso dire che è molto importante assecondare un bambino nello sviluppo dei suoi gusti e inclinazioni. Peccato!
Andrè: non so che ne pensate, ma quando esco con gli amici per una cena o per fare un aperitivo nel posto dove andiamo deve per forza esserci la musica dal vivo, sennò nisba! Non importa il ritmo, sebbeneio sia un po’ nostalgico e preferisca le musiche degli anni 60 70 e 80! Se poi è anche musica brasiliana ben venga!
Giovanni: Sì, “pallida”, come avete letto nel titolo, è un aggettivo che può essere utilizzato anche per descrivere un’imitazione. Lo abbiamo già visto parlando di idee, ricordate l’espressione non avere la più pallida idea?
Ma cos’è una imitazione? Il termine “imitazione” può avere diversi significati a seconda del contesto in cui viene utilizzato:
L’Atto di imitare si riferisce ad esempio nel copiare o riprodurre il comportamento, l’aspetto, le azioni o le caratteristiche di qualcun altro. Questo può riguardare persone, oggetti, stili, suoni, ecc. In ogni paese ci sono imitatori, comici che imitano il presidente, l’attore, il personaggio famoso.
L”imitazione può essere una riproduzione che assomiglia o si avvicina all’originale, ma non è l’originale stesso.
Nel settore artistico, l’imitazione può riguardare l’arte di riprodurre o reinterpretare opere d’arte, stili o movimenti artistici esistenti.
Nel mondo del design, l’imitazione può riferirsi alla creazione di prodotti che assomigliano o sono ispirati a prodotti esistenti, spesso per scopi commerciali.
Noi in Italia ne sappiamo qualcosa, perché i prodotti italiani sono spesso imitati, e in genere con scarso successo. Parmigiano, scarpe, vestiti eccetera.
Quando una imitazione non si avvicina all’originale, potremmo usare diversi aggettivi o modalità per descrivere questo.
Uno dei modi è usare l’aggettivo “pallida“. Una pallida imitazione.
In genere, viene impiegato per sottolineare che l’imitazione non è molto convincente o non ha catturato adeguatamente le caratteristiche dell’originale. Ad esempio, se qualcuno fa un’imitazione di una celebrità e questa imitazione non è molto accurata (un aggettivo meno informale questo)potresti dire che è “pallida” nel senso figurato che manca di vivacità o dettagli. È importante notare che “pallida” è usato in senso critico e è considerato un termine negativo quando si parla di imitazioni.
Es: la crostata che ho fatto è una pallida imitazione di quella che sa fare mia moglie.
Cioè: è tutta un’altra cosa, non somiglia per niente, non ha niente a che vedere, ha un sapore e un aspetto totalmente diverso dalla crostata di mia moglie, ma mentre le modalità che ho appena usato possono significare sia che sono migliori, sia il contrario, dire che è una pallida imitazione non lascia spazio a alcun dubbio. La mia crostata è una ciofeca!
Al contrario, se somiglia moltissimo all’originale, potrei usare l’aggettivo “fedele“.
Una fedele imitazione è un complimento perché dimostra un alto livello di abilità nell’imitare o riprodurre qualcosa con grande precisione.
Una “fedele imitazione” si riferisce a un tipo di imitazione o riproduzione che è molto accurata e precisa nell’imitare l’originale. In questo caso, l’imitazione è così simile all’originale che cattura in modo dettagliato le caratteristiche, le qualità o le peculiarità dell’oggetto o del soggetto che si sta imitando.
Una fedele imitazione cerca di replicare l’originale nel modo più esatto possibile, in modo che possa essere difficile distinguerla dall’originale.
È proprio uguale all’originale, tale e quale, spiccicata, una fotocopia, pari pari all’originale, sputato. Alcune di queste sono più informali (pari pari, spiccicato, sputato) ma tutte implicano che non c’è alcuna differenza apprezzabile tra la riproduzione e l’originale.
Ma che ne pensano i membri dell’associazione Italiano Semplicemente delle imitazioni? Avete esempi da farmi per ripassare gli episodi passati?
Sofie: Spero che le imitazioni che si fanno di Papa Francesco, che a me piacciono molto, non siano un tabù da nessuna parte. Sono davvero divertenti. A proposito, di imitatore (involontario) di Sua Santità ne abbiamo uno anche noi dell’associazione.
Marcelo: Cari fratelli, forse Sofie allude al sottoscritto?
Scherzi a parte,
quando parliamo di imitazioni dobbiamo tener conto di diversi aspetti. Il primo è il più importante, e, se vogliamo, riguarda l’apprendimento. I bambini difatti imparano proprio per imitazione e anche gli adulti in fondo, ma in misura minore. Il problema è l’imitazione intesa nel senso di voler spacciare qualcosa per l’originale. Queste cose se le osservi nei dettagli, però, non sono mai perfettamente conformi all’originale. Qui gatta ci cova quasi sempre e se ci caschi! … povero te!
Ah dimenticavo di ricordarvi di pregare per me!
André: Avete mai visto Gianni giocare a calcetto? il nosso presidente conosce come pochi i segreti di questo sport! Durante le partite spesso ci regala una caterva di dribbling e assist. Mi chiedo se se la senta di fare l’imitazione di Leo Messi.
Giovanni: Per spiegare il termine tabù, vi ricordo che è stato usato in uno degli ultimi episodi, all’interno di un ripasso. La frase era la seguente:
Estelle (Francia): Non vorrei stigmatizzare tutto un popolo, ma è risaputo che i francesi sono reticentia rivelare i loro stipendi. Parlare di denaro è tabù come se guadagnare denaro fosse qualcosa di sconveniente. Questo sebbene le persone lavorino tanto. in altri paesi invece è un simbolo di riuscita personale. Vai a capire!
Giovanni: evidentemente Estelle, di cui avete appena ascoltato la voce, conosce già il termine tabù.
Quando qualcosa è tabù, parliamo di un argomento sensibile. Parliamo di un tema delicato. Tabù somiglia a “vietato”, ma parliamo di qualcosa che ha a che fare con qualcosa che, in quel luogo, per quella persona, per quella determinata circostanza, pone un particolare tipo di ostacolo, e questo ostacolo ha normalmente a che fare con la “morale”.
Inizialmente, il termine “tabù” (che deriva dalla lingua polinesiana, in particolare dalla lingua tahitiana) era utilizzato per riferirsi a pratiche culturali o religiose che vietavano o proibivano determinati atti o oggetti per ragioni sacre o culturali. Nel tempo, il termine è stato adottato in altre lingue e ha assunto un significato più ampio, riferendosi a qualsiasi cosa che sia considerata proibitao vietata per motivi morali, sociali o religiosi.
Oggi è un termine ampiamente utilizzato per riferirsi a argomenti, pratiche o concetti considerati sensibili o vietati in una determinata cultura o società.
Un “argomento tabù“, ad esempio, è un argomento di cui non si parla, o si parla con estrema difficoltà. E’ un argomento o una questione che è meglio evitare o trattare con cautela in una determinata situazione o contesto. Ci sono diversi modi alternativi per indicare questo tipo di argomenti:
Tema delicato.
Materia vietata.
Tema/Soggetto controverso.
Discorso proibito.
Materia off-limits.
Conversazione inappropriata.
Argomento non idoneo.
Discussione da evitare.
Argomento spinoso
Ciò che è considerato un argomento tabù in una determinata società o cultura può derivare dalle credenze morali e dalle norme etiche di quella società. Estelle poco fa parlava del fatto che parlare del proprio guadagno è tabù in Francia. C’è una sorta di barriera morale.
La morale è una guida per ciò che è considerato giusto o sbagliato da un punto di vista etico. Gli argomenti tabù spesso riguardano questioni che vengono percepiti come moralmente sensibili, e il desiderio di evitare tali argomenti può derivare dalla volontà di rispettare le convinzioni e i sentimenti degli altri o di evitare conflitti morali o etici.
Tuttavia, è importante notare che le concezioni di ciò che è morale o immorale possono variare notevolmente tra le culture e le persone. Quindi, ciò che è considerato un argomento tabù in una cultura potrebbe non esserlo in un’altra.
Tabù si usa spesso soprattutto in queste circostanze, per evidenziare particolarità, prerogative specifiche. Non si parla solamente di argomenti di cui si può o non si può parlare, ma anche di cose che non è accettato che vengano fatte. Vediamo qualche esempio:
Per alcune religioni, c’è un forte tabù contro il consumo di carne di maiale.
Per alcuni, la sperimentazione sugli animali è considerato un tabù etico, mentre per altri è accettata per scopi scientifici.
Nella nostra famiglia, è da sempre considerato un tabù parlare delle questioni sessuali personali.
Gli uomini possono portare la gonna? In Italia è tabù, ma gli scozzesi non la pensano allo stesso modo.
La squadra della Roma andrà a giocare a Torino contro la Juventus. Un campo in cui la Roma non vince da 10 anni. Stavolta la Roma spera di rompere il tabù.
“Rompere il tabù” ho detto. Infatti si usa dire così quando si cerca di superare questo ostacolo, questa restrizione. Nel caso della partita di calcio, chiaramente, non si tratta di una questione morale; semplicemente quello di Torino è da sempre un campo difficile per vincere per la Roma, dunque è proibitivo (più che proibito) vincere a Torino contro la Juventus.
Posso chiaramente usare anche “superare il tabù” con lo stesso senso. Oppure si può dire infrangere un tabù.
Ma lo sapete, a proposito, che le borsette da uomo – le cosiddette pochette – forse non saranno più un tabù?
Personalmente non sarò io a rompere questo tabù!
Posso fare altri esempi:
La società sta finalmente rompendo il tabù sull’uguaglianza di genere, promuovendo l’uguaglianza salariale e l’accesso alle opportunità professionali per uomini e donne.
Vi dirò che oltre che rompere o infrangere un tabù, si usa molto anche “sfatare un tabù“. C’è di mezzo il fato. Ma perché chiamare in causa il fato?
L’uso del termine “fato” suggerisce che ciò che è considerato un tabù è stato storicamente considerato immutabile o inevitabile, ma ora qualcosa o qualcuno sta cercando di modificarlo o superarlo. Sfatare infatti significa dimostrare inconsistente o falsa una credenza, una convinzione radicata nella massa.
Il senso è simile a rompere, ma è più legato alle credenze e al coraggio o alla forza che ci vuole per cambiare le cose. Si tratta in genere di superare ostacoli culturali, sociali o morali e di rendere accettabili discussioni o azioni che erano precedentemente considerate inaccettabili o proibitive(come la vittoria della Roma a Torino). Diciamo che “sfatare un tabù” è più o meno come “rompere un tabù” , ma si sottolinea maggiormente come delle persone o delle opere contribuiscano a rompere delle barriere sociali o culturali associate a determinati argomenti o questioni, aprendo la strada a una maggiore comprensione e accettazione.
Es:
Con una ricerca approfondita, uno scienziato potrebbe sfatare il tabù che circonda la medicina alternativa, dimostrando che alcuni trattamenti possono avere effetti benefici basati su prove scientifiche.
L’artista ha sfatato il tabù dell’arte erotica, esponendo opere provocatorie che sfidano i pregiudizi e promuovono la libertà di espressione.
La scrittrice ha scritto un libro che sfata il tabù del divorzio, offrendo una prospettiva compassionevole e realistica sulla fine di un matrimonio.
Il film ha sfatato il tabù dell’omosessualità nell’industria cinematografica, presentando con sensibilità storie d’amore tra persone dello stesso sesso.
Adesso chiedo ai membri dell’associazione se mi vogliono parlare dei loro tabù.
Marcelo: In famiglia abbiamo deciso di non scendere a compromessi riguardo a certi argomenti: parlare di politica, religione, educazione dei figli, vaccinazioni e via discorrendo: tutti argomenti rigorosamente tabù. Se nessun disattendequesta norma, viviamo in pace. Altrimenti, apriti cielo!
Andrè: benchéagli occhi del mondo possa sembrare una sciocchezza, parlare di sesso nel mio paese (il Brasile) è ancora un tabù.
Giovanni: oggi io e Elettra parleremo del verbo rimediare. Non è un caso che mi sia venuto in mente proprio questo verbo. Vedremo alla fine perché.
Rimediare è un verbo che ha due utilizzi diversi.
Elettra: Innanzitutto, rimediare significa aggiustare una situazione negativa o problematica. Ha un significato molto simile al verbo risolvere.
Giovanni: Il termine “rimedio” è chiaramente collegato a questo utilizzo di rimediare.
Infatti, ad esempio, se dico che occorre rimediare a una brutta situazione, significa che bisogna trovare un rimedio a questa brutta situazione, cioè bisogna risolvere un problema trovando una soluzione. Somiglia abbastanza a “recuperare“.
Il rimedio chiaramente arriva dopo che un problema si è verificato e serve a riportare la situazione allo stato precedente o quantomenoa attenuare gli effetti del problema.
Elettra: Dopo che si è rimediato a un problema, bene che va, siamo nelle stesse condizioni di prima che il problema si verificasse, non certamente in una situazione migliore.
Vediamo qualche esempio:
Ho dimenticato il mio portafoglio a casa, ma ho rimediato prendendo dei soldi in prestito da un amico.
In questo caso, il problema è rappresentato dall’aver dimenticato il portafoglio. Il rimedio è consistito nel farsi prestare dei soldi da un amico.
Giovanni: Oppure:
Se hai rotto il vaso, puoi rimediare incollandolo insieme
Certo, in questo caso il rimedio non è così efficace, ma meglio che niente. Ad ogni modo non si riuscirà ad ottenere un risultato migliore di prima. Al massimo non si vedrà la differenza rispetto a prima.
Mi sono dimenticato dell’anniversario di matrimonio. Come rimediare?
In questi casi basta un bel gioiello!
Elettra: Passiamo invece al secondo utilizzo, familiare ma molto diffuso.
Rimediare, in questo senso, significa riuscire a ottenere qualcosa, e normalmente si usa quando non si ha la più pallida di quanto si riuscirà a ottenere.
Una verbo equivalente ma meno informale è “racimolare“. Una terza opzione è “raccapezzare“. Anche “procacciarsi” è simile.
Es
Rimediare un po’ di soldi
I mendicanti chiedono l’elemosina nella speranza di rimediare qualcosa per poter mangiare
Oppure:
Ho dimenticato il mio ombrello, ma sono riuscito a rimediarne uno in prestito da un collega.
Non c’era alcuna garanzia di riuscire a trovarne uno.
Giovanni: Quando si rimedia qualcosa (attenzione, ho detto quando si rimedia qualcosa, non “a qualcosa” – ecco un modo per riconoscere il primo dal secondo utlizzo), o meglio, quando si cerca di rimediare qualcosa, è perché questa cosa ci serve e quindi si cerca. Dopo la ricerca, se si riesce ad ottenere un risultato, si può dire che si è riusciti a rimediare qualcosa. In genere il risultato non è troppo positivo, ma non è detto. A volte si usa anche al posto di “cercare” o “trovare“.
Es:
Mi serve un cacciavite, riesci a rimediarmelo?
Cioè: me ne riesci a rimediare uno, me lo trovi? Me ne trovi uno?
Un altro modo informale di esprimere lo stesso concetto, ma solo nel primo utilizzo del verbo, è attraverso l’espressione “metterciuna pezza“. Anche “riparare” si usa spesso con lo stesso significato.
Comunque, tornando al secondo utilizzo, se non otteniamo nulla passiamo sempre dire di non essere riusciti a rimediare nulla.
Es:
Sono andato in cerca di funghi porcini oggi ma non ho rimediato nulla, se non un bel raffreddore.
Stavolta, la seconda volta, l’ho utilizzato in senso ironico: ho rimediato solo un bel raffreddore. Non era certamente questo ciò che stavo cercando. In questo caso, cioè nell’uso ironico, spessissimo si usa il verbo beccare.
Non ho trovato funghi ma in compenso mi sono beccato un bel raffreddore
Elettra: Spesso si usa in senso ironico.
Es:
Se non abbassi la musica a mezzanotte, rimedierai una bella denuncia per schiamazzi notturni.
Continua a prendere in giro la mia squadra e rimedierai un calcio nel sedere!
Credo che nella prossima partita l’Italia rimedierà una sonora sconfitta.
In senso non ironico, invece posso dire ad esempio:
Mi servono delle sedie perché ho ospiti cena. Vedo se riesco a rimediare qualcosa al mercatino dell’usato.
Giovanni: Ma perché vi ho detto, all’inizio, che mi è venuto non a caso in mente questo verbo?
Perché Elettra, per la sua collaborazione negli episodi di italiano semplicememte, ha rimediato ben 44 euro, grazie a due generose donazioni.
Chi gradisce la collaborazione di Elettra puo chiaramente contribuire indicandolo nell’oggetto della donazione con paypal, oppure si può donare tramite indicando la mail italianosemplicemente@gmail.com
Elettra: grazie anche da parte mia. Adesso ripassiamo gli episodi passati parlando di rimedi. La parolaai membri dell’associazione.
Estelle: ragazzi come possiamo fare per rimediare agli errori quando componiamo i ripassi? Per quantosto attenta, il mio tentativo è difficilmente scevro da errori.
Giovanni: chi di voi prende il caffè senza zucchero?Elettra: io non lo prendo proprio il caffè. Almeno non da solo. Non ancora.Giovanni: beh, tu a 17 anni ancora puoi farne a meno. Credi che lo prenderai con o senza zucchero?Elettra: credo che senza zucchero non ce la farei. È troppo amaro.Giovanni: dai, prova. L’ho fatto proprio adesso. È caldo caldo.Elettra: ok….Ah che amaro! Possibile edulcorare un po’?Giovanni: Edulcorare? Vuoi edulcorare il caffè?Elettra: Si, non mi piace così. Voglio metterci un po’ di dolcificante.Giovanni: ok, ma vuoi spendere qualche parola in più su questo verbo? Non credo che i nostri amici conoscono.Elettra: sì, va bene.Giovanni: ok, prego. Ti lascio la parola. Allora dovete sapere che Elettra ha deciso di aiutarmi con gli episodi di italiano semplicemente perché ha detto che vorrebbe una “paghetta”. Si chiama così la piccola somma di denaro che diamo periodicamente noi genitori ai figli, bambini o adolescenti, come nel caso di Elettra, affinché lei gestisca in autonoma le proprie spese.Allora ho pensato: fai un lavoretto per me, aiutami con gli episodi e se i visitatori vogliono farti un regalo, una piccola donazione, quella sarà la tua paghetta. Sennò, in alternativa, te la darò io, come sempre.Così le tue uscite con gli amici saranno meno “amare”. Possiamo dire così?Elettra: speriamo. Allora per edulcorare le mie uscite iniziamo con lo spiegare questo verbo.Edulcorare significa rendere dolce, cioè dolcificare, nel caso del caffè.Giovanni: perché? Cos’altro si può edulcorare, oltre al caffè, alle bevande eccetera? Cos’altro si può usare edulcorare?Elettra: perché questo verbo, stavolta l’ho usato in senso proprio, ma generalmente non si usa così.In genere, quando parliamo di “dolcezza” posso dire ad esempio:
Questa bevanda è stata edulcorata con aspartame o con altro dolcificante.
Con lo zucchero non si usa generalmente. Si usa zuccherare in quel caso.Invece il senso figurato è rendere meno grave o sgradevole, quindi come attenuare.Allora posso edulcorare una notizia, posso edulcorare un fatto, possiamo cioè usare edulcorare per attenuare la gravità di un fatto, per farlo sembrare meno grave di quello che è.Magari posso farlo non dicendo alcuni particolari o dando un’interpretazione ottimistica di qualcosa che è accaduto o che è stato detto.Giovanni: facciamo qualche esempio che ne dici?Elettra: lo sento spesso usare in politica, tipo che un politico ha cercato di edulcorare una certa situazione, cercando di far sembrare meno gravi i problemi economici del paese.Quindi questo politico vuole far sembrare che le cose non vanno così male. I politici edulcorano spesso i fatti.Oppure possiamo parlare di un film, magari un film estremamente violento, così violento che così non andrebbe mai in TV.Allora la televisione fa una versione edulcorata di questo film per renderla adatta a un pubblico più giovane. Così vengono eliminate le scene più violente.Giovanni: bene, grazie mille Elettra, speriamo che la tua collaborazione duri a lungo. Allora ci vediamo al prossimo episodio. Chi vuole contribuire alla paghetta si Elettra basta indicarlo quando si fa la donazione con PayPal.Se volete potete usare il Link sul sito, altrimenti la e-mail è italianosemplicemente@gmail.com.Grazie a tutti per la generosità.Adesso ripassiamo parlando proprio di paghetta.André: Io ricordo la paghetta che mi dava mio padre, che non era molto alta. In compenso mi ha insegnato il valore dei soldi! Ho imparato anche a fissare il mio tetto di spesa. Tutto bello, fattosalvo quando dovevo tagliare l’erba d’estate, erba che cresceva in continuazione! Se ci ripenso, povero me!
Giovanni: Leggendo il titolo di questo episodio, che è “intento” molte persone non madrelingua forse diranno di sapere cosa significa. Però io non mi fido e ho chiesto ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente di fare qualche esempio. Ascoltiamo:
Natalia: Buongiorno a tutti, mi metto alla prova. Questa parola l’ho sentita ma mai usata. “ieri ero in cucina, decisa a fare una roba che da tempo mi ero prefissata in mente: pulire il filtro della lavatrice. Mi sono rimboccata le maniche ed ero intenta a toglierlo, quando all’improvviso un getto d’acqua ha praticamente allagato la cucina. Aiuto che disastro!
Ulrike: Gianni, devo dirti una cosa. Nel mio ripasso hai cambiato quasi tutte le frasi, ora non lo riconosco più. Mi sa che non hai capito il mio intento. Se vuoi te lo spiego.
Marguerite: Studiare una lingua, quale che sia, nell’intento di poter parlare con la gente del paese.
Marcelo: Buongiorno. Piacerebbe anche a me fare l’intento di usare la parola “intento” nel modo giusto. Ci riuscirò?
Giovanni: bene, grazie a tutti per gli esempi. Allora, intanto vi spiego: “Intento” si può usare in due modi abbastanza simili. Può indicare una persona impegnata, concentrata al massimo in un’azione, oppure si usa per indicare un fine, uno scopo, soprattutto nelle forme seguenti: “con l’intento di” e “nell’intentodi”, che posso sostituire con “al fine di“, “allo scopo di“, “per“. Si legge abitualmente anche “l’intento”, “il mio intento”, “il tuo intento”, eccetera. C’è qualche domanda?
Rafaela: Mi chiedo se ci sia una differenza fra i termini intento e intenzione. Sempre perseguo uno scopo no?
Giovanni: bella domanda Rafaela. “Intento” somiglia in effetti anche ad altri termini come finalità, fine, intendimento, mira, obiettivo, progetto, proponimento, proposito e anche intenzione. Quindi per rispondere alla domanda di Rafaela: sì, intenzione è un sinonimo di Intento. In fondo l’intenzione indica lo scopo da perseguire, l’obiettivo da raggiungere, come hai immaginato.
Dovete stare attenti solamente a non confondere “intento” con alcuni utilizzi del termine “tentativo“, come ha fatto Marcelo prima nella sua frase.
Questo episodio, non a caso, nasce proprio dalla sua abitudine a usare impropriamente, nelle conversazioni sul gruppo WhatsApp dell’associazione, la parola intento come sinonimo di tentativo.
Ho sopportato questo errore una volta, l’ho fatto altre due o tre volte in religioso silenzio, ma a un certo punto mi sono detto: adesso basta Marcelo! E’ giusto che tu adesso debba pagare per i tuoi reiterati errori!!
Scherzi a parte, adesso voglio commentare tutti gli esempi fatti dai membri.
Natalia ha detto di essersi rimboccata le maniche, intenta a togliere il filtro della lavatrice.
Bene, quindi Natalia era intenta a togliere il filtro per pulirlo, quindi Natalia era impegnata, era concentrata, con l’obiettivo di pulire il filtro. Vedete che i due significati di cui vi parlavo prima sono simili perché “essere intenti” significa che ci si propone di raggiungere un obiettivo, quindi si sta indicando l’intenzione, lo scopo a cui tende l’azione e il desiderio. Lo stesso scopo può chiamarsi “intento”, proprio come fa Ulrike nella sua frase.
Ulrike partecipa spesso, come avrete notato, alla composizione e registrazione di ripassi degli episodi precedenti e nella sua frase afferma che io, nel tentativo di correggere un suo ripasso, l’avrei modificato quasi completamente, tanto che ora non lo riconosce più. Ulrike ha il dubbio che io non abbia ben compreso il suo intento, cioè il suo scopo, il suo obiettivo. Evidentemente l’intento di Ulrike era esprimere un concetto diverso da quello espresso nella mia correzione. Ulrike dunque usa correttamente il termine intento, nel senso di scopo da raggiungere.
Bene, passiamo allora alla frase di Marguerite, secondo cui si studia una lingua nell’intento di poter parlare con la gente del paese.
Nell’intento di poter parlare con la gente, cioè con l’intento di riuscire a parlare con la gente, con lo scopo di comunicare con la gente, con l’obiettivo di poter parlare con la gente, per poter parlare con la gente, al fine di parlare con la gente.
Quindi anche Marguerite usa bene il termine intento, indicando l’obiettivo da raggiungere.
Fin qui tutto perfetto.
La nota dolente arriva con la frase di Marcelo, che è caduto miseramente nel mio tranello!
Vi faccio ascoltare nuovamente la frase di Marcelo:
Marcelo: Buongiorno. Piacerebbe anche a me fare l’intento di usare la parola “intento” nel modo giusto. Ci riuscirò?
Giovanni: avete sentito? Marcelo dice che gli piacerebbe fare l’intento di usare questa parola. Lui non sa che ciò che ha fatto è solamente un tentativo, vale a dire che lui ha provato a usare la parola “intento”, ma nel fare questo tentativo l’ha usata al posto di “tentativo”. Questo non si può fare se non in un caso: solo nella locuzione “nel tentativo di“. Infatti quando dico “nel tentativo di fare qualcosa”, sto indicando l’obiettivo, lo scopo. In tal caso allora posso dire “nell’intento di”, “con l’intento di”, forme che come già detto sono equivalenti a “al fine di”, “allo scopo di”, “con l’obiettivo di”.
Con l’occasione oggi abbiamo anche ripassato qualche episodio passato, quindi i membri sono esonerati da questo ulteriore compito. Ci vediamo al prossimo episodio. Non me ne voglia Marcelo per averlo preso in giro. Non era certamente questo il mio intento! Ero solo intento a non farvi annoiare!
Per spiegare il termine reticente, non posso certamente essere reticente, perché dovrei tacere, dovrei fare silenzio. Tacere è infatti all’origine del termine reticente.
La caratteristica di chiama reticenza.
Chi tace è reticente dunque?
Non esattamente.
Reticente significa, più precisamente, tendente a mantenere un cautoriserbo intorno a certi argomenti.
Il riserbo esprime anch’esso una tendenza a tacere o a non rivelare qualcosa, dovuta a prudenza o a un carattere abitualmente schivo.
Normalmente si usa il verbo mantenere col riserbo.
Generalmente poi è una caratteristica di una persona:
Maria si distingue per il suo riserbo
Evidentemente Maria non parla molto volentieri delle sue cose o mantiene facilmente un segreto.
Posso dire che Maria è reticente? Non esattamente. Manca un ingrediente.
Continuando a parlare del riserbo, posso anche usarlo per esprimere il fatto che su un certo argomento non voglio parlare più di tanto.
Voglio mantenere un minimo di segretezza.
Non è detto dunque che sia una mia caratteristica, che io mi distingua per il mio riserbo.
L’aggettivo “riservato” di adatta bene sia a descrivere la persona che mantiene un certo riserbo, sia l’argomento. Un argomento riservato, appunto. Ma qual è l’ingrediente che caratterizza la reticenza?
“Reticente” non descrive solamente la persona che non vuole parlare granché di qualcosa.
Non si tratta, tra l’altro, necessariamente di un silenzio assoluto, ma si ha la netta sensazione che si tratti di un argomento piuttosto riservato.
Es:
Giovanni circa i suoi progetti è piuttosto reticente
Questo posso dirlo, nel senso che Giovanni non parla molto dei suoi progetti, ha cioè la tendenza a mantenere un un certo riserbo, una certa riservatezza. C’è quindi una certa elasticità nell’utilizzo.
Per capire l’ingrediente segreto vi dico che l’aggettivo reticente si usa anche per descrivere un testimone in un processo.
Un testimone si dice reticente quando mantiene il silenzio su fatti o circostanze di cui dovrebbe informare l’autorità giudiziaria.
Si usa quindi per descrivere il comportamento di una persona che che esita a dire un “certo” tipo di cose.
Potrebbe raccontare delle cose ma non lo fa.
Ricordate il termine restio? Restio è meno formale. Ma c’è almeno un’altra differenza. Sempre dell’ingrediente segreto sto parlando.
Ok vi svelo il segreto: la persona reticente non dice spesso per paura, oppure per qualche interesse personale. Sa qualcosa che potrebbe o dovrebbe dire ma non lo dice perché crede che non gli conviene. Ecco perché si usa nel linguaggio giudiziario.
Invece restio è più legato alla diffidenza, alla mancanza di fiducia. Una persona non del tutto convinta o mal disposta a cedere al volere altrui è restia a credere.
Sono restio a credere nelle tue parole
Cioè non sono convinto delle tue parole, sono diffidente, non ci credo, non ho fiducia. Si può essere restii anche quando si tratta di comportamenti da intraprendere.
Questa però è la peculiarità della reticenza: il motivo, legato alla paura o agli interessi personali.
Un’altra differenza è che restio si usa quando si ha difficoltà soprattutto a credere, non a parlare.
Anche “ricalcitrante” e “riluttante” sono più simili a restio che a reticente.
“Titubante” è un altro aggettivo simile, ma è più legato ai dubbi.
Se sono titubante, sono incerto nel prendere una decisione o nel fare una scelta. Sono indeciso, esitante; insomma non sono convinto.
Adesso vorrei che qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente mi facesse qualche esempio sull’utilizzo di tutti questi termini che ho spiegato oggi.
André (Brasile): l’attacco di Hamas a Israele, per essere spiegato è spiegato, comunque, tra spiegarlo e giustificarlo c’è di mezzo l’universo. Sono piuttosto riluttante nel credere che si troverà una soluzione a breve termine per la crise in medio oriente. detto questo, non me la sento nemmeno un po’ di mettermi in questo vespaio!
Estelle (Francia): Non vorrei stigmatizzare tutto un popolo, ma è risaputo che i francesi sono reticenti a rivelare i loro stipendi. Parlare di denaro è tabù come se guadagnare denaro fosse qualcosa di sconveniente. Questo sebbene le persone lavorino tanto. in altri paesi invece è un simbolo di riuscita personale. Vai a capire!
Erzsebet (Ungheria): Secondo il mio modesto parere l’argomento dello stipendio è molto intimo e sensibile dappertutto.
La gente non rivela volentieri l’entità del proprio reddito. Le persone sono reticenti su questo.
Marcelo (Argentina): Grazie per l’episodio! Dopo averlo letto, io mi domando e dico: perchéogni volta che i miei amici mi presentano persone di loro fiducia, anche se mi spronanoe mi danno cordaper parlare, io non riesco a farlo e rimango reticente, sarà riservatezzaforse? Vai a capire cosa mi passa per la testa!
Dopo aver visto insieme “nelle corde”, dove si utilizza il plurale di “corda”, (la corda, le corde), oggi vediamo “darecorda“, dove chiaramente si utilizza il singolare. Non possiamo usare il plurale in questo caso.
Avete presente la corda, vero? Con una corda si possono fare tante cose.
È curioso perché per molti verbi che usiamo con la corda, esiste, oltre al senso proprio, quello figurato: tirare, dare, stringere, allentare, tagliare, e probabilmente anche altri verbi.
“Dare corda” è l’espressione che voglio spiegarvi oggi.
Notate che non c’è l’articolo: “darecorda”, e non “dare la corda”.
Dicevo che con una corda si possono fare tante cose.
Legare ad esempio. Legare qualcosa serve a non far muovere questa cosa, e se leghiamo un animale ad esempio vogliamo limitare la sua libertà di movimento.
La corda allora si può lasciare lunga o corta, per concedere più o meno libertà di movimento. Poi si può tirare per accorciarla, per farla diventare più corta, diminuendo la libertà, oppure al contrario, si può lasciare più corda, concedendo quindi più libertà.
Si può anche dire “dare corda” per indicare questo movimento di concedere una corda più lunga per concedere una maggiore libertà di movimento. Più la corda è lunga, maggiore è lo spazio in cui ci si può spostare.
In senso figurato dare corda può allora significare incoraggiare qualcuno a parlare, spesso in modo che dica ciò che si vuole sapere, oppure può significare permettere a qualcuno di parlare senza restrizioni, anche se ciò potrebbe non essere del tutto conveniente o appropriato.
Si può usare anche riguardo alla libertà di agire, non solo di parlare, sebbene sia più raro. Potrei dire ad esempio che un marito geloso non concede troppa corda alla moglie.
Si, si può usare anche il verbo “concedere” al posto di “dare”. Stesso significato.
È un’espressione che implica sia l’incoraggiamento che la concessione di una certa libertà o spazio.
Si usa piu spesso con la negazione:
Non dargli corda
Cioè: non permettergli di continuare a parlare (o agire), non dargli la libertà di esprimersi, di dire ciò che vuole.
È lo stesso se diciamo “darespago” a qualcuno.
D’altronde lo spago è una corda più sottile (come gli spaghetti, che tutti conoscete).
Una corda può avere infatti essere usata per sopportare degli sforzi di trazione, quindi per tirare qualcosa o anche per fare legature e imballaggi, proprio come lo spago.
Lo spago è in genere di colore grigio, e si usa soprattutto per gli imballaggi, per legare i pacchi.
Se è abbastanza resistente la corda si usa anche per sollevare e sostenere oggetti. Lo spago per questo non si utilizza.
Comunque dicevo che l’espressione “dare corda” è un modo di dire che significa incoraggiare, stimolare o sostenere (sempre in senso figurato) qualcuno.
Prima vi ho fatto l’esempio con la negazione perché si usa quasi sempre in frasi di in cui si invita qualcuno a non concedere troppa libertà di parola a una persona. Non bisogna usare la negazione necessariamente per questo:
Ho incontrato Giovanni ieri. Il mio errore è stato dargli corda. Da quel momento ha iniziato a parlare e ha smesso due ore dopo.
Quindi ho dato la possibilità a Giovanni di parlare, di dire delle cose; magari ho mostrato interesse a ciò che diceva. L’espressione “attaccare ilpippone” l’abbiamo già spiegata, ma possiamo usarla negli stessi contesti.
Se qualcuno ti attacca il pippone, probabilmente gli hai dato troppa corda.
Dare corda può somigliare anche a dare confidenza, cioè a concedere una certa confidenza a una persona che si sentirebbe autorizzata a parlare perché qualcuno sembra interessato ad ascoltare.
Non dare corda, d’altro canto può somigliare a non dare comfidenza, e questo potrebbe essere indelicato. Ad un certo punto una persona potrebbe stancarsi e decidere di tagliare corto.
Se una persona “taglia corto” significa che interrompe una conversazione in modo brusco e improvviso, senza concluderla o senza dare spiegazioni dettagliate. In pratica, smette di partecipare o termina una situazione rapidamente e senza tanti fronzoli.
Adesso facciamo un esercizio di ripetizione. Ripetete dopo di me.
Io taglio corto quando ho fretta
Non darle corda, è logorroica!
Io non do mai corda a nessuno.
Io taglio sempre corto se qualcuno mi attacca il pippone
Non devi dar corda agli uomini, sei troppo carina!
Dagli meno spago e taglia corto se insiste
Tagliare corto non è molto educato
Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.
Come fare per esprimere in modo non offensivo che una persona non è capace a fare qualcosa?
Una possibilità è questa: “Non è nelle tue corde”.
Es:
Mia sorella è una brava artista, ma la matematica non è nelle sue corde.
Il mio amico è molto timido, parlare in pubblico non è nelle sue corde.
Lavoro nel settore della tecnologia. Ho provato a lavorare nell’agricoltura, come mio padre, ma gestire una fattoria e degli animali non è assolutamente nelle mie corde.
Si può usare anche senza negazione però:
La Roma secondo me può vincere lo scudetto quest’anno. Credo sia nelle sue corde.
Che è come dire: credo ce la possa fare, credo abbia le capacità necessarie, credo possa riuscirci. Parliamo di possibilità, capacità innate, predisposizione.
Un altro esempio:
Uno scrittore deve saper scrivere di tutto ma meglio che si occupi di ciò che è più nelle sue corde.
Cosa vuoi fare da grande? Cosa senti di avere più nelle tue corde?
Similmente potrei dire: dove sei più bravo? Cosa ti viene meglio? In quale ambito credi di avere le maggiori capacità? Dove hai più possibilità di emergere?
Quando si usa l’espressione “nelle corde” , si fa riferimento dunque a qualcosa che riguarda le abilità, le competenze o le inclinazioni naturali di una persona, come se fosse una melodia che può essere eseguita con facilità perché è nelle capacità di quella persona, proprio come un musicista suona le corde di uno strumento in modo competente.
Quindi, l’uso del termine “corde” è una metafora per rappresentare le abilità o le competenze personali.
Le mie corde possono riuscire a suonare questa melodia?
Di solito si usa il verbo essere:
Suonare non è nelle mie corde
Ma a volte si utilizza anche il verbo avere:
Non ho nelle mie corde la matematica.
Ad ogni modo, è un modo molto elegante per esprimere le abilità naturali di una persona o l’assenza di queste capacità.
Molto meglio che dire:
Gianni non è proprio capace a insegnare!
Sei proprio negato nella matematica.
Vi ricordo che esiste anche “essere portati“ per esprimere le competenze naturali, le predisposizioni, ma quella di oggi può avere persino un utilizzo più ampio.
Infatti parlando di materie o mestieri, essere portati o non essere portati in qualcosa è adattissima come modalità:
Sono molto portato in matematica
Non sono portato per questo mestiere
Invece posso usare “le corde”, sebbene più raramente, anche per esprimere semplici preferenze del momento, quando crediamo che qualche attività sarà più facile nell’esecuzione o per qualche motivo ci verrà bene, oppure il contrario, se non ce la sentiamo in quel momento di fare qualche cosa perché sappiamo o sentiamo che non riusciremo a farla bene.
Es:
Meglio che oggi non provi a battere il record. Non lo sento tra le mie corde. Magari domani.
L’uso principale comunque è quello di esprimere una propensione, inclinazione naturale verso determinate attività o situazioni, oppure, al contrario, la mancata propensione.
Facciamo adesso un piccolo esercizio di ripetizione:
Dovrei cantare? Lascia stare, non è proprio tra le mie corde.
Le lingue straniere pare siano nelle tue corde, quindi perché non ti iscrivi alla facoltà di lingue?
Occuparti di bambini non è tra le tue corde. Meglio che cerchi un lavoro come cameriere e non come baby sitter.
Non voglio lucenziarla dott. Rossi, solo farle considerare l’opportunità di occuparsi d’altro. La contabilità non sembra essere tra le sue corde.
Abbiamo già parlato della fiducia. Lo abbiamo fatto in due episodi in particolare. Il primo era dedicato alla fiducia in generale, e abbiamo visto varie espressioni e verbi che si possono utilizzare. Tra le altre cose vi ho accennato anche al verbo confidare.
Oggi voglio dire qualcosa in più sulla differenza tra fidarsi e confidare.
Voglio sottolineare come se da una parte è vero che confidare è un sinonimo (o quasi) di fidarsi e che quindi si può usare per esprimere fiducia in una persona, dall’altra confidare è meno informale e inoltre è più adatto quando non è una persona a cui ci riferiamo.
Quindi possiamo dire:
Confido in te
Confido in lui
Confido in Giovanni
Eccetera.
Questo però non significa esattamente che credo alle sue parole, che credo a ciò che Giovanni mi ha detto e quindi che non metto in discussione le sue parole. Inoltre ci si può fidare solo delle persone, mentre si può confidare anche in cose diverse.
Confidare in una persona significa, più precisamente, che conto su di lei, cioè che credo nelle sue capacità al fine di ottenere un obiettivo, al fine di raggiungere un risultato.
Parlando di una persona poi passo anche dire:
Confido nelle tue capacità
Confido nella tua sincerità.
Es.
Non so se riuscirò a superare l’esame di italiano, ma confido in Giovanni che ha detto che mi passerà il compito.
Quindi confido in lui, cioè conto su di lui, pongo le mie speranze nelle mani di Giovanni. Se dicessi che mi fido di lui, il focus sarebbe esclusivamente sul mio rapporto di fiducia con lui. Invece sto dicendo che l’obiettivo da raggiungere dipende dal fatto che le parole di Giovanni siano veritiere. C’è sempre l’espressione di una fiducia nei confronti di Giovanni, ma questo è funzionale al fine del raggiungimento del risultato.
Oppure:
Speriamo di riuscire ad arrivare in tempo per vedere la partita. Sono un po’ in ritardo per prendere l’unico treno a disposizione, ma confido nel fatto che i treni sono sempre in ritardo
Non parlo di fiducia in una persona stavolta. Invece sto dicendo che siccome i treni sono sempre in ritardo, credo e spero che sia così anche stavolta. Le mie speranze sono basate su questo ritardo.
Vedete che il verbo confidare è legato all’obiettivo e nel riporre la propria fiducia in qualcosa che è fondamentale per poter raggiungere questo obiettivo.
Si può anche dire “fareaffidamento (in qualcosa o qualcuno)” oppure “affidarsi a”.
Col verbo confidare si usa in e nel, o nella, nello, negli, nei o nelle. Oppure “di”.
Confidare in una persona
Confidare in un fatto
Confidare nell’onestà di una persona
Confidare nel fatto che…
Confidare nelle parole di…
Confidare negli uomini
Confidare nello Spirito Santo
Confidare nella buona sorte
Confidare di arrivare in tempo
Posso aggiungere che c’è sempre l’idea di qualcosa che non dipende da chi parla. Allora entra in campo la fiducia.
Per raggiungere l’obiettivo ci si affida a qualcuno, si fa affidamento su qualcuno o qualcosa, si conta su qualcuno o qualcosa. Si confida in qualcuno o qualcosa.
Ma confidare ha anche un altro significato.
Non vi sto confidando un segreto, perché basta controllare il dizionario.
Ecco, ho appena usato il verbo confidare nel senso di dire, comunicare, ma in confidenza, in amicizia, in via confidenziale.
Questo è il secondo utilizzo del verbo di oggi. Anche qui, se notate, parliamo di fiducia perché non si fa una confidenza con persone di cui non ci si fida.
Quindi ricapitolando, confidare ha a che fare con la fiducia e si usa in modo simile a fidarsi, ma ci si può riferire a persone o cose su cui si fa affidamento e per poter ottenere un risultato. Poi si usa anche nel senso di comunicare, dire qualcosa in confidenza, in amicizia. Solitamente si tratta di un segreto o di una informazione riservata, confidenziale, appunto. Quando ci si confida (confidarsi) con qualcuno solitamente si parla sottovoce o chiudendo la porta.
Adesso ripassiamo parlando proprio di confidenze. Fatemi qualche confidenza! Sono vostro amico, potete fidarvi di me.
Danielle: Io invece sono molto più diffidente. Quando la gente dice una cosa, spesso percepisco qualcosa di diverso da quello che dichiara di intendere. Non per niente, ma la fiducia si deve meritare. Lo stesso vale per le confidenze.
Un’immagine rappresentante la maternità – museo delle civiltà di Roma
Trascrizione
Chi di voi, oltre ad essere figlio o figlia, è anche madre o padre?
L’argomento di oggi è proprio il concetto di maternità e paternità. Sapete la differenza? Certo… è evidente, ma ne esiste anche un’altra meno evidente.
Infatti mentre la maternità ha sempre a che fare con il fatto di essere madre e quindi con i figli, non è lo stesso per la paternità.
Il termine paternità, se da una parte indica il rapporto di parentela che unisce il padre al figlio (o figlia), sul piano sia affettivo che giuridico, dall’altra può indicare anche l’appartenenza di qualcosa.
Ad esempio, se io sono l’autore di un libro, posso dire che ho la paternità di quel libro. Sono io l’autore del libro. Badate bene, non significa che il libro è mio nel senso che appartiene a me (perché l’ho acquistato) ma che l’ho scritto io.
Lo stesso vale per qualunque opera, nel senso più ampio del termine.
Es:
la paternità di quest’opera è incerta, il che significa che l’autore non è sicuro, non si sa chi ha realizzato quest’opera.
Non posso usare “maternità” allo stesso modo.
Anche una semplice idea può avere una paternità:
Allora anziché dire: di chi è stata l’idea? Si può dire: “a chi appartiene la paternità dell’idea?”
Dei verbi che si usano spesso con questa particolare tipologia di paternità sono: appartenere, assumere, detenere e rivendicare. Non sono gli unici però come vedremo tra poco.
Questi verbi possono essere utilizzati ad esempio in riferimento ai diritti di autore e alla proprietà intellettuale. La proprietà intellettuale è un concetto legale che si riferisce alla protezione giuridica dei diritti legati a opere creative, invenzioni e idee.
La paternità comunque può non solo rispondere alla domanda: “chi è l’autore?”, ma anche più genericamente “chi è stato?”. Possiamo parlare di diritti ma anche di responsabilità.
Vediamo alcuni esempi:
L’autore ha rivendicatola paternità del romanzo bestseller.
Il regista discuteva della paternità dell’idea alla base del film durante un’intervista.
L’inventore vantava la paternità di una nuova tecnologia rivoluzionaria.
L’artista ha affermato la paternità dell’opera d’arte esposta nella galleria.
Il compositore ha confermato la paternità della colonna sonora dell’ultimo film.
L’ingegnere ha documentato la paternità del progetto di costruzione.
Il designer si è fregiato della paternità del nuovo logo aziendale.
Il creatore del videogioco ha difeso la paternità del gameplay innovativo.
L’autore dell’articolo ha discusso la paternità delle idee presentate.
Il produttore musicale ha condiviso la paternità del successo della canzone popolare.
In questi esempi, la parola “paternità” è utilizzata per indicare il possesso o il riconoscimento di una creazione o di un’opera.
Dicevo prima che “chi è stato?” può essere una seconda domanda legata al concetto di paternità. Parliamo di responsabilità e non di diritti.
Es:
La polizia sta indagando sulla paternità del delitto.
L’espressione “paternità del delitto” è utilizzata per riferirsi alla responsabilità o all’attribuzione di un crimine a una persona. Nella lingua comune e nel sistema giuridico, la “paternità del delitto” significa che una persona è considerata responsabile di aver commesso un reato specifico.
Quando, più in generale, qualcuno ha fatto qualcosa e questo comporta onori o oneri, possiamo parlare di paternità.
Es. Ascoltiamo questo dialogo tra Giovanni, uno studente un po’ birichino, e la preside di una scuola, interpretata da Danielle, membro dell’associazione Italiano Semplicemente.
Preside: Chi ha fatto il gesto delle corna alla professoressa di italiano per aver assegnato il compito di grammatica? Qualcuno rivendica la paternità del gesto? Giovanni, sei stato tu? È tua la paternità?
Giovanni: No signora preside, non sono stato io! Lo giuro sul libro di grammatica!
Giovanni: Si signora preside, rivendico la paternità delle sette regole d’oro ma…
Preside: allora ti attribuisco la paternità del gesto. Per punizione farai 1000 esercizi grammaticali.
Adesso ripassiamo parlando di responsabilità. Non è mica facile trovare gente capace di assumersi la responsabilità, vero?
Ulrike:Vi è gente che spesso e volentierifa lo gnorriquando si presenta un problema da risolvere. Ho ben presenteanche quelli avvezzatie abili nell’inventare pretestidi tutti i colori per restare lontano dal gioco. Lodiamo quei pochi sempre disposti ad assumersila responsabilità di dare una mano ovunque ce ne sia bisogno.
Marcelo: Ogni volta che prendo un lavoro nuovo, lo faccio con responsabilità, assumendomila paternità degli errori (nel caso), valutando i pro ed i contro con tutti gli annessi e connessi, e durante l’esecuzione mi adoperoper dare il meglio di me. Non mi piace il pressapochismoe ho una massima che guida il mio lavoro, cioè: fare bene fin dall’inizio!
Andrè: io invece mi sono assuntola responsabilità di quasi tutte le procedure della mia azienda, sia quelle burocratiche che quelle organizzative e ho insistito in questo modello di amministrazione fino all’anno scorso, quando sono accadute un sacco di cose che mi hanno fatto rivedere il significato della vita! Oggi mi vedo costretto a confessare che spesso il modello fa acqua da tutte le parti! Attualmente sto valutando delle proposte, che se verranno suffragatedai miei soci attraverso prove convincenti potranno sortirediversi effetti positivi e rendere la mia vita molto più dolce! Non vedo l’ora di metterle in pratica!
In un episodio di qualche tempo fa ci siamo occupati dei desideri.
In quell’occasione si è parlato anche dei verbi bramare e agognare, due modi per esprimere dei forti desideri.
In questo episodio voglio solo ricordarvi queste due modalità di esprimere i propri desideri, aggiungendo una piccola cosa che vi aiuta a usarli nel modo giusto.
Vi faccio prima alcuni esempi per ciascuno dei verbi. Vi invito a ripeterli dopo averli ascoltati.
Dopo tanti anni di studio, ha finalmente ottenuto quel premio agognato.
Il viaggio in Giappone era il suo sogno agognato sin da quando era bambino.
Con agognare descriviamo sempre qualcosa che è stato fortemente desiderato. Ascoltate e ripetete.
Lui bramava vendetta contro coloro che gli avevano fatto del male.
Dopo giorni di digiuno, iniziò a bramare un pasto abbondante.
Bramo il successo professionale più di ogni altra cosa nella mia vita.
Dopo anni di prigionia, bramava la libertà come mai prima.
Dopo l’ingiustizia subita, bramava con rabbia una giustizia che sembrava irraggiungibile.
Gli esempi mostrano come “bramare” possa essere usato in diversi contesti per esprimere desideri intensi, ardenti e profondi, tuttavia è da preferire a agognare quando vogliamo esprimere desideri negativi o insoddisfazione. Spesso la Bramosia (così si chiama questo desiderio esagerato) è associata alla rabbia, alla vendetta o al desiderio smodato di successo e denaro o potere.
“Agognare” invece è più spesso associato a desideri positivi e aspirazioni.
La bramosia esprime in generale un desiderio intenso e impellente per qualcosa.
Questa forte e incontrollabile voglia di qualcosa, come cibo, piacere fisico o soddisfazione di un desiderio, è però spesso associata a desideri negativi e insoddisfazione.
Al prossimo episodio di italiano semplicemente.
PS: Dai un’occhiata, se vuoi, anche all’aggettivo “sospirato” e al verbo “anelare“
Le parolacce italiane hanno sempre un certo fascino.
Oggi voglio parlarvi di alcune parolacce, ma voglio farlo sia usando un modo più o meno informale, sia un linguaggio più formale. Così, tanto per divertirci.
Cominciamo con il mio consueto linguaggio.
Una delle parolacce più note, neanche a dirlo, è “Vaffanculo“, che letteralmente è un invito, una esortazione ad avere un rapporto anale (immagino in modo passivo). In teoria si invita ad andare in un luogo (anche detto “quel paese”).
Infatti si usa, che ve lo dico a fare, come un’esortazione ad andarsene genericamente e a non disturbare.
Molto maleducata e sgarbata, chiaramente, come esortazione. È, possiamo dire, una formula finale, perché dopo un “vaffa” può esserci solo un altro “vaffa” o termini equivalenti.
Non tutti però hanno voglia di dire parolacce, e tantomeno di impararle.
Vi propongo un’escamotage, perché ci sono alcune varianti interessanti che possono usarsi se non si desidera scadere nella volgarità.
L’utilità sta nel fatto che, anche se non li usiamo noi, almeno saremo in grado di capire se li usa qualcun altro.
Tra l’altro queste varianti, allegerendo il tono dell’invito, si possono usare anche in situazioni diverse da quella dal termine da cui derivano.
A volte non è neanche un invito ma solo un’espressione che manifesta malumore.
Intendo situazioni meno gravi, dove non si arriva necessariamente ai ferri corti con qualcuno, ma si può esprimere un semplice dissenso “colorato” o al limite una incredulità.
Sempre di linguaggio informale parliamo però. Beninteso.
Una delle varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (che sarebbe vai a fare il bagno).
Queste sono le più usate, poi vale la pena ci citare anche “Vaffanl’ovo” e “Vaffanbrodo” che sarebbe come dire “vai a fare l’uovo” e “vai a fare il brodo”.
Che fantasia eh?
Vi potete sbizzarrire comunque a inventarne altre.
C’entra qualcosa la CINA quando si dice vaffancina?
Voglio tranquillizzare i cinesi. Non c’entra nulla la Cina. A noi italiani ci piace solo fare varianti divertenti e curiose.
Vediamo qualche esempio.
Mi sto lamentando con un collega perché la posta elettronica non mi funziona da due giorni.
Questa posta elettronica non vuole proprio funzionare Vaffancina, chissà che problemi ci sono!
Vedete che la mia è solo un’esclamazione per manifestare in modo colorito il mio malumore. Abbastanza simile, sarebbe qualcosa come “porca miseria” o “porca miseriaccia”, “accidenti“, “accidentaccio”. Eccetera.
Oppure:
Sto a dieta da una settimana, quella che mi hai consigliato tu, e… indovina un po’? Ho perso solo 25 grammi! Vaffancina a te e alla dieta miracolosa!
Stavolta ci sono andato un po’ più pesante, perché l’invito è rivolto direttamente a te, seppure in compagnia dalla dieta 🙂
Ultimo esempio:
Domanda: Allora? Che ha fatto la Roma ieri? Ha vinto?
Risposta: ma vaffancina va! Lo sai bene che ha perso!
Bene, spero solo che adesso non userete queste nuove parole con me.
Vedremo…
Adesso ripassiamo qualche episodio passato ma prima ecco il testo riscritto in un linguaggio formale. Laddove possibile userò parole più consone ad un linguaggio forbito.
Le espressioni linguistiche italiane dal contenuto inappropriato esibiscono invariabilmente una sorta di affascino.
Tra le più riconoscibili, senza necessità di ulteriori precisazioni, si annovera l’invito a andare a farsi benedire nel modo più volgare possibile, che, in senso letterale, rappresenta un invito o una sollecitazione a intraprendere un atto sessuale di natura anale, implicitamente di natura passiva.
In linea teorica, questo invito allude ad una direzione geografica, spesso identificata come “quel paese“.
In pratica, tuttavia, si fa un uso comune di questa espressione per invitare una persona a allontanarsi genericamente o a cessare di disturbare.
Si tratta, inequivocabilmente, di una modalità di espressione profondamente maleducata e sgarbata. È inoltre incontestabilmente una formula di chiusura, in quanto solo un “Vaffa” segue ad un altro “vaffa” o, al limite, altri termini di pari volgarità.
Purtuttavia, non tutti condividono il desiderio di fare uso di termini scurrili, né di impararli. Tantomeno da parte mia c’è quello di insegnarlo a voi.
Propongo tuttavia un artificio, poiché esistono alcune varianti interessanti, che consentono di evitare l’uso di volgarità.
La loro utilità risiede nel fatto che, sebbene non si adoperino personalmente, si è in grado di comprenderle qualora siano impiegate da altri.
Inoltre, queste varianti possono essere utilizzate in situazioni differenti rispetto all’originale.
In alcuni casi, tali termini sostitutivi non costituiscono nemmeno un invito, ma rappresentano semplicemente un’espressione di malcontento.
Possono usarsi anche in situazioni meno gravi, in cui non è necessario intraprendere un conflitto diretto con chicchessia, ma in cui è possibile esprimere un dissenso “colorato” o un senso di incredulità.
Va comunque precisato che si tratta sempre di un linguaggio informale.
Una delle suddette varianti è “vaffancina“, un’altra è “vaffanbagno” (un invito a fare il bagno). Queste due sono le varianti più comuni, ma è possibile inventarne di ulteriori a proprio piacimento.
Per quanto riguarda la domanda se “vaffancina” abbia qualche legame con la Cina, è opportuno rassicurare che non esiste alcuna correlazione tra la parola e il paese asiatico. Gli italiani spesso creano queste varianti in modo creativo e giocoso.
Ecco alcuni esempi:
Mi sto lamentando con un collega riguardo al fatto che la mia posta elettronica sembra fare le bizze da due giorni:
Questo servizio di posta elettronica sembra completamente inattivo, chissà dove risiede la causa. Vaffancina!
In questo contesto, la mia espressione rappresenta semplicemente un modo colorito per esprimere il mio disagio, in modo simile a espressioni come “per l’amor del cielo” o “non ci posso credere”.
Un altro esempio:
Ho seguito una dieta raccomandatami da te per una settimana, e prova a supporre un po’ cosa può essere accaduto? Ho perso solo 25 grammi!
La tua dieta che definivi miracolosa si è rivelata un vero flop. Vaffancina!
In questo caso, l’invito colorito è rivolto a te, anche se coinvolge parimenti la dieta.
Un altro esempio:
Domanda: “Allora, com’è andata ieri la Roma? Hanno vinto?”
Risposta: “Ma figurati! Sai benissimo che hanno perso!” Vaffancina va!
Spero sinceramente che in futuro non si faccia uso di queste nuove parole rivolgendole contro il sottoscritto. Sarebbe quantomeno irriconocscente nei miei confronti!
Per favore, adesso procediamo con il consueto ripasso.
Marcelo: Guarda, io non faccio uso di parolacce. Al massimo potrebbe scapparmene una senza volerlo. Che so, avete presente quando sbattete il mignolo del piede in uno spigolo?
Trascrizione
Dopo avervi spiegato l’espressione “carezzare un’idea” e “sfiorare un’idea“, a questo punto devo necessariamente parlarvi dell’anticamera del cervello.
Il termine “anticamera” va spiegato.
Ve lo spiego.
Un’anticamera è una stanza o uno spazio che precede un ambiente principale, come una camera, appunto, o una sala.
È generalmente più piccola dell’ambiente che viene dopo.
L’anticamera si trova quindi in un punto precedente rispetto alla camera. Per entrare nella camera bisogna per forza passare per l’anticamera.
È un termine che si usa moltissimo in senso figurato. Continuiamo a parlare di idee.
Pensate adesso alla Camera come alla mente umana.
Chiaramente il nostro cervello non ha nessuna anticamera, ma pensiamo, per capire questa espressione, ad un pensiero, che anziché entrare nella mente ed essere elaborato, passa per l’anticamera e poi si ferma, oppure non passa neanche per l’anticamera del cervello.
Quindi, quando un pensiero non passa neanche nell’anticamera del cervello, è chiaro che è lontano dalla mente.
Allora se io dico ad esempio:
Non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello di avvisarmi quando hai un problema?
Vuol dire che sono arrabbiato perché tu hai avuto un problema e non mi hai avvisato.
Si usa il verbo passare.
È come dire: non hai neanche lontanamente pensato di avvisarmi; non ti è proprio venuto in mente questo.
Il pensiero di chiamarmi per avvisarmi non ti ha neanche sfiorato, potrei dirti.
Se però sono arrabbiato, usare l’espressione di oggi è più appropriato.
Si usa sempre e solo in espressioni negative, proprio come “sfiorare un’idea”; dunque generalmente anche questa espressione esprime irritazione e lontananza da un’idea. Qualcosa è lontanissima dalle intenzioni di qualcuno.
Al governo non gli passa neanche per l’anticamera del cervello di ridurre le tasse sulla Benzina.
Cioè:
Al governo non ha nemmeno sfiorato l’idea di ridurre le tasse sulla Benzina.
Evidentemente anche qui sono abbastanza irritato. Sono irritato perché le intenzioni del governo non sono assolutamente quelle di ridurre queste tasse.
Quante volte avete sentito qualcuno dire:
È vero, l’ho letto su internet!
La prossima volta avete la risposta pronta:
Scusami, ma non ti passa neanche per l’anticamera del cervello l’idea che non tutto quel che viene pubblicato sui social sia vero?
In uno dei prossimi episodi vediamo meglio il senso figurato di “anticamera“, che si usa in tante situazioni diverse. Per ora facciamo un ripassino dedicato al’amicizia.
Danielle: Chi sono i veri amici? Di sicuro non sono quelli che cercano di ingraziarsi con te. Anzi, sono quelli che ti fanno notare i tuoi errori, ogni tanto persinospiattellandotila verità in faccia, se ne hai bisogno…
Estelle: Secondo me i veri amici sono quelli che puoi chiamare per chiedere aiuto qualunque sia la situazione. È una relazione sincera e senza filtro. Sono personesulle qualipuoi contareanche dopo una lunga assenza.
Spesso non ci si vede da illo tempore, vuoi per percorso di vita, vuoi per imprevisti che accadono. Poi ci ritroviamo, magari per caso, e tutto si svolge come se ci fossimo lasciati il giorno prima.
Marcelo: Ogni volta che penso all’amicizia, mi chiedo se esiste un problema la cui entitàpossa rompere anche l’amicizia più solida. Preferisco però restare col dubbio.
L’espressione “carezzare un’idea“, che vi ho spiegato nell’ultimo episodio, potrebbe sembrare equivalente a “sfiorare un’idea”.
L’equivoco potrebbe nascere dal fatto che accarezzare e sfiorare sono verbi abbastanza vicini.
In realtà si tratta di due verbi che si usano raramente uno al posto dell’altro quando si parla di idee.
“Carezzare un’idea” significa come detto riflettere o considerare attentamente un’idea, generalmente con interesse o curiosità, ma senza impegnarsi completamente in essa.
Sfiorare un’idea si utilizza esclusivamente in frasi negative. Es:
Ragazzo: Ciao, usciamo insieme stasera?
Ragazza: No grazie! Ho da fare stasera.
Ragazzo: Sicura? Guarda che io potrei non chiedertelo più!
Ragazza: Ah, ma non ti sfiora l’idea che tu a me non piaccia?
Dire: “non ti sfiora l’idea…” è un modo di esprimere sorpresa o incredulità nei confronti di qualcuno che non ha nemmeno considerato o pensato a qualcosa. In questo caso, l’accento è sul fatto che l’idea sembra così lontana o irrilevante per la persona con cui si parla non ha neanche sfiorato questa idea.
Solitamente, come nell’esempio sopra, c’è ironia e irritazione. La frase appare anche un po’ offensiva. Volutamente offensiva direi.
L’idea non solo non le è venuta, ma non le è neanche passata vicino. Questa è l’immagine.
Se non volessi appositamente esprimere irritazione userei il verbo “considerare” o “pensare” o “credere”.
In breve, mentre “carezzare un’idea” implica una riflessione delicata sull’idea, “non ti sfiora l’idea” sottolinea l’assenza di considerazione o pensiero sull’idea.
È un modo, come detto, per esprimere una leggera critica se rivolto direttamente ad un’altra persona. Ovviamente posso anche parlare di me stesso.
Es:
Sto raccontando la mia esperienza quando sono rimasto tre ore bloccato nel traffico per colpa di un incidente:
Non sembrava niente di grave, non mi ha nemmeno sfiorato l’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.
Chiaramente in questo caso non esprimo irritazione ma semplicemente sto dicendo che non ho minimamente pensato a qualcosa. “Pensare minimamente/lontanamente” è molto simile, ma meno adatta per esprimere irritazione, quindi in quest’ultimo esempio andrebbe benissimo:
Non sembrava niente di grave, non ho pensato minimamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.
Non sembrava niente di grave, non ho pensato neanche lontanamente all’idea di dover rimanere bloccato lì per ore.
Mi raccomando, evitate di usare “sfiorare l’idea” per esprimere vicinanza con un’idea, o che state iniziando a pensare qualcosa, come accade con “accarezzare un’idea” , perché come si è visto, usandosi solamente con la negazione, è adatta solamente a esprimere lontananza.
Non dite mai quindi a una ragazza:
Ti sfiora l’idea di baciarmi?
Perché sarebbe un assist perfetto per lei, che potrebbe replicare dicendo:
Non mi sfiora proprio guarda! Anzi, sto accarezzando l’idea di mandarti a quel paese!
A proposito di baci. Ripassiamo: Irina: Ci sono baci e baci. È risaputo che vi sono quelli d’amore e quelli d’affetto fra amici, fra figli, genitori e parenti.
Edita: Conosciamo i baci capaci di scatenareforti emozioni, ma a differenza di essi quelli che vengono percepitisemplicemente come un gesto abituale per salutarsi non fanno battere il cuore.
Zhao: Da non dimenticare poi i baci non consentiti, in tal caso, mi raccomando, mettiamo subito dei paletti.
André: negli ultimi tempi gli unici baci che mi vengono in mente sono quei cioccolatini prodotti a Perugia e non direi che si tratta di una magra consolazione.
Conoscete l’espressione carezzare un’idea? Avete mai provato ad accarezzare un’idea? Che sensazione si prova?
Molto romantica questa espressione vero?
es:
Sapete una cosa? Comincio a carezzare l’idea di cambiare casa.
Dopo due anni di lavoro alle dipendenze di un ristoratore, comincio a carezzare l’idea di aprire un ristorante tutto mio.
Da un po’ di tempo sto iniziando a carezzare l’idea di comprare una macchina elettrica
Questa espressione è chiaramente da intendere in modo figurato. Significa pensare o riflettere su un’idea in modo gentile e approfondito, senza necessariamente prendere una decisione o agire su di essa. È come se stessi accarezzando mentalmente l’idea, esplorandola con cura prima di decidere se sia valida o meriti ulteriori considerazioni.
Ma perché carezzare? Carezzare significa accarezzare, sfiorare leggermente, toccare con grazia, quindi graziosamente, coccolare, lambire.
Questo nell’uso proprio. Per quanto riguarda il verbo sfiorare farò un approfondimento nel prossimo episodio.
Con carezzare c’è l’idea del tocco leggero, delicato, e infatti è come se tu stessi delicatamente esplorando l’idea, senza impegnarti completamente in essa finché non hai una comprensione migliore o hai deciso se sia valida o meno. È una metafora per un’approfondita contemplazione di un’idea. Dunque non è esattamente come dire di stare pensando seriamente di fare qualcosa.
Forse un giorno prenderai una decisione. Adesso non prendi impegni.
Si tratta di un’idea generalmente “positiva”, nel senso che è qualcosa che ti stuzzica. Qualcosa di stuzzicante.
“Avere una mezz’idea”, espressione più nota, non è esattamente la stessa cosa, perché manca l’elemento stuzzicante, intrigante. C’è invece insicurezza, titubanza.
Di solito quando si accarezza un’idea si sta riflettendo su un’idea in modo positivo o almeno con interesse. È un modo di dire che suggerisce un’apertura mentale nei confronti di un’idea intrigante o stimolante.
Tuttavia, potrebbe anche essere utilizzata in contesti in cui si sta esaminando un’idea per comprendere meglio i suoi aspetti positivi o negativi prima di prendere una decisione definitiva.
In generale, “carezzare un’idea” si riferisce a un’attitudine aperta e curiosa nei confronti dell’idea stessa.
Potrò sembrare ripetitivo, ma ho certato di usare parole diverse nello spiegare lo stesso concetto.
A proposito di idee. Vogliamo fare qualche frase di ripasso?
Marcelo: Mi è piaciuta molto l’idea d’iniziare lo studio d’italiano durante la pandemia, e con IS è diventato un chiodo fisso. Ogni mattina mi alzo di buonora e la prima cosa che faccio è precipitarmi sul gruppo WhatsApp per vedere le novità. Ma io mi domando e dico: sarà stata una buona idea? Vabbè, Pazienza! Ormai la frittata è fatta!
Entità soprannaturale – museo delle civiltà di Roma
Trascrizione
Questo di oggi è un termine veramente interessante, utilissimo per incrementare il vostro vocabolario, perché si può usare in tante occasioni diverse.
Si tratta di: entità.
Entità, con l’accento sulla ultima lettera, può esservi utile soprattutto perché vi permette di fare una bella figura se la usate con un italiano.
Non è obbligatorio usarla perché può essere sostituita con parole a voi non madrelingua molto più familiari, ma usarla dà un tocco di professionalità e di eleganza alla frase.
Ad esempio, si usa per indicare una quantità o una cifra o un certo livello.
Es.
Se un amico vi racconta che ha fatto un incidente e ha avuto danni all’automobile, puoi chiedere:
Quanti danni?
A quanto ammontano i danni?
Quanti danni ti hanno fatto?
Quanti soldi dovrai spendere?
Oppure:
Qual è l’entità dei danni?
Hai subito danni? Di quale entità?
Lui potrebbe rispondere:
Non molti danni.
I danni non sono molti.
La macchina non ha subito grandi danni.
Oppure:
L’entità dei danni subiti non è molto alta.
Secondo esempio. Una partita di calcio sta terminando. Siamo vicini al novantesimo minuto.
Posso chiedere:
Quanto tempo recupererà l’arbitro?
Di quanti minuti sarà il recupero?
Quanti minuti di recupero ci saranno?
A quanto ammontano i minuti di recupero?
Oppure:
Quale sarà l’entità del recupero?
Terzo esempio:
Il governo sta facendo una legge per tagliare le tasse.
Si potrebbe chiedere:
Quanto saranno tagliate le tasse?
A quanto ammonterâ la diminuzione delle tasse?
Di quanto verranno tagliate le tasse?
Oppure:
Quale sarà l’entità del taglio?
Possibili risposte:
Non si conosce la percentuale di diminuzione delle tasse
Ancora non è noto l’ammontare della diminuzione.
Oppure:
Non è ancora nota l’entità della diminuzione o del taglio.
Oppure:
Non si conosce l’entità della detassazione
Come avete notato, può essere utilizzata in molte situazioni diverse per aggiungere un tocco di raffinatezza alla vostra comunicazione.
Analogamente si può parlare ad esempio dell’entità di un infortunio subito da un calciatore per indicare la gravità, l’importanza dell’infortunio.
Oppure parliamo ad esempio di crimini di lieve entità, cioè lieve importanza, lieve gravità.
Oppure si può parlare dell’entità di un rimborso per spese sanitarie, dell’entità di un problema.
Eccetera.
Un secondo modo per usare il termine entità è quando parliamo di qualcosa di astratto, di generico o di poco conosciuto. È simile al termine “essere” o “creatura“, o anche “ente”, “organismo”.
Quando si parla di extraterrestri, ad esempio, si potrebbe dire:
La scienza sostiene l’esistenza di entità extraterrestri, ma non abbiamo prove concrete
Il progetto di legge propone l’istituzione di un’entità governativa dedicata alla protezione dell’ambiente
L’entità spirituale che guida la nostra vita è un mistero che molti cercano di comprendere.
Un angelo è spesso raffigurato come un’entità celestiale con le ali.
Un fantasma è un’entità misteriosa spesso associata al soprannaturale.
Il suolo è un’entità vivente molto complessa
Ogni coppia è composta da due entità distinte che si incontrano.
Eccetera.
In questi esempi si capisce il senso astratto, poco specifico del termine.
Bene adesso potete valutare l’entità dell’importanza da attribuire a questo termine e della sua utilità nella vita quotidiana.
Per ripassare, parlatemi della cosa più bella o interessante o importante che avete imparato recentemente della lingua italiana.
Marcelo: difficile mettere sul piatto tutto ciò che di bello abbiamo imparato. I proverbi italiani sono particolarmente graditi e in special modo mi piace fare il confronto con la mia lingua madre. Così facendo posso unire l’utile al dilettevole!
Irina: Devo ammettere che quando parlo con persone madrelingua, sento molto la mancanza della grammatica. Parlando a tu per tu, ogni due per tre mi trovo ad andarea tentoni senza le regole grammaticali. Pertanto recentemente a scanso di equivoci ho deciso di fare un corso di grammatica, che ho scoperto essere straordinariamente logica ed elegante. Di punto in bianco tutta la bellezza della lingua italiana ha cominciato a riaffiorare. Dopo il corso, devo solo munirmi di pazienza e attendere un miglioramento.
Vediamo la differenza che esiste tra avrebbe potuto essere e potrebbe essere stato.
Questo episodio è la conseguenza di una domanda che mi ha fatto André dal Brasile, un membro dall’associazione italiano semplicemente.
André: Ciao caro Gianni potremmo aprire una parentesi e parlare un po’ di grammatica? Ci sono due tempi verbali che ogni due per tre li uso in modo sbagliato! potresti spiegarmi la differenza tra avrebbe potuto essere e potrebbe essere stato?
Giovanni: Grazie per la domanda André.
Partiamo dagli esempi:
Tra noi avrebbe potuto essere diverso se tu non avessi avuto tanti dubbi.
Cosa potrebbe essere stato a causare in te tanti dubbi?
Brevemente spiego la differenza e poi facciamo un esercizio di ripetizione.
Avrebbe potuto essere indica qualcosa che non è accaduto. Però era una possibilità.
Potrebbe essere stato significa che c’è un dubbio: non si sa se questa cosa è accaduto. Può darsi. È una possibilità, un’ipotesi.
Allora ripeti dopo di me:
Avrebbe potuto essere una grande partita se l’arbitro non l’avesse condizionata
Chi ha rubato il pesce? Potrebbe essere stato il gatto!
Abbiamo perso ma il risultato avrebbe potuto essere peggiore
Potrebbe essere stato lui l’autore di quel messaggio misterioso.
Avrebbe potuto essere un grande attore se avesse seguito quella carriera.
Potrebbe essere stato il vento a far cadere quell’albero.
Avrebbe potuto essere un campione olimpico se non si fosse infortunato.
Potrebbe essere stato un malinteso che ha causato la confusione.
Avrebbe potuto essere un leader eccezionale, ma ha scelto un’altra strada.
Potrebbe essere stato un errore di comunicazione che ha portato al disaccordo.
Avrebbe potuto essere un ottimo cuoco, ma ha scelto la finanza.
Potrebbe essere stato il risultato di una scelta impulsiva.
Avrebbe potuto essere un artista famoso se avesse continuato a dipingere.
Potrebbe essere stato un incidente, non credo fosse intenzionale.
Avrebbe potuto essere il vincitore della gara, ma ha perso l’ultimo sprint.
Potrebbe essere stato il destino a unire quelle due persone.
Avrebbe potuto essere un grande successo nel mondo degli affari.
Potrebbe essere stato un incidente d’auto che ha causato il ritardo.
Avrebbe potuto essere il miglior pianista del suo tempo se avesse continuato a suonare.
Potrebbe essere stata un’incomprensione che ha portato alla litigata.
Avrebbe potuto essere il capitano della squadra se non fosse stato per l’infortunio.
Potrebbe essere stato il cambiamento delle condizioni meteo a influire sull’evento.
Avrebbe potuto essere il miglior amico che avessi mai avuto se non si fosse trasferito.
È tutto per oggi.
Lo so, avrebbe potuto essere un episodio più breve se avessi fatto meno esempi. Ma che volete…
Che squadra tifate voi? Siete tifosi della Roma, come me oppure del Real Madrid, o di altre squadre?
Vi è mai capitato che la vostra squadra del cuore sia stata asfaltata?
Purtroppo a me è capitato più volte. Basti ricordare la partita di coppa contro il Manchester che finì 7-1 o la sconfitta contro il Bodo glimt che fini 6-1. Che figuracce!!
Ho usato il verbo “asfaltare“, molto usato nello sport.
Ma asfaltare viene dalla parola asfalto che è il materiale di colore scuro che si usa per ricoprire le strade.
Asfaltare sta per coprire di uno strato di asfalto.
asfaltare una strada
Le strade asfaltate sono le più comode
Si usa però anche in senso figurato per indicare l’atto di superare o sconfiggere qualcuno o qualcosa in modo deciso e categorico.
Asfaltare un avversario si potrebbe dire anche infliggere una vittoria schiacciante a un avversario. Abbiamo già fatto un episodio dedicato alle vittorie e alle sconfitte, senza parlarvi di asfaltare.
Si potrebbe anche dire, al posto di asfaltare un avversario, sconfiggere e umiliare l’avversario, tanto è sonora la sconfitta.
Non si usa solo nello sport però.
L’immagine è quella di coprire o “asfaltare” il percorso davanti a sé, eliminando ostacoli o concorrenti. Ad esempio:
L’azienda ha asfaltato la concorrenza con la sua innovazione tecnologica.
In questo caso, significa che l’azienda ha superato la concorrenza in modo netto e ha ottenuto un vantaggio dominante nel settore.
La Roma ha asfaltato gli avversari con un punteggio di 7-0.
Qui, si sta dicendo che la squadra della Roma ha sconfitto gli avversari in modo schiacciante, segnando sette gol contro di loro.
Quindi, il senso figurato di “asfaltare” riguarda solitamente il superamento o il dominio assoluto su qualcosa o qualcuno.
Si usa anche in politica.
Il candidato alle elezioni ha asfaltato l’avversario nel dibattito televisivo, dimostrando una chiara superiorità nelle sue argomentazioni.
Come modalità alternative si potrebbero usare:
Dominare
Sconfiggere sonoramente
Battere in modo schiacciante
Stravincere
Prevalere nettamente
Trionfare
Sopraffare
Adesso ripassiamo.
Marcelo: Parlando di vittorie schiaccianti, ne ricordo una al mondiale di calcio in Brasile del 2014, conbuona pace degli amici brasiliani. Si tratta della vittoria della Germania, che asfaltò per 7-1 i brasiliani.
Ulrike: Chi parla delle vittorie dovrebbe avere presente anche le sconfitte. Spesso una presunta vittoria si rivela una vittoria diPirro e in tal caso non resta che dire: la prossima volta aspetta un po’ prima di cantar vittoria.
Oggi parliamo di niente… cioè, non voglio dire che non parleremo di niente, ma che parleremo di “niente”, cioè della parola “niente”.
Sapete bene che il termine “niente” significa ‘nessuna cosa’.
Si usa in molte occasioni diverse, molte locuzioni soprattutto, come “di niente“, una risposta che si può dare a qualcuno che dice “grazie”, ad esempio.
Oppure “non fa niente“, che si può usare sia come risposta ad un persona che si scusa, sia quando vogliamo dire che qualcosa è inefficace. Es:
A me il caffè non fa niente!
Cioè: il caffè dovrebbe svegliarmi per via della Caffeina, ma a me non fa niente, cioè non funziona, è inefficace, non fa effetto.
Oggi però mi interessa di più parlarvi di “per niente”. Aspettate prima di dire che a voi non interessa per niente, perché posso parlarvi di due utilizzi.
Nel primo utilizzo, la locuzione “per niente” viene utilizzata per esprimere negazione o anche assenza di qualcosa, con una certa enfasi.
Di solito, è usata in risposta a domande o affermazioni per indicare che qualcosa non è affatto vero o non è presente. Ad esempio:
“Ti piace il gelato al cioccolato?” – “No, per niente.” (non mi piace proprio, neanche un po’)
“Hai paura dei ragni?” – “No, per niente.” (non ho nessuna paura dei ragni).
Non sono per niente d’accordo con te.
“C’è il parmigiano in frigo?” – “Per niente” (neanche un piccolo pezzo, assolutamente no)
Non ho per niente sonno
Non hai per niente rispetto per me
“Per niente” possiamo in questi ultimi due casi sostituirlo con “affatto“, leggermente meno informale.
A volte posso usare anche “nessuno” o “alcuno” (non hai nessun/alcun rispetto per me).
Posso anche usare le due forme “per niente” e “affatto” nella stessa frase per rafforzare ancora di più.
Es:
Non mi piaci per niente affatto!
“Per niente” , tra l’altro, è simile anche a “niente affatto”.
Che è una negazione persino più forte, simile spesso a “assolutamente no!”
Es.
Sei stato tu a causare tutti questi problemi?
Risposta: niente affatto!
Riguardo al ruolo della preposizione “per” , qualche volta “per niente” può sostituire “niente”, pur conferendo una maggiore enfasi alla frase:
Es:
Non c’è niente da mangiare qui.
Questa frase indica semplicemente che non c’è cibo disponibile. È una dichiarazione neutra.
Invece:
Non c’è per niente da mangiare qui,
In questo modo è più enfatica. In questo caso, sottolinei ancor di più l’assenza di cibo, quasi a voler dire che non c’è davvero nulla da mangiare, specie se qualcuno aveva detto il contrario.
Il secondo utilizzo di cui vi parlavo all’inizio invece è questo:
Per niente al mondo rinuncerei alla mia libertà.
In questo caso, “per niente” è utilizzato per enfatizzare che io non rinuncerei alla mia libertà in nessuna circostanza, sottolineando un forte grado di determinazione o importanza attribuito a quella libertà. Analogamente potrei dire:
Per niente al mondo tradirei un amico.
Per niente al mondo rinuncerei ai miei sogni.
Per niente al mondo accetterei un lavoro che non mi piace.
Per niente al mondo smetterei di seguire la mia passione.
Per niente al mondo negherei aiuto a chi ne ha bisogno.
In questi casi la preposizione “per” si usa per introdurre la condizione o la motivazione. Come se nessuno scambio fosse possibile. Es
Faresti questo per 1000 euro?
No, non lo farei neanche per 1 milione.
Quindi se dico ad esempio:
Non si dà niente per niente.
La frase “Non si dà niente per niente” significa che di solito non si ottiene qualcosa senza dover dare qualcosa in cambio. Sottolinea che nella vita spesso è necessario scambiare o sacrificare qualcosa per ottenere qualcos’altro. In altre parole, suggerisce che raramente si ricevono benefici o favori senza aspettarsi o dover dare qualcosa in cambio. È un modo di esprimere il concetto che la reciproca convenienza sono comuni nelle interazioni umane e anche nelle transazioni economiche.
Es: mi dai queste scarpe per 50 euro?
Oppure:
Ho studiato una vita per niente!
La frase “Ho studiato una vita per niente!” esprime un forte senso di delusione o frustrazione. In questa frase, l’espressione “per niente” indica che la persona ha dedicato una vita intera allo studio o all’apprendimento di qualcosa, ma ora sente che tutto quel tempo e sforzo sono stati inutili, vani, o almeno non hanno portato ai risultati sperati.
È un modo di dire che sottolinea la mancanza di soddisfazione o gratificazione per tutto il duro lavoro e gli sforzi profusi.
A volte il tono da usare è importante per distinguere i vari significati. La frase:
L’ho fatto per niente!
Potrebbe essere usata per rammaricarsi, per dispiacersi, come nell’esempio precedente, oppure per sottolineare un’azione fatta senza la volontà di ottenere qualcosa in cambio, quindi in modo disinteressato o altruistico, senza cercare una ricompensa o un beneficio personale.
Es:
Ho aiutato il mio vicino a spostare i mobili, ma l’ho fatto per niente. Non ho chiesto nulla in cambio.
Oppure:
Molto rumore per niente
In questo caso significa che “non c’era alcun motivo” per far rumore (il rumore può anche essere una metafora di confusione, polemica ecc),
In alcuni casi si usa anche “per nulla”, proprio come il titolo della commedia di William Shakespeare tradotto in italiano chiaramente (molto rumore per nulla).
D’altronde niente e nulla sono più o meno sinonimi. Nulla appare però meno informale.
Per finire, c’è un’espressione particolare: “Mica per niente“, molto usata a livello colloquiale. Abbiamo già visto l’uso di mica in un episodio e anche nell’espressione “mica pizza e fichi”
L’espressione “mica per niente” è un modo colloquiale di sottolineare con enfasi un motivo oppure per negare qualcosa. Es:
Adesso voglio lavorare. Non ho studiato mica per niente, ho passato ore a prepararmi per l’esame!
Vedete che potrei anche togliere “mica” e il senso non cambia.
Oppure:
Non posso spendere più di 30 euro stasera per cena. Mica per niente, perché altrimenti domani non potrò andare al cinema.
La frase sottolinea che la persona sta cercando di risparmiare denaro per potersi concedere l’opportunità di andare al cinema il giorno seguente. In questo caso, “mica per niente” indica quindi che c’è una motivazione valida – se non fosse chiara – dietro la decisione di non spendere troppo per la cena.
Stavolta però non posso togliere la parola “mica”. La frase non avrebbe senso. La posso però sostituire con “non”. Con “mica” è più informale.
Non per niente, perché altrimenti domani non potrò andare al cinema.
Anche in questo caso si sottolinea comunque il motivo per cui facciamo o diciamo qualcosa, specie se si sente il bisogno di giustificare un’azione o una frase appena detta, perché potrebbe non essere evidente.
Adesso basta. Mica per niente, rischierei di annoiarvi!
Adesso ripassiamo. Mica perniente, altrimenti dimenticate cosa avete già imparato! Parliamo del vostro sport preferito. Usate qualcosa che avete già imparato dagli episodi precedenti.
Hartmut: I miei sport preferiti sono due: il calcio e la pallacanestro. Amo guardare le partite sia allo stadio che in tv. Poi se le condizioni sono propizieli pratico io stesso a volte. Ad ogni modo la mia routine quotidiana è quella di fare ginnastica.
Danielle: Sport? Forse sarebbe d’obbligo praticarlo, per evitarel’ineluttabile declino fisico, ma sinceramente non mi piace perniente. Poi ce ne sono alcuni assolutamente proibitiviper me. Senza contare poi gli effetti sull’umore. Lasciamo perdere, proprio non è cosaper me.
Ulrike: Io corro. Quando avevo una trentina d’anni, in quanto spettatrice al bordo di una strada di Berlino, ho preso spuntodalla prima maratona svolta nella città. Dipunto in bianco ho smesso di fumare e ho iniziato ad allenarmi. Qualche anno dopo ho esorditocon la mia prima maratona. È stato un esordio coifiocchi. Faccio le mie corsette anche oggi che ho superato gli antada un pezzo.
Trascrizione
Parliamo di “a scoppio ritardato“, una espressione colloquiale o una metafora che si usa per riferirsi a qualcuno o qualcosa che reagisce o mostra effetti o conseguenze in un momento successivo rispetto a quanto ci si aspettava o rispetto all’evento iniziale. Abbiamo fatto già un episodio dedicato ai ritardi, e abbiamo visto l’aggettivo “tardivo” che possiamo dire che è la versione formale di qualcosa che avviene “a scoppio ritardato“.
In sostanza, questa espressione indica un ritardo di una reazione, di una risposta o di un’azione. Può anche indicare un effetto che si manifesta più tardi del previsto.
Parlare di una reazione tardiva appare spesso troppo formale. Per questo sì preferisce usare “reazione a scoppio ritardato”.
Ad esempio, se qualcuno prende una decisione che sembra non avere conseguenze immediate ma si rivela problematica in seguito, si potrebbe dire che quella decisione ha avuto effetti “a scoppio ritardato”, perché gli effetti negativi si sono manifestati successivamente nel tempo. Probabilmente erano attesi in un momento precedente.
È una modalità utilizzata per descrivere situazioni in cui le conseguenze non sono immediate ma emergono in un secondo momento.
Pensate a una bomba, un esplosivo o altro ordigno, che deflagra, cioè scoppia solo dopo un certo periodo di tempo. Dovrebbe scoppiare subito, questo è quello che ci si aspetta, ma scoppia più tardi.
Allora capite come diventa facile applicare questo ritardo in qualunque tipo di risposta, non solo quello della bomba che scoppia più tardi del previsto.
Possiamo dire più semplicemente:
Perché ad ogni mia domanda rispondi a scoppio ritardato? Sei ubriaco?
Giovanni ci mette sempre un po’ a capire le barzellette. Ride sempre a scoppio ritardato!
Chiaramente è un’espressione informale, spesso usata in senso ironico o per prendere in giro una persona. Non usatela nello scritto a meno che non sia una chat con un amico.
In molte occasioni basta sostituirla con “in ritardo”.
Chiaramente non si usa sempre al posto di “in ritardo”, perché ad esempio se un treno ritarda di 10 minuti non si dice che è arrivato a scoppio ritardato, perché non è una reazione.
Andrè: che ne pensi di fare un giro in Brasile, cara Ulrike? Spero che questa non sia proprio una idea peregrina! Comunque se sei così insofferente ai ritardi, dovrai armarti di pazienza! Spesso vai in Italia in vacanze e so che gli italiani non sono un granchéin quanto apuntualità, tantomeno lo siamo noi!
Ulrike: Sono tantoinsofferente ai ritardi quanto generosa e paziente rispetto alle magagne altrui.
Rauno: A volte l’apprendimento di una lingua stranieradà del filo da torcere. State molto attenti – per inciso, parlo con i maschietti – alla risposta della vostra fidanzata quando le chiedete “Cara, Ne hai ancora per molto?” Perché esiste una sottile differenza tra “Scusa del ritardo” e “Scusa, ho un ritardo”. La prima risposta è innocua e va presa confilosofia. La seconda invece ti può far venire un groppo alla gola ma potrebbe anche restartisul groppone per tutta la vita.
Il termine “scorpacciata” deriva dalla parola “corpo”, ed è un termine informale che si usa per descrivere un eccesso nel consumo di cibo. Potremmo dire che è una abbuffata. Si tratta di una abbondantemangiata, potremmo anche dire.
“Scorpacciata” si usa dunque quando qualcuno mangia una quantità di cibo notevolmente maggiore rispetto al normale, spesso in un contesto festivo o di grande convivialità.
È sinonimo di “abbuffata” ma va usato con cautela in contesti formali o professionali, poiché è più appropriato in situazioni informali tra amici o durante feste. Parliamo di un contesto spensierato.
Altri sinonimi, sempre molto informali, sono ingozzata (da gozzo) e intrippata (da trippa). Poi c’è anche “mangiare a crepapelle”, un’espressione che esprime un significato analogo: mangiare fino a scoppiare!
Vediamo qualche esempio.
Durante le festività natalizie, la mia famiglia organizza sempre una scorpacciata di cibo delizioso, con portate tradizionali italiane come lasagne, tortellini e panettone.
Ieri sera siamo andati in pizzeria e abbiamo fatto una vera scorpacciata di pizza, ognuno ne ha mangiate almeno tre! Senza contare supplì e patate fritte: una vera scorpacciata.
Dopo la sua vittoria al campionato, la squadra di calcio ha festeggiato con una scorpacciata di hamburger, hot dog e patatine al fast food locale.
Il suffisso ata suggerisce… ah ma ci siamo già occupati di questo!
Comunque spesso scorpacciata si usa, in misura maggiore rispetto ai suoi sinonimi, anche in modo figurato:
ieri, al concerto in piazza, abbiamo fatto una scorpacciata di musica a tutto volume!
Il professore di italiano ci ha detto che quest’anno ci farà fare una scorpacciata di matematica!
Allora adesso non resta che fare il ripasso quotidiano. Vi è mai capitato di fare una scorpacciata?
Marcelo: non mi ci far pensare! Sono così affamato che potrei abbuffarmi di pizza. Tanto ormai la sfida con la bilancia è perduta.
Irina: Io scoppierei al tuo posto. Alla mia età, ancora ancora una pizzetta e al massimo un supplì in via eccezionale.
Khaled: mi spiace ma per essere più appettibile, mio malgrado dovrò rinunciare alle cose più appetitose.
La parola “ineluttabile” è un aggettivo interessante perché è meno usato rispetto ad altri aggettivi simili.
È utilizzato per descrivere qualcosa che è inevitabile, che non può essere evitato o fermato. Inevitabile è sicuramente il sinonimo più diffuso. Molto generico.
Ineluttabile indica ugualmente qualcosa di certo, un risultato o un evento che è certo e che non può essere scongiurato o cambiato. È proprio il caso di usare “scongiurare”.
Di scongiurare ci siamo già occupati nell’episodio dedicato a scongiurare un pericolo. Se non possiamo scongiurare un evento, allora questo evento è ineluttabile.
Inevitabile è chiaramente molto più usato rispetto a ineluttabile. Come usare correttamente ineluttabile allora?
Spesso è utilizzato per riferirsi a situazioni o eventi particolari, legati al concetto di destino, eventi che sono così determinati o inevitabili che non c’è modo di evitarli. È molto più forte rispetto a inevitabile perché enfatizza la certezza e l’irrimediabilità di un evento o di una situazione che si verifica senza possibilità di cambiamento o evitamento.
Ad esempio, si può dire che il cambiamento climatico è un problema ineluttabile se non vengono prese misure significative.
Altri sinonimi di “ineluttabile” includono “inesorabile“, “incontenibile” e “irrimediabile“.
Esempio:
La scadenza del progetto era ineluttabile, e quindi il team ha dovuto lavorare giorno e notte per completarlo in tempo.
In questo esempio vogliamo dare la maggiore certezza possibile alla scadenza, e allora usiamo ineluttabile. Non c’è proprio modo di cambiare qualcosa di ineluttabile.
La parola “ineluttabile” è spesso utilizzata in contesti letterari e filosofici per discutere il destino, il fato, le profezie e le cose inevitabili della vita umana.
Si pensi a frasi come “le forze ineluttabili del destino” .
Pensate al poema epico, dove il destino dell’eroe è ineluttabile, e nonostante le sfide e i pericoli, deve compiere il suo viaggio eroico.
Pensate a quando l’autore di un libro dipinge un futuro in cui la distruzione del mondo è ineluttabile a meno che non si verifichi un miracolo.
Il termine irrimediabile invece si concentra maggiormente sulla mancanza di un rimedio e pertanto si usa di più quando c’è un danno o un errore a cui non si può rimediare. Suggerisce che una volta che qualcosa è accaduto, non c’è modo di rimediare o correggere la situazione, e le conseguenze spesso sono negative o dannose. Deve accadere qualcosa di negativo per usare irrimediabile.
Inesorabile, d’altra parte, sottolinea la natura implacabile o incrollabile di un processo o di un evento. Suggerisce che qualcosa si sviluppa o avanza senza essere influenzato da ostacoli o resistenze. Può anche implicare una sensazione di inevitabilità, ma pone l’accento sulla continua progressione di qualcosa.
Esempio:
L’avanzare inesorabile delle tecnologie digitali sta cambiando il modo in cui viviamo e lavoriamo.
La squadra del Napoli sta vivendo tutte le partite. Si avvia inesorabilmente a vincere lo scudetto.
Vedete che il cammino, la progressione e la continuità danno sempre più un senso di qualcosa di inesorabile.
Incontenibile è il più lontano nel significato, perché indica che qualcosa si diffonde o cresce rapidamente senza possibilità di controllo, ma non si usa solo in contesti negativi. Anche le risate possono essere incontenibili se non riusciamo a trattenerle. Può esserlo comunque anche un fiume che esonda e travolge le abitazioni.
Inoltre non c’è necessariamente un danno a cui rimediare, come nel caso di irrimediabile. È simile a inarrestabile.
Incontenibile enfatizza la natura incontrollabile o inarrestabile di qualcosa. Indica che qualcosa cresce o si diffonde rapidamente e non può essere limitato o gestito facilmente.
Es:
L’entusiasmo del pubblico per il nuovo prodotto era incontenibile, e abbiamo dovuto aumentare la produzione per soddisfare la domanda.
Giovanni era incontenibile stasera, raccontava barzellette a ripetizione e faceva ridere tutti.
Adesso però devo contenermi per non annoiarvi. Facciamo un breve ripasso parlando delle cose inevitabili o ineluttabili della vita.
André: tutti noi lo sappiamo, un giorno andremo tutti nell’aldilà, è una situazione inevitabile! Anzi, meglio dire ineluttabile! Quindi carpe diem! facciamo tutto quello che ci piace, senzaremore! Sempre che mia moglie sia d’accordo…
Ulrike: Anche l’invecchiamento è ineluttabile. Ancorchéesistano chirurghi plastici molto bravi e creme diverse.
Oggi ci occupiamo di “poverote!” che rappresenta l’esclamazione di opposto significato.
Chiaramente esiste anche “povero me“. Parlo di me stesso quindi.
C’è però più di un legame tra le due esclamazioni, perché si tratta sempre di esclamazioni formate con un aggettivo e dove manca il verbo:
Povero me!
Beato te!
Questo è il motivo per cui si usano me e te e non io e tu. Non si può dire ad esempio “poveroio” come esclamazione.
Comunque, che significa “poverome“?
L’aggettivo povero è l’opposto di ricco, quindi indica una persona che ha pochi soldi per vivere.
Questo non c’entra nulla però con l’espressione “povero me”, che serve invece per commiserare sé stessi.
Commiserate significa esprimere compassione o simpatia per qualcuno che sta vivendo una situazione difficile o dolorosa. È un modo di mostrare empatia e solidarietà verso una persona che sta affrontando un momento difficile.
Ma quando una persona commisera sé stessa, è un po’ come dire:
Questa cosa che mi è accaduta mi porterà gravi conseguenze
Adesso come farò?
Cosa mi accadrà ora?
Se da una parte questa esclamazione può esprimere paura verso il futuro per una cosa negativa accaduta, dall’altra si può usare questa esclamazione anche per cose poco gravi, o anche in senso ironico, quando accade qualcosa, sempre giudicata più o meno negativamente, che non lascia ben sperare per il futuro.
Per esempio, se provo a parlare in italiano e il professore mi corregge continuamente per lo stesso errore, posso dire:
Povero me! Non riesco proprio a capire come si pronuncia questa parola.
Oppure se combino un guaio e penso che mio padre mi punirà non appenatornerà a casa, posso dire o pensare:
Povero me! Chissà cosa mi aspetta quando tornerà mio padre!
Oppure:
Povero me, arriverò a scuola anche oggi in ritardo e la professoressa si arrabbierà.
Spesso si usa, al posto di “povero me”, l’esclamazione ahimè. Stesso significato.
Quindi l’aggettivo *povero” non si fa fatica a capire che non è in questo caso indice di povertà, ma, come detto, di commiserazione.
Se l’esclamazione non è rivolta a sé stessi, può essere rivolta come ho detto prima, a te, oppure a noi, o voi o loro, oppure a specifiche persone:
Povero te se scoprirai che avrai perso la scommessa
Poveri noi se dovesse arrivare un’altra pandemia
Povero Andrea, non ci voleva questa brutta notizia che mi hai appena detto.
Poveri voi! Oggi vi aspetta una domenica tutto lavoro!
E adesso poveri voi se non mi fate un ripasso coi fiocchi!
Usate anche alcuni verbi professionali all’interno del ripasso.
Marcelo: Ho appena ricevuto una lettera di licenziamento dal mio lavoro. Non so cosa fare, è terribile essere liquidati così su due piedi. Povero me!
Anne Marie: Mi dispiace sentire questo, ma adesso dovresti adoperarti per cercare un nuovo lavoro.
Marcelo: si fa presto a dirlo! Adesso non riesco neanche ad accettare che mi abbiano licenziato. Ho sempre cercato di attenermi alle regole. Ahimè, cosa farò ora?
Rauno: Falla finitaadesso ok? Piuttosto, è importante constatare se effettivamente ci siano state circostanze particolari che giustifichino il licenziamento.
Peggy: Potresti farericorso contro il licenziamento se ritieni sia ingiusto.
Marcelo: Grazie per il vostro supporto. Siete dei veri amici! Scusate se mi sono un po’ auto-commiserato, ma che volete,mica si viene licenziati tutti i giorni!
La parola “propedeutico” non è molto usata dai non madrelingua, tuttavia, negli ambienti accademici o professionali, dove si utilizzano termini tecnici o specialistici, gli stranieri con una buona padronanza della lingua potrebbero essere in grado di comprenderla o di conoscerla.
Voglio iniziare con una battuta: Pensate ad un “corso propedeutico” come al primo capitolo di un libro emozionante; oppure un corso propedeutico è come l’antipasto di una cena favolosa: ti fa venire l’acquolina in bocca per il piatto principale del tuo percorso di apprendimento!
La parola “propedeutico” è un termine che viene utilizzato principalmente in campo educativo e accademico. Il suo significato varia leggermente a seconda del contesto, ma in generale si riferisce a qualcosa che è preparatorio o introduttivo a un determinato argomento o studio, con l’obiettivo di fornire le conoscenze di base necessarie per affrontare successivamente materie più avanzate.
Si parla spessissimo di corsi propedeutici. In ambito accademico, un corso propedeutico è un corso introduttivo che prepara gli studenti a comprendere e ad affrontare con successo corsi più avanzati nello stesso campo di studio. Ad esempio, un corso di matematica propedeutica potrebbe insegnare i fondamenti della matematica prima di passare a concetti più complessi.
Le conoscenze propedeutiche invece si riferiscono alle conoscenze di base o alla preparazione preliminare necessaria per affrontare con successo una materia o un’attività. Ad esempio, potresti dire che la comprensione della grammatica è propedeutica per imparare una nuova lingua.
In alcuni contesti, “propedeutico” può riferirsi a un esame o a un requisito che devi superare prima di poter accedere a un livello successivo o a una fase successiva di un programma di studio o di un processo. In tal senso ha senso parlare di un passaggio propedeutico. Non è detto però che siamo in ambito accademico.
es:
Un percorso formativo può rappresentare un passaggio propedeutico all’inserimento lavorativo
Un dipendente di un ufficio può registrare le sue conversazioni con il proprio datore di lavoro, nell’ufficio di quest’ultimo, se ciò è propedeutico all’esercizio dei propri diritti.
Anche in questo caso, parliamo di qualcosa (registrare le conversazioni) che serve a ottenere un risultato, qualcosa che può esser utile, non necessariamente obbligatorio, ma che può servire a conseguire uno specifico obiettivo, qualunque esso sia.
Si tratta di un termine chiaramente meno informale, ma vi consiglio di usarlo laddovene abbiate la possibilità.
Vediamo le differenze rispetto ad altri termini simili: in ambito accademico, “propedeutico” si differenzia da termini come “introduttivo” o “preparatorio” per l’enfasi sulla preparazione specifica e preliminare o introduttiva per affrontare argomenti più avanzati. È più specifico di “introduttivo” e spesso implica una connessione più diretta tra il corso o la preparazione iniziale e ciò che seguirà.
Deriva DA una parola greca che significa “istruisco“, e quel PROdavanti ci dice che parliamo di qualcosa che favorisce, che è a favore dell’istruzione, quindi che aiuta l’istruzione, cioè l’apprendimento. Comunque avete capito che si usa anche fuori dal campo accademico per indicare qualcosa che aiuta a raggiungere un risultato, una sorta di passaggio che ci porta al risultato finale. Questo qualcosa rappresenta quindi un’azione precedente, quindi avviene prima e non dopo.
Un atleta potrebbe sottoporsi a un periodo propedeutico di allenamento per migliorare la sua forma fisica generale prima di iniziare un allenamento specifico per una competizione.
Prima di adottare un nuovo software o dispositivo, potresti acquisire conoscenze propedeutiche sull’uso di base per evitare errori comuni.
Un tirocinante potrebbe svolgere un lavoro di base o compiti propedeutici in un’azienda come parte del suo processo di formazione prima di assumere responsabilità più complesse.
Prima di un viaggio in un paese straniero, potresti fare una ricerca propedeutica sulle usanze locali e la lingua per garantire un’esperienza più agevole.
Prima di immergerti in un romanzo complesso o un testo difficile, potresti fare una lettura propedeutica, cioè una lettura introduttiva o un riassunto, per comprendere meglio il contesto e i personaggi.
Credo sia abbastanza per oggi. Adesso un breve ripasso, che come avrete capito, è propedeutico e indispensabile al miglioramento nella lingua italiana.
Parliamo di occasioni mancate.
Ulrike: Oggi vuoi un ripasso sulle occasioni mancate? È giunto il momento della resa dei conti allora? Ma no, caro Gianni, mi vedo decisamente restiaverso un compito di questo tipo. Non ha senso rispolverareil passato per far venire a galla ciò che non si può più cambiare. E del resto, si sa, del senno di poi son piene le fosse.
Harmut: Giusto Ulrike! Se rivanghiamole occasioni mancate i ricordi negativi iniziano ad accavallarsi l’uno sull’altro e ci intristiamo solamente. Questo aiuterà nessuno. Dobbiamo guardare avanti, non indietro!
Oggi voglio parlarvi di ancorché, che si scrive con l’accento acuto sulla “e”.
“Ancorché” è una congiunzione che viene utilizzata per introdurre una concessione o un’opposizione tra due situazioni. Si usa quando si vuole indicare che una cosa accade nonostante un’altra cosa possa sembrare contraria. Ad esempio:
Ha deciso di andare in montagna, ancorché facesse freddo.
Somiglia molto a “anche se”, “sebbene”, “benché”, “nonostante” e “quantunque”.
Quali sono le differenze? Volete saperlo?
Anche se: “Anche se” ha una funzione simile a “ancorché” ed è molto più utilizzata
Esempio:
Andrò alla festa, anche se sono malato.
“Sebbene” è un altro termine che può essere utilizzato per introdurre una frase che esprime un’opposizione o una contraddizione rispetto a ciò che è stato detto nella frase principale.
Esempio:
Sebbene sia giovane, ha molta esperienza.
Non ci siamo mai occupati di “sebbene” finora, e devo dirvi che è leggermente meno informale rispetto a a “anche se” e la sua particolarità è che bisogna usare il congiuntivo, proprio come “benché“, di cui invece ci siamo occupati. Benché è abbastanza simile ma meno formale rispetto a ancorché.
Es:
Benché avessi molta paura, sono rimasto calmo.
Tutti questi termini possono essere utilizzati per indicare che una cosa accade o è vera, o che è accaduta nonostante possa sembrare contraria o in opposizione a qualcos’altro. La scelta tra di essi dipenderà spesso dallo stile o dalla preferenza personale, poiché hanno significati molto simili.
Giovanni continuò a lavorare, ancorché molto stanco
In questo esempio, “ancorché” indica che Giovanni stava lavorando nonostante fosse stanco, sebbene fosse stanco, benché stanco.
C’è sempre un contrasto tra due fatti.
Verrò alla riunione, ancorché abbia altri impegni.
Cioè:
Parteciperò alla riunione nonostante abbia altri impegni.
Verrò alla riunione, sebbene abbia altri impegni.
Verrò alla riunione, anche se ho altri impegni.
Verrò alla riunione, benchéabbia altri impegni.
Oppure:
Ha preso la decisione, ancorché difficile da accettare.
In questo caso, “ancorché” indica che la decisione è stata presa, anche se è difficile da accettare. È simile anche a “malgrado”. Anche “malgrado” vuole il congiuntivo. Ce ne faremo una ragione!
“Anche se” in questi casi vuole l’indicativo, ma quando introduce un’ipotesi, una possibilità, allora si usa il congiuntivo.
Es.
Anche se mangiassi di più, non ingrasserei
Capisco bene quindi il motivo per cui, nel caso di concessione e opposizione, i non madrelingua preferiscono usare “anche se”.
In tal senso, anche “quantunque” ha un uso analogo. Purtroppo bisogna ancora una volta usare il congiuntivo!
Una cosa interessante è che “quantunque” ha anche il senso di “per quanto“. Meno male che ci siamo già occupati di “perquanto“. Abbastanza formale anche “quantunque”.
Suonò il telefono e quantunque fosse molto tardi, risposi con un tono amichevole.
Notate bene che anche qui c’è un contrasto, una contrapposizione evidente.
Si può tranquillamente dire:
Suonò il telefono e per quanto fosse molto tardi, risposi con un tono amichevole.
“Ancorché” si preferisce usare in contesti più formali rispetto alle alternative di cui vi ho parlato. Parlo di documenti legali, discorsi ufficiali, articoli di giornale eccetera. In questi casi potrebbe essere preferibile utilizzare “ancorché“.
Inoltre se si desidera mettere in evidenza una concessione o una opposizione tra due fatti, “ancorché” potrebbe essere preferito. Ad esempio, se si vuole sottolineare che qualcosa è accaduto nonostante le circostanze fossero ostili, si potrebbe dire:
Ha vinto la partita, ancorché piovesse a dirotto.
Piuttosto che:
Ha vinto la partita, anche se pioveva a dirotto.
Ha vinto la partita, benché/sebbene/nonostante piovesse a dirotto.
Adesso anche se siete stanchi, facciamo un bel ripasso usando, oltre a cose già imparate, anche i termini “benché”, “sebbene”, “quantunque”, “anche se” e “nonostante”. Marcelo: Sapete, non riesco a perdere peso, benchésegua una dieta rigorosa.
Hartmut: Sebbene sia difficile, devi anche fare esercizio fisico regolarmente, facendo almeno 10000 passi ogni giorno. Inoltre, giù le mani da quei dolcetti di cui vai pazzo!
Mary: Va bene, ma quantunque sia importante la dieta e l’esercizio, anche se sei convinto e hai un buon inizio, devi avere dedizione e costanza per avere successo. Ricorda che solo chi la dura la vince!
Marcelo: Hai ragione, nonostante sia difficile, devo trovare i momenti propizie la motivazione al più alto per non mollare.
Avete appetito? Non posso fare nulla per voi in questo senso. In compenso posso spiegarvi l’aggettivo “appetibile“, che si utilizza per descrivere qualcosa di molto desiderato dalle persone, qualcosa di ambito.
Se una cosa è appetibile suscita desiderio o piacere, ma che tipo di piacere?
Beh, intanto si tratta di qualcosa che non è disponibile per tutti.Si tratta di qualcosa che attira l’attenzione di molte persone, qualcosa che stimola l’interesse di molte persone.
Queste persone generalmente si contendono qualcosa di appetibile, vorrebbero tutti averla per loro.
Tutte queste persone aspirano a averla ma non tutti possono averla.Ma perché l’aggettivo appetibile somiglia al termine appetito?
Si potrebbe dire che parliamo di qualcosa di così irresistibile che ti fa venire l’acquolina in bocca, ma senza dover mangiare effettivamente qualcosa!
Voglio partecipare a un concorso per dirigenti, ma è veramente difficile vincere perché è un posto di lavoro molto appetibile e avrò tanti concorrenti.
Non confondete appetibile con appetitoso.
Quel piatto di pasta fresca con salsa al tartufo sembra estremamente appetitoso
Appetitoso è un aggettivo specifico per il cibo ed è utilizzato per descrivere il sapore, l’aspetto o il profumo di un piatto che suscita l’appetito o il desiderio di mangiarlo.
Questa pizza ha un aspetto così appetitosoI profumo delle lasagne è davvero appetitoso.
Appetibile invece è un aggettivo utilizzato per descrivere qualcosa che è attraente, desiderabile o che suscita il desiderio o il piacere di averlo. Questo termine può essere applicato a una vasta gamma di cose, e generalmente non si tratta di cibo, ma oggetti, opportunità o esperienze.
La vista panoramica dalla terrazza è così mozzafiato da rendere l’appartamento particolarmente appetibile, considerando anche il basso prezzo.
Se qualcosa è appetibile, fa presagire vantaggi di ordine economico o morale.L’aggettivo più simile potrebbe essere allettante ma anche desiderabile, attraente e stuzzicante.
Bisogna proporre un’offerta appetibile ai nostri clienti.
Anche un uomo o una donna possono essere appetibili.Es:
Il signor Giovanni, nonostante l’età, era ancora appetibile, anche per via della sua educazione e galanteria.
Insomma l’aggettivo appetitoso stimola solo l’appetito, mentre appetibile stimola il desiderio di qualcosa per i potenziali vantaggi derivanti dall’ottenere questa cosa.Adesso però è arrivato il momento del ripasso.A voi cosa fa venire l’appetito e cosa ve lo fa passare?Marcelo: il profumo di alcuni cibi gustosi mi fa venire l’appetito, mentre la carne cruda me lo fa passare seduta stante. Ulrike: a me invece, se qualcuno mi dà sui nervi mi passa subito l’appetito, ma se l’ambiente è propizio e c’è un buon odore nell’aria, posso rifarmi subito!
Sofie: Spesso mi trovo a spiegare parole poco comuni, anche termini non comunemente utilizzati dagli italiani.
Questo è però importante per voi non madrelingua, non solo per comprendere come utilizzare una nuova parola, ma anche per evidenziare le differenze tra quella parola e altre simili, che talvolta possono avere significati o utilizzi diversi. In questo modo, posso aiutare a chiarire il significato e l’uso preciso delle parole, migliorando così la comprensione e l’arricchimento del vocabolario.
In questo episodio ci occupiamo del termine scevro. Mai sentito?
La parola “scevro” (al maschile) e “scevra” (al femminile) sono termini solitamente utilizzati soprattutto in un contesto letterario, poetico o politico per indicare qualcosa o qualcuno che è privo, esente o libero da qualcosa. Allora vediamo alcune differenze e qualche esempio di utilizzo:
Scevro da colpe
Significa che parliamo in maniera una persona senza colpa, che non ha colpa. “Scevro da colpa” è più formale e può essere utilizzato in contesti giuridici o legali. Ad esempio: “L’accusato è stato giudicato scevro da colpa”
Scevro da difetti
Anche in questo caso potremmo parlare di qualcosa o qualcuno che non ha difetti, che è senza difetti. Indica quindi l’assenza di difetti, ma “scevro da difetti” è un’espressione più raffinata. Ad esempio: “Il diamante era così puro da essere scevro da difetti visibili”.
Scevro da preoccupazioni
Avete capito che significa senza preoccupazioni, “Scevro da preoccupazioni” è un’espressione più poetica. Ad esempio: “Quel luogo era un rifugio scevro da preoccupazioni”.
In generale, “scevro” e “scevra” sono sinonimi di “senza” o “privi di” ma sono spesso utilizzati in contesti in cui si desidera conferire un tocco di eleganza o enfasi alla frase.
Questo compito non è scevro da errori.
Evidentemente ci sono errori in questo compito. È indubbiamente più formale in questo modo.
Molto comune è anche “scevro da condizionamenti”.
Es:
Il nostro sindacato è assolutamente scevro da qualsiasi condizionamento politico.
Parliamo di un sindacato dei lavoratori, che quindi deve tutelare i lavoratori senza avere condizionamenti, influenze politiche perché lavoratori vanno oltre difesi a prescindere dalla loro appartenenza politica.
Molto comune è anche “scevro da impegni”.
Significa libero da impegni, privo di impegni. Insomma: non ci sono impegni.
Es:
Adesso che sei scevro da impegni è responsabilità di qualunque tipo, potrai finalmente fare la vita che vuoi!
Parliamo di una persona che si è finalmente liberata da qualunque tipo di impegno e responsabilità.
I termini “libero” e “privo” non possono però sempre essere sostituiti da “scevro”. Ecco alcune situazioni in cui non è appropriato sostituire “libero” o “privo” con “scevro”:
Se parliamo di libertà personale, ad esempio, “Sono libero di fare le mie scelte” non può essere riscritto come “Sono scevro di fare le mie scelte” poiché “scevro” non esprime lo stesso concetto di libertà individuale.
“Privo” poi è utilizzato spesso per indicare la mancanza o la privazione di qualcosa. Ad esempio, “Sono privo di denaro” non può essere sostituito con “Sono scevro di denaro”.
Poi ci sono alcune frasi tipo “qualcosa privo di senso”. Non si può dire “scevro di senso”. Questa ultima frase è priva di senso.
In generale, “libero” e “privo” sono più versatili e utilizzati in una varietà di contesti, mentre “scevro” è più specifico e spesso utilizzato per conferire un tocco di eleganza o enfasi a un testo.. Comunque, se lo avete notato, solitamente quando usiamo “scevro” si tratta di cose di cui si fa volentieri a meno: rischi, errori, responsabilità, condizionamenti, difetti eccetera. Non sentirete mai che qualcosa è scevra da qualche qualità, ad esempio.
Avrete notato poi che con scevro si usa con la preposizione “da“. per indicare da quale cosa qualcosa è privo o esente. Ad esempio:
Scevro da colpa.
Scevra da preoccupazioni.
Scevro da difetti.
In realtà si può usare anche “di” anche se è meno frequente. Es:
Questa operazione al cuore è non scevra di rischi.
Il mio parere non è certamente scevro di pregiudizi, ma chi di voi non ha pregiudizi?
Questa Ultima frase, molto formale, riflette un pensiero di chi parla riguardo alla presenza di pregiudizi nella propria opinione, ma allo stesso tempo solleva un punto importante: tutti, in un certo senso, hanno pregiudizi, nessuno ne è completamente privo. Lui è consapevole di averne, ma crede che nessuno in fondo sia esente da pregiudizi.
Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti.
Marcelo: Buongiorno e buon fine settimana per tutto il cucuzzaro!
Questo è un giorno molto propizio per fare una bella passeggiata ed ascoltare le registrazioni di IS che faccio diconsueto. Parlando di sfumature e sinonimi di parole, io spesso midomando e dico: come usare la parola giusta su due piedi, senza pensarci? Come la vedete voi? Il tempo ci darà la risposta, vero?
Chissà se gli stranieri usano il termine propizio. Ne abbiamo già parlato, ma visto che lo avevo dimenticato, prendetelo come un ripasso. Quest’occasione potrebbe essere propizia per saperne qualcosa in più, no?
Ho notato tra l’altro che nei ripassi viene usato poco dai membri e allora vuol dire che non sono stato abbastanza esaustivo la prima volta. Magari è arrivato il momento giusto stavolta per usarlo.
Adesso che ci penso, propizio somiglia molto a “giusto“.
Per poter fare una spiegazione esauriente, cercherò di farvi capire le differenze rispetto a tutti i termini simili, soprattutto quelli che probabilmente usate molto di più rispetto a “propizio“.
Il termine “propizio” ha un significato vicino anche a favorevole, opportuno, adatto, conveniente, adeguato e idoneo.
È vicino anche a “perfetto”
La caratteristica principale dell’aggettivo propizio è che viene usato per indicare che le circostanze o le condizioni sono tali da facilitare il successo o il buon esito di qualcosa.
La cosa che più comunemente viene definito come propizio è un momento e un’occasione. Es:
Il momento è propizio
Questa è un’occasione propizia
Allora vediamo le differenze rispetto ai termini simili:
Propizio vs. Favorevole: “Propizio” e “favorevole” sono spesso usati in modo intercambiabile, ma “propizio” tende ad avere una sfumatura leggermente più positiva o auspicabile. Ad esempio, un momento “propizio” indica un momento particolarmente adatto o auspicabile per ottenere vantaggi, per raggiungere l’obiettivo, per ottenere un certo risultato, mentre un momento “favorevole” suggerisce solo che le condizioni sono buone ma potrebbero non essere eccezionali. Poi “favorevole” si usa anche per dire che si è d’accordo: sono favorevole, cioè sono d’accordo. Quindi favorevole è l’opposto di contrario. Propizio non si può usare in questo modo.
Propizio vs. Conveniente: “Propizio” si riferisce principalmente alle condizioni che favoriscono il successo di qualcosa, mentre “conveniente” si riferisce più comunemente a ciò che è comodo o adatto alle necessità personali. Tra l’altro conveniente è quasi sempre associato alla convenienza economica. Conveniente si usa in generale in molte più occasioni rispetto a propizio.
È conveniente fare così
È conveniente la soluzione A rispetto alla B.
Conviene (è conveniente) di più fare questa strada anziché quest’altra
Propizio vs. Opportuno:
“Propizio” e “opportuno” sono simili in quanto entrambi possono riferirsi a situazioni o momenti appropriati, giusti, adatti per fare qualcosa, ma “opportuno” è più ampio come utilizzo e spesso include aspetti di tempismo e convenienza.
Poi opportuno si riferisce spesso ai comportamenti e in questo senso è spesso legato a ciò che è moralmente o eticamente corretto. Opportuno è infatti l’opposto di inopportuno, simile a fuori luogo,di cui abbiamo già parlato.
Propizio vs Adeguato:
“Adeguato” ha un senso più vicino a adatto, qualcosa che va maggiormente incontro ad un bisogno. Si riferisce spesso a qualcosa di sufficiente per una necessità o qualcosa di appropriato, ma non implica necessariamente una situazione particolarmente favorevole come “propizio”.
“Propizio” dà l’idea del momento migliore per fare qualcosa e che occorre cogliere l’occasione al volo, perché un momento così potrebbe non ripetersi in futuro.
Propizio vs Giusto:
Giusto può indicare correttezza e non solo opportunità e favorevolezza di un momento o un’occasione. Fa spesso riferimento al concetto di giustizia che si contrappone all’ingiustizia. Propizio è molto più adatto per indicare le condizioni favorevoli o opportune, specie se poco frequenti o rare.
Propizio vs Adatto:
Spesso può andar bene anche parlare del momento adatto per fare qualcosa, ma è sicuramente meno forte.
Adatto è qualcosa di appropriato, idoneo o conforme alle esigenze, alle regole o agli standard richiesti. Quando due cose stanno bene insieme sono adatte l’una con l’altra.
Ad esempio:
Un abbigliamento formale è adatto per un’occasione importante come un matrimonio.
Gli scatti non sono adatti per le persone anziane. Meglio fare passeggiate.
Propizio vs idoneo:
Anche un momento può dirsi idoneo per fare qualcosa, con un senso vicino a propizio, ma idoneo in genere indica qualcosa o qualcuno che è adatto o ha le qualità necessarie per svolgere un compito specifico o per soddisfare un requisito.
Esempio:
Lui è idoneo per il ruolo di responsabile delle vendite grazie alla sua esperienza nel settore.
“Idoneo” riguarda principalmente la qualificazione o l’adeguatezza di una persona o di una cosa per uno scopo specifico. Tuttavia, in alcuni contesti, possono sovrapporsi i due termini.
Vediamo qualche esempio con “propizio” che spero vi chiarisca ancor più le idee. Tra l’altro vediamo come non solo un momento può essere definito in questo modo.
Le condizioni meteorologiche erano propizie per una giornata di picnic al parco.
Evidentemente il tempo era perfetto per fare un pic-nic.
Il momento più propizio per iniziare un nuovo progetto è quando hai tutte le risorse necessarie a disposizione.
Il buon andamento dell’economia ha creato un clima propizio per gli investimenti aziendali.
Quindi occorre approfittare del momento favorevole perché adesso l’economia va bene e possiamo approfittarne per investire.
La tranquillità e il silenzio della biblioteca sono propizi per la concentrazione nello studio.
Grazie alla tranquillità e al silenzio che ci sono in biblioteca si può studiare bene, senza distrazioni.
Ieri è piovuto e oggi c’è uno splendido sole. L’occasione è propizia per andare in cerca di funghi nel bosco.
Dunque si sono create le condizioni adatte per andare a funghi.
Oggi il vento è veramente propizio per andare in barca a vela
Questo vento quindi ha creato le condizioni ideali per fare un giro In barca a vela.
In tutti questi esempi, “propizio” indica che le circostanze o le condizioni sono favorevoli o opportune per un particolare risultato o attività.
Esiste anche “propiziatorio“.
L’aggettivo “propiziatorio” è derivato da “propizio” ed è utilizzato per descrivere qualcosa che è considerato capace di portare buona fortuna, di apportare favori o di contribuire a ottenere risultati positivi.
È quasi sempre usato in contesti religiosi o rituali per indicare oggetti, gesti o azioni che sono fatti con la speranza di assicurare un risultato positivo o di placare forze divine o spirituali.
Es:
Nell’antichità, il sacrificio di un animale era considerato un atto propiziatorio per ottenere un buon raccolto.
In questo caso, “propiziatorio” descrive il sacrificio dell’animale come un gesto che si spera possa portare una buona sorte o favorire il raccolto.
Spero giudichiate questo il momento opportuno per un bel ripasso. A proposito, il momento più propizio per costruirne uno è la mattina presto. Comunque de gustibus.
Ricordate il termine ruffiano? Ne abbiamo parlato in un episodio. Non vi ho detto però del verbo arruffianarsi.
Possiamo dire che il ruffiano si arruffiana con qualcuno.
Il verbo “arruffianarsi” ha un significato negativo ed è spesso usato per descrivere comportamenti o azioni disoneste o immorali. Significa cercare di ottenere il favore, l’attenzione o il sostegno di qualcuno in modo servile o sospetto, di solito con l’obiettivo di ottenere benefici personali o favori, spesso in maniera disonesta. Ricorderete sicuramente il concetto di tornaconto personale.
Ad esempio, se qualcuno si “arruffiana” un’altra persona, potrebbe cercare di lusingarla eccessivamente, mentire o ingannare per guadagnare la sua fiducia o supporto in modo manipolatorio.
Si può anche usare la preposizione “con”: arruffianarsi con qualcuno.
In generale, il termine “arruffianarsi” è associato a comportamenti non etici e negativi, e non è una forma appropriata di interazione o rapporto con gli altri.
Oggi con l’occasione vi parlo anche del verbo ingraziarsi e delle espressioni entrare o cadere nelle grazie di qualcuno.
Le espressioni “ingraziarsi qualcuno”, “cadere nelle grazie di qualcuno” e “entrare nelle grazie di qualcuno” sono modi di dire che indicano qualcosa di abbastanza simile ma meno negativo rispetto a arruffianarsi.
Stavolta si tratta di guadagnare o ottenere la favorevolezza, l’approvazione o la benevolenza di qualcuno. Non sempre però è detto che ci sia la volontà al fine di ottenere favori o manipolare questa persona. Non è detto che ci sia il famoso tornaconto personale.
Con Ingraziarsi qualcuno però è detto eccome!
Si tratta di una volontà, quindi si avvicina molto a arruffianarsi. Implica che una persona sta cercando attivamente di fare qualcosa o di comportarsi in un modo che piaccia o conquisti un’altra persona.
L’obiettivo è ottenere il favore o l’approvazione di quella persona attraverso gesti, azioni o comportamenti. In pratica chi cerca di ingraziarsi una persona può fare il ruffiano per riuscire nel suo scopo.
Quando l’atteggiamento diventa servile, si usano anche i termini leccapiedi e leccaculo, più informali e anche molto più dispregiativi. Meno dispregiativo risulta il termine lustrascarpe (il lustrascarpe è colui che lustra, cioè che pulisce le scarpe ad un’altra persona).
Lecchino è più o meno allo stesso livello. Si usa spesso in ambienti lavorativi.
Quindi in poche parole ingraziarsi sta per conquistare il favore o la benevolenza di qualcuno. Abbastanza simile anche al verbo accattivarsi, ma quest’ultimo è più innocente.
Il verbo “accattivarsi” ha un tono più leggero e meno negativo rispetto a “ingraziarsi”. “Accattivarsi” significa cercare di guadagnarsi il favore o la simpatia di qualcuno, ma solitamente implica comportamenti più innocenti o amichevoli.
Quando qualcuno si accattiva un’altra persona, potrebbe cercare di fare una buona impressione in modo genuino o di rendere piacevole l’interazione senza necessariamente avere motivazioni negative o disoneste.
Non badate alla somiglianza con la parola “cattivo“, perché vi porta fuori strada.
In altre parole, “accattivarsi” suggerisce un approccio più amichevole e meno manipolatorio rispetto a “ingraziarsi“, che invece potrebbe implicare tattiche più calcolate o disoneste per ottenere il favore di qualcuno.
Notate che spesso si usa anche aggraziarsi, con lo stesso senso di ingraziarsi. Può andar bene, ma generalmente aggraziarsi si utilizza nel senso di ingentilirsi, quindi acquisire una maggiore delicatezza, come una ballerina che acquista grazia, migliora la sua delicatezza nei movimenti, quindi potremmo dire che si è aggraziata. La sua grazia nei movimenti è migliorata.
Una ballerina poco aggraziata potrebbe sembrare meno sicura di sé nei movimenti e potrebbe avere difficoltà a eseguire passi complessi con grazia.
Una ballerina non aggraziata si muove in modo meno fluido, elegante e armonioso rispetto a una ballerina che è considerata aggraziata. Capite allora che la “grazia” ha più di un significato.
Ma allora cos’è la grazia in questo caso? È il singolare di grazie: la grazia, le grazie.
Non pensate al ringraziamento però. Le grazie sono qualcosa di diverso. Nel caso della ballerina si usa solo al singolare ed ha un senso diverso da quello che sta nel verbo ingraziarsi.
In questo contesto (ingraziarsi) “grazie” indica il favore o la buona disposizione che qualcuno può avere nei confronti di un’altra persona.
Nelle grazie di un’altra persona si entra, quindi INgraziarsi. Facile da ricordare no?
Passiamo a “Cadere nelle grazie di qualcuno“: significa che, in modo involontario o a causa di certe circostanze, una persona ha guadagnato la fiducia e l’approvazione di qualcun altro. Di solito, questa espressione suggerisce che la persona ha fatto qualcosa che ha reso l’altra persona felice o grata.
Entrare nelle grazie di qualcuno è simile a “cadere nelle grazie di qualcuno”. Si possono usare l’una al posto dell’altra senza problemi. Significa quindi guadagnare l’approvazione o la benevolenza di qualcuno attraverso azioni positive o comportamenti che sono graditi alla persona in questione.
Es:
Dopo aver aiutato il suo vicino anziano a riparare il tetto, è entrato nelle grazie di tutta la sua famiglia e lo invitano sempre a cena.
In questo caso, significa che la persona ha guadagnato il rispetto e l’apprezzamento della famiglia per il suo gesto di gentilezza.
Il nuovo dipendente è entrato nelle grazie del capo grazie al suo impegno e alla sua dedizione al lavoro. Adesso il capo ha occhi solo per lui!
Qui, indica che il nuovo dipendente ha ottenuto l’approvazione e il sostegno del capo per il suo comportamento professionale.
Giovanni ha cercato di ingraziarsi il professore regalandogli un libro alla fine del semestre.
In questo contesto, significa che Giovanni ha tentato di guadagnarsi il favore del professore con un gesto apparentemente gentile ma motivato dalla speranza di ottenere un voto migliore.
Il politico ha cercato di ingraziarsi gli elettori promettendo di risolvere i problemi locali.
Qui, indica che il politico ha cercato di guadagnarsi il sostegno degli elettori facendo promesse per ottenere il loro voto. Poi magari queste promesse non verranno mantenute!
Come potete vedere dagli esempi, “entrare nelle grazie” spesso suggerisce che qualcuno è stato ben visto o apprezzato per le sue azioni, mentre “ingraziarsi” può implicare un tentativo più calcolato di ottenere il favore di qualcuno, talvolta con motivazioni personali o nascoste.
Vediamo accattivarsi:
Durante l’intervista di lavoro, ha cercato di accattivarsi il selezionatore mostrando grande entusiasmo e conoscenza dell’azienda.
Il politico cercava di accattivarsi la simpatia dell’elettorato promettendo di migliorare i servizi pubblici e ridurre le tasse.
Per farsi notare dal professore, ha cercato di accattivarselo durante le lezioni, partecipando attivamente alle discussioni in classe.
Nel tentativo di accattivarsi il capo, ha lavorato diligentemente sul progetto e ha presentato risultati eccezionali.
Si possono accattivare sia le simpatie di una persona che la persona stessa. Si può dire in entrambi i modi e il senso non cambia.
Adesso, se volete entrare nelle mie grazie, preparate un bel ripasso.
Marcelo: io non ho mai cercato di arruffianarmi nessuno. Non è nel mio stile. Se sono entrato nelle grazie di molte persone è proprio grazie alla mia onestà intellettuale. Qualsiasi voce contraria è falsa, tendenziosa e priva di fondamento.
Danielle: men che meno io. Mai stata inclinealla falsità. Adesso però devo andare a cena fuori e mi devo mettere in ghingheri. Devo lasciarvi. Ho una cena col direttore e devo fare un’ottima impressione…
Dopo aver parlato della locuzione “in via di”, oggi proviamo a vedere cosa succede togliendo la preposizione “di”.
Il titolo di questo episodio recita “in via amichevole“, che è uno dei numerosi modi in cui si può usare “in via“.
“Via” in questi casi ha un senso simile a “modo” , “modalità” . Può indicare anche un tipo di approccio, che poi è sempre un modo di affrontare una situazione.
Ci possono essere diverse strategie, cioè si possono seguire diverse strade, diverse vie. Questo è il motivo per cui si usa la parola “via”.
Come frasi simili a “in via amichevole” potrei citare ad esempio:
In via eccezionale
In via cautelativa
In via sperimentale
In via preliminare
In via sussidiaria
In via confidenziale
Eccetera.
Se ad esempio dico che dobbiamo risolvere una questione in viaamichevole, allora voglio dire che questa questione, questo problema di cui parlo va risolto, ma va risolto senza troppe formalità. Dobbiamo seguire questa via, dobbiamo fare in questo modo.
Dire che si vuole risolvere una questione “in via amichevole” significa che si intende cercare una soluzione pacifica e collaborativa al problema, evitando conflitti o controversie maggiori. Si tratta di affrontare la situazione in modo conciliatorio e cordiale, senza dover ricorrere a vie legali o a misure più drastiche (esistono anche le vielegali, cioè quando si va in causa e occorrono gli avvocati).
Quindi con la locuzione “in via” vogliamo introdurre una modalità di fare qualcosa.
Vediamo “In via eccezionale”:
“In via eccezionale” indica che qualcosa sta accadendo o viene fatto in modo straordinario o fuori dall’ordinario.
Ad esempio, si può dire: “In via eccezionale, ti concedo un giorno libero dal lavoro a causa di questo problema che hai avuto”.
Vediamo se c’è qualcosa in comune.
In entrambi i casi: “in via amichevole” e “in via eccezionale”, si utilizza l’espressione “in via” per indicare il modo o l’approccio con cui qualcosa viene fatto.
“In via amichevole” significa risolvere qualcosa in modo collaborativo e pacifico, mentre “in via eccezionale” significa fare qualcosa in modo straordinario o fuori dall’ordinario. Entrambi gli utilizzi implicano un certo modo di affrontare la situazione o l’azione specifica.
Lo stesso si può dire per le altre frasi che ho citato all’inizio.
Le espressioni “in via cautelativa”, “in via sperimentale”, “in via preliminare”, “in via sussidiaria” e “in via confidenziale” seguono lo stesso schema di “in via amichevole” e “in via eccezionale”.
Tutte queste espressioni utilizzano “in via” per indicare il modo o l’approccio con cui qualcosa viene fatto o considerato.
Esempi:
In via cautelativa:
Abbiamo deciso di sospendere temporaneamente il prodotto in via cautelativa, in attesa dei risultati delle analisi di sicurezza.
“Cautelativo” implica un’azione precauzionale, “sperimentale”. Bisogna agire con cautela, perché non si sa mai.
In via sperimentale:
Stiamo testando un nuovo metodo di produzione in via sperimentale per valutare la sua efficienza e affidabilità.
“Sperimentale” indica un approccio basato sull’esperimento. Questo è l’approccio.
In via preliminare:
I risultati dell’esperimento condotto in via preliminare sono promettenti e meritano ulteriori ricerche per confermarli.
“Preliminare” si riferisce a qualcosa che viene fatto all’inizio, cioè preliminarmente, o come preparazione,
In via sussidiaria: (questa è più complicata):
La soluzione principale non ha dato i risultati previsti, quindi stiamo considerando l’opzione di intervenire in via sussidiaria per risolvere il problema.
“Sussidiario” implica un’azione secondaria o di supporto; qualcosa in più che si fa per aiutare a risolvere un problema.
Avrete notato che “in via“, in tutti questi esempi, si usa in contesti veramente poco informali.
Non è sempre così fortunatamente.
Ad esempio si usa spesso “In via confidenziale“, abbastanza simile a “in via amichevole”, che indica qualcosa viene trattato con segretezza o riservatezza.
Es:
Ti sto dicendo queste cose in via confidenziale, quindi ti prego di trattarle con la massima riservatezza.
Questa volta (come anche “in via amichevole”) si tratta di una frase che potete ascoltare o leggere anche in contesti informali.
Ci sono chiaramente diverse altre espressioni che seguono una logica simile all’uso di “in via” per indicare il modo o l’approccio con cui qualcosa viene fatto.
Ad esempio “in via definitiva“, “in via retroattiva”, “in via temporanea” , “in via ufficiale” ed altre ancora.
Per finire, avrete notato che possiamo usare, al posto di “in via amichevole”, l’avverbio amichevolmente.
Lo stesso vale per “in via confidenziale” che può essere sostituita da confidenzialmente.
Allo stesso modo “in via cautelativa” può diventare cautelativamente.
“In via preliminare” diventa così “preliminarmente” e via discorrendo.
In via eccezionale, cioèeccezionalmente, oggi evitiamo il ripasso, considerata la lunghezza dell’episodio che è andata abbondantemente i due minuti.
Non lo dite a nessuno però. Ve lo dico in via confidenziale…
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Si dice stare attento/attenta o essere attento/attenta?
Cioè si deve usare il verbo essere oppure il verbo stare?
Qual è la scelta migliore?
È presto detto.
Entrambe le modalità, “stare attento” e “essere attento”, sono corrette e a volte vengono usate in modo intercambiabile.
Tuttavia, c’è una leggera differenza di sfumatura tra le due.
“Stare attento” implica una maggiore enfasi sull’azione di prestare attenzione in un momento specifico o in una situazione particolare.
Ad esempio, “Devi stare attento quando attraversi la strada”
“Essere attento” invece tende a sottolineare uno stato di attenzione generale o una caratteristica della personalità di qualcuno.
Ad esempio, “Luca è una persona attenta ai dettagli.”
Pertanto, se vuoi dire a un amico che non si deve distrarre durante la guida, e che deve restare concentrato, molto meglio dire:
Stai attento quando guidi, mi raccomando!
E non:
Sii attento quando guidi!
Invece, se parli di Giovanni e vuoi dire che lui non si distrae mai alla guida, è preferibile dire:
Giovanni è sempre attento quando guida
Oppure
Giovanni è una persona molto attenta alla guida
Piuttosto che:
Giovanni sta sempre attento quando guida
Infatti stiamo parliamo di Giovanni e del fatto che lui è fatto cosi. È una sua caratteristica quella di essere sempre concentrato quando guida. Usare “stare” non è scorretto, ma meno adatto.
Bene, stavolta sono statoattento a rispettare la durata dei due minuti! Stavolta secondo voi quale verbo ho usato?
Adesso un piccolo ripasso. Stateattenti alla pronuncia. Vi propongo di registrare uno scioglilingua. Scegliete voi quale.
Marcelo: Sul tagliere gli agli taglia. Non tagliare la tovaglia.
La tovaglia non è aglio,
e tagliarla è un grave sbaglio.
Mariana: bravo Marcelo, della seriechi taglia la tovaglia è uno scemo!
Paul: Apelle figlio di Apollo fece una palla di pelle di pollo.
Ulrike: ma a che pro fare una palla di pelle di pollo? Non mi pare una domanda peregrina!
Estelle: a proposito: la pera sul purè pare peregrina, però pure il purè con le pere peregrino pare.
Karin: bisogna ripeterlo fino a quando non sbagliamo più vero? Stiamo freschi!
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Oggi voglio spiegarvi l’espressione “non sentire ragioni”. È interessante perché in questa espressione il termine “ragioni” non sta esattamente per motivi, motivazioni, come si usa solitamente, quanto piuttosto per opinioni, pareri, argomentazioni, spiegazioni.
“Non sentire/ascoltare ragioni” è un’espressione che significa essere irragionevoli o testardi, rifiutandosi di ascoltare o considerare argomenti o spiegazioni razionali da parte di altre persone.
Quando una persona non sente ragioni, allora è inutile continuare a insistere e cercare di convincerla della vostra idea. È come se questa persona fosse sorda.
In effetti si può usare anche l’espressione “essere/sembrare sordi a“, tipo :
Sembri essere sordo alle nostre richieste.
Cioè:
Sembri non voler sentire ragioni
Magari si sta cercando di spiegare qualcosa, di far ragionare una persona, o di convincerla a fare qualcosa. Ma non c’è niente da fare. Non vuole sentire ragioni. Questa persona si comporta in modo irragionevole oppure si è intestardita e non vuole muoversi dalla sua posizione, nel senso che non si riesce a farle cambiare idea.
Ecco qualche esempio di come può essere utilizzata questa espressione in contesti diversi:
Mio fratello non sente ragioni quando si tratta di politica. Rimane sempre legato alle sue idee.
Abbiamo cercato di farlo ragionare sulla questione, ma non ha sentito ragioni.
Durante la discussione, lei non sentiva ragioni e continuava a ripetere le stesse affermazioni.
So già che quando discuteremo del progetto, lui non vorrà sentire ragioni e vorrà fare tutto a modo suo come al solito.
Se tu per una volta provassi a sentire le nostre ragioni, sarebbe più facile trovare un accordo valido per entrambi.
Per favore, se provano a convincerti, tu non sentire ragioni. Sii inflessibile.
Durante la riunione, le sue argomentazioni sono state ignorate perché nessuno voleva sentire ragioni e cambiare il progetto in questa fase finale.
L’espressione è sempre con la negazione: io non sento ragioni, tu non senti ragioni, eccetera.
Se non usiamo la negazione le cose cambiano. Possiamo ancora usare il termine ragioni (solitamente si usa il plurale) nel senso di argomentazioni, opinioni, spiegazioni e anche il verbo sentire (ma anche ascoltare in questo caso), ma poi senza la negazione dobbiamo anche specificare di quali ragioni parliamo.
Es:
Io sento sempre le ragioni di tutti.
Le nostre ragioni saranno ascoltate finalmente.
Resta dunque il senso del termine “ragione” inteso come dimostrazione, prova o argomento, di cui ci si vale in un ragionamento per convincere o difendersi.
Es:
lascia che Maria dica le sue ragioni e ti convincerai
prima di giudicare, ascolta le mie ragioni.
Non possiamo dire invece, ad esempio:
Tu senti sempre ragioni
Invece si può dire:
Tu non senti mai ragioni
Tu non vuoi mai sentire ragioni
Con la negazione stiamo parlando di ottusità, testardaggine, caparbietà, e l’espressione possiamo conservarla così com’è, senza specificare. Ma posso anche farlo, volendo.
Es:
Non voglio sentire ragioni da parte di nessuno
Come forma di ripasso, vi propongo di parlarmi di un’occasione in cui voi (o qualcun altro) non avete voluto sentire ragioni.
Ripasso a cura di Marcelo (Argentina)
Edita: al lavoro come dirigente mi è successo alcune volte di trovarmi di fronte persone testarde. Ricordo specialmente una volta, che vi racconto:
Hartmut: Ci incontravamo per decidere su un nuovo programma commerciale, e a un certo punto della riunione, uno dei partecipanti, propose con occhiscintillanti, lo sviluppo di una divisione dedicata alle vendite online.
Ulrike: Traspariva un’allegria contagiosa, rafforzata da un viso radiante.
Irina: A questo punto è sorto il commento del solito bastiancontrario, che con superbia augurò un fallimento, supportato da uno sguardo sprezzante ma a essere sinceri senza alcun fondamento.
Paul: Senza sbuffare né contrarre i muscoli del mio viso, ma con uno sguardo affettato, gli dissi: ma, dai, continuiamo ad ascoltare rilassati e con molta attenzione, caldeggiando così la proposta con evidente complicità.
Jennifer: A quel punto, il mio sguardo ed attenzione si sono rivolti verso chi aveva fatto la proposta, e ricordai una frase che disse, che mi lasciò assorta nei miei pensieri: “il più grande piacere di una persona intelligente è quello di sembrare un idiota di fronte a un idiota che crede di essere intelligente”.
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Infatti un’esclamazione che si usa di frequente in caso di reazione, quando è esagerata, è “apriticielo“.
Sembra un invito al cielo affinché si apra. Ma perché deve aprirsi il cielo? Soprattutto che significa quando il cielo si apre.
È chiaramente un’immagine, come se il cielo dovesse aprirsi per riuscire a contenere qualcosa che è accaduto o che deve ancora accadere, tanto questa reazione è esagerata e talmente gravi sono, o potrebbero essere, le conseguenze.
Il contesto è quasi sempre ironico comunque.
Es:
Cosa? Non hai ancora fatto neanche un esame all’università in due anni? Se tua madre lo sapesse, apriti cielo!
Vi lascio immaginare la reazione della madre di questo studente!
Non appena il ragazzo ha provato a reagire agli insulti che aveva ricevuto, apriti cielo! Lo hanno gonfiato di botte, poveraccio!
Si può usare sia per cose già accadute che per eventi futuri o ipotetici. E’ soprattutto un modo per enfatizzare questa reazione, reale o immaginaria che sia.
Ci sono diverse espressioni o esclamazioni che hanno lo stesso utilizzo, tipo: “non puoi capire“, “non puoi immaginare” oppure “non ti dico cosa è successo (o cosa potrebbe succedere)“, o anche “non oso immaginare cosa potrebbe accedere“.
Si parla spesso di una reazione definita una “sfuriata“, (esiste anche il verbo “sfuriare” e il sostantivo “furia“) cioè una reazione violenta. Una “sfuriata” è un termine che si riferisce a un accesso di rabbia, ira o frustrazione improvviso e intenso. È un momento in cui una persona può perdere il controllo delle proprie emozioni e reagire in modo emotivo e impulsivo. Durante una sfuriata, la persona potrebbe urlare, gridare, scagliare oggetti o agire in modo aggressivo verbalmente o fisicamente. Le sfuriate possono essere scatenate da situazioni stressanti, conflitti, delusioni o altri fattori che innescano una forte reazione emotiva.
Allora, soprattutto quando si annuncia o si immagina una sfuriata da parte di una persona possiamo usare questa espressione:
Quando domani dirò a mia moglie che voglio licenziarmi, apriti cielo! Chissà come reagirà!
Probabilmente si ha paura di una sfuriata da parte sua. E voi avete mai assistito ad una sfuriata? O comunque ci sono delle forti reazioni a cui avete assistito nella vostra vita?
Estelle: Una domenica ero al lavoro nella mia farmacia, che, per la cronaca, era piena di gente, quando un uomo è spuntato all’ingresso gridando che c’era una macchina parcheggiata sul bordo del suo giardino. Non vi dico lo stupore dei clienti che hanno visto quest’uomo scagliarsicontro quel poveraccio che aveva lasciato la sua auto nel posto sbagliato. Tutti avevano gli occhi sbarrati di fronte a cotantaaggressività. Il proprietario della macchina era mortificatoper l’imbarazzo, ma questo non ha sortito alcun effetto.
Marcelo: Mi ricordo di una volta in cui siamo stati invitati a fare una cosa apparentemente strampalata: spezzare un pezzo di legno in due parti con la sola forza della mano. E invece: detto fatto. Non potete immaginare la mia faccia! Nella vita bisogna sempre farsi coraggio!
Carmen: Una volta ho datomanfortead un’amica che ha un posto glamping qui in Abruzzo, portando la colazione a una coppia che aveva passato la serata in una yurta nel mezzo di un campo. Siccome c’era un bel vento, ho chiuso la porta e l’hopersinoimbullonata da fuori. Immaginatevi la mia sorpresa e vergogna quando sono arrivati due carabinieri per far uscire i prigionieri dalla yurta.Da alloracontrollo sempreseil mio telefonino è in modalità silenziosa!
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Che ne dite se oggi parliamo di emozioni? Le emozioni difficilmente si riescono a nascondere. Per questo motivo allora ci occupiamo dei segnali del corpo, specie quelli del viso, che ci mostrano un’emozione.
Si dice in questi casi che un’emozione traspare da un’espressione. Non a caso le cose trasparenti, quando si tratta di oggetti, lasciano vedere cosa c’è dietro.
Quando si dice che un’emozione traspare da un’espressione, si intende che l’emozione o il sentimento che una persona sta provando diventa visibile o evidente attraverso il suo volto, i gesti o il linguaggio del corpo.
Le espressioni facciali, come il sorriso, la frontecorrugata, gli occhi lucidi o la bocca socchiusa, possono rivelare agli altri ciò che una persona sta provando internamente.
Questo è il modo in cui le persone comunicano i loro stati emotivi agli altri senza bisogno di parole.
Naturalmente ci vorrebbe una vita per parlarvi di tutte le possibili espressioni del viso. Ne vediamo alcune interessanti.
Partiamo dalla fronte corrugata. La fronte sta sopra i vostri occhi.
Una fronte corrugata si presenta con pieghe o rughe verticali sulla zona sopra le sopracciglia. Queste rughe si formano quando le sopracciglia si avvicinano a causa di emozioni come preoccupazione, irritazione o concentrazione intensa.
Se invece qualcuno ha un sorriso radiante o raggiante o radioso sul volto, questa espressione può far trasparire gioia, felicità o entusiasmo.
Allo stesso modo, una persona con gli occhi lucidi potrebbe mostrare tristezza o emozione. Quindi dalla sua espressione traspare tristezza o emozione.
Vi ho appena detto del sorriso radiante o radioso o raggiante
Si tratta di un sorriso luminoso e felice che illumina il viso di qualcuno. Radiante perché irradia gioia, irradia felicità, irradia una forte emozione positiva.
“Irradiare” significa emettere o diffondere qualcosa, come luce (il sole ci irradia di luce), calore, energia o emozioni, in modo che si estenda o si propaghi in tutte le direzioni da una fonte. È spesso usato in senso figurato per descrivere come una persona possa trasmettere o manifestare intensamente una certa qualità, emozione o energia.
Passiamo allo sguardo “assorto”: è uno sguardo profondo e concentrato, spesso indicativo di profonda riflessione.
Parliamo di una persona talmente immersa nei suoi pensieri, che forse sta immaginado qualcosa, sta riflettendo su qualcosa tanto da essere o parere indifferente al mondo circostante.
“Essere assorto nei propri pensieri” si usa spesso ed è lo sguardo che più spesso si associa a questo aggettivo.
Il termine “assorto” deriva dal verbo latino “absorbere“, che significa “assorbire“. Qualcuno è profondamente concentrato o immerso in un pensiero, un’attività o una situazione. Quando una persona è assorta, è così immersa nei suoi pensieri da sembrare quasi “assorbita” da essi, come se il mondo circostante fosse meno rilevante in quel momento.
Passiamo alle sopracciglia. Lo sguardo può essere anche accigliato. “Accigliato” è un aggettivo utilizzato per descrivere l’espressione del volto di una persona quando le sopracciglia sono aggrottate o piegate verso il basso, tipicamente a causa di preoccupazione, confusione, irritazione o disapprovazione. Questa espressione può suggerire che qualcuno è profondamente concentrato su qualcosa di negativo o sta esprimendo una reazione emotiva come il malcontento o la contrarietà. Quando le sopracciglia sono aggrottate e lo sguardo accigliato, avidentemente la fronte è corrugata.
In sostanza, “accigliato” si riferisce a un aspetto facciale contratto e serio a causa di un’emozione o di una reazione negativa.
Lo so, state pensando a arrabbiato o addirittura a incazzato, ma se una persona è accigliata lo esprime fondamentalmente con la posizione delle sopracciglia, non dalle parole che dice o dalla bocca che mostra i denti. Una persona accigliata se ne sta solitamente in silenzio.
Vediamo adesso lo sbuffo dirabbia: Un’espressione di rabbia manifestata da un respiro pesante e un’espressione contratta.
Uno “sbuffo” è un termine che indica in generale un’espirazione (l’aria che esce dalla bocca) breve, energica e spesso rumorosa dell’aria attraverso il naso o la bocca, spesso, appunto, in segno di rabbia, frustrazione, disgusto o irritazione. È un gesto che può manifestare il disappunto o la sfiducia di una persona verso una situazione o un comportamento.
Ad esempio, se qualcuno emette uno sbuffo dopo aver sentito una notizia deludente, potrebbe indicare che è infastidito o insoddisfatto di quella situazione. Uno sbuffo può essere accompagnato da un’espressione facciale come un’occhiatasprezzante o un sorriso beffardo, a seconda del contesto emotivo.
Un’occhiata sprezzante è uno sguardo di disprezzo o superiorità che può essere espresso attraverso l’espressione del viso e il linguaggio del corpo.
Infatti gli occhi, durante un’occhiata sprezzante, potrebbero avere uno sguardo freddo e penetrante. Le sopracciglia potrebbero essere leggermente aggrottate o sollevate in modo sfuggente, mentre lo sguardo potrebbe essere diretto dall’alto verso il basso, come se la persona stesse guardando qualcosa di insignificante o non degno di attenzione. Potrebbe esserci una leggera curvatura delle labbra che suggerisce una sfumatura di superiorità o disapprovazione
Gli occhi invece, in altre occasioni, possono essere scintillanti: occhi che brillano di gioia o emozione. Spesso sono associati al sorriso radioso.
Gli “occhi scintillanti” sono un’espressione utilizzata per descrivere gli occhi di una persona che brillano o splendono con emozione, gioia, entusiasmo o interesse. Questa espressione suggerisce che la persona è animata da un’intensa felicità, emozione positiva o interesse particolare, che si riflette nella luminosità dei suoi occhi.
Gli occhi scintillanti possono essere osservati quando qualcuno è coinvolto in una conversazione appassionante, quando sta sorridendo o ridendo sinceramente, oppure quando sta vivendo un momento di felicità o soddisfazione. In sostanza, questa descrizione cattura l’idea di occhi luminosi e vivaci che riflettono l’emozione e l’energia positiva della persona.
A proposito di occhi. Lo sguardo può essere sospettoso: uno sguardo pieno di sospetto o sfiducia.
Lo “sguardo sospettoso” è un’espressione del viso che suggerisce diffidenza, dubbio o sfiducia. Le caratteristiche tipiche di uno sguardo sospettoso possono includere le cosiddette sopracciglia aggrottate, quando sono leggermente abbassate, creando rughe verticali sulla fronte. Gli occhi sono socchiusi, cioè semichiusi, come quando si cerca di vedere meglio un oggetto e si chiudono leggermente gli occhi.
In generale, parlando di una espressionie essa può essere ad esempio “distante“: Un’espressione che suggerisce che la mente è altrove e non concentrata sulla situazione attuale.
Torniamo agli occhi. Esistono anche gli occhi sbarrati: si tratta di occhi apertissimi, spalancati per la sorpresa o per lo shock. Esiste anche il verbo strabuzzare, molto adatto per rappresentare una sorpresa. Solamente gli occhi possono essere strabuzzati.
Gli occhi sbarrati possono essere accompagnati da una bocca aperta o un’espressione di stupore, contribuendo a rendere evidente la forte reazione emotiva.
Tutt’altra cosa è lo sguardofreddo: Uno sguardo privo di emozione o calore. Non traspare alcuna emozione.
Passiamo al sorriso, ma lo sto stesso si potrebbe dire dello sguardo.
Può essere ad esempio ammaliante, e allora ammalia. È un sorriso sexi, particolarmente affascinante, accattivante o seducente. È un’espressione del viso che trasmette un’aura di attrattiva e fascino.
Il sorriso però può essere anche affettato: Un sorriso finto o insincero. È un sorriso privo di naturalezza e spontaneità, direi artificioso.
Torniamo allo sguardo: si dice implorante quando sembra chiedere pietà o aiuto.
Implorare è simile a pregare, e quando si implora qualcuno ci si può mettere in ginocchio. Ma agli occhi imploranti questo non si può chiedere.
Vediamo adesso cos’è un’espressione contrita: Un’espressione di rimorso o pentimento. Traspare del penstimento per una colpa. Traspare mortificazione.
L’aggettivo “mortificato” si associa generalmente a un’espressione del viso che indica vergogna, imbarazzo o umiliazione. Le parti del viso che potrebbero essere coinvolte in un’espressione mortificata sono principalmente le guance che possono arrossirsi o diventare rosate a causa dell’imbarazzo o della vergogna.
Le sopracciglia potrebbero aggrottarsi o abbassarsi, indicando disagio.
Gli occhi possono abbassarsi o evitare lo sguardo, manifestando il desiderio di nascondersi.
Il viso può apparire contratto o teso, riflettendo l’emozione di mortificazione.
A proposito. “Contratto” è un aggettivo interessante.
In genere si associa al viso. Significa teso, il che segnala nervosismo. Quindi traspare nervosismo.
Qualsiasi gruppo muscolare in realtà può essere definito “contratto” se è teso o compresso è quindi che si restringe a causa di attività fisica o tensione.
C’è anche l’espressione teso come una corda di violino. Stesso significato: nervosismo e viso contratto.
Cambiamo espressione.
Lo sguardo si dice scrutatore quando è attento e analitico.
È un’espressione del viso che indica un’osservazione attenta e dettagliata di qualcosa o qualcuno. È un tipo di sguardo concentrato che potrebbe suggerire un desiderio di comprendere a fondo ciò che si sta osservando. Questa espressione può essere utilizzata per descrivere una persona che sta cercando di raccogliere informazioni.
Uno sguardo scrutatore può mettere in imbarazzo.
Si cerca di indagare o valutare una situazione.
Caratteristiche tipiche dello sguardo scrutatore possono includere sopracciglia leggermente sollevate, indicando interesse e attenzione.
Gli occhi potrebbero essere fissi sull’oggetto o la persona, come se stessero cercando di penetrare oltre l’apparenza superficiale.
Il viso appare serio o concentrato, riflettendo la dedizione alla valutazione dettagliata.
La persona potrebbe inclinarsi leggermente in avanti o avvicinarsi all’oggetto dell’osservazione, per ottenere una visione migliore.
Lo sguardo scrutatore può essere usato per descrivere un personaggio che sta cercando di risolvere un enigma, studiare qualcosa con attenzione o cercare di scoprire qualcosa che non è immediatamente ovvio.
Passiamo al sorriso malizioso: Un sorriso che rivela astuzia o intenzioni nascoste. Traspare malizia.
È un’espressione del viso che suggerisce astuzia, scherno o segreti nascosti. Questo tipo di sorriso può avere un tocco di mistero o complicità, spingendo chi lo osserva a interrogarsi su cosa potrebbe nascondere o su quale potrebbe essere l’intenzione di chi lo sta mostrando.
È un sorriso che può essere leggermente curvo: Un sorriso che non è completamente aperto, ma piuttosto curvato o inclinato leggermente da un lato.
Fonte: Flickr.com
Il sorriso malizioso spesso coinvolge solo metà del viso, come se ci fosse qualcosa che non si sta rivelando completamente.
Gli occhi possono sembrare scintillanti o brillanti.
Il sorriso potrebbe trasmettere un senso di “so qualcosa che tu non sai”. Possiamo chiamarla un’espressione di complicità.
Infatti può essere usato per creare un’atmosfera intrigante o per suggerire che c’è qualcosa di più, dietro l’apparenza.
A proposito. Lo sguardo è la cosa che più spesso viene definita complice.
La “complicità” è un sentimento di condivisione, connessione o intesa tra due o più persone, spesso basato su un’esperienza, un segreto o un interesse comune. Si tratta di un legame emotivo che suggerisce che le persone coinvolte si comprendono a un livello più profondo e hanno una sorta di “accordo silenzioso” tra di loro.
La complicità si manifesta ad esempio con una gestualità particolare: gesti leggeri, come un cenno del capo o un sorriso rapido, possono indicare un’approvazione silenziosa o un accordo tra persone complici. Un sorriso malizioso potrebbe suggerire che le persone condividono un segreto o un’intesa speciale su qualcosa. Uno sguardo che dura più a lungo del solito può indicare un senso di complicità e un’intesa non detta.
Passiamo agli occhilucidi di cui abbiamo fatto un accenno prima: stiamo descrivendo gli occhi di una persona che stanno iniziando a riempirsi di lacrime o appaiono umidi a causa delle emozioni. Questo termine viene spesso utilizzato quando qualcuno sta provando sentimenti di tristezza, commozione, felicità intensa o qualsiasi altra emozione che può portare alle lacrime.
È interessante anche parlare degli occhi incavati: Occhi profondamente affossati, spesso indicativi di stanchezza.
Lo sguardo sfuggente invece è uno sguardo evasivo o timido. Traspare il desiderio di non lasciar trasparire emozioni. Si vogliono nascondere le emozioni.
Passiamo all’espressione costernata: Un’espressione di shock o sconcerto. Quando qualcuno è sconcertato invece potrebbe sentirsi momentaneamente disorientato o incapace di comprendere appieno ciò che sta accadendo.
È uno sguardo di incredulità o meraviglia.
Lo sguardo sbigottito è spesso associato a momenti di incredulità, shock o meraviglia di fronte a qualcosa di straordinario o inaspettato. È un’espressione che riflette la reazione immediata di chi è colto alla sprovvista da qualcosa di sorprendente.
L’espressione “costernata” e lo sguardo “sbigottito” sono entrambe espressioni facciali che indicano uno stato di sorpresa o stupore intenso. Hanno in comune alcune caratteristiche, ma possono variare leggermente nell’intensità e nel significato emotivo. Spesso la costernazione è associata a un senso di dispiacere o angoscia. Lo sbigottimento invece non ha un legame particolare con il fispiacere.
Possono esserci occhi spalancati per lo stupore, sopracciglia sollevate che suggeriscono sorpresa o incredulità e la bocca può essere aperta o leggermente socchiusa a causa della reazione emotiva.
Come possiamo usare questi termini?
Ripetete dopo di me così sarete più preparati ad usarli coi vostri amici:
Cos’è quella fronte corrugata? Sei preoccupato per l’esame?
Hai un sorriso radioso oggi! Dai, dimmi la bella notizia!
Maria aveva gli occhi lucidi prima. Deve aver pianto per Giovanni.
Hai uno sguardo molto assorto. Stai pensando a Paola vero?
Mario l’ho visto parecchio accigliato. Anche oggi si è alzato col piede sbagliato.
La Roma mi sa che ha perso la partita. Ho sentito uno sbuffo di rabbia venire dal salone.
Perché mi guardi con quello sguardo sprezzante. Che ti ho fatto?
Appena gli ho dato il regalo di natale, aveva gli occhi scintillanti dalla felicità .
Non fare quello sguardo sospettoso. Vado solamente a comprare le sigarette.
Oggi hai l’espressione distante. C’è qualcosa che ti preoccupa?
Perché strabuzzi gli occhi? Solo perché ti ho detto che sono incinta?
Lei mi ha guardato con uno sguardo molto ammaliante e io volevo baciarla.
Non mi piace Paola. Sta sempre con quello sguardo affettato!
L’ho perdonato. Me l’ha chiesto con uno sguardo implorante. Sembrava sincero.
Non l’ha fatto apposta, scusalo. Non vedi che sguardo mortificato che ha?
Dai, rilassati, non posso vederti con questo viso contratto.
Quello sguardo scrutatore sul tuo viso non mi piace. Credi che ti nasconda qualcosa?
Le sue battute a sfondo sessuale erano sempre accompagnate da un sorriso malizioso.
La cosa che più mi piace di quella coppia è la loro complicità. Sorridono e si guardano continuamente.
Non riesco a capire cos’ha Giovanni. Quello sguardo sfuggente potrebbe derivare dalla sua timidezza. Oppure mi nasconde qualcosa.
Perché ho questo sguardo sbigottito? Cos’hai fatto ai capelli? Sono viola!
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Trascrizione
Voglio continuare a parlarvi di reputazione. Se è vero, come è vero, che oggi dipendiamo sempre di più dall’approvazione di chi ci circonda, ne vale la pena.
Nell’ultimo episodio infatti, pur non avendo parlato esplicitamente di reputazione, abbiamo visto i due verbi stigmatizzare e biasimare e vi ho spiegato che le stimmate, in senso figurato, sono una sorta di etichetta.
L’etichetta è, simbolicamente, qualcosa che identifica, serve a dare un’idea.
Entrambi i verbi sono legati all’idea di giudicare o categorizzare qualcosa o qualcuno in modo negativo, e quindi sono collegati all’uso di etichette.
Se questa etichetta la attacchiamo su una persona (sempre simbolicamente), come se fosse un abito per indicarne il prezzo e il materiale di cui è fatto, stiamo infatti giudicando questa persona.
Col tempo, se questa etichetta ha funzionato, possiamo dire che questa persona si è fatta una nomea.
Farsi una nomea significa farsi una reputazione negativa. Se ne è parlato anche nella lezione n. 17 di Italiano Professionale. In quell’occasione abbiamo visto insieme il concetto di reputazione nel mondo del lavoro.
La reputazione, in generale, può essere sia positiva che negativa. La nomea però esprime quasi sempre un’etichetta negativa e si usa maggiormente al di fuori del lavoro.
Se in passato ci si fa una nomea per qualche motivo, non è mai qualcosa che ci giova, che ci procura in vantaggio, perché evidentemente si è stati protagonisti di qualche vicenda che ci fa ricordare in un certo modo.
Spesso quando una persona si fa una nomea, c’è poi più di un episodio negativo che la riguarda. Questi episodi negativi sono simili, dello stesso tipo.
Come dicevo esiste sia la cattiva nomea che, più raramente, la buona nomea, e questo solitamente riguarda le persone. Ma può riguardare anche altro.
Es:
Questo ristorante ha una buona nomea.
Conosco un ragazzo che godeva di una buona nomea tra le ragazze per le sue qualità e tutte lo volevano sposare.
Ci sono alcuni quartieri di Roma che sono poco visitati dai turisti perché risentono di una cattiva nomea.
In giro si dice che sei una persona poco affidabile. spiegami un po’ come hai fatto a farti questa cattiva nomea!
Fortunatamente abbiamo questa nomea di essere gentilissimi con i clienti.
La nomea è quindi semplicemente una versione più informale di “reputazione” e si usa prevalentemente in senso negativo: generalmente una cattiva reputazione; una reputazione comunque legata a una specifica caratteristica. In genere si puntualizza il tipo di nomea, se non è scontata.
Si usa “farsi una nomea” come ad indicare che una persona che ha una nomea, se l’è fatta da sola, quindi è colpa sua, perché ha fatto qualcosa di sbagliato in passato.
Anche i verbi godere, acquistare e circondare si usa spesso:
Godere di una buona nomea
Godere di una cattiva nomea
Hai acquistato la nomea di incompetente a forza di fare lavori superficiali.
Lo squalo, per colpa di qualche film, è circondato da una cattiva nomea.
Una volta fatta una nomea, non è affatto facile far cambiare idea alle persone. Questo vale sia quando questa cattiva reputazione riguarda le persone sia quando riguarda un prodotto o un’azienda. Le recensioni negative di un ristorante poco pulito, ad esempio, contribuiscono ad esempio a creare una nomea negativa impossibile da cancellare.
Anche “farsi un nome” si utilizza, ma in questo caso la reputazione è prevalentemente positiva.
Es:
Ti sei fatto un nome in ospedale, caro dottore, ed adesso sfruttalo e apri uno studio privato, cosa aspetti?
Altri possibili sinonimi di nomea, sono fama, rinomanza, notorietà, termini meno informali. Fama è usato in senso positivo e negativo, mentre rinomanza è più adatto a evidenziare delle qualità. Lo stesso vale per notorietà.
Ubaldo ha la fama di essere una persona pericolosa.
Adesso che hai raggiunto la fama desiderata, puoi iniziare a firmare autografi
La notorietà che ti circonda ormai ti rende riconoscibile in tutto il mondo
Nei ristoranti più rinomati di Roma si paga molto per mangiare.
Adesso ripassiamo.
E voi amici, avete una nomea particolare o siete rinomati o famosi per qualche vostra caratteristica? Quanto a me, mi sono fatto la nomea di una persona che non rispetta le promesse. Questo voleva e doveva essere un episodio della durata di 2 minuti… ma che volete: per spiegare ci vuole del tempo! Rafaela: mio malgrado, devo dire che mi chiamano la maestra della fuffa vista la mia abilità di arricchire anche le storie più banali. trasformando ogni dettaglio in una avventura.
Ulrike: a me invece mi chiamano la regina del diktat: Con il mio approccio autorevole e deciso, ho guadagnato fama come leader incontestabile, emettendo diktat che stabiliscono la direzione da seguire.
Anne Marie: a me mi ricordano tutti come l’Incorreggibile ottimista:A suo tempo infatti, quando lavoravo, mostravo una naturale inclinazione a vedere il lato positivo di ogni situazione.
Irina: io sono noto, pressola mia azienda, come la “Svezzatrice“:lo devo alla mia dedizione nel guidare e formare le nuove leve, e sono sempre pronto a condividere conoscenza e esperienza con i nuovi arrivati.
Paul: che dire di me? Ho saputo che gli amici mi chiamano l’artista dellatresca! Si dice che io abbia una certa propensione per intrighi e relazioni complicate.
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Sicuramente molti di voi stranieri sanno già cos’è una svista, e allora vorrà dire che questa spiegazione è solo per chi non la conosce.
Datemi giusto il tempo di qualche minutino.
La parola “svista” indica un errore o una dimenticanza involontaria, non intenzionale.
Si riferisce a situazioni in cui qualcosa è sfuggito all’attenzione.
È spesso usata per descrivere errori leggeri o piccole mancanze che potrebbero essere facilmente corrette.
Termini simili includono “distrazione” e “refuso“. “Distrazione” indica una momentanea perdita di concentrazione che può portare (ma non è detto) a un errore o a una dimenticanza.
Ad esempio, una distrazione alla guida può causare un incidente.
In questo caso non si usa generalmente il termine “svista” che normalmente si utilizza per giustificare un errore, che non è stato quindi dovuto a scarse conoscenze o a ignoranza oppure per dire che l’errore non è stato volontario, che non l’hai fatto apposta.
Oh, non c’era il tuo nome tra gli invitati? Che svista imperdonabile, scusami!
Il refuso invece è un errore esclusivamente di digitazione, cioè quando si scrive un testo.
Scrivendo l’indirizzo di casa ho avuto una svista e ho dimenticato di indicare il numero civico. Poi ho fatto anche un refuso e ho scritto “zia” al posto di “via”.
A causa della mia distrazione, ho lasciato le chiavi dell’auto dentro casa e ho chiuso la porta.
Le differenze tra questi termini sono sottili:
“Svista” si concentra su errori o omissioni accidentali e non intenzionali.
“Distrazione“, oltre ad una caratteristica che può essere associata ad una persona, può evidenziare un momento in cui l’attenzione è scivolata via, portando a un errore o una trascuratezza.
“Refuso” invece si riferisce a un errore tipografico o di stampa che si verifica durante la scrittura e quindi è specificamente legato a errori di scrittura o stampa.
Es:
Ho notato un refuso nell’articolo che ho scritto; c’era una lettera mancante in una parola chiave.
Hai scritto un articolo sui monumenti di Roma e hai dimenticato di citare il Colosseo? Una svista non di poco conto. Questo non è refuso.
La svista sembra avere a che fare con la vista, infatti ha una somiglianza fonetica con “vista”, ma in realtà non è sempre direttamente legata ad essa.
“Svista” si può usare anche al posto di refuso, quindi per errori di disattenzione nella scrittura, ma la svista ha un uso più ampio.
Pur non essendo necessariamente legato alla vista, si usa anche per indicare un errore compiuto per non aver visto, notato qualcosa di importante.
L’arbitro ha avuto una svista decisiva non concedendo il calcio di rigore. Il rigore era evidente ma l’arbitro non l’ha visto.
Anche le sviste arbitrali sono errori non intenzionali (si spera almeno).
Stai attento se vai in Slovenia, perché li non ci sono caselli autostradali dove è obbligatorio fermarsi per pagare. Non è come l’Italia e altri paesi. Per andare In autostrada in Slovenia bisogna comprare un abbonamento che si chiama “vignetta”. È tutto controllato con le telecamere. Attento perché questa svista potrebbe costarti 300 euro di multa.
C’è stata una riunione mondiale di professori di italiano, ma non sono stato invitato. Spero si tratti solamente di una svista!
Spesso si parla di grave svista, come nel caso degli errori arbitrali o quando in una legge manca una parte ritenuta importante che è stata dimenticata per errore.
Un ultimo esempio:
Sapete che i colori della bandiera italiana sono gli stessi di quella ungherese? La differenza è che i colori italiani sono affiancati verticalmente, mentre quelli ungheresi sono affiancati in senso orizzontale.
Ebbene, è capitato più volte nello sport di fare l’errore di confondere una bandiera con l’altra. Certamente si tratta di sviste, perché non c’è volontarietà. Una distrazione come quella di cui sopra può costare caro.
È accaduto alla Ferrari, nel ciclismo e chissà quante altre sviste di questo tipo sono capitate.
Va detto che con la svista bisogna usare il verbo avere e non “fare”.
Si può fare un errore, ma non si può fare una svista.
Invece si può “avere una svista” , proprio come avere una dimenticanza o avere una distrazione.
Questo episodio non contiene un ripasso finale come sono solito fare in genere, ma non è una svista. Infatti avrete notato che c’è qualche citazione di altri episodi all’interno del testo di questo episodio.
Ciao a tutti e al prossimo episodio di italiano semplicemente.
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Un verbo molto simile a “condannare” è stigmatizzare.
“Stigmatizzare” significa, più precisamente, disapprovare con fermezza, con decisione, con determinazione.
Si riferisce al processo di etichettare, giudicare o persino emarginare qualcuno o qualcosa sulla base di caratteristiche percepite come negative.
Quasi sempre si stigmatizza un atto, un comportamento. Anche un’idea però si può stigmatizzare. In genere non è la persona ad essere stigmatizzata.
I lavoratori hanno stigmatizzato l’idea del presidente di lavorare anche la domenica.
Evidentemente i lavoratori erano niente affatto d’accordo col loro presidente, disapprovavano fortemente la sua idea.
È molto simile anche al verbo biasimare, che però è più un’accusa alla persona che al comportamento. Biasimare è più diretto, meno distaccato, tende più a colpevolizzare la persona biasimata per aver fatto qualcosa.
Esprimere biasimo, quindi biasimare, è anche questo un verbo vicino a giudicare negativamente, disapprovare, condannare, ma più frequentemente l’oggetto del biasimo è la persona stessa e non la cosa che fa o che dice, cioè il suo comportamento.
Questa è la principale differenza.
Stigmatizzare deriva dal termine “stimmate”.
Nel linguaggio ecclesiastico, cioè della chiesa, delle istituzioni religiose, le stimmate sono le piaghe sul corpo di Cristo in conseguenza della Crocifissione, specie quelle sulle mani, come conseguenza dei chiodi usati per la crocefissione.
In generale si tratta di una sorta di marchio, di impronta permanente. Somiglia anche a “stemma”.
Allora, stigmatizzare sta per imprimere un marchio, chiaramente in senso figurato, quindi marchiare un comportamento, etichettarlo in modo negativo. Anche “bollare” è abbastanza simile.
Il cosiddetto “marchio” generalmente si imprime sulla persona, che per tutta la vita avrà questa etichetta indelebile che dovrà portarsi appresso e che nessuno dimenticherà. Nel caso di stigmatizzare però il marchio, l’etichetta, il giudizio, è in genere associato al comportamento.
Posso anche dire che stigmatizzare significa:
Bollare con parole di biasimo
Bollare è molto simile a marchiare.
Es:
Stigmatizzare un comportamento, stigmatizzare le decisioni di qualcuno, stigmatizzare un’idea. Persino un’ipotesi ventilata da qualcuno può essere stigmatizzata.
Ad ogni modo la cosa che più comunemente viene stigmatizzata è un comportamento.
Non è un verbo che tutti usano e soprattutto non fa parte del linguaggio familiare. D’altronde la stessa cosa accade per biasimare.
Si usano spesso però nei giornali, si ascoltano di frequente nei telegiornali e i politici li usano quando vogliono esprimere un forte disaccordo.
Il biasimo è l’atto di incolpare o criticare qualcuno per un errore o un comportamento sbagliato.
Allora il verbo biasimare significa attribuire la colpa, dare la responsabilità di un errore o un comportamento sbagliato a qualcuno e criticarlo per questo.
Non è neanche questo un verbo informale, ma possiamo usarlo senza problemi. Vediamo qualche esempio:
Non ti biasimo per come ti sei comportato (cioè non ti giudico, non ti considero colpevole)
la disonestà è sempre da biasimare
Come faccio a non biasimarti per ciò che hai fatto?
La condotta dello studente è stata biasimata da tutti i professori.
Hanno macchiato un’opera d’arte con la vernice. Un episodio da stigmatizzare.
Allo stadio hanno esposto degli striscioni razzisti. Ovviamente stigmatizziamo questo tipo di comportamenti.
La violenza è una cosa che è sempre da stigmatizzare.
È doveroso stigmatizzare comportamenti di questo tipo.
Parlare di sesso a scuola? C’è chi dice che questo è sempre da stigmatizzare.
Adesso ripassiamo.
Estelle, membro dell’associazione Italiano semplicemente, ha voluto condividere una sua esperienza avuta in Italia con noi. Ascoltiamola dalla sua voce e da quella di altri membri.
Marcelo: già da qualche tempo c’eravamo prefissi di visitare l’isola di Capri, è così lo abbiamo fatto durante le nostre vacanze a Napoli.
Ulrike: In questo periodo è una sfida con tutta la folla nella nave e poi nella funicolare dell’isola. Vi risparmio i dettagli.
Estelle: Nostro malgrado, abbiamo scelto un dannato ristorante! Tutto liscio come l’olio all’inizio. Un bel posto, con una meravigliosa vista, dei tavoli ben apparecchiati, e c’era anche un non so chedi affascinante!
Edita: Equi casca l’asino! Quando siamo arrivati, non c’era anima viva.
Eravamo i primi clienti! La cameriera ha preso l’ordine. Era poco affabile, ma che volete!
Estelle: Allora, pian piano il ristorante si è riempito di clienti, la maggior parte dei quali erano italiani. Chissà perché, avevano la priorità su di noi, così ci ha bellamente ignorato per parecchio tempo! Siamo stati serviti per ultimi.
Sofie: Ci siamo alzati per pagare e finalmente le ho spiattellato tutto ciò che avevo sul cuore.
Mi sono preso il ghiribizzo di spiegargli che non era un atteggiamento giusto, che siamo noi turisti a farla vivere.
Irina: Per tutta risposta,mi hadetto che era colpa della mancanza di personale. Ammesso e non concesso che tre persone a servire siano poche, potevamo attenderci un servizio lungo, ma con un minimo di rispetto!
Komi: Il suo viso è rimasto di marmo (direi più una faccia di bronzopiuttosto). Evidentemente non si attendeva rimproveri in italiano da parte mia.
Nel frattempo un altro cameriere ha confermato che questa donna si comportava spesso in modo veramente scorretto.
Carmen: A prescindere da questa disavventura, comunque, la visita valeva veramente la pena. Capri è un’isola meravigliosa con tanti luoghi incantevoli.
Ci tornerò sicuramente.
Ricordate l’episodio dedicato al verbo prendere? In quella occasione abbiamo visto che questo verbo si può usare in tante occasioni diverse.
Non vi ho parlato però di “prendere la mano“. E’ interessante perché esiste anche “prenderci la mano“.
Non pensate all’uso proprio di queste espressioni, perché voglio parlarvi del loro utilizzo figurato
Vediamo qualche esempio:
Sono diventato molto veloce a scrivere episodi. Ormai ci ho preso la mano.
Spesso non riesco a fare episodi brevi come vorrei, perché mentre parlo mi vengono in mente altre cose da spiegare e mi faccio prendere la mano.
La prima frase significa che ho acquisito molta abilità nello scrivere episodi e ora lo faccio velocemente e con facilità. Ci ho preso la mano a scrivere episodi, cioè mi sono abituato, sono diventato pratico, non ho più difficoltà particolari e mi trovo a mio agio nel farlo.
Questo accade quando si prende la mano a fare qualcosa: si acquista familiarità e si diventa abili e veloci.
“Ci ho preso la mano” è diverso da “mi ha preso la mano” e da “mi sono fatto prendere la mano”.
Infatti nella seconda frase, quando dico che “mi faccio prendere la mano”, sto dicendo che la situazione mi sfugge di controllo. Significa che durante l’episodio, mentre parlo, mi vengono in mente altre informazioni da spiegare e finisco per andare oltre quello che avevo pianificato inizialmente. Sto parlando del fatto che qualcosa inizia a “sfuggirmi di mano“, non riesco a controllarmi come vorrei.
Questo accade quando una persona si fa prendere la mano.
Come distinguere il significato di questi due utilizzi del verbo prendere?
Beh, a forza di leggere e fare esempi alla fine ci prenderete la mano.
All’inizio però, se volete assicurarvi di non sbagliare, potete evitare di usare in entrambi i casi il verbo prendere.
Infatti nella prima frase potete anche usare “farci la mano“.
La frase diventa:
Sono diventato molto veloce a scrivere episodi. Ormai ci ho fatto la mano.
“Farci la mano” è anche più intuitivo da capire. Come a dire che la vostra mano si sta abituando a fare delle cose e sbaglia sempre meno. Chiaramente il senso è che avete imparato a fare qualcosa a forza di farla.
Queste conunque sono tutte espressioni informali che però si usano moltissimo.
Es::
Ci ho fatto la mano a fare le pizze = ci ho preso la mano a fare le pizze
Non ero bravo con l’inglese ma poi con la pratica ci ho fatto/preso la mano.
E’ difficile preparare un buon caffè, ma una volta che ci hai fatto/preso la mano è molto semplice.
Ti sei fattoprendere la mano dalle scommesse sportive? Stai attento perché i soldi finiscono presto!
Ho insegnato a mia nonna a usare Tik Tok, ma adesso si è fatta prendere la mano e passa tutto il giorno a guardare video!
L’azienda si è fatta prendere la mano con gli investimenti rischiosi e ora sta affrontando una grave crisi finanziaria.
Non sono ancora bravo a usare il congiuntivo. Ho bisogno di fare esercizi finché non ci prendo la mano.
Difficile gestire tre bambini. Spero che col tempo migliorerà e ci prenderò la mano.
Una volta che il gioco ti ha preso la mano, devi chiedere aiuto perché da solo non riesci a smettere di giocare!
In sintesi: prenderci la mano = diventare bravi e veloci, mentre quando ti prende la mano o quando ti fai prendere la mano, o quando qualcosa ti prende la mano, allora stai perdendo il controllo.
Adesso vi propongo due alternative formali alle due frasi iniziali che riporto:
Informale: Sono diventato molto veloce a scrivere episodi. Ormai ci ho preso la mano.
Formale: Sono diventato molto abile nella stesura di episodi: ho acquisito una notevole dimestichezzain tale attività.
Informale: Spesso non riesco a fare episodi brevi come vorrei, perché mentre parlo mi vengono in mente altre cose da spiegare e mi faccio prendere la mano.
Formale: Mi capita frequentemente di non riuscire a creare episodi concisisecondo il mio desiderio, poichédurante la mia esposizione mi vengono in mente ulteriori argomenti da spiegare e finisco per prolungare il discorso oltre misura.
Bene. Adesso un piccolo ripasso. Mi raccomando,non vi fate prendere la mano ok?
Altrimenti diventa troppo lungo. Ma ornai ci avete fatto la mano coi ripassi, quindi credo che ce la farete. Marcelo: Ultimamente sto cercando di seguire un’alimentazione più sana e leggera. Ho iniziato a evitare cibi troppo elaborati. Hartmut: Bravo. Credo che tutto sia questione di equilibrio. La solerzia nell’approccio all’alimentazione è fondamentale. Estelle: Ho sentito parlare di una nuova dieta a base di superalimenti. Ho qualche dubbio però. Sai, trovare qualcuno che sia veramente credibile è merce rara! Marcelo: anche perché c’è di che confondersi con tutte le informazioni disponibili sulla rete. Irina: Mah, io non credo nelle diete estreme. Tutt’al più, cerco di mangiare con moderazione. Ulrike: io sono alle prese con la decisione di seguire uno stile alimentare più vegetariano. Da sempre nella mia famiglia, a parte io, non si mangia carne. E’ un retaggio che mi spinge giocoforza in questa direzione. Angela: a me piacerebbe trovare una versione più leggera dei miei piatti preferiti. Avete qualche consiglio?
André: Da parte mia ti dico: non demonizzare alcun cibo; cerca di variareil più possibile. Irina: Io sono per gli ingredienti freschi e genuini. Jennifer: personalmente devo ancora svezzarmi da certe abitudini alimentari poco salutari. Mica facile.
Peggy: Dai, È una bella sfida, ma hai la stoffa per farcela! Poi non è così difficile no? Paul: si fa presto adire che non è difficile!
Marcelo: La vuoi finire una buona volta di spegnere gli entusiasmi?
Parliamo dei caratteri cubitali e dellescritte cubitali Cosa sono?
Stiamo palando della scrittura, delle lettere o dei numeri che si scrivono.
I caratteri cubitali si riferiscono alla scrittura in cui i caratteri sono scritti molto grandi: caratteri giganti o giganteschi potremmo dire. Tutto qui.
Si parla di scritture o scritte a caratteri cubitali. È importante usare la preposizione “a”. Potremmo usare In teoria anche “con” ma generalmente si utilizza “a”.
I caratteri, per chi non conosce questa parola, sono i simboli grafici utilizzati per rappresentare le lettere, i numeri e i segni di punteggiatura in un testo scritto.
I caratteri cubitali, essendo molto grandi, risultano facilmente leggibili anche a distanza.
Per i manifesti pubblicitari, spesso si utilizzano caratteri cubitali poiché possono chiaramente attirare l’attenzione del lettore.
Questa è la motivazione che spinge ad usare i caratteri cubitali.
Si può ad esempio decorare una cartolina di compleanno con caratteri cubitali per rendere il messaggio più festoso.
Scrivere un biglietto d’amore in caratteri cubitali può servire ad esprimere sentimenti più romantici? Chissà…
Creare un poster con caratteri cubitali può essere un modo per incoraggiare e motivare qualcuno.
Creare una lista di obiettivi in caratteri cubitali e attaccarli in giro per casa può servire a mantenere alta la motivazione.
Ma perché non hai chiuso la porta a chiave? Te l’avevo scritto a caratteri cubitali su un foglio!
Ma perché si chiamano cubitali?
I caratteri cubitali prendono il loro nome dal fatto che quasi sempre si usano lettere maiuscole, quindi hanno una forma quadrata o “cubica“. Teoricamente potrei usare anche caratteri minuscoli, ma non avrebbe molto senso poiché scrivere in maiuscolo, di per sé, contribuisce ad ingrandire la scritta.
Adesso facciamo un breve ripasso degli episodi precedenti. Parliamo del vostro rapporto con la tecnologia.
Possibilmente cercate di non litigare.
Rafaela: sapete una cosa? Ho deciso di investire del tempo per vagliare le nuove tecnologie e capire come potrebbero impattare sul mio lavoro.
Ulrike: bell’idea Rafaela, ma presta attenzione agli effetti negativi. La tecnologia può recare vantaggi, ma spesso rischia anche di cagionare problemi imprevisti.
Jennifer: È vero, l’uso eccessivo della tecnologia può implicare una dipendenza che può essere dannosa per la salute mentale.
Danita: personalmente sono convinta che la tecnologia possa rivestire un ruolo fondamentale nell’ambito dell’istruzione.
Hartmut: ah, Danita, credi di impartirci lezioni di tecnologia? Io non sono d’accordo!
Irina: è interessante come la tecnologia riesca a rispecchiare gli sviluppi della società e a influenzare le dinamiche sociali.
Gina: Sapete la differenza tra proibito e proibitivo?
Giovanni: bella domanda Gina! Proviamo a spiegarla?
Gina: Vai Giovanni, pensaci tu! Io sono solamente un assistente virtuale!
Giovanni: grazie Gina. Iniziamo con alcuni esempi:
Rubare è proibito dalla legge
Uccidere una persona è proibito dalla legge
I prezzi troppo alti per le mie tasche sono prezzi proibitivi.
Guidare da ubriaco com’è? È proibito.
Falsificare documenti è consentito? No, infatti la legge lo proibisce. Quindi è una cosa proibita. Non si può fare.
Se abbiamo un bruttissimo tempo, com’è uscire di casa? È consentito? Certo, allora non è proibito. Nessuno ce lo vieta, non c’è un divieto, però può essere proibitivo.
Gina: Un caldo proibitivo di fatto potrebbe impedirci di fare determinate attività.
Giovanni: È possibile battere il Barcellona?
Gina: Certamente, ma sicuramente è qualcosa di proibitivo per molte squadre.
Giovanni: Come possiamo definire una legge che ci impediscedi fumare? Una legge proibita?
Gina: No, è una legge proibitiva.
Giovanni: Questa impresa, cioè questa sfida, è veramente proibitiva. Non riusciremo mai a farcela.
Quindi se una cosa è proibita, si tratta di un’attività che non si può fare, che è vietato fare. Le cose proibite possono essere definite dalla legge, da regolamenti e simili, ma anche dai propri genitori o dai nostri datori di lavoro, che possono stabilire qualche cosa che non si può fare e quindi determinano la loro proibizione.
Se invece qualcosa viene definito proibitivo, allora si tratta di qualcosa che tende a proibire, che vuole proibire qualcosa, come una legge proibitiva.
Oppure si tratta di un obiettivo da raggiungere dove c’è qualcosa che limita o impedisce ciò che si vorrebbe fare. Questo rende l’aggettivo proibitivo molto simile a difficile, arduo, molto complicato, perché c’è un ostacolo quasi impossibile da superare. Questo obiettivo lo chiamiamo proibitivo.
Gina: Ad essere proibitiva può essere una sfida che ci metterà a dura prova e che abbiamo poche possibilità di superare.
Giovanni: Si usa spesso con i prezzi, che si definiscono proibitivi quando sono troppo alti, talmente alti da rendere impossibile di fatto l’acquisto da parte nostra.
Nel caso dei prezzi possiamo anche definirli inaccessibili, ma, come si è detto anche nell’episodio dedicato ai prezzi alti, possiamo anche usare aggettivi come astronomici, eccessivi, o anche spropositati o spropositatamente alti.
Gina: spropositati?
Giovanni: sì, cioè troppo alti. Una cosa spropositata è molto più grande del normale e del consueto; enorme, sproporzionato. Un naso spropositato, ma anche dei prezzi possono esserlo.
Gina: Acquistare un’auto è sempre più proibitivo per via dell’aumento dell’inflazione.
Giovanni: Anche un esame universitario può essere definito proibitivo, se è quasi impossibile superarlo.
Non è un aggettivo molto usato dai giovani, ma può capitare di leggerlo nelle recensioni di hotel e ristoranti, negli articoli di giornale che parlano di qualunque argomento.
È sufficiente avere una grossa limitazione o una grossa difficoltà, un grosso ostacolo, per usare questo aggettivo.
Gina: Arrivare in ufficio in soli 20 minuti? Proibitivo col traffico che c’è a Roma.
Giovanni: Studiare tutti i canti della divina commedia a memoria? Direi che è un compito molto proibitivo per chiunque.
Adesso però ascoltiamo questo bel ripasso degli episodi precedenti. In merito, credevo fosse proibitivo comporre una breve storia usando quanto imparato in 40 diversi episodi. Eppure Peggy c’è riuscita!
Peggy: Questa domenica abbiamo fatto un’escursione, che ci ha “regalato” delle esperienze singolari (ovviamente, si fa perdire). Anziché incamminarciverso la cima di una montagna per il sentiero principale, abbiamo deciso di intraprendere il nostro cammino per un sentiero secondario, cosicché il percorso, essendo ad anello, diventasse più accessibile e meno proibitivo. Questa scelta tra l’altro ci ha consentitodi ammirare l’incantevole bellezza di un bosco rigoglioso.
Marcelo: Tuttavia, ad un certo punto, subito dopo aver sentito i belati di alcune pecore, abbiamo visto 2 cani pastori precipitarsiverso di noi per aggredirci, al che ho avuto una fifa blu e ho iniziato a parlare la mia lingua madre (il taiwanese) a mio marito, che è italiano, mentre lui ha sollevato senza indugio il suo bastone per mantenere una distanza tra noi e i cani, cercando di giostrarela situazione a modo suo. Fortunatamente, dopo un po’, gli aggressori se ne sono andati via.
Komi: Ah! Va detto che durante il ritorno, per evitaredi imbattersidi nuovo in quei cani pastori, abbiamo deciso di percorrere lo stesso itinerario dell’andata, ma niente da fare: di colpo ci sono giuntialle orecchie ancora una volta i belati delle stesse pecore, proprio nel momento in cui stavano rilassandoci bevendo dell’acqua potabileda una sorgente in una grotta.
Ulrike: Questa volta, siamo saltati in men che non si dica, sopra una roccia situata molto più in alto, e abbiamo iniziato a fischiare, proprio come fanno i pastori, per dimostrare ai cani che eravamo persone per così dire affabili, e che non volevamo fare del male alle loro pecore. So che state ridendo, ma cosa non si fa per farsi coraggio!
Edita: Dunque, nonostanteciò, la mia paura ha sussistitoe ha persinopreso il sopravvento. Tremando, ho fatto cascaredalla mano il mio bastone, e guarda caso, è andato a finire proprio davanti ai cani che ci stavano osservando dal basso. Mamma mia! Che disastro! La situazione non prometteva nulla di buono.
Paul: Comunque, uno di loro – quello con la testa simile a un dinosauro – ha annusato il mio bastone, e poi ha cominciato ad avanzare verso di noi. Non vi dicocome batteva il mio cuore! Avevo mille farfalle nellostomaco. Dopo un po’, chissà come mai! Il cane, tutto a un tratto, si è fermato a 3 metri da noi e poi se ne è andato via. Così, siamo riusciti a salvare la pelle.
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Giovanni: come promesso nell’episodio dedicato alla parola “modico” oggi ci occupiamo della cosiddetta “misura“.
L’importante è misurare le parole Giovanni, e cerca anche di misurare il tempo che impieghi, perché questa è la rubrica dei due minuti
Giovanni: Sì, lo so, facciamo una cosa alla volta però!
Con il termine “misura” si può far riferimento a cose diverse. Viene subito in mente la misura della lunghezza o del peso eccetera. Si tratta di misurare qualcosa. La misura è infatti un valore numerico (un numero) che rappresenta la grandezza di un oggetto o di un fenomeno fisico. Può essere espressa in diverse “unità di misura“, come ad esempio il metro (l’unità di misura della lunghezza), il chilogrammo (pari a mille grammi, per misurare il peso), il secondo (l’unità di misura del tempo), il volt, ecc.
Quanto misura la vostra altezza? La mia misura 187 cm. L’altezza infatti si misura in cm, il volume si misura in litri, il peso si misura in grammi eccetera.
Comunque oggi ci occupiamo di una misura diversa, quella relativa al comportamento.
In senso figurato, la misura è un criterio di giudizio o di comportamento o anche, più spesso, un limite conveniente o tollerabile.
Per questo motivo la misura è legata al termine “modico“. Abbiamo ancora una volta il senso della moderazione o, possiamo anche dire, della misura.
Non hai il senso della misura
Questa esclamazione può essere rivolta a chi non sa moderarsi, a chi esagera.
Hai oltrepassato i due minuti da un pezzo! Non hai mai il senso della misura!
Giovanni: Bravo! Avere il senso della misura significa avere la capacità di giudicare e agire in modo equilibrato, senza eccedere nei comportamenti o nelle parole. Chi invece non ha il senso della misura non si sa regolare (si dice anche così). E’ come se non si rendesse conto di quando sia il caso di fermarsi e finisce per esagerare.
Se ad esempio una persona beve due litri di vino rosso, chiaramente poi si sente male. Si potrebbe dire che questa persona non ha avuto il senso della misura, come se non fosse stato in grado di misurare la quantità di vino bevuta. Chiaramente questo è un uso figurato.
La misura è dunque una qualità di una persona. Non la tua però!
Giovanni: che antipatico! La misura è dunque da intendersi come una moderazione nel comportamento e indica la capacità di agire in modo equilibrato e controllato, evitando gli eccessi. In altre parole, significa saper dosare le proprie azioni, evitando di eccedere nell’uno o nell’altro senso.
Ci sono molte espressioni che contengono la parola “misura” oltre a “avere il senso della misura”. Ad esempio abbiamo visto “nella misura in cui” e anche “la misura è colma“.
La misura si può anche oltrepassare o superare:
“Hai superato/oltrepassato la misura” è un modo più elegante per dire “hai esagerato“. Chi invece non supera la misura allora “sta nella misura“: si tratta di una prova di gusto e di stile estremamente contenuta e sorvegliata.
La sua risposta è stata molto equilibrata, dimostrando una grande misura.
Nonostante le difficoltà, ha sempre agito con misura e buon senso.
Il politico ha mostrato una misura impeccabile nel gestire la situazione di crisi.
Ha dimostrato una grande misura nel trattare con pazienza le opinioni diverse dalle sue.
Nonostante le provocazioni, è riuscito a mantenere la misura e non cadere nel confronto violento.
Si può anche dire:
La sua risposta alle critiche è stata calma e misurata.
“Agire in modo misurato” è quindi equivalente a “agire con misura”, “comportarsi con misura”, cioè dimostrare misura.
Allo stesso modo “essere persone misurate” significa essere persone che agiscono con misura.
Attenzione perché si dice “dimostrare misura“, e non “misurazione”: la parola “misurazione” è utilizzata per riferirsi solamente all’azione di misurare qualcosa.
Misura le parole!
Questo è un altro modo di usare la parola “misura” (lo avete ascoltato anche all’inizio dell’episodio).
“Misurare le parole” significa stare attenti alle parole che si utilizzano, quindi non esagerare. Significa scegliere attentamente le parole da utilizzare al fine di comunicare in modo appropriato, evitando di dire qualcosa di offensivo o inopportuno.
Anche questa è una modalità più elegante rispetto ad altre tipo: “attento a quello che dici“, e frasi simili.
Va bene, è tutto per oggi. Adesso ripassiamo:
Ulrike: Ciao ragazzi, come state? Vorrei sapere se avete mai affrontato problemi economici, come vi siete sentiti di fronte a essi e come li avete risolti.
Giuseppina: probabilmente i non madrelingua italiana non usano mai l’aggettivo “modico” (modica al femminile).
Voglio spiegarvelo cosicché non sia più un aggettivo ad appannaggio dei soli madrelingua.
“Modico” deriva dal latino, somiglia all’aggettivo “moderato”, tanto è vero che l’origine “modus” significa misura, limite.
Il concetto è interessante. Modico è simile a “basso”, ma c’è il senso di qualcosa di “adeguato“.
Non parliamo di persone però. Non è un aggettivo che si può usare per descrivere le persone.
Vediamo qualche esempio e poi spiego meglio:
I prezzi del ristorante sono abbastanza modici, puoi permettertelo senza problemi.
Ho trovato un appartamento con un affitto modico, perfetto per il mio budget limitato.
Quel compito che ti hanno affidato richiede una modica quantità di lavoro, potrai gestirlo senza troppi sforzi.
Per quel tipo di prodotto c’è una modica domanda rispetto alle altre proposte simili sul mercato.
La quantità di cibo servita al ristorante era modica, non eccessiva ma abbastanza soddisfacente. Avrei gradito qualcosa in più.
Il costo del biglietto del concerto era piuttosto modico considerando gli artisti in programma.
Il termine “modico” quindi si riferisce a qualcosa che è moderato, misurato, ragionevole o adeguato in termini soorattutto di quantità, prezzo o importo.
Aggettivi simili sono modesto, accessibile, contenuto e abbordabile.
Non è però la stessa cosa che dire “giusto“, ma si riferisce ad una quantità.
Viene quindi utilizzato per indicare una quantità o un livello che non è né troppo elevato né troppo basso, ma comunque si colloca più vicino al basso.
Detto in altre parole, indica un livello in una fascia medio-bassa o accettabile. Si usa quando si vuole descrivere qualcosa che è equilibrato o adeguato alle aspettative o alle necessità di una persona.
Se un prezzo è modico ce lo possiamo permettere, è alla nostra portata.
Se parliamo di una modica quantità di qualcosa, è una quantità moderata, accettabile.
Un uso particolare avviene a proposito della quantità di droga posseduta da una persona e della relativa legislazione.
Si dice ad esempio:
Una modica quantità di sostanze stupefacenti
Questa è una quantità piccola, quindi non elevata, perciò considerata accettabile, tanto chenel caso se ne possiede una modica quantità (definita per legge) si è considerati solamente consumatori e non spacciatori di quella sostanza stupefacente.
Lo spacciatore è colui che vende la droga, mentre il consumatore la consuma, cioè la utilizza per sé e basta. È chiaro quindi che chi possiede una modica quantità di droga, non ne posso possiede abbastanza per venderla,o meglio, è considerata una quantità adatta ad essere consumata e quindi probabilmente se la polizia ti trova con una modica quantità di marijuana in tasca non ti considera uno spacciatore e non verrai perseguito dalla legge come tale.
Se venite in Italia e cercate un ristorante poco caro, allora state cercando un ristorante con prezzi modici.
Si usa spesso anche la “modicacifra“.
Es:
Vicino al Colosseo potete affittare delle biciclette ad una modica cifra.
Ti do la mia macchina per la modica cifra di 10 euro al giorno
Cioè si tratta di una spesa moderata, una cifra ragionevolmente accettabile e conveniente. Si parla di prezzi in questo caso.
A Roma si trovano anche alberghi e ristoranti a prezzi modici. Non aspettatevi un’alta qualità però.
Anche i “prezzi modici” si usano molto spesso.
Nel prossimo episodio approfondiamo il concetto parlando della “misurazione” e delle cose misurate. Come la vedete?Nel frattempo potete cimentarvi un po’ con l’utilizzo dell’aggettivo di oggi.
Oggi abbiamo anche ripassato qualche episodio passato, tanto pernon perdere l’abitudine. Infatti ne abbiamo ripassati qualcosa come una decina, se non di più. Ho sentore però che se non faccio terminare questo episodio con ogni probabilità aumenteranno ancora di più. È chequando mi prende la mano…
Va bè, vi saluto. Alla prossima.
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Giovanni: ecco un’altra locuzione molto usata che però non trovate spiegata in nessun altro luogo al di fuori di italianosemplicemente.com.
La locuzione è “cosa non si fa per”.
Si utilizza spesso parlando dei figli, dei nipoti e di tutte le cose a cui teniamo di più, dunque le cose più importanti per noi e generalmente per tutti.
Cosa non si fa per i figli!
Cosa non si fa per i nipoti!
Queste esclamazione servono a sottolineare l’enorme amore che abbiamo per i nostri figli o per i propri nipoti.
Il significato è:
Per i propri figli si è disposti a fare di tutto.
Per i propri nipoti si è disposti a fare di tutto.
Potrei dire la stessa cosa con i genitori o i fratelli comunque.
La frase è impersonale: cosa non si fa, e non “cosa non farei”, anche se è consentito personalizzare l’esclamazione e quindi riferirmi a me stesso.
Si utilizza questa espressione soprattutto dopo aver parlato di un sacrificio fatto per loro (i figli ad esempio), di un grosso sacrificio o un grosso sforzo economico.
Es:
Sto parlando con un amico e lui mi ha appena detto che nonostante il reddito familiare non fosse per niente alto, ha voluto pagare al figlio un corso d’inglese all’estero che è costato 5000 euro, e per poter affrontare la spesa ha dovuto vendere l’automobile.
Io allora ho commentato:
cosa non si fa per i figli!
È una sorta di domanda retorica, il cui senso è che si fa di tutto per i figli, per renderli felici e farli stare bene.
Un altro esempio:
Mia nonna, appena sposata, ha rinunciato al suo lavoro da ingegnere per seguire mio nonno (di nazionalità francese) nel suo paese d’origine.
Nel caso di questioni più personali, per cose cioè che non sono così importanti per tutti, ma lo sono per una persona in particolare, si può dire ad esempio:
Cosa non darei per avere un fisico come una modella!
Cioè: mi piacerebbe moltissimo essere una modella. Sarei disposta a pagare una cifra enorme se solo si potesse.
Oppure:
Cosa non farei per poter aiutare il mio caro amico che è stato appena mollato dalla fidanzata
Cioè: sarei disposto a tutto per aiutarlo, ma purtroppo non posso fare nulla per lui.
Posso parlare anche al passato:
Da ragazzo ho dovuto lavorare già dai 18 anni per aiutare i miei genitori. Cosa non avrei dato/fatto per aver avuto la possibilita di studiare per diventare un medico!
In questo caso (come nel precedente) si tratta di un desiderio, qualcosa di impossibile da realizzare che non è possibile o che non è stato possibile fare. Si vuole enfatizzare, dare più forza a questo desiderio e trasmettere e amplificare un senso di malinconia o di profonda delusione o tristezza o rimpianto, ad esempio per non aver avuto l’opportunità di studiare per diventare un medico.
Si trovano tantissimi esempi di questo tipo sul web e sui libri.
Notare che non si tratta di un nonpleonastico, perché non possiamo eliminare “non”: la frase non avrebbe più senso, anche se un italiano vi capirebbe ugualmente, anche perché di solito anche il tono della voce che si utilizza in questi casi aiuta a capire.
Ho fatto riferimento alla retoricità della domanda perché se dico ad esempio: cosa non farei per te?
La risposta (ovvia) sarebbe: niente. Non ci sarebbe nulla che non farei, cioè farei qualunque cosa per te. Non c’è bisogno che lo specifichi.
Se invece dicessi:
Cosa non faresti per me?
Questa sarebbecon ogni probabilitàintesa come una vera domanda. Attenzione a come rispondete!
Adesso sentiamo i membri dell’associazione se hanno preparato un ripasso delle espressioni precedenti.
Peggy: In questi giorni, dalle mie parti, fa un caldo bestiale, con tanta di quell‘umidità che la percezione del caldo ha raggiunto i massimi termini.Tuttavia, per una questione di principio, lungi da noi l’idea di mettere un climatizzatore in casa; di conseguenza, mio marito stamattina si è svegliato fradicio di sudore, e io con il torcicollo che mi procura un dolore dellamadonna. Vabbè! Pazienza! Tra due settimane saremo in vacanza e sarà una vacanza con la V maiuscola, sfuggendo da questo calore seccante.
Irina: Ciao amica! Se tra due settimane vai in vacanza, alloranon c’è di che preocupparsi
Diversamente da te, da me è inverno e le mie vacanze sono lontane. Pazienza.
Marcelo: io invece, in attesa di qualcuno che possa rimpinguare il mio portafogli (per inciso: è una pia illusione la mia) potrò solamente fare una scappata qui vicino, ma di sicuro mi riprometto un buon piano di vacanze all’estero per la prossima estate. Vorrei visitare la Thailandia! Mai sentito parlare dei massaggi thailandesi? Dellaserie “paradiso sto arrivando!”
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Giovanni: dovete sapere che io sono da sempre innamorato della grammatica italiana…
Questa vi giunge nuova, vero?
Infatti questo era solo un pretesto per usare l’espressione di oggi: “questa mi giunge nuova” che significa in parole povere “non lo sapevo”. Si può usare anche al maschile: questo mi giunge nuovo.
Con “questa” si intende questa notizia, questa cosa che hai appena detto. Se usiamo questa espressione generalmente siamo molto sorpresi di ciò che abbiamo ascoltato.
Si utilizza il verbo giungere, simile a arrivare e anche a raggiungere.
Nel caso dell’espressione di oggi, ad arrivare è una notizia.
Il verbo giungere non è difficile da usare. Si può utilizzare sempre al posto di arrivare. Non sempre vale il contrario però. Ad esempio non si dice “questa mi arriva nuova”. Vediamo alcuni esempi equivalenti:
Sono arrivato a casa
Sono giunto a casa
Sono arrivato a Roma
Sono giunto a Roma
Siamo arrivati ad una conclusione
Siamo giunti ad una conclusione
La notizia mi è arrivata solo stamattina
La notizia mi è giunta solo stamattina
I turisti arriveranno/giungeranno alla meta in serata.
Dopo tanti sforzi, è finalmente arrivato/giunto al successo.
Siamo giunti/arrivati alla conclusione che è necessario cambiare strategia.
Le due parti sono giunte/arrivate a un accordo soddisfacente.
Non siamo riusciti a giungere/arrivare a un compromesso.
Il treno è giunto/arrivato alla stazione puntualmente alle 15:00.
Spero di giungere/arrivare in tempo per l’inizio dello spettacolo.
La morte arriva/giunge spesso inattesa.
Le notizie che giungono/arrivano da Kiev non sono molto confortanti.
Come verbi alternativi a “giungere“, oltre ad arrivare, a volte si può usare anche “raggiungere”.
È il caso del raggiungimento di un obiettivo, un risultato.
Infatti si può dire:
Le due parti hanno raggiunto un accordo soddisfacente.
Non siamo riusciti a raggiungere un compromesso.
Un uso interessante del verbo giungere è “giungere al termine”. Il senso è sempre quello di arrivare, ma in questo caso, più dei casi precedenti, l’uso è abbastanza formale.
Siamo giunti al termine della riunione
Come fare a capire quando una relazione è giunta al termine?
L’episodio è quasi giunto al termine
Manca solamente il ripasso.
Parliamo di ciò che non deve mancare in vacanza.
Marcelo: ogni volta che penso alle cose che non devono mancare al momento di preparare le valigie, io mi domando e dico: ma possibile che debba portarmi dietro mezza casa? Devo prendere solo lo stretto indispensabile, cioè: notebook, cellulare, caricatore, i farmaci essenziali, i documenti di viaggio. Poi penso agli indumenti e cerco di ridurli ai minimi termini.Questo è quanto.
Irina: Forse io sono un tipo sui generis, però mi porto poco o niente in vacanza. Non sono affatto assuefatta allo stress cittadino e non voglio portare niente che mi colleghi con la mia vita e il lavoro, indi per cuise mi manca qualcosa la compro.
Ulrike: da sempre ogni volta che devo andare in vacanza, resto a braccia consertee così lascio a mia marito il compito di fare le valigie. Solo dopo faccio una revisione di quello che ha preparato. Non che io siaun nullafacente. Sono solo un po’ sfaticato.
Estelle: ok portare poche cose, ma per quanto riguarda il cellulare vorrei aprire una parentesi se me lo consentite. Per portarlo lo porterei, ma solo un telefono di cui nessuno conosce il numero. Lo userei solo in caso di emergenza!
Hartmut: per me in vacanza non deve mancare il bidè e l’aria condizionata. Sembra poco, eppurefinorami ha dettosempre male qui in Slovenia.
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Giuseppina: abbiamo visto nell’episodio precedente che “c’è da“, seguito da un verbo, normalmente sta ad indicare una necessità, qualcosa che occorre fare.
Chiaramente si può usare anche al passato e al futuro.
Posso dire ad esempio che:
ieri non sono potuto venire alla festa perché c’era da pulire casa.
Oppure, posso dire che:
domani, considerato che arriveranno molti ospiti a pranzo, ci sarà da lavorare molto per preparare il pranzo.
Oggi però vorrei parlarvi di “c’era da aspettarselo” che si usa più frequentemente al passato. Rappresenta un uso particolare di “c’è da”.
Infatti “c’era da aspettarselo” è un’esclamazione che si usa dopo che qualcosa è accaduto. Si tratta di qualcosa generalmente di negativo, qualcosa che non era stato previsto e che quindi ha procurato un effetto negativo di qualche tipo.
A posteriori parliamo di qualcosa di prevedibile. A posteriori – cioè dopo, successivamente all’evento – diciamo che questa cosa che è accaduta poteva essere prevista.
Quindi c’era da aspettarselo significa “Non deve sorprendere” oppure “era prevedibile”, “era nell’aria”.
È un’espressione che si usa a posteriori, quindi si parla di un momento precedente all’evento. Per questo motivo non si usa l’imperfetto.
Se invece parlo di un evento che deve ancora accadere, posso dire ad esempio:
Secondo te domani pioverà?
Cioè, in altre parole:
Secondo te c’è da aspettarsi che pioverà domani?
Secondo te c’è da aspettarsi la pioggia domani?
Oppure:
Marco non è un tipo affidabile. Da lui c’è da aspettarsi di tutto. Stai attento.
Quindi non è molto prevedibile come si comporterà Marco, però è prevedibile che ci potrebbero essere grosse sorprese negative.
Oppure:
Il prossimo campionato di calcio chi lo vincerà? C’è da aspettarsi una sorpresa?
Il verbo aspettarsi è chiaramente diverso dal verbo aspettare.
Aspettarsi esprime un’aspettativa, ciò che ci si aspetta, ciò che crediamo accadrà.
“C’è da aspettare” invece esprime un’attesa: bisogna aspettare, è necessario aspettare. Proprio lo stesso utilizzo che ho spiegato nell’episodio precedente.
La forma è al maschile in genere: aspettarselo.
Alcune volte si usa anche al femminile: “Aspettarsela” , ma in questi casi quasi sempre si parla di qualcosa di femminile. Es.
Questo brutta notizia c’era da aspettarsela.
Durante le recenti elezioni qualche sorpresina dal voto c’è da aspettarsela.
Non è ancora arrivata alcuna reazione a questa notizia, ma c’è da aspettarsela nelle prossime ore.
“C’erano le premesse” è un’ottima alternativa a “c’era da aspettarselo”, ma è meno informale.
Le premesse si riferiscono alle circostanze, agli elementi o alle condizioni che indicano o preannunciano un possibile risultato o sviluppo futuro.
Se ci sono le premesse affinché accada qualcosa vuol dire che ciò che è accaduto in passato o le circostanze attuali fanno pensare che questa cosa sia probabile che accada.
Se ad esempio vedo tante nuvole nel cielo, se vedo che diventa sempre più scuro, se già si iniziano a sentire dei tuoni e inizia a soffiare un forte vento, posso dire che:
Ci sono le premesse per un forte temporale.
Posso anche dire che:
Tutto lascia pensare che ci sarà un forte temporale.
Tutto lasciava pensare che…
Anche questa è un’ottima alternativa a “c’era da aspettarsi” qualcosa.
C’è da dire però che “c’era da aspettarselo” prevalentemente si usa come commento di una persona delusa o amareggiata per qualcosa.
Oltre alla delusione, potrebbero esserci sentimenti come frustrazione, rassegnazione o insoddisfazione, perché è vero che ciò che è accaduto è in linea con le aspettative, ma evidentemente c’era una speranza che le cose andassero diversamente. Questa è la situazione prevalente quando si usa “c’era da aspettarselo”.
Può anche essere un modo per porre le distanze da qualcuno o qualcosa:
Ho saputo che Giuseppe ha avuto un incidente. C’era da aspettarselo però: si ubriaca spesso con gli amici e prima o poi doveva accadere.
Va bene adesso ripassiamo qualche episodio passato.
Ulrike: Non riesco a smettere di pensare ai miei rimpianti per non aver studiato abbastanza. Ad oggi è una delle cose di cui sono più pentito.
Marcelo: Puoi sempre continuare adesso però. Meglio tardi che mai! Vedrai che questa sarà la volta buona! Ci vorrà molta solerzia da parte tua chiaramente.
Rauno: Non è mai facile però studiare da adulti, soprattutto se hai una famiglia sul groppone!
Vi ho detto che il senso è sempre simile: “non c’è motivo di…“, “non c’è ragione di…“.
Senza negazione, si è detto, il senso può essere opposto e a volte ironico, oppure può esprimere il senso di qualcosa di sufficiente per giustificare una conseguenza di qualche tipo.
Oggi aggiungo che de usassi la preposizione “da” il senso può essere simile ma vi sarebbe meno enfasi.
Quindi possiamo tranquillamente anche anche dire:
Non c’è da stupirsi se in ladro uscito di prigione torni a rubare.
Non c’è da meravigliarsi se un adolescente abbia voglia di uscire con gli amici la sera.
Vuoi lasciare il tuo partner perché ti tradisce? Non c’è da vergognarsene.
C’è da preoccuparsi se il mio cane abbaia. Non lo fa mai inutilmente.
Eccetera.
In pratica sparisce “che” quando utilizzo “da”.
Molto spesso però “c’è da“, seguito da un verbo all’infinito, si usa per esprimere il senso del dovere, di qualcosa che bisogna fare, che occorre fare, similmente all’uso del verbo andare (es: va fatto, va detto ecc) con cui però si usa il participio passato. Abbiamo visto in un episodio passato questo uso del verbo andare
Stavolta aggiungo che nel caso di “c’è da” si esprime più la necessità, mentre con il verbo andare prevale il senso dell’obbligo o del dovere (o del divieto, con la negazione).
Vediamo esempi simili:
Questa cosa va fatta (obbligo))
C’è da fare questa cosa (Necessità, bisogno)
Il biglietto va acquistato solo online (obbligo)
C’è da acquistare il biglietto (Necessita, bisogno)
All’università c’è molto da studiare (Necessità, bisogno)
L’esame di statistica va fatto obbligatoriamente (obbligo)
Va detto che sei simpatico
C’è da dire che sei simpatico
In quest’ultimo caso usare le due forme è indifferente. Il senso è lo stesso: aggiungere qualcosa per meglio esprimere il nostro pensiero, come aggiungere una precisazione necessaria.
Usare il verbo andare (va detto, va fatto, va precisato, eccetera) è simile a “si deve fare, si deve dire ecc) ed è un po’ più forte rispetto a “andrebbe fatto”, “andrebbe detto”, “si dovrebbe fare”, “ci sarebbe bisogno di” ecc.
Per aumentare il senso del dovere ancora un po’ si può aggiungere “assolutamente“. Es:
Questo bagno va assolutamente pulito prima che arrivino gli ospiti.
Se invece dico che “c’è da pulire questo bagno” esprimo più che altro una necessità: qualcuno dovrà pulirlo. È necessario.
Quasi sempre è questo il senso di “c’è da”: quello della necessità. Altre volte si torna al concetto che abbiamo visto nell’episodio dedicato a “c’è di che”, quindi quando ce n’è a sufficienza per giustificare qualcosa, come nel caso di “c’è di che” oppure, con la negazione, nel senso di “non c’è motivo/ragione di…”
Dipende anche dal verbo e dal contesto.
Es:
C’è da fare attenzione quando si guida (bisogna fare attenzione, è necessario)
C’è da svuotare la stanza prima di iniziare a pulirla (bisogna svuotarla, è necessario)
Ogni volta che vedo un film di Gigi Proietti, c’è da morir dal ridere (ce n’è abbastanza per ridere a crepapelle)
Non c’è da festeggiare quando vinci una competizione ma non mostrando spirito sportivo (non c’è una vera ragione per festeggiare).
Sulla guerra non c’è da discutere, siamo tutti contrari (non c’è motivo di discutere)
Poi ci sono alcune volte che il senso può essere particolare:
Qui non c’è da mangiare (si intende non c’è “niente” da mangiare, con “niente” che è sottinteso)
C’è da bere per tutti (tutti possono avere qualcosa da bere, ci sono abbastanza bevande per tutti)
Non c’è niente da fare con te. Non vuoi proprio capire! (in questo caso “niente” è obbligatorio, non si può sottintendere)
Riassumendo: a parte alcuni casi particolari, “c’è da” (es. c’è da fare) esprime quasi sempre una necessità, similmente all’uso del verbo andare (es. va fatto) dove è più forte il senso del dovere o dell’obbligo.
Altre volte invece “c’è da” ha un senso simile a “c’è di che”, ma con meno enfasi.
Adesso ci sarebbe da fare un ripasso per chiudere l’episodio in bellezza. Che ne dite?
André: Quando ho saputo che Gianni sarebbe andato in vacanza, ecco cosa ho pensato: Guarda, il nostro Schettino lasciarà la nave IS, se ne fregherà di noi! Idea che si è dimostrata peregrina questa che mi è venuta in mente! Si dà il caso invece che Gianni stia continuando a chiarire tutti i nostri dubbi e addirittura è riuscito a ritagliarsidel tempo e creare dei nuovi episodi! Quanto sono stato prevenuto! Non dimentichiamo comunque che Ulrike e Anthony gli hanno datomanforte, eccome!
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Giuseppina: Non è la prima volta che ci occupiamo di una locuzione che contiene la parola “volta”. Abbiamo anche visto, in un episodio, quando mettere l’aggettivo prima e quando dopo il sostantivo. Ma stavolta il discorso è diverso.
Stavolta però vediamo la differenza tra la “volta buona” e la “buona volta”.
Non è la stessa cosa? – Direte voi – no, rispondo io. Sono simili ma non si possono usare una al posto dell’altro perché cambia lo stato d’animo, cambia il sentimento che c’è dietro. Vediamo perché.
La volta buona: Questa espressione si riferisce a un momento opportuno o favorevole per fare qualcosa. Viene usata quando si desidera indicare che è giunto il momento giusto per agire o per ottenere un risultato desiderato.
Ad esempio, se tu mi stai dicendo che domani avrai un colloquio di lavoro, si potrebbe dire: “Spero che questa sia la volta buona che riuscirai a trovare un lavoro”.
Evidentemente hai già avuto altre occasioni, altre opportunità, altri colloqui, ma sono andati male, allora spero che questa sarà la volta buona. C’è ottimismo.
La buona volta è simile, ma esprime un sentimento radicalmente diverso.
Nella stessa occasione di prima, potrei dire:
Rouscirai, una buona volta, a far emergere le tue qualità?
Non c’è ottimismo qui, ma c’è un rimprovero, una sensazione quasi di malessere, come se avessi perso la pazienza.
La “buona volta” si utilizza sempre in questo modo: per sgridare, per rimproverare, per rammaricarsi di qualcosa.
Basta, smettila una buona volta di far rumore la mattina!
Finiscila una buona volta di promettere cose che sai di non mantenere.
Deciditi una buona volta! Vuoi imparare veramente l’italiano oppure no?
La “volta buona” non possiamo usarla in questo modo. Esprime ottimismo, speranza. Chiaramente possiamo usarla anche in senso ironico. Vediamo qualche esempio:
Mio figlio ha studiato molto. Questo esame all’università lo ha già fatto due volte. Speriamo che sarà la volta buona.
Non credi di aver mangiato abbastanza stasera? È la volta buona che ti senti male, vedrai!
Questo però non è un rimprovero? Direte voi.
Si, certo, però stavolta sono ironico, e la “buona volta” si usa sempre quando si è arrabbiati, delusi, amareggiati.
Per una buona volta, vuoi stare zitto?
Ok, la finisco qui allora. Avremo occasione di ripassare queste due locuzioni tante volte in futuro.
Adesso ripassiamo:
Marcelo: Oggi vorrei fare un ripasso in onore di mia nipote Juana, giocatrice di rugby niente poco di meno che nella Nazionale Spagnola Under 18. Dio permettendo tra poche ore giocaranno la finale Europea contro la Francia. Penso che le starà dando di volta il cervello con tanta emozione adosso. La sua sarà sicuramente una prestazione della Madonna! Scusatemi, ma il mio orgoglio è traboccante!
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Ricordate la locuzione “non avere di che“? Oggi ne vediamo una simile, dove si usa la forma impersonale.
Cosa si risponde a una persona che ci dice “grazie”?
Una delle possibili risposte è: “non c’è di che“, che è una risposta simile a “di niente” e “figurati”, “non preoccuparti”, “non c’è problema”, “non fa niente”, “non è un problema” e anche “prego“.
Si tratta semplicemente di una risposta di cortesia a chi ringrazia.
“Non c’è di che” potremmo considerarla come l’abbreviazione di “non c’è motivo di ringraziarmi“, oppure anche di “non c’è di che ringraziare“, sebbene quest’ultima potrà apparire come alquanto strana come risposta ad un non madrelingua italiana.
In realtà “non c’è di che ringraziare” è del tutto analoga ad altre locuzioni simili che si usano molto spesso. Basta cambiare il verbo. Es:
Non c’è di che stupirsi
Non c’è di che meravigliarsi
Non c’è di che vergognarsene
Non c’è di che preoccuparsi
Non c’è di che vantarsi
Non c’è di che stare tranquilli
Non c’è di che stare allegri
Ecc..
Il senso è sempre simile: “non c’è motivo di…“, “non c’è ragione di…” e il concetto che si vuole esprimere è quello di una cosa scontata, che non dovrebbe determinare una preoccupazione, una vergogna, uno stupore eccetera.
Vediamo qualche esempio:
Non c’è di che stupirsi se un attaccante nel gioco del calcio possa essere acquistato alla cifra di 100 milioni di euro, considerando quanti soldi muove il mondo del calcio.
In Italia la democrazia è molto apprezzata. Non c’è di che meravigliarsi considerando cosa è successo quando c’era la dittatura.
Hai sempre pagato le tasse? E allora? Non c’è di che vergognarsene! Anzi, devi andarne fiero!
Mio figlio si è fatto una canna! Mia moglie dice che non c’è di che preoccuparsi, ma io mi preoccupo lo stesso! Mio figlio però se ne vanta e lo sta dicendo a tutti. Ma secondo me non c’è di che vantarsi per una cosa del genere.
La cosa interessante è che si usa questa modalità anche senza la negazione. Es:
In Italia ogni coppia fa mediamente poco più di un figlio. C’è di che riflettere!
Vuol dire che questa cosa fa riflettere, nel senso che viene da pensare ai motivi e alle conseguenze di questa realtà.
Spesso, quando non c’è la negazione, si utilizza in modo ironico, quindi la negazione ci dovrebbe stare ma non c’è. Es:
Le temperature stanno aumentando di anno in anno. C’è di che stare allegri, non credete?
Chiaramente in realtà non c’è proprio nulla di che stare allegri, cioè non c’è motivo di stare allegri!
Oppure:
Un mio amico ha 4 cani nel cortile, tutti senza museruola. Ogni volta che vado a trovarlo, quando mi apre il cancello c’è di che stare tranquilli!
Anche qui, in realtà ci sono molti motivi per avere preoccupazione!
Non sempre però si vuole esprimere ironicamente il senso opposto. Es:
La giornata oggi è cominciata malissimo! Appena mi sono alzato sono scivolato e sono caduto. Poi mi sono rovesciato il caffè addosso, poi ho dimenticato l’ombrello e mi sono bagnato dalla testa ai piedi. Adesso sono solamente le 12 e fino a questa sera c’è di che stare all’erta!
Quindi fino a stasera devo stare molto attento perché mi possono capitare ancora tante cose negative. Si tratta di un modo di enfatizzare il messaggio.
Quando non c’è la negazione c’è il senso del “motivo abbastanza valido”, o il senso della quantità che giustifica una risposta o una reazione o una conseguenza. Es:
Moltissime persone, su TikTok, pubblicano dei video in cui preparano delle ricette con degli abbinamenti assurdi. Si tratta di preparazioni molto fantasiose ma c’è di che far rabbrividire gli amanti del cibo italiano o della dieta mediterranea.
La frase “C’è di che far rabbrividire gli amanti del cibo italiano” significa che l’azione o la situazione descritte nella frase sono così stravaganti o inappropriate da poter provocare disgusto o sconcerto tra le persone che seguono la dieta mediterranea o che apprezzano l’alimentazione sana e tradizionale associata a quella dieta.
Quindi potremo dire che gli amanti del cibo italiano “hanno un motivo abbastanza valido” per potersi stupire e restare disgustati di fronte a queste preparazioni.
C’è dunque il senso della “quantità” di qualcosa o di un certo “livello” raggiunto, tale da giustificare una reazione o una conseguenza.
Vediamo altre frasi simili:
Molti italiani adulti sbagliano l’uso del verbo avere e non sanno mettere la lettera “h” correttamente (io ho, tu hai eccetera). C’è di che far saltare sulla sedia un professore di italiano!
Siete mai stati ad un matrimonio nel sud Italia? C’è di che fare indigestione!
Quindi gli insegnanti di italiano hanno un motivo abbastanza valido per saltare sulla sedia (per lo stupore) e gli invitati a questi matrimoni hanno abbastanza cibo da sentirsi male.
Altri esempi:
L’agenda dell’incontro è chiara e molto vasta, e quindi c’è di che parlare.
Il senso della “quantità” qui è molto evidente: “c’è di che parlare”, cioè ci sono molti argomenti di cui parlare.
Moltissimi insegnanti prediligono le spiegazioni di pura grammatica: c’è di che farsi venire il mal di testa ascoltandoli!
Come a dire: ci sono motivi abbastanza validi affinché possa insorgereun bel mal d testa!
Quest’estate in tutt’Italia ci saranno tantissime feste: sagre comunali, concerti, spettacoli in piazza. Insomma, c’è di che divertirsi, ma soprattutto c’è di che dare qualità al proprio tempo libero.
Chiaramente, se esiste “c’è di che” e “non c’è di che” esiste anche “ci sarà di che” e “non ci sarà di che”. Questo vale per il futuro ma vale anche per il passato: “c’è stato di che”, “non ci fu di che” eccetera.
Es:
Ci sarà di che divertirsi la prossima estate
Finché continuiamo a non fare nulla contro il riscaldamento globale, non ci sarà di che sperare.
Non c’è stato di che stupirsi quando il Presidente del consiglio si è dimesso, dopo tutte le figuracce che ha fatto!
10 anni fa non ci fu di che essere allegri quando perdemmo tutti i nostri risparmi.
Bene allora oggi, come forma di ripasso degli episodi precedenti, ripetete dopo di me le seguenti frasi:
Ad oggi non abbiamo ancora programmato le vacanze estive. Non c’è di che andarne fieri!
Dopo la sequela di incidenti che ho avuto la scorsa settimana, c’è di che farsi benedire.
Ciao, alla prossima
Alla prossima.
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Visto che ad oggi non c’è (omeglio, non c’era) ancora un episodio in merito,voglio parlarvi della locuzione “ad oggi” che quando si dà un’informazione può essere molto utile.
Che tipo di informazione? Ne avete una mezza idea?
Si usa per indicare che una determinata informazione o situazione è validaallo stato attuale, al momento in cui state parlando.
Tutto qui? No! Sarebbe teroppo facile…
State riportando la situazione attuale ma spesso si vuole anche evidenziare che le cose potrebbero cambiare in futuro; ci potrebbero essere dei cambiamenti.
“Ad oggi” può indicare anche il periodo di tempo fino al momento presente, proprio come “fino ad oggi”.
In pratica, nel caso più comune, quando si utilizza “ad oggi” si intende specificare che ci si sta riferendo al momento attuale, si sta fotografando la situazione attuale oppure fino al momento attuale, senza dire nulla riguardo a ciò che potrebbe accadere in seguito.
Vi faccio qualche esempio:
Vuoi sapere quante proposte di matrimonio ho ricevuto? Ad oggi manco una!
Il nostro hotel ad oggi ha solamente 12 camere, ma dalla prossima stagione ne saranno disponibili altre 5.
Non è ancora terminato il campionato, ma ad oggi il Napoli sembra la squadra più forte.
La nuova variante Omicron: vi spiego cosa sappiamo ad oggi sull’argomento.
Ad oggi Marco non si è ancora fatto sentire da quando è partito per le vacanze.
Ci può essere dunque un riferimento, anche vago, a un periodo di tempo, ma ciò che interessa è fotografare il presente e sottolineare che la situazione è in fase di sviluppo. Tuttavia come detto in molte circostanze va benissimo anche dire “fino ad oggi”.
Ciò che interessa quasi sempre è solo comunicare lo stato attuale dei fatti, non com’era ieri o l’altro ieri o lo scorso anno.
Quindi:
ad oggi il Napoli sembra la squadra più forte.
Potrei comunque dire che fino ad oggi il Napoli è sembrata la squadra più forte.
Il nostro hotel ad oggi ha solamente 12 camere,
Interessa forse il passato? No! Però in questo caso interessa comunicare che la prossima stagione ci saranno camere aggiuntive.
Ad oggi Marco non si è ancora fatto sentire da quando è partito per le vacanze.
In questo caso posso aggiungere anche “fino” e non cambia nulla.
Quante proposte di matrimonio ho ricevuto? Ad oggi manco una!
Anche in questo caso nessun problema dire “fino ad oggi”.
“Ad oggi” si usa spesso per dare il senso dell’aggiornamento costante, come se le cose potessero cambiare da un momento all’altro o magari anche solo per ironizzare, come in quest’ultimo caso.
Se ciò che interessa è solamente il presente, possiamo usare “attualmente” o “allo stato attuale”; se invece ci interessa poco il futuro e vogliamo sottolineare che una situazione non è cambiata dal passato fino al presente, “fino ad oggi” è la scelta migliore.
Voi mi direte: e “finora”? Non va bene finora? Si, certamente. Però Finora lo sapete già usare e infatti è sicuramente il termine più diffuso, soprattutto nel linguaggio informale. Equivale a “fino ad ora” e “fino a adesso”.
A volte si utilizza “al momento“, con un significato analogo a “ad oggi”. Posso tranquillamente usare “al momento” al posto di “ad oggi” , ma si preferisce quando si tratta di possibili cambiamenti da un momento all’altro, magari tra 5 minuti e non tra oggi e domani.
In questo caso la scelta è tra “fino a questo momento” e “al momento”, a seconda se siamo interessati al passato fino ad ora o sul presente.
Es, se siete in un negozio di scarpe in Italia, scegliete le scarpe da acquistare ma purtroppo non c’è il vostro numero.
“Al momento ne siamo sprovvisti” ma oggi pomeriggio saremo nuovamente forniti – vi dice il commesso.
Ma come faccio? Io devo andar via perché ho l’aereo tra due ore!
Il commesso replica:
Al momento mi spiace ma non posso fare altro!
Infine devo dirvi che sia “ad oggi” che “al momento”, più informalmente possono essere sostituiti da un semplice “per ora” o “per adesso”.
Bene ragazzi, l’episodio finisce qui, non voglio farvi una pappardella inutile di ulteriori esempi, quindi spero che coloro che fino ad oggi hanno amato le mie spiegazioni, adesso non cambino idea…
Abbiamo anche ripassato qualche espressione già spiegata. Solo qualcuna direi, perché bisogna tener contoche ad oggi ci sono 1800 episodi e passa.C’era solo l’imbarazzo della scelta.
Alla prossima.
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1. La sequela di reati commessi dal criminale ha portato alla sua condanna.
2. La sequela di insulti ricevuti hanno causato un forte danno psicologico.
3. La sequela di malattie che lo hanno colpito da bambino gli hanno causato grossi problemi di salute in età adulta.
4. La sequela di disgrazie subite ha portato la famiglia sull’orlo del baratro.
5. La sequela di furti nella zona ha spinto i residenti a prendere precauzioni.
6. La sequela di vittime ogni settimana sulle strade italiane è impressionante.
7. Il calciatore è stato vittima di una sequela di infortuni che lo ha costretto a ritirarsi dal calcio professionistico.
8. Una sequela di scelte sbagliate ha portato l’azienda sull’orlo del fallimento.
9. la fiducia degli amici e dei familiari è stata distrutta dalla sequela di bugie che ha raccontato.
10. L’adesione “alla sequela di Cristo” implica un forte impegno spirituale e morale.
11. Una sequela di fulmini e temporali ha colpito la zona e ha causato danni a molte case.
12. La morte è stata il risultato della sequela di colpi subiti dalla vittima.
Da questi esempi si capisce facilmente (a parte la sequela di Cristo) che una sequela è una successione, una serie ripetuta di eventi in genere negativi. Questo è l’uso principale del termine.
Si può usare anche, sebbene sia più raro, per questioni non necessariamente negative.
Ad esempio di può parlare di:
Sequela di segnali positivi
Una sequela di parole incomprensibili
La sequela di riforme fatte dal governo non sembra abbia centrato l’obiettivo
In generale però si parla di cose negative.
Usando altre parole si potrebbe dire “un colpo dietro l’altro”, una “serie ininterrotta” di malattie, eccetera.
In medicina però, il termine sequela ha un altro senso. Significa conseguenza, postumo.
Infatti ad esempio esiste la “sequela post-operatoria” che è ciò che segue, ciò che viene dopo, la conseguenza di una operazione.
La sequela post-operatoria allora può includere dolore, gonfiore e difficoltà motorie dopo un intervento chirurgico.
Posso ugualmente dire che:
La diagnosi tardiva della malattia ha causato una sequela di danni nel paziente.
Dunque una sequela si è capito che l’uso principale è nel senso di una serie di reati, insulti, offese, malattie, disgrazie, furti, di vittime, infortuni, errori, bugie.
C’è ancora un altro utilizzo di sequela, nel senso di “seguito” (con l’accento sulla e). È proprio questo il senso della sequela di Cristo.
È proprio questa tra l’altro l’origine del termine dal latino.
Es:
La sequela di Cristo
Mettersi alla sequela di Cristo
Che si riferisce all’adesione e al seguire gli insegnamenti e l’esempio di Cristo.
La frase Indica un impegno a vivere secondo i principi cristiani e a seguire il cammino spirituale indicato da Gesù.
Riguardo al plurale, notate che sequela, essendo una successione, è già un insieme di cose. Verrebbe strano pertanto parlare di “sequele”, eppure a volte si usa, più che altro per enfatizzare.
Troverete spesso anche “le sequela”. Questo si trova spesso soprattutto quando si parla degli insegnamenti di Cristo. Ribadisco però che si dovrebbe dire “la sequela”.
Adesso ripassiamo.
Ulrike: Cerco di tenermi alla larga dalla noia, per lo più con successo. Riesco a evitarla affrontando impegni di qualsiasi tipo. Benché sia roba noiosa, lo faccio sempre con la solerzia che mi contraddistingue. Le rare volte che il tran tran quotidiano mi viene a noia mi salvo in calcio d’angolouscendomene con un ripasso di qualche espressione della rubrica “due minuti con italiano semplicemente” .
Membro anonimo: attenzione! Questo che segue è un ripasso di finzione, qualsiasi somiglianza con la realtà è pura coincidenza!
A proposito di annoiarsi, mia moglie è fuori città per affari e ci rimarrà per una settimana! Guarda caso ieri sera mi sono incontrato con una mia vecchia fiamma che non vedevo da tempo! Immagino sia single e – si fa per dire – é una donna bellissima! Allora devo confessare che restare da solo per così tanto tempo mi fa sentire un’anima in pena. Allora, benché io non sia avvezzo al tradimento, mi domando e dico: che male mi farabbe una rispolverata alla memoria all’insegna dei vecchi tempi?”
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Giovanni: “Andare in bambola” è un’espressione informale che indica una perdita di lucidità mentale o una situazione in cui una persona si trova in uno stato di confusione o smarrimento.
Si usa solitamente quando qualcuno diventa confuso o non riesce a ragionare chiaramente. Si tenga sempre presente la logica legata all’uso di “andare in” che abbiamo spiegato due episodi fa, parlando dell’espressione andare in pezzi, andare in malora e in frantumi.
Anche questa rappresenta una condizione in cui ci si può trovare.
Un’alternativa formale a questa espressione potrebbe essere “perdere la capacità di ragionare” o “essere preso da uno stato di confusione mentale“.
Un’ espressione informale simile è “andare in tilt“, di cui ci siamo già occupati, e anche “perdere le staffe” che abbiamo incontrato nell’episodio legato alle arrabbiature, anzi, alle incazzature! Ci sono mille modiper descrivere una condizione simile, ma in questo caso non stiamo parlando di arrabbiarsi, ma di lucidità mentale:
Vediamo qualche esempio:
Durante l’esame, sono andato completamente inbambola e non riuscivo a ricordare nulla;
Dopo l’incidente, l’autista è rimasto in bambola (o imbambolato) e non riusciva a parlare;
Durante la presentazione, il mio collega è andatoinbambola e ha dimenticato tutte le sue parole;
Il progetto era così complesso che molti membri del team sono andati in bambola, non riuscendo a trovare una soluzione;
Il portiere dopo quell’errore è andato in bambola per il resto della partita e l’allenatore ha dovuto sostituirlo col portiere di riserva;
Dopo aver subito una serie di sconfitte, la squadra sembra essere andata in bambola e non riesce più a trovare la motivazione;
“Andare il tilt“ direi che è più appropriata in situazioni di stress.
“Andare in tilt“, nell’uso figurativo, si riferisce a una persona che perde il controllo emotivo o che smette di funzionare correttamente a causa di un eccesso di stress, pressione o frustrazione.
Invece “andare in bambola” si concentra sulla confusione o sulla perdita di lucidità mentale. Ad ogni modo sono espressioni abbastanza simili.
Ma perché si usa il termine bambola?
Tutti voi sapete che la bambola è un oggetto di solito realizzato in plastica, porcellana, stoffa o altri materiali, che rappresenta una figura umana, spesso simile a un bambino o a una bambina.
Le bambole sono giocattoli tradizionali per i bambini, soprattutto di sesso femminile.
Il termine “bambola” potrebbe essere usato per riferirsi a una persona che perde il controllo del proprio corpo, come una bambola che viene maneggiata senza coordinazione. Questa associazione potrebbe riflettere la perdita di capacità di coordinazione o di movimento di una persona in uno stato di confusione o smarrimento.
Si potrebbe pensare anche all’assenza di reazione o espressione: Una bambola di pezza o un pupazzo possono avere un aspetto immobile e privo di emozioni. Quindi, “andare in bambola” potrebbe indicare una persona che sembra senza reazione o priva di espressione emotiva, come se fosse diventata una bambola.
Ulrike: Da illo tempore ho voglia di visitare la Sicilia. A detta di tanti, che sono stati lì, varrebbe nettamente la pena, anzi, sarebbe persino un dovere. Allora, un giorno, con ogni probabilità, sarò in grado di partire alla volta della Sicilia. Magari alla prossima riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
André: Si dà il caso che, così come Urike, uno dei miei sogni sia fare un giro per la Sicilia e per la Sardegna! Casomai ci dovessi pensare spero non sia una ipotesiperegrina. Allora! Ditemi voi, ragazzi se siete d’accordo con me!
Carmen: Eh André‚ aggiudicato! Posso immaginare che anche gli altri la pensano come noi. Mi sa che la tua proposta sarà benaccetta da parte di tutti. Se Gianni ci proporrà la Sicilia presumibilmente saranno in tanti a dare il loro beneplacito. Nullaquaestioda parte mia! Quest’incontro (sempre che il sogno si avvererà) sarà senz’altro coifiocchi, ragion per cui sarà annoverato tra le più straordinarie riunioni di sempre. Mica pizza e ficchi. Insistiamo affinché questa proposta non passi in cavalleria!
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Giovanni: Andare in bianco. Questa espressione piacerà a molti perché entriamo in un campo più attraente degli altri: la sessualità. Nello scorso episodio vi ho fatto una panoramica sulle espressioni di questo tipo, in cui c’è “andare in“. Oggi però con questa espressione parliamo di sesso! Siete contenti?
Infatti nel contesto dei rapporti sessuali (ma non solo, come vedremo), l’espressione “andare in bianco” può significare non riuscire a avere un rapporto sessuale nonostante l’intenzione o l’opportunità. Può ad esempio indicare una mancata erezione maschile o una difficoltà nell’avere un rapporto sessuale completo e soddisfacente. Questa è sicuramente una delle cose che vengono in mente a proposito di “andare in bianco”.
Non riguarda solo gli uomini però. Questa espressione può essere utilizzata per descrivere una situazione in cui uno o entrambi i partner non riescono a raggiungere l’atto sessuale desiderato o a ottenere soddisfazione sessuale. Può verificarsi per una varietà di motivi, come ansia, stress, problemi fisici, mancanza di desiderio o una qualche disfunzione sessuale. Qualcosa non è andato nel verso giusto!
Si usa anche per descrivere situazioni in cui due persone hanno un appuntamento e il finale non è quello atteso da una delle due persone, che, erroneamente, si aspettava una conclusione che invece non c’è stata. E’ andata male!
In questi casi chi va in bianco non rimane chiaramente soddisfatto.
L’altra persona invece è quella che “manda in bianco” la prima.
Si potrebbe pensare che la persona che manda in bianco l’altra persona dica: Non c’è trippa per gatti!
Vediamo qualche esempio:
Maria mi ha mandato in bianco stasera.
È la prima volta che vado in bianco. Che delusione. Sarà stata l’emozione!
La prima notte di nozze siamo andati in bianco!
Come si capisce da quest’ultimo esempio, si può andare in bianco anche in due.
Andare in bianco pertanto può significare non ottenere i risultati sperati in un appuntamento oppure non riuscire a avere un rapporto sessuale per motivi legati allo stress, all’emozione eccetera.
La scelta del colore bianco è probabilmente dovuta al fatto che è un colore che più degli altri rappresenta l’assenza di qualcosa, per via dell’assenza di colore, sebbene anche il bianco sia un colore a tutti gli effetti.
In realtà la sessualità e i rapporti di coppia non sono gli unici ambiti in cui si può usare questa espressione, poiché “andare in bianco” può significare in generale non raggiungere un obiettivo o non ottenere alcun risultato nonostante gli sforzi fatti.
Ad esempio, se un venditore non riesce a concludere una vendita nonostante i suoi tentativi, si può dire che è andato “in bianco”. In pratica non ha ottenuto nulla: è tornato a mani vuote.
Anche in ambito sportivo possiamo usarla per indicare una mancata vittoria a una competizione.
Le squadre italiane, nonostante tre finali europee, sono andate in bianco.
Dunque tre finali ma neanche una vittoria: zero risultati.
Se vogliamo poi, “andare in bianco” può indicare vestirsi di bianco in una particolare occasione.
Es:
La presidentessa, all’appuntamento con il Papa, è andata in bianco.
Andrè: Voci false e tendenziose hanno ventilato che quando sei venuto in brasile sei appunto andato in bianco per tua scelta, perché secondo te non c’erano ragazze all’altezza dei tuoi gusti, ma non te ne preoccupare! Di fronte a una tale menzognami vedo costretto a smentirequesta bufalaassurda! La verità tutti noi la conosciamo! Gianni ha occhi solo per sua moglie!
Giovanni: confermo! Qualcuno insinua anche che avrei fatto cilecca! Pensa un po’! Roba da matti, guarda!
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Giovanni: Andare in pezzi. Voglio parlarvi di questa espressione perché può essere interessante tra l’altro discutere sul motivo per cui si usa la preposizione “in” dopo andare.
Riguardo al significato, “andare in pezzi” probabilmente è abbastanza intuitivo per voi non madrelingua italiana: “andare in pezzi” viene utilizzato per indicare una rottura, qualcosa che si distrugge, che si spezza.
Ci stiamo allontanando un po’ rispetto all’ultimo episodio in cui abbiamo parlato del verbo “stroncare“. Ad ogni modo non siamo così lontani.
Se avete in mano un bicchiere e vi cade a terra, probabilmente il bicchiere andrà in pezzi, cioè si romperà, si disintegrerà.
Il fatto è che in senso figurato si usa anche per descrivere situazioni, stati d’animo o persone che sono in una condizione di rottura, disgregazione o profonda crisi.
Si parla spesso di qualcosa di irreversibile, qualcosa dalla quale non si può tornare indietro.
Questo è un elemento comune rispetto a “stroncare“.
Per via di questa irreversibilità, spesso si usa anche il verbo finire: finire in pezzi, che si usa soprattutto in senso figurato.
“Andare in pezzi” è più o meno equivalente a “andare infrantumi“. I frantumi infatti sono piccoli pezzi di un oggetto che in precedenza erano uniti e formavano un unico oggetto.
I pezzi possiamo chiamarli frantumi o anche frammenti e solitamente si parla di oggetti fisici.
Sia i pezzi che i frantumi si usano però anche in senso figurato.
Es:
Il mio smartphone si è rotto e è andato in (mille) pezzi dopo essere caduto a terra.
Con i “pezzi” spessissimo si usa “mille pezzi”. Non si usa però con i frantumi.
La mia relazione è andata in frantumi quando ho scoperto di essere stato tradito.
Durante il terremoto, molti edifici sono andati in frantumi.
Un’altra espressione interessante è “andare/finire inmalora“, abbastanza simile all’uso di “andare in pezzi/frantumi”.
C’è a volte una piccola differenza perché “andare in malora” può indicare sia un’azione o una situazione in cui qualcosa o qualcuno viene distrutto (proprio come andare in pezzi/frantumi), ma anche quando qualcosa viene rovinato o ridotto in uno stato di disastro o decadenza. Andare in malora può essere utilizzata per descrivere una situazione che si aggrava fino a raggiungere un punto critico. C’è il senso del tempo che passa e le cose peggiorano sempre più, fino a raggiungere una situazione irreversibile.
La domanda è: perché usiamo la preposizione in?
Infatti normalmente “andare in” si utilizza in altre circostanze dove è più comprensibile il motivo del suo utilizzo.
Cos’hanno in comune andare in pezzi, andare in malora e andare in frantumi con andare in bici, andare in bagno, andare in pensione, andare in palestra, andare in Italia, eccetera?
Nel caso delle espressioni “andare in pezzi”, “andare in malora” e “andare in frantumi”, la preposizione “in” viene utilizzata per indicare lo stato negativo raggiunto: uno stato di disfacimento, rottura o distruzione di qualcosa. Se ci pensate anche andare in bolletta, amdare in rosso e andare in tilt rispondono alla stessa logica: c’è una condizione negativa in cui ci si trova.
Lo stesso vale per “andare in fumo“, e “andare in rovina” e altre espressioni simili.
Amdare in fumo si può utilizzare per descrivere una situazione in cui tutti gli sforzi, i piani o le aspettative vanno perduti o si dissolvono. Ad esempio, se una persona investe tutti i suoi risparmi in un’azienda che poi fallisce, si potrebbe dire che i suoi risparmi sono andati in fumo.
“Andare in fumo” si concentra sulla scomparsa o l’annullamento di qualcosa e non sulla distruzione.
Invece andare in rovina è analoga a andare in malora ma c’è meno enfasi sul finale e si concentra sul processo di declino e deterioramento di qualcosa nel corso del tempo.
D’altra parte, tornando a quanto detto prima, “andare in bici”, “andare in bagno”, “andare in pensione”, “andare in palestra”, “andare in Italia”, ecc. descrivono azioni, attività, condizioni o luoghi specifici in cui qualcuno si trova o qualcosa viene fatto.
Volendo fare un discorso generale, in tutti i casi menzionati, “in” viene utilizzata per indicare un’attività, una condizione o un luogo in cui qualcosa o qualcuno si trova o è destinato.
Dunque quando un bicchiere va in frantumi, adesso il bicchiere è distrutto. Si trova in questa condizione. Quando si va in palestra invece si parla di un’attività, un’azione e anche un luogo di destinazione, analogamente a andare in Italia.
Andare in bici è invece una semplice attività. Andare in pensione indica una condizione, quella in cui ci si trova quando si finisce di lavorare.
Esiste anche “andare in estate”, “andare in inverno” ecc. In questi casi si indica il periodo in cui si svolge un’attività. È un uso diverso dai precedenti.
In questo contesto, “in estate” significa “durante l’estate” o “nel periodo estivo”.
“Vado in vacanza in estate” significa quindi “Vado in vacanza durante l’estate”.
Infine mi viene in mente l’espressione “andare in bianco” ma questa la vediamo nel prossimo episodio perché merita più attenzione. Lo stesso vale per altre espressioni tipo andare in bambola o andare in bestia. Ce ne sono anche altre chiaramente.
Adesso ripassiamo.
Ripassiamo parlando di libri in italiano che avete letto? Che ne dite?
Carmen: Vi metto sul piattola mia proposta di ripasso: ho appena iniziato la lettura del famigerato libretto “il caffè sospeso” di De Crescenzo. Per ora mi piace un mondo, tuttavia non tutti concordano col mio parere: taluni critici letterari l’hanno stroncato in malo modo. Devo dire che in quanto critici di mestiere probabilmente ne avranno ben donde, ma non posso fare a meno di dissentire. Almeno per ora.
Albéric: Quanto a me, sto finendo il libro «Sottomissione» di Michel Houellebecq, un autore daannoverare tra i più controversi. Ha ideato una finzione dove un partito islamico abbastanza moderato riesce a prendere il potere in Francia. Un’ipotesi peregrinabell’e buonadireste? Eh, chi lo sa? Puo’ darsi che accadrà un giorno o l’altro. Comunque a questo autore non piace altro che provocare ideando situazioni future alquanto inverosimili. Lui, tra l’altro, è anche un cinico critico della modernitàe non ne ha per nessuno; per questo mi piace così tanto.
André: i miei preferiti sono i libri che raccontano delle storie della seconda guerra mondiale e soprattutto le vicende dei sopravvissuti nei campi di concentramento! Si dà il caso che siano libri che mi danno molte emozioni, ragion per cuiogni due per trepiango mentre li leggo. “Se questo è un uomo” di Primo Levi è uno di quelli più belli che io abbia mai letto! Un libro mozzafiato. Mentre lo leggevo avevo sentore che forse non ce l’avrei fatta a finirlo!
Marcelo: devo dire che una volta ero in lettore accanito, adesso invece che ho superato gli antada un pezzo, preferisco ascoltare audiolibri o leggere piccoli racconti! Mi dispiace non poter fare un commento interessante su libri e scrittori. Non me ne volete.
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Giovanni: facciamo un gioco: ditemi cos’hanno in comune un fulmine che spezza un ramo, un peso che affatica il corpo, una rivolta che viene fermata, una vita che viene prematuramente interrotta e una dura critica che colpisce una persona?
La risposta è il verbo stroncare.
Infatti questo verbo possiamo usarlo in molte circostanze diverse.
Se dovessi cercare un termine comune per descrivere tutti i diversi usi di stroncare, potrei dirvi il verbo “interrompere“. Anche “violenza” però è abbastanza adatto.
Infatti si può descrivere il concetto di spezzare con violenza qualcosa, come quando un fulmine colpisce un albero e stronca un ramo oppure stronca l’intero albero.
la furia del vento ha stroncato molti alberi
Gli alberi sono stati stroncati, cioè tagliati via con violenza. Aggiungere una esse al verbo troncare dà proprio l’idea della violenza, ma anche della rapidità. Ho fatto l’esempio dell’albero perché l’albero ha il suo tronco che rappresenta la sua struttura. Stroncare deriva proprio dal termine tronco.
Allo stesso modo un terremoto può stroncare la vita di molte persone, perché arriva all’improvviso e può essere molto violento e rapidamente far crollare tutto. Così come un alluvione può stroncare un’abitazione, eccetera.
Ulrike: Da questo punto di vista è simile anche al verbo strappare, rompersi all’improvviso in due pezzi, spezzarsi.
C’è chiaramente anche il senso dell’interruzione: “una vita interrotta/stroncara” ad esempio.
Quindi significa anche cessare in modo rapido e deciso, oppure far cessare, reprimere in modo violento e definitivo. C’è anche questo senso: qualcosa di definitivo, senza possibilità di tornare indietro.
Es:
la protesta degli studenti è stata stroncata sul nascere dalla polizia.
La rivolta dei lavoratori sarà stroncata dalle forze dell’ordine.
La mia iniziativa è stata stroncata da tutti.
Marcelo: Ecco in quest’ultimo caso, quando viene stroncata un’iniziativa o un’idea o una proposta, evidentemente nessuno la condivide, ma non solo, direi che tutti, immediatamente, non hanno alcun dubbio che si tratti di una pessima idea. Si tratta di una forte critica, una critica spietata.
Quindi potremmo dire che analogamente stroncare un libro significa démolirlo, distruggerlo con un giudizio duro e Severo. Questo è un uso figurato.
Ho comprato un libro ma mia moglie, che l’ha già letto, lo ha stroncato.
Il film è stato stroncato dalla critica.
Ho fatto sentire a tutti come suono il pianoforte ma qualcuno mi ha stroncato con le sue critiche.
André: In questi casi non c’è molto il senso dell’interruzione, del far cessare, che invece c’è se dico:
Un uomo è stato stroncato da una malattia incurabile.
Si parla in questo caso di una morte improvvisa e veloce.
Quindi è simile anche a uccidere prematuramente, cioè in modo prematuro, oppure uccidere velocemente.
Non c’è bisogno di uccidere però. È sufficiente stancare, affaticare.
Quindi ad esempio:
Da bambino ho sempre portato a scuola uno zaino pesantissimo che mi stroncava la schiena.
Per andare a casa devo fare 100 scalini che ogni volta mi stroncano le gambe.
Il covid mi ha proprio stroncato. Non riesco a riprendermi completamente.
Sono stroncato dalla fatica.
Giovanni: Adesso ripassiamo:
Irina: Gianni vuole unire l’utile al dilettevole cioè creare un nuovo episodio mentre mangia e beve alla faccia nostra con i membri che sono andati all’incontro in Toscana! Non mela sento di fare un ripasso. Aspetto invece bellamente che se ne occupi qualcun altro. Sono invidioso di loro e oltretutto la mia condizione non è passibile di miglioramento.
Marcelo: se me lo consentite, non ho troppo tempo neanch’io oggi per creare un bel ripasso. Faccio una breve frase alla bell’e meglio solo per darvi manforte, dato che state tutti facendo bisboccia. Perdonate il mio menefreghismo ma oggi sono proprio restio a fare qualsiasi cosa. So già che questo mio tentativo sarà stroncato!
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Anche svezzare ha a che fare con le abitudini, perché prima di avvezzarsi, cioè prima di prendere una abitudine, bisogna svezzarsi. Prima, ma anche dopo.
Cominciamo col prima.
Nell’uso più comune, svezzare si usa per indicare che un bambino inizia a mangiare cose diverse dal latte.
Si dice anche “divezzare“.
Svezzare/divezzare un lattante significa far passare un bambino dall’allattamento a una forma di alimentazione più ricca e varia.
Quando lo svezziamo questo bambino? Bisogna chiedere al pediatra!
Da quel momento in poi, dopo lo svezzamento, il bambino inizia a abituarsi, quindi possiamo dire che inizia a avvezzarsi al cibo diverso dal latte.
Chiaramente anche i cuccioli di animale vanno svezzati.
Ad esempio, per i cani lo svezzamento dei cuccioli inizia dalla terza o quarta settimana di vita.
Normalmente il verbo svezzare si usa in questo senso, ma allargando il campo, in modo scherzoso possiamo usare lo stesso verbo per indicare la prima volta che una persona inizia a fare qualcosa di normale che fanno tutti.
Es:
Il ragazzo deve ancora svezzarsi. Siate comprensivi con lui, sta crescendo.
All’inizio al lavoro avevo qualche difficoltà, ma poi gradualmente i miei colleghi mi hanno svezzato.
Anche nello sport si usa abbastanza spesso:
Il portiere è bravo ma deve ancora svezzarsi nel gioco con i piedi. Tra qualche tempo sarà pronto.
Dicevo che svezzare e svezzarsi possono usarsi anche dopo aver preso una abitudine, quando questa abitudine va interrotta.
In questi casi si sta parlando di perdere un’abitudine, in genere una brutta abitudine.
Es:
Svezzare qualcuno dall’alcol
Svezzarsi dal fumo.
La società deve svezzarsi dai combustibili fossili e passare alle fonti rinnovabili.
Un tossicodipendente deve essere svezzato dall’uso delle sostanze nocive per l’organismo.
Quindi parliamo di abitudini negative o comunque parliamo del passaggio da una condizione negativa a una migliore.
In questi casi c’è di mezzo un “vezzo” . Il termine vezzo deriva dal “vizio” , quindi da qualcosa di negativo, da una abitudine negativa.
Uno dei significati del ternine vezzo è quello di qualcosa di abituale.
Si dice spesso:
fare una cosa per vezzo
avere il vezzo di fare qualcosa.
Spesso implica l’idea di qualcosa di sconveniente:
ho il vezzo di mangiarmi le unghie.
A volte si dice anche “mal vezzo” proprio perché parliamo di cattive abitudini che si devono interrompere, che sarebbe bene interrompere. Es:
Perché rispondi sempre male ai tuoi genitori? Questoè un è un mal vezzo che dovresti toglierti!
Quindi è una cattiva abitudine che è meglio perdere.
Giovanni: ecco un’altro termine che voi non madrelingua italiana non utilizzate mai: avvezzo. Al femminile avvezza, al plurale avvezzi e avvezze.
“Avvezzo” è simile a “abituato” , ma anche a “assuefatto”.
Si usa quasi sempre col verbo essere o diventare”. Inoltre, analogamente a “abituato” e “assuefatto” per indicare la cosa a cui siamo avvezzi dobbiamo usare la preposizione “a”.
Es:
Sono abituato a lavorare anche il sabato e la domenica
Sono avvezzo alle fatiche
Sono assuefatto alle droghe
A seconda dell’occasione posso scegliere il termine più adatto. Assuefatto ad esempio è più usato in medicina che altro, quindi ce ne occuperemo nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della salute.
Restiamo su “avvezzo“.
Intanto, notate la pronuncia, con la zeta dura, tipo “pazzo” ma diversamente da “razzo“.
Quando si usa avvezzo?
Fondamentalmente essere avvezzo significa prendere l’abitudine a qualche cosa, ma ci sono delle differenze rispetto a essere abituato, che è molto più generico.
Essere avvezzo indica l’essere abituati o familiarizzati con qualcosa. Rappresenta uno stato di abitudine o consuetudine che si è sviluppato nel tempo. La differenza principale tra l’essere “avvezzo” e le semplici abitudini, assuefazioni o adattamenti risiede nel grado di familiarità e nel tempo necessario per acquisire tale abitudine.
Implica una profonda familiarità e una consolidata abitudine rispetto a un determinato comportamento, situazione o ambiente. Indica che qualcosa è diventato consueto, normale o comune per una persona a causa della sua esperienza prolungata nel tempo. È fondamentalmente una questione di tempo.
Un’abitudine si riferisce a un comportamento regolare e ripetitivo che una persona ha acquisito attraverso la pratica costante.
È una tendenza automatica o un modo di fare le cose che può essere sviluppato con relativa facilità. Quando sei abituato a qualcosa neanche ci fai più caso.
L’abitudine può richiedere un periodo di tempo variabile per formarsi, ma non necessariamente raggiunge lo stesso grado di profondità e familiarità dell’essere avvezzo.
Essere avvezzo si usa sia con le abitudini positive che negative, ma forse maggiormente con quelle negative, legate alla sopportazione di qualcosa alla quale ormai ci siamo abituati, cioè qualcosaalla quale ormai siamo avvezzi.
In generale comunque si può essere avvezzi a fare esercizio fisico regolarmente, a mangiare sano, a lavorare sodo o ad altri comportamenti di qualunque tipo.
Per sottolineare la questione del tempo si potrebbe parlare di “abitudineconsolidata“, come ho detto anche poco fa, consolidata nel tempo e quindi si riferisce a qualcosa – ripeto – al quale una persona si è abituata nel corso del tempo.
Da oggi avete una parola in più nel vocabolario.
Ma avete anche un verbo in più: avvezzarsi, simile a abituarsi.
Es: nella nostra famiglia non ci siamo avvezzati a rinunciare alle vacanze estive.
Evidentemente le abbiamo sempre fatte e per avvezzarsi, cioè per diventare avvezzi, occorre il tempo.
Mi sono avvezzato al caratteraccio di mio fratello. Ormai non faccio più caso alle sue risposte.
Bene ragazzi, considerato che ormai siete abbastanza avvezzi, non vi stupirete se adesso vi dico che facciamo un ripasso delle cose già imparate.
A proposito, a cosa siete avvezzi voi?
Komi: Ieri sera mentre cenavo ad un ristorante mi sono reso conto che la maggioranza delle persone che erano lì usavano i loro cellulari in attesa del cibo! Questo chiaramente va a scapito delle chiacchierate tra amici! Direi che la tecnologia, se da una parte avviciana chi si trova lontano, per contro allontana quelli chi si trova vicino! Non sono ancora avvezzo però a questo rovescio della medaglia!
Marcelo: Ho scoperto che per diventare abitudine qualsiasi cosa, si deve ripetere di continuo almeno 21 giorni! Per quanto mi riguarda fare la passeggiata mentre ascolto IS: sono due abitudini che vanno a braccettoe a cui ormai sono avvezzo. Riesco sempre a trovare il momento propizio per ritagliarmi un momento di tranquillità e così unisco l’utile al dilettevole!
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Giovanni: oggi parliamo dell’affabilità, cioè della caratteristica delle persone affabili. Solo una persona può essere definita affabile. Nient’altro.
Affabile è un aggettivo che descrive una persona che è cordiale, gentile, socievole e piacevole nell’interazione con gli altri.
Una persona affabile è generalmente amichevole, aperta e di buon carattere.
È chiaramente una caratteristica positiva, che indica una predisposizione naturale a trattare gli altri con gentilezza e rispetto, facendo sentire le persone a proprio agio intorno a sé.
Es:
Maria è una persona estremamente affabile, saluta sempre tutti con un sorriso e riesce a mettere a proprio agio chiunque entri in contatto con lei.
Il professor Rossi si distingue per la sua affabilità: è sempre disponibile ad aiutare gli studenti e si prende il tempo di spiegare le cose in modo chiaro e gentile.
La nuova collega si è integrata molto velocemente nel team grazie alla sua affabilità: si mostra aperta e amichevole con tutti, rendendo l’ambiente di lavoro più piacevole.
L’affabilità di Marco lo rende un ottimo rappresentante commerciale: sa come instaurare un buon rapporto con i clienti, mettendoli a proprio agio e guadagnandosi la loro fiducia.
Durante la cena di gala, l’affabilità del sindaco è stata apprezzata da tutti gli ospiti: si è dimostrato cortese, affabile e interessato a ogni conversazione.
Il contrario di affabile è “scontroso“, “burbero“.
Questi termini indicano una persona che è scorbutica, brusca o poco incline a essere amichevole o socievole con gli altri.
In cosa consiste la scontrosità?
Al contrario dell’affabilità, una persona scontrosa tende a essere fredda, distante o poco interessata alle interazioni sociali.
Se vi interessano altri aggettivi per descrivere le persone, credo che vi potrebbe piacere l’audiolibro dedicato proprio a questo.
Attraverso i segni dello zodiaco abbiamo esplorato le varie tipologie di persone, descrivendone tutte le caratteristiche, quindi pregi e difetti.
Sofie: Salve, mi chiamo Sofie e, a detta di molti, sono una persona scontrosa. Non che io abbia l’intenzione di essere antipatica, ma ho una certa tendenza a reagire in modo brusco alle situazioni. Mi dispiace se sembro così, ma è il mio carattere.
Anne Marie: Buongiorno a tutti, sono Anne Marie e mi piace definirmi un tipo pressochéaffabile. In linea di massima sono una persona aperta e cordiale, ma ci sono momenti in cui preferisco restare un po’ più in riservatezza. Non che sia scontrosa, ma ho le mie peculiarità e prerogative.
Karin: Ciao, io sono Karin e, a differenza di molti miei amici, mi considero più scontrosa che affabile. Non è che non mi piaccia socializzare, ma preferisco mantenere una certa distanza.
Marcelo: Salve a tutti, mi chiamo Marcelo e sono una persona affabile. Mi piace brillare negli incontri sociali e fare amicizia con facilità. Non mi direte che non è una caratteristica apprezzabile!
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Giovanni: chi ama il gossip, o meglio, il “pettegolezzo” in italiano, sicuramente conosce il termine tresca e sa usare correttamente anche il verbo trescare.
Abbiamo a che fare con due tipi di situazioni diverse, quindi due significati diversi, anche se c’è qualcosa in comune.
Il termine “tresca“, molto informale, può indicare una sorta di accordo tra persone, un accordo nascosto, non alla luce del sole. Possiamo chiamarlo anche un intrigo o una cospirazione.
“Tresca” può riferirsi dunque a un’attività segreta, spesso illegale o moralmente discutibile, che coinvolge un gruppo di persone che complottano contro qualcuno segretamente, che fanno cioè accordi segreti.
Complottare è un verbo interessante, molto usato quando si parla di politica. Un complotto è simile a una tresca, ma il complotto (così come la cospirazione) sono termini decisamente più seri.
Ad esempio, si potrebbe dire che un gruppo di individui sta organizzando una tresca per sabotare un’azienda concorrente. In questo caso possiamo tranquillamente sostituire tresca con complotto o cospirazione.
Il secondo significato, che poi è quello che viene subito in mente ad un italiano, è la tresca intesa come relazione amorosa segreta.
C’è sempre qualcosa di segreto, ma qui parliamo di due persone che hanno una relazione amorosa o semplicemente sessuale, non alla luce del sole.
Avranno un motivo queste persone per nascondere la loro relazione? Probabilmente si!
Si tratta di un termine molto colloquiale. Solitamente, si riferisce a una relazione extraconiugale o a una relazione amorosa che viola le norme sociali o morali.
Il termine “adulterio” non è un sinonimo di tresca.
Adulterio è molto più serio e specifico. Una volta era persino reato in Italia (se a tradire era la moglie) tradire il proprio coniuge. Questo è l’adulterio.
Non c’è bisogno di essere sposati per avere una tresca.
Possiamo avere una tresca anche col capufficio, pur non essendo sposati, ma non vogliamo farlo sapere.
Se vogliamo essere meno informali dovremmo parlare di una “relazione clandestina“.
Quando qualcosa – qualunque cosa – è definito clandestino, allora avviene senza l’approvazione di una autorità o avviene contro il divieto delle leggi.
Questo vale anche per gli immigrati clandestini, il commercio clandestino, la stampa clandestina eccetera.
Quando parliamo di una relazione clandestina, ad esempio si può dire:
Tra quei due pare ci sia stata una tresca in passato.
C’è da dire che, sebbene più raramente, si parla di una tresca anche semplicemente nel senso di un rapporto intimo poco importante, poco impegnativo, che può anche non essere nascosto.
Es:
Una volta ho avuto una tresca con quella ragazza!
Come a dire: niente di serio.
Certo, una persona innamorata non definirebbe mai il suo rapporto con l’altra una “tresca”.
Nel primo o nel secondo significato, quindi sia quello legato alle attività segrete, sia quello inteso come relazioni amorose segrete, si usa anche il verbo “trescare” , cioè agire in modo subdolo, nascosto, anche per fini illeciti. Si dice anche “ordire” imbrogli o intrighi.
Giovanni per ottenere quel posto ha trescato.
Hanno scoperto una tresca in ufficio. Marco trescava con la moglie del direttore da anni!
Trova in casa l’amico con la moglie, sospetta che trescassero (sospetta una tresca) e li uccide entrambi.
Cosa? Sei stato scoperto a trescare con un’altra donna?
La tresca somiglia anche all’intrallazzo e all’inciucio, e dunque Intrallazzare, inciuciare e t tramare sono abbastanza simili a trescare.
Se ricordate, si tratta di termini che abbiamo visto nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.
Giovanni: oggi vediamo l’espressione “mettere sul piatto“, che è un modo di dire comune in italiano che significa offrire o presentare qualcosa, di solito riferendosi a una proposta o a un’opportunità.
Spesso viene utilizzata in contesti negoziali (cioè accordi commerciali, negoziazione di contratti, accordi finanziari o qualsiasi altra situazione in cui due o più parti cercano di raggiungere un accordo vantaggioso per entrambe) o più in generale nelle trattative, ma può essere usata anche in situazioni più informali. Ecco alcuni esempi che illustrano l’uso di questa espressione:
Negoziazione di un contratto:
Mario: Sono interessato ad acquistare la tua auto. Quanto la vendi?
Luca: Beh, considerando le condizioni e l’anno di produzione, vorrei almeno 10.000 euro.
Mario: Capisco, ma posso mettere sul piatto 9.000 euro?
Luca: Hmm, la tua offerta è interessante. Ci devo pensare.
Dunque quando si mette sul piatto qualcosa, ci si aspetta che qualcuno accetti la tua proposta, la tua offerta, che però può anche essere rifiutata. Il piatto si usa di solito per mangiare, ma questo chiaramente è un uso figurato.
Offerta di lavoro:
Alessia: Sono rimasta molto colpita dal tuo curriculum. Abbiamo un’opportunità di lavoro aperta nella nostra azienda. Sei interessato?
Giovanni: Assolutamente! Sono pronto a mettere sul piatto le mie competenze e la mia dedizione per questa posizione.
Alessia: Fantastico! Possiamo fissare un colloquio per discutere i dettagli?
Anche in questo caso si sta offrendo qualcosa: le mie competenze e la mia dedizione. Ci siamo occupati della dedizione parlando della locuzione “avere cura” di qualcosa.
Pianificazione di una serata tra amici:
Laura: Ho deciso di organizzare una serata a casa mia sabato. Ognuno può portare qualcosa da mangiare o da bere.
Marco: Posso mettere sul piatto una deliziosa torta fatta in casa e una selezione di vini italiani.
Laura: Wow, sembra ottimo! Non vedo l’ora di assaggiare la tua torta!
Questo caso sembra un po’ forzato, perché quando si mette sul piatto qualcosa, in genere ci sono altre persone che stanno mettendo sul piatto altre cose. Ognuno fa la sua offerta e una persona deve scegliere quale accettare. La torta fatta in casa e i vini italiani che offre Marco saranno sicuramente accettati la sua è una semplice offerta e non ci si aspetta che ci sia concorrenza perché ognuno può portare qualcosa senza necessariamente scegliere un “vincitore”.
Trattativa per l’acquisto di una casa:
Paolo: Questa casa è esattamente ciò che stiamo cercando, ma il prezzo è un po’ al di sopra del nostro budget.
Sara (agenzia immobiliare): Capisco la tua situazione. Il proprietario è disposto a negoziare, ma dobbiamo mettere sul piatto un’offerta seria.
Paolo: Siamo disposti a mettere sul piatto il 10% in meno rispetto al prezzo indicato. Possiamo discutere ulteriormente?
Sara: Mi sembra un punto di partenza ragionevole. Posso parlare con il venditore e vediamo cosa possiamo fare.
Quest’ultima in effetti è una vera trattativa, dunque “mettere sul piatto” è assolutamente un’espressione adatta in questo caso perché alla fine il proprietario dovrà decidere se accettare l’offerta o se rifiutarla, magari per accettare una migliore offerta che ha ricevuto.
Come potete vedere dagli esempi, “mettere sul piatto” implica offrire qualcosa di valore o di significativo in una determinata situazione. Può riguardare denaro, beni materiali, abilità o altre risorse che possono influenzare una trattativa o un’opportunità.
Cosa potete mettere sul piatto come argomento del giorno per ripassare gli episodi passati?
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Divertimento responsabile tra amici
Peggy: Ragazzi, che ne dite di organizzare una serata divertente tra amici? Ho un amico che ha tante cose da bere e mi risulta che porti anche un paio di ragazze amiche sue.
Marcelo: va bene ma chi le conosce queste? Dobbiamo assicurarci solo di non farci coinvolgere in qualche situazione di malcostume.
Giovanni: oggi esploriamo il verbo ‘scocciare’ e il sostantivo ‘scocciatura’. Si usano molto nel linguaggio di tutti i giorni.
Dopo aver parlato dei rodimenti, non ci allontaniamo di molto col verbo scocciare e col sostantivo scocciatura.
Dal nervosismo, che prevale nel rodimento, ci spostiamo su un sentimento più simile al fastidio. Inoltre il rodimento è spesso la conseguenza di invidia o di qualcosa che non riusciamo a “digerire”, nel senso di sopportare. Spesso poi il rodimento è silenzioso, avviene dentro di noi e preferiamo non mostrarlo. Invece la scocciatura spesso si manifesta. Generalmente si manifesta sbuffando.
Perché sbuffi? Sei scocciato?
Questo è un tipico esempio di utilizzo del verbo scocciare.
Questo verbo viene comunemente usato proprio per esprimere fastidio, noia o irritazione. Si tratta di qualcosa di più semplice e meno importante del rodimento.
Quando qualcosa o qualcuno “ciscoccia“, significa che ciò che sta accadendo o la persona che interagisce con noi sta diventando fastidiosa o noiosa. Per esempio, potremmo dire:
Mi scoccia aspettare il bus sotto la pioggia
o
Mi scoccia quando le persone interrompono una conversazione
Il verbo “scocciare” può essere utilizzato in vari contesti.
Ad esempio, se state parlando di un film che non vi è piaciuto affatto, potreste dire:
Quel film mi ha proprio scocciato!
Oppure, se state raccontando di una lunga attesa in coda alla posta, potreste esclamare:
Stare in fila mi scoccia da morire!
A volte può indicare una perdita della pazienza. Immaginiamo un professore che si è stancato che uno studente parla continuamente durante la lezione:
Adesso mi hai proprio scocciato! Vai fuori della porta!
Ora, passiamo al sostantivo “scocciatura” che è molto simile a “rompimento“.
Questo termine deriva dal verbo “scocciare” (simile a rompere) ed è utilizzato per indicare qualcosa di fastidioso, seccante o irritante.
Ad esempio, potremmo dire:
Andare al supermercato il sabato mattina mi scoccia da morire.
Spendere altri soldi per riparare questa vecchia auto mi scoccia proprio
Ti scoccia se ti chiedo di accompagnarmi a casa?
Ecco alcuni esempi che mostrano come utilizzare il sostantivo “scocciatura“:
Non vedo l’ora che questa scocciatura finisca!
o
Le pulizie di primavera sono sempre una grande scocciatura.
Ora che abbiamo esplorato il significato e l’uso del verbo “scocciare” e del sostantivo “scocciatura“, voglio fornirvi alcuni verbi alternativi che potete utilizzare per esprimere la stessa idea.
Questi verbi possono arricchire il vostro vocabolario e darvi più opzioni durante la conversazione.
Invece di dire “mi scoccia“, potreste utilizzare “mi infastidisce”, “mi dà fastidio” o “mi urta” o anche “mi rompe”.
Allo stesso modo, per sostituire il sostantivo “scocciatura“, oltre a rompimento, molto informale, potreste usare “fastidio”, “seccatura” o “irritazione”.
Ricordate, l’uso dei sinonimi vi permette di variare il vostro linguaggio e di esprimere le vostre sensazioni in modi diversi, aggiungendo sfumature alla comunicazione.
Per esempio, al posto di dire “Mi scoccia aspettare il bus sotto la pioggia”, potreste dire “Mi infastidisce aspettare il bus sotto la pioggia” o “Mi irrita aspettare il bus sotto la pioggia”, Mi dà proprio fastidio aspettare il bus sotto la pioggia”, eccetera.
Se c’è una cosa che mi dà sui nervi è aspettare il bus sotto la pioggia.
Spesso si usa anche il verbo “seccare“, soprattutto nel nord Italia:
Vi secca se vi chiedo una favore?
Anche “seccante” si sente abbastanza di frequente.
È veramente seccante quando non puoi iniziare una riunione per via dei soliti ritardatari.
Queste modalità alternative vi offrono più possibilità di esprimere il vostro stato d’animo e di comunicare in modo più preciso. Un altro esempio:
Rifare tutto il lavoro daccapo è una scocciatura che non avrei voluto affrontare.
Mi infastidisce dover sopportare senza potermi lamentare.
Ricapitolando, “scocciare” è un verbo che esprime fastidio o noia, mentre “scocciatura” è il sostantivo che indica qualcosa di fastidioso o irritante o noioso.
Abbiamo anche esplorato alcuni verbi alternativi come “infastidire“, “irritare” e “seccare“, “rompere“, che possono essere utilizzati al posto di “scocciare”.
Anche la seccatura è ugualmente molto usata ed è un’ottima alternativa a scocciatura.
Ci stiamo avvicinando tra l’altro al linguaggio formale.
Prima di vedere le alternative formali, credo sia bene anche chiarire una cosa. Come possiamo chiamare la persona che ci causa una scocciatura?
Scocciatore è una possibilità. Al femminile diventa scocciatrice. Seccatore e seccatrice sono un’alternativa. Es:
Non fare lo scocciatore! Stavo uscendo dall’ufficio proprio adesso e mi dici che c’è del lavoro urgente?
Ti ha cercato quella scocciatrice di Alessandra. Buon per te che non c’eri.
Si usa anche seccante, tra l’altro non solo parlando di persone.
Non mi chiamare seccante, ma mi passeresti il sale?
Questa situazione è veramente seccante! Possibile che non posso prendere tutto il mese di agosto come ferie?
“Seccante” (che si usa sia per i maschi che per le femmine) viene spesso utilizzato per descrivere una persona ma anche quindi una situazione che provoca fastidio, noia o irritazione.
Può indicare qualcosa che è ripetitivo, tedioso o che richiede attenzione e impegno costante. Ad esempio, un compito che richiede molte attenzioni o una persona che chiede sempre aiuto possono essere descritti come “seccanti”.
Tuttavia, “seccante” può anche essere utilizzato in modo più generico per indicare qualcosa che è fastidioso senza specificarne la causa precisa.
Seccatore e scocciatore indicano invece solamente una persona che è fastidiosa, irritante o che crea disturbo in modo prolungato. Può implicare un comportamento importuno, invadente o molesto.
Si parla di una persona che disturba ripetutamente gli altri, che non rispetta i confini personali o che causa disagio con le sue azioni o richieste.
Nel linguaggio formale, esistono diverse alternative che si possono utilizzare al posto di “scocciatura” e “scocciare” per rendere il linguaggio più elegante. Ecco alcuni suggerimenti:
“Incomodo” e “incomodare“:
Esempio:
Il compito di compilare tutti quei documenti è un incomodo che vorrei evitare.
Vorrei chiederti un favore, ma non voglio incomodarti. Se hai il tempo e la disponibilità, potresti revisionare il mio progetto?
“Turbamento” o “disagio“:
Esempio:
La presenza di estranei durante la riunione causa un notevole turbamento nell’ambiente di lavoro.
Non vorrei procurare alcun disagio agli ospiti. Mi raccomando.
“Noia“:
Esempio:
Risolvere questo problema tecnico è una noia che richiede tempo e pazienza.
Volendo, anche disturbare e disturbo sono alternative a scocciare e scocciatura.
Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando degli effetti dell’alcol.
Estelle: Senza contare gli impatti sulla gravidanza. In questo caso il verdettoè chiaro, nessun alcolico è consentito!
Dobbiamo prenderetutte le debite precauzioni per la salute dei bambini.
Molti di voi, amanti della lingua italiana non madrelingua, probabilmente non avete mai usato il verbo vessare. Tranquilli, siete come molti italiani – direi almeno il 30 percento della popolazione.
Questa però è un’occasione propizia per me per parlarvi di molti altri verbi simili che si possono usare. C’è da dire che ogni verbo in realtà ha il suo perché, e se esiste ci sarà un motivo!
Vediamo allora cosa significa e quali sono le occasioni migliori per usare il verbo vessare.
Vessare significa sottoporre a continui maltrattamenti materiali o morali.
Quindi è molto simile a maltrattare, trattare male.
Maltrattare è molto usato da tutti, ma si usa nel senso di sgridare, far notare qualcosa di sbagliato che si è fatto.
Ad esempio i genitori maltrattano spesso i figli quando sbagliano:
Questo non si fa! Non voglio ripeterlo una seconda volta, chiaro?
I “maltrattamenti” però riguardano anche questioni più serie. Un termine questo che si usa per indicare anche delle crudeltà. Possiamo parlare di una imposizione di prove avvilenti o dolorose, oppure di atti di arroganza, prepotenza, violenta, sopraffazione.
Spesso un maltrattamento può costituire anche reato.
Cercando tra le notizie di Google ad esempio, si trovano episodi di maltrattamento degli animali, o di un datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti.
Vessare però è un po’ diverso, perché è più una forma di oppressione, una tormenta, una insistenza in un comportamento che crea angoscia o comunque conseguenze negative, anche economiche. Si tratta sempre di ingiuste oppressioni nelle intenzioni di chi parla.
Se una persona mi dice continuamente, ripetutamente di fare qualcosa che io non ho voglia di fare, posso dire:
“Non mi opprimere”, “non mi tormentare”, “non mi rompere così tanto”, ma anche “non mi vessare”, “basta con queste continue vessazioni”.
Il contesto non è dei più adatti però.
Il verbo vessare è più adatto in altri contesti:
Vessare i cittadini con eccessive tassazioni.
La legge prevede pene severe per coloro che commettono atti di vessazione sul luogo di lavoro.
Il giornalista ha denunciato le vessazioni subite da alcuni cittadini da parte delle forze di polizia.
Durante il periodo scolastico, alcuni ragazzi vessano costantemente il compagno più timido (in questi casi si parla più spesso di bullismo)
Il datore di lavoro è stato accusato di vessare i dipendenti tramite discriminazioni e minacce costanti.
L’organizzazione per i diritti umani si batte per porre fine alle vessazioni subite dai prigionieri politici.
L’uso del verbo “vessare” può essere quindi preferibile rispetto ai termini “maltrattare” o “opprimere” in contesti in cui si desidera enfatizzare il carattere reiterato e continuo degli atti di persecuzione o molestie.
Si è visto quindi che quando si parla di bullismo è preferibile usare vessare. L’uso del verbo “vessare” può descrivere meglio l’azione ripetitiva e continua di tormento subita dalla vittima.
Anche in un ambiente di lavoro, Se si vuole sottolineare un comportamento di molestie, discriminazioni o intimidazioni persistenti nei confronti di un dipendente, l’uso del verbo “vessare” può rendere più chiaro l’aspetto di durata e ripetitività delle azioni.
In contesti legali e giuridici, “vessare” e “vessazioni” possono essere utilizzati per riferirsi a comportamenti di persecuzione sistematica e continuata che possono costituire reati o violazioni dei diritti umani.
Quando parliamo di politica, giornalismo o siamo in altri contesti pubblici, si possono mettere bene in luce azioni di persecuzione o molestie croniche perpetrate da individui o gruppi.
In definitiva vessare è un verbo abbastanza formale che è preferibile (ma non obbligatorio) usare in contesti più seri.
Ora mi rivolgo ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente ai quali chiedo un ripasso degli episodi precedenti. Non dite che vi sto vessando perché lo faccio per voi!
Komi: essendo reduce da una settimana lavorativa intensa, pensavo di prendermelacomoda questa mattina. Eppure c’è il nostro presidente a supplicarci per un ripasso. Non mi entusiasma dirlo, ma se continua ad insistere, il presidente potrebbe incorrere in disappunto o quantomeno essere oggetto discherno da parte mia.
Giovanni: ragazzi, lasciate che oggi vi spieghi una locuzione interessante: “lasciare che”.
La locuzione “lasciare che” viene generalmente utilizzata per esortare o permettere a qualcuno di fare qualcosa o per chiedere un permesso. Viene seguita da un verbo al congiuntivo. Possiamo anche usare la negazione “non lasciare che“).
Riguardo al verbo esortare, significa incitare, spronare o spingere qualcuno a fare qualcosa in modo enfatico. Quando si esorta qualcuno, si cerca di influenzare le sue azioni o decisioni, incoraggiandolo a fare qualcosa in particolare. Il fine è spingere una persona ad agire. Comunque la locuzione si usa anche per dare suggerimenti o consigli. Quando si consiglia qualcuno, si offre un parere o un consiglio su un determinato argomento o situazione, cercando di fornire indicazioni o suggerimenti utili. Infine dicevo che si potrebbe trattare di una forma di permesso o concessione. Vorremmo cioè che sia concesso qualcosa.
Ecco alcuni esempi di come puoi utilizzare “lasciare che” e “non lasciare che“
Lascia che ti aiuti con i bagagli.
Lascia che ti spieghi io come funziona.
Non possiamo lasciare che si mangino tutto gli altri, dai, mangiamo qualcosa anche noi!
Lascia che Giovanni ti aiuti con i compiti.
Non lasciate che i vostri figli tornino a casa da soli
Lascia che Maria ti mostri come si fa.
Lascia che dicano ciò che vogliono. Chi se ne importa!
Lascio che voi mi facciate vedere il vostro progetto. Non ne sono convintissimo!
Lascia che loro ti diano un consiglio
Non lasciare che qualcuno ti tratti male.
Non lasciate che sia qualcun altro a decidere la vostra vita
Lascia che ti spieghi perché questa cosa è così importante.
Esistono altre modalità alternative per esortare o consigliare qualcuno, alcune delle quali includono:
Ti consiglio di…
Dovresti…
Ti suggerisco di…
Prova a…
Potresti…
Ti raccomando di…
Ti incoraggio a…
Perché non …
Queste espressioni possono variare leggermente nel tono e nell’intensità del consiglio o dell’esortazione, ma tutte comunicano l’idea di suggerire o consigliare qualcosa a qualcuno. C’è meno il concetto del permesso o della concessione.
Volendo poi si potrebbe anche evitare il “che“:
E’ abbastanza comune utilizzare direttamente il verbo all’infinito. Es:
Lascia che ti spieghi. → Lasciami spiegare.
Lascia che Giovanni ti aiuti. → Lascialo aiutarti
Lascia che ti mostri. → Lasciami mostrarti.
Lascia che ti diano una mano. → Lasciati aiutare da loro.
In questi casi, il significato rimane lo stesso: si sta chiedendo o concedendo il permesso di fare qualcosa oppure si sta dando un consiglio o una esortazione. La forma senza il “che” è più informale e colloquiale, ma è altrettanto valida.
L’uso del verbo lasciare può far pensare ad una particolare forma di “resistenza” o di “opposizione“. Non sempre così. Spesso è semplicemente una forma più cortese per dare un consiglio o per chiedere un permesso. Altre volte invece siamo vicini a una forma di resistenza.
Es:
So che non ti fidi di nessuno, ma per una volta lasciati aiutare (lascia che ti aiuti).
“lasciati aiutare” indica un invito a permettere che qualcuno dia un aiuto nonostante la possibile diffidenza. In questo caso quindi c’è – o meglio – ci potrebbe essere una resistenza o un’opposizione: questa frase è quindi un incoraggiamento a superare una possibile diffidenza per accettare l’aiuto.
Adesso ripassiamo. Parliamo del nostro cibo preferito.
Sofie: Una ricetta che a me piace molto è quella con gli asparagi, quelli bianchi, quelli grossi, che vanno accompagnati da burro fuso e cosparsi da uova mimosa e prezzemolo. A me fanno venire l’acquolina in bocca e se non fossechequesta ricetta contiene così tante calorie mangerei gli asparagi ogni giorno. Purtroppo non si può fare a meno del burro perché per gli asparagi è la morte loro!. Siccome il periodo del raccolto degli asparagi è brevissimo (solo due mesi e mezzo) se ne deve fare incettaquando possibile!
Peggy: Dal momento che ora vivo in Italia (da un pezzo ormai), parlo del mio piatto preferito italiano, ossia i “carciofi arrostiti” con olio, prezzemolo, aglio e sale. Ogni boccone che assaporo suscita in me una felicità indescrivibile. Alle volte sorseggio anche un po’ della mia bevanda preferita, ovveroil vino, e quelle volte volo fino in paradiso. Dopo questo discorso, direi che un tavolo colmodei piatti menzionati da tutti noici voleva proprio, nevvero?