Tuttavia o eppure? (Ep. 938)

Tuttavia o eppure? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ragazzi, qualche tempo fa, uno di voi mi ha chiesto la differenza tra tuttavia e eppure. Ne abbiamo parlato nel gruppo WhatsApp dell’associazione, ricordate? Ci facciamo un episodio, che ne dite?

Tuttavia” e “eppure” sono avverbi che possono essere utilizzati per indicare un contrasto rispetto a ciò che è stato detto precedentemente.

Entrambi esprimono un’opposizione, un contrasto o una contraddizione, ma con sfumature un po’diverse.

La parola “tuttavia” può essere considerata una parola più neutrale, utilizzata per presentare un fatto o un’idea che è contrario a quanto ci si aspetterebbe sulla base delle informazioni precedenti. Ad esempio:

– Ha lavorato duramente, tuttavia non è stato promosso.
– Il prezzo sembrava ragionevole, tuttavia la qualità del prodotto era scarsa.

Tuttavia, sebbene più formale, somiglia molto a “nonostante questo” e “ma/però“.

D’altra parte, “eppure” viene utilizzata per introdurre una frase che presenta un contrasto inaspettato o sorprendente rispetto a quanto ci si aspetterebbe.

Può essere considerata una parola spesso più emotiva o anche più colloquiale. Anche il tono è importante.

Ecco alcuni esempi:

Mi aveva promesso di venire, eppure non si è presentato all’appuntamento.

Qui, “eppure” implica un senso di sorpresa e incertezza riguardo al motivo per cui la persona non si è presentata, nonostante avesse promesso di farlo.

Ha fatto molti errori, eppure è stato promosso. Come te lo spieghi?
Era esausto, eppure ha continuato a lavorare. Pensa che volontà che ha dimostrato!

Un’altra differenza è che “tuttavia” tende ad essere un termine più assertivo e diretto, mentre “eppure” può introdurre un elemento di dubbio o mettere in discussione in modo più forte quanto affermato precedentemente.

Es:

Giovanni è stato bocciato all’esame perché non ha fatto abbastanza esercizi. Eppure lo avevo avvertito che era necessario farne tanti.

In questo caso con “eppure” si esprime stupore o anche una critica verso Giovanni. Se nella stessa frase uso “tuttavia” non emerge alcun elemento emotivo. La frase risulta più fredda,

Lo stesso se dicessi:

Nonostante lo avessi avvisato, Giovanni è stato bocciato all’esame perché non ha fatto abbastanza esercizi.

Questo significa che quando si parla di questioni tecniche e in tutte le situazioni dove non si vuole né criticare, né dissentire, né far emergere stupore ma semplicemente far notare un contrasto, “eppure” non è adatto.

Es:

I vecchi condizionatori funzionavano meglio dei nuovi, tuttavia adesso abbiamo un minore consumo energetico.

Si evidenzia così un pregio degli uni e degli altri, niente di più.

Dicevo che “eppure” è più adatto di “tuttavia” per esprimere e sottolineare un elemento di dubbio. Es:

Tutti credono che sia lui l’assassino, eppure c’è qualcosa che non mi convince!

La frase indica che nonostante la convinzione diffusa che sia lui l’assassino, io ho dei dubbi in merito.

L’uso di “eppure” enfatizza il contrasto tra la credenza comune e le riserve personali del sottoscritto (le “riserve” sono i dubbi. Ne abbiamo parlato in una lezione di Italiano professionale dedicata ai dubbi).

Mario era sicuro di aver chiuso la porta di casa, eppure quando è tornato era spalancata.

In questo caso, l’uso di “eppure” sottolinea l’incredulità e il dubbio di Mario che non riesce a capire come la porta potesse essere aperta nonostante la sua certezza di averla chiusa.

Abbiamo studiato a lungo per l’esame, eppure i risultati sono stati deludenti.

In questo caso, “eppure” suggerisce un senso di perplessità e dubbio rispetto alla connessione tra l’impegno profuso nello studio e i risultati ottenuti.

Potrei anche usare “tuttavia” ma non emergerebbe così forte questo contrasto.

La torta sembrava buonissima, eppure il sapore era piuttosto insipido.

Qui, l’uso di “eppure” esprime un dubbio riguardo alla discrepanza tra l’aspetto invitante della torta e il suo sapore deludente.

Mi ha raccontato la sua versione dei fatti, eppure non sono ancora sicuro di poter credere alle sue parole.

Anche in questo esempio, c’è del dubbio e incertezza riguardo alla veridicità delle informazioni fornite, nonostante la spiegazione ricevuta.

Adesso chiedo aiuto ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che invito a usare qualche espressione già spiegata rispondendo alla seguente domanda: chi o cosa vorreste eliminare dalla faccia della terra?

Ulrike: Difficile dare una riposta a questa domanda. Sono tante le persone che lasciano il tempo che trovano su questa terra.

Albéric: Gianni non ha mai nascosto di voler far fuori i puristi della grammatica. “Non se ne parla proprio di trattare argomenti esclusivamente grammaticali”, ha sempre detto.
Non ce l’avrà a male se gli dico che la sua è una eccessiva fisima o fissazione, che dir si voglia.

André: dacché me lo chiedi se io potessi farei scomparire dalla terra tutti i razzisti!

Estelle: quanto a me, ne ho fin sopra i capelli dei bugiardi e di quelli che gli confidi qualcosa e loro spargono la voce a destra e a manca. Mi hai fornito un assist e io non solo lo raccolgo, ma non ne ho proprio per nessuno. Una volta per tutte: se non riescono a scomparire dalla faccia della terra, che stiano almeno alla larga dalla mia!

Marcelo: ragazzi, si è detto “eliminare dalla faccia della terra”. Riporto il virgolettato perché mi sembra un tantino forte. Io, a differenza di voi, mi sono ripromesso di non giudicare nessuno e tantomeno demonizzarlo. Non me ne volete.

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Ci voleva o non ci voleva? (Ep. 937)

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non ci voleva

Trascrizione

L’espressione “Non ci voleva” è interessante perché è usata spessissimo nel linguaggio di tutti i giorni. Si usa quando accade un problema, ma non un grande problema. parliamo di un inconveniente, un contrattempo, un ostacolo che può provocare un disagio. Spesso la conseguenza è un ritardo in una attività. Nell’espressione “non ci voleva” si utilizza l’imperfetto del verbo volere. Questo perché stiamo commentando un evento già accaduto.

Non ci voleva” è dunque un’esclamazione che viene utilizzata per esprimere un senso di irritazione o frustrazione quando si verifica qualche cosa che si temeva potesse accadere oppure che arriva del tutto inaspettata.

Di solito, considerata la bassa portata del problema, viene usata in modo scherzoso o ironico per commentare una situazione spiacevole o sfortunata che si è manifestata.

Ecco alcuni esempi di come puoi utilizzare l’espressione “Non ci voleva“:

  1. Immagina che tu stia guidando in macchina e, improvvisamente, una ruota inizia a sgonfiarsi. Potresti dire: Oh no, non ci voleva! Proprio quando dovevo arrivare in tempo alla riunione!
  2. Se stai lavorando col computer e, ad un certo punto, il PC si impalla. Potresti esclamare: Ecco, non ci voleva! Ora come faccio a finire il lavoro?
  3. Se stai organizzando una festa all’aperto e improvvisamente inizia a piovere, potresti dire: No! Non ci voleva proprio questa pioggia! Avevamo preparato tutto per un giorno di sole.

In sostanza, l’espressione “Non ci voleva” viene utilizzata per sottolineare che la situazione indesiderata o sfortunata che si è verificata era qualcosa che sarebbe stato meglio evitare o di cui non si aveva bisogno in quel momento. Le conseguenze non sono gravi ma comunque la cosa ci provoca un certo malumore.

E’ importante sottolineare che in caso di grossi problemi o grossi eventi negativi, anche se improvvisi, non ha senso usare “non ci voleva“. Se facciamo un incidente stradale, se una persona si sente male, se c’è una guerra, un terremoto o accadono altri eventi molto gravi, è ridicolo commentare con “non ci voleva”. In tali casi, se proprio dobbiamo commentare, sarebbe opportuno qualcosa come “è una tragedia”, “si tratta di un evento drammatico”, “è un disastro” eccetera.

Chiaramente esiste anche “ci voleva” (senza negazione) che si utilizza in situazioni opposte, cioè positive. In questi casi si aggiunge solitamente “proprio“. L’uso di “proprio” in questa frase serve ad aumentare la propria soddisfazione, quindi l’intensità dell’affermazione, enfatizzando l’importanza di ciò che si sta dicendo.

Ci voleva proprio questa bella giornata di sole!

Mi ci voleva proprio questa bella notizia!

Ironicamente si potrebbe comunque dire:

Ecco, piove ancora! Ci voleva proprio!

Oppure quando si fa presente che sarebbe stato necessario qualcosa:

Ci voleva più coraggio per affrontare questa situazione

Si tratta sempre di qualcosa che è già accaduto

Si può usare quindi quando ci si rammarica, ci si dispiace per una situazione che poteva essere salvata o che poteva andare diversamente. In questi casi in genere non si usa “proprio“.

Forse è il caso di fare un chiarimento sull’uso della particella “ci”.

“Ci voleva” e “non ci voleva”, di cui vi sto parlando in questo episodio non si riferiscono a “noi”, tipo:

Lei (non) ci voleva offendere!

Lui (non) ci voleva dire questo

Quindi la particella “ci” non fa riferimento a “noi” ma alla situazione, al contrattempo, alla cosa positiva o negativa che è accaduta. Il “ci” si riferisce a questo.

Infine, non ci sono modalità del tutto equivalenti che possono usarsi in sostituzione di “ci voleva” e “non ci voleva” ed è proprio questa caratteristica che la rende così utilizzata. Si tratta di una sintesi informale che se non utilizzassimo saremmo costretti a pronunciare una frase spesso molto più lunga e articolata, tipo, nel caso di “non ci voleva“:

Anthony: Accidenti, questo inconveniente rischia di crearmi un sacco di problemi! Avrei preferito evitarlo! Vabbè, vorrà dire che ricomincerò daccapo!

Ulrike: Noooo! Lo sapevo che sarebbe potuto accadere questo! Un bel problema che avrei volentieri evitato! Senza contare che adesso dovrò passare la notte in ufficio per rimediare!

Marcelo: Mi spiace per questo inconveniente! Anche se si poteva immaginare potesse accadere, sarebbe stato meglio non fosse accaduto! Adesso dovrai fare appello a tutta la tua professionalità per recuperare il tempo perso.

Insomma, in tutti questi casi si fa prima a dire “non ci voleva“.

Negli esempi appena visti abbiamo inserito anche delle espressioni di ripasso, quindi per oggi ci possiamo ritenere soddisfatti.

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Rudimenti e rodimenti (Ep. 936)

Rudimenti e rodimenti (scarica audio)

Trascrizione

Voi che state ascoltando o leggendo questo episodio, sarete sicuramente interessati al termine “rudimenti“, perché ha a che fare con l’apprendimento.

Un termine che si può usare per indicare un livello di conoscenza di qualcosa.

Ci sono diversi modi per esprimere questo concetto, dipende soprattutto dal livello che è stato raggiunto.

Il sostantivo “rudimenti” si riferisce agli elementi di base, alle nozioni fondamentali di un determinato argomento.

Indica i principi o le fondamenta che devono essere comprese e padroneggiate (bel verbo questo) prima di progredire in una determinata disciplina.

Ad esempio, i rudimenti del tennis potrebbero includere le tecniche di base come il modo di impugnare la racchetta o il posizionamento in campo.

Le fondamenta” sono sicuramente più utilizzate ma non fanno pensare necessariamente all’apprendimento.

Come termine, “fondamenta” rende anche meglio l’idea: sulle fondamenta di un palazzo si costruisce l’edificio. Senza le fondamenta, l’edificio potrebbe inclinarsi, deformarsi o addirittura collassare. Senza fondamenta un edificio non sta in piedi.

Lo stesso, in senso figurato accade se non si hanno i rudimenti, cioè gli elementi di base o le fondamenta di un determinato argomento o disciplina o materia.

Attenzione perché “le fondamenta” non è semplicemente il plurale di “il fondamento“.

Infatti il fondamento si usa soprattutto ad esempio, come abbiamo visto in un episodio, nella locuzione “privo di fondamento“, o “senza fondamento , cioè vano, campato in aria (altra espressione interessante), con riferimento a un’affermazione che non ha basi logiche o più in generale che è poco credibile.

I sinonimi di “rudimenti“, usati anch’essi in ambito di apprendimento includono anche “fondamenti” (pensate ai titoli di libri come “fondamenti di psicologia” ), “principi” (ugualmente usato in contesti di apprendimento: “principi di algebra”), “basi” (le basi della grammatica), “elementi” (es: elementi di diritto amministrativo).

Questi termini possono essere utilizzati in modo intercambiabile a seconda del contesto.

Esiste anche il singolare del termine, che è “rudimento“. Tuttavia, è più comune utilizzare la forma plurale, “rudimenti“, per indicare l’insieme di più elementi di base.

I rudimenti sono spesso menzionati o utilizzati in contesti educativi o formativi, come nell’apprendimento di una disciplina o di una competenza.

Prima come esempio parlavo dei rudimenti del tennis.

Si potrebbe fare riferimento come altro esempio ai rudimenti del pianoforte per indicare gli elementi di base che devono essere imparati prima di poter progredire nella pratica musicale.

Inoltre, il termine può essere utilizzato in riferimento alle nozioni fondamentali di un determinato argomento o settore di conoscenza.

Nello sport poi si usano spesso “i fondamentali” cioè gli elementi che costituiscono la tecnica di base.

Es:

un calciatore privo dei fondamentali.

Un tennista senza fondamentali

Un atleta a cui mancano i fondamentali

La scuola calcio serve a Imparare i fondamentali

Si usa quindi come sostantivo e solo nella forma plurale.

Se ad esempio a un calciatore mancano i fondamentali, potrebbe non possedere abilità come il controllo del pallone, il passaggio, il tiro, il dribbling e il posizionamento tattico, cose che si imparano soprattutto da piccoli.

Al lavoro in genere si usano anche “le basi del mestiere”, soprattutto quando mancano. Parliamo sempre delle capacità di base necessarie per produrre risultati.

Tornando ai rudimenti, si usano come detto prevalentemente in ambito di apprendimento, ma possono essere applicati anche in contesti più ampi, come nel campo degli affari, dove si possono identificare i rudimenti dell’amministrazione aziendale o della gestione finanziaria come i concetti di base che devono essere compresi e applicati per ottenere successo.

Un corso di formazione può servire per acquisire i rudimenti necessari per proseguire e poter essere produttivo in un certo ambito.

Imparando i rudimenti di Excel, ad esempio, potremmo costruire un foglio di calcolo per memorizzare e gestire le spese familiari.

Infine non confondete i rudimenti con i rodimenti.

Nel contesto colloquiale, il termine “rodimenti” (con la lettera o al posto della u) può essere utilizzato per riferirsi a una sensazione di agitazione o irritazione che una persona può provare in determinate situazioni.

Ad esempio, si potrebbe dire:

Mi dà dei rodimenti quando qualcuno mastica rumorosamente.

In pratica, come si dice informalmente, “mi rode“, cioè mi dà fastidio, mi irrita, mi provoca rodimenti o rodimento. Il verbo è “rodersi“.

In genere però quando ti rode per qualcosa, cioè in caso di rodimenti, non si parla solo di comportamenti altrui che fanno fastidio, quanto invece di impedimenti, di qualcosa che non permette di fare ciò che vogliamo.

Ad esempio, se dici:

Mi rode di non poter partecipare alla riunione di italiano semplicemente

Significa che sono infastidito o deluso per non poter partecipare alla riunione.

Il rodimento può essere il risultato di rimpianti, sensi di colpa, invidia, frustrazione o insoddisfazione riguardo a una determinata situazione. Comunque si possono provare rodimenti (si “provano”, come le altre emozioni) anche se qualcuno ti ha fatto qualcosa di ingiusto o se ti sei lasciato sfuggire un’opportunità importante, come appunto la riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Dunque i rodimenti e i rudimenti sono cose profondamente diverse. Adesso come forma di ripasso vi propongo di parlare di cosa vi dà fastidio nelle altre persone. Una forma di rodimento, come si è detto.

Cosa vi dà particolarmente fastidio?

Ulrike: Non so voi amici, ma a me non sconfinferano quelli che prendono tutto, ma veramente tutto, alla leggera per poi, quando le cose gli vanno di traverso, lamentarsi della sorte o delle responsabilità altrui.

Anthony: concordo pienamente, ma per metterci del mio, aggiungerei anche che quelli che annunciano in pompa magna di essersi prefissi degli obiettivi ma poi cincischiano all’infinito, mi fanno cadere le braccia e mi danno decisamente sui nervi. Vai a capire perché certe persone hanno una fifa blu nel portare a termine le cose. C’è da darsi una mossa nella vita. Altrimenti non si va da nessuna parte!

Marcelo: ciò che mi fa uscire di testa è la mancanza di rispetto per i diritti del prossimo, l’egoismo e la maleducazione. Sono persone tutte accomunate dal portare acqua solo al proprio mulino. Questo è quanto!

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Nevvero (ep. 935)

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Trascrizione

Nevvero“, tutto attaccato, sta per “non è vero“. “Nevvero” è la forma contratta di “non è vero“.

Abbiamo visto, nell’episodio dedicato a “N’è“, che a volte “N’è” si utilizza anche nella forma “N’è vero” col significato di “non è vero” ma vi ho detto che questa è solo una forma dialettale.

Invece “nevvero“, tutto attaccato, quindi senza apostrofo, è un termine che come ho detto si può utilizzare nella lingua italiana al posto di “non è vero“. L’origine è sempre questa forma dialettale; però in questa forma è consentito usarla. Ma quando si usa?

E’ propria del linguaggio parlato e familiare, ed è usata in fine di frase o di periodo, quasi a chiedere conferma a quanto si dice.
Es:
Tu vieni alla mia festa di compleanno nevvero?
Normalmente, in queste occasioni si utilizzano più spesso altre forme: giusto? no? Sbaglio?
Anche con nevvero si sta chiedendo una conferma di quanto detto (non a caso c’è il punto interrogativo alla fine) ma molto spesso nevvero si sua in frasi ironiche, in domande retoriche, dove già sappiamo che ciò che ho detto corrisponde alla verità. Può essere anche una forma di provocazione.
Ad esempio, il professore in una classe vuole dire ad uno studente (di nome Giovanni) che se non studia seriamente dovrà ripetere l’anno e vuole essere convincente mostrando un esempio concreto. Nella stessa classe c’è infatti un altro studente che ha ripetuto l’anno perché lo scorso anno non aveva studiato abbastanza. Questo studente si chiama Marco.
Il professore potrebbe dire:
Attento Giovanni, ché chi non studia ripete l’anno. Nevvero Marco?
Sul web trovate vari esempi di questo tipo.
Nevvero, notate bene, non si può usare per dare risposte, ma solo in questa forma interrogativa.
Quando voglio dire che una cosa non è vera, pertanto, la forma contratta “nevvero” non si usa. In questi casi basta dire: non è vero, non è affatto vero, non è per niente vero, assolutamente no! Eccetera.
Nevvero somiglia anche a “davvero“, ma “davvero” è sempre una vera domanda, e solitamente esprime meraviglia (a meno che non sia ironica).
Non è questo il caso di “nevvero”, che come detto si usa solamente alla fine delle frasi in forma retorica. Non sempre è così, a dire il vero, ma vediamo meglio dopo.
Possiamo usare nevvero non solo per chiedere conferma di ciò che si dice (spesso come detto, in forma di domanda retorica), ma anche per sottolineare un’affermazione, o sotto forma di ammonimento, rimprovero.
Es:
Non stai dicendo sul serio, nevvero? (si chiede conferma)
Non lo farai più, nevvero? (ammonimento, rimprovero)
Mi prometti che da oggi in poi studierai, nevvero? (si chiede conferma, ma è anche una raccomandazione, un ammonimento, un rimprovero)
Oppure si usa sotto forma di inciso:
Questo, nevvero, è l’argomento più importante del corso….
Direi che venire in Italia, nevvero, è utile ma non indispensabile per imparare l’italiano
In questo caso non c’è alcun punto interrogativo, nevvero?
E adesso vediamo un bel ripasso, che quasi sempre, nevvero, si trova alla fine di ogni episodio di questa rubrica.
Marcelo: Ragazzi, ho un problema con l’uso dell’apostrofo, soprattutto quando si tratta delle preposizioni articolate. Lo uso sempre in modo indebito. È una cosa suscettibile di creare confusione, non trovate?

Ulrike: Fare attenzione all’uso corretto dell’apostrofo è fondamentale. Hai fatto gli esercizi che ci ha dato il prof? E’ la solerzia nell’impiegarlo che fa la differenza.

Rauno: No, ma di tanto in tanto faccio una scappata su internet per cercare la regola grammaticale.

André: No!!! Io quasi mai: pare brutto confessarlo, ma non mi prende mai lo schiribizzo di andarmi a leggere le regole su niente.

Peggy: ancora ancora come ausilio, va anche bene, ma io preferisco seguire le sette regole d’oro. Che volete, sono membro di Italiano Semplicemente!

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Debito e indebito (ep. 934)

Debito e Indebito (scarica audio)

Trascrizione

Oggi voglio parlarvi degli aggettivi debito e indebito. Ne abbiamo già parlato, lo so, in due diversi episodi, ma non fa male fare un episodio aggiuntivo su due termini complicati. Un episodio, questo, che mi ero ripromesso di fare.

Approfitto dell’occasione anche per inserire qualche altro ripasso, tanto non costa nulla. cosicché possiamo anche evitare il consueto ripasso finale.

Sapete che il termine debito, inteso come sostantivo, si utilizza prevalentemente per indicare una responsabilità finanziaria o un obbligo nei confronti di qualcuno. Il debito è l’opposto del credito in questi casi.

Il sostantivo ci aiuta anche a capire l’aggettivo.

Infatti quando abbiamo un debito, dobbiamo restituire ciò che dobbiamo, prima o poi. È giusto che sia così. Potremmo anche dire che è opportuno.

Il concetto di “giustizia” c’è anche nell’aggettivo.

L’aggettivo si utilizza soprattutto associato a alcuni termini, come il tempo, le circostanze, le precauzioni, il rispetto, le distanze (sia in senso proprio che figurato), le scuse ed altro. Nel prosieguo dell’episodio vediamo esempi su questo.

Si indica in generale qualcosa che è imposto da leggi o consuetudini o che è richiesto dalle circostanze o da motivi di opportunità.

Cosa significa?

Es:

Lo farò a tempo debito.

Ricordate l’episodio in cui ne abbiamo parlato?

Oggi però aggiungiamo qualcosa in più.

Soprattutto vedremo anche l’aggettivo indebito. Anche questo è stato trattato, ma non credo sia indebito fare un altro episodio, chiaramente con le debite attenzioni per non confondere le idee.

Sapete già che il momento debito è quello giusto, il momento corretto per fare (o non fare) qualcosa.

Mamma: Quando deciderai quale università fare?

Figlio: Mamma, ci penserò a tempo debito. Adesso ho solo 6 anni!

Fare una cosa a tempo debito, pertanto, significa farla quando sarà il caso, al momento opportuno, al momento giusto. In qualche modo stiamo anche escludendo gli altri momenti, perché non sono quelli debiti, quelli giusti, quelli opportuni.

Il concetto di giustizia è evidente anche quando l’aggettivo viene associato alla circostanze, alle precauzioni, al rispetto, alle distanze, alle scuse, ai controlli ed altro.

Es:

Mario, dopo aver accusato ingiustamente Giovanni, gli fece le sue debite scuse.

Queste scuse erano debite, quindi giuste, dovute, necessarie, appropriate, opportune. Sicuramente non sono scuse che lasciano il tempo che trovano.

Ogni volta che ti lanci col paracadute, devi sempre fare i debiti controlli che tutto funzioni, e va ovviamente presa ogni debita precauzione per assicurarsi che tutto vada bene.

I debiti controlli sono i controlli che vanno fatti, quindi anche qui sono quelli necessari, giusti, opportuni.

Con i serpenti devi sempre mantenere le debite distanze, altrimenti può essere pericoloso.

Con me, mantieni le debite distanze da oggi in poi. Mi stai troppo antipatico!

Parliamo delle giuste distanze, delle distanze opportune, necessarie. Non sto indicando esattamente la giusta distanza, ma sto dicendo che una “certa” distanza ci vuole.

In senso figurato le debite distanze possono anche indicare non avere e non cercare confidenza con una persona.

Alle persone anziane va portato il debito rispetto.

Bisogna rispettare gli anziani perché è dovuto, perché è giusto, è necessario, è opportuno.

La Commissione si riserva di non assegnare il contributo ove non ricorrano le debite circostanze.

Esempio difficile? Allora facciamone uno più facile:

Per conquistare una donna, bisogna scegliere il momento giusto e anche farlo nelle debite circostanze.

Cosa sono, dunque, le debite circostanze?

Si parla dell’occasione giusta, cioè quando si presentano (quando ricorrono) alcune caratteristiche favorevoli.

Parliamo dell’occasione giusta, del momento opportuno. Parliamo delle giuste circostanze, di precise circostanze.

Le circostanze sono le condizioni o situazioni che accompagnano un fatto. In questo caso parliamo della giusta atmosfera, del giusto ambiente, del momento migliore eccetera.

Le debite circostanze” è il modo migliore per riassumere l’insieme ideale di queste circostanze appropriate.

Esiste però anche l’aggettivo indebito. Ricordo che questo aggettivo si utilizza prevalentemente per indicare qualcosa di illegittimo oppure di arbitrario, o anche di immeritato. Vediamo meglio.

Illegittimo perché esiste ad esempio “l’appropriazione indebita” che avviene quando una persona si appropria (cioè si impossessa) di qualcosa senza averne diritto.

Nel linguaggio giuridico si usa molto spesso e indica una prestazione eseguita e non dovuta.

Anche una richiesta può essere indebita, specie se parliamo di una richiesta di pagamento. Significa che questa richiesta di pagamento non è adeguatamente giustificata o non ha una base legale valida.

Potremmo, in senso più ampio, dire che non è giusta o che non è opportuna, o che non era il caso di farla, quindi è qualcosa di sconveniente o inopportuno.

Come dicevo può indicare qualcosa di immeritato:

Ha ricevuto onori o meriti indebiti.

Questi onori o meriti ricevuti non erano dovuti perché non sono giusti, sono immeritati.

Un altro esempio:

Quando in tv parlano delle persone celebri e dei loro rapporti sentimentali, questo fatto spesso viene considerato una indebita intromissione nella loro vita privata.

I giornalisti quindi si intromettono indebitamente nella loro vita privata, senza averne diritto, quindi anche ingiustamente, in modo inopportuno.

Ultimo esempio: un’ora indebita:

Dovevamo andare a cena insieme ma ti sei presentato alle 11 di sera. Decisamente un’ora indebita, non credi? A quell’ora i ristoranti sono tutti chiusi. Magari per essere aperti, sono anche aperti, ma stanno tutti facendo le pulizie.

Un’ultima precisazione. Gli aggettivi “debito” e “dovuto”, sono quasi sempre utilizzabili l’uno al posto dell’altro. Tenete presente però che in “dovuto” c’è il senso del dovere molto più che in “debito”. Di conseguenza non sempre “dovute” si adatta a sostituire “debite”.

Le “debite scuse” e le “dovute scuse” si usano indifferentemente perché il senso del dovere è evidente, ma sostituire le “debite circostanze” con le “dovute circostanze” è un po’ forzato. In questo caso si tratta di precise, ben determinate circostanze.

Inoltre “debito” si usa quasi solamente prima del sostantivo: le “debite” scuse, i “debiti” controlli ecc. mentre “dovuto” si mette normalmente anche dopo il sostantivo:

Frasi come: i controlli sono dovuti, gli interessi sono dovuti ecc. sono del tutto normali, ma, a parte alcune eccezioni difficile  trovare frasi come “con le le eccezioni debite” o “le circostanze debite” ecc. Può capitare, ma molto meno frequentemente.

E’ tutto per oggi. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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N’è (ep. 933)

N’è (scarica audio)

Trascrizione

Oggi mi spetta un compito veramente difficile: devo affrontare un argomento legato alla grammatica italiana, ma non devo risultare noioso.

Tutt’altro: l’obiettivo è di essere persino divertente. So già che non ci riuscirò. Vabbè ci provo lo stesso. Alla fine spero di poter dire che ne è valsa la pena

L’obiettivo è spiegarvi l’uso di “ne è” e anche di “n’è”, che ne è l’abbreviazione.

Come vedete infatti c’è un apostrofo. Poi c’è il verbo essere.

Ma quando possiamo apostrofare? Sempre? La risposta è no.

A volte si può scrivere “n’è” (ho detto può, non deve) mentre altre volte si preferisce conservare la forma staccata: ne è.

Per distinguere i due casi vi può sicuramente aiutare notare cosa c’è prima di “ne è“.

Ad esempio quando diciamo “Ce n’è“, possiamo usare la forma abbreviata. Notate anche la pronuncia.

Ce n’è ancora di caffè?

No, non ce n’è. Bisogna comprarlo. Ma dove?

Al supermercato. Ve n’è uno proprio dietro l’angolo. Una volta c’erano tanti supermercati da queste parti, ma n’è rimasto uno solo adesso.

Chi va a comprarlo? Lo dico a Giovanni?

No, Giovanni se n’è andato. Allora vado io.

Aspetta però che chiediamo prima al vicino di casa.

Ciao, per caso hai un po’ di caffè?

Sì. Me n’è rimasto un pacchetto o due. Prendili pure.

Si, ti ringrazio. Controlla però. Se te n’è rimasto un solo di pacchetto, meglio che lo tieni per te.

Accidenti, è vero. Ce n’è solo uno! Ma che n’è stato dell’altro pacchetto?

Non saprei. Ma non importa quanto n’è rimasto. Prendilo comunque, tanto io lo tengo solo per gli ospiti.

In tutti i casi che avete appena letto o ascoltato, si può anche non usare la forma abbreviata, ma di solito si fa così, soprattutto all’orale e nel linguaggio informale.

Abbiamo già visto come “ci” è simile a “vi. Allo stesso modo “ce” è simile a “ve”. Quindi “c’è” è simile a “v’è” e quindi “ce ne è” è simile a “ve ne è” (con o senza accento) che al plurale diventano “ce ne sono” e “ve ne sono” ma al plurale chiaramente non si possono abbreviare.

Quindi, tornando all’argomento di oggi:

Ce n’è, ve n’è, se n’è, me n’è, te n’è, che n’è, quanto n’è.

Questi sono i casi in cui si può abbreviare. In genere si fa così. Si può però anche scrivere per esteso.

C’è anche “ma n’è” che si apostrofa meno spesso.

Ma n’è valsa la pena?

Se mettiamo “ma” davanti, viene molto più facile abbreviare. Soprattutto nella forma orale. È una questione di fluidità nella pronuncia.

Ne è valsa la pena?

Soprattutto nella forma scritta, in questo caso normalmente si scrive invece per esteso. All’orale si può chiaramente pronunciare più velocemente ricorrendo all’apostrofo.

A parte i casi di cui vi ho parlato, difficile se non impossibile trovarne altri. Almeno nell’uso comune della lingua.

A volte poi si trovano frasi di questo tipo:

Vacci piano con il vino, n’è mica acqua!

N’è mica facile

N’è vero!

N’è difficile

Queste però sono forme dialettali e in questi casi “n’è” sta per “non è”. Quindi le frasi corrette sono:

Vacci piano con il vino, non è mica acqua!

Non è mica facile

Non è vero

Non è difficile

Quindi “n’è” nella lingua italiana è solamente l’abbreviazione di “ne è”, che in molti casi non si usa invece abbreviare.

Quando?

Questo utilizzo ne è un esempio.

Non si abbrevia in questi casi.

Ce n’è un altro? Sì, più di uno:

Bullismo a scuola: cosa fare se mio figlio ne è vittima?

Quanti errori si possono fare? Qualcuno ne è consapevole?

Cosa ne è stato del sogno americano?

Il tuo compito è pieno di errori. Il mio invece ne è privo.

La forma “cosa ne è ” è chiaramente analoga a “che ne è“, ma l’uso di “cosa” è meno informale e pertanto è più facile trovare la forma non accentata. Nella forma scritta, in realtà, anche “che ne è ” si trova sempre o quasi sempre per esteso.

Vi ricordo ad esempio l’episodio dedicato: Cosa ne è, cosa ne fu, cosa ne è stato, che ne sarà. In questo episodio non ho mai usato la forma abbreviata. A volte però avrei potuto farlo.

Allora, adesso che avete ascoltato o letto questo episodio, ditemi: n’è valsa la pena?

Non state a pensare più di tanto. Occorre solo leggere e ascoltare parecchio.

Attenzione però a non confondere “ne è” con .

Infatti né, scritto senza apostrofo ma con l’accento acuto sulla e, è una congiunzione e significa “e non”, simile a “neanche”.

Non voglio né questo né quello.

Non mangio né carne né pesce.

Adesso facciamo qualche esempio di “ne è” dove si preferisce non usare l’apostrofo e poi vediamo un ripasso degli episodi precedenti.

1. Sono andato a vedere un film. A me è piaciuto ma mia moglie ne è rimasta delusa.
2. Ho preso troppa pizza per stasera. Ne è avanzata parecchia.
3. Ho cercato di scrivere velocemente la relazione che mi è stata chiesta, ma ne è uscito un disastro.
4. Abbiamo piantato molti alberi nel giardino e ne è già fiorito uno.
5. Ho cercato di prenotare due tavoli al ristorante, ma ne è rimasto solo uno disponibile.
6. Ho provato a seguire la ricetta, ma ne è uscito un piatto completamente diverso.

Estelle (Francia 🇫🇷): avete fatto caso che Gianni ci chiede spesso un ripasso di notte? Non voglio passare per una lingua dì vipera, questo però mi sembra un po’ scostumato. Non credete che sia un comportamento che viola le regole delle buone maniere?

Albéric: ma perché criticare? Ce n’è veramente bisogno?

André (Brasile 🇧🇷): Hai ragione, Estelle, Gianni ci chiede dei ripassi quando gli europei sono già sulla soglia dell’incontro con Morfeo!

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La solerzia (ep. 932)

La solerzia (scarica audio)

Trascrizione

Devi essere solerte!

Te l’hanno mai detto?

Parliamo della solerzia.

L’idea della rapidità è la prima cosa che viene in mente, e per questo essere solerte può anche sostituirsi con essere rapido, agire rapidamente, fare in fretta.

La rapidità è un aspetto importante della solerzia, ma non è l’unico. Non basta dire:

Sbrigati!

Devi fare in fretta!

Non stiamo aspettando la fidanzata che scende per andare cena!

E non stiamo neanche facendo una gara di velocità.

La solerzia è un termine che indica anche la prontezza e l’efficienza nel compiere un’azione o un lavoro.

Si usa per descrivere una persona che agisce con rapidità ma anche diligenza, senza perdere tempo inutilmente.

Per essere solerti, è importante essere organizzati e pianificare bene il proprio lavoro in modo da poterlo svolgere con efficienza. Inoltre, bisogna essere motivati e avere una forte volontà di portare a termine le cose.

La solerzia può essere sostituita da altri termini come “diligenza”, “impegno”, “metodo”, prontezza o “efficienza” però quando lo facciamo ci perdiamo sempre qualcosa.

Tipo:

Bisogna agire con solerzia

Questo vuol dire, tra le altre cose:

Bisogna agire con prontezza

Bisogna agire con metodo

Bisogna agire con diligenza

Però bisogna anche fare in fretta e con precisione.

Inoltre la solerzia ha un’accezione positiva molto forte, che implica un senso di responsabilità e un forte impegno personale.

La solerzia possiamo usarla in molti contesti, sia nella vita privata che nel mondo del lavoro. Non è un caso che la parte finale della parola solerte deriva da “arte”, nel senso di attività e lavoro.

Ad esempio, si può parlare di solerzia nell’affrontare un progetto, nel rispondere alle richieste dei clienti, nella cura della propria salute o nella gestione del proprio tempo.

In generale, la solerzia è apprezzata in ogni ambito in cui viene richiesta efficienza e rapidità d’azione.

Certo, non è un termine che fa parte più di tanto del linguaggio quotidiano.

Questo è vero, ma resta comunque un termine corretto e di uso comune in molti contesti, soprattutto, ripeto, nel mondo del lavoro.

Possibili sinonimi di solerte possono essere anche meticoloso e zelante. Oppure alacre, attivo, laborioso o anche scattante.

Invece come opposto possiamo usare sicuramente negligente, pigro o svogliato.

Adesso ripassiamo parlando di attualità.

Anthony: Ragazzi riuscite a capacitarvi dei due avvenimenti storici che si sono verificati la settimana scorsa? Era daillo tempore che non vedevamo una incoronazione e nientepocodimeno che uno scudetto in mano al Napoli.

André: sebbene io faccia il tifo per un’altra squadra, i festeggiamenti dei tifosi del Napoli mi hanno fatto venire la pelle d’oca! Della incoronazione del Re Carlo me ne frego bellamente!

Danielle: Ma questo è un atteggiamento assai ingeneroso nei confronti delle tradizioni di una grande nazione. Datti una regolata!Scherzo, scherzo. Del re non è che me ne importi granché neanche a me.

Marcelo: sullo scudetto del Napoli, dico che è meritatissimo. Nulla quaestio.
Quanto al Re Carlo, porta sul groppone una grande responsabilità, soprattutto perché viene dopo sua madre; ma pare bruttonon dargli fiducia. Direi che è doveroso.

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Esempi di utilizzo del termine solerzia

1. Essere solerti nel rispondere alle email dei clienti è fondamentale per mantenere una buona reputazione aziendale.
2. Il team di soccorso è stato solerte nel rispondere alla chiamata di emergenza.
3. I dipendenti sono solerti nel rispettare le norme igieniche e di sicurezza sul lavoro.
4. La segretaria è sempre molto solerte nell’organizzare gli appuntamenti del suo capo.
5. Il volontariato richiede persone solerti e disponibili a dedicare il proprio tempo agli altri.
6. La polizia ha agito in modo solerte per fermare i fuggitivi.
7. La squadra di manutenzione è stata solerte nel riparare il guasto dell’ascensore.
8. La guida turistica è stata molto solerte nel rispondere alle domande dei turisti.
9. Gli studenti solerti hanno ottenuto i migliori voti agli esami.
10. La squadra di produzione è stata solerte nel consegnare il progetto in tempo utile.

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Fare attenzione, fare caso e prestare attenzione (ep. 931)

Fare attenzione, fare caso e prestare attenzione (scarica audio)

Giovanni: Mi è stato richiesto di spiegare la differenza tra “fare attenzione” e “fare caso”.

Sono due locuzioni che hanno delle somiglianze ma anche delle differenze alle quali vi prego di prestare attenzione.

In estrema sintesi, possiamo dire che entrambe si riferiscono alla consapevolezza di un evento o di una situazione, ma “fare attenzione” si concentra sull’essere concentrati e vigili, mentre “fare caso” si riferisce a notare qualcosa.

Si possono usare in sostituzione in alcuni casi, ma ci sono alcune sfumature che le distinguono.

Ad esempio, se qualcuno ti dice di “fare attenzione” (o di stare attento/a) a una strada trafficata, si sta concentrando sulla necessità di essere vigili, di stare attenti, che occorre consapevolezza per evitare un incidente, mentre se ti dice di “fare caso” a qualcosa, si sta chiedendo di notare un particolare dettaglio.

Il verbo “notare” si può usare in luogo di “fare caso” perché si tratta di qualcosa che potrebbe sfuggire. Si tratta spesso di un dettaglio e di solito niente di pericoloso.

In entrambi i casi si può usare la preposizione “a”.

Hai fatto caso al colore del cielo che c’è in Italia? È molto più blu rispetto al mio paese!

Bisogna fare attenzione alle buche sulla strada.

Hai fatto caso che Giovanni è un po’ triste?

Hai notato che Giovanni oggi è u po’ triste?

Fate attenzione ragazzi, perché questo è un argomento importate e sicuramente lo chiederò all’esame.

Le locuzionu “fare caso” e “fare attenzione” si possono entrambe sostituire con “prestare attenzione”, che è, tra l’altro, meno informale.

Prestare attenzione si può usare sia per notare un dettaglio che potrebbe sfuggire, ma si usa in particolar modo nel senso di restare concentrati durante una spiegazione:

Presta attenzione ai suoi occhi e noterai che sono lucidi. Segno che ha appena pianto.

Qui è più vicino a “fare caso” .

Oppure si può usare per segnalare un pericolo o per far notare una cosa importante, proprio come “fare attenzione”:

Presta attenzione alla guida sennò vai fuori strada

Devi prestare più attenzione quando spiego, perché altrimenti poi impieghi il triplo del tempo per imparare la lezione.

È tutto per oggi. Prestate attenzione al ripasso però. Sono sicuro che sarà utile per voi.

Oggi ripassiamo alcuni episodi passati tra cui alcuni verbi che si utilizzano in contesti lavorativi. Avete fatto caso al fatto che non ripassiamo molto spesso questi verbi?

Lejla: Ciao a tutti, oggi vorrei discutere di ciò che è più importante nella vita. Per me tutto dipende dalla felicità e dal raggiungimento di un equilibrio stabile tra i vari aspetti della vita. Questo mi permette di essere soddisfatta e serena. Ne convenite?

Karin: si fa presto a dire ne convenite.
Diciamo che sono d’accordo con te, la felicità è sicuramente importante. Ma c’è anche la realizzazione personale, il raggiungimento dei propri obiettivi. Parlo dell’auto-realizzazione. C’è qualcuno che non presta attenzione però, o sbaglio?

Marcelo: sto ascoltando, non fare la spiritosa. Io penso che la cosa che più conta, dopo aver vagliato tutta la vita tra le varie possibili risposte, sia la ricerca della verità. Come affermava Socrate, “la vita senza verità non vale la pena di essere vissuta”.

Estelle: che fai, ti inventi le frasi di Socrate? Ma io non lo so! Concordo con te comunque: la verità e la conoscenza sono fondamentali nella vita. Ma vorrei suggerire l’importanza delle relazioni interpersonali, come sosteneva Martin Buber.

Danielle: Ma come possiamo valutare quale di questi aspetti abbia più importanza per pervenire a una soluzione?

Marcelo: Possiamo disaminare le motivazioni che ci spingono e capire quale di esse ci rende più appagati e soddisfatti? Sennò non ne usciamo! Non mi equivocate però. L’argomento è interessantissimo.

Karin: caldeggio la tua idea, ma non dobbiamo limitarci solo alla nostra personale prospettiva. Possiamo guardare anche alle esigenze della società in cui viviamo.

Estelle: a sto punto disdico al ristorante! Ci vuole una vita qui a esaurire questo discorso. Comunque per far prima potremmo attenerci alle teorie di pensatori importanti come Aristotele, che sosteneva l’importanza dell’equilibrio tra i vari aspetti della vita.

Khaled: Quindi potremmo dire che l’importanza dipende dalle circostanze e dalle necessità di ognuno di noi. Ma come possiamo ristabilire l’equilibrio tra i vari aspetti quando l’equilibrio viene perso?

Karin: Possiamo cercare una via di mezzo, come sosteneva Aristotele, riconoscendo l’importanza di tutti i fattori della vita. Non ho una risposta personalmente, e poi lungi da me la volontà di impartire lezioni agli altri.

Marcelo: E come sottolineava Kant, dovremmo fare ricorso alla ragione e al buonsenso per risolvere i conflitti e trovare un equilibrio.

Estelle: Ma dobbiamo anche valutare l’ammontare delle risorse che abbiamo a disposizione e fare attenzione a non cedere troppo su un aspetto a discapito degli altri.

Edita: la Risorsa più importante per ora è il tempo e io ho fame. Scusate se sembro venale, ma bisogna constatare che si è fatta una certa ora. Aristotele può aspettare e io pertanto mi esento dal proseguire la discussione.

Hartmut: vabbè taglio corto allora. Liquidiamo la questione dicendo che alla fine siamo d’accordo sul fatto che l’importanza nella vita dipende dalle esigenze e dalle necessità di ognuno di noi e che dobbiamo cercare un equilibrio tra i vari aspetti per essere appagati e realizzati. E sia! Per me melanzane alla parmigiana!

Karin: ben detto! Adesso mangiare bene è la cosa più importante e appagante.

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Il groppo (ep. 930)

Il groppo (scarica audio)

Voce di Danielle, membro della nostra associazione italiano semplicemente

Ricordate il groppone? Ne abbiamo parlato in un episodio e abbiamo detto che deriva dalla groppa, al femminile.

Ebbene, esiste anche il groppo, che però è una cosa completamente diversa.

La parola “groppo” può avere diverse accezioni che dipendono dal contesto in cui viene usata.

Si usa soprattutto il “groppo in/alla gola“.
Si parla di groppo in gola quando si avverte una sensazione di blocco o di fastidio alla gola, come se avessimo qualcosa o se abbiamo veramente qualcosa alla gola che ci dà fastidio, ma in genere è una sensazione.

In questo senso, “groppo” può essere sostituito con “nodo”, quindi “nodo alla gola”, o “fastidio alla gola”.

Si usa anche quando, per l’emozione, non si riesce a parlare, come se si avvertisse qualcosa alla gola che impedisce di parlare o di esprimersi bene.

Mi è venuto un groppo alla gola e non sono riuscito a parlare. Ero troppo emozionato.

Il concerto è stato bellissimo. Da groppo alla gola.

La prima sera al festival di Sanremo mi è venuto un groppo alla gola. Non riuscivo a cantare.

Prima di piangere viene sempre un groppo alla gola

Quando si avverte un groppo alla gola, in generale, per commozione, paura o angoscia, non riusciamo a deglutire.

Il termine groppo si usa, sebbene più raramente, anche per indicare del filo arrotolato e intricato. Anche questo impedisce un’azione: quella di srotolare il filo.

In questo caso, “groppo” può essere sostituito con “nodo”, “attorcigliamento“, un “nodo intricato“, un “groviglio“. In pratica un insieme intricato di fili tutti arrotolati, attorcigliati.

In senso figurato, viene naturale e intuitivo immaginare che “groppo” può indicare anche una difficoltà o un impedimento che impedisce di procedere, generando ansia o incertezza.

Rappresenta una sorta di blocco, quindi proprio come i problemi, impediscono di procedere, di andare avanti in qualche attività.

Ad esempio, si può dire che si avverte un groppo nello/allo stomaco quando si è molto preoccupati o si è a disagio per qualcosa.

In questo contesto, “groppo allo stomaco” può essere sostituito con “nodo allo stomaco”, “sensazione di oppressione”, “disagio interno”.

Quando vedo certe scene di violenza mi prende un groppo allo stomaco che non ti dico!

Ma quando torna mio figlio? Già avverto un groppo allo stomaco per l’ansia.

Ma che schifezze ti mangi? Mi fai venire un groppo allo stomaco solo a guardarti!

Si usa spesso in contesti di questo tipo, quando c’è ansia, preoccupazione o anche in senso ironico.

Infine, “groppo” può anche essere usato come sinonimo di “cumulo”, “ammasso”.

Ad esempio, si parla di groppo di terra o di groppo di sassi. Un uso meno diffuso quest’ultimo.

Attenzione anche a non confondere “groppo” con “gruppo“, che ha un significato e un uso diverso, ma in fondo sia il gruppo che il groppo sono un insieme di qualcosa, quindi sono termini affini.

Groppo, letteralmente, significa massa tondeggiante, quindi questo chiaramente ci fa capire anche il legame con la groppa, che, come si è visto, è il dorso degli animali, anch’esso abbastanza tondeggiante.

Adesso facciamo un breve ripasso. Spero non venga a nessuno un groppo alla gola per l’emozione.

Marcelo: ciao amici. Adesso sono a Colonia, in Uruguay, e sto per andare in Argentina dopo quattro ore di macchina. Non appena arrivato, farò una scappata a salutare mia figlia! Dopo un anno di assenza, non vorrei passare per maleducato.

André: So che sei appassionato dell’Uruguay! Non a caso vivi li da un pezzo ormai. Non ti preoccupare, Marcelo! non sarai mai soggetto a critiche per questo motivo! Vedi un po’! Dopo tante ore in viaggio, dulcis in fundo, ritroverai tua figlia!

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Il virgolettato (ep. 929)

Il virgolettato (scarica audio)

Il termine “virgolettato“, che probabilmente molti di voi non avranno mai letto o ascoltato prima d’ora (ovviamente mi rivolgo a un pubblico di non madrelingua italiana) si riferisce all’uso delle virgolette (“”), che sono dei segni di punteggiatura.

I segni di punteggiatura sono i punti, le virgole, i due punti, il punto e virgola eccetera.

Anche le virgolette sono dei segni di punteggiatura, e il loro ruolo è fungere da delimitatori di parole o frasi all’interno di un testo.

I delimitatori servono a delimitare, a circoscrivere.

Partiamo dal nome: si chiamano in modo simile alla virgola, e in effetti la loro forma è simile, ma sono due, e si usano sia prima che dopo una parola o una frase: sono delimitatori, come ho detto, quindi delimitano una parola o una frase. Circoscrivono una parte di un testo.

Delimitare significa appunto segnare un limite, un confine, a destra e a sinistra in questo caso, cioè prima e dopo.

Le virgolette possono essere utilizzate in vari contesti, come per esempio:

– Per citare le parole di qualcuno: “Ho sempre amato questo posto”, ha detto Maria.

Sia prima che dopo la frase d Maria si mettono le virgolette. Questo per far capire che ciò che si trova all’interno delle virgolette è stato detto testualmente da Maria. Sono esattamente queste le sue parole.

– si usano anche per indicare il titolo di un libro, un film, una canzone:

Es:

Il mio libro preferito è “Il Nome della Rosa”. Allora lo scriviamo tra virgolette.

– possiamo usarle anche per contraddistinguere parole o espressioni che si vogliono enfatizzare: Il nuovo film di Tarantino è “imperdibile”. A voce si rappresentano con un tono più marcato in genere.

– Altro esempio può essere l’uso di virgolette per segnalare semplicemente che la parola o l’espressione indica un concetto specifico: La “flessibilità” del lavoro moderno.

– si usano anche per attribuire a una parola o a una frase un significato particolare, anche usando un termine, come un aggettivo, che potrebbe sembrare a qualcuno non molto adatto:

Es:

I ladri sono entrati nella mia cantina per rubare il vino e io li ho aggrediti perché nessuno deve permettersi di “profanare” la mia cantina.

Il verbo profanare infatti generalmente si usa quando si entra in luoghi relativi alla religione e al culto e si compiono atti sacrileghi. Ma la cantina non è un luogo sacro.

Allora uso le virgolette come a dire “permettetemi di usare il verbo profanare”, oppure “Passatemi il termine profanare” , per usare un’espressione che abbiamo già visto.

Ciò che sta tra virgolette, specie se si tratta di una frase, possiamo chiamarlo “virgolettato“.

Molto più spesso, in realtà, quando c’è un virgolettato, si usano modalità equivalenti, come un testo “tra virgolette”, oppure “tra doppi apici” o “tra virgolette doppie”.

Le virgolette infatti, sia quelle di apertura che quelle di chiusura, sono quasi sempre doppie.

In generale però quando si parla di testo scritto si fa riferimento anche (in Italia meno spesso) alle virgolette semplici. L’uso è più o meno lo stesso.

L’uso delle virgolette singole (quindi non doppie) si preferisce a quelle doppie ad esempio per racchiudere una parola tecnica, quindi spesso anche poco comune, poco usata, perché specifica di un settore.

Es: nel mondo del lavoro, il cosiddetto ‘quitfluencer’, è il dipendente che lascia il proprio lavoro e incoraggia gli altri a fare lo stesso.

Invece i cosiddetti ‘deinfluencer‘ (abbastanza tecnico anche questo) sono coloro che, specie su Tiktok, consigliano di non acquistare certi prodotti perché sono presentati con una pubblicità ingannevole, che cioè inganna i consumatori.

Il termine ‘virgolettato’ però si usa prevalentemente per citare dichiarazioni di personaggi pubblici e in questi casi si preferisce usare le virgolette doppie.

Si utilizza per riportare testualmente, come è scritto o come è stato detto da una persona.

Parliamo anche del verbo virgolettare.

Bisogna virgolettare le risposte quando si intervista una persona e poi si fa un articolo su questa intervista.

Cioè bisogna mettere il testo tra virgolette, così si capisce che il testo virgolettato riporta esattamente la parole utilizzate.

Ho letto un’intervista in cui c’erano dei virgolettati inesatti. Infatti io ho ascoltato l’intervista e spesso ciò che è stato virgolettato non corrispondeva esattamente alle parole dette.

Dunque una parola virgolettata è una parola chiusa tra virgolette, singole o doppie.

Una dichiarazione virgolettata invece, oltre ad essere delimitata da virgolette, rappresenta una frase pronunciata e riportata fedelmente (si dice anche così), parola per parola. Si dice anche riportare testualmente, o, come si suol dire, “alla lettera”.

Questa persona ha detto proprio questo, parola per parola.

Interessante l’uso del verbo riportare, perché tra i tanti significati e usi c’è anche quello di comunicare qualcosa che ha detto un’altra persona, quindi una sorta di virgolettato, anche se non è detto che le parole siano esattamente le stesse come nel caso del virgolettato:

Es:

Ti riporto ciò che ha detto Giovanni: lui ha detto che ha da fare stasera perché ha un impegno.

Se però si riportano fedelmente/testualmente le parole di Giovanni, allora:

Ti riporto fedelmente le sue parole: “non posso venire perché devo uscire con una ragazza”.

Allora avrete capito che virgolettato si usa come aggettivo ma anche come sostantivo (il virgolettato) oltre ad essere il participio passato del verbo virgolettare.

Adesso ripassiamo parlando di serie tv:

Ulrike: se parliamo di serie TV verrà a galla un fatto un pochettino imbarazzante su di me, ovvero che ai vecchi tempi non mi perdevo mai una puntato di “Un Medico in Famiglia”. Ce ne fossero ancora in onda serie cone quella!

Rafaela: hai messo tanto di virgolette, quindi quello è proprio il titolo della serie tv.

André: Ah! Ragion per cui, Anthony, sei diventato un dottore? Comunque le serie tv ogni due per tre mi capita di vederle ma in genere non mi piacciono, benché ce ne siano di bellissime. A dir la verità comunque sono troppo pesanti per via dei troppi episodi. Preferisco i film!

Peggy: serie tv? Ce ne fosse una che è una che mi piace. È proprio il concetto di “serie” che non mi sconfinfera. Ancora ancora un film, ma preferisco il cinema.

Marcelo: In quanto a serie di TV la so lunga, ma devo spaziare da quelli di poliziotti a quelli d’amore per accontentare mia moglie, della serie vivere in famiglia.

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Bellamente (ep. 928)

Bellamente (scarica audio)

Quello che vi spiego oggi è un avverbio molto particolare: bellamente.

Normalmente quando un avverbio finisce con – mente, si parla di un modo di svolgere un’azione.

Ad esempio “Normalmente” significa infatti “in modo normale” e “dolcemente”, sta per in modo dolce, così come “velocemente” significa in modo veloce, eccetera.

Anche per “bellamente” capita a volte che sia così: in modo bello, piacevole.

Infatti se ad esempio una tavola è bellamente apparecchiata, allora ci piace come è stata realizzata l’apparecchiatura: una bella apparecchiatura.

“Una torta bellamente decorata”, allo stesso modo, ci piace; è stata decorata proprio bene, in modo bello.

Sono pochi però gli esempi di questo tipo, perché la maggioranza delle volte stiamo parlando di qualcosa che ci provoca un certo nervosismo, qualcosa di fastidioso, e in particolare si tratta di un atteggiamento di una persona poco discreta, sfacciata, impudente.

Abbiamo già parlato della discrezione e del l’indiscrezione, ma in questo caso l’avverbio bellamente serve a descrivere questa azione che ci dà così tanto fastidio per l’impudenza, la sfacciataggine mostrata e, nella migliore delle ipotesi, per mancanza di discrezione.

Si può usare anche più in generale per una mancanza di rispetto.

Es:

Mia madre di 80 anni è salita su un autobus e tutti i posti a sedere erano occupati da tanti giovani che se ne stavano bellamente seduti senza preoccuparsi di lasciarle il posto.

Veramente fastidioso un atteggiamento del genere vero?

Quando sono entrato nella mia nuova classe, alcuni miei compagni si sono messi bellamente a ridere.

Che maleducati! C’è spesso una certa arroganza, una spavalderia fastidiosa.

Si usa anche in modo ironico per indicare un’azione fatta con abilità o accortezza, ma c’è sempre un qualcosa di fastidioso, anche se l’azione è fatta da chi parla. Ci può essere una sottile soddisfazione nel fare qualcosa che colpisce una persona:

Con questo scherzo ci hai preso tutti bellamente in giro

Le ho chiesto di ballare ma mi ha bellamente ignorato.

In pratica mi ha fatto bellamente capire che non era il caso di insistere.

Il capo stava per licenziarmi ma io gli ho bellamente riso in faccia e mi sono licenziato prima ancora che parlasse.

L’episodio finisce qui.

Adesso ripassiamone qualcuno passato.

La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Sono sicuro che qualcuno di loro se ne starà bellamente a riposarsi mentre i più volenterosi sono impegnati nella registrazione del seguente ripasso:

Ulrike: Il grosso del mio tempo lo passo a leggere libri fantasy. Mi piace lasciarmi trasportare in voli pindarici nei meandri dell’immaginazione umana.

Edita: Beata te! Che strana voglia che hai! Troppo faticoso per i miei gusti. A me piace stare spaparanzata sul divano ad ascoltare musica. Mi aiuta a rilassarmi e dimenticare le preoccupazioni. Spero non mi condanniate per questo. lo so, sono una nullafacente. Me ne sono fatta una ragione.

Leyla: Io a tratti mi diverto a fare la birichina e a vezzeggiare il mio gatto.

Peggy: Cosa? col mio gatto non esiste proprio. Mi massacrerebbe la mano in men che non si dica!

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L’aggettivo suscettibile (ep. 927)

L’aggettivo suscettibile (scarica audio)

Quello che state per leggere o ascoltare è l’episodio numero 927 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.

Questo episodio non è particolarmente indicato per le persone che amano eccessivamente la grammatica, specie se particolarmente suscettibili.

Scherzi a parte (avete capito che scherzavo vero?), l’episodio è dedicato all’aggettivo suscettibile, che ha due significati.

Prima di tutto si utilizza per le persone. Infatti ci sono persone più suscettibili di altre. Cosa significa?

Una persona si dice suscettibile se dimostra un’eccessiva sensibilità verso un giudizio più o meno critico nei propri confronti. Una persona suscettibile è pertanto una persona permalosa, che si offende facilmente.

Quanto sei suscettibile! Non volevo affatto offenderti, perché mi tieni il muso?

E’ un aggettivo che si usa in particolare proprio per giustificarsi di fronte ad una persona che si mostra offesa, ma che non si ritiene aver offeso.

Ci sono molte situazioni diverse che possono far risentire o offendere una persona, anche se non c’era l’intenzione di offendere. Ad esempio, alcuni argomenti possono essere particolarmente delicati per alcune persone, come la religione, la politica o la salute mentale. Inoltre, alcune persone possono avere sensibilità diverse su determinati argomenti o possono essere più inclini a prenderla sul personale.

È importante ricordare che ogni persona ha la propria esperienza di vita che influenza la propria sensibilità e quindi la propria suscettibilità.

Questo è il primo significato del concetto di suscettibilità.

Un secondo significato è relativo alla possibilità di subire impressioni, influenze, modificazioni.

In pratica, quando qualcosa potrebbe cambiare. potrebbe subire una modifica, una variazione o una influenza da parte di altro o di qualcuno, possiamo usare l’aggettivo “suscettibile” e in questi casi si usa la preposizione “di”:

Dottore come sta mia madre?

Dottore: Non molto bene per ora, ma le sue condizioni sono suscettibili di miglioramento.

E’ dunque un modo alternativo per indicare un possibile cambiamento. Una modalità sicuramente meno informale, ma che tutti gli italiani comprendono senza difficoltà. Si usa maggiormente in contesti professionali, specie nella forma scritta.

Se qualcosa è suscettibile di cambiamenti o di modifiche (o termini analoghi, come “sviluppi”, “integrazioni”, “rifacimenti” allora parliamo di qualcosa di provvisorio, temporaneo. La preposizione “di” serve a indicare l’effetto (es: la modifica).

Vediamo altri esempi:

Il calendario degli eventi per la riunione dei membri dell’associazione è suscettibile di variazioni, a seconda delle condizioni metereologiche.

Quindi il calendario degli eventi, pur essendo già stabilito, potrebbe cambiare, potrebbe subire delle modifiche, potrebbe essere soggetto a cambiamenti/modifiche.

Se ricordate abbiamo già trattato “soggetto a” in uno dei primissimi episodi di questa rubrica.

Si può anche dire che il calendario è passibile di cambiamenti/modifiche. Ricordate anche l’episodio che abbiamo dedicato all’aggettivo passibile?

Dunque se qualcosa è suscettibile di modifiche allora è passibile di modifiche.

L’aggettivo passibile è sostituibile da suscettibile anche quando parliamo di possibile conseguenza (negativa) di un atto contrario alla legge.

Si può quindi dire, ad esempio, che “un comportamento è passibile di denuncia” e anche che “un comportamento è suscettibile di denuncia”.

Possiamo anche dire che “chi va troppo veloce con la macchina è passibile di multa” e anche che “è suscettibile di multa”.

Quando usiamo suscettibile però, oltre alla preposizione “di” possiamo usare anche “a” ma in questo caso indichiamo la possibile causa del cambiamento o di influenza. Non parliamo dell’effetto ma della causa.

Es:

La quotazione dell’Euro rispetto al dollaro è molto suscettibile alle questioni geo-politiche.

Quindi le questioni geo-politiche, come ad esempio un conflitto europeo, anche potenziale, ha la capacità di influenzare il cambio euro-dollaro.

Il livello dell’inflazione è sempre molto suscettibile alle fluttuazioni di prezzo del petrolio.

Facciamo un esempio più terra-terra:

La popolazione anziana è maggiormente suscettibile agli effetti delle ondate di caldo sulla salute.

Sei troppo suscettibile a qualsiasi visita improvvisa. Che sarà mai se ti viene a trovare qualcuno all’improvviso? Non è una bella sorpresa? Che vuoi che sia se hai la casa disordinata?

Ricapitolando, l’aggettivo suscettibile può essere utilizzato per indicare la sensibilità di una persona. In questo caso la suscettibilità è la sensibilità verso i giudizi negativi nei suoi confronti. Si usa però anche per indicare una possibile modifica futura.

Si tratta comunque, in entrambi i casi di un cambiamento che deriva da qualcosa di esterno. Se usiamo la preposizione “di” indichiamo l’effetto (es: suscettibile di variazione) mentre se usiamo “a” indichiamo la causa (es: suscettibile alle visite improvvise).

Adesso ripassiamo qualche episodio passato. La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

marcelo

Marcelo: Ciao amici, come state? Oggi non mi sento veramente molto in vena per fare un ripasso! Dopo un po’ però mi sono detto: coraggio Marcelo, fallo! Hai il fegato per farne uno (spero anche la stoffa) e allora eccomi qua, indugiando di fronte al computer e navigando per i meandri dei miei pensieri alla ricerca di un’idea che non arriva. Tanto vale provarci però. Per questo, almeno in teoria, sono sempre abbastanza propenso a farne uno, dal momento che so che questo arricchisce il mio apprendimento della lingua del sì! Fatevi sotto amici! Datemi manforte!

Ulrike: in quanto alla odierna richiesta di un ripasso, sono alquanto restia. Non c’è un argomento valevole per farne uno come Dio comanda e nessuno mi ha fornito un assist adeguato. Perciò, essendo anch’io sguarnita di idee e proposte propizie, non resta che tacere. Mi dispiace Marcelo, non sono in grado di tenderti la mano.

Edita: Non c’è di che dispiacersi Ulrike! Ce ne fossero di amici come te, sempre disposti a tendere la mano all’uopo .
Forse abbiamo potuto aprire una breccia nel cuore di un altro dei nostri amici con questo dialogo improvvisato e quindi capace che a questo punto si precipiti a trovare un vero argomento sul quale destare interesse. Tutt’al più sarà un’occasione per fare pratica e destreggiarsi. Alla fine resta sempre un ripasso. Buttalo via!

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Remare contro (ep. 926)

Remare contro (scarica audio)

remare controRemare contro” è un’espressione figurata che significa opporsi o contrastare qualcosa o qualcuno.

Figurata perché il verbo “remare” è un verbo che significa “muovere un’imbarcazione attraverso l’uso di uno o più remi”. I remi si muovono con le braccia e vanno spinti in acqua esercitando una pressione in acqua in direzione opposta a quella del movimento.

Esempi di situazioni in cui si può usare questa espressione sono:

Il progetto non andrà avanti se continuiamo a remare contro invece di collaborare.

Giovanni, vuoi smetterla di fare opposizione? Anziché remare contro come fai sempre, cerchiamo di risolvere il problema.

Pensate a una imbarcazione dove una persona rema per far andare la barca in una certa direzione e un’altra persona rema in direzione opposta. Il risultato è che la barca non andrà né avanti né indietro.

Dal punto di vista figurato “remare contro” si può usare per rappresentare l’azione, il modo di comportarsi di una o più persone che impedisce il raggiungimento di un obiettivo o quantomeno è contrario a quello delle altre persone coinvolte.

In sostanza, “remare contro” indica un’opposizione o una resistenza a fare qualcosa o a seguire una certa direzione.

Ci sono diverse espressioni italiane che somigliano all’espressione “remare contro” e che esprimono un’opposizione o una resistenza a qualcosa. Alcune di queste espressioni includono:

  • Essere contrario a qualcosa
  • Essere in disaccordo con qualcosa/qualcuno
  • Essere ostile a qualcosa

Ci sono poi i bastian contrari, che, come abbiamo visto in un episodio passato, remano sempre contro perché non sono mai d’accordo con gli altri.

Notate che in genere non stiamo parlando di un semplice “no” quando gli altri dicono tutti “sì”, perché questa normalmente è una semplice opposizione. “Remare contro” è più forte rispetto a opporsi. c’è anche al verbo “contrastare“.

C’è sempre il senso della la resistenza o l’opposizione ad un’idea, un movimento o una tendenza. Tuttavia, “remare contro” ha anche un senso più forte di sfida e determinazione nel resistere, mentre “contrastare” può essere utilizzato in modo più generale per descrivere qualsiasi tipo di opposizione. Il verbo “contrastare” poi si usa anche per indicare una mancanza di logica o coerenza. Ad esempio si può dire che:

la tua versione dei fatti contrasta con la realtà

Osservando la realtà quindi mancano degli elementi di riscontro, di coerenza, di logica rispetto a ciò che hai detto tu.

Vale la pena citare due espressioni che sono simili (ma non troppo) a “remare contro” sono: “andare controcorrente“, e “essere in controtendenza“.

La differenza è che mentre “andare controcorrente” significa opporsi alle opinioni o alle tendenze comuni, “remare contro” indica un’opposizione o una resistenza diretta nei confronti di qualcosa o di qualcuno, quindi un’azione contraria a quella di persone specifiche, In sostanza, “andare controcorrente” è più generale, mentre “remare contro” è più specifica .

Ad esempio, si può dire:

Sono sempre andato controcorrente e ho fatto scelte diverse dalla massa.

La massa è generica (non sono persone precise) e le persone che ne fanno parte non sanno che io sono un tipo che ha sempre fatto scelte diverse.

Se invece io “remo contro“, sto facendo qualcosa di cui gli altri sono generalmente consapevoli e la conseguenza del mio remare contro va contro i loro interessi.

“Andare controcorrente” (che si scrive tutto attaccato) fa chiaramente riferimento alla corrente di un fiume.

Spesso, quando si usa il termine “controcorrente”, si può parlare di qualunque argomento. la cosa che conta è che normalmente si va contro una tendenza generale. E’ in genere una scelta personale che non coinvolge gli altri.

 Un politico russo controcorrente, ad esempio, può schierarsi dalla parte dell’Ucraina

Molto simile è essere o andare in controtendenza (anche in questo caso si scrive tutto unito in una sola parola). La presenza del termine “tendenza” indica ciò che fanno gli altri. Anche qui è generico.

Andare in controtendenza” significa fare qualcosa che va contro la tendenza generale o il consenso comune.

Un investitore che va in controtendenza sceglie di investire in modo contrario rispetto alla maggioranza degli investitori.

Es:

Ho deciso di investire in azioni di questa società anche se tutti gli altri vendono, sono andato in controtendenza.

L’espressione può essere usata anche in altri contesti come la moda, la politica, ecc.

In questo caso è ancora più marcata la separazione degli interessi tra chi va controtendenza e gli altri. Gli altri generalmente non sono persone specifiche neanche in questo caso e non subiscono le conseguenze della scelta di chi va controtendenza.

Quindi ricapitolando, andare in controtendenza e andare controcorrente rappresentano una situazione in cui si fa qualcosa che va contro la tendenza comune o il consenso generale, mentre “remare contro” significa opporsi o resistere a qualcosa o qualcuno direttamente, che dunque è coinvolto nella scelta di chi rema contro.

Esiste ovviamente anche “remare a favore” che si contrappone a “remare contro” e quindi indica un’azione che va nella stessa direzione dell’interesse di altre persone coinvolte nella questione.

Per finire vi segnalo che anche l’espressione “essere restio” indica qualcosa di simile all’opposizione, ma direi che siamo più vicini sicuramente al concetto di diffidenza. Ci può essere resistenza. Una persona restia verso qualcosa, va convinta che quella è la scelta giusta da fare. Non c’è opposizione a prescindere. come nel caso del bastian contrario. Ci può essere paura. C’è sicuramente esitazione dovuta a mancanza di convincimento o di coraggio. Non c’è però il concetto di contrarietà contro persone specifiche o generiche.

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando dei vostri nemici. Se ne avete ovviamente. La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Hartmut: Ne ho, ne ho. Eccome! Ma non credo che ci sia nulla di congeniale nell’affrontare i nemici. Le sconfitte sono troppo onerose per me.

Ulrike: Io non credo di averne, ad ogni modo spesso è necessario assumere una posizione, e questo può creare dei nemici. Pazienza, no?

Danielle: Sì, ma occorre anche avere fegato nel farlo. Averne di coraggio!

Peggy: Il problema sono gli strascichi che lasciano i nemici. Mi ritengo troppo sensibile. Meglio avere solo amici.

Marcelo: Capace che hai ragione. Però inizialmente si possono anche avere scontri con delle persone, ma quando si intravede una breccia di speranza all’orizzonte bisogna cogliere l’occasione per fare pace e magari poi quel nemico diventa il nostro miglior amico. Hai visto mai!

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Il groppone (ep. 925)

Il groppone (scarica audio)

L’espressione

Il groppone

che voglio spiegarvi oggi è rimanere sul groppone.

Il groppone è, letteralmente, una grande Groppa. Lo so, groppa è femminile e groppone è maschile. Pazienza. Basta saperlo.

Sapete cos’è la groppa?

La groppa è la parte superiore della schiena degli animali da soma, la parte compresa tra la base del collo e la radice della coda.

Le bestie da soma sono gli animali che si utilizzano per caricare un peso.

La soma è un peso, un carico da trasportare che si pone sul dorso (sulla groppa) di asini, muli e talvolta cavalli.

Si tratta quindi del dorso delle bestie da sella, da soma o anche da tiro.

Ci interessa soprattutto la groppa del cavallo o dell’asino, perché salire in groppa al cavallo sta per salire sopra, sul dorso, sulla groppa del cavallo, mettendo una gamba a destra e una a sinistra, con l’intenzione di cavalcarlo.

Sono salito in groppa al cavallo

Il ragazzo balzò in groppa al cavallo

Si può quindi salire in groppa a un animale ma si può anche caricare un peso sulla sua groppa.

Siamo interessati soprattutto all’uso della groppa per caricare un peso, perché quando qualcosa “rimane/resta sul groppone”, in senso figurato sta ad indicare che si resta in una situazione difficile o sfortunata per un lungo periodo di tempo, senza essere in grado di uscirne o di risolverla.

C’è un “peso” di cui non riusciamo a liberarci e quindi siamo in difficoltà.

Ciò può accadere in diversi contesti, come ad esempio in ambito lavorativo, familiare o finanziario. Ad esempio, si potrebbe dire:

Giovanni voleva vendere la sua vecchia casa perché ne aveva acquistata un’altra, ma nessuno l’ha acquistata e così gli è rimasta/restata sul groppone e ha dovuto continuare a pagare la tassa di proprietà.

Quindi è la casa che è rimasta sul groppone a Giovanni. Si rappresenta in questo modo un peso, qualcosa che dà fastidio, qualcosa di cui ci si vorrebbe liberare, ma di cui non ci si riesce a liberare.

Un secondo esempio:

Ho ancora poco lavoro da sbrigare in ufficio ma c’è una pratica da finire entro fine anno che probabilmente però mi resterà sul groppone ancora per parecchio tempo.

Anche qui, vorremo liberarci di questa pratica ma non ci riusciamo, almeno per un po’ di tempo.

È chiaramente una modalità informale difficilmente sostituibile senza usare un numero maggiore di parole ed esprimere allo stesso tempo lo stesso concetto in modo così diretto ed esplicito.

A volte si utilizza anche al posto di “rimanere sullo stomaco”, quando si mangia qualcosa che non si riesce a digerire. Non è questo però il modo migliore di usarla.

Il termine groppone in senso figurato si trova anche senza utilizzare i verbi restare e rimanere, ma il senso è sempre quello del “peso”.

Es:

L’attaccante del barcellona porta il peso della squadra sul groppone

Come a dire che le sorti della squadra dipendono soprattutto dalle sue prestazioni.

“Portare sul groppone il peso di una sconfitta” può invece indicare il peso della responsabilità, cioè delle colpe della sconfitta.

Dopo che i suoceri hanno perso la loro casa, mio fratello rischia di ritrovarseli sul groppone.

In questo caso mio fratello probabilmente dovrà ospitare a casa sua i suoceri, non avendo più una casa propria in cui abitare. Questo può essere percepito come un “peso” di cui si farebbe volentieri a meno.

Un ultimo esempio:

Fallisce la ditta di pulizia del condominio e adesso il servizio di pulizia va a finire sul groppone degli inquilini.

Se proprio vogliamo trovare un sotituto di “groppone” potremmo parlare di onere: avere l’onere di far qualcosa, ma anche avere il peso o restare col peso può spesso andar bene.

Oppure al posto di restare sul groppone di una persona si potrebbe dire restare sulle spalle di una persona.

Per quanto possa sforzarmi però resta sempre qualcosa di non espresso.

Infatti rimanere sul groppone riassume più concetti: è solitamente qualcosa che arriva inaspettatamente sulle nostre spalle e ci resterà per un certo tempo, questo ci impedisce di fare delle cose e quindi vorremmo alleggerirci di questo peso il prima possibile.

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti. Il tema è quello della Pasquetta, cioè il giorno successivo al giorno di Pasqua.

Marcelo: stavo lì lì per uscire per fare la mia passeggiata, ma quando mi chiama in causa il capo, non posso fare a meno di dare il mio apporto! Facciamo squadra amici. Questo la dice tutta sulla nostra amicizia!

Ulrike: ah Marcelo, ce ne fossero di membri come te. Stai sempre sul chi vive con i ripassi, perfino a Pasquetta. Io invece vengo meno oggi, non me ne vogliate per questo.

Lejla: di solito cerco di eludere gli argomenti religiosi, ma a proposito della Pasquetta, non ho la piú pallida idea di cosa sia. In Brasile non se ne parla! Chi potrebbe esser deputato a una spiegazione in merito?

André: ciao Lejla, ci stavo pensando anch’io e mi sono scervellato per trovare una spiegazione!
Non ci condannate però per la nostra ignoranza!

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Questo la dice tutta (ep. 924)

Questo la dice tutta (scarica audio)

Questo la dice tutta

L’espressione “questo la dice tutta” significa che ciò che è stato detto o fatto è sufficiente per capire completamente la situazione o il punto di vista di qualcuno.

Viene spesso usata per indicare che non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni o dettagli. Si usa spesso in senso ironico.

Ad esempio:

Quando ho visto il suo viso, ho capito che non era soddisfatto. Questo la dice tutta sul suo carattere.

Il presidente ha usato il suo arresto per avere visibilità. Questo la dice tutta sulla sua moralità.

Ogni volta che si paventa un pericolo globale, gli scaffali del supermercato si svuotano. Questo la dice tutta sull’effetto della paura sulla massa.

Appena mi sono spogliato, lei è svenuta. Questo la dice tutta sulle mie dimensioni intime. 😂

Si usa, come avrete notato, la preposizione “su” per specificare a cosa ci stiamo riferendo. Inoltre “questo” è sempre al maschile. Sta per “questo fatto”.

Molto simile è l’espressione “il che è tutto dire“, che abbiamo già trattato. Se uso quest’ultima però non c’è bisogno di specificare. Inoltre “il che è tutto dire” è più ironica e pertanto è usata meno spesso in contesti più seri.

Stavolta con questo episodio ho rispettato la durata dei due minuti. Non accade quasi mai. Questo la dice tutta sulla mia capacità di sintesi…

Meglio che ripassiamo allora qualche episodio passato. Che ne dite se parliamo del concetto di tempo?

Danielle: riflettendo sul concetto del tempo, direi che è qualcosa di sfuggente , difficile da inquadrare in un’unica definizione. Voi che ne dite?

Albèric: diciamo che diversamente da altri concetti, come ad esempio la politica, il tempo è presente in ogni nostra azione e decisione.

Ulrike: ad esempio, decidere sul da farsi necessita sempre di tempo, una risorsa alquanto limitata.

Marcelo: occorrerebbe anche cercare una versione comune per tutte le culture, ma questa versione comune non può condannare e ancor peggio demonizzare le varie interpretazioni e percezioni del tempo, che fanno parte del retaggio culturale di ognuno di noi.

Peggy: a me piacerebbe fare una scappata nel passato. Un ghiribizzo che però non potrà trovare realizzazione.

M6: Comunque ragazzi si è fatto tardi. E due minuti sono passati da un pezzo

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Rimpinguare (ep. 923)

Rimpinguare (scarica audio)

Un verbo curioso quello che vi spiego oggi.

Rimpinguare non ha nulla a che fare con i pinguini, sia ben chiaro da subito!

Iniziamo da impinguare, perché rimpinguare viene dall’unione del prefisso ri con il verbo impinguare.

Impinguare a sua volta deriva dall’aggettivo “pingue” , che ha un significato vicino a “abbondante“.

Si usa a volte associandolo ad una persona:

un uomo pingue.

Si parla in questo caso di un uomo abbondante nel senso di grasso, uno che mangia e si vede! Abbastanza delicato come aggettivo direi ad ogni modo. Si può usare ad esempio quando non vogliamo offendere.

Il padre di Peppa Pig è indubbiamente un pingue padre di famiglia.

Nello sport si usa a volte per indicare ad esempio un numero elevato di gol:

un numero pingue di gol

Oppure per descrivere una vittoria per 4-0 si potrebbe parlare di un risultato pingue o di una vittoria pingue.

Spesso si associa ai guadagni:

Questo affare prospetta pingui guadagni!

Si prevedono quindi guadagni abbondanti, sostanziosi, notevoli, elevati.

Impinguare allora significa rendere pingue, quindi rendere abbondante qualcosa, aumentare qualcosa, accrescere qualcosa.

Ad esempio potrei impinguare un maiale. Significa che lo faccio ingrassare, che lo faccio mangiare affinché diventi più grasso. C’è anche chi impingua il marito conunque!

In senso figurato potrei invece impinguare il mio portafogli, cioè riempirlo di soldi, quindi arricchirlo abbondantemente, riempirlo, colmarlo.

Se lo stato aumenta le tasse lo fa per impinguare le casse di nuove entrate.

Non è un linguaggio formale comunque.

Il senso del “grasso” si presenta spesso anche in senso figurato:

la malavita organizzata è composta da criminali che s’impinguano con il lavoro disonesto.

Passiamo allora a rimpinguare, che significa impinguare maggiormente o nuovamente, cioè una seconda volta, ad esempio perché qualcosa è stato ridotto, non è più abbondante, quindi occorre rimpinguarlo nuovamente per renderlo nuovamente abbondante.

Es:

Dopo la crisi economica le aziende turistiche stanno rimpinguando il portafogli.

Devo rimpinguare le casse dopo le ingenti spese dentistiche degli ultimi tempi. Farò qualche ora di straordinario questo mese.

Adesso ripassiamo. Parliamo di amicizia.

Peggy: Un ripasso sul concetto di amicizia? Aggiudicato! Comincio con una domanda per niente retorica. Qui, nella chat, con riferimento a tutto il cucuzzaro del nostro gruppo WhatsApp, nessuno escluso, spesso e volentieri ci chiamiamo “amici”. Ma mi domando e dico: siamo sicuri che questo risponda al vero?

Hartmut: Vabbè, non bisogna mica fare voli pindarici per definire il concetto di amicizia. Innanzitutto c’è amicizia e amicizia. L’ha detto anche Aristotele!

Khaled: Bravo Hartmut. Mi hai fatto ricordare che questo grande filosofo greco distinse tre varianti di amicizia, quella basata sull’utile, quella basata sul piacere e quella che si fonda sul bene, la migliore delle tre, cioè la vera amicizia.

Lejla: E se unissimo l’utile al dilettevole per il bene del nostro apprendimento, questo sarebbe un quarto tipo d’amicizia? Sempre sulla falsariga di Aristotele ovviamente.

Marcelo: io direi in parole povere che l’amicizia è soprattutto un sentimento e come tale, a volte ci sono anche cose amare che accadono. Per questo motivo le amicizie (di qualunque tipo) si devono valutare tenendo conto di tutti gli annessi e connessi! Una cosa è sicura comunque: occorre essere tolleranti!

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Certo (ep. 922)

Certo (scarica audio)

certoOggi ci occupiamo del termine “certo“, che può essere utilizzato in diversi modi in italiano, e questo dipende dalla sua posizione nella frase, dal contesto e anche dalle pause che facciamo.

Prima di tutto si usa per dare una conferma, quindi somiglia a un “sì”:

Mi aiuti a fare i compiti? “Certo!”, oppure: “Sì, certo!”, “certo che sì”, “Certo che ti aiuto” cioè: “Sì, ti aiuto, naturalmente”. Si usa in questi casi anche: chiaro, chiaramente, ovviamente.  certamente.

In questo senso però si può usare anche in modo ironico, nel senso che la si pensa in realtà in  modo completamente diverso.

Figlio: Ieri ho studiato tutto il giorno, ti giuro!

La mamma: certo, certo, immagino!

A parte questi casi, si tratta di un sì convinto, sicuro e si usa come avverbio anche  per avvalorare una supposizione, per dare cioè più valore, più credibilità, a una nostra idea, a qualcosa che supponiamo ma che non siamo sicuri, proprio come “certamente” tipo:

Con questa pioggia, Giovanni sarà (di) certo restato a casa

A quest’ora domani sarai (di) certo già arrivato a Roma

Adesso Marco avrà (di) certo finito di fare l’esame

Si usa anche come inciso, sempre per rafforzare:

Maria, certo, non sapeva che il padre non fosse Giuseppe

Come aggettivo invece la questione si fa più interessante.

Si può usare per confermare che qualcosa risponde al vero:

Bisogna ascoltare per imparare: La notizia viene da fonte certa, infatti l’ho letta su Italiano Semplicemente

Quindi la fonte è sicura, ci si può fidare.

Oppure:

Contro il Real Madrid andremo incontro ad una sconfitta certa!

Esiste anche l’espressione “dare per certo” cioè considerare reale, sicuro qualcosa o anche assicurare qualcosa, garantire.

Si può ovviamente usare per esprimere sicurezza:

Sono certo che sarò promosso!

Quindi proprio come “Sono sicuro/convinto che sarò promosso”

Può esprimere una evidenza, una cosa chiara, indubbia:

Se continui così è certo che non sarai promosso quest’anno

Attenzione perché quando è anteposto al nome, cioè quando si trova prima di un nome, “certo” può avere valore indefinito. Ad esempio può indicare una quantità precisa ma non descritta:

Certi giorni non sono del miglior umore

Certe notti sento abbaiare continuamente dei cani sotto casa

Si intende qualche giorno o qualche notte, non tutti i giorni o tutte le notti.

Può anche avere un senso ironico o spregiativo:

Certa gente io non la capisco: continua a studiare solo la grammatica anche se non fa progressi!

Al bar si sentono certi discorsi che mi fanno ridere a volte!

In questi casi si tratta di qualcosa di strano, di non normale, che non si apprezza.

Altre volte si usa per indicare un grado intermedio:

Mio figlio si applica con un certo impegno quando studia. E’ un ragazzo studioso.

Siamo partiti e dopo un certo tempo ci siamo fermati per una pausa

Quindi si tratta di una “certa quantità” o di un “certo grado”, un “certo livello” di qualcosa, ma non inteso come sicuro, chiaro, ma nel senso di “abbastanza”, “non poco”. Resta a volte un grado di indefinitezza ma è voluta. Spesso è assolutamente indeterminata e altre volte invece si vuole dire che non è poco, non è un basso livello, ma un “certo”  livello, un “certo” grado, una “certa” quantità. Come quando dico:

Ho una certa fame!

Ho una cera sete!

Cioè: ho abbastanza fame/sete. Non ho poca sete, tutt’altro.

C’era una certa confusione alla festa

Cioè: C’era una certa quantità di confusione, c’era abbastanza confusione.

L’indeterminatezza invece a volte è voluta, come quando dico:

Sono stato a cena con certi amici di vecchia data

Non è bellissima, ma questa macchina che ho acquistato ha quel certo non so che

Altre volte sempre al plurale, significa:  taluni, alcuni, qualche:

Il virus è stato creato in laboratorio: certi ne sono convinti

Certi affermano che Dio è un’invenzione

Certi dirigenti credono che bisogna tenere sotto controllo i propri dipendenti

Vedete che a volte si nota ancora una certa indeterminatezza.
Accade anche quando certo e certa sono preceduti da “un” e “una”. Accade anche con i nomi delle persone

Ho visto un certo Luca

Che significa “Ho visto una persona di nome Luca”. Ma voglio dire che non so chi sia, non lo conosco. So solamente che si chiama Luca.

Quando si usa “un certo” o “una certa”, si sta dando un senso di vaghezza o di incertezza rispetto all’identità della persona o della cosa a cui ci si riferisce. Quindi “ho visto un certo Luca” suggerisce che Luca non è una persona particolarmente importante o famosa, o che non se ne ricorda bene l’identità.

Può anche essere utilizzato per dare un senso di mistero o di suspense:

C’era una certa tensione nell’aria.

In questo caso, “una certa” implica che ci sia qualcosa di importante o di inquietante che sta per accadere, ma non si sa ancora di cosa si tratti.

Infine c’è anche un uso di certo come sostantivo:

Bisogna affermare il certo!

Cioè: bisogna dire ciò che è sicuro.

Oppure:

lasciare il certo per l’incerto.

Cioè: lasciare, abbandonare qualcosa di sicuro per scegliere qualcosa che invece è incerto, che non dà garanzie. Si usa spesso quando si lascia un lavoro per prenderne un altro col rischio di sbagliare.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente, ma prima ripassiamo un po’.

Sofie: Sappiate che domani partiremo alle 8:00 di mattina. A quell’ora di certo non incontreremo traffico, incidenti permettendo.

Danielle: Ma sei sicura che sia una buona idea? A quell’ora tutti vanno a lavorare. Forse dovresti tornare sulla tua decisione.

Rafaela: In effetti, sembra plausibile che ci possa essere del traffico a quell’ora.

Sofie ma no, non mi preoccupo! Sono imperterrita, la partenza è confermata. Ho studiato la situazione.

Danielle: Non voglio passare per il solito bastian contrario, ma forse è meglio rifletterci su.

Rafaela: Potremmo incontrare mezzo mondo in realtà. ma non voglio sollevare polveroni. Mi fido delle ricerche di Sofie.

Danielle: e fu così che arrivarono a mezzanotte!

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Propizio (ep. 921)

Propizio (scarica audio)

 

Giovanni: Parliamo dell’aggettivo “propizio” che significa favorevole. Questo è l’agettivo più simile. HA un senso abbastanza vicino comunque anche a adatto, opportuno, buono.

Il termine “propizio” si riferisce a qualcosa che favorisce o promuove un evento o una situazione positiva. Si usa principalmente per indicare che le circostanze sono favorevoli o vantaggiose per qualcosa o qualcuno.

Ad esempio, si può dire “Le condizioni meteorologiche sono propizie per una passeggiata in montagna” per indicare che il tempo è favorevole per fare una passeggiata in montagna. Oppure, “Questa è una propizia occasione per consolidare il nostro rapporto” per indicare che la situazione attuale è vantaggiosa per rafforzare un rapporto interpersonale.

In generale, il termine “propizio” viene utilizzato quindi per descrivere una situazione che è favorevole e che può essere sfruttata a proprio vantaggio.

Vediamo altri esempi usando anche qualche espressione già imparata:

  • “Dai, vedi che Francesca adesso sta da sola, L’occasione è propizia per attaccare bottone con lei!” In questo caso si sta invitando a cogliere l’occasione al volo, per non farsi scappare l’opportunità di andare a parlare con Francesca. 
  • Laddove le condizioni del mercato siano propizie, si possono ottenere profitti significativi”. La parola “laddove” (che abbiamo già visto insieme) viene utilizzata per indicare una situazione in cui le condizioni del mercato sono favorevoli, e il termine “propizie” indica che tali condizioni favoriscono l’ottenimento di profitti.
  • “La posizione della casa, a ridosso della valle, è propizia per godere di una vista panoramica”: quindi la posizione della casa è favorevole per godere di una vista panoramica perché si affaccia sulla valle.
  • “Il mercato azionario era in teoria propizio per gli investimenti nel settore tecnologico, ma vai a capire perché, qualcosa ha determinato il crollo del mercato in serata”. Dunque il mercato azionario era teoricamente favorevole per gli investimenti nel settore tecnologico, ma per un motivo che non si conosce c’è stato un crollo.
  • “Questa è una propizia occasione per mostrare il tuo talento artistico. Hai tutte le carte in regola, quindi non lasciartela scappare, mi raccomando“: La situazione è pertanto vantaggiosa per mostrare il proprio talento artistico in quanto si dispone delle capacità per mostrarle, si ha la stoffa giusta e occorre approfittarne.

Ci vediamo al prossimo episodio di Italiano Semplicemente. 

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Discrezionale, a discrezione di (ep. 920)

Discrezionale, a discrezione di (scarica audio)

Giovanni: Ricordate quando abbiamo parlato della discrezione? In quell’occasione abbiamo visto in particolare l’aggettivo indiscreto e anche l’opposto: discreto, riferito al comportamento di una persona.
Ma che significa discrezionale? In quell’episodio non abbiamo parlato di questo.
Discrezionale” si riferisce a qualcosa che è lasciato alla discrezione o al giudizio personale di qualcuno. Ciò significa che la decisione su come procedere è lasciata alla persona che ha il potere o l’autorità di prenderla.

Ecco alcuni esempi di come “discrezionale” può essere usato:

La decisione di concedere il permesso di costruire è discrezionale del sindaco.

In questo caso, la decisione su se concedere o meno il permesso di costruire è lasciata alla discrezione del sindaco, il quale può decidere in base al proprio giudizio personale.

Il datore di lavoro ha il potere discrezionale di concedere o meno il congedo.

In questo caso, la decisione su se concedere o meno il congedo è lasciata alla discrezione del datore di lavoro.

Il giudice ha il potere discrezionale di scegliere la pena da infliggere.

In questo caso, la decisione sulla pena da infliggere è lasciata alla discrezione del giudice, il quale può decidere in base al proprio giudizio personale.

Il concetto appena descritto con l’uso di “discrezionale” può anche essere usato con l’espressione “a discrezione di“, che significa che qualcosa è lasciato alla decisione o al giudizio personale di qualcuno. Ecco alcuni esempi di come “a discrezione di” può essere usato in frasi:

Il prezzo del prodotto può essere modificato a discrezione del venditore.

In questo caso, il venditore ha il potere di decidere se aumentare o diminuire il prezzo del prodotto in base al proprio giudizio personale. E’ a sua discrezione la decisione sull’eventuale modifica del prezzo. E’ lui che decide autonomamente.

La scelta del ristorante per la cena è a discrezione degli ospiti.

In questo caso, la decisione su quale ristorante scegliere per la cena è lasciata alla discrezione degli ospiti, i quali possono decidere in base al proprio giudizio personale.

Il numero di partecipanti al corso è a discrezione dell’organizzatore.

In questo caso, è l’organizzatore che decide. L’organizzatore del corso ha il potere di decidere quanti partecipanti accettare in base al proprio giudizio personale.

L’utilizzo di discrezionale e di “a discrezione di” è abbastanza formale.

Ecco alcune alternative più colloquiali che si possono usare usare:

  • “a scelta di“: questa espressione è più informale di “a discrezione di”, ma ha lo stesso significato. Ad esempio: “il piatto da ordinare è a scelta tua”.
  • a tua scelta“: questa è un’altra alternativa informale per “a discrezione di”. Ad esempio: “l’abbonamento che hai pagato prevede un quotidiano a tua scelta tra quelli elencati”.
  • a seconda di quello che preferisci“: anche questa espressione può essere usata al posto di “a discrezione di”, quando si parla di scelte personali. Ad esempio: “Puoi scegliere il tuo look a seconda di quello che preferisci”.
  • in base alla tua decisione“: Ad esempio: “La scelta finale è in base alla tua decisione”.
  • decidi tu“: questa espressione è molto informale, ma può essere usata al posto di “a tua discrezione” in molte situazioni. Ad esempio: “Decidi tu quale film guardare stasera”.
  • Come preferisci“: es: “facciamo come preferisci”
  • decidi tu come vuoi fare“: questa espressione è simile a “decidi tu”, ma include anche il “come” per indicare che la scelta riguarda anche il modo di agire. Ad esempio: “Decidi tu come vuoi fare per risolvere questo problema”.
  • a piacere“: utile quando si parla di scelte personali o di gusti. Ad esempio: “Puoi personalizzare il tuo hamburger a piacere”.
  • vedi tu“, molto informale e poi ce ne siamo già occupati in un episodio passato.
  • Attenzione e frasi tipo “fai come ti pare” e “fai un po’ come ti pare” perché possono essere molto scortesi soprattutto se si utilizza un tono rude o autoritario. Potrebbe sembrare che possa essere usata al posto di “a discrezione di”, potrebbe cioè suggerire che la scelta è completamente libera e che non ci sono vincoli o limiti da rispettare, ma in realtà si usa solamente quando siamo di fronte a una persona che vuole fare di testa sua nonostante i miei suggerimenti. Se uso questa frase è segno evidente che ho perso la pazienza, smetto di insistere e che ti lascio al tuo destino, tanto hai già deciso (nel modo sbagliato secondo me).

Adesso ripassiamo qualche episodio passato con l’aiuto dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente. La scelta dell’argomento del ripasso è a vostra discrezione.

Peggy: Va bene! Oggi faccio la brava studentessa, seguendo il nostro retaggio culturare basato sulla filosofia confuciana, ossia rispettare il nostro prof. Per giunta, lasciare un episodio senza alcun ripasso non corrisponde alla mia politica, allora ho detto qualcosa. Fatevi sotto anche voi ragazzi, non è che dobbiamo fare qualcosa di arduo come una versione di latino o di greco.

Marcelo: certo Peggy, è doveroso fare dei ripassi ogni giorno per rendere piú spontaneo e naturale il nostro italiano! Direi anche che pare brutto non rispondere quando siamo chiamati in causa, anzi ti dico che provo piacere nel partecipare con un ripassino!

Irina: Mi sono ripromessa di essere uno studente/una studentessa indefessa e promettente, quindi anch’io vorrei scrivere due righe anziché rimanere qui impalata sperando di dimostrare di avere la stoffa giusta nel fare un’opera da incorniciare. Tuttavia, mio malgrado, dal momento che in questo momento sono indisposta, mi vedo costretta a partecipare, ma solo più in là, quando avrò più tempo a disposizione.

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Doveroso (ep. 919)

Doveroso (scarica audio)

Giovanni:

Cosa preferite tra il dovere e il piacere?

Facile scegliere, però si dice sempre “prima il dovere, poi il piacere”. Potrei anche dire che è doveroso prima fare ciò che fa parte del nostro dovere e poi le cose piacevoli.

Oggi vorrei parlarvi proprio di “doveroso” e “doverosa“, aggettivi che ovviamente fanno riferimento al dovere.

Doveroso significa che è ritenuto un dovere, ma non sempre. A volte stiamo parlando di qualcosa di diverso.

Adesso potrei dirvi che da parte mia è doveroso fare degli esempi, altrimenti potreste avere dei dubbi.

Spesso non parliamo di un dovere nel vero senso del termine. In questo caso: è bene fare qualche esempio, è meglio, credo sia giusto, sento che devo farlo. In questo caso ad esempio parlo di fare degli esempi e questo aiuta molto la comprensione e sarebbe poco utile non fare alcun esempio. Quindi è doveroso da parte mia farne qualcuno se voglio essere utile. È anche una questione di cortesia conunque.

Si usa spessissimo infatti in formule di cortesia, quando vogliamo ad esempio ringraziare qualcuno:

È doveroso ringraziare i volontari che ci hanno aiutato ad organizzare questo evento.

Oppure per esprimere una forma di rispetto verso le persone a cui ci si rivolge:

Sono doverose delle scuse da parte mia per non avervi avvisato.

Perché non ci hai avvisato? Non bastano le scuse. È doverosa una spiegazione da parte sua!

Diciamo che più che un dovere, parliamo di un obbligo morale.

Rispettare la legge e doveroso?

Certamente, ma questo aggettivo si usa spesso non solo quando si tratta di veri doveri come questo. Nel caso di doveri veri e propri poi normalmente si dice anche che fare questa cosa è un dovere, oppure un preciso dovere, o che corrisponde/risponde a un preciso dovere.

Dunque accade spessissimo che si riservi questo aggettivo anche per tutti i comportamenti ritenuti moralmente corretti, per educazione, senso civico, eccetera.

È doveroso avvisarvi che il viaggio durerà 5 ore circa senza interruzioni. Se dovete mangiare, bere o andare in bagno, fatelo subito.

Grazie per averci accompagnato a casa.

Si figuri, era doveroso da parte mia visto che avete perso il treno per colpa mia.

“È doveroso” può somigliare a è indispensabile, è d’obbligo, è giusto, è necessario, è dovuto, è opportuno. A seconda del caso si avvicina a una di queste modalità simili.

L’aggettivo doveroso viene associato più spesso a un ringraziamento:

Un doveroso ringraziamento a chi ha sostenuto l’associazione.

Abbastanza frequente è anche “per doverosa informazione” e anche “per doverosa e opportuna conoscenza“, oppure “fare una doverosa precisazione” e “prendere una misura doverosa“, dove misura sta per provvedimento, decisione, quindi parliamo di qualcosa di giusto, opportuno.

L’utilizzo è sempre abbastanza formale.

Adesso ripassiamo un po’ parlando di piacere.

Marcelo: di già! Così, senza anticipare! Allora mi precipito volentieri e con piacere a pensare a qualcosa! Non so se ti piacerà comunque!

Peggy: dai ragazzi! pare brutto rispondere picche alla richiesta di Gianni! Facciamo del nostro meglio e forse sarà un ripasso da incorniciare!

Edita: certo Peggy! Dobbiamo farlo, di qui non si scappa! Mettiamoci all’opera e non rimaniamo impalati. Facciamo squadra per collaborare!

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Lo schiribizzo e il ghiribizzo (ep. 918)

Lo schiribizzo e il ghiribizzo (scarica audio)

Giovanni: Oggi parliamo dello schiribizzo, un termine molto curioso e usato in tutto lo stivale (Cioè in tutt’Italia). Quando lo utilizziamo siamo sempre in un contesto informale, colloquiale.

In realtà il termine schiribizzo è una variante popolare di “ghiribizzo“. Si tratta comunque della stessa cosa.

Ma cos’è lo schiribizzo? Cos’è il ghiribizzo?

Lo schiribizzo è una voglia strana, un desiderio improvviso, ma non il desiderio di qualcosa di materiale (o almeno non soltanto), ma la voglia di fare qualcosa di strano, di insolito, di bizzarro, qualcosa che in condizioni normali non farei, ma in quel momento, quando mi prende lo schiribizzo, potrebbe essere l’occasione buona, perché non è che prende tutti i giorni lo schiribizzo.

Quel giorno potrei essere però particolarmente curioso o sentirmi particolarmente ardito, temerario, intraprendente, o magari mi sento particolarmente irritato e allora mi scatta qualcosa dentro, qualcosa di improvviso che mi fa fare qualcosa.

Questo è un segno inconfutabile che mi è preso lo schiribizzo!

Avrete capito che si usa il verbo prendere:

Prendere lo schiribizzo.

Es:

Oggi vado al mare. impiego normalmente un’ora per arrivare, ma se mi prende lo schiribizzo stasera mi fermo a dormire in un hotel, così potrò tornarci anche domani mattina.

Come verbo ausiliare quello corretto è il verbo essere, ma a volte si usa anche il verbo avere. Non si dovrebbe, ma la lingua colloquiale fa questi scherzi a volte.

Mi è preso lo schiribizzo

Mi ha preso lo schiribizzo

Es:

Mia figlia esce ma non mi dice mai dove va. Ma ieri sera mi è preso lo schiribizzo e sono andato a vedere dove andava mia figlia. Non vi dico cosa ho scoperto!

In definitiva, quando prende lo schiribizzo, viene una voglia particolare che spinge a fare qualcosa.

Si usa anche con la preposizione “di”:

Non lo faccio mai, ma oggi mi è preso lo schiribizzo di andare a vedere la partita della Roma allo stadio.

Tutti noi avremmo voglia di fare tante cose in certe situazioni, poi però quasi sempre ci comportiamo diversamente e facciamo la scelta più saggia o più “normale” o meno rischiosa o meno stravagante.

Lo facciamo per motivi diversi, legati alla cultura, alle abitudini, al modo di vivere quotidiano, per non offendere, per non invadere la privacy degli altri, per non perdere tempo, per non aver paura che ci siano conseguenze negative eccetera.

Ma a volte capita che ti prende lo schiribizzo e allora non c’è niente da fare!

A volte quando prende lo schiribizzo è per curiosità, altre volte per evadere un po’, per lasciarsi andare e fare cose insolite o perché siamo stanchi di vedere cose che non ci piacciono.

Allora in questi ultimi casi può prendere per togliersi un sassolino dalla scarpa
Non esagerate però con gli schiribizzi perché potreste essere considerate persone sui generis, che non sanno contenersi, che non rispettano le norme sociali, che non hanno pazienza o che sono totalmente imprevedibili e quindi poco affidabili.

Potete usare i termini ghiribizzo e lo schiribizzo per dare frizzantezza ad una affermazione, grazie al suono divertente di questa parola.

Se non vogliamo usare lo schiribizzo possiamo parlare di “capriccio” che però non si prende ma si ha. Ma un capriccio è un’improvvisa voglia o desiderio di fare qualcosa, spesso senza un motivo razionale o importante. Tra l’altro il termine si usa spesso con i bambini.

Cosa sono tutti questi capricci? Perché non vuoi mangiare oggi? Basta capricci!

Lo schiribizzo in realtà ha spesso una motivazione alla base, ma si tratta comunque di qualcosa di impulsivo e di improvviso.

Allora concludo dicendo che oggi ho già utilizzato 4 episodi di ripasso per descrivervi lo schiribizzo, quindi possiamo anche finirla qui.

Ci vediamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Pare brutto (Ep. 917)

Pare brutto

Pare brutto (scarica audio)

Video e trascrizione

Giovanni: l’espressione di oggi è “pare brutto“. Non parliamo dell’aspetto fisico di una persona però. Non parliamo cioè di una persona che ci sembra brutta. “Sembra” e “pare” come sapete sono abbastanza simili. Questo sarebbe infatti il senso proprio di “pare brutto”.

Pare brutto” è invece una locuzione informale molto usata in tutta Italia ma maggiormente nelle regioni del centro sud, che può avere significati diversi ma tutti abbastanza simili, tipo:

non è bello
non è carino
non è giusto
non è corretto

Parliamo quindi di comportamenti o atteggiamenti ritenuti scorretti ma più frequentemente sconvenienti. Notare che si usa solamente al maschile.

La società in cui viviamo è caratterizzata da dinamiche sociali complesse, che richiedono il rispetto di diverse regole.

Queste regole possono riguardare l’etica, la moralità, il comportamento sociale, le convenzioni. La loro esistenza e il loro rispetto sono fondamentali per garantire il funzionamento armonioso della società stessa e per preservare i diritti e le libertà individuali di ogni membro.

Tuttavia, va detto che il rispetto di queste regole non sempre è una questione scontata: si scontrano valori contrastanti, e la loro interpretazione può variare a seconda dei contesti culturali, storici e geografici.

In ogni caso, è importante prendere consapevolezza dell’importanza di queste regole e cercare di rispettarle, in modo da contribuire al benessere e alla stabilità della comunità in cui viviamo.

Pare brutto” si usa proprio per evidenziare un comportamento che potrebbe essere offensivo o che potrebbe sembrare scortese, maleducato. Questo nella maggioranza dei casi. È una riflessione e un giudizio su ciò che potrebbe essere giusto o sbagliato fare dal punto di vista soprattutto sociale.

Bisogna fare questo e non quello, altrimenti “pare brutto“.

Vediamo qualche esempio:

È il compleanno di nonna. Dai facciamole una telefonata; pare brutto farle gli auguri su WhatsApp!

Che dici, pare brutto se oggi alla riunione mi presento senza cravatta?

Che dici, lo invitiamo zio Gianni al compleanno?

Certo! Lui è sempre gentile con noi, pare brutto se non lo invitiamo!

Pare brutto non festeggiare il mio 50-esimo compleanno. Dai organizziamo qualcosa!

Pare brutto” indica quindi una critica rivolta ad atteggiamenti o comportamenti (ipotetici, non ancora avvenuti) che non sono visti in modo positivo, non sono considerati normali, quindi vanno contro ciò che è ritenuto normale e giusto da fare.

Fare una cosa di questo tipo sembrerebbe strano, potrebbe portare dei problemi, oppure potrebbe far pensare che sono una persona maleducata, o che ho qualcosa da nascondere o anche semplicemente non mi sentirei che ho fatto la cosa giusta.

Si usa anche al passato:

Mi pareva brutto non invitare Matteo alla mia festa.

In questi casi si tratta di eventi passati, quindi già avvenuti.

Possiamo usare anche “sembrare brutto“:

Ho incontrato la mia ex mentre ero con la mia fidanzata. Mi è sembrato brutto non dirle almeno ciao.

A volte quindi si usa anche il verbo sembrare, come ho appena fatto, ma è più raro.

Ricapitolando, “pare brutto” e più raramente “sembra brutto” sono locuzioni informali usate in tutta Italia ma più al centro sud, e si potrebbero tradurre con: “non è corretto”, “non è giusto “, “non è carino” ma direi che, trattandosi di considerazioni su comportamenti da adottare, allora il senso è più vicino a:

Non sarebbe carino

Non sarebbe conveniente

Potrebbe essere male interpretato

Potrebbe essere visto come qualcosa di offensivo

Potrebbe sembrare un comportamento maleducato

Non mi sentirei che sto facendo la cosa giusta.

A volte non si usa né pare né sembra, ma il verbo essere:

Stesso significato.

Che dici, è brutto se oggi che abbiamo ospiti. anziché cucinare ordiniamo le pizze?

Adesso ripassiamo dai, sennò pare brutto:

Marcelo: a me ad esempio pare brutto che mentre io mangio, il mio cane sta a guardare. Mi guarderebbe e penserebbe “beato te! Che ne sarà invece di me?”.

Khaled: Il mio non farebbe che abbaiare invece. Non esiste proprio che mangio prima di lui!

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Fare una scappata (ep. 916)

Fare una scappata (scarica audio)

Fare una scappata

Trascrizione

Giovanni: il verbo scappare lo abbiamo visto insieme qualche episodio fa, ricordate?

La frase “fare una scappata” però merita un episodio a parte.

Si tratta di una frase colloquiale. “Fare una scappata” si usa comunemente per indicare un breve viaggio, una breve visita o anche una gita improvvisata, spesso senza una meta precisa e senza una pianificazione dettagliata.

C’è spesso il senso di fretta, di velocità.

Es:

Prima di andare insieme a trovare Maria devo fare una scappata a casa perché ho dimenticato il regalo da darle.

Quindi si tratta di una breve visita, molto veloce, necessaria in questo caso. Sarà una visita veloce perché si tratta solamente di prendere il regalo. È necessario che io lo faccia.

Non sempre però c’è fretta e non sempre c’è necessità.

Queste caratteristiche però fanno spesso la differenza quando c’è da scegliere la giusta espressione da usare. Infatti si preferisce ad esempio nel caso di un impegno che richiede poco tempo. Necessario (in senso ampio) ma ci vorrà poco.

Tipo: faccio una scappata a prendere le sigarette.

Es.

Hey, perché non facciamo una scappata a vedere la mostra d’arte a Milano questo weekend? Sarebbe divertente!

Qui prevale il senso dell’improvvisazione. Non c’è necessità e non è detto che ci sia velocità o fretta.

Abbastanza simili sono le forme:

Fare una breve gita

Fare una fugace visita

Fare una breve vacanza

Fare un breve viaggio all’ultimo minuto

E poi anche:

Fare una puntatina

Fare una capatina (abbiamo un episodio in merito).

Si usa anche “scappatina”.

“Fare una puntatina” e “fare una capatina” hanno un significato simile a fare una scappata o scappatina.

La puntatina si riferisce a una breve visita ad un luogo o ad una persona, spesso durante un viaggio o durante una passeggiata. Una puntatina è una sorta di tappa aggiuntiva.

Ad esempio, “Vado a fare una puntatina a trovare mia zia prima di tornare a casa”.

Fare una capatina” invece si usa più spesso nel senso di fare una breve deviazione, spesso durante un viaggio, per visitare un luogo o incontrare qualcuno. Ad esempio, “Abbiamo fatto una capatina a Venezia durante il nostro viaggio in Italia”.

Più o meno siamo li comunque con puntatina.

In entrambi i casi, queste espressioni indicano una breve pausa o deviazione dall’itinerario previsto per visitare qualcosa o incontrare qualcuno.

Le differenze tra le espressioni possono essere sottili e dipendono dal contesto specifico in cui vengono utilizzate. Non è il caso di scervellarsi alla ricerca di una chiara distinzione.

In generale la scelta della frase da usare dipende dal contesto e dal registro linguistico.

Ad esempio, fare una scappata, una puntata e una capatina, molto simili, sono espressioni informali e colloquiali, spesso usatea tra amici o familiari, mentre “fare una fugace visita” è più formale e adatta a situazioni in cui si vuole essere più precisi e attenti al linguaggio utilizzato.

Vi faccio notare, per concludere, che abbiamo visto in passato anche l’espressione “ci scappa“, e se ricordate abbiamo usato il termine “scappata” in quell’episodio, ma in modo diverso:

Nella frase:

Siamo andati a Roma, abbiamo visto 5 musei in un giorno e ci è scappata anche una visita al Colosseo.

Anche questo modo di esprimersi è colloquiale, ma qui si esprime un qualcosa in più che siamo riusciti a fare, similmente a “siamo anche riusciti a fare una visita al Colosseo”.

La presenza della particella “ci” è importante per capire il significato.

Poi un’altra cosa che vale la pena di dire sulla scappata. È un termine che può essere anche usato per indicare un intervento fuori luogo nel corso di un dialogo o di una conversazione.

In questo caso si usa “avere una scappata” e più raramente anche “fare una scappata”. Il senso è simile all’uso del verbo “uscirsene“.

Giovanni è un tipo particolare, ha certe scappate!

Come a dire che Giovanni fa delle uscite bizzarre, dice cose spesso imbarazzanti o indiscrete. Se ne esce con frasi particolari. Come dire he è un tipo un po’ sui generis.

Oppure:

Maria oggi ha fatto/avuto una scappata delle sue e ci ha fatto pentire di averla invitata a cena.

Sembra dunque che Maria abbia detto qualcosa che ha colpito l’attenzione in senso negativo, qualcosa di imbarazzante.

Bene allora la finisco qui, ma adesso dobbiamo farci scappare anche il ripasso.

In questo ripasso parliamo di Dante Alighieri, argomento sempre gradito da tutti, e lo facciamo utilizzando naturalmente qualcosa che abbiamo già imparato: “essere da meno” , prestarsi, “avere la stoffa” , “più in là” , indiscreto, il verbo avvalersi, i mezzucci e “il da farsi”.

Marguerite: Nonostante fosse nato in una famiglia nobile, Dante non era da meno nel mostrare la sua passione per la poesia e la letteratura fin dall’infanzia. Si prestava spesso a scrivere poesie e a partecipare a concorsi letterari, dimostrando una grande stoffa nel maneggiare le parole.

Fatima: Più in là con gli anni poi si affermò anche in politica.

Irina: Tuttavia, la sua vita non è stata priva di scandali e di critiche. Alcune delle sue opere sono state giudicate indiscrete e controverse, causando spesso polemiche e ostilità da parte di alcuni membri della società dell’epoca.

Anne Marie: Per affrontare le sfide che la vita gli presentava, Dante si è spesso avvalso di mezzucci e stratagemmi, cercando di trovare il modo migliore per raggiungere i suoi obiettivi. Tuttavia, ha sempre saputo distinguere tra ciò che era giusto e ciò che non lo era, cercando sempre il da farsi per agire nel modo più corretto possibile.

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Uccidere e ammazzare

Uccidere e ammazzare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Sapete tutti cosa significa morire vero?

Anche “uccidere” credo non crei problemi particolari, almeno nel suo senso proprio.

Al limite può essere più complicato l’uso del verbo ammazzare.

Ma esiste una differenza tra uccidere e ammazzare?

In italiano, “uccidere” e “ammazzare” significano la stessa cosa: causare la morte di una persona o di un animale.

Tuttavia, a seconda del contesto e del registro linguistico, il termine “ammazzare” può essere considerato più colloquiale e informale rispetto a “uccidere”, che suona più formale e serio.

Ad esempio, in un contesto giuridico o in una conversazione formale, si userebbe più facilmente il termine “uccidere” per riferirsi a un omicidio, mentre in un contesto informale o nella lingua parlata, si potrebbe usare più facilmente “ammazzare”.

A seconda della circostanza si possono usare anche verbi come eliminare, liberarsi di qualcuno, liquidare, assassinare (uccidere in modo premeditato), accoppare (molto colloquiale), far fuori, togliere la vita.

Il verbo “ammazzare” può talvolta avere una connotazione più forte e violenta rispetto a “uccidere”, ma questo dipende ancora una volta dal contesto e dal modo in cui viene usato.

Ad esempio, si potrebbe dire “ho ammazzato un pollo per cena”, in modo informale e neutrale, ma se si dice “hanno ammazzato una persona”, il termine può assumere un tono più violento e crudele.

Spesso, o parlando di omicidi, si parla di “morti ammazzati” per indicare omicidi compiuti con particolare violenza o efferatezza, specie se a compiere questi omicidi è la criminalità organizzata.

Uccidere e ammazzare si usano comunque anche in modo figurato.

Per ammazzare il tempo potremmo fare una partita a carte.

In questo caso ammazzare il tempo sta per “non annoiarsi” e non si usa il verbo uccidere ma solamente ammazzare.

Oppure, parlando di una situazione molto imbarazzante per mia colpa posso dire:

Ero molto imbarazzato. In quel momento volevo uccidermi/ammazzarmi.

Spesso anche si dice “avrei voluto scomparire con significato simile.

Oppure frasi come:

se dici questo segreto a qualcuno ti uccido/ammazzo.

Gli adolescenti usano spesso:

Ti ammazzo di botte!

Il che non significa che verrà uccisa una persona, ma è una minaccia analoga a “ti picchio”.

Ci sono poi frasi come “morire dal ridere” e “ammazzarsi dalle risate”.

Ammazzarsi dal ridere

Il verbo “morire” è spesso usato in modo figurato per indicare una forte reazione emotiva, come ad esempio proprio “morire dal ridere”, che significa ridere molto, fino al punto di non poter più controllarsi.

Altri esempi di questo uso figurato di “morire” includono “morire di vergogna”, “morire di noia” o “morire di paura”, dove il verbo viene usato per indicare una forte sensazione o stato d’animo.

Il verbo “ammazzare” può essere usato in modo simile, ad esempio “ammazzarsi dalle risate”(o per le risate) che indica una forte reazione emotiva di tipo comico, simile all’uso figurato di “morire”.

A cena Giovanni ci ha raccontato un sacco di barzellette che ci hanno fatto morire dal ridere (o ci hanno fatto ammazzare dalle risate).

Potrei ugualmente dire che “siamo morti dal ridere”, “sono morto dalla vergogna”, “sono morto di caldo/freddo”, eccetera.

Non si usa dire “sono ammazzato di freddo/caldo”. Ammazzarsi si usa quando c’è un’azione. Essere Morto si usa per certificare uno stato.

Altri esempi di questo uso di “ammazzare” includono “ammazzarsi di lavoro”, che significa lavorare molto duramente, o “ammazzarsi di fatica”, che indica una sensazione di fatica molto intensa.

Si può anche dire:

mi ammazzo per tirare avanti la famiglia

Mi sono ammazzato per aiutarti

Bisogna ammazzarsi di studio per laurearsi in tempo.

Giovanni parla tantissimo: ti ammazza di chiacchiere per spiegarti un concetto!

C’è un’esclamazione romanesca simpatica:

Ammazza!

Ammazzate! (o ammazzete)

Queste sono modalità colloquiali molto diffuse nel Lazio per esprimere stupore, meraviglia. Simile a: Davvero? Accidenti! Veramente? Si usano anche per sottolineare una inutile insistenza o un reiterato comportamento negativo:

Ammazzete quanto rompi!

Ammazzete quanto vino bevi!

Ammazza quant’è bello il tuo amico!

Ammazza che fisico!

Ammazzate, è da stamattina che mi critichi, ma che ti ho fatto?

Vedete che ammazzare, rispetto a uccidere si usa per dare forza al concetto da esprimere, sia che si usi proprio che figurato. Non è un caso che ammazzare derivi dal termine “mazza”, cioè uno strumento per colpire e fare male.

Ammazzare pertanto sarebbe “colpire con una mazza” e quindi si esprime il concetto più ampio di morte violenta.

In generale, l’uso figurato di questi due verbi è abbastanza comune nella lingua italiana e può essere utilizzato in molti modi diversi, a seconda del contesto e della situazione in cui si trovano le persone.

Tuttavia, è importante notare che l’uso figurato di questi verbi può essere considerato come un po’ eccessivo in alcune situazioni, quindi fate attenzione perché può risultare poco appropriato e rispettoso a volte.

Facciamo un esercizio di ripetizione:

Ammazzare

Ammazzarsi dal ridere

Ammazzarsi dalle risate

Se lo fai ancora ti ammazzo!

Mi ammazzo per aiutarti e neanche un grazie!

Mi sono ammazzato di fatica

Con tutte queste parole ci hai ammazzato!

Ci sentiamo al prossimo episodio di italiano semplicemente.

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Il retaggio (Ep. 915)

Il retaggio (scarica audio)

Trascrizione

retaggio

Giovanni: avete mai ascoltato o letto da qualche parte il termine “retaggio“.

Può risultare complicato per un non madrelingua, e allora vediamo come posso spiegarvi questa parolina e a quali termini più familiari potrebbe somigliare.

Il termine “retaggio” si riferisce ad una tradizione, a qualcosa che viene dal passato.

Non posso però sostituire sempre “tradizione” con “retaggio“. Infatti una tradizione è l’insieme delle memorie, delle notizie e delle testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. La tradizione è l’insieme degli usi e dei costumi che sono trasmessi da una generazione all’altra e diventano una sorta di regole.

E’ traduzione, in Italia, fare i regali ai bambini la notte di Natale.

E’ tradizione, nel nostro hotel, offrire un cioccolatino ad ogni ospite.

Da oltre 25 anni è tradizione nella nostra famiglia andare al ristorante la sera prima di partire per le vacanze.

Una tradizione è qualcosa che si fa da molto tempo, una specie di abitudine che si tramanda negli anni. “Tramandare” è un verbo interessante perché significa trasmettere nel tempo, attraverso le generazioni. Sono proprio le tradizioni che si tramandano. Si tramanda la memoria di un fatto, le usanze che si tramandano da secoli.

Anche un’opera può essere considerata degna di essere tramandata ai posteri.

Un retaggio però è più un’eredità culturale o storica che viene trasmessa da una generazione all’altra. Attenzione perché non posso usare il termine retaggio parlando del passato in generale, perché (quasi sempre) parliamo di generazioni, di cose che durano nei secoli.

Ecco alcuni esempi di utilizzo del termine “retaggio“:

Il retaggio culturale di una nazione comprende le sue tradizioni, i suoi costumi e le sue credenze religiose.

Il retaggio storico di una città può includere monumenti, edifici antichi e documenti storici.

Il molti paesi è ancora molto forte il retaggio culturale che vede la donna come un individuo sottoposto all’uomo.

Il retaggio, come in quest’ultimo caso, è spesso qualcosa di cui faremmo volentieri a meno, ma l’influenza del passato si fa sempre sentire e non è un’operazione facile e veloce cambiare la cultura e le idee che nel passato erano molto forti.

Si usa infatti di frequente per indicare qualcosa che si fa o si pensa da sempre o da molto tempo ma che non ha più molto senso o addirittura è molto negativo.

Il termine può anche indicare ciò che resta di una cultura, di un’epoca o di un’opera dopo la sua scomparsa o la sua fine.

Simili al “retaggio” sono anche “eredità“, “patrimonio“, e anche “memoria“.

Eredità” si usa però ad esempio prevalentemente parlando di ciò che viene trasmesso agli eredi in caso di morte, quindi si parla di beni che vengono lasciati ai parenti. esistono però anche le eredità culturali.

Il “retaggio” si usa quasi sempre in contesti storici, culturali o artistici, ma può essere utilizzato anche in riferimento a un individuo o un’impresa.

Accade anche che il termine si riferisca a qualcosa di prezioso che viene trasmesso da una generazione all’altra e che ha un valore duraturo.

Si parla quindi in generale di influenza del passato sul presente.

Es:

Qual è il retaggio di Dante Alighieri che ha influenzato le opere di Michelangelo e di altri artisti?

Cioè quale influenza ha avuto Dante?

Non sentirete mai un adolescente usare il termine retaggio e molto probabilmente neanche una persona non madrelingua a meno che non sia di livello molto alto.

I giornalisti e in generale le persone più colte lo usano molto spesso, sia in termini positivi che negativi.

Dicevo che generalmente si parla di qualcosa che passa da generazione in generazione.

Non sempre è così. Solo per farvi un esempio, si può dire che la paura del buio non è solo tipica dei bambini. A soffrirne infatti sono spesso anche gli adulti: è un retaggio della loro infanzia.

Come a dire che è una cosa che viene da lontano, dalla loro infanzia e che ancora non sono riusciti a superare.

Adesso ripassiamo un po’ gli episodi passati. Vediamo un dialogo divertente tra i membri dell’associazione Italiano Semplicemente che si sfidano per capire qual è la migliore nazione al mondo.

Ascoltiamo un rappresentante francese, una belga, una taiwanese, una tedesca, una Ceca, un argentino e, dulcis in fundo, un brasiliano.

Sofie (Belgio): hei ragazzi, buongiorno! Come state? Io sono contenta, anzi contentissima di essere qui con voi, ma devo dire che il Belgio è la vera perla dell’Europa, direi un paese sui generis. Noi abbiamo la migliore birra, il miglior cioccolato e le migliori patatine fritte. Che ne dite, siete d’accordo?

Ulrike (Tedesca): (ridacchiando) Oh, davvero? Evidentemente non sei di casa in Germania. Altrimenti sapresti che la nostra birra viene annoverata fra le migliori birre di tutto il mondo. E non solo! Da noi vi è una tecnologia per eccellenza e l’economia più forte dell’Unione Europea.

Estelle (Francese): senza dubbio in Francia c’è il gotha della gastronomia. Checché ne dicano gli altri in merito, le migliori specialità gastronomiche sono appannaggio del nostro paese. Possiamo avvalerci dei migliori chef e per giunta la Francia brilla anche in materia di haute-couture.
Poi è ben risaputo che Parigi sia la città più romantica del mondo. Questo è quanto. Vi basta?

Marcelo (Argentino): Dal canto mio dico che non puoi battere l’Argentina per il calcio (la Francia lo sa bene), ma abbiamo anche il tango e l’asado (la grigliata). Abbiamo anche il paesaggio più spettacolare al mondo con le Ande e le cascate di Iguazù. Siamo noti per gente come Maradona, Messi, Papa Francesco e tanti premi nobel. Difficile che altri paesi possano detenere un simile primato.

Peggy (Taiwanese): Tutti voi siete ancora sotto la preoccupazione di cibo e bevande, il che si, per essere importante è importante, ma siete al corrente della tecnologia di Taiwan? Noi disponiamo del fior fiore della tecnologia e dei computer più veloci, senza contare le nostre biciclette all’avanguardia. Ah! È l’ora di pedalare un po’! Ciao!

Edita (Ceca): Accetto anch’io questa sfida. Sappiate però che le aziende ceche sono i leader mondiali assoluti nella produzione di microscopi, letti medici e macchine per la produzione di nano fibre. Mica pizza e fichi! E per quanto riguarda la birra, la nostra Pilsner Urquel è semplicemente la migliore, ed è per questo che siamo al primo posto nella classifica del consumo di birra. Un ceco beve in media un terzo di più di un tedesco! Per carità, non è che voglio demonizzare gli astemi!

André (Brasiliano): ragazzi, per quanto riguardo tutto quello che avete detto circa i vostri paesi, nulla quaestio, ma penso che la cosa più importante sia la relazione tra le persone, quindi sono costretto a dirvelo: un popolo più accogliente e caloroso di quello brasiliano non esiste! Qui non ci piove! Chiedetelo a qualcuno che è venuto qua, ad esempio il nostro presidente, che non mi smentirà, ne sono sicuro!

Giovanni: beh, pare che ci sia una bella diatriba sulla migliore birra. Allora facciamo una cosa: quest’estate durante la riunione dei membri lo potremo verificare attraverso una votazione ufficiale. Voterò anch’io, anche se personalmente preferisco il vino. Non so perché, sarà forse per via del retaggio gastronomico italiano!

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914 Essere di casa

Essere di casa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Cos’è una casa?

Ne parliamo oggi in questo nuovo episodio. Ascolterete non solo la mia voce ma anche quella di alcuni membri dell’Associazione Italiano Semplicemente che useranno anche ciò che hanno imparato in episodi passati.

Se da una parte parliamo di un edificio, una costruzione per abitarvi, suddivisa in vani ed eventualmente in piani, generalmente per “casa” si intende l’abitazione di una persona o di una famiglia.
Il termine “casa” trasmette quasi sempre sicurezza, intimità, confortevolezza.
Ci sono parecchie locuzioni e espressioni che usano il termine “casa”.
Oggi vorrei spiegarvi in particolare “essere di casa“.

L’espressione “essere di casa” significa essere a proprio agio in un ambiente o in una situazione, conoscere bene le abitudini e le regole del luogo.

Ad esempio, se si dice “sono di casa in questa città“, significa che si conosce bene la città e si sa come muoversi al suo interno.

L’espressione può essere utilizzata in diversi contesti, come ad esempio in una famiglia, in un lavoro o in un’organizzazione. In questi casi, “essere di casa” indica che si fa parte di quella realtà, che se ne conoscono le dinamiche e si è integrati nel gruppo.

Non essere di casa invece trasmette una estraneità al contesto o al luogo, perché poco frequentato e pertanto spesso “non essere di casa” significa che non ci si sente a proprio agio o che la propria presenza è sporadica o occasionale, senza necessariamente riferirsi a sensazioni personali.

L’espressione si usa spesso anche senza parlare di persone. In un messaggio pubblicitario si potrebbe dire ad esempio che nel mio supermercato la freschezza e la convenienza sono di casa.

Questo per indicare che ci sono sempre cose fresche e convenienti nel  supermercato.

Si potrebbe altresì dire che a Roma ormai i cinghiali sono di casa.

Questo perché è del tutto normale incontrare oggi dei cinghiali anche in qualche via del centro urbano e non solo in campagna. Può anche voler dire che gli stessi cinghiali non si trovano a disagio passeggiando per le vie del centro.

Hartmut: Si dà il caso che proprio ieri, andando al lavoro, ne abbia incontrato uno anch’io!

Parlando di una biblioteca potrei dire:

Gli scrittori famosi sono di casa qui.

Questo per dire che la biblioteca è abitualmente frequentata da scrittori famosi.

Marcelo: Ti consiglio di ritagliarti del tempo per constatare questo di persona e sicuramente ti sorprenderai!

In Italia generosità e solidarietà sono di casa.

Questo per dire che gli italiani sono un popolo di persone molto generose e solidali con chi ha problemi e ha bisogno di aiuto.

Rafaela: Gli italiani si fanno sempre vivi quando c’è da aiutare chi è in difficoltà!

Posso anche dire che c’è una zona particolare della Sardegna in cui la longevità è di casa.

Questo per dire che in questa zona la vita media è più alta del resto d’Italia.

Avete capito quindi che un po’ tutto può essere “di casa“, non solo le persone, per dare una connotazione a quel luogo, a quella situazione, a quella nazione eccetera.

Molto simile è “sentirsi a casa” ma questa si può usare solo per le persone, che quando si sentono a casa si sentono a loro agio.

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913 Il piacere

Il piacere (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi parliamo di piacere. Mi aiuterà qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente che ogni tanto interverrà nella spiegazione rispolverando anche qualche episodio passato.

Avete piacere di parlare di piacere?

Vi fa piacere parlare di piacere?

Vi piace parlarne?

Il termine piacere è particolare.

Infatti è, ad esempio, sia verbo che sostantivo.

Piacere di conoscerla, mi chiamo Giovanni.

Piacere mio!

Che piacere che mi fa averla a cena stasera!

Il piacere è poi diverso a seconda del verbo che usiamo. Si “ha” piacere oppure si “prova” piacere.

Si usa il verbo provare in particolare nel caso di piacere fisico.

Provo piacere quando mi fanno un massaggio alla schiena.

Nel caso di sensazioni emotive dipende, ma “provare” trasmette maggiore intimità:

Ho il piacere di presentarti mia moglie.

Provo un certo piacere quando vengo a sapere che la mia ex squadra perde una partita.

Ma piacere, come dicevo, è anche un verbo.

Piacere piace a tutti.

Piacere a sé stessi poi è ancora più importante.

Estelle: Stasera voglio essere bellissima. Voglio piacere da morire. Mi metterò in ghingheri!

Piacere a tutti è sempre difficile.

Edita: Qualcuno potrebbe essere di diverso avviso e dire:

Marcelo: Ma questo non risponde al vero! Si può piacere a tutto il mondo!

Una possibile risposta:

Ma fammi il piacere!

Ecco, questa esclamazione vale la pena di spiegarla. Abbiamo il verbo fare.

Fammi il piacere” può essere però diverso da “fammi un piacere”.

Vediamo cosa cambia.

Es:

Fammi un piacere, appena a arrivi a casa chiamami, così non sto preoccupato.

Peggy: La mamma dice sempre frasi di questo tipo per non paventarsi qualcosa di cattivo che ci è successo.

Oppure:

Mi fai un piacere? Potresti chiudere la porta?

Grazie, mi hai fatto un grande piacere aiutandomi.

In questi casi si tratta di piaceri nel senso di cortesie, gentilezze.

Se invece mettiamo l’articolo “il” molto spesso siamo arrabbiati, specie se la frase inizia con “ma”, come nella frase di prima.

Es: due persone vogliono parcheggiare l’auto ma c’è solamente un posto a disposizione. Uno dei due dice:

Non puoi parcheggiare la macchina qui. C’ero prima io!

Una possibile risposta può essere:

Irina: Ma mi faccia il piacere! Non faccia il finto tonto. È mezz’ora che aspetto che si liberi il posto! Ma dimmi tu!

Queste due persone sono evidentemente in disaccordo, e soprattutto la seconda persona afferma che non è assolutamente vero che è arrivato prima lui.

La frase “fammi il piacere” o “mi faccia il piacere” (se sto dando del lei) sta per: ma cosa stai dicendo? Non sono assolutamente d’accordo! Un modo colloquiale ma molto forte.

Si dice spesso anche “ma per favore!

Somiglia molto a: non dire sciocchezze, non dire stupidaggini.

È la presenza del verbo fare (nella forma imperativa) insieme all’articolo “il” a dare questo senso alla frase.

Non basta il verbo fare.

Es:

Fa piacere a tutti ricevere complimenti.

Mi fa piacere se vieni a trovarmi.

Non basta neanche il solo articolo “il” :

Es:

Piacere di conoscerla.

Risposta:

Il piacere è tutto mio!

A volte c’è anche la preposizione “di” quando siamo arrabbiati:

Fammi il piacere di stare zitto qualche volta!

Facci il piacere di non occuparti delle questioni che non ti riguardano.

In questi casi, proprio come quest’ultimo esempio si può anche usare la forma in “noi” (facci il piacere) se si parla in rappresentanza di più persone.

È importante notare che se invece non si è in disaccordo ma stiamo veramente chiedendo un piacere, una cortesia, una gentilezza a una persona, normalmente non si dice “fammi il piacere” o “mi faccia il piacere” ma la forma “posso chiederti un piacere?” oppure “ti chiedo la cortesia di lasciarci soli”, o anche “per cortesia, chiuda la porta”.

Non è carino dire frasi come:

Fammi il piacere, chiudi la porta!

Fammi il piacere di chiudere la porta!

Fammi la cortesia di chiudere la porta quando esci!

Queste modalità, in cui si usa l’imperativo e l’articolo il (piacere) o “la” (cortesia) sono normalmente usate con tono scocciato, piccato, infastidito.

Si tratta di un rimprovero e evidenziano una situazione di tensione, come a dire:

Non chiudi mai la porta quando esci, cerca di ricordarti la prossima volta!

Jasna: Se non si è sicuri di usare la forma giusta, in questi casi occorre stare attenti al tono che si usa, tanto per non dire qualcosa di fuori luogo.

Inoltre posso aggiungere che usare la parola “gentilezza” è più comune se volete essere gentili e non volete rimproverare.

Danielle: Evitate la forma imperativa (fammi, facci, mi faccia) perché in questi casi potreste incorrere in spavalderia. Infine potete usare il tono della domanda e non quello dell’ordine.

Un altro consiglio: se usate l’imperativo, non iniziate con “ma“, altrimenti non c’è alcun dubbio che si tratta di una disapprovazione.

Se volete criticare e rimproverare invece potete fare l’opposto.

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912 Condannare e demonizzare

Condannare e demonizzare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi parliamo del diavolo, anzi del demonio.

Non abbiate paura, perché l’obiettivo di questo episodio è solamente quello di farvi capire il verbo demonizzare.

Lo farò con l’aiuto di quattro membri dell’associazione Italiano Semplicemente: Peggy, Ulrike, Irina e Hartmut, che interverranno nel corso della spiegazione. Quando lo faranno utilizzeranno qualcosa che abbiamo spiegato in un episodio precedente. Io poi farò un commento su questo utilizzo e continuerò la spiegazione.

Allora, l’origine di demonizzare l’avete già capita: il demonio, cioè il diavolo.

Il demonio è una figura presente nella cultura e nella religione cristiana.

Rappresenta un essere malvagio, oscuro e, appunto, demoniaco.

Peggy: Secondo la tradizione cristiana, il demonio o Satana (è il suo nome), è un Angelo che si è ribellato contro Dio e al contempo ha cercato di diventare eguale a lui.

Ulrike: Dio lo ha quindi espulso dal cielo nonché lo ha condannato all’eterna dannazione.

Va comunque sottolineato che il concetto di demonio e la sua rappresentazione variano a seconda delle culture e delle religioni, e non tutte le religioni credono in un’entità malvagia simile al demonio cristiano.

Il verbo “demonizzare” significa dipingere qualcosa o qualcuno come malvagio, pericoloso o negativo, e può essere usato sia in contesti formali che colloquiali.

Irina: Il verbo “demonizzare” viene spesso e volentieri utilizzato in riferimento a un fenomeno, un’idea, un gruppo o una persona, che viene presentata come dannosa o immorale.

Molto simile a “condannare” ma condannare si usa quando si giudica negativamente una persona o un fatto per qualcosa che ha fatto senza possibilità di scuse. Si tratta spesso di una colpevolezza morale, di una “sentenza” di colpevolezza ma non parliamo solamente delle sentenze di un giudice. Il giudice condanna nel senso che infligge una vera pena da scontare, tipo 10 anni di prigione o 1000 euro da pagare per scontare la condanna.

Il senso di condannare in questo caso è più generale: considerare colpevole una persona o sbagliato un comportamento.

Condannare è quindi simile a disapprovare o criticare, più leggeri da questo punto di vista rispetto a demonizzare, perché il demonio è il male in persona!

Poi per condannare c’è spesso bisogno di un fatto, un qualcosa che si disapprova, si condanna, si critica.

Ciò che si demonifica invece può essere una figura, un’idea, un fenomeno, un gruppo sociale, un mestiere, per ciò che rappresenta, per le conseguenze che comporta.

Vediamo esempi di condannare:

Non puoi condannarmi per averti tradito una sola volta!

Non condannarmi solo perché la penso diversamente da te.

Condanniamo chiunque usi la violenza.

Condannare l’operato di un arbitro per aver assegnato un rigore dubbio mi sembra esagerato.

Non basta condannare il comportamento di Giovanni; occorre anche impedirgli di fare del male alle persone.

Demonizzare” ha quindi un’accezione più forte e spesso viene usato in situazioni in cui si vuole enfatizzare la malvagità o la pericolosità di ciò che si sta descrivendo.

Ecco alcuni esempi:

La Guerra va demonizzata sempre e comunque. Senza se e senza ma.

La stampa ha demonizzato la figura del politico, presentandolo come un mostro. Non sempre è così però.

La società ha demonizzato la figura del tossicodipendente, senza considerare i suoi problemi di salute mentale.

In questo periodo storico, molti gruppi sociali sono stati demonizzati e perseguitati.

Nella campagna elettorale, la figura del candidato è stata demonizzata dai media.

Hartmut: In alcuni Paesi, malgrado il progresso raggiunto, l’omosessualità viene ancora demonizzata da alcune fazioni conservatrici.

Il conflitto tra le due nazioni ha portato alla demonizzazione reciproca delle rispettive culture.

Per iscriversi alla facoltà di medicina bisogna superare un test. C’è chi demonizza questo test ma c’è anche chi è d’accordo.

Rispetto a condannare, demonizzare ha dunque un tono più forte e negativo, è meno legato a singoli fatti e comportamenti singoli e si usa per considerare qualcosa in modo estremamente negativo e pericoloso, senza possibilità di redenzione. Dall’inferno non si torna!

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911 Incorniciare

Incorniciare (scarica audio)

Trascrizione

Incorniciare

Giovanni: episodio n. 911 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Adesso che abbiamo fatto la nostra foto, dopo aver ben inquadrato il soggetto da fotografare (ricordate l’ultimo episodio?) potete finalmente stampare la foto e, se siete soddisfatti del risultato, potete anche incorniciarla e appenderla al muro per mostrarla a tutti.

Se invece non è una foto da incorniciare, allora fatene un’altra!

Willemijn: Tutto questo per farvi capire come si usa il verbo incorniciare, che come abbiamo anticipato nell’episodio scorso, significa inserire in una cornice, come si fa con un bel quadro o appunto con una fotografia.

Giovanni: avete appena ascoltato la voce di Willemijn, membro dell’associazione Italiano Semplicemente, che mi aiuta oggi in questa spiegazione. Allora, l’uso che ne ha fatto Willemijn nell’esempio sopra è nel suo significato proprio: una foto da incorniciare, cioè che merita di essere incorniciata, che vale la pena incorniciare.

Willemijn: Ma è l’utilizzo figurato che come al solito ci piace di più.

L’uso figurato di questo verbo è intuibile facilmente, poiché non solamente i quadri e le foto si possono incorniciare.

Nello sport si usa spessissimo per indicare una prestazione splendida, una performance eccezionale, una gara perfetta, una partita, una vittoria coi fiocchi. In tutti questi casi possiamo dire:

La Roma ha fatto una prestazione da incorniciare.

La performance della ballerina è stata da incorniciare.

Veramente una gara da incorniciare da parte dello sciatore italiano. Non ha sbagliato niente.

La finale del campionato del mondo è stata una partita da incorniciare da parte dell’Argentina e della Francia.

Una vittoria da incorniciare per l’Italia.

Giovanni: anche in questi casi si parla di qualcosa degno di essere mostrato e ricordato, di una prestazione in cui non è stato sbagliato nulla. Qualcosa di perfetto. Si può trattare, ma più raramente, anche di una bellissima partita, di una gara da ricordare per la sua bellezza o emozioni che ha suscitato.

È molto simile all’espressione “coi fiocchi” che abbiamo spiegato, ma molto più adatta nel caso di prestazioni, performance, vittorie e comunque meno informale.

Willemijn: Posso ugualmente dire che sto parlando di qualcosa di memorabile.

Questo aggettivo però può essere usato anche in senso inverso. Ad esempio:

La sconfitta dell’Italia contro la Macedonia del Nord del marzo 2022 è sicuramente un evento memorabile.

Giovanni: Se infatti si può dire che una sconfitta è memorabile, di contro, non esiste una sconfitta da incorniciare.

Memorabile è un evento contrassegnato da eccezionalità o importanza, qualcosa di grandioso, il cui ricordo è destinato a durare nel tempo. Molto simile a indimenticabile, che a sua volta direi che è più romantico come aggettivo ( molto più utilizzato). Un viaggio può essere descritto come indimenticabile, soprattutto se fatto col proprio partner. Memorabile forse è troppo in questo caso.

Willemijn: Si tratta di eventi ritenuti degni di essere ricordati, ma ci deve essere una prestazione di qualche tipo, dove emerge la qualità di una persona o di una squadra.

Non posso dire ad esempio che il Natale è una festa da incorniciare o che il mondiale di calcio è un evento da incorniciare.

Posso anche riferirmi a delle pagine di un libro che mi sono particolarmente piaciute e che mi piacerebbe, idealmente, metterle in mostra come un quadro per guardarle e trarre ispirazione.

Giovanni: Esiste anche la locuzione “da manuale“, abbastanza simile. “Da manuale” dà più l’idea di un esempio tipico di qualcosa eseguito in modo perfetto: un’operazione da manuale, un goal da manuale (il manuale del calcio).

Come se ci fosse ogni volta un manuale delle istruzioni (non sempre esiste in realtà) su come si deve fare qualcosa e adesso sto parlando di qualcosa eseguito perfettamente, proprio come c’è scritto sul manuale. Anche in questo caso si apprezza l’operato di una persona che nonostante le difficoltà, ha eseguito alla perfezione una qualche attività. Abbastanza simile a “da incorniciare” ma forse più adatto a questioni tecniche.

Poi, a dirla tutta, anche una rapina in banca può essere condotta “da manuale” (sarebbe il manuale del perfetto rapinatore!). Usare da “incorniciare” in questo caso non è adatto perché generalmente non si usa nel caso di azioni moralmente o eticamente scorrette come una rapina, ancorché perfette nella sua esecuzione.

Nell’uso figurato di “da incorniciare” si usa sempre la preposizione “da”. (ma proprio a me deve toccare parlare di grammatica?). Comunque, in questo caso indica un’azione che merita qualcosa.

Accade la stessa cosa con altri verbi e a volte la frase fornisce un’indicazione simile.

Altre volte cambia un po’: può indicare qualcosa che vale la pena fare, o qualcosa di obbligatorio, o qualcosa che non si può evitare (siamo lì), una conseguenza o anche una specifica particolare o una possibilità.

Es:

Una macchina da esibire (vale la pena, merito, una possibilità)

Un compito da fare (obbligatorio, inevitabile)

Vorrei qualcosa da mangiare e da bere (una specifica)

Io non ho null’altro da aggiungere (una specifica)

Tu hai qualcosa da dire? (una specifica)

Mi piaci da morire, sei bella da impazzire (una conseguenza, un merito)

Un tramonto da ammirare (una possibilità, un merito)

Willemijn: E adesso un bel ripasso da ascoltare e da incorniciare realizzato da Peggy.

Hartmut: Ragazzi, avete anche voi sentito dire che la nostra fabbrica è sull’orlo del precipizio? Penso abbia un fondamento di verità, tant’è vero che ci hanno chiesto di consumare le ferie in questo periodo, qualora ne avessimo ancora, il che non è mai avvenuto in passato. Anzi, abbiamo sempre dovuto fare gli straordinari, persino di domenica, non solo nei giorni infrasettimanali.

Marcelo: risulta anche a me! Quest’anno i nostri ordini sono quasi ridotti ai minimi termini. Senza contare che è imminente la scadenza del finanziamento da parte dell’unione europea per il nostro nuovo progetto. Numerosi clienti insolventi non saldano i conti in sospeso, e, dulcis in fundo, il caro bolletta ora ci sta anche uccidendo.

Anne Marie: sei sempre al corrente di tutte le notizie. Che tu sappia, il nostro capo ha deciso sul da farsi? Ha trovato qualche accorgimento per ovviare a questa difficoltà finanziaria?

Edita: A questo punto, non posso esimermi dall’informarvi che il direttore ieri ha adottato la decisione di ricorrere ai licenziamenti per contenere le spese, segno che vuole liquidare qualche dipendente che rende poco, tra cui ci sarà Peggy di sicuro. A breve il capo detterà ufficialmente le sue disposizioni. Dunque, siate discreti, mi raccomando, e in questo periodo cercate di comportarvi come si deve.

Peggy: Ah! Veramente? Non avevo realizzato la gravità di questa terribile situazione. Ma, mi stai predisponendo al peggio? Per favore, non dirmi “donna avvisata mezza salvata”. Cosa devo fare ora? Chiamare in causa la speranza, scomodare Dio, o mi attacco al tram? Aiuto!

Segue una veloce spiegazione orale del ripasso

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910 Inquadrare

Inquadrare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:

Cosa fate quando scattate una foto? Se ad esempio vi fate un selfy, la prima cosa da fare è inquadrare il vostro viso per poi scattare la foto.

Inquadrare” è un verbo simile a una incorniciare, ma sono i quadri ad essere incorniciati perché i quadri (quasi tutti) hanno una cornice.

Il verbo incorniciare però merita un episodio a parte.

Oggi dedichiamoci solamente ad inquadrare.

Dunque, per fare una foto si inquadra il soggetto che vogliamo fotografare e poi si scatta la foto. Questo è il primo modo di usare il verbo inquadrare:

Mi hai inquadrato bene il viso? Allora puoi scattare.

Inquadra bene il Colosseo e poi metti a fuoco prima di scattare la foto.

In questi casi, quando cioè facciamo una foto, l’inquadratura è importante perché ciò che vogliamo fotografare si deve vedere bene, e solitamente deve stare al centro dell’inquadratura. Ricordatevi il termine inquadratura.

Anche nel cinema, e dunque anche se parliamo di video e non di fotografie, si deve inquadrare qualcosa quando si fa un video: l’inquadratura è importante. Tutto ciò che finisce nell’immagine della telecamera o della macchina fotografica è stato inquadrato:

Fammi una bella inquadratura mi raccomando!

Vorrei una inquadratura di profilo.

Inquadra il paesaggio e poi inquadra Giovanni di spalle.

Questa inquadratura non mi piace, perché sembro più grasso!

Allora l’atto di inquadrare consente di delimitare con precisione lo spazio che sarà ripreso dalla telecamera o dalla macchina fotografica e al contempo di escludere tutto il resto (che rimarrà “fuori campo”, ossia all’esterno del campo visivo dell’osservatore). Tutto ciò che vediamo nella foto o nel video è stato inquadrato. Il testo è fuori inquadratura.

Ma un uso più interessante del verbo inquadrare è figurato: Inquadrare una persona o inquadrare un problema o una questione o un fenomeno. Se riferito a persona, in questo caso non vogliamo farle una foto!

inquadrare sta anche per classificare, capire questa persona o questa cosa. Capire da dove viene ad esempio, ma più in generale capire una serie di cose che meglio la definiscono. Si potrebbe anche sbagliare naturalmente. Quando ci si fa un’idea di una persona, si può dire che questa persona è stata inquadrata:

Giovanni non lo conosco, ma ho già capito che viene da una famiglia semplice e non abbiamo nulla da temere da lui. Ho già inquadrato il tipo.

Non riesco invece ad inquadrare Maria. Ha voglia veramente di incontrarci oppure no, secondo te?

A te ti ho già inquadrato, guarda che in questa scuola si studia e si riga dritto!

Quest’ultima frase potrebbe dirla un professore rivolgendosi a un ragazzo appena arrivato in una scuola.

Evidentemente non deve aver fatto una buona impressione al professore. In questo caso è stato usato il verbo inquadrare in modo giudicante e negativo ma il professore potrebbe anche dire:

Carmela è una ragazza studiosa. L’ho già inquadrata dopo le prime due ore di lezione.

Questo modo di usare inquadrare con le persone è adatto solamente quando la persona non si conosce bene. Si tratta di una sensazione basata sulla nostra capacità di intuire delle caratteristiche semplicemente osservando poche cose o in poco tempo.

Posso inquadrare una persona sentendola parlare 5 minuti.

È un modo informale, colloquiale, ma l’idea, l’immagine del quadro serve a delimitare alcune caratteristiche e ad escluderne altre. Insomma ci si fa un’idea.

Inquadrare un problema è abbastanza simile.

Se abbiamo inquadrato un problema è indice che abbiamo compreso il problema e che possiamo già iniziare a pensare a come risolverlo.

Si ritiene di aver capito non molto, ma quanto basta del problema per poter iniziare a cercare una soluzione, ma si potrebbe anche cercare di approfondire la conoscenza di questo problema.

Non riesco a inquadrare bene questa questione, perché mi manca qualche informazione importante.

Se invece avete inquadrato correttamente l’associazione culturale italiano semplicemente, sicuramente avrete capito che l’insegnamento dell’italiano non è basato sullo studio della grammatica e che l’obiettivo non è solamente imparare la lingua ma anche la cultura italiana, e se avete approfondito ulteriormente la questione, avete capito anche che i membri possono partecipare agli incontri in Italia organizzati per conoscerci e per parlare e ascoltare in italiano.

Se poi inquadrare è seguito da “in” o nel, nella eccetera, allora si sta parlando di collocare qualcosa o qualcuno all’interno di qualcosa di più ampio.

Quindi l’idea di racchiudere qualcosa all’interno in una “cornice” aiuta a collocare un evento, una persona, una cosa nell’ambito di un contesto che contribuisce a definirli.

Se vogliamo capire bene Dante Alighieri, ad esempio, dobbiamo cercare di inquadrarlo bene nel suo periodo storico e studiare le sue opere in relazione con le condizioni storiche e culturali del suo tempo. Dunque il suo tempo e la cultura del suo tempo rappresentano la cornice di riferimento, ciò che serve a racchiudere Dante e la sua opera per poterla meglio comprendere. Non possiamo ad esempio confrontare Dante Alighieri e un poeta contemporaneo russo se prima non li inquadriamo entrambi nel rispettivo contesto storico culturale e sociale.

Anche questo inquadramento (stavolta si chiama così, non inquadratura) ci aiuta a capire ciò che stiamo studiando, ciò che vogliamo inquadrare. Proprio come quando inquadriamo una persona o un problema. Anche in quel caso cerchiamo di capire, come ho detto prima.

In senso meno poetico, la cornice può anche essere di diverso tipo. Un lavoratore ad esempio, quando viene inquadrato all’interno di un’azienda, viene inserito in una struttura organizzata e gli viene assegnato un ruolo, delle mansioni e un certo livello retributivo.

Anche questo è un inquadramento e non una inquadratura.

Si parla spesso dell’inquadramento del personale nel linguaggio del lavoro. Bisogna decidere i ruoli, le mansioni, chi saranno i dirigenti eccetera.

Questo accade nel linguaggio politico, sindacale, amministrativo, ogni volta che si inserirsce una persona in una struttura organizzata come un partito, un’associazione, un sindacato di lavoratori.

Si può usare anche nel senso di far mettere giudizio ad una persona, insegnargli le regole, anche sgridandolo o comunque trattandolo con durezza. Simile a “rimettere in riga” una persona che non sa comportarsi come dovrebbe. Anche questo è un uso informale.

Mio nipote mi ha risposto male, ma se ci riprova lo inquadro io!

Quel ragazzo va inquadrato perché non ha molte regole. È un po’ troppo selvaggio.

Notiamo infine che inquadrare una persona è diverso da squadrarla. Infatti quando la squadriamo, come abbiamo visto qualche episodio addietro, la analizziamo solo fisicamente, vedendo ad esempio come è vestita e cerchiamo di farci un’idea solamente da ciò che vediamo. Quando la inquadriamo invece siamo in un momento successivo e questo significa che ci siamo fatti un’idea di questa persona (che non conoscevo), non solo dal vestito o dall’aspetto che aveva, ma anche in virtù di ciò che ha detto o di ciò che ho sentito dire su di lei o da come si è comportata in una occasione particolare.

Bene, basta con la geometria oggi. Adesso ripassiamo qualche episodio passato. È iniziato il carnevale o sbaglio?

André: stasera comincia il carnevale in Brasile dopo due anni di assenza a causa della pandemia! I brasiliani scalpitano per tornare a riempire di musiche e fantasie le vie della città! Io invece me ne frego del carnevale. Vado a riposare!

Ulrike: In quanto nata berlinese sono anch’io restia verso i riti del carnevale. Ma so bene che la penso diversamente da tanta gente tedesca, soprattutto quella del sud.

Marcelo: per me il Carnevale lascia il tempo che trova, anche perché qui nell’emisfero sud casca d’estate. Dalle mie parti si preferisce giocare con l’acqua, con buona pace delle ragazze che loro malgrado vengono inzuppate dalla testa ai piedi. Sono ancora memore di quando ero bambino e questa attività andava a genio a tutti i miei amici.

Peggy: ricordatevi allora che si può inquadrare una persona prima di farle una foto, oppure, se l’avete inquadrata, vi siete fatti un’idea su di lei, oppure l’avete collocata in una azienda con un certo ruolo o comunque in una struttura organizzata, oppure potreste inquadrarla (torniamo al linguaggio informale), per farle capire delle regole da rispettare, anche usando metodi duri.

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Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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909 A differenza di, diversamente da

A differenza di, diversamente da (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di differenze. Cominciamo con una semplice frase:

A differenza di altri siti, nell’insegnare la lingua italiana, in italianosemplicemente.com si impara divertendosi.

A differenza di” è la parte della frase che mi interessa maggiormente oggi in questo breve episodio.

Potrei anche dire, con lo stesso senso:

Diversamente da quanto si fa in altri siti, nell’insegnare la lingua italiana, in italianosemplicemente.com si impara divertendosi.

Queste due forme sono assolutamente equivalenti e potete usarle a vostra scelta se volete parlare di qualcosa che si differenzia da un’altra.

Altri esempi:

A differenza di te, io ci tengo alla mia reputazione

Diversamente da te, a me piace molto studiare la grammatica.

Ciò su cui potrebbe nascere un dubbio è sul corretto utilizzo della forma “a differenza mia”, “a differenza tua”, “a differenza loro” ecc.

Spesso si legge e si ascolta anche dagli italiani, quando si parla di differenze tra persone, usare la forma, che però non è corretta. Es:

A differenza mia, tu riesci a seguire tutte le regole

I tedeschi sono molto precisi. A differenza loro, noi italiani preferiamo essere flessibili.

Ebbene, le frasi corrette sono:

A differenza di me, tu riesci a seguire tutte le regole

I tedeschi sono molto precisi. A differenza di loro, noi italiani preferiamo essere flessibili.

Gli italiani generalmente non sanno che solo questa sia la forma corretta e nessuno vi correggerà se direte o scriverete “a differenza mia”, ma è bene sapere che l’unica forma consentita è quella senza l’aggettivo possessivo.

Ovviamente il problema non si pone se non si parla di persone:

A differenza di quest’estate, recentemente non abbiamo avuto occasione di incontrarci

A differenza del giorno, di notte fa troppo freddo

eccetera.

Ovviamente do per scontato che a nessuno di voi venga in mente di usare la forma “a differenza di io”, “o a differenza di tu” e via dicendo. Questo è l’errore più grande che possiate fare e, a differenza di “a differenza mia”, nessun italiano, dico neanche uno che è uno, farebbe mai questo errore!

In sintesi, per esprimere una differenza si può usare “a differenza di” o “diversamente da“, mentre è sbagliato, nel caso di confronto tra persone (anche se gli italiani lo fanno abitualmente), usare “a differenza mia/tua/sua/nostra/vostra/loro”. Si deve dire in questi casi: “a differenza di me/ di te/di lui/di lei /di noi/di voi/di loro”.

Adesso ripassiamo.

Mi piacerebbe sapere quale dieta sia la migliore tra quella vegana, carnivora o onnivora. La parola passa ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che dovranno usare espressioni, verbi e parole già imparate per esprimere la propria opinione.

Persona Vegana 1 (Irina): La mia dieta vegana senz’altro è la migliore in quanto è la più sana sia per il corpo che per l’ambiente. Altro che storie!

Persona Carnivora 1 (Ulrike): sempre queste prediche. Voi vegani mi date davvero sui nervi. Come si fa a negare che la carne fornisce proteine e altri nutrienti importanti per il nostro corpo.

Persona Onnivora 1 (Peggy): Dai, ragazzi, per il vostro bene, vi consiglio di tornare sui vostri passi. Non mi capacito del fatto che non credete che la varietà sia la chiave. Con una dieta onnivora possiamo mangiare un po’ di tutto facendo sì che il nostro organismo possa avere un equilibrio nutrizionale e congruo.

Persona Vegana2: Ma la maggior parte delle persone mangia troppa carne e questo è dannoso per la salute e l’ambiente, senza contare Il riscaldamento globale, che ci porterà tutti a pagare lo scotto.

Persona Carnivora 2 (Marcelo): Mi dispiace moltissimo ma non posso continuare a sostenere l’utilità della carne. Ho un arrosto sulla griglia e mi precipito ad assaggiarlo. Mio figlio è uno degli ospiti d’onore ma ciò non toglie che adesso, forte dei vostri consigli, potrò preparare il cibo che meglio si confà ai gusti di tutti gli ospiti.

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Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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908 La versione

La versione (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi ci occupiamo del termine versione.

Partiamo da uno dei modi più diffusi di usare la “versione”, che  indica una traduzione o un adattamento  in una lingua diversa. Ad esempio:

    • La versione in inglese del romanzo è molto diversa da quella in italiano.
    • Il film è stato doppiato in varie versioni, tra cui spagnolo, francese e tedesco.
    • Ho dovuto scrivere una versione in inglese del mio articolo per una rivista internazionale.

“Versione” può anche indicare però una variazione o un’interpretazione diversa di un’opera. Ad esempio:

      • La versione rock di una canzone classica è sempre divertente da ascoltare.
      • La nuova versione del gioco da tavolo ha aggiunto nuove regole e pezzi.

Dunque una versione è sia qualcosa di diverso che qualcosa di nuovo. A volte somiglia molto alla parola “aggiornamento“.nel senso che qualcosa viene modificato per migliorarlo, per renderlo più moderno o per correggere degli errori o per esigenze di vario tipo (di mercato ad esempi). Pensiamo ad esempio all’aggiornamento di un software e, grazie all’aggiornamento passiamo dalla versione 1.0 alla versione 2.0.

In informatica, la “versione” può riferirsi ad una specifica release o edizione di un software o di un sistema operativo. Ad esempio:

    • Ho appena installato la nuova versione di Photoshop sul mio computer.
    • La vecchia versione del software aveva alcuni bug fastidiosi, ma quelli sono stati corretti nella nuova versione.
    • L’ultima versione di Windows ha molte nuove funzionalità e migliorie rispetto alla precedente.

In informatica una nuova versione è realizzata aggiornando la versione precedente. Passiamo però aggiornare anche un listino prezzi, la lista delle offerte di un negozio, la lista dei prossimi episodi da pubblicare eccetera, quindi la presenza di un aggiornamento da questo di vista non implica sempre una nuova “versione“, termine usato per i software, al limite per dei libri, come un’enciclopedia ad esempio.  Spesso si parla della “nuova versione” o della “versione aggiornata” o della “versione del 2023”. Tra l’altro, Anche una pagina web può essere “aggiornata” (si tratta comunemente di un “refresh” della pagina) premendo il, tasto F5 insieme al tasto ctrl. Neanche in questo caso si usa il termine versione per indicare la pagine web visualizzata.

La versione poi somiglia anche al termine “modello“. Pensiamo alle varie versioni che si possono realizzare di una automobile. Qual è la differenza tra versione e modello di una automobile?

In ambito automobilistico, ma più in generale parlando di prodotti, la “versione” e il “modello” si riferiscono a due concetti diversi.

Il “modello” di un’automobile è l’insieme delle caratteristiche estetiche, meccaniche e funzionali che definiscono un particolare tipo di veicolo prodotto da un costruttore. Ad esempio, il “modello” può includere la forma della carrozzeria, le dimensioni, il tipo di motore, la trasmissione, le dotazioni di serie, etc.

La “versione” di un’automobile, invece, si riferisce ad una specifica configurazione del modello. Ciò significa che una stessa automobile può essere offerta in diverse “versioni” con caratteristiche e dotazioni diverse, ma tutte basate sullo stesso “modello” di base. Ad esempio, una casa automobilistica può offrire diverse “versioni” di una berlina: una versione base, una versione sportiva, una versione con motore ibrido, un’altra solo elettrico, ecc.

In sintesi, mentre il “modello” di un’automobile rappresenta il tipo di veicolo prodotto, la “versione” di un’automobile indica una specifica configurazione di quel modello con caratteristiche e dotazioni diverse.

Gli studenti poi spesso hanno a che fare con le versioni di latino o di greco. Ma cosa sono queste versioni? Si tratta sempre di traduzioni, ma queste versioni le fanno in classe gli studenti di latino e greco.

Una “versione di latino o di greco” si riferisce ad un esercizio di traduzione dall’italiano al latino o al greco antico, generalmente assegnato agli studenti di queste lingue nelle scuole italiane. In pratica, gli studenti ricevono un testo italiano (solitamente un brano letterario) e devono tradurlo in latino o greco antico, utilizzando le conoscenze linguistiche e letterarie acquisite durante lo studio della lingua.

La “versione” (questo tipo di versione) è un esercizio molto importante per l’apprendimento delle lingue classiche (non si usa questo termine con le lingue moderne quando si fa un esercizio di traduzione) perché consente agli studenti di sviluppare la loro abilità nella traduzione e di acquisire una migliore comprensione della grammatica, della sintassi e del lessico delle lingue antiche. Inoltre, la versione può essere un utile strumento per l’analisi e l’interpretazione dei testi letterari, poiché richiede agli studenti di esaminare da vicino le strutture grammaticali e le scelte linguistiche dell’autore.

Ma passiamo alla versione più interessante: la versione dei fatti.

Quando due persone raccontano un episodio passato, spesso le versioni sono diverse. Due o più persone possono raccontare gli avvenimenti in modo diverso. Si dice che queste persone hanno, o presentano, o raccontano, una versione diversa dei fatti

  • Quella non è la mia versione dei fatti, io ho visto le cose in modo diverso.
  • La versione di Giovanni è diversa da quella di Flora. Quale sarà la verità?
  • Adesso che abbiamo ascoltato la tua versione, sono curioso di ascoltare anche quella di Maria.
  • La tua versione dei fatti non mi convince molto

Quindi questo tipo di versione rappresenta non ciò che è accaduto, non la realtà dei fatti, ma come questa realtà viene raccontata da una o più persone. Probabilmente, nel caso di diverse versioni, una si avvicinerà alla realtà più delle altre,

Adesso ripassiamo qualche episodio passato. Sarei curioso si sapere con quale personaggio del passato pranzereste volentieri. La parola ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: io al primo posto metterei sicuramente Leonardo da Vinci. Lo ammiro tantissimo per la sua creatività e intelligenza, e poi potrei chiedergli qualche consiglio per risolvere i problemi della mia vita quotidiana! Possibilmente senza scomodarlo con domande sciocche. Chissà quante persone poi non ce lo facevano che potesse spaziare dalla matematica alla medicina, dalle invenzioni per fare la guerra a quelle per rendere più semplice la vita quotidiana! Tanto di cappello! Senza contare la Gioconda. Mica pizza e fichi!

Leonardo: In merito a questa domanda, per me la scelta è facile e ti rispondo in men che non si dica: vorrei pranzare con Gesù nonché con Adamo. Non è che penserei di fare qualcosa di eclatante con loro, è che sarei curioso in particolare di vedere se Adamo al termine della cena ordinerà una mela e di come reagirebbe Gesù! Ha! Sarà arrivato il momento della resa dei conti tra loro due!

Ulrike: Quanto a me, vorrei pranzare con Cleopatra. Passi che la maggior parte delle persone la ricorda solo per la sua bellezza, senz’altro degna di nota, io in primo luogo sono però affascinata dalla sua intelligenza e determinazione. E poi, diciamocelo, chi non vorrebbe avere una regina come amica per diventare qualcuno?

Peggy: Interessanti scelte, ragazzi, ma io vorrei pranzare con Oscar Wilde. Lo trovo un personaggio affascinante, con un grande senso dell’umorismo e una mente acuta. E poi, magari mi darebbe qualche suggerimento per diventare uno scrittore famoso! Gli chiederei di farmi fare un giro tra i meandri dei sui pensieri per prendere ispirazione.

Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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907 Il termine politica

Il termine politica (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi ci occupiamo del termine “politica“, ma non siamo all’interno della rubrica “politica italiana” dove trattiamo squisitamente termini che si usano in ambito politico, quindi parlando di partiti politici e più in generale dell’attività relativa al governo.

Il termine “politica”, al femminile, si usa anche in ambiti diversi, alcuni comunque molto legati all’attività di governo ma non tutti. In economia basti ricordare alla politica economica, la politica dei prezzi, la politica dei redditi, la politica fiscale e quella industriale o la politica monetaria.

La politica in questi casi è sempre un insieme di strumenti, di provvedimenti, di iniziative, ma in senso figurato la politica è anche una sorta di prassi, cioè un modo di operare, un modo di comportarsi. Ci siamo già occupati della prassi, e se volete potete dare un’occhiata all’episodio in questione. La politica allora è una prassi conforme a determinati principi o direttive nell’esercizio di un’attività o di un potere decisionale.

La stessa politica dei prezzi – siamo sempre in ambito economico – è proprio una prassi. Questa particolare politica esprime la volontà di perseguire un obiettivo legato ai prezzi. Non solo rappresenta l’insieme delle decisioni che influenzano i prezzi, ma è anche il nome della strategia usata per raggiungere l’obiettivo desiderato.

Dunque non solamente la BCE (la Banca Centrale Europea) ha una politica dei prezzi, in quanto ha l’obiettivo di giungere a una inflazione pari al 2 percento (e di conseguenza prende decisioni affinché questo risultato sia raggiunto) ma tutte le attività economiche hanno una personale politica dei prezzi, che è la loro strategia, il loro modo di fissare i prezzi eccetera.

In quest’ultimo caso, si tratta quindi di scelte, di decisioni, di strategie che si usano per raggiungere un obiettivo (fare profitto in questo caso):

Ad esempio:

La nostra politica dei prezzi è quella di non aumentarli quando aumenta il prezzo del carburante.

Quando ci sono i saldi, la politica dei prezzi del nostro negozio, è quella di applicare un ulteriore sconto a tutti i nostri clienti.

Solitamente, il termine “politica“, lo avrete capito, si usa in ambito politico-economico, ma possiamo anche usare la politica, intesa come comportamenti e prassi, anche in altri ambiti.

Riguardo al mio metodo di insegnamento, ad esempio, posso tranquillamente dire che partire dall’uso della grammatica non fa parte della mia politica, perché prediligo un metodo basato sul piacere e sull’ascolto.

Dunque la mia politica di insegnamento non prevede l’uso esclusivo né principale della grammatica.

La mia politica è questa. C’è a chi piace e a chi non piace.

La politica quindi, usata in questo modo, esprime un modo di operare, un metodo, ma più in generale deriva da un modo di pensare.

Tutti noi, abbiamo una politica comportamentale in tutti gli ambiti.
Vediamo altri esempi. Parlando di calcio, un allenatore potrebbe dire, dopo una sconfitta:

Sono veramente amareggiato dopo questa sconfitta ma continuo a non guardare la classifica, perché non fa parte della mia politica di tecnico. Preferisco pensare al prossimo avversario.

Non appartiene alla politica di Mario lamentarsi, anche se ultimamente gli sono accadute un sacco di disgrazie

La mia politica in cucina è quella di pulire subito dopo che ho usato ogni ingrediente

La mia politica è di contare sempre fino a cinque quando qualcuno mi fa arrabbiare

Vedete allora che possiamo usare questo “ingrediente” – passatemi il termine – per arricchire la nostra conversazione in ogni aspetto, quando parliamo del nostro personale modo di fare, del nostro abituale comportamento. Spesso c’è, alla base, un convincimento (ad esempio, l’ordine e la pulizia sono importanti per me se la mia politica in cucina è di pulire subito), un’idea, di una regola, dunque si tratta sempre di un insieme di comportamenti tutti conformi a un’idea di base che guida le azioni.

La nostra politica a tavola è che “non si butta niente”, quindi ognuno deve finire il proprio piatto

La giusta politica da adottare per un uomo politico dovrebbe essere quella dell’onestà sempre e ad ogni costo.

Qual è la giusta politica da mettere in atto per gestire il riscaldamento globale?

La politica da perseguire è quella della riduzione dell’inquinamento e della salvaguardia delle risorse.

Ai miei figli dico sempre: non vi è consentito rientrare a casa dopo mezzanotte. Questa è la politica personale mia e di mia moglie e ed è applicata rigorosamente.

Bene, adesso vediamo il ripasso, perché come sapete la politica adottata all’interno degli episodi di “due minuti con Italiano Semplicemente” è questa: imparare qualcosa di nuovo e ripassare qualche episodio passato.

Ulrike: sai, con la politica italiana vi è qualcosa che non mi torna, anzi mi va proprio di traverso. Sembra che la politica sia come un gioco di carte truccato. Ed è possibile mai, che tutti sappiano che le carte sono false, ma continuino a giocare lo stesso?

Peggy: hai detto niente! Tra l’altro poi sono sempre gli stessi giocatori che hanno la meglio, mentre siamo sempre noi poveri cittadini a pagare lo scotto.

Danielle: Ma sapete cosa mi manda ai matti? Che gli italiani sono sempre di diverso avviso su tutto! Come se fossero tifosi di due squadre di calcio rivali.

Marcelo: Senz’altro! Tuttavia, tutto il mondo spesso e volentieri ci invidia per le peculiarità della nostra cultura culinaria o per il nostro patrimonio artistico e culturale. Di contro quando parliamo di politica, con ogni probabilità finiamo sempre per fare figuracce. Solo per usare un eufemismo

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906 Il verbo realizzare (un uso particolare)

Il verbo realizzare – un uso particolare (scarica audio)

Video con sottotitoli

Trascrizione

Giovanni:

Avete realizzato che siamo arrivati all’episodio numero 906?

Quando ho deciso di realizzare questo episodio, non avevo realizzato che ne esisteva già uno dedicato allo stesso verbo.

In quell’occasione ho spiegato però solamente la differenza tra i verbi capitare, succedere, avvenire, accadere, realizzare e avverare.

Oggi vorrei parlarvi solamente del verbo realizzare, e in particolare di un suo uso che ho già avuto modo due volte di usare nelle righe iniziali.

Realizzare infatti si usa anche nel senso di rendersi conto di qualcosa, capire qualcosa.

Il senso è simile anche ad “accorgersi“. All’improvviso ci si rende conto di qualcosa che è “reale“. Fino a quel momento, prima di realizzare, non c’era la conoscenza o la piena consapevolezza di qualcosa, ma dopo è diventata reale.

Vediamo qualche esempio:

Ero arrivato puntuale alla stazione e non avevo realizzato di aver perso il treno, che è partito qualche minuto prima del previsto. Così ho aspettato alla stazione per mezz’ora prima di realizzare. Così ho potuto chiedere informazioni.

Quindi se avessi realizzato subito che il treno fosse già partito, sarei subito andato a protestare o a vedere quando sarebbe passato il treno successivo. Mi sono reso conto di quella che era “la realtà” solo mezz’ora dopo.

Un secondo esempio:

Non riesco ancora a realizzare che finalmente ho un lavoro!

Qui è un po’ diverso dall’esempio precedente. Ovviamente so di avere un lavoro (quindi c’è la conoscenza della realtà, a differenza di prima, che non sapevo che il treno fosse già partito), ma i miei sentimenti non si sono pienamente adeguati.

Dunque se avessi realizzato di avere un lavoro sarei più felice. Questa sensazione accade spesso nella vita: dopo aver superato un esame difficile, dopo un matrimonio e in generale dopo qualcosa che può cambiarti la vita, positivo o negativo.

Può accadere che immediatamente dopo, nonostante siamo consapevoli della realtà, non riusciamo subito a goderne appieno.

Dovrei fare i salti di gioia ma il cambiamento è avvenuto troppo rapidamente e devo ambientarmi alla nuova realtà. Oppure dovrei disperarmi ma non ci riesco.

Ogni volta che ci si accorge di qualcosa si può usare il verbo realizzare in questo modo.

Il verbo in questione ha però molti significati diversi, ma potete riconoscere questo specifico utilizzo da ciò che segue immediatamente dopo:
realizzare di + verbo infinito – realizzare che +verbo indicativo o condizionale
Es:

Non avevo realizzato di essere incinta! – Non avevo realizzato che fossi incinta!

Devi realizzare che la vita non ti regala niente!

Non avevo realizzato che il treno fosse già passato!

Hai realizzato che ora abbiamo fatto?

Alla fine ho realizzato che non sarei mai stato capace a fare quel lavoro.

Ho appena realizzato di aver abusato dell’uso della grammatica!!!

Scusate non lo faccio più!

Adesso, nel ripasso di oggi lascio la parola ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che si sfideranno simulando un dialogo tra una donna ubriaca e una sobria.

Persona Sobria 1 (Willemijn): Ehi, stamattina ti vedo proprio malridotta. Non ti sembra di esagerare con l’alcool?

Persona Ubriaca1 (Ulrike): Malridotta? Ti stai allargando! Sono la migliore qui. Nulla quaestio!

Persona Sobria 2 (Marguerite): Davvero? E in base a cosa lo dici? Ma guarda tu! Ti ho scrutata con attenzione molte volte dopo che hai fatto bisboccia in eccesso e ti ho trovata più brilla che brillante.

Persona Ubriaca 2 (Danielle): Lo so che sono la migliore, tant’è vero che posso bere tutto questo alcol e ancora reggermi in piedi. Tu non potresti mai farlo, andresti subito in tilt.

Persona Sobria 3 (Irina): Si fa presto a dire la migliore! Potrei anche non essere in grado di bere tanto, ma almeno posso prendermi cura di me stessa e di coloro che mi circondano. Questo è ciò che significa essere davvero la migliore. Su questo non ci piove!

Persona Ubriaca3 (Sofie): ma dai Irina piantala! Mi sono armata di pazienza e ti ha ascoltato. Ma adesso la misura è colma, non ne posso più. Non mi interessa quello che dici, sono tutte stupidaggini Sono io la migliore e…. e poi basta!

Persona Sobria 4 (Estelle): Bene, allora dimostramelo. Ne ho fin sopra i capelli di queste chiacchiere! Ti metto alla prova. Vediamo un po’ se sai fare altro oltre a bere alcol? Vorrei sincerarmene se non ti dispiace.

Persona Ubriaca 4 (Ulrike): sono in grado di provarlo. Posso …posso….. sono in vena di cantare per esempio!

Persona Sobria 5 (Mary): non vedo l’ora di vedere come te la caverai! Allora dai, vediamo.

Persona Ubriaca 5 (Willemijn): (canticchia confusamente) …non riesco a ricordare le parole. per quanto mi sforzi, le parole mi sono scappate di mente!

Persona Sobria 6 (Khaled): Vediamo… sembra che tu abbia bisogno di dormire un po’. Forse dovresti mettere via l’alcool per stasera. Di questo passo se ti lascio qui finirai ubriaco fradicio, per giunta le tue parole sono già incomprensibili!

Persona Ubriaca 6 (Irina): No, non ho bisogno di dormire. Sono la migliore, almeno a detta di tutti coloro che bevono con me!

Persona Sobria7 (Peggy): Bè, in ogni caso, vado a chiamarti un taxi perché tu possa tornare a casa in sicurezza. Questo è ciò che fa davvero una persona responsabile ed io assumo questo come un dovere.

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905 Il da farsi

Il da farsi (scarica audio)

il da farsi

Trascrizione

Giovanni:

Non è mai facile decidere sul da farsi.

Questo è un tipo di frase che può mettere in difficoltà chi studia la lingua italiana.

Il “da farsi” cos’è? È ciò che è più opportuno fare in una determinata situazione.

Decidere il da farsi o decidere sul da farsi pertanto indica la decisione su ciò che si deve fare.

Cosa facciamo? Abbiamo diverse opzioni, dobbiamo organizzarci, decidere cosa fare e poi cosa fare prima e cosa dopo. Bisogna decidere sul da farsi.

Una volta che abbiamo deciso sul da farsi possiamo procedere.

La situazione giusta in cui usare “il da farsi” è quando è difficile prendere una decisione sulla giusta modalità di andare avanti o sulla giusta scelta e quando ci si deve organizzare al meglio.

Vediamo qualche esempio concreto:

Riguardo alla vicenda vaccini Covid molte persone erano molto incerte sul da farsi

Bisogna riflettere sul da farsi

Ci si interroga sul da farsi dopo tanti episodi di criminalità a Roma.

Sono indeciso sul da farsi. Faccio l’università o vado subito a lavorare?

Di fronte alla guerra in Ucraina, tutti concordano sull’urgenza di fare, nessuno sul da farsi.

Dubbi sul da farsi nell’Unione europea di fronte al problema dei prezzi dell’energia

Una volta venduta la casa, bisogna decidere sul da farsi. Ne acquistiamo un’altra o ne prendiamo una in affitto?

Ricordate quindi: indecisione su cosa fare e migliore organizzazione delle attività future. Se avete ancora dubbi, andate a dare un’occhiata all’episodio dedicato l’articolo Il: il mangiare, il sentire, il da farsi.

Adesso sicuramente non avrete dubbi sul da farsi perché è il momento del ripasso. Simuliamo un dialogo tra un pigro e uno sportivo. Vediamo chi vince la sfida.

Persona pigra 1 (Ulrike): Non riesco a capacitarmi del perché ti stia così allargando senza tregua con tanto sport. Non vedi che la vita è fatta per essere vissuta con leggerezza, calma e relax? Lo sport è solo un di cui della vita.

Persona Sportiva 1 (Estelle): Ma come puoi pensare così? Il movimento e l’attività fisica sono fondamentali per mantenere il corpo e la mente in salute. O cosi’ o pomì se vuoi stare bene e vivere a lungo.

Persona pigra 2 (Anne Marie): Ma io sono felice così, non ho bisogno di sudare e faticare per sentirmi bene. Se mi faccio una bella passeggiata ogni tanto, è grasso che cola.

Persona sportiva 2 (Willemijn): Sì, ma se non fai mai nulla, il rovescio della medaglia sarà che il tuo corpo diventerà pigro e perderai la capacità di fare le cose che ti piacciono davvero, con tutti gli annessi e connessi

Persona pigra 3 (Marcelo): Non me ne frega un bel niente! Io posso fare quello che voglio senza dovermi preoccupare di allenarmi tutti i giorni.

Persona sportiva 3 (Anthony): Sì, ma se non ti mantieni attivo, prima o poi giocoforza ti troverai a non riuscire a fare neanche le cose più semplici.

Persona pigra 4 (Irina): Ma io non sono mai stanco o stressato, ho sempre tempo per riposare e rilassarmi. Poi non penso di avere la stoffa per fare l’atleta. Se avessi vent’anni in meno ancora ancora.

Persona sportiva 4 (Willemijn): So che non sei propenso a credermi ma qui casca l’asino! Se non ti muovi abbastanza, la tua mente non sarà attiva o piena di energia, e questo può portare a noia e depressione con tutti i suoi strascichi! Di qui non si scappa!

Persona pigra 5 (Ulrike): Bè, penso che siamo entrambi unici e belli e in quanto tali ciascuno dovrebbe vivere la propria vita come meglio crede e come si deve a modo suo.

Persona sportiva 5 (Hartmut è Albéric): Esattamente, l’importante è che ci vada a genio ciò che facciamo. Non è che si debba fare per forza ciò che va per la maggiore. E visto che a me è congeniale fare sport, (per inciso , ci sono anche portato) allora tutto fila liscio.

Persona pigra 6 (Danielle): E se per me questo significa essere pigro, allora anche questo va benissimo. Dopo tutto, la vita è troppo corta per preoccuparsi di ciò che pensano gli altri: non ti curar di lor

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904 Squadrare

Squadrare (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: adesso che abbiamo parlato del verbo scrutare, posso anche parlarvi di un altro verbo: squadrare.

Cominciamo con un esempio:

Sono entrato in un negozio di lusso e la commessa mi ha squadrato dalla testa ai piedi per vedere com’ero vestito.

Significa che questa commessa mi ha esaminato attentamente dalla testa ai piedi, guardandomi in modo approfondito e attento, come se stesse valutando o analizzando il mio aspetto fisico e il mio abbigliamento.

Questo verbo viene spesso usato per descrivere un comportamento invadente, cioè tipico di persone prive di discrezione, o impertinenti, inopportune, indiscrete. Sono comportamenti con cui si manca di rispetto, dunque alquanto irrispettoso, è direi anche insolente, sfacciato. Insolente si dice di una persona che oltrepassa, supera in modo intollerabile, i limiti imposti dalle convenienze o dall’educazione.

Il verbo squadrare significa guardare, esaminare attentamente qualcuno per farsene un’idea, quindi molto simile a scrutare.

Appena sono entrato in classe mi sono vista squadrare da tutti. Ho pensato subito di avere qualcosa che non va e ero molto imbarazzato.

Avete già capito che squadrare si usa nella pratica solo con le persone. Questa è la differenza con scrutare, più generico e molto meno giudicante.

Squadrare ha questo utilizzo che appartiene al linguaggio informale, e naturalmente ha a che fare con la figura del quadrato.

Pensate ai lati del quadrato: delle linee orizzontali e verticali che danno l’idea del movimento dello sguardo, che vuole scrutare attentamente qualunque dettaglio e pertanto c’è bisogno di guardare a destra e sinistra, in alto e in basso. Si dice spesso, come ho fatto prima, squadrare dalla testa ai piedi.

Quando qualcuno ti squadra ci si sente in imbarazzo perché si viene giudicati, valutati e probabilmente criticati se “l’esame visivo” non viene superato.

Abbiamo già visto l’espressione lanciare frecciate o frecciatine, che è qualcosa che si può fare sia dicendo una battuta velenosa o anche solamente con lo sguardo.

La differenza con squadrare è che quando si viene squadrati si è alla ricerca di informazioni mentre lanciare frecciate serve a comunicare messaggi, specialmente minacciosi.

Squadrare è comunque un verbo che ha altri significati, sempre legati alla figura del quadrato ma comunque non molto utilizzati.

Se ricordate, la figura del quadrato dà anche origine alle persone “quadrate“, cioè precise, competenti ma generalmente poco flessibili.

Date un’occhiata se non ricordate. Abbiamo visto anche l’espressione “fare quadrato” e anche “trovare la quadra“. Ce n’è anche  un’altra e la vedremo nei prossimi episodi.

Adesso ripassiamo.

Secondo voi chi ha la forma migliore tra il quadrato e il cerchio? Sentiamo cosa ne pensano i protagonisti, interpretati da alcuni membri dell’associazione.

Quadrato (Irina): Ehi Cerchio, credo che sia giunto il momento della resa dei conti, ossia di sfidarci a chi è il più bello. Pronto a raccogliere la provocazione?

Cerchio (Ulrike): Ahah! E perché mai dovremmo farlo? Dai, non è cosa, siamo entrambi belli a modo nostro. Tzzz… Vai a capire i meandri della mente di un quadrato.

Quadrato (Anne Marie): Non dimenticarti caro Cerchio che la forma fa la sostanza! Quindi la mia forma perfettamente squadrata e ordinata mi rende una figura sui generis.

Cerchio (Danielle): lo so, lo so, e sfido chicchessia a dire il contrario. Ciò non toglie però che io sia armonioso e fluido, e questo mi rende unico e affascinante, proprio il fior fiore delle figure geometriche.

Quadrato (Marcelo)Se è per questo io ho angoli e linee precise, che mi conferiscono stabilità e ordine. A volte sembra che resti impalato ma non è così. È che posso scegliere su che lato stare e raramente cambio posizione. Sono retto e corretto e non vedrai mai la mala parata per colpa mia!

Cerchio3 (Estelle): E io ho una forma rotonda che trasmette pace e tranquillità. non troverai niente di tortuoso in me, e non sono incline a rimanere a braccia conserte (di braccia come saprai ne sono sprovvisto). Un mio difetto? Mi risulta difficile assumere una posizione!

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Scrutare, scrutinare e lo scrutinio (ep. 903)

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Scrutare, scrutinare e lo scrutinio

Scrutare, scrutinare e lo scrutinio

Giovanni: Oggi parliamo della differenza tra scrutare e scrutinare. E anche dello scrutinio.

Scrutare deriva dalla latino e pensate che significa “rovistare fra gli stracci“. In realtà questo ci dice almeno qualcosa sul suo significato.

Scrutare infatti sta per guardare con attenzione per individuare oggetti scarsamente visibili o per cercare di capire cose che non sono immediatamente visibili, percepibili.

Significa anche indagare, esaminare a fondo per cogliere aspetti difficili da penetrare.

Quindi posso scrutare il viso di una persona per cercare di notare dei dettagli particolari, ma posso anche scrutare l’animo umano se sono uno studioso della mente, posso scrutare i misteri della natura per capirne i segreti o scrutare la fede se sono un appassionato di religione.

Posso anche scrutare le profondità del cuore per capire di chi veramente sono innamorato; dipende da ciò che sto studiando, analizzando.

Si dice spesso “scrutare l’orizzonte”.

L’orizzonte è la linea che rappresenta l’infinito, anche se in senso proprio è la linea apparente, lungo la quale il cielo sembra toccare la terra o il mare: il sole si alza all’orizzonte; una nave appare all’orizzonte.

A volte bisogna scrutare l’orizzonte per accorgersene. In senso figurato questa frase significa stare attenti alle cose che posso accadere anche se solo molto ipotetiche, significa esaminare attentamente, per scoprire o comprendere ciò che non si manifesta o non si capisce a uno esame affrettato, superficiale.

Un verbo direi anche abbastanza poetico, come avrete capito.

Vediamo qualche esempio:

Molte volte mi sono messo a scrutare il cielo alla ricerca di qualche stella cadente.

I pescatori scrutano l’acqua per vedere dove ci sono dei pesci da prendere.

I sommozzatori hanno scrutato le acque del fiume per giorni e giorni per recuperare i gioielli preziosi caduti dalla nave.

Se vuoi cercare un lavoro devi scrutare attentamente tutti i siti internet per vedere se c’è qualche domanda di lavoro adatta a te.

Scrutinare è tutt’altro verbo invece. Ha a che fare sia con le votazioni che con la scuola.

In ambito politico significa calcolare, contare i voti riportati in un’elezione dai candidati o dalle liste.

Quando si sono chiuse le votazioni, quando cioè le persone hanno terminato la fase delle votazioni, qualcuno dovrà contare i voti ricevuti dai vari candidati o dai vari partiti politici.

Si dice “scrutinare le schede elettorali”.

L’operazioe che si fa si chiama scrutinio dei voti o scrutinio delle schede, o semplicemente scrutinio.

Lo stesso scrutinio avviene a scuola e a farlo sono i professori che hanno il compito di valutare gli studenti dopo il primo quadrimestre o alla fine dell’anno scolastico.

Si tratta in entrambi i casi di “tirare le somme” ma sono due situazioni diverse.

Quindi nell’uso scolastico, scrutinare significa determinare il giudizio o il voto da assegnare agli alunni collegialmente (cioè il collegio scolastico, vale a dire i professori, tutti insieme), così come si contano collegialmente (il collegio elettorale) i voti dei vari candidati o partiti politici.

Anche quello scolastico è pertanto uno scrutinio e quando si scrutina una classe, si mettono i voti a tutti gli alunni della classe.

Ovviamente le schede elettorali andranno, oltre che scrutinate, anche scrutate attentamente dagli scrutatori (si chiamano proprio così) per vedere se qualcuna è da annullare oppure si tratta di una scheda valida, e analogamente andranno scrutate con attenzione anche le singole valutazioni degli studenti prima dello scrutinio.

Forse è per questo motivo che esiste un legame tra i due verbi scrutare e scrutinare.

Infatti scrutinare viene proprio da scrutare!

Adesso ripassiamo qualche episodio passato parlando proprio di scuola.

Komi: Aggiudicato! Inizio io! Non mi ha mai sconfinferato studiare in quanto sono parecchio pigro. Mi è sempre piaciuto lo studio delle lingue straniere però, sulle quali ero portato. Lo studio della matematica invece lasciava per me il tempo che trovava, te lo dico tout court! Già lo so che Gianni non sarà d’accordo! La fa facile lui dicendo che sia piacevole! Che voletede gustibus

Ulrike: Io mi sono data allo studio della lingua italiana da 10 anni e passa. Fin dall’inizio avevo parecchie difficoltà nel trasmettere quello che so nell’italiano parlato, ragion per cui colgo ogni occasione per esercitarmi parlando.

Marcelo: io voglio raccontare la mia esperienza. Studiare diverse lingue è stata giocoforza una necessità, soprattutto con la globalizzazione e grazie ai colossi delle comunicazione, così da qualche tempo ho iniziato con l’italiano nell’Associazione Italiano semplicemente e posso dire che sto imparando a destreggiarmi velocemente! La consiglio a tutti quanti!

– Segue una spiegazione del ripasso –

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Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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902 Un marcantonio

Un marcantonio (scarica audio)

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Giovanni:

Oggi parliamo di come descrivere fisicamente una persona che è alta e grossa. Ci sono diversi modi per farlo, ma uno molto simpatico è marcantonio.

Un marcantonio è un ragazzo o un uomo dalla struttura fisica imponente, quindi che ha un fisico imponente, che si impone. L’aggettivo imponente significa spesso anche che incute soggezione o ispira rispetto.

Si dice spesso: un uomo o una donna d’aspetto imponente.

Questo è un altro modo per dare una immagine di queste persone alte e grosse. Quest’ultima ovviamente è una modalità informale, come anche marcantonio.

Es:

Guarda che marcantonio che è diventato tuo figlio!

Nella squadra di rugby di mio figlio giocano tutti marcantoni!

Si tratta dunque di una persona di corporatura molto alta e robusta, dall’aspetto imponente e anche aitante.

Giovanni è proprio un bel pezzo di marcantonio!

Si usa spesso questa forma “bel/gran bel pezzo di marcantonio”.

Aitante significa di bell’aspetto, dall’aspetto sportivo ma anche dal fisico robusto e prestante.

Un altro modo di descrivere le persone alte e grosse è anche “un colosso” o “un corazziere“.

Sono tutti termini scherzosi ma rendono subito l’idea.

Da dove viene marcantonio?

Deriva dal nome di un personaggio romano importante: Marco Antonio, vissuto nel primo secolo a.C. Era un uomo politico e militare romano.

Un tipo alto e grosso” è altresì molto usato, ma spesso in modo negativo, per sottolineare che nonostante la corporatura, non è molto sveglio o intelligente.

Di questo tipo di persona a Roma si dice ad esempio “alto grosso e fregnone”, dove fregnone sta per sciocco, stupido.

Sapete che marcantonio in realtà si può usare anche con riferimento a una donna:

Mia nipote sta diventando una marcantonia!

Quella ragazza è un bel pezzo di marcantonia.

Evidentemente questa ragazza è attraente ma dal fisico imponente, quindi alta e robusta. Una marcantonia non è certamente una ragazza gracile e magra, tantomeno bassa e grassa. È invece alta e con le spalle larghe. Forse non risponde ai classici canoni della bellezza femminile, ma, come si dice, de gustibus!

Prima ho citato colosso e corazziere.

Colosso è ugualmente adatto per descrivere una persona robusta e massiccia, di statura molto più alta del normale, ma si usa anche per descrivere una persona eccezionalmente dotata sul piano culturale o intellettuale e non solo le persone ma qualcosa di molto importante che si impone sugli altri, come delle aziende importanti.

Un colosso nel mondo della finanza mondiale

Amazon è un colosso nella vendita online

La Bayer è un colosso dell’industria chimica

infine, se dico che una persona ha un fisico da corazziere, ci si riferisce ad un soldato della cavalleria pesante e sapete che per fare il corazziere viene richiesta una altezza di almeno 190 cm, una costituzione corporea armoniosa e grande resistenza e preparazione atletica, anche perché il corazziere deve fare dei prolungati turni di servizio in piedi, da svolgersi stando fermo completamente.

Quindi marcantonio, corazziere, colosso, persona alta e grossa, persona dal fisico imponente e massiccio, sono modalità usate per descrivere le persone robuste, alte e grosse.

Adesso come ripasso faccio una domanda ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente: sapete dirmi le differenze tra la cucina italiana e quella francese?

Mary: La cucina italiana e quella francese sono due delle cucine più famose e apprezzate al mondo. Non datemi del cavilloso, ma occorre fare alcuni distinguo.

Edita: Ingredienti: La cucina italiana si basa su ingredienti semplici. Che so: pomodori, olive, formaggi e basilico, mentre la cucina francese utilizza ingredienti più elaborati come burro, vino, cipolle e funghi.

Marcelo: quanto alla preparazione: La cucina italiana è solitamente preparata in modo semplice e veloce, di contro, la cucina francese è più elaborata e richiede più tempo.

Irina: in merito allo stile fatemi dire la mia: La cucina italiana è più rustica e informale, mentre la cucina francese è maggiormente sofisticata e formale.

Hartmut: riguardo alle pietanze, la cucina italiana è famosa per le sue pasta, pizza e insalate, mentre la cucina francese è conosciuta per i suoi soufflé, paté e quiches. Per inciso, anche questo fa la differenza.

Estelle: direi che anche l’uso del vino è diverso. Nella cucina italiana si usa sia per bere che per cucinare, mentre nella cucina francese è senz’altro più forte la tradizione di abbinamento vino-cibo.

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901 Il verbo scappare

Scappare (scarica audio)

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Giovanni: il verbo scappare lo conoscete?

Sì, certo, molto simile a “fuggire“, ma vale la pena come sempre spiegare le differenze.

Scappare infatti significa darsi alla fuga in modo rapido e precipitoso, talvolta in modo furtivo.

Abbiamo già discusso in passato su questo verbo, ma non fa mai male fare il bis aggiungendo qualcosina, soprattutto parlo di una espressione che vedremo alla fine dell’episodio.

Quindi scappare si preferisce a fuggire in tutte quelle occasioni in cui si vuole sottolineare non semplicemente la velocità nell’allontanarsi da qualcosa, ma quando siamo in una situazione pericolosa, o quando c’è una colpa o una responsabilità, quindi si scappa per sfuggire dalle responsabilità o per non subire le conseguenze di una colpa.

Si può scappare di prigione ad esempio, e questo si dice anche “evadere”.

Ogni volta che ci si sottrae a una situazione negativa o pericolosa, si vuole evitare qualcosa.

Ma ci sono altri usi comuni di questo verbo di cui vi voglio parlare.

Si usa ad esempio anche quando ci si allontana dalla famiglia o, come si suol dire, dal tetto coniugale: il marito di Maria è scappato di casa.

Anche un figlio può scappare di casa:

E’ scappato di casa alle 20 e anche la polizia lo sta cercando

Passiamo a: “di qui non si scappa!

Questa è una espressione che si usa spesso in situazioni che non si possono evitare. Non ci sono alternative o vie d’uscita.

Potrei dire a mio figlio che è inutile che cerca di evitare le interrogazioni, perché per superare l’anno scolastico bisogna studiare prima o poi: di qui non si scappa!

Si usa anche con le occasioni, le opportunità che non vengono colte e che quindi sono sfuggite, scappate:

Questa è un’occasione unica, non lasciartela scappare!

Questo mi ricorda anche l’espressione “!cogliere un’occasione al volo” di cui ci siamo già occupati.

Non solo una persona può scappare, e non solo un’occasione. Anche una battuta che non volevamo fare o una frase che non volevamo dire. Quando ormai è tardi, perché l’abbiamo pronunciata, possiamo dire:
Ops, scusa, mi è scappata!
Cioè: mi è uscita inavvertitamente, spontaneamente, senza pensarci. Si usa anche quando si fanno errori grammaticali.
Lo so, ho scritto un po’ senza apostrofo, Mi è scappato!
Se dite qualcosa di sconveniente o volgare o di maleducato e poi vi pentite:
Mi è scappato! Scusate!
Anche il verbo “sfuggire” (c’è un episodio in merito) si può usare in questi casi ma scappare è più colloquiale. Anche un colpo di fucile può scappare.
Stavolta però è più grave la disattenzione!
Se dimentico qualcosa posso ugualmente dire:
Lo so, dovevo chiamarti ma mi è scappato di mente!
Equivale a dimenticarsi in tal caso.

Può scappare da ridere, può scappare la pipì, può scappare una risata: Si tratta di impulsi emotivi o bisogni fisiologici che non si riescono a frenare o che sono impellenti.

Si usa anche nella forma scapparci (abbiamo già un episodio intitolato “ci scappa“) e in questo caso si indica una conseguenza inevitabile, specie se negativa, ma non è detto:

In Italia è sempre la stessa storia: finché non ci scappa il morto non si affronta mai un problema con serietà.
Nelle situazioni potenzialmente pericolose tipo risse, manifestazioni pubbliche, proteste di piazza eccetera, a volte capita che ci scappa il morto!
In senso positivo potrei dire ai mie figli:
Quest’anno se vi comportate bene e fate sempre i compiti, potrebbe scapparci un bel I-Phone per tutti e due.
Oppure durante una partita di calcio:
La squadra sta giocando bene, e ci può anche scappare la vittoria
In questi casi si indica una possibilità perlopiù insperata precedentemente.
C’è poi una bella espressione: “essere uno scappato di casa“.
Scappare da/di casa, come ho detto prima, sta per lasciare la casa, allontanarsi di casa fisicamente, ma essere uno “scappato di casa” (si usa solo la preposizione “di” in questo caso) sta ad indicare una persona che non ha un’immagine positiva. Un modo colloquiale per dire che questa persona è poco affidabile, poco organizzata, che vive in modo approssimativo. L’immagine di una persona appena scappata di casa è abbastanza chiara: improvvisazione, emergenza, trasandatezza. Uno scappato di casa  dà l’idea di una persona che non ha ben chiara nella vita la propria identità, il proprio mestiere, il proprio futuro.
Si può anche usare per indicare l’incompetenza, ma soprattutto la impresentabilità (anche dal punto di vista del modo di vestire), il fatto di essere inappropriati in un dato contesto.
E’ abbastanza offensivo.
Notate che “scappato” è usato come sostantivo, non come participio passato del verbo scappare, nonostante la frase funzioni lo stesso a volte anche se lo usiamo come verbo:
Sei uno scappato di casa!
Sembra uno scappato di casa!
Viene al lavoro vestito come uno scappato di casa
Non vogliamo scappati di casa a dirigere la nostra azienda!
Lionel Messi vincerebbe sicuramente lo scudetto in Italia anche se giocasse in una squadra di scappati di casa!
Non scappate adesso perché c’è il ripasso delle espressioni precedenti a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Albèric: Non me la sento proprio oggi di fare un ripasso ma mica voglio deludere Gianni non fosse altro che per dargli manforte.
Ulrike: Io non ho la stoffa di creatività. Forte però dell’esempio di Albèric, oso farmi viva con queste 4 espressioni della nostra famosa rubrica dei due minuti.
Anne Marie: Anch’io sono a corto di idee, non sia mai detto però che sia così nullafacente da tirarmi indietro!
Edita: inventarsi un ripasso è diventato obbligatorio? Neanche ne avessimo bisogno come il pane! Ma va!
Peggy: ti sei appena tolta un sassolino della scarpa o sbaglio?
Karin: Si dà il caso che io debba prima recuperare tutte le lezioni per rimettermi al passo. Abbiate pazienza!
Marcelo: Neanch’io voglio che mi sia dato del nullafacente, preferisco pararmi il sedere con questa breve frase piuttosto che fare la figura del menefreghista.

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900 Avere stoffa

Avere stoffa (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: oggi parliamo di stoffa.

Estelle: ti sei forse dato alla sartoria Giovanni?

Giovanni: no, no, Estelle, non mi sono dato alla sartoria, e tantomeno all’alta moda!

Avere stoffa, che è il titolo dell’episodio di oggi, indica la presenza di talento in una persona. Oggi ci occupiamo di questo e di tanto in tanto ascolterete una frase di ripasso degli episodi precedenti.

Questo ragazzo ha la stoffa del campione!

Gianluca ha veramente stoffa!

Un modo informale ma molto diffuso e efficace per indicare la presenza di talento, cioè delle qualità che servono per emergere, per farsi notare o comunque per esprimersi al meglio in un determinato campo.

L’alunna sembra avere stoffa! Non si scoraggi però se prende qualche insufficienza all’inizio. Perché i professori sono molto esigenti.

Quest’ultima è una frase che alcuni professori hanno detto a proposito di mia figlia durante un colloquio scolastico.

Un grande complimento evidentemente.

In campo sportivo, scolastico o comunque ovunque ci sia la possibilità di mettere alla prova le proprie capacità, questa espressione è indicativa delle potenzialità oltre che delle qualità di una persona.

Si parla di qualità più innate che acquisite. Con la stoffa ci si nasce. Si tratta di qualità intellettuali o fisiche, non è importante.

Detto in altro modo, avere stoffa significa avere una spiccata attitudine o una disposizione naturale per una determinata attività.

Adesso ricorderete tutti sicuramente l’espressione “essere portati” a fare qualcosa, ma qui parliamo di capacità notevoli. Ricorderete anche avere una disposizione nel fare qualcosa, ho detto bene?

Quando qualcosa riesce bene senza troppi sforzi in effetti è giusto parlare di disposizione, attitudine e giustamente si dice che una persona è portata a fare questa attività.

Avere stoffa è un’espressione più legata alla competizione e alle potenzialità.

Si dice spesso anche “avere stoffa da vendere”.

Si può usare in più modi il possesso di stoffa:

Ha della stoffa

Ha stoffa

Possiede stoffa

È un ragazzo di stoffa

È bene sapere che non si usa verso sé stessi. Si potrebbe dire ma sarebbe come darsi troppo delle arie e si sarebbe poco credibili.

Irina: vuoi dire che con ogni probabilità si potrebbe pensare che si stia allargando?

Giovanni: esatto Irina!

Verrebbe da dire:

Ma chi è questo sbruffone che crede di avere stoffa?

Si usa molto verso i giovani, le giovani promesse dello sport ad esempio o verso i cosiddetti scrittori “in erba”, quindi giovani, non ancora maturi, ma con qualcosa in più rispetto agli altri.

Al lavoro non è molto adatto. D’altronde nel mondo lavorativo neanche il termine talento si usa granché.

Per finire vi dico anche perché si dice avere stoffa. Immagino sarete curiosi.

Marcelo: esatto! Non mi dirai che sai leggerci nel pensiero!

Maja e Danielle: non è che ci legge nel pensiero, è che ha imparato a conoscerci.

Giovanni: infatti! Se I vestiti sono fatti di stoffa. La stoffa non è un materiale specifico ma qualsiasi tipo di tessuto per abiti sono stoffa.

Ebbene, i vestiti vanno indossati e non sempre sono della giusta misura. Gli abiti inoltre ci rappresentano. Possono dirci qualcosa su noi che li indossiamo: che carattere abbiamo o che mestiere facciamo.

Allora avere stoffa, con un po’ di fantasia, può indicare un vestito che ci calza a pennello, fatto su misura per noi: il vestito del campione, ad esempio.

Hartmut: adesso, dulcis in fundo, ricapitoliamo.

Giovanni: va bene, allora abbiamo parlato della stoffa e dell’espressione avere stoffa. Si usa per indicare la presenza di talento, soprattutto nei giovani promettenti che sembrano più dotati e portati degli altri. Molto usato nello sport e per le qualità intellettuali, è più in generale in tutti gli ambiti in cui c’è competizione, in caso di qualità superiori alla media. È come avere un vestito (fatto di stoffa, come tutti i vestiti) tagliato su misura, dove quel vestito rappresenta una specifica attività.

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899 I mezzucci

I mezzucci (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vi parlo di un espediente meschino, di un ripiego immorale di scarsa efficacia.

Con questa breve introduzione ho già citato due episodi di questa rubrica.

Ricorderete sicuramente l’episodio dedicato alla soluzione di ripiego. Ricorderete allora che un ripiego è una soluzione di emergenza, un rimedio inadeguato. Potremmo anche chiamarlo un mezzo inadeguato.

Ricordete anche l’episodio dedicato al termine espediente. Abbiamo detto che l’espediente somiglia spesso a una soluzione poco ortodossa ad un problema.

Ebbene, un espediente è già di per sé un ripiego, dunque qualcosa di non molto adatto, spesso inadeguato, e se questo espediente è anche meschino, allora le cose peggiorano ancora!

Infatti meschino è un aggettivo bruttissimo, perché è spesso usato per descrivere persone o comportamenti che denotano una certa povertà sul piano morale. Le cose poco dignitose possono essere descritte come meschine.

Prima si parlava di problemi e di soluzioni e allora, quando, nel tentativo di trovare una soluzione ricorriamo a una soluzione non solo poco ortodossa, ma anche meschina, possiamo dire che il mezzo usato è un mezzuccio.

Un termine che si si usa più spesso al plurale: i mezzucci.

I mezzucci sono dunque delle modalità moralmente riprovevoli per cercare di ottenere un risultato.

Il termine si usa soprattutto nel giudicare negativamente il comportamento di una persona che fa qualcosa di immorale, di poco dignitoso.

Vediamo qualche esempio:

Una uomo d’affari che guadagna milioni di euro all’anno, se nasconde dei soldi al fisco o se comunque cerca di pagare meno tasse, si potrebbe dire:

Ma perché usare questi mezzucci? È un uomo molto ricco e potrebbe tranquillamente pagare le tasse dovute.

Un secondo esempio:

Il direttore di un’azienda vuole licenziare un lavoratore, ma non sa come fare, allora lascia del denaro sulla scrivania per vedere se lui lo prenderà.

Il lavoratore però capisce tutto e pensa:

Non si dovrebbero usare questi mezzucci per mandare avanti un’azienda!

Terzo ed ultimo esempio:

Una squadra sta vincendo una partita di calcio e alcuni calciatori di questa squadra perdono tempo in tutti i modi possibili, fanno sceneggiate davanti all’arbitro ogni volta che un avversario li sfiora appena. Ogni volta sembra che stiano per morire dal dolore!

Dunque questa squadra sta mettendo in atto tutti i mezzucci possibili per mantenere il vantaggio a tutti i costi e portare a casa la vittoria.

Notate che solitamente non si tratta solamente di rimedi poco efficaci. In genere non basta questo. Occorre che ci sia un giudizio morale negativo.

Per dirla in parole povere, sono cose che non si fanno! Non si fanno per rispetto degli avversari (nel caso dei calciatori), per questioni di correttezza (nel caso del direttore che vuole licenziare il lavoratore), per onestà (nel caso del ricco uomo d’affari che vuole pagare meno tasse) e per tutte le questioni morali in generale.

Si usa spesso il verbo “ricorrere” quando si parla di mezzucci, perché il verbo ricorrere ha, tra gli altri, anche il senso di fare ricorso a qualcosa per ottenere uno scopo.

Ricorrere a qualcosa per ottenere un risultato.

Si può ricorrere a un mezzo, ad una soluzione, a un rimedio e quindi anche a un mezzuccio.

Finiamo con la pronuncia: la z di mezzuccio è una zeta dolce (o sonora) proprio come quella di “mezzo”, ma anche di zanzara, Zagabria, razzo, e belzebù, mentre vi ricordo che esiste anche la z aspra o sorda, che è quella di pazzo, mazzo, pezzo, pazzia, alzare, sfilza, calza, innalzare, calzolaio, eccezioni eccetera.

Se volete c’è un episodio eccezionale (z aspra) sulla pronuncia della zeta che ho realizzato con i miei figli e qualche membro di Italiano semplicemente.

Per adesso abbiamo finito, ma non dimentichiamo che occorre ripassare anche altri episodi passati.

Marcelo: Cari amici, sono contentissimo, perché la prossima settimana verranno finalmente i tecnici per cambiare la nostra piastra da cucina e il nostro frigo. Quando ho ricevuto la notizia lì per lì quasi non sapevo come reagire.

Edita: poverini! Mi ricordo anche che il frigo è arrivato due mesi fa, ma era del tipo sbagliato (senza la parte freezer desiderata da Marcelo). Quando Marcelo ha chiesto una spiegazione, per tutta rispostaqualche tizio ha detto: che vuole che le dica?

Ulrike: Ma, no! Mi sembra davvero il colmo!

Marcelo: Purtroppo, è proprio successo così. È stata una frustrazione enorme, ma non c’era niente da fare. L’abbiamo riordinato seduta stante e abbiamo dovuto riaspettarlo…
È solamente l’inizio di un progetto più ampio per cambiare la nostra cucina (vogliamo anche cambiare qualche anta), ma sono contenta/o che finalmente possiamo andare avanti.

Anthony: È da sperare però che i tecnici non compiano qualche altra leggerezza. Non è che voglio fare il negativo, ma siete stati delusi più di una volta.

Marcelo: speriamo di no! Mi sono sfogato più di una volta con voi nel passato. Ne avevo proprio bisogno per sopportare l’attesa lunghissima… Ma adesso mi godrò il risultato ancora di più; questo è il rovescio della medaglia! Vi terrò aggiornati.

Giovanni: allora abbiamo parlato dei mezzucci, un termine informale per indicare un mezzo immorale per ottenere un risultato. Spesso questo mezzo è anche inefficace ma questo non basta: occorre l’immoralità per parlare di mezzucci. Un mezzuccio potremmo definirlo come un espediente meschino perché anche la meschinità è legata all’immoralità.

Mezzuccio si pronuncia con la z dolce.

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898 Allargarsi

Allargarsi (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: Oggi vi parlo di una cosa che faccio sempre quando realizzo un episodio della rubrica che si chiama “2 minuti con italiano Semplicemente”: mi allargo spessissimo.

Probabilmente lo farò anche oggi, perché due minuti non bastano quasi mai per spiegare bene un concetto. Cercherò di allargarmi il meno possibile comunque.

Allargarsi significa divenire più largo; ampliarsi, estendersi. E’ chiaramente la versione pronominale e intransitiva di allargare.

Questa che vi ho dato è chiaramente la definizione dell’uso proprio, perché qualunque cosa che abbia una larghezza, qualora questa larghezza aumenti, posso usare questo verbo:

La strada si allarga dopo la curva.

Il fiume in questo punto sembra piccolo, ma più avanti si allarga di una decina di metri.

A noi interessa chiaramente di più l’uso figurato però.

Allargarsi infatti si può usare con un significato simile a esagerare o andare oltre. Non si tratta di andare oltre nella larghezza fisica però, ma nel tempo, ad esempio, quando si impieghi più tempo del previsto in una attività, oppure con le spese, cioè quando si spende più del previsto, oppure quando si mangia in misura maggiore di quanto doveva farsi, per qualunque motivo, oppure ancora quando si sta parlando delle qualità di una persona o delle caratteristiche di qualcosa e si esagera un po’.

Si tratta di un uso sempre abbastanza colloquiale, perché in tutte queste occasioni si potrebbe tranquillamente usare il verbo esagerare, ma se usiamo il verbo allargarsi, si sta ponendo l’attenzione sulla persona che “si allarga”, cioè che esagera.

Vediamo qualche esempio:

Dobbiamo dividere questa torta in 5 parti perché siamo in 5 persone. Inizia tu a tagliare la tua parte e vedi di non allargarti.

Quindi cerca di non esagerare, non prenderti più di quanto ti spetta, non tagliare un pezzo di torta più grande del dovuto.

Tra gli episodi che abbiamo visto in passato, ci sono abbastanza similitudini con il verbo “sforare” e anche con “calcare“. Infatti quando si “calca la mano“, ad esempio, si sta esagerando. Si tratta anche in quel caso di eccedere, esagerare, ma allargarsi ha più a che fare con l’egoismo personale, con la superbia, con l’opportunismo, mentre calcare la mano si preferisce usare quando si esagera sgridando una persona, rischiando di offenderla, E’ molto vicino a “Insistere eccessivamente” rischiando di offendere o di punire in modo esagerato. L’enfasi è maggiormente sulla persona che sta esagerando, che sta facendo o dicendo qualcosa di troppo a fini egoistici. IN genere si tratta di questo tipo di esagerazioni.

Vedete quindi che esagerare è molto generico come verbo e molto più semplice da usare. Quando si affina il proprio linguaggio si riesce anche a capire se è il caso di usare una particolare espressione.

Sforare invece come si è visto, si usa quasi sempre solo in due occasioni: quando si eccede rispetto al tempo a disposizione o quando si esagera con le spese. Quindi abbastanza specifico come utilizzo.

Due ultimissimi usi di allargarsi sono, sempre relativamente al linguaggio informale, per descrivere una persona che si è ingrassata, quindi si è fisicamente “allargata” (sempre informale) e nell’espressione “mi si allarga il cuore” che si usa quando si riceve una notizia o quando si ascoltano delle parole che hanno un effetto confortante, consolante:

Dall’ospedale hanno detto che tuo figlio sta meglio e non è più in pericolo di vita: una notizia che mi allarga il cuore.

Le parole del papa di questa mattina allargano il cuore

La solidarietà delle persone allarga il cuore di chi soffre.

Le storie che danno speranza allargano il cuore.

Quindi le parole confortanti, che consolano chi le ascolta, che danno una gioia profonda, si può dire che allargano il cuore.
Ricapitolando l’uso di allargarsi e le sue peculiarità: esagerare è molto generico, sforare si usa prevalentemente quando si eccede con il tempo o con le spese, mentre calcare (non inteso come sostantivo ma come verbo, e mi riferisco all’espressione calcare la mano) si usa quando si esagera in un comportamento che potrebbe ferire o offendere qualcuno. Quando ci si allarga invece (attenzione: ci si allarga, e non si allarga) mi sto riferendo alla persona che esagera in un atteggiamento egoistico o nell’enfatizzazione delle qualità di qualcosa o qualcuno.
Adesso, dopo che mi sono allagato abbastanza anche oggi, vediamo un bel ripasso:
Ulrike: Ciao Anne Marie, ti vedo un po’ giù. C’è qualcosa che non va?

Anne Marie: non esattamente. È solo che un mio collega mi ha spiattellato in faccia che ormai sono entrata negli anta, un fatto che di per sé non sarebbe neanche grave, ma il modo in cui me l’ha detto mi ha dato fastidio.

Marcelo: Ma Anne Marie, non te la prendere, sai già com’è fatto Giuseppe. Non brilla per intelligenza emotiva.

Anne Marie: Si lo so, lo so. Ed è anche un buon collega. Forse ce l’ho solo con me stessa. Invece di prenderla con filosofia o di controbattere al suo discorso l’ho ascoltato imperterrita, sono cioè rimasta impalata come un salame.

Danielle: questo è proprio il colmo. Qualcuno ti insulta passami il termine – e tu ce l’hai con te stessa?

Anne Marie: Non dirmelo, lo so… È solo che ha toccato un tasto dolente sai… Però adesso basta: me ne voglio fare una ragione, meglio che mi rimbocco le maniche (ché ho un sacco da fare, tra l’altro) e giro pagina!

Segue una spiegazione (solo orale) del ripasso.

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897 Ripromettersi

Ripromettersi (scarica audio)

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Giovanni: Qualche episodio fa abbiamo visto un uso particolare del verbo promettere.

Oggi invece mi riprometto di spiegarvi il verbo ripromettere (basta aggiungere “ri” all’inizio). Questo verbo si usa in realtà anche e soprattutto in senso pronominale: ripromettersi.

Infatti ripromettersi ha un senso simile a “promettere a sé stesso”.

Invece ripromettere si usa soprattutto nel senso di promettere due volte.

Dunque oggi occupiamoci di ripromettersi: si tratta di una vera promessa verso sé stesso?

Come si fa a promettere qualcosa a sé stesso? In realtà significa proporsi, impegnarsi (con sé stesso) a fare qualcosa.

Vediamo qualche esempio:

Con l’inizio dell’anno, mi riprometto di fare maggiore attività sportiva.

Quindi mi sto proponendo di stare più in forma. Questo è ciò che voglio, questo è un impegno che prendo con me stesso. Ovviamente nutro forti speranze nel fatto che riuscirò a farlo, mi aspetto che questo obiettivo sarà raggiunto, perché in fondo sempre di una promessa si tratta, anche se l’ho fatta a me stesso.

Un verbo che si usa spesso soprattutto quando ci si sente un po’ in colpa o quando ci si deve giustificare per non aver ancora fatto qualcosa. Qualcosa che avrei dovuto fare ma che per un qualunque motivo ancora non ho fatto. Adesso però è il momento di farlo.

es:

Mi riprometto di finire il lavoro che ho iniziato entro una settimana

Si tratta di qualcosa in più di una semplice intenzione. qualcosa di più di una cosiddetta “disposizione d’animo”. Un conto è essere ben disposti verso un obiettivo, se non ci sono particolari ostacoli, un altro conto è fare una promessa.

Non dico che si tratti di un giuramento, perché spesso semplicemente si tratta di qualcosa che ci si aspetta, quindi si tratta di una aspettativa verso un obiettivo che riteniamo raggiungibile comunque con un certo sforzo e impegno.

Ad esempio:

Con questo nuovo lavoro mi riprometto di guadagnare abbastanza per pagarmi l’affitto di casa e vivere dignitosamente

Dunque è come se dicessi che mi impegnerò moltissimo per ottenere quanto mi sono ripromesso.

Non devo rendere conto a nessun altro all’infuori di me stesso, perché lo sto promettendo a me stesso e basta.

Questo non significa però che non posso ripromettermi di raggiungere un obiettivo parlando con una persona che in qualche modo è interessata direttamente a questo obiettivo. Posso ad esempio parlare col mio capo e ripromettermi di partecipare a tutte le riunioni dell’ufficio.

Questa resta comunque una assunzione di impegno e quindi somiglia anche molto ad una promessa.

A proposito di promessa, esiste anche il sostantivo “ripromessa“.

Es:

Ho nascosto i soldi in un cassetto, con la ripromessa che appena uscito dalla prigione sarei passato a riprenderli.

Siamo stati a cena da Giovanni, e lui ci ha fatto mangiare tante specialità italiane. Ad un certo punto ci siamo dovuti fermare perché stavamo scoppiando, con la ripromessa di tornare al più presto per degustare i secondi ed i dolci.

Ci siamo salutati con la ripromessa di vederci un’altra volta nei prossimi giorni.

Si tratta quindi di propositi verso il futuro.

Spesso come negli ultimi due esempi visti, le ripromesse si fanno in compagnia, nel senso che io prometto a te, tu prometti a me, ed ognuno di noi promette e sé stesso.

Anche questa è una ripromessa: un impegno comune versi sé stesso e gli altri.

Sicuramente quindi possiamo trovare molte occasioni anche per usare il sostantivo ripromessa.

Un bel modo per promettersi qualcosa a vicenda, un obiettivo comune da raggiungere, un impegno che si prende insieme.

Un’ultima cosa. Avrete notato che la preposizione da usare è “di”. Altre volte invece ripromettersi è seguito da “che”.

Mi riprometto di smettere di fumare

Mi riprometto che smetterò di fumare.

Infatti si usano di e che per specificare il proposito da raggiungere.

In realtà, molto più raramente, si usa anche “da”:

Giovanni si ripromette molto dal figlio.

In questo caso però è come dire che Giovanni si aspetta molto dal figlio.

Una modalità poco usata ma vale la pena menzionarla.

Si può tradurre anche come: Giovanni spera di ottenere molto dal figlio.

In questi casi però si tratta non di un impegno ma di una aspettativa.

Allora possiamo sempre usare questo verbo in questo modo quando parliamo di aspettative, di ciò che ci si aspetta da qualcosa o da qualcuno:

Spero che non vogliate ripromettervi da me grandi cose, perché io non potrei accontentarvi.

Quindi non vi aspettate da me niente di importante, non dovete credete di ottenere da me grosse cose, non abbiate alte aspettative da me.

Non possiamo riprometterci nulla dalla riforma dalla giustizia appena approvata.

Evidentemente non dovremmo avere grosse aspettative, non dobbiamo aspettarci grossi risultati da questa riforma.

Quest’ultimo utilizzo (con la preposizione da) è, oltre che poco diffuso, è anche poco adatto a conversazioni informali.

Adesso ripassiamo.

marcelo

Marcelo: Sai che a quest’ora faccio sempre la mia passeggiata quotidiana.

Ad ogni modo farò un tentativo per non dare adito a lamentele da parte tua. Non sia mai!
Non vorrei rovinare questa promettente giornata!

Tra l’altro, se non farò errori sarò ancora più ringalluzzito e mi farebbe correre più veloce che mai!

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896 Una leggerezza

Una leggerezza (scarica audio)

Trascrizione

leggerezza Giovanni: Se cerchiamo sul dizionario il termine leggerezza, troviamo che questa è la caratteristica delle cose leggere (che pesano poco) così come, ad esempio, la stanchezza è propria di chi è stanco.

Abbiamo già visto un episodio dedicato all’espressione “prendere alla leggera“.

Possiamo usare questo termine però anche in modo diverso. Si usa ad esempio per descrivere le movenze di una ballerina o di un ballerino o anche di un calciatore, che quando si muove lo fa con leggerezza, nel senso che sembra quasi che la forza di gravità non sia un problema. Leggerezza allora sta per agilità o scioltezza nei movimenti, una dote innata di delicatezza o anche un grado notevole di abilità.

Al contrario, se una ballerina mostra pesantezza nei movimenti, è come se dicessimo che non sembra molto allenata, sembra mostrare fatica nei movimenti.

Ma la leggerezza è anche un’altra cosa che non ha a che fare col peso espresso in grammi, ma col peso nel senso di importanza. Torniamo allora alla leggerezza di “prendere alla leggera” inteso come sottovalutare, come abbiamo già visto. Come abbiamo detto si tratta di non dare il giusto peso alle cose.

Vi ricordo che spessissimo si usa il termine peso per indicare la rilevanza, l’importanza di qualcosa o di qualcuno. Es:

Una persona di peso nel mondo politico è una persona le cui opinioni contano molto, una persona importante, che ha influenza.

Una decisione di peso è una decisione importante, che porta conseguenze importanti.

Una questione di enorme peso è una questione rilevante, importante.

Ecc.

Allo stesso modo, anche la leggerezza, oltre al peso, può usarsi in modo figurato, ma non per indicare una cosa poco importante, quanto per indicare un errore commesso per superficialità, per distrazione, per non aver considerato importante a qualcosa che invece era molto importante.

Approfondiamo ancora l’utilizzo del termine “leggerezza“. La leggerezza innanzitutto si compie.

Questo è il verbo da usare (anche commettere va bene). Si può usare anche il verbo fare, ma compiere è molto più adatto.

Ho compiuto una leggerezza.

Significa che ho fatto una cazzata (permettetemi il termine). Non ho capito che una cosa era importante e mi sono comportato senza pensarci, con superficialità, dunque con leggerezza. Mi sono comportato con leggerezza, ho compiuto una leggerezza. Si usa anche dire “agire con leggerezza” o “parlare con leggerezza“.

Lo so, è molto più divertente usare “fare una cazzata“, perché in genere nel linguaggio colloquiale è questa l’espressione che si usa quando si fa qualcosa di sbagliato dalle conseguenze molto negative. In alternativa si usa il termine stupidaggine, o sbadataggine, se le conseguenze sono poco rilevanti e voglio imputare l’errore al fatto che sono stato sbadato, distratto:

Oddio, che sbadataggine, ti ho rovesciato l’acqua addosso! scusami! Mi sono distratto!

Se uso “stupidaggine” la conseguenza è più grave sicuramente, ma questo termine possiamo usarlo anche e soprattutto  per sottolineare la colpa di chi la compie, o la scarsa intelligenza o la scarsa competenza di chi dice qualcosa di sbagliato. L’episodio in cui abbiamo parlato delle sciocchezze e delle stupidaggini sicuramente vi aiuterà a capire meglio questo utilizzo.

Compiere una leggerezza” è certamente meno colloquiale, e ammettere di aver compiuto una leggerezza è un’ammissione di colpa e una modo per scusarsi.

Se dico di aver compiuto una leggerezza sto ammettendo di aver avuto una mancanza di serietà e di riflessione, una faciloneria:

Meno colloquiale, quindi più adatta, come modalità, per essere usata al lavoro o comunque se vogliamo esprimerci in modo più elegante. Non è niente di particolarmente formale comunque, quindi si può usare in ogni contesto senza suscitare alcuna reazione di chi ci ascolta. Non abbiate paura di usare la “leggerezza” in questo modo.

Negli stessi contesti posso usare il termine “faciloneria“, che deriva da “facile”.

Vediamo qualche esempio:

Ho compiuto una leggerezza ieri durante la partita di calcio. Non dovevo passare la palla al portiere perché l’attaccante avversario era troppo vicino e così ha potuto fare gol.

Una leggerezza difensiva compromette la vittoria della Juventus

Nello sport si usa spessissimo questo termine per indicare degli errori che fanno i giocatori quando non ragionano abbastanza, quando non sono abbastanza concentrati e questo li porta a fare grossi errori. Non solo nello sport però:

Non ti fidare di Giovanni, sarebbe una gravissima leggerezza!

Mi raccomando, non agite con leggerezza quindi non accettate pagamenti in contanti.

Ho provveduto a cancellare quel commento su Facebook che aveva offeso Flora. Una leggerezza di cui mi scuso.

Il termine “faciloneria” è più offensivo. Si preferisce usare quando si vuole accusare qualcuno, che non pensa abbastanza a ciò che dice e ciò che fa e che si comporta come se le cose fossero “facili”, quando invece non lo sono per niente. Dunque la faciloneria è la qualità (si fa per dire) e il modo d’agire di chi è “facilone“:

Non fare il facilone, non puoi dire che ci vogliono 5 minuti a risolvere questo problema!

Si sta accusando qualcuno di “gratuita stupidità”, di sciatteria, semplicismo, di approssimazione.

Non voglio però esaurire oggi tutto il vocabolario, dunque passiamo al ripasso del giorno.

Marcelo: “Se l’uomo può vivere una sola vita, è come se non vivesse affatto“. Questo lo diceva Milan Kundera nel suo romanzo “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. Ha un suo perché secondo voi oppure, ove non siate d’accordo, potete dire perché?

Peggy: d’emblée mi viene da dire che ci potrebbe essere un rovescio alla medaglia nel vivere più volte. A che pro voler vivere tante vite se non si è in grado di farlo pienamente?

Ulrike: Boh…mi sono scervellata un po’ per afferrare ben bene il senso di questa affermazione. Niente da fare, mi sento ancora sguarnita da ogni idea. Vabbè, può darsi che io sia dura di comprendonio. Comunque sia, non voglio perdermi nei meandri della mente di questo scrittore, non me la sento proprio.

Monica: La fa facile l’autore a dirlo, lui che ha vissuto una vita proprio sui generis. Ma per noi comuni mortali, basta accontentarci di una vita piacevole tout court, Sarà grasso che cola se non sarò già stanca dopo una ottantina d’anni.

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leggerezza domande

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895 Impalato

Impalato (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni:

Cosa fai lì impalato? Vieni ad aiutarmi, sbrigati!

Questa frase capita spesso di ascoltarla, tra amici e in famiglia e anche nei film italiani.

Quando una persona resta dritta in piedi, immobile, rigida, si dice che questa persona resta impalata:

Dammi una mano invece di rimanere lì impalato!

L’immagine è quella del palo. Il palo e lungo, piantato a terra (come i pali della luce) quindi rappresenta qualcosa di rigido, che se ne sta fermo, immobile.

Quindi la persona che, anziché fare qualcosa che ci si aspetta, si irrigidisce nella posizione di attenti e resta immobile in piedi, si dice informalmente che resta impalata.

Ho parlato della “posizione di attenti” perché in ambito militare c’è un comando impartito al militare per fargli assumere la posizione eretta del corpo, con testa alta, braccia distese lungo i fianchi e talloni uniti. Il comandante grida: attenti!

E tutti i militari si mettono sull’attenti (si dice così: mettersi sull’attenti, cioè assumere la posizione di attenti) quindi si mettono dritti impalati, senza muoversi e senza parlare. In effetti starsene/rimanere/restare impalati spesso implica anche il restare in silenzio oltre alla posizione immobile.

L’espressione restare/rimanere/starsene impalati si usa sempre per indicare questo tipo di rimprovero per l’inattività, per la mancanza di prontezza nel capire che c’è bisogno di aiuto o comunque di fare qualcosa.

Un altro esempio:

La tua ragazza se ne sta andando, si è offesa con te e non vorrà più vederti probabilmente.

Ma cosa aspetti a rincorrerla? Vuoi restare qui impalato? Corri, vai e chiedile scusa!

State attenti perché non va bene per indicare un’attività in generale, tipo per indicare chi non lavora o una persona pigra, ma meglio usarlo solo quando non si vede (ma è richiesta) una certa prontezza nel capire che c’è qualcosa da fare in quel momento.

Si usano i verbi stare, restare e rimanere. Non si usano normalmente altri verbi.

Altre volte si può invece usare l’immagine del salame (ancora più informale):

Non te ne stare li come un salame, aiutami!

L’aggettivo “salame” è altrettanto informale e chissà perché questo insaccato, questo salume stagionato fatto di carne magra di suino (quindi parliamo del maiale) è usato anche per indicare una persona impacciata e goffa, oppure incapace o facile a esser raggirata.

Un “salame” pertanto, essendo una persona impacciata, goffa e poco “sveglia” in generale, è facile che resti impalato in occasioni in cui è richiesta invece una reazione fisica immediata.

Impalato veramente ha anche un altro significato ma non è una cosa molto gradevole perché si tratta di un tipo di tortura che porta alla morte.

Adesso ripassiamo:

Estelle: ieri mi stavo trascinando nei meandri della mia città e sai chi ti incontro ? Marcelo!

È andata così:

Marcelo: ciao! Quanto tempo!

Estelle: Come stai? Non ci vedevamo da illo tempore!

Marcelo: potrebbe andare meglio…. sono nel guai, non non so più cosa fare.

Estelle: un problema di coppia forse?

Marcelo: eh già! Hai toccato subito la nota dolente! Io sono sempre stato fedele, ma una sola volta ho fatto uno strappo alla regola.Sono pentito però. Mi sono fatto in quattro ovviamente per ovviare alla situazione, ma a quanto pare il mio matrimonio sta prendendo una brutta strada.

Estelle: ben ti sta! Hai tradito la sua fiducia e quindi è giusto che tu debba pagarne lo scotto.Non sia mai detto che non ti avevo avvertito. Avresti dovuto smettere di fare il donnaiolo.
L’avevo intuito sai?
Ho incontrato tua moglie la settimana scorsa e l’ho vista molto nervosa. Conoscendoti mi sono detta: qui gatta ci cova!

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Il Chianti – le meraviglie d’Italia

Il Chianti (scarica audio)

Trascrizione

Non è un caso che abbiamo organizzato la riunione dei membri dell’anno 2023 proprio nel cosiddetto Chianti.

Cos’è il chianti?

L’Italia è famosa nel mondo, tra le altre cose, soprattutto per la qualità e la varietà dei vini. Il Chianti è appunto un vino. Un vino col marchio DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) prodotto nella regione Toscana.

Ma il nome “Chianti” è anche identificativo della zona della Toscana in cui si produce questo vino.

Questa zona è intorno alle “colline del Chianti”, una breve catena montuosa lunga una ventina di chilometri

Il chianti è dunque una zona collinare, compresa tra Firenze e Siena, tra Arezzo e i Colli Pisani ed è considerata da sempre il cosiddetto “cuore della Toscana”.

Questa zona, bellissima da un punto di vista del paesaggio, ospita tantissimi vigneti e boschi ma anche dei suggestivi borghi medievali e romantici castelli. E’ una zona assolutamente da visitare per i turisti, non solo per provare i vini e portarsene qualcuno a casa, anche perché c’è una temperatura media annua attorno ai 14 gradi.

Con il termine vigneto si intende un appezzamento di terreno dedicato alla monocoltura della vite. La vite (“le viti” al plurale) è la pianta che ha come frutto proprio l’uva, da cui si ottiene il vino.

L’altitudine (cioè l’altezza rispetto al livello del mare) dei comuni del Chianti va dai 240 slm ai 600 slm circa. In italiano si usa a questo scopo la sigla slm, che sta per metri “sul livello del mare”.

Le cose da vedere nella zona del Chianti (ammesso che non abbiate bevuto troppo) sono:

Il Castello di Meleto, che all’origine era di proprietà signorile, in quanto era proprietà di una ricca famiglia aristocratica fiorentina, è situato nel comune di “Gaiole in Chianti”. Il castello oggi è sede di un’azienda agricola specializzata nella produzione di vino Chianti Classico ed è visitabile a pagamento. Il castello, si legge su un sito, domina le sue terre e i suoi vigneti.

Notate questo utilizzo del verbo “dominare“. In questo caso significa che il castello sta in posizione più elevata (quindi ha una maggiore altitudine) rispetto ai vigneti.

In questo castello è possibile anche soggiornare, ma anche degustare i vini, scoprire le tradizioni più antiche e passeggiare tra le colline coltivate. Ci sono comunque altri castelli in zona.

Poi c’è anche la cosiddetta “Strada del vino e dell’olio del Chianti Classico“.

Uno dei tanti itinerari principali di questa strada si chiama la “Chiantigiana”, strada tra le più belle d’Italia, che attraversa tutto il Chianti da Firenze a Siena. Percorrerla è un ottimo modo per scoprire il territorio. Si può percorrere in auto e allora possiamo fare un tour, quindi fermarsi di tanto in tanto ed assaggiare i vari vini durante il percorso.

Si tratta di un tour “enodegustativo” perché si possono degustare vari vini. Degustare è un verbo simile a assaggiare, e si preferisce quando ci si deve convincere delle qualità di un prodotto. Enodegustativo perché riguarda il vino, che in greco si dice “einos”. Enodegustativo quindi significa che si può assaggiare – anzi degustare – il vino.

Se non volete prendere l’auto potete anche ricorrere a un tour organizzato.

Tra i borghi medievali da non perdere c’è quello di Lucignano in provincia di Arezzo.

E’ un borgo medievale posto al vertice di una collina e si trova all’incrocio fra le province di Firenze, Arezzo, Siena e Perugia ed è curioso per la sua forma ad anelli concentrici.

Gli anelli concentrici sono un concetto geometrico e praticamente se guardiamo questo borgo dall’alto, si vedono come più cerchi, piccoli e grandi. Questi cerchi o anelli, sono concentrici, sono formati dalle costruzioni presenti e sono uno dentro l’altro. Concentrici significa che hanno lo steso centro. All’interno ci sono residenze d’epoca, appartamenti e bed and breakfast.

Mi fermo qui, e per chi ne volesse sapere di più non vi resta che partecipare alla riunione dei membri di Italiano Semplicemente. Presto verrà pubblicato il programma della riunione che si svolgerà dal 24 al 30 giugno.

Per chi è interessato a far parte dell’associazione basta inoltrare ufficiale richiesta nella pagina dedicata.

Un saluto.

chiantigiana

894 Non promettere nulla di nuovo/buono

Non promettere nulla di nuovo/buono (scarica)

Trascrizione

Giovanni: Quella di oggi è una espressione che si ascolta abbastanza di frequente quando si parla delle condizioni atmosferiche e non solo.

Il cielo oggi non promette niente di buono.

La serata non promette bene

Il ragazzo promette molto bene

E’ interessante l’uso del verbo “promettere“.

In generale promettere significa impegnarsi a fare o dare qualcosa, prendere un impegno. E’ simile anche a garantire. Posso promettere a qualcuno un regalo, un premio, un pagamento, posso promettere il mio voto, il mio aiuto, la mia sincerità, posso promettere mia figlia in sposa a qualcuno, posso promettere di comportarmi bene eccetera.

Le promesse sono in genere sempre rivolte a qualcuno e di solito è sempre una o più persone a fare una promessa, attraverso la parola. Le promesse si fanno e si ricevono, hanno solitamente un mittente e un destinatario.

In senso figurato però le cose cambiano:

Quel ragazzo promette di diventare un campione

Giovanni promette proprio bene a scuola

In questi casi (come negli esempi fatti all’inizio) non si sta facendo una promessa a parole, ma si tratta di pensare al futuro, di far prevedere determinati sviluppi, di preannunciare una evoluzione.

Non è un caso che negli esempi appena visti, le promesse non hanno un destinatario preciso. Inoltre non sono fatte a parole. Non è Giovanni che ha fatto una promessa infatti. E neanche quel ragazzo ha fatto una promessa a nessuno. Semplicemente si fa un’ipotesi sul futuro basandosi sullo stato attuale dei fatti.

Quel ragazzo sembra molto bravo e quindi si pensa possa diventare un campione. Lo stesso si può dire di Giovanni, che i primi giorni di scuola sembra avere ottimi profitti e così si immagina che continuerà a farlo.

Quindi se il cielo promette pioggia, allora questo significa che guardando il cielo adesso, viene da pensare che nel futuro prossimo pioverà.

Il cielo fa temere che pioverà, il cielo minaccia pioggia.

Se la campagna promette un raccolto abbondante, allo stesso modo, questo significa che ci sarà probabilmente un raccolto abbondante.

Se mi trovo in dolce compagnia di una bella ragazza, ad un certo punto potrei pensare che “la serata promette bene”. Evidentemente penso che ci saranno sviluppi positivi, nei termini che vi lascio immaginare…

Si tratta sempre di pensare alle possibili evoluzioni di una situazione e, sia che siano positive, sia negative, posso usare il verbo promettere:

Il cielo promette pioggia

La serata promette bene

La serata promette male

Il ragazzo non promette nulla di buono: ha cominciato l’anno scolastico con due brutti voti.

Si usa anche nella formula “nulla di nuovo”. Vi faccio un esempio.

Oggi piove e domani? È difficile che le cose cambieranno. Il tempo non promette nulla di nuovo per domani.

Da notare che l’aggettivo promettente ha invece solamente un accezione positiva:  “Gianni è un promettente calciatore” o “abbiamo un futuro promettente davanti”.  Promettente allora significa che dà bene a sperare per il futuro:

Un giovane promettente; uno studente promettente, un attore promettente, un inizio promettente, un affare promettente. Tutte le cose promettenti fanno pensare solamente ad un futuro positivo.

Adesso un bel ripassino.

Marcelo: Un ripassino hai detto? Adesso sto facendo una passeggiata e più tardi sono stato commissionato per un lavoro molto importante. Allora non posso assumere questa incarico! Dolente!

Ulrike: Hai capito Marcelo! Perfino durante una passeggia se ne esce con un ripasso. Ce ne fossero di studenti come lui!

Irina: Magari potessi annoverarlo tra i miei studenti. Lo porterei ad esempio in tutte le classi. I miei alunni, invece, dicono senza pudore e remora, che non amano sedersi alla scrivania per darsi allo studio.

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promettere

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893 Tanto di quel

Tanto di quel (scarica audio)

Trascrizione

Hartmut: C’è tanto di quel materiale su italiano semplicemente che non si sa da dove iniziare!

Giovanni: Questo modo di usare “quel” potrà sembrare strano a molti studenti della lingua italiana, ma vi assicuro che è molto usato dagli italiani.

Tanto di quel” si può usare in sostituzione di “talmente” ed è un modo più enfatico per esprimere una quantità elevata o un livello elevato. Parliamo di un eccesso di quantità, di una quantità eccessiva, di un livello eccessivamente alto, esagerato, talmente esagerato che ci sono delle conseguenze.

Proprio queste conseguenze vogliamo sottolineare, altrimenti andrebbe bene anche solo dire:

C’è tanto materiale su Italiano Semplicemente.

Oppure anche:

C’è tanto materiale su italiano semplicemente che non si sa da dove iniziare!

Quindi si può anche evitare di usare “tanto di quel” ma se lo facciamo sottolineiamo ancor più questo eccesso e le sue conseguenze.

Quindi ecco due frasi del tutto equivalenti:

C’è tanto di quel rumore che non riesco a dormire

C’è talmente tanto rumore che non riesco a dormire

Potete usare una di queste due forme a vostra scelta.

Ciò che vale per quel, vale anche per quello, quelli, quella, quelle, quei e quegli:

Vorrei darti tanti di quei baci da stordirti.

Ho mangiato tanto di quel cibo che mi sento scoppiare

È successo tante di quelle volte che ormai sono abituato.

Si è misurata tanti di quegli abiti da arrivare all’ora della chiusura del negozio!

Notate che la seconda parte della frase (sebbene non sia obbligatoria), con la quale esprimiamo la conseguenza dell’eccesso di cui parliamo, inizia sempre con “che” oppure “da”. In questo secondo caso poi c’è sempre un verbo.

Se la seconda parte della frase non c’è, si lascia spazio all’immaginazione oppure è un segno di sconforto, oppure più in generale la conseguenza è facilmente immaginabile:

Non c’è niente da fare, Maria non vuole uscire con me. Mi arrendo. Gliel’ho chiesto tante di quelle volte…

Questo è un evidente segno di sconforto.

Un’ultima cosa. Non sempre possiamo usare “tanto di quel” in sostituzione a “talmente”. Es:

Sono talmente stanco che dormirei 2 giorni.

Perché non posso farlo? Semplicemente perché manca il sostantivo.

Dovrei cambiare la frase:

Ho tanto di quel sonno che dormirei 2 giorni.

Altre volte non posso farlo perché non sto esprimendo un eccesso:

Questa frase ha talmente poco senso che sembra essere stata inventata.

Questo vuol dire che “talmente” ha un uso più ampio rispetto a “tanto di quel” perché esprime qualcosa di eccessivo in entrambi i sensi (troppo e troppo poco) e poi si usa anche davanti agli aggettivi.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente (in preparazione)

Marcelo: avete mai visitato i Sassi di Matera? E la valle del Chianti in Toscana? Ci sono tanti di quei posti da vedere in Italia…

Flora: a proposito della valle del chianti, è proprio il luogo dove avverrà la prossima riunione dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente il prossimo giugno. Saremo almeno 20 persone. Io mi precipito a prenotare un posto!

Anne Marie: ho sentito dire che una intera villa con 13 stanze potrebbe non bastare! Casomai ne prenderemo una ancora più grande.

Mary: io verrò di sicuro, anche a costo di sprecare tutte le ferie.

Hartmut: sprecare è un parolone!

Edita: ben detto, non sia mai arriva un altro virus! Meglio godersi la vita!

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892 La nota dolente, un nervo scoperto, toccare un argomento

La nota dolente, toccare un argomento (scarica audio)

Trascrizione

Quando c’è un argomento che una persona ha paura di affrontare, quando cioè non ne vuole parlare, non vuole affrontare quel discorso perché ha paura di qualcosa o perché gli provoca una qualche forma di sofferenza o sentimento negativo, possiamo parlare di nota dolente.

Abbiamo già parlato della “nota” nell’episodio dedicato all’espressione “degno di nota” ma in quel caso si parlava del verbo notare e dell’importanza di qualcosa o qualcuno.

Stavolta invece per capire il termine “nota” della nota dolente, dovete pensare alle note musicali: do, re, mi, fa, sol, la, si. Queste sono le sette note musicali.

Le note si ascoltano, giusto?

Allora le note dolenti sono, in senso figurato, le cose spiacevoli a udirsi, ad ascoltarsi, insomma le cose che non si vorrebbero udire o di cui non si vorrebbe parlare. Sono dolenti, cioè fanno male, provocano dolore ascoltandole.

Proprio come la frase “degno di nota“, anche le “note dolenti” derivano da Dante Alighieri che ha usato per primo questa espressione.

Dante si riferiva alle voci di dolore, le voci di persone che si lamentano per il dolore. Ci troviamo nell’inferno quindi parliamo della Divina Commedia.

Ora incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or sono venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Nel linguaggio quotidiano, le note dolenti (o dolenti note, se volete essere più poetici) sono, come vi dicevo all’inizio, le questioni che non si vogliono affrontare perché provocano una qualche forma di sofferenza.

Sempre pensando alle note musicali, allo stesso modo si può parlare di “tasto dolente” .

Infatti ogni nota, quando si suona uno strumento, corrisponde ad un tasto. Allora un “tasto dolente” è proprio come una “nota dolente”.

Vediamo qualche esempio:

Se siamo in famiglia e stiamo parlando tutti insieme, io ad un certo punto potrei chiedere ai miei figli:

Avete fatto i compiti per domani?

Se nessuno risponde, posso aggiungere:

Ah, ho forse toccato una nota dolente?

È un tasto dolente?

Ho premuto un tasto dolente?

Toccare una nota dolente” o “premere un tasto dolente” è esattamente come “toccare un argomento delicato”, che si vorrebbe evitare.

Si usa il verbo “toccare” con le note, perché è come se si toccasse una parte del corpo che fa male, perché ferita ad esempio.

Ogni volta che si affronta un argomento delicato si può usare il verbo toccare.

Ragazzi, ormai avete 30 anni, e siete fidanzati da 10 anni. Posso toccare l’argomento matrimonio oppure è una nota dolente?

Una argomento può essere delicato per diversi motivi.

Se un mio caro amico è scomparso da poco tempo, parlarne è sicuramente una nota dolente per me.

Apriamo una breve parentesi sull’aggettivo dolente.

Dolente, significa, come ho detto, “che fa male”, “che provoca dolore”.

Ad esempio, se ho una gamba che mi fa male, posso mettere una crema sulla parte dolente.

Se invece andate dal dentista per un dolore che avvertite, potrebbe chiedervi:

Qual è il dente dolente?

Cioè: quale dente ti fa male?

Si tratta di un aggettivo particolare, perché si usa spesso anche nel linguaggio di cortesia per indicare dispiacere per un fatto accaduto.

Es.

Sono veramente dolente per quanto è accaduto a sua moglie.

Quindi questo significa che sono dispiaciuto, addolorato, spiacente.

È però un’espressione di maggiore cortesia dire “sono dolente”.

A volte si può anche evitare il verbo essere in espressioni come queste:

Dolente, ma non posso aiutarla

Sono dolente per quanto è successo

sono dolente dell’accaduto

sono veramente dolente di non poter accettare il vostro invito.

Abbiamo già visto un’espressione del tutto simile: “cogliere sul vivo“, che si usa più spesso quando volontariamente si tocca un tasto dolente.

Inoltre esiste anche l’espressione “toccare un nervo scoperto” che ha lo stesso utilizzo. A voi la scelta di quale usare a seconda dell’occasione.

Adesso ripassiamo. Spero non si tratti di una nota dolente…

Anne Marie: da oggi abbiamo un nuovo membro. Benvenuto a Paulo dal Brasile, che con ogni probabilità si è iscritto perché innamorato della lingua italiana; come tutti noi, del resto.

Edita: Ciao Paulo, si dà il caso che tu sia adesso membro del miglior corso d’italiano online mai creato!

Marcelo: benvenuto Paulo. Sono Marcelo, argentino però abito in Uruguay, a Maldonado. La prima cosa che dovrà fare il tuo tutore brasiliano Andrè sarà insegnarti a sapertela giostrare con tutto il materiale a nostra disposizione nel sito e su google Drive! Come la vedi André?

Andrè: volentieri, caro Marcelo! Sono sicuro che Paulo si cimenterà nell’italiano, e prima o poi potremmo unire l’utile al dilettevole , ossia verremo a casa tua per una bella chiacchierata e per assaggiare un vino uruguaiano.

Albéric: ciao Paulo, che tu sia a carissimo amico oppure di un livello più elevato, è sicuro che se non ti risparmierai potrai migliorare il tuo italiano!

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nota dolente domande

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891 Come ti viene?

Come ti viene?

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Ma come ti viene?

Se qualcuno vi fa questa domanda, non è un buon segno! Infatti significa che avete detto o fatto qualcosa di molto strano, che questa persona non condivide e non gradisce.

Come ti viene?

Ma come ti viene?

Un’espressione colloquiale che spesso significa semplicemente:

Come ti viene in mente?

Come fai a pensare queste cose?

C’è dunque una disapprovazione, perché evidentemente hai fatto un pensiero apparentemente strano, hai detto qualcosa di poco logico o sei giunto a una conclusione bizzarra, o fantasiosa, creativa, nella migliore delle ipotesi.

C’è quasi sempre un giudizio negativo.

Spesso si aggiunge “dico io”.

Ma come ti viene, dico io?

C’è anche un po’ di ironia, del sarcasmo in questo giudizio, quindi è un commento anche irrispettoso per un pensiero non condiviso perché giudicato veramente strano, illogico o persino assurdo.

Altre volte invece l’espressione “come ti viene“, espressa in forma di domanda, non è l’abbreviazione di “come ti viene in mente”, ma è più una critica a una reazione spontanea.

Siamo molto vicini comunque nell’uso.

Il primo uso è più rivolto alla stranezza del pensiero, dell’idea, giudicata troppo fantasiosa e illogica o sbagliata; il secondo è più una critica alla spontaneità e più spesso ai comportamenti che ai propri pensieri.

Abbiamo già visto insieme l’uso di “uscirsene“, ricordate? Spesso, le due espressioni si somigliano, quindi “come ti viene?” in questo secondo utilizzo, somiglia molto a “come te ne esci così?”

Anche qui c’è un giudizio negativo.

Usare il verbo “venire” può sembrare strano, ma spesso anche quando si vuole esprimere un pensiero istintivo, spontaneo si usa dire:

Mi viene da pensare…

Mi verrebbe da dire…

Mi viene spontaneo…

Mi viene naturale…

Il verbo venire indica in questo caso qualcosa di spontaneo, un pensiero, il primo pensiero che viene in mente, la prima cosa che viene in testa.

Allora “come ti viene?” esprime incredulità per una frase pronunciata, per una battuta fatta, o per un’azione fatta, che sembra come minimo molto strana, ma spesso si disapprova fortemente quanto si è appena ascoltato perché va contro la logica o è contrario a determinati valori o comportamenti che si danno per scontati.

Vediamo qualche esempio:

Una donna trova del rossetto sulla camicia del marito.

Lei pensa e dice (giustamente) che il marito la abbia tradita, ma il marito prontamente risponde:

Ma come ti viene in mente che io ti tradisca?

Oppure:

Ma come ti viene?

Cioè: come puoi pensare questo? Perché sei giunta a questa conclusione? Cosa te lo fa pensare?

In questo modo il marito vuole far sembrare strano e illogico il pensiero della moglie.

Un altro esempio:

Vedo mio fratello che si fa il bagno al mare nel mese di gennaio con una temperatura di 3 gradi. Allora posso dirgli:

Ma come ti viene di farti il bagno con questo freddo?

Cioè: come ti viene in mente di farti il bagno con questo freddo?

Ma come ti viene di fare una roba del genere?

C’è chiaramente stupore e disapprovazione per qualcosa di illogico, di non comprensibile. Sembra si stia chiedendo una spiegazione, perché la frase è espressa in forma di domanda, ma in realtà è una domanda retorica.

Si può anche mettere il punto esclamativo al posto del punto interrogativo.

Ma come ti viene!

In questo esempio è esattamente come dire “come ti viene in mente di fare/dire/pensare” eccetera eccetera.

Un terzo esempio:

Tu mi dici che sei stufo della vita che fai e allora hai deciso improvvisamente di licenziarti dal lavoro e andare a fare il senzatetto, il cosiddetto “barbone”.

Ma come ti viene?

Ma come ti viene di licenziarti e andare a fare il senzatetto?

Cioè: Ma come ha fatto a venirti in mente di licenziarti e soprattutto di fare una vita da senzatetto? Sei impazzito? Qual è la logica?

Questo esempio è una via di mezzo tra i due utilizzi di cui vi ho parlato perché si sta commentando un’azione che sembra improvvisa, spontanea, naturale.

In qualche caso poi “come ti viene” può esprimere un complimento, un apprezzamento per la spiccata fantasia, creatività o la presenza di spirito. Infatti potrei fare una battuta spiritosa, potrei commentare qualcosa che denota creatività e allora la reazione di qualcuno potrebbe essere questa:

Ma come ti viene?

Cioè:

Come ti vengono queste battute?

Come fanno a uscirti spontaneamente questi pensieri?

Se invece questa spontaneità non è gradita, evidentemente si tratta di una critica.

Ad ogni modo il verbo venire si associa alla spontaneità, a un pensiero o delle parole che vengono spontaneamente, che nascono senza pensarci, in modo naturale.

Adesso un bel ripasso all’insegna del nuovo anno.

Marguerite: vuoi proprio un ripasso all’insegna dell’anno nuovo Gianni? Ma come ti viene, dico io. A inizio anno un ripasso conforme a caratteristiche ancora ignote, ma come si fa? Mi spiace, veditela tu.

Ulrike: E ti pareva, il solito bastian contrario! Smorza i toni Marguerite e facci sapere i tuoi propositi e speranze per il nuovo anno.

Marcelo: Anch’io sono del tuo stesso avviso Ulrike. Fare dei ripassi ogni giorno è utile per dare il nostro meglio quando ci esprimiamo in italiano. Per me sono sempre congeniali al mio modo di imparare!…. Tutt’al più occorre lavorare un po’ più rispetto allo studio della grammatica, ma che vuoi!

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come ti viene?

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890 Sotto Natale

Sotto Natale

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Continuiamo a parlare di prossimità e di imminenza, dopo aver visto differenti episodi in merito: la soglia, a ridosso, alle porte, e la vigilia.

Oggi parliamo del termine “sotto” che ugualmente, oltre agli altri mille utilizzi, può avere un senso legato al tempo e in particolare può indicare prossimità, vicinanza, imminenza.

Ad esempio, oggi è il 28 dicembre quindi siamo sotto le feste natalizie, siamo, al limite, anche sotto Natale, ma non siamo certamente sotto Pasqua.

Qualcuno poi, se sta studiando intensamente perché ha un esame nei prossimi giorni, può dire di essere sotto esame.

In questo caso si può dire anche durante l’esame stesso, proprio nel momento dell’esame.

Si dice anche, allo stesso modo, essere sotto anestesia, ma in questo caso solamente quando abbiamo effettivamente l’anestesia che sta facendo effetto.

Non possiamo usare “sotto anestesia” per indicare un periodo immediatamente precedente.

Questo utilizzo di “sotto” legato alla vicinanza, all’imminenza di un avvenimento particolare, non si può usare però per qualunque evento.

Si usa spesso nel linguaggio informale nel caso delle festività, e dunque se siamo sotto Natale vuol dire che siamo vicini al Natale, quasi sempre poco prima o al limite all’interno del periodo delle feste natalizie.

Spesso, questo utilizzo di “sotto” trasmette un’emozione come stress o preoccupazione:

Non possiamo andare sotto natale a Roma, i biglietti sono troppo cari.

Anche il fatto di essere sotto esame è abbastanza stressante, e figuriamoci quando siamo sotto anestesia.

La stessa cosa accade con essere sotto botta (informale, per descrivere un momento difficile, successivo a un evento negativo), sotto stress, cioè essere in un particolare periodo stressante per via di qualche attività preoccupante o di qualche avvenimento che desta preoccupazione, come un esame, ma non solo.

Non mi soffermo a analizzare tutti gli usi di “sotto” perché li vedremo in altri episodi di questa stessa rubrica.

Vi dispiace? Ma no, dai, scommetto che sotto sotto siete contenti di questo!!

Adesso ripassiamo un po’:

Flora: non so se è molto attinente all’episodio di oggi, ma vorrei farvi notare che l’anno nuovo è ormai alle porte! È il momento dei buoni propositi! Voi ne avete?

Sofie: quest’anno niente. Comunque spesso non riesco a dare seguito a tali propositi.

Rauno: A volte ho preso buoni proposti per l’anno nuovo, ma ogni tre per due la misura è stata colma dopo qualche mese. A me non risulta utile pormi troppe regole.

Estelle: Appena iniziato l’anno è già finito! Mi impegno ad ascoltare tutte le lezioni dell’anno passato! Ho abbozzato un piano che non ti dico!

Marcelo: Rauno, è vero! Su questo, andiamo proprio a braccetto. Cerco di vivere ogni momento seguendo un comportamento retto e corretto. Se mi succederà poi qualcosa di buono che non mi aspettavo, sarà tanto di guadagnato.

Peggy: raga, dai, diciamoli questi benedetti propositi, senza troppe remore, tanto per parlare e senza troppe responsabilità. Alle perse, li diremo ex novo alla fine del 2023.

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Essere sotto Natale - esercizi

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889 La vigilia

La vigilia

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Dopo aver visto la soglia, a ridosso e alle porte, oggi parliamo della vigilia, che si può usare in modo abbastanza simile.

Infatti il termine vigilia non si usa solo per indicare la Vigilia di Natale, la Vigilia di Pasqua, o di capodanno.

Sappiamo che quasi sempre si sta parlando del giorno precedente (cioè del giorno che precede) una solennità religiosa.

Quindi, ad esempio, la Vigilia di Natale è il 24 dicembre di ogni anno. Si tratta del giorno prima, più informalmente.

In realtà, per un qualunque evento che consideriamo importante possiamo indicare il giorno precedente come la vigilia:

La vigilia del mio compleanno

La vigilia del nostro anniversario di matrimonio

La vigilia dell’esame di italiano

Ecc.

Ancora più in generale però, non solo si può trattare del giorno precedente, ma del tempo, del momento immediatamente precedente un determinato evento. Non nello stesso giorno però.

Allora non è sempre detto sia esattamente il giorno precedente. Si parla di un momento vicino precedente.

Mi sono ammalato proprio alla vigilia della partenza per le vacanze in Italia.

Quindi mi sono ammalato poco prima di partire per l’Italia. Ciò che conta è che non sono potuto partire e non è detto sia esattamente il giorno precedente.

Siamo alla vigilia della terza guerra mondiale.

Questo spero sia solo un altro esempio…

Vigilia, notate bene, ha solo sette lettere, quindi è vigilia e non “vigiglia”, che fa rima con vaniglia e pastiglia.

La pronuncia è quasi la stessa, e veramente “vigilia” ha una pronuncia più semplice rispetto a vigiglia. Meno male!

Bisogna ricordarsi che per usare il termine vigilia, si tratta sempre di un evento di una certa importanza, religioso o non religioso, positivo o negativo. Generalmente poi, parlando di eventi (la vigilia si usa praticamente solo in caso di eventi), se vogliamo fare dei confronti – usare “la soglia” trasmette il senso di un limite da non superare, mentre il termine “ridosso” trasmette una maggiore ansia che deriva dal fatto che il tempo che manca sta diminuendo sempre di più e poi “a ridosso”, come abbiamo visto, indica semplice prossimità, vicinanza, quindi si usa anche per eventi all’interno dello stesso giorno (es. Fare una riunione troppo a ridosso di un’altra).

Piccole differenze ma abbastanza importanti.

Adesso ripassiamo qualche episodio precedente.

Hartmut: qual è il peggior regalo che avete ricevuto? Per quanto mi riguarda, bisogna risalire al 1980 per ricordarne uno gradito.

Peggy: Ma va’! Su serio? 42 anni fa? Non ti ha detto proprio bene, visto che ora ne hai 42, segno che non hai mai ricevuto neanche un bel regalo. Poverino/a!

Ulrike: non sapevo che Hartmut fosse già entrato negli anta. Tiene proprio bene gli anni. Comunque buono a sapersi. La prossima volta che mi chiama “zia” con quel tono spiritoso saprò come rispondere!

Marcelo: benché ne abbia ricevuti molti di regali inutili, a me non piace passare per ingrato. Preferisco giudicare le buone intenzioni di chi lo fa! Ce ne fossero sempre di ben intenzionati!

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la vigilia - esercizi

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888 A saperlo, basta saperlo e buono a sapersi

A saperlo, basta saperlo e buono a sapersi (scarica audio)

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Oggi vediamo tre diverse locuzioni in cui si usa il verbo sapere. Sarà forse un episodio più lungo del solito ma vedrete che ne varrà la pena.

Le prime due sono “a saperlo” e “basta/bastava saperlo“, che sono abbastanza simili ma non proprio uguali.

Vi faccio subito qualche esempio con le due locuzioni:

Ieri il mio amico brasiliano André mi ha detto che oggi si sarebbe trovato a Roma. Accidenti, a saperlo mi sarei organizzato! Ormai è tardi, ho altri impegni.

Bastava saperlo un paio di giorni prima!

A saperlo” si usa quando è troppo tardi per fare qualcosa. In pratica stiamo dicendo cosa avremmo fatto se avessimo avuto prima una certa informazione.

A saperlo mi sarei organizzato!

Cioè: se avessi saputo che venivi a Roma, mi sarei organizzato per vederci, avrei organizzato qualcosa, eccetera.

Si può anche dire “(ad) averlo saputo prima”.

Sono modalità colloquiali entrambe che significano “se lo avessi saputo prima”.

Più comunemente, nella lingua parlata si usa “se lo sapevo“, che non è il massimo dal punto di vista grammaticale, ma si sa che la lingua parlata è a volte poco rispettosa della grammatica.

Vediamo altri esempi con “basta saperlo” e “bastava saperlo

Se vieni a Roma, mandami un messaggio. Basta saperlo in anticipo e organizzo qualcosa, se vuoi.

Oppure:

Non ti avvicinare a quel ristorante perché cucinano benissimo ma è molto caro. Basta saperlo, poi vedi tu.

Oppure:

Sappi che puoi tranquillamente andare a fare i regali di Natale il giorno 23 dicembre, ma troverai una bolgia di persone. Basta saperlo.

Oppure:

Mi potevi dire che il ristorante era così piccolo. Bastava saperlo e avrei prenotato altrove.

Quindi c’è qualcosa che non so, che non conosco, che mi ha impedito di fare una certa azione. Se avessi saputo, avrei agito diversamente.

Questa situazione accomuna le due locuzioni “a saperlo” e “basta/bastava saperlo” ma la prima è più informale, riguarda in genere la persona che parla, ed è piu adatta a fare esclamazioni di sorpresa, soprattutto quando ormai è troppo tardi per fare qualcosa.

Si usa spesso insieme a “peccato!”.

Es:

Peccato che eri a Roma e non ci siamo visti. A saperlo avrei organizzato qualcosa.

La seconda invece (basta saperlo) è più adatta quando si tratta di programmare qualcosa, tipo:

Dimmi se vieni a cena stasera, che ti preparo qualcosa di buono. Basta saperlo almeno un’ora prima.

Al passato invece (bastava saperlo) si usa quando ormai è tardi, quindi del tutto simile a “a saperlo“, ma stiamo adesso commentando un evento passato, quindi magari ci stiamo giustificando oppure stiamo rimproverando una persona che non ci ha avvisato prima.

Aggiungo che “se lo sapevo” può sostituire spesso sia “a saperlo“, che “bastava saperlo”, però quest’ultima è più adatta a concludere una frase.

Es:

Se mi avessi detto che venivi a cena, ti avrei preparato qualcosa. Bastava saperlo.

Oppure:

Se mi dicevi che avevi anche un altro uomo oltre me, non mi sarei fatto illusioni. Bastava saperlo.

Riguardo a “a saperlo”, è bene dire che si può trovare anche in frasi diverse, tipo:

Come faccio a saperlo?

Come facevo a saperlo?

Oppure:

Domani pioverà? Si fa presto a saperlo, basta guardare le previsioni del tempo.

In questi casi però il senso è ovviamente diverso.

Passiamo adesso a “buono a sapersi“, una semplice locuzione che si usa quando si riceve un’informazione che potrebbe risultare utile in futuro. Stavolta l’informazione è arrivata e ci potrebbe servire in futuro. Un’informazione potenzialmente utile.

Vieni a Roma il prossimo gennaio? Buono a sapersi, mi organizzo!

Quindi “buono a sapersi” non si usa dopo, ma prima.

Davvero bisogna sempre mangiare la carne insieme alla vitamina c per assorbire il ferro? Buono a sapersi! La prossima volta compro delle arance insieme alle bistecche.

Veramente iscrivendosi all’associazione Italiano Semplicemente si può visitare l’Italia, incontrarsi con gli altri membri e parlare l’italiano in diverse occasioni? Buono a sapersi, così per il prossimo anno ci penserò!

Altri esempi prima del ripasso finale. Usiamo le tre locuzioni imparate:

Hai comprato la carne per cena senza dirmi nulla? Cavolo! A saperlo non avrei fatto la spesa!

Se vai a fare la spesa dimmelo, così non ci vado anch’io.

Basta saperlo. Ok?

Hai già fatto la spesa? Bene, buono a sapersi, così io mi riposo!

Adesso ripassiamo!

Anne Marie: di già? A saperlo avrei preparato un ripasso con calma! come te ne esci così all’improvviso?

Ulrike: ma sai bene che ogni giorno esce un nuovo episodio. Non fare la gnorri, Anne Marie.

Anthony: la fai facile tu che non hai altro da fare durante il giorno!

Komi: dai, non alzate polveroni inutili per una sciocchezza! In compenso io, che non brillo per improvvisazione, sono stato previdente e ho preparato una frase di ripasso coi fiocchi! Almeno spero…

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887 Ce ne fossero

Ce ne fossero (scarica audio)

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Ricordate l’episodio 507 in cui abbiamo parlato di avercene e averne?

Oggi parliamo di un modo assolutamente equivalente per esprimere lo stesso concetto.

Ce ne fossero”.

Questa è la modalità che spesso viene usata dagli italiani per esprimere un apprezzamento, per fare un complimento, per sottolineare l’importanza o la qualità di qualcosa o qualcuno, e soprattutto la difficoltà nel trovare qualcosa di simile.

Nel caso si avercene o averne usiamo il verbo avere; stavolta usiamo il verbo essere, perché “fossero” è il congiuntivo del verbo essere.

Ancora una volta, si sta parlando di esprimere questa importanza attraverso un desiderio, quello che esistano (cioè che ci siano – verbo essere) altre persone o altre cose simili a questa.

Nel caso di “avercene” e “averne” usiamo invece il verbo avere, perché, come si è detto in quella occasione, si esprime il desiderio di “avere” qualcosa o qualcuno di simile alla cosa in questione.

Per capire meglio e imparare a usare questa nuova locuzione, voglio farvi gli stessi esempi dell’episodio che abbiamo dedicato ad “avercene” , ma usando stavolta il verbo essere anziché il verbo avere.

Se allora vogliamo sottolineare che Mario è uno studente perfetto, che studia, uno studente educato e disciplinato, che non crea problemi, rispetto a tanti altri studenti che invece hanno meno qualità, posso dire:

(ad) avercene di studenti come Mario!

Averne di studenti come Mario

Ma anche

Ce ne fossero di studenti come Mario!

Il senso è sempre il medesimo: le qualità di Mario non sono molto comuni (sono merce rara, potremmo dire) e ci piacerebbe avere molti studenti come Mario, oppure ci piacerebbe che ci fossero più studenti come Mario. Vediamo il secondo esempio:

Se io parlo con un amico e dico:
Mio figlio ha un problema a scuola. Non sa se avrà la media del 9 o quella del 10.

Il mio amico potrebbe rispondermi:

(ad) avercene di questi problemi!

Averne di questi problemi!

Oppure:

Ce ne fossero di questi problemi

Anche in questo caso, che usiamo il verbo essere o avere, la risposta è ovviamente ironica.

Non è vero che il mio amico vorrebbe altri problemi come questo. Il senso della battuta è che non sono questi i veri problemi della vita.

Terzo esempio:
Un allenatore di una squadra di calcio, di fronte a delle critiche rivolte ad uno dei suoi calciatori, per sottolineare che lui non è d’accordo, può dire:

(ad) avercene di calciatori come lui!

Averne di calciatori come lui!

Oppure:

Ce ne fossero di calciatori come lui

Qualunque sia la versione che usiamo, ricordiamoci che si usano prevalentemente sia per fare un complimento, sia effettivamente per sottolineare che ce ne sono veramente poche di persone o cose così! Oppure per fare una battuta.

Poi un’ultima cosa. Non possiamo usare “ce ne siano di…” ma solamente “ce ne fossero di”, quindi usare il congiuntivo imperfetto e non il congiuntivo presente.

Questo è fondamentale perché altrimenti non verrete compresi da una persona madrelingua. Anche il tono da usare è importante.

Adesso ripassiamo qualche espressione degli episodi precedenti.

Ci aiuterà come al solito qualche membro dell’associazione Italiano semplicemente.

Ce ne fossero di membri così!

marceloMarcelo: hai chiesto un ripasso Gianni? In questo momento sono alle prese con le cartelle di Google Drive di Italiano Semplicemente per capire se ho tutti gli episodi audio pubblicati sul sito.

Karin: e cosa ti trovo in una delle cartelle?

Peggy: cosa? Non ci tenere sulle spine! Mica ci avrai trovato foto di donne nude!

Edita: ma quali foto nude d’Egitto! Sta parlando sicuramente dei racconti scritti da Giovanni che ci legge il sabato quando gli viene l’ispirazione!

Ulrike: merce rara quei racconti! Ma non voglio sembrare ruffiano!

Irina: chissà che non gli venga ancora l’ispirazione. Capace che più in là magari ne sforna altri. Aspettiamo pazientemente.

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886 Alle soglie

Alle soglie (scarica audio)

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Alle soglie” è il titolo dell’episodio di oggi.

La parola soglia (il singolare di soglie) ha un significato e soprattutto un utilizzo che non è che sia proprio semplicissimo.

Esiste ad esempio la “soglia d’ingresso di una casa” che indica l’ingresso dell’abitazione, il punto da cui si entra in casa. Si usano frasi come: “mi sono fermato sulla soglia di casa”, “sono sulla soglia di casa”, eccetera, quindi la soglia indica il punto in cui si accede all’abitazione.

In genere si usa per indicare il punto in cui ci si trova, sottolineando in particolare che ancora non si è entrati in casa.

Notate che uso “sulla soglia“. Uso il singolare e poi uso “sulla“. Perché sottolineo queste due cose?

Perché in senso figurato (non poteva certo mancare l’uso figurato) il termine soglia indica invece un periodo iniziale di un’età o di una stagione. Questo dice il dizionario.

Es:

Sono alle soglie dei 50 anni.

Cioè ho quasi 50 anni, sto per entrare nei 50 anni, sono lì lì per entrare nei 50 anni. Uso prevalentemente il plurale e col plurale si usa in genere “alle”, ma potete usare anche il singolare “alla soglia”.

Posso comunque dire:

Sono sulla soglia dei 50 anni.

Oppure, un altro esempio:

Siamo alle soglie di una guerra mondiale.

Anche qui, siamo quasi arrivati alla guerra mondiale, manca poco tempo, pochissimo.

Si usa prevalentemente “soglie“, al plurale e si utilizza “alle“, come nel caso precedente.

Si può comunque dire (ma è meno frequente) “sulla soglia della guerra”. In questo caso usiamo “sulla”.

Come vedete ci sono affinità con la soglia di casa. Infatti quando siamo sulla soglia di casa, stiamo quasi per entrare in casa. Ma non siamo ancora entrati.

Dal punto di vista materiale, fisico, ogni ingresso ha una soglia, quindi anche una finestra o un garage.

Vediamo però un altro esempio in senso figurato:

La mia soglia del dolore è molto bassa.

Stavolta non c’è alle o sulla.

In questi casi, a parte il caso della soglia d’ingresso e simili, generalmente la soglia indica un particolare valore.

La soglia del dolore: Parlo in questo caso del livello minimo oltre il quale una sensazione viene percepita come dolore.

Siamo quasi arrivati al livello in cui avvertiamo dolore.

Si dice che la soglia del dolore degli uomini sia più bassa di quella delle donne. Ovviamente usiamo il singolare in questo caso perché ciascuno di noi ha la sua soglia (il suo limite) del dolore.

Notate che quando ho parlato dell’uso figurato, ho parlato dell’inizio di un’età, di un’epoca, di un periodo importante, di una stagione.

Non è usuale utilizzare la soglia però per indicare l’inizio di qualunque cosa.

Se tra cinque minuti inizia il mio lavoro, non si dice che sono alle soglie del lavoro perché si deve tratta di un periodo, un’età, un’era, non di una attività.

Potrei anche dire che sono alle soglie di una crisi di nervi.

Ricordate questa frase? L’abbiamo usata nell’episodio dedicato all’orlo. Solitamente si usa “l’orlo di una crisi di nervi” ma si può usare anche la soglia. È sempre un valore limite.

Poi puntualizziamo che non è proprio l’inizio, ma siamo un attimo prima.

La guerra è imminente? Allora siamo alle soglie di una guerra. La guerra è iniziata? Ancora no.

Sto per avere una crisi di qualunque tipo?

Posso allora dire che sono sulla soglia di una crisi economica/nervosa eccetera.

Ma quante sono le soglie di uso comune?

Oltre a quelle già citate, molto usata è la soglia della vecchiaia.

Se sono sulla soglia della vecchiaia evidentemente mi reputo non più giovane e sento che tra non molto tempo sarò una persona anziana.

Ma la soglia come detto può indicare anche un determinato valore.

C’è infatti, oltre alla soglia del dolore, anche la soglia di rischio, cioè il valore minimo (valore di soglia) oltre il quale un dato fenomeno diventa pericoloso. Dopo quel valore di soglia (si chiama proprio così) siamo in pericolo.

Pensiamo al livello del colesterolo nel sangue. Meglio non superare il valore soglia.

Non bisogna superare, oltrepassare quel valore. Questo vale per tutte le sostanze tossiche ad esempio.

Ci può essere una soglia inferiore, quella di cui abbiamo appena parlato, ma anche una soglia superiore, che è quella da non superare.

Pensiamo alla soglia di età oltre la quale si deve andare in pensione obbligatoriamente. Ci sono tantissime soglie che indicano un valore minimo o massimo.

Diciamo che da un punto di vista tecnico la soglia è un valore massimo o massimo, ma i due concetti visti si avvicinano molto.

Si usano anche molto spesso frasi come:

L’estate è ormai alle soglie.

Si dice anche spesso “alle porte” al posto di “alle soglie”.

Qui, nuovamente, siamo in un momento immediatamente precedente (ci siamo quasi) a qualcosa (all’estate in questo caso).

Se usiamo il termine “porte” (solo al plurale) non indichiamo mai un valore limite (il valore soglia) ma solo un momento immediatamente precedente a qualcosa. Si usa solamente in questo modo: essere alle porte, trovarsi alle porte. Qualcosa è molto vicino, è imminente, è prossimo: qualcosa è alle porte, cioè siamo alle soglie di qualcosa.

Tra 15 anni sarò alle porte della pensione. La vecchiaia è alle porte, e con essa tutti gli acciacchi dell’età. Che volete, in fondo, è sempre meglio invecchiare che non invecchiare, no?

Pensateci e nel frattempo ripassiamo qualche episodio passato.

Mariana: la bellissima finale mondiale tra Argentina e Francia, si è conclusa con l’incoronazione di Lionel Messi. Tutto molto bello, ma avete visto cosa è successo durante la premiazione? Messi è stato ricoperto non solo di applausi, ma anche da una sorta di vestaglia del Qatar. C’è chi dice che questa sia una vera umiliazione a cui non avrebbe dovuto prestarsi.

Rafaela: avrebbe dovuto subito disfarsi di quell’obbrobrio di maglia

Peggy: Ci sono quelli che dicono che sia proprio questa scena che ha fatto venire a galla la differenza tra Messi e Maradona e questo diviene di conseguenza un pretesto per contestare Messi
Che, quanto aclasse, ne ha da vendere anche lui. Ma ti pare che Messi debba essere sempre valutato confrontandolo con Maradona?

Marcelo: beh, differenze ce ne sono eccome! Tanto per dirne una, Lionel segna solo coi piedi.

Irina: non mi sembra il caso adesso di fare polemiche sterili. Viva l’Argentina e viva la Francia. Ce ne fossero di partite come questa finale!

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885 Alle prese (episodio n. 2)

Alle prese (episodio n. 2)

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Alle prese” è il titolo dell’episodio di oggi, molto simile all’ultimo, che si intitolatava “alle perse“.

Lo so, abbiamo già trattato questa locuzione (era l’episodio n. 653), ma un ripasso non fa male. Stavolta però voglio sottolineare aspetti diversi di questa locuzione e volevo farvi notare anche che basta invertire due lettere per far cambiare però completamente il significato: alle perse, alle prese.

La similitudine però è solamente nella scrittura.

Sul web spessissimo, probabilmente come refuso, cioè errore nella battitura, si confondono le due locuzioni e si usa spesso una in luogo dell’altra (cioè una al posto dell’altra).

Quella di oggi (alle prese) è in realtà, come abbiamo già visto, un po’ più lunga: “essere alle prese con” qualcosa.

Si utilizza quando siamo impegnati in una attività in genere non troppo piacevole, che ci impedisce di fare altre cose. A volte persino ci impedisce di pensare ad altre cose. Questo è un aspetto che nel primo episodio non avevo sottolineato.

La prima volta l’attenzione era stata posta soprattutto sulla preposizione “con”.

Es:

Ciao Giovanni, ti disturbo? Hai da fare?

Risposta:

Veramente si, sono alle prese con un mobile che sto cercando di montare.

Quindi questo significa che sono molto impegnato col montaggio di questo mobile e questo (quasi sempre è così) mi impedisce di pensare ad altro o di fare altre cose.

Quasi sempre questa attività è un vero e proprio problema che ci procura noie e fastidi (una noia, per chi non lo sapesse, è un problema, non troppo grave, quindi più vicino a disturbo o fastidio).

Es.

Sono alle prese con un problema che non riesco a risolvere.

Cioè: sto cercando di risolvere un problema che mi dà noia.

Stiamo affrontando un problema difficile, ci stiamo cimentando in un’attività complicata.

Si usa anche dire: trovarsi alle prese con un’attività, un problema.

Quindi potete usare sia il verbo essere che il verbo trovarsi.

Anche questo non l’avevo detto la volta scorsa.

Es:

In questo momento mi trovo alle prese con la polizia che sta controllando i documenti dell’automobile. Ti chiamo più tardi.

Ricordate che quando fate un’attività piacevole, meglio non usare questa espressione. Io ad esempio, se dicessi che in questo momento sono alle prese con la scrittura di un episodio di italiano semplicemente, potrei farlo solo se trovassi complicata questa scrittura, oppure se questo mi impedisce di fare altre cose, in genere più piacevoli.

Non è il mio caso.

Si tratta generalmente di problemi reali, di attività concrete e specifiche che in genere, spesso inaspettatamente, risultano più complicate o lunghe del previsto.

Pertanto, se devo semplicemente e genericamente lavorare e questo mi impedisce di andare in vacanza in Italia, non si usa dire di essere o di trovarsi alle prese con il lavoro.

In questi casi basta usare frasi più semplici, tipo:

Purtroppo dovrò lavorare.

Se non fossi impegnato col lavoro verrei sicuramente.

Invece si può dire:

Non so, potrei essere ancora alle prese con un cliente e non so se riesco a liberarmi.

Recentemente mi trovo alle prese con difficoltà economiche impreviste. Purtroppo non posso venire in vacanza con voi in Italia.

Se non fossi ancora alle prese con la mia malattia, sarei venuto sicuramente.

Adesso vi lascerò alle prese con un bel ripasso degli episodi precedenti, letto da alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Poi, qualora siate membri dell’associazione Italiano Semplicemente potete anche mettervi alla prova con gli esercizi di questo episodio.

Ciao, alla prossima.

Peggy: Gianni, allora se ci lasci alle prese con un bel ripasso degli episodi precedenti… vuol dire che non sarà piacevole?
O volevi solo scherzare? 🙂

Ulrike: Mera ironia mi pare…

Danielle: da molti giorni ormai sono alle prese con un brutto raffreddore. Non è che qualcuno di voi potrebbe darmi dei consigli su cosa fare? Attendo lumi. Grazie.

Marcelo: io direi di andare dal dottore. Magari non è nulla di trascendentale, ma non si sa mai.

Rauno: eccomi qua, sono il dottore. Vieni nel mio studio. Non prendere alla leggeraneanche un banale raffreddore, perché da qualche giorno a questa parte ho visto molti avere la broncopolmonite. Fintantoché siamo in tempo, possiamo evitare di trascurarci, no?

Peggy: che fortuna che hai ad avere un medico così premuroso. Il mio è di una freddezza che non ti dico. Se tanto mi dà tanto, deve avere una vita veramente squallida!!

_ _ _ _ _ _

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884 Alle perse

Alle perse

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Trascrizione

In questo episodio vorrei parlare della locuzione “alle perse“. C’è il verbo perdere.

Come punto di partenza vi dico che abbiamo già incontrato una espressione simile: “perso per perso“. Anche qui c’è il verbo perdere.

Ho detto simile ma non uguale, infatti le due espressioni non hanno lo stesso significato.

“Perso per perso”, come abbiamo visto, indica una situazione in cui è bene fare qualcosa che può portarci dei benefici, considerando che in ogni caso l’obiettivo principale è stato fallito. Questo è molto importante.

Quindi siamo di fronte ad una una situazione ormai compromessa e allora si cerca di ridurre i danni, perché comunque non costa nulla: bisogna quindi salvare il salvabile e minimizzare il danno.

Invece se usiamo “alle perse”, siamo in una situazione simile, ma non è detto che abbiamo una situazione del tutto compromessa. C’è un’ultima possibilità. Ancora possiamo salvare il nostro obiettivo principale.

Abbiamo anche visto un’altra espressione molto simile: “extrema ratio“, che però non è informale come “alle perse“. “Alle perse” spesso somiglia molto a “al limite“, e anche a “tutt’al più“. Alle perse è simile ma tra le altre cose è molto più informale e si usa quasi esclusivamente come modalità colloquiale. Come abbiamo detto anche nell’ultimo episodio, anche “male che va” è informale e più o meno equivalente.

Si apre la strada ad una possibile alternativa, proprio come “al limite”, “tutt’al più” eccetera, ma stavolta si tratta di un’ultima opzione, che si può usare quando e se le altre non dovessero funzionare, come se ci trovassimo in una situazione di emergenza e cercassimo di limitare i danni.

Non possiamo usare di conseguenza “alle perse” in senso positivo (es: “bene che va”, “nella migliore delle ipotesi”) perché il termine “perse” sta ad indicare che le altre possibilità sono “perse”, cioè sfumate, “andate” e quindi non possono più essere utilizzate, non sono più soluzioni reali. Resta in pratica solo un’ultima opzione.

Vediamo qualche esempio:

Sulla terra non c’è più rimasto più nessun uomo. Solo donne.

Una donna commenta:

Non c’è più nessun uomo. Peccato perché adesso, alle perse, mi sarei accontentata anche di mio marito.

Quindi questa donna (molto spiritosa), considerando che suo marito sarebbe stato l’unico uomo sulla faccia della terra, come ultima possibilità sarebbe stata felice anche di avere suo marito. Sempre meglio che niente!

Di solito si prospetta una situazione limite in cui resta solamente una possibile scelta.

Un secondo esempio:

Domani abbiamo la conferenza in cui dobbiamo presentare tutti i numeri del bilancio dell’azienda. C’è stato però un attacco hacker e potremmo aver perduto tutti i nostri dati. Proveremo ugualmente a presentare i nostri dati. Alle perse, potremmo far ricorso alla nostra ottima memoria!

Irina: ciao a tutti. Attualmente mi trovo in Calabria e sono ben 22 gradi.

Edita: beata te Irina, io sto finendo un lavoro e, tra l’altro, sono ancora a carissimo amico.

Rauno: in Finlandia fanno quattro gradi sotto lo zero. Manco fossimo agli antipodi….

Marcelo. Per fortuna qua in Uruguay siamo in estate e il tempo é bellissimo! E’ pressoché impossibile che il tempo ci giochi un brutto scherzo, ma se dovesse minacciare pioggia, appena vediamo la mala parata andiamo a fare bisboccia al riparo a casa mia!

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883 Tutt’al più

Tutt’al più (scarica audio)

Indice degli episodi

Trascrizione

Cosa significa tutt’al più?

Vi posso dire con certezza che i non madrelingua italiana non usano mai tutt’al più.

A questo punto potrei dirvi che neanche i ragazzi italiani, almeno fino ai 18 anni lo fanno. Direi che tutt’al più potrebbero usarlo gli studenti universitari.

I giovani generalmente utilizzano altre modalità per esprimere lo stesso concetto, come ad esempio “al massimo“. Questa va bene sempre.

Spesso si usa anche “nel peggiore dei casi“. Uno straniero però tutt’al più potrebbe usare “nell’ipotesi meno favorevole” oppure “nell’ipotesi più favorevole“.

Spesso, un’alternativa informale, ma molto usata è “male che va” (se va male) ma a volte anche “bene che va” (se va bene) può andar bene.

Vediamo qualche esempio:

Marito e moglie si separano. Devono decidere come dividere le cose che hanno in casa. Il marito dice: la tv, il computer e il tablet li prendo io.

La moglie replica prontamente:

Non sono affatto d’accordo! Tutt’al più posso lasciarti quello scatorcio della tua automobile!

Arrabbiatissima la moglie!

Dunque la moglie è disposta tutt’al più a lasciare l’automobile al marito. Al massimo può fargli questa concessione, non di più.

Spesso c’è l’idea di una concessione massima, appunto; un livello massimo che si è disposti a concedere, come in questo esempio.

Un altro esempio:

Un ragazzo ci prova con una ragazza e le chiede se vuole fidanzarsi con lui. Lei potrebbe rispondere:

Io e te fidanzati? No, mi spiace. Potremo tutt’al più essere amici, ma niente di più.

Che antipatica!

Anche in questo caso “al massimo” è un ottimo sostituito di “tutt’al più”.

Anche “nella migliore delle ipotesi” potrebbe andar bene.

Somiglia molto anche a “al limite“, come a indicare una soluzione ammissibile a malapena o come ultima possibilità.

Un altro esempio:

Quanto costa questo appartamento? 500 mila euro? Tutt’al più potremmo discutere su 400 mila.

Quindi:

al massimo” sono disponibile a pagare 400 mila euro.

Si tratta chiaramente di una limitazione, di porre un limite alla cifra da pagare.

Al limite potremmo discutere su 400 mila euro.

Al massimo potremmo discutere su 400 mila euro.

Nella migliore delle ipotesi potremmo discutere su 400 mila euro.

Queste sono tutte frasi equivalenti.

Ammettiamo adesso di non avere il navigatore satellitare e che vi siate persi.

Non sapete dove andare ma potete comunque provare ad andare diritti e poi, tutt’al più, potete tornare indietro e cambiare direzione.

In questo caso “male che va” è un perfetto sostituto di tutt’al più.

Voi potreste dire ugualmente:

Qualora ci fossimo sbagliati, potremo tornare indietro

Se non è la strada giusta potremo tornare indietro

Se poi vediamo che ci siamo sbagliati potremo tornare indietro

Al limite possiamo tornare indietro

Nella peggiore delle ipotesi torniamo indietro

Dovesse andar male, torniamo indietro

Concludo con un ultimo esempio e poi vi lascio al ripasso del giorno. Se non ci sono problemi con questo episodio noi ci sentiamo al prossimo. Tutt’al più potete ascoltarlo o rileggerlo una seconda volta.

Tutt’al più come avete visto è una locuzione interessante e facile da usare. Quasi dimenticavo di dirvi che tutt’al più si scrive così, ma tutt’al più potreste scriverla anche tuttalpiù – tutto attaccato.

Ripasso a cura dei membri dell’associazione

Marcelo: Un boscaiolo stava tagliando degli alberi che aveva piantato da illo tempore. Era felice che non vi dico che ora fosse giunto il tempo di poterli vendere a Natale.

Edita: Si era fatto in quattro e così riuscì a tagliare ben 15 alberi nel corso dei primi giorni.

Estelle: dopo un po’ però i numeri iniziarono a prendere una brutta piega.

Mariana: di giorno in giorno diventavano sempre di meno. Al che pensò:

Peggy: mannaggia, non riesco a capacitarmi di come i numeri scendano.
Nonostante mi sforzi, taglio sempre meno alberi ogni giorno.

Rauno: a me invece questo non colpisce affatto. Il motivo è palese. Devi riposarti, altro che storie!

Monica: ma va’!

Rafaela: secondo me sarebbe ora di sistemare la sega! Si è consumata e va arrotata!

Sofie: oddio, non ci avevo pensato! Ma pensa un po’. Si sa, il tempo stringeva e ero così occupato a tagliare tutti questi alberi prima di Natale che ho scordato di ritagliarmi del tempo per curare lo strumento.

Estelle: si, posso immaginare, comunque sai, questo discorso vale un po’ per tutto nella vita, che so, la salute per esempio. Coloro che non si prendono cura di sé stessi ogni tanto , può darsi, che paghino lo scotto prima o poi.

Ulrike: parole sante, direi. Ben detto!

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882 Merce rara

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Trascrizione

Il titolo dell’episodio odierno (cioè l’episodio di oggi) è “merce rara”.

Tutti voi sicuramente conoscerete sia il significato del termine merce che dell’aggettivo raro.

La merce è tutto ciò che viene commercializzato, cioè venduto o acquistato, in un negozio o comunque da persone che per mestiere operano nel commercio. La merce riguarda più specificamente i beni materiali che i servizi, sebbene anche i servizi possano essere venduti e acquistati.

Raro invece significa non comune, qualcosa che è difficile trovare, cioè qualunque cosa sia definibile una rarità.

Allora, la merce rara potrebbe essere un prodotto che difficilmente riusciamo ad acquistare perché si trova con molta difficoltà. In effetti può anche essere proprio così.

Questo però è il senso proprio dell’espressione.

Ad ogni modo l’espressione “merce rara” si usa normalmente anche per descrivere qualcosa di diverso da un prodotto in vendita. Allo parliamo di un uso figurato.

Si può parlare di merce rara infatti anche parlando di virtù o comunque di qualità poco comuni, quindi difficili a trovarsi tra le persone o anche tra qualcos’altro che non necessariamente sia della merce.

Che ne pensate dell’onestà?

Merce rara, non è vero?

E l’empatia? Merce rara anche questa?

A volte si usa questa espressione con tono di rassegnazione, dopo che abbiamo ricevuto una delusione per il comportamento di una persona che ci ha procurato problemi di qualche tipo. Altre volte vogliamo invece esaltare la qualità di una persona, sottolineando che questa qualità è merce rara, che quindi poche persone hanno.

In entrambi i casi l’espressione spesso è preceduta da “ormai“, ad indicare che una volta non era così, ma anche per dare più importanza a una qualità.

Ormai la fiducia è una merce sempre più rara.

La passione che Marco mette nel suo lavoro ormai è merce rara

La polenta che fa mia madre ormai è merce rara

Paola porta avanti il suo lavoro con trasparenza e sincerità, merce rara al giorno d’oggi. (volendo si potrebbe anche dire “merci rare” in questo caso, perché stiamo parlando di due qualità).

I membri dell’associazione Italiano Semplicemente sono merce rara; ascoltate che ripasso con i fiocchi che hanno realizzato.

Mary: Stamattina mi sono messa a cincischiare col mio telefono ed ero lì lì per organizzare la mia agenda settimanale quando di punto in bianco mi sono accorta che mancano pochissimi giorni alla fine dell’anno. Sembrava ieri l’inizio di novembre e non riesco ancora a capacitarmi che il mese all’improvviso sia già finito.

Peggy: eh già, puoi dirlo forte! Anch’io mi devo raccapezzare del fatto che novembre sia passato così in fretta e che mi abbia colto all’improvviso il mese di dicembre. Con tutte le faccende che devo ancora sbrigare entro la fine dell’anno, non mi illudo che riesca a compiere ciò che mi ero prefissa di fare.

Hartmut: Dai su ragazzi, datevi una regolata e piuttosto smettetela di girovagare come anime in pena, ché non si fa neanche in tempo a dire dicembre che è già la vigilia di natale.

Estelle: Con tutte le cose che vogliamo fare prima che finisca l’anno, mi vedo costretta ad aggiungere ancora un compito (sono una tradizionalista bell’e buona, lo so) , ovvero quello di comprare i regali di Natale! Nel giro di qualche giorno ci saranno code chilometriche in tutti i negozi. Tutti che vorranno accaparrarsi gli oggetti che quest’anno andranno per la maggiore. Cosa vuoi, pazzia totale!

Marguerite: Vacci piano Estelle, che io per esempio, con tre figlie adolescenti, non potrò mica accontentarle con un qualsivoglia regalo di Natale! Mi sa che anche quest’anno, mio malgrado, il tetto di spesa sarà molto alto e verrà sforato.

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881 Tanto tuonò che piovve

Tanto tuonò che piovve

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Trascrizione

Tanto tuonò che piovve è un’espressione in cui si utilizza l’immagine del tuono, cioè del rumore che viene dal cielo dopo il fulmine.

Tuonare è il verbo in questione.

Il tuono normalmente arriva però prima della pioggia.

Senti come tuona! Rientriamo in casa prima che piova!

Il tuono quindi anticipa la pioggia, preannuncia la pioggia.

In questa espressione utilizziamo i due verbi tuonare e piovere al passato remoto. Tuonò e piovve.

“Tanto tuonò che piovve” è l’espressione , che significa: tuonò talmente tanto che iniziò a piovere.

Non si può utilizzare il passato prossimo, come potrebbe sembrare normale, ma solamente il passato remoto. Il senso sarebbe conunque ben comprensibile, ma questa, lo avrete capito, è una espressione figurata e va usata così com’è, come normalmente accade.

Si parla infatti di qualcos’altro e non delle cattive condizioni del tempo.

Parliamo di quando accade qualcosa che era stato preannunciato da qualche segnale.

C’erano già state delle avvisaglie. Termine questo che si usa soprattutto per indicare i primi sintomi di una malattia e primi segnali di un temporale. Oltre al senso figurato ovviamente.

Qualsiasi avvenimento in fondo, soprattutto quelli negativi, non accade all’improvviso, ma ci sono sempre vari segnali, che vengono chiamati segnali premonitori, proprio come il tuono è un segnale premonitore della pioggia.

Stiamo allora parlando di un vero e proprio proverbio che ci dice di non ignorare gli avvertimenti, ciò che accade, perché potrebbe preannunciare qualcosa di molto negativo.

Vediamo ad esempio l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Non si può dire che non ci siano stati avvenimenti premonitori. Adesso che siamo in piena guerra, possiamo dire “tanto tuonò che piovve“.

In qualche modo è come dire: si capiva che sarebbe accaduto ciò che è successo, perché c’erano tutti i segnali. Il destino era scritto.

L’espressione è adatta per commentare degli episodi, degli accadimenti, e in teoria solo se negativi, per cui nel passato si era capito che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa.

Si trovano comunque anche esempi di semplici conclusioni in qualche modo annunciate, persino se positive.

Dopo aver letto sui giornali per tanto tempo che sarebbe cambiata la proprietà di Twitter, quando alla fine questo diventa realtà si potrebbe commentare questa vicenda proprio così: tanto tuonò che piovve.

Questa è una semplice conclusione annunciata. Che poi le conseguenze siano veramente negative o positive può non essere importante.

In genere comunque la pioggia viene intesa come qualcosa di negativo. Basti pensare all’espressione “piove sempre sul bagnato” per dire che la sfortuna o le disgrazie capitano sempre a chi ha già tanti guai.

Adesso ripassiamo:

Marcelo:
Un giorno, un uomo d’affari, lavoratore indefesso che non vi dico, uno che con gli affari ci sa proprio fare, stava sul lungomare a fare una passeggiata. D’un tratto si accorge che un pescatore stava battendo la fiacca e stava fissando le onde del mare a braccia conserte. Così gli fa:

Mary: Signore, non è che io voglia disturbarla, ma non va a pescare oggi?

Irina: macché!

Khaled: Come mai? Metterei la mano sul fuoco sul fatto che lei piglierebbe tanti pesci oggi. Se non se la prende comoda , molto probabilmente potrebbe fare due o tre viaggi prima che faccia notte. Quanti più pesci porta a casa, tanto più il guadagno cresce. E così potrebbe comprarsi più barche e assumere altri pescatori. Sarebbe un crescendo di guadagno e così via.

Irina: sarà! Ma quale sarebbe lo scopo di tutto questo?

Rauno: Faccia conto di essere già ricco grazie a tanto lavoro fatto. Allora potrà finalmente godersi questo bellissimo posto.

Estelle: Il pescatore allora si guardò l’imprenditore e gli fece:

Irina: Sa, stavo proprio lì lì per farlo prima che arrivasse lei ad attaccarmi il pippone. Ma dimmi tu!

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880 Tanto di

Tanto di (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi, come promesso, è dedicato a “tanto di“.

È interessante perché questa può avere un significato simile a persino, anche, addirittura.

Es:

La Francia è proprio brava a giocare a calcio. Quando la vedo in tv mi levo tanto di cappello!

Cioè: mi tolgo persino il cappello davanti a loro, per rispetto, per ammirazione. C’è spessissimo ironia in queste occasioni.

Tanto di cappello” è un’espressione abbastanza nota e utilizzata. Non è detto ci sia sempre ironia quando si usa. Può trattarsi anche di semplice ammirazione.

Se parliamo di rispetto non siamo affatto ironici comunque:

Es

Tanto di rispetto per chi dedica la propria vita a fare assistenza ai poveri.

Quindi più in generale, “tanto di” può essere seguita da un sostantivo allo scopo di sottolineare qualcosa con enfasi.

Il mio capo è proprio di estrema destra! Oggi sono stato nel suo ufficio e sulla sua scrivania c’era tanto di foto di Benito Mussolini!

Come vedete ha un significato simile a persino, anche, addirittura, ma si può usare anche insieme.

Spesso si usa la preposizione “con“:

Da babbo natale ho ricevuto un bel pacco con tanto di fiocco!

Io sono un cuoco con tanto di diploma!

Oppure: ho (anche) tanto di diploma.

È stata una festa bellissima, con tanto di ballerine, camerieri e champagne! (c’erano tanto di ballerine ecc.)

Notate che in questo caso stavolta non ho usato “con” ma “c’erano) e ho usato il plurale (c’erano tanto di ballerine e camerieri…) che è la forma corretta se ci sono più elementi che seguono.

Ora, bisogna anche saper riconoscere, in una frase, se veramente è questo il senso di “tanto di“. Non sempre è così

Es:

C’era tanto di quel sale nella pasta che non era mangiabile.

Questo è ancora un altro modo di usare “tanto di” seguito da un sostantivo. Si riconosce facilmente non solo perché c’è “tanto di quel, tanto di quei, tante di quelle” ma anche perché c’è “che” nella seconda parte della frase.

Non basta quindi che ci sia la preposizione “di”, affinché la frase abbia un unico significato. Posso farvi anche altri esempi:

Non importa se non c’è nulla da mettere sotto i denti, tanto di mangiare non ne ho proprio voglia.

C’è tanto di buono, di nobile e di vero, nel tuo carattere!

Dietro quel sorriso innocente c’è tanto di più di quanto si pensi!

C’è tanto di Giovanni in queste sue poesie.

Bisogna accontentarsi di quello che abbiamo trovato, non c’è tanto di meglio sul mercato.

Vi lascio soli perché immagino abbiate tanto di cui parlare

Qui fa freddo tanto di notte quanto di giorno (in questo caso posso sostituire “tanto” e “quanto” con “sia”)

Come avete visto, non è neanche sufficiente che ci sia un sostantivo, purtroppo.

Vediamo un ultimo esempio:

Hanno licenziato Giovanni perché pare che abbia rubato il portafogli ad un collega. C’è tanto di video a dimostrarlo!

A volte, come in questo caso, il sostantivo che segue serve a dimostrare qualcosa. Ricordate l’esempio precedente del diploma da cuoco? Anche in quel caso c’è una prova, una dimostrazione, e infatti il diploma dimostra che sono un cuoco, come il video del furto è a dimostrazione della colpevolezza di Giovanni.

Lo stesso si può dire, in misura più o meno evidente, in quasi tutti gli esempi: il fiocco è ciò che caratterizza un pacco regalo; se mi tolgo il cappello è segno che esprimo ammirazione.

Sono sicuro che l’episodio di oggi darà tante buone occasioni per mettersi alla prova durante i prossimi ripassi.

A proposito, eccovi quello di oggi.

Irina: tenetevi forte ché vi racconto cosa mi è accaduto.

Hartmut: Dai, raccontamelo, non tenermi sulle spine!

Irina: dunque, facevo due passi nel bosco per prendere una boccata d’aria come sono solita fare di sera. Di punto in bianco è sbucato nientepopodimeno che un cinghiale! Mi ha preso una fifa blu che non vi dico! Sembrava avermi presa di mira e stavamo a tu per tu. Mi guardavo intorno ma non c’era un rifugio. Avevo sentore che fossi spacciata. Avevo a portata di mano solo un bastone. Ero decisa di prendere il toro per le corna come non mai! Fortuna ha voluto che il cinghiale è scappato e così ho buttato via il bastone, che sì è rotto in una caterva di pezzi. Era proprio marcio!

Hartmut: Dai, che sciocchezze ci racconti! Non ci credo neanche per sogno.

Irina: macché sciocchezze! È tutto vero, altro che storie!

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esercizi episodio 880 - domande

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879 Tanto di guadagnato, tanto meglio

Tanto di guadagnato, tanto meglio

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Trascrizione

L’episodio di oggi è dedicato alla locuzione “tanto di guadagnato”. In questa locuzione il termine “tanto” non viene utilizzato nel modo classico, nel senso di molto, riferito a un’alta quantità o a un alto livello, ma d’altronde abbiamo già incontrato nei passati episodi altri esempi di utilizzi particolari.

Vi ricordo ad esempio: tanto più, tant’è vero che, tanto quanto, se tanto mi dà tanto, tanto piove, tanto vale ed altre ancora.

È sempre interessante vedere cosa sta vicino a “tanto”. Soprattutto da quello dipende il significato.

Stavolta l’espressione è interessante soprattutto per le prime due parole: tanto di.

È talmente interessante che il prossimo episodio lo dedicheremo proprio a “tanto di“.

Oggi però mi interessa spiegare “tanto di guadagnato” che è una locuzione a sé stante, con un significato specifico.

Guadagnato è naturalmente il participio passato del verbo guadagnare, verbo che solitamente si riferisce al denaro, ai soldi, al ricavato di una vendita o di un’attività, di un lavoro. In questo caso però non necessariamente parliamo di soldi ma semplicemente di qualcosa di positivo.

Tanto di guadagnato” infatti si utilizza quando ci potrebbe essere la possibilità che si verifichi un evento che può portare qualcosa di positivo (ad esempio per me). Sembra complicato vero? Non è così, vedrete.

Questo possibile risultato positivo poi è spesso indipendente dalla mia scelta o dalla mia volontà. Si tratta a volte di un vantaggio inaspettato, ma ad ogni modo questo vantaggio è ottenuto come sovrappiù. Niente di così importante ma comunque sempre positivo.

Potremmo dire quindi che rappresenta un di più di cui si potrebbe anche fare a meno, ma se viene, è benaccetto, è gradito.

Questo vantaggio in pratica potrebbe accadere o non potrebbe accadere, ma se dovesse accadere ne sarò lieto, sarò felice di questo. Sarà una bella notizia. Se accadrà, sarà tanto di guadagnato. Non dipende quasi mai da me però, quindi in questi casi non posso saperlo.

Si usa sempre il verbo essere, anche se spesso non si usa alcun verbo.

Vediamo qualche esempio.

Vado a riscuotere lo stipendio. Mi è stato detto che solo per questo mese ci sarà un piccolissimo aumento. Non mi faccio illusioni, ma se fosse così, (sarà) tanto di guadagnato.

Si dice anche, con lo stesso significato, “tanto meglio”. Solo a volte si possono usare meglio ancora o “ben venga“. In quest’ultimo caso il verbo essere non va mai usato.

In ogni caso si mostra in questo modo il proprio gradimento per un eventuale avvenimento.

Es:

I miei dipendenti hanno assicurato che faranno almeno la metà del lavoro entro stasera. Tutto ciò che verrà fatto in più sarà tanto di guadagnato.

In questo caso il verbo essere è obbligatorio.

Qualora la frase iniziasse con “se”, “nel caso in cui” e simili, potete normalmente decidere voi se mettere il verbo, che, ormai lo avete intuito, è sempre al futuro:

Se dovesse accadere, (sarà) tanto di guadagnato

Qualora arrivasse l’aumento, (sarà) tanto di guadagnato

Devo dire alla cliente che non è obbligatorio pagare per questo servizio, ma se vuole pagare (sarà) tanto di guadagnato.

Ogni volta c’è sempre un tono di soddisfazione verso questa positiva eventualità, ma come ho detto, si tratta di qualcosa in più, qualcosa di non molto importante, ma comunque qualcosa di gradito che se arriva, bene, altrimenti, pazienza.

Per concludere, mi rendo conto che in questo episodio ho utilizzato molte espressioni, locuzioni e molti termini che sono già stati oggetto di passati episodi (per questo forse sarò soggetto a critiche da parte di qualcuno), ma, come si suol dire, avete voluto la bicicletta e adesso pedalate.

Come se non bastasse adesso, dulcis in fundo, vi tocca anche un bel ripasso da parte di alcuni membri dell’associazione Italiano Semplicemente che da par loro, non vogliono lasciare nulla di intentato per migliorarsi.

Marcelo: Recentemente mi sono imbattuto in una storiella all’insegna della percezione positiva. Ve la racconto. C’era un tizio che, per arrotondare, faceva un lavoretto come muratore per il suo dirimpettaio.

Peggy: Si adoperava per mettere tutte le 100 pietre con cura a precisione affinché il muro fosse fatto con i fiocchi, come era solito fare.

Ulrike: Appena finito, fece un passo indietro a guardare con orgoglio il suo capolavoro. Di punto in bianco si sentì un urlo.

Estelle: uuhhh, Mannaggia. Non può essere!! Ho messo due pietre storte. Che obbrobrio! Non sono altro che una incompetente!

Edita: due minuti dopo o giù di lì passò una signora che disse:

Carmen: Chi ha eseguito questo lavoro? L’ha fatto lei? Veramente un bellissimo muro.

Danielle: Macché! Ha problemi di vista signora? Guardi quelle due pietre lì, sono di uno storto che non le dico!! Balza subito agli occhi, non si è accorta?

Carmen: Come no! Non è che a me sia sfuggito, ma vedo soprattutto che le altre 98 pietre sono messe alla perfezione.

Anne Marie: A ragion veduta, Il tizio dice: Beh, è vero, e si dà il caso che non tutte le ciambelle riescano col buco. Sono stato uno sciocco a concentrarmi sulle uniche due messe storte: quisquilie direi. Ha proprio ragione signora.

Irina: Sai, ora che me ne sono fatta una ragione, me ne frego di questi due mattoni. Mica è un brutto muro in fondo! Grazie, avercene di percezioni positive come la sua. Sarei rimasta delusa senza il suo incoraggiamento.

Carmen: Si figuri, niente di che. Che sarà mai!

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878 Retto e corretto

Retto e corretto

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retta e corretta

L’episodio di oggi è dedicato alla rettitudine. Bella parola questa.

La rettitudine è una caratteristica di alcune persone che vengono chiamate “persone rette”.

Sapete tutti cos’è una retta? Il sostantivo intendo.

La retta si studia a scuola, in matematica. Per carità, non parliamo di matematica; basti sapere che la retta è qualcosa di diritto, senza curve. Tra l’altro, come sostantivo, il termine “retta” ha anche altri significati, come d’altronde anche il maschile “retto“.

A me oggi interessa però maggiormente l’uso di retto e retta come aggettivi.

Retta e retto sono aggettivi per definire una persona, ed esattamente quelle persone che sono “diritte“, proprio come le rette nella matematica, ma lo scrivo tra virgolette, perché non si parla della loro forma fisica ma si fa riferimento al loro comportamento, in particolare ai loro principi morali. I principi morali sono ciò in cui si crede, gli ideali in base ai quali si distingue il bene dal male. Se questi principi sono sani, giusti, onesti, allora parliamo di rettitudine.

Notate la pronuncia: I princìpi e non i prìncipi. Notate la differenza nell’accento. Attenzione alle parole omografe perché quando cambia l’accento cambia il significato della parola.

Una persona retta è quindi dotata di rettitudine, quindi è una persona coerente a una linea di condotta onesta e giusta. La persona retta si comporta sempre in modo giusto e onesto.

Si può fare un parallelismo con la retta, che, coerentemente, va sempre in avanti senza fare strane curve. La persona retta si comporta così perché crede nella giustizia e nell’onestà e risponde a quella morale che gli impone un tale comportamento. La retta invece risponde solamente ad una equazione.

Potremmo dire che questa persona, se è retta, allora sicuramente è anche corretta, quindi si comporta correttamente con gli altri.

Questa però si chiama semplicemente correttezza. Una persona corretta non ti imbroglia, non ti frega, non dice bugie, non cerca di approfittare di situazioni favorevoli per trarne dei vantaggi personali a scapito di altre persone.

Prima invece parlavamo della rettitudine, cioè la assoluta conformità ai principi morali, che si riflette in una condotta di assoluta onestà e probità. Si parla di una persona proba. Avete presente la canzone di Fabrizio De André?

Un uomo onesto, un uomo probo, tralalallalla tralallalero… s’innamorò perdutamente d’una che non lo amava niente…

La canzone si chiama “la ballata dell’amore cieco o della vanità”.

Il termine probità si usa meno ma non fa certamente male conoscerne il significato.

La probità è un termine molto adatto in alcune circostanze:

Per esempio la probità di un magistrato, di uno studioso, la probità di vita e di costumi.

Il senso della moralità è forse persino più forte rispetto al termine rettitudine.

La rettitudine è una grande virtù, e una persona retta è per forza anche una persona corretta.

A volte però si dice che una certa persona è “retta e corretta”. Un semplice giochino di parole che serve però a rafforzare il concetto.

Parliamo si una persona di sani principi che non si comporta mai scorrettamente. In pratica ci si può fidare ad occhi chiusi di una persona retta e corretta.

E’ un po’ come dire:

Una persona correttissima e affidabile

Una persona onesta e corretta

Una persona nota per la sua estrema correttezza

eccetera

Proprio perché è un modo per rafforzare, per enfatizzare il concetto, non possiamo dire che una persona è molto retta e corretta, per lo stesso motivo per cui perché non si può dire “persona molto correttissima”.

Un’altra cosa: “retta” si può usare non solo per descrivere una persona, ma anche la vita di questa persona.

Es:

Dio apprezza e ricompensa in eterno coloro che vivono una vita retta e corretta.

Inoltre, ci si può comportare in modo retto e corretto. Quindi parliamo di un comportamento retto e corretto.

Anche una buona educazione può essere definita retta e corretta.

Parliamo di un’educazione che è basata su sani principi come il rispetto del prossimo, l’onestà e la giustizia.

Ugualmente, una “via” retta e corretta è una direzione di vita impostata ai più sani principi morali.

Vi faccio un ultimo esempio.

Io non sono un evasore fiscale, anzi, sono da sempre retto e corretto e quel poco che guadagno lo dichiaro tutto allo Stato a costo di fare la fame!

Adesso ripassiamo:

Edita: se è un ripasso che vuole Giovanni, dovrà aspettare. Piu’ in là avrò un po’ di tempo! Ho comunque sentore che questa risposta non gli sconfinfererà.

Rauno: andateci un po’ piano con Giovanni oggi, che ha ancora il magone per via dell’assenza dell’Italia al mondiale del Qatar. Potrebbe pure essere irritato quindi sappiate che è da prendere con le molle.

Danielle: ma è possibile mai, cara Edita, che non c’e’ una volta, dico una che è una, che tu non esordisca prendendo per i fondelli Giovanni quando chiede un ripasso?

Marcelo: non preoccuparti cosi’ tanto, Danielle. Giovanni è uno che sa prendere con filosofia le prese in giro di Edita. Comunque sfondi una porta aperta perché aspetto con ansia il giorno che lui farà piazza pulita, qui nel gruppo, e cosi facendo ci scrolleremo di dosso Edita una volta per tutte. Di dosso… ho usato un eufemismo. Volevo dire che ce lo toglieremo dalle scatole.

Anthony: Quanto a eufemismi, hai appena fatto il bis! Sei sempre stato incline agli eufemismi! Che finezza!

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esercizio -  domande episodio 878

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877 È che…

È che… (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi è dedicato ad una brevissima locuzione con cui si può iniziare una frase. “È che”.

Probabilmente vi ricordate della locuzione “non è che“. Stavolta però non abbiamo la negazione, e togliere la negazione non significa sempre che il significato è l’opposto.

A dire il vero a volte “è che” si utilizza anche insieme a “non è che” e si usa proprio in senso opposto per sottolineare ciò che voglio dire. Prima nego una affermazione e poi aggiungo qualcosa, poi spiego meglio.

Ad esempio:

Non è che mi sono scordato del tuo compleanno, è che ricordavo fosse ieri.

Raramente però le due locuzioni si usano insieme a questo scopo. Vediamo allora di aggiungere qualcosa in più per capire come si usa “è che“.

Nel linguaggio colloquiale è molto frequente. Più difficilmente si trova anche per iscritto.

Questa locuzione si usa per dare una risposta, spesso per dare una giustificazione oppure come semplice commento.

Questo lo avevamo detto anche nell’episodio dedicato a “non è che”, a proposito di uno dei suoi utilizzi.

In questi casi si tratta di spiegare un motivo per cui accade qualcosa, ad esempio quando ci si deve giustificare, quando si deve trovare una scusa per giustificare un comportamento proprio o di altre persone.

Es: come mai non puoi venire più al cinema stasera?

Risposta:

è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Non c’è bisogno di negare (usando “non è che”) e poi giustificarsi. È sufficiente la giustificazione. In questo caso non c’è niente da negare, a meno che la domanda non fosse stata:

Non ti va più di venire al cinema stasera?

Allora la risposta poteva essere:

Non è che non mi va più, è che avevo dimenticato di avere un impegno.

La risposta precedente (senza la negazione) è in pratica la forma abbreviata di:

Il motivo è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Oppure:

Il fatto è che avevo dimenticato di avere un impegno.

Spesso è quest’ultima la versione che si preferisce utilizzare in queste occasioni.

A volte si è dispiaciuti per un certo motivo, altre volte si vorrebbe prendere una decisione ma non si può per un qualunque motivo.

Es: dobbiamo assolutamente rinunciare al nostro viaggio in Italia.

Risposta:

Lo so, è che volevo andare a trovare Giovanni.

Equivalente a:

Lo so, mi spiace perché volevo andare a trovare Giovanni.

Oppure:

I miei amici Carlo e Francesca, dopo 20 anni di matrimonio, si sono lasciati.

Commento:

È che dopo un po’ il rapporto cambia, l’innamoramento finisce e con gli anni bisogna vivacizzare il rapporto.

Anche in questi caso possiamo dire “il fatto è che“, come prima. Così però è più informale, meno impegnativo, meno giudicante.

Un altro esempio. Paolo parla con Alfredo e gli dice quanto è sfortunato:

Paolo: Non ho mai vinto alla lotteria. Che sfortunato che sono!

Alfredo: sai, è che per vincere bisogna anche provare a giocare…

In questo caso è anche ironico.

Avete notato che in questo caso somiglia anche a “però“. Può somigliare anche a “ma purtroppo”.

Esempio:

Vorrei tanto comprare una Ferrari; è che non ho abbastanza soldi!

Infine si utilizza quando si hanno dei dubbi, preoccupazioni e problemi:

Mi piacerebbe trasferirmi in un’altra nazione completamente diversa dall’Italia.

Ci sarebbe anche l’opportunità, è che i miei figli non sono molto d’accordo.

Oppure:

Io e mia moglie stiamo pensando di fare un altro figlio. È che abbiamo solo due camere da letto per il momento.

Qui all’inizio sembra essere “il problema è che“. Lo stesso nell’esempio precedente.

Oppure:

Mio figlio stasera dovrà rientrare a casa da solo. Va bene, ha 15 anni; è che sarà buio a quell’ora.

In questo caso si potrebbe dire:

Sono preoccupato ugualmente perché a quell’ora sarà buio

O anche:

Nonostante questo sono preoccupato perché sarà buio a quell’ora.

È che” è più veloce e per questo adatto a un linguaggio colloquiale.

Vi lascio adesso ad un bellissimo ripasso realizzato dalla nostra Peggy. Le voci sono di altri membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Peggy: Un giorno, un bambino giapponese di 4 anni, di punto in bianco ha espresso ai suoi il desiderio di volersi far crescere i capelli fintantoché non sarebbero diventati molto lunghi.

Ulrike: vai a capire cosa gli è frullato in testa!

Marcelo: Il padre, di primo acchito, era prevenuto contro questo pensiero che gli era alquanto peregrino. La richiesta del figlio ha suscitato una forte preoccupazione in entrambi i genitori, facendogli pensare che il loro piccolo possedesse un orientamento sessuale diverso rispetto dagli altri bambini.

Irina: Per ridurre ai minimi termini tale preoccupazione, i genitori hanno interpellato il figlio per conoscere il motivo per cui aveva preso la decisione attinente ai capelli.

Estelle: Dopo le plausibili spiegazioni del figlio, nonostante inizialmente poco propensi ad aderire alla sua idea, sono rimasti d’accordo con lui. al contempo però gli hanno fatto presente che questo atto avrebbe dato adito a tante critiche nei suoi confronti da parte degli amici. Un rovescio della medaglia a cui forse non aveva pensato.

Sofie: Manco a dirlo, nel giro di tre anni, via via che i suoi capelli crescevano, spesso e volentieri veniva preso di mira ed a mali parole da altri bambini. Alcuni non l’hanno neanche degnato di uno sguardo, guardandosi bene da qualunque approccio con lui.

Natalia: Certamente, tutto ciò è quanto mai difficile da sorbire per un ragazzo, e a maggior ragione per un bambino di una simile età.

Danita: In effetti, per via della frustrazione, diverse volte ha ceduto, pensando di tornare sui propri passi. Tuttavia, ogni volta, come rifletteva sulla finalità del suo gesto, pensava all’imminente momento del traguardo, così stringeva i denti e andava avanti.

Hartmut: All’età di sette anni, i suoi capelli sono arrivati alla lunghezza che voleva, ossia all’altezza della vita. Al che, si è fatto tagliare i capelli per poi donarli ai malati di cancro.

Danielle: Ecco perché tre anni fa ha deciso di intraprendere questo percorso tortuoso! La causa misteriosa alla fine è venuta a galla.

Anthony: Dunque, forte della sua tenacia, non ha reso il proprio desiderio pio o effimero che dir si voglia. Il suo gesto non lascia affatto il tempo che trova.

Fatima: A suo modo ha dato un valido apporto al progetto di aiutare le persone sofferenti di cancro.

Cat: Pensiamoci! Noi grandi, ci reputiamo all’altezza di questo bambino? Sappiamo fare qualcosa del genere tendendo la mano ai bisognosi?

Peggy: Senz’altro si tratta di un bambino sui generis, nonché con tanta nobiltà d’animo! Tra l’altro, il suo lavoro non è risultato fine a sé stesso, anzi è stato molto edificante. Fare del bene fa del bene anche a sé stessi.

Rauno: Dopo tale vicenda, numerosi bambini provenienti da svariati angoli del mondo, hanno seguito il suo esempio sulla falsariga del protagonista, andando incontro a chi necessitava di aiuto nei modi più svariati. Questi bambini hanno tutto il nostro plauso, eccome!

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876 Andare a braccetto

Andare a braccetto

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Trascrizione

Ricordate l’episodio dedicato all’espressione “avere il braccino corto?”

Oltre al braccino, dovete sapere che esiste anche il braccetto!

Andare a braccetto” è infatti un’espressione idiomatica in cui si usa sempre l’immagine del braccio.

Il senso proprio di andare a braccetto è prendere sottobraccio una persona e camminare insieme.

Queste sue persone, affiancate cioè una di fianco all’altra, camminano insieme, e sono in qualche modo “legate” tra loro attraverso le loro braccia, poiché vanno a braccetto.

Camminare tenendosi sottobraccio quindi si dice anche andare a braccetto.

Notate che sottobraccio si scrive in una unica parola. In fondo anche prendere sottobraccio una persona è una espressione che vale la pena imparare. Questa però si usa solamente in senso proprio e non in senso figurato.

Di solito marito e moglie o due fidanzati si tengono per mano più che andare a braccetto.

Direi che più frequentemente, nonno e nipote, madre e figlia, nonno e nonna vanno a braccetto.

Quando si va a braccetto infatti quasi si sostiene l’altra persona, quasi la si aiuta preoccupandosi che non cada.

Si dice anche tenere sottobraccio perché una delle due persone mette il proprio braccio sotto a quello ripiegato dell’altro formando una sorta di nodo.

Passiamo adesso all’uso figurato dell’espressione, perché andare a braccetto ha un significato simile a andare d’accordo con qualcuno. Questo se parliamo di due persone che vanno a braccetto.

Se nel senso proprio però andare a braccetto è segno di particolare affetto, nell’uso figurato indica una certa familiarità o un certo tipo di accordo tra due persone o, meglio ancora, tra due questioni, due fatti, due argomenti che, in determinate circostanze vanno nella stessa direzione o si favoriscono a vicenda.

Infatti in senso figurato ad andare a braccetto non sono solitamente delle persone.

Vediamo qualche utilizzo:

Gianni e Antonio vanno sempre a braccetto quando si tratta di festeggiare.

In questo caso c’è una sorta di accordo, di affinità, di complicità tra Antonio e Gianni che la pensano nello stesso modo a proposito di festeggiare. Ma Gianni e Antonio non si prendono sottobraccio.

L’ambiente e la crescita economica non vanno a braccetto.

Quindi ambiente e crescita economica sono in contrasto tra loro, perché ad esempio, si dice che che la crescita economica non porti benefici all’ambiente. Tutt’altro.

Quando ci sono delle partite di calcio per beneficenza, possiamo dire che calcio e solidarietà vanno a braccetto.

Se dico che il Comune di Roma e l’Università vanno “a braccetto” per la sistemazione della facoltà di giurisprudenza, allora significa che sono d’accordo, sono favorevoli entrambi, hanno come comune obiettivo della sistemazione della facoltà di giurisprudenza.

E’ una formula molto utilizzata dai giornalisti.

Con la pandemia, l’emergenza sanitaria viaggia a braccetto con quella economica.

Si possono fare tanti esempi di questo tipo.

A volte si usano anche verbi diversi da “andare“, come abbiamo visto nell’ultimo esempio.

Un ultimo esempio:

La criminalità organizzata è disposta a andare a braccetto con tutti i governi, purché facciano i suoi interessi.

Adesso ripassiamo.

Khaled: Ciao amici, avete un attimo? Capita anche a voi ogni tanto di avere il magone, apparentemente senza motivo? Capace che si tratti di una depressione bell’e buona? Poi c’è chi dice siano i soliti postumi dell’invecchiamento, cioè in pratica niente di trascendentale. Vabbè, lasciamo perdere, sicuramente si tratta solo dell’imminente arrivo dell’inverno.

Danielle: Secondo me possiamo anche prendercela un po’ con la sparizione delle mezze stagioni, visto che non ci lasciano il tempo per abituarci al cambiamento del tempo e in men che non si dica ci si sente indisposti e non solo a livello fisico ma soprattutto giù di giri a livello psichico, come se di punto in bianco venissero a galla tutti gli acciacchi della vecchiaia.

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875 Più in là

Più in là (scarica audio)

Più in là

Trascrizione

C’è una vecchia canzone italiana, abbastanza nota, dal titolo “fatti più in là” e che probabilmente chi non vive in Italia non ha mai ascoltato. Ebbene, “fatti più in là” significa semplicemente “spostati”, “fai spazio”, “fammi spazio”.

È un’espressione che si usa soprattutto a tavola, o comunque quando ci si deve sedere da qualche parte e non c’è abbastanza spazio. Occorre stringersi.

Con questa domanda quindi si chiede a una persona di “farsi più in là“, cioè di spostarsi di lato, di spostarsi lateralmente, un po’ più a destra o più a sinistra. Il motivo solitamente è per far spazio anche a un’altra persona, per far sedere anche un’altra persona. Può però avere anche un senso figurato.

La parte finale “In là” indica quindi una direzione (destra o sinistra) e “farsi“, in questo caso equivale a spostarsi, muoversi.

C’è però un altro significato di “più in là”: una locuzione che ha a che fare anche con il tempo e non solo con lo spazio.

Es:

Ho appena acquistato un appartamento. Per ora ho ristrutturato un solo bagno. L’altro bagno verrà ristrutturato più in là, quando avrò qualche soldo da spendere.

Ovviamente va scritto con l’accento perché non è l’articolo femminile “la” (es. la finestra).

Più in là pertanto significa in questo caso “più avanti”, “dopo” , “più tardi”, senza dire quanto più tardi o quando esattamente

Oppure sta per “in un momento successivo”, “successivamente”, senza necessità di specificare il momento esatto.

Generalmente, se parlo di un evento futuro, non è molto vicino ad oggi, perché in questi casi si userebbero modalità diverse, tipo “nei prossimi giorni”, “tra qualche giorno”.

Più in là somiglia invece in questi casi a “tra qualche tempo”, “tra qualche anno”, “non adesso, ma quando potrò”, “quando sarà possibile”.

Oppure significa “qualche anno in più”, “qualche giorno in più”, o anche “qualche tempo dopo” se parlo di un evento già passato o se parlo dell’età.

Si usa spesso insieme alla preposizione “con” e anche “nel“:

Quando vi sposate ragazzi?

Risposta:

non abbiamo in programma un matrimonio nell’immediato. Forse più in là con gli anni, chissà…

Luca ha 30 anni, ma suo fratello è più in là con l’età.

Mi sono sempre trovato a mio agio con persone più in là con gli anni.

Domani le previsioni dicono che pioverà. Se ci spingiamo più in là con i giorni, non ci sono però certezze.

Mi impegno per portarmi più in là col lavoro.

Prima degli esseri umani c’erano i dinosauri, poi, più in là nei secoli e nei millenni, arrivammo noi.

Per capire se una sostanza tossica ci fa male non basta un solo giorno, ma dobbiamo guardare più in là nei giorni e spesso negli anni.

Le origini del mio cognome non risalgono al secolo scorso, ma a più in là nel passato.

Non so cosa farò da grande. Magari più in là nel futuro saprò dirti qualcosa in più.

Anche “farsi più in là” che come detto all’inizio, solitamente significa “spostarsi”, “fare spazio”, può in realtà anche essere riferito al tempo:

La squadra della Roma ha bisogno di un nuovo stadio. Quello della Lazio potrà anche farsi più in là.

In questo caso si parla di “fare/realizzare/costruire lo stadio più avanti negli anni, nel senso che non è una cosa urgente”.

A proposito di stadio. Che ne pensate del calcio e di questi mondiali in Qatar?

Irina: Il calcio non è da annoverare tra gli sport rinomati per la loro moralità.

Peggy: sfondi una porta aperta Irina. Questo mondiale è proprio un obbrobrio a riguardo. Su questo non ci piove.

Mary: secondo me sarebbe bastato che i giocatori avessero deciso di non partecipare in quanto ne andava del loro onore.
Non c’è uno che è uno ad aver avuto il fegato di farlo.

Hartmut: Esatto! È nell’assumere una sua posizione così netta che si riconosce l’uomo di valore.

Rafaela: Come sono messi adesso con la loro coscienza?

Karin: La Bibbia ci insegna che basta un uomo per salvare una città, ma quest’uno chiaramente lì non c’è.

Ulrike: Ma dimmi tu!

Paulo: Che vuoi che ti dica. Il calcio è quello che è e gli uomini pure. Poi, considerando le sconfitte dell’Argentina e della Germania abbiamo la conferma che, da che mondo è mondo, il pallone è sempre rotondo.

Albèric: sai, Paulo, “il problema” si chiama denaro! Tutti sapevano come funzionano le cose in Qatar! Non so se sarebbe plausibile che i principali calciatori delle principali nazionale assumessero una posizione contraria allo svolgimento del mondiale lì! Ormai la frittata è fatta!

Natalia: già, avete ragione. Io per non sapere né leggere né scrivere vi dico che questa vicenda andrà a finire come col COVID, ve lo ricordate? Tutti che dicevano che ne saremmo usciti migliori e invece, eccoci qua come prima. Altro che storie, I fatti oscuri di questo mondiale andranno a finire presto nel dimenticatoio di tutti quanti. Purtroppo.

Danielle: Amici, questo è solo calcio, una gara sportiva. Il resto è un di più!

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874 Di già?

Di già? (scarica audio)

Trascrizione

Il titolo di questo episodio è “di già?”. Si tratta di una domanda con cui si manifesta stupore per qualcosa che termina prima del previsto, o prima di quanto vi aspettavate. Lo avevamo già accennato in un episodio passato ma oggi vorrei dire qualcosa in più.

Finita la spiegazione.

Proprio adesso voi potete rispondere così:

Di già?

Cioè: hai già finito?

Oppure: cosa? È già terminata la spiegazione? Così presto? Davvero?

Si potrebbe anche dire: di già terminata?

Hai di già finito?

O, meglio ancora:

Hai finito di già?

Semplice vero?

Altre volte poi non c’è il punto interrogativo. Es:

Dopo due minuti avevo finito di già.

In questo modo c’è qualcosa di inaspettato, c’è stupore per una fine prima del previsto.

Se volete, posso aggiungere che a volte si usa anche ironicamente, perché ciò che pensate è esattamemte il contrario.

Es:

Dopo due ore che aspetti sotto casa la tua fidanzata, lei ti dice:

Sono pronta, adesso scendo!

Risposta: di già?

State attenti perché potreste risultare ironici anche non volendo.

Notate che volendo potete eliminare la preposizione “di” e il senso non cambia. C’è solamente meno enfasi sulla meraviglia.

La preposizione “di” si usa davanti a “già” non solo in questo caso, però sicuramente col punto interrogativo va interpretata in questo modo.

Es. Se dico che:

Il Covid ha aggravato una situazione di già difficile per la popolazione, colpita precedentemente dalla crisi economica.

In questo caso non c’è nessuna meraviglia e la preposizione ha solamente il ruolo di sottolineare che la situazione era (di) già difficile da prima che arrivasse il Covid.

Anche stavolta però possiamo eliminare “di” e la frase ha ugualmente senso.

Anche esempi come quest’ultimo che ho fatto sono molto frequenti. Accade ogni volta che volete enfatizzare un evento che peggiora una situazione (di) già complicata prima che accadesse:

Il terremoto ha peggiorato le condizioni della casa, di già compromesse dall’uragano della scorsa settimana.

Vediamo un terzo utilizzo con alcuni esempi:

Quando avevo tre anni ho scoperto che il mondo era qualcosa di già esistente.

L’ultima sfilata di moda a cui ho assistito era un mix tra nuovo e di già visto.

Tra i membri del nuovo governo ce ne sono di nuovi e di già noti.

I soldati, benché di già stanchi, continuarono a lottare

Non c’è meraviglia però neanche in questi casi. Verrebbe anche qui voglia di eliminare la preposizione vero? Spesso in effetti all’orale si preferisce non utilizzarla, ma a volte è necessaria perché serve a specificare, a fare delle distinzioni (di nuovi e di già noti, un mix tra nuovo e di già visto) o a far rientrare qualcosa in una categoria (qualcosa di già esistente).

Oggi comunque volevo solamente spiegarvi l’uso di “di già?” ma come al mio solito mi sono dilungato. È qualcosa di già visto comunque, giusto?

Ripassiamo adesso:

Irina: ragazzi, siamo lontani da casa questo fine settimana dopo aver abbozzato quattro ore di noiosissima macchina ieri sera. Mentre ci avvicinavamo alla destinazione ci siamo accorti di essere in riserva. Quindi ci siamo fermati per fare benzina. E chi ti trovo alla pompa di benzina accanto? Un mio collega di lavoro! Una sorpresa che non ti dico!

Albéric: lui ci vede subito e ci fa “cosa ci fate qua?” Gli abbiamo risposto subito dicendo che siamo venuti per far visita a mio fratello e poi gli abbiamo posto la stessa domanda. Ma lui invece era molto restio a rispondere. Infatti avevamo subito sentore che qualcosa di strano stesse succedendo.

Karin: e allora? Non teneteci sulle spine! Ha tagliato corto ed è partito subito o cosa?

Natalia: sì, ma prima che fosse riuscito a darsela, ho buttato un occhio nella sua macchina e ho intravisto una signora che mi sembrava un’infermiera dal nostro reparto: era tutta in ghingheri, Non era di certo sua moglie, che ho incontrato più volte. Per non farlo innervosire ulteriormente ho fatto la finta tonta e non ho detto piu’ niente.

Estelle: mi sa che alla fine è una vicenda di cui non si parlerà mai piu’. Tra l’altro non voglio rovinarmi l’idea positiva che ho di lui come professionista indefesso sempre pronto a tendere la mano ai colleghi. Comunque, se ne parlassimo, finirebbe in difficoltà e gli toccherebbe giurare e spergiurare di non aver fatto nulla di inappropriato.

Giovanni: e rieccomi qua! Per finire, se volete, abbiamo due episodi sull’uso della preposizione di. Se non credete sia un di più, andate subito a leggerli. Che volete di più?

le preposizioni semplici

di e da

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873 Chi ti incontro?

Chi ti incontro?

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Ci sono tanti modi per esprimere stupore, meraviglia, nella lingua italiana.

Ne abbiamo già visto qualcuno anche in questa rubrica.

Mi riferisco ad esempio all’espressione “hai capito!” oppure “Caspita!” e anche “non mi dirai che” e “ma dimmi tu”e altre ancora.

Ogni volta cambia il tipo di stupore o la situazione.

Oggi vediamo un modo per esprimere uno stupore che abbiamo provato incontrando una persona.

In particolare, questa modalità espressiva si usa quando raccontiamo questo incontro inaspettato ad un’altra persona, e per manifestare questa meraviglia e incuriosire il nostro interlocutore, si può dire ad esempio:

indovina chi ti incontro?

Veramente strana come costruzione non è vero? Strano anche perché si usa il presente indicativo del verbo e non una forma del passato. Ma l’espressione funziona così.

La stranezza deriva anche dalla presenza di questo “ti” che qualcuno, a ragione, potrebbe definire “pleonastico” cioè inutile, di troppo. Abbiamo visto in un recente episodio il “non” pleonastico. Se lo avete dimenticato ve lo ricorderò tante volte finché non lo memorizzate!

In effetti questo “ti” in questo caso è proprio un pronome pleonastico, quindi sarebbe inutile, se non fosse che in questo modo si aggiunge un tono di ironia e si sottolinea maggiormente lo stupore.

A volte si dice anche:

Indovina chi ti vado ad incontrare?

Stesso significato.

Raramente può capitare di incontrare anche:

Chi non ti vado a incontrare?

Chi non ti incontro?

In questo casi c’è anche un “non” pleonastico, l’ennesimo caso, dopo quelli che abbiamo visto proprio in un episodio dedicato al “non” pleonastico.

Comunque, normalmente (per fortuna) la frase non presenta questa negazione. Accontentiamoci del “ti” pleonastico che è meglio!

Vediamo qualche esempio per prendere maggiore confidenza con l’episodio di oggi.

Sai, ieri al lavoro sono entrato all’improvviso nella stanza della direttrice per prendere un documento. Avevo una urgenza e così non ho neanche bussato. Ma, ta-da! Chi ti incontro appena entro? C’era Mario che stava baciando la Direttrice appassionatamente. Non ti dico che imbarazzo!

Evidentemente questo incontro era assolutamente inaspettato e in questo modo voglio trasmettere questo mio stupore al mio interlocutore.

È una modalità colloquiale ma molto usata tra amici, colleghi e familiari.

Questo “ti” pleonastico non può diventare un “vi“. Il “ti” è invariabile, anche quando non parlo di me:

I miei figli aprono la porta e ti trovano una ragazza completamente ubriaca a terra!

Si, avete capito bene: si possono usare anche altri verbi oltre a incontrare, come trovare o scoprire.

Vediamo ancora altri esempi. Prestate attenzione al tono in particolare.

Ho voluto rilassarmi una settimana lontanissimo da tutti, così sono andato in Brasile, ad Araraquara, vicino San Paolo. Ma chi ti vado ad incontrare? La mia collega Giuseppina in vacanza con l’amante! Incredibile quanto è piccolo il mondo!

Si può usare poi non solo con le persone:

Appena arrivo a casa di Maria, ti trovo un caldo asfissiante!

Notate che se uso questa espressione non significa necessariamente che questa sorpresa è non gradita. Si tratta solo di una sorpresa.

Ho controllato i compiti dei ragazzi e chi ti vado a scoprire che ha copiato tutto? Proprio Giovanni che si vantava di essere il primo della classe.

Ho rovistato nello zaino di mia figlia. Non puoi capire cosa non ti scopro! Dei profilattici!!!!

Avrete notato che, se pronunciate la frase con tono interrogativo, si tratta anche di una domanda retorica. Si può comunque anche pronunciare con tono esclamativo. C’è meno ironia ma l’effetto meraviglia non cambia.

Adesso ripassiamo.

Anthony: Ragazzi, posso raccontarvi una barzelletta sconcia?

Irina: Vi rendete conto che ogni tanto Anthony sembra avere una voglia impellente di raccontare una barzelletta un po’ troppo osé?

Hartmut: tra l’altro ogni due per tre se ne esce con una sciocchezza o ciofeca che dir si voglia.

Estelle: devo dire che in queste discussioni sono solita difenderlo, ma questa volta no! Stavolta sono più che mai di diverso avviso rispetto alla sua idea di ciò che è divertente. Risulta spesso sopra le righe e la cosa mi dà pure un po’ sui nervi.

Anthony: ma è mai possibile che la mia battuta vi sia andata così di traverso?Allora prendo atto del fatto che un po’ di sana sconcezza a voi non sconfinfera.

Peggy: ma dai Anto’, che palle! Fai conto che non abbiamo detto niente! Sono battute da prendere con filosofia! Mi fa specieche proprio tu non le capisca!

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872 L’orlo

L’orlo (scarica audio)

Trascrizione

Sapete cos’è un orlo?

Se ci occupiamo di questa parola all’interno della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente” il motivo è che si può usare in molte occasioni diverse, quindi può capitare di ascoltarla nei film come nelle conversazioni di tutti i giorni e pertanto sicuramente troveremo occasioni anche per usarla nei ripassi dei prossimi episodi per poterla memorizzare.

Iniziamo col dire che questa parola ha un legame con l’espressione “lì lì per”, che abbiamo trattato nell’episodio 463. È mia abitudine citare gli episodi passati laddove esistono dei legami che possono aiutare a capire il significato del nuovo termine, della nuova locuzione o espressione.

Quando siamo li li per fare qualcosa, come abbiamo visto, stiamo proprio sul punto di fare una azione, ad esempio se stiamo li li per uscire, stiamo quasi uscendo. In alcune occasioni possiamo anche usare l’espressione “essere/stare sull’orlo di” qualcosa. La parola orlo ha infatti un forte legame con “quasi“.

In questo senso esistono in particolare alcune espressioni:

Essere sull’orlo del baratro

Essere sull’orlo del precipizio

Essere sull’orlo della disperazione

Essere sull’orlo di una crisi di nervi.

Per comprendere queste espressioni è buona cosa spiegare il senso proprio del sostantivo orlo. L’orlo è la parte terminale, si trova al confine di qualcosa.

Quando riempiamo completamente un bicchiere, si può dire che lo riempiamo fino all’orlo, cioè completamente, fino alla fine, fino alla parte terminale. Se andiamo oltre l’orlo, l’acqua cade sul tavolo.

Quando acquistiamo un paio di pantaloni, anche se sono della nostra taglia, è difficile che la lunghezza sia perfetta per noi. Probabilmente bisogna accorciarli. Bisogna rifare l’orlo. È un lavoro che fanno le sarte o chi ha dimestichezza con ago e filo.

Quindi, tornando agli esempi fatti sopra, se sono sull’orlo di un precipizio, sto proprio sul confine, quindi potrei cadere nel precipizio.

Un precipizio o dirupo o burrone è un luogo molto pericoloso, in cui si può cadere perché improvvisamente non abbiamo più la terra sotto i piedi. Non è piacevole camminare sull’orlo di un precipizio, specie se soffriamo di vertigini. Potremmo precipitare!

Quindi l’orlo delimita qualcosa, segna il confine di qualcosa: un abito, un bicchiere, un precipizio.

Essere sull’orlo del baratro

Questa è un’espressione simile perché il baratro è proprio identico ad un precipizio, ma la maggior parte delle volte si usa in senso figurato.

Si sta sul punto di precipitare non nel senso fisico, materiale, ma psicologicamente, o economicamente.

Una azienda può essere sull’orlo del baratro quando sta quasi per fallire.

Una persona in condizioni psicologiche disastrose si può dire che si trova sull’orlo del baratro quando potrebbe avere un crollo psicologico.

Potrei dire che un paese in guerra si trova sull’orlo del baratro, con riferimento alle condizioni economiche, sociali e umane del popolo.

Ugualmente una famiglia che per un motivo qualunque si trova improvvisamente in povertà, possiamo dire che si trova sull’orlo del baratro. Bisogna quindi intervenire. Si trasmette l’urgenza, la necessità di fare qualcosa prima che sia troppo tardi.

Per collegarci agli ultimi due episodi, qualcosa di brutto è imminente (o anche incombente, se non è certo) pertanto c’è un bisogno impellente di trovare una soluzione.

Se non vogliamo ricorrere al “baratro” nel senso figurato, per descrivere una situazione limite, dal punto di vista psicologico possiamo usare anche:

Essere sull’orlo della disperazione

Essere sull’orlo di una crisi di nervi.

Se la situazione limite riguarda le risorse economiche, potremmo trovarci sull’orlo del fallimento o sull’orlo della bancarotta.

Ancora un passo e sarò disperato, ancora un passo e avrò una crisi di nervi, ancora un passo e il fallimento sarà inevitabile, ancora un po’ di acqua nel bicchiere e l’acqua uscirà fuori.

Credo sia abbastanza per oggi. Non vi dirò quindi che anche i piatti hanno un orlo e ce l’hanno anche altri indumenti, oltre ai pantaloni.

Non vado oltre, tanto il concetto credo sia chiaro.

Ripasso adesso.

Mariana: I sostenitori di Bolsonaro non accettano che Lula abbia vinto. Ne vedremo delle belle!

Rafaela: Neanche lui l’ha presa molto bene, tant’è che quanto a dichiarazioni post voto, si è limitato allo stretto indispensabile.

Marcelo: c’è chi dice che sia sull’orlo di una crisi di nervi, ma forse si tratta di voci false e tendenziose.

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871 Impellente

Impellente (scarica audio)

Trascrizione

Dopo aver visto gli aggettivi imminente e incombente, oggi ci occupiamo di impellente.

Come si è detto nello scorso episodio, imminente e incombente si riferiscono a qualcosa che si avvicina, un evento, una data, una potenziale minaccia o pericolo eccetera.

Impellente invece si riferisce alle azioni, alle attività. Più precisamente, l’aggettivo si associa a qualcosa a cui urge dare immediata risposta, qualcosa che ha bisogno di una azione immediata.

Non parliamo però solamente di esigenze dettate dall’avvicinarsi di un evento, di un fatto.

Impellente è simile a urgente, un aggettivo certamente più conosciuto anche dai non madrelingua. C’è qualcosa che va fatto subito.

Però impellente è più vicino a urgentissimo, ma si tratta spesso di questioni fisiologiche o dettate da bisogni o necessità che vanno immediatamente soddisfatti.

Un bisogno impellente

Una necessità impellente

Un desiderio impellente

Un problema impellente

C’è bisogno di un’azione immediata di fronte a qualcosa di impellente.

Quando lo usiamo in modo simile a urgentissimo, In qualche modo, una cosa impellente ci costringe a fare qualcosa.

Es:

Sento un bisogno impellente di andare al bagno!

Ho un desiderio impellente di urlare!

L’inverno sta arrivando e molte persone che non hanno una propria casa hanno una necessità impellente di trovare vestiti per non morire di freddo.

In Italia il nuovo governo dovrà cercare di risolvere i problemi più impellenti in questo momento.

Spesso si parla anche di cause impellenti, motivi impellenti o forze impellenti.

Es:

Qual è il motivo impellente per cui devi tornare nel tuo paese?

Cioè: perché hai così urgenza di tornare nel tuo paese?

Un motivo impellente quindi è il motivo per cui c’è urgenza di fare qualcosa.

Alcuni sinonimi di impellente sono “stringente” e “pressante“.

Stringente è meno informale e poi ha anche altri utilizzi, mentre pressante è adatto anche a definire le persone che ci sollecitano insistentemente e ci mettono pressione e ansia. Il senso si avvicina in questo caso a incalzante, di cui ricorderete sicuramente l’episodio dedicato.

Adesso ripassiamo.

Da registrare:

Marcelo: insomma ho capito che la Guerra non è imminente, però è incombente e allo stesso tempo è impellente una soluzione per farla terminare prima che sia troppo tardi.

Paulo: si direbbe che sei stato abbastanza attento. Mi fa specie perché solitamente hai sempre bisogno di una settimana per capire un episodio.

Anthony: Che commento ingeneroso da parte di Paulo!

Peggy: c’è maretta? A cosa si deve tanto risentimento? Prendila con filosofia Marcelo, non ti abbassare a controbattere. Si vede che Paulo oggi si è alzato col piede sbagliato.

Ulrike: possibile mai che ogni volta finiamo per discutere? Mi date proprio sui nervi!!

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870 Incombente e imminente

Incombente e imminente (scarica audio)

incombente e imminenteTrascrizione

Episodio 870 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente. Parliamo di incombente e imminente, due aggettivi simili, ma non troppo.

Per usare questi aggettivi bisogna pensare a qualcosa che si avvicina: qualcosa diventa sempre più vicino a noi.

La cosa che si avvicina è ciò che comporta, con tutti i suoi annessi e connessi, fa la differenza tra l’uso di incombente e imminente. Questa almeno è una delle differenze.

Se si avvicina una persona però, (o un animale, o un oggetto), non si dice che questa persona è incombente e neanche che è imminente.

Ma quali altre cose si possono avvicinare?

Dobbiamo pensare all’uso figurato di avvicinarsi.

Ad esempio un pericolo, che può essere sia imminente, sia incombente.

In generale, se qualcosa è imminente, generalmente è solo una questione di tempo (ne manca veramente poco) ma arriverà sicuramente, mentre se è incombente non è detto che arriverà. Dipende. Questa è un’altra differenza.

Di sicuro la cosa incombente mette molta ansia.

Oppure quando si avvicina una data, un giorno particolare, quando dovrà accadere qualcosa di particolare.

Quella data è imminente, cioè sta per arrivare.

Quando manca qualche giorno all’esame, allora l’esame è imminente. C’è meno emozione però nell’imminenza, mentre se l’esame e la data dell’esame incombono, allora non solo il giorno dell’esame si avvicina sempre di più ma la cosa genera molta ansia e preoccupazione.

Vi dico questo perché questa cosa che si avvicina deve essere minacciosa o pericolosa ma soprattutto ineluttabile se vogliamo definirla incombente.

Ineluttabile vuol dire che non possiamo farci nulla. È qualcosa contro cui, tra l’altro, non si può lottare, perché ad esempio è imposto da una necessità. Se poi questa necessità è percepita come tragica o fatale, ha ancora più senso usare “ineluttabile”.

Si potrebbe dire che questa cosa che sta per arrivare è inesorabile, che è inevitabile, certo, ma incombente è più minaccioso e pauroso.

Solitamente si dice che una minaccia è incombente.

Ugualmente, anche un pericolo può essere definito incombente.

Un destino incombente è ugualmente qualcosa di molto preoccupante perché il tempo passa e non si può fare a meno di andare incontro a qualcosa di inesorabile e negativo.

C’è l’idea di sentirsi inermi di fronte a qualcosa più forte di noi, qualcosa di inesorabile, inevitabile, che prima o poi arriverà o potrebbe arrivare.

Prima ho usato anche il verbo incombere. Ho parlato di un esame che incombe perché la data dell’esame si avvicina.

È vero che tutto è relativo, e per uno studente gli esami sono fonte di ansia, però, come detto, in genere si parla si pericoli, minacce o fatti gravi.

Posso dire ad esempio:

L’ombra della guerra nucleare incombe sul mondo intero.

È la guerra nucleare ad essere incombente, perché si è paventata la possibilità di una guerra nucleare. Non si sa se ci sarà, di certo preoccupa tutti e incombe su tutti noi.

Non possiamo pero dire, fortunatamente, che una guerra nucleare è imminente, perché non ci sono certezze su questo. Per ora è certamente incombente ma non imminente.

Si può anche certamente dire che il tempo incombe su tutti gli esseri viventi. È soltanto questione di anni ma poi tutto sarà finito!

Usare la preposizione “su” fa pensare anche ad un “peso” psicologico che si sopporta. È sia il rischio, sia l’approssimarsi di questa possibilità a pesare su di noi e farci preoccupare.

A proposito, dicevo prima che l’aggettivo imminente ha anche un carico emotivo meno pesante rispetto a incombente.

Es:

è imminente una perturbazione su tutta l’Italia.

Imminente avvio dei lavori per il nuovo stadio.

Trump annuncia la sua imminente candidatura

In pratica “manca pochissimo” e questo è sufficiente per usare imminente.

Per poter incombere invece è sufficiente che la cosa sia fonte di forte preoccupazione, ma come detto, molto spesso si tratta di una minaccia, un pericolo solamente potenziale.

Infine vi devo parlare dell’incombenza, che è un compito affidato o ricevuto nell’ambito di rapporti fondati sul senso del dovere.

Certo, è un termine che fa pensare più che al dovere, al peso che si ha nel dover realizzare questo compito. Una incombenza in poche parole è un compito che va fatto assolutamente perché è il senso del dovere che ce lo impone. Non c’è in questo caso il senso di qualcosa di inevitabile perché prima o poi arriverà ma perché prima o poi occorre farlo!

Adesso ripassiamo, un compito che affido volentieri ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente. Spero non sia considerata un’incombenza. Vabbè, il tempo incombe, quindi ripassiamo.

Irina: Ciao D2, qual buon vento! Tutto bene?

Sofie: Ehilà D1, beh, non mi lamento, si tira a campare.

Irina: Ma che c’è? Ti vedo un po’ giù. Senti, avevo comprato due biglietti per il concerto di Vasco, ma Luigi non può venire . Tu, come sei messa domani?

Sofie: A dire il vero ultimamente sono distrutta fisicamente e psicologicamente e ogni sera mi stravacco sul divano.

Irina: Come mai? C’è maretta tra te e Gianni?

Sofie: Recentemente ho sentore che lui mi stia tradendo. Ogni sera mi dice che deve uscire per fare gli straordinari al lavoro, ma si mette tutto in ghingheri. Non è strano?

Irina: Ma dai, si fa presto a dire tradimento. Non preoccuparti per così poco. Lui è sempre stato un tipo vanitoso. Di qui a dire che ti tradisca ce ne vuole… Per me è e resta un signore con la S maiuscola.

Sofie: se è per questo, anche le mie amiche dicono di non farmi troppe seghe mentali. Probabilmente hanno ragione. Queste fissazioni in fondo le ho sempre avute. Però non riesco proprio a scrollarmi di dosso questa enorme preoccupazione che…. mi distrugge!!

Irina: Certo, è pur vero che a volte a pensar male non si sbaglia mai, ma in questo caso farei un’eccezione. Speriamo non siano le ultime parole famose

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869 Pararsi il culo/sedere

Pararsi il culo/sedere (scarica audio)

Trascrizione

Pararsi il sedere, o se volete esagerare, pararsi il culo, è un’espressione idiomatica di cui vi avevo accennato nell’episodio numero 698 quando vi ho parlato del termine paravento.

L’episodio di oggi però ha anche a che fare con l’espressione vedere la mala parata, relativa all’episodio 856, dove abbiamo accennato anche a “andare a parare”.

Ebbene, pararsi il sedere è un modo abbastanza creativo per dire “prendere precauzioni per evitare conseguenze spiacevoli a proprio danno“.

Detto molto più semplicemente significa “proteggersi” cioè proteggere sé stessi. Potremmo usare anche il verbo salvaguardare o meglio ancora cautelarsi.

C’è anche un altro verbo che esprime bene il significato di questa espressione: tutelarsi.

In realtà, se però è vero che ci si può parare il culo da soli, cioè ci si può tutelare da soli, si può anche parare il sedere ad altre persone, quindi si possono anche proteggere altre persone. In questo caso il senso è più vicino a proteggere, piuttosto che a cautelarsi.

Nel caso di “pararsi il culo” (riflessivo) quindi, si parla sempre di rischi potenziali, non di fatti già accaduti, ma di possibilità, eventualità.

Se volete, potete dare un’occhiata all’episodio dedicato esplicitamente alle possibilità, all’interno del corso di Italiano Professionale.

Visto che vi sto citando un sacco di episodi passati, ci troviamo spesso nello stesse circostanze di quando abbiamo visto l’espressione per non saper né leggere né scrivere” (episodio 426), nel senso che quando c’è la possibilità che accada qualcosa di rischioso, è opportuno, è appropriato, ragionevole, indicato, fare determinate azioni, prendere determinate precauzioni.

L’immagine a cui si fa riferimento quando si usa l’espressione parare/pararsi il culo è quella ovviamente del sedere, considerata una parte debole del corpo, che quindi occorre proteggere. Non si sa mai arrivi un colpo inaspettato!

Parare il culo significa infatti (in senso letterale) anteporre davanti al sedere qualcosa che ripari dagli urti, dai colpi; colpi che potrebbero arrivare.

Vediamo qualche esempio:

Il mio capo voleva licenziarmi perché non ho partecipato alla riunione stamattina. Fortunatamente un mio collega mi ha parato il sedere dicendo che per errore non ero stato avvertito.

Usato così, non in senso riflessivo, è simile a “il mio amico mi ha salvato”, “mi ha tratto in salvo” o semplicemente “mi ha protetto”.

Oppure:

Giovanni ha mentito alla polizia per pararsi il culo. Se avesse ammesso di essere stato presente durante l’omicidio l’avrebbero potuto accusare.

In questo caso, Giovanni mente (cioè dice una bugia) per prevenire qualcosa di negativo per lui, quindi per tutelarsi, per proteggersi. Per questo ha mentito.

Anche alle bugie abbiamo dedicato almeno un paio di episodi. (primo, secondo).

Si potrebbe dire, che mentendo alla polizia, Giovanni si è comportato da paravento? Perché no!

Si potrebbe dire che Giovanni, vedendo la mala parata, ha preferito mentire? Certo!

In effetti al paravento, come abbiamo visto, non manca la furbizia e all’occasione è capace di pararsi il culo, non appena vede la mala parata.

Vedete come queste espressioni possono utilizzarsi negli stessi contesti.

Abbiamo visto qualche tempo fa anche “non sia mai”, un’altra espressione adatta a descrivere una previsione e un accorgimento che è sempre bene prendere. Anche “non sia mai detto” va nella stessa direzione. Anche qui abbiamo un episodio.

Quando non usare, invece, l’espressione di oggi? Direi che non è il caso di farlo quando le conseguenze di una mancata tutela, accortezza, precauzione o accorgimento, non sono così gravi.

Se ad esempio presumo che pioverà, prendere l’ombrello non rappresenta un modo per pararsi il sedere, perché non è così grave. Non c’è in questo caso una colpa, una conseguenza potenziale così negativa, una eventualità che espone ad un rischio serio. Non c’è neanche il rischio di essere accusati o incriminati o colpevolizzati da altre persone.

Quella di prendere l’ombrello può essere considerata una cautela, una precauzione, una accortezza, ma niente di più.

Un’altra espressione di cui abbiamo parlato già e che ci fa pensare a delle conseguenze poco gravi derivanti da una mancata attenzione o accortezza è “la frittata è fatta“.

L’espressione di oggi, manco a dirlo, è anch’essa naturalmente molto informale (forse non è necessario sottolinearlo).

Vi ho abbastanza appesantito oggi vero?

Allora, se ne sentite il bisogno, facciamo un ulteriore ripasso con l’aiuto di alcuni membri dell’associazione.

Io intanto vi saluto e ci sentiamo al prossimo episodio di italiano semplicemente. Per concludere in bellezza quindi chiedo ai membri dell’associazione se hanno un ripasso già pronto.

Che mi dite, cari membri?

Marcelo: oggi, benedetto Giovanni, in quanto a ripassi non abbiamo proprio di che lamentarci. Non ce l’hai una domanda di riserva?

Edita: in effetti non ci sei andato piano per niente con noi poveri non madrelingua.

Peggy: tra l’altro pretendendo un ripasso così, d’emblée, senza pensarci, rischiamo di dire un sacco di castronerie. La cosa non è molto edificante.

Fatima: vabbè, in linea di massima Giovanni credo si possa accontentare oggi. Tra le altre cose, non ne abbiamo più!

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868 Ove

Ove (scarica audio)

Trascrizione

Oggi, ove nulla osti, mi permetto di parlare di grammatica.

Naturalmente sto scherzando!

Ci avevate creduto?

A parte gli scherzi, sapete bene che ove possibile io cerco sempre di evitare la grammatica in quanto prediligo un approccio basato sul divertimento.

Sicuramente avete già capito che l’episodio di oggi è dedicato a questa parolina: ove.

Manca una d? Si, vero, può darsi, infatti ove significa proprio “dove“!

Ma non è così semplice!

È più corretto dire che ove somiglia a dove. Infatti si può dire tranquillamente:

Dove possibile, evito di parlare di grammatica.

Ma si può anche dire

Laddove possibile evito di parlare di grammatica.

Somiglia anche a “quando“, nel senso che può avere valore temporale, ma generalmente c’è anche una condizione e questa condizione è anche limitativa, similmente a “nel caso che”, “nel caso in cui”, “se mai” eccetera.

Pertanto, sarebbe strano usare sempre “ove” al posto di “quando”:

Chiamami quando vuoi

Piuttosto, meglio che ci sia anche una condizione limitativa:

Non ho molto tempo adesso, ma quando avrò più tempo, verrò a trovarti

Che può diventare:

Non ho molto tempo adesso, ma ove avessi più tempo, verrò a trovarti

Accidenti! Purtroppo spessissimo ci vuole il congiuntivo!

Questo lo avevate intuito già dal primo esempio!

Quindi ove somiglia anche a “se” e “qualora“, e anche a “nel caso in cui”,nell’eventualità“, “laddove” (di cui ci siamo già occupati) e altre formule simili.

Vi dico che nel linguaggio di tutti i giorni si preferisce non usare questa parolina. Neanche i giovani la usano, a meno che non si trovino in un contesto lavorativo.

Le formule più usate, prevalentemente allo scritto, sono:

Ove possibile

Ove sia possibile

Ove necessario

Ove richiesto

Ove non sia un problema

Ove previsto

Ove applicabile

Ove nessuno sia contrario

Ove non arrechi danno

Ove nulla osti

Come vedete, molte di queste formule sono legate al mondo del lavoro e del linguaggio formale. Spesso è un modo per esprimere una maggiore cortesia quando si fa una richiesta.

Vediamo qualche esempio:

Si prega di spedire tutta la documentazione per email, ed ove possibile usare la posta elettronica certificata.

Bisogna correggere la legge, ma solo ove necessario, senza stravolgerla completamente.

I dipendenti devono supportare il dirigente ove richiesto.

Compilare tutti i campi ed allegare il file in formato pdf ove previsto

Ove avessi difficoltà a compilare il questionario, chiamami senza problemi

Ove foste interessati all’appartamento, chiamatemi

Ove doveste avere problemi, speditemi una e-mail

Adesso, ove qualcuno avesse un ripasso degli episodi precedenti, è pregato di farsi vivo.

Marcelo: ero lì lì per uscire a fare la mia odierna passeggiata quando all’improvviso il nostro capo chiede un ripasso! Come la mettiamo adesso?

Ulrike: per me, fare dei ripassi è sempre congeniale col mio desidero di destreggiarmi con l’italiano!

Peggy: per me, farne uno significa navigare per i meandri dei miei pensieri! Mica facile!

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867 Come sei messo? A Che punto sei?

Come sei messo? A che punto sei?

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Oggi vorrei parlarvi di un terzo modo di usare “essere messi”.

Oltre ai due precedenti utilizzi che vi ho descritto nell’ultimo episodio, si può usare anche per indicare il punto in cui ci si trova in un “percorso” e precisamente per chiedere o per dare un giudizio su questa posizione.

A che punto sono?

Sono a un buon punto?

Sono avanti o sono indietro rispetto agli altri?

Sono avanti o sono indietro rispetto a ciò che ci si aspetta?

Sono messo bene o sono messo male?

Quando parlo di percorso, intendo non solo un percorso fisico, ma in senso più generale un percorso in cui c’è un punto di partenza e un punto di arrivo, cioè un obiettivo.

Posso chiedere ad esempio:

Come sei messo col lavoro? Ce la fai a finire entro le 20.30? Così andiamo a cena insieme.

Oppure, parlando del percorso universitario di uno studente:

Mio figlio è messo molto bene perché ha fatto tutti gli esami previsti nel primo anno.

I suoi amici invece non stanno messi così bene, infatti hanno mancato due esami su cinque.

In alternativa si può dire, nelle domande:

A che punto sei col lavoro? Ce la fai a finire entro le 20.30?

Quando invece si dà una risposta è sì dà una valutazione positiva o negativa, cioè “sono messo bene” o “sono messo male” , allora si potrebbe dire che “sono a buon punto” o che “non sono a buon punto” , o che “sono un po’ indietro”, “potrei stare più avanti”, “mi aspettavo qualcosa in più” e altri frasi di questo tipo.

Nelle domande però è praticamente la stessa cosa dire:

Sono/sto messo abbastanza bene, tra mezz’ora sarò da te

Sono/sto a buon punto, a mezz’ora sarò da te.

Adesso ripassiamo:

Peggy: Un ripasso? Hai detto niente! Mi dispiace Gianni, ho troppo da fare oggi & tante riunioni. E devo recuperare tanti episodi.

Irina: se è per questo anch’io ho da fare! Quand’è così allora anch’io mi tiro indietro!

Ulrike: bene. Però dal momento che un ripasso si deve pur fare, sarebbe inopportuno rispondere tutti picche.

Estelle: Benedetti membri! Fortuna vuole che ci sia qualcuno disposto a un minimo di sacrificio.

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866 Come sei messo?

Come sei messo?
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Quando dovete fissare un appuntamento con una persona oppure quando dovete programmare qualcosa da fare con una persona, una frase colloquiale diffusissima che si usa in tutt’Italia è “come sei messo/a?”.

Es:

Giochiamo a tennis che ne dici?

Si, molto volentieri, quando?

Come sei messo lunedì prossimo?

La mattina non sono messo bene, ma il pomeriggio sono messo decisamente meglio!

Allora facciamo alle 16!

La frase:

Come sei messo per le 16?

ha un senso equivalente a:

Che ne dici se organizziamo per le 16? Sei impegnato? Hai da fare?

Se mi riferisco ad un periodo di tempo più ampio, tipo:

Come sei messo la settimana prossima?

È simile a dire:

Mi dici la tua disponibilità la settimana prossima? Quali giorni sei disponibile?

La risposta potrebbe essere:

La settimana prossima sono messo bene solamente lunedì.

Oppure:

Sono messo male, meglio tra due settimane!

Quando si è molto impegnati, un modo colloquiale per rispondere è:

Sono messo male

Sono messo malissimo

Non potrei essere messo peggio

C’è però un secondo modo di usare questa espressione.

Al di là del senso proprio della frase, che indica una posizione fisica, si usa per indicare la condizione fisica o condizione mentale o economica di una persona, specie quando questa condizione è negativa, quando una persona sta male, ha problemi fisici o psicologici evidenti o ha grossi problemi economici.

Ma stare male e essere messi male non sono la stessa cosa. Infatti essere messi male impedisce di fare qualcosa. È lì il focus. Non sul dolore o sulla malattia.

Es:

Non posso giocare più a tennis per almeno 6 mesi. Ho un polso messo malissimo.

Anche una parte del corpo pertanto può essere messa bene o male.

Con l’aumento del prezzo del gas, per molti italiani si mette male quest’anno!

Questa è un’espressione simile che abbiamo già trattato se ricordate.

Oggi però sono le persone a essere messe bene o male, a seconda delle loro condizioni, di qualunque tipo: economiche, psicologiche, fisiche. Inoltre come abbiamo visto, ci si può riferire anche alla disponibilità di tempo per fare qualcosa.

Vediamo qualche altro esempio:

Ieri sera Giovanni era completamente ubriaco. Era messo talmente male che oggi non ricorda nulla.

Essere messo male non è in questo caso come “stare male” perché non si vuole evidenziare la sofferenza fisica o psicologica, ma la difficoltà nello svolgere le normali attività quotidiane.

Mio fratello sta messo molto male perché non gli pagano lo stipendio da sei mesi.

Qui si parla delle condizioni economiche negative di mio fratello.

Mia figlia si è fidanzata con un ragazzo da qualche mese. I genitori sono messi molto bene. Calcolate solo che ogni volta fanno accompagnare il figlio dall’autista.

In questo caso le condizioni economiche sono ovviamente positive per il fidanzato di mia figlia.

Avrete sicuramente notato che ho usato sia il verbo stare (es. Sto messo proprio male) sia il verbo essere (sono messo male).

Potete sempre scegliere quale verbo usare, sappiate solamente che stare fa la frase più colloquiale.

Adesso il ripasso. Se siete messi male per mancanza di tempo, potete ascoltarlo o leggerlo più tardi.

Irina: ho letto sul giornale La Repubblica che si vogliono legalizzare i concorsi truccati!Questa notizia sicuramente solleverà un polverone in quelli che credono nel merito! Se inizia così, l’amministrazione pubblica fará acqua da tutti le parti!

Sofie: preferirei passare per pazza che aver accesso ad un posto truccato. Assumo una chiara posizione di fronte a questo a costo di non ottenere la posizione desiderata, ma quantomeno la mia coscienza sarà pulita!

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865 Tornare sulle proprie decisioni e sui propri passi

Tornare sulle proprie decisioni e sui propri passi

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Tornare sulle proprie decisioniL’avrete sicuramente ascoltata o letta almeno una volta l’espressione di oggi:

Tornare sulle proprie decisioni

Oppure:

Tornare sui propri passi

In poche parole significano “cambiare idea”, “tornare indietro“.

Cambiare opinione” è invece un po’ diverso, perché parliamo di decisioni prese e di conseguenze di queste decisioni.

Non sono espressioni che fanno parte del vocabolario colloquiale, familiare, infatti sono usate prevalentemente dai giornalisti, dai politici, in tv, alla radio e sulla rete.

Si parla sempre di qualcosa di serio, importante, e in particolare, appunto, di una decisione.

Una decisione è stata presa e questo, come tutte le decisioni, ha delle conseguenze. Quando queste conseguenze possono essere gravi o addirittura irreversibili, allora può essere il caso di usare queste due espressioni equivalenti.

Aggettivo interessante questo. Irreversibile. In pratica non si può tornare più indietro quando accade qualcosa di irreversibile.

Ad esempio il processo di riscaldamento globale, se non facciamo qualcosa subito, rischia di essere irreversibile e le conseguenze sarebbero molto gravi.

Vediamo qualche esempio:

Putin aveva annunciato la sua intenzione di invadere l’Ucraina. Tutto il mondo ha sperato che tornasse sulle sue decisioni, ma non l’ha fatto.

Me ne vado di casa. Non tornerò sui miei passi, caschi il mondo!

L’uso del verbo tornare è abbastanza intuitivo, perché si tratta di “fare un passo indietro”, e infatti tornare sui propri passi dà proprio questa immagine, ad indicare un passo avventato, una decisione incauta, frettolosa.

Il termine “passo” infatti, tra i vari significati, è qualcosa di molto vicino a “decisione“, perché quando si fa un passo, si va in una certa direzione, sia in senso proprio che figurato.

Es:

Il matrimonio è un passo importante. Sei sicura di volerlo fare? Non vuoi tornare sui tuoi passi prima che sia troppo tardi?

Si può usare solo la preposizione su.

Es:

Tornare sui propri passi può essere indice di intelligenza.

L’arbitro ha assegnato il rigore ma pare stia tornando sulla sua decisione.

Notate che quando si usa tornare sui propri passi, l’espressione è invariabile quandi va usata sempre al plurale.

Invece si può tornare sulla propria decisione o sulle proprie decisioni, anche se la decisione è una.

Adesso ripassiamo.

Peggy: in Brasile se la sono vista brutta! Per poco non vinceva Bolsonaro, e invece pericolo scampato. Ho sintetizzato il pensiero del 51 percento dei brasiliani.

Mariana: Ma quale pericolo d’Egitto! Piuttosto, avete notato che Lula ha assunto una posizione critica verso l’Ucraina? Ne vedremo delle belle!

Marcelo: per vincere, ha vinto, il PT, ma non è stata una disfatta per Bolsonaro. Questa vittoria comunque funge da campanello d’allarme per i populisti del mio paese! (l’Argentina) quand’è così, si deve solo aspettare!

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864 Rinfacciare

Rinfacciare

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La faccia, cioè il viso, è un termine importante. Se faccio un attimo mente locale, mi vengono in mente espressioni idiomatiche, locuzioni, frasi fatte e verbi che derivano o che contengono la parola faccia.

Insieme abbiamo visto l’espressione avere la faccia di bronzo, dove abbiamo parlato anche della sfacciataggine e la frase faccia da schiaffi, e poi abbiamo visto anche l’espressione alla faccia!

Oggi vediamo il verbo rinfacciare che si può usare in due occasioni diverse.

Il modo più usato per usare il verbo rinfacciare è nel senso di ricordare a una persona qualcosa del passato.

Ma cosa ricordare esattamente del passato? Qualunque cosa viene riportato alla memoria si può dire che viene rinfacciato?

Certamente no! Si tratta solamente di ricordare a una persona un favore che le è stato fatto in passato.

Non è una cosa carina però ricordare un favore fatto, perché quando questo accade c’è un motivo egoistico.

Si fa ad esempio per far sentire in debito o in colpa questa persona, o si fa per avere qualcosa in cambio.

La persona che ha ricevuto quel favore, di fronte a questo rinfaccio, si potrebbe quindi sentire umiliata, offesa o obbligata moralmente a restituire il favore.

Es:

Mi presti 100 euro?

No, non posso.

Non puoi? Però io te li ho prestati una volta che ne hai avuto bisogno!

Ah, adesso mi rinfacci quel piccolo prestito di 10 euro di 30 anni fa?

Rinfacciare qualcosa a qualcuno è pertanto un modo aspro e umiliante di ricordare un favore fatto a questa persona.

C’è anche però un secondo modo di usare il verbo rinfacciare. Significa dire in faccia a qualcuno i suoi errori o difetti usando un tono di accusa.

In modo non informale potremmo dire “far notare” qualcosa a qualcuno, ma far notare si può usare in ogni occasione. In questo caso si tratta di far notare errori o difetti e allora rinfacciare è il verbo giusto da usare.

Si trasmette il senso dell’umiliazione, proprio come nel primo modo di usare il verbo.

Es:

Maria mi rinfaccia sempre la mia mancanza di puntualità.

Cioè: ad ogni occasione Maria mi fa notare che non arrivo mai puntuale.

Franco ha rinfacciato alla moglie di essergli stata infedele

Mi viene rinfacciato continuamente, da parte dei miei figli, che non li ho seguiti abbastanza durante l’università.

Notate come si possa usare “rinfacciare di” seguito da un verbo all’infinito, ma anche “rinfacciare a” qualcuno.

E:

Ho rinfacciato a Mario di averci truffato più volte

Non mi piace rinfacciare di aver fatto un favore.

Se non usiamo subito dopo la preposizione, ci riferiamo a un errore, un difetto o un favore fatto:

Rinfacciare la disonestà

Rinfacciare lo scarso impegno

Rinfacciare un prestito

É come mettere di fronte a questa persona (quindi davanti alla sua faccia) gli errori fatti o i suoi difetti.

Notate infine che ci sono dei legami tra i vari usi della “faccia” che abbiamo visto in altri episodi.

Per rinfacciare qualcosa a qualcuno ci vuole ad esempio una certa sfacciataggine, una certa faccia di bronzo, temine che implica, come abbiamo visto, una mancanza di rispetto verso una persona.

Di fronte a un rinfaccio umiliante, si potrebbe poi anche rispondere:

Alla faccia della nostra amicizia!

Alla faccia della gentilezza!

Come a dire: questa tua frase è irrispettosa nei miei confronti, quindi non è vero che siamo così amici come credevo.

Ulrike: adesso ripassiamo e non facciamo come al solito che aspettiamo sempre che lo faccia qualcun altro.

Marcelo: questo è un rinfaccio bell’e buono.

Estelle: è giocoforza constatare che ci stai spiattellando la verità in faccia! Adesso dirai: capirai, che sarà mai! Se non altro comunque è molto sgarbato pretendere un ripasso durante l’ora di pranzo! Altro che storie!

Mariana: Beh, per ripassare, ripasso, devo dirti però Ulrike, che te ne sei uscita con un fare molto invadente. Essere incalzata in questo modo mi va proprio di traverso. Con il prossimo ripasso, vedi tu.

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863 Se è per questo…

Se è per questo…

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Trascrizione

Oggi vediamo insieme una locuzione molto interessante, una di quelle che “fanno veramente molto italiano“, come si suol dire.

La locuzione è “Se è per questo” (a volte, con lo stesso senso, si usa anche “se è per quello”).

Veramente complicato spiegare in poche parole in quali occasioni usarla.

Si utilizza in genere quando dovere rispondere a una persona aggiungendo un chiarimento.

Iniziamo a dire che c’è un modo proprio per usare “se è per questo” e un modo, diciamo figurato, che è quello che mi interessa di più in questo episodio.

Vi faccio un esempio dell’uso proprio:

Giovanni sta parlando con la sua fidanzata Maria e lei sembra offesa. Allora Giovanni le chiede “Cosa c’è? Sei offesa con me?”

Maria risponde: non ti sei neanche accorto che sono andata dal parrucchiere! Certo che sono offesa! Non mi guardi neanche!”

Giovanni risponde prontamente:

ah, se è per questo che sei offesa, allora scusami. Credevo qualcosa di più grave!

Questo è un uso proprio perché Giovanni utilizza “se” nel modo classico. Parla di una condizione, che, se verificata, porta a delle conseguenze. Niente di strano.

In questi casi Giovanni avrebbe potuto anche rispondere più brevemente:

Ah, se è per questo, allora scusami. Credevo qualcosa di più grave!

Stesso senso. Normalmente però in questi casi c’è un “che”.

L’uso invece che io chiamo figurato ha un senso molto più ampio, e può essere “tradotto” (passatemi il termine) in modi diversi a seconda delle circostanze.

Nell’esempio visto prima, Giovanni avrebbe potuto rispondere:

Se è per questo, io da questa mattina mi sono messo le lenti a contatto azzurre e neanche tu ti sei accorta di niente!

Ecco, in questo caso Giovanni fa notare che anche Maria non si è accorta di qualcosa, non solamente lui.

Se è per questo” significa quindi:

Se parliamo di questo argomento….

Se vogliamo parlare di questo argomento, allora vorrei aggiungere che…

Non c’è neanche bisogno però di usare il “se”. Infatti potrei dire:

In proposito voglio farti notare che…

C’è da dire però che…

Vedete come c’è un chiarimento che Giovanni sta aggiungendo. Non c’è bisogno di usare “se” per porre una condizione.

Vediamo un altro esempio:

Mia madre mi chiama al telefono e mi dice:

Oggi è il compleanno di tuo fratello, lo hai chiamato per fargli gli auguri?

Io rispondo:

Se è per questo, gli ho anche organizzato una festa a sorpresa e gli ho fatto anche un bel regalo.

Anche in tal caso, la frase è simile a “non solo questo, ma anche…” oppure “a proposito di questo argomento, aggiungo che…”, e si usa per aggiungere qualcosa, con la volontà di sottolineare una cosa importante, con l’obiettivo quindi di dare enfasi alla propria replica.

A volte si tratta di una risposta un po’ “piccata“, pungente, come nel primo esempio. Altre volte più semplicemente questa locuzione serve a rassicurare il nostro interlocutore, fornendo delle informazioni o garanzie ulteriori, come nel secondo esempio.

Questa frase introduttiva sarebbe comunque capita da chi ci ascolta, ma “se è per questo“, ancor prima di ascoltare il prosieguo della frase, prepara già l’interlocutore alla nostra replica pungente o rassicurante.

Un altro esempio:

Hai avvisato tutti i tuoi amici della festa di compleanno?

Risposta: certo. Ho fatto anche un gruppo whatsapp dove gli ho spedito l’invito con l’indirizzo della festa se è per questo.

In questo caso “se è per questo” si trova alla fine, ma questo non è rilevante.

Anche in questo caso si aggiunge una informazione che tende a rassicurare l’interlocutore.

A volte, specie quando la risposta è pungente, cioè stizzita, allora….

Cosa? non sapete cosa significa risposta pungente o stizzita? Ne abbiamo parlato anche in un altro episodio, parlando dell’espressione “come sarebbe a dire?” ma non ho spiegato dettagliatamente in quell’occasione. Allora lo faccio ora.

Quando una persona è piccata o dà una risposta piccata significa che questa persona è irritata, infastidita, contrariata per qualcosa di non grave che è accaduto. Possiamo anche dire che questa persona è risentita o seccata. Si dice anche pungente o stizzita, sia per la persona sia per la risposta.

Allora dicevo che a volte, specie quando la risposta è pungente, stizzita, “se è per questo” somiglia a “se vogliamo dirla tutta” o “Per dirla tutta” Quest’ultima è un’espressione che abbiamo visto in una lezione del corso di Italiano Professionale.

In tutti questi casi comunque la nostra volontà è di aggiungere qualcosa come forma di chiarimento. In alcuni casi un chiarimento stizzito, ma pur sempre un chiarimento.

Adesso ripassiamo, perché se qualcuno di voi pensa di imparare l’italiano senza ripassare continuamente, non è sulla buona strada. Anzi, se è per questo, l’ideale sarebbe praticare anche con altre persone, comunicando anche parlando e ascoltando e non solo scrivendo e leggendo. Per questo abbiamo creato l’associazione italiano Semplicemente a cui tutti voi, non madrelingua, siete invitati ad a iscrivervi.

Marcelo: quest’anno il COVID è veramente un’incognita. Voi credete che ci sarà un nuovo lockdown? Io aspetto un po’ e se vedo la mala parata corro a vaccinarsi!

Peggy: macché, tutto questo allarmismo è un’altra presa in giro secondo me.

Danielle: sarà… Io per non saper né leggere né scrivere vado a farmi il vaccino. Hai visto mai…

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862 Un uso particolare della preposizione per

Un uso particolare della preposizione per

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Trascrizione

Oggi ci occupiamo di un utilizzo particolare della preposizione “per“.

Si tratta di una modalità colloquiale che può essere usata con ogni verbo, per questo motivo è molto difficile trovare esempi su internet.

Il verbo, qualunque esso sia, presenta una ripetizione.

Questa è una delle pochissime caratteristiche che permettono di identificare questa modalità espressiva; per poterla riconoscere e capire quando qualcuno la usa.

Es.

Sto parlando con Mario e l’oggetto del dialogo è il carattere di Sofie.

Mario dice che Sofie è simpatica e anch’io lo penso, ma il fatto è che questa non è la caratteristica che mi interessa di Sofie. Mi interessano altre cose, altre caratteristiche, non la simpatia. La caratteristica che mi interessa è poi qualcosa di negativo, non positivo come la simpatia. Nonostante questo, anch’io penso che una persona sia simpatica.

Allora tutte queste parole sono riassumibili con una breve frase detta usando un tono particolare:

Per essere simpatica è simpatica, ma…

Come a dire: si, vero, è simpatica, per quello non ho niente da dire, ma….

Ad esempio a me potrebbe interessare l’educazione e non la simpatia. Allora:

Per essere simpatica è simpatica, ma dice un po’ troppe parolacce.

Vedete che c’è il verbo essere che si ripete nella frase: essere, è.

Un altro esempio.

Ulrike si lamenta del suo fidanzato che non gli fa mai regali di suo gradimento al compleanno.

Ulrike parla con l’amica Sofie e Sofie dice che è il pensiero che conta e che è già tanto che si ricordi del suo compleanno.

Infatti, dice Sofie, suo marito invece non ricorda mai il compleanno della moglie. Quindi Ulrike dovrebbe ritenersi fortunata. Allora Ulrike risponde:

Si, per ricordarsi si è sempre ricordato, ma non ha mai capito i miei gusti.

Ulrike quindi ammette che il fidanzato si ricorda sempre del suo compleanno, ma nonostante questo, Ulrike non è soddisfatta. A lei interessa ricevere dei bei regali.

Vedete che questa “espressione” (chiamiamola pure così) può esprimere anche insoddisfazione, per qualcosa che non è sufficiente, che non basta.

Qualcuno dirà: ci sono modalità alternative?

Ovviamente si. In alternativa infatti si potrebbe dire:

Si questo è vero, ma non è questo…

Hai ragione, ma volevo dire che…

Per carità, hai ragione, ma non basta…

Nonostante sia vero ciò che dici…

Riconosco che questo è vero, ma non è questo che conta.

Notate che, non solo si può usare qualunque verbo, ma possiamo usare anche tempi diversi, come abbiamo visto anche prima.

Le cose che contano sono il “per” all’inizio della frase, la ripetizione del verbo e infine generalmente c’è un “ma”, o un “però” nella seconda parte della frase.

Giovanni è bravo.

Risposta: Per essere bravo, è bravo, però non mi fido.

Non hai mangiato abbastanza?

Risposta: Per mangiare ho mangiato, ma ho ancora fame

Hai detto qualcosa all’esame?

Risposta: Per parlare ho parlato, ma forse non ho detto tutte cose giuste.

Vi lascio al ripasso degli episodi precedenti:

Andrè: stamattina ho visto un video in cui ho scoperto Villa Clara, a Roma, e mi è venuta voglia di tornarci per conoscere i quartieri e i posti che attualmente vanno per la maggiore tra i romani, piuttosto che quelli preferiti dai turisti. Comunque,
Al di là di chi vinca o chi perda l’elezione presidenziale in Brasile domenica prossima, con tutta probabilità andrò a Roma l’anno prossimo e vorrei soggiornare almeno una settimana a casa di Giovanni, casomai mi invitasse, e da lui me l’aspetto proprio! Quindi, caro Gianni, delle due una, o mi ospiti a casa tua, ovviamente sempre che tua moglie stia d’accordo, oppure mi affitti una casa vicino a te! Credo che siamo piuttosto amici e sono sicuro che con gli ospiti ci sai fare! Ah, stavo dimenticando di dirtelo, non mangio carne di manzo, comunque potrai prepararmi qualsiasi altro cibo, anzi “prepararci”, perché verrò con tutta la mia famiglia, non ce l’avere con me!

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861 Hai detto niente!

Hai detto niente! (scarica audio)

Trascrizione

Oggi ci occupiamo di una esclamazione: Hai detto niente!

Questa è una esclamazione tipica italiana direi intraducibile in altre lingue. Fortunatamente per voi, studenti non madrelingua, abbiamo già trattato due espressioni abbastanza simili recentemente.

Sto parlando di “buttalo via!“, anche questa un’esclamazione, e “chiamalo fesso!“.

Tra le due, l’espressione di oggi è più simile alla prima, cioè a “buttalo via!“.

Vediamo qualche esempio di utilizzo di questa nuova esclamazione:

Due studenti stranieri parlano di Italiano Semplicemente, il primo dice:

Studente 1: Ho iniziato da poco ad ascoltare gli episodi di Italiano Semplicemente”. Per ora ho ascoltato solamente 300 episodi.

Studente 2: hai detto niente!

Con questa risposta il secondo studente esprime uno stupore. E’ stupito del fatto che il primo studente dice di aver ascoltato “solo” 300 episodi. Per il secondo studente 300 episodi non sono affatto pochi, anzi!

“Hai detto niente!” in questo caso significa:

Non sono per niente pochi 300 episodi, perché hai detto solamente 300 episodi? Per me sono tanti!

In genere ci sono due persone che hanno una opinione diversa riguardo all’importanza di qualcosa, oppure semplicemente si vuole evidenziare l’importanza di qualcosa che viene sottovalutato. Possiamo parlare di una quantità, o di un livello. Bisogna poi essere almeno in due per poter usare questa esclamazione.

Vediamo un altro esempio.

Un uomo parla del figlio Giovanni con un amico.

Padre: Sai, Giovanni ha trovato un lavoretto durante il weekend. Lavora in una pizzeria ma lo pagano poco: 100 euro al giorno.

Amico: 100 euro al giorno? E hai detto niente! Credo si possa accontentare!

Anche in questo caso si esprime uno stupore per la frase pronunciata dal padre di Giovanni. L’amico vuole evidenziare che 100 euro al giorno non sono pochi in fondo. 100 euro al giorno “non sono niente“.

Notate come in questo caso l’amico avrebbe anche potuto rispondere

100 euro al giorno? Buttali via!

100 euro al giorno? Mica sono pochi!

100 euro al giorno? Non si deve lamentare, mi sembrano abbastanza.

Anche usare il termine “mica“, come sappiamo, serve a porre l’attenzione su qualcosa e a enfatizzare un aspetto, spesso in risposta ad opinioni o a sensazioni diverse.

Questa esclamazione “hai detto niente!” sarebbe certamente più comprensibile ad un non madrelingua se fosse con una negazione davanti: “non mi hai detto niente!”, che si avvicina di più a “non è poco“, “non mi sembra poco“, “non mi sembra niente“. Le parole pertanto non aiutano molto, dunque l’uso del tono diventa molto importante, proprio come avviene nelle espressioni “buttalo via” e “chiamalo fesso“.

Un altro esempio. Giovanni parla della sua fidanzata.

Non sono sicuro che la mia fidanzata mi ami. Lei comunque dice continuamente che vuole sposarmi e che vuole avere tanti figli con me.

Un amico potrebbe rispondere a Giovanni:

Davvero? M’hai detto niente!

Vi faccio notare prima di tutto che “m’hai detto niente” è esattamente come “hai detto niente“. Non fa alcuna differenza aggiungere “mi” all’inizio, che indica che stai parlando con me. Sono ovviamente espressioni informali e solitamente allo scritto non si usano. Pertanto con difficoltà troverete esempi sul web.

In quest’ultimo esempio, l’esclamazione non si riferisce a una quantità, ma si parla dell’importanza di quanto detto dalla fidanzata che, secondo l’amico, non va sottovalutato. Giovanni invece dice che la fidanzata non lo ama, ma questo non sembra emergere da quanto detto dalla ragazza, che a quanto pare invece vuole sposarlo e vuole avere tanti figli con lui. Insomma sembra avere intenzioni serie.

Hai detto niente! Non mi sembra poco ciò che ti ha detto la tua fidanzata! Perché dici che non ti ama?

Adesso, voglio farvi notare anche che non sempre possiamo sostituire “hai detto niente” con “buttalo via“, perché quest’ultima espressione si riferisce sempre o quasi sempre a qualcosa di materiale, ma soprattutto si parla sempre di qualcosa in termini positivi, come dire “non è male”, “meglio di niente”.

Invece “hai detto niente” si può usare anche nel caso opposto, quando si sottovaluta un problema che invece è più serio di come sembra o di come qualcun altro afferma.

Es:

Questo episodio doveva durare due minuti e invece è durato 6 minuti finora. Vabbè, pazienza!

Possibile riposta:

6 minuti invece che 2? Hai detto niente! Io non ho tutto questo tempo a disposizione!

Come a dire: sei minuti non è come due, non facciamo finta che sia la stessa cosa! Per me sono due cose diverse, c’è differenza.

Infine, l’espressione “hai detto niente” è invariabile, quindi non si può usare ad esempio “ti ho detto niente”, “gli ho detto niente”, e non si può neanche cambiare il tempo del verbo, tipo “avevi detto niente”.

Esistono solamente “hai detto niente” e “m’hai detto niente”.

Un ultimo esempio. Parliamo di elezioni politiche.

Secondo alcuni personaggi politici, non è giusto dire che la destra ha vinto le elezioni in Italia, perché il partito di destra ha preso solo un quarto dei voti degli italiani.

Qualcuno potrebbe dire: E hai detto niente…. Un quarto non è poco!

Adesso ripassiamo, parliamo di scuola:

Marcelo: Sono passati 40 anni o giù di lì, ma la materia che preferivo, a suo tempo, era Matematica. Qualsiasi esercizio per me era fattibile, diciamo niente di trascendentale. Come tutti voi anche, giusto?

Peggy: Beato te! Magari! Quanto a me, in matematica non ho mai brillato! E neanche mi è mai piaciuta. De gustibus!

Rauno: io ero piuttosto bravo in filosofia. Invece sia in matematica che in fisica ero un disastro. Comunque non mi arrabbiavo per questo. L’ho sempre presa con filosofia.

Anne Marie: Ah, la matematica! In tanti anni, avessi preso una sufficienza che è una!

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860 Disfare e disfarsi, il disfacimento la disfatta

Disfare e disfarsi, il disfacimento la disfatta (scarica audio)

Trascrizione

Siete mai stati nei mercatini dell’usato?

Ebbene, li trovate capi d’abbigliamento di cui le persone si sono liberate. Sono capi di seconda mano che si possono acquistare.

Ho appena usato il verbo liberare nella forma riflessiva: liberarsi di qualcosa significa dare via, vendere o gettare qualcosa (o qualcuno) che non vogliamo più.

Es:

Mi devo liberare di tutti questi impegni di lavoro se voglio divertirmi un po’.

Posso usare anche il verbo disfarsi, forma riflessiva di disfare.

Voglio disfarmi di tutte queste cose inutili che ho in casa

L’assassino, dopo aver commesso l’omicidio, di è disfatto del telefono

Ci si può disfare anche di una persona, proprio come liberarsi. Il senso è lo stesso. Significa anche cedere a un’altra persona.

“Disfarsi di” qualcosa o di qualcuno ha questo significato, ma se usiamo il verbo non nella forma riflessiva, il significato cambia. Ma anche disfarsi, se non aggiungiamo “di”, cambia di significato.

Es:

Con l’aumento della temperatura, il pupazzo di neve ha iniziato a disfarsi.

Potremmo dire sciogliersi, distruggersi, squagliarsi. In generale si può disfare qualunque cosa che abbia comportato un sforzo nella costruzione, come il pupazzo di neve, appunto. La neve si scioglie, il pupazzo di neve si disfa.

Avete notate che disfare contiene “fare” con “dis” come prefisso.

Questo prefisso spesso, infatti, rovescia il senso buono o positivo della parola che il prefisso precede. È molto usato in molti termini del linguaggio medico per indicare una alterazione, una malformazione, un’anomalia, un cattivo funzionamento. Pensate alla distrofia ad esempio.

C’è quasi sempre qualcosa che non va quando c’è il prefisso dis.

Allora, davanti a “fare“, che indica una costruzione, questo prefisso indica una distruzione, quindi disfare è il contrario di fare. Lo stesso accade con onore e disonore, simile e dissimile, piacere e dispiacere, la continuità e la discontinuità. Altre volte non è così semplice ma in generale (non sempre) il prefisso dis conferisce un senso negativo.

Esiste l’espressione “fare e disfare” che indica il comportamento di una persona che fa ciò che vuole, costruisce e distrugge, fa e disfa come vuole lei. Es:

Il dittatore è stato abituato a fare e disfare nel suo paese

Un’espressione simile è fare il bello e il cattivo tempo.

Disfare dunque è simile a distruggere, scomporre, sciogliere, liquefare, decadere, disgregarsi.

Non sempre però c’è qualcosa di negativo o qualcosa che non va.

Disfare le valigie è una cosa che si fa alla fine di ogni viaggio.

Significa togliere i vestiti dalle valigie perché siamo tornati a casa o siamo arrivati in albergo. Le valigie si fanno alla partenza e si disfano all’arrivo.

Anche il letto, quando è disfatto, non è una tragedia. Semplicemente bisogna sistemarlo, bisogna rifare il letto, prendere le lenzuola e sistemarle per bene, sistemare i cuscini, rimettere eventualmente la coperta o un copriletto e sistemarlo per bene, proprio come vorremmo trovarlo quando entriamo nella nostra stanza d’albergo.

In genere però, come detto, disfare qualcosa è un’operazione che esprime l’azione contraria del fare, ma in senso negativo.

Parlando di politica, c’è chi vorrebbe disfare l’unione europea.

Il nuovo governo sta disfacendo tutto ciò che ha fatto il governo precedente.

Nello sport si usa spesso:

Non è disfacendo il gioco avversario che si vince.

Parlando di morale e di questioni sociali, si usa spesso il termine disfacimento:

Per disfacimento si intende la rovina di una comunità che non ha più obblighi morali e sociali.

Stiamo assistendo a un lento disfacimento della famiglia nella società contemporanea

Il disfacimento morale della società

In senso materiale possiamo parlare di un corpo, un tempo bellissimo ma in rapido disfacimento con l’età o per colpa di un’alimentazione sbagliata.

Vogliamo parlare adesso della disfatta?

Una disfatta è una sconfitta militare disastrosa o, in senso figurato, un clamoroso fallimento o una sconfitta sportiva schiacciante.

C’è in qualche modo anche una distruzione anche in questi casi, ma è più un grave insuccesso o una pesantissima sconfitta, quindi comunque dopo una disfatta bisogna ricominciare daccapo. Anche disfatta deriva dal verbo disfare.

Si parla spesso anche della disfatta di un partito alle elezioni. Evidentemente i risultati sono stati disastrosi per quel partito.

Sconfitta e disfatta sono dunque molto vicini come significato. È la gravità della sconfitta, la sua pesantezza che fa la differenza.

Va bene, adesso ripassiamo qualche episodio precedente altrimenti tutto il lavoro fatto finora rischia di essere disfatto nel giro di qualche settimana.

Ulrike: Parlando di politici, molti di loro credono che fanno il meglio per il loro paese, ma sembra che non vedano le eccessive corsie preferenziali, né le bustarelle, e fanno pie promesse per arrivare al governo! E tu come la vedi?

Irina: il problema è che quando devi votare e scegliere, questo voto spesso è un voto di scambio! E quand’è così non c’è possibilità di svoltare per il paese.

Peggy: molte volte penso che queste siano soltanto elucubrazioni mentali, ma il mio contributo oggi deve fungere da campanello d’allarme!

Estelle: I tuoi commenti potrebbero sollevare un polverone di critiche, ma è pur vero che la situazione economica mondiale fa acqua da tutte le parti!

Albèric: sono del tuo stesso avviso, ma meglio stare alla larga della politica. È sempre un di più andare a toccare questi temi scottanti in un ripasso!

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859 Passare per

Passare per

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Trascrizione

La locuzione di cui ci occupiamo oggi ci mostra un uso particolare del verbo passare. La locuzione è “passare per”.

Il verbo passare ha in realtà una gamma molto vasta di utilizzi.

Spesso dipende dalla preposizione che segue.

Però se questa preposizione è “per“, il senso può essere ancora più di uno.

Se ad esempio venite a Roma e passate per Firenze, allora equivale a transitare. In questo caso anche “da” si può usare con lo stesso senso e passare per un luogo significa andare da un punto a un altro percorrendo uno spazio, quindi transitare per questo luogo (Firenze nell’esempio).

Oppure:

per entrare in casa bisogna passare per il portone principale.

In questo caso si parla di un luogo da cui entrare, quindi un accesso. Si può passare anche per/da una finestra o per/da un’entrata secondaria.

C’è sempre il senso del movimento quando usiamo questo verbo in generale, ma se restiamo sulla preposizione semplice “per”, “passare per” si usa anche in un secondo modo.

In senso figurato infatti posso dire:

Nella mia vita sono passato per molte difficoltà.

Quindi nella mia vita ho dovuto fronteggiare eventi negativi, ho dovuto attraversare, superare molte cose negative.

Oppure:

Prima di diventare presidente, Giovanni è passato per diverse cariche istituzionali.

Anche qui c’è il senso di attraversare, transitare, non un luogo però, ma si parla di un percorso di vita.

Un terzo uso di “passare per” invece ha il senso di “essere considerato in un certo modo”. È qui che “passare per” diventa una locuzione.

Es:

Giovanni passa per un intellettuale

Evidentemente Giovanni è considerato un intellettuale. La gente lo vede come un intellettuale.

La cosa interessante è che questa locuzione si usa prevalentemente quando si considera qualcosa in un modo che non rappresenta la realtà. Si tratta di un’impressione sbagliata.

Es:

Mi vuoi far passare per stupido?

Cioè: vuoi che la gente mi consideri uno stupido? Vuoi che io appaia come una persona stupida?

La considerazione delle persone è importante e non è detto che si appaia sempre nello stesso modo a tutti. E non è detto che si appaia come si vorrebbe; può capitare quindi che si passi per qualcosa di diverso.

Per cosa passo io? Mi piacerebbe saperlo.

Oppure:

Giovanni passa spesso per uno poco attento, ma non gli sfugge niente in realtà.

Quindi Giovanni non è vero che è una persona poco attenta. Può passare per una persona disattenta ma non è così. Può sembrare così ma non è vero.

Tutt’altro.

A volte Giovanni può passare per uno distratto, ma è un’impressione sbagliata.

Questa locuzione somiglia al verbo “sembrare” e “apparire“.

Ratzinger è passato per essere un conservatore rigido. In realtà è sempre stato tutt’altro.

Oppure:

Domani al colloquio di lavoro vorrei passare per una persona molto colta ma non so se ci riuscirò.

Giovanni Paolo II passa per essere stato un papa disposto a spostarsi ovunque per ascoltate il prossimo. All’interno della Chiesa però c’è chi dice che non si poteva avere un’idea diversa dalla sua.

Vedete che c’è sempre un’immagine che non risponde alla verità. Qualcosa che sembra ma non è. Si rappresenta una sensazione che però, secondo chi parla, non è la verità.

Mario passa per uno molto studioso ma è tutta apparenza

Facendo quella battuta sono passato per una persona molto spiritosa. Magari però avessi sempre la battuta pronta come quella volta.

A scuola passavo sempre per uno che strillava, ma erano gli altri che non capivano quando parlavo normalmente!

Si usa il verbo essere come ausiliare:

Sono sempre passato per uno molto sbadato.

Ieri Giuseppe è voluto passare per me imitando la mia voce, ma l’hanno riconosciuto.

Ecco, in questo ultimo esempio “passare per” significa spacciarsi per un’altra persona, quindi fare finta di essere un’altra persona. Si vuole sottolineare la volontà di sembrare un’altra persona. Anche in questo caso comunque c’è qualcosa che può sembrare ma non è.

Ci siamo già occupati del verbo spacciare (e anche di spacciarsi) nel corso di Italiano Professionale.

Notate che anche con il verbo spacciare si usa la preposizione per.

In un altro episodio abbiamo visto da vicino questa e anche le altre preposizioni. Se volete date un’occhiata.

Adesso però non voglio passare per noioso e prolisso, pertanto vi faccio ascoltare il ripasso di oggi.

Marcelo: questo episodio mi fa pensare ad alcuni politici del mio paese, che vorrebbero passare per democratici ma non lo sono per niente e tutti se ne accorgono. Manco fossimo tutti stupidi!

Irina: alle volte però più di qualcuno ci crede e si vincono le elezioni.

Mary: ma tu continui imperterrito ad andare a votare? Io con ogni probabilità ho votato quest’anno per l’ultima volta.

Paulo: ci mancherebbe! Votare è anche un dovere. Dispiace sentire che ormai moltissimi pensano non valga più la pena.

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858 Quand’è così

Quand’è così (scarica audio)

Trascrizione

La locuzione di cui ci occupiamo oggi ha un uso particolare che sicuramente non si trova su internet e nei libri di grammatica italiana. Sto parlando di “quand’è così“.

Si usa in particolare nel caso di scelte obbligate. Si può usare tuttavia anche semplicemente per prospettare una possibilità e descrivere le conseguenze. E’ un’espressione prevalentemente colloquiale.

Vi faccio qualche esempio.

Domenica prossima la Roma affronterà Il Paris Saint Germain. Sappiamo che normalmente parliamo di categorie diverse, perché il Paris Saint Germain è molto più forte, ma nella Roma si respira un forte entusiasmo per via del nuovo allenatore e quand’è così può accadere di tutto.

Dunque in questo caso “quand’è così” sta per “in questi casi”, “in queste occasioni”, “quando accadono queste cose”, “quando si verifica questa eventualità” e si usa per descrivere cosa succede in determinate circostanze.

Il termine “così” rappresenta proprio le particolari circostanze in cui ci troviamo. “Quand’è“, invece, sta per “quando ci troviamo” in queste circostanze, o anche “quando accadono” queste cose.

Un altro esempio:

Una volta ho sentito una forte scossa di terremoto ed io mi trovavo in bagno. In dieci secondi mi sono ritrovato nel cortile. Quand’è così non bisogna perdere tempo ma pensare solo a scappare!

Anche qui “quand’è così” sta per “in questi casi”, “quando accadono queste cose”, “in queste circostanze”.

C’era un forte vento durante la partita e quand’è così ogni tanto capita di sbagliare!

Ogni volta che usiamo questa locuzione è come se stessimo facendo un’eccezione, come se ci trovassimo in una circostanza particolare.

Infatti come dicevo “quand’è così” si usa spesso in dialoghi colloquiali, per presentare un caso particolare, una circostanza non comune, spesso inattesa, e la conseguenza, ciò che ne consegue, è spesso una scelta obbligata, senza alternative.

Si può trattare sia di cose negative che positive.

Es: due amiche, Anna e Margherita discutono di problemi di lavoro

Anna: Al lavoro non mi trovo molto bene con i colleghi e vorrei veramente cambiare attività. Credo che domani andrò a licenziarmi.

Margherita: cosa? Ma non puoi rinunciare allo stipendio per cercare un altro lavoro. sai cosa significa? E poi con i colleghi bisogna avere un po’ di pazienza.

Anna: Lo so, ma sai, Un collega mi ha importunata più volte e sono terrorizzata ormai da mesi che lo faccia ancora! Si tratta del direttore dell’azienda, mica di uno qualsiasi.

Margherita: davvero? Quand’è così ti capisco e credo che tu faccia bene a cercare un altro lavoro.

Quindi “quand’è così“, cioè “se le cose stanno così“, non c’è una scelta migliore di quella che hai detto. L’unica possibilità è cambiare lavoro.

C’è una certa flessibilità nell’uso di questa locuzione. Non abbiate paura di usarla soprattutto all’orale. Meglio ancora però se si parla di circostanze particolari. Comunque provate a usarla anche se non siete sicuri. Quand’è così ogni tanto si sbaglia, ma sicuramente più la userete e meglio sarà.

Adesso vediamo un bel ripasso:

Marcelo: oggi mi sono alzato di buona lena e così ho in programma molte cose da fare. Prima di tutto farò una passeggiata insieme al cane di mia figlia….prenderò anche un sacchetto di plastica, e lo utilizzerò all’uopo!

Ulrike: Ciao presidente. Ascolta, veramente sto lì lì per uscire; giusto il tempo di mettermi in ghingheri, ma non sarà sufficiente anche per un ripassino. Prenditi quello di Marcelo.

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857 Chiamalo fesso!

Chiamalo fesso! (scarica audio)

Trascrizione

Vediamo un’espressione colloquiale che si usa per dare un giudizio sull’operato di una persona. L’espressione è “chiamalo fesso!

Questa persona ha fatto qualcosa, o si è comportata in un certo modo, e chi esprime un giudizio non sta parlando con lui o lei, ma con un’altra persona.

Chiamalo fesso” , o “chiamala fessa” , nel caso di giudizio verso una donna, è una esclamazione colloquiale e pertanto è difficile trovare molti esempi scritti. All’orale si usa però molto spesso.

Parliamo essenzialmente di furbizia e di opportunità.

Vediamo un primo esempio:

Io e mio fratello parliamo di un nostro amico di nome Mario.

Io: Hai visto Mario recentemente?

Risposta: No, ma so che non riusciva a trovare lavoro in Italia e allora ha provato ad andare all’estero per vedere se ci riusciva. Voleva lavorare come pizzaiolo in Australia, e quando andava a chiedere di lavorare nelle pizzerie, diceva di chiamarsi Pasquale e di abitate a Napoli. Pasquale è infatti un nome tipicamente napoletano e Napoli come sapete è la patria della pizza. Così lo hanno subito assunto.

Replica: Ah, chiamalo fesso!

Sapete che “fesso” è un aggettivo, molto negativo come senso, perché una persona si dice fessa quando è ingenua, quando tutti riescono a imbrogliarla. Insomma una persona fessa non è per niente furba.

L’astuzia, come si suol dire, non sa neanche dove sia di casa (cioe non sa neanche dove abiti).

Un aggettivo questo che abbiamo già usato all’interno di italiano semplicemente. La prima volta parlando delle bugie, la seconda parlando delle fesserie, la terza volta nell’espressione “a me non la si fa“.

Allora, nell’esempio fatto sopra, Mario si è comportato da furbo, non certo da fesso.

Dicendo di chiamarsi Pasquale e di abitare a Napoli, ha aumentato la probabilità di trovare un lavoro come pizzaiolo in Australia.

Chiamalo fesso ha dunque un senso simile a “non è certo stato fesso”, “non si è certamente comportato da fesso”, oppure “ciò che ha fatto è proprio una cosa da furbo”.

Si dice “chiamalo”, come a dire “non puoi chiamarlo fesso”, “prova a dire che è stato ingenuo”, oppure “non si può dire che si sia comportato da persona poco furba”, “lo vuoi chiamare fesso?” “mica è stato fesso!”.

Queste sono frasi dal senso molto simile a “chiamalo fesso!”.

“Chiamalo fesso” è però un’esclamazione più veloce e arriva subito. Basta prestare attenzione al tono che usiamo quando pronunciamo questa esclamazione .

In luogo di “fesso” potremmo usare altri eggettivi più o meno simili, come stupido, rincoglionito, ingenuo.

Con queste esclamazioni si fa un apprezzamento di questa persona, si esprime un giudizio positivo, si sta infatti dicendo che si è comportata da persona furba, anche se la cosa può riguardare un fatto negativo. Potrei dire ad esempio:

L’assassino, dopo aver ucciso 10 persone, si è vestito da vecchietta, e in questo modo è riuscito a non essere notato dalla polizia. Chiamalo fesso!

Anche se chi parla è una persona onesta e tranquilla, si può ugualmente fare un apprezzamento sulla furbizia di questo assassino, che ha avuto un’idea geniale.

Ricordate l’esclamazione “buttalo/a via“?

Le due esclamazioni sono abbastanza simili anche se si usano in occasioni diverse.

Andate a dare un’occhiata a questo episodio così avrete un’idea ancora più chiara dell’espressione di oggi.

Adesso un ripasso. Parliamo della guerra in Ucraina.

Marcelo: questa guerra ha preso un andazzo che non mi piace!

Irina: anche se vedremo la malaparata non sapremo proprio cosa fare…

Peggy: Qualche campanello d’allarme c’è già stato e col nucleare non si scherza.

M4: non è che queste sono solo elucubrazioni mentali?

M5: vedremo, ma se saremo colti da un freddo intenso, quest’inverno, vai a capire quanto spenderemo!!

M6: “tranquilli, tutto passerà velocemente” dice il mio dirimpettaio. Ma ho paura che questa sia una pia illusione…

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856 Vedere la mala parata

Vedere la mala parata (scarica audio)

Trascrizione

Un’espressione molto curiosa che si usa quando le cose si mettono male è vedere la mala parata.

Adesso vi spiego meglio.

Ricorderete sicuramente la locuzione rendersi conto. Espressione di largo utilizzo, adatta per mille occasioni, che si può usare anche quando ci si accorge che le cose stanno per andare male.

Es:

non ti rendi conto che la temperatura si sta alzando sempre di più?

Abbiamo visto insieme anche prendere atto, un’altra locuzione, abbastanza simile ma spesso usata in contesti più formali e professionali ma che si può usare ugualmente quando ci si accorge che le cose stanno per andare male. Es:

Dobbiamo prendere atto che la situazione climatica mondiale sta peggiorando di anno in anno.

Adesso passiamo all’espressione di oggi.

Vedere la malaparata (o mala parata, con due parole staccate) significa proprio “rendersi conto”, “prendere atto” che la situazione è complicata, sta peggiorando sempre di più.

Non solo. Quando vedo la mala parata significa che prevedo, immagino, che questa situazione possa avere sviluppi, pericolosi, dannosi, tanto da dover prendere provvedimenti subito.

Quando vediamo la mala parata lo facciamo sempre prima che accada qualcosa di negativo. Riusciamo in qualche modo a capire che è meglio scappare, o prendere provvedimenti simili, per evitare il peggio.

L’espressione è molto colloquiale ma in effetti non è facile capire per un non madrelingua quando usarla e anche perché si utilizzi la “mala parata”. Se non vogliamo essere informali possiamo però usare il verbo degenerare:

la situazione sta degenerando.

Altri modi colloquiali sono frasi tipo: le cose si mettono male, vedere le brutte.

Mala” indica la negatività della situazione. Pensate al termine malavita.

La mala parata sta per “cattiva evoluzione”, cioè il peggioramento di una situazione.

Per comprendere il termine “parata” può aiutare il fatto che esiste il verbo “parare”, simile a “riparare”, cioè rimediare a qualcosa si negativo, riuscire a fronteggiare, a contrastare qualcosa di negativo.

Può aiutare anche la locuzione “andare a parare”, che ugualmente indica una negativa evoluzione. Es:

Dove vuoi andare a parare con questi discorsi?

Quest’ultimo locuzione si usa soprattutto parlando di discorsi dei quali non si capisce bene l’obiettivo, ma che in qualche modo ci preoccupano e non sembra vadano verso qualcosa di positivo.

Allora la “malaparata” è una cattiva conclusione, quindi si sta parlando di una situazione in rapido peggioramento e del fatto che questo si riesce ad intuire prima, perché ci sono dei chiari segnali. Ecco perché si usa il verbo “vedere” la mala parata.

Come ho detto è una espressione colloquiale, adatta soprattutto per descrivere i comportanenti delle persone che, vedendo la mala parata, cercano di evitare che accada il peggio.

Particolarmente adatta, come espressione, per descrivere atteggiamenti egoistici.

Es.

Francesco, dopo che moglie e figli hanno iniziato a tossire e starnutire, ha visto la mapaparata e si è trasferito da sua madre per paura del covid.

Quindi Francesco ha intuito che anche lui avrebbe potuto ammalarsi, proprio come la moglie e i figli, che, iniziando a starnutire e tossire hanno mostrato dei probabili sintomi del Covid.

Allora, per sicurezza, Francesco ha preferito trasferirsi per qualche giorno da sua madre.

Adesso, nell’esercizio di ripasso che state per ascoltare, ascolterete un altro utilizzo di questa espressione “vedere la mala parata”:

Anthony: ragazzi, mi dispiace darvi la notizia che il nostro presidente è rimasto gravemente ferito per via di una rissa a Parigi in cui è stato coinvolto. A suo dire stava lì per una conferenza.

Hartmut: in che senso scusa? Com’è possibile che il nostro capo indefesso, che si contraddistingue per il suo costante lavoro, sfoderando episodi appaganti al nostro desiderio di imparare per bene l’italiano, si sia lasciato coinvolgere in una rissa? Qualcosa non quadra.

Ulrike: a me infatti non risultava alcuna conferenza. Madonna che brutta piega che ha preso!

Estelle: scusate ma credo sia un po’ ingeneroso saltare subito a questa conclusione. Magari si è solo trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. È cascato malee basta.E fu così che ci siamo giocati il presidente!

Peggy: Scusate l’eufemismo ma non è che sia già partito e buonanotte ai suonatori?

Edita: per carità! Ragazzi non scherziamo! Adesso c’è solamente da sperare che i medici francesi con una mandrakata lo rimettano in sesto.

Giovanni: scusate se vi interrompo, ma Anthony, essendo un tipo altamente sui generis, si è fatto venire strane idee, come al solito. Basta con le elucubrazioni mentali. La conferenza c’era, eccome! È vero che c’è stata una manifestazione e anche una rissa in città, ma non appena ho visto la mala parata me la sono data e sono riuscito a scappare perfettamente intonso.

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855 Mettersi in ghingheri e agghindarsi

Mettersi in ghingheri e agghindarsi

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Trascrizione

Come ci si veste nelle occasioni speciali? Ve lo dico io: ci si veste in modo elegante.

Se voglio esprimere lo stesso concetto in modo scherzoso invece possiamo dire che ci mettiamo in ghingheri. Quindi in queste occasioni importanti ci si deve mettere in ghingheri.

Il verbo mettere è quello normalmente usato per vestirsi:

Mettersi i jeans

Mettersi un bel vestito

Mettersi giacca e cravatta

Mettersi le scarpe.

Ecc.

Riguardo all’uso della preposizione in, posso anche dire:

Mettersi in jeans

Mettersi in giacca e cravatta

Mettersi in divisa

Mettersi in abito sportivo

Si usa “in” come ad indicare un tipo di vestito, una modalità precisa.

“Mettersi in” si usa anche, fate attenzione, al di fuori dell’ambito degli indumenti, ad esempio nelle locuzioni:

Mettersi in proprio, mettersi in gioco, mettersi in discussione, mettersi in pari.

Comunque, anche mettersi in ghingheri, come detto prima, riguarda un modo di vestirsi.

È un modo informale per dire vestirsi bene, vestire elegante, mettere i vestiti migliori, e, perché no, gioielli, abito lungo e scarpe col tacco nel caso di donne.

In realtà non c’è neanche bisogno di usare il verbo mettere.

Vediamo qualche esempio:

Stasera mettiti in ghingheri che ti porto a cena fuori in un ristorante chic.

Ho visto tua figlia tutta in ghingheri che andava al teatro.

Si può anche dire che questa è una maniera ricercata di vestirsi.

Oppure, se vogliamo restare sullo scherzo e sul linguaggio colloquiale, possiamo usare il verbo agghindare. Non troppo lontana, se notate, alla parola ghingheri.

Quindi mettersi in ghingheri equivale ad agghindarsi.

Bisogna agghindarsi per bene quando si va a una cena di lavoro.

Ehi, ma dove vai così agghindata stasera? Primo appuntamento?

Sia mettersi in ghingheri che il verbo agghindarsi si adattano bene nel caso di abbigliamento molto evidente, quindi parliamo di un abbigliamento “vistoso“.

Un abbigliamento vistoso si nota molto facilmente, attira lo sguardo, sia per i colori accesi, sia per l’eleganza.

Il verbo agghindare si può usare anche parlando di una stanza, una sala da ricevimento, nel caso di un evento particolarmente importante:

Devo ancora agghindare la sala per ricevere gli ospiti, poi tutto sarà pronto per il matrimonio

Normalmente però si usa sempre con le persone usando la forma riflessiva:

Potevi agghindarti un po’ per il mio compleanno, no?

Dove sta Maria?

Ha detto che scende tra poco, si sta ancora agghindando per bene.

Meglio chiarire ancora una volta che mettersi in ghingheri e agghindarsi sono forme colloquiali e meglio non usarle con persone che non si conoscono perché non c’è la confidenza necessaria.

Adesso un bel ripasso degli episodi precedenti da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Marcelo: Ciao amici, Gianni ci ha chiamato in causa per fare un ripasso. Mi dispiace però perché oggi non posso aiutarlo. Se ce lo avesse detto prima, avrei potuto dare il mio contributo. Normalmente sono propenso a partecipare, però sono sicuro che voi farete un ripasso con i fiocchi anche senza di me

Irina: Quanto a me, di buon grado ti darei manforte con qualche frase di ripasso, se non fosse che sono ancora occupata per via di un impegno ugualmente importante. Sto preparando gli esercizi per un remoto episodio della rubrica due minuti con italiano semplicemente

Estelle: ragazzi, a costo di fare figuracce, voglio partecipare anch’io al ripasso di oggi.

Peggy: devo dirvi che a leggere le vostre frasi mi sono venute le madonne! Va a capire come mai tanti termini che avete detto, mi risultano poco familiari. Ora mi rimbocco le maniche e vado a rispolverare gli episodi che sono finiti nel dimenticatoio.

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854 Il polverone

Il polverone

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Trascrizione

Agli amanti della pulizia e ai maniaci dell’ordine non piacerà l’episodio di oggi perché è dedicato alla polvere, anzi al polverone!!

Tutti voi sapete cos’è la polvere, ma se non lo sapete, sappiate che si tratta di minutissime particelle che sono sollevate e trasportate dal vento, e che si posano sugli oggetti.

C’è da dire però che la polvere è anche usata come simbolo di una sconfitta subita.

Non è un caso che se in una corsa automobilistica, ad esempio, se un pilota fa mangiare la polvere agli avversari, questo vuol dire che li ha battuti tutti, e questa frase è anche umiliante per gli sconfitti.

La polvere viene alzata dalla macchina che sta davanti a tutte (la prima) e dunque gli altri, stando dietro, sono costretti a “mangiare la polvere“.

Questo è il senso, figurato fino ad un certo punto!

Due volte nella polvere, Due volte sull’altar” diceva il poeta Manzoni nella poesia (il 5 maggio) dedicata a Napoleone, alludendo alle due grandi sconfitte subite, quella di Lipsia del 1813 e quella definitiva di Waterloo del 1815.

Se invece usiamo l’espressione “alzare un polverone” o “fare un polverone” ci riferiamo a situazioni diverse. Non parliamo di sconfitte e umiliazioni.

Parliamo invece di confusione. Torniamo in qualche modo al concetto di ordine e pulizia, ma non dal punto di vista materiale. O meglio, non sempre.

Infatti queste sono espressioni che si usano quando una persona crea molta confusione e disorientamento.

Fare, alzare e sollevare un polverone significa pertanto creare confusione e disorientamento, suscitare una gran quantità di polemiche, spesso allo scopo di allontanare la verità.

Ovviamente posso alzare, sollevare un polverone anche materialmente, sollevando una gran quantità di polvere.

Spesso, nel senso figurato, alzare un polverone è un atto volontario, proprio fatto con l’obiettivo di diminuire la “visibilità“, quindi vedete l’immagine della visibilità che rappresenta la verità che si vuole nascondere cercando di sollevare un polverone.

In realtà però si può alzare un polverone anche nel senso di generare proteste, sollevare polemiche, o animare una discussione introducendo un argomento scottante.

Vi dirò che questo modo di usare il polverone è anche più diffuso.

Qualcuno potrebbe stupirsi dell’uso dei verbi alzare e sollevare. In realtà si usano normalmente anche con la polvere vera e propria:

Cerca di non sollevare la polvere con le scarpe.

Con quel ventilatore stai facendo alzare un sacco di polvere!

Infatti la polvere si trova a terra e da lì può sollevarsi, può essere alzata.

Vediamo qualche frase in cui usiamo il polverone in senso figurato:

Le dichiarazioni del ministro sollevano un polverone nello schieramento di sinistra (polemiche, discussioni)

Stai alzando un polverone su questa storia che in realtà a me risulta molto chiara. Come mai? (volontà di nascondere la verità)

Sul nuovo stadio in costruzione qualcuno prova a sollevare un polverone e polemiche per impedire l’inizio dei lavori (qualcuno prova a creare molta confusione con l’obiettivo di creare ostacoli e problemi)

Alla riunione, la protesta di Giovanni ha sollevato un polverone (ha generato accuse, repliche e polemiche)

L’espressione, quando si descrive la volontà di nascondere la verità, è abbastanza simile all’espressione “buttarla in caciara“, più informale e colloquiale, di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa. Date un’occhiata all’episodio che non fa male.

Adesso ripassiamo:

Estelle: non riesco a capacitarmi della vittoria d’Annie Ernaux per il Premo Nobel della letteratura! Avrei preferito Houellebecq, nonostante non ho letto nemmeno una solo riga scritta da quella donna.

Khaled: Madonna! Ma perché giudicare un autore senza conoscerlo! Per prendere una posizione è necessario avere argomenti oggettivi.
Devo ammettere che non sono dello stesso avviso di Albéric. Non mi piace Houellebecq. Non trovo chiaramente un filo conduttore nel suoi romanzi, i discorsi sembrano troppo slegati l’uno dall’altro e spesso usa anche volgarità.

Ulrike: Ciao Khaled. Neanche per sogno giudicherei un autore o un’autrice o le loro opere senza conoscerle, fermo restando però, che un giudizio per un’autrice che dà voce alle donne, mi sconfinfera già di per sé. Ma questo è un ingenuo sentimento di solidarietà femminile e non ha niente a che spartire con una valutazione del suo valore letterario. Questo è quanto per conto mio.

Marcelo: Ho chiesto su questa autricce al mio collega e per tutta risposta mi ha detto che a lui non piace, ma de gustibus... vedi tu!

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853 La Madonna

La Madonna (scarica audio)

Trascrizione

L’episodio di oggi riguarda la Madonna. Non sarà però un episodio della madonna, ma solamente sulla Madonna!

Adesso vi spiego meglio!

Sapete tutti, credo, che sto parlando di Maria, la mamma di Gesù. Il termine “Madonna” è un cosiddetto epiteto (un termine nuovo per voi?) di Maria di Nazareth, madre di Gesù Cristo. Un epiteto cos’è?

Un epiteto serve a identificare, a volte a chiamare una persona, altre a apostrofarlo, anche! E’ simile cl concetto di “soprannome” o “nomignolo”.

Ebbene, questo epiteto (madonna, con la iniziale generalmente minuscola) è entrato nel linguaggio comune e si usa in tante occasioni diverse che non hanno più a che fare con la madre di Gesù Cristo.

Esiste ad esempio l’espressione “tirare le madonne“, o anche “smadonnare“, ancora più informale, che ha un senso simile a bestemmiare, imprecare, non direttamente contro la Madonna (con la M maiuscola) ma è sufficiente riferirsi a divinità e santi.

Si sta nominando impropriamente il nome di qualche santo per sfogare la propria rabbia.

Questo è il concetto di smadonnare e tirare le madonne..l

Se vogliamo, quando si smadonna possiamo dire che si stanno chiamando impropriamente in causa alcuni santi, che, poverini, non c’entrano nulla con le nostre disgrazie o disavventure.

E’ nelle cose che ogni tanto quel che ci accade non sia sempre di nostro gradimento o non vada a nostro favore.

Si usa generalmente il verbo “imprecare“, e in questo caso non ci rivolgiamo necessariamente contro un santo,. Imprecare è più diffuso e sta per “pronunciare parole con rabbia contro qualcuno o qualcosa”, parole offensive o blasfeme.

Spesso si impreca contro le persone. Non è necessario prendersela con la Madonna o con i santi.

Per imprecare si può anche semplicemente urlare contro la sfortuna o contro sé stessi o contro dei “mali” riconosciuti da tutti come la miseria o la morte.

“Porca miseria” o “mannaggia alla miseria” o “mannaggia alla morte” sono tra le imprecazioni più pacate che esistono.

Queste però forse è meglio chiamarle esclamazioni di disappunto. Ce ne siamo già occupati in un episodio passato.

Se invochiamo la Madonna, con una frase analoga, entriamo però nel campo delle imprecazioni e delle bestemmie. Meglio evitare…
Smadonnare e “tirare le madonne” sono comunque due modalità del linguaggio popolare per riferirsi al fatto che una persona inizia a imprecare per la rabbia e se la prende con qualcuno che non può neanche rispondere. Non è carino.
Ma dobbiamo per forza parlare o strillare?
Avere un pessimo umore, seppure restando in silenzio, è indicato con l’espressione “avere le madonne“.
Ovviamente per tirare le madonne, bisogna innanzitutto averle…
Si tratta sempre di un’espressione popolare. Non potrebbe essere altrimenti.
Oggi mi sono alzato col piede sbagliato“. Questa frase, probabilmente più nota a tutti, è del tutto simile a “oggi ho le madonne“. Hanno un significato simile, ma generalmente se si chiamano in causa “le madonne” c’è un motivo particolare, legato a qualcosa di accaduto che ha provocato questo pessimo umore.
Es:
Lascialo perdere, oggi ha le madonne per colpa di una multa che gli hanno fatto!
I miei figli mi hanno fatto venire certe madonne che non ti dico.
Anche l’espressione “avere un diavolo per capello” ha lo stesso significato di “avere le madonne“.

Ovviamente quando mi arrabbio, cioè quando mi accorgo di avere le madonne, potrei anche dire che “mi sono venute le madonne” oppure che “mi sono prese le madonne“.

In pratica le madonne (solo al plurale mi raccomando) possono venire, si possono prendere, avere e tirare.

Es:
Quando ho visto la mia auto distrutta dopo l’incidente mi sono venute certe madonne!

Se non volete nominare impropriamente e direi anche indebitamente la Madonna, potete comunque dire che vi sono venuti i nervi, che siete diventati molto nervosi, o che vi siete arrabbiati.

Ci sono mille modi per arrabbiarsi e come ricorderete li abbiamo visti in un episodio passato.

La modalità di oggi meritava un trattamento a parte 🙂

Un altro modo di usare il termine madonna è nell’espressione “della madonna“. Qui la rabbia non c’entra.
Non stiamo parlando però di qualcosa che a appartiene alla Madonna (e quindi che è “della Madonna”). Stiamo invece parlando di qualcosa di molto grande o intenso.
Es:
Fa un freddo della madonna.
Oggi fa un caldo della madonna
Mi è arrivata una multa della madonna
Ho una fretta della madonna

Si parla di qualcosa di particolarmente grande o intenso. Il freddo è molto intenso, oppure fa molto caldo, caldissimo, un caldo bestiale, e una multa della madonna è una multa molto elevata.

Analogamente una fretta della madonna è molta fretta, una fretta esagerata.

Anche qui abbiamo un’alternativa meno blasfema:
Un freddo della miseria
Un caldo della miseria
Una fretta della miseria
Una multa della miseria
Ecc..
Se poi dico solamente “madonna!!!”, questa è una esclamazione di stupore o di dispiacere o anche di preoccupazione. Il tono è molto importante in questo caso.
Hai pagato un caffè 7 euro? Madonna!! Come è possibile?

Mio figlio non è ancora rientrato e sono le due di notte. Madonna, gli sarà successo qualcosa?

O Madonna, ma perché ti preoccupi sempre così tanto?

La Madonna, con la M maiuscola, si può fortunatamente anche invocare.

Invocare significa rivolgersi a qualcuno con un tono di preghiera, con affetto, con fede, soprattutto per ottenere aiuto o conforto. Si può invocare la Madonna, Dio e i Santi.

Nel vocabolario esistono poi termini particolari come “il madonnaro”. Si tratta di una persona che produce o vende immagini della Vergine. In particolare chi si dedica alla raffigurazione di soggetti sacri (soprattutto Madonne, appunto), facendo disegni con dei gessetti colorati, sul pavimento di piazze o strade. I madonnari dunque sono artisti che solitamente disegnano a terra nelle strade.

Spiegazione terminata.

Adesso voglio un ripasso con i fiocchi, quindi mi rivolgo ai membri dell’associazione che stanno cercando di fare passi in avanti con la lingua italiana. Sicuramente non faranno grossi errori e quindi non mi faranno venire le madonne. 🙂

Mary: Serve un ripasso? Dopo una notte in bianco, piena delle solite pippe mentali notturne, per tutta rispostapassami il termine – ti volto le terga.

Harjit: quali preoccupazioni ti hanno fatto passare la notte insonne? Ti ronzavano tante cose per la testa? Scommetto che è per colpa di quella pratica burocratica arzigogolata che devi ancora sbrigare. Ricordi che pappardella della madonna che che mi hai fatto l’altro ieri?

Rafaela: caro Gianni, il tuo appello ha avuto una risposta in men che non si dica, ma con un non so che di sfrontato! Cara Mary, dopo aver sostenuto in modo indefesso l’associazione per tanto tempo devi essere esausta! Stai attenta alle querele!

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852 Episodio di raccordo tra “non appena” , “neanche” , “manco” e “come”

Episodio di raccordo tra “non appena” , “manco” , “neanche” e “come”

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Trascrizione

Buongiorno a tutti!
Oggi facciamo un episodio di raccordo. Vale a dire che collegherò alcuni episodi già realizzati che hanno qualcosa in comune.

Un raccordo è qualcosa che serve ad unire. È qualcosa che serve a mettere in collegamento o in comunicazione due o più parti.

A Roma abbiamo il grande raccordo anulare, una strada circolare che circonda la città e unisce varie strade, o meglio funge da raccordo tra le principali arterie che collegano la periferia alla capitale.

Allora alcuni episodi di questa rubrica possono sembrare scollegati quando in realtà non lo sono.

Vediamo infatti di aggiungere qualcosa a proposito dell’uso di come, appena, non appena, neanche, manco.

In tutti questi episodi l’idea di cui si è parlato è sempre quella di esprimere qualcosa di simile a “subito dopo” aver fatto qualcosa, subito dopo un evento in generale.

Abbiamo visto che “appena” e “non appena” possono essere usati allo stesso modo poiché quel “non” può essere considerato pleonastico.

Es:

Appena finisco di mangiare ti chiamo

Non appena finisco di mangiare ti chiamo

Non cambia il significato.

Subito dopo aver finito di mangiare ti chiamo.

Stessa cosa.

Se invece usiamo “come” ugualmente non cambia il senso nella sostanza:

Come finisco di mangiare ti chiamo

Si trasmette più immediatezza in questo caso, più vicinanza tra la fine del pasto e la telefonata e spesso lo facciamo per rassicurare una persona.

Non posso però “neanche” e “manco”, in questi casi, perché non c’è un evento negativo che accade. Potrei dire:

Neanche ero uscito di casa che ha iniziato a piovere

Manco ero uscito di casa che ha iniziato a piovere.

Non ero neanche uscito che già pioveva

Non ero manco uscito che già pioveva.

Tra l’altro, neanche e manco si riferiscono quasi sempre a qualcosa che accade un attimo prima, e non un attimo dopo. In pratica pioveva già prima che uscissi di casa.

Altre volte però posso ugualnente intendere “neanche” e “manco“, come “immediatamente dopo“:

Neanche arrivo a casa che suona il telefono.

In questo caso ero appena entrato quando ha iniziato suonare il telefono. L’obiettivo è trasmettere ansia o comunque qualcosa di pressante, ancora un’emozione negativa dunque.

L’uso di “neanche” o di “manco” è come detto è indifferente, ma “manco” è più informale.

Aggiungo un’altra differenza nell’uso rispetto a “come“, “appena” e “non appena” .

Sia “neanche” che “manco” come detto trasmettono generalmente un’emozione negativa, e ad esempio si usano maggiormente contro qualcuno, spesso per farla sentire in colpa o quando si parla in termini negativi di un’altra persona. Comunque si parla di eventi passati.

Manco ci siamo lasciati che subito si è risposato

Neanche mi sono girato che già non c’era più

Neanche apro la porta che subito entra senza chiedere il permesso.

In questi casi possiamo usare anche “come” e anche “appena” e “non appena“, ma l’uso di “Come“, “appena” e “non appena” sono più frequenti con la successione di eventi:

Come esco di casa inizia a piovere

Come arrivo ti chiamo

Non appena mi laureo voglio subito iniziare a lavorare

Appena arrivo in ufficio prendo un caffè

Se uso “neanche” e “manco” al posto di “come” , quindi con gli eventi, magari voglio trasmettere la mia sfortuna. Sempre qualcosa di negativo e già passato.

Manco esco di casa che inizia a piovere. Che sfiga!

Per oggi può bastare così. Adesso ripassiamo.

Peggy: Ieri mi sono vista con delle amiche, ivi inclusa una che non si è fatta viva da un bel pezzo, in quanto si è trasferita al nord. A dire il vero, è cambiata abbastanza e neanche sembrava lei. Sono proprio contenta per lei, dal momento che in questi anni, con i suoi impegni, ha fatto strada al lavoro, e da qui a qualche mese si sposerà. Sembra proprio felice.

Marcelo: sembra che tutto sia filato liscio, beati voi che vi divertite. Quanto a me, ho passato la serata facendo inutili elucubrazioni sul possibile destino dell’Argentina. Era meglio andare a fare una bella passeggiata.

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851 Elucubrazioni e pippe mentali

Elucubrazioni e pippe mentali (scarica audio)




Trascrizione

Vi capitano mai persone che fanno ragionamenti pieni di domande e ipotesi?

È perché lui mi ha detto così?

Forse voleva dire questo?

O forse il motivo è un altro?

Non è che ha qualcosa da nascondere?

Ha detto sì, ma se invece voleva dire no?

Molte volte mi capita di dire a questo tipo di persone, amici, parenti o colleghi, io che sono un tipo abbastanza semplice, una frase particolare:

Non fare troppe elucubrazioni mentali!

Perché fai così tante elucubrazioni?

Elucubrazioni è una parola che tutti gli italiani conoscono. Ha un uso abbastanza frequente in contesti familiari.

Si tratta di una “elaborazione condotta con meticolosità“.

Questo dice il dizionario.

Detto in altri termini, se una persona fa delle elucubrazioni (si usa il verbo fare), allora significa che sta pensando troppo, sta facendo pensieri molto, troppo elaborati su una questione.

Chi invece non fa elucubrazioni, prende decisioni senza elaborare troppo i pensieri, senza fare troppe ipotesi, senza aggiungere cose e appesantire una questione con domande inutili.

Inutili ovviamente per chi crede che fare il contrario sarebbe elucubrare eccessivamente sulla questione.

Eh già, esiste anche il verbo elucubrare: riflettere in modo inutilmente elaborato.

Quasi sempre si parla di “elucubrazioni mentali”.

Se andiamo a vedere l’origine del termine, elucubrare significa “comporre alla luce di una lanterna”.

La cosa non ci aiuta a capire più di tanto.

Per usare correttamente il termine elucubrazione, dovete porvi nei panni di una persona semplice, pragmatica, o che ha le idee molto chiare e dunque non ha mai né voglia né tempo per pensare troppo.

Es:

Con tutte queste elucubrazioni stai complicando troppo il problema.

Perché fai tutte queste elucubrazioni mentali?

A dire la verità, ci sono dei modi ancora più familiari e confidenziali per esprimere lo stesso concetto.

Mai sentito parlare delle pippe mentali?

C’è chi le chiama masturbazioni mentali, chi pippe mentali, chi seghe mentali.

Sono espressioni idiomatiche e siamo anche al limite della volgarità perché pippe e seghe non sono altro che due termini volgari che indicano la masturbazione maschile.

Farsi le pippe mentali e farsi le seghe mentali sono dunque due modalità familiari per esprimere il concetto di elucubrazione mentale.

C’è da dire però che quando parliamo di seghe o pippe mentali, aumenta l’intensità e anche la negatività verso di sé di questi pensieri, che diventano ossessivi e ricorrenti.

Si parla di immagini delle più negative che una persona crea nella propria mente. Queste sono le seghe mentali.

Questa negatività è esagerata e porta a tormenti e angoscia.

Pensieri ricorrenti: significa che questi pensieri si manifestano o si ripetono periodicamente nel tempo: ricorrono nel tempo, cioè si ripetono nel tempo.

Una pippa mentale è pertanto una serie di elucubrazioni ossessive, ricorrenti e negative.

Accusare una persona di farsi troppe pippe mentali (si aggiunge spesso “troppe” ma non ce ne sarebbe neanche bisogno) non è comunque necessariamente da interpretare come un insulto o un’accusa.

Può anche essere un consiglio di un amico.

Si tratta comunque di una espressione informale, quindi non la usate con persone con le quali non avete la necessaria confidenza.

In tali casi sempre meglio, se proprio dovete, usare il termine elucubrazioni, che comunque ha il senso di “pensieri inutili e troppo elaborati” e pertanto può ugualmente risultare troppo confidenziale.

Allora più sicuro dire frasi tipo:

Perché farla così complicata?

Non è che rischiamo di complicare inutilmente la situazione?

Secondo me non è il caso di fare troppe ipotesi e farsi troppe domande.

Ma non facciamo prima a chiedere anziché avere tutti questi pensieri?

Un’altra differenza tra le elucubrazioni e le masturbazioni mentali è che con le elucubrazioni si usa come abbiamo visto il verbo “fare”, mentre con le pippe mentali si usa “farsi”, quindi il verbo fare nella forma riflessiva (d’altronde le masturbazioni sono una cosa personale, no?).

Adesso ripassiamo.

Mary: sapete cosa mi fa sempre bene? Leggere i ripassi dei nostri amici qui nell’associazione Italiano Semplicemente. Non sono mica il professore qua, ma quando assisto ai miglioramenti degli altri provo un certo non so che di appagante.

Anthony: non mi fa specie affatto il tuo sentimento di soddisfazione, perché ciascuno di noi, attraverso la nostra partecipazione, apporta benefici al gruppo.

Irina: Quindi stai dicendo proprio tu, lo studente di italiano per eccellenza che noi ti diamo manforte pure noi con la nostra partecipazione? Ma ti pare!

Marcelo: ma, dico io, è possibile mai che non passa un giorno in cui non fai il ruffiano con Irina? Uno che è uno!

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46 – La giacenza- ITALIANO COMMERCIALE

La giacenza (scarica audio)

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Lezione numero 46 di Italiano Commerciale.

Parliamo di giacenza, anzi forse meglio parlare di giacenze, al plurale, che nel mondo del commercio si usa più spesso. Mi riferisco in particolare alle giacenze di magazzino.

Cosa sono? Il magazzino, prima di tutto, è un locale, una stanza, un ambiente chiuso adibito a deposito di merci e materiali vari. Ho utilizzato il verbo adibire perché questa stanza, questo locale viene adibito a deposito, cioè viene destinato all’uso di deposito.

Nel magazzino ci vanno depositate le merci in genere, ma ci possiamo mettere anche attrezzature varie. Soprattutto però nel magazzino ci vanno le scorte, cioè la merce in più, che prima o poi finirà in negozio per essere venduta o che resterà invenduta, cioè non venduta. Il termine scorta, più in generale, indica un accantonamento, una riserva, spesso di viveri (cose da mangiare) o di altri materiali, o anche di denari, atti a far fronte a eventuali necessità.

Si può ad esempio fare scorta di benzina perché potrebbe servire in futuro. “Fare scorta di” qualcosa si usa spessissimo per indicare questo concetto. In ambito commerciale però si tratta fondamentalmente di prodotti, di merce da vendere in un secondo momento. Una sorta di riserva dunque. Ma non è detto che si venderà. Le scorte si tengono quindi nel magazzino e ogni negozio che si rispetti ne ha uno. Questi prodotti stanno fermi nel magazzino in attesa che prima o poi possano servire. Possiamo anche dire che questi prodotti giacciono in magazzino. Si tratta di giacenze di magazzino.

Il verbo giacere si può usare anche per le persone oltre che per gli oggetti. Se qualcosa giace su un ripiano, ad esempio, allora significa che è disposto su un piano orizzontale. Il verbo trasmette un senso di immobilità. Non è un caso che se un corpo giace a terra, significa che non si muove, e spesso si usa questo verbo per dire che questa persona è morta.

Ma restiamo in ambito commerciale. Le giacenze si riferiscono quasi sempre alla merce che sta in magazzino. Si chiama così, come detto, la merce invenduta o accantonata ma esistono anche le giacenze di contante (quindi denaro) non utilizzato.

Dopo aver acquistato i macchinari, quanto abbiamo in giacenza?

Quando si parla di denaro, meglio chiamarla giacenza di cassa, che riguarda più in generale un’azienda, il contante e i valori presenti in cassa (giacente in cassa) alla fine di un dato periodo. Il senso di immobilità in questo caso si riferisce al fatto che questi soldi non sono stati spesi.

Sono rimasti in cassa. Il concetto di giacenza è importante anche perché riguarda anche il bilancio di un’azienda. La questione però rischia di diventare molto complicata e meglio non approfondire più di tanto. Basti sapere che quando registriamo nel nostro bilancio delle spese e delle entrate, dobbiamo far riferimento ad un determinato anno, o meglio ad un determinato “esercizio“. Esercizio 2022, ad esempio.

Si tratta dell’Esercizio amministrativo, cioè l’attività economica svolta da una azienda entro il periodo di un anno. Ebbene, alla fine dell’anno vanno fatte delle modifiche, delle rettifiche, dette “rettifiche di storno”.

Queste rettifiche sono necessarie perché al 31 dicembre di quell’anno ci potrebbero essere dei costi (oppure dei ricavi) che non sono ancora stati completamenti utilizzati.

Questo accade proprio quando ci sono giacenze di magazzino: ci sono dei costi già sostenuti in questo esercizio, che però saranno venduti (o altro) solo nel prossimo esercizio o in quelli successivi.

Ecco allora che bisogna fare le “rettifiche di storno” per fare in modo che queste giacenze siano sistemate da un punto di vista contabile. Lo storno si è capito che, nell’uso contabile, è l’operazione con cui viene rettificata, cioè cambiata, modificata, trasferita (dunque “stornata”) una somma da una voce di spesa a un’altra. Ci vediamo al prossimo episodio di italiano commerciale.

10 Domande sull’episodio

  1. Il verbo giacere indica a)mobilità b)immobilità c) vita
  2. Se c’è della merce che giace in magazzino, significa che a) La merce è stata venduta b) si tratta sempre di merce invenduta c) può trattarsi di scorte di magazzino d) potrebbe darsi che nel negozio non c’è spazio a sufficienza
  3. Le scorte di magazzino sono M _ _ _ _ che G_ _ _ _ _ in magazzino
  4. Lo storno è quell’operazione con cui si R _ _ _ _ _ ICA una voce nel bilancio i un’azienda
  5. Rettificare significa a) mettere la merce su un piano b) fare una modifica c) lasciare tutto com’è
  6.   Le rettifiche di _ _ _ _ _ _ si fanno a) a fine anno b) a inizio anno c) nel mese di giugno
  7. Un esercizio finanziario è pari a a) un giorno b)una settimana c) un mese d) un anno
  8. ciò che G_ _ _ _ in cassa si chiama _ _ _ _ _ _ _ _ di cassa
  9. Mettere in magazzino una certa quantità di merce per eventuali esigenze future significa a) fare scorta di merce b) aumentare le giacenze di magazzino c) diminuire le giacenze di cassa
  10. Se siamo nel 2022, il prossimo _ _ _ _ _ _ _ _ _ amministrativo sarà il _ _ _ _ .

Risposte

  1. b)immobilità
  2. c) può trattarsi di scorte di magazzino d) potrebbe darsi che nel negozio non c’è spazio a sufficienza
  3. Le scorte di magazzino sono MERCE che GIACE in magazzino
  4. Lo storno è quell’operazione con cui si RETTIFICA una voce nel bilancio i un’azienda
  5. b) fare una modifica
  6. STORNO, a) a fine ano
  7. d) un anno
  8. ciò che GIACE in cassa si chiama GIACENZA di cassa
  9. a) fare scorta di merce b) aumentare le giacenze di magazzino
  10. Se siamo nel 2022, il prossimo ESERCIZIO amministrativo sarà il 2023.

850 Frullare in testa

Frullare in testa

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Ricordate l’espressione ronzare per la testa?

Se ricordate, vi ho spiegato che quando qualcosa vi ronza in testa, o vi ronza in mente, o per la testa o per la mente, o nella testa, evidentemente avete un pensiero, spesso un’idea, che vi continua a girare in testa, quasi inconsapevolmente ma insistentemente. Quel pensiero non se ne va.

C’è quasi il senso un rumore di fondo che non ci abbandona mai, proprio come il ronzio di una zanzara.

Oggi vi dico anche che spesso si utilizzata anche il verbo frullare al posto di ronzare: “frullare in testa” o “frullare per la testa”.

Ebbene, il verbo frullare fa pensare al frullatore, quello strumento che si usa in cucina, quindi si tratta di un elettrodomestico con una lama per ridurre in poltiglia gli ingredienti.

Anche quello fa rumore, ma in questo caso non è il rumore che conta, non è dunque il senso dell’insistenza di un pensiero che non se ne va dalla testa.

Frullare in testa infatti si preferisce usare nel caso di strane, bizzarre idee, oppure per criticare una persona che secondo noi ha qualcosa di veramente strano in mente.

Cosa ti frulla in testa?

Vorrei sapere cosa frulla per la testa a mia sorella, che ha venduto la sua casa per trasferirsi chissà dove.

Diciamo che generalmente frullare posso usarlo in sostituzione di ronzare, posso dire ad esempio:

Da stamani mi frulla una strana idea in testa, quella di prendere un mese di ferie e andare a vivere in un convento.

Però, per evidenziare la stranezza del pensiero o il sospetto o la preoccupazione o l’accusa nei confronti di altre persone, bisogna usare preferibilmente il verbo frullare.

C’è anche il senso della curiosità se usiamo il verbo frullare e anche una certa quantità di mistero. Non si ha una chiara idea delle intenzioni altrui.

Come avete visto dagli esempi, si può dire frullare in testa oppure frullare per la testa.

Ricordate quindi che quasi sempre state criticando una persona per una bizzarra idea e che c’è una componente di mistero, curiosità o preoccupazione.

Adesso ripassiamo:

André: se Bolsonaro vincerà le elezioni domenica prossima, datemi un biglietto aereo per l’Italia e mi ci fionderò in men che non si dica!

Ulrike: Ma va va! ti direi lo stesso qualora vincesse Lula, ma dal Brasile non me ne vado mai, sono un Patriota con la P maiuscola!

Peggy: Quanto a me, di questi due candidati vorrei che non vincesse nessuno; ce ne sono tanti altri a disposizione!

Estelle: Comunque, dei sondaggi sembra che l‘imbarazzo della scelta non ce l’abbiamo questa volta. Oggi più che mai il paese è diviso tra sinistra e destra!

Edita: Infatti! tantissimi elettori si vedono costretti a votare un candidato che non gli piace, una sorta di voto utile, ne avete mai sentito parlare? Negli ultimi giorni non si parla d’altro!

Harjit: i brasiliani per non saper né leggere né scrivere dovrebbero ricercare di più riguardo ai candidati. A me quelli che ci sono sembrano fregarsene del Brasile

Iberè: hai visto mai che stavolta riusciremo scegliere il meglio per il nostro paese?

Danielle: Speriamo bene! Dopo che la frittata sarà fatta non ci si potrà più lamentare!

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849 Il campanello d’allarme

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Tutti voi saprete, immagino, che un campanello serve ad essere suonato, proprio come una campana.

Solo che il campanello non si trova sui campanili delle chiese, pertanto il suo scopo non è quello di scandire le ore o preannunciare la santa messa.

Ci sono diversi tipi di campanello.

Il campanello della bicicletta ha un suono caratteristico e serve ad avvisare qualcuno di fare attenzione alla bici stessa. Attenzione, una bici sta arrivando!

Tutti gli italiani però associano il campanello alla parola allarme. Il campanello d’allarme. Vediamo perché.

Allarme significa che c’è un pericolo.

Non è certamente il caso della campanella, al femminile, che a scuola segnala la fine di una lezione e l’inizio di un’altra, oppure l’inizio della ricreazione (quando i ragazzi possono riposarsi 10-15 minuti e fare merenda prima della ripresa delle lezioni) oppure può segnare l’uscita dalla scuola stessa.

Il campanello, al maschile, adesso che ci penso, è anche quello che si trova al di fuori delle abitazioni. Si tratta di un campanello elettrico. Anche quello si suona.

Il campanello elettrico è posto sulle porte delle abitazioni (cioè a fianco delle porte)

Oggi comunque viene chiamato soprattutto citofono, soprattutto nel caso di condomini con diversi condomini (attenzione all’accento che cambia: condomìni è il plurale di condominio, mentre condòmini è il plurale di condomino, cioè chi abita in un condominio).

Non scendiamo troppo nei dettagli comunque, perché in questo episodio (guai a chiamarla lezione!) vorrei parlarvi di “fungere da campanello d’allarme“.

È vero che il suono di un campanello serve generalmente a dare un allarme di qualche tipo, per segnalare un pericolo oppure semplicemente che è ora di pranzo.

È vero anche però che nell’espressione “fungere da campanello d’allarme” non esiste nessun campanello che suona.

Infatti l’uso dell’espressione è figurato. Non è un caso che infatti ci sia il verbo “fungere“, che significa “esercitare temporaneamente o provvisoriamente certe funzioni”.

Quindi c’è qualcosa che funge da campanello d’allarme, esercita la funzione del campanello, cioè serve ad avvisarvi, anche se non è un vero campanello.

Questo verbo lo abbiamo incontrato anche in altre occasioni se ricordate.

Vediamo l’uso di questa espressione con un paio di esempi.

Ammettiamo che fate le analisi del sangue dove risulta che avete il livello del colesterolo leggermente alto.

Questo deve fungere da campanello d’allarme perché il colesterolo alto indica probabilmente che la vostra alimentazione non è molto corretta. È o potrebbe essere un segnale, un segno.

Quindi il risultato di queste analisi vi sta avvisando, vi sta allarmando, vi sta segnalando un possibile pericolo in vista.

Parliamo di un fatto qualunque che costituisce dunque un avvertimento di possibili problematiche o di un aggravamento della situazione.

Non è necessario in realtà usare il verbo fungere:

Il mal di testa è un possibile campanello d’allarme della sinusite.

Insomma, bisogna sempre stare attenti perché i segnali, quando sono negativi, vanno monitorati.

L’aumento dei casi di covid, secondo i medici, è un campanello d’allarme, e per questo invitano la popolazione a vaccinarsi.

È interessante notare che i campanelli d’allarme si possono ignorare, ma si possono anche cogliere. Ecco un altro uso interessante del verbo cogliere.

Cogliere i campanelli d’allarme significa monitorare i possibili segnali negativi, per poter riuscire ad accorgersi dell’eventuale problema. Si usa molto spesso anche saper cogliere i campanelli/segnali d’allarme.

Si sottolinea così la capacità nel sapersi accorgere di questi segnali.

C’è un senso simile a quello di cogliere un’occasione al volo, nel senso che c’è la sensazione che se non stiamo attenti non riusciremo a farlo.

Chi non riesce a cogliere i segnali/i campanelli d’allarme non si accorge invece che ci sono dei sintomi che ci segnalano l’esistenza di un problema.

Dunque, “cogliere” in questo caso sta per “accorgersi” di qualcosa, riuscire a capire, interpretare qualcosa, e bisogna farlo prima che accada il peggio, quando i segnali potrebbero essere lievi, non evidenti.

D’altronde questo verbo, cogliere, si usa anche nel senso di comprendere, capire, intendere.

Es. Cogliere il significato di un’espressione

Quando una persona dice qualcosa che può avere conseguenze di qualche tipo, o qualcosa che potrebbe sfuggire in generale, si può dire:

Hai colto?

Sei riuscito a cogliere?

Hai colto ciò che ha detto il direttore?

Hai colto il significato delle sue parole?

Cioè: hai capito bene cosa voleva dire? Capisci le conseguenze di ciò che ha detto?

Io non riesco a cogliere il senso di ciò che ha detto. Tu invece cosa hai colto nelle sue parole?

Questo generalmente significa che le singole parole sono state comprese e ciò che sfugge è il significato o le conseguenze di quanto si è detto.

Comunque ho un po’ divagato rispetto all’argomento del giorno in cui si doveva cogliere solamente un eventuale campanello d’allarme cioè (ormai l’avete capito) accorgersi di questo segnale che potenzialmente potrebbe preannunciare (cioè annunciare in anticipo) qualcosa di più grave.

Adesso un breve ripasso degli episodi precedenti.

Irina: Ieri a Napoli ha fatto un vero alluvione. Proprio il giorno delle elezioni! Tanta gente ha preferito ridurre rischi ai minimi termini restando a casa.

Edita: Eh, soprattutto per i vecchietti ci voleva del fegato per uscire di casa!

Rafaela: Io ci sono andata lo stesso. Mi sono incamminata un’oretta prima per stare sicura. Farsela sotto per così poco! Non esiste proprio! Io non capisco. E’ proprio il colmo! Poi però non ci lamentiamo del governo!

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848 Dulcis in fundo

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Ma questo latino ce lo ritroviamo dappertutto?

Dal titolo avrete già capito che anche la locuzione di oggi ha a che fare col latino. Oppure no?

Veramente “dulcis in fundo” viene dalla lingua latina? Pare invece proprio di no (mi sono informato perché ero proprio convinto del contrario!).

Comunque sia, sta di fatto che “dulcis in fundo” è una locuzione che si usa abbastanza di frequente nella lingua italiana e dunque questo per me è sufficiente per spiegarvene il significato.

Letteralmente, “dulcis in fundo” significa “il dolce viene in fondo”.

Si fa riferimento al fatto che il dolce, in un pasto, si mangia alla fine, cioè in fondo al pasto, alla conclusione del pasto.

Il dolce dunque conclude il pasto. La conclusione è la parola più importante di questo episodio.

Questa locuzione si usa però solamente in senso figurato.

In senso figurato “il dolce” può infatti rappresentare un evento, un avvenimento, un fatto che si conclude positivamente.

Quindi “dulcis in fundo” può far parte di una frase in cui si commenta la conclusione di qualcosa. Può indicare ad esempio la positiva (cioè felice) conclusione di un evento che già di per sé è qualcosa di positivo.

Es:

Giovanni ha organizzato la prossima riunione dei membri in Toscana, in una splendida villa in cui tutti i membri potranno condividere bei momenti insieme. Passeremo i primi tre giorni facendo varie attività e dulcis in fundo, ogni membro avrà un libro in regalo.

Dunque alla fine, alla conclusione di un bell’incontro, i partecipanti avranno un libro in regalo. Questa è una sorta di “ciliegina sulla torta”.

Anche questa espressione si usa abbastanza di frequente con significato simile.

La ciliegina sulla torta è ciò che completa un’opera in senso positivo. Pensate a una bella torta in cui una ciliegina alla fine, appoggiata sopra, fa sembrare la torta ancora più bella e a quel punto non c’è bisogno di aggiungere altro. La torta è adesso completa e perfetta.

Si usa anche “per concludere in bellezza”, un’altra espressione con un senso pressoché identico. Es:

Dopo tre anni caratterizzati da virus, guerre e crisi economiche, per concludere in bellezza ci vorrebbe l’arrivo degli alieni. Sarebbe veramente la ciliegina sulla torta.

Questo ovviamente è un utilizzo ironico.

Vabbé, vi faccio un esempio serio:

Vorrei concludere in bellezza questo episodio con un bel ripasso degli esercizi precedenti.

Prima della ciliegina sulla torta però voglio farvi un esempio ironico di dulcis in fundo.

In effetti si usa spesso anche in questo modo, quando si vuole ironizzare su una conclusione negativa che aggrava ulteriormente una situazione già negativa. Siamo quindi nel caso opposto di quello già descritto.

Es:

Lo scorso anno la mia squadra del cuore non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi. Abbiamo perso la Champions league, siamo arrivati ultimi in classifica e, dulcis in fundo, metà dei giocatori si sono infortunati.

Adesso il ripasso (dulcis in fundo, come al solito):

Irina: ricordo che un giorno non mi girava bene o il mio umore non era dei migliori, che dir si voglia. Pertanto ho deciso di fare due passi per cambiare aria. Così, mi sono incamminata verso il bosco. C’erano delle vie veramente tortuose. Senza rendermene conto mi ha colto la notte. Dal momento che non ci vedevo, mi sono presa una storta che mi ha lasciato degli strascichi fino a oggi. Mamma mia che dolore!

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847 Per tutta risposta

Per tutta risposta

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Una locuzione interessante da usare quando si descrive la reazione di una persona è “per tutta risposta“.

Si tratta di situazioni in cui c’è una reazione inaspettata, inattesa e spesso provocatoria da parte di una persona.

Si può parlare di una discussione o di un confronto tra persone, ma la risposta di cui si parla è la conseguenza di una divergenza di opinioni e se usiamo questa locuzione non parliamo solitamente di una risposta a parole, ma di una risposta diversa.

Vediamo qualche esempio:

Durante la lezione di italiano, alcuni studenti chiesero al professore di spiegare nuovamente il congiuntivo. Il professore, per tutta risposta si alzò e abbandonò l’aula.

Indubbiamente il professore ha dato una “risposta” agli studenti, non è così?

Si può comunque anche indicare una risposta a voce, tipo:

Il professore, per tutta risposta, disse che quegli studenti che hanno fatto quella domanda sarebbero stati bocciati!

Anche questa è una risposta!

La cosa importante è che questa risposta sia una reazione e che sia inaspettata, dunque che stupisce. Può accadere anche che questa reazione sia la dimostrazione di uno scontro, o come dicevo, di una divergenza di idee, ma è comunque qualcosa di esagerato e che solitamente mette fine a una discussione.

Es:

Il ladro ha provato a rubare la borsa alla vecchietta, che per tutta risposta lo ha colpito ripetutamente e il ladro è finito in ospedale.

Il ragazzo, dopo essere stato sgridato dal padre, per tutta risposta gli ha bucato le gomme dell’automobile.

Vedete che c’è sempre una reazione di un certo tipo: esagerata, inattesa, provocatoria. In caso contrario non è il caso di usare questa locuzione. Negli altri casi si può usare “come risposta” o “in risposta a”. In questi casi non c’è sorpresa, non c’è emozione e non c’è neanche una vera reazione; solo una semplice risposta fatta a parole o con altro.

Es:

Questo episodio è in risposta a coloro che mi hanno chiesto il significato della locuzione di oggi.

Questo episodio non è da interpretare come risposta ad una domanda

Il mio capo mi ha chiesto di licenziarmi. Che ne dite, come risposta potrebbe andar bene un semplice “no, grazie”?

Adesso è il momento del ripasso. Rispolveriamo qualche episodio precedente.

Karin: oggi al lavoro ho dovuto leggere un centinaio di email. Manco fossi il dirigente! Che diamine!

Peggy: beh comunqueè segno chesei una persona molto importante, a prescindere dal tuo stipendio

Danielle: immagino che tu abbia comunque dovuto rispondere a tutte le email anche a costo di fare tardi in ufficio.

Harjit: anch’io ricevo svariate email ogni giorno , ma leggo solo lo stretto indispensabile per dare una risposta.

Hartmut: Mi dà veramente sui nervi chi scrive più di 10 righe da leggere.

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846 Arzigogolato e tortuoso

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Conoscete tutti il verbo googlare, (o anche googolare) vero? È abbastanza recente come si può immaginare.

Si usa spesso per indicare la ricerca su google o comunque in generale cercare in Internet, effettuare una ricerca in Internet tramite un motore di ricerca.

Esiste anche il participio passato di questo verbo: googlato (o googolato). Ho fatto questa premessa perché in questo modo vi risulterà più facile ricordare l’aggettivo arzigogolato, che non ha niente a che vedere con google però!

E’ solo uno dei miei scherzetti, ma se vogliamo, è un utile espediente per ricordare l’aggettivo in questione: arzigogolato, che significa invece complicato, tortuoso.

Si usa in particolar modo quando si parla di percorsi e anche di discorsi.

Il termine “arzigogolato” fa pensare (almeno a me) a una strada un po’ confusa, dove ci sono tante curve, curve però che creano confusione e disorientamento.

Dico questo perché esiste anche l’espressione andare a zigo zago oppure fare zig zag, che indicano un percorso a curve.

Pensate alla lettera z e alla sua forma. Allora se una strada fa una serie di zig zag, allora vuol dire che segue un percorso non diritto ma con tante curve.

Quindi questo aggettivo “arzigogolato” mi fa pensare a qualcosa di simile. In un discorso arzigogolato (questo è un uso figurato) in effetti c’è il senso di un discorso poco chiaro, contorto, complicato. C’è l’idea di dire cose inutili, cose complicate e inutili.

Anche l’aggettivo contorto dà in effetti la stessa idea. Pensate al contorsionista, quell’artista di circo che, mediante una straordinaria flessibilità della colonna vertebrale, può eseguire movimenti o prendere atteggiamenti forzati e abbastanza innaturali. Il contorsionista fa le curve col proprio corpo.

Prima ho citato anche l’aggettivo “tortuoso“, aggettivo abbastanza simile a arzigogolato, ma tortuoso è più adatto ai percorsi che si fanno a piedi per indicare la difficoltà. In senso proprio comunque anche “tortuoso” indica che ci sono delle curve. Posso anche dire che il fiume ha un corso tortuoso (quindi pieno di curve) ma si usa abbastanza spesso comunque anche per i discorsi complicati. C’è qualcosa in più però della complicazione in tortuoso.

Arzigogolato è più “innocente” come termine, nel senso che non è detto che un discorso arzigogolato sia altro che una inutile complicazione.

Invece un discorso tortuoso può indicare, oltre alla complicazione, la presenza di ostacoli, sia in senso materiale che figurato, qualcosa (come un discorso) volutamente complicato, volutamente oscuro, quindi è complicato con delle finalità subdole, nascoste, quindi sleali.

Altre volte non c’è falsità ma neanche inutilità: solo ostacoli verso il raggiungimento di un obiettivo.

Posso dire ad esempio che facendo l’università a Roma, si va incontro ad un percorso abbastanza tortuoso ma che alla fine dà dei frutti.

In senso proprio posso parlare di una gara che si svolge su un percorso tortuoso, quindi complicato, difficile, dove c’è il rischio di cadere e dove magari si incontrano molti ostacoli.

In senso figurato potrei parlare di una legge, che prima di diventare tale ha seguito un percorso tortuoso. Evidentemente non è stato facile approvare questa legge.

Oppure, considerato quando tempo c’è voluto e quante difficoltà sono state superate, si può parlare del percorso tortuoso che ha portato all’Europa unita.

Se dicessimo che questo percorso è stato arzigogolato diremmo che è stato inutilmente complicato. Ma non è questo che voglio dire.

Molte volte è necessario passare attraverso un percorso tortuoso per raggiungere un grande risultato.

Una cosa arzigogolata invece non è mai necessaria.

In senso figurato, arzigogolato pertanto si usa prevalentemente per commentare (con un certo fastidio) un discorso o uno scritto inutilmente complicato:

Troppo arzigogolato come discorso, cerca di semplificare!

Anche un ragionamento può essere definito arzigogolato:

Non devi fare un ragionamento arzigogolato, se vuoi che la tua idea sia capita da tutti. Semplicità è la parola d’ordine.

C’è ovviamente anche il verbo arzigogolare, cioè, come è intuibile, ragionare in modo tortuoso, far ragionamenti complicati.

Adesso ripassiamo. Inizio io. Invito i membri dell’associazione a parlare proprio dell’associazione.

Potete dire cosa vi sconfinfera e cosa no, se volete. Altrimenti potete, che so, elencare le prerogative dei membri, senza necessariamente nominare qualcuno. Potete però fare delle allusioni.

Allora forza ragazzi, non c’è qualche anima pia che è disposta a sacrificarsi?

Irina (Ucraina 🇺🇦)
Volete sapere cosa mi va a genio qui? Ve lo dico subito: abbozzare una frase di ripasso. Niente di meglio per rispolverare qualche espressione precedente.

Harjit (India 🇮🇳): ve lo dico tout court: sto prendendo l’aperitivo e non me la sento di ideare un ripasso, ma vi do manforte comunque, che sarà mai…

Peggy (Taiwan 🇹🇼): Quanto a me, al di là delle lezioni utili e fatte con i fiocchi da Gianni quotidianamente, apprezzo anche molto il fatto che i membri si danno manforte l’un l’altro (come poc’anzi fatto da Harjit). Per non parlare del po’ po’ di risorse da utilizzare nella nostra comunità.

Marcelo (Argentina 🇦🇷) : io invece stavo esercitandomi facendo alcuni esercizi, ma dopo l’esortazione di Gianni ho pensato: delle due l’una! E alla fine eccomi qua. I ripassi non sono mai un di più!

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845 Giurare e spergiurare

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Oggi, per la rubrica “2 minuti con Italiano Semplicemente” vi spiego l’espressione “giurare e spergiurare”.

Bisogna partire dal giuramento e dal verbo giurare. Quando qualcuno giura, fa una sorta di promessa. Non esattamente però.

Giurare significa dire, o meglio affermare, attestare con un giuramento.

Ti giuro che sto dicendo la verità, devi credermi!

Giuro che non ho fatto niente!

Lo giuro sui miei figli!

Lo giuro su ciò che è più importante per me!

Notate che si può dire ti giuro, vi giuro, eccetera (in contesti più informali), ma anche semplicemente “giuro”, o anche “lo giuro”. Notate inoltre che lo giuro è invariabile. Non si può dire “la giuro” o “li giuro”. Infatti “lo” si riferisce a ciò che si sta affermando.

Le giuro” invece va bene, ma si sta solo dando del lei alla persona alla quale ci si rivolge. Quindi è analogo a “ti giuro” dove invece si dà del tu.

Quando si giura, insomma, si prega di essere creduti, perché si garantisce che si sta dicendo la verità.

È interessante notare che spesso si giura “su” qualcosa o qualcuno.

Quando si dice “giuro su” qualcosa o qualcuno (es. i miei figli) è come se si dicesse: se non dicessi la verità, rinuncerei ai miei figli o sarei disposto a perderli.

Si può anche dire “giuro sulla vita dei miei figli”.

C’è anche chi giura il falso però, cioè chi mente sotto giuramento. Si dice proprio così: “mentire sotto giuramento”.

Il giuramento infatti riguarda spesso questioni molto importanti come la giustizia e la fede o la fedeltà.

Infatti quando si testimonia in un’aula di tribunale si è chiamati al giuramento (cioè siamo obbligati a giurare) e si deve pronunciare una frase precisa:

«Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione (cioè la mia dichiarazione), mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza».

Coloro che mentono, cioè che mentono sotto giuramento (cioè che mentono dopo aver giurato) vengono meno al giuramento, avranno sanzioni penali (o meglio incorrono in sanzioni penali). Il verbo incorrere lo abbiamo incontrato tra i verbi professionali.

Quindi giurando ci si impegna di dire la verità e se questo si fa davanti ad un giudice si compie il reato di falsa testimonianza, punito con la reclusione da due a sei anni.

In ogni caso comunque il giuramento è sempre qualcosa di molto serio.

C’è poi chi, non solo giura, ma anche spergiura! Questo è l’argomento di oggi: lo spergiuro.

È strano perché il verbo spergiurare, comunemente è usato come rafforzativo di giurare.

Es:

Giovanni spergiurava di non essere stato lui l’assassino!

Quell’uomo giurava e spergiurava di non aver tradito la moglie, che però non gli ha mai creduto.

In realtà però il verbo spergiurare ha il significato di “giurare il falso”, anche facendo il nome di Dio.

Quindi spergiurare ha un senso simile a mentire, dichiarare il falso, fare falsa testimonianza, ma più precisamente “non mantenere un giuramento”.

Non si usa mai parlando di sé stessi, e questo perché il senso della falsità resta comunque.

Es

La donna tradita dal marito può dire all’uomo traditore:

Non ti vergogni a spergiurare davanti a me, quando ti ho visto io stessa che eri con un’altra donna?

Nella migliore delle ipotesi resta comunque almeno il dubbio che non si stia dicendo la verità:

Es.

Inutile che spergiuri, tanto tua moglie non ti crederà mai.

C’è l’idea quindi dell’insistenza nel giuramento ma anche della falsità, più o meno esplicita.

L’episodio è finito, scusate se mi sono dilungato, ma non sempre accade che due minuti siano sufficienti. Lo scorso episodio sono bastati, stavolta no.

Ulrike: Lo scorso episodio sarebbe dunque un po’ sguarnito di dettagli importanti e la spiegazione era forse risicata?
Non sono di questo avviso!

Marcelo: neanche io. La spiegazione aderisce perfettamente al senso del termine. Gianni si era prefisso come obbiettivo di fare un episodio con lo stretto indispensabile e c’è riuscito.

Sofie: Oggi avrà forse sforato un po’, è vero, ma che vuoi, mica staremo qui a criticarlo per una quisquiglia insignificante, no?

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844 A costo di

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Oggi, a costo di essere accusato di essere troppo sintetico, voglio far onore al nome della rubrica che si chiama “2 minuti con Italiano Semplicemente”.

A costo di” è la locuzione che ho utilizzato nella frase precedente. Si usa per indicare ciò a cui siamo disponibili a rinunciare per raggiungere un obiettivo.

Il concetto di “costo” d’altronde parla chiaro. Siamo disposti a pagare qualcosa, sia in senso economico che in quello più generale di “rinuncia“, pur di raggiungere l’obiettivo.

L’uso di questa locuzione indica una certa determinazione a ottenere ciò che vogliamo perché indichiamo qualcosa a cui siamo disposti a rinunciare.

Quando diciamo poi “anche/persino a costo di” indichiamo una grossa rinuncia o una grave conseguenza negativa. Segno che siamo veramente decisi ad andare fino in fondo.

Es.

Voglio assolutamente andare in Italia, anche a costo di pagare il biglietto 1000 euro.

Oppure:

Devo assolutamente acquistare una Ferrari. Anche a costo di andare a rubare e rischiare la galera!

Come sostituire questa espressione?

Facile:

Devo assolutamente acquistare una Ferrari. Anche se dovessi andare a rubare e rischiare la galera!

Voglio assolutamente andare in Italia, anche se dovessi pagare il biglietto 1000 euro.

Rauno: Adesso ripassiamo, anche a costo di sforare col tempo

Irina: siamo alle solite

Giovanni: eh no, stavolta no! Non sia mai!

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    843 Fare acqua da tutte le parti

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    Si dice spesso, correggetemi se sbaglio, che in italia tante cose non funzionano come dovrebbero: i servizi pubblici, sempre in ritardo, e l’organizzazione in generale.

    È vero, non si può negare che tantissime cose siano da migliorare. Non siamo “tedeschi”, o “svizzeri”, come si suol dire sempre in Italia quando si parla di precisione e puntualità.

    In Italia tante cose non funzionano bene. Non c’è efficienza, c’è scarsa produttivitâ, e inevitabilmente tantissimi servizi fanno acqua da tutte le parti.

    Un’espressione particolare questa, perché ha un uso molto ampio. L’espressione è “fare acqua da tutte le parti”.

    L’acqua cosa c’entra?

    Fare acqua” è una locuzione che, nel senso proprio significa perdere acqua, cioè vuol dire che c’è dell’acqua che esce da una tubatura, quando invece l’acqua non dovrebbe uscire. Evidentemente c’è una perdita d’acqua.

    Il tubo fa acqua

    Il rubinetto fa acqua

    La guarnizione del lavandino fa acqua

    Eccetera.

    Se poi l’acqua esce da diversi punti, si può dire che queste tubature fanno acqua da tutte le parti, o che il rubinetto fa acqua da tutte le parti. Si usa anche il verbo “perdere” al posto del verbo fare, allo stesso modo:

    Il rubinetto perde

    Il rubinetto perde da tutte le parti.

    Il rubinetto perde acqua da tutte le parti.

    In senso figurato si usa invece solamente il verbo fare

    Si usa essenzialmente per indicare che qualcosa non funziona bene, che non adempie al suo compito.

    Dicevo che si usa in diversi contesti.

    Un discorso, soprattutto, può fare acqua da tutte le parti, e questo si dice quando questo discorso ha, o dovrebbe avere, l’obiettivo di dimostrare qualcosa ma non ci riesce perché ha troppe cose che non vanno.

    L’espressione si addice quindi bene a discorsi politici, ma anche a discorsi in cui, più in generale, si ha qualcosa da dimostrare, o discorsi che devono convincere qualcuno attraverso dei ragionamenti logici.

    Quando un discorso fa acqua da tutte le parti, semplicemente non funziona, perché ci sono incoerenze evidenti, ci sono punti poco chiari, poco convincenti, facilmente contestabili.

    Dunque, alla fine, non si riesce a convincere nessuno perché le persone che ascoltano si rendono conto di questo.

    Immaginatevi un tubo che deve trasportare acqua fino ad un punto finale, dove l’acqua è il contenuto del tubo, proprio come il contenuto di un discorso. Di tutta l’acqua che si voleva trasportare, ne rimane però poca alla fine…

    Si potrebbe anche dire che questo discorso è pieno di lacune, o di punti deboli o che è pieno di falle.

    Il termine falle (falla al singolare) è molto importante per capire l’uso figurato. Vedremo perché tra un minuto.

    L’espressione si usa spesso anche quando una persona si deve difendere a parole da un’accusa, o si deve giustificare per qualcosa.

    Se questa giustificazione o questa scusa fanno acqua da tutte le parti, ugualmente, non sono convincenti, non sono credibili.

    Es: caro, con chi parlavi ieri notte al telefono in bagno?

    Emmmm… era il mio direttore , che ha detto che domani mattina dovrò sostituirlo alla riunione in ufficio.

    La moglie sicuramente penserà che questa storia del direttore che chiama di notte fa acqua da tutte le parti.

    Infatti un collega non chiama di notte per una cosa di questo tipo. Sarebbe sufficiente una email. Poi perché chiamare proprio lui? Ci sono altri 20 dipendenti in ufficio ed è la prima volta che questo succede.

    Questa storia fa acqua da tutte le parti!

    A proposito di scuse e giustificazioni, può risultare utile anche immaginare una barca, o una nave che imbarca acqua, cioè una nave in cui entra dell’acqua da diversi punti.

    Si può dire che la nave fa acqua da tutte le parti, perché ci sono troppe falle e piano piano la nave finisce per riempirsi e per affondare…

    Le falle sono dei grossi squarci, delle aperture su una parete a diretto contatto dell’acqua (per es. una nave). C’è stata una rottura o un cedimento. Si è aperta una falla.

    L’uso figurato di falle indica delle mancanze, delle gravi mancanze, lacune, quindi “le falle” sono i punti deboli, i punti critici, le lacune, che fanno “perdere” credibilità.

    Discorsi e giustificazioni a parte, possiamo usare questa espressione, come dicevo, anche per indicare inefficienze di vario tipo.

    C’è chi dice che l’organizzazione scolastica italiana faccia acqua da tutte le parti, o che una legge fa acqua da tutte le parti, nel senso che ci sono molte problematiche nella sua reale applicazione e probabilmente non funzionerà.

    Si può dire in generale dei servizi pubblici che fanno acqua da tutte le parti.

    In pratica c’è molto da migliorare, e non si sa bene da dove iniziare a mettere le mani! Le falle sono troppe!

    Nella speranza che anche la mia spiegazione non faccia acqua da tutte le parti, vi invito ad ascoltare il seguente ripasso di qualche episodio precedente in cui parliamo di vizi. Cercate di usare ciò che avete già imparato per parlare dei vizi.

    Peggy: Un mio amico ha il vizio di mangiarsi le unghie. Se mi ricordo bene il principio di tale vizio risale all’infanzia. Dunque, come si sente nervoso gli si scatena tale gesto. Al che sua moglie gli fa un cazziatone e cosi il suo nervosismo aumenta ai massimi termini. Poverino! Come mi dispiace!

    Hartmut: Dagli manforte cara Peggy. Una scatola di stuzzicadenti potrebbe essere un espediente utile e benaccetto. Le prediche di sua moglie invece lasciano il tempo che trovano.

    Marcelo: Io penso che sarebbe meglio, in queste situazioni, usare un paio di guanti da pugilato, così unirebbe l’utile al dilettevole, cioè unghie salve e niente cazziatone della moglie!

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      842 Aderente

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      Oggi vediamo “aderente“, un aggettivo e al contempo un sostantivo maschile e femminile.

      Ma è più maschile o più femminile?

      Dipende…

      Scherzi a parte, mi è venuta in mente questa battuta (dovete perdonarmi ma ogni tanto sento il bisogno impellente di farne una) perché i vestiti aderenti mi fanno pensare più a qualcosa di femminile.

      Qualcuno adesso potrebbe dirmi che non è vero perché molti uomini, ragazzi soprattutto, portano (cioè indossano) abiti aderenti, come pantaloni o magliette aderenti. Vero.

      Ciò che è aderente aderisce, cioè si trova a stretto contatto con qualcosa.

      Il pantalone aderente aderisce alla pelle, e infatti si parla di pantaloni aderenti per dire che sono stretti.

      Ma stretto e aderente non sono in realtà dei sinonimi. Infatti l’aderenza può derivare da un tessuto elastico, fatto apposta per aderire.

      Invece, un abito stretto potrebbe essere della taglia sbagliata, quindi potrebbe anche risultare scomodo.

      Comunque è vero che un pantalone o una maglia possono aderire alla pelle, ma non sono solo gli indumenti a poter aderire a qualcosa.

      L’aggettivo aderente si può riferire anche alla corrispondenza stretta.

      Cioè?

      Se una traduzione è aderente al testo scritto significa evidentemente che la traduzione corrisponde esattamente al testo scritto in altra lingua.

      Apparentemente i due significati di aderente non hanno nulla in comune.

      Il pantalone però, che aderisce alla pelle, in fondo è attaccato alla pelle, si trova a stretto contatto con la pelle. C’è dunque il concetto di vicinanza, di prossimità.

      Allora una traduzione aderente ad un testo si avvicina al testo, quindi è una traduzione esatta, o meglio, conforme al testo.

      Ricordate il concetto di conformità?

      Ce ne siamo occupati in un episodio passato. Ebbene, l’aderenza si può usare anche per indicare conformità, e c’è sempre una coppia di cose che viene posta a confronto..

      Qualcosa può essere conforme ad un altra e qualcosa può aderire a qualcos’altro.

      C’è qualcosa di simile al concetto di corrispondenza.

      La traduzione corrisponde alla versione in lingua italiana.

      Sto dicendo esattamente la stessa cosa.

      Ovviamente non solo una traduzione può essere aderente ad un testo.

      Usare l’aderenza è certamente poco colloquiale, più formale dunque.

      Ammettiamo di partecipare ad un concorso.

      Chissà se il mio profilo è aderente a quello richiesto!

      Vedete che anche qui ci sono due cose a confronto e si cerca di capire se c’è una vicinanza, quindi una corrispondenza, tra le mie caratteristiche professionali (cioè il mio profilo) con quelle della persona che stanno cercando.

      In teoria, dovrebbe essere assunta la persona le cui caratteristiche professionali si avvicinano maggiormente alla persona che si sta cercando.

      Detto in altre parole, si cerca la persona con il profilo professionale maggiormente aderente a quello cercato.

      C’è dunque il concetto di vicinanza che voglio sottolineare.

      Se qualcosa non vi piace e volete esprimervi in modo più forbito, potete dire ad esempio che questa cosa non aderisce perfettamente ai vostri gusti.

      Oppure si può commentare un film dicendo che non è molto aderente alla realtà e alla sensibilità dei giovani.

      Insomma, questo film non corrisponde a ciò che i giovani vedono e vivono tutti i giorni.

      Infine, dicevo che aderente è anche sostantivo.

      Ad esempio ci sono molte persone che, avendo aderito all’associazione Italiano Semplicemente, sono diventati aderenti all’associazione.

      Chi aderisce ad un partito è invece un aderente al partito. Poi c’è anche chi aderisce ad una iniziativa.

      In quest’ultimo caso si tratta di persone che, potremmo dire, sono d’accordo con una iniziativa. Lo stesso si può dire per un progetto o una proposta.

      Diciamolo meglio però.

      Chi fa propria un’opinione, un’iniziativa di altri, si dice che aderisce all’iniziativa, al progetto, all’idea.

      Chi ha deciso di far parte dell’associazione Italiano Semplicemente, ad esempio, ha aderito agli obiettivi dell’associazione.

      Hanno tutti qualcosa in comune gli aderenti all’associazione. Il concetto di vicinanza c’è anche qui.

      Quando parliamo di aderenti ad un partito possiamo parlare anche di seguaci o sostenitori.

      Oggi si usa anche follower, ma questo termine inglese si usa solamente per Facebook, twitter Instagram eccetera.

      Tranquilli, abbiamo finito.

      Adesso vi propongo un breve ripasso degli episodi precedenti. Qualcuno aderisce alla mia proposta?

      Irina: aderisco volentieri. Anche perché non voglio essere ammonita, tantomeno essere accusato di essere una nullafacente.

      Edita: ciò non toglie che dovremmo parlare di qualcosa… e neanche a me viene in mente nulla…

      Mary: vabbè dai, fate conto che l’argomento l’abbiamo trovato.

      Anthony: quando si dice la fantasia…

      Gli esercizi per questo episodio sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente (ENTRA)

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