Il question time- POLITICA ITALIANA (Ep. n. 56)

Il question time

Audio in preparazione
Indice degli episodi della rubrica dedicata alla politica

Trascrizione

Benvenuti a tutti e bentrovati a un nuovo episodio dedicato al linguaggio della politica italiana.

Oggi parliamo di un’espressione che sentiamo spesso nei telegiornali e nei resoconti parlamentari: Question Time.

Come avrete notato, non si tratta di un’espressione italiana. È inglese e significa letteralmente “tempo delle domande”.

In Italia, però, non viene quasi mai tradotta. Si usa proprio così: question time.

Ma di che cosa si tratta esattamente?

Il question time è una particolare seduta del Parlamento durante la quale i parlamentari rivolgono domande al Governo e ricevono risposte immediate dai ministri o dal Presidente del Consiglio.

L’obiettivo è quello di permettere un confronto diretto e pubblico su questioni di attualità, problemi urgenti o decisioni politiche particolarmente rilevanti.

Potremmo dire che è una sorta di interrogazione scolastica, ma al contrario: non è il professore a fare le domande agli studenti, bensì sono i parlamentari a interrogare il Governo.

Quando ascoltate un giornalista dire:

Oggi, durante il question time alla Camera, il ministro dell’Economia ha risposto alle critiche dell’opposizione

significa che il ministro è stato chiamato a fornire spiegazioni pubbliche su un determinato argomento.

L’espressione viene dal sistema parlamentare britannico, dove le sedute dedicate alle domande al governo sono una tradizione molto antica. Nel corso del tempo anche molti altri Paesi hanno adottato procedure simili.

A ben vedere, il question time rappresenta uno degli strumenti più importanti di controllo democratico. Infatti, il Governo non può limitarsi ad agire indisturbato, ma deve periodicamente rendere conto delle proprie decisioni davanti ai rappresentanti dei cittadini.

Naturalmente, come spesso accade in politica, non mancano le polemiche. C’è chi sostiene che il question time sia un’occasione propizia per fare chiarezza e chi, invece, ritiene che talvolta si trasformi in uno spettacolo mediatico, con domande preparate per mettere in difficoltà gli avversari più che per ottenere risposte.

Sta di fatto che questa espressione è ormai entrata stabilmente nel lessico politico italiano. Anche chi non conosce l’inglese finisce prima o poi per imbattersi in questo termine.

Da che mondo è mondo, chi governa deve rispondere delle proprie azioni. Il question time non fa altro che tradurre questo principio in una procedura concreta e pubblica.

Perciò, la prossima volta che sentirete parlare di un question time in Parlamento, saprete che non si tratta semplicemente di una serie di domande, ma di un momento istituzionale nel quale il Governo è chiamato a rendere conto del proprio operato davanti al Paese.

Potreste chiedervi: È Obbligatorio? Ogni quanto tempo si svolge? È previsto da qualche legge?

Sì, il Question Time in Italia è previsto dalle regole parlamentari, ma non direttamente dalla Costituzione.

È obbligatorio?

In pratica sì, perché è disciplinato dai regolamenti parlamentari della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, che prevedono sessioni dedicate alle interrogazioni a risposta immediata. Ripeto: risposta immediata.

Non esiste però una legge che imponga una determinata frequenza in modo rigido per tutti i tempi e per tutte le situazioni.

Alla Camera, il Question Time si svolge normalmente una volta alla settimana, generalmente il mercoledì, quando i lavori parlamentari sono in corso.

Anche al Senato si tengono periodicamente sedute analoghe, sebbene l’organizzazione possa variare.

Quando partecipa il Presidente del Consiglio, l’evento assume spesso una particolare rilevanza mediatica.

La base costituzionale si trova comunque nell’attività di controllo che il Parlamento esercita sul Governo, prevista dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Il Question Time quindi è uno degli strumenti attraverso cui questo controllo viene esercitato.

Tengo a rimarcare,a sottolineare che la risposta è immediata perché esistono anche altre tipologie di interrogazione parlamentare.

Esistono diverse tipologie di interrogazioni oltre al question time.
Esiste l’interrogazione a risposta scritta dove un parlamentare presenta una domanda e il Governo risponde per iscritto. La risposta può arrivare dopo settimane o mesi.
Poi c’è l’interrogazione a risposta orale in Commissione o in Aula.

Il Governo in questo caso risponde verbalmente (cioè a voce) durante una seduta parlamentare.

Il Question Time invece è una interrogazione a risposta immediata e quindi la domanda e risposta avvengono direttamente in aula, in tempi molto rapidi e in seduta pubblica.

Per questo motivo i giornalisti lo considerano spesso uno degli appuntamenti più importanti della settimana parlamentare: consente di conoscere immediatamente la posizione del Governo su questioni di attualità.

Vediamo adesso qualche frase che riguarda il question time usando qualche episodio precedente della rubrica dedicata alla politica italiana:

1. Durante il Question Time nell’Emiciclo, l’opposizione ha accusato il Governo di favorire i soliti colletti bianchi, suscitando una vivace bagarre.

2. Nel corso del Question Time a Palazzo Madama, alcuni malpancisti della maggioranza hanno criticato apertamente il ministro, mentre i cerchiobottisti cercavano di smorzare le polemiche.

3. Alla domanda di un deputato sulla presunta connivenza tra amministratori locali e imprese, il ministro ha respinto ogni accusa di malcostume politico.

4. Il Question Time si è trasformato in un acceso contraddittorio quando un parlamentare ha denunciato il rischio di una deriva autoritaria da parte dell’esecutivo.

5. Un deputato oltranzista ha accusato il Governo di usare continue armi di distrazione di massa per evitare di rispondere ai problemi reali del Paese.

6. Nel Question Time dedicato alla giustizia, il Guardasigilli ha illustrato il lungo iter e la complessa trafila necessari per approvare la riforma.

7. Alcuni parlamentari hanno chiesto al Governo se intendesse commissariare l’ente pubblico, sostenendo che la situazione richiedesse un intervento immediato.

8. Durante il Question Time, il ministro ha invitato tutte le forze politiche a trovare una soluzione bipartisan, nel rispetto del patto sociale e dei necessari pesi e contrappesi istituzionali.

9. L’interrogazione riguardava presunti casi di mazzette, tangenti, bustarelle e altri episodi di corruzione che avrebbero coinvolto alcuni esponenti del gotha economico.

10. Al termine del Question Time, molti commentatori hanno osservato che la risposta del Governo era stata ricca di retorica e di promesse, ma povera di impegni concreti, tanto da far dire a qualcuno: “Va tutto bene, Madama la Marchesa!“.

Accadde il 30 settembre 1948: fare da contraltare

Fare da contraltare (scarica audio)

Trascrizione

Il 30 settembre 1948 uscì nelle edicole italiane il primo albo di Tex, il famoso fumetto creato da Gian Luigi Bonelli e Aurelio Galleppini.

In quel contesto, Tex fece da contraltare ad altri generi editoriali e fumettistici dell’epoca. Nel dopoguerra, infatti, in Italia circolavano molti fumetti d’avventura e di intrattenimento leggero, spesso senza grandi pretese morali. Tex, con il suo eroe western che difende i deboli, l’ambientazione epica e i valori di giustizia e lealtà, offriva qualcosa di diverso: non solo evasione, ma anche una dimensione etica e coerente. Per questo si può dire che Tex fece da contraltare agli altri fumetti più spensierati o privi di profondità narrativa.

Fare da contraltare” significa assumere il ruolo di contrappeso o di controparte, cioè rappresentare un elemento che, per contrasto o equilibrio, mette in risalto l’altro.

Fare da: indica svolgere una funzione, avere un ruolo.

La preposizione “da” è essenziale per capire l’espressione fare da contraltare.

In italiano, quando usiamo fare da + sostantivo, indichiamo che qualcosa o qualcuno svolge la funzione, il ruolo, la parte espressa da quel sostantivo.
Ad esempio, “fare da guida” sta per svolgere il ruolo di guida.

“Fare da specchio” significa comportarsi come uno specchio, avere la funzione di uno specchio.

“Fare da esempio” quindi significa servire come esempio.

Contraltare è il sostantivo in questione. Nel senso di controparte, qualcosa che bilancia o mette in rilievo un altro elemento.

In altre parole, quando qualcosa “fa da contraltare” a qualcos’altro, non è per forza in conflitto, ma crea un rapporto di confronto o di equilibrio. È come mettere qualcosa su uno dei due piatti di una bilancia.

Si tratta di un’espressione tipica di un registro formale o medio-alto: giornalismo, critica culturale, analisi politiche, saggi. In un contesto colloquiale, si usano più spesso alternative come “fare da contrappeso”, “fare da opposto”, “essere la controparte”. Spesso si usano anche locuzioni come “per contro” e “di contro”, locuzioni che sono state oggetto di un episodio all’interno della rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

Vediamo altri esempi:

L’opposizione fa da contraltare al governo, sollevando critiche e proponendo alternative.

I mercatini rionali fanno da contraltare ai grandi supermercati, con prodotti freschi e genuini.

In coppia, la mia passione per il calcio fa da contraltare alla mania di mia moglie per le serie TV: alla fine litighiamo solo per chi tiene il telecomando!, ma vince sempre lei.

Ancorché (ep. 975)

Ancorché (scarica audio)

ancorchéTrascrizione

Oggi voglio parlarvi di ancorché, che si scrive con l’accento acuto sulla “e”.

Ancorché” è una congiunzione che viene utilizzata per introdurre una concessione o un’opposizione tra due situazioni. Si usa quando si vuole indicare che una cosa accade nonostante un’altra cosa possa sembrare contraria. Ad esempio:

Ha deciso di andare in montagna, ancorché facesse freddo.

Somiglia molto a “anche se”, “sebbene”, “benché”, “nonostante” e “quantunque”.

Quali sono le differenze? Volete saperlo?

Anche se: “Anche se” ha una funzione simile a “ancorché” ed è molto più utilizzata

Esempio:

Andrò alla festa, anche se sono malato.

“Sebbene” è un altro termine che può essere utilizzato per introdurre una frase che esprime un’opposizione o una contraddizione rispetto a ciò che è stato detto nella frase principale.

Esempio:

Sebbene sia giovane, ha molta esperienza.

Non ci siamo mai occupati di “sebbene” finora, e devo dirvi che è leggermente meno informale rispetto a a “anche se” e la sua particolarità è che bisogna usare il congiuntivo, proprio come “benché“, di cui invece ci siamo occupati. Benché è abbastanza simile ma meno formale rispetto a ancorché.

Es:

Benché avessi molta paura, sono rimasto calmo.

Tutti questi termini possono essere utilizzati per indicare che una cosa accade o è vera, o che è accaduta nonostante possa sembrare contraria o in opposizione a qualcos’altro. La scelta tra di essi dipenderà spesso dallo stile o dalla preferenza personale, poiché hanno significati molto simili.

Giovanni continuò a lavorare, ancorché molto stanco

In questo esempio, “ancorché” indica che Giovanni stava lavorando nonostante fosse stanco, sebbene fosse stanco, benché stanco.

C’è sempre un contrasto tra due fatti.

Verrò alla riunione, ancorché abbia altri impegni.

Cioè:

Parteciperò alla riunione nonostante abbia altri impegni.

Verrò alla riunione, sebbene abbia altri impegni.

Verrò alla riunione, anche se ho altri impegni.

Verrò alla riunione, benché abbia altri impegni.

Oppure:

Ha preso la decisione, ancorché difficile da accettare.

In questo caso, “ancorché” indica che la decisione è stata presa, anche se è difficile da accettare. È simile anche a “malgrado”. Anche “malgrado” vuole il congiuntivo. Ce ne faremo una ragione!

“Anche se” in questi casi vuole l’indicativo, ma quando introduce un’ipotesi, una possibilità, allora si usa il congiuntivo.

Es.

Anche se mangiassi di più, non ingrasserei

Capisco bene quindi il motivo per cui, nel caso di concessione e opposizione, i non madrelingua preferiscono usare “anche se”.

In tal senso, anche “quantunque” ha un uso analogo. Purtroppo bisogna ancora una volta usare il congiuntivo!

Una cosa interessante è che “quantunque” ha anche il senso di “per quanto“. Meno male che ci siamo già occupati di “per quanto“. Abbastanza formale anche “quantunque”.

Suonò il telefono e quantunque fosse molto tardi, risposi con un tono amichevole.

Notate bene che anche qui c’è un contrasto, una contrapposizione evidente.

Si può tranquillamente dire:

Suonò il telefono e per quanto fosse molto tardi, risposi con un tono amichevole.

Ancorché” si preferisce usare in contesti più formali rispetto alle alternative di cui vi ho parlato. Parlo di documenti legali, discorsi ufficiali, articoli di giornale eccetera. In questi casi potrebbe essere preferibile utilizzare “ancorché“.

Inoltre se si desidera mettere in evidenza una concessione o una opposizione tra due fatti, “ancorché” potrebbe essere preferito. Ad esempio, se si vuole sottolineare che qualcosa è accaduto nonostante le circostanze fossero ostili, si potrebbe dire:

Ha vinto la partita, ancorché piovesse a dirotto.

Piuttosto che:

Ha vinto la partita, anche se pioveva a dirotto.

Ha vinto la partita, benché/sebbene/nonostante piovesse a dirotto.

Adesso anche se siete stanchi, facciamo un bel ripasso usando, oltre a cose già imparate, anche i termini “benché”, “sebbene”, “quantunque”, “anche se” e “nonostante”.
Marcelo: Sapete, non riesco a perdere peso, benché segua una dieta rigorosa.

Hartmut: Sebbene sia difficile, devi anche fare esercizio fisico regolarmente, facendo almeno 10000 passi ogni giorno. Inoltre, giù le mani da quei dolcetti di cui vai pazzo!

Mary: Va bene, ma quantunque sia importante la dieta e l’esercizio, anche se sei convinto e hai un buon inizio, devi avere dedizione e costanza per avere successo. Ricorda che solo chi la dura la vince!

Marcelo: Hai ragione, nonostante sia difficile, devo trovare i momenti propizi e la motivazione al più alto per non mollare.

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Tuttavia o eppure? (Ep. 938)

Tuttavia o eppure? (scarica audio)

Trascrizione

Giovanni: ragazzi, qualche tempo fa, uno di voi mi ha chiesto la differenza tra tuttavia e eppure. Ne abbiamo parlato nel gruppo WhatsApp dell’associazione, ricordate? Ci facciamo un episodio, che ne dite?

Tuttavia” e “eppure” sono avverbi che possono essere utilizzati per indicare un contrasto rispetto a ciò che è stato detto precedentemente.

Entrambi esprimono un’opposizione, un contrasto o una contraddizione, ma con sfumature un po’diverse.

La parola “tuttavia” può essere considerata una parola più neutrale, utilizzata per presentare un fatto o un’idea che è contrario a quanto ci si aspetterebbe sulla base delle informazioni precedenti. Ad esempio:

– Ha lavorato duramente, tuttavia non è stato promosso.
– Il prezzo sembrava ragionevole, tuttavia la qualità del prodotto era scarsa.

Tuttavia, sebbene più formale, somiglia molto a “nonostante questo” e “ma/però“.

D’altra parte, “eppure” viene utilizzata per introdurre una frase che presenta un contrasto inaspettato o sorprendente rispetto a quanto ci si aspetterebbe.

Può essere considerata una parola spesso più emotiva o anche più colloquiale. Anche il tono è importante.

Ecco alcuni esempi:

Mi aveva promesso di venire, eppure non si è presentato all’appuntamento.

Qui, “eppure” implica un senso di sorpresa e incertezza riguardo al motivo per cui la persona non si è presentata, nonostante avesse promesso di farlo.

Ha fatto molti errori, eppure è stato promosso. Come te lo spieghi?
Era esausto, eppure ha continuato a lavorare. Pensa che volontà che ha dimostrato!

Un’altra differenza è che “tuttavia” tende ad essere un termine più assertivo e diretto, mentre “eppure” può introdurre un elemento di dubbio o mettere in discussione in modo più forte quanto affermato precedentemente.

Es:

Giovanni è stato bocciato all’esame perché non ha fatto abbastanza esercizi. Eppure lo avevo avvertito che era necessario farne tanti.

In questo caso con “eppure” si esprime stupore o anche una critica verso Giovanni. Se nella stessa frase uso “tuttavia” non emerge alcun elemento emotivo. La frase risulta più fredda,

Lo stesso se dicessi:

Nonostante lo avessi avvisato, Giovanni è stato bocciato all’esame perché non ha fatto abbastanza esercizi.

Questo significa che quando si parla di questioni tecniche e in tutte le situazioni dove non si vuole né criticare, né dissentire, né far emergere stupore ma semplicemente far notare un contrasto, “eppure” non è adatto.

Es:

I vecchi condizionatori funzionavano meglio dei nuovi, tuttavia adesso abbiamo un minore consumo energetico.

Si evidenzia così un pregio degli uni e degli altri, niente di più.

Dicevo che “eppure” è più adatto di “tuttavia” per esprimere e sottolineare un elemento di dubbio. Es:

Tutti credono che sia lui l’assassino, eppure c’è qualcosa che non mi convince!

La frase indica che nonostante la convinzione diffusa che sia lui l’assassino, io ho dei dubbi in merito.

L’uso di “eppure” enfatizza il contrasto tra la credenza comune e le riserve personali del sottoscritto (le “riserve” sono i dubbi. Ne abbiamo parlato in una lezione di Italiano professionale dedicata ai dubbi).

Mario era sicuro di aver chiuso la porta di casa, eppure quando è tornato era spalancata.

In questo caso, l’uso di “eppure” sottolinea l’incredulità e il dubbio di Mario che non riesce a capire come la porta potesse essere aperta nonostante la sua certezza di averla chiusa.

Abbiamo studiato a lungo per l’esame, eppure i risultati sono stati deludenti.

In questo caso, “eppure” suggerisce un senso di perplessità e dubbio rispetto alla connessione tra l’impegno profuso nello studio e i risultati ottenuti.

Potrei anche usare “tuttavia” ma non emergerebbe così forte questo contrasto.

La torta sembrava buonissima, eppure il sapore era piuttosto insipido.

Qui, l’uso di “eppure” esprime un dubbio riguardo alla discrepanza tra l’aspetto invitante della torta e il suo sapore deludente.

Mi ha raccontato la sua versione dei fatti, eppure non sono ancora sicuro di poter credere alle sue parole.

Anche in questo esempio, c’è del dubbio e incertezza riguardo alla veridicità delle informazioni fornite, nonostante la spiegazione ricevuta.

Adesso chiedo aiuto ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente che invito a usare qualche espressione già spiegata rispondendo alla seguente domanda: chi o cosa vorreste eliminare dalla faccia della terra?

Ulrike: Difficile dare una riposta a questa domanda. Sono tante le persone che lasciano il tempo che trovano su questa terra.

Albéric: Gianni non ha mai nascosto di voler far fuori i puristi della grammatica. “Non se ne parla proprio di trattare argomenti esclusivamente grammaticali”, ha sempre detto.
Non ce l’avrà a male se gli dico che la sua è una eccessiva fisima o fissazione, che dir si voglia.

André: dacché me lo chiedi se io potessi farei scomparire dalla terra tutti i razzisti!

Estelle: quanto a me, ne ho fin sopra i capelli dei bugiardi e di quelli che gli confidi qualcosa e loro spargono la voce a destra e a manca. Mi hai fornito un assist e io non solo lo raccolgo, ma non ne ho proprio per nessuno. Una volta per tutte: se non riescono a scomparire dalla faccia della terra, che stiano almeno alla larga dalla mia!

Marcelo: ragazzi, si è detto “eliminare dalla faccia della terra”. Riporto il virgolettato perché mi sembra un tantino forte. Io, a differenza di voi, mi sono ripromesso di non giudicare nessuno e tantomeno demonizzarlo. Non me ne volete.

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Gli esercizi su questo episodio (con soluzione) sono disponibili per i membri dell’associazione Italiano Semplicemente

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Insorgere – POLITICA ITALIANA (Ep. n. 37)

Insorgere (scarica audio)

Trascrizione

Bentornati nella rubrica di Italiano semplicemente dedicata al linguaggio della politica.

Oggi vediamo il verbo insorgere, usato quasi esclusivamente in ambito politico. Vediamo perché.

Il verbo “insorgere” significa “opporsi attivamente” o “ribellarsi” a qualcosa o qualcuno che viene percepito come ingiusto o inaccettabile.

In ambito politico, il termine viene spesso utilizzato per riferirsi a movimenti di protesta, manifestazioni, scioperi e rivolte popolari contro governi, istituzioni o decisioni ritenute discriminatorie o dannose.

Il verbo “insorgere” è spesso usato in ambito politico soprattutto perché si riferisce a un’azione collettiva di protesta o di ribellione contro un sistema o un’autorità che viene percepita come illegittima o ingiusta.

Si tratta di una protesta collettiva dunque, che possiamo chiamare col termine insurrezione.

È un verbo che esprime un forte senso di opposizione e di resistenza. Una resistenza attiva, e quindi viene usato soprattutto in contesti di conflitto sociale e politico.

Insorgere” somiglia ad altri verbi che esprimono un’azione di opposizione o di resistenza, come “protestare”, “opporsi”, “ribellarsi”, “sollevarsi”, “alzarsi”, “manifestare”.

Tutti questi verbi si riferiscono a un’azione di opposizione attiva e possono essere usati in contesti simili.

Quando dico “attiva” intendo che questa insurrezione ha un obiettivo preciso, vuole contrastare, vuole opporsi con l’obiettivo di ottenere un risultato. Una resistenza attiva non è una resistenza che serve solo a resistere, ad allungare la sofferenza o la vita.

Il verbo “insorgere” ha chiaramente a che fare con il verbo “sorgere” che a prima vista sembrerebbe riguardare solamente il sole, che sorge ogni mattina.

In realtà anche una domanda può sorgere. Spesso si dice che una domanda “sorge spontanea” .

Molto simile al verbo nascere. Un sospetto può ugualmente sorgere. Anche un edificio o una montagna possono farlo.

L’edificio sorge a fianco del parlamento

La casa abusiva è sorta in una sola notte

La maestosa montagna sorgeva all’orizzonte, dominando la vista con la sua imponenza.

Può sorgere anche un’idea o un problema, o un dubbio.

Mi sorge un dubbio

È appena sorto un problema

L’idea è sorta dalla geniale mente di Marco

Molto spesso si tratta di una nascita improvvisa, di una crescita inaspettata.

C’è un legame tra sorgere e insorgere perché entrambi derivano dal latino “surgere“, che significa infatti “alzarsi” o “elevarsi“, proprio come fa il sole la mattina, quando si alza in cielo per illuminare il mondo.

“Insorgere” invece significa letteralmente “alzarsi contro qualcosa” o “elevarsi in opposizione“.

In questi casi di insurrezione o protesta collettiva, protesta di massa, si parla anche di un “sollevamento di protesta” come ad esempio un sollevamento popolare.

Ad insorgere può essere il popolo in generale, magari contro una decisione del governo che non li trova d’accordo, oppure può insorgere un gruppo parlamentare o l’insieme dei dipendenti di un’azienda, o anche i sindacati dei lavoratori.

Perché l’uso del prefisso “in“? Se è sorta questa domanda, vi rispondo subito. “In” indica una sorta di inversione di una situazione data. Scusate il gioco di parole.

Cosa viene invertito? È Il senso del verbo sorgere.

Sorgere” significa infatti “alzarsi” in senso positivo, mentre “insorgere” significa “alzarsi” in senso negativo, ovvero contro qualcosa o qualcuno.

Accade spesso questo con la preposizione in. Pensate a credibile e incredibile, pensate a indimenticabile o a intollerante.

Chiarito quest’ultimo dubbio, ci vediamo al prossimo episodio di italiano dedicato al linguaggio della politica.Anzi no…

Vediamo altri 10 esempi di uso del verbo insorgere perché mi sono appena ricordato di altri due utilizzi particolari del verbo insorgere. Prima faccio gli esempi e poi ve ne parlo:

1. Il partito di opposizione insorge contro la nuova legge fiscale proposta dal governo.
2. I cittadini insorsero contro la corruzione dilagante nel loro paese.
3. Se non si prendono misure adeguate, il conflitto potrebbe insorgere nuovamente.
4. Dopo l’ultimo scandalo politico, molti gruppi di attivisti sono insorti per chiedere riforme.
5. La popolazione è insorta contro il regime autoritario che governava il paese.
6. Il sindacato è insorto contro la decisione dell’azienda di licenziare centinaia di lavoratori.
7. La tensione tra i due paesi insorge periodicamente a causa della disputa territoriale.
8. Dopo le elezioni, i sostenitori del partito vincitore sono insorti in festa nelle strade.
9. I giovani studenti sono insorti in protesta contro le misure di austerità del governo.
10. Non appena si è diffusa la notizia della nuova tassa, la popolazione è insorta in massa contro il governo.

Nell’esempio n. 3 vediamo che anche un conflitto può insorgere. In questo caso sta per nascere all’improvviso, crescere inaspettatamente e/o molto velocemente. Lo stesso vale con la tensione, quando insorge, come nell’esempio n. 7. Sempre di fenomeni collettivi parliamo però.

Infine, nell’esempio n. 8, “insorgere in festa“, non ha nulla a che fare con la protesta e la ribellione. Questa è un’espressione invece che indica una specie di festeggiamento di massa, un’occasione di festa collettiva.

Potrei anche dire che:

Dopo la vittoria del campionato del mondo, i tifosi sono insorti in festa.

Se vogliamo restare nella politica, un altro esempio può essere:

Dopo la notizia della liberazione del prigioniero politico, la popolazione è insorta in festa per celebrare il ritorno della libertà.

Adesso posso salutarvi veramente.

Alla prossima.

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