Descrizione: benvenuti nell’episodio numero 1013 della rubrica due minuti con Italiano Semplicemente.
“Che me ne faccio” è un modo informale di esprimere l’idea di inutilità di qualcosa per chi parla..Â
Proponiamo anche una serie di eserciziper testare il grado di comprensione di questo episodio.
A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.
Alla fine dell’episodio proponiamo le seguenti frasi di ripasso degli episodi precedenti formulate e registrate dai membri dell’associazione, dedicate alle cose inutili:
Irina: era tutto pieno di materiali antidiluviani. Ho messo tutto in un sacco le cose da gettare via e all’improvviso ho trovato una chiave inglese che all’occorrenza mi avrebbe potuto aiutare a rimediare a qualche guasto alla macchina! Povera me!Non mi metterò più in queste faccende!
Se volete, saremo felici di avervi tra noi. Guardate tutti i vantaggi sulla paginadell’associazione.
Oggi mi spetta un compito veramente difficile: devo affrontare un argomento legato alla grammatica italiana, ma non devo risultare noioso.
Tutt’altro: l’obiettivo è di essere persino divertente. So già che non ci riuscirò. Vabbè ci provo lo stesso. Alla fine spero di poter dire che ne è valsa la pena
L’obiettivo è spiegarvi l’uso di “ne è” e anche di “n’è”, che ne è l’abbreviazione.
Come vedete infatti c’è un apostrofo. Poi c’è il verbo essere.
Ma quando possiamo apostrofare? Sempre? La risposta è no.
A volte si può scrivere “n’è” (ho detto può, non deve) mentre altre volte si preferisce conservare la forma staccata: ne è.
Per distinguere i due casi vi può sicuramente aiutare notare cosa c’è prima di “ne è“.
Ad esempio quando diciamo “Cen’è“, possiamo usare la forma abbreviata. Notate anche la pronuncia.
Ce n’è ancora di caffè?
No, non ce n’è. Bisogna comprarlo. Ma dove?
Al supermercato. Ve n’è uno proprio dietro l’angolo. Una volta c’erano tanti supermercati da queste parti, ma n’è rimasto uno solo adesso.
Chi va a comprarlo? Lo dico a Giovanni?
No, Giovanni se n’è andato. Allora vado io.
Aspetta però che chiediamo prima al vicino di casa.
Ciao, per caso hai un po’ di caffè?
Sì. Me n’è rimasto un pacchetto o due. Prendili pure.
Si, ti ringrazio. Controlla però. Se te n’è rimasto un solo di pacchetto, meglio che lo tieni per te.
Accidenti, è vero. Ce n’è solo uno! Ma che n’è stato dell’altro pacchetto?
Non saprei. Ma non importa quanton’è rimasto. Prendilo comunque, tanto io lo tengo solo per gli ospiti.
In tutti i casi che avete appena letto o ascoltato, si può anche non usare la forma abbreviata, ma di solito si fa così, soprattutto all’orale e nel linguaggio informale.
Abbiamo già visto come “ci” è simile a “vi“. Allo stesso modo “ce” è simile a “ve”. Quindi “c’è” è simile a “v’è” e quindi “ce ne è” è simile a “ve ne è” (con o senza accento) che al plurale diventano “ce ne sono” e “ve ne sono” ma al plurale chiaramente non si possono abbreviare.
Quindi, tornando all’argomento di oggi:
Ce n’è, ve n’è, se n’è, me n’è, te n’è, che n’è, quanto n’è.
Questi sono i casi in cui si può abbreviare. In genere si fa così. Si può però anche scrivere peresteso.
C’è anche “ma n’è” che si apostrofa meno spesso.
Ma n’è valsa la pena?
Se mettiamo “ma” davanti, viene molto più facile abbreviare. Soprattutto nella forma orale. È una questione di fluidità nella pronuncia.
Ne è valsa la pena?
Soprattutto nella forma scritta, in questo caso normalmente si scrive invece per esteso. All’orale si può chiaramente pronunciare più velocemente ricorrendo all’apostrofo.
A parte i casi di cui vi ho parlato, difficile se non impossibile trovarne altri. Almeno nell’uso comune della lingua.
A volte poi si trovano frasi di questo tipo:
Vacci piano con il vino, n’è mica acqua!
N’è mica facile
N’è vero!
N’è difficile
Queste però sono forme dialettali e in questi casi “n’è” sta per “non è”. Quindi le frasi corrette sono:
Vacci piano con il vino, non è mica acqua!
Non è mica facile
Non è vero
Non è difficile
Quindi “n’è” nella lingua italiana è solamente l’abbreviazione di “ne è”, che in molti casi non si usa invece abbreviare.
Quando?
Questo utilizzo ne è un esempio.
Non si abbrevia in questi casi.
Ce n’è un altro? Sì, più di uno:
Bullismo a scuola: cosa fare se mio figlio ne è vittima?
Quanti errori si possono fare? Qualcuno ne è consapevole?
Il tuo compito è pieno di errori. Il mio invece ne è privo.
La forma “cosa ne è ” è chiaramente analoga a “che ne è“, ma l’uso di “cosa” è meno informale e pertanto è più facile trovare la forma non accentata. Nella forma scritta, in realtà , anche “che ne è ” si trova sempre o quasi sempre per esteso.
Adesso facciamo qualche esempio di “ne è” dove si preferisce non usare l’apostrofo e poi vediamo un ripasso degli episodi precedenti.
1. Sono andato a vedere un film. A me è piaciuto ma mia moglie ne è rimasta delusa.
2. Ho preso troppa pizza per stasera. Ne è avanzata parecchia.
3. Ho cercato di scrivere velocemente la relazione che mi è stata chiesta, ma ne è uscito un disastro.
4. Abbiamo piantato molti alberi nel giardino e ne è già fiorito uno.
5. Ho cercato di prenotare due tavoli al ristorante, ma ne è rimasto solo uno disponibile.
6. Ho provato a seguire la ricetta, ma ne è uscito un piatto completamente diverso.
Estelle (Francia 🇫🇷): avete fatto caso che Gianni ci chiede spesso un ripasso di notte? Non voglio passare per una lingua dì vipera, questo però mi sembra un po’ scostumato. Non credete che sia un comportamento che viola le regole delle buone maniere?
Vero. Abbiamo già affrontato qualcosa di simile in passato.
Abbiamo già detto infatti che oltre al senso proprio di “non averne più” di qualcosa (“ne” può riferirsi a qualunque cosa, può indicare qualunque cosa), abbiamo anche parlato (già due volte) di locuzioni simili, locuzioni che contengono sia il verbo avere che la particella “ne”.
La prima volta abbiamo parlato di tempo, nell’episodio 524, (es: “ne ho ancora per 1 ora” cioè mi manca ancora un’ora) poi in quello successivo, dove invece abbiamo parlato di non risparmiare nessuno (es: se mi fate arrabbiare non ne avrò per nessuno), cioè non risparmierò nessuno.
In questo caso posso anche aggiungere “più”: non averne più per nessuno, e il senso non cambia molto.
Ma “non averne più”, di cui parliamo oggi, può avere anche un altro significato.
“Non averne più”, in questi casi, può significare essere stanchissimi, quindi si sta parlando, anche se non viene detto, di energie: significa terminare le energie, non avere più energie, fisiche o mentali.
Sapete bene che in genere se usiamo la particella “ne” ci riferiamo a qualcosa di cui abbiamo già parlato.
Es:
Quanti anni hai?
Ne ho 25.
Parliamo di anni in questo esempio.
Stavolta invece, proprio come nell’espressione “non averne per nessuno” non siamo in quel caso.
Oggi parliamo di energie, ma questo lo possiamo capire solamente dal contesto.
“Non averne più” è simile a “essere esausti”. Si usa spesso parlando di sport.
Es:
È stata una partita molto intensa, e al minuto 90°, quando i giocatori avversari non ne avevano più, è arrivato il gol della vittoria.
Diciamo che “non averne più” ha la caratteristica di riferirsi alle energie fisiche, mentali e/o psicologiche ma non si usa quando si parla di sopportazione o di sfoghi personali tipo:
Basta, ne ho abbastanza di te, non ti sopporto più, non ne posso più!
Adesso è il momento del ripasso a cura dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente:
Peggy: mi pare che “non averne più” sia anche simile a dare fondo a tutte le energie. Mi sbaglio?
Giovanni: bravissima Peggy. È proprio così infatti. Nell’episodio dedicato a “dare fondo” abbiamo visto che significa terminare, finire, esaurire una qualsiasi risorsa. Anche una risorsa economica però.
Irina: bene, vedo che a differenza di me c’è chi riesce a far tesoro degli episodi passati. Che frustrazione…
(ps: nel prossimo episodio parleremo proprio della frustrazione).
Giovanni: oggi vediamo un uso particolare della particella ne.
Ne abbiamo parlato già varie volte di questa particella, ma più se ne parla, meglio è. Che ne pensi? Ne convieni? (cioè sei d’accordo?)
Alla fine dell’episodio metterò anche dei collegamenti ai passati episodi in cui abbiamo utilizzato questa particella, ma l’uso di cui vorrei parlare oggi è nelle locuzioni “cosa ne è”, “cosa ne fu”, “cosa ne è stato” e “cosa ne sarà ”.
Ricorderete che “ne” si utilizza spesso per sostituire qualcosa nella frase, allora se io dico:
Si ricorda qualcosa che non c’è più, qualcosa che è scomparso, mentre invece non doveva scomparire.
È una domanda, ma quasi sempre somiglia ad una esclamazione, dunque a una domanda retorica.
Questo tipo di espressioni si usano ovviamente non solo con l’amore, ma ogni volta che ci si lamenta, si contesta qualcosa, qualcosa che ci si aspettava (spesso da altre persone) e invece questa cosa oggi non c’è.
Siamo solitamente in polemica con qualcuno. Altre volte invece si ricorda il passato con tristezza e con rimpianto.
Si usa spesso anche in politica:
Che ne è statodelle promesse del sindaco?
Con questa frase si stanno chiedendo spiegazioni.
Come mai il sindaco aveva promesso tante cose e adesso non se ne parla più?
Che fine hanno fatto le sue promesse?
Cioè:
Che ne è stato delle sue promesse
Oppure:
Che ne è stato dei politici di una volta, quelli che amavano la politica?
Si ricorda il passato con rimpianto: oggi non ci sono più i politici di un tempo.
È l’uso del verbo essere che dà questo particolare senso alla frase.
A volte non si tratta di domande retoriche e allora si esprime semplicemente stupore, meraviglia.
Immaginatevi una persona a New York il 12 settembre 2001, il giorno successivo all’attacco alle twin towers. Una persona che si risveglia dopo 24 ore di sonno, che non si è accorta di nulla, si affaccia alla finestra e esclama:
Scusate, ma cosa ne è stato delle torri gemelle?
Una domanda per niente retorica in questo caso.
In tutti i casi, è bene chiarire che si può anche invertire la posizione degli elementi della frase e il senso non cambia:
Cosa ne è stato delle sue promesse?
È identico a:
Delle sue promesse cosa ne è stato?
Lo stesso vale per tutti gli altri esempi.
Riguardo ai tempi, finora ho usato il passato prossimo.
Si possono usare anche altri tempi comunque.
Se ad esempio uso il futuro:
Che/cosa ne sarà di noi?
Che ne sarà di tutti i nostri progetti futuri?
Stavolta sono pessimista riguardo al futuro.
Esprimo un forte pessimismo e questo accade quando c’è un grosso cambiamento che mette in discussione i miei progetti. Qui c’è una forte emotività . Il futuro è in dubbio.
Cosa ne sarà dei nostri figli dopo la pandemia?
Potranno andare a ballare come abbiamo fatto noi?
Cosa ne sarà di loro se ci saranno altre pandemie?
Sia al passato che al futuro comunque il messaggio è sempre negativo. Al futuro c’è apprensione. Vogliamo chiamarla paura?
Il verbo essere gioca un ruolo particolare, e se cambiamo il verbo molto spesso non c’è un senso negativo. Se dico:
Che ne hai fatto dei soldi che ti ho dato ieri?
Resta un senso di accusa e polemica ma questa è una vera domanda.
Il senso altre volte cambia completamente:
Cosa ne pensi di me?
Cosa ne sai di me?
Anche qui si tratta di vere domande.
In realtà se uso il verbo rimanere e restare trasmettono un senso quasi identico rispetto ad essere e spesso si tratta di domande meno retoriche:
Cosa ne resta della nostra casa dopo il terremoto?
Cosa ne rimane di tutti i soldi che abbiamo guadagnato?
Vediamo adesso che al presente si usa praticamente con lo stesso senso del passato prossimo.
Che ne è delle promesse del sindaco?
Come a dire:
Cosa neresta oggi di quelle promesse?
Oggi cosa abbiamo di quelle promesse?
Nella pratica ha lo stesso senso di:
Che fine hanno fatto quelle promesse?
Col passato remoto invece (che/cosa ne fu) si usa parlando di un passato, appunto, remoto, cioè di tanto tempo fa. Semplicemente.
Cosa ne fu delle tre persone che entrarono nelle acque contaminate di Chernobyl?
Cioè: cosa ne è stato, che fine hanno fatto? Si parla però di qualcosa di molto indietro nel tempo, senza più legami col presente.
Adesso vi dico anche che, a proposito dell’importanza della particella ne, a volte (abbastanza raramente) si omette e il senso non cambia.
C’è da dire però che la particella dà alla frase più forza, oltre che maggiore chiarezza, soprattutto se si tratta di una polemica o di paura (al futuro).
Quindi posso dire:
Cosa è stato del nostro amore?
Cosa sarà di noi?
Cosa fu di nostra nonna quando il nonno partì per la guerra?
Al presente invece non si usa omettere la particella ne.
Vi vorrei ricordare, prima di congedarmi, che c’è un episodio interessante in cui abbiamo parlato dei vari modi che esistono per “dispiacersi del passato“. Un episodio che vi potrebbe aiutare ad aumentare ancor più il vocabolario.
Parlare del passato e del tempo che passa vi mette ansia? Ma è sempre meglio che non si fermi, no?
In proposito, abbiamo un bel ripasso:
Marguerite: posso proporvi un soggettodi riflessione? I cinesi dicono che i giorni trascorrono molto velocemente. Che ne pensate? Avete questa sensazione?
Marcelo: Ma Peggy, “domani è un altro giorno” come dicono i francesi.
Anne France: Anche se è sempre meglio non ridursi all’ultimo se hai in programma di fare qualcosa di importante.
Chi tempo ha e tempo aspetta, tempo perde.
Questo è un altro bel proverbio all’insegna della saggezza.
Rauno: I giapponesi a loro volta dicono: se parli di domani i topi nel soffitto avranno ben donde di ridere. Per dire che nessuno sa di cosa il domani sarà fatto e meglio non fare voli pindarici in merito.