“Che te ne fai” vs “che ci fai”

“Che/cosa te ne fai” vs “che/cosa ci fai” (scarica audio)

episodio 1230

Trascrizione

Bentornati nella rubrica “due minuti con Italiano Semplicemente”.

 

Oggi torniamo su un’espressione di cui abbiamo già parlato in passato: che me ne faccio?”, oppure “che te ne fai?”, “che ce ne facciamo?” e così via.

In quell’episodio abbiamo visto che questa espressione si usa quando qualcosa non ci serve, quando non ne vediamo l’utilità per una certa persona. In altre parole, è un modo piuttosto comune per dire: a cosa mi/ti/gli/le/ci/vi serve? oppure che utilità ha per me/te/lei/lui/noi/voi/loro?

Se qualcuno vi offre qualcosa che per voi è inutile, potreste dire:

Che me ne faccio?

Ad esempio:

Vuoi un altro telefono?
Un altro telefono? Che me ne faccio? Ne ho già due!

Questa non è una vera domanda in realtà. Somiglia più a un’affermazione.

Il pronome ne si riferisce proprio a quella cosa di cui si parla. È come dire: che utilità ricavo da questa cosa? Probabilmente nulla!

Fin qui tutto chiaro.

Oggi però voglio parlarvi di un’espressione molto simile, che può creare qualche dubbio agli stranieri: “che ci fai?”

A prima vista le due espressioni sembrano quasi uguali, ma il significato a volte è diverso.

Nell’episodio precedente vi avevo detto che la frase “che me ne faccio di” è equivalente a “che/cosa ci faccio con“. In realtà non volevo appesantire troppo la lezione, ma adesso i tempi sono maturi per vedere qualche differenza.

Infatti “che ci fai?” può anche non riguardare l’utilità di qualcosa.

Perché dico può?

Perché quel “ci” può riferirsi sia a un luogo, sia all’uso o, appunto, all’utilità o all’inutilità di qualcosa.

Iniziamo dal luogo.

Qui “ci” non indica una cosa, ma un luogo o una situazione.

Se vedo una persona in un posto inaspettato potrei dire:

Che ci fai qui?

In altre parole:

Cosa stai facendo qui? Non mi aspettavo di trovarti qui. E’ necessario specificare il luogo in questo caso (es: qui).

Facciamo qualche esempio.

Immaginate di entrare in ufficio la domenica e di trovare un collega alla scrivania.

Potreste dirgli:

Ma che ci fai in ufficio di domenica?

Oppure immaginate di vedere un vostro amico sul tetto di casa.

Oh! Che ci fai lì sopra?

Come vedete, qui non si parla di utilità, ma di presenza in un luogo o di un’azione che sorprende.

Passiamo adesso al concetto di utilità usando “ci”.

Facciamo ora un confronto diretto tra le due espressioni “che/cosa te ne fai” e “che/cosa ci fai”.

Se dico:

Che te ne fai di questo libro?

Sto chiedendo quale utilità abbia quel libro per quella persona. Evidentemente, io non so quale è l’utilità per te, e molto probabilmente, se uso questa frase, non ha alcuna utilità per te. In questi casi la frase può anche cambiare forma per enfatizzare questo mio pensiero. Es:

Adesso voglio vedere cosa te ne farai di questo libro!

Che te ne farai adesso? Lo leggerai, lo metterai in libreria a prendere polvere, getterai o lo regalerai a qualcuno?

C’è spesso ironia in questo tipo di frasi.

Se invece dico:

Che ci fai con quello strano oggetto?

La domanda può avere due significati diversi. Chiaramente non stiamo parlando di un luogo perché c’è la preposizione “con”, ma potrebbe anche non esserci e in questo caso è il contesto e il dialogo che vi aiuta a capire che non parliamo di un luogo ma dell’utilità di qualcosa.

Prima di tutto, come detto, può avere un senso simile o identico a “cosa/che te ne fai“, nel senso che stiamo manifestando direttamente la nostra opinione. Se usiamo “che/cosa ci fai”, “che/cosa ci faccio” e usiamo un tono duro, diretto, quella, ancora una volta, non è per niente una domanda, ma una affermazione abbastanza chiara. Significa in questo caso: non ci faccio niente, non mi serve a niente (che ci faccio) oppure non ci fai niente, non ti serve a niente (che ci fai).

Es.

Se accetti questo lavoro ti posso dare 500 euro al mese.

Risposta: e che ci faccio con 500 euro al mese?

Significa chiaramente che 500 euro al mese sono pochi, che non basteranno per vivere neanche decentemente. Non sarano di nessuna utilità perché sono troppo pochi.

In questo caso si potrebbe chiaramente anche usare “che me ne faccio di 500 euro al mese”? Ma in generale quando usiamo “che me ne faccio” ho il problema di avere qualcosa di inutile e di cui dovrò probabilmente sbarazzarmi; voglio liberarmi di qualcosa che non mi serve.

Questa è già una piccola sfumatura interessante.

Es:

Mi hanno regalato un pianoforte! Ma che me ne faccio? é troppo grande e non saprei dove metterlo.

Oppure, immaginate una persona che compra una barca pur vivendo in montagna.

Qualcuno potrebbe dirgli:

Una barca? Che te ne fai?

Qui il senso è chiaro: non ti serve a niente. Probabilmente dovrai sbarazzarti di quella barca.

Però se uso “ci” si apre alla possibilità che adesso stiamo facendo una vera domanda e non una domanda retorica.

Questo però dipende essenzialmente dal tono che usiamo. La mia curiosità adesso può anche essere semplicemente quella di conoscere cosa ci farai con quella cosa, cioè che uso ne farai. E’ una modalità ugualmente informale. In questo caso è una vera domanda.

Se vedete qualcuno armeggiare con una barca in un molo, potreste chiedere:

Che ci fai con quella barca?

Qui il significato probabilmente è: Ci fai i giri con la tua famiglia per divertimento? Oppure ci fai le gare di velocità.

In questo caso è una vera domanda. Ma se chiedo, usando un tono ironico:

Ma che ci fai con quella barca!

Potrebbe voler dire che è una barca di poco valore, piccolissima, o che, conoscendo quella persona, secondo te non la sa guidare.

Chiaramente, se usassi una frase diversa:

Che ci fai su quella barca?

“Ci” stavolta richiama un luogo, una situazione o un contesto. Sono stupito di vederti su una barca, e magari sono stupito di vederti su una barca di quel tipo: magari è una bella barca, lussuosa, grande, e questo mi coglie del tutto di sorpresa!

Ma stavolta ho usato la preposizione “su” e in questo caso sto chiaramente parlando della barca e non della sua utilità.

Possiamo quindi riassumere così:

Che te ne fai? A cosa ti serve? Probabilmente a niente. E’ inutile per te. Sbarazzatene!
Che ci fai qui? Cosa stai facendo qui? Non ti aspettavo di vederti qui.
Che ci fai con…? Che uso ne fai? (non ti serve a niente!) oppure indica una scarsa quantità.

Sono tre modalità molto simili, ma con sfumature spesso diverse, che gli italiani usano continuamente.

Adesso ripassiamo.

Ripasso da parte dei membri dell’associazione Italiano Semplicemente.

Parliamo di alleggerimenti, a cui abbiamo dedicato anche un episodio.

Valeria (Brasile): Nel calcio si parla di alleggerire quando un difensore, vedendo la mala parata, passa indietro la palla al portiere per togliersi il peso della pressione: è il classico alleggerimento.

Nancy: Già, è un piccolo espediente tattico: una giocata semplice, diciamo lo stretto indispensabile. Difficilmente si tratta della chiave di volta per evitare guai peggiori.

Carmen (Germania) e Lucia (Spagna): E nel linguaggio comune alleggerire significa ridurre un peso o una tensione: un professore, ad esempio, può alleggerire un compito considerato troppo gravoso.

Liliana (Moldavia): Quando si dice “alleggerire la pressione”, se non ho capito male, basta una battuta o un gesto per colmare il silenzio e far rilassare tutti.

Danita (Stati Uniti): Nel calcio, poi, se non alleggerisci, anche a costo di sembrare pauroso, si rischia che la squadra faccia acqua da tutte le parti perchè c’è il rischio concreto di perdere palla davanti alla porta.

Osvaldo (Brasile): Insomma, nel gioco come nella vita, saper alleggerire al momento giusto è una vera peculiarità dei più esperti: sembra poco, ma bisogna avere certe capacità. Qualcuno poi c’è più portato di altri, ma hai detto niente!

Essere teatro (ep. 1043)

Essere teatro

DURATA MP3: 8:11

L’episodio di oggi è dedicato però all’espressione “essere teatro” in cui gli spettacoli a cui si assiste solitamente non si pagano…

A partire dal numero 1001, gli episodi di questa rubrica sono solamente per i membri dell’associazione.

L’episodio contiene anche i ripassi di 10 episodi precedenti.

ENTRAADERISCI

253 – Ovviare

Audio

Ovviare, ovvia, scontato, naturale

Trascrizione

Episodio 253 della rubrica due minuti con italiano semplicemente. L’episodio scorso invece era il numero 252. Beh, questo è ovvio. Ho appena detto un’ovvietà.

A proposito di ovvio. Sapete tutti che ovvio significa scontato, naturale, facile da capire. Ma cosa ha a che fare ovvio con ovviare?

Ovviare significa risolvere, porre rimedio, rimediare, riparare. Ci deve essere un problema, una difficoltà, un ostacolo.

Allora possiamo ovviare a questo problema proponendo una soluzione. Ovviare quindi è come andare incontro alla soluzione, rimuovere qualcosa che impedisce il raggiungimento di un risultato.

Allora? Ovvio ed ovviare cosa hanno in comune? Non è così ovvio vero? Non è così scontato, indiscutibile, questo è vero, ma quando cerco di ovviare a un problema, quando voglio ovviare a una difficoltà, sto cercando una strada, una “via” (questo sta all’origine) per risolvere un problema.

Come ovviare a questo problema? Ma è ovvio, ecco la soluzione! La strada è chiara, la via da seguire è scontata.

Ecco il legame dunque. La via, la strada.

Ovviare ad un problema, cioè rendere la strada libera da ostacoli, liberarla.

Questo permette di risolvere il problema. Quando si ovvia, quando si riesce ad ovviare ad un ostacolo, abbiamo risolto il problema.

C’è il senso del movimento nel verbo ovviare. E c’è anche in tutte le cose quando sono ovvie: la strada da prendere è ovviamente una sola.

Allora cos’avete capito da questo episodio?

Beh per quanto mi riguarda ho fatto fatica a trovare una strada per collegare ovvio con ovviare.

È la prima volta che mi capita di associare le due cose. Comunque intanto abbiamo ovviato ad un problema. Quale problema?

La pronuncia di ovviare, che non è così ovvia. E neanche la scrittura.

Io ovvio al problema

Tu ovvii al problema (con due i: ovvii)

Lui ha già ovviato al problema, ovviamente. Lui trova sempre la soluzione.

Ti ricordi come ovviammo allo stesso problema l’altra volta?

Se voi ovviaste al problema come abbiamo fatto noi, sarebbe ovvio che ci avreste copiato.

Loro ovviano al problema a modo loro, come al solito.

Ora, ovviamente, essendo arrivati alla fine dell’episodio, c’è un dialogo di ripasso. Ma a cosa serve? Serve ad ovviare alla scarsa memoria.

Mariana: ciao, io mi chiamo Mariana e sto passando la quarantena all’insegna del relax.

Sofie: anch’io, anche se mi piacerebbe fare una capatina al Mare ogni tanto.

Ulrike: io volendo potrei anche farlo, abito vicino al mare, ma vi incontrerei la polizia.

4- dai che se resistiamo ancora un po’ siamo a cavallo!

5- giusto. Intanto un’altra settimana è andata!

RAN: abbiamo quasi svoltato!

7- appena saremo liberi, organizziamo una riunione dei membri dell’associazione. Come la vedete?

Xin: fortuna vuole che a luglio ed agosto sarà permesso andare in Italia.

Andrè: ma che sorta di estate sarà?

Doris: non lo so, ma se ci vediamo, dobbiamo essere tutti, ivi inclusi i brasiliani.

– – –

L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!

252 – Ivi

Audio

Ivi significato

Trascrizione

Episodio 252 della rubrica più seguita di italiano semplicemente. Si tratta di tutti brevi episodi, ivi incluso quello che state ascoltando e leggendo adesso.

Ivi: conoscete questa parola di tre lettere? Il modo più comune si usarla è proprio in questo modo: ivi incluso, ivi inclusa, ivi compreso, ivi compresa.

Si usa quando volete semplicemente dire che ad un certo gruppo appartiene anche uno o più “elementi” in più, quindi persone, cose, oggetti o altro.

Voglio quindi specificare che è incluso qualcuno o qualcos’altro, perché evidentemente è il caso di chiarirlo, forse non è così scontato, oppure semplicemente per fare chiarezza o per evidenziarlo.

Ad esempio:

Nessuno potrà mai dirmi cosa devo fare nella mia vita, ivi inclusi i miei genitori.

Voglio sottolineare quindi questa mia considerazione finale. Ma volendo posso anche eliminare il termine ivi.

Nessuno potrà mai dirmi cosa devo fare nella mia vita, inclusi i miei genitori.

Senza ivi quindi.

Sarebbe come dire:

Nessuno potrà mai dirmi cosa devo fare nella mia vita, e quando dico nessuno intendo anche i miei genitori.

Potrei anche dire:

intendo dire neanche i miei genitori, compresi i miei genitori, inclusi i miei genitori, ma con “ivi” voglio essere più preciso, diciamo, e voglio sottolineare, rimarcare, evidenziare questo fatto.

Si usa non moltissimo nel linguaggio di tutti i giorni ma molto nelle comunicazioni della pubblica amministrazione, che tiene molto a chiarire alcuni concetti legati ad esempio ai permessi o ai divieti per i cittadini. Anche i giornalisti lo usano molto.

Questa legge ha come scopo la tutela dei diritti fondamentali dei cittadini, ivi compresi quelli sociali dei lavoratori.

Per fare la carta d’identità ci si deve recare presso gli sportelli comunali, la comunicazione è rivolta a tutti, ivi compresi i cittadini stranieri.

L’accesso ai locali è vietato a tutti, ivi esclusi i dipendenti dell’amministrazione.

Ebbene sì, si usa anche per escludere quindi. Non solo per includere.

C’è anche un altro uso di questo termine, ma usato perlopiù dalla pubblica amministrazione, anche stavolta.

Significa “in quel luogo“, “in quel posto”.

Es: dal 1 gennaio cambia il sistema sanitario italiano dei cittadini britannici ivi residenti.

Cioè residenti in Italia. È quasi come qui o li, o lì dentro o qui dentro. Un luogo o un posto che abbiamo già indicato nella frase. Questo è importante, altrimenti non si capisce ivi, che indica un luogo, a cosa si riferisca.

È un linguaggio a cui siamo abituati in Italia ma che normalmente – intendo nel linguaggio comune – non si utilizza molto.

Tra l’altro non si usa che con tre o quattro verbi: risiedere, situarsi, ubicarsi e contenere.

Il ladro ha rubato la cassaforte e tutto il denaro ivi contenuto (cioè il denaro che si trovava all’interno, dentro la cassaforte).

I rumori venivano dal centro della stanza e precisamente da uno stereo ivi situato.

Dov’era lo stereo quindi? Al centro della stanza, lo abbiamo già detto.

Vabbè adesso ripassiamo, altrimenti vi stancate troppo.

Abbiamo un bel dialogo da ascoltare.

Le voci sono di alcuni membri dell’associazione italiano semplicemente, che stanno imparando velocemente a usare le espressioni spiegate nei vari episodi della rubrica, e come accade spesso sono proprio loro a formare queste frasi di ripasso ivi contenute.

Mariana: All’insaputa di Giovanni ho preparato una frase di ripasso anzitempo, vale a dire di riserva. Non si sa mai.

Ulrike: Hai fatto bene, è risaputo che dopo ogni episodio dei “due minuti con italiano semplicemente” si trova una frase di ripasso, tanto per rispolverare le parole passate.

Gema: Giusto, e per questo Gianni ogni due per tre chiede un tale ripasso da noi che siamo membri dell’associazione italiano semplicemente.

Bogusia: Non che queste richieste ci colgano alla sprovvista, ma si dà il caso che una tale serie di frasi non sia costruita in men che non si dica.

Doris: Infatti, neanche per chi si sapesse destreggiare più o meno bene con la lingua italiana.

Monica: Ah…quindi, se ho ben capito, hai abbozzato un testo con qualche parola della rubrica che potrai sfoderare, nel caso ce ne sarà la necessità.

Emma: Brava/o! Ne siamo curiosi. Un giorno ce lo farai sentire, per ora armiamoci di pazienza.

Xin: Scusate, vorrei però fare un distinguo: io di pazienza non ne ho affatto.

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L’inizio e/o la fine di ogni episodio dei “due minuti con Italiano Semplicemente” servono a ripassare le espressioni già viste e sono registrate dai membri dell’associazione. Se vuoi migliorare il tuo italiano, anche tu puoi diventare membro. Ti aspettiamo!